Oltre l’Eden
Oltre l’Eden di Alain Robbe-Grillet è il quarto film del regista e sceneggiatore francese di Brest.
Il primo a colori che segue L’uomo che mente l’ultimo suo lavoro del 1968.
parlare di questo film analizzandone la trama è operazione praticamente inutile oltre che impossibile; la struttura tipica dei film di Grillet infatti impedisce di narrare una trama essendo costruiti gli stessi come frammenti non riconducibili ad un solo filo conduttore.
Nello specifico Oltre l’Eden appare strutturato,utilizzando un paragone pittorico, come un museo dalle diverse sale in cui siano presenti gallerie di vari pittori; in questo caso l’artista dominante è Mondrian, con le sue pitture schematiche e i colori rosso, giallo, blu e nero e le sue linee nette.
Grillet, che odiava il verde, tanto da non voler girare film a colori, trova in Mondrian il suo mentore e costruisce attorno alle sue tavole un film in cui più che la trama, la storia, appare importante la rappresentazione visiva dei suoi sogni onirici, che troveranno nel film stesso l’esaltazione massima nella figura della protagonista.

Il film è,per farla breve, composto da veri e propri quadri viventi che formano un percorso labirintico nel quale si innesta una trama volutamente oscura;l’Eden in effetti è un bar frequentato da studenti, caratterizzato da vetrate e quadri appesi alle pareti che altro non sono che riproduzioni delle opere di Mondrian.
Nel bar la sera vengono rappresentati spettacoli di puro stile sado maso, a base di feticci erotici che però non hanno alcun potere coinvolgente sullo spettatore, vista la resa asettica, quasi chirurgica che Grillet impone as usual ad un suo film.
La protagonista della storia è Violette, una ragazza della quale non conosciamo nulla ( e non conosceremo nulla); Violette una sera incontra nelle’Eden un misterioso straniero, che affascina e affabula i presenti con giochi di prestigio e lunghi racconti dei suoi viaggi in Africa.
Violette, affascinata, accetta di prendere una sostanza stupefacente e la sera, su invito del misterioso straniero, si reca in una fabbrica, dove ha degli incontri inquietanti.
Ritrova lo straniero morto all’uscita dalla fabbrica, dalla quale la ragazza è uscita con molta difficoltà:l’uomo stringe tra le mani una cartolina di Djerba, una località della Tunisia.

Al rientro a casa Violette scopre di essere stata derubata di un dipinto,decide di seguire l’indizio della cartolina e parte per la Tunisia dove scopre che un artista ha lo stesso volto dell’uomo morto nella fabbrica.Diviene l’amante dello scultore,ma viene rapita da un gruppo di giovani che sono l’esatta replica dei suoi amici dell’Eden.
Adesso è lei la protagonista degli spettacoli feticistici dell’Eden e dopo essere stata sottoposta a sevizie,grazie all’aiuto di una ragazza che è l’esatta immagine di se stessa, riesce a fuggire giusto in tempo per scoprire che anche lo scultore è morto.
La storia ritorna all’Eden, dove Violette scopre che forse nulla è accaduto, che forse tutto è dovuto all’assunzione della droga, o che forse…
Come accennato all’inizio, Oltre l’Eden appartiene marginalmente alla cinematografia, solo per il fatto che utilizza il cinema per mostrare immagini in movimento;qui siamo di fronte ad un’opera non classificabile e non catalogabile, proprio per le caratteristiche di narrazione destrutturata delle vicende dei protagonisti del film, che appaiono come quadri in movimento e immersi sostanzialmente in uno spazio tempo dilatato e non afferrabile.

La struttura stessa del film è quasi circolare,con la partenza dall’Eden e il ritorno al punto d’origine;in fondo non è importante il fatto che Violette sia o non sia protagonista della storia, se abbia o no vissuto le avventure raccontate nel film.
Conta il linguaggio visivo e qui iniziano i guai.
troppe le citazioni e i simboli che utilizza il regista francese per districarsi nella pellicola per cui alla fine ci si deve accontentare di un viaggio in una galleria pittorica fuori dallo spazio, in cui tutto ha solamente la dimensione di ciò che si vede, quasi un invito a prendere e fruire delle immagini stesse senza troppi problemi, accontentandosi di far gustare agli occhi le colorazioni straordinarie della pellicola, dei quadri astratti e se vogliamo, in ultima analisi, della visionarietà del racconto.
Il film esce nel 1970 ed è opera di grande impatto emotivo a patto però di dimenticare la narrazione cinematografica; per Grillet conta poco e nulla, quello che vuole è far immergere lo spettatore in un mondo dove i sensi devono essere stimolati e possibilmente plasmati dalla visione senza una logica stringente di quello che scorre sullo schermo.
Ci sono dei nudi nel film ma l’erotismo è sotto zero; nulla stimola i sensi e la libidine proprio perchè sembra di essere di fronte a dei quadri esposti come arte a se stante.

Il nudo diventa sublimazione dei sensi e non partecipazione diretta o vojeuristica.
Chiunque voglia avvicinarsi a questa o altre opere di Grillet non può prescindere da un dato fondamentale; il suo cinema non è soltanto visionario, è puramente opera visiva che stimola i sensi.
Un film in anticipo sui tempi o assolutamente fuori da ogni contesto?
Forse una cosa e l’altra.
Pure sbaglierebbe chi si accosta a quest’opera e cercasse di coglierne aspetti particolari o messaggi intrinseci.
Basta solo godersi quello che si vede e lasciarsi trascinare dalla vista.
Oltre l’Eden è opera praticamente introvabile in rete e non risulta nemmeno passata di recente in tv, per cui chiunque voglia vederla dovrà puntare su versioni in commercio in DVD.
Oltre l’Eden
Un film di Alain Robbe-Grillet. Con Catherine Jourdan, Pierre Zimmer, Richard Leduc Titolo originale L’Eden et après. Drammatico, durata 100′ min. – Francia 1971.
Catherine Jourdan: Violette
Lorraine Rainer: Marie-Eve
Sylvain Corthay: Jean-Pierre
Richard Leduc: Marc-Antoine
Pierre Zimmer: Duchemin
Ludovít Króne: Franc
Jarmila Kolenicová: Sona
Juraj Kukura: Boris
Catherine Robbe-Grillet: Donna
Regia Alain Robbe-Grillet
Soggetto Alain Robbe-Grillet
Sceneggiatura Alain Robbe-Grillet
Produttore Samy Halfon
Fotografia Igor Luther
Montaggio Bob Wade
Musiche Michel Fano
Scenografia Anton Krajcovic
Titolo originale L’éden et après
Lingua originale Francese
Paese di produzione Francia, Cecoslovacchia
Anno 1970
Durata 93 min
Colore colore
Audio sonoro
Rapporto 16:9
L’opinione di kotrab dal sito http://www.filmtv.it
Un altro Robbe-Grillet impegnato in un algido percorso misterioso, una non-storia dove i tempi non sono assoluti e gli spazi si intersecano, con pareti alla Mondrian che imprigionano, esterni assolati, luoghi non-luoghi difficili da percorrere, case dalle superfici abbaglianti che annullano il loro spessore e assorbono la vita, violenze e omicidi dove la morte non è mai tale, è apparenza, e ricerche di un niente che però è già stato trovato. Oltre l’Eden è stato costruito con uno stretto legame alla sua musica di commento ed è uno dei due risultati prodotti dal montaggio diverso di uno stesso materiale filmico, secondo il modello della musica aleatoria novecentesca: infatti, a partire da una serie di inquadrature girate, sono risultati i due film Eden et aprés e N. a pris les dés (“N. ha preso i dadi”; titolo originale acronimo).
L’opinione di Undjing dal sito http://www.davinotti.it
L’Eden come allegoria: è un locale ed un Paradiso in apparenza, ma varcato il suo ingresso, può trasformarsi, all’evenienza, anche nell’Inferno. Un gruppo di giovani sperimenta esperienze estreme, al limite della violenza e dell’erotismo, all’interno di un ambiente contorto. Spentosi nel febbraio di quest’anno, Grillet è stato regista noto sostanzialmente per l’acclamato dramma dal titolo Trans-Europ-Express (1966). Eppure l’autore, pur se con il contagocce, ha dato corpo (e voce a scritti) a pellicole quasi “maledette”, poiché proiettate avanti, ed estranee, al tempo della loro realizzazione.
L’opinione di Fauno http://www.davinotti.it
Come idee e trovate può essere geniale, ma per poterlo apprezzare è necessaria una cultura generale anche su altri tipi di arti figurative, oltre ad essere cinefili polivalenti; altrimenti è inevitabile che la forte curiosità iniziale ceda il passo alla noia, dovuta alla lentezza del film. Nulla da dire su trucco, estetica e scenari, specialmente le oasi, ma se non siete amanti di film ermetici, di mimica o di pittura e scultura, astenetevi dal vederlo.
Calamo
Massimo Pirri, regista e sceneggiatore romano prematuramente scomparso nel 2001 a 55 anni è stato un regista che nella sua carriera ha diretto solo 7 film, il più famoso dei quali è sicuramente L’immoralità,uscito nel 1978 e che suscitò un’ondata di polemiche sia per il tema trattato (una relazione a tre tra un assassino pedofilo, una donna e la sua figlia adolescente) sia per le scene di sesso tra il protagonista e Karin Trentephol,all’epoca appena tredicenne, che ovviamente venne sostituita da una controfigura nelle scene più torride.
Calamo è il suo primo film diretto nel 1976 ed è opera complessa e al tempo stesso irrisolta, densa com’è di riferimenti al mondo borghese e ai giovani rampolli della borghesia stessa, stretti tra il desiderio di evasione e di ribellione al mondo a cui appartengono e l’impossibilità di sfuggire alla prigione dorata nella quale vivono comunque agiatamente e dei cui simulacri non sanno e non possono fare a meno.
Lino Capolicchio e Valeria Moriconi
Un film in cui Pirri mescola elementi tipici del cinema di Bunuel, senza minimamente arrivare a lambire le vesti del vate spagnolo a tentativi di innovazione del cinema, attraverso dialoghi e situazioni che spesso spiazzano lo spettatore rendendo il film per certi versi affascinante ma per la maggior parte del tempo piuttosto noioso attraverso una verbosità eccessiva ed estenuante.
Pirri mette troppa carne al fuoco e stende una sceneggiatura a tratti schizofrenica, disinteressandosi della trama e privilegiando la contrapposizione frontale tra i due mondi a cui appartengono i due gruppi di individui che costituiscono l’ossatura del film, visti attraverso i comportamenti spesso incomprensibili che mostrano nel corso del film.
Discorso che può apparire fumoso, ma certo è concettualmente difficile esprimere a parole un film dall’andamento poco lineare, in cui i personaggi principali appaiono a tratti quasi grotteschi nelle personalità, nei gesti e più ancora nei dialoghi.
Con queste premesse diventa difficile anche dare indicazioni sulla trama senza rischiare di fuorviare l’attenzione dello spettatore;cosa è più importante nel film, la vicenda personale del protagonista oppure il mondo che lo circonda, i giovani borghesi che frequenta oppure gli hippy che segue senza tuttavia integrarsi?
La pellicola inizia mostrandoci il protagonista, Riccardo, un giovane che studia in Svizzera da seminarista osservare una ragazza e due ragazzi in riva al mare;la ragazza si spoglia davanti ai due ragazzi, salvo poi fuggire appena si accorge della presenza di Riccardo.Il giovane,turbato, torna a casa dove ad attenderlo c’è la sorellastra Stefania, con la quale ha una relazione incestuosa;la scena si trasferisce a tavola, dove un gruppo eterogeneo di persone è seduta accanto al padre di Riccardo.
Durante il pranzo,l’uomo pontifica sulla situazione politica, usando termini sprezzanti verso le la classe operaia (“ci vorrebbe il manganello, nessuno tira la cinghia come abbiamo fatto noi“), suscitando la reazione di Riccardo quando accenna al desiderio di quest’ultimo di diventare prete.

E’ il primo momento topico del film, distonico e schizofrenico, in cui la varia umanità del mondo borghese sembra unirsi compiutamente attraverso dialoghi reazionari;la scena in cui la ragazza che i genitori vorrebbero affibbiare a Riccardo si mette le mani tra le gambe toccandosi le parti intime e poi passandosi vogliosa le dita tra le labbra suggerisce compiutamente l’unione con un altro simulacro del mondo borghese,il sesso.
Riccardo sfugge a questo primo “agguato” urlando la sua voglia, il suo desiderio di diventare prete; forse è una reazione al mondo ipocrita a cui comunque appartiene,forse è solo un gesto di sfida verso il padre,chissà.
Per tutto il film non sapremo mai quanto il giovane sia convinto della sua scelta e quanto piuttosto intenda rimarcare la distanza con quel mondo che sembra essergli così estraneo.
Poi Riccardo riprende la sua tormentata relazione con Stefania, fino a quando la donna non gli confessa di essere sul punto di sposarsi;Riccardo torna in Svizzera e casualmente incontra un gruppo di giovani hippy, con i quali stringe amicizia.
Attratto dai giovani, un gruppo di borghesi che sembra voler vivere fuori dai rigidi schematismi della classe alla quale appartengono,Riccardo si lega ad una ragazza del gruppo; è l’inizio di un’esperienza tormentata, che passerà attraverso il superamento dei rigidi schemi borghesi, attraverso la sperimentazione dell’amore libero e dell’uso delle droghe.

Quando alla fine,Riccardo capirà che quella del gruppo è solo una ribellione pro forma alla società ed ai suoi totem, deciderà di riprendere la tonaca da prete,che ha portato sempre con se ma…
Con un andamento schizoide, mescolando dialoghi a volte eccessivamente verbosi, a volte schematici e irritanti, a volte ancora semplicemente decadenti,Pirri da la sua descrizione del mondo borghese senza tuttavia uscire dal rigido binario del dualismo conformismo/anticonformismo.
Lo stesso personaggio principale, Riccardo, appare prigioniero di un mondo al quale vorrebbe sottrarsi ma che lo irretisce anche quando decide di uscirne, finendo per lasciarsi andare in maniera indolente incontro ad esperienze che alla fine lo lasceranno ancor più pieno di dubbi.
Dubbi che assalgono anche lo spettatore, indeciso su come decifrare gli ambigui messaggi di Pirri; scene apparentemente slegate dal tema principale si susseguono creando un’atmosfera di palese imbarazzo.
Cosa pensare ad esempio delle sequenza disturbante dell’aborto della giovane “hippy” interpretata dalla Senatore?
Pesanti dubbi vengono poi analizzando l’interpretazione di Capolicchio; il personaggio di Riccardo ha una personalità ondivaga e lui ne accentua le caratteristiche con una recitazione ai limiti dell’isteria, accentuando quelli che sono di base i tormenti di un’anima inquieta con una resa recitativa più da teatro che da cinema.
Paola Montenero
Cosa che fa anche la Moriconi, il cui personaggio è ancor più indecifrabile sia nelle mosse sia nelle motivazioni che la spingono tra le braccia del fratellastro, attraendolo e respingendolo contemporaneamente,in un assurdo gioco di seduzione sado masochistico.
La bravissima attrice sembra anch’essa dare un taglio teatrale alla sua interpretazione, tanto che se aggiungiamo la bravissima Paola Montenero, che interpreta il ruolo della ragazza di cui temporaneamente si innamora Riccardo, avremo un gruppo di attori che sembrano strappati di peso da un palcoscenico.
Curiosa la decisione di Pirri di far lavorare la sua compagna del tempo, la Montenero, con le parti intime completamente depilate, cosa che rende il film più incline ad essere un softcore movies che una pellicola d’autore.
Troppe infatti le scene di nudo fuori contesto per non ingenerare il legittimo sospetto che Pirri abbia voluto ancor più assorbire l’attenzione dello spettatore con il buon vecchio sistema di sbandierare l’eros a tutto spiano.
Nel cast figurano anche Paola Senatore, con un colore di capelli biondo che le stravolge completamente il volto e il compianto Aldo Reggiani, sacrificato nel ruolo di un giovane borghese che non ha alcun peso nel film.
Il giudizio finale sul film stesso non può non partire dalla considerazione che comunque è apprezzabile il tentativo da parte di Pirri di percorrere strade poco battute;il problema è il modo in cui lo fa e qui abbiamo praticamente già detto tutto in fase di recensione.

Per chi volesse cimentarsi con quest’opera comunque anticonvenzionale, arriva a proposito la riduzione in divx del film, splendida e luminosa caricata pochi giorni fa da un emerito “youtubista”: il film infatti è disponibile all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=RbUEv1W7_lE e dovrebbe essere in versione integrale.
Càlamo
Un film di Massimo Pirri. Con Valeria Moriconi, Raffaele Curi, Aldo Reggiani, Lino Capolicchio, Paola Senatore, Paola Montenero, Rita Livesi, Lorenzo Piani, Jacques Stany Drammatico, durata 100′ min. – Italia 1976.
Vi prego di dedicare 30 secondi per rispondere al sondaggio che segue:le vostre opinioni sono importantissime!
Lino Capolicchio: Riccardo
Valeria Moriconi:Stefania
Paola Montenero:La ragazza hippy
Paola Senatore:la bionda hippy
Aldo Reggiani:un giovane hippy
Regia: Massimo Pirri
Sceneggiatura: Massimo Pirri, Pier Giovanni Anchisi
Musiche:Claudio Tallino
Montaggio:Cleofe Conversi
Fotografia:Riccardo Pallottini
“ E’ un film che parla di giovani e dell’impossibilità materiale di comunicazione fra i due grandi gruppi in cui essi si dividono. Nel primo, quelli pienamente realizzati o che hanno già individuato strade e strumenti per raggiungere i loro obiettivi. Nel secondo, coloro che questi strumenti non li possegono, per diversi motivi, e che dunque non riescono a realizzarsi. L’incontro o lo scontro di questi due blocchi, che reciprocamente si attirano, provoca un “corto circuito”. Ci sono implicazioni politiche, ma mediate da questi elementi: il mio esame si compie attraverso un occhio che non divide in fazioni, ma che diviene, però “fazioso” quando individua le strutture che ingabbiano molti giovani, occultando loro i mezzi che possono aiutarli a definirsi e prendere coscienza di se stessi”. (Massimo Pirri)

L’opinione di mm40 da http://www.filmtv.it
Il debutto dietro la macchina da presa del trentunenne Massimo Pirri è all’insegna del cinema autoriale, con una sceneggiatura complessa e spigolosa scritta dal regista stesso in collaborazione con Pier Giovanni Anchisi, fino a quel momento caratterista e autore per produzioni di serie B/C. Non che qui la situazione sia nettamente migliore, anzi: il budget è piuttosto ridotto e l’unica nota davvero positiva a riguardo della produzione sta nello sfoggio di un poker di interpreti di discreto livello (Lino Capolicchio, Valeria Moriconi, Aldo Reggiani, Paola Senatore). Per il resto il film naufraga ben presto, vittima di ambizioni troppo alte, con dialoghi pretenziosi che si accoppiano (male) a frequenti scene di nudo spesso totalmente gratuite; si dice che Pirri puntasse a scimmiottare Bunuel, ma forse sarebbe stato già abbastanza per lui raggiungere un Alberto Cavallone. Ad ogni modo ciò che qui manca è la personalità del regista, roba che non si compra, nè tantomeno si imita. Fotografia cupa (ma chissà quanto dipende dalla visione in vhs di qualità scadente) di Riccardo Pallottini, fra un poliziottesco e l’altro, che diventerà collaboratore fisso di Pirri nei suoi prossimi lavori.
L’opinione di ezio da http://www.filmtv.it
Un cultissimo del cinema di genere anni settanta.Ambizioni alte e non tutte risolte ma si intravede una interpretazione psicologica ben descritta dall’ottimo Capolicchio e dalla brava Montenero,attrice di teatro prestata al cinema,come spiega bene lei negli extra dell’imperdibile collana cinekult ,la bibbia dell’home video sul cinema di genere.Siamo sempre li!! Cinema cosi’ oggi possiamo solo sognarcelo.,allora si rischiava,nel bene e nel male.Imperdibile per gli appassionati del genere.Tanti nudi ,anche quello depilato di Paola Montenero,il regista spiega il perche’ negli extra….
L’opinione di Homesich dal sito http://www.davinotti.com
Parabola mortale di un giovane seminarista senza vocazione, schiacciato dal marciume borghese e dai proclami finto libertari di un gruppo di hippies. Pirri dichiara di essersi ispirato niente meno che a Buñuel (!) e scrive una sceneggiatura confusa, provocatoria e pretenziosa, che causa frequenti moti di disgusto. Da apprezzare la sfaccettata interpretazione di Capolicchio, la Moriconi sempre più somigliante alla Gastoni, la carnale e filiforme Montenero e certe parti musicali di Tallino, il compositore di Spell.
L’opinione di Fauno dal sito http://www.davinotti.com
Di quelli che ho visto è il meno riuscito. Per i primi 40 minuti va a scheggia ad emettere come lava le sensazioni più contorte e le libidini più sopite, che esplodono tutte in una volta, del rapporto di lui con la sorellastra… il resto sono fenomeni che vediamo spesso. Tutti son bravi a predicare e a coinvolgere nelle loro porcherie il solito bonaccione senza personalità e così mansueto da non voler mai contraddire nessuno, salvo poi scaricarlo come un rifiuto biologico quando non fa più comodo. In due parole: fatevi valere e non siate così fessi.
Macbeth
Nel 1971, a distanza di due anni dalla tragedia di Beverly Hills del 9 agosto 1969, in cui trovò la morte sua moglie Sharon Tate, Roman Polanski torna dietro la macchina da presa per dirigere la riduzione cinematografica del Macbeth, la tragedia di Shakespeare più cupa e drammatica.
Che la morte tragica dell’attrice avesse sconvolto il regista polacco appare chiaro sin dalla scelta del soggetto,il dramma shakespeariano incentrato sul potere e sui pericoli che esso comportano per chi si lascia da esso sedurre.
Polanski mette in scena un film dai toni se possibile ancor più cupi della tragedia;avvolge il film in un’atmosfera crepuscolare e violenta, accentuandone sia la violenta storia sia il chiaro messaggio indirizzato da William Shakespeare alle platee deputate alla rappresentazione del dramma.

Il grande bardo aveva preso spunto dal resoconto storico delle tragiche vicende del re Macbeth di Scozia narrate da Raphael Holinshed e dal quello filosofo scozzese Hector Boece;una tragedia che narra e illustra i guasti che il potere possono generare nell’animo umano, attraverso le vicende di Macbet e della sua sposa, ancor più ambiziosa di suo marito e che nella realtà appare dominata d una sete di potere che sembra superare anche quella del marito, che nella tragedia appare quasi succube della donna.
Ma se nella tragedia shakesperiana l’elemento soprannaturale appare assolutamente dominante, una specie di nemesi alla quale Macbeth non sa e non può opporsi, preda com’è della superstizione che lo porterà a commettere atti terribili, nel film di Polanski la cosa è nettamente più sfumata.
Il ruolo di Lady Macbeth è si importante, ma non ha quella capacità totalizzante che esiste nella tragedia;il soprannaturale è elemento di contorno e le tre streghe che vaticinano il futuro di Macbeth hanno un ruolo decisamente inferiore.
Lady Macbeth non sembra avere quel peso determinante che ha in origine e Macbeth sembra agire più per istinto che per volontà della moglie.
Una differenza di non poco conto, ma che comunque non va ad inficiare il risultato finale, visto che Polanski non stravolge la tragedia, quanto piuttosto la adatta al suo modo di vedere.

La trama è quella classica ordita da Shakespeare ,che inizia con Macbeth e Banquo, generali di Duncan che regna sulla Scozia tornare al loro paese dopo una sanguinosa guerra condotta contro i ribelli che si oppongono a re Duncan.
Durante il viaggio i due uomini si imbattono in tre streghe che vaticinano per Macbeth un futuro da sovrano subito dopo essere diventato il signore di Cawdor e per Banquo un futuro da padre di re senza però diventare in realtà mai un sovrano.
Subito dopo il ritorno a casa, Macbeth vede avverarsi la prima parte della profezia;Ross, messaggero del re comunica a Macbeth l’avvenuta nomina di signore di Cawdor.
Macbeth così parla con sua moglie, confidandogli la profezia predetta dalle tre streghe.

La donna, mossa da ambizione e sete di potere, incita suo marito a dar corso alla profezia, eliminando l’unico ostacolo tra suo marito e la corona, ovvero re Duncan.
Durante un soggiorno dello stesso re nel maniero di Macbeth, re Duncan viene da quest’ultimo ucciso.
Per sviare da se il sospetto di essere il vero omicida, Macbeth accusa due suoi servi e subito dopo li giustizia.
I figli di Duncan,Malcolm e Donalbain capiscono che è Macbeth il vero omicida e fuggono; per Macbeth si spalanca la porta che lo vede in seguito sedere sul trono di Scozia.
Ma l’uomo è ormai in preda a sentimenti violenti e contrastanti; un po per il rimorso di aver ucciso il proprio re, un po per la paura che la profezia delle tre streghe si avveri Macbeth decide di eliminare anche Banquo suo amico di un tempo.

Sono due sicari prezzolati dal neo re a uccidere l’amico Banquo, ma all’agguato scampa Fleance, figlio di Banquo.
Gli eventi intanto precipitano; mentre Malcom, figlio del defunto re organizza un esercito per deporre il regicida, Macbeth sempre più perseguitato dal rimorso e sopratutto dallo spettro del suo defunto amico Banquo decide di interprellare nuovamente le tre stregh.
Le quali formulano altri nuovi vaticini:Macbeth non potrà mai morire per mano di un uomo, sarà insidiato da Macduff, signore di Fife e che conoscerà la sconfitta solo il giorno in cui la foresta di Birnam si muoverà minacciosa verso di lui.
Ormai preda della follia e privo anche dell’ultimo barlume di umanità rimastogli, Macbeth fa sterminare la famiglia di Macduff.
A cadere sotto i colpi del folle re sono la moglie e i figli del signore di Fife, che nel frattempo sta muovendo con l’esercito raccolto da Malcom verso di lui.
Vinta dall’orrore dello sterminio della famiglia Macduff e anche dal rimorso per la propria condotta, lady Macbeth si uccide.
Nella battaglia finale si compie il destino di Macbeth;come predetto dalle tre streghe, gli uomini di Malcom, nascosti dietro i rami degli alberi della foresta di Birnam, si muovono verso il castello del re che viene ucciso per mano di Macduff.
Si compie così la profezia della morte per mano di un uomo non nato per mano umana: Macduff infatti era stato estratto con il forcipe dal ventre della madre, morta durante il padre.
Si chiude con la solenne incoronazione del legittimo re di Scozia, il figlio di re Duncan, Malcom.
L’atmosfera tragica e cupissima della tragedia trova in Polanski un fedele illustratore degli avvenimenti; una luce drammatica, un’atmosfera plumbea e tenebrosa permea il film dall’inizio alla fine, esaltando quindi lo scenario drammatico delle vicende narrate da Shakespeare.

Un film molto particolarmente ben fatto, nel quale l’elemento tragico della storia narrata da Shakespeare ben si sposa con le vicende personali del regista, che sembra trasporre a piene mani uno stato d’animo ancora sconvolto dai tragici avvenimenti che portarono alla morte l’attrice Sharon tate, moglie del regista che era tra l’altro in attesa di un figlio.
La strage di Bel Air avvenne,come accennato agli inizi, la notte del 9 agosto 1969; accanto alla bellissima attrice, che era a sole due settimane dal parto persero la vita Jay Sebring, Wojciech Frykowski e Abigail Folger,amici della coppia.
La strage,opera della Manson family,destò orrore e sdegno in tutto il mondo.
Tornando al film, accanto alla splendida fotografia e alle location incantate delle highland scozzesi,del Wales e del Northumberland, vanno segnalati gli attori, poco conosciuti ma bravi, fra i quali spicca la presenza di Francesca Annis.
Il film non passa sulle tv locali e nazionali ma è visionabile in una splendida versione divx in streaming all’indirizzo http://www.cineblog01.net/macbeth-1971/
Macbeth
Un film di Roman Polanski. Con John Stride, Francesca Annis, Jon Finch, Martin Shaw Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 140′ min. – Gran Bretagna 1971
Jon Finch: Macbeth
Francesca Annis: Lady Macbeth
Martin Shaw: Banquo
Terence Bayler: Macduff
John Stride: Ross
Nicholas Selby: Duncan
Stephen Chase: Malcolm
Paul Shelley: Donalbain
Bernard Archard: Angus
Sydney Bromley: Porter

Regia Roman Polanski
Soggetto William Shakespeare
Sceneggiatura Roman Polanski, Kenneth Tynan
Produttore Andrew Braunsberg, Hugh Hefner, Victor Lownes
Fotografia Gilbert Taylor
Montaggio Alastair McIntyre
Musiche The Third Ear Band
Scenografia Wilfred Shingleton, Fred Carter e Bryan Graves
L’opinione del sito http://www.mymovies.it
In una Scozia medioevale crudele, pagana e barbarica, dove il fantastico e la magia sono sempre dietro l’angolo, il nobile Macbeth è spinto dalla moglie avida di potere, a commettere a commettere una serie di omicidi per installarsi al trono. Diventato re, l’usurpatore non riesce a cancellare il rimorso del sangue versato: sospettando complotti, ucciderà l’amico Banquo e, sempre più isolato, andrà incontro alla rovina.
Polanski calca la mano sui luoghi cupi e sanguinosi, ma non vuole strafare mettendoci troppo di suo, e ende tutto sommato un buon servizio alla tragedia shakespeariana. Ai tempi i critici arricciarono il naso: ma non sono poi tanti i film tratti da Shakespeare dove non si respiri la polvere del palcoscenico e dove gli attori non abbiano il birignao. L’impatto brutale con molte sequenze riscatta alcune ingenuità. La parte della Annis sarebbe dovuta andare a Tuesday Weld, che però si rifiutò di apparire nuda. Colonna sonora della Third Ear Band.
L’opinione del sito http://www.filmup.leonardo.it
Grigio, cupo, con qualche scena di nudo (il sabba delle streghe e la Lady Macbeth sonnanbula), in ogni scena si respira l’aria di Scozia dell’anno 1000 con il fango, la povertà e le violenze. Non ho visto il Macbeth di Welles ma posso sicuramente dire che questa versione di Polanski rispetta fedelmente il dramma Shakespeariano e ne amplifica il messaggio contro l’avidità di potere e il tradimento delle amicizie…Bellissima la scena del duello finale e bravissima la Lady Macbeth (Francesca Annis) ruolo non facile ma ottimamente intepretato
L’opinione di elio91 dal sito http://www.filmscoop.it
La filmografia di Roman Polanski dall’esordio negli anni ’60 fino a Tess contiene soltanto film di grandissimo valore,mai un passo falso (vabbé,Che non è un gran film però si può salvare); cosa incredibile nella carriera di un regista. Poi ci fu la pausa degli anni ’80 ripresa stancamente con Pirati,continuata con l’alternanza di bei progetti a volte sottovalutati e non capiti (La morte e la fanciulla,La Nona porta) ad altri di grandissimo valore da considerarsi tra i suoi migliori (Luna di Fiele,il Pianista,anche l’ultimo sottovalutatissimo Ghostwriter). Ma c’è forse un film all’interno della sua filmografia che ha diviso un pò tutti alla sua uscita e che ancora oggi è difficile inquadrare perfettamente,ed è questo Macbeth.
La più bella trasposizione rimane Il Trono di Sangue dell’imperatore Kurosawa e su questo poco c’è da ridire; Welles ovviamente non si può dimenticare ma in un’ideale classifica inserirei Polanski in mezzo al giapponese e all’americano (di Welles non ho amato l’eccessiva stilizzazione teatrale).
Non è un’opera completamente riuscita questa di Polanski e ciò si nota subito: le parti parlate da teatro in contrasto con la cruda rappresentazione spesso non sortiscono gli effetti sperati ma la trasposizione è rigorosa anche se,caso unico nella produzione del polacco,a tratti piena di alcuni eccessi che poi raramente si vedranno nei successivi lavori. Si parla di eccessi di violenza e crudeltà che lasciano straniti; mi spiego meglio: ovviamente il cinema di Polanski è basato sulle ossessioni,la crudeltà e anche su una violenza psicologica dilaniante ma in un certo modo quasi elegante (e malato) il regista riesce nelle sue altre pellicole a centellinare questo,a volte mostrandolo con crudezza e altre volte solo suggerendolo. Nel suo Macbeth la violenza esplode a volte in una maniera incontrollabile e che non sembra essenziale in virtù di ciò che si racconta,basterebbero le atmosfere cupe e nerissime,le trame fitte di omicidi e di bramosia di potere,anche gli incubi e i mostri generati dalle tre streghe. Invece no,stupri e omicidi ci vengono spiattellati davanti con ostentata crudezza quasi a voler dire “ecco,ora siete contenti?”.
Impossibile non ricercare i semi di questa violenza nella tragedia di Sharon Tate e Macbeth è il film successivo alla morte del regista. Lo choc personale si è riversato tutto nella tragedia Shakespiriana,impossibile non notarlo.
Sotto molteplici punti di vista Macbeth è quindi il film più personale ed estremo di Polanski anche perché il meno contenuto nella sua eccessività improvvisa e il più ostentatamente violento.
Spiazzante anche il finale ciclico,ancora una volta di grande crudezza e che ripropone il tema prediletto del polacco: un male destinato a ripetersi e non finire mai. Come nella vita di Polanski,qui più che mai trasportata sul grande schermo attraverso le sue ossessioni senza filtro.
L’opinione di dobel dal sito http://www.filmscoop.it
L’opera con cui Polanski tornò al lavoro nel 1971 dopo la tragedia di Bel Air è una delle più cupe tragedie del Bardo inglese. ‘Macbeth’ rappresenta la brama di potere, l’ambizione sfrenata e la cecità di fronte ad un destino che non può che essere sanguinoso. Una tragedia trasposta sullo schermo in modi e tempi differenti con almeno due punti di riferimento imprescindibili: Welles e Kursawa. Allo stesso modo è punto di riferimento fondamentale l’opera verdiana (uno dei capolavori del melodramma romantico ed una lettura Shakespeariana di profondità abissale). Polanski in qualche modo rielabora e sublima la propria tragica esperienza in un film a suo modo straordinario. Siamo di fronte ad un lavoro di pura regia (non essendo gli interpreti all’altezza di quelli sfoggiati nei due precedenti sopra menzionati), nel quale gli attori si inseriscono in modo funzionale alla visione d’insieme di Polanski. Debbo dire che, al pari di ‘Tess’, è uno dei film del maestro polacco che mi hanno maggiormente soddisfatto. L’universo di Polanski è infestato di spettri, ombre e inquietudini: i suoi film non sono mai pacificatori o accomodanti; una produzione discontinua è legata dal filo rosso dei dèmoni interiori. ‘Macbeth’ si presta in maniera eccezionale ad una visione poetica nella quale il demoniaco si sposa al ‘troppo umano’; così la visione registica viene declinata in un ambiente di gelido squallore, su spiagge umide e fredde, in una campagna irlandese dove la vegetazione non è rigogliosa e ricca bensì scarna e grigia. I nobili e i regnanti vivono in austeri castelli in mezzo a porci e galline; Macbeth e Lady Macbeth sono due giovani ambiziosi pronti a tutto; le streghe sono delle vecchie uscite da un quadro fiammingo. Una regia, a mio parere, grandissima, che si avvale di una splendida fotografia e di un sapiente utilizzo di musiche folkloristiche di derivazione medievale. Un ritorno alla regia di grande profilo, di grande eleganza, e grande profondità. Rispetto a Welles e a Kurosawa siamo di fronte ad un film che non può vantare altrettanti grandi interpreti, ma sicuramente una regia di pari valore.
Non si tratta, come qualche commentatore ha insinuato, di tratti di novità nella lettura polanskiana (supportata dalla consulenza critico-letterara di Kenneth Tynan), bensì di una trasposizione classica magnifica e di straordinaria unità stilistica.
L’opinione di buiomega71 dal sito http://www.davinotti.com
Sanguigno, feroce, crudele, non ho altri aggettivi per questo capolavoro polanskiano tra i suoi più sottovalutati. C’è ancora lo schock per la strage di Bel Air e si vede. Non vedrò mai più, in questo genere di film, sangue a zampilli, decapitazioni, luride streghe nude, corpi maciullati e sfigurati, bambini trucidati, un finale visionario e surreale. Forse solo Paul Verhoeven con L’amore e il sangue si è avvicinato a questo capolavoro. Il Polanski piu truce e violento e quello più doloroso. Dialoghi Shakespiriani e massacri alla Soldato blu.
Un luogo aperto.
(Tuoni e lampi.)
Entrano le TRE STREGHE.
1a Strega. Fra la piova, fra i lampi, fra il tuon,
Quando ancor rivedremci noi tre?
2a Strega. Quando cessi dell’armi il frastuon,
Quando appaja chi vinse o perdé.
3a Strega. Dunque, innanzi al tramonto.
1a Strega. In qual loco?
2a Strega. Sulla landa. —
3a Strega. E Macbetto verrà.
1a Strega. Son con te, Grimalchino.[13]
Tutte e Tre. Paddóco
Ne domanda. — Vediamo, siam qua.
Orrendo è il bello: bello è l’orror!
Via, tra l’immonda nebbia e il vapor!
Il castello di Macbeth
Le tre streghe della tragedia in dipinti del passato
Una vita bruciata
Una giovane ragazza morta, Charlotte e il suo assassino,Erich Von Schellenberg, che si reca da uno scrittore per chiedergli, dopo aver confessato di aver ucciso la ragazza, di scrivere un libro sulla vita di Charlotte.
La ragazza, figlia di un funzionario di alto rango francese, era una ragazza complessa, con un passato torbido alle spalle.
Lo scopre lo scrittore Georges Viguier,(uno dei primi amanti di Charlotte), che sta scrivendo un libro su Freud; l’uomo decide di indagare sulla ragazza, in modo da ricavarne materiale per il suo saggio.
La vita della ragazza appare così allo scrittore nella sua complessa dinamica; moglie di un omosessuale,dedita a piaceri sessuali torbidi,Charlotte era una ragazza insoddisfatta, vittima anche della mancanza d’amore della sua famiglia.Corrotta da Erich,era sprofondata in un vortice di lussuria e piaceri proibiti, ridotta alla stregua di un giocattolo erotico e di piacere.

In una scena del film Charlotte è seduta a cena con la sua famiglia; Charlotte è piena di vita, parla dei suoi piani e delle sue speranze, mentre il padre si siede di fronte a lei con il respiro affannoso. A quanto pare, come è impegnato in politica, la sua situazione è diventata stressante come la situazione politica nel suo complesso. L’umo pone le mani sul volto adulto di sua figlia e dolcemente la bacia sulla fronte, come si fa con un bambino. “Charlotte, sei un idiota,” dice.
Mettendo assieme frammenti di verità raccolti in giro, George alla fine decide di rinunciare alla stesura del saggio, non ravvisando nella vita di Charlotte elementi tali da giustificarne un romanzo.
Eric, dopo aver raccontato a Georges le ultime ore della ragazza, si toglie la vita…
Una vita bruciata (La jeune fille assassinee), diretto da Roger Vadim, esce nei cinema nel 1974, senza peraltro riscuotere successo.

Vadim, dopo il grande successo di Barbarella di sei anni prima, mostra la tendenza ad un’irreversibile involuzione dirigendo un film che mescola con poca cura e con minor profitto temi svariati, creando una pellicola a sfondo psicanalitico o psicologico ammantandola di venature gialle in salsa semi erotica.
Ne vien fuori un film mortalmente narcotico, dalle dinamiche complesse; troppo,in realtà, perchè alla fine il film si avvita su se stesso non sapendo bene che via prendere.
La confusione del film appare evidente anche dalle recitazioni assolutamente schizoidi dei protagonisti; l’unica a cavarsela più o meno dignitosamente è la bella e sfortunata Sirpa Lane, morta nel 1999 a soli 47 anni dopo aver contratto il virud dell’AIDS.
L’attrice finnica esordisce sullo schermo con questo film, girato quando aveva 22 anni; volto magnetico e fisico aggressivo, la Lane è professionale al punto giusto:non fosse per la caoticità della sceneggiatura, l’attrice avrebbe modo di mostrare per intero le sue capacità.

Nel film compare anche il regista francese, che impersona lo scrittore Viguier mentre un altro protagonista più o meno su uno standard recitativo adeguato è Mathieu Carrière.
Discreta la fotografia e belle le musiche di Mike Oldfield ; null’altro da segnalare in una pellicola debolissima e senza fascino.
Una vita bruciata è un film che non risulta aver avuto passaggi televisivi ed è praticamente introvabile in rete.
Una vita bruciata
Un film di Roger Vadim. Con Sirpa Lane, Michel Duchaussoy,Roger Vadim, Mathieu Carrière,Anne-Marie Deschodt .Titolo originale La jeune fille assassinée. Drammatico, durata 99′ min. – Francia 1974.

Sirpa Lane : Charlotte Marley
Michel Duchaussoy : Serge
Mathieu Carrière : Eric von Schellenberg
Roger Vadim : Georges Viguier
Alexandre Astruc : l’éditore Guy
Anne-Marie Deschodt : Eliane
Elisabeth Wiener : Elisabeth
Thérèse Liotard : Louise
Sabine Glaser : Agnès
Anthony Steffen : il principe Sforza
Louis Arbessier et Josette Harmina : i parenti di Charlotte
Igor Lafaurie : il fratello
Lilian Grumbach : la donna dell’editore Guy
Regia:Roger Vadim
Sceneggiatura:Roger Vadim,Stash Klossowski
Produzione:Claude Capra
Musiche:Mike Oldfield
Montaggio:Victoria Mercanton
Fotografia:Pierre-William Glenn
Costumi:Sylvie de Segonzac
Trucco:Thi-Loan Nguyen
Ritratto di borghesia in nero
In una Venezia sonnolenta e pigra, nell’estate del 1938, Mattia Morandi,un giovane lombardo arriva nel capoluogo veneto grazie ad una borsa di studio che si è aggiudicato.
Mattia è un musicista,studia pianoforte e diventa amico di Renato Richter.
Il quale ha una madre molto giovane e bellissima, insegnante di pianoforte;tra Mattia e Carla, la madre di Renato, scoppia fulminea la passione e i due diventano amanti.
La donna insegna pianoforte presso una ricchissima famiglia veneziana, quella dei Mazzarini;suoi allievi sono i due coniugi e i loro figli, Edoardo ed Elena.
Carla ha dei progetti proprio su quest’ultima; spera che suo figlio Renato possa un giorno sposare la ricca rampolla di casa Mazzarini.
Ma le cose vanno ben diversamente da come vorrebbe Carla.
Mattia, infatti, conosce Elena e tra i due nasce l’amore.

Furibonda sia per la fine della sua relazione con il ragazzo sia per la fine dei suoi progetti, Carla tenta in tutti i modi di sabotare l’unione tra Mattia ed Elena, arrivando anche ad avere una relazione saffica con la sua allieva.
Ma quando Carla inizia a diventare troppo ossessiva e pericolosa per Elena, quest’ultima la uccide.
La polizia, incaricata di seguire le indagini sull’omicidio, dovrà fermarsi di fronte agli ordini arrivati dall’alto e così i due promessi sposi potranno coronare degnamente il loro sogno d’amore.
Tratto dal racconto La maestra di piano di Roger Peyrefitte,Ritratto di borghesia in nero è un dramma a sfondo sentimentale diretto da Tonino Cervi nel 1978;il racconto di Peyrefitte,autore fra l’altro di romanzi come Le amicizie particolari,mostra una grande conoscenza dei meccanismi alto borghesi e Cervi, figlio del grande Gino,si adegua al racconto stesso per creare un film dal grande fascino.

Un film che non affonda i colpi contro la morale borghese imperante nel ventennio fascista;Cervi crea un dramma d’atmosfera, raccontando la passione che scoppia tra Mattia e Carla prima e quella tra Mattia e Elena poi.
L’ambientazione è quella di una Venezia sensuale e dai colori caldissimi,con sullo sfondo il mondo frivolo e ipocrita della borghesia veneta.
Quello che più conta, però,nel film, è l’atmosfera decadente a livello morale che striscia in parte nel film, sopratutto quando la storia d’amore tra Carla e Mattia si sgretola per la nascita del sentimento tra il giovane lombardo e la rampolla della buona borghesia veneziana.
Che non sono personaggi positivi; Mattia è meno ingenuo di quel che appare mentre Elena ha tutti i classici difetti della classe sociale alla quale appartiene.
E’ viziata,egoista.

Difenderà quello che vuole con le unghie, non fermandosi nemmeno davanti al delitto.
Ritratto di borghesia in nero è un film interessante, ben diretto e ben recitato, al quale va aggiunta la splendida location veneziana, una tradizione di molte produzioni degli anni settanta.
Ben assortito il cast che include due ottime e bellissime attrici, Senta Berger (Carla) e Ornella Muti (Elena) oltre alla presenza garbata e puntuale della affascinante Capucine (la madre di Elena);il cast maschile include Stefano Patrizi (Mattia),Christian Borromeo (Renato Richter) oltre a due ottimi attori come Paolo Bonacelli (Paolo Mazzarini) e Giancarlo Sbragia.
Ritratto di borghesia in nero è un film praticamente introvabile;in rete esiste una versione, priva di alcune sequenze osè e di scarsa qualità perchè proveniente da una riduzione televisiva.
Ritratto di borghesia in nero
Un film di Tonino Cervi. Con Ornella Muti, Senta Berger, Capucine, Mattia Sbragia,Paolo Bonacelli, Giuliana Calandra, Stefano Patrizi, Maria Monti, Eros Pagni, Christian Borromeo Drammatico, durata 105′ min. – Italia 1978.
Senta Berger: Carla Richter
Ornella Muti: Elena Mazzarini
Mattia Sbragia: Edoardo Mazzarini
Stefano Patrizi: Mattia Morandi
Capucine: Amalia Mazzarini
Paolo Bonacelli: Riccardo Mazzarini
Giuliana Calandra: Insegnante conservatorio
Giancarlo Sbragia: Maffei, il gerarca
Maria Monti: Linda
Eros Pagni: commissario di polizia
Christian Borromeo: Renato Richter
Regia Tonino Cervi
Soggetto di Roger Peyrefitte
Sceneggiatura Goffredo Parise, Cesare Frugoni, Tonino Cervi
Fotografia Armando Nannuzzi
Montaggio Nino Baragli
Musiche Vince Tempera
Scenografia Luigi Scaccianoce
Recensione di sasso67 dal sito http://www.filmtv.it
Gli elementi essenziali, veri e propri tòpoi cinematografici, sono tre: la borghesia, Venezia e l’epoca fascista. Se negli anni Settanta andava di moda sviscerare la corruzione della borghesia (oggi, invece, si piange sulla sua scomparsa), Tonino Cervi cerca di prendersi qualche vantaggio in più, ambientando la vicenda nella città che più poteva accentuare la sensazione di fradiciume, cioè Venezia; in aggiunta, ambienta la storia in epoca fascista, anzi, alla fine del Ventennio, quando già si sente parlare della concreta ipotesi della guerra. Più della metà dei film che ho visto, ambientati a Venezia, non mi è piaciuta: e questo di Cervi è uno di quelli. RITRATTO DI BORGHESIA IN NERO sembra una versione morbosa del GIARDINO DEI FINZI CONTINI, ma la materia non è altrettanto importante e su tutto domina l’atmosfera languida ed estenuata di Venezia, mentre nella scena finale, quella più riuscita di tutto il film, provvede la polizia fascista a mettere la sordina sull’intera, tragica, vicenda. Gli attori sembrano quasi tutti imbambolati, compresa Senta Berger, per non parlare di Ornella Muti, che a 23 anni recitava ancora la parte della ragazzina. Bonacelli e Patrizi, bravi, sono un po’ sbiaditi, mentre convince Pagni nel ruolo del commissario di polizia, ma la sua parte è troppo breve.
Recensione di B.Legnani dal sito http://www.davinotti.com
Film discreto (**½) ma con titolo sbagliato, che non corisponde allo svolgimento. La satira alla borghesia che esso fa presumere è presente in maniera infinitesimale (al punto che si fa quasi il tifo per i “colpevoli”), mentre lo scenario fascista è, appunto, solo uno scenario. Non che ciò sia errato, ma è il titolo, come detto, che non quadra. Il film funziona: ambientazioni splendide, recitazioni spesso buone (Borromeo è il meno riuscito, ma Senta Berger, Capucine e Bonacelli sono perfetti, mentre Patrizi se la cava, non male la Muti) e finale (momento spesso critico in queste operazioni) che regge.
Recensione di Undying dal sito http://www.davinotti.com
La borghesia in nero è quella del ventennio fascista attiva, in una Venezia decadente e crepuscolare, a compiere atti e gesta (a sfondo erotico) ben celate dietro la facciata del perbenismo e della moralità. Tonino Cervi (figlio del celebre Gino) realizza un’opera decisamente accattivante grazie al variegato (ed eccellente) gruppo d’attori, all’ottima scenografia, alla presenza della Muti particolarmente ispirata/aggraziata e all’uso (non indifferente) di una rimarchevole colonna sonora, realizzata dal trio Bixio-Frizzi-Tempera. Da segnalare la presenza di Capucine, morta suicida nel 1990.
La vittima designata
Una Venezia crepuscolare e contemporaneamente assolata, sfuggente eppure incorniciata in una bellezza altera e senza tempo fa da sfondo a questo film di Maurizio Lucidi, uscito nelle sale nel 1971 con un discreto riscontro di pubblico e di critica.
Un giallo/thriller ben congegnato, con lo sfondo della città lagunare a impreziosire una trama che ricorda Hitchcock al quale Lucidi rende doveroso tributo con un film equilibrato e senza sbavature, forse leggermente sotto tono come ritmo ma agevolato dalla presenza di due grandi attori come Thomas Milian e lo sfortunato Pierre Clementi.
Venezia era, agli inizi degli anni settanta, una delle location preferite dai registi: basti pensare allo splendido A Venezia un dicembre rosso shocking di Roeg o al malinconico e romantico Anonimo veneziano.
Una città misteriosa e pigramente sonnecchiante sulle maestosità delle sue opere naturali o umane, come il Canal Grande o Rialto, piazza San Marco o la Giudecca, un dedalo di calli che sopratutto di sera accendono la fantasia del turista o del semplice spettatore che sia cinematografico o televisivo.

In questo caso la città veneta fa da sfondo ad una storia drammatica, fortemente connotata di giallo, che racconta la storia personale di Stefano Augenti, un giovane pubblicitario sudamericano che ha sposato Silvia Monti, una donna dalla quale ormai è diviso da rancori, della quale non è più innamorato.
Stefano ha un’altra donna,la splendida modella Fabiane e con lei vorrebbe ricominciare una nuova vita.
Ma l’uomo è socio di minoranza della moglie, che non ha alcuna intenzione di vendere la società.
a Venezia viene avvicinato da un nobile, il conte Matteo Tiepolo, con il quale stringe amicizia e che poco dopo gli propone un patto scellerato:lui ucciderà Silvia in cambio del favore di uccidere il fratello di Matteo.
Stefano, convinto che Matteo stia scherzando, rifiuta lo scambio di “favori” e tenta ancora una volta di convincere Silvia a firmare la cessione della società.

La donna oppone, ancora una volta, un netto rifiuto e a Stefano non resta altro da fare che falsificare la firma della moglie sull’atto di vendita.
Ma Silvia una sera riceve un omaggio floreale al quale è allegata una lettera, firmata da Matteo, nella quale viene informata della faccenda.
Dopo una lite tremenda, Stefano decide di trovare l’ormai ex amico per fargliela pagare; non lo trova mentre invece incontra Christine, una ragazza che gli chiede un passaggio all’aeroporto. Poichè la donna finisce per perdere l’aereo, Stefano la porta nella sua villa fuori Venezia e ci passa assieme la notte.
L’indomani Stefano chiama la moglie ma a rispondergli è un commissario di polizia, che lo informa del decesso di Silvia: è stata assassinata.
A casa della donna mancano oggetti preziosi e soldi, ma il commissario nutre comunque dei sospetti.
Stefano prova a presentare il suo alibi, Christine, che però è misteriosamente scomparsa.
Gli eventi precipitano: Stefano è gravemente indiziato e sa che l’unico che può aiutarlo è Matteo, che ha sicuramente commesso l’omicidio.
Ma come evitare di diventare suo complice?
Finale ovviamente celato per non togliere allo spettatore il gusto di vedere un prodotto con molti punti di forza e qualche peccato veniale.
Tra le cose migliori l’ottima prova fornita da Milian (Stefano) e da Pierre Clementi (il conte Matteo), la colonna sonora firmata da Bacalov e dai New Trolls (splendida), la trama mai banale e sufficientemente credibile.Forse l’unico neo è rappresentato dai ritmi blandi, ma va detto che La vittima designata è più che altro un giallo psicologico, che preferisce puntare sull’ambiente e sul mistero piuttosto che sugli effetti cruenti.
Brave anche le due interpreti femminili del film, Katia Christine (Fabiane) e Marisa Bartoli (Silvia); due parole vanno spese sullo sfortunato Pierre Clementi, l’attore parigino che negli anni sessanta si era messo in mostra in film importanti come Il gattopardo e Bella di giorno e la Via lattea di Bunuel e che proprio nel 1970 era stato presente in diverse ottime produzioni italiane come Il conformista di Bertolucci o lo splendido I cannibali della Cavani.
L’attore, che sarebbe morto poi nella sua Parigi nel 1999 a soli 57 anni, interpreta l’aristocratico conte Matteo con un’abilità eccezionale, frutto di capacità recitative superiori alla norma.
In ultimo la reperibilità del film; La vittima designata è presente in diverse versioni in rete, però bisogna faticare per trovarne una in italiano. E’ passato, anche se raramente, su tv locali e sui principali network.
La vittima designata
Un film di Maurizio Lucidi. Con Katia Christine, Tomas Milian, Pierre Clémenti, Ottavio Alessi, Enzo Tarascio, Marisa Bartoli, Luigi Casellato, Bruno Boschetti, Carla Mancini, Giuseppe Alotta Giallo, durata 93 min. – Italia 1971.
Tomas Milian: Stefano Augenti
Pierre Clementi: Matteo “Conte” Tiepolo
Katia Christine: Fabiàne Berangier
Luigi Casellato: Commissario Finzi
Marisa Bartoli: Sivia Monti Augenti
Alessandra Cardini: Christine Muller
Ottavio Alessi: Balsamo, amico di Stefano
Regia Maurizio Lucidi
Soggetto Augusto Caminito, Aldo Lado, Maurizio Lucidi, Antonio Troisio
Sceneggiatura Fulvio Gicca
Produttore Vico Pavoni per la P.C.E.
Fotografia Aldo Tonti
Montaggio Alessandro Lucidi
Musiche Luis Enriquez Bacalov, eseguita dai New Trolls; il brano Shadow my in the dark è cantato da Tomas Milian
Scenografia Enrico Sabbatini
L’opinione del sito www.ilmiovizioèunastanzachiusa.wordpress.com
(…)Raffinato, romantico, elegante, crepuscolare, decadente… Siamo di fronte ad un bellissimo thriller che si avvale di una sceneggiatura perfetta e delle superbe prove di Tomas Milian (che qui si doppia da solo) e Pierre Clementi, entrambi belli e dannatamente bravi, sullo sfondo di una Venezia mai così ambigua, magica e nel contempo affascinante quanto loro. Naturalmente allo spettatore colto non sfugge il più che evidente rimando al plot del bellissimo “Delitto per delitto” di Alfred Hitchcock ma la rilettura fatta dal regista Maurizio Lucidi (qui molto bravo e misurato) non si riduce ad una banale scopiazzatura, anzi: è vero che lo spunto iniziale è identico e che la storia ricalca, fatte le dovute proporzioni, le stesse azioni di Farley Granger e Robert Walker ma l’ambientazione veneziana è veramente qualcosa di sublime e rende la pellicola estremamente originale. Non credo sia un caso che altri registi dopo abbiano avuto l’idea di usare la crepuscolare cornice lagunare per ambientarvi i loro thriller (penso ad Aldo Lado, Nicholas Roeg e Antonio Bido)…(…)
L’opinione di Undying dal sito http://www.davinotti.com
Tomas Milian (pre-Monnezza) è in grado di infondere credibilità (e malinconia) al personaggio grazie anche alla possibilità di doppiarsi da solo. L’attore cubano, qua canta anche la canzone – sui titoli di coda – “My Shadow in the Dark”, composta da un ritmo decadente e “crepuscolare”, perfettamente in sintonia con i personaggi, tra i quali spicca – non va dimenticato – lo sfortunato Pierre Clementi nei panni del Conte Tiepolo. Una perla della cinematografia italiana, in grado di fare rimpiangere il fatto che Maurizio Lucidi abbia poi abbandonato il genere.
L’opinione del sito http://www.nuovocinemalocatelli.com
(…) Lo adoro, semplicemente. Lo vidi la prima volta quando uscì, inizio Settanta. Poi l’ho perso di vista per decenni soffrendone la mancanza e l’ho ritrovato in dvd solo pochi anni fa. Non se lo ricorda più nessuno, salvo qualche sito di cinefili estremi e invasati, ma in fondo neanche quelli, perché La vittima designata è troppo maledettamente ben costruito, troppo poco sgangherato per essere davvero amato dagli amanti dei B-movies. Nemmeno Marco Giusti lo cita nel suo ormai classico StraCult, lacuna piuttosto strana per uno che ha catalogato con ossessiva minuziosità i film di genere italiani.
Facciamo un salto agli Early Seventies, alla stagione degli Italian Gialli, come li hanno poi battezzati negli Usa i thriller all’italiani proliferati in decine, centinaia di esemplari sulla scia del successo di Dario Argento. La vittima designata di Maurizio Lucidi, uno che né prima né dopo ha girato alcunché di memorabile, e che qui ha trovato il film della sua vita (e un po’ anche della mia), nasce in quel clima, e a quel filone oggi viene ascritto. Erroneamente, perché il film di Lucidi con Argento e epigoni vari c’entra poco. Semmai ha Hitchcock come riferimento, di cui copia spudoratamente, ma molto bene, Delitto per delitto (o L’altro uomo).(…)
L’opinione di Thegaunt,dal sito http://www.filmscoop.it
Molto più vicino all’atmosfera noir che al giallo all’italiana il film di Lucidi possiede come elemento positivo principale la caratterizzazione dei personaggi, specialmente quello di Milian cosi ipocritamente borghese da negare fino all’ultimo la vera essenza dei suoi desideri. Speculare in questo senso è il suo avversario Conte Tiepolo, interpretato dal mefistofelico clementi. Come evidenziato dai dialoghi quest’ultimo personaggio dalle caratteristiche cosi romantiche e decadenti non è altro che la proiezione inconscia del protagonista. Non presenta delle soluzioni registiche di particolare originalità, ma l’intreccio è ben congegnato anche se intuibile nel suo finale, ma come ripeto i personaggi sono ben tratteggiati e vale la pena di dare un’occhiata.
Le foto che seguono sono tratte dal sito http://www.dbcult.com, che ringrazio come al solito
L’occhio del ragno
Paul Valery è un rapinatore di banche, che durante un colpo viene lasciato sul posto dai complici e di conseguenza arrestato.
Grazie all’aiuto del Professor Orson Krüger, che è l’occulto finanziatore della rapina e che a sua volta è stato truffato dai complici che hanno abbandonato Valery, lo stesso Valery evade e decide di dare la caccia ai due complici traditori, i fratelli Hans e Mark Fischer, non prima di essersi sottoposto ad una provvidenziale plastica facciale.
Kruger e Valery hanno come obiettivo la cattura dei due uomini, ma agiscono per logiche e motivazioni differenti; se a Kruger interessa principalmente recuperare il bottino che i Fischer hanno sottratto alla divisione, a Valery ormai interessa solo la vendetta.
Inizia così la caccia, che finirà…

Una trama lineare e semplicissima caratterizza L’occhio del ragno, lavoro del 1971 diretto dal prolifico Roberto Bianchi Montero (padre del regista Mario Bianchi), qui alla direzione di un film che è molto più un poliziesco che un thriller, come il titolo argentiano lascerebbe supporre.
Un film non malvagio arrivato nel periodo migliore di un regista che nel corso della sua carriera ha diretto oltre 60 film,quasi tutti non memorabile ma confezionati artigianalmente, con una certa qualità ed accuratezza pur rientrando nella categoria dei b movie.
Nel caso di L’occhio del ragno Bianchi Montero usa la classica miscela che diverrà uno standard negli anni settanta, ovvero un pizzico d’azione, una trama elastica il tutto condito da qualche scena erotica.
Purtroppo per lui, il regista romano incappa in una censura intransigente che sforbicia quasi completamente le parti sexy del film; il che avviene senza molta logica, perchè come vedrete dalle sequenze incriminate, si trattava di semplici nudi integrali e di castissime scene d’amore.

Avendo visto la versione epurata,posso garantire che le scene tagliate non influiscono in alcun modo all’economia del film, che resta abbastanza fluido anche perchè retto da una sceneggiatura facilmente comprensibile.
Nel cast troviamo un trio attoriale molto eterogeneo, che vede Antonio Sabato interpretare Paul Valery, il rapinatore beffato dai suoi complici, Klaus Kinski in versione fredda, con movimenti quasi d’automa nei panni del rapinatore Hans e infine l’attore hollywoodiano Van Johnson nei panni del professor Krueger.
Presenza femminile di corredo ( e anche di sostanza) per la splendida Lucretia Love, che riveste i panni dell’aiutante di Kruger, Gloria, che finirà per diventare l’amante di Paul.

Letteralmente stroncato da critica e da buona parte del pubblico, il film venne rimesso in circolazione qualche anno più tardi con un nuovo titolo,Caso Scorpio: sterminate quelli della calibro 38, assolutamente fuorviante e messo li per rastrellare qualche altra lira in più.
Bianchi Montero non è una gran regista e su questo non ci piove; ma questo film può essere visto senza timore di addormentarsi sulla poltrona.
Il problema è che non è affatto di facile reperibilità; su Youtube è presente la versione tedesca del film ovviamente censurata.
L’indirizzo è: http://www.youtube.com/watch?v=zrYVqa9asRM
L’occhio del ragno
Un film di Roberto Bianchi Montero. Con Klaus Kinski, Antonio Sabato, Van Johnson, Lucretia Love, Claudio Biava Thriller/Poliziesco, durata 92 min. – Italia 1971.
Klaus Kinski … Hans Fischer
Antonio Sabato … Paul Valéry / Frank Vogel
Van Johnson … Prof. Orson Krüger
Lucretia Love … Gloria
Regia: Roberto Bianchi Montero
Sceneggiatura:Luigi Angelo,Aldo Crudo,Fabio De Agostini
Produzione: Luigi Mondello
Musiche:Carlo Savina
Fotografia:Fausto Rossi
Montaggio:Rolando Salvatori
Uscito in Italia nel novembre del 1971, conosciuto anche con i titoli Das Auge der Spinne,Eye of the Spider,El ojo de la araña,L’oeil de l’araignée
L’opinione di mm40 dal sito http://www.filmtv.it
Pur essendo una delle produzioni di più ampio respiro – a livello di budget – dell’intera carriera di Roberto Bianchi Montero, questo L’occhio del ragno è in realtà ben poca roba: una storia decisamente poco originale, un impianto di violenza e tensione molto stereotipato, un gangster/thriller di scarso impatto con un tris di nomi di richiamo. Ovverosia: Klaus Kinski, che però entra in scena a pellicola inoltrata; Van Johnson, anch’egli impegnato in un ruolo secondario e infine il protagonista Antonio Sabato, che di fronte ai due appena citati appare notevolmente limitato. La dozzinalità che muove il mestiere di Montero è sottolineata inoltre dal fatto che in quello stesso anno il regista licenziò anche lo spaghetti western Arriva Durango, paga o muori – mentre l’anno successivo riuscirà a girare ben tre titoli. Le musiche di Carlo Savina sono qui l’elemento forse meno peggiore di tutto il complesso; la sceneggiatura firmata da Fabio De Agostini, Aldo Crudo e Luigi Angelo non lascia segno ed è presumibilmento un parto alimentare, uno fra i tanti generati a catena in quegli anni di grande attività per il nostro cinema, specie sul versante del ‘genere’.
L’opinione di Bradipo68 dal sito http://www.filmtv.it
Probabilmente in tempi di rivalutazioni acritiche un titolo come questo sara’anche rivalutato ma secondo il mio modestissimo parere non è proprio il caso.E’una storia di vendetta con un protagonista abbastanza mediocre,un paio di divi(uno del passato,Johnson,l’altro non ancora assurto a tale onore,Kinski)in vacanza pagata,alcune sequenze scollacciate giusto per esacerbare certi pruriti e sequenze d’azione girate cosi’ cosi’.L’unica cosa che si salva,secondo me è il finale assolutamente negativo per tutti………
L’opinione di Fauno dal sito http://www.davinotti.com
Da rivalutare (per quanto come impostazione abbia una vagonata di precedenti), visto che sembra quasi un western ambientato ai giorni nostri. Le eliminazioni dei traditori sono tanto rocambolesche quanto originali, la tensione di fondo non cala mai e pure i cambi di ambientazione, da Vienna a Marsiglia per finire ad Algeri, si fanno rispettare. Sabàto è il classico attore anarchico, la Love fa la sua parte in maniera disinvolta.
L’opinione di Undying dal sito http://www.davinotti.com
Vienna: durante una rapina Paul (Antonio Sabato) viene tradito dal gruppo di malfattori e lasciato tra le mani della polizia. Evade, si sottopone a un intervento di chirurgia per cambiare connotati e diventa Frank. Poi si reca in Francia in cerca dei traditori. Inguardabile e tedioso noir confezionato con locandina e (successivo) titolo da giallo, per sfruttare il filone all’epoca in voga e generato dalla triade di prodotti diretti da Argento. Già dall’inizio, con un Sabato biondo, parrucchino e sopracciglia fittizie -che nascondono un naso posticcio- ci si rende conto della qualità. Tremendo.
Le immagini che compaiono sono tratte da un cineromanzo d’epoca, pubblicato dal sito http://www.dbcult.com
Si tratta di immagini non presenti nel film, presumibilmente tagliate dalla commissione censura.
La gatta in calore
L’ingegner Antonio è sposato con la bellissima Anna; è un uomo d’affari molto impegnato, ragion per la quale è spesso assente da casa.
Un giorno, di rientro da uno dei suoi numerosi viaggi, rinviene nel giardino della villa in cui abita con Anna il corpo esanime di Massimo, un giovane pittore che abita in una casa adiacente.
Antonio trascina il corpo in una zona meno esposta e si reca da sua moglie, chiedendo spiegazioni sull’accaduto.
Anna, che aveva una relazione con il pittore, stanca di dover serbare il silenzio sulla relazione con Massimo, racconta una storia triste e drammatica a suo marito.
Da tempo aveva intrapreso una relazione con il pittore, per rompere principalmente la monotonia e la solitudine in cui il marito l’aveva precipitata con i suoi frequenti allontanamenti.
Dapprima Anna si era limitata a spiare Massimo, poi, fatalmente attratta dalla sua bellezza e dalla sua vitalità ne era diventata l’amante.

Ma l’uomo, dissoluto e vizioso, dedito anche alle droghe, ben presto si era stancato della donna; Anna racconta che Massimo aveva preso a tradirla a tutto spiano e che in seguito l’aveva concessa ai suoi amici e in ultimo l’aveva in qualche modo costretta a usare droghe.
Anna aveva accettato umiliazioni di ogni genere fino alla sera prima, quando, stanca dei continui maltrattamenti in seguito ad un’ultima umiliazione aveva sparato a Massimo, colpendolo alla testa.
Con grande sorpresa della donna, Antonio confessa di esser stato sempre al corrente della tresca esistente tra i due.
Non essendo più in grado di dare alla donna, più giovane di lui, affetto e soddisfazione coniugale nel talamo, aveva accettato in silenzio la relazione dei due, quasi Massimo fosse un sostituto personale nei doveri coniugali.
Dopo le confessioni reciproche tra i coniugi, Antonio decide di seppellire il corpo di Massimo, ma uscito dalla villa e recatosi in giardino scopre che il corpo del dissoluto pittore è scomparso…

Caratterizzato da un orrendo titolo che evoca inesistenti atmosfere erotiche al calor bianco, La gatta in calore è in realtà un dramma familiare a tinte fosche con eros di facciata, utilizzato dal regista con parsimonia, senza particolari indugi allo scabroso o all’esposizione prolungata del corpo della statuaria Eva Czemerys.
Nello Rossati, il regista veneto autore della regia, torna a dirigere la Czemerys nel 1972, dopo l’esordio alla regia avvenuto l’anno prima con Bella di giorno moglie di notte, un altro dramma sconfinante nel noir.
Questa volta si basa su una sceneggiatura stesa personalmente, che però se ha un certo interesse nel suo svolgimento mostra una pecca molto grossa in un finale francamente deludente, che in qualche modo abbassa il giudizio finale sul film.
Che resta però opera dignitosa nel suo assieme, vista l’indubbia abilità del regista nel creare l’atmosfera malsana che si respira sopratutto nella parte in cui la protagonista Anna racconta la sua personale odissea al marito.
L’andamento del film è eccessivamente lento, ma è anche una caratteristica dei film psicologici che tanto andavano di moda nei primi anni settanta, quando c’era una tendenza precisa a dare alle pellicole una patina di interesse socio-culturale, spesso con esiti incerti come nel caso di questo film.

Che viaggia in maniera forse monotona per quasi tutta la totalità del tempo, salvo tentare un improbabile colpo di scena finale, che in qualche modo finisce però per penalizzare il risultato finale.
Rossati si avvale di due attori molto bravi nel caratterizzare i caratteri dei protagonisti del dramma, Silvano Tanquilli e Eva Czemerys.
L’attore romano, scomparso nel 1997 dopo una lunga e onorata carriera con all’attivo circa una novantina di film è una delle presenze costanti dei film a cavallo tra il 1969 e il 1977, periodo nel quale interpreta la metà dei suoi lavori, dividendosi tra i set cinematografici e quelli delle serie tv di allora che non avevano ancora la definizione di fiction.
Volto severo, presenza scenica accentuata, Tranquilli era una maschera adattissima ai drammi e in La gatta in calore da spessore e originalità al personaggio del marito che accetta supinamente ma anche con consapevolezza il ruolo del coniuge tradito, un po per vigliaccheria un po per quieto vivere.

La Czemerys invece è agli inizi della sua carriera, partita con il botto visto il ruolo di protagonista assoluta dei primi due film di Rossati interpretati; la carriera della stessa proseguirà con alti e bassi e senza grossi ruoli, cosa inspiegabile viste le ottime doti che l’attrice di Monaco possedeva.
Da segnalare la presenza di Massaccesi alla fotografia e le belle e calzanti musiche di Plenizio.
Film che è passato qualche volta, in notturna,su reti private locali mentre è di difficilissima reperibilità in rete.
La gatta in calore
Un film di Nello Rossati. Con Silvano Tranquilli, Eva Czemerys, Anthony Fontane, Renato Pinciroli, Sergio Serafini Drammatico, durata 92 min. – Italia 1972.
Eva Czemerys: Anna
Silvano Tranquilli:Ingegner Antonio
Anthony Fontane:Massimo
Regia:Nello Rossati
Soggetto:Nello Rossati
Sceneggiatura:Nello Rossati
Montaggio:Mauro Bonanni
Fotografia:Aristide Massaccesi
Musiche:Gianfranco Plenizio
La recensione del sito http://www.ilmiovizioeunastanzachiusa.wordpress.com
A dispetto del titolo fuorviante che potrebbe far pensare ad un banale filmetto sexy o porno-soft, questo film di Nello Rossati è invece un buon thriller erotico a tinte morbose molto ben interpretato da una Eva Czemerys in ottima forma che dà vita ad un interessante ed inquieto personaggio combattuto tra la noia del rapporto coniugale e l’attrazione per un giovane e attraente vicino di casa che andrà a sfociare in un rapporto ricco di colpi di scena. La sceneggiatura si dipana a colpi di flashback sin dalle prime battute in un continuo rincorrersi di incastri temporali ed è una scelta felice perchè l’attenzione dello spettatore è sempre desta, anche se il ritmo è un po’ cadenzato in diversi passaggi. Rossati dimostra di saperci fare sia come sceneggiatore sia come regista imbastendo una storia piuttosto semplice ma efficace realizzata ottimamente grazie ad una sicura padronanza del mezzo cinematografico e alla buonissima interpretazione soprattutto della Czemerys (ma anche di Silvano Tranquilli), senza dimenticare la perfetta fotografia di Aristide Massaccesi/Joe D’Amato. Co-protagonista è il fratello del regista, Tony Rossati, che per l’occasione sfoggia lo pseudonimo di Anthony Fontane. All’epoca fu vietato ai minori di 18 anni (che esagerazione!) e fu sponsorizzato da uno dei flani più belli e accattivanti che io ricordi: “Vive per amare alla ricerca continua di qualcosa di ‘nuovo’ per la soddisfazione dei sensi, nel film più stimolante, più piccante, più spregiudicato dell’anno.”
Il commento di Undijng dal sito http://www.davinotti.com
La bella Eva Czemerys, nata a Monaco ma di adozione italiana (sin dall’età di 1 anno) e purtroppo spentasi nel 1996, è passata sugli schermi cinematografici in una serie di film altamente suggestivi. Qua è diretta da Nello Rossati (Io zombo, tu zombi, lei zomba), regista meritevole d’esser riscoperto per lo strano connubio di “temi”, conviventi – spesso in puro contrasto – all’interno dei film; in questo caso, invece, l’erotismo e thriller “coagulano” per dare corso ad uno strano (ma efficace) mix di generi. Il risultato finale è accattivante.
Il commento di Ildandy dal sito http://www.davinotti.com
Lui torna dal lavoro e trova la moglie che ha appena ucciso il giovane vicino di casa. Il resto del film ci svela i retroscena (già ovvi) che hanno portato a tale gesto, con ritmo non sempre funzionale. Nell’ultima parte però si riscatta, con un paio di scene di tensione ben costruite (l’intrusione del cane ridesta l’attenzione). Buone musiche, professionalità ma anche un po’ di noia.
Il solito ringraziamento al sito http://www.dbcult.com per l’immensa quantità di immagini rare disponibili!
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Labbra di lurido blu
Ely e Marco hanno in comune esperienze personali infantili molto simili; entrambi infatti sono stati traumatizzati da due eventi che hanno finito per condizionare pesantemente le loro psiche.
Ely ha assistito a rapporti sessuali fra i genitori mentre Marco ha dovuto subire un’iniziazione sessuale voluta dal padre che si è trasformata in un incubo.
Divenuti adulti i due hanno sviluppato una sessualità distorta; Ely si è trasformata in una ninfomane mai (e mal) appagata mentre Marco ha finito per orientare la sua sfera sessuale verso l’omosessualità.
I due decidono così di sposarsi, cercando contemporaneamente l’uno nell’altro un sostegno alle proprie insicurezze oltre che tentare un’impossibile via d’uscita per quelle che sono le loro ambiguità sessuali.

L’esperimento non funziona, anche per l’arrivo di George, un antiquario che in passato ha avuto una relazione omosex con Marco, che continua a vivere con fortissimi sensi di colpa e senza equilibrio emotivo i propri problemi psicologici.
I due continueranno la propria personale discesa all’inferno non risolvendo in alcun modo i problemi; mentre Ely dice addio ad uno scrittore che con pazienza aveva tentato (inutilmente) di avvicinarla al vero amore, marco si avvierà sul personale sentiero della tragedia…
Drammone datato 1975, Labbra di lurido blu è un film diretto da Giulio Petroni che all’epoca della sua uscita suscitò molto scalpore per i temi sessuali affrontati, la sessualità esasperata e distorta che sconfina nella ninfomania simboleggiata dal personaggio di Ely) e l’omosessualità di origine traumatica che sviluppa Marco a seguito della prima esperienza sessuale deprimente e castrante subita per colpa del padre.

Su questi due temi che finiscono per allacciarsi nel destino delle vite di due personaggi che non hanno alcuna possibilità di aiutarsi, Petroni costruisce un film elegante ma abbastanza uniforme nel suo svolgimento, che spesso indugia in dialoghi troppo lenti e poco appassionanti.
Sullo sfondo di una provincia bigotta e moralista, le due vite dei personaggi principali scivolano lentamente verso il destino che li attende dietro l’angolo, attraverso la descrizione di irrisolti problemi psicologici che si acuiranno man mano che il film si avvicina al tragico epilogo.
Se la confezione è elegante forse le tante citazioni letterarie finiscono per rendere un po indigesto l’assieme, che però ha comunque una buona resa finale.
Grazie anche alla bella colonna sonora di Morricone, i drammi delle due esistenze appaiono facilmente percepibili dallo spettatore; le critiche dei moderni spettatori sono del tutto ingenerose perchè non tengono conto del contesto sociale dell’epoca in cui il film fu girato, un’epoca in cui i temi della sessualità erano tabù, in particolare quelli dell’omosessualità maschile.

Petroni utilizza al minimo le scene scabrose confermando l’intento di fare un film psicologico e non visivo sul piano scandalistico o peggio voyeuristico; intento perfettamente suffragato dal risultato finale, che consegna al pubblico una pellicola equilibrata anche se, come già detto, un tantino indigesta.
Gli attori del film danno buona prova di se, a partire dalla bellissima Lisa Gastoni, che recita nella parte di Ely e Corrado Pani, ambiguo quanto basta in quelli di Marco.
A corredo del film in parti secondarie troviamo il bravo Silvano Tranquilli nel ruolo di Davide Levi, lo scrittore che inutilmente tenterà di strappare Ely ai suoi fantasmi e Jeremy Kemp in quelli di George Stevens, l’uomo che appartiene al passato di Marco e che tenterà di strappare proprio Marco alla narcosi del suo matrimonio con Ely.
Divenuto un vero e proprio “invisibile” nel tempo, il film di Petroni è stato fino a poco tempo fa uno dei film più osteggiato di sempre; un po per il tema trattato, un po per una fama assolutamente immeritata di film erotico,Labbra di lurido blu è circolato solo in versioni ricavate da vecchie e malandate VHS.
Oggi esiste una versione digitale del film, che però e irrintracciabile sul web, cosa che rende ancora una volta il film praticamente invisibile, mentre c’è una versione di buona qualità all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=GInqxa86n88
Labbra di lurido blu
Un film di Giulio Petroni. Con Silvano Tranquilli, Lisa Gastoni, Corrado Pani, Hélène Chanel, Gino Santercole, Armando Brancia, Jeremy Kemp, Alberto Tarallo Drammatico, durata 120′ min. – Italia 1975.
Lisa Gastoni … Ely Alessi
Corrado Pani … Marco Alessi
Jeremy Kemp … George Stevens
Hélène Chanel … La madre di Ely
Silvano Tranquilli … Davide Levi
Antonio Casale … Il barista
Daniela Halbritter … Laura
Gino Santercole … Alberto
Margareta Veroni … Nora
Regia: Giulio Petroni
Sceneggiatura: Franco Bottari, Giulio Petroni
Musiche: Ennio Morricone
Fotografia: Gábor Pogány
Montaggio:Franco Bottari
Distribuzione:Agora
Aiuto regista: Guido Volpato
Costumi: Angela Parravicini
Opinione del Morandini, tratta dal sito http://www.trovacinema.repubblica.it
Soffrono quasi tutti in questo drammaticissimo film il cui titolo è tolto da un mal tradotto verso di P.B. Shelley (ma lurid significa fosco) , ma specialmente i coniugi borghesi Alessi. Lui, docente universitario, s’è sposato per stornare la propria omosessualità; lei è una ninfomane con tendenze masochistiche, frutto di traumi infantili. E un inferno coniugale al cui confronto quelli di Strindberg sanno di rosolio. Sfocia nel sangue. Quasi sempre sofferente, L. Gastoni si cimenta in continui coiti e denudamenti. E un film che si prende molto sul serio come rivela la puntigliosa cura nell’ambientazione, l’arredamento (Franco Bottari), la fotografia (Gabor Pogany), la musica (Ennio Morricone).
L’opinione dell’utente Undijng tratta dal sito http://www.davinotti.com
Elli (Lisa Gastoni) e Marco (Corrado Pani) sono una coppia decisamente atipica. A causa d’un trauma infantile Marco còva pulsioni omoerotiche, che reprime nella vita di coppia. Elli è, invece, una ninfomane incontenibile. Il matrimonio dovrebbe servire all’uno e all’altra per rientrare nella norma di vita sociale, stabilita nei confini di un bigotto paese provinciale. La presenza di una ragazza riporta alla luce le deviazioni di Marco, inducendolo al punto di macchiarsi d’un delitto. Eccezionale erotico, con sfumature gialle, forse ispirato dal romanzo “Il Demone del Mondo” di Mary Shelley.
L’opinione dell’utente Cotola tratta dal sito http://www.davinotti.com
Saranno i quasi quarant’anni che ha sulle spalle ad avergli parzialmente tolto smalto e interesse. Certamente è un film ben fatto, con una confezione curata ed una buona colonna sonora di Morricone. Ma difetta, a mio avviso, sia nel coinvolgimento emotivo dello spettatore sia sotto il profilo “scandalistico” o del “messaggio” (che brutta parola!). Oggi non credo possa sconvolgere più nessuno ed anche certe considerazioni lasciano il tempo che trovano così come le tante (belle) citazioni letterarie. Forse meriterebbe una seconda occasione.
Tortura
“Un’ultima cosa: sappi che se dovesse succedermi qualcosa,sappi che nella vita non ho provato maggior sofferenza che aver dato la tortura al tuo corpo nudo”
L’invisibile Hamdias parla tramite un nastro registrato ad un’altra invisibile, Galai; lui è un regista cinematografico clandestino, lei è la sua donna ed è anche un’attrice; entrambi però appartengono ad un movimento terroristico che si oppone alla presenza francese in Algeria.
In questo momento però siamo a Parigi e Hamdias consiglia a Galai il comportamento da clandestina, fatto di solitudine e circospezione, in un paese (come dice il regista) in cui anche l’accento è importante.
Galai sta girando un film che deve essere il più realistico possibile; per far ciò deve sperimentare, sulla sua pelle, le più terribili torture.

Non esita quindi a martirizzare il suo corpo, spegnendo sigarette roventi sul suo petto nudo, applicando elettrodi sui capezzoli e sul pube, registrando infine l’urlo disumano di dolore su una cassetta, come richiesto dal suo amante.
Questo è l’inizio di Tortura, il film di Papatakis girato nel 1975, uscito nelle sale francesi e subito dopo praticamente scomparso in seguito all’attentato di probabile matrice islamica che distrusse un cinema parigino mentre veniva proiettato il film.
Un film cupo in maniera esponenziale, un viaggio infernale attraverso il dolore e l’umiliazione personale della protagonista Galai, attrice si ma anche simbolo della resistenza algerina all’occupazione militare francese;due ruoli che Galai interpreta mescolando finzione e realtà,attraverso un viaggio che confonde le entità distinte ma intimamente connesse della terrorista e dell’attrice, che accetta la degradazione per amore del suo compagno, con il quale ha un figlio e anche per amore della libertà verso il suo paese.

In una delle scene del film, la più cruda e realistica, mentre la Galai terrorista è interrogata dai soldati francesi, alla domanda su chi ha commissionato degli attentati e su chi è a capo della resistenza algerina, la donna risponde urlando mia madre, intendendo così elevare l’Algeria a ruolo di genitrice, come confermerà nel proseguimento dell’interrogatorio.
Ritornando al film, la vicenda personale di Galai vira improvvisamente spiazzando lo spettatore, raccontando senza soluzione di continuità le aspirazioni della Galai attrice, quella che sogna di essere chiamata da un regista qualsiasi per fare il suo lavoro, quello dell’attrice, mentre invece il solito nastro la invita a parlare da sola in caso di attacchi di solitudine, simulando la presenza dell’invisibile Hamdias, simulacro di una realtà che invece è esattamente l’opposto.
E’ in questa destrutturazione della realtà vissuta dalla donna invece la chiave del film;seguiamo qualcuno che spia la vita monotona e solitaria di Galai, che continua a parlare nel vuoto, raccontando l’ansia per il figlio e il dolore per il distacco da Hamdias e l’improvviso cambio di rotta del film, spiazzante nel momento in cui Galai riceve la tanto attesa telefonata.

Un regista vuole vederla per offrirle una parte;sarà umiliante vedere Galai trattata come una povera cosa dal produttore, che per prima cosa le chiede di mostrare cosce e seno, perchè è quello che il fantomatico regista del film che il produttore si appresta a finanziare vuole.
da questo momento finzione e realtà diventano difficilmente distinguibili; Galai è al tempo stesso una donna che vuole realizzarsi e diventare una stella ed è la visione proiettata della terrorista che prepara la bomba.
I due personaggi convivono sullo schermo senza fratture visive che indichino quale sia la vera realtà in cui si muove Galai; è quella desolata e squallida della stanza inquadrata, scarna, disadorna oppure è quella che consegna la bomba fabbricata ad un anonimo terrorista?
“Dov’è la vera differenza fra finzione e realtà?”, canta una voce mentre Galai attraversa uno spettrale paesaggio delle banlieu parigine;ed è in questa breve strofa la chiave di lettura di Tortura.

Da adesso in poi il film seguirà un suo discorso coerente ma inevitabilmente ostico per il pubblico; che è spiazzato,irretito e al tempo stesso sconvolto da quello che si avvicenda sullo schermo.
Come in un folle susseguirsi di immagini frammentate e senza filo conduttore, assistiamo alla totale commistione tra i due personaggi; vediamo la tortura fisica su Galai, non più auto inflitta ma applicata da un soldato francese che vuole annichilire quella donna che in fondo rappresenta una nazione e che usa il tormento fisico e l’umiliazione per fiaccare la resistenza della stessa.
Ma Galai è l’Algeria ed è al tempo stesso un’idea di libertà, insopprimibile.
E la libertà puoi solo limitarla temporaneamene, non per sempre.
Inutile continuare a descrivere una trama che in realtà non esiste se non come forma di racconto visivo delle tesi del regista; che sono diverse e che coinvolgono in maniera più ampia discorsi politici e sopratutto l’uso della tortura da parte del Potere come forma di alienazione e di mortificazione morale e fisica.

Un discorso ambiguo, visivamente, perchè davvero si fa fatica a seguire gli spostamenti dall’immaginaria figura dell’attrice che continua a praticare sul suo corpo la tortura e quella delle torture che davvero vengono praticate alla Galai terrorista.
Finzione e realtà diventano così tutt’uno, continuando a inseguirsi fino al finale assolutamente imprevedibile.
Tortura è un film difficile anche da descrivere se non con l’ausilio di aggettivi, slegati fra di loro; claustrofobico, angosciante,scarno, ermetico.
Un’opera estremamente complessa,per lunghi tratti simbolista in maniera eccessiva ma anche affascinante; un’opera non di certo per il grande pubblico, chiusa com’è in un elitarismo che è al tempo stesso il fascino e il limite dell’opera.
“Non me ne frega un cazzo degli spettatori”, dice Hamdias tramite il produttore che afferma voler scritturare Galai per il fantomatico film citato;probabilmente è il pensiero, estrinsecato, di Papatakis.

Che porta avanti coerentemente il suo complesso discorso sulla tortura come mezzo di coercizione ampiamente utilizzato anche dall’Occidente, così spesso schierato in maniera ipocrita dietro la bandiera della libertà e della democrazia.
A raffigurare il tutto in maniera fisica c’è Galai, archetipo della sofferenza mescolato all’ansia di libertà.
A sua volta Galai è fisicamente interpretata dall’attrice Olga Karlatos, all’epoca compagna del regista.
Ed è probabilmente in un’ottica di “famiglia” che va interpretata la presenza della bellissima attrice greca in un film per certi versi estremo, con immagini molto forti e una presenza fisica sullo schermo che richiede l’esposizione senza pudore del corpo nudo oltraggiato dalla violenza.
L’attrice ateniese, ventinovenne all’epoca in cui venne girato il film, era appena uscita dall’esperienza di Amici miei che le aveva dato molta fama in Italia; il bellissimo volto della signora Sassaroli, che tutti avevano imparato ad ammirare nel film di Monicelli e che aveva fatto seguito all’interpretazione eccezionale di Didone nell’Eneide televisivo, appare in Tortura trasfigurato.

L’attrice appare smagrita, smunta, con il volto bellissimo solcato dal dolore.
Quasi fosse una Galai in versione reale, la Karlatos resta in scena praticamente per tutto il film cambiando espressione mostrando il suo corpo quasi scheletrico coperto da bruciature, violentato da una bottiglia (la scena più dura e difficile da digerire del film)
Un’interpretazione da attrice di razza, eccezionale, che pure è restata praticamente coperta dall’oblio fino a qualche anno fa, quando quest’opera straordinaria di Papatakis ha finalmente avuto la visibilità che meritava.
Un film che quindi è tutt’uno con l’attrice che lo interpreta, tanto da rendere praticamente un corredo il resto del cast; Papatakis dirige una Karlatos perfetta, Una Galai che sembra riassumere, sui tratti scavati del volto e sulla nudità scarnita del corpo, l’orrore della tortura, del suo uso umiliante e della degradazione morale e fisica che rappresenta.
Oggi è possibile finalmente vedere l’opera di Papatakis in streaming, cosa che consiglio vivamente agli amanti del cinema non banale, quel cinema fatto di potenza visiva, di dialoghi e situazioni non usuali in una versione probabilmente completa, almeno stando a quel poco che ho potuto ricavare dalla rete.
Pare infatti che l regista greco abbia messo mani alla versione attualmente disponibile inserendo scene che aveva dovuto tagliare in occasione della sua sfortunata prima rappresentazione.

Vista l’assurda aria di caccia alle streghe che circola ultimamente nei confronti dei siti in streaming (perchè bloccare la visione di film che ormai hanno quasi 40 anni?), consiglio di seguire questo link e visionare la pellicola: http://www.nowvideo.ch/video/ac277edaf89cb
In ultimo ricordo che il film è stato distribuito anche con il titolo Gloria mundi; sotto troverete due fotogrammi molto crudi tratti dal film, che ho provveduto a modificare come avvenuto in passato per evitare la condivisione in chiaro e la conseguente visione dei minori.
Tortura (Gloria Mundi), un film di Nikos Papatakis,con Olga Karlatos,Roland Bertin,Philippe Adrien,Mehmet UlusoyArmand Abplanalp,Christiane Tissot,Drammatico,Francia 1976
Olga Karlatos … Galai
Roland Bertin … Raftal
Philippe Adrien … Gilles
Mehmet Ulusoy … Naki
Armand Abplanalp … Sainof
Christiane Tissot … Marsanne
Jean-Louis Broust … Biseau
Regia: Nikos Papatakis
Sceneggiatura: Nikos Papatakis
Montaggio: Yves Lafaye,Jean-Paul Pradier,Frédéric Variot
Fotografia:Jean-Claude Bonfanti
Musiche: Barbaud Brown Klein
Costumi: Janina Ryba
Produzione: Nio Productions (FR)
Parte dell’opinione dell’utente OGM tratta dal sito http://www.filmtv.it.Il resto della recensione è disponibile sul sito citato.
“…Che cos’è la rivoluzione, se non un dolore autoinflitto, in risposta all’orrore perpetrato ai danni di altri? Si può cercare il martirio nella tortura e trovare nel proprio grido l’autentica voce della verità. L’attrice Galaï non deve fingere di essere una terrorista algerina: deve esserlo realmente, provare strazio e paura quando trasporta una borsa esplosiva o subisce le scariche elettriche dei suoi aguzzini, ed incutere le stesse sensazioni nello spettatore. Il popolo è chiamato a partecipare, a lei è la sua eroina. Il suo nume ispiratore è Hamdias, il suo marito e regista, nonché mente di un’organizzazione eversiva: un’entità invisibile ed onnipresente, che in ogni luogo può farsi sentire ed, a sua volta, ascoltare. I suoi mezzi sono microfoni e registratori a cassette, ma la sua presenza ubiqua è comunque ammantata di una divina perentorietà…”
L’opinione dell’utente Deepred89 dal sito http://www.davinotti.com
Cupo e complesso, piuttosto monocorde e difficilmente digeribile per chi, come il sottoscritto, poco conosce a proposito del contesto storico dei fatti narrati. Non mi resta così che apprezzare la buona confezione e un’interpretazione intensissima della Karlatos, che offre anima e corpo al film restando in scena in praticamente ogni sequenza, mostrandosi ripetutamente spogliata e torturata e cantando anche la colonna sonora di Nico Fidenco (che però è preferibile in versione strumentale). Consigliabile solo ad un pubblico informato e preparato.
L’opinione dell’utente Fauno dal sito http://www.davinotti.com
Terrificante e claustrofobico. Pone bene in evidenza le contraddizioni sia dei rivoluzionari eversivi che dei controrivoluzionari, con tutte le illusioni disattese per ambo le parti, ma pone anche in luce l’aspetto più interiore ed inquietante del fanatismo politico e ci ricorda tragicamente che anche noi, il vecchio continente, culla della civiltà, ci siamo macchiati di nefandezze delle quali non ci piace parlare né tanto meno provarne vergogna. Peso da digerire e da accettare, ma merita eccome!
L’opinione dell’utente Markus dal sito http://www.davinotti.com
Il regista Papatakis, servendosi dell’allegoria del meta-cinema, ci mostra l’istituzione della tortura e della depravazione dello stato sul sovversivo (o presunto tale), poco importa se nel caso specifico si cita la guerra franco-algerina (l’anno del girato in fondo ci ricorda che in molti paesi del mondo vigono dittature sanguinarie). Convincente e sentita l’interpretazione della Karlatos che però si macchia di una perla trash quale la canzoncina cantata da lei stessa sul tema di Fidenco. Peccato.
L’opinione dell’utente Saimo84 dal sito dvd.forumcommunity.net
Si tratta di un film maledetto, quasi invisibile, La tortura di Nico Papatakis. Come al solito, il DVD contiene soltanto la versione italiana, ma va sottolineato che in questo caso la situazione era complessa: il film è uscito in Francia nel 1975 ma è stato subito ritirato dalle sale, arrivando poi tortuosamente in Italia nel 1977, in una versione rimaneggiata per il nostro mercato sotto la supervisione dello stesso regista, che è poi tornato una terza volta sul film nel 2005, rimontandolo e aggiungendo delle scene girate ex novo. Un’edizione in DVD completa, va da sé, dovrebbe quindi render conto di tre diversi montaggi, ma per il momento purtroppo ci tocca accontentarci di quel che passa il convento, che purtroppo non è granché: la Mosaico ha telecinemato un vecchio 35mm pieno di difetti, con moltissimi segni e frequenti salti di fotogrammi, anche molto fastidiosi. Guardabile, ma a malapena sufficiente.
Val la pena sopportare un’edizione così? Tutto sommato direi di sì, perché secondo me il film oltre a essere rarissimo è anche abbastanza straordinario. Avevo già visto, in una retrospettiva del 2009, due altri film di Papatakis (Les équilibristes e Ia fotografia), e anche questo terzo titolo conferma la grandezza di un autore misconosciuto purtroppo non solo al grande pubblico ma anche a moltissimi di noi appassionati. Si tratta, sia chiaro, di un cinema che potrà non piacere, ma almeno gli estimatori di Godard e Fassbinder dovrebbero secondo me dargli una possibilità. La tortura, che per certi versi mi ha ricordato Partner. di Bertolucci, è un film estremo in tutti i sensi, sia per le tematiche e le immagini che mostra: una riflessione anche agghiacciante sul terrorismo, la violenza e il capitalismo, condotta però attraverso i cascami del metacinema, del neo-melodramma e del sadomasochismo. La storia, ridotta all’osso e insieme eccessiva, ruota infatti intorno a un’attrice divisa fra cinema e terrorismo, trasformata dal suo regista-pigmalione in una specie di arma di distruzione di massa. Un film poverissimo ma spesso geniale, fatto di pochi spazi e pochi personaggi, costruito soprattutto su una serie di assenze e lontananze, sia affettive che politiche ed esistenziali. Non amo per niente i film “politici”, ma qui il verbo si fa carne sotto i nostri occhi, e la performance di Olga Karlatos (all’epoca compagna del regista) è davvero memorabile.
L’opinione del sito http://www.filmhorror.com
TORTURA si potrebbe definire un film sperimentale, composto da un mix micidiale di sesso, torture, sangue, politica e surrealismo. Il piatto è decisamente forte, ma ben presto l’impegno sociale strillato dai flani dell’epoca (nella locandina viene addirittura citato Nietzsche, più o meno a sproposito), che vorrebbe condannare le istituzioni fasciste che spingono i poveri a diventare terroristi, cede il posto a uno spettacolo di pura exploitation.
Assolutamente spiazzante è anche la colonna sonora (realizzata da Nico Fidenco) in cui è la stessa Karlatos a cantare una canzone che si chiama appunto La Tortura (un testo assurdo che parla di pseudo-amore con agghiaccianti urla in sottofondo). L’uso del sesso è finalizzato alla rappresentazione dello squallore e, fra bottiglie infilate nella vagina e maschilismo gettato a piene mani, emerge un’atmosfera di assoluto degrado che, a conti fatti, è il punto forte del film.TORTURA è una pellicola atipica che potrebbe rivelarsi indigeribile per molti, che di certo non può definirsi “bella” e che si presenta come un pugno nello stomaco inaspettato. Se ve la sentite…
























































































































































































































































































































