Fiore di carne (Turks fruit)
Turks fruit, o Turkish fruit o ancora Turkish delight (in italiano Fiore di carne) è uno dei film più importanti dell’intera cinematografia olandese, oltre che essere uno dei tre film più visti di sempre nel paese dei tulipani (naturalmente tra i film diretti in lingua orange).
Girato nel 1973 dal geniaccio olandese Paul Verhoeven, arrivò in Italia mutilo di molte scene e passò quasi inosservato, prima di riscuotere il giusto successo che meritava.
Tratto dal romanzo Turks fruit di Jan Wolkers, narra la storia di Eric, un giovane artista (per la precisione scultore) olandese che vivrà una intensa storia d’amore con la bella Olga che finirà tragicamente.
Il film inizia mostrandoci Eric che si sveglia da un incubo nel quale carica giovani autostoppiste che porta nel suo studio e con le quali ha intensi rapporti sessuali che però non lo appagano.
E’ come se Eric soffrisse per qualcosa che è accaduto nel recente passato.
Ed è proprio quello che vediamo in un flashback.
Eric raccoglie una bella e affascinante autostoppista, Olga; i due familiarizzano subito e dopo poco scoprono di essere fatti l’uno per l’altra.
Così la coppia vive una intensa storia d’amore, segnata da una sessualità sfrenata e appagata in ogni occasione e momento libero.

Due fotogrammi con la bravissima e bellissima Monique Van De Ven
Dopo poco Eric e Olga decidono di vivere insieme e sposarsi ma incontrano la feroce resistenza della madre di Olga, poco propensa a far maritare sua figlia con quello scultore che vive praticamente alla giornata.
Ma la volontà di Olga finisce per imporsi e i due coronano il loro sogno.
Dopo un iniziale periodo di armonia, Olga inizia a comportarsi in maniera stravagante, mettendo in ansia il compagno.
Il punto di rottura arriva durante una festa, durante la quale la ragazza flirta apertamente con uno sconosciuto, suscitando l’ira di Eric che la schiaffeggia.
I due si lasciano ed Eric, arrivato nel suo studio, distrugge tutto ciò che gli ricorda la ormai ex moglie.
Ma la donna gli è entrata nel sangue e così Eric fa di tutto per rincontrarla, rimanendo però choccato dal comportamento della ex moglie, che sembra ormai priva di freni inibitori.
Eric tenta di rivedere la ragazza, incontrando però la ferma opposizione della famiglia.
Riuscirà a vederla per pochissimo con la scusa di preparare le carte del divorzio e durante l’incontro Olga gli rivela che sta per sposare un uomo d’affari americano.
Il matrimonio di Olga dura poco e la ragazza ritorna in Olanda.
Eric, che non l’ha mai dimenticata, la rivede un giorno vestita in maniera stravagante e la vede anche comportarsi in maniera assurda.
La ragazza sviene per strada ed è ricoverata in un ospedale, dove le viene diagnosticato un tumore al cervello in forma ormai terminale.
Sarà proprio Eric ad esserle affianco nelle ore che precedono la sua morte.
Schematicamente, è questa la storia di Fiore di carne, film assolutamente e totalmente anticonvenzionale, diretto da Verhoeven alla sua seconda opera da regista cinematografico ( la prima era stata Gli strani amori di quelle signore) preceduta da una serie di short e documentari.
Paul Verhoeven, regista assolutamente visionario, mostra da subito il suo particolare talento nel descrivere storie anticonvenzionali e che vanno contro la morale corrente, usando sia un linguaggio cinematografico sia delle immagini molto forti e sopratutto influenzate dal cinema sessantottino, quello che per intenderci aveva espresso un nuovo modo di fare cinema, molto più diretto e privo di fronzoli, essenziale e anche se vogliamo politicamente scorretto.
Sono proprio i temi post sessantotto a fare capolino qua e là nel film; Eric e Olga vivono una tradizionale storia d’amore solo nella parte che riguarda i sentimenti, che sono gli stessi dagli albori dell’umanità, poi tutto viene stravolto nella visione del regista olandese.
La coppia vive una sessualità aperta, quella che i giovani dell’epoca usarono per rimarcare la loro differenza dalle generazioni precedenti. Questo porta la coppia ad essere in aperta sfida con i valori tradizionali della società, quegli stessi valori che la figura anticonformista di Eric viola clamorosamente.
Non è un caso che i problemi maggiori lo scultore li avrà proprio con la morale borghese dei genitori della ragazza, che lo vedono come fumo negli occhi.
Può l’amore tra i due vincere questi ostacoli?
Certamente, sopratutto se si è giovani, non ci si preoccupa delle convenzioni borghesi e anzi ci si fa beffe di tutto ciò che costituisce il potere borghese stesso.
Olga ed Eric vivono una sessualità sfrenata e giocosa, in netta opposizione al tradizionalismo sessuale borghese; il loro è un amore sensuale che si libera in amplessi che non tengono in alcun conto i limiti imposti dalla morale.
Ad un certo punto però il film diventa spiazzante; sembra quasi che Olga rivendichi a se stessa il libero arbitrio di poter scegliere un altro compagno, di poter vivere la propria vita sessuale senza le costrizioni di un legame univoco.
Così lo spettatore segue un pò stupefatto il comportamento altalenante della ragazza, che fino a poco prima sembrava pazzamente innamorata del giovane artista.
Il quale dal canto suo adora quella ragazza dai comportamenti estremi, disinibita e tenera, anticonformista e allegra.
Seguiamo quindi il repentino cambio di ruoli con l’improvvisa fine del legame tra Eric e Olga, un po delusi ma sopratutto sconcertati.
Possibile che tutto si sia trasformato solo in un’esaltazione del ruolo femminile, nella radicalizzazione delle scelte dovute ad una libertà finalmente acquisita dalle donne e nello specifico da Olga?
Non è così naturalmente e il finale riporta il film in binari tradizionali.
La storia assume un aspetto che vira sul tragico, con un epilogo che lascia l’amaro in bocca.
Fiore di carne è un film bello e ben girato, sopratutto ben interpretato da due attori che avranno un luminoso futuro, sopratutto Rutger Hauer che sembra incarnare perfettamente lo spirito ribelle e anticonformista dell’artista Eric, mentre le bella Monique Van De Ven riesce a calarsi benissimo nel ruolo scabroso della ribelle Olga che andrà incontro ad un terribile destino.
Il film contiene immagini al limite dell’esplicito, anche se Verhoeven non varca mai il confine che avrebbe portato il film verso una deriva pericolosa; non dimentichiamo che siamo nel 1973, che la morale negli altri paesi non è evoluta come quella olandese.
In Italia infatti il film circolò molto ai margini, privando il pubblico di una pellicola sicuramente superiore agli standard; la presenza di molti nudi della Van De Ven però era qualcosa che la censura non poteva lasciar passare facilmente, così il film ebbe una distribuzione quasi underground.
Verhoeven, che l’anno successivo avrebbe girato quel gioiellino che è Kitty Tippel mostra da subito le sue doti peculiari, che consistono in una visione lucida e anticonformista della realtà quotidiana resa visivamente con immagini spesso disturbanti ma quanto mai opportune.
Un cinema da maestro che avrà i suoi punti di massimo fulgore in Spetters e L’amore e il sangue, prima del percorso altalenante del regista con film come Basic Istinct, Robocop e Atto di forza.
Fiore di carne
Un film di Paul Verhoeven . Con Rutger Hauer, Monique Van De Ven, Mariol Flore Titolo originale Turks Fruit. Drammatico, durata 95 min. – Paesi Bassi 1974
Monique van de Ven … Olga Stapels
Rutger Hauer … Eric Vonk
Tonny Huurdeman … Madre di Olga
Wim van den Brink … Padre di Olga
Hans Boskamp … Winkelchef
Dolf de Vries … Paul
Manfred de Graaf … Henny
Dick Scheffer … Accountant
Marjol Flore … Tineke
Regia Paul Verhoeven
Soggetto Jan Wolkers (romanzo)
Sceneggiatura Gerard Soeteman
Produttore Rob Houwer
Fotografia Jan de Bont
Montaggio Jan Bosdriesz
Musiche Rogier van Otterloo

Le recensioni qui sotto sono prese dal sito http://www.davinotti.com
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Incipit con un paio di flash violenti, poi si passa all’erotico, inizialmente ironico, poi romantico e infine morboso, per poi assistere ad un ultimo cambio di rotta nei 20 minuti finali. Il film è discretamente realizzato ed eccessivo nel senso più positivo del termine (belle scene di sesso ad esempio, molto realistiche pur non andando oltre il softcore), ma i numerosi cambi di tono finiscono per abbassare il livello generale. Perfettamente in parte i due protagonisti. Privo di equilibrio, ma nel complesso riuscito.
La sua bella carica trasgressiva ce l’ha e riesce a variare con efficacia tra lo scherno alla società tipico del periodo e un romanticismo a tinte forti. In questo modo corregge il dubbio iniziale che fosse un film per “assatanati”. Raffinabile a livello di fotografia e montaggio ma comunque diretto con personalità e con due ottime prestazioni da parte dei protagonisti.
Né con te né senza di te… è assoluto, prepotente, folle, l’amore tra Erik ed Olga, è una vita a parte, non ci rientra nella vita quotidiana, fatta di obblighi, di compromessi, di piccolezze… è un amore bambino, innocente e indecente come tutti i bambini, che vive solo nel presente. Film estremamente romantico, che non teme neppure il finale alla Love Story: si mantiene ruvido, intenso, disturbante, persino nell’ultima dolcezza, quei pasticcini, un dono da innamorato adolescente, l’addio a un amore che non diventerà adulto. Spietato, sincero e sognante.
Io l’ho imbroccato bene, ma capisco come sia facile uscirne schifati. Il realismo è fuori dal comune, tutto viene esplicitato al massimo, ma pure l’amore più forte in assoluto che abbia mai visto in un film… è qui! Ed è di lui per lei, anche se fin quasi alla fine sembra che sia lui il più trasgressivo e bestiale. Libertà assoluta uguale sentimenti veri.
È davvero un ottimo film questa pellicola di esordio di Verhoeven. Ha il grande pregio di delineare benissimo i protagonisti e il forte rapporto che si crea fra i due personaggi, che poi sfocia nell’ossessione e infine nella follia (le cui conseguenze sono narrate nel violento e cupissimo prologo). Molto realistico, nessuna patinatura (sessualmente è molto esplicito), né toni melodrammatici. Non eccezionale a livello tecnico (brutta fotografia), ma ottima regia. Rutger Hauer è come sempre ottimo, ma anche l’attrice protagonista non è da meno.
L’ho visto almeno 4/5 volte, ma in olandese! Mi piace moltissimo perché è il primo film che vedo in cui i sentimenti sono/sembrano autentici, bestiali, umani, mi fa sognare ed è inevitabile innamorarsi dei personaggi, soprattutto di Erik. Un film unico, ma mi rendo conto non per gli schizzinosi



Un fotogramma di un cineracconto del film
L’avvocato del diavolo
Vivere in una cittadina di provincia, essere un ottimo avvocato con un curriculum impressionante di vittorie, avere una moglie bellissima e una casa adeguata ed infine essere un uomo affascinante e pieno di glamour.
Un sogno.
Eppure Kevin Lomax incarna tutto questo, è l’americano di successo, forse senza scrupoli ma sicuramente avviato ad una vita ricca di soddisfazioni.
Ma spesso anche l’avere tutto può sembrare limitativo, così quando uno studio legale di New York decide di assumerlo, Kevin non ha bisogno poi di pensarci molto.
Ha vinto un difficile processo in cui ha difeso un professore dall’accusa di essere pedofilo ed è sempre più sulla cresta dell’onda.

Charlize Theron è Mary Ann,la moglie di Kevin
Così accetta di parlare con il capo dello studio legale, John Milton che è personaggio ambiguo ma anch’esso pieno di fascino e sopratutto molto ma molto convincente quando propone a Kevin di diventare l’avvocato numero uno della città.
Poco alla volta Kevin si imbarcherà in difese di potenziali omicidi, invaghito sempre più dello status symbol americano che ti porta in qualche modo a vendere l’anima al diavolo pur di avere successo.
Questo poi è quello che accade a Kevin, che poco alla volta scivola sempre più verso un abisso in cui il male in pratica non esiste, ma esite solo l’appagamento del proprio ego.
Intreccia una relazione proibita con la splendida Christabella Andreoli trascurando la giovane moglie Mary Ann.
La donna inizia a non capire più il marito, anche se frastornata dal successo dello stesso e dall’improvvisa ricchezza che li avvolge nella sua spirale di perdizione.
Mary Ann, circondata da oscuri eventi, presagi e altri stani accadimenti si avvia sull’orlo di una pericolosa crisi schizofrenica, mentre Kevin si allontana sempre più inseguendo il miraggio del successo.
Ma il successo ha un prezzo elevatissimo e Kevin si appresta a pagarlo.
Mary Ann, sempre più sconvolta si suicida e il giovane avvocato scopre che Milton altri non è che il signore dei demoni, Satana in persona che lo ha spinto a seguire la strada che conduce dritta all’inferno……
L’avvocato del diavolo esce nelle sale nel 1997, dieci anni dopo un altro film dedicato ai signori del male, Angel heart ascensore per l’inferno, nel quale troviamo non Satana ma Lucifero nel ruolo di tentatore e traviatore dell’anima di Angel.
La differenza tra i due film è notevolissima, l’unico punto di contatto è nella presenza di due tra i più grandi attori di Hollywood, ovvero Robert De Niro in Angel heart e Al Pacino in questo Avvocato del diavolo.
Se De Niro aveva interpretato quasi come comparsa il ruolo di Louis Cyphre, caratterizzandolo però con il suo mostruoso talento e rendendo il suo personaggio indimenticabile pur nella brevità del tempo passato in scena nella pellicola, Al Pacino ha molto più spazio a disposizione e ne approfitta per giganteggiare a tal punto che se non ci fosse stato un ottimo Keanu Reeves a fargli da contraltare, alla fine avrebbe completamente oscurato tutti.
Il film naviga tra diversi generi, ispirandosi al thriller, all’horror e al cinema drammatico in senso stretto.
Taylor Hackford, il regista, predilige il tono drammatico, raccontando una New York affamata, assetata di successo e contemporaneamente popolata di gente che dietro una maschera di rispettabilità nasconde vizi e debolezze in egual misura.
E’ una città con un’anima sporca, tutta in nero, come del resto sottolineato dal brano dei Rolling Stones Paint it black; c’è arrivismo, c’è competizione e tutti sono disposti a tutto pur di diventare qualcuno.
Kevin a ben guardare altro non è che l’immagine offuscata di questa società opulenta e marcia.
Rappresenta il successo voluto a tutti i costi e con qualsiasi metodo, come dimostrerà accettando cause ambigue proposte dal suo satanico padre.
Che non solo lo guiderà attraverso una scalata al successo in cui Kevin perde se stesso, ma che finirà per fargli perdere anche l’affetto di Mary Ann, vittima incolpevole della smodata ambizione del marito.
Kevin corrompe se stesso e facendolo danna la sua umanità, ma non solo; lui non lo sa, ma è solo una pedina di un gioco enorme e nel finale scopriremo che Satana lo ha generato e guidato per motivi precisi.
Lui deve generare un figlio e deve farlo con una donna infernale, non con l’angelica Mary Ann; e poichè Kevin è bello ed affascinante ecco che il ruolo di Christabella Andreoli è anche piacevole.
Kevin si renderà conto dell’errore e cercherà di porvi riparo, ma….
Un film molto bello, che può rivaleggiare con il citato Angel heart Ascensore per l’inferno e non solo per la trama scorrevole e la buona sceneggiatura.
La tensione si mantiene alta nel film e poichè si spazia da momenti drammatici a momenti in cui c’è la stessa tensione di un giallo lo spettatore segue con piacere l’evolversi della storia sullo schermo.
Kevin non è particolarmente simpatico, come personaggio, così quando il film finisce tutto sommato non si rimpiange affatto il destino che lo attende; Keanu Reeves bello e affascinante come un angelo fa la sua parte con moderazione e sobrietà, senza sbracare.
La bellissima Charlize Theron interpreta in maniera convincente la virginea Mary Ann, forse l’unica vera vittima incolpevole della storia.
Ma il male deve prevalere, alla fine e lei che ha seguito il marito nella grande mela senza tanta convinzione, spinta solo dall’amore è la preda dell’olocausto,la vittima sacrificale delle ambizioni del marito.
Di Pacino ho già detto; difficile trovare un solo errore nella sua parte tanto che se si dovesse raffigurare in maniera terrena Satana probabilmente si potrebbe ricorrere a lui per dipingerlo in un quadro di ispirazione infernale.
Brava anche Connie Nielsen, ambigua e sottilmente erotica.
Un film decisamente riuscito che continua a trovare nuovi estimatori, segno che Taylor Hackford, autore per altro del vedutissimo Ufficiale e gentiluomo, di Il sole a mezzanotte e di Due vite in gioco ha saputo cogliere nel segno.
Il regista di Santa Barbara ha diretto 13 film, non molti per la verità, ma tutti con in comune un senso rigoroso del ritmo.
L’avvocato del diavolo
Un film di Taylor Hakford. Con Al Pacino, Charlize Theron, Keanu Reeves, Jeffrey Jones, Judith Ivey,Connie Nielsen, Craig T. Nelson, Tamara Tunie, Ruben Santiago-Hudson, Debra Monk, Vyto Ruginis, Laura Harrington, George Wyner, Pamela Gray, Heather Matarazzo, Chris Bauer
Titolo originale The Devil ’s Advocate. Thriller, durata 144 min. – USA 1997.
Keanu Reeves: Kevin Lomax
Al Pacino: John Milton / Satana
Charlize Theron: Mary Ann
Jeffrey Jones: Eddie Barzoon
Judith Ivey: Sig.ra Alice Lomax
Connie Nielsen: Christabella Andreoli
Craig T. Nelson: Alexander Cullen
Tamara Tunie: Sig.ra Jackie Heath
Ruben Santiago-Hudson: Leamon Heath
Debra Monk: Pam Garrety
Vyto Ruginis: Mitch Weaver
Laura Harrington: Sig.ra Melissa Black
Pamela Gray: Sig.ra Diana Barzoon
Heather Matarazzo: Barbara
George Wyner: Meisel
Leo Burmester: procuratore della Florida
Chris Bauer: Lloyd Gettys
Delroy Lindo: Phillipe Moyez
James Saito: Takaori Osumi
Monica Keena: Alessandra Cullen
Vincent Laresca: ragazzo in metropolitana
Roy Jones Jr.: pugile
Paul Benedict: Walter Krasna
George O. Gore II: ragazzo ad Harlem
Don King: cameo
Al D’Amato: cameo
Regia Taylor Hackford
Soggetto Andrew Neiderman
Sceneggiatura Tony Gilroy, Jonathan Lemkin
Produttore Arnold Kopelson, Anne Kopelson, Arnon Milchan
Fotografia Andrzej Bartkowiak
Montaggio Mark Warner
Musiche James Newton Howard, Mick Jagger, Keith Richards
Scenografia Bruno Rubeo
Giancarlo Giannini: Al Pacino
Luca Ward: Keanu Reeves
Claudia Catani: Charlize Theron
Paolo Buglioni: Jeffrey Jones
Massimo Corvo: Craig T. Nelson
Ti voglio dare una piccola informazione confidenziale a proposito di Dio: a Dio piace guardare! È un guardone giocherellone! Riflettici un po’: lui dà all’uomo gli istinti… ti concede questo straordinario dono e poi che cosa fa? Te lo giuro che lo fa per il suo puro divertimento, per farsi il suo bravo, cosmico, spot pubblicitario del film! Fissa le regole in contraddizione! Una stronzata universale! Guarda, ma non toccare… tocca, ma non gustare… gusta, ma non inghiottire! E mentre tu saltelli da un piede all’altro lui che cosa fa? Se ne sta lì a sbellicarsi dalle matte risate! Perché è un moralista, un gran sadico! È un padrone assenteista! Ecco che cos’è! E uno dovrebbe adorarlo? NO, MAI! Io sto qui con il naso ben ficcato nella terra e ci sto dalla notte dei tempi.
Il prossimo millennio è qui dietro l’angolo Kevin, Eddie Barzoon guardatelo bene, perché è lui l’uomo immagine del prossimo millennio. Non è un mistero da dove arrivi la gente come lui, è gente che affina l’avidità umana al punto che riesce a spaccare un atomo tanto acuto è il desiderio; si costruiscono un ego grande come una cattedrale e collegano a fibre ottiche il mondo con ogni impulso dell’ego. Lubrificano anche i sogni più ottusi con fantasie a base di oro e di dollari finché ogni essere umano diviene un aspirante imperatore, il suo proprio Dio! E a questo punto dove si va?! E mentre noi ci arrabattiamo da un affare all’altro, chi è che tiene d’occhio il pianeta? L’aria si inquina, l’acqua imputridisce, perfino il miele delle api ha il gusto metallico della radioattività e tutto si deteriora sempre più in fretta. Non c’è modo di riflettere né di prepararsi. Si comprano futuri si vendono futuri dove non c’è nessun futuro. Siamo su un treno impazzito figliolo! Abbiamo miliardi di Eddie Barzoon che corrono a passo di jogging verso il futuro, tutti quanti si preparano a ficcare un dito in culo all’ex pianeta di Dio e poi se lo leccano e si mettono a digitare sulle loro immacolate tastiere cibernetiche per calcolare le stramaledette ore da fatturare e finalmente prendono coscienza; il biglietto te lo devi pagare da solo. Il gioco è cominciato, è tardi per ritirarsi adesso, ormai hai la pancia troppo piena… Un uccello malandato! Gli occhi iniettati di sangue e urli per chiedere aiuto, indovina un po’? Non c’è nessuno in giro! Sei tutto solo Eddie, sei un figlioletto rigetto di Dio. Forse è vero, forse Dio ha lanciato i dadi una volta di troppo e cosi ci ha fregati tutti.
Le spalle di una donna sono gli avanposti della sua mistica. E il suo collo, se è vivo, ha tutto il mistero di una città di confine; di una terra di nessuno. È il conflitto fra la mente e il corpo. Vedi… il tuo colore naturale darebbe risalto ai tuoi occhi.
Il senso di colpa, è come un sacco pieno di mattoni. Non devi fare altro che scaricarlo.
… Per esempio, c’è una bella ragazza e ci faccio l’amore in tutti i modi immaginabili, poi lei va in bagno ha un’esitazione, si volta… e vede me, non ha scopato con un plotone di Marines, solo con me ed ha tutta l’aria di una che si domanda: come diavolo avrà fatto? Con me le donne sorridono come la Gioconda.
La città gioca d’azzardo
Un giocatore professionista di poker, nonchè abile baro di nome Luca Altieri sbanca un tavolo al Club 72 di proprietà di un boss soprannominato Il Presidente.
Quest’ ultimo, pur consapevole del fatto che Luca ha vinto usando trucchi, decide di tirarselo dalla sua parte e di ingaggiarlo per spennare gli incauti giocatori che frequentano il suo club.
Luca accetta, ma dopo poco finisce per entrare in contrasto con il crudele figlio del Presidente, Corrado, per la sua donna ovvero la bella Maria Luisa che ha accettato la corte di Corrado per paura e sopratutto perchè quest’ultimo le fa fare la bella vita.
Tra i due ben presto inizia una relazione che finisce per arrivare sotto gli occhi di Corrado, che decide di punire in maniera esemplare Luca; dopo averlo fatto pestare a sangue, gli fa rompere le mani.
Nel frattempo Corrado ha provveduto a sbarazzarsi del padre, simulando un incidente domestico in cui l’uomo, che viveva su una sedia a rotelle, precipitando dalla lunga scala di casa per un presunto guasto al meccanismo di sollevamento della sedia finisce per rompersi il collo.
Corrado però non ha la stoffa del padre e gli altri boss che controllano sia il gioco d’azzardo che il traffico di droga decidono di allontanarlo dal loro giro, sopratutto quando Corrado attira su di se gli occhi della polizia.
Il giovane imprudentemente ha fatto uccidere un commissario di polizia corrotto per non dovergli pagare la tangente; nel frattempo Luca, che si è nascosto con Maria Luisa, riprende faticosamente l’uso delle mani ma è costretto a fuggire in Francia per evitare di essere raggiunto dagli sgherri di Corrado.
Qui riprende la vita di un tempo, sognando il colpo grosso che gli permetta di cambiare vita.
La lunga mano di Corrado però lo insegue e grazie al tradimento del nuovo socio di Luca anche il nascondiglio francese viene individuato.
Duante un rocambolesco inseguimento sulla costa francese, Luca riesce a far precipitare l’auto con a bordo Corrado e i suoi uomini giù per una scarpata.
Ma è una vittoria che pagherà a duro prezzo, perchè Maria Luisa che era con lui sulla moto viene colpita a morte.
La corsa in ospedale non serve e la donna muore assieme al bambino che portava in grembo.
La città gioca d’azzardo è un rarissimo caso di noir italiano, genere molto più diffuso nella sua patria d’origine, la Francia.
Visto l’esito finale, è davvero un peccato che altri registi non abbiano seguito la strada intrapresa da Sergio Martino, regista del film girato nel 1975, ultimo degli anni d’oro del cinema italiano.
Il film ha una trama scorrevole, sorretta da una sceneggiatura non particolarmente originale ma ben equilibrata; lo stasso Martino, con la collaborazione di Ernesto Gastaldi bada al sodo, prediligendo la scorrevolezza della pellicola alla complessità dei temi che potevano essere ampliati in fase di trattazione.
Nel film infatti si fa accenno al traffico di droga nelle metropoli, accostandolo al gioco d’azzardo, ovvero due dei problemi più gravi che incombevano sulla società italiana degli anni settanta e che contribuivano a rendere ancor più opprimente l’atmosfera che si respirava, vista anche la concomitante ascesa del fenomeno del terrorismo politico.

La punizione di Maria Luisa (Dayle Haddon)
Inevitabilmente Martino è costretto a scegliere un raggio d’azione che non appesantisca il film e il regista decide così di puntare più sulla dinamicità che sulla profondità dei temi trattati; vien fuori alla fine un film non particolarmente violento, come invece stigmatizzato incredibilmente da molti recensori in cui la storia d’amore tra Luca e Maria Luisa assume preponderanza specifica sullo sfondo di una città violenta e preda di bande contrapposte tese al controllo delle attività criminali.

“Non lo devi toccare, è un ordine”, intima il Presidente e Corrado
La cosa appare però, come già detto, più in sfondo che in primo piano; il vero fulcro diventa la lotta all’ultimo sangue tra il crudele Corrado e Luca, una lotta originata un po dalla rivalità tra i due e sopratutto per il “possesso” dell’affascinante Maria Luisa.
Nella prima mezz’ora giganteggia la figura del Presidente, un vero capo d’organizzazione astuto e intelligente, che predilige l’uso del cervello in luogo della forza bruta caratteristica viceversa dell’inetto Corrado.
Che infatti verrà allontanato dall’organizzazione criminale che faceva capo al padre, vera mente degli affari loschi che gravitavano nella città.
Le temtiche del film quindi diventano molteplici e ci fanno seguire questo contrasto tra padre e figlio e contmporaneamente lo sviluppo della storia d’amore tra Luca e Maria Luisa, prima del cruento finale e della resa dei conti tra i due rivali in affari e in amore.

Luca e Maria Luisa sfuggono ai sicari di Corrado
Come dicevo prima, il film non è particolarmente violento come altri che più o meno raccontavano di fatti di sangue o gesta criminali a sfondo sociale, come lo splendido Cani arrabbiati di Bava in cu davvero si assiste ad un’esplosione di violenza sporca e sudata, ad una violenza psicologica intollerabile o come a tanti altri film inquadrabili nel genere poliziottesco.
La città gioca d’azzardo finisce per ritagliarsi un ruolo specifico che alla fine risulta vincente.
Scorrendo il cast, troviamo i due interpreti migliori in Corrado Pani, quasi diabolico nella sua caratterizzazione di Corrado, il figlio del boss tenuto da questi in disparte perchè considerato troppo violento e comunque inadatto alla gestione del complesso equilibrio del crimine, che richiede intelligenza e astuzia in par dose.

La morte del commissario corrotto
L’altro grande è Enrico Maria Salerno, Il Presidente, che dirige l’organizzazione con sagacia, pagando tangenti e usando l’intelligenza invece delle armi; l’attore milanese è protagonista di una recitazione asciutta e convincente che da dignità ad un personaggio che nel film, ad onta del ruolo criminale che riveste, alla fine suscita anche simpatia.
Luc Merenda è Luca, un simpatico gaglioffo che vorrebbe vivere ai margini di quella società del crimine che in fondo disprezza e che frequenta solo perchè, come dice nel film, “ha imparato a usare le carte fin dalla culla”; l’ex fotomodello Merenda fa il suo, pur nei limiti delle sue capacità artistiche, limitate fortemente in carriera dalla scarsa flessibilità facciale e mimica.

La fine di Corrado e dei suoi uomini
Decisamente opaca la pur bella Dayle Haddon, che ebbe una carriera sicuramente agevolata dalla gran bellezza posseduta non sorretta però da altrettanto spiccate doti di recitazione.
Menzioni infine per Vittorio Fantoni , Fulvio Mingozzi e Lino Troisi.
Buona la fotografia e buone le musiche di Michelini.
La città gioca d’azzardo
Un film di Sergio Martino. Con Enrico Maria Salerno, Luc Merenda, Corrado Pani, Piero Palermini, Carlo Gaddi, Dayle Haddon, Lino Troisi, Giovanni Javarone, Salvatore Puntillo- Drammatico, durata 98 min. – Italia 1974

Corrado Pani è il crudele Corrado

L’abilità di Luca con le carte

La drammatica morte del Presidente

Colpita a morte durante l’inseguimento

Maria Luisa in sala operatoria
Luc Merenda: Luca Altieri
Dayle Haddon: Maria Luisa
Corrado Pani: Corrado
Lino Troisi: baro complice di Corrado
Giovanni Javarone: Lisander
Salvatore Puntillo: cameriere della bisca
Carlo Alighiero: commissario di polizia
Enrico Maria Salerno: il Presidente
Piero Palermini: direttore della bisca
Carlo Gaddi: boss
Vittorio Fanfoni: scagnozzo di Corrado
Riccardo Petrazzi: scagnozzo di Corrado (non accreditato)
Loris Perera Lopez: medico
Giuseppe Terranova:
Bruno Arié: guardia del corpo del Presidente
Artemio Antonini: Guardia del corpo del Presidente (non accreditato)
Regia Sergio Martino
Soggetto Ernesto Gastaldi
Sceneggiatura Ernesto Gastaldi, Sergio Martino
Produttore Luciano Martino
Casa di produzione Dania Film, Medusa Distribuzione
Fotografia Giancarlo Ferrando
Montaggio Eugenio Alabiso
Musiche Luciano Michelini
Scenografia Giorgio Bertolini
Costumi Renato Ventura
Trucco Stefano Trani
Il dio chiamato Dorian
Due mani tremanti, sporche di sangue sotto un rubinetto che porta via in lunghi rivoli il segno di quello che resta di un omicidio.
Non sappiamo di chi sono, perchè pochi istanti dopo siamo proiettati nella swinging London che ci appare in tutta la sua decadente bellezza nel periodo a cavallo fra il finire degli anni sessanta e l’inizio degli anni settanta.
Troviamo Dorian Gray, un giovane bellissimo, in uno dei tanti night che popolavano la vita notturna della capitale londinese e di la lo seguiamo mentre osserva stupito lo splendido ritratto che il suo amico pittore Basil gli ha fatto a sua insaputa. Nella casa di Basil, in cui c’è anche il gallerista Henry Wotton, Dorian sembra quasi ipnotizzato dal dipinto; una volta in suo possesso, gli si rivolge quasi fosse una cosa viva, chiedendogli se fosse possibile mantenere sul suo corpo quella selvaggia bellezza.
Esaudito da qualcosa di misterioso, ritroviamo Dorian, bellezza sfolgorante, approfittare delle sue doti fisiche per circuire dapprima la giovane Sybyl, che si ucciderà per lui e poi, in una lunghissima e allucinata caduta verso l’abiezione più estrema lo vediamo corrompere donne mature, giovani e infine avere rapporti anche con il maturo Henry Wotton.
Ma questa discesa senza freni nell’abisso della lussuria e dell’amoralità non resterà senza conseguenze.
Un giorno infatti Dorian scopre con orrore che il dipinto invecchia a vista d’occhio mostrando su quello che era il suo bellissimo volto ritratto, i segni delle turpitudini commesse.
Dopo aver litigato con Basil, che ritiene in qualche modo responsabile della cosa, Dorian lo uccide.
E’ l’atto finale, perchè il volto del ritratto diventa mostruoso.
Dorian, impugnato un coltello, si uccide davanti al ritratto che improvvisamente torna a mostrare le fattezze originali mentre il corpo di Dorian subisce un’orrenda metamorfosi.
Il dio chiamato Dorian, per la regia di Massimo Dallamano esce nel 1970 e subisce la sorte del precedente Le malizie di Venere ovvero pesanti censure e tagli, nonostante il regista faccia l’impossibile per rendere poco visibili le situazioni erotiche in cui il suo Dorian Gray viene a trovarsi.
Un’atmosfera ben diversa da quella in cui era immerso il romanzo Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde, che uscì in una Londra profondamente diversa nel 1890, in piena epoca vittoriana e con lo scrittore costretto ad affrontare un processo per omosessualità che lo devastò.

L’inizio della relazione con Sybil
Dallamano tenta un’operazione ardita se non impossibile; ridurre un romanzo basato sulla sottile esaltazione dell’estetismo wildiano, una corrente in forte ascesa nell’epoca vittoriana, una celebrazione della bellezza e della giovinezza opposta al rigore puritano e bacchettone della stessa atmosfera vittoriana in un film che coniughi la necessità di mostare azione con la lentezza dei dialoghi dello scrittore, impegnato in un’opera di difficile equilibrismo.
Il film si discosta ovviamente dal romanzo, prima di tutto perchè ambientato in epoca contemporanea poi per la scelta specifica di Dallamano di privilegiare la parte erotico/dissoluta del protagonista.
Il Dorian di Wilde all’inizio del romanzo è giovane ed innocente, mentre quello di Dallamano lo vediamo subito impegnato a seguire lo spettacolo osè di un travestito in un locale notturno.
Entrambi però cambiano il loro modo di essere subito dopo l’arcana trasformazione che avviene nel loro fisico: sono giovani e belli probabilmente per tutto il corso della loro vita, mentre ad invecchiare è il ritratto bellissimo creato da Basil.
Il Dorian di Dallamano però si immerge voluttuosamente in una spirale di depravazione: lo vediamo circuire e sedurre la bella Sybil che morirà per lui, lo seguiamo mentre allaccia una relazione torbida e sensuale con la splendida Gwendolyn che ha la sua stessa morale elastica, fino alle fugaci relazioni per volgar denaro intrecciate con la matura signora Ruxton o con la signora Clouston.Il film si immerge volutamente in un’atmosfera malata, alla deriva tra personaggi moralmente discutibili e socialmente elevati, quasi esistesse una correlazione precisa tra le due cose.
Che è poi l’humus nel quale sguazza il romanzo di Wilde, ma le similitudini terminano quà.
Dallamano è molto formale, si barcamena tra un erotismo di facciata e una blandissima fustigazione alla società corrotta nella quale naviga il suo Dorian; che ci appare bellissimo e dannato, sempre con lo splendido corpo ostentato e ripreso da ogni angolazione.

Beryl Cunningham è la fotografa Adrienne
La fotografia accuratissima da al film un’aura particolare, quasi estraneando il film stesso dall’epoca storica in cui è girato, ma è solo un dettaglio perchè nonostante questo, nonostante la presenza del bello e dannato Helmut Berger, nonostante il cast faccia il suo lavoro con scrupolo non ci si allontana più di tanto da un bel esercizio di stile.
Colpa di una trama conosciuta a memoria, con la sola variante minima del finale, colpa anche di una pigra indolenza della pellicola che scorre senza grandi guizzi verso il fatidico The end.
Però va detto che il film in fondo è gradevole e si lascia guardare con piacere.

Una delle tante amanti di Dorian
Il regista milanese cambia il dettaglio finale della morte di Dorian, trasformandola da un evento sovrannaturale ad un suicidio indotto dalla visione, attraverso il quadro, delle scelleratezze commesse che compaiono in un veloce flash back nei momenti finali, ricordando a Dorian l’omicidio di Basil, la morte di Sybil ecc.
Scrive Wilde nel suo romanzo:
“Si guardò intorno e vide il coltello che aveva ucciso Basil Hallward. Era stato ripulito più volte, finché non c’era rimasta la più piccola macchia; era lucido e brillava. Come aveva ucciso il pittore, così avrebbe ucciso l’opera del pittore e tutto quello che essa significava. Avrebbe ucciso il passato; morto questo, sarebbe stato libero. Avrebbe ucciso quella mostruosa vita dell’anima e senza le orrende ammonizioni di questa sarebbe stato in pace. Afferrò l’arma e colpì il ritratto.

Helmut Berger interpreta Dorian Gray; il giovane assiste stupefatto al capolavoro dell’amico Basil…

Basil mostra il ritratto all’amico Dorian
Si sentì un grido e un fracasso: un grido così orribilmente straziante che i servi spaventati si svegliarono e uscirono dalle loro camere. Due signori che passavano di sotto sulla piazza si fermarono a guardare la grande casa, poi ripresero il cammino finché incontrarono un agente e lo portarono indietro. L’agente suonò più volte il campanello ma nessuno rispose. La casa era tutta al buio, eccetto una luce a una finestra dell’ultimo piano.Dopo un po’ si allontanò, fermandosi in un portico vicino a sorvegliare la casa.
– Di chi è questa casa? – chiese il più anziano dei due signori.
– Del signor Dorian Gray – rispose la guardia.
Si guardarono l’un l’altro con un sorrisetto e si allontanarono.
Uno dei due era lo zio di Sir Henry Ashton.
Dentro, nel quartiere della servitù, i domestici mezzo vestiti si parlavano tra di loro bisbigliando; la vecchia signora Leaf piangeva e si torceva le mani; Francis era pallido come un morto.
Dopo un quarto d’ora circa, prese con sé il cocchiere e uno dei lacchè e salì le scale. Bussarono, ma nessuno rispondeva; gridarono, ma tutto taceva. Finalmente, dopo un vano tentativo di forzare la porta, salirono sul tetto e si calarono sul balcone. Le finestre cedettero con facilità; i serramenti erano vecchi.
Entrando, trovarono, appeso al muro, uno splendido ritratto del loro padrone, come lo avevano visto l’ultima volta, mirabile di gioventù e di bellezza eccezionali. Steso sul pavimento c’era il cadavere di un uomo in abito da sera, con un coltello nel cuore.
Aveva il viso avvizzito, rugoso, repellente. Solo dopo aver esaminato gli anelli poterono identificarlo.”
Massimo Dallamano tronca il suo film proprio sul volto ormai mostruoso di Dorian mentre il ritratto ritorna alla bellezza originaria; il film è finito, in fondo non è stato tempo speso male.

L’arcana metamorfosi del ritratto è completa

L’orrenda metamorfosi di Dorian Gray
Il Dio chiamato Dorian
Un film di Massimo Dallamano. Con Margaret Lee, Herbert Lom, Helmut Berger, Beryl Cunningham,Eleonora Rossi Drago, Isa Miranda, Renzo Marignano, Stefano Oppedisano, Richard Todd, Renato Romano, Maria Rohm
Drammatico, durata 104 min. – Italia 1970.
Helmut Berger … Dorian Gray
Richard Todd … Basil Hallward
Herbert Lom … Henry Wotton
Marie Liljedahl … Sybil Vane
Margaret Lee … Gwendolyn
Maria Rohm … Alice Campbell
Beryl Cunningham … Adrienne
Isa Miranda … La signora Ruxton
Eleonora Rossi Drago …La signora Clouston
Renato Romano … Alan
Stewart Black … James Vane
Francesco Tensi … Il signor Clouston
Regia: Massimo Dallamano
Sceneggiatura: Marcello Coscia, Massimo Dallamano,Günter Ebert
Produzione: Samuel Z. Arkoff, Harry Alan Towers
Musiche: Carlos Pes, Peppino De Luca
Editing: Leo Jahn,Nicholas Wentworth

Helmut Berger e Marie Liljedhal in una foto pubblicitaria
Nudo e selvaggio
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Un aereo da turismo sorvola i cieli dell’Amazzonia; a bordo c’è un eterogeneo gruppo di persone che si è assemblato a San Sebastian.
Tra loro ci sono il prof. lbanez di professione paleontologo con sua figlia Eva, il capitano dei Marines in congedo John Heinz e la sua poco amata compagna Betty, il fotografo brasiliano Josè con le sue due modelle Monica e Belinda che devono realizzare un servizio fotografico e Kevin Hall, un giovane yankee che si occupa di ricerca e compra vendita di ossa di animali preistorici.

Lo schianto del Piper nella giungla
L’aereo ha come destinazione il capoluogo Manaus, ma il prof.Ibanez riesce a convincere il pilota ad effettuare un’escursione nella valle dei Dinosauri, un posto assolutamente interdetto ai civili perchè riserva dei ferocissimi Aquara.
Ovviamente la deviazione costa cara al gruppo, perchè una violenta perturbazione porta fuori rotta il piccolo Piper che così finisce per precipitare proprio all’interno della zona interdetta.
Nello schianto la modella Monica, il professor Ibanez e il pilota dell’aereo perdono la vita, mentre i superstiti recuperate le poche cose che hanno potuto salvare dal velivolo si accingono ad una pericolosissima traversata della foresta, sotto la guida di Heinz che ha esperienza di giungla avendo combattuto in Vietnam.
E’ proprio l’ex Marines a rivelarsi prezioso, riuscendo a far superare allo sparuto gruppo le insidie della foresta, infestata da serpenti e coccodrilli, bestie feroci e ovviamente dai feroci Aquara.
Ma il gruppo diventa sempre più sparuto; la moglie di Heinz finisce in una buca con le sabbie mobili e viene inghiottita senza che nessuno possa fare niente per lei, Josè viene assalito dai piranha che gli mangiano gli arti provocando tali sofferenze nell’uomo che Heinz è costretto a ucciderlo e in ultimo anche lo stesso capitano muore investito da una marea di frecce scagliategli contro dai feroci Aquara.
Gli unici sopravvissuti, ovvero Kevin, Eva e la modella Belinda subiscono un attacco degli Aquara che riescono a catturare le due donne.
Belinda e Eva vengono selvaggiamente torturate, ma grazie a Kevin riescono a scampare ad un atroce destino; il giovane infatti le libera sparando addosso agli indigeni e uccidendone un gran numero.
La fuga riprende e i tre impadronitisi di una imbarcazione, navigano alla cieca lungo il corso d’acqua principale.
Ma è destino che le loro peripezie non debbano terminare.
I tre finiscono tra le mani del crudele avventuriero China, che sevizia Kevin e uccide Belinda dopo aver brutalizzato la sventurata Eva.
Kevin riesce a liberarsi e ingaggia un duello mortale con l’uomo, che alla fine uccide.
Dopo aver liberato gli schiavi di China, Kevin ha un colpo di fortuna; il socio in affari di China arriva nell’accampamento del defunto avventuriero per prendersi la sua parte di bottino, consistente in una cassetta di smeraldi.
Kevin ruba gli smeraldi e si appropria dell’elicottero con il quale è arrivato il trafficante e, imbarcata Eva, fugge verso la libertà.
Nudo e selvaggio è un film del 1984 diretto da Michele Massimo Tarantini, conosciuto anche con il titolo aggiuntivo di Cannibal ferox 2 o anche con il titolo internazionale Massacre in Dinosaur Valley, e appartiene anche se in modo molto marginale al florido filone dei Cannibal movie, pur non essendo propriamente un film splatter o con ambientazione prettamente cannibalesca come i titoli del genere Cannibal.
Il regista romano, conosciuto principalmente per una serie di film appartenenti alla commedia sexy come La liceale ,La poliziotta fa carriera , La professoressa di scienze naturali , La poliziotta della squadra del buon costume, affronta per la prima volta il genere Cannibal movie nel momento in cui il filone è ormai completamente esaurito.
Lo fa firmandosi con il nome Michael Lemick per dare un tocco di internazionalità al film, che tale appare allo spettatore più sprovveduto; il cast infatti elenca attori dai nomi “stranieri”, come Michael Sopkiw, Suzane Carvalho, Milton Morris, Marta Anderson, Joffre Soares, Gloria Cristal, Susan Hahn, ma ovviamente trattasi di mero espediente commerciale.
Il film è da considerare a tutti gli effetti un B movies, che tenta di mescolare in maniera abbastanza grossolana gli archetipi del genere Cannibal, ovvero erotismo e violenza con immagini forti e un plot che però non solo è abusato in larga parte, ma che è anche utilizzato al peggio.
Difatti complici un cast di attori assolutamente mal assortito e una sceneggiatura poverissima e già vista, scarsi mezzi a disposizione e alcune trovate che scivolano nel tragicomico, il film precipita nella farsa e nel finale anche nel grottesco, con un happy end talmente abusato da gridare vendetta.
Tutto il peggio dei film d’avventura viene mescolato al genere Cannibal condendolo con tocchi di erotismo consistenti in stupri e nudi a profusione, utilizzando gli effettacci del genere stesso ovvero i piranha che divorano le gambe del fotografo (decapitato dall’ineffabile Marines) per terminare come tutti i salmi con il solito cattivo che uccide e violenta le due protagoniste prima si subire il giusto castigo.
Il tutto appesantito anche, come già detto, da una recitazione primordiale, ovvero da attori in erba in un cast in cui non si salva assolutamente nulla, a partire dall’inespressivo e quasi tonto protagonista, tal Michael Sopkiw del quale si ricordano solo due apparizioni in filmacci come Shark: Rosso nell’oceano e 2019 – Dopo la caduta di New York per finire con le due bellezze che arrivano alla fine del film, ovvero Suzane Carvalho (Eva, attrice mai più sentita nominare) e Susan Hahn, anch’essa definitivamente scomparsa dalle scene dopo questo film.
Un film davvero di una pochezza imbarazzante annoverabile tra i trash che infestarono come i piranha della pellicola gli sventurati anni 80, che per numero di produzioni di bassa lega non ebbero niente da invidiare ai decenni precedenti e successivi.
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Nudo e selvaggio
Un film di Michele Massimo Tarantini. Con Michael Sopkiw, Suzanne Carvalho . Avventura, durata 94 min. – Brasile 1984.
Michael Sopkiw … Kevin Hall
Suzane Carvalho … Eva Ibañez
Milton Rodríguez … Capitano John Heinz
Marta Anderson … Betty Heinz
Joffre Soares … José
Gloria Cristal … Monica
Susan Hahn … Belinda
Maria Reis … Myara
Andy Silas … China
Leonidas Bayer … Prof. Pedro Ibañez
Carlos Imperial … Pilota del Piper
Samuka … Un indigeno
Ney Pen … Un indigeno
Jonas Dalbecchi … Carlito
Regia: Michele Massimo Tarantini (come Michael E. Lemick)
Sceneggiatura:Michele Massimo Tarantini, Dardano Sacchetti (non accreditato)
Produzione: Chris Rodrigues
Editing: Michele Massimo Tarantini
Costumi: Zenilda Barbosa
Il delitto del diavolo- Le regine
Un giovane su una moto Suzuki viaggia tranquillo con le chiome al vento; è un giramondo di nome David, che, come apprenderemo in seguito, professa ideali di libertà tipici dei figli dei fiori ovvero gli hippy.
All’imbrunire, imboccata una strada che attraversa la campagna, si imbatte in un distinto signore fermo sul ciglio della strada accanto alla sua Rolls Royce con una ruota a terra.
David lo aiuta a cambiare la ruota, ma per tutto ringraziamento scopre che il misterioso ed elegante individuo ha bucato la gomma della sua moto.
Il signore, che ha ripreso il viaggio, sentendosi inseguito da David perde il controllo dell’auto che finisce contro un albero;quando David lo raggiunge lo trova riverso al volante, morto.
Il giovane decide di riprendere il viaggio, ma essendo calata la sera è costretto a passare la notte in un capanno che ha incontrato lungo il cammino.
All’alba ha la sorpresa di essere svegliato da una bella ragazza, Lily, che lo invita ad andare via.
Ma è destino che il giovane non sfugga più a quel posto che appare arcano e misterioso; la ragazza tra l’altro ha due sorelle anch’esse bellissime, più grandi di lei.
Sono Samantha e Bibiana che lo invitano a restare.

L’enigmatico signore che David soccorre
Sedotto dall’atmosfera del posto e sopratutto avvinto da un’atmosfera sottilmente erotica e dal trattamento che le tre donne gli riservano, David resta loro ospite riverito come un pascià.
Lily, Samantha e Bibiana infatti non solo solleticano il suo palato con pranzi succulenti e abbondanti, ma lo irretiscono in un sottile gioco di seduzione nel quale, a turno, fanno l’amore con David.
Ma ben presto il giovane inizia a sospettare che le tre donne non siano quello che sembrano, ovvero delle solitarie in cerca di affetto o semplice svago sessuale.
Una notte, seguendole nel bosco le scopre intente a praticare un rito sconosciuto.
David tenta la fuga ma Bibiana riesce a trovarlo e a convincerlo che il rito misterioso era solo propiziatorio per invocare la fortuna di non restare nubili.
Il giovane viene invitato ad una festa in onore di Lily che si tiene all’interno di un castello che sorge nei dintorni; qui David viene quasi processato dagli ospiti, tutta gente di estrazione sociale differente da quella del giovane hippy.
David si allontana, per essere successivamente raggiunto dalle tre maliarde.
Durante un colloquio con le donne, David si dice pronto ad abdicare a tutti i principi a cui fino a poco tempo apprima si atteneva; niente più libertà di scorazzare senza vincoli, quindi, niente più indipendenza.

Lily, Samantha e Bibiana si presentano a David
Le tre donne sono in grado di dargli quello che lui cerca adesso, ovvero l’appagamento dei sensi tramite la lussuria e la gola.
Quasi la confessione fosse stato un segnale di tradimento verso quelli che erano gli alti ideali del giovane, Lily, Samantha e Bibiana subiscono una violenta metamorfosi trasformandosi in tre lugubri megere che lo assalgono e ne provocano la morte con fendenti sferrati con un coltello, un uncino e una mannaia.
Il corpo del giovane David viene quindi gettato in una fossa, alla presenza della gente che aveva partecipato alla festa nel castello.
Buon ultimo ecco arrivare il misterioso individuo che sembrava morto nell’incidente con la Rolls; è nientemeno che il diavolo che invita i presenti a fare di più per traviare i giovani idealisti come David, che suo modo di vedere hanno raggiunto un pericoloso grado di libertà.
Brutto film.
Pretenzioso, supponente e mortalmente noioso.
Il delitto del diavolo- Le regine diretto da Tonino Cervi nel 1970 è un velleitario tentativo di criticare la società borghese, il suo sistema in grado di fagocitare tutto a partire dagli ideali fino a corrompere l’individuo con i suoi falsi miti tramite un linguaggio visivo ingenuo e anche francamente spocchioso.
L’inizio del film, con David che percorre in moto strade solitarie mentre imperversa una colonna sonora interpretata dall’attore Ray Lovelock dovrebbe già mettere in guardia il malcapitato spettatore; una canzone strimpellata alla meno peggio e cantata invece in modo dilettantesco e sopratutto con stonature da festival della parrocchietta.
Ma siamo solo all’inizio, ahimè.
Quando David/Lovelock incontra il trio delle maliarde, le cose peggiorano e ci si infila in un incubo visivo che troverà sollievo solo con il tradizionale The end; l’attore, assolutamente inadeguato e sopratutto con stampata sul volto un’espressione sempre uguale, monocorde come il ritmo della pellicola, finisce per mettere a disagio anche le tre attrici che interpretano le moderne streghe/maliarde.
La prima a comparire in scena, Haydee Politoff reduce dal successo ottenuto con l’esotico e sottilmente pruriginoso Bora Bora, finisce per dar vita a sipari quasi imbarazzanti con il bel tenebroso (ma anche tanto inespressivo) Lovelock, che avrà la fortuna a livello personale (off course) di baciare anche le atre due splendide protagoniste del film, Silvia Monti (Samantha ) e Evelyn Stewart (Bibiana) che in questo film recita con l suo vero cognome, Galli.
A ben vedere l’unico punto di forza del film sono proprio le tre attrici protagoniste, visto che il resto del film non ha atmosfera, è lentissimo e sopratutto si imbarca in discorsetti a sfondo pseudo-sociale e di denuncia che un regista amatoriale avrebbe affrontato con meno presunzione e più sincerità.
Questo manca al film di Cervi, l’onestà intellettuale: tutto sembra artificiosamente pre costruito per sparare qua e la tesi preconfezionate e post sessantottine; ma il 68 è ormai finito con il suo carico di illusioni realizzate solo in minima parte e il film di Cervi appare fuori tempo massimo e sopratutto molto,troppo velleitario.
La trama finisce per avvilupparsi attorno ai tentativi delle tre donne per strappare David alle sue convinzioni personali; solo che il regista, con molta malizia, insiste nel mostrare carezze e languidi baci mentre fa latitare un’introspezione psicologica del personaggio David, che così appare come un pezzo di granito nemmeno sbozzato da un ipotetico scultore.
Tutto finisce per ruotare attorno alle tre donne e al sogno notturno di David, ai tentativi delle tre di confondere le acque, di convincere il giovane che tutto quello che vede è solo irreale.
Poichè David è un hippy non convinto, ma solamente innamorato di un’idea di libertà come un bambino è attratto da una caramella, ecco che il film inizia a imbarcare acqua e continuerà a farlo fino al finale, con l’insopportabile pistolotto del diavolo fattosi uomo che invita i suoi adepti a intensificare la lotta a coloro che professano idee di libertà.
Il che si traduce in un infantile monologo che conclude indegnamente una pessima pellicola.
Che ha numerosi estimatori, inaspettatamente.
Ovviamente i motivi per cui film come questo siano diventati con lo scorrere degli anni dei cult restano assolutamente misteriosi; all’epoca della sua uscita nelle sale Il delitto del diavolo non se lo filò nessuno.
Il mio consiglio personale è di non vederlo, a meno che non siate innamorati di Evelyn Stewart e Silvia Monti; il resto del film è prosopopea allo stato puro e noia insopprimibile.
Il delitto del diavolo – Le regine
Un film di Tonino Cervi. Con Evelyn Stewart, Silvia Monti, Ray Lovelock, Haydée Politoff,Gianni Santuccio, Guido Alberti
Drammatico, durata 92 min. – Italia 1971.
Gianni Santuccio: il Diavolo
Haydée Politoff: Liv
Ida Galli: Bibiana
Ray Lovelock David
Silvia Monti Samantha
Regia Tonino Cervi
Soggetto Tonino Cervi, Antonio Troisio, Antonio Benedetti
Sceneggiatura Antonio Benedetti, Antonio Troisio, Tonino Cervi
Produttore Raoul Katz
Casa di produzione Flavia Cinematografica, Carlton Film Export Labrador Film
Distribuzione (Italia) Magnum 3b
Fotografia Sergio D’Offizi
Montaggio Mario Morra
Musiche Angelo Francesco Lavagnino
” Sono coì felice, felice, felice da morire”
“Non posso più fare a meno di voi”
“Sono pronto a qualsiasi cosa pur di non perdervi”
“Siete certe di averlo ucciso al momento giusto?-Ne siamo certi, Eminenza: aveva rinnegato se stesso e tutte le sue convinzioni”
“Questa gente, con le sue nuove idee,sta influenzando tutto il mondo;bisogna far presto, bisogna eliminarli tutti prima che sia troppo tardi”

Foto di scena con protagonista Ray Lovelock

Foto di scena con Haydee Politoff, Silvia Monti e Evelyn Stewart (Ida Galli)

Le prove di scena per il sotterramento di David

Le tre bellissime protagoniste del film in una pausa di lavorazione

Un giornale in lingua inglese intervista Haydee Politoff
Le recensioni qui sotto appartengono al sito http://www.davinotti.com
TUTTI I DIRITTI RISERVATI
Meteorite post-sessantottardo tanto schematico e puerile nell’assunto quanto curioso nello svolgimento fra onirico, erotico e pop. L’espressione non proprio sveglia di Lovelock è adattissima per il suo spaesato personaggio, in balia delle tre misteriose passerone con trucchi e parrucche incredibili. Scenografie spettacolari e una discreta atmosfera, rovinano il tutto le terribili canzoni di Lovelock stesso, e il didascalismo del finale. Psichedelico.
Scampolo post-sessantottino in cui la tesi del satanismo come metafora di un potere borghese reazionario che lusinga e annienta le forze giovani e libertarie è sostenuta attraverso una simbologia di incredibile banalità e troppo immediata evidenza – il frutto proibito, i peccati di gola e di sesso – convergente in un immaginario fiabesco à la fratelli Grimm talora suggestivo (il bosco) e in un improvviso finale splatter. Moscio Lovelock; uniche effigi del film rimangono il notevole Lucifero di Santuccio e la bellezza bronzea e scultorea dell’ammaliante Monti. Fievole e caduco.
Favola dalle venature thriller che svela le intenzioni dei suoi personaggi ed il suo messaggio solo nella parte finale senza però riuscire a convincere. Il ritmo non è irresistibile ma non annoia e le atmosfere sono buone così come le scenografie. Il discorsetto finale risulta oggi, a mio avviso, abbastanza patetico. Bellissime le tre tentatrici. Bizzarria d’altri tempi che ha un suo fascino ma che non è passata indenne allo scorrere del tempo.
Noioso. Molto confuso durante il suo svolgimento, in compenso ha un discreto cast (sul versante femminile davvero ottimo: Galli, Monti, Politoff), poco convincente Ray Lovelock… L’atmosfera va a farsi benedire dopo poco e a un certo punto la noia regna sovrana… Nulla di che.
Per comprendere le dinamiche dalle quali scaturiva l’estetica “free”, dovremmo essere ancora imbevuti della cultura degli anni 70. Anni in cui a teatro si sperimentava col Living theater, che concepiva lo spettacolo come emancipazione dalla codifica dei generi ed il cinema, da par suo, era in preda ad empiriche derive lisergiche. Certo, ad osservarla oggi quell’attitudine, in parte fa tenerezza. Un film come questo, ad esempio, pur coinvolgendo per certe scelte inusuali (il finale politico, le venature horror), presenta delle sequenze che annoiano non poco.
Di questo film si apprezza per lo più la sceneggiatura e la connotazione thriller anni 70, per chi è amante del genere e del decennio anni 70. Lo svolgimento è lento ma interessante, il dipanarsi degli eventi sussurrato. Ci sono molti silenzi apprezzabili per lo script ma che possono anche annoiare taluni spettatori. Nel complesso un buon prodotto.
L’intreccio tra apologo politico e racconto horror riuscirà sicuramente meglio a Lado, ma la disarmante estetica pop-naif di questo film mi spinge a preferirlo. L’utopia sessantottesca appesa all’Albero della Cuccagna, annegata in panna e fragole, soffocata in cuscini di seta, invischiata nel miele del diavolo spalmato denso sul pane da tre fiabesche Qui Quo Qua! Notevoli la scena della notte di pioggia e di nebbia nel bosco, e l’immagine folgorante (poco poco trash…) della mano con la pistola che esce dalle cosce divaricate della Politoff. Dolce e crudele!
Singolare “favola macabra” intrisa di sensualità, che gli stilemi, la metafora chiaramente politicizzata e il look sessantottino, NON riescono per fortuna a rovinare o a rendere irrimediabilmente fuori-moda. Le tre “streghe” del film sono davvero intriganti e affascinanti, per quanto, ovviamente, letali. Curioso il fatto di far doppiare Gianni Santuccio (che evidentemente non poté doppiarsi da sé) da Gabriele Ferzetti, che forse era sembrata all’epoca la voce più somigliante (?) a quella di Santuccio. Un misconosciuto gioiellino.
Piccolo gioiello di un regista di un certo potenziale, mai veramente esploso. Alcuni curiosi punti in comune con In compagnia dei lupi, soprattutto nella figura del diavolo in auto, che incontra Lovelock in moto a inizio film. L’atmosfera da fiaba nera che si respira è straordinaria: la casetta in mezzo al bosco, le tre streghe (su tutte la Politoff), il finale… C’è un po’ di monotonia a metà film e gli incubi stile Ken Russell de noaltri fanno sorridere (la bocca dipinta sul collo, la pistola che esce dalla pussy della Politoff). Cultone.
Il massimo dei massimi. Silvia Monti irraggiungibile come bellezza sconvolgente varrebbe da sola il film. Per il resto, lasciamo stare che venga presentata come favola thrilling… Quanti concetti rivelatori e quante verità in più potrebbe ulteriormente esprimere? E quali altre trovate decorative potrebbe mai aggiungere un regista o un artista di qualsivoglia livello? Cosa si può volere di più? Cosa si può fare se non goderselo dalla prima all’ultima scena? Più bello di così…
Bizzaro ma vuoto film di Cerv. La storia è noiosissima e la promettente atmosfera iniziale svanisce subito. La regia di Cervi è mediocre e ripetitiva. Difficile non annoiarsi dopo 20 minuti. Se si vuole guardare qualcosa di abbastanza simile ma notevolmente superiore non perdete …Hanno cambiato faccia di Corrado Farina.
Operetta a sfondo metaforico tra vecchia borghesia e il rampantismo hippie che faceva proseliti più o meno dappertutto, all’epoca. Figlio dei tempi che furono, il film è un gran bel vedere a livello estetico/formale: si parte dall’abbigliamento delle tre bellissime, le loro acconciature, l’arredamento, tutto molto pop e coloratissimo. Non da meno gli stupendi scenari agresti e qualche timida sequenza onirica-psichedelica. Lo svolgersi? Noioso e lento, si risolleva nel finale con nel mezzo poca sostanza e tanta forma.
Dolcemente crudele e affascinante, questo piccolo filmetto è visivamente spettacolare e ammaliatore come le 3 protagoniste che seducono il giovane hippie Lovelock. Costumi sgargianti e scenografie anni ’70 che sono il trionfo del kitsch (notevolissimi gli ambienti ultramoderni in contrasto con il bosco desolato che circonda la casa del peccato) fanno da sfondo alla metafora politica sull’abbandono degli ideali e il disfacimento morale della società voluto dal diavolo in persona. Peccato solo per la lunghissima parte centrale un po’ noiosa.

Anna quel particolare piacere
Anna è una splendida ragazza che lavora come cassiera in un bar di Bergamo.
Qui viene corteggiata da Guido, un giovane all’apparenza di bei modi ma che in realtà è al soldo di una banda di crudeli spacciatori di droga.
Quando Guido decide di seguire la sua gang a Milano, la donna lo accompagna senza sapere che per lei stanno per iniziare i guai.
E guai molto seri.
Ben presto Anna è costretta a far parte dell’organizzazione, nella quale finisce per diventare una squillo di lusso, usata per intrattenere i clienti più ricchi.
Contemporaneamente la donna trasporta droga per l’organizzazione fino a quando scopre di essere incinta; Guido vorrebbe che la donna abortisse, ma Anna rifiuta e si rifugia da un’amica.
Guido viene arrestato,e per Anna iniziano giorni più sereni.
Nasce suo figlio, che un giorno deve essere sottoposto ad un delicato intervento.
E’ il dottor Lorenzo Viotti a salvare miracolosamente la vita al bimbo e tra i due nasce anche l’amore.
Edwige Fenech interpreta Anna
Poi accade che Guido esca dal carcere e che si faccia vivo con Anna, obbligandola a seguirlo e a riprendere la convivenza.
Anna non ci sta e durante un litigio spara a Guido che però fa in tempo a colpirla mortalmente.
Sarà il dottor Lorenzo a occuparsi di suo figlio.
Anna quel particolare piacere, titolo malizioso per un film in bilico tra diversi generi cinematografici (giallo/thriller/noir/) è una pellicola del 1973 diretta da Giuliano Carnimeo, che aveva già diretto un thriller l’anno precedente, quel Perché quelle strane gocce di sangue sul corpo di Jennifer? in cui si era avvalso delle prestazioni di Edwige Fenech che in questo film interpreta Anna.
Il film raggiunge la sufficienza grazie al plot e alla professionalità del cast impiegato, anche se la Fenech, come cassiera di un bar non è poi molto credibile.
Ma a parte questo e una certa lentezza nello svolgimento della sceneggiatura, il film ha qualche momento felice anche se rischia nel finale di scivolare nel patetico; le scene della morte di Anna con la raccomandazione di aiutare suo figlio e la promessa del dottore,

I due protagonisti del film: Corrado Pani e Edwige Fenech
solenne e impegnativa di farlo, sembrano più adatte ad un “lacrima movie” in stile Il venditore di palloncini o L’ultima neve di primavera che degna conclusione di un film giallo se pur anomalo come questo.
Girato tra Bergamo, Milano e Stresa, Anna quel particolare piacere si avvale di una buona colonna sonora scritta da Luciano Michelini e di una sceneggiatura a livello nella quale figurano oltre a Luciano Martino il bravo Sauro Scavolini, Milizia e Ernesto Gastaldi.
Professionali gli attori, fra i quali il divo televisivo Corrado Pani, carognone quanto basta, il solido e rude Richard Conte, l’insolitamente tenero John Richardson oltre a due ottimi comprimari come Manni e Gaipa.
Film quindi che ha qualche motivo per essere visto, anche per immergersi in festival di apparecchi d’epoca, vero vintage come auto, telefoni a gettone, insegne pubblicitarie e città non ancora congestionate dal traffico.
Anna, quel particolare piacere, un film di Giuliano Carnimeo. Con Ettore Manni, John Richardson, Edwige Fenech, Richard Conte, Corrado Pani, Carla Calò, Umberto Raho, Ennio Balbo, Bruno Corazzari, Corrado Gaipa, Bruno Boschetti, Carla Mancini, Shirley Corrigan, Gabriella Giacobbe
Drammatico, durata 100 min. – Italia 1973
Edwige Fenech … Anna Lovisi
Corrado Pani … Guido Salvi
Richard Conte … Riccardo Sogliani
John Richardson … Lorenzo Viotto
Laura Bonaparte … Loredana
Ettore Manni … Zuco
Corrado Gaipa … Dottore
Antonio Casale … Scagnozzo di Sogliani
Umberto Raho … Avvocato Sogliani
Bruno Corazzari … Albino
Carla Calò … Madre di Anna
Aldo Barberito … Padre di Anna
Wilma Casagrande … Susy
Tom Felleghy … Portiere
John Bartha … Gerli
Regia Giuliano Carnimeo
Soggetto Sauro Scavolini, Luciano Martino
Sceneggiatura Sauro Scavolini, Francesco Milizia, Ernesto Gastaldi
Casa di produzione Dania
Distribuzione (Italia) Interfilm
Fotografia Marcello Masciocchi
Montaggio Eugenio Alabiso
Musiche Luciano Michelini
Costumi Oscar Capponi

Milano, Piazza Giordano com’è oggi
Il corvo
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E’ la Devil’s Night, la notte del diavolo; la città attende con paura il trascorrere delle ore perchè in questa notte tristemente si ripete un rituale macabro, fatto di violenza e di orrore scatenato da bande di teppisti e di violenti in genere.
In un appartamento i giovani Eric Draven e Shelly Webster vivono la notte d’attesa prima del matrimonio.
Un gruppo di delinquenti, che impareremo a conoscere con i loro nomi da “battaglia” ovvero T-Bird, Skank, Funboy e Tin Tin entrano nell’appartamento dei futuri coniugi e dopo aver seviziato la sventurata Shelly uccidono Eric.
A piangere la coppia ci sono due veri amici di Eric e Shelly, la giovanissima Sarah figlia di una drogata che si disinteressa completamente di lei e l’agente di colore Albrecht che ha seguito il calvario della povera Shelly mentre agonizzava in ospedale.
Ad un anno esatto dalla morte di Eric, un corvo si posa sulla sua tomba; secondo un’antica leggenda il volatile può guidare coloro che sono morti in un ritorno alla vita per placare la sete di vendetta che i defunti provano verso coloro che hanno fatto loro del male.
Così, guidato dal corvo che diventa il tramite con la vita terrena e che funge anche da seconda vista per l’uomo, Eric torna a vivere e si aggira come un’ombra nella città osservando grazie agli occhi del corvo quello che accade in quella che era la sua città.
L’uomo ritorna nella sua ex abitazione per rivivere gli ultimi istanti della sua vita terrena, imprimendosi nella memoria i nomi e i volti dei quattro assassini, si trucca quasi come un Pierrot dopo di che assetato di vendetta parte alla loro ricerca.
Trova dapprima Tin Tin e lo uccide con un pugnale dopo di che si reca da Gideon,uno strozzino che gestisce una gioielleria/banco dei pegni e recupera l’anello di fidanzamento che aveva regalato a Shelly, lo avvisa che è alla caccia dei rimanenti assassini suoi e di sua moglie e gli fa saltare per aria l’attività.
Ripresa la caccia, Eric elimina Fun Boy, il compagno della madre di Sarah, Darla, invitandola a cambiare vita; dopo di che uccide T.Bird sotto gli occhi dell’ultimo della banda di assassini, Skank.
Grazie a lui, Eric arriva al covo del vero capo della banda, Top dollar, che sfugge al massacro dei suoi uomini allontanandosi provvidenzialmente con il suo braccio destro Grange e con sua sorella (e amante) Myca.
Eric, eliminato anche l’ultimo teppista assassino (Skank) si getta sulle tracce di Grange che nel frattempo ha fatto rapire Sarah.
Nell’ultima parte del film, troviamo Eric impegnato in una mortale battaglia con Top Dollar che riesce a farlo ritornare mortale grazie all’aiuto di Myca, che ha scoperto come sia il corvo a dare ad Eric i suo poteri soprannaturali.
Grange e Myca muiono e nella resa dei conti con Top dollar Eric trafigge l’uomo; nei momenti che separano il crudele boss dalla morte farà rivivere a quest’ultimo l’atroce agonia provata da sua moglie.
La missione di Eric è finita: l’uomo, ferito mortalmente nei combattimenti va a morire sulla tomba dell’amata Shelly per congiungersi con lei nell’aldilà.
Il corvo, tratto dal fumetto omonimo di James O’Barr venne ridotto e trasportato sullo schermo dal regista australiano Alexander Proyas nel 1994.
Si tratta di una delle migliori trasposizioni delle nuvolette parlanti mai portate sul grande schermo, grazie ad una regia impeccabile, ad un’ambientazione dark assolutamente riuscitissima e grazie sopratutto all’attore Brandon Lee autore di una performance indimenticabile.
Un film con una fama “maledetta”, anche, perchè quando mancavano pochi giorni alla fine delle riprese l’attore Brandon Lee figlio dell’indimenticato Bruce rimase ucciso in maniera accidentale da un colpo di pistola (che doveva essere caricata a salve) sparato da Michael Massee che nel film interpreta Funboy.
La dinamica dell’incidente, ricostruita dalla polizia, rivelò che nel caricare la pistola la troupe, che aveva finito i colpi a salve utilizzò proiettili veri depotenziati; per pura fatalità uno di essi rimase all’interno della pistola e quando questa venne ricaricata finì per essere esploso con i proiettili inoffensivi.
Centrato all’addome da breve distanza, Brandon venne immediatamente soccorso e portato al New Hanover Regional Medical Center di Wilmington, nella Carolina del nord (ove si stavano ultimando le riprese)
Nonostante una lunghissima operazione, il cuore di Brandon cessò di vivere il 31 marzo 1993: l’attore nato ad Oakland aveva solo 28 anni.
L’improvvisa e imprevedibile morte di Brandon colpì duramente la troupe, mentre il regista Proyas si ritrovò un film orfano del finale.
Grazie all’ausilio di potenti computer e a software di grafica il film potè essere terminato, con costi doppi rispetto al preventivato; gli ultimi minuti di pellicola infatti costarono quanto tutta la pellicola girata fino ad allora.
Uscito nelle sale l’anno successivo, il film divenne immediatamente un culto e non solo per la splendida recitazione di Brandon e per il rumore provocato dalla sua tragica fine.
La splendida atmosfera dark, la storia particolarmente accattivante, l’ottima regia ed un cast assolutamente adeguato costruirono il successo della pellicola unitamente alla fama a cui assurse Brandon subito dopo la sua morte e subito dopo che i suoi fan ebbero apprezzato la recitazione nei panni dello sfortunato Eric, che ritorna sulla terra per un sortilegio per vendicare la sua amata e dar pace alla sua anima.
Il finale del film, davvero di infausto presagio, vede infatti la morte di Eric sulla tomba della moglie e venne girato, come già detto con l’ausilio del digitale più avanzato.
Brandon, che aveva cercato di seguire le orme paterne interpretando film con ambientazione orientaleggiante, quindi con sceneggiature studiate sulle arti marziali finì per morire poco prima di diventare un mito.
Lo diventò in tutti i sensi, così come lo era diventato Bruce Lee, morto all’età di 33 anni il 20 luglio 1973 ad Hong Kong mentre aveva appena ultimato il doppiaggio del film I tre dell’Operazione Drago.
La morte di Bruce Lee, avvenuta in seguito ad un edema cerebrale curato con Equagesic (un farmaco che riduce il gonfiore del cervello) venne archiviata come accidentale, così come venne archiviata nello stesso modo la morte di Brandon.
Una tragica fatalità quindi riunì padre e figlio destinati in maniera diversa a diventare dei miti nel mondo del cinema.
Tornando al film, oltre alla recitazione del cast va segnalata la ficcante colonna sonora in stile metal con brani dei Cure, dei Medicine e altri e la splendida fotografia di Dariusz Wolski.
Il film ebbe anche due importanti riconoscimenti postumi.
Vinse infatti i Grammy awards nelle categorie colonne sonore e per la recitazione di Brandon lee.
Un film culto, amato da tre generazioni di fans e che ancora oggi conserva un’invidiabile freschezza.
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Il corvo – The Crow,un film di Alex Proyas. Con Ernie Hudson, Brandon Lee, Michael Wincott, Rochelle Davis, Bai Ling,Sofia Shinas, Anna Levine, David Patrick Kelly, Angel David, Laurence Mason, Michael Massee, Tony Todd, Jon Polito, Bill Raymond, Marco Rodriguez
Titolo originale The Crow. Fantastico, durata 102 min. – USA 1994
Brandon Lee: Eric Draven
Ernie Hudson: Albrecht
Michael Wincott: Top Dollar
Rochelle Davis: Sarah
Angel David: Skank
Bai Ling: Myca
David Patrick Kelly: T-Bird
Michael Massee: Funboy
Jon Polito: Gideon
Marco Rodrìguez: detective Torres
Sofia Shinas: Shelly Webster
Anna Levine: Darla
Angel David: Skank
Laurence Mason: Tin Tin
Tony Todd: Grange
Bill Raymond: Mickey
Regia Alex Proyas
Soggetto dal fumetto di James O’Barr
Sceneggiatura David J. Schow, John Shirley
Fotografia Dariusz Wolski
Montaggio Dov Hoenig, Scott Smith
Effetti speciali Scott Coulter, John Patteson, Sandy Collora
Musiche vari
Scenografia Marthe Pineau
Luca Ward: Eric Draven, Il Corvo
Pietro Biondi: Albrecht
Mario Cordova: Top Dollar
Federica De Bortoli: Sarah
Edoardo Nevola: Skank
Giuppy Izzo: Myca
Luciano Roffi: T-Bird
Stefano Benassi: Funboy
Eugenio Marinelli: Gideon
Danilo De Girolamo: detective Torres
1. Burn – The Cure (Robert Smith, Simon Gallup, Boris Williams, Perry Bamonte) – 6:39
2. Golgotha Tenement Blues – Machines of Loving Grace (Scott Benzel, Mike Fisher, Stuart Kupers, Thomas Melchionda) – 4:01
3. Big Empty – Stone Temple Pilots (Dean DeLeo, Scott Weiland) – 4:56
4. Dead Souls – Nine Inch Nails (Joy Division) – 4:54
5. Darkness – Rage Against the Machine (Rage Against the Machine) – 3:41
6. Color Me Once – Violent Femmes (Gordon Gano, Brian Ritchie) – 4:09
7. Ghostrider – Rollins Band (Martin Rev, Alan Vega) – 5:45
8. Milktoast (also known as Milquetoast) – Helmet (Page Nye Hamilton) – 3:59
9. The Badge – Pantera (Poison Idea) – 3:54
10. Slip Slide Melting – For Love Not Lisa (For Love Not Lisa) – 5:47
11. After the Flesh – My Life with the Thrill Kill Kult (Buzz McCoy, Groovie Mann) – 2:59
12. Snakedriver – The Jesus and Mary Chain (William Reid, Jim Reid) – 3:41
13. Time Baby III – Medicine (Jim Goodall, Brad Laner, Jim Putnam, Ruscha, Beth Thompson) – 3:52
14. It Can’t Rain All the Time – Jane Siberry (Graeme Revell, Jane Siberry) – 5:34
Me lo diede papà, per i miei cinque anni. Disse: “L’infanzia finisce quando scopri che un giorno morirai”. (Top Dollar)
Non può piovere per sempre (Eric)
Se le persone che amiamo ci vengono portate via, perché continuino a vivere, non dobbiamo mai smettere di amarle. Le case bruciano, le persone muoiono, ma il vero amore è per sempre. (Sarah)
Io credo che da qualche parte vaghino le anime irrequiete che portano il peso della loro disperazione, aspettando l’occasione per far tornare giuste le cose sbagliate. Solo allora potranno stare con le persone che amano. Qualche volta un corvo indica loro la strada, perché qualche volta… l’amore è più forte della morte… ( Sarah )
Signori, purtroppo T-Bird non sarà dei nostri stasera… soffre di un lieve attacco di morte. (Top Dollar)
Sono tutti morti, solo che ancora non lo sanno. (Eric)
Era già in una fossa: è morto un anno fa nel momento in cui l’ha toccata. (Eric)
Madre è l’altro nome di Dio sulle labbra e sui cuori di tutti i nostri figli. (Eric)
Sbalordito il Diavolo rimase, quando comprese quanto osceno fosse il bene e vide la virtù nello splendore delle sue forme sinuose… ma è pornografia! (T-Bird)
E non liberarci dal male
Prima di inoltrarmi nella descrizione del plot di questo film e nella recensione dello stesso, ho l’obbligo di precisare che le due attrici protagoniste del film, uscito nelle sale nel 1971 ma girato nel 1970, all’epoca delle riprese erano entrambe maggiorenni, avendo sia Jeanne Goupil che Catherine Wagener superato abbondantemente la maggiore età.
Difatti la Goupil è nata a Soisy-sous- Montmorency il 4 aprile del 1950, mentre Catherine Wagener (scomparsa il 2 maggio di quest’anno) era nata il 1 gennaio del 1950; questa precisazione è importante perchè come i lettori più affezionati del mio blog sanno, non pubblico mai foto di minorenni in pose equivoche.
E non liberarci dal male è un film del 1971, oggetto di scandalo e di pesanti censure in diversi paesi, a causa delle sue tematiche abbastanza forti e sopratutto perchè le due attrici, dall’aspetto così adolescenziale, vennero scambiate agli inizi per due minorenni con conseguente messa la bando della pellicola stessa.
Per la verità i motivi della censura stessa riguardano un pò tutta l’architettura della pellicola, partendo da alcune sequenze disturbanti sopratutto per coloro che professano la fede cattolica per arrivare alle sequenze finali, passando per uccisioni di piccoli animali, riti blasfemi, seduzione di adulti ecc.
E’ quello che fanno due ragazzine di buona famiglia, Anne e Lora, che nell’età della pubertà (stanno per fare la comunione) decidono di votarsi a Satana e al male, iniziando così una vicenda personale che le porterà a incrociare indissolubilmente i propri destini fino al tragico finale.
Le due ragazze, che frequentano un istituto religioso, iniziano la loro carriera di discepole del male denunciando una suorina che hanno visto attraverso il buco di una serratura in atteggiamenti affettuosi con un’altra suora per proseguire poi la loro irresistibile cavalcata sulle strade del male seducendo ( e negandosi) ad un pastore a cui bruceranno poi tutto il raccolto di fieno, uccidendo degli inermi canarini e infine praticando una vera e propria messa nera con delle ostie consacrate rubate in chiesa.
In un crescendo diabolico, le due ragazzine seducono un uomo per poi respingerlo nel momento del “fattaccio”, con la conseguenza che l’uomo tenta di violentare Lora, venendo però ucciso da Anne.
Le due diaboliche amiche gettano il corpo dell’uomo in un lago e proseguono sulla strada che hanno intrapreso, organizzando per il ritorno a scuola un ultimo, drammatico colpo di teatro….
Come già detto E non liberarci dal male ebbe traversie giudiziarie in vari paesi e i motivi sono facilmente comprensibili mentre scorrono le immagini sullo schermo: le nefandezze delle due giovanissime protagoniste generano da subito un’atmosfera malsana, malata, che si respira per tutto il film.
Osserviamo infatti le adolescenti spiare e accusare una povera suora di lesbismo, le vediamo provocare gli adulti con la loro sessualità in erba, le seguiamo mentre sconsacrano i simboli cardine della religione cattolica, mentre profanano ostie e tentano opera di seduzione nei confronti di preti, mentre uccidono piccoli uccelli per arrivare al culmine della loro breve ma “intensa” carriera di discepole del male, ovvero l’assassinio di un uomo colpevole di essersi fatto irretire dalle loro grazie acerbe generosamente offerte e poi negate.
Il film, immerso in questa opprimente atmosfera, narra quindi un viaggio letteralmente verso l’inferno delle due ragazze, mentre attorno la vita sembra scorrere con monotonia ma anche con tranquillità: è questo uno dei grandi contrasti della pellicola, che vive proprio sulla iniziazione al male di Anne e Lora che scelgono di votarsi a Satana forse per noia o forse perchè il fascino del male stesso, in quella età in cui non si hanno ancora ben chiari i confini della morale, può irretire e ammaliare molto più del bene.
Vediamo le due ragazzine esercitare un fascino irresistibile sugli uomini, che pure dovrebbero guardare con orrore alle offerte sessuali delle ragazzine, li osserviamo mentre perdono la testa di fronte alla sessualità esposta senza pudore dalle due, che giocando con il fuoco rischieranno davvero di bruciarsi, come nel caso dell’uomo che tenta la violenza su Lora e che verrà ucciso, segnando così il punto di non ritorno della carriera diabolica delle due amiche.
Il finale tragico e inconsueto suggella il patto di sangue delle due amiche, ormai votate all’auto distruzione, che però avrà anche come conseguenza la fine dell’incubo in cui la piccola comunità scolastica e anche quella dei cittadini è venuta improvvisamente a trovarsi.
Joel Seria, che in seguito avrebbe diretto quel piccolo gioiello che è Folli e liberi amplessi-Les galettes de Pont-Aven (1975), dirige con mano sicura l’esordiente Jeanne Goupil e Catherine Wagener ottenendo da loro il meglio; questo film resterà per entrambe il punto massimo della loro carriera, anche se va detto che la Goupil avrà una lunga e onorata carriera in tv.
L’atmosfera opprimente del film si sposa ad una sceneggiatura equilibrata, opera dello stesso regista, che utilizza per il film un cast di illustri sconosciuti.
Buone sia l’ambientazione sia la fotografia, per un film che risulta ancora oggi godibile per la sua carica trasgressiva e per la tematica che non ha mai perso, purtroppo, originalità.
E non liberarci dal male,un film di Joël Séria. Con Jeanne Goupil, Catherine Wagener, Gérard Darrieu Titolo originale Mais ne nous delivrez pas du mal. Drammatico, durata 100 min. – Francia 1971
Jeanne Goupil … Anne
Catherine Wagener … Lore
Bernard Dhéran … L’automobilista
Gérard Darrieu … Émile
Marc Dudicourt … Il cappellano
Michel Robin … Léon
Véronique Silver … La contessa
Jean-Pierre Helbert … Il Conte
Nicole Mérouze … La signora Fournier
Henri Poirier … Fournier
Serge Frédéric … Il parroco
René Berthier … Gustave
Frédéric … Il fattore
Jean-Daniel Ehrmann …Il commissario
Regia: Joël Séria
Sceneggiatura: Joël Séria
Prodotto da:Bernard Legargeant …. produttore
Ken Legargeant …. produttore esecutivo
Romaine Legargeant …. produttore esecutivo
Joël Séria …. coproduttore
Musiche originali di Claude Germain e Dominique Ney
Fotografia di Marcel Combes
Montaggio di Philippe Gosselet
Costumi di Simone Vassort
Le recensioni qui sotto appartengono al sito http://www.davinotti.com
TUTTI I DIRITTI RISERVATI
Un inno alla bravura delle due protagoniste, senza le quali l’aria morbosa e sgradevole che si respira durante il film sarebbe andata certamente perduta. A dare un altro tocco inquietante alla pellicola la musica; da citare la scena notturna in barca e la discesa verso l’abisso delle due diaboliche protagoniste.
Dai lugubri titoli di testa si intuisce già che questo film sarà un’esperienza spiacevole, il classico film dal fascino malato. L’atmosfera è morbosa, opprimente, senza compromessi; i temi trattati sono e sarebbero tuttora scabrosi, tra un veemente anti-cristianesimo, deviazioni sessuali di vario genere e cattiverie assortite. Non è un caso che le due giovanissime protagoniste (perfette nel ruolo) leggano come una bibbia il “Maldoror” di Lautrémont durante il film. Coraggioso, ben realizzato, lento ma inesorabile. Bellissimo. Da vedere.
Altro che Amore 14. Le protagoniste di Deliver us a stento li raggiungono i quattordici… eppure fumano, rubano, inneggiano a satana, provocano. Torturano, minacciano, spiano suore baciarsi, delano. Sputano ostie, appiccano incendi, sconsacrano vesta, avvelenano uccelli, si denudano. Si fanno rincorrere, si sottraggono, subiscono violenza, sbadigliano in chiesa, fanno eccitare preti, leggono poeti maledetti, irridono contadini. Uccidono. Altro che Amore 14. Questo film provoca irrita critica eccede sbaglia e bestemmia. Cose impensabili nell’era della messa in latino e delle fiction sacrali.
Pellicola considerata blasfema e quindi censurata e bandita in alcuni stati, mostra inoltre alcune uccisioni di piccoli volatili (spero siano finte!), contribuendo a renderla difficile. Due giovani ed agiate studentesse di un collegio cattolico praticano segretamente un culto oscuro e compiono una serie di nefandezze per compiacere il proprio signore. Il livello criminale di tali azioni, inizialmente puerile, si alza pericolosamente, fino a giungere ad un punto di non ritorno che ha il suo epilogo nell’allucinante finale.
Essere adolescenti non è mai semplice. Difficile tenere a bada la frenesia, l’ebrezza del proibito scoperto (e violato) poco a poco, la voglia di ribellarsi e capire il valore delle proprie azioni. Talvolta lo scotto da pagare è alto e riporta alla realtà due ragazzine che vogliono giocare a fare le grandi; ma solo per un attimo: c’è ancora tempo per l’ultimo affronto ai benpensanti. Tosto per l’epoca, visto oggi è quasi una versione edulcorata di una realtà giovane spesso ben più maligna. Ma questa, è un’altra storia. Non male, le ninfette.
Profumo di donna
A Giovanni Bertazzi, una giovane recluta in permesso premio viene affidato un compito all’apparenza molto semplice: fare da attendente al capitano in pensione Fausto Consolo che è rimasto privo della vista e di un arto in seguito ad una esplosione.
Il compito di Giovanni è anche quello di accompagnare il Capitano a Napoli, dove dovrà incontrare il suo vecchio amico Vincenzo privo anch’esso della vista.
Partiti in treno da Torino, i due fanno tappa a Genova, ove il Capitano affida al giovane il compito di procurargli una prostituta, cosa che Giovanni fa con riluttanza mentre nella fermata successiva nella capitale, la scena è tutta riservata all’incontro tra Fausto e un suo cugino prete dal quale scaturirà un dialogo crudele in cui tutta l’amarezza del capitano sulla sua triste condizione fisica si scontrerà con la logica un pò farisea di Don Carlo.
A Napoli i due finalmente incontrano Vincenzo e qui trovano la bellissima Sara che ha conosciuto da piccola il Capitano e che da allora è invaghita di lui. La donna tenta di corteggiare Fausto, ma quest’ultimo è arrivato nella città partenopea con un solo scopo, quello di suicidarsi con l’amico Vincenzo. Il progetto dei due fallirà per imperizia e per un sussulto di autoconservazione; se prima Fausto aveva respinto fermamente la corte della ragazza, nelle ultime drammatiche sequenze, quando capisce di non poter vivere da solo, chiama a se disperatamente la donna. Giovanni può tornare a casa, sicuramente arricchito dall’esperienza di aver conosciuto quell’uomo che così tanto gli ha insegnato.
Questa in estrema sintesi la trama di Profumo di donna, film diretto dal grande Dino Risi nel 1974, che sceneggiò con Ruggero Maccari una riduzione cinematografica del romanzo Il buio e il miele di Giovanni Arpino.
Un film davvero molto bello, sia come ambientazione sia come storia tout court, che si dipana attorno al confronto generazionale tra Fausto e Giovanni, un rapporto che diverrà nei pochi giorni in cui i due viaggeranno assieme, quasi una sorta di apologo tra due ruoli opposti ma che alla fine potranno arrivare a toccarsi, un rapporto padre/figlio che tali non sono geneticamente ma che trova alcun punti di contatto che avvicinano i due personaggi principali.
In mezzo le lezioni di vita del capitano, reso cinico dalla sofferenza e dalla perdita della vista, che serviranno all’ingenuo Giovanni per capire che la vita offre tante sfaccettature quante lui non riesca ad immaginare per mancanza di esperienza e per l’inevitabile immaturità.
Giovanni imparerà alcuni dettagli che potranno servirgli nella vita, come distinguere una donna e il suo lavoro solamente attraverso l’olfatto oppure cosa più importante a non fidarsi mai delle apparenze.

La regina del circo, Moira Orfei, interpreta la parte della prostituta chiesta dal Capitano e cercata da Giovanni
Perchè dietro la mancanza della vista e il cinismo che Fausto mostra al suo giovane attendente c’è il dramma di un uomo che non è solo un semplice non vedente, ma un uomo profondamente solo che vede però molto meglio di tanti suoi simili normo dotati.
Lo dimostra quando riesce ad aprire gli occhi a Giovanni sull’infedeltà della sua fidanzatina, quando riesce a mettere in un angolo Don Carlo e i discorsi abbastanza banali e retorici che quest’ ultimo fa giustificando con la fede l’esistenza del male; un discorso puamente teorico che il sacerdote fa non avendo sperimentato sulla sua pelle il male e il dolore fisico.
Anche Vincenzo, che pure è un non vedente come Fausto, in realtà non possiede le caratteritiche del Capitano, la sua profonda perspicacia, quel cinismo latente e dolente che porta il capitano a vedere oltre l’apparenza e che in pratica lo costringe a isolarsi da tutti, come mostrerà nel corso del suo tormentato rapporto con Sara, che vorrebbe amare e che proprio per questo respinge.

Hai sentito? Odore di femmina!

La risata beffarda di Fausto all’offerta da parte di Sara del suo amore

Sara fugge in lacrime, rifiutata dal Capitano
Sara, che ama profondamente il Capitano, riuscirà a far breccia nel cuore di Fausto proprio nel momento in cui lo stesso mostra tutta la fragilità che si nasconde dietro la sua teoria; il fallito suicidio mostra a Fausto quanta importanza possa avere ancora per lui un ostegno morale ancorchè fisico, sopratutto se questo gli viene donato dall’unica persona che in fondo lo ama davvero.
Perchè Vincenzo è solo un amico peraltro non particolarmente acuto come lui e Giovanni è solo un personaggio che transita per qualche istante nella sua vita; cos’altro resta al Capitano a cui aggraparsi, quale speranza può nutrire ancora se non quella di prendere quell’amore disinteressato che Sara gli mostra?
Se Profumo di donna ha delle lacune, queste vengono letteralmente oscurate dalla gigantesca prova d’attore di Vittorio Gassman, che da corpo ad una delle più belle e intense rapresentazioni di un personaggio nella storia del cinema. Talmente convincente da sembrare quasi una proiezione di un alter ego nascosto, una rappresentazione visiva del proprio intimo che probabilmente non era tanto lontano da quello del Capitano Fausto.
Gassman recita a tutto tondo, assecondato dal compianto, bravissimo Alessandro Momo che di li a poco sarebbe scomparso tragicamente (Roma, 20 novembre del 1974) in seguito ad un incidente motociclistico che procurò dei guai all’attrice Eleonora Giorgi, proprietaria del mezzo con cui Momo ebbe l’incidente fatale. L’attore infatti non aveva ancora compiuto 18 anni essendo nato a Roma il 25 novembre del 1956.
Un destino tragico, quello di Momo, morire 5 giorni prima del suo compleanno proprio mentre si stava affermando come una giovane star in seguito ai successi travolgenti dei due film da lui interpretati sotto la regia di Salvatore Samperi, Malizia e Peccato veniale.
Anche Agostina Belli mostra tutto il suo talento nell’interpretazione della giovane Sara: curiosamente in alcune recensioni la Belli viene ridimensionata, mentre in realtà riesce a caratterizzare benissimo il personaggio della dolce Sara, ancora di salvezza e unico futuro possibile per il maturo Capitano.
Il film di Risi è armonico e ben calibrato e diventerà uno dei punti fermi della cinematografia italiana degli anni settanta.
A pensarla nello stesso modo infatti furono i giurati del premi David di Donatello, che premiarono Risi per la miglior regia dell’anno e Gassman per la migliore interpretazione; l’attore genovese bissò il risultato l’anno dopo a Cannes dove venne nuovamente insignito del premio per la migliore interpretazione maschile. Nel 1976 il film ottenne anche il Cesar come miglior film.

L’ultimo dialogo tra due amici
Profumo di donna,un film di Dino Risi. Con Vittorio Gassman, Agostina Belli, Moira Orfei, Alessandro Momo, Franco Ricci,Lorenzo Piani, Vernon Dobtcheff, Carla Mancini, Alvaro Vitali, Elena Veronese, Sergio Di Pinto, Stefania Spugnini, Torindo Bernardi, Al Pacino
Commedia, durata 100 min. – Italia 1974.
Vittorio Gassman: Capitano Fausto Consolo
Alessandro Momo: Giovanni Bertazzi
Agostina Belli: Sara
Moira Orfei: Mirka
Torindo Bernardi: Vincenzo
Alvaro Vitali: Vittorio, il barista
Franco Ricci: Tenente Giacomino
Elena Veronese: Michelina
Stefania Spugnini: Candida
Marisa Volonnino: Ines
Sergio Di Pinto: Raffaele
Vernon Dobtcheff: Don Carlo
Regia Dino Risi
Soggetto Giovanni Arpino
Sceneggiatura Ruggero Maccari, Dino Risi
Fotografia Claudio Cirillo
Montaggio Alberto Gallitti
Musiche Armando Trovajoli
Scenografia Lorenzo Baraldi
Costumi Benito Persico
Le recensioni qui sotto appartengono al sito http://www.davinotti.com
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Ottima regìa. Gassman immenso pur quando gigioneggia, il povero Momo bravino, la Belli (non credibile come napoletana) di una bellezza e di una freschezza tanto note quanto notevoli. Ci sono pure Alvaro Vitali e Di Pinto. Vernon Dobtcheff, non accreditato, è un ottimo Don Carlo. L’unica cosa che stona è il finale, diverso rispetto al libro, che in molti passi è seguito parola per parola. Commedia drammatica che sfocia nel lacrimoso, ma di alto livello. Ruffianamente bella la musica di Trovajoli.
Bel film di Dino Risi, decisamente superiore al remake americano, che tuttavia si avvale della presenza di Pacino. Il film, la cui buona sceneggiatura è tratta da un romanzo di Arpino, è dominato dalla figura del protagonista, interpretato da un Gassman che giganteggia sul resto del cast, dando vita a una figura che è nel contempo esplosiva, ma anche cinica e tragica, per un film dal retrogusto amaro.
Successone, e vetrina per un formidabile (e incontenibile) Gassman, che si mangia a merenda tutto il cast (però Momo è perfetto per la parte, poverino). Amaro, poco consolatorio, non un Risi capitale, ma comunque eccellente e superiore – nonostante la superlativa prova di Pacino – al pur valido remake. La Belli ha recentemente confessato pessimi ricordi del clima sul set, che a suo dire la videro spesso presa nel mezzo fra i due Grandi Cinici.
Timido militare di leva deve accompagnare in viaggio un ufficiale cieco. Un film bellissimo sulla storia potente di un vecchio allupato, esuberante e loquace, che umilia un ragazzo spalancandogli però le porte a un mondo diverso e conturbante. I toni da commedia all’italiana, che accompagnano tutto il lavoro riservando molte occasioni di riso o sorriso, sottolineano questo divario, ma soprattutto l’amaro baratro della solitudine in cui sta il protagonista (un grandissimo Gassman), rivelandoci la sua intima fragilità dietro la corazza di macho.
Grossa delusione. La partenza è in grande stile, all’insegna dell’istrionismo di un grandissimo Gassman, che nasconde la propria debolezza dietro una scorza di cinismo ed arroganza; poi, pian piano, tutto precipita verso un finale melenso e stucchevole, complice l’insopportabile personaggio della Belli, folle di un assurdo amore dettato da libidinosa pietà. C’è pure Alvaro Vitali, orribilmente (e imperdonabilmente) doppiato. Molto meglio il più vigoroso remake a stelle e strisce.
Discreto film di Risi dominato dalla grandissima prova di Gassman, l’assoluto protagonista di una bella storia che, grazie alla sua comicità spesso nera ed abbastanza cattiva (e nonostante qualche cedimento ad un po’ di patetismo), coinvolge e diverte non poco lo spettatore. Decisamente superiore allo scialbo rifacimento di Brest.
Commedia amara diretta da Dino Risi e ottimamente interpretata da Vittorio Gassman; non riuscita al 100%, comunque molto interessante e ben più valida del remake americano (interpretato da Al Pacino). Anche Alessandro Momo è ben addentro alla parte e Agostina Belli, sempre bellissima, se la cava, anche se improponibile come napoletana. Un buon esempio di drammatico che sfiora il melenso, ma che sa rimanere su buoni livelli. Da vedere.
Fino all’arrivo a Napoli un mezzo capolavoro, imperniato sia sul vivace road-movie intrapreso dall’austero comandante che tiene sotto schiaffo il timido cadetto sia, soprattutto, sulla figura di Gassman, che con una prova sontuosa si rilancia in grande stile dopo qualche anno di stanca. La tappa partenopea rallenta tutto il film, che si sposta troppo sul sentimentale, focalizzandosi sull’infelice personaggio incarnato dall’insipida Belli. Momo invece è molto credibile. Eccedono nel melò le belle note di Trovajoli. Diverso, ma non migliore del suo remake.
Sarebbe stato da 3 pallini, ma rovina tutto l’entrata in scena di Agostina Belli qui in una delle sue parti peggiori (non che reciti male.. ma il personaggio è veramente una lagna fuoriposto). Ottimi Momo e Gassman (uno dei nostri migliori attori di sempre), da dimenticare la Belli. Passabile nonostante le musiche tristi e la parentesi sentimentale.
Bellissimo film in cui il protagonista emerge con il suo cinismo che cela la disperazione per una realtà non accettata; Momo fa da contraltare come Trintignant nel Sorpasso (ma è ancor più giovane ed inesperto). Dolce la Belli, anche se non si comprende fino in fondo perché si innamori di una canaglia simile. Da ricordare il cameo di Moira Orfei. Il remake è proprio un altro film.
Un Gassman memorabile tratteggia ed interpreta un altezzoso ufficiale dell’Esercito non vedente a causa di un incidente sul campo. Dopo una valida prima parte, incentrata su un lungo viaggio in treno, la narrazione approda a Napoli, dove tra feste e riflessioni si rischia il tragico epilogo. Una splendida Belli ed un promettente ma sfortunato Momo, accompagnano il Mattatore in questa digressione sulla vita e sulla morte.
Sopra ogni cosa un film dei ricordi. Come si facciano film così carichi di sentimenti, è difficile da sapere, a noi comuni mortali il compito di saperli leggere. Il Gassman di questo film è inarrivabile: recitazione, contemplazione del proprio ego, sublimazione dei movimenti. Nei paraggi il resto del cast, ammira. Tutto funziona a meraviglia grande Risi. La Napoli piena di sole e incorniciata va bene così.
Melanconico a partire dal tema musicale che apre e chiude, ma con quella risata cinica che tra Risi e Gassman trova la sua naturale collocazione. Si perde talora in eccessi ma la sua bellezza sta di gran lunga nell’interpretazione del mattatore, qualcosa che spazza via il resto del cast: beffardo, drammatico, istrionico, cinico (appunto), fornisce una fotografia più che umana dell’uomo (non dimenticandosi di farlo notare tra i dialoghi finali). Da vedere.
Gassmann in una forma a dir poco strepitosa. Location tutte azzeccate. Paragonata all’interpretazione di Al Pacino che con questo film ha vinto l’Oscar, Gassman lo meriterebbe a maggior ragione postumo. Agostina Belli in questo film appare bella e affascinante come non mai.
Dino Risi è un grandissimo regista. L’ho scritto spesso e convintamente lo ribadisco oggi parlando di questo film, girato più di vent’anni fa. Era una storia bellissima, estratta da un romanzo di quel genio dimenticato che era Giovanni Arpino. Il libro si chiamava Il buio e il miele ed è una storia di un militare diventato cieco, della sua disperata vivacità, della poesia tragica della voglia di vivere, comunque, a ogni costo. Vittorio Gassman è il protagonista, in linea con i grandi personaggi con i quali aveva, negli anni precedenti, attraversato la miglior commedia italiana. » (Gian Luigi Rondi)
È una fortuna essere ciechi perché i ciechi non vedono le cose come sono ma come immaginano che siano. (Fausto)
Sai cos’è l’amico? Un uomo che ti conosce a fondo e nonostante ciò ti vuole bene. (Fausto)
Hai sentito? Odore di femmina! (Fausto)
Paura di che? Il peggio che ci poteva capitare ci è già capitato. (Fausto )
È una fortuna essere ciechi: perché i ciechi non vedono le cose come sono, ma come immaginano che siano.(Fausto)































































































































































































































































