Il Dottor Zivago
Nel 1965,dopo aver raccolto ben 14 Oscar con due film,Il ponte sul fiume Kway e Lawrence D’Arabia il regista inglese Daid Lean
accetta l’offerta del produttore Carlo Ponti di ridurre per lo schermo il romanzo di Boris Pasternak Il dottor Zivago,unica opera
letteraria in forma di romanzo dello scrittore russo che nel 1958 aveva vinto il premio Nobel per la letteratura.
E’ un’operazione ambiziosa e complessa quella di condensare in 200 minuti di pellicola una vera e propria epopea descritta con
tono vivace ed armonico dallo scrittore russo,che all’uscita del libro aveva incontrato la netta opposizione,l’ostracismo da parte della nomenklatura russa.
Era stato l’editore italiano Giangiacomo Feltrinelli a permettere al pubblico italiano di conoscere l’opera di Pasternak,con la pubblicazione
nel 1957 della prima edizione del romanzo.
Che aveva riscosso un immediato successo,in un periodo storico dominato dagli sguardi in cagnesco,dall’aperta ostilità che regnava tra i due blocchi
contrapposti dell’Occidente e quello comunista.
Successo che Pasternak aveva vissuto con sentimenti contrapposti;da un lato la gratificazione morale ed economica derivata dal successo,
dall’altro la certezza che il regime non avrebbe certamente guardato con simpatia a quello che a prima vista sembrava un attacco
alla struttura stessa dell’ortodossia comunista,una storia che ripercorreva i primi anni della rivoluzione d’ottobre mostrandone contraddizioni e crudeltà in pari dosi.

In realtà Pasternak,come più volte disse nel corso della vita,non aveva certo mirato a destabilizzare le cose;la sua era stata un’attenta riflessione sull’evoluzione della società russa e in qualche modo anche sulla lingua russa.In pratica,lo scrittore moscovita si ritrovò tra le mani una bomba che nelle intenzioni non doveva essere tale.
Fu l’occidente ad attribuire al romanzo una forza dirompente che in effetti non aveva;e furono i servizi segreti statunitensi
a giocare un ruolo decisivo nell’attribuzione del Nobel a Pasternak attraverso una complessa storia piena di intrighi che potrete leggere con una veloce ricerca in rete.
Lean era uno specialista in grandi resoconti storici visivi;lo aveva già dimostrato con l’antimilitarista Il ponte su fiume Kway e con l’affascinante epopea di Lawrence d’Arabia ed era anche abituato a dirigere stuoli d’attori per le scene di massa.
Si ritrova quindi a metter mano ad un film in cui conta sicuramente un’accurata ricostruzione storica ma che ha al centro la figura di un uomo che crede nel suo lavoro (Yuri Zivago è un medico)che osserva i cambiamenti prodotti nella società russa dalla rivoluzione,che spazza via secoli di sfruttamento e oppressione per sostituire il tutto con un regime che per certi versi sarà ancor più oppressivo del precedente.
Zivago vivrà in pratica due vite,una tradizionale con famiglia e figli e una “nuova”,come la Russia nella quale vive accanto alla giovane infermiera Lara mentre attorno a lui tutto cambia apparentemente alla velocità della luce.
Apparentemente,appunto.
Senza addentrarmi in un discorso storico politico improponibile riassumo per sommi capi la trama del film.

Yuri Zivago è un brillante medico appena laureato che,dopo la morte della madre,ha potuto studiare a Mosca grazie alla protezione del ricco Gromeko,che alla morte dei suoi genitori lo ha accolto in casa.
Mosca è in subbuglio;manifestazioni e scontri sono all’ordine del giono e la polizia zarista reprime ciecamente e brutalmente tutti i tentativi
da parte del popolo di richiedere migliori condizioni di vita.
Il giovane dottore conosce Lara,una bella ragazza che è la mantenuta di Komarovski,uno spietato uomo d’affari che non esita a stuprarla.La donna tenta di ucciderlo riuscendo solo a ferirlo.
Siamo alla vigilia dello scoppio della prima guerra mondiale;Yuri Zivago ha sposato la figlia di Gromeko,è innamorato della moglie e in qualche modo felice.
Ma la fronte incontra Lara,che nel frattempo si è sposata.Suo marito è al fronte e la donna vive quindi separata dal consorte;sullo sfondo c’è una Russia sempre più divisa ed affamata,coinvolta in una guerra che non solo non ha prodotto risultati positivi,ma che si sta rivelando solo un massacro spaventoso.
Per Yuri la guerra termina temporaneamente e può ritornare a casa,dove lo aspettano la moglie e il figlio ma anche una brutta sorpresa;la rivoluzione sta spazzando via l’antica casta al potere e a suo suocero è stata espropriata la grande casa in cui vivevano,con il risultato che Gromeko,sua moglie e suo figlio vivono in due stanze esposti al gelo dell’inverno russo.
Evgraf,fratellastro di Yuri e ufficiale di polizia lo avvisa che la sua opera di poeta,passione che Yuri ha sin da ragazzo,è malvista dalle autorità che ora hanno il controllo della Russia.
Lo convince quindi a stabilirsi negli Urali,in un posto più tranquillo e meno esposto ai controlli della polizia;il viaggio verso gli Urali diventa l’occasione per Zivago di aprire gli occhi definitivamente sulla drammatica situazione del suo paese.
Massacri di ogni genere,violenze e sopraffazione sembrano aver preso il posto dell’antico ordine costituito.

Uno dei principali responsabili delle violenze è il comandante Strel’nikov,sotto le cui vesti si nasconde Pasa,marito di Lara;arrivati negli Urali,Zivago e la sua famiglia scoprono che anche la tenuta è stata sequestrata dai rivoluzionari e finiscono così in una fattoria.
Qui Yuri incontra Lara e tra i due divampa la passione.
Nella Russia la rivoluzione è al culmine così come la relazione tra Zivago e Lara;la moglie di lui attende un figlio e Zivago decide di interrompere la relazione con Lara.
Zivago viene catturato dai partigiani comunisti e arruolato come medico con la forza;sarà solo dopo due anni che riuscirà a liberarsi,scoprendo
che sua moglie si è rifugiata a Parigi proprio con Lara.
Qui di due amanti si ritrovano e…
Il dottor Zivago è uno dei rarissimi casi in cui un film è superiore al romanzo da cui è tratto; mentre il romanzo di Pasternak ha molti momenti di pausa,con lunghi e francamente monotoni monologhi,il film ha un taglio decisamente più spigliato e veloce.
Mentre Pasternak insegue nel romanzo i suoi obiettivi,raccontando i mali della rivoluzione,esaltando la poesia e la lingua russa,Lean va dritto al sodo creando un kolossal in cui è molto più importante la storia d’amore fra Yuri e Lara e lo sfondo della guerra civile.
Passioni forti e pregnanti sullo sfondo della rivoluzione russa,il nuovo che avanza e che per certi versi farà rimpiangere il vecchio e una storia d’amore bella e triste allo stesso tempo.
La ricostruzione ambientale è praticamente perfetta;indimenticabile la maschera di ghiaccio di Zivago così come splendida e immortale è la colonna sonora del film,
quel Tema di Lara di Maurice Jarre che spopolerà alla notte degli Oscar del 1966 al Santa Monica Civic Auditorium.

Il film di Lean,nella stessa serata,si aggiudicherà cinque Oscar,quelli per la Migliore sceneggiatura non originale a Robert Bolt,per la Migliore fotografia a Freddie Young, per la Migliore scenografia a John Box, Terence Marsh e Dario Simoni,per i Migliori costumi a Phyllis Dalton.
A Lean sfugge sia l’Oscar per la miglior regia sia per il miglior film pur avendo avuto due nomination,così come nonostante la splendida interpretazione nè Julie Christie nè Omar Sharif,i due grandi protagonisti del film non otterranno nemmeno le nomination.
Cosa poco importante,perchè Il Dottor Zivago ebbe accoglienze trionfali da parte del pubblico e decisamente buone da parte della critica.
Merito dei due citati protagonisti,di una colonna sonora indimenticabile e di una regia praticamente perfetta.Da elogiare tutto quanto il cast,assolutamente inappuntabile.
Per quanto non fosse facile Lean ricostruisce in modo preciso l’atmosfera del romanzo con un film che diventerà con il tempo un grande classico,tanto da essere considerato uno dei film storici più belli di sempre.
Un film da vedere e da rivedere,con il piacere delle cose belle…
Un film di David Lean. Con Omar Sharif, Julie Christie, Geraldine Chaplin, Rod Steiger, Alec Guinness, Tom Courtenay, Siobhan McKenna, Ralph Richardson, Rita Tushingham, Jeffrey Rockland, Klaus Kinski, Tarek Sharif, Bernard Kay,
Gérard Tichy, Noël Willman, Roger Maxwell, Mark Eden Titolo originale Doctor Zhivago. Drammatico, durata 190 min. – USA, Italia 1965.
Omar Sharif: dott. Jurij Zivago
Julie Christie: Larisa ‘Lara’ Antipova
Geraldine Chaplin: Tonja Gromeko
Rod Steiger: Viktor Komarovskij
Rita Tushingham: la ragazza
Alec Guinness: generale Evgraf Zivago
Ralph Richardson: Aleksandr Gromeko
Klaus Kinski: Kostoed Amurskij
Tom Courtenay: Paša Antipov / Strel’nikov
Adrienne Corri: madre di Lara
Jack MacGowran: Petja
Lili Murati: donna che sale sul treno in corsa
Giuseppe Rinaldi: dott. Jurij Zivago
Maria Pia Di Meo: Lara Antipova
Fiorella Betti: Tonja Gromeko
Bruno Persa: Viktor Komarovskij
Manlio Busoni: generale Evgraf Zivago
Nino Pavese: Aleksandr Gromeko
Sergio Tedesco: Pasa Antipov
Gino Baghetti: Petja
Mario Mastria: tenente, passeggero sul treno
Rosetta Calavetta: madre di Lara
Giovanna Scotto: Anna
Nino Marchetti: cameriere
Dina Perbellini: signora alla festa
Gualtiero De Angelis: soldato nel vagone
Liliana Sorrentino: Katja
Regia David Lean
Soggetto Boris Leonidovic Pasternak (omonimo romanzo)
Sceneggiatura Robert Bolt
Produttore Carlo Ponti
Fotografia Freddie Young
Montaggio Norman Savage
Musiche Maurice Jarre
Scenografia Terence Marsh, Gil Parrondo, Dario Simoni
Costumi Phyllis Dalton
“Aniuska, smettila: i buoni matrimoni li fa Dio, non li facciamo noi.”
“Ci sono due tipi di donne, ed è chiaro che tu non sei del tipo più puro: tu, mia cara, sei da letto.”
“Pavel Pavlovic, la mia impressione è che, non vi offendete, siate molto giovane.
Monsieur Komaronskij, ora non vi offendete voi: la gente migliora con l’età?”
“Sarebbe stato bello incontrarci prima…Anche di un giorno, sì.”
“Ma se il popolo ama la poesia, ama i poeti… e nessuno ama la poesia più di un russo…”
“Ci sono due tipi di uomini, solo due. Quel giovane è del tipo raro. Egli è nobile, ed è puro:
è il tipo d’uomo che il mondo finge di ammirare ma che in realtà disprezza; è il tipo d’uomo che genera sgomento e infelicità, specialmente nelle donne. Capisci? […] E c’è l’altro tipo: non è idealista, non è puro; ma è vivo.
“Tonya, sai suonara la balalaika?
Se la sa suonare? È un’artista!
E chi glielo ha insegnato?
Nessuno!
Allora è un dono, un dono di natura”

Andavano e sempre camminando cantavano eterna memoria, e a ogni pausa era come se lo scalpiccio, i cavalli, le folate di vento seguitassero quel canto.
I passanti facevano largo al corteo, contavano le corone, si segnavano. I curiosi, mescolandosi alla fila, chiedevano: “Chi è il morto?” La risposta era: “Zivago.
” “Ah! allora si capisce.” “Ma non lui. La moglie.” “È lo stesso. Dio l’abbia in gloria. Gran bel funerale.”
DAL ROMANZO
Io non amo la gente perfetta, quelli che non sono mai caduti, non hanno inciampato. La loro è una virtù spenta, di poco valore.
A loro non si è svelata la bellezza della vita.
Sognò […] Da un capo all’altro dell’appartamento, tutta indaffarata, si muoveva rapida e silenziosa Lara, con addosso la vestaglia da mattina infilata in fretta,
e lui la seguiva alle calcagna, importuno, cercando con insistenza di mettere in chiaro qualcosa in modo insulso e a sproposito, mentre lei non aveva nemmeno un minuto da dedicargli,
e alle sue spiegazioni rispondeva continuando a muoversi e limitandosi a volgere il capo dalla sua parte, con silenziosi sguardi perplessi e scoppi innocenti della sua incantevole risata argentina,
unici tratti di intimità ancora rimasti tra loro. E così lontana, fredda e attraente era colei alla quale egli aveva dato tutto, colei che aveva preferito a tutto e a confronto con la quale tutto era
inferiore e privo di valore!

L’opinione di Gcarlo dal sito http://www.mymovies.it
Ho rivisto questo film dopo 30 anni e lo trovo ancora perfetto. Scenografie, ambientazione, personaggi tutto è ancora vivo e palpitante. A distanza di tempo devo rivalutare la figura di Rod Steiger
che di primo acchito tende ad essere offuscata da quella Omar Sharif L’idealista. Tra tutti gli uomini che hanno cooperato alla rovina esistenziale di Lara, si è dimostrato alla fine l’unico in grado di offrirle delle risposte concrete al di là
degli idealismi distruttivi (comunismo e amore) degli altri due uomini della sua vita. Lara è sempre convincente, splendida figura di donna degna di figurare tra i grandi personaggi femminili della letturatura mondiale. E’la vera vittima della vicenda,schicciata dall’egoismo degli uomini
che ha amato:il gaudente, il politico folle, il poeta che non riesce a darle una stabilità relazionale.E’indicibile il carico di sofferenza che
questa donna deve sopportare e c’è sempre un sorriso sulle sue labbra. Lara resterai sempre nel nostro cuore!
L’opinione di Curiosone49 dal sito http://www.filmtv.it
Film-romanzo storico per eccellenza, narra di un medico che passa dall’agiata vita di professionista nella Russia zarista, alle umiliazioni riservate dai bolscevichi alla classe cui appartiene, attraverso gli avvenimenti drammatici della Rivoluzione di Ottobre…. La figura centrale è quella di Yuri Zhivago,
(un bellissimo, quanto amimico Omar Sharif ) che, pur attraversando il disfacimento di uno Paese – la Russia zarista – e di un intero mondo che aveva conosciuto, tenta comunque, per sopravvivere, di adeguarsi al’immagine dell’uomo “nuovo” che la Rivoluzione intende plasmare, riuscendo peraltro ad essere fedele solo a se stesso, al proprio “mestiere”
– sia qui detto con rispetto – di medico…Zhivago infatti non riesce – né lo ha mai voluto – essere l’uomo “nuovo”, ma nemmeno riesce ad essere un fedele marito, né – purtroppo per lui – un assiduo compagno della pur amatissima amante Lara …La passione per Lara lo allontana dalla moglie, costringendolo a sempre più frequenti visite all’amante, finchè,
presa la decisione di non più frequentarla, nel breve percorso tra la casa dell’amante e la propria, verrà ingoiato per ben due anni dalla Rivoluzione…E’ una storia di passioni e di abbandoni, di ricordi struggenti di momenti felici, già vissuti nella banalità del quotidiano, ma poi rivissuti con struggente nostalgia… C’è un’amarezza di fondo che permea il fluire della narrazione,
come di una felicità che si potrebbe raggiungere ma che ci sfugge per un attimo…Zhivago è con Lara, infermiera al fronte…c’è la guerra…ma solo al momento del commiato (il ritorno a casa), ripercorrendo le stanze vuote della villa trasformata in ospedale da campo, si rende conto di quanto fosse importante Lara…
Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com
B. Legnani
Benché la grandiosità sconfini nella lentezza, e benché oggi il film appaia abbastanza lontano dai gusti contemporanei, resta un bel kolossal, ottimamente diretto ed ottimamente interpretato, pure dotato di panorami splendidi. Il tema musicale è passato alla storia. Il finale, riproposto in Palombella rossa, è quasi sadico verso lo spettatore. Da vedere, ma solo se armati di saggia pazienza.
Galbo
Da uno dei capolavori letterari del Novecento, il grande regista inglese David Lean sforna un film epico, nella migliore tradizione hollywodiana. Benché sia certamente un ottimo film, Zivago non riesce a raggiungere il livello dei due grandi capolavori del regista (Lawrence d’Arabia e Il ponte sul fiume Kwai), a causa di una certa lentezza del racconto e dello stile che ne fa un film che ha risentito non positivamente del trascorrere del tempo.
Caesars
Grande affresco della Russia in piena rivoluzione bolscevica, è un ottimo esempio di come si possa realizzare un polpettone romantico (oltre tre ore) ottenendo buoni risultati e non cadendo mai nello stucchevole. David Lean era sicuramente un buon regista (suoi anche gli strapremiati Ponte sul fiume Kway e Lawrence d’Arabia) ed è assecondato alla perfezione da ottimi attori e da una storia molto ben strutturata. Da vedere.
Ciavazzaro
Ottimo, rientra negli annali. Sottolineato dalle ottime musiche del compianto Maurice Jarre e sorretto da un imponente cast (Sharif, la Chaplin, Kinski). Sceneggiatura solida, con finale crudele, si fa vedere piacevolmente nonostante la durata. Da citare il finale.
Gugly
Film romantico per eccellenza che tralascia le riflessioni del romanzo per concentrarsi sulla dolorosa storia d’amore tra Juri e Lara, opportunamente corredati di tema che rimanda alla taiga, alla neve ed al Palazzo d’Inverno. Certamente datato, ma ogni volta sprigiona un fascino a cui è difficile resistere, merito non solo dei protagonisti ma anche dei comprimari, sui quali svettano la dolce Geraldine Chaplin e il burbero Alec Guinness.
Saintgifts
Che molte donne, vicine ai cinquanta, si chiamino Lara, la dice lunga sul successo che il film in questione ha avuto in Italia e non solo. Per non parlare poi del tema musicale, fischiettato a ogni angolo di strada (quando ancora si fischiettava). Un kolossal di tutto rispetto, tratto da un romanzo di tutto rispetto. Lean è riuscito a tradurlo in immagini convenientemente, servendosi di una splendida fotografia e di attori molto in parte che hanno saputo esprimere i caratteri dei personaggi. Il finale lo giudico la ciliegina sulla torta.
Lo scrittore del romanzo,Boris Pasternak
Il regista del film,David Lean
Soundtrack
Le due vite di Mattia Pascal
Una delle poche cose, anzi forse la sola ch’io sapessi di certo era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal. E me ne approfittavo. Ogni qual volta qualcuno de’ miei amici o conoscenti dimostrava d’aver perduto il senno fino al punto di venire da me per qualche consiglio o suggerimento, mi stringevo nelle spalle, socchiudevo gli occhi e gli rispondevo:”
— Io mi chiamo Mattia Pascal.
— Grazie, caro. Questo lo so.
— E ti par poco?
Non pareva molto, per dir la verità, neanche a me. Ma ignoravo allora che cosa volesse dire il non sapere neppur questo, il non poter più rispondere, cioè, come prima, all’occorrenza:
-Io mi chiamo Mattia Pascal.
Questo è l’incipit di Il fu Mattia Pascal,romanzo scritto da Luigi Pirandello e pubblicato per la prima volta nel 1904; una delle sue cose più belle,un romanzo intriso di malinconia e sottile ironia,scritto nella consueta prosa austera dal grande scrittore di Girgenti.
Nel 1985 Mario Monicelli,con l’aiuto alla sceneggiatura di Suso Cecchi D’Amico e Ennio De Concini ricava dal romanzo un film che avrà due versioni distinte,una per la tv di quasi tre ore e una per il cinema di poco più di due ore.Monicelli cambia titolo al romanzo che diventa ora Le due vite di Mattia Pascal e lo trasporta ai giorni nostri,incontrando però la netta ostilità dei critici e una tiepida accoglienza da parte del pubblico.
Reduce da tre grandi successi di cassetta,Il Marchese del Grillo (1981), Amici miei atto II (1982) e Bertoldo Bertoldino e Cacasenno (1984),Monicelli mette in scena una personale rivisitazione del romanzo di Pirandello utilizzando come attore principale per il ruolo di Mattia Pascal Marcello Mastroianni,che in quel1985,anno in cui fu girato il film aveva ben 61 anni ed era quindi lontanissimo dai 30 del protagonista del romanzo.Questa scelta,se assolutamente coerente con la grandezza come attore drammatico di Mastroianni crea non pochi problemi all’economia del film.
Aldilà di questo il film segue in qualche modo il romanzo pirandelliano,raccontando le due vite di Mattia Pascal,uomo di mezza età senza più grandi aspirazioni se non quelle di godersi l’eredità di suo padre. Che però è nelle mani di Malagna,l’amministratore,un tipo losco e dalla dubbia moralità.La vita di Mattia scorre senza sussulti in casa di sua moglie Romilda,nella quale vive anche la madre di lei,una donna assolutamente insopportabile,grezza e gretta.L’unica consolazione è Oliva,la bella figlia di un vecchio dipendente che lo ha reso padre;alla morte di sua madre Mattia,sempre più insofferente della vita priva di emozioni che conduce,decide di partire all’improvviso senza avvisare nessuno. Sceso a Montecarlo,va al Casinò dove con incredibile fortuna vince una grossa somma,bissata anche nelle serate dopo.
La lunga assenza di Mattia viene interpretata come una scomparsa e il ritrovamento di un corpo la cui sagoma assomiglia molto a Mattia convince i parenti che lo stesso è morto e decidono quindi di seppellirlo con tutti gli onori.Ad assistere alla cerimonia c’è lo stesso Mattia,che non visto si guarda bene dallo smentire la sua morte,anzi.Ne approfitta per partire nuovamente destinazione Roma,commettendo però un errore fatale;in preda all’euforia,distrugge i suoi documenti,cosa che rivelerà fatale in seguito.
A Roma cambia il suo nome in quello di Adriano Meis, viene ospitato da una famiglia,della quale fa parte Adriana;tra i due nasce una relazione e la donna resta incinta.Nel frattempo però la fortuna al gioco ha cambiato direzione e ben presto Mattia si trova ad aver sperperato tutto il suo patrimonio e anche pieno di debiti.Così invece di assumersi le proprie responsabilità con Adriana,la pianta in asso e di cancellare la sua nuova identità.
Torna quindi in paese dove però lo attendono amare scoperte:sua moglie,credendosi vedova,ha sposato un suo amico ed ha una bambina,mentre Oliva ha sposato il Malagna,che ha anche riconosciuto il figlio avuto da Mattia.La sua presenza è ora motivo di grosso imbarazzo;gli viene proposto di lavorare come aiutante nella biblioteca del comune,un modo come un altro per toglierselo dai piedi.A Mattia non resta altro da fare che recarsi al cimitero a trovare se stesso e a deporre fiori sulla propria tomba…
Non è certo il miglior Monicelli;il tentativo di ironizzare sulla figura di Mattia Pascal,uomo debole e praticamente viziato da una vita che per lungo tempo non gli ha riservato né dolori ne fatiche non riesce in alcun modo.Il personaggio non è simpatico,anzi;è un piccolo furfante che si atteggia a galletto e che alla fine fugge dalle proprie responsabilità più volte,lasciando sua moglie,la sua amante e infine anche la povera Adriana,alla quale lascia un figlio e una fuga vile.
Monicelli prova a costruire il suo film con un cast di gran livello,che comprende Mastroianni,Senta Berger,Andrea Ferreol,Flavio Bucci,Bernard Blier,Laura Morante,affidando le note musicali a quello che sarebbe diventato in seguito il grande Nicola Piovani e il montaggio a Ruggero Mastroianni,la fotografia al bravissimo Camillo Bazzoni ma il risultato non è dei migliori.Come molti spettatori hanno acutamente notato,Pirandello non è autore facile;il suo linguaggio descrittivo mal si presta a trasposizioni sullo schermo e l’opera di Monicelli non fa eccezione. Costruito più per la tv che per il cinema,alla fine scontenta entrambe le platee;troppo lunga la versione tv,con riassunti nelle tre puntate in cui è diviso il film da parte di Mastroianni (lunghi e francamente noiosi) poco convincente quella cinematografica,stringata ma non certo affascinante.Sicuramente a influire è proprio la presenza di Mastroianni,bravo ma assolutamente inadatto a interpretare la parte del gaudente e tutto sommato vigliacchetto Mattia Pascal.
Manca profondità psicologica,al lavoro di Monicelli.La vigliaccheria,la morbida accettazione del proprio status di gaudente,i tradimenti di Mattia Pascal potevano diventare grandi spunti di riflessione,come nell’opera pirandelliana.Il tema del doppio,la sconcertante presenza del “fu” che invece è,il tema delle maschere,ancora una volta presente in Pirandello nel film di Monicelli sono corpi estranei.
Forse non è colpa della modernizzazione del racconto,quanto piuttosto della scarsa vena di Monicelli,che non fa mai sfoggio del suo leggendario umorismo che spessissimo sfociava nel sarcasmo.Comunque sia,non certo un prodotto da gettare,anzi;bene il buon cast,discrete musiche e ottima la fottografia.
Certo,con quel po po di roba si poteva e doveva fare di più.
Il film è disponibile nella versione completa su You tube agli indirizzi https://www.youtube.com/watch?v=0HY0ng8cK-k (parte prima), https://www.youtube.com/watch?v=zcZwRPSwD4A (parte seconda) e https://www.youtube.com/watch?v=Gxqegmp7Tgg (parte terza)
Le due vite di Mattia Pascal
Un film di Mario Monicelli. Con Marcello Mastroianni, Carlo Bagno, Caroline Berg, Bernard Blier , Rosalia Maggio, Alessandro Haber, Senta Berger, Flavio Bucci, Andréa Ferréol, Peter Berling, Laura Morante, Victor Cavallo, Roberto Accornero, Giuseppe Cederna, Clelia Rondinella Commedia, durata 150 min. – Italia 1985.
Marcello Mastroianni: Mattia Pascal – Adriano Meis
Senta Berger: Clara
Flavio Bucci: Terenzio Papiano
Laura Morante: Adriana Paleari
Laura del Sol: Romilda Pescatore
Caroline Berg: Véronique
Andréa Ferréol: Silvia Caporale
Bernard Blier: Anselmo Paleari
Alessandro Haber: Mino Pomino
Néstor Garay: Giambattista Malagna
Rosalia Maggio: Marianna Dondi, vedova Pescatore
Clelia Rondinella: Oliva Salvoni
Carlo Bagno: Pellegrinotto
Flora Cantori: madre Di Mattia
Helen Stirling: Zia Scolastica
François Marinovich: Padre di Pomino
Elettra Mancini Ferrua: Domestica casa Pascal
Maria Paola Sutto: Prostituta
Paul Muller: Ladro a Montecarlo
Victor Cavallo: Avv. Settebellezze
Tonino Proietti: Amante di Clara
Giuseppe Cederna: un prestasoldi
Peter Berling: Aristide Melainassis
Roberto Accornero: Suicida a Montecarlo
Alessandro Varesco: Giovane jettatore
Enio Drovandi: Ernesto Piromalli
Anna Marzetti Antonelli: Dudù, ragazza punk
Carmine Faraco: un pregiudiato
Gianni Baghino: il funzionario delle poste
Stefano Mazzitelli: portiere d’albergo
Alessandra Morreale, Margherita Soldi, Luca Infelici, Marco Infelici: Bambini
Regia Mario Monicelli
Soggetto Luigi Pirandello (romanzo Il fu Mattia Pascal)
Sceneggiatura Suso Cecchi D’Amico, Ennio De Concini, Mario Monicelli, Amanzio Todini
Produttore Carlo Cucchi, Silvia D’Amico Bendico
Casa di produzione Antenne 2 (TV francese)
Fotografia Camillo Bazzoni
Montaggio Ruggero Mastroianni
Effetti speciali Delio Catini
Musiche Nicola Piovani
Scenografia Lorenzo Baraldi
Costumi Gianna Gissi
Trucco Giuseppe Banchelli
Da Il fu Mattia Pascal:Mattia diventa Adriano
Subito, non tanto per ingannare gli altri, che avevano voluto ingannarsi da sè, con una leggerezza non deplorabile forse nel caso mio, ma certamente non degna d’encomio, quanto per obbedire alla Fortuna e soddisfare a un mio proprio bisogno, mi posi a far di me un altr’uomo.
Poco o nulla avevo da lodarmi di quel disgraziato che per forza avevano voluto far finire miseramente nella gora d’un molino. Dopo tante sciocchezze commesse, egli non meritava forse sorte migliore.
Ora mi sarebbe piaciuto che, non solo esteriormente, ma anche nell’intimo, non rimanesse più in me alcuna traccia di lui.
Ero solo ormai, e più solo di com’ero non avrei potuto essere su la terra, sciolto nel presente d’ogni legame e d’ogni obbligo, libero, nuovo e assolutamente padrone di me, senza più il fardello del mio passato, e con l’avvenire dinanzi, che avrei potuto foggiarmi a piacer mio.
Ah, un pajo d’ali! Come mi sentivo leggero!
Il sentimento che le passate vicende mi [p. 103 modifica]avevano dato della vita non doveva aver più per me, ormai, ragion d’essere. Io dovevo acquistare un nuovo sentimento della vita, senza avvalermi neppur minimamente della sciagurata esperienza del fu Mattia Pascal.
Stava a me: potevo e dovevo esser l’artefice del mio nuovo destino, nella misura che la Fortuna aveva voluto concedermi.
-E innanzi tutto, — dicevo a me stesso, — avrò cura di questa mia libertà: me la condurrò a spasso per vie piane e sempre nuove, nè le farò mai portare alcuna veste gravosa. Chiuderò gli occhi e passerò oltre appena lo spettacolo della vita in qualche punto mi si presenterà sgradevole. Procurerò di farmela più tosto con le cose che si sogliono chiamare inanimate, e andrò in cerca di belle vedute, di ameni luoghi tranquilli. Mi darò a poco a poco una nuova educazione; mi trasformerò con amoroso e paziente studio, sicchè, alla fine, io possa dire non solo di aver vissuto due vite, ma d’essere stato due uomini.
Finale
Ho messo circa sei mesi a scrivere questa mia strana storia, ajutato da lui. Di quanto è scritto qui egli serberà il segreto, come se l’avesse saputo sotto il sigillo della confessione.Abbiamo discusso a lungo insieme su i casi miei, e spesso io gli ho dichiarato di non saper vedere che frutto se ne possa cavare.
— Intanto, questo, — egli mi dice: — che fuori della legge e fuori di quelle particolarità, liete o tristi che sieno, per cui noi siamo noi, caro signor Pascal, non è possibile vivere.Ma io gli faccio osservare che non sono affatto rientrato nè nella legge, nè nelle mie particolarità. Mia moglie è moglie di Pomino, e io non saprei proprio dire ch’io mi sia.Nel cimitero di Miragno, su la fossa di quel povero ignoto che s’uccise alla Stia, c’è ancora la lapide dettata da Lodoletta:
colpito da avversi fati
MATTIA PASCAL
bibliotecario
cvor generoso anima aperta
qvi volontario
riposa
—la pietà dei concittadini
qvesta lapide pose
Io vi ho portato la corona di fiori promessa e ogni tanto mi reco a vedermi morto e sepolto là. Qualche curioso mi segue da lontano; poi, al ritorno, s’accompagna con me, sorride,e — considerando la mia condizione — mi domanda:— Ma voi, insomma, si può sapere chi siete?Mi stringo nelle spalle, socchiudo gli occhi e gli rispondo:— Eh, caro mio… Io sono il fu Mattia Pascal.
L’opinione di sasso67 dal sito www.filmtv.it
È inevitabile confrontare un film come questo con l’opera letteraria dalla quale è tratto, sebbene si tratti di uno di quei lavori “liberamente ispirati a”. Se però si riesce a prescindere dalla derivazione letteraria, si può apprezzare un lavoro che, soprattutto nell’ultima parte, quando la riflessione sulla propria identità si fa più pressante, mantiene intatte le tematiche sollevate a suo tempo da Pirandello e che mantengono a tutt’oggi la loro validità. Pur con tutti i difetti di un’opera non completamente riuscita – i difetti della coproduzione, un eccesso di macchiettismo, un Mastroianni che sa dare giusti accenti al Mattia Pascal anziano, ma assai meno a quello giovane – Le due vite di Mattia Pascal, almeno nella versione lunga destinata alla TV, è uno spettacolo che riesce a colpire e a far riflettere lo spettatore. Anziché rimproverare gli autori per una scarsa fedeltà al romanzo pirandelliano, lamenterei casomai una certa mancanza di coraggio, nel non avere azzardato un film che prendesse spunto dalle tematiche dello scrittore siciliano, per una riflessione valida oggi come ai primi del Novecento. In fondo, al cinema italiano, è mancato e manca un Pirandello.
L’opinione di Guru dal sito http://www.davinotti.com
Ispirato al romanzo di Pirandello, il soggetto televisivo lascia spazio alla fantasia richiamando a tratti i canoni fondamentali dell’opera primaria. Pesante la durata (circa tre ore!) e poco apprezzabile anche la scelta di Mastroianni nei panni del protagonista. Il personaggio non elabora in profondità la sua crisi di identità, rimane distaccato e quasi fatalista con un atteggiamento che contrasta con la ricerca interiore della libertà e del proprio “io”. Non entusiasmanti neppure gli altri interpreti.
L’opinione di Olotiv dal sito http://www.davinotti.com
Difficile da giudicare se si è letto e apprezzato il romanzo da cui il film è liberamente tratto. Mastroianni forse un po’ troppo maturo per interpretare Mattia-Adriano, ma sono azzeccate la sua svagatezza e ingenuità. Alessandro Haber è perfetto nei panni di Mino Pomino, così come la Morante in quelli della timida Adriana. Flavio Bucci è poco più che un cameo nei panni di Terenzio Papiano. L’aver ambientato le vicende negli anni ottanta non altera troppo la sostanza, ma i personaggi “apocrifi” della borgatara Clara e della punk potevano risparmiarli.
Il giocattolo
La rivincita di un uomo qualunque.O anche la giustizia fai da te che si sostituisce all’ordine costituito.O ancora una pistola come prolunga fallica in grado di diventare una ragione di vita.O altro ancora,scegliete voi.Le chiavi di lettura di Il giocattolo sono tante,molteplici.
E ognuna si incastra perfettamente nella sceneggiatura del film che Giuliano Montaldo dirige nel 1979 in un momento storico particolarmente confuso;l’Italia è ancora sotto choc dal cruento episodio di Via Fani,durante il quale ha scoperto un terrorismo ormai avviato allo scontro frontale con lo stato e senza più mediazioni.La parabola crudele e violenta del terrorismo stesso sta per volgere al termine (anche se ci saranno colpi di coda negli anni 80) ma questo gli italiani non lo sanno.C’è solo molta paura,in giro,c’è voglia di sicurezza,di tranquillità.Invece gli episodi cruenti legati al terrorismo e alla malavita organizzata (sono gli anni della banda della Magliana) hanno diffuso insicurezza e instabilità.
Montaldo scrive una sceneggiatura in cui questi temi entrano da una porta secondaria,almeno all’apparenza;viceversa una lettura attenta propongono drammaticamente sullo sfondo le vere motivazioni del film,nel quale il personaggio di Barletta,uomo placido e dalla vita qualunque viene coinvolto in qualcosa molto più grande di lui e finisce per diventare un simbolo della ribellione del cittadino qualsiasi alla violenza quotidiana.Ma non bisogna farsi attrarre dalla facile lettura univoca di questo aspetto del film;nello stesso sono toccati più temi,quello dell’amicizia e quello del quotidiano di una vita anonima,quello del sociale e quello del quotidiano di tutti coloro che si trovarono a vivere quegli anni straordinari ma al tempo stesso così complicati,in un periodo storico che traghettò l’Italia dagli anni di piombo agli incredibili anni ottanta,quelli del tutto è a portata di mano e quelli della vita da cicale che avrebbero fatto da incubatrice alla grande crisi socio economica degli anni duemila.
Il protagonista della pellicola è un uomo assolutamente e totalmente anonimo, il ragionier Vittorio Barletta;vita tranquilla,una delle tantissime nascoste nelle pieghe di una metropoli violenta e disumanizzante,vita condizionata dalla frustrazione sul lavoro ma sopratutto dalle precarie condizioni di salute di sua moglie Ada.L’unica consolazione del “ragiunier” sono gli orologi,che Vittorio ama e ai quali dedica il tempo libero;il lavoro è frustrante,sopratutto perchè Vittorio lo svolge alle dipendenze di un suo ex compagno di scuola,Nicola Griffo, che lo fa lavorare alle sue dipendenze non certo per amicizia.Griffo è un’affarista senza scrupoli,che ha trovato in Vittorio un comodo e servile collaboratore sul quale scaricare le eventuali responsabilità di affari sporchi nei quali quotidianamente si muove.
Così Vittorio divide un’esistenza soffocante, disumanizzante, stretto fra una falsa amicizia,un lavoro insoddisfacente e una moglie malata.Sarà una rapina in un supermercato a segnare una svolta imprevedibile nella sua vita.Coinvolto nella sparatoria seguente all’atto criminale,Vittorio resta ferito seriamente ad una gamba;durante la riabilitazione conosce un poliziotto,Sauro Civera,che gli mostra immediatamente simpatia.Vittorio è meridionale come Sauro,napoletano;la matrice comune,l’identità che i due ritrovano nel sentire e nel vedere,in quell’essere emigrati in una terra fondamentalmente ostile li avvicina e tra loro nasce un rispetto e un’amicizia solida.
Sarà il poliziotto a cambiare per sempre la vita di Vittorio il giorno in cui lo porta ad un poligono e gli fa sparare i primi colpi di pistola.Sotto lo sguardo allibito dell’istruttore del poligono (il compianto Daniele Formica),Vittorio mostra un talento naturale nell’uso della pistola tanto da centrare tutti i bersagli.Sauro regala a Vittorio una pistola,che lo stesso avrà modo di usare contro un bersaglio umano una sera nella quale le vite dei due finiscono per dividersi definitivamente;Sauro muore in un conflitto a fuoco e Vittorio uccide uno dei banditi.
Per il ragionier Barletta la vita diventa un incubo.Se per i cittadini è un eroe che ha fatto vendetta da se,per i malviventi è diventato un nemico.Vittorio viene perseguitato con minacce,mentre la situazione di salute di sua moglie continuano a peggiorare.Con il cuore colmo di angoscia la vita prosegue,ma sempre più alienante;una sera Vittorio viene circondato da alcuni malviventi. Dopo aver finto paura,spara e ferisce alcuni malviventi.Ora non è più solo un giustiziere ma anche un uomo pericoloso,che la polizia incrimina per eccesso di legittima difesa.La situazione precipita.Vittorio viene incarcerato proprio mentre sua moglie si aggrava;una sera riceve la visita della figlia di Griffo,Patrizia,che lo seduce e poi racconta tutto a suo padre.Griffo decide di licenziare Vittorio,non prima di essersi re intestato conti e danari detenuti da Vittorio.Ora per il ragioniere è davvero finita.
Medita vendetta e di usare per l’ultima volta il giocattolo,la sua fedele pistola ma…Un Nino Manfredi una volta tanto non romano presta il volto all’anonimo Vittorio Barletta con misura e drammaticità,come del resto richiesto dalla sceneggiatura.Alla quale collaborò lo stesso attore ciociaro,mostrando la sua poliedricità come autore e sopratutto un camaleontismo incredibile come attore.Basti pensare alle due grandi interpretazioni successive in Cafè express e in Nudo di donna (terza e ultima regia dell’attore),in cui metterà in scena due personaggi differenti e complessi.
Il giocattolo è un film molto interessante, al quale si può riconoscere un difetto grosso anche se non capitale,ovvero l’aver voluto mettere troppa carne al fuoco contemporaneamente alla descrizione della figura,tutto sommato dolente,di un ragioniere qualsiasi alle prese con vicende troppo più grandi di lui.Ma la regia scorre veloce e grazie ad un cast estremamente misurato e di valore naviga a gonfie vele fino all’amaro finale e alle parole profetiche (un po retoriche) che Barletta e sua moglie pronunciano,
””Ma dove sono tutti?”
“E dove sono? Sono tutti lì davanti alla televisione!”
“Ma qualcuno avrà pure sentito lo sparo…?”
“Ma ormai chi vuoi che s’accorga di un colpo di pistola?”
Una resa del cittadino qualunque che capisce di essere un granello di sabbia in un deserto.Sicuramente a tratti affiora l’ombra del qualunquismo,alcune scene e alcuni concetti sono davvero tagliati con l’accetta.Ma l’impianto narrativo resta di prim’ordine e la maschera dolente di Manfredi copre alcune inevitabili grossolanità della trama.Tributi a Un borghese piccolo piccolo di Monicelli (la vendettad i un uomo qualsiasi in questo caso sull’assassino del figlio),Il giustiziere della notte (un uomo abile con la pistola fa giustizia da se) e L’arma di Squitieri.Per quanto riguarda il citato cast,straordinario Arnoldo Foa, unico nei ruoli di “antipatico”,che spesso gli venivano affidati per quella sua aria a metà strada tra il canagliesco e l’aristocratico.Bravissimo il compianto Vittorio Mezzogiorno,bravissimo nel ruolo del poliziotto Sauro che inizierà Barletta all’uso della pistola,mentre decisamente brave sono le principali interpreti femminili,ovvero Marlene Jobert che rende perfettamente la fragile e malata Ada,Pamela Villoresi nel ruolo della figlia di Griffo,Patrizia (memorabile la scena dei “gorillini”che intende rifilare al padre) e infine Olga Karlatos,nobile e bellissima nel ruolo della moglie dello scaltro Nicola Griffo.
Molte luci,mescolate a diverse ombre; Montaldo passa dalle biopic Giordano Bruno e Sacco e Vanzetti ad una storia che comunque affonda le radici nella storia degli anni di piombo.Lo fa a modo suo,con lucidità ma anche con mano pesante.Un film controverso,comunque da vedere.
Pur passando spesso in tv,Il giocattolo non ha ancora una versione digitale.E’ presente in una versione presa dalla tv su You tube all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=f8Hif5fxvTU
Il giocattolo
Un film di Giuliano Montaldo. Con Nino Manfredi, Olga Karlatos, Marlène Jobert, Pamela Villoresi, Arnoldo Foà, Vittorio Mezzogiorno, Loris Bazzocchi, Mario Brega, Mario Cecchi, Carlo Bagno, Luciano Catenacci, Arnaldo Ninchi, Renato Scarpa, Daniele Formica Drammatico, durata 118 min. – Italia 1979
Nino Manfredi: Il ragioniere Vittorio Barletta
Olga Karlatos: Laura Griffo
Marlène Jobert: Ada, sua moglie
Pamela Villoresi: Patrizia Griffo
Arnoldo Foà: Nicola Griffo
Vittorio Mezzogiorno: Sauro Civera
Loris Bazzocchi
Mario Brega: Un rapinatore
Mario Cecchi
Carlo Bagno: Lo scopino del carcere
Luciano Catenacci: “Gorilla” di Griffo
Arnaldo Ninchi: L’intervistatore della tv
Renato Scarpa: L’armaiuolo
Daniele Formica: Gualtiero l’istruttore di tiro
Margherita Horowitz: Proprietaria della pizzeria

Regia Giuliano Montaldo
Soggetto Sergio Donati
Sceneggiatura Sergio Donati, Giuliano Montaldo, Nino Manfredi
Produttore Claudio Mancini, Sergio Leone
Fotografia Ennio Guarnieri
Montaggio Nino Baragli
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Luigi Scaccianoce
Costumi Franco Carretti, Erminia Ferrari Manfredi
“Eh, non lo so! Oggi si rischia la vita tutti i minuti; vale la pena di curarsi il mal di testa? Non lo so, fai te!”
“Questa è una 38 con bam masterpiece, canna da 165, 1332 gr. di peso, massima precisione, è un fatto di balistica, ma voi che cazzo ne sapete di balistica?”
L’opinione di Will Kane dal sito www.filmtv.it
Inquadrato fin dall’inizio come un uomo pavido e alle prese con situazioni troppo grosse per lui, Vittorio è un ometto sulla cinquantina senza pretese, che conduce una vita familiare monotona, ha una moglie con cui comunica relativamente, e spesso preferisce occuparsi della riparazione della sua collezione di orologi:fin quando non si ritrova nel bel mezzo di una rapina in un supermercato, dopodichè gli entra una fissa per le pistole e monta in lui una paranoia sempre crescente che lo porta ad affezionarsi troppo al peso di un’arma in mano. Su un tema del genere uscì, quasi contemporaneamente, “L’arma” di Squitieri con Stefano Satta Flores, ed è chiarissimo il riferimento all’operazione di Monicelli-Sordi con la riuscita di “Un borghese piccolo piccolo”. Anche se il cast tecnico è di prima categoria(Morricone però fa un pò troppo il verso a se stesso e “Indagine su un cittadino…”), Montaldo infarcisce di eccessi retorici copione e film fino a renderlo da drammatico grottesco, vedasi l’incredibile declamazione finale in una scena altrimenti di forte impatto, e non sfrutta bene un Manfredi che vorrebbe ripetere il numero di Albertone in veste violenta:abbastanza ambiguo nella fin troppo sottolineata tesi di base( la violenza è punita solo se a praticarla è un poveraccio come il protagonista? e allora che deve fare un uomo per recuperare rispetto e dignità, secondo la sceneggiatura), “Il giocattolo” sembra andare avanti a tastoni, dimenticandosi di un personaggio imprescindibile per la storia come quello di Vittorio Mezzogiorno dopo la sua dipartita.E se la coppia al centro della vicenda ha momenti di credibilità concreta, soprattutto quando l’uomo, di fronte alle difficoltà adotta un modo di reagire bambinesco e passivo, molti dei personaggi di contorno sembrano tagliati con l’accetta.
Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com
B. Legnani
Incredibile come il film, dopo un primo tempo davvero buono, crolli nel secondo, laddove l’accettabile romanzesco si fa inverosimiglianza allo stato puro, ma non quella che s’amalgama col grottesco, bensì quella che fa dire “ma non è possibile…”, fino al bruttissimo, gratuito finale (non sapevano come chiudere il film?). Manfredi bravissimo, anche se talora la sagace ironia tipica dei suoi caratteri non si sposa benissimo col personaggio. Grandi pure Foà e Mezzogiorno: molto più del film, se viene preso nel suo complesso.
Galbo
Vero e proprio noir italiano, il film di Giuliano Montaldo è per molti versi complementare al capolavoro di Monicelli Un borghese piccolo piccolo. Gran parte del merito per la riuscita del film va ad un ottimo Nino Manfredi, che riesce a rendere con molta efficacia il ruolo di un uomo qualunque, completamente soggiogato dal possesso di un’arma che diventa mezzo per l’affermazione della propria personalità.
Homesick
Storia tragica che affronta i temi della delinquenza dilagante, il diritto alla legittima autodifesa, i rischi della giustizia privata, lo sciacallaggio e il cinismo dei giornalisti, le contraddizioni della legge. Superlativi Manfredi, che passa con disinvoltura dal comico al drammatico, lo spregiudicato affarista Foà, la malinconica ed apprensiva Jobert, la ninfomane Villoresi, il gagliardo Mezzogiorno. Da vedersi parallelamente a L’arma di Squitieri, con il quale, tra l’altro, condivide l’idea della pistola come estremo rimedio ad una virilità frustrata.
Markus
Il regista Giuliano Montaldo si cimenta nella commedia, narrando la vicenda drammatica di un modesto ragioniere, timido e riservato di giorno, ma giustiziere di notte (il richiamo a Il giustiziere della notte è evidente), adattandolo al clima terroristico dei nostri anni di piombo e aggiungendoci l’aggravante di aspetti psicologici che turbano il rapporto di coppia tra il ragioniere e la moglie, oltre che molti aspetti della società malsana, per altro ancora molto attuali.
Cangaceiro
Altra variazione italiana sul tema de Il giustiziere della notte dopo Un borghese piccolo piccolo. Manfredi dosa bene il suo sarcasmo e conferma una volta di più la propria bravura nei panni del povero Cristo solo e sprovveduto con moglie malaticcia a carico. Montaldo conferisce alla vicenda un’atmosfera cupa e plumbea che colpisce molto. La storia però soprattutto nella seconda parte perde di veridicità, risultando approssimativa, con un finale troppo melodrammatico e improbabile. Perfetta comparsata di Mezzogiorno, ossessive le musiche di Morricone.
In nome del Papa re
«Qui non finisce perché arrivano gli italiani, gli italiani arrivano proprio perché è finita»
Queste parole,pronunciate dal Cardinale Colombo da Priverno al suo fido perpetuo tre anni prima di quel fatidico 20 settembre 1870,giorno in cui cadde il potere temporale dei papi, rendono appieno il tramonto di un’epoca,durata un periodo lunghissimo,oltre 1100 anni,
I fatti narrati nel film del quale è protagonista assoluto proprio Mons.Colombo avvengono nel 1867,anno nel quale venne pronunciata l’ultima condanna a morte da parte della chiesa ai danni di due patrioti ,Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti, accusati di aver provocato una strage facendo saltare la caserma Serristori in Roma causando la morte di oltre venti Zuavi.
Avvenimenti,quelli narrati dal regista Luigi Magni,recentemente scomparso,che squarciano l’oscurità che avvolge un periodo storico rimosso troppo in fretta dai libri di storia e che testimoniano l’aberrazione morale e ideologica di una religione che dimentica di sana pianta il perdono e finisce per utilizzare gli strumenti di uno stato per eliminare i “nemici”,colpevoli solo di opporsi ad una secolare ingiustizia rappresentata da un potere religioso asfissiante,che ottenebrò per secoli le coscienze delle masse a tutto vantaggio dei poteri costituiti.

Luigi Magni,autore della trilogia ideale che include oltre a In nome del papa re il bellissimo Nell’anno del Signore (1969) e il più discontinuo In nome del popolo sovrano (1990 ) narra l’episodio storico citato con garbo e ironia,creando la figura del Cardinale Colombo (peraltro storicamente esistita) e portando sullo schermo molto liberamente il racconto I segreti del processo Monti e Tognetti di Gaetano Sanvittore ,scritto in uno stile arguto e scanzonato ad onta della serietà dell’argomento trattato.
Magni fustiga senza pietà,dietro una narrazione quasi leggera ma al tempo stesso drammatica,i fatti di sangue di quel 1867 che vide la morte dei due patrioti,assassinati da un potere ormai logoro che tentava disperatamente di restare abbarbicato ad anacronistici splendori di un tempo irrimediabilmente dissolto.
La figura di Colombo,uomo pieno di buon senso in netta contrapposizione con i suoi colleghi miopi ai limiti della patologia giganteggia in un mondo di pigmei,addormentati dietro i sogni di uno splendore passato;celebre la scena del consiglio dei cardinali che deve decidere del destino dei due patrioti con un cardinale che si sveglia dal sonno per votare a favore della condanna a morte.
Una scena dolorosa,che stigmatizza e punta l’indice su un potere assoluto ormai corrotto e moribondo,come la corte di ruffiani che circondava la Santa sede e papa Pio IX, uomo ambiguo e machiavellico che alla fine sarà addirittura beatificato da papa Giovanni Paolo II nonostante la terribile macchia delle esecuzioni avvenute durante il suo pontificato.

Tornando al film,i protagonisti in realtà sono due;il citato Cardinale Colombo e l’epoca storica in cui avvennero i fatti narrati.
L’epoca è quindi quella del tramonto del potere temporale,a cui i fatti narrati dettero un colpo mortale.
Nel film viene raccontata la storia di Cesare Costa,il giovane figlio illegittimo della Contessa Flaminia accusato insieme agli amici Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti di aver provocato la strage descritta in inizio di narrazione;la donna,per salvare il figlio,si rivolge al Cardinale Colombo,rivelandogli che il ragazzo è suo figlio,frutto della relazione intercorsa tra i due anni addietro.
L’improvvisa scoperta della paternità mette in crisi Colombo,che tuttavia decide di intervenire nascondendo in casa sua sia il Costa che Teresa,la giovane fidanzata del ragazzo.
Un’operazione che si rivelerà inutile;Colombo non riuscirà a salvare il ragazzo,che verrà ucciso dal Conte Ottavio, marito di Flaminia che lo crede amante della moglie né i due patrioti,che verranno giustiziati dopo un processo farsa nel quale nonostante la difesa appassionata di Colombo verrà decretata la morte dei due giovani.
Il film termina con la presa di Porta Pia, che finalmente abbatterà un potere marcio e sanguinario e consegnerà Roma all’Italia e restituirà almeno in parte la Chiesa ad un ruolo storico più defilato,anche se purtroppo molto influente nel secolo successivo.
Magni descrive attentamente il periodo storico,creando figure dolenti come quella di Colombo e paradossali come quella del Generale gesuita,il cosiddetto papa nero,al quale il Cardinale,con un gesto di estremo coraggio nega l’assoluzione e la comunione nel drammatico finale.
Film anticlericale,sicuramente.
Ma con tante buone ragioni.

Le figure legate alla chiesa appaiono grottesche nel film,disumane,come del resto è disumano un potere che si arroga il diritto di giustiziare due giovani vite dimenticando in toto le fondamenta stesse della fede e sopratutto il perdono.
Ma Magni bada più a fornire un quadro storico degli avvenimenti il più veritiero possibile;ci riesce grazie anche alla presenza di un gigantesco Manfredi,in un uno dei suoi ruoli drammatici più intensi della carriera,quello dell’ironico,dolente e arguto Colombo,uomo in crisi non tanto con la fede quanto con le gerarchie ecclesiali,che avverte lontanissime anni luce dalla gente e dalla realtà.
L’appassionato discorso che Colombo/Manfredi tiene davanti al Sant’Uffizio resta una delle cose più importanti della carriera di Manfredi.
L’ironia mista a disperazione e consapevolezza dell’inutilità delle proprie parole sono rese in modo magistrale dal grande attore ciociaro.
Magni,dopo aver utilizzato Manfredi nel ruolo di Pasquino nel suo bellissimo Nel giorno del signore,film nel quale aveva scritturato un cast all stars (la Cardinale,Sordi,Tognazzi,Salerno,Hossein,lo stesso Manfredi ecc.) sceglie per questo film dei comprimari di grande valore,come Carlo Bagno, godibile e insuperabile partner di Manfredi nel ruolo del perpetuo saggio ma anche petulante,come salvo Randone,luciferino nel ruolo del generale dei Gesuiti e la bravissima Carmen Scarpitta nel ruolo della contessa Flaminia.

Il gruppo è ben affiatato,la sceneggiatura è ottima,i costumi dell’epoca ricostruiti fedelmente,la colonna sonora (e la bandiera di tre colori è sempre stata la più bella,noi vogliamo sempre quella noi vogliam la libertà) adeguata e in tema.
Bisogna però tornare un attimo sul ruolo di Manfredi;serio,arguto e faceto,malinconico e irriverente,il suo cardinale Colombo appartiene più alla sfera dei grandi che al limitato e indolente mondo ecclesiale;un pensatore che usa troppo il cervello e poco l’obbedienza (come suggerirebbe il generale dei Gesuiti) e quindi assolutamente pesce fuor d’acqua e pecora nera del gregge ecclesiale.
La mimica e il volto di Manfredi si adattano e di volta in volta sembrano fondersi in una maschera quasi tragica,quella del testimone di un mondo in dissoluzione, rappresentante suo malgrado di un ordine,di una “specie” ormai condannata dalla storia.
Perchè tale appare la gerarchia ecclesiastica,nel film;una casta ancorata ai privilegi,fantasma muto di un’epoca per fortuna scomparsa,oscurantista e corrotta,che ha prodotto guasti incalcolabili nel corso della storia.
Bravo quindi Magni a stigmatizzare con l’ironia quel potere,senza usare il becero anticlericalismo immotivato di altri suoi colleghi.
Un film assolutamente fondamentale per capire e conoscere un’epoca così travagliata come quella raccontata nel film.
In nome del Papa re
Un film di Luigi Magni. Con Nino Manfredi, Carmen Scarpitta, Danilo Mattei, Ron, Giovannella Grifeo,Carlo Bagno, Ettore Manni, Salvo Randone, Camillo Milli, Giovanni Cianfriglia, Gabriella Giacobbe, Renata Zamengo, Luigi Basagaluppi, Giovanni Rovini Drammatico, durata 105 min. – Italia 1977.
Nino Manfredi: mons. Colombo da Priverno
Danilo Mattei: Cesare Costa
Carmen Scarpitta: contessa Flaminia
Giovannella Grifeo: Teresa
Carlo Bagno: il perpetuo Serafino
Ettore Manni: conte Ottavio
Gabriella Giacobbe: Maria Tognetti
Camillo Milli: don Marino
Rosalino Cellamare: Gaetano Tognetti
Giovanni Rovini: presidente tribunale
Salvo Randone: Generale Gesuita
Nino Dal Fabbro: procuratore
Renata Zamengo: Lucia Monti
Luigi Basagaluppi: Giuseppe Monti
Regia Luigi Magni
Soggetto Gaetano Sanvittore (romanzo I segreti del processo Monti e Tognetti)
Sceneggiatura Luigi Magni
Produttore Franco Committeri
Casa di produzione Jupiter Generale Cinematografica
Fotografia Danilo Desideri
Montaggio Ruggero Mastroianni
Musiche Armando Trovajoli
Scenografia Lucia Mirisola
Costumi Lucia Mirisola
“Sembra ieri che i leoni ce se magnavano ar colosseo”
“A Roma cambiano i tempi ma tanto chi se ne accorge;magari ve credete che siamo qui ancora a condannare Giordano Bruno”
“La nostra legge non cambia:deriva direttamente dal vangelo.
“Noi crediamo nell’obbedienza,loro nelle bombe;e certo che hanno torto ma non per questo abbiamo ragione noi”
“Le greggi vanno di qua,vanno di la,vanno dove capita;ma il pascolo è tutto del signore”
“E mo’ me poi pure sparà, perché m’hai gia sparato!”
“Però, mori’ a vent’anni fa incazzà.
Eh…i ribelli morono sempre a vent’anni: pure quando nun morono. “
“D’altra parte, io come lo crescevo? Lo mandavo alla caccia alla volpe, lo allevavo tra servi e carrozze, lo facevo diventare come il conte Ottavio… un imbecille. “
“Giovanotti, a Roma c’è la guerra, è inutile che se lo nasconnemo. E qui so’ zompati per aria ventitré soldati di un esercito che, siccome è er nostro, ce po’ pure dispiace’, ma sapete chi è stato a falli zompa’? […] soldati di un altro esercito che non è il nostro, un esercito in borghese. Ma stiamo attenti, eccellentissimi padri, che quando un esercito è in borghese, è un esercito di popolo, e cor popolo, ce se sbatte sempre er grugno. “
I misteri del processo Monti e Tognetti, di Gaetano Sanvittore
Il prete di vettura.
“V’ha in Roma una classe di preti diseredati, che non hanno alcuna
parte nell’orgia dei lauti _piatti_ e delle grasse prebende. Questi
sciagurati vengono chiamati comunemente _preti di vettura_.
Per essi il maggior provento di lucro è quello che traggono dai
mortori; e perciò a somiglianza dei corvi costoro fiutano l’odore dei
morti, e calano a stormo sul fresco cadavere di un estinto.
La loro opera, tanto per l’_associazione_, come per la messa, viene
appigionata da un sensale, che contratta _a cottimo_ col sagrestano
della parocchia, gli fornisce un dato numero di preti, e distribuisce
a ciascuno di essi la dovuta mercede. La parte migliore del mortorio
rimane naturalmente al sensale e al sagrestano; quelli che ne ricavano
minor profitto sono i preti di vettura.
Questi preti traggono dunque una magra esistenza, accanto alle
lautezze dei prelati e dei cardinali. Potrebbero paragonarsi al
mendico che raccatta le briciole sotto la mensa dell’Epulone.
Un prete di vettura, fra i cinquanta e i sessant’anni, piccolo, magro,
con un viso da buon uomo, su cui stavano dipinte le afflizioni di una
vita stentata, il quale rispondeva appunto al nome di don Omobono,
sgambettava per le vie di Roma, nella mattina del giorno 22 ottobre
1867.
Il suo cappello colle ale disfatte, il suo abito stretto e monco, le
calze di un nero rossastro, e le scarpe scalcagnate attestavano lo
stato poco florido delle sue finanze; mentre i lineamenti del suo
volto smunto portavano l’impronta della timidezza e della
rassegnazione.”
L’opinione di Paolo89 dal sito http://www.mymovies.it
Chiamatelo come volete: pietra miliare, cult, must. In nome del papa re è un film imprescindibile, uno di quei film che i guri americani dei manuali di sceneggiatura farebbero a gara per avere nei loro libri.
Ma non basta: Nino Manfredi è bravissimo e perfettamente convincente nella parte di un monsignore membro della Sacra Consulta, dalla fede genuina e pieno di buon senso. Ecco perchè quando un’influente contessa gli chiede di salvare il suo figlio segreto Cesare, rivoluzionario reo di aver partecipato a un attentato contro degli zuavi francesi filo-papali, cerca prima di convincerlo a tornare dalla madre e poi lo nasconde con la forza in casa sua. Il conflitto più grande, però, non è contro l’autorità che sta cercando Cesare. È contro il potere giuridico, temporale, che la Chiesa esercita in modo ottuso e intransigente, commettendo gli stessi soprusi che commetterebbe una qualsiasi altra istituzione statale ma giustificandoli dietro la parola di Dio. Ma non basta, ancora: la vicenda, drammatica e avvincente, è racchiusa in una cornice di sagace ironia, critica intelligente e umorismo, magnificamente alternati sia dall’interpretazione di Manfredi e dei suoi comprimari (Salvo Randone soprattutto), sia dai ritmi calibrati della narrazione. Il genere di meccanismo che gratifica sia chi guarda un film per puro piacere personale, sia chi lo fa con più consapevolezza perchè del mestiere. Poco importa che In nome del papa re abbia vinto quattro Nastri d’argento, perchè un’opera di valore la si riconosce a prescindere dai riconoscimenti ‘ufficiali’.
Da notare e ricordare: una coppia di scene, set-up e pay-off, in cui Manfredi dà la Comunione alla madre di uno dei condannati, rifiutato e al Generale Gesuita / Salvo Randone poi, questa volta negandogliela lui. Che bellezza!
L’opinione di Galbo dal sito http://www.davinotti.com
Probabilmente il film più riuscito di Luigi Magni, racconta una storia che investe la curia della Roma papalina, durante i moti risorgimentali.
Il film si avvale di un’ottima ricostruzione ambientale, realizzata anche grazie all’ausilio del linguaggio popolare verace, ma nello stesso tempo non ostico. Ottima inoltre la prova degli interpreti, tra i quali spiccano Nino Manfredi e il grande Salvo Randone. Da vedere.
L’opinione di Ianrufus dal sito http://www.davinotti.com
Invito i più giovani a recuperare questa splendida prova di Nino Manfredi su DVD (è un Medusa, uscito già da qualche anno) perché è la testimonianza di come ancora 30 anni fa era possibile in Italia fare pellicole belle e di grande successo (fu campione d’incasso in tempi di Guerre Stellari di Lucas). Magni e Manfredi disegnano atmosfere già bazzicate in un bel episodio di Signore e signori, buonanotte oltre che nel mitico Nell’anno del signore, altro campione d’incassi nel 1969!
L’opinione di Anthony f.dal sito http://www.filmscoop.it
Capolavoro sulla Roma Risorgimetale, secondo della famosa “Trilogia Papalina”, diretto magistralmente da Luigi magni, con un grande Nino Manfredi nei panni del giudice pontificio, monsignor Colombo da Priverno, chiamato da molti “Don Colombo”. La sceneggiatura è brillante, ricca di freschezza e di pura ironia, basata, tra l’altro, su fatti storici, realmente accaduti, e su documenti risalenti al periodo dell’ambientazione ottocentesca, tra cui “I segreti del processo Monti e Tognetti” di Gaetano Sanvittore, 1869, Milano. Le scenografie sono ben curate e soprattutto realizzate in maniera accurata e lineare; la regia di Magni, ottima sotto in punto di vista, con i suoi leggeri movimenti di macchina da presa, con le sue inquadrature lente ed accurate e con i suoi leggiadri primi piani, simili a quelli leoniani; le musiche del maestro Armando Trovajoli sono incantevoli e trascinanti, tra cui mi sento di citare il famoso canto “La Bandiera dei Tre Colori”; e gli interpreti, guidati dal grande Nino Manfredi, semplicemente magistrali.
Superiore persino a “Nell’Anno del Signore”.
L’opinione di signor Joshua dal sito http://www.filmtv.it
(…) Ma la vera abilità del regista, sta più che altro nel saper cambiare registro così rapidamente, e quasi in ogni scena, mantenendo però sempre alta la credibilità, e sempre presente il sentimento dell’opera davvero immenso). È un peccato, quindi, che una pellicola così ambiziosa e riuscita, venga fatta concludere in un finale tanto retorico, e completamente fuori posto: nella scena dell’omicidio di Cesarino, si rasenta quasi il ridicolo, con il marito tirato a lucido, la madre che corre dal figlio guerrafondaio senza versare una lacrima, ed i deliri assurdi di quest’ultimo, nonché l’immediata fuga dell’ignorante fidanzatina del ragazzo. È proprio un peccato, perché immediatamente dopo, c’è una delle scene più belle e potenti di tutto il film: gli inquisitori vanno da Manfredi che sta celebrando la messa, e quando passa di fronte al corrotto “capo”, mentre sta dando la comunione, gli dice “A te no”, e viene giù la sala (metaforicamente parlando). Riamane comunque un opera importante, che si fa notare soprattutto per un Nino Manfredi in stato di grazia che buca lo schermo, una colonna sonora bellissima, ed una storia fondamentalmente intelligente ed attuale.
V per Vendetta
5 novembre 1605 a Londra il trentaseienne Gui Fawkes,militare inglese,tentò di assassinare re Giacomo I d’Inghilterra e di sterminare in un colpo solo tutti i membri del parlamento inglese con un attentato passato alla storia come La congiura delle polveri,attentato dinamitardo che prevedeva di far saltare per aria l’intero Parlamento.Scoperto pochi istanti prima che riuscisse nel suo intento,Fawkes venne arrestato e sottoposto a tortura;alla fine stremato e agonizzante,l’uomo rivelò i nomi dei suoi complici che vennero arrestati e condannato a morte con loro.
Fawkes venne dapprima impiccato,poi decapitato e infine squartato,triste sorte riservata a coloro che attentavano alla vita dei monarchi.Da quel momento il suo volto,stilizzato,divenne famoso come La maschera di Fawkes.E da questo episodio storico il grandissimo Alan Moore autore di fumetti come Batman: The Killing Joke, Watchmen, From Hell ottiene ispirazione per il suo V per vendetta,mutuandone anche la maschera che diverrà l’inseparabile compagna del rivoluzionario inglese.Con la collaborazione di David Loyd,geniale illustratore,Moore crea un personaggio fra i più amati del mondo dei fumetti,anche se definire tale V per vendetta appare davvero riduttivo.Nel 2005 l’australiano James McTeigue dirige l’opera tratta dal fumetto,suscitando le ire di Moore,che disconobbe il film;il che a ben vedere suona come un paradosso,visto sia il successo ottenuto dalla pellicola sia la buona accoglienza riservata dalla critica al film.
I motivi dei dissapori tra Moore e James McTeigue sono da ricercarsi sicuramente nelle grandi differenze tra il fumetto e la storia visiva;ancora una volta Moore rimane deluso da una riduzione delle sue opere,cosa che era accaduta ( a ragione) con film come La leggenda degli uomini straordinari e La vera storia di Jack lo squartatore entrambi davvero deboli rispetto al forte impatto visivo della penna di Moore.Grazie alla sceneggiatura dei fratelli Andy e Lana Wachowski il film vede la luce nel 2005.Sono 130 minuti di bel cinema,appassionante e dal fascino sottile il risultato di questa operazione,una delle migliori,a mio giudizio,trasposizioni cinematografiche di una Graphic novel,termine probabilmente più ampio per descrivere l’opera di Moore. La trama in breve:
“Ricorda per sempre il 5 novembre, il giorno della congiura delle polveri contro il parlamento. Non vedo perché di questo complotto, nel tempo il ricordo andrebbe interrotto. Ma l’uomo? So che il suo nome era Guy Fawkes e so che nel 1605 tentò di far esplodere il parlamento inglese. Ma chi era realmente? Che tipo d’uomo era? Ci insegnano a ricordare le idee e non l’uomo, perché l’uomo può fallire. L’uomo può essere catturato, può essere ucciso e dimenticato. Ma 400 anni dopo ancora una volta un’idea può cambiare il mondo. Io sono testimone diretto della forza delle idee, ho visto gente uccidere per conto e per nome delle idee, li ho visti morire per difenderle… Ma non si può baciare un’idea, non puoi toccarla né abbracciarla; le idee non sanguinano, non provano dolore… le idee non amano. Non è di un’idea che sento la mancanza ma di un uomo, un uomo che mi ha riportato alla mente il 5 novembre: un uomo che non dimenticherò mai. (Evey)”
Siamo in Inghilterra,il periodo è quello che va grosso modo tra il 2005 e il 2015; dieci anni di lotte intestine e sconvolgimenti sociali hanno generato un periodo di instabilità politica e sociale.Il partito nazionalista di Adam Sutler,approfittando di un attacco biologico che ha prodotto quasi centomila morti ha preso il potere,instaurando nel paese una dittatura feroce e repressiva fino agli estremi limiti.La popolazione assiste inerme e inerte,tanto che V,il giustiziere che comparirà a breve sulla scena non esita a dire parole profetiche e amare:”Ma ancora una volta, a dire la verità, se cercate un colpevole non c’è che da guardarsi allo specchio.”Tutto sembra sotto il controllo assoluto di Sutler,di Peter Creedy,potente capo della polizia segreta,che ambisce a prendere il posto di Sutller,di Lewis Prothero,presentatore televisivo di gran successo.All’improvviso a turbare l’ordine costituito arriva un misterioso individuo,V,vestito di nero e con il volto coperto da una maschera che ricorda il dinamitardo Gui Fawkes;l’uomo compare nella tv durante il pranzo,arringando in modo colto il pubblico casalingo attonito ma al tempo stesso affascinato dalle sue parole.Chi è il misterioso V,chi si nasconde dietro la sua maschera?
Apprendiamo frammenti del suo passato. V.è stato vittima di terrificanti esperimenti biologici,promossi da Sutler per tenere sotto controllo la nazione ma anche per specularci su.E’ stato lui a incendiare il laboratorio nel quale era sottoposto agli esperimenti,rimanendo però orribilmente ustionato.Un incontro importante per l’economia della storia è quello tra V. e Evey Hammond, una giovane che ha perso la famiglia e che V. sottrae ad un tentativo di stupro all’inizio del film.V.inizia la sua vendetta,eliminando uno dietro l’altro i responsabili dell’esperimento in cui è rimasto orribilmente sfigurato ma anche della morte di decine di migliaia di persone.Lewis Prothero,il potente capo dell’informazione,responsabile del campo in cui era costruito il laboratorio è il primo a cadere.Tocca poi a James Lilliman, un vescovo pedofilo che esercitava nel campo a cadere,grazie anche alla collaborazione di Evey ed infine alla dottoressa Delia Surridge che ucciderà con una iniezione letale.Inseguito dall’ispettore capo Eric Finch,un onesto funzionario di polizia, poco convinto dell’onestà dei suoi capi, V.arriva al momento della verità,quello in cui dopo aver arringato la folla e averli finalmente convinti della necessità di agire,spinge le cose fino alle estreme conseguenze,grazie anche all’aiuto di Evey.La trama è molto più complessa e presenta tante sfaccettature,che non ho spiegato per evitare di rivelare troppo del film.Un film teso e avvincente,vibrante,una volta tanto con una tematica di fondo ben precisa e innestata su un racconto collaudato come la storia di Moore;fece molto male lo sceneggiatore inglese a misconoscere quest’opera. Ben al di là delle correzioni apportate da James McTeigue alla graphic novel,il film ha una sua vita e interesse davvero unici.
L’appassionante storia del vendicatore mascherato,nemico del potere e libertario convinto che da solo scuote una popolazione anestetizzata dalla propaganda buca lo schermo,colpisce lo spettatore.Il messaggio anarchico di V. per quanto non condivisibile nei mezzi ma solo nelle intenzioni ha un impatto dirompente;lo spettatore parteggia per il vendicatore, anche se utilizza mezzi assolutamente poco ortodossi per raggiungere il suo scopo.Che in fondo è nobile:risvegliare le coscienze anestetizzate dalla propaganda e dal brutale sistema poliziesco instaurato da Sutler e accettato supinamente da tutti.
Molte le scene da antologia del genere;una su tutte,il gigantesco domino che V.abbatte con tanto di esplosione finale,l’imprigionamento di Evey,l’assalto alla sede della tv,la consegna delle maschere alla popolazione, i rivoltosi vestiti come V. che fronteggiano l’esercito,l’esplosione finale. Un film davvero bello, retto anche da un cast di ottimo livello,con una ottima e seducente Natalie Portman nel ruolo di Evey e in qualche modo va citata anche la recitazione corporea di Hugo Weaving,che non compare mai con il suo volto.
Bella la sequenza girata nel covo di V.,che mostrano capolavori artistici fra i quali I coniugi Arnolfini,l’enigmatico dipinto di Jan van Eyck,il superbo jukebox Wurlitzer ecc.Un film di raro interesse e fascino,che potrete vedere in una versione di discreto livello qualitativo all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=RhKD5AYHfDE
V per vendetta
Un film di James McTeigue. Con Hugo Weaving, Natalie Portman, Stephen Fry, Stephen Rea, John Hurt,Sinéad Cusack, Nicolas De Pruyssenaere, Eddie Marsan, Tim Pigott Smith, Rupert Graves, Roger Allam, Ben Miles, Natasha Wightman, John Standing, Clive Ashborn, Emma Field-Rayner Titolo originale V for Vendetta. Fantascienza, durata 120 min. – USA, Germania 2005
Hugo Weaving: V
Natalie Portman: Evey Hammond
Stephen Rea: Eric Finch
Tim Pigott-Smith: Peter Creedy
John Hurt: Adam Sutler
Stephen Fry: Gordon Deitrich
Rupert Graves: Dominic Stone
Roger Allam: Lewis Prothero
Ben Miles: Roger Dascombe
Sinéad Cusack: Delia Surridge
Natasha Wightman: Valerie Page
Imogen Poots: Valerie Page (giovane)
John Standing: Vescovo Anthony James Lilliman
Eddie Marsan: Brian Etheridge
Clive Ashborn: Guy Fawkes
Gabriele Lavia: V
Connie Bismuto: Evey Hammond
Marco Mete: Eric Finch
Stefano De Sando: Gordon Deitrich
Omero Antonutti: Adam Sutler
Luciano De Ambrosis: Peter Creedy
Massimo Lodolo: Dominic Stone
Oreste Rizzini: Lewis Prothero
Christian Iansante: Roger Dascombe
Maria Pia Di Meo: Delia Surridge
Chiara Muti: Valerie Page
Bruno Alessandro: Vescovo Anthony James Lilliman
Franco Mannella: Brian Etheridge
Tonino Accolla: Sosia di Adam Sutler/Generale
Regia James McTeigue
Soggetto Alan Moore e David Lloyd (graphic novel)
Sceneggiatura Andy Wachowski, Lana Wachowski
Produttore Larry Wachowski, Andy Wachowski, Grant Hill, Joel Silver, Lorne Orleans, Roberto Malerba, Henning Molfenter, Jessica Alan
Produttore esecutivo Benjamin Waisbren
Distribuzione (Italia) Warner Bros. Pictures
Fotografia Adrian Biddle
Montaggio Martin Walsh
Effetti speciali Till Hertrich, Michael Luppino, Uli Nefzer, Paul Corbould, Herbert Blank, Norman Ernst, Wolfgang Higler
Musiche Dario Marianelli
Scenografia Owen Paterson
Costumi Sammy Sheldon

“Io sono il frutto di quello che mi è stato fatto, è il principio fondamentale dell’universo, ad ogni azione corrisponde una reazione uguale contraria.”
“- Finch: Perché vuoi farlo?
– Evey: Perché lui aveva ragione.
– Finch: Riguardo cosa?
– Evey: Questo Paese ha bisogno di qualcosa di più di un palazzo. Ha bisogno di speranza.”
“È a Madame Giustizia che dedico questo Concerto, in onore della vacanza che sembra aver preso da questi luoghi e per riconoscenza all’impostore che siede al suo posto.”
“È strano… com’è possibile che tu sia una delle esperienze più importanti che mi siano capitate, senza che sappia nulla di te? Non so dove sei nato, chi erano i tuoi genitori, se avevi fratelli, sorelle, non so nemmeno che aspetto hai veramente!”
“Il popolo non dovrebbe temere il proprio governo, sono i governi che dovrebbero temere il popolo!”
“Creedy: Abbiamo controllato questo posto… Non hai niente! Niente a parte i tuoi diabolici coltelli e le tue belle mossette di Karate! Noi abbiamo le armi…!
V: No… voi avete la speranza che quando le vostre pistole saranno scariche non sarò più in piedi, sennò sarete tutti morti prima di aver ricaricato…”
“Voilà. Alla vista un umile veterano del Vaudeville, chiamato a fare le veci sia della vittima che del violento dalle vicissitudini del fato. Questo viso non è vacuo vessillo di vanità, ma semplice vestigia della Vox Populi, ora vuota, ora vana. Tuttavia questa visita alla vessazione passata acquista vigore ed è votata alla vittoria sui vampiri virulenti che aprono al vizio, garanti della violazione vessatrice e vorace della volontà. L’unico verdetto è vendicarsi… Vendetta… E diventa un voto non mai vano poiché il suo valore e la sua veridicità vendicheranno un giorno coloro che sono vigili e virtuosi. In verità questa vichyssoise verbale vira verso il verboso, quindi permettimi di aggiungere che è un grande onore per me conoscerti e che puoi chiamarmi V.”
Nessuno dimenticherà più quella notte e il significato che ha avuto per questo paese. Io non dimenticherò mai l’uomo e il significato che ha avuto per me.
Nascondi ciò che sono e aiutami a trovare la maschera più adatta alle mie intenzioni.
Ma ancora una volta, a dire la verità, se cercate un colpevole non c’è che da guardarsi allo specchio.
L’opinione di Max the stampede dal sito http://www.mymovies.com
E’ praticamente impossibile pretendere di riassumere esaurientemente, in una manciata di righe, le caratteristiche di un’opera così profondamente stratificata e ricca di significati. V for Vendetta è un film dall’effetto devastante che si diffonde rapidamente come un’arma batteriologica, facendosi strada tra le maglie delle convinzioni in fatto di percezione, portando un attacco ai limiti del terrorismo psicologico all’apparato sensoriale. V prende i cinque sensi, li coinvolge e li stravolge tramite intricati riferimenti sinestetici e ne abbatte con una facilità disarmante le fittizie barriere divisorie, obbligandoli ad entrare completamente all’interno del suo mondo, così liricamente fantastico ma anche così drammaticamente realistico. Una volta che V entra in azione non si può più fare nulla… solo lasciarsi trasportare in un’esperienza lucidamente allucinatoria ed allucinata in cui il ‘”lungo, immenso e ragionato sregolamento di tutti i sensi”‘ perde il suo status di citazione ‘colta’ divenendo una vera e propria cifra stilistica, peraltro assai spontanea e per nulla forzata. Il coinvolgimento è totale, la sensazione di disagio è grande, la convinzione di trovarsi di fronte a qualcosa che è davvero limitativo definire ‘una storia’ cresce di minuto in minuto. Solo alla fine ho capito che V è un virus, diciamo così… ‘buono’. Solo alla fine ho capito che tutti i violenti traumi procuratimi erano a fin di bene… il mio bene. Solo alla fine ho capito che V ha vinto e che ora, nella mia vita, non è più il Fato a comandare. Alla fine, e solo alla fine, ho capito che l’Inghilterra ero io… e forse tutti noi. L’unica cosa che mi dispiace di tutto ciò è che io non c’entro nulla. Ha fatto tutto V… E’ questo che odio dei Capolavori… io posso solo “vederli”. Fatelo anche voi, non ve ne pentirete…
L’opinione di Garibaldi 1975 dal sito http://www.filmtv.it
V For Vendetta è una distopia, dai tratti cyberpunk in un contesto dai colori grigiastri, ‘fumo di Londra’. E’ un luogo dove lo Stato ha il potere di detenere a tempo indeterminato quelli che percepisce come suoi nemici e dove la politica fa paura.
Per quanto non condivida il messaggio anarco-apocalittico del film, devo aggiungere che cinematograficamente rimane un buon prodotto. L’unico punto debole è Natalie Portman, che non mi è sembrata entrare nel personaggio, forse non per colpa tutta sua, ma anche a causa di una sceneggiatura piuttosto inverosimile. Anche se è bella pure con i capelli rasati alla Demi Moore del Soldato Jane.
V per Vendetta è un film di simboli. “V” sta a vendetta, valore e vittoria, così come il colore giallo simboleggia altrettanti elementi in Kill Bill, sino a contraddistinguere il film stesso.
In definitiva è un film originale, che emoziona e mistifica, mescolando dissidenza politica a i bei principi di libertà, giustizia e ambizione sociale.
L’opinione di Spotify dal sito http://www.filmscoop.it
Che film ragazzi, che film! Sicuramente uno dei punti di riferimento del cinema distopico degli anni 2000, se non quello principale. Rispetto ad altre pellicole appartenenti a questo filone, questa è parecchio meno influenzata dalla fantascienza, infatti a parte l’anno futuristico in cui è ambientata, del suddetto genere non c’è nulla. Questo infatti è un film molto più realistico, dove vediamo cose, che, un domani potrebbero davvero accadere. Qui non ci sono robot ribelli o persone che prendono particolari farmaci per obbedire ad ogni ordine gli venga dato, no, qui abbiamo semplicemente un anarchico che vuole spodestare un regime che va oltre la dittatura più crudele. Apposta per questo, è molto più realistico. A confermare ciò che dico, c’è il fatto che guardando tale opera, mi è venuta in mente la rivoluzione francese, che come sappiamo, è probabilmente la più celebre delle rivoluzioni popolari, e nonostante non ci fosse un giustiziere singolo, la rivolta che si scatena in seguito nel film, mi ha fatto pensare ai fatti accaduti nel 1789. Insomma, ci ho visto delle analogie. Secondo me la genialata di McTeigue sta nel fatto, che lui, almeno secondo me, ha voluto proprio rappresentare come una dittatura caratterizzi un paese, a che livelli sociali lo porta, e in realtà l’elemento di “V” è solamente di contorno e nonostante sembri il protagonista, serve solo a scatenare la rivoluzione. In altre parole, attraverso le gesta del personaggio mascherato, capiamo realmente cosa sia una dittatura, tra l’altro qui, portata a livelli insopportabili. Il regista oltre a questo, esegue il resto del lavoro ottimamente, sfoderando una regia eccellente, molto dettagliata, ci fornisce una approfonditissima analisi di ciascun soggetto e di ciò che ha passato tempo addietro. Insomma una caratterizzazione davvero capillare di tutti i protagonisti della storia. Poi grandissima direzione degli attori, tutti a loro agio, da Weaving a Rea, passando per Hurt e Portman. Strutturato benissimo il rapporto che si viene a creare tra Evey e “V”, dapprima è amichevole, poi va quasi sul conflittuale e infine diventa amoroso. Tutto costruito alla perfezione. Scene d’azione girate molto bene, magari un po’ stereotipate, ma visivamente sono da applausi. Poi non mancano anche diverse sequenze di suspense che si fondono molto bene col contesto generale, nonostante la pellicola non sia propriamente thriller. Ad esempio è fantastica e colma di tensione la scena in cui “V” incontra la dottoressa in casa di quest’ultima. Atmosfera sempre costante e che non svanisce mai, dando un ulteriore tocco di bellezza al film. Il ritmo è straordinario, 125 minuti sembra che passino in un’ora scarsa, non ci sono mai punti morti, no, la storia viene portata avanti con sapienza e ad ogni minuto si scoprono cose nuove. Il finale è stupendo, commovente, toccante. Magari è un po’ prevedibile, ma nonostante ciò, lo si apprezza con estremo piacere. Però un difetto non da poco comunque c’è: tutta la scena del combattimento, girata in slow motion, mi è sembrata presuntuosa, probabilmente si è voluto inserire quel tocco commerciale. Poi per carità, visivamente è alquanto spettacolare, però mi è sembrata troppo forzata. D’altro canto, non ci sono commenti sufficienti a descrivere la sequenza di tutta la massa di gente mascherata che marcia incurante verso le forze dell’ordine e poi osserva l’esplosione del palazzo governativo. Unica. Rappresentazione di una dittatura a 360°, si scende fin nei meandri più oscuri di essa, e vengono messi in risalto i modi con cui ci si è arrivati, modi che tra l’altro non sono molto differenti da quelli realmente accaduti nel nostro paese o in altri. Effetti speciali ottimi e usati sapientemente. Ah, altra gran cosa che fa il regista è la seguente: non ci fa mai vedere in faccia “V”, tuttavia analizza e ci fa talmente prendere in simpatia la sua immagine, che la maschera è come se la facesse parlare, e in questo modo lo spettatore non viene neanche messo a disagio dal fatto di non poter vedere il volto del giustiziere, visto che la maschera stessa ricopre il ruolo. Insomma, è una regia diretta, senza fronzoli, da gustare con gli occhi. La sceneggiatura non è male, però penso che presenta troppe sotto-trame, infatti certi punti sono un po’ contorti. Forse si è voluto addirittura strafare. Comunque alla fine McTeigue riesce, almeno in parte, a rimediare. Per il resto è buona. Grandissimi dialoghi, spesso ironici, poi molti dettagli e ottima stesura generale. Esemplare quella dei personaggi. Fotografia valida, specialmente nelle scene notturne, da un tocco abbastanza dark e ottima la scenografia, valorizzata molto dal regista. Azzeccatissima la colonna sonora. Il cast è fantastico: Weaving nonostante non venga mai mostrato in faccia riesce ugualmente a fare una gran performance, le scene d’azione inoltre lo aiutano molto. E poi, secondo me da vita uno degli anti-eroi più forti della storia del cinema. La Portman è molto brava, interpreta alla grande il personaggio di Evey, nulla da dire. Ho apprezzato molto anche Stephen Rea. Il film, oltre che rappresentare una società portata ad un livello insostenibile, vuole anche rappresentare l’individualità di ciascuno, e ciò si capisce ovviamente dal finale, dove ognuno ritrova se stesso, e può vivere la vita che vuole, senza dover essere più uno schiavo del potere. Messaggio molto bello e rappresentato altrettanto bene.Bellissimo film, da vedere e rivedere, toccante, rivoluzionario e anarchico. Un vero e proprio gioiello!!
Alan Moore
Manon delle sorgenti
Nel 1964 Marcel Pagnol, scrittore,regista e drammaturgo francese scrive L’eau des collines (L’acqua delle colline), dividendolo in due parti, Jean de Florette e Manon des sources ( Manon delle sorgenti )
E’ un’opera complessa,di gran respiro,che parte dalla storia di un uomo entusiasta e solare,Jean De Florette e ne segue le vicende personali che si concluderanno tragicamente per poi proseguire nella seconda parte con il racconto delle vicende che vedranno coinvolta sua figlia Manon.
Una storia di gelosia,di interessi e di meschine vendette che ruotano attorno ad un elemento fondamentale,l’acqua,che diverrà il perno della discordia tra i vari protagonisti della storia.
Da questo romanzo Claude Berri nel 1986 trae due film che rispettano integralmente sia i titoli dei romanzi,sia la storia nel suo svolgimento,con un’aderenza allo spirito dello stesso davvero encomiabile.
Berri utilizza anche lo stesso cast nei due film,girati a poco distanza temporale l’uno dall’altro tanto da essere spesso presentati come un unico film,cosa che permette una perfetta comprensione dell’opera.
Il regista parigino crea un’opera colta e raffinata,pur con uno sfondo assolutamente popolare come le colline della Treille nella Provenza francese,posto agreste e bucolico nel quale la vita è scandita rigorosamente dalle abitudini tipiche del paese di provincia,con tutto il suo carico di semplicità e modestia ma anche con i suoi segreti,con le vite ipocrite dei suoi abitanti.
Per poter capire gli eventi del film occorre necessariamente conoscere quella che è la storia di Jean de Florette,raccontata nella prima parte del film;che come già detto ha come titolo proprio il nome del protagonista.

Siamo in Provenza,negli anni 20.
Papet e suo nipote Ugolin posseggono una fattoria,che però ha un grave handicap;non possiede una sua sorgente d’acqua e la cosa ha un’importanza capitale per i due,che vorrebbero coltivare garofani.
In effetti l’acqua c’è,proprio la vicino, nella fattoria di un vicino.
Ogni tentativo di mettere le mani sulla sorgente fallisce e durante una lite Papet uccide il proprietario del terreno;la cosa viene attribuita ad un incidente e sembra che zio e nipote abbiano finalmente la possibilità di mettere le mani sulla sorgente.
Ma dalla città arriva Jean De Florette con la moglie Aimee e la piccola figlia Manon di otto anni .
Ha sogni ambiziosi,è un uomo dalla mentalità moderna e vorrebbe creare un allevamento di conigli.
Papet a questo punto ottura la sorgente, sconvolgendo i piani di Jean,che ha assolutamente bisogno di acqua sia per coltivare sia per abbeverare i conigli.
Fatalmente,Jean si indebita con Papet contraendo un’ipoteca sulla proprietà e ancor più fatalmente ha un incidente mortale mentre si accinge a scavare un pozzo con la dinamite.

Ora la fattoria è a portata di mano,perchè Aimee,la vedova di Jean non ha alcuna possibilità di ripagare il debito;Papet e suo figlio possono liberare la sorgente fingendo di essere rabdomanti…
Sono passati alcuni anni.
Manon è cresciuta,è una bella ragazza che vive in una fattoria con una anziana coppia,che è riuscita a trasmetterle l’amore per la campagna.Lei bada al loro gregge di pecore e capre,vive come una creatura libera da vincoli a stretto contatto con la natura,ma non disdegna le letture.Grazie al suo defunto padre infatti Manon ha una certa istruzione ed è in grado di apprezzare le bellezze della letteratura.
Nel frattempo Papet e Ugolin si sono arricchiti e la loro azienda di garofani prospera grazie all’infamia compiuta ai danni di Manon e sua madre,all’oscuro della subdola manovra dei due che ha permesso loro di impadronirsi della legittima eredità di Jean.
Manon crescendo ha sviluppato un odio profondo per la coppia,che intuisce essere responsabile dell’accaduto; un giorno Ugolin la segue mentre lei è nella campagna e la vede bagnarsi nuda in un fiume.L’uomo si rende conto di provare una forte attrazione per la ragazza che tuttavia lo respinge.Ritiene infatti giustamente Ugolin responsabile delle sue disgrazie e inoltre non solo non prova attrazione per lui,ma è disgustata dalla sua ignoranza e dai suoi modi rozzi e incolti.
Una mattina Manon ascolta casualmente una conversazione tra due contadini;viene così a scoprire quello che è realmente accaduto in passato a suo padre e scopre inoltre che quasi tutto il paese era al corrente della storia ma che tutti avevano taciuto o per motivi di opportunità o semplicemente perché ostili alla sua famiglia,considerata solo come parvenu cittadini.
L’occasione per vendicarsi capita in modo del tutto inaspettato.

Mentre insegue una capra,la ragazza scopre la sorgente che alimenta che alimenta le fattorie e fornisce acqua al villaggio;decide cosi di ostruirne il passaggio interrompendo in pratica il suo corso.
Da quel momento tutta la zona precipita nella disperazione più nera.
Sarà il parroco del villaggio,durante un’omelia,a parlare del castigo di Dio verso gli abitanti,accusati di essere infingardi e subdoli,complici del crimine commesso da Papet e suo figlio.
Un abitante implora la ragazza di partecipare alla solenne processione che si svolgerà in paese per chiedere a Dio perdono, supplica rivolta anche da Ugolin ad una Manon che al contrario non ha alcuna intenzione di perdonare il silenzio complice dei suoi compaesani.
Accusa invece pubblicamente tutti i contadini e i paesani di essere complici dei due uomini;Ugolin cerca disperatamente di assicurarsi il perdono della ragazza offrendole di sposarla.
Ma Manon, che lo disprezza,rifiuta.
E’ arrivata l’ora della giustizia per Ugolin che,sconvolto dal rimorso e ormai ritenuto pubblicamente e senza più omertà colpevole della morte di Jean sceglie di morire.
Manon rimuove l’ostruzione della sorgente e il paese torna a respirare; durante la processione avviene quello che tutti considerano un miracolo.
Ma la storia sta per entrare nella fase finale,con due colpi di scena…
Manon delle sorgenti è un gran bel film, che si avvale di una sceneggiatura assolutamente coerente e di una regia dal taglio asciutto,vigoroso.
Splendida la descrizione ambientale dell’ipocrisia,dell’omertà colpevole dei compaesani di Manon,vero angelo vendicatore della morte dell’incolpevole padre Jean.

Un delitto e castigo di provincia,con un finale a sorpresa che se può sembrare un happy end costruito a tavolino in realtà fornisce ala storia una coerenza di fondo impeccabilmente descritta.
Bella la fotografia,bella la storia,bella la location, una Provenza selvaggia e quasi incantata come bellezze naturali,opposte al dramma che si svolge all’interno di una società che appare retrograda e chiusa al contatto esterno,quasi una fortezza medioevale del pensiero e delle opere.
Sarà Manon a spazzare via tutto,con la sua giovinezza incosciente ma desiderosa di giustizia;il finale porta tutto ad un ordine delle cose naturale,quasi stabilito da una giustizia divina implacabile e coerente.
Molto bravi tutti gli interpreti,su tutti una bellissima e magnetica Emmanuelle Beart,splendida nella sua interpretazione del personaggio di Manon.
Belle anche le musiche di Jean Claude Petit,la fotografia e la scenografia.
Questo film è davvero difficile da vedere nella sua versione extended.
Purtroppo,nonostante il lusinghiero successo ottenuto in Francia,da noi ha avuto una distribuzione limitata e non è certo stato aiutato dalle rarissime apparizioni tv,il che è un vero peccato,trattandosi di opera assolutamente ben costruita e affascinante
Manon delle sorgenti
Un film di Claude Berri. Con Yves Montand, Daniel Auteuil, Emmanuelle Béart, Hippolyte Girardot, Margarita Lozano Titolo originale Manon des sources. Drammatico durata 113 min. – Francia 1986
Yves Montand – Cesar Soubeyran
Daniel Auteuil – Ugolin Soubeyran
Emmanuelle Béart – Manon
Hippolyte Girardot – Bernard Olivier
Margarita Lozano – Baptistine
Yvonne Gamy – Delphine
Ticky Holgado – Le Spécialiste
Jean Bouchaud – Il parroco
Elisabeth Depardieu – Aimee Cadoret
Gabriel Bacquier – Victor
Armand Meffre – Philoxène
André Dupon – Pamphile
Pierre Nougaro – Casimir
Jean Maurel – Anglade
Roger Souza – Ange
Didier Pain – Ange
Pierre-Jean Rippert – Eliacin
Marc Betton – Cabridan
Chantal Liennel – Martial
Lucien Damiani – Amandine
Fransined – Belloiseau
Françoise Trompette – Una ragazza del villaggio
Regia Claude Berri
Soggetto Marcel Pagnol
Sceneggiatura Claude Berri, Gérard Brach
Fotografia Bruno Nuytten
Montaggio Hervé de Luze, Geneviève Louveau
Effetti speciali Jean-Marc Mouligne, Paul Trielli
Musiche Jean-Claude Petit
Scenografia Bernard Vézat
L’opinione di Roberto Escobar dal Sole 24 ore
Come Jean de Florette (1986), anche Manon des sources si rivolge a un pubblico dai gusti generosi e insieme raffinati. Raffinati significa: in grado di cogliere e godere l’operazione cinematografica “colta” di Claude Berri. Generosi d’altra parte significa: non estenuati da spocchia intellettuale, e dunque ancora capaci di emozionarsi per il suo corposo, immediato linguaggio da racconto popolare. Berri – ecco l’operazione colta – ricostruisce da maestro un cinema che non c’è più, che viveva di platee ingenue e che è stato ucciso dal disincanto dei nostri anni televisivi. […]
L’opinione di Luigi Paini dal Sole 24 ore
Avevamo lasciato Manon bambina, con gli occhi ancora pieni di una scena orribile e blasfema: il vecchio Papet (Yves Montand) che “battezzava” il nipote Ugolin (Daniel Auteuil) proprio con l’acqua di quella fonte tanto a lungo – ma inutilmente – cercata dal padre Jean. Sono passati circa dieci anni da quel momento, che concludeva Jean de Florette, prima parte del film che Claude Berri ha tratto dal romanzo L’eau des collines di Marcel Pagnal; ora Manon (Emmanuelle Béart) fa la pastorella per conto di una coppia di vecchi immigrati italiani. »
Yves Montand
Emmanuelle Beart
Daniel Auteuil
La piscina
« La piscina è un film che oggi non riesco più a guardare. Mi fa male»
Sono le parole di Alain Delon, protagonista del film.
Parole che si riferiscono alla relazione con la bellissima Romy Schneider, l’altra star di La piscina,film di Jacques Deray del 1968,dove complice proprio l’attore francese la coppia si ritrovò cinque anni dopo la fine del loro amore.
Un amore che aveva fatto epoca,sin dal primo incontro nel 1958 sul set di L’amante pura e che si concluse proprio nel 1963.
Una storia d’amore, la loro, che prosegui fino al giorno della tragica morte di Romy,che per tutta la vita rimase legata a Delon,tanto da farle dire,in una delle sue ultime interviste che «L’uomo più importante della mia vita resta Delon. Quando ho bisogno di lui è sempre pronto a tendermi la mano. Ancora oggi è l’unica persona sui cui posso davvero contare»
Due attori giovani e bellissimi, tra i più amati del cinema,un film noir ben diretto da Deray, la presenza di una poco più che ventenne e conturbante Jane Birkin per una storia drammatica che,come suggerisce il titolo, ha come sfondo una piscina che sarà muta testimone delle vicende drammatiche di un triangolo amoroso con sullo sfondo proprio la Birkin,detonatore della storia che sfocerà in tragedia.
Una villa,una coppia Jean-Paul e Marianne.
La casa è di proprietà di un amico dei due;Jean Paul è uno scrittore che ha tentato la via del successo ma ha visto naufragare miseramente il primo tentativo di pubblicare un libro ed è costretto a fare il pubblicitario abbandonando per il momento i sogni di gloria mentre lei è un’articolista presso un giornale.
La serenità (apparente) della coppia muta drasticamente in seguito ad una telefonata;Harry,amico di entrambi annuncia la sua visita e la sua permanenza per qualche giorno in villa con sua figlia Penelope.
L’arrivo di padre e figlia altera la situazione.
Jean Paul sospetta,osservando attentamente Harry e Marianne, che tra i due in passato ci sia stata una relazione mentre la giovanissima Penelope,che ha fatto le stesse considerazioni,sembra rinchiudersi in se stessa.
Una sera Harry organizza una gran festa con amici;è proprio Penelope a capire che tra Marianne e suo padre c’è stato qualcosa e che c’è del fuoco che cova sotto la cenere.Durante la festa infatti osserva attentamente Harry e Marianne ballare in modo molto intimo e indispettita o forse ingelosita dalla scena scappa in piscina dove viene seguita da Jean Paul,anche lui ormai certo del passato amoroso tra l’amico e la sua donna.

I due diventano confidenti parlano ed è in questo modo che finalmente Penelope sembra abbandonare l’atteggiamento di chiusura verso tutti che aveva tenuto fino a questo momento.
Sarà durante un lungo colloquio tra Penelope e Jean Paul che inizierà a maturare il dramma,un giorno nel quale proprio Jean Paul rifiuta di accompagnare nella vicina Saint Tropez Marianne,che piccata sceglie di andarci con Harry.
Penelope racconta a Jean Paul come l’uomo lo disprezzi,considerandolo uno scrittore fallito e come desideri Marianne più per soddisfazione personale che per vera attrazione verso la donna stessa.
La sera Harry,ubriaco,affronta Jean Paul davanti alla piscina.
All’uomo rimprovera quella che ritiene una relazione sbagliata tra sua figlia e lui; folle di gelosia si avventa contro Jean Paul ma appannato nei riflessi dal troppo alcool bevuto finisce in piscina.
Jean Paul potrebbe tendergli la mano e soccorrerlo.
Viceversa,gli tiene la testa sott’acqua causandone la morte.

Sul luogo dell’incidente arriva l’ispettore Levecque,che da subito si rende conto che la scena contiene incongruenze;Harry ha al polso un costosissimo orologio che non avrebbe mai indossato per un bagno di sera e i vestiti a bordo piscina sono lindi e pinti, segno che la vittima non li ha mai indossati.
L’ispettore parla con Marianne,dicendosi convinto che Jean Paul ha in qualche modo provocato la morte di Harry ma di non avere prove a sufficienza per arrestarlo.Marianne va in camera di Harry e scopre che i vestiti non sono quelli indossati da Harry la sera prima…
Davvero un bel film,La piscina.
Per quanto lento e descrittivo, il film analizza con la dovuta profondità le caratteristiche psicologiche dei personaggi,le loro manie,i loro problemi e i loro comportamenti.
E’ un quadro ben dipinto, in tutti i suoi particolari.
Deray incontra Delon per la prima volta sul set di questo film;segue il consiglio dell’attore di scritturare per la parte di Marianne la bellissima Romy Schneider e ha un colpo di fortuna perchè la coppia da vita ad una interpretazione memorabile.
Nel film la misteriosa,magica alchimia tra i due attori è ben visibile e contribuisce a dare credibilità alla storia.
Altrettanto fortunata è la scelta di Jane Birkin, assolutamente irresistibile nei panni di Penelope e quella di Maurice Ronet nel ruolo di Harry;il che dimostra il vecchio assioma che quando si sceglie bene il cast si è a metà dell’opera.
Il film non brilla certo per originalità della sceneggiatura.
Molte volte in passato e mille volte in seguito verrà riproposto il tema del triangolo di amorosi sensi con aggiunta del quarto incomodo ma in questo caso la storia assume un che di torbido, d malsano che aggiunge valore alla pellicola.

Tuttavia Deray è abile a creare l’atmosfera e a delineare i personaggi;l’inquieto Jean Paul,la dubitante e incerta Marianne,la fragile e inesperta Penelope,l’egoista e ipocrita Harry sono personaggi che hanno spessore nei ritratti psicologici che fanno da sfondo alla storia.
Il film quindi regge bene,nonostante la tendenza a privilegiare i dialoghi e i sottintesi.
In fondo è quello che Deray vuol trasmettere.
Un film datato,indubbiamente,ma che resta sicuramente opera valida e godibile a quasi 50 anni dalla sua prima uscita.
La piscina
Un film di Jacques Deray. Con Alain Delon, Paul Crauchet, Romy Schneider, Jane Birkin, Maurice Ronet, Steve Eckhardt, Maddly Bamy, Suzie Jaspard, Thierry Chabert, Stéphanie Fugain Titolo originale La piscine. Drammatico, durata 113 min. – Francia 1968.
Alain Delon: Jean-Paul
Romy Schneider: Marianne
Maurice Ronet: Harry
Jane Birkin: Penelope
Paul Crauchet: Ispettore Leveque
Suzie Jaspard: Emilie
Maddly Bamy: un’amica al party
Stéphanie Fugain: amica di Harry
Cesare Barbetti: Alain Delon
Maria Pia Di Meo: Romy Schneider
Giuseppe Rinaldi: Maurice Ronet
Renata Marini: Suzie Jaspard
direttore del doppiaggio: Mario Maldesi
Regia Jacques Deray
Soggetto Jean-Emmanuel Conil
Sceneggiatura Jean-Claude Carrière, Jacques Deray
Produttore René Pignères, Gérard Beytout
Produttore esecutivo Gérard Beytout
Casa di produzione Société Nouvelle De Cinématographie, Tritone Film
Fotografia Jean-Jacques Tarbes
Montaggio Paul Cayatte
Musiche Michel Legrand
Scenografia Paul Laffargue
Costumi André Courrèges
“Aspetterò che tu ti accorga di amarmi per tutta la vita”
“E’ strano abbiamo tutti delle preferenze , magari per cose che non valgono niente .”
“Il mio dramma è che quando una ragazza si interessa a me, io me ne innamoro subito! È questo che mi blocca. Forse perché non ho avuto abbastanza esperienze. Sono rimasto vergine fino a venticinque anni, fino al mio secondo matrimonio. Capisce? È per questo”
“Ma è vero quello che dice?”
“Eh no, purtroppo non è vero…!”
L’opinione di Luca Scial dal sito http://www.mymovies.it
Jean-Paul è uno scrittore di scarso successo, ospite nella villa lussuosa della bella e ricca Marianne a Saint Tropez. I due vivono nella passione, lontani dal mondo, finquando non arriva Harry, cantante playboy ex fiamma di Marianne, con sua figlia: la bella diciottenne Penelope. Il loro arrivo romperà gli equilibri tra i due, facendo riemergere vecchi amori e gelosie.
Passioni, gelosie e pensieri proibiti ruotano intorno a una piscina, nella lussuriosa Saint Tropez. Attori belli e bravi inscenano un ben fatto dramma della passione.
L’opinione di Will Kane dal sito http://www.filmtv.it
Personaggi alla deriva,anche se fissi in un’unita’di luogo,in un thriller a discreta gradazione erotica,con una tensione sorda che cresce impercettibilmente ai bordi della piscina del titolo.Film molto francese,con i tempi appunto tipici della cinematografia transalpina dell’epoca,ma emanante un suo fascino un po’perverso:del resto,i bellissimi Alain Delon e Romy Schneider che dopo l’amore si fustigano lievemente con un ramoscello sono sadomaso soft,ma molto audaci per un film “normale”.Inoltre,uno dei delitti piu’lenti e verosimili del cinema giallo.
L’opinione di atticus dal sito http://www.filmscoop.it
Il film dovrebbe essere un noir ma è passato alla storia soprattutto per la componente sensuale che credo non abbia pari nel cinema dell’epoca. La storia di un quadrilatero bollente consumato sui bordi di una piscina nella calura estiva della periferia parigina, tra scene di seduzione e sguardi languidi, fino al colpo di scena che complica il menage.
Grande atmosfera di ricercato ed elegante erotismo, una svolta gialla piuttosto blanda, un bravo regista di genere ed un quartetto di interpreti assolutamente memorabile per un film che fece scandalo, tanto intrigante quanto inconsistente. Le effusioni tra gli splendidi Delon e Schneider però sono di quelle che non si dimenticano.
L’opinione del sito http://www.ilballodelcervello.com
Senza dubbio ci troviamo di fronte ad una pellicola che trasuda una ricercata raffinatezza, in cui l’erotismo si sposa con un’estetica di tinte tenui e desaturate; una storia di corpi sui quali si può leggere di sesso, d’amore e di morbosità, corpi che celati da un abito ben confezionato sanno tenere nascosti i segreti più intimi e inconfessabili. Jane Birkin, certamente il simbolo più evidente di questo fine erotismo, interpreta magistralmente una lolita dal fascino esotico e ingenuo, che muove il proprio corpo in modo quasi convulso e infantile, come a volerne scoprire le potenzialità.
La piscina è il perno intorno al quale si muovono gli sguardi dei quattro protagonisti, che lentamente, come naufraghi ai suoi bordi, si spogliano delle proprie ipocrisie in un’intensa spirale di tensione; l’acqua stagnante risplende di glamour e trattiene in profondità un torbido microcosmo i cui dettagli sono resi ottimamente da una sceneggiatura in cui centrale è lo studio meticoloso della psicologia dei personaggi. Gli occhi indagatori sono la chiave di lettura più profonda e inquietante di questa storia, occhi che scrutano, si accorgono e sanno, prima che l’indicibile sia detto o perfino pensato. La fotografia di Jean-Jacques Tarbes restituisce i quadri vividi di uno spaccato di vita che sfiora il perverso.
Jane Birkin è Penelope
Romy Schneider è Marianne
Maurice Ronet è Harry
Alain Delon è Jean Paul
Un dramma borghese
Da un romanzo di Guido Morselli,uscito postumo in seguito al suicidio dello scrittore,Florestano Vancini riduce per lo schermo Un dramma borghese nel 1979.
Il regista di Ferrara,elegante e misurato, propone la drammatica vicenda raccontata da Morselli affrontando il tema spinoso dell’incesto senza mai indugiare sul lato scabroso e sull’impatto visivo,privilegiando al contrario l’eleganza della trattazione e immergendo il film in un’atmosfera al limite del cupo,in cui tutte le scene sono caratterizzate da un’atmosfera quasi opprimente,oserei dire decadente, che ben simboleggiano l’aria e il continuum in cui si muovono i personaggi del film.
Che sono tre,mentre tutti gli altri riempiono la scena,senza interagire nei momenti topici,quasi figure di contorno che si muovono nella penombra del film accompagnando il dramma che si svolge sotto i loro occhi in modo silente e inerte.
Vancini,giornalista e descrittore,studioso di storia,abbandona per un attimo le sue passioni e propone un dramma a tinte davvero fosche,tutto centrato su tre figure che appaiono differentemente caratterizzate;quella di un padre e sua figlia e quella di un’amica della ragazza che finirà per diventare il detonatore involontario della tragedia finale.

Che poi tragedia non sarà,visto che il finale è aperto a ogni soluzione.
Tre personaggi,dicevo.
Il primo è Guido,un giornalista che ha perso sua moglie che probabilmente si è suicidata (nel film la cosa non è specificata chiaramente); è un uomo in crisi,afflitto anche da una fastidiosa e dolorosa infiammazione reumatica.
Il secondo personaggio è Maria Luisa chiamata Mimmina,una ragazza che frequenta un esclusivo college svizzero,dolce e inquieta,che risente prepotentemente della mancanza dei suoi genitori e che dopo essere rimasta orfana di madre ha riversato tutto il uo affetto sul padre,che però vede saltuariamente.
Terzo anello della catena è Thérèse,amica di Mimmina,i cui contorni psicologici appaiono molto sfumati e che rimane quasi un personaggio sullo sfondo,pur avendo nel film una parte importantissima quando stringerà una relazione con Guido.
Il film si apre con le immagini del Hotel Victoria di Lugano,nel quale il portiere parla svogliatamente con quello che scopriremo essere un dottore;nella stanza al secondo piano c’è Guido,dolorante,che viene visitato dal dottore che gli diagnostica un attacco reumatico.

Anche Mimmina accusa malessere,dovuto probabilmente ad una sindrome influenzale.
Inizia così una forzata convivenza nella stanza in penombra dell’Hotel.
Tutto attorno è sfumato,grigio.
Così come l’umore dei due protagonisti.
Mimmina appare fragile e desiderosa d’affetto,Guido imbarazzato nel ruolo di padre costretto a convivere con quella figlia che in realtà conosce poco.
Inizia così il primo vero dialogo tra un padre ed una figlia che fino a quel momento hanno conosciuto poco l’uno dell’altra.
Mimmina ha bisogno d’affetto e trasferisce questo suo desiderio sul padre,mescolando con ingenuità e malizia allo stesso tempo arti seduttive e un disperato
Inizia così un gioco della parti che dapprima imbarazza e poi mette in seria crisi Guido,che è costretto a subire in qualche modo quel comportamento provocante della ragazza.

Della cosa non tardano ad accorgersi sia i dipendenti dell’hotel che il sensibile dottor Vanetti;i commenti e i mormorii si sprecano quando all’improvviso sulla scena irrompe Therese,l’amica di Mimmina,che tanta influenza ha sulla stessa.
Tra Guido e Therese è passione a prima vista.
I due diventano amanti sotto gli occhi sgomenti ( e gelosi) di Mimmina,che ha perso il suo riferimento,quel padre verso il quale nutre affetto misto a sensazioni intime contrastanti.
Per recuperare le attenzioni a Mimmina resta solo un gesto…
Un dramma borghese è quindi un dramma dall’impianto solido che però Vancini vanifica parzialmente con una regia troppo statica e incline al dialogo che risulta a tratti piuttosto noioso.
Sembra quasi di assistere ad una piece teatrale piuttosto che ad un film;l’ambientazione quasi claustrofobica rende tutto molto opprimente e di certo la sceneggiatura non aiuta a superare il senso di smarrimento che si prova guadandolo.
In realtà l’andamento molto blando del film, con i dialoghi tra padre e figlia a tratti convenzionale,a tratti pieni di imbarazzo rende tutto piuttosto piatto.
Il dramma,per quanto a tinte fosche,spesso diventa quasi banale,perdendosi proprio nei momenti topici del film.
Qualche scossone verso la fine, quando irrompe la figura di Therese che altera il rapporto di coppia tra padre e figlia,ormai pericolosamente vicini all’incesto;da questo momento il film sembra prendere vigore,però è solo un’impressione momentanea.

Il finale,aperto a tutte le soluzioni, rende ancor più scialbo quanto visto.
All’eleganza formale,la bella fotografia e alle musiche discrete bisogna sommare un certo senso di noia.
Vancini è bravo ma questo non è il suo genere e si vede.
Gli attori sono discreti ma anche molto imbarazzati;poco più che discreto Franco Nero,bella ma poco espressiva Lara Wendel.Bene invece Dalila Di Lazzaro,dei tre sicuramente la più in parte.Il film è praticamente irreperibile e non esiste ad oggi una sua versione digitalizzata.E’ presente su You tube all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=Gc90MeKZAiY
Un dramma borghese
Un film di Florestano Vancini. Con Dalila Di Lazzaro, Franco Nero, Carlo Bagno, Lara Wendel Drammatico, durata 104 min. – Italia 1979
Franco Nero: Guido
Dalila Di Lazzaro: Therese
Lara Wendel: Mimmina
Carlo Bagno: dottor Vanetti
Felicita Monfrone: cameriera
Silvio Pascorelli: facchino
Regia Florestano Vancini
Soggetto Guido Morselli (romanzo)
Sceneggiatura Lucio Manlio Battistrada, Fiorenzo Mancini, Florestano Vancini
Produttore Gianni Minervini, Antonio Avati, Franco Nero (co-produttore)
Casa di produzione A.M.A. Film
Fotografia Alfio Contini
Montaggio Nino Baragli
Musiche Riz Ortolani
Scenografia Fiorenzo Senese
Costumi Fiorenzo Senese
“Sono nata tre giorni fa,quando mi hai portata via da quel maledetto pensionato” (Mimmina)
“E’ la prima volta che sono veramente padre” (Guido)
“E’ il mio problema.Ho preso anche delle pillole ma non succede niente.Forse capirò quando avrò un’attività sessuale” (Mimmina)

Il romanzo descritto dal sito http://www.adelphi.it
Questo romanzo è la storia dell’amore impossibile fra un padre e una figlia che quasi non si conoscono e si ritrovano insieme, per qualche settimana, in un albergo sul lago di Lugano. Il padre è il corrispondente da Bonn di un grande giornale di Milano (in cui sarà facile riconoscere il «Corriere della Sera»), uomo disincantato, lucido, pieno di soprassalti della memoria, di idiosincrasie, di occultate amarezze e nostalgie, ma al tempo stesso con qualcosa di eternamente adolescente, agile e acerbo; la figlia è una ragazza di diciotto anni, che è stata messa in collegio dopo la morte della madre e ben poco ha visto del mondo, ma vive una sua vita intensa di fantasticherie grandiose, di passioni sospese e avvolgenti. La loro convivenza in albergo sviluppa, si può dire fatalmente, un terribile amore: soprattutto da parte della figlia, prorompente e ingenua, eppure dotata di una strana maturità, che rende il rapporto col padre tanto più paradossale. Questa figlia, infatti, non gli si vuole offrire come amante, ma come moglie, e oltre tutto come una moglie protettiva, conscia di quel lato infantile che al padre, poi, appartiene realmente. Diviso fra l’attrazione e la ripulsa per questa «calamità» che si abbatte sulla sua vita, mentre tenta vanamente di fare chiarezza in se stesso e nel suo passato, il padre crede di sfuggire all’incesto buttandosi in una rapida avventura con un’amica della figlia. Ma questo non farà che aiutare il gioco a precipitare nel dramma.
La vicenda ha luogo in un tempo sospeso, che può essere anche oggi. Il décor svizzero è accennato con pochi, sapientissimi tocchi, come anche una certa atmosfera di morosità lacustre in cui è immersa la vicenda. Domina, invece, l’opera paziente dello scandaglio psicologico, l’indagine sulle ombre della psiche, sui guizzi dei desideri, e in questo Morselli si muove con la stessa precisione e sicurezza con cui sapeva ricostruire l’operazione militare di cui si parla in Contro-passato prossimo. Spostando continuamente la luce dal giornalista, convinto di essere corazzato dall’esperienza, alla giovane figlia, che alla vita non ha fatto ancora in tempo neppure a esporsi, Morselli riesce a delineare con straordinaria finezza quella zona intermedia in cui questi due personaggi, fino allora vissuti in mondi senza contatto, si incontrano e si scoprono fino a scoprirsi complici e a spaventarsi della propria complicità, sfuggendola e ricadendovi in un circolo senza uscita.
Un dramma borghese, che risale ai primi anni Sessanta, apparve per la prima volta nel 1978.
Dal sito http://www.sololibri.net
Prendete un romanzo di Guido Morselli e confrontatelo con qualsiasi best-seller di narrativa nazionale esposto oggi sul bancone di una libreria: per profondità di argomentazione, ricchezza espressiva e tenore stilistico c’è la stessa differenza che passa tra un capo di Burberry e uno acquistato al mercatino rionale sotto casa.
Eppure, Morselli lo conoscono in pochi.
In tutti i campi della vita, per avere successo, il talento può non bastare: occorre anche una briciola di fortuna, perché senza si arriva poco lontano. In Italia, soprattutto, è importante avere le conoscenze giuste. Il caso di questo scrittore, nato a Bologna nel 1912 e morto suicida nel 1973, di grande spessore letterario, dallo stile colto e raffinato, resta esemplare: Morselli, infatti, si è visto per anni chiudere le porte in faccia da varie case editrici, e soltanto dopo il suo gesto estremo gli è stato riconosciuto il merito dovuto. Dramma umano e beffa: narratore incompreso e snobbato da vivo, rinverdito da Adelphi e apprezzato da morto.
Citazioni dal romanzo
«La fisso a mia volta, la esamino cercando di dare al mio sguardo una espressione ilare e affettuosa. La fronte, sotto i capelli scomposti, è stretta e piuttosto convessa, come in tutte le donne. Né la fronte né gli occhi testimoniano di un’intelligenza acuta, esigente. Le labbra sottili, il naso fine, l’arco sopracciliare molto rilevato sono quelli di sua madre, tratti che significano dolcezza ma anche ostinazione. Da quanti anni non guardavo questo viso, o non lo osservavo? Sono letteralmente alla scoperta di mia figlia.
A lei il mio pensiero non è sfuggito:
– Ho fatto il conto, – dice – che da quando avevo sette anni a oggi, siamo stati insieme cinquecento ore. In tutto, venti giornate.»
«Adesso, Mimmina vuole che mi infili sotto il lenzuolo. La accontento. Era fatale che ci si arrivasse; e eccomi una buona volta a giacere con questa diciottenne, ansiosa di dedizione e perciò devotamente dispotica, legata inestricabilmente alla mia carne, e che, per fortuna, è soltanto mia figlia. Mi accoglie con una gratitudine concentrata degli occhi radiosi, teneri. Il letto è molto largo, io sono molto magro, sicché le posso proibire di avvicinarsi e di toccarmi. Ma forse è vero che bisogna coricarsi con una donna per sapere di lei qualche cosa, anche come entità fisica. Mia figlia non è affatto magra. Il calore che viene dalla sua persona m’investe come una vampa, e mi sento attrarre nel solco che il suo peso scava. Non per il naso, ché cerco di non agitare le coltri e io stesso di non muovermi, direi attraverso la mia pelle inavvezza e sensibile, mi penetra l’odore delle sue carni.»
«È in piedi, ferma, appoggiata al muro, la testa china. Mi volge la schiena e non mi vede. Non ha posa, dunque. Sfugge anche me, e d’altra parte non sa dove andare, che fare. Cerca un rifugio, come stamane, un angolo dove nascondersi. Ha l’anima piena di incertezza. Di paura, magari. Mi accorgo che non piange; muove adagio le mani, senza pensare, forse le gingilla col fiocco che è alla cintura della vestaglina, la povera vestaglina verde che la copre. Non sente nemmeno l’impulso di parlarmi, di starmi vicino. È stanca. Anche alla sua età la stanchezza, quella di dentro, può vincere. Mimmina come tutte le nature non infette da una coscienza razionale, si trova nella condizione di essere sola con ciò che la fa soffrire. Soffre, semplicemente e senza diversivi, elementarmente, come sarebbe in grado di godere senza ombre, al pari delle creature sue simili. Ma la realtà è questa, intanto, che il trauma del distacco non è superato. Ci siamo, in pieno.
Torno, in punta di piedi, al mio tavolino.
Domani sera quando resterà sola, a Pegli o a Rapallo, dopo la partenza del dottore, come si comporterà? Si ricorderà di ordinarsi da mangiare, se sarà in un albergo, o di andar giù all’ora di cena? Bisognerà che disfaccia la sua valigia, che provveda alle piccole cose importanti che occorrono e per le quali si deve avere la mente disponibile. O se ne rimarrà al buio, immobile come adesso nella sua stanza, a dirsi: sono sola al mondo, mamma mia, per me non c’è più nessuno?»
L’opinione di mm40 dal sito http://www.filmtv.it
Un triangolo certamente atipico (due donne ed un uomo, in cui però i rapporti sono strettissimi: padre, figlia, amica della figlia) sta alla base dell’omonimo romanzo di Guido Morselli da cui Vacini trae questo film. E il dramma c’è tutto, inequivocabile, fino alle estreme conseguenze; non solo per la trama con epilogo tragico (un tentativo di suicidio che rimane in sospeso davanti all’entrata della sala operatoria), ma anche per la scelta del regista di tributare onori postumi allo scrittore, chiudendo la pellicola con le immagini della sua tomba e la spiegazione per cui Un dramma borghese uscì postumo: Morselli si suicidò, nel 1973. Peraltro la causa principale del gesto fu la sensazione di fallimento che lo perseguitava, ormai passata la sessantina ed annichilito dai molteplici rifiuti di pubblicazione ricevuti dalle case editrici. Vancini qui (anche sceneggiatore, insieme a Lucio Battistrada) compie però un passo falso nella sua carriera: il film non riesce, nonostante il buon Franco Nero protagonista e l’esperienza del cast tecnico (montaggio di Nino Baragli; fotografia di Alfio Contini ; musiche di Riz Ortolani), ad eguagliare la forza espressiva del romanzo. A ben vedere l’operazione di trasporto su pellicola delle pagine di Morselli non dev’essere risultata facile: la prosa elegante della scrittura (citato dalla voce del narratore in terza persona) è materia delicata per una traslazione per immagini. Film claustrofobico, fatto di interni bui e con tre personaggi quasi esclusivamente al centro della scena.
L’opinione di Undjimg dal sito http://www.davinotti.com
Solidamente costruito – pur se diretto da un autore avverso al cinema bis e abitualmente attivo su temi impegnati – perde punti nella poco riuscita conciliazione dei due “avversi” registri tematici: quello intellettuale (comunque predominante) e quello erotico. Ottimo il cast che molto punta sulla (già) maladoscelente Lara Wendel, alle prese con un tema parecchio audace: non esita, infatti, a sedurre il padre e quasi ci riesce, se non arrivasse in tempo la più matura Dalila Di Lazzaro. Prodotto da Franco Nero (anche attore di punta) può vantare una bella sound track, composta da Riz Ortolani.
L’opinione di Lucius dal sito http://www.davinotti.com
Una storia audace di quelle che pochi coraggiosi autori saprebbero trattare: un rapporto malato tra una figlia e un padre, trasferitisi in una misteriosa e vecchia villa di Lugano. L’ambientazione già di per sè affascina, il cast è ispirato e la Di Lazzaro da sola buca lo schermo con le sue doti di bellezza e classe innata. Non è il padre il vero ammalato, ma la figlia dalla sessualità patologica che cerca di sedurlo in ogni modo. Claustrofobico e morboso.
L’opinione di Stefania dal sito http://www.davinotti.com
Più che dramma borghese… dramma medicale! La malattia (psicosomatica) del padre vedovo (bancario con ambizioni letterarie) e della figlia orfana (collegiale smarrita, più che vogliosa) è la cifra tangibile di un malessere emotivo più che di un disfacimento morale: c’è ben poco di pruriginoso nel loro rapporto, è una specie di febbre fredda. Gli esterni lacustri e uggiosi, gli interni lussuosi ma anonimi dell’hotel svizzero, i primi piani sui volti contratti o affranti: tutto coerente, ma tutto meccanico, perciò neppure il finale -tragico- ci scuote. Malinconico e corretto.
Il maratoneta
“È sicuro? (dott. Christian Szell)
È sicuro cosa? (Thomas Babington Levy,Babe)
Sollievo e sofferenza: quale dei due applicherò, adesso dipende unicamente da lei. Quindi ci pensi su e mi risponda: è sicuro? (dott. Christian Szell)”
Un momento topico del film.Babe,il protagonista del film,è finito nelle mani dello spietato nazista Szell che sta per estrargli un dente per costringerlo a rivelargli ciò che sa su una fortuna in diamanti.
La macchina da presa mostra lo strumento odontoiatrico, indugia sullo sguardo terrorizzato di Babe e sul volto sinistro del nazista.
Allo spettatore sembra quasi di essere seduto al posto dello sventurato Babe e sente un brivido percorrergli il corpo.
Il regista ha ottenuto quello che voleva:giocare con una delle arcane paure dell’uomo,la tortura applicata sui denti,il posto più sensibile del corpo umano.
Terrore e paura si mescolano mentre la scena prosegue e il film continua…l’attimo è finalmente passato e lo spettatore sembra liberato da un incubo.
Il maratoneta è un film diretto dal regista londinese JohnSchlesinger ,Oscar nel 1970 per l’immortale Un uomo da marciapiede,che riduce per lo schermo il romanzo Marathon man di William Goldman,coinvolgendolo anche nella sceneggiatura del film stesso.
Il risultato è un thriller mozzafiato,in cui tutti gli elementi del film si sposano magicamente grazie anche alla bravura eccezionale dei due protagonisti,un intenso Dustin Hoffman e un grandissimo Lawrence Olivier.

Un thriller ben congegnato tra l’altro,giocato tutto in velocità,sul filo della corsa ad una fortuna in diamanti e pieno di colpi di scena.
Babe è uno studente in storia,appassionato di maratone e segretamente ossessionato dalla morte del padre avvenuta anni prima, causata dall’accusa di essere un comunista nel periodo più buio della caccia alle streghe,il maccartismo,che portò il potere americano a sospettare di numerose personalità della cultura (esempio lampante Charlie Chaplin)

Durante uno dei suoi estenuanti allenamenti,assiste casualmente alla morte del fratello di Christian Szell,un nazista che vive alla luce del sole in Uruguay e per cui lavora sotto copertura il fratello di Babe,Doc.
Quest’ultimo si occupa del trasporto di diamanti di proprietà di Szell,facendo il corriere;malauguratamente per Szell,suo fratello era l’unico depositario della chiave di una cassetta di sicurezza in cui il criminale nazista ha depositato tutta la sua fortuna.
Szell quindi è costretto ad entrare negli Usa per cercare la famosa chiave;incontra Doc e lo ferisce mortalmente con un pugnale che nasconde in una manica.
Mortalmente ferito,Doc si reca a casa di Babe ma non riesce a comunicargli nulla,nemmeno il segreto sulla sua doppia vita e sulla sua reale occupazione.
Nel frattempo Babe si è innamorato di Elisa,una agente che lavora sotto copertura;Szell,convinto che Doc abbia rivelato qualcosa a suo fratello lo fa rapire e lo tortura.

Babe apprende quindi la verità su suo fratello,il suo impiego nella divisione diretta da Janeway,un’organizzazione segreta governativa che agisce nell’ombra;scopre che Szell è protetto e aiutato proprio da Janeway,che lo favorisce con lo scopo di apprendere notizie su altri criminali di guerra sfuggiti al giusto processo.
Sarà una corsa drammatica la salvezza di Babe;è un maratoneta allenato e riesce a tornare a casa,dove si arma con la pistola del padre.
Contatta Elisa,ma viene da questa tradito.
Durante un drammatico conflitto a fuoco,tutti i protagonisti dello stesso vengono feriti a morte;muore Elisa,che salva Babe da morte sicura,muore Janeway e muoiono di due aiutanti di quest’ultimo.Ma prima di morire Janeway comunica a Babe l’indirizzo della banca e l’ora in cui il criminale nazista andrà a ritirare i diamanti.
E’ arrivata l’ora della resa dei conti.
Veloce e intrigante,Il maratoneta ha un impianto di prim’ordine sia come struttura sia come svolgimento della trama.
I colpi di scena si susseguono, le pause del film sono avvincenti e sopratutto i personaggi di Babe e di Szell sono perfettamente caratterizzati;Babe appare un ingenuo,l’uomo qualunque inserito a forza in un gioco troppo complesso per lui mentre Szell è il cattivo di turno,un cattivo senza alcuno scrupolo con alle spalle un passato da torturatore e sopratutto da nazista convinto.

Lo scontro tra i due,così diversi, avrà compimento in un finale drammatico e ad alta tensione,perfettamente reso scenicamente da uno Schelinger assolutamente perfetto.
Il finale è anche l’unica cosa veramente divergente tra il romanzo palpitante di di William Goldman e il film;non accenno a questa differenza per evitare di svelare proprio il colpo di scena finale.
Grandissimo Dustin Hoffman,che interpreta in modo inappuntabile il giovane e inesperto Babe catapultato in una storia assolutamente troppo grande per lui,bravissimo Lawrence Olivier nel ruolo del perfido e amorale dottor Szell,bene anche Martha Keller che interpreta il ruolo di Elisa,la donna che prima circuisce,poi tradisce l’inesperto Babe giungendo infine alla redenzione salvandogli la vita e pagando il suo gesto con la morte,bene anche Roy Scheider nel ruolo di Henry David Levy (Doc).
Uscito nel 1976,Il maratoneta ebbe immediatamente un gran successo di pubblico e inaspettatamente di critica,tanto da elevare il film stesso a livello di cult negli anni successivi.

Azione,trama intrigante,profondità di espressione e sopratutto grandi interpretazioni:sono queste le chiavi di lettura di uno dei più bei film del genere thriller nella storia del cinema.
Menzione d’onore per le musiche che spaziano da Jules Masseneta Charles Mougeot da Franz Schubert a Michael Small e per la splendida e viva fotografia diConrad L. Hall.
Un film indimenticabile,da vedere assolutamente
Potrete visionare il film a questo indirizzo: http://www.dailymotion.com/video/x2jp3dd
Il maratoneta
Un film di John Schlesinger. Con Marthe Keller, Dustin Hoffman, Laurence Olivier, Roy Scheider, William Devane,Fritz Weaver, Jacques Marin, Richard Bright, Lou Gilbert, Marc Lawrence, Allen Joseph, Tito Goya, Ben Dova, James Wing Woo, Nicole Deslauriers, Lotte Palfi Andor, Jeff Palladini, Scott Price Titolo originale Marathon Man. Drammatico, durata 125 min.
Dustin Hoffman: Thomas Babington Levy (Babe)
Laurence Olivier: dott. Christian Szell
Roy Scheider: Henry David Levy (Doc)
Marthe Keller: Elsa Opel
Fritz Weaver: Prof. Biesenthal
William Devane: Peter Janeway
Richard Bright: Karl
Marc Lawrence: Erhard
Allen Joseph: Padre di Babe
Ben Dova: Klaus Szell
Jacques Marin: LeClerc
James Wing Woo:Chen
Nicole Deslauriers: Nicole
Lotte Palfi Andor: Sopravvissuta ebrea
Tito Goya: Melendez
Giancarlo Giannini: Thomas Levy
Glauco Mauri: dott. Christian Szell
Luigi Vannucchi: Henry Levy
Solvy Stubing: Elsa Opel
Massimo Foschi: professor Biesenthal
Stefano Satta Flores: Peter Janeway
Regia John Schlesinger
Soggetto William Goldman
Sceneggiatura William Goldman
Produttore Robert Evans, Sidney Beckerman
Fotografia Conrad L. Hall
Montaggio Jim Clark
Effetti speciali Richard E. Johnson, Charles Spurgeon
Musiche Jules Massenet, Charles Mougeot, Franz Schubert, Michael Small
Scenografia Richard Macdonald
Costumi Robert M. Moore, Bernie Pollack
Trucco Ben Nye
L’opinione del sito maurcrispi.blogspot.com
“E’ sicuro?”
Questo l’incipit del dialogo paradossale tra un Laurence Olivier, dagli azzurri occhi di ghiaccio, nei panni del criminale nazista Szell (conosciuto – tra le sue vittime dei lager – come l'”Angelo bianco”) e Dustin Hoffmann nel ruolo di Babe, il giovane studente di storia, ebreo di origine e figlio di H.V. Levy, intellettuale vittima del maccarthismo.
A queste parole segue una scena formidabile, rifratta in due parti, in cui il criminale-nazista mette opera le sue arti di dentista per estorcere una confessione alla sua vittima. Già, perchè è un medico odontoiatra…
Una scena che nulla ha perso, malgrado i quasi quarant’anni trascorsi dall’anno di uscita del film.
Mi riferisco a “Il maratoneta”, il magistrale film di John Schlesinger, da alcuni considerato un “capolavoro assoluto” della cinematografia.
Un film che mi è piaciuto per diverse ragioni, sia quando l’ho visto una prima volta alla sua uscita, in modo un po’ istintivo, sia quando ho avuto modo di rivederlo proprrio di recente in DVD.
Le ragioni per cui mi è piaciuto e per cui mi piace tuttora?”(…)
L’opinione di Lord Holy dal sito http://www.filmtv.it
Tratto dal romanzo omonimo di William Goldman, il quale ne adatta qui anche la sceneggiatura, lascia il segno soprattutto in virtù di un buon numero di sequenze da antologia e dell’efficacia nell’immedesimazione dei due attori principali. Dustin Hoffman incarna sostanzialmente l’uomo qualunque, che suo malgrado si ritrova coinvolto in un intrigo più grande di lui, condotto a sua insaputa da persone vicine che mai aveva imparato a conoscere davvero. Laurence Olivier è invece la manifestazione di uno spettro del passato, il riflesso di una disumanità la cui esistenza è bene non dimenticare, perché purtroppo ogni tanto torna a tormentare altre vittime riproponendosi per mezzo di nuovi intermediari. Fra le scene che più rimangono impresse, citerei la tensione da cardiopalmo del rapimento, l’efferata perversione della tortura e la trepidazione dell’inseguimento. Roy Scheider ha inoltre dalla sua un paio almeno di ottimi contributi, nei momenti di fratellanza, nel sospetto del pedinamento, nell’attentato e nell’incontro a tre per mangiare insieme. Mi trovo quindi d’accordo con quanto scriveva il critico Roger Ebert a conclusione della sua recensione: «If holes in plots bother you, “Marathon Man” will be maddening. But as well-crafted escapist entertainment, as a diabolical thriller, the movie works with relentless skill».
L’opinione del sito http://www.storiadeifilm.it
Che film Il Maratoneta! Bello, intenso e al contempo scarno ed essenziale come solo i grandi classici del cinema sanno essere. Parliamo di anni 70’ e di thriller vecchio stampo, gli archetipi del cinema d’azione attuale. In molti tratti Il Maratoneta può sembrare eccessivamente complicato; una mole d’azione e dialoghi tale che sembra di seguire passo passo le pagine di un libro più che vedere un film. E’ importante saperlo, Il Maratoneta è stato tratto dal libro omonimo di William Goldman e ne ricalca più o meno tutta la sceneggiatura, salvo piccole differenze nel finale. Semplici coincidenze? Non si sa. Va segnalato però il grande lavoro svolto da Schlesinger per snellire una sceneggiatura tanto intricata.
Quanto alle prove attoriali; c’è un grande Dustin Hoffman, l’Hoffman brillante degli anni 70’, quello in stato di grazia che parafrasando Luca Carboni, non ne sbagliava davvero uno. Prove eccellenti anche da parte dei co-protagonisti, in primis il gerarca nazista Szell, interpretato da un bravo Laurence Olivier poi Marthe Keller nella parte della giovane Elsa. Il montaggio è molto buono e fluido nonostante la complessità della trama. Buone anche le riprese, mai noiose.
L’opinione di jellyBelly dal sito http://www.filmscoop.it
Il paradigma del thriller: tensione altissima, situazione intricata ed un cattivo veramente cattivo. Ne “Il maratoneta” c’è tutto, con l’aggiunta di un eccellente coppia di protagonisti in cui, per una volta, Hoffman è surclassato dal suo comprimario, uno straordinario Laurence Olivier in un ruolo del tutto atipico per lui. Epperò il suo Dr. Szell è indimenticabile, uno dei malvagi più malvagi ed epici della storia del cinema, che raggiunge il suo apice nella famosissima scena della tortura sulla sedia da dentista.
Strana carriera quella di Schlesinger, capace di girare due film come questo e Midnight Cowboy e poi di navigare in acque mediocri, senza riuscire ad imprimere la propria impronta nella new Hollywood come molti altri suoi colleghi.
Curioso, poi, come in questo film Dustin Hoffman non venga doppiato da Ferruccio Amendola ma da Giancarlo Giannini che scimmiotta Ferruccio Amendola, in una delle sue prove al doppiaggio meno convincenti.
Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com
Fauno
E buona grazia! Con tre colossi quali Hoffman, Olivier e Scheider e due talenti quali Devane e la Keller, con un soggetto già in partenza devastante ne poteva scaturire solo un gran film… Se poi si interconnettono thriller, azione, spionaggio e ognuno di questi generi spara tante creazioni e tutte a forte impatto emotivo (torture naziste, doppi giochi, attentati, bracciali strani, complicità inattese, fughe ispirate a Bikila, servizi segreti che fanno i lavori più sporchi) ecco che la ricchezza visiva si moltiplica e il top viene raggiunto in un attimo.
Caesars
Una delle armi vincenti del film è quella di mettere lo spettatore praticamente nella stessa posizione del protagonista della vicenda: anche noi come lui non riusciremo per molto tempo ad avere le idee chiare su cosa stia succedendo e perchè e chi siano esattamente tutti i personaggi che compaiono. A questo ovviamente si devono aggiungere l’ottima interpretazione di Dustin Hoffman e Lawrence Olivier ed una trama non banale. Uno di quei prodotti che reggono bene il tempo. Da vedere.
Daniela
Thriller discreto, anche se non all’altezza delle migliori opere del regista e dagli sviluppi non del tutto convincenti. Eccellente il cast, con bravi attori (a parte l’anonima Keller) che fanno corona a due campioni dello schermo di diverse generazioni e stili recitativi. A ritagliarsi uno spazio permanente nella memoria dello spettatore non è la vicenda in se stessa, né i personaggi, ma la sequenza agghiacciante della tortura. Chi, seduto su quella sedia a bocca aperta, non ha mai immaginato Oliver dietro il volto del proprio dentista?



















































































































































































































































































































































































































































