Frustation (Turbamento carnale)
Adele è una bellissima e taciturna donna che vive con sua sorella Agnes e suo cognato Michel, un medico, in una fattoria isolata nelle campagne francesi.
E’ un’esistenza tranquilla, quella che vivono i tre riuniti sotto lo stesso tetto: un ambiente borghese perfetto, con la coppia di coniugi che rispetta Adele, che si rende utile in mille modi nella gestione domestica.
Eppure qualcosa turba la donna; spesso sente i giochi amorosi tra i due coniugi, ricavandone un forte turbamento.
Ben presto Adele si crea un mondo immaginario, nel quale si vede protagonista di fantasie erotiche sempre più sfrenate; dapprima inizia a vedere i due coniugi alle prese in molte variazioni del sesso, per poi sentirsi protagonista dei sogni stessi.

Immagina una relazione con suo cognato, dal quale è fortemente attratta, poi immagina di essere protagonista di sevizie sadiche nei confronti di ragazze ad opera di misteriosi monaci, infine arriva a fantasticare una relazione incestuosa con sua sorella.
E’ proprio Agnes il principale problema di Adele, la vede come una rivale, ma al tempo stesso crea una vera e propria sovrapposizione della sua personalità con quella della sorella.
Le sue fantasie diventano sempre più sfrenate, mentre la personalità assume contorni sempre più indecifrabili; in una scena immagina di salire al piano superiore della casa e di aprire le porte del piano stesso, dietro le quali ci sono Agnes e Michel intenti in rapporti sessuali ogni volta differenti.

Il senso di frustrazione di Adele cresce nella misura in cui crescono le fantasie sessuali:ben presto la donna non è più in grado di porre un freno alla sua psicologica dipendenza da queste emozioni artificiali e deciderà per una soluzione dall’esito drammatico…
Frustation, diretto da Josè Benazeraf nel 1971 venne distribuito in Italia soltanto nel 1976 con il titolo sciagurato di Turbamento carnale;per quanto si tratti di una pellicola a sfondo esplicitamente erotico, l’erotismo stesso del film ha una sua logica di esistere legata alla vicenda personale di Adele, una donna profondamente frustrata a causa anche della assoluta solitudine in cui vive la propria esistenza.
Il vivere rinchiusa in una casa isolata, il dover condividere la propria vita con una coppia di sposi dalla vita sentimentale e sessuale profondamente appagata come quella che esiste tra Agnes e Michel porta Adele, di per se già profondamente legata a sua sorella con la quale ha un rapporto di quasi totale identificazione, a sviluppare una sessualità morbosa che non trovando sfogo in azioni reali inizia a vivere nei meandri della psiche di Adele.

Che arriva a immaginare situazioni via via sempre più eroticamente estreme ma che lasciano la donna stessa priva di reale soddisfazione.
Benazeraf, regista sicuramente abile e buon conoscitore delle tecniche cinematografiche avvolge la pellicola in un’atmosfera perversa ma freddissima: le fantasie di Adele sono esplicite, ma prive di qualsiasi soddisfazione, per cui le immagini che scorrono non hanno nessuna carica erotica reale, ma sembrano fredde esposizioni di corpi intenti a compiere gesti meccanici.
Il film ha ovviamente un andamento lentissimo, descrittivo; sia i sogni onirici di Adele, sia i suoi gesti quotidiani avvengono in maniera meccanica.
Vediamo quindi la donna alle prese con un quotidiano noioso e ripetitivo, fatto di gesti quasi sempre uguali, misurati.
Adele sembra trarre linfa solo dal suo immaginario, che però non fa altro che esasperare il suo senso di frustrazione.
Benazeraf coglie questi momenti con sapienza, rallentando il ritmo senza però rendere la pellicola narcotica;realtà e sogno finiscono per confondersi, tanto da lasciare immaginare una vera interazione tra inconscio e reale, quasi non ci fosse più un confine tra l’esistenza reale e quella immaginata.

Un film di un certo valore, quindi, a totale dispetto di quanti considerano Benazeraf un cineasta capace di girare solo film erotici e in altre occasioni hard.
Il regista nato a Casablanca, morto l’anno scorso alla veneranda età di 90 anni, è stato fra i più prolifici autori di pellicole a sfondo erotico nel periodo che va dalla fine degli anni 60 alla metà degli anni 80; sono 83 le pellicole da lui dirette e solo pochissime sono state distribuite in Italia, complice anche la tematica da lui sviluppata, ovvero l’indagine sull’eros che ha, nel corso degli anni, virato verso un cinema più voyeuristico e meno impegnato.
Uscito in Italia solo nel 1976 a causa del contenuto e delle immagini che contiene, Frustation è un buon film pur nei limiti di un prodotto a basso costo e girato con mezzi artigianali.
Un film difficilissimo da reperire, almeno nella versione digitale, che permette di apprezzare al meglio sia l’atmosfera nel quale è immerso il film sia la performance della splendidaJjanine Reynaud, non nuova a interpretazioni scabrose.Basti ricordare al tal pro i film di Jess Franco Succubus e Delirium, oppure Giochi d’amore di un’aristocratica di Michel Lemoine, che in questo film interpreta Michel, cognato di Adele.

La Reynaud è spigolosa, intensa, sensuale: la sua splendida criniera leonina appare e scompare nel film, quasi a simboleggiare le due nature di Adele.
Con i capelli raccolti la Reynaud ha un’aria quasi virginale, quando li scioglie si trasforma in un essere sensualissimo.
Nel cast figura anche Elizabeth Teissier, che interpreta Agnes con professionalità.
Il film come già detto è praticamente introvabile, mentre una sua proiezione televisva è quanto meno improbabile; nella rete è possibile visionarlo in versione probabilmente completa ma solo in lingua originale.
Frustation (Turbamento carnale), un film di Josè Benazeraf, con Janine Reynaud, Elizabet Teissier, Michel Lemoine.Thriller erotico, Francia 1971
Janine Reynaud … Adélaïde (Adele)
Michel Lemoine … Michel
Elizabeth Teissier … Agnès
Regia: Josè Benazeraf
Soggetto: Josè Benazeraf,Michel Lemoine
Musiche:Camille Sauvage
Fotografia:Georges Strouvé
Pensione amore servizio completo
Il giovane e bel Germano scopre, grazie alla cameriera di casa, di avere un problema invidiato da molti uomini, ovvero di essere un superdotato.
Ma la cosa lo inguaia perchè mentre è in dolce colloquio con la servetta, viene colto in flagrante da suo padre.
Dopo un colloquio con la madre di Germano, suo padre decide di tagliar corto e inviare il giovane allupato dalla nonna, la signora Amour, titolare di una pensione vicino mare che prende il nome proprio di pensione Amore.
Arrivato da sua nonna, Germano scopre che la stessa gestisce più un bordello che una pensione, così ne approfitta per sollazzare le clienti vogliose della pensione stessa.

Ma esagera, e dopo una serie di avventure con donne sposate, cameriere disponibili e procaci donne in cerca di svago sessuale, finisce per “scaricare le batterie”
Sarà una giovane in vacanza, Lucy, a riportare il tutto alla normalità, allacciando un flirt con il giovane che sfocerà nel classico colpo di fulmine.
Diretto da Luigi Russo, autore di perle come Morbosità, I sette magnifici cornuti, La nuora giovane e Una bella governante di colore, Pensione amore servizio completo è un filmetto assolutamente anonimo, privo di qualsiasi elemento comico e caratterizzato peraltro da un erotismo molto soft e da una sceneggiatura praticamente latitante, come latitante è la recitazione dei pochi protagonisti del film.

Girato nel 1980, quindi assolutamente fuori tempo massimo per appartenere alla defunta commedia sexy all’italiana, questo film tenta di giocare le sue carte (scarsissime) sull’avvenenza delle protagoniste, ovvero il transessuale Ajita Wilson (la signora di colore molto vogliosa), su Marina Daunia (un’altra signora insoddisfatta) e su Lori del Santo, la Lucy che riporta il giovane Germano sulla retta via.
L’attrice veronese è l’unica cosa decente, a livello recitativo, del film stesso e per una volta recita quasi sempre con i vestiti addosso fatto salvo un fugace topless sul finire della pellicola, mentre il vero protagonista, Christian Borromeo è talmente piatto ed inespressivo da rendere ancor più desolante il quadro d’assieme.

Borromeo, che si era segnalato con Ritratto di borghesia in nero viene travolto dall’assoluta piattezza del film e gigioneggia spaesato tra un amplesso e un altro, con un’espressione da ebete stampata sul volto che rende ancor più strampalato e poco credibile il personaggio interpretato.
Produzione low cost, Pensione amore servizio completo è un esempio, abbastanza sciagurato, della totale mancanza di idee oltre che di fondi del cinema italiano dei B movies, che peraltro era riuscito a produrre qualcosa di buono nel decennio precedente.

Qui siamo davvero oltre i limiti del tollerabile, tanto che alla fine un’idea non peregrina sarebbe stata quella di chiedere il rimborso del biglietto per palese frode.
Null’altro da segnalare se non l’abbondante cellulite della cameriera, ahimè documentata da una delle foto selezionate per illustrare il film.
Pensione amore servizio completo
un film di Luigi Russo. Con Marina Daunia, Christian Borromeo, Lory Del Santo, Clara Colosimo,Piero Mazzinghi, Ajita Wilson
Erotico, durata 91 min. – Italia 1979.

Regia Luigi Russo
Soggetto Luigi Russo
Sceneggiatura Ezio Passadore
Montaggio Anita Cacciolati
Musiche Stelvio Cipriani
Casta e pura
Una ricca ereditiera con un’unica figlia, Rosa, si lascia convincere sul letto di morte dall’interessato marito Antonio a lasciare tutti i suoi possedimenti alla ragazza in cambio della solenne promessa di un voto di castità. In questo modo Antonio potrà gestire il patrimonio della donna fino al giorno in cui la ragazza non convolerà a nozze.
Così accade e da quel giorno Rosa rispetta il voto fatto.
La ragazza vive una sorta di esistenza monastica, divisa fra la casa e chiesa, sotto lo sguardo vigile del padre Antonio.
Ma ben presto la sessualità repressa inizia a insidiare sia il corpo della ragazza che la sua mente.
Laura Antonelli
Così durante il sonno, Rosa immagina situazioni scabrose a cui si aggiungono strane visite notturne del cugino Fernando, che si mostra molto interessato al corpo seducente della cugina.
Fernando è ovviamente attratto principalmente dal patrimonio della cugina,mentre Rosa, turbata dagli avvenimenti, confessa ad un sacerdote quello che le accade, confidando al sacerdote stesso la sua intenzione di prendere i voti religiosi.
Antonio viene a conoscenza della cosa e decide di cambiare strategia; ora la ragazza deve avere la sua iniziazione sessuale, in modo da far violare alla ragazza il suo voto.
Ma le cose andranno in modo ben diverso da quanto sperato dall’uomo…

Casta e pura, film del 1981 diretto da Salvatore Samperi, è una commedia a metà strada tra il sexy e il satirico diretta dal regista di Malizia; che nella sceneggiatura, curata con un pool di aiutanti, ovvero Bruno Di Geronimo ,Michel Gast,Ottavio Jemma e José Luis Martínez Mollá tenta la strada della denuncia antiborghese ammantata di anticlericalismo all’acqua di rose.
Il film infatti è debole sin dalle prime scene e si trasforma ben presto in un sciagurato e velleitario tentativo di frustare il moralismo corrente, tentando improvvidamente anche la dissacrazione dei principi religiosi, rappresentati dal perbenismo untuosamente ipocrita della mamma di Rosa e dalla ragazza stessa, che però ha l’unica colpa di essere succube di una tradizione e di una morale radicata nel suo ceto sociale.

Detta così la cosa sembrerebbe anche degna di uno svolgimento all’altezza, ma i buoni propositi (ammesso che in Samperi albergassero) naufragano sciaguratamente in un film monotono e ripetitivo, in cui la stessa sessualità repressa di Rosa viene mostrata più con occhio lubrico e guardone che con profondità e attenzione alle vere motivazioni che la originano.Da dimenticare a questo proposito la sequenza dell’orgia, di pessimo gusto e copiata da Fellini con l’aggiunta di un pizzico di Tinto Brass (ma quello dell’ultimo periodo,purtroppo)
Reduce dal disastro di Un amore in prima classe, diretto nell’anno precedente, Samperi mostra ancora una volta la sua attitudine a mostrare sullo schermo il lato epidermico delle vicende che racconta.
Non c’è profondità nel personaggio di Rosa, così come non c’è profondità in nessuno dei personaggi che si muovono accanto a lei.

Eppure i ruoli di Fernando o quello di Antonio ben si prestavano all’uso della sferza, mentre Samperi non usa mai scudisciare i protagonisti, preferendo affidare la storia a qualche pruderia notturna di Rosa o alle visite notturne dell’interessato Fernando.
Sprecatissimo il cast utilizzato: la Antonelli è bellissima e seducente, ma finisce per restare ingabbiata in un ruolo che lei svolge bene, ma che rimane desolatamente fine a se stesso
Bene anche Massimo Ranieri, perfido al punto giusto, ma anch’esso schiavo di un personaggio mono dimensionale mentre Fernando Rey, grande attore, resta malinconicamente in un limbo creato da un personaggio senza alcun spessore.

A ben guardare le note positive del film sono da ricercarsi unicamente nella buona prestazione del cast, nel quale figurano anche Cannavale e Christian De Sica, richiamato da Samperi dopo il buon esito di Liquirizia.
Completano il cast la brava Fabrizi e Elsa Vazzoler.
Un film modesto e insipido, in definitiva, questo Casta e pura.
Recentemente è stato rieditato in digitale e trasmesso a più riprese da tv satellitari, per cui è facile imbattersi nella rete in copie decenti.
Che poi il film stesso valga una visione è tutta un’altra cosa.

Casta e pura
Un film di Salvatore Samperi. Con Fernando Rey, Laura Antonelli, Massimo Ranieri, Enzo Cannavale, Riccardo Billi, Elsa Vazzoler, Valeria Fabrizi, Vincenzo Crocitti, Diego Cappuccio, Gabrielle Lazure Commedia, durata 95′ min. – Italia 1981.
Laura Antonelli: Rosa
Fernando Rey: Antonio
Massimo Ranieri: Fernando
Enzo Cannavale: il sacerdote Bottazzi
Christian De Sica: Carletto Morosini
Riccardo Billi: suo padre
Vincenzo Crocitti: “Picci”
Sergio Di Pinto: Gustavo Bottesini
Valeria Fabrizi: seconda moglie di Bottesini
Diego Cappuccio: Dario Di Maggio
Gabrielle Lazure: Lisetta
Regia Salvatore Samperi
Soggetto Michel Gast
Sceneggiatura Ottavio Jemma
Produttore Maurizio Amati, Sandro Amati
Fotografia Alberto Spagnoli
Montaggio Sergio Montanari
Scenografia Ezio Altieri
Peccati in famiglia
Il ricco e gaudente ingegner Carlo, in compagnia di sua moglie Piera e di sua figlia Francesca decide di prendersi un periodo di ferie, stressato dall’impegno di dover gestire le sue fabbriche e torna così nella sua residenza estiva nel piacentino.Ad attenderlo c’è una sorpresa: c’è una cuoca, una giovane vedova di nome Doris che ha sostituito la vecchia balia di Carlo.
A qualche giorno dall’inizio delle vacanze, ecco che arriva a casa di Carlo il giovane Milo, figlio di suo fratello, morto senza un centesimo.
Il giovane è uno studente all’apparenza timido, ma in realtà e’ mosso da un’ambizione senza limiti e da un arrivismo altrettanto forte.
Simonetta Stefanelli e Renzo Montagnani
Mentre Carlo inizia un’opera di seduzione serrata nei confronti di Doris, Milo tesse una trama sottile che si dimostrerà vincente.
Dapprima seduce la bella Francesca, che per lui abbandona la relazione torbida con Fedora, poi passa a sedurre anche Doris, nel segreto intento di poter meglio controllare lo zio.
L’unico ostacolo alle ambizioni del giovane è rappresentato dalla furba Piera, che ha intuito qualcosa e che ora vorrebbe mandarlo via.
Ma Milo seduce anche lei e da quel momento è padrone del campo.
Michele Placido e Simonetta Stefanelli
Con l’aiuto di Doris che sottopone Carlo ad un tour de force erotico, Milo procura allo zio un infarto e da quel momento si assicura definitivamente sia le grazie del gineceo famigliare sia il controllo dell’azienda del defunto Carlo.
Peccati in famiglia, diretto da Bruno Gaburro nel 1975 è una delle tradizionali commedie sexy degli anni settanta, poco attente ad una sceneggiatura accettabile e intente invece a mostrare le attrici di turno in abiti succinti.
Cosa che accade immancabilmente anche in questa commedia, che non si eleva come qualità dalla maggioranza dei film del filone, nonostante la presenza nel cast di alcuni validi attori.
Jenny Tamburi
Gaburro, regista di B movie (sue saranno le regie degli erotici Malombra,Maladonna e Penombra) non tenta nemmeno di dare qualsiasi giustificazione sociologica o di indagine al suo film, puntando tutto decisamente su una storia pruriginosa quanto basta per tener desta l’attenzione dello spettatore.
Vien fuori così un film totalmente piatto, a mala pena retto dalla verve del solito Renzo Montagnani, un professionista esemplare in qualsiasi situazione.
La storia è vista e rivista per cui nessun elemento di novità; questa volta però il furbetto di turno riesce a diventare il padrone e una volta tanto il film finisce in maniera anticonvenzionale.
Juliette Mayniel
Per quanto riguarda il cast, davvero sprecato, discrete le tre maggiori protagoniste, ovvero le sensuali Simonetta Stefanelli e Jenny Tamburi oltre che la solita sicurezza rappresentata da Juliette Mayniel mentre appena appena sufficiente un Michele Placido in evidente imbarazzo nei panni del seduttore bello e dannato.
Questo film non è facilmente rintracciabile, quelle che circolano sono generalmente copie ricavate o da vecchie VHS oppure registrate qualche anno addietro dai rari passaggi televisivi.
Peccati in famiglia
Un film di Bruno Gaburro. Con Michele Placido, Simonetta Stefanelli, Renzo Montagnani, Jenny Tamburi, Dino Curcio, Corrado Olmi, Gastone Pescucci, Juliette Mayniel, Lorenzo Piani, Rosita Torosh, Edy Williams Commedia, durata 97′ min. – Italia 1975.

Michele Placido: Milo
Simonetta Stefanelli: Doris
Jenny Tamburi: Francesca
Juliette Mayniel: Piera – moglie di Carlo
Gastone Pescucci: Armando – il dottore
Laura De Marchi: Vincenza – moglie di Armando
Corrado Olmi: don Erminio
Edy Williams: Zaira
Renzo Montagnani: Carlo
Rossella Pescatore: Fedora – figlia di Armando
Dino Curcio: Nando – amministratore della terra

Regia Bruno Gaburro
Soggetto Bruno Gaburro
Sceneggiatura Lianella Carell, Carlo Romano
Produttore Edmondo Amati
Casa di produzione Flaminia Produzioni Cinematografiche
Fotografia Joe D’Amato
Montaggio Vincenzo Tomassi
Musiche Guido De Angelis, Maurizio De Angelis
Scenografia Ennio Michettoni
Costumi Antonio Randaccio
Top sensation
Uno yacht solca le acque calme in un punto geografico imprecisato ; a bordo del natante c’è la ricca vedova Mudy, suo figlio Tony, una coppia formata da Aldo e Paula, una bellissima giovane di nome Ulla .
Aldo è anche il capitano dello yacht.
Mudy è una donna ambigua e viziosa, amante di giochi erotici sadomaso e tendenzialmente lesbica.
Maud Belleroche
Ha con se suo figlio Tony, timido e affetto da qualche turba psichica oltre che da una patologica timidezza verso l’altro sesso, mentre il resto dell’equipaggio è decisamente eterogeneo e mosso da motivazioni personali diverse.
C’è la coppia Aldo e Paula, sessualmente aperta e disponibile a giochi erotici da scambisti,con Tony che funge da capitano dello yacht e che spera di ricevere da Mudy stessa una concessione petrolifera con la bella Ulla che è stata assoldata da Mudy con lo specifico scopo di svezzare sessualmente Tony .

Il gruppo ruota attorno alla perversa Mudy, che non si fa scrupolo di sedurre Paula che ovviamente ricambia senza problemi le avance della matura vedova, mentre suo marito si intrattiene piacevolmente sia con Ulla sia con quest’ultima e la moglie contemporaneamente.
Durante il viaggio lo yacht incrocia un’isola, sulla quale vivono unicamente il pastore Andro e sua moglie Beba.
Paula e Ulla, in un perverso gioco di seduzione, accortesi che l’uomo le spia da un cespuglio sull’isola improvvisano un ardito gioco lesbo; subito dopo scendono a terra con Mudy e Aldo e invitano la timida e ingenua coppia sullo yacht.
Qui i due verranno fatti ubriacare dal quartetto senza scrupoli mentre Beba viene spinta da sua madre tra le braccia di Tony.

Che non ha tutte le rotelle a posto e difatti strangola la donna durante un rapporto sessuale appena accennato.
A questo punto il resto dell’equipaggio decide di far sparire anche lo sventurato Andro che viene assassinato e messo in una barca accanto al corpo esanime di sua moglie; la barca viene fatta esplodere con la dinamite e lo yacht si allontana dal luogo del delitto.
Ma Tony ormai è fuori controllo, strangola sua madre e ….
Top sensation, secondo e ultimo film diretto da Ottavio Alessi esce nelle sale italiane nel 1969, preceduto da un battage pubblicitario che lo descrive come un film ad alto contenuto erotico; il che è vero solo in parte perchè lo spettatore italiano assisterà alla proiezione di un film ampiamente mutilato dalla censura.

Spariscono dal film stesso le scene lesbo tra Ulla e Paula, quelle tra Mudy e Ulla e infine quella principale tra le perverse Ulla e Paula e la ingenua Beba, oltre alla sequenza in cui una capretta slinguazza Ulla probabilmente nelle parti intime.
Dico probabilmente perchè come la stragrande maggioranza degli spettatori ho visionato la versione purgata del film, che è stato distribuito solo all’estero in versione integrale.
Il film è lento, noiosissimo e senza suspence, caratterizzato come dicevo in origine dalla presenza delle due bellissime protagoniste del film, la statuaria ed acerba Edwige Fenech e la conturbante Rosalba Neri che nelle intenzioni di Alessi dovevano creare il clima torbido e morboso che è poi la base su cui si fonda il film. In aggiunta c’è, anche se solo accennato e per giunta svolto malissimo, un accostamento tra i due mondi antitetici rappresentati dai due gruppi di protagonisti, ovvero il gruppo dello yacht e i due ingenui isolani.
Rosalba Neri
Tanto appaiono corrotti e depravati i primi tanto sono all’opposto i secondi; i due mondi contrapposti finiscono per scontrarsi con Beba e Andro che soccombono ovviamente nell’impari lotta.
Un mondo borghese afflitto da tutti i vizi contrapposto ad un mondo candido e ingenuo, in definitiva, nel quale il secondo non può che essere divorato dal primo.
Questa la tesi di fondo di Top sensation, esplicitata però attraverso un andamento filmico di una noia assoluta; manca ritmo e vivacità nella pellicola, i personaggi sembrano agire in base ad istinti primordiali che però non trovano riscontro poi nelle azioni che vediamo.
Colpa della censura, certo, ma anche colpa di un’ambientazione “nautica” che generalmente non riesce mai a creare quell’atmosfera claustrofobica che inchiodi lo spettatore alla poltrona.

Lo dimostrano film come Interrabang di Giuliano Biagetti che perlomeno ha una trama e uno svolgimento da thriller canonico e sopratutto il bruttissimo Il sesso degli angeli di Ugo Liberatore, uscito nel 1968 e caratterizzato da una trama pretenziosa e noiosisima; a questi due classici film di fine anni sessanta che hanno in comune con Top sensation l’ambientazione “nautica”, ovvero tutta girata su uno yacht potremmo aggiungere il più recente Ore 10: Calma piatta (Dead calm), con protagonisti Nicole Kidman e Sam Neill ostaggi di uno psicopatico proprio sul loro yacht.
Top sensation è quindi un film decisamente brutto, aldilà poi del discorso sulle scene tagliate; la mancanza di dialoghi frizzanti, di un pathos che tenga sveglio lo spettatore, quantomeno di qualche scena splatter o comunque di scene d’azione penalizzano in partenza un prodotto scialbo e senza nerbo.
Il cast fa il minimo indispensabile; appena passabili la Fenech e la Neri, decisamente inguardabile Maud de Belleroche, prestata al cinema dalla letteratura erotica e che non lavorerà più come attrice, dura e legnosa e assolutamente inespressiva così come Eva Thulin, anch’essa autentica meteora del cinema che l’anno successivo finirà nel cast del film di Franciosa La stagione dei sensi.

Un tantino meglio i due protagonisti maschili, Salvatore Puntillo,Ruggero Miti e Maurizio Bonuglia ma siamo davvero al minimo sindacale.
Questo film è stato trasmesso recentemente da Iris; poichè Mediaset detiene i suoi diritti, è assolutamente improbabile che ne venga trasmessa un’edizione meno sforbiciata di quella recentemente approdata in tv.
Nella versione televisiva mancano le sequenze indicate all’inizio e manca qualsiasi accenno ai nudi delle protagoniste; nella sequenza sullo yacht in cui la Fenech e la Neri si spogliano per eccitare il povero Andro le due attrici appaiono coperte da un bikini, mentre come potrete vedere dalla gallery in origine erano completamente nude anche se riprese di spalle.

Ovviamente neanche a parlarne di sequenze osè come quelle saffiche su descritte, alla versione televisiva mancano probabilmente sei o sette minuti di sequenze che se non avrebbero aggiunto nulla all’economia avrebbero almeno solleticato gli istinti più bassi di noi spettatori.
In ultimo, lasciate perdere le versioni che circolano in rete del film; a parte che sono censurate anch’esse, risultano rippate da vecchie VHS e sono talmente brutte da togliere ogni residua voglia di visionare la pellicola. Nel marzo 2013 verrà venduto un doppio dvd del film al prezzo (assolutamente fuori mercato) di 27,90 euro.
Top Sensation
Un film di Ottavio Alessi. Con Rosalba Neri, Edwige Fenech, Eva Thulin, Maurizio Bonuglia, Ruggero Miti, Salvatore Puntillo Erotico, durata 90 min. – Italia 1969.

Rosalba Neri … Paola
Edwige Fenech … Ulla
Eva Thulin … Beba
Maud Belleroche …Mudy
Maurizio Bonuglia … Aldo
Ruggero Miti … Tony
Salvatore Puntillo … Andro
Regia: Ottavio Alessi
Sceneggiatura: Ottavio Alessi,Nelda Minucci
Produzione: Franco Cancellieri .
Musiche :Sante Maria Romitelli
Fotografia:Alessandro D’Eva
Montaggio:Luciano Anconetani
La famosa sequenza della “capretta”, protagonista la Fenech ,censurata

Sequenze tratta da un cineromanzo
Lobby card del film
La bella e la bestia (Luigi Russo)

Quattro storie che sembrano essere prese di peso dal Decameron di Boccaccio costituiscono l’ossatura di questo film di Luigi Russo del 1976, che alla sua uscita ebbe problemi di censura tali che il film stesso arrivò nelle sale solo sul finire del 1977.
Il motivo dell’intervento censorio a ben vedere non ha molte ragioni d’esserci; il film di Russo, pur contenendo molti nudi femminili, non abbonda di situazioni erotiche ai limiti della morale censoria o di scene particolarmente ardite.
Probabilmente a scatenare le forbici dei fustigatori dei pubblici costumi e nello specifico dei difensori ad oltranza della korale cinematografica fu la trattazione di due argomenti specifici contenuti nella pellicola, ovvero la bestialità e la sodomia.
Che non sono affatto resi espliciti,anzi.

Brigitte Petronio

Il film è diviso in 4 segmenti specifici, intitolati nell’ordine La schiava, Zooerastia, La fustigazione e La promessa.
Sembrerebbe uno dei tanti decamerotici dei primi anni settanta, ma in questo caso il film approda nelle sale 4 anni dopo la fine del genere basato sulle novelle boccacesche e quasi in contemporanea con il film di Walerian Borowczik La bestia (1975) del quale riprende molto alla lontana il titolo e una delle attrici del film, Lisbeth Hummel che vi aveva interpretato la giovane Lucy Broadhurst, la ragazza che scopre il terribile segreto di Mathurin de l’Espérance.
Russo quindi riprende due dei motivi del film di Borowczik probabilmente con un tantino di malizia e con un occhio al botteghino, ma discostandosi totalmente dal film del regista polacco.
Nel primo episodio, intitolato La schiava, vediamo lo Zar russo invaghirsi di una delle sue schiave. L’uomo decide di averla ad ogni costo, ma di fronte alla gelida reazione della ragazza che gli si porge freddamente decide di riscaldarle il cuore promettendole di esaudire un qualsiasi suo desiderio.


La donna, con poca intelligenza estorce allo Zar la promessa di elevarla per un giorno al rango di supremo capo dello stato; con ancor meno intelligenza la ragazza ne approfitta per umiliare il suo re e per concedersi sotto ai suoi occhi ad un forzuto schiavo di colore.
Dopo la scadenza delle 24 ore concesse alla ragazza lo Zar la fa incatenare, uccidere e dare in pasto ai cani.
In Zoerastia la protagonista è un’altra splendida ragazza, Barbara, sposata ad un nobile molto più anziano di lei.
Il gelosissimo uomo, scoperta la moglie in palese adulterio con lo stalliere dopo aver costretto l’uomo al suicidio, fa denudare la moglie e la rinchiude in una stanza protetta da sbarre con due cani ed un cavallo.
Costretta a vivere rinchiusa, nutrita solo da cibo che il marito le getta sprezzantemente sul pavimento, la ragazza ben presto impazzisce e inizia a guardare in maniera morbosa il suo cavallo…

Il terzo episodio si intitola La fustigazione e racconta (probabilmente) l’iniziazione sessuale di Leopold von Sacher-Masoch.
Vediamo il giovane alle prese con una dura punizione corporale inflittagli dal suo insegnante e in flash back scopriamo che il giovane aveva avuto la sua iniziazione ai piaceri masochistici dalla madre, che Masoch aveva scoperto in atteggiamenti intimi con il suo amante.
Frustato a sangue dalla stessa madre, Masoch si era reso conto di aver provato un sottile piacere durante la punizione.
Così, in compagnia di una giovanissima amica, aveva continuato a spiare la madre.
La ragazza, inizialmente inorridita dalla scena, aveva finito per condividerne i gusti sessuali, diventando ben presto la compagna di giochi erotici del giovane Masoch.

L’ultimo episodio, La promessa, è fatto tutto di sguardi e parole non dette. Racconta la storia di una giovane sposa che il giorno prima del suo matrimonio decide di concedersi ad un antico amore, suo cugino.
Il quale, rispettando la verginità della ragazza, aveva provveduto in modo alternativo a serbarla pura…
La bella e la bestia è un film di una certa eleganza formale, con una bella fotografia (ancora un parallelo con il film di Borowczik) e una discreta colonna sonora opera di Piero Umiliani.
Ma risente anche eccessivamente della quasi inesistenza dei dialoghi e di una mancanza di azione di qualsiasi genere che lo rendono un film mortalmente soporifero.

Se il primo episodio fila via tutto sommato abbastanza discretamente, nel secondo assistiamo ad una inversione di tendenza; le lunghe inquadrature dedicate alla prigione della sventurata adultera finiscono per far sbadigliare il più paziente degli spettatori, mentre il regista inquadra per vari minuti Lady Barbara che si aggira con lo sguardo folle attorno al suo cavallo osservata dai due cani che condividono la prigionia.
Il terzo episodio è più pruriginoso che altro, con i due giovincelli intenti a spiare la madre di Masoch impegnata a trastullarsi da prima in atti autoerotici e poi in compagnia dell’amante.
L’ultimo episodio è assolutamente da dimenticare, visto che è recitato malissimo su un soggetto di partenza di per se prevedibile e poco attraente.
La somma finale quindi porta il film a sfiorare appena la mediocrità; non bastano infatti i pregi elencati ovvero l’eleganza e la forma.
Manca completamente la sostanza e il tempo in cui visioniamo la pellicola sembra scorrere al rallentatore.
Il sanremese Luigi Russo aveva nel passato diretto altri tre film a sfondo blandamente erotico come Morbosità,I sette magnifici cornuti e La nuora giovane; contemporaneamente aveva scritto alcuni soggetti per il cinema decamerotico, Decameron No. 2 – Le altre novelle di Boccaccio, Il decameron No. 3 – Le più belle donne del Boccaccio (sicuramente uno dei più raffinati decamerotici) e Finalmente… le mille e una notte. Possedeva quindi la necessaria preparazione per dirigere un film appetibile, almeno nei limiti del cinema di genere.
Ci riesce davvero solo in parte confezionando un prodotto che in seguito avrebbe avuto più fama per le traversie a cui ho accennato all’inizio che per i valori intrinseci del film, a qualsiasi livello vogliano essere portati.
A distanza di 35 anni anni dalla sua uscita, gli spettatori di oggi molto difficilmente riuscirebbero a seguire per intero la pellicola senza farsi cascare irrimediabilmente le palpebre.

La bella e la bestia, di Luigi Russo, con Lisbeth Hummel,Anna Maria Bottini,Franca Gonella,Philippe Hersent,Alba Maiolini,Brigitte Petronio Erotico,Italia 1977









Lisbeth Hummel … La schiava (episodio “La schiava”) / Varvara (episodio “Zooerastia”)
Anna Maria Bottini … La madre di Giovanna (episodio “La promessa”)
Franca Gonella … Giovanna (episodio “La promessa”)
Philippe Hersent … Il principe (episodio “Zooerastia”)
Claudio Undari … Lo zar (episodio “La schiava”)
Alba Maiolini … Serva (episodio “La schiava”)

Regia: Luigi Russo
Musiche:Piero Umiliani
Produzione: Luigi Mondello
Montaggio:Aldo De Robertis




La profanazione

L’affascinante dottor Massimo lavora in una casa di cura, la stessa nella quale opera volontariamente la novizia suor Angela.
Lavorando a stretto contatto Massimo e Angela ben presto familiarizzano oltre il rapporto professionale, creando grossi problemi morali nella incerta suor Angela.
Che alla fine cede al richiamo dei sensi, dimenticando i voti e il suo ufficio religioso.
I due così convolano a nozze ma le cose ben presto, nonostante l’amore che lega i due, si mettono male.
Le reminescenze religiose della ragazza diventano un ostacolo insormontabile e la vita di coppia ne risente profondamente.
Massimo dapprima cerca con pazienza di recuperare il rapporto (sopratutto sessuale) con la sua inibita moglie, poi cerca una maniera per risolvere il problema.


Inizia a tradire la moglie sfacciatamente e ….
La profanazione, film del 1974 diretto da Tiziano Longo è un prodotto a metà strada tra la commedia drammatica e quella di costume.Con netta preferenza per la prima ma con alcuni inserti erotici che portano a guardare il film con occhi sospetti.
Se il drammone psicologico che vivono i due protagonisti ha una sua logica, pur deviata dal fascino e dal sex appeal di Simonetta Stefanelli che è un’improbabile suorina destinata a lasciare l’abito religioso per trasformarsi in una moglie dai mille problemi irrisolti, la presenza di alcune sequenze erotiche e di nudo lascia propendere per una concessione troppo larga al voyeurismo dello spettatore.


Sollecitato da alcuni nudi integrali della bellissima Stefanelli,(divenuta famosa internazionalmente per aver interpretato Apollonia, moglie di Michael Corleone nel Padrino di Coppola) lo spettatore finisce per apprezzare più le evidenti doti fisiche dell’attrice romana.
Il film di Longo, regista che nel corso della sua carriera ha diretto 8 film, fra i quali i discreti Peccatori di provincia e Mala amore e morte,ha delle frecce al suo arco e tutto sommato si barcamena alla meglio senza risultare indigesto allo spettatore.
La profanazione è un film che in pratica non è mai passato in tv, in virtù sia del tema trattato che è indubbiamente molto scomodo sia per le citate sequenze di nudo integrale della Stefanelli.
Il che impedisce ovviamente di poter valutare, con gli occhi di oggi, una pellicola che affronta un tema certamente non usuale o quantomeno non affrontato mai in maniera profonda in ambito cinematografico.


Simonetta Stefanelli

Jean Sorel
A mente mi sovviene il mediocre La novizia, che peraltro uscì nelle sale l’anno successivo al film di Longo, con esiti commerciali superiori visti gli incassi ma fallimentari da quello artistico.
Per quanto riguarda il cast, da segnalare i due interpreti, Jean Sorel nel ruolo del dottor Massimo e Simonetta Stefanelli in quello di Suor Angela.
I due, molto amati dal pubblico, recitano in maniera dignitosa rendendo il film quanto meno credibile a onta della improponibilità della storia; c’è spazio anche per Anita Strindberg nel ruolo di una infermiera che diverrà un’occasionale amante del bel dottor Massimo.
La parte di Anita Strindberg è molto ridotta ed è un peccato ed a questo proposito esco un attimo dal seminato.
L’attrice svedese aveva grandi qualità recitative e lo ha dimostrato nei film interpretati.
Lei stessa si rammaricava di essere sottovalutata dai registi che la dirigevano.

Anita Strindberg
Ecco un sunto di una lunga intervista-confessione del 1974 nella quale si lamenta proprio di questo:
“Luigi Cozzi. – “E’ soddisfatta dei film che le hanno fatto fare finora?”
L’attrice non risponde subito. Esita.
Anita Strindberg: – “Veramente…” inizia, non molto convinta, ma subito si arresta.
“L.C. – Avanti,” la sollecitiamo gentilmente. “Non abbia paura.”
Anita Strindberg sorride.
A.S. – “E va bene, allora diciamolo pure,” risponde finalmente. “Non è che io sia molto soddisfatta di quello che mi hanno fatto fare finora… oh, intendiamoci, ho lavorato in diversi film interessanti, ben curati, ben diretti, eppure c’è qualcosa, non saprei, ma ecco, io come attrice mi sento ancora insoddisfatta. Non mi pare di avere espresso realmente le mie possibilità. Anzi, ho un po’ la sensazione che quello che abbiamo voluto usare sia più il mio corpo che il mio talento.”
L.C. – “E’ contraria ai ruoli spinti?”
A.S. – “No, assolutamente. Ma sono contraria a certi ruoli facili, a certi film falsi, dove quello che conta è solo il modo per attirare il maggior numero di spettatori nelle sale cinematografiche. E purtroppo, devo ammetterlo, ho la sensazione di averne fatti diversi, di film di questo tipo.”
L.C. – “Però sono serviti a conferirle una non indifferente popolarità,” le facciamo notare noi.
A.S. – “Lo so benissimo. Infatti non ne parlo male, tutt’altro. Ma esprimo solo un’opinione: cioè, ho la sensazione che mi abbiano usato solo… per il corpo, gliel’ho detto. Senza curarsi troppo di quelle che sono… o potrebbero essere… le mie qualità di attrice. Forse non hanno fiducia in me oppure… non so, non tocca a me dirlo.”

In ultimo ricordo che questo film non è mai uscito in digitale e che in rete gira una versione (francamente indecente) ridotta da una vecchissima VHS, ragion per la quale i fotogrammi presi per questa recensione sono di qualità così scadente.
La profanazione
Un film di Tiziano Longo. Con Jean Sorel, Simonetta Stefanelli, Teodoro Corrè, Anna Orso,Lorenzo Piani, Anita Strindberg Drammatico, durata 92 min. – Italia 1974.








Jean Sorel- Dottor Massimo
Simonetta Stefanelli- Suor Angela
Anita Strindberg- L’infermiera amante di Massimo

Regia: Tiziano Longo
Sceneggiatura: Tiziano Longo, Piero Regnoli, Vittorio Vighi
Musiche: Carlo Savina
Fotografia: Roberto Girometti
Montaggio:Mario Gargiulo

Calde labbra

Francesca è una ragazza schiva e fragile che vive con sua madre e che ha un autentica fobia per gli uomini.
Una sera ha infatti assistito non vista ad un focoso amplesso tra sua madre e suo padre, in cui la donna ha subito le avance del marito.
Da quel momento Francesca ha visto gli uomini come dei bruti, ragion per cui quando a casa sua arriva l’istitutrice Lise Braille finisce per prendere una sbandata per la donna , rivedendo in lei la figura della madre assente ma anche dell’amante premurosa e gentile.

Rosemarie Lindt
Tra le due donne nasce quindi un complesso legame lesbico, che però si interromperà bruscamente.
Nel frattempo la sempre più confusa Francesca cerca di sostituire l’affetto di Lise legandosi alla sua amica Monica, ma quando farà delle avance a quest’ultima, Monica reagirà male.


Leonora Fani
Disperata, alla vigilia di Natale Francesca cercherà di farla finita, ma verrà salvata in extremis proprio da sua madre.
A sorpresa, Calde labbra, firmato nel 1976 da Demofilo Fidani risulta essere un film non disprezzabile, pur essendo scopertamente un’opera di stampo erotico.
Muovendosi nello stretto ambito del film di genere, l’onesto mestierante Fidani, autore di opere come il discreto A.A.A. Massaggiatrice bella presenza offresi… (1972) e La professoressa di lingue (1976) dirige un film di discreta fattura, con una buona ambientazione, aiutato sopratutto dalla protagonista principale, l’attrice Leonora Fani.
Ancora una volta la bravissima Fani interpreta il personaggio di un’adolescente problematica, in questo caso traumatizzata dalla vista di un rapporto sessuale violento fra i suoi genitori con una abilità che conferma la sua indubbia bravura nei ruoli drammatici.

Claudine Beccarie

Se è vero che il film non ha una sceneggiatura particolarmente complessa, va detto che Fidani gioca le sue carte con abilità: la storia del rapporto lesbico che si crea tra la matura istitutrice e la debole Francesca è esplicitato senza il ricorso continuo all’eros, bensi a situazioni torbide come quella che vedrà protagonista la ragazza e la sua amica Monica, che reagirà violentemente alle profferte di Francesca.
Il finale è drammatico, con il salvataggio della ragazza da parte della madre e con la ripresa di un rapporto tra le due che sembrava definitvamente compromesso.
Il resto del cast si muove egregiamente: bene Sofia Dionisio che interpreta Monica, l’amica del cuore di Francesca, bene anche Rosemarie Lindt (la madre di Francesca) anche se nel film si vede poco e bene anche la futura pornostar Claudine Beccarie, ancora una volta in un ruolo estremamente sexy.
Calde labbra non è un film di facile reperibilità: io sono riuscito a rivederlo solo in un divx recuperato da una vecchia e malandata versione VHS.


Sofia Dionisio
Con molta pazienza è possibile rintracciarlo in rete e può valere la pena vedere questo film in cui c’è la Fani, uno dei motivi che mi hanno spinto a rivedere il film di Fidani.
Ancora una volta penso alla miopia dei registi e dei produttori del cinema di genere che utilizzarono così poco una delle migliori attrici del decennio settanta.

Calde labbra, un film di Demofilo Fidani. Con Flavia Fabiani, Leonora Fani, Didier Faya, Rose Marie Lindt, Walter Romagnoli, Jacques Stany, Claudine Beccarie.Drammatico Italia 1976









Claudine Beccarie … Lise Braille
Leonora Fani … Francesca
Sofia Dionisio … Monica
Walter Romagnoli … Gianni
Rosemarie Lindt … Teresa
Didier Faya … Franco
Jacques Stany …Padre di Francesca

Regia: Demofilo Fidani
Sceneggiatura:Otello Cocchi,Demofilo Fidani
Produzione: Otello Cocchi
Musiche: Coriolano Gori
Fotografia: Luigi Ciccarese
Montaggio:Alessandro Lucidi
Sound Department:Romano Checcacci

Novelle licenziose di vergini vogliose

Messer Giovanni Boccaccio, alla ricerca di ispirazione letteraria si addormenta e sogna di varcare le porte dell’inferno, dove viene accolto da messer Belzebu che gli fa fare un tour di un girone speciale dell’inferno ovvero quello degli zozzoni (lussuriosi). Con l’aiuto di altri due grandi scrittori, Petrarca e Caucher (l’autore dei racconti di Canterbury), Boccaccio apprende cosi alcune storie di peccatori che popolano gli antri infernali, tutti ovviamente avvolti dalle fiamme.

Margaret Rose Keil
Incontra il frate che ha preso in giro una moglie stanca di dover soddisfare un marito sessualmente insaziabile costringendola ad avere rapporti con lui e che per punizione finirà in una botte piena di feci, quella di un mercante che costretto dal lavoro ad andare via di casa lascia suo nipote, un giovane studente, alla mercè di sua moglie, donna dagli insaziabili appetiti sessuali che inizierà il giovane agli amori sensuali anche grazie all’ausilio di un libro erotico.

Seguono quindi le storie di due coppie che, stanche della routine matrimoniale, scelgono di scambiarsi i rispettivi partner all’insaputa gli uni degli altri, con risultati paradossali, poi la storia di un padrone che approfitta del suo lavorante per soddisfare le sue inclinazioni particolari e quella di un insegnante di musica che oltre che istruire la rampolla di una nobil signora dovrà soddisfarle entrambe sessualmente…
Diretto da Aristide Massaccesi con lo speudonimo di Michael Wotruba (che avrebbe utilizzato ancora due volte l’anno successivo nei film Pugni, pupe e karatè e Eroi all’inferno ), Novelle licenziose di vergini vogliose uscito nelle sale nel 1973 è un decamerotico dalla struttura tradizionale, imbastito cioè su alcune novelle più o meno scollacciate ma girato con un economia di risorse davvero francescana.
Il budget risicatissimo, l’impossibilità di scritturare attrici e attori di qualche fama (fatta eccezione per la Giorgelli e la Keil) porta Massaccesi a girare un prodotto che in mano a qualsiasi altro regista sarebbe risultato un trash senza speranze.



Tre fotogrammi con la bellissima Gabriella Giorgelli
Pur non potendo annoverare la pellicola tra le cose migliori del regista laziale, si può essere indulgenti con un prodotto ben curato ad onta della povertà di mezzi anche se irrimediabilmente confinato nel limbo dei B movies.
Massaccesi, che l’anno precedente aveva diretto un altro decamerotico dall’eloquente titolo Sollazzevoli storie di mogli gaudenti e mariti penitenti – Decameron nº 69 era in un periodo in cui girava film a ripetizione: si pensi che tra il 1972 e il 1974 il suo nome figura, anche se a volte uncredited in ben 11 pellicole appartenenti al western all’italiana, al thriller o al decamerotico.
Se ovviamente è inutile dilungarsi sulla sceneggiatura, visto il filone al quale il film stesso appartiene, val la pena ricordare la presenza nel film di una splendida Gabriella Giorgelli, all’apice della sua bellezza e quella dell’avvenente Margareth Rose Keil, una veterana dei decamerotici.


Sorprendentemente, Novelle licenziose è uno dei decamerotici più pudichi e non presenta situazioni ad alto tenore erotico o scene particolarmente spinte. Il che è un’autentica eccezione nella sterminata produzione del futuro Joe D’Amato e fortunatamente lo stesso regista cura fotografia e montaggio, sollevando nettamente la qualità del prodotto finale.
Da segnalare la presenza di Stefano Oppedisano nei panni di messer Boccaccio e quella di Massimo Pirri nel ruolo di Dante Alighieri, poco più che una piccola comparsata e di quella di due starlette come Enza Sbordone e Ewelin Melcherich.
Di questo film esiste in circolazione una copia ricavata dal digitale tv che finalmente sostituisce la versione logora che circolava fino a poco fa ricavata dal riversaggio di una VHS.
Un film senza pretese che può valere una visione nell’esclusiva ottica della documentazione sui decamerotici anni 70.


Novelle licenziose di vergini vogliose
Un film di Michael Wotruba (Aristide Massaccesi). Con Gabriella Giorgelli, Enza Sbordone, Margaret Rose Keil, Paolo Casella, Attilio Dottesio, Mimmo Poli, Marco Mariani, Lucia Modugno, Stefano Oppedisano, Enzo Pulcrano Erotico, durata 92 min. – Italia 1974.









Tony Askin: Buricchio
Paolo Casella: Giovanni Boccaccio
Rino Cassano: Troilo
Claudio Andreoli: Messer Ruberto
Attilio Dottesio: dottore
Gabriella Giorgelli: Alessandra
Margaret Rose Keil: Fioretta
Marco Mariani: Ser Giannetto
Ewelyn Melcherich: Lisa
Mimmo Poli: frate grasso
Enza Sbordone: Tarsia
Antonio Spaccatini: Messer Duccio
Lucia Modugno: madre di Lisa
Fausto Di Bella: Geoffrey Chaucer
Enzo Pulcrano: un marito/ il garzone
Stefano Oppedisano:
Massimo Pirri: Dante Alighieri

Regia Michael Wotruba (Aristide Massaccesi)
Soggetto Diego Spataro, Michael Wotruba
Sceneggiatura Diego Spataro, Michael Wotruba
Casa di produzione Elektra Film
Fotografia Aristide Massaccesi
Montaggio Aristide Massaccesi
Musiche Franco Salina

Michele Gammino: Buricchio
Michele Gammino: Messer Ruberto
Michele Gammino: Ser Giannetto
Flaminia Jandolo: Lisa
Ferruccio Amendola: frate grasso
Vittoria Febbi: Tarsia
Gianfranco Bellini: Messer Duccio
Daniele Tedeschi: Dante Alighieri



Lobby card del film

Margaret Rose Keil nel film
I prosseneti
Il conte Davide e sua moglie, la contessa Gilda, a corto di soldi, trasformano la loro lussuosa villa in un postribolo usando come esca giovani ragazze per una clientela speciale.
Si tratta infatti di professionisti preda di perversioni particolari o comunque alla ricerca di cose proibite.
Così nel corso del film vediamo sfilare la giovane Odile, figlia di una donna stuprata e torturata dai mercenari che si prostituisce per rivivere sul proprio corpo (e nella propria mente) le sofferenze della madre e che guarda caso verrà accontentata incontrando un mercenario ancora alla ricerca di sfogo alle sue perversioni sessuali; l’uomo utilizzerà la ragazza come campo di battaglia per una macabra messa in scena di un attacco militare oltre che ovviamente per sfogare le proprie perversioni sessuali.
Juliette Mayniel
Altro personaggio incredibile è Giorgio, un regista teatrale che crea un’allucinante messinscena utilizzando una ragazza, Silvia, pronta a tutto pur di soddisfare il suo maturo cliente così come aberrante è la figura di un ambasciatore che viene lasciato dalla sua donna ed è alla ricerca di una donna che possa in qualche modo incarnarla visivamente.
Tra questi squallidi personaggi ci sono loro, le ragazze, prostitute per scelta, come la diciottenne che partecipa all’orgia finale con un entusiasmo degno di miglior causa e Linda, una ragazza attirata nella villa con la promessa di un lavoro in tv e che verrà invece drogata e indotta a prostituirsi con il ricatto.
Nel finale, un’orgia santifica l’assurda riunione di pervertiti che hanno tentato di acquistare un pezzo dei loro osceni desideri per renderli reali, mentre i due coniugi pensano al domani.
Due fotogrammi con Ilona Staller
I prosseneti, di Brunello Rondi, è un ‘opera profondamente disprezzata dai critici sin dalla sua uscita, nel 1976.
E direi con tutte le ragioni possibili e immaginabili.
Insopportabilmente spocchioso, snob come gran parte del cinema di questo regista, I prosseneti nasconde dietro citazioni colte e un’aria da piece teatrale il vuoto più assoluto, colmato dal regista con una quantità abnorme di scene di nudo e di situazioni scabrose, anche se va detto che nelle versioni televisive del film (probabilmente sforbiciate) la resa delle stesse è attenuata.
Se nella logica cinematografica di Rondi c’era l’intenzione di mostrare il vuoto della classe sociale presa di mira, una specie di borghesia/aristocrazia arricchita e viscida oltre l’immaginabile e di mostrare come contraltare la condizione delle donne, costrette a ruoli di subalternità in nome del dio denaro, quello che vien fuori alla fine è un pasticcio pesantissimo e noioso in modo patologico.
Silvia Dionisio con Luciano Salce
L’eccessiva verbosità, i dialoghi presunti colti, la mancanza totale di sentimenti dei personaggi tutti negativi, inclusi anche le presunte vittime ovvero le ragazze che si prostituiscono vanno a creare una situazione di disagio perenne che è talmente visibile nel film da tramutarsi in un qualcosa di amorfo, privo di forma in tutti i sensi.
Non siamo di fronte ad un film di denuncia, perchè i personaggi sono talmente esasperati nei loro difetti da risultare fuori dal mondo, il tutto condito dall’insopportabile musica di Bacalov che ondeggia tra il barocco veneziano e la musichetta di un film hardcore.
Difficilissimo salvare qualcosa di questo film; nonostante un parterre di attori di ottimo livello.
Purtroppo quando un film inizia con frasi tipo ” e tutto aumenta, mi domando e dico dove andremo a finire” difficilmente uno può aspettarsi elementi di novità eclatanti.
Stefania Casini
Non che usare monologhi di questo genere sia gravissimo, per carità: è il contesto generale, quindi la storia legata alla velatissima critica sociale del film a rendere insopportabile il tutto.
Anche nei vari rapporti tra le prostitute e gli occasionali clienti le cose non cambiano.
Nell’incontro tra Odile e il mercenario ci sono frasi come “per me il prossimo è solo oggetto di tortura” oppure “nessuno sa che sono così, perchè in tutti questi anni di amore occasionale nessuno è riuscito a scoprirmi sono riuscito a mimetizzarmi bene“, frasi dicevo che danno l’idea della banalità assoluta del tutto perchè mescolate spesso a citazioni o situazioni paradossali.
Dispiace anche vedere il bel cast assemblato per il film annaspare attorno ad una trama che si avvita attorno a se stessa sempre più; Alain Cuny, Juliette Mayniel, le sorelle Silvia e Sofia Dionisio, Stefania Casini fanno il loro dovere ma sembrano anche spaesati, quasi increduli mentre è davvero una cosa triste vedere un grande come Luciano Salce alle prese con un ruolo ridicolo come quello che interpreta nel film.
L’unica davvero a suo agio è Ilona Staller; la futura pornostar recita (recita?) sempre nuda quindi appare nel suo ruolo naturale.
Leggendo quà e là le recensioni di molti spettatori, ho trovato giudizi molto contrastati sulla pellicola, giudizi divisi tra “a favore” e “decisamente contro”; personalmente ho sempre detestato Rondi, come del resto Samperi e Mogherini, autori di un cinema da furbetti del quartierino, spesso sopravvalutato per vari motivi.
In quanto alla reperibilità del film, circolano versioni abbastanza decenti della stessa per cui non dovrebbe essere difficile trovarne una in formato dvx che soddisfi o spettatore; in quanto al valerne la pena, è un altro discorso.
I prosseneti
Un film di Brunello Rondi. Con Luciano Salce, Alain Cuny, Stefania Casini, Silvia Dionisio,Juliette Meyniel, Ilona Staller, Jean Valmont, José Quaglio, Gabriella Lepori, Juliette Mayniel, Consuelo Ferrara Erotico, durata 100′ min. – Italia 1976.
Stefania Casini: Odile
Alain Cuny: Il conte Davide
Silvia Dionisio: Silvia
Sofia Dionisio: Carla
Consuelo Ferrara: Linda
Sonja Jeannine: Jule
Gabriella Lepori: Giusi
Juliette Mayniel: La contessa Gilda
José Quaglio: José
Luciano Salce: Giorgio
Ilona Staller: Lyl
Jean Valmont: Aldobrando
Vittorio Ripamonti: il Commendatore, Direttore Generale della TV
Maria Tedeschi: Consuelo
Regia Brunello Rondi
Sceneggiatura Brunello Rondi
Produttore Anselmo Parrinello
Casa di produzione Helvetia Films
Fotografia Gastone Di Giovanni
Montaggio Marcello Malvestito
Musiche Luis Enríquez Bacalov
Scenografia Elio Micheli
Filmscoop è su Facebook: richiedetemi l’amicizia.
Il profilo è il seguente:
http://www.facebook.com/filmscoopwordpress.paultemplar






































































































































































