Senza sapere niente di lei
La morte dell’anziana signora Mancuso,assicurata per una somma molto rilevante,pone sull’allerta la compagnia d’assicurazioni che gestiva la polizza sulla vita della stessa signora.Delle indagini viene incaricato Nanni Brà,agente della compagnia,che deve stabilire se la morte sia stata accidentale,avvenuta con dolo o se trattasi di suicidio. In questo ultimo caso infatti la compagnia non risarcirebbe i cinque legittimi eredi della Mancuso,quattro donne e un uomo.
Le analisi tossicologiche dimostrano senza alcun dubbio che la morte non è stata naturale,come del resto ribadito dai cinque Mancuso. Ad attrarre Nanni è sopratutto Cinzia,la più piccola dei Mancuso,una bella donna dal carattere fragile,insicuro.Tra i due nasce una relazione,che all’inizio lo stesso Nanni sottovaluta. L’uomo infatti sembra più intenzionato a scoprire la verità sulla misteriosa morte che ad impegnarsi sentimentalmente,visto che ha già una relazione,peraltro traballante.Cinzia sembra sempre più confusa,stretta tra un’inspiegabile rimorso e l’attrazione che Nanni Bra suscita in lei.Le cose prendono una piega tragica.In realtà Cinzia ha aiutato sua madre a morire,dietro pressioni di quest’ultima.Per Nanni non ci sono alternative:la compagnia deve risarcire gli eredi,che,a conoscenza dell’omicidio perpetrato da Cinzia, hanno coperto la stessa,palesemente incapace di intendere e volere. Deciso a rivelare i retroscena della storia,Nanni si reca in città con Cinzia,che però si mette alla guida e che provoca un incidente,chiaramente voluto e cercato.
Il finale mostra la scena dell’incidente;un camionista spiega,disperato,la dinamica del sinistro agli agenti accorsi sul luogo.La donna ha invaso la sua corsia e si è schiantata sul camion.Nanni è morto all’istante e Cinzia forse riuscirà a cavarsela…
“Senza sapere niente di lei” è un film di Luigi Comencini,un noir decisamente in tono minore,almeno alla luce delle capacità del regista e delle sue opere precedenti.Un film sostanzialmente freddo,troppo dialogato e di scarso peso specifico.Colpa anche della mancata empatia che si stabilisce nei confronti della coppia protagonista sullo schermo di una storia piuttosto anonima,senza grosse idee e portata avanti quasi per onor di firma.
Glaciale la Pitagora,palesemente in imbarazzo, mentre Leroy,doppiato in modo quanto meno discutibile con una vocetta troppo giovane rispetto alla maturità del personaggio interpretato,non riesce a scuotere il film da un diffuso torpore che alla fine si trasmette allo spettatore. Un film non di certo brutto quanto piuttosto piatto.La storia non ha presa,i personaggi della famiglia Mancuso non sono empatici e il film non decolla mai.
Il romanzo di Antonio Leonviola non viene quindi riportato sullo schermo con l’efficacia che meritava;la sceneggiatura di Comencini e di Suso Cecchi D’Amico,Raffaele La Capria e Leopoldo Machina resta nelle intenzioni.Piatta anche la colonna sonora di Ennio Morricone,che non fa balenare il classico raggio di luce che illumini il film o che lo renda degno di nota.
Dimenticato ben presto, “Senza sapere niente di le”i è rimasto per quasi mezzo secolo un invisibile.Esiste in rete una versione registrata dalla tv,di buona qualità,all’indirizzo You tube https://www.youtube.com/watch?v=g1ZiugfE3BI
Senza sapere niente di lei
Un film di Luigi Comencini. Con Philippe Leroy, Silvano Tranquilli, Paola Pitagora, Gabriella Galvani, Umberto D’Orsi, Ettore Geri, Graziella Galvani,Sara Franchetti, Elisabetta Fanti, Fabrizio Moresco Giallo, durata 96 min. – Italia 1969
Philippe Leroy: Nanni Brà
Paola Pitagora: Cinzia
Sara Franchetti: Pia
Giorgio Piazza: avv. Polli
Elisabetta Fanti: l’amante di Nanni Bra
Graziella Galvani: Giovanna
Silvano Tranquilli: ing. Zeppegno
Umberto D’Orsi: Dante
Fabrizio Moresco: Orfeo
Franca Sciutto: infermiera ospedale di Livorno
Regia Luigi Comencini
Soggetto Antonio Leonviola
Sceneggiatura Suso Cecchi D’Amico, Raffaele La Capria, Antonio Leonviola, Luigi Comencini, Leopoldo Machina
Casa di produzione Rizzoli Film
Distribuzione (Italia) Cineriz
Fotografia Pasqualino De Santis
Montaggio Nino Baragli
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Franco Bottari, Ranieri Cochetti
Costumi Giulia Grifeo
L’opinione di emmepi8 dal sito http://www.filmtv.it
Tratto da un romanzo e co sceneggiato con l’autore del romanzo, Cecchi d’Amico ed il regista. La figura femminile è esemplare, e si vede che il regista è stato attratto da questa, trovando anche l’attrice ideale. Quello che perde è nello sfaldamento della storia, ondulante e nel personaggio principale maschile, male scritto e peggio interpretato.Peccato si vede che Comencini teneva molto al film, ma evidentemente ha trascurato troppo il resto.
Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com
Galbo
Non conosciutissimo film di Comencini, ha la struttura di un giallo, ma forse la storia interessa poco al regista che punta maggiormente sulla caratterizzazione dei personaggi e dimostra una buona capacità di ricostruzione ambientale. Bene interpretato, ha tuttavia il limite di una certa freddezza narrativa e la scarsa attitudine a coinvolgere lo spettatore.
Il Gobbo
Assicuratore indaga sulla morte di una signora e ne avvicina la figlia iniziando una relazione. Nasce giallo ma vira presto verso il dramma sentimentale molto “d’epoca” questo film di Comencini che accusa spesso battute a vuoto. Leroy poco adatto alla parte, la Pitagora caruccia ma senza carisma, una storia che delude. Nonostante i grandi nomi (D’Amico e La Capria in sceneggiatura, Morricone alla musica, e ancora P. De Santis, Baragli…) una riuscita modesta.
Homesick
Occluso dalla preminenza dell’idillio tra l’intraprendente Leroy e la bella e disinibita Pitagora, l’esile spunto giallo affiora di rado e con immane fatica, estinguendo nel dramma sentimentale ogni conato di suspence: d’altronde la sovrabbondanza di dialoghi, l’azione pressoché nulla e le musiche di Morricone – suadenti ma monocordi – rammentano l’origine letteraria del film, tratto appunto dal romanzo “La morale privata” di Antonio Leonviola. Confermativo per i due attori capifila, apprezzabile per le energiche caratterizzazioni di D’Orsi e Geri.
Cotola
Giallo piuttosto mediocre nonostante la regia di Comencini ed una sceneggiatura scritta tra gli altri da Suso Cecchi D’Amico e Raffaele La Capria. Il problema principale è proprio lì: fallisce sia dal punto di vista contenutistico, sia da quello del puro intrattenimento visto che, nonostante il genere, non riesce mai ad avvincere davvero. Buona la coppia d’attori principale Pitagora-Leroy.
Grazie
Quella di oggi è una data importante per Filmscoop.
A distanza di poco più di otto anni dalla sua nascita,il sito raggiunge un traguardo impensabile per noi: sette milioni di visitatori.
shewolf ed io vogliamo quindi ringraziarvi per l’affetto e la costanza con cui ci seguite che premiano il nostro lavoro e i nostri sforzi di creare una piccola realtà nel web che sia un punto di riferimento per gli amanti del cinema. Ripartiamo da questo patrimonio con la speranza che il futuro ci riserbi altre soddisfazioni.
shewolf e Paul Templar
Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto
“Qualunque impressione faccia su di noi, egli è un servo della legge, quindi appartiene alla legge e sfugge al giudizio umano.”
Una frase estratta da “Il processo” di Franz Kafka, emblema di un film e, sostanzialmente, del suo personaggio principale, “il Dottore“, dirigente
della sezione “Omicidi“, chiamato soltanto con “il titolo” per simboleggiare il volto del potere, che non ha nome, ma facce diverse.
“Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” è un film su un uomo, sull’autorità, sulla politica, sulla violenza… e potrei continuare a lungo
sviando, però, il lettore da questo primo film della cosiddetta “Trilogia della nevrosi“, la quale include anche i successivi “La classe operaia va in paradiso” del 1971 e “La proprietà non è più un furto” del 1973.
Un film amaro, cinico, spietato, che necessita, tuttavia, di una contestualizzazione in un periodo storico ben preciso, quello che fa seguito alla Strage di Piazza Fontana, l’attentato terroristico avvenuto il 12 dicembre 1969. Infatti, è cosa nota che il citato evento segnò in maniera profonda, indelebile, la fine degli anni sessanta, del boom economico e l’inizio della strategia della tensione. Fu delineato, così, un vero spartiacque per il nostro paese uscito dalla sbornia del benessere acquisito a caro prezzo ed il principio di un incubo durato più di un decennio, quello degli anni di piombo.
Inoltre, la morte dell’anarchico Pinelli avvenuta dopo la strage, costituì un altro episodio storico, che parte della sinistra extraparlamentare vide come un delitto di stato. Com’è noto, il commissario Luigi Calabresi, nella cui stanza avvenne il misterioso suicidio, venne accusato apertamente di essere stato l’esecutore materiale del “suicidio” e fu oggetto di una violentissima campagna di odio che si concluse, tragicamente, con il suo omicidio avvenuto a Milano il 17 maggio 1972.
Ci fu, infatti, un “tutti contro tutti”, politico.
Parte della sinistra contestò violentemente il film accusandolo di essere solo una mera operazione commerciale voluta da Petri.
Un quadro complesso, un autentico ginepraio, oggi difficilmente comprensibile per coloro che non hanno vissuto il clima rovente di quei giorni; così come difficilmente comprensibili possono essere le code e le risse ai botteghini, frutto di alcuni fattori concomitanti che travalicano il film.
Invero, accade che il tema scottante affrontato e la situazione politica incandescente creassero attorno alla pellicola un’attesa spasmodica.
Poi, la notizia del suo imminente sequestro portò a fenomeni assolutamente straordinari: resse ai botteghini, strade bloccate dalle auto incolonnate per andare nei cinema dove veniva proiettato il film ecc.
Il potere, la classe dirigente, è il corpo deputato al controllo e alla repressione dei fenomeni delinquenziali ma anche un organismo capace di deviazioni, gestito da menti con obiettivi ben precisi. Ecco, quindi, il quadro d’assieme sintetico del principale tema affrontato da Petri. Il regista schierato politicamente (inequivocabilmente a sinistra) divenne, pertanto, bersaglio della critica poco oggettiva. Si trattò, infatti, di un giudizio espresso da reazionari politicamente avversi.
Il personaggio principale, “il Dottore“, è un paranoico, uno psicopatico, o almeno mostra caratteristiche ben marcate di queste patologie. E’ un uomo del potere, un’emanazione della stessa autorità occulta che lo utilizza per i propri fini; è convinto di essere un uomo particolare. In verità, lui è un elemento dell’apparato repressivo dello stato.

“Il Dottore” asserisce di professare idee politiche di sinistra: “Che cos’è questa democrazia? E diciamocelo: è l’anticamera del socialismo. Io, per esempio, voto socialista.” Tuttavia, stando ai suoi comportamenti, si tratta, all’evidenza, di un’eresia.
Un altro discorso, al contrario, delinea il reale aspetto delle sue idee: “L’uso della libertà minaccia da tutte le parti i poteri tradizionali, le autorità costituite… L’uso della libertà, che tende a fare di qualsiasi cittadino un giudice, che ci impedisce di espletare liberamente le nostre sacrosante funzioni. Noi siamo a guardia della legge che vogliamo immutabile, scolpita nel tempo. Il popolo è minorenne, la città è malata; ad altri spetta il compito di curare e di educare, a noi il dovere di reprimere! La repressione è il nostro vaccino! Repressione è civiltà!”
I discorsi sopra riportati altro non sono che monologhi tipici degli uomini di potere. Difatti, “il Dottore” è convinto di essere un discendente dell’autorità stessa. In realtà è un fantoccio, un burattino. Un individuo di paglia, per dirla tutta. Un uomo che ad un certo punto si scolla mentalmente: crede di essere lui stesso “il potere” e uccide la propria amante Aurelia, convinto della propria impunità.
In effetti, è ciò che accade.
“Il Dottore” non solo non copre le tracce del crimine, ma fa in modo che vengano ricondotte a lui.
Però, l’autorità non ha alcuna intenzione di andare a fondo sulla oscura storia. Infatti, quando “il Dottore” omicida si reca dal Questore per raccontargli l’accaduto, trova dall’altra parte non condanna o costernazione, ma assoluzione:
“-In quel momento ero combattuto tra il confessare la mia colpa e mettervi sulle mie tracce, oppure usare il mio piccolo potere per coprirle.
Una scissione, una dissociazione. Una nevrosi…
-Comunque una malattia contratta? durante l’uso permanente e prolungato del potere. Una malattia professionale, comune diciamo a molte personalità che hanno in pugno le redini della nostra piccola società.”
“Il Dottore” ha quindi ben chiara la sua nevrosi, la sua personalità disturbata, e cerca di giustificarla in qualche modo: a contatto con una malattia,si è ammalato, come un dottore vero, quelli in medicina, che curano un virus per scoprire poi di essersi contaminati inguaribilmente.
Gian Maria Volontè, il dottore protagonista, esaspera i toni della sua recitazione, portando il personaggio ad un parossismo in cui tutti i suoi vizi, la personalità disturbata, emergono con prepotenza, urlati contro lo spettatore.
Un’interpretazione maiuscola, senza alcun dubbio, la quale però al termine, a causa dell’eccessiva caratterizzazione, finisce per stancare.
Un pò come il film che, sposata la sua tesi, corre come un treno in discesa, senza freni.
Il limite assoluto della pellicola sta qui, a mio giudizio.
Il furore iconoclasta di Petri, alla fine, travolge anche il film, che nella seconda parte diventa ripetitivo, pur restando opera di assoluto rilievo.
Ma, appunto, la bontà di una pellicola sta anche nel non lasciare lo spettatore inappagato. Il regista, difatti, assolve parzialmente a quanto intendeva realizzare.
Troppo Volontè e anche troppo Morricone, se vogliamo. In egual misura, il bel tema del film pervade eccessivamente.
C’è una oltranza di tutto quindi.
A vederlo oggi, infatti, “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” tradisce appieno la sua volontà provocatoria.
E’ decisamente un film polveroso, invecchiato male proprio perché quell’autorità suprema descritta nella pellicola si è trasformata, si è mimetizzata come un camaleonte tra le mille strade del labirinto dell’economia globale, del mondo della finanza, delle stanze dei bottoni o in quelle in cui un gruppo di pochi eletti detiene la metà delle risorse del potere economico del pianeta, mentre il settanta per cento dell’umanità possiede il minimo per sopravvivere o nemmeno quello.

La critica mondiale accolse entusiasticamente la pellicola, attribuendole riconoscimenti di ogni genere: l’Oscar per il miglior film straniero, Grand Prix Speciale della Giuria di Cannes a Elio Petri, il David di Donatello a Gian Maria Volonté come miglior attore protagonista, il Nastro d’argento sia a Petri che a Volontè, così come il Globo d’oro.
Una messe di premi importanti per un film che resta comunque, aldilà di tutti i suoi difetti, una pietra miliare del cinema italiano, quello”dell’impegno” che segnò una tappa fondamentale nella cultura italiana, impronta indelebile su una stagione assolutamente irripetibile.
Poche note su tutto il resto del film.
Ottima la prova del cast, ben assortito, nel quale spicca la Bolkan, ancora una volta protagonista di un film importante, cosi come vanno segnalate le prove di Salvo Randone e Orazio Orlando.
Belle sicuramente le musiche di Morricone, equlibrato il montaggio di Ruggero Mastroianni.
Il film è disponibile su Youtube all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=zC-TWgHY6nE

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto
Un film di Elio Petri. Con Gian Maria Volonté, Florinda Bolkan, Orazio Orlando, Gianni Santuccio, Salvo Randone,Vittorio Duse, Arturo Dominici, Ugo Adinolfi, Sergio Tramonti, Massimo Foschi, Aldo Rendine, Aleka Paizi, Pino Patti, Giuseppe Licastro, Filippo Degara, Fulvio Grimaldi Poliziesco, durata 118 min. – Italia 1970.
Gian Maria Volonté: il Dottore
Florinda Bolkan: Augusta Terzi
Gianni Santuccio: questore
Salvo Randone: idraulico
Orazio Orlando: brigadiere Biglia
Arturo Dominici: dott. Mangani
Aldo Rendine: dott. Panunzio
Sergio Tramonti: anarchico Antonio Pace
Vittorio Duse: Canes
Massimo Foschi: marito di Augusta Terzi
Fulvio Grimaldi: Patanè, giornalista di Paese Sera
Ileana Zezza: Augusta Terzi
Corrado Gaipa: idraulico
Giampiero Albertini: Canes
Gianni Marzocchi: anarchico Antonio Pace
Regia Elio Petri
Soggetto Elio Petri, Ugo Pirro
Sceneggiatura Elio Petri, Ugo Pirro
Produttore Marina Cicogna, Daniele Senatore
Casa di produzione Vera Film
Distribuzione (Italia) Euro International Film
Fotografia Luigi Kuveiller
Montaggio Ruggero Mastroianni
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Carlo Egidi
L’uso della libertà minaccia da tutte le parti i poteri tradizionali, le autorità costituite… L’uso della libertà, che tende a fare di qualsiasi cittadino un giudice, che ci impedisce di espletare liberamente le nostre sacrosante funzioni. Noi siamo a guardia della legge che vogliamo immutabile, scolpita nel tempo. Il popolo è minorenne, la città è malata; ad altri spetta il compito di curare e di educare, a noi il dovere di reprimere! La repressione è il nostro vaccino! Repressione è civiltà!
Sotto ogni criminale può nascondersi un sovversivo, sotto ogni sovversivo può nascondersi un criminale.
Tu puoi essere marxista, anarchico, situazionista, Mao, Lin Biao, tu puoi leggere il libretto rosso, ma tu puoi fare tutto quello che vuoi! Tu non sei un cavallo!
Tu sei un cittadino democratico, e io ti devo rispettare… Ma i botti terroristici, le intimidazioni, le bombe, che minchia c’entrano con la democrazia?!?
Lo sai chi sono io?
Per me, tu eri l’amante della signora del piano di sotto, quella che hanno assassinato.
Da chi e quando?
Per me le signora l’hai ammazzata TU il pomeriggio di domenica 24 agosto.
A che ora?
Per me puoi averla ammazzata tra le 17 e… e le 19, l’ora in cui ci siamo incontrati al cancello, come sai.
Visto che per te è tutto così chiaro, denunciami.
Ti piacerebbe.
Denunciami!
Qui ci sei e qui ci rimani, un criminale a dirigere la repressione è PER-FET-TO, è PER-FET-TO, è PER-FET-TO, è PER-FET-TO!
Denunciami, tu mi devi denunciare, tu mi devi denunciare, io ho sbagliato, ma io voglio pagare capisci? E non gridare, non gridare!
Fai il tuo lavoro!
Tu mi devi denunciare, perché io sono una persona p…
Aprite! E alla prossima azione, ti telefono! Ti tengo in pugno, tiè!

L’opinione di Paride86 dal sito http://www.mymovies.it
Stupendo, uno dei capolavori del cinema italiano. “Indagine su un cittadino…” è un film che innanzi tutto parla della società italiana in pieno periodo sessantottino, e lo fa senza schierarsi ipocritamente; in secondo luogo è la storia di un uomo di potere
e del suo ambiguo rapporto con esso: da una parte è spinto ad usarlo onestamente, dall’altra sente di popterne approfittare oltre ogni misura, anche morale. In ultimo è l’analisi dettagliata di un uomo mediocre che non può vivere senza il potere perché ormai
si è identificato con esso, al punto di essere come un bambino inerme al di fuori del suo ruolo; l’amante glielo rinfaccia spudoratamente e lui non può fare altro che ucciderla.Dimenticavo di citare Gian Maria Volontè, che a mio parere è il migliore attore
e caratterista che il cinema italiano abbia mai avuto. E anche le musiche di Morricone, che hanno contribuito a rendere indimenticabile questo film.
L’opinione di Stuntman Miglio dal sito http://www.filmtv.it
La vicenda del borioso e squilibrato capo della sezione omicidi (e poi politica) che uccide la propria amante quasi per capriccio e che poi fa di tutto per farsi scoprire onde dimostrare la propria insospettabilità e l’ importanza del potere, a distanza di ben quarant’ anni,
è il più esemplificativo ed attuale ritratto di società contemporanea che si potesse concepire. Scritto e diretto senza fronzoli da un Petri in stato di grazia, “Indagine su di un cittadino al di sopra di ogni sospetto” è un affresco di un’ Italia che non è mai cambiata,
è una parabola sugli effetti del potere ed una critica feroce alla cecità e all’ egoismo della classe dirigente. Incommensurabile la prova di Volontè, i suoi primi piani sono ipnotici ed il suo personaggio passa di diritto alla storia come una delle più sentite e migliori
caratterizzazioni della sua carriera (e non solo della sua). Micidiale la bellezza di Florinda Bolkan e leggendarie le musiche di Ennio Morricone. Un film che andrebbe trasmesso a settimane alterne non solo in televisione ma direttamente in Parlamento, giusto a mò di monito.
Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com
B. Legnani
Capolavoro di Elio Petri. Film che si può non amare politicamente, ma che difficilmente si può non apprezzare. Pellicola dominata da uno straordinario Volonté che inventa un eloquio centro-meridionale (accanto a lui la Bolkan, per quanto bellissima, quasi scompare),
circondato da fenomenali caratteristi, tra i quali il fantastico Randone, e gli ammirevoli Santuccio, Orlando, Dominici, Foschi e (specialmente) Rendine, il cui cognome (“Panunzio!”) diventa un tormentone pure divertente. Tramonti e Grimaldi convincono un po’ di meno.
Giustamente celebrata la musica di Morricone.
Galbo
Bel film di Elio Petri (giustamente premiato con l Oscar come miglior film straniero) che parte dall assunto dell impunibilità dei poteri forti, in questo caso la Polizia. Frutto dell ottima sceneggiatura di Ugo Pirro, il film si muove in ambito strettamente realista,
con momenti e dialoghi assolutamente verosimili e aspetti pirandelliani molto italiani della vicenda. Caratterizzato da una bella colonna sonora di Ennio Morricone, il film si avvale della grande interpretazione di Gian Maria Volontè.
Undying
Girato nel 1970, sembra fotografare la situazione “sociale” attuale del nostro paese. La visione del film (incentrata sulle malefatte di un commissario omicida e reazionario) rimanda alla cronaca degli anni ’90 e pare collegarsi con la triste vicenda già portata (brillantemente)
sul piccolo schermo da Michele Soavi: la Uno Bianca. Un finale surreale e volutamente confuso induce nello spettatore il sentore di essere di fronte ad un’opera di pura fantasia, ma il film denuncia un sistema politico, economico e legislativo in anni non sospetti.
Il Gobbo
Capolavoro di Petri, insuperato campione di thriller metafisico e politico, di travolgente forza espressiva, grazie a una regia che se ne infischia dei rigorismi e a un attore superlativo e mai così grande: Volontè, truccato (col senno di poi, un po’ maldestramente)
in modo da apparire identico al povero commissario Calabresi, non ha un momento, un’espressione, una battuta che non sian memorabili. Le kafkiane figurine di contorno gli fanno da coorte, la Bolkan è magnifica, e Morricone indovina una delle sue più ossessive marcette. Fondamentale.
Pigro
Capo della Squadra Omicidi compie un delitto e fa di tutto, inutilmente, per farsi scoprire. Eccezionale su tutti i fronti: bellissima, e ben sceneggiata, la storia; eccellente la regia, tra verismo e teatralità; forti i piani ravvicinati dei personaggi; perfetti gli attori,
a cominciare da un superlativo Volonté. E notevole il paradosso della verità impastato con una feroce critica all’esercizio “anarchico” del potere, in relazione all’ideologia dello stato di polizia durante gli anni caldi della storia italiana. Imperdibile.
Andavamo al cinema-World tour parte seconda
Seconda puntata dedicata ai cinema del mondo,un viaggio tra edifici bellissimi e in gran parte oggi non più esistenti,come del resto accaduto in Italia.

Cine Teatro Iris,Houston (Texas,Usa)
Cinema Callao,Madrid (Spagna)
Cinema Centrale,Chamberis (Francia)
Cinema Lumina,Gura Humorului (Romania)
Cine Avenida de la Lux,Barcellona (Spagna)
Cinema Edison,Olomuc (Repubblica Ceca)
Cinema Flora,Anversa (Olanda)
Cinema Ideal,Beershel (Belgio)
Cinema Impero,Asmara (Eritrea)
Cinema Le Colissee,Costantine (Algeria)
Cinema Le Luxor,Drancy (Francia)
Cinema Le Palace,Salon de Provence (Francia)
Cinema Le Ritz,Parigi
Cinema Moulin Rouge,Parigi
Cinema Olympia,Bona (Algeria)
Cinema Palace,Colombes (Francia)
Cinema Pathe,Parigi
Cinema Picturedrome,Londra
Cinema Republica,Racari (Romania)
Cinema Restauracao,Luanda (Angola)
Cinema Restelo,Lisbona
Cinema Rex,St.Louis (Mauritius)
Cinema Rex,Ventnor (Inghilterra)
Cinema Rubens,Antwerp (Olanda)
Cinema Splentit,Salonicco (Grecia)
Cinema Tiglina,Galati (Romania)
Cinema Vitoria,Rio de Janeiro
Gran Cinema Meziere,Charleville (Francia)
Sala cinema di Hirsova (Romania)
Sala cinema di Karlovac (Croazia)
Oltre il giardino
Trentasei anni dopo,Oltre il giardino di Hal Ashby mantiene ancora intatto il suo fascino,la sua poesia,la sua critica corrosiva
multi direzionale,rivolta contro la società del benessere divisa in classi,contro l’eterno dualismo tra l’avere e l’essere e infine contro
la società mediatica che costruisce fenomeni dal nulla,senza il minimo rispetto per il loro reale background o il loro reale ruolo nella società.
Un film quasi perfetto,straordinario,anche se girato con ritmi lentissimi,quasi un’opera ipnotica e potentemente visiva,un quadro impressionista e al tempo stesso realista che un immaginario pittore ha dipinto fondendo stili quasi inconciliabili fra loro.
Il primo tema,la divisione tra classi sociali,è quello a cui forse tiene di più Ashby,regista fine e intelligente,attento a problematiche sociali spesso dimenticate se non osteggiate dalla potente lobby cinematografica americana,più attenta a proporre temi leggeri e dai facili introiti che prodotti complessi, in grado di abbracciare tematiche profonde.
Ashby,dopo aver affrontato lo scottante tema del rientro dei reduci dal Vietnam,con il pluri premiato Tornando a casa,sterza violentemente e mette in scena una storia che ha del surreale nel suo svolgimento,con un personaggio che assomiglia al Candido di Voltaire almeno come ingenuità e che appare un agnello in mezzo ai lupi destinato al sacrificio.

Ma questa volta il regista di Ogden sceglie un profilo basso;niente sciabola,ma fioretto.
Troppa la carne al fuoco per usare un linguaggio incendiario o per scatenare una guerra santa cinematografica.
E allora via al sarcasmo,quello nobile e all’ironia pungente.
Chance il giardiniere (Chance the gardener nell’originale americano) è un uomo qualsiasi,senza storia e senza futuro.
Ashby,che utilizza come struttura del film il romanzo Presenze dello scrittore polacco Jerzy Kosinski,manda il suo agnello in un mondo
che Chance non conosce,un universo assolutamente alieno per un uomo che ha vissuto tutta la sua vita nell’ovattato rifugio di una anonima casa di Washington.
L’unico suo legame con il mondo reale è la tv,che Chance ha seguito per tutta la vita affascinato,che però non gli ha mai mostrato la vita reale ma un suo simulacro,edulcorato dalla violenza e dalla competitività,dai tanti falsi miti della società del progresso,dai totem che essa ha costruito e che impone,spietatamente,ai componenti stessi della società.
Un mostro multi teste,un’idra che omologa,digerisce tutto e che distrugge senza pietà coloro che osano uscire dagli schemi.
Chance ha la fortuna di non essere inglobato nello schema stesso.
Lui è un ingenuo,è analfabeta,ignora tutto.
E’ come un Robinson Crusoe assolutamente ignorante sbalzato non su un’isola solitaria,ma tra una comunità che non ha bisogno di lui,che distrugge anzi coloro che non hanno le capacità di adattamento alla società stessa.
Ma per una legge del contrappasso assolutamente casuale Chance finisce per diventare un personaggio pubblico,che dispensa la sua filosofia da giardiniere a piene mani a gente che le scambia per massime profonde.

Grazie alla tv e grazie a massime come ” Fintanto che le radici non sono recise, va tutto bene, e andrà tutto bene, nel giardino” o “In un giardino c’è una stagione per la crescita. Prima vengono la primavera e l’estate, e poi abbiamo l’autunno e l’inverno. Ma poi ritorna la primavera e l’estate.“,prese dall’osservazione giornaliera del piccolo universo in cui è vissuto tutta la vita,Chance diventa un personaggio popolarissimo.
Parla come mangia,Chance.
E la gente lo adora da subito,perchè in fondo dice cose semplici e sembra racchiudere nelle sue massime tutta la filosofia della vita.
E’ il potere della tv,che crea all’improvviso un personaggio,senza indagare su chi o cosa sia in realtà.
Così Chance finisce per diventare un politico , sembra l’unico a mostrare ottimismo con le sue parabole sulla natura.
Perchè da alla gente qualcosa che la gente vuole;non l’astruso,incomprensibile o ipocrita linguaggio dei politici ma quello
preso dalla natura.
Ora chi non ha visto il film non si aspetti assolutamente discorsi complicati o figurativamente complessi.
Tutt’altro.
Il film è girato come una commedia leggera,garbata.
Come Chance,in fin dei conti.
L’uomo che percorre in lungo e in largo un mondo esterno che non capisce e che in fondo non vuol capire.
A qualsiasi domanda lui risponde inevitabilmente con frasi che riconducono al mondo semplice in cui ha vissuto.
La natura è stata madre,per lui;da giardiniere ha imparato ad osservare l’alternanza delle stagioni e a capire quando piantare e
quando potare.

E simbiotico con la natura,Chance.
E di tutto il resto si disinteressa.
Se guarda la tv è perchè nella sua mente candida e semplice tutto quello che vede sfugge alla sua logica elementare.
E alla fine,in una straordinaria sequenza che appartiene al grande cinema come un quadro di Leonardo alla grande pittura,
Chance passeggia sulle acque del laghetto del parco,straordinario,lirico simbolismo della sua leggerezza e della sua intima
appartenenza ad un mondo che il resto dell’umanità ha disimparato ad amare.
Straordinario.
Ecco l’aggettivo più qualificante per un film che è profondissimo anche se mimetizzato da una veste ingannevole;
è lo spettatore che deve districarsi attraverso le immagini,attraverso la lentezza delle scene,dei dialoghi.
Come un improvvisato turista che di fronte ad un quadro cerchi dapprima qualcosa di oggettivamente visivo immediatamente e poi,
attratto inesorabilmente dalla bellezza del quadro stesso vada a scavare alla ricerca dell’essenza più intima del dipinto stesso.
Grandissimo,eccelso Peter Sellers,qui alla sua ultima apparizione cinematografica.
La sua faccia esprime un candore,una semplicità,uno stupore che nessuno in passato aveva mostrato con tanta padronanza e capacità.
Una performance da grandissimo del cinema.

E Oltre il giardino è una delle opere che ti fa amare il cinema.
Una trasposizione da romanzo che eguaglia,anzi supera l’opera stessa da cui è tratta.
Romanzo che consiglio comunque vivamente di leggere e che nella prefazione e presentazione del volume da indicazioni importanti per la lettura dello stesso:
“Chance, venuto al mondo per caso e orfano dalla nascita, vive un’esistenza modesta e appartata curando il giardino di un anziano signore che lo ha accolto in casa.
Il suo unico contatto con l’esterno è rappresentato dalla TV, che guarda senza sosta, imitando passivamente ciò che vede sullo schermo.
Costretto ad abbandonare la casa dopo la morte del vecchio, Chance conosce il magnate Benjamin Rand, direttore di un istituto finanziario collegato al governo.
L’ingenuità di Chance, che sa esprimersi soltanto con immagini tratte dal giardinaggio, viene scambiata per saggezza filosofica; e quando il presidente degli Stati Uniti cita il suo nome pubblicamente,
Chance acquista un’improvvisa notorietà: ricercato dalla stampa come commentatore politico, da semplice giardiniere assurge al ruolo di guru della nazione...”
Grande Ashby,grande Sellers.Da ascoltare la bellissima colonna sonora a cui partecipa Eumir Deodato.Da vedere,assolutamente.
Oltre il giardino
Un film di Hal Ashby. Con Shirley MacLaine, Melvyn Douglas, Peter Sellers, Jack Warden, John Harkins, Richard Basehart, Ruth Attaway, James Noble, Elya Baskin, Richard Dysart, Sandy Ward, Than Wyenn, Katherine De Hetre, Ned Wilson, Richard McKenzie, Gwen Humble, Arthur Rosenberg, Fredric Lehne, Jerome Hellman, Alice Mirson, Richard Seff, Arthur Grundy, Villa Mae P. Barkley, Nell P. Leaman, Henry B. Dawkins, William Larsen, Fran Brill, Mitch Kreindel, Laurie Jefferson, Paul Marin, Dana Hansen, Janet Meshad, Hanna Hertelendy, Melendy Britt, Sam Weisman, Allen Williams Titolo originale Being There. Commedia, durata 130 min. – USA 1979
Peter Sellers: Chance Giardiniere
Shirley MacLaine: Eve Rand
Melvyn Douglas: Benjamin Rand
Jack Warden: il Presidente
Richard Dysart: Dr. Robert Allenby
Fran Brill: Sally Hayes
Richard Basehart: Vladimir Skrapinov
Giuseppe Rinaldi: Chance Giardiniere
Maria Pia Di Meo: Eve Rand
Carlo Alighiero: Benjamin Rand
Antonio Guidi: il Presidente
Luciano De Ambrosis: Dr. Robert Allenby
Regia Hal Ashby
Soggetto Jerzy Kosinski (romanzo Presenze)
Sceneggiatura Jerzy Kosinski
Fotografia Caleb Deschanel
Montaggio Don Zimmerman
Musiche Johnny Mandel, Buffy Sainte-Marie, Eumir Deodato
Serena Verdirosi: Sally Hayes
L’opinione di Peppe Comune dal sito http://www.filmtv.it
(…) Ma l’inconsapevole gentilezza d’animo di Change “Giardiniere” è incorruttibile, ed è incorruttibile proprio perchè inconsapevole,
è nata oltre il giardino e segue ancora la sua primordiale armonia con le cose della natura. E’ l’ingenuità rivoluzionaria di un uomo che con la sua “apparente”
ottusità ha smascherato la desolante insensatezza di tanta farsa al potere. A lui si può opporre solo la triste abitudine di congetturare attorno a
un passato che non esiste il fantomatico profilo di un nuovo, illustre, fenomeno mediatico.
Cose di questo mondo per un uomo che non è mai appartenuto a questo mondo, un uomo che si scopre capace di poter fare tutto con la sola forza della sua verginità di spirito,
anche di camminare sull’acqua. Un immenso Peter Sellers per un grande film.
L’opinione di Galaverna dal sito http://www.filmtv.it
Un autentico spasso questo giardiniere finto tonto che di diritto è entrato nella storia del cinema, grazie anche ad un’ottima interpretazione di Peter Sellers
anche in una parte dalla mimica ridotta ai minimi termini. Alcune parti sono esilaranti (tra tutte metterei la scena dell’incontro con il Presidente)
ma del film emerge soprattutto una feroce critica alla creduloneria di massa, accentuata dalla dipendenza da Nostra Signora TV che nel protagonista ha praticamente fatto da mamma in un’esistenza
priva di ogni altro stimolo. Tutto ruota intorno a massime di carattere botanico di una semplicità disarmante, eppure nessuno riesce a cogliere la vera natura del personaggio che così diventa un vero
e proprio fenomeno mediatico con tutte le conseguenze del caso. Film tutto da gustare come una bevanda fresca in una sera d’estate.
Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com
B. Legnani
Ottimo film, di ineguagliabile finezza (quasi europea, oserei dire), che regala, nella sua ferocissima satira, momenti di umorismo indimenticabile e di gran classe.
Si pensi al Presidente degli Stati Uniti che ascolta le “scoperte” fatte sul misterioso Giardiniere o al maggiordomo che in ascensore ride PRIMA che Peter Sellers
apra bocca o all’incontro con l’ambasciatore sovietico eccetera eccetera eccetera… Assolutamente imperdibile.
Galbo
Film poco americano nel senso classico del termine, Oltre il giardino parte da una raffinatissima opera letteraria (“Presenze” di Kosinski) adattata al meglio per il cinema dallo stesso autore che ne rispetta
lo spirito originario e ne fa una amara parabola delle scalate al potere e una raffinata satira della politica americana (tanto attuale adesso all’epoca dell’impero Bush).
Il giardiniere analfabeta che diventa fonte di ispirazione per un ancora più idiota presidente americano è il risultato di una geniale interpretazione del grande Peter Sellers.
Le altre
Nell’Italia puritana e bigotta degli anni sessanta,ancora lontana dalla rivoluzione culturale dei decenni successivi,uno dei temi più spinosi e meno dibattuti era quello dell’omosessualità o del lesbismo.
Nonostante il movimento del 68 che in qualche modo aveva portato una ventata di rinnovamento,l’Italia viveva una situazione confusa,contraddittoria in materia di diritti legati alla sessualità.
Nel 1968 era ancora esistente il delitto d’onore,così come il reato di adulterio;diritti civili come l’aborto o il divorzio erano ancora chimere e in questo quadro desolante l’omosessualità era vissuta segretamente,quasi fosse una colpa grave.
Era considerata una malattia oltre che una devianza,di conseguenza un tema assolutamente scomodo,del quale non parlare.
Nel 1969 il regista iraniano Alessandro Fallay,sotto lo pseudonimo di Renzo Maietto,adottato per aggirare il divieto esistente verso i registi stranieri di accedere a contributi economici per film italiani dirige il film Le altre,una pellicola a suo modo coraggiosa che parla non solo di lesbismo,ma anche di procreazione di coppie omosessuali e di convivenza tra coppie dello stesso sesso.

Maietto dirige la sua prima e unica opera in modo forse confuso,ma coraggioso e anticonformista.
Il tema scomodissimo del lesbismo viene affrontato in modo dispersivo,senza la necessaria profondità,dovuta anche alla necessità di aggirare le forbici della censura; ma il film ha comunque il grande merito di lanciare un sasso nella palude stagnante del conformismo del pensiero comune,il merito in definitiva di parlarne.
La trama in sintesi:
Alessandra e Flavia sono legate da tempo da un legame lesbico,che però vivono serenamente,senza complessi di colpa.
Ma la relazione sembra essere arrivata ad un punto morto e come una qualsiasi coppia etero hanno bisogno sia di trovare nuovi stimoli,sia di cementare il loro affetto con quello che è il simbolo del famiglia tradizionale,un figlio.
Non potendo accedere all’adozione e non volendo affidarsi alle prime sperimentali tecniche di fecondazione in provetta,decidono di comune accordo di procreare in modo naturale.
Dopo alcune infelici esperienze,trovano finalmente il donatore.
Ma un’intervista porterà il caso davanti all’opinione pubblica con conseguenze disastrose,mentre la nascita della bimba ha mutato gli equilibri di coppia…

Un film coraggioso,indubbiamente,ma anche terribilmente confuso.
Ad una prima parte in cui assistiamo a dialoghi disarmanti nella loro semplicità si sostituisce una seconda parte caratterizzata dal tono documentaristico del film,che smette di analizzare le difficoltà della coppia per concentrarsi sul clamore mediatico che suscita la relazione “proibita”
Ma il film ha il merito,per una volta,di affrontare il lesbismo come una relazione di coppia e non come una devianza sessuale;le due protagoniste sono donne della porta accanto, la location è una città e non la solita esotica che invoglia alla trasgressione di un momento.
La relazione tra Alessandra e Flavia in fondo non è diversa da una etero;hanno gli stessi problemi,sono alle prese con dinamiche di coppia perfettamente uguali a quelle di una coppia tradizionale.
Noia e gelosia,abitudine affliggono anche loro.
E un bambino che nasce altera gli equilibri come avviene in tutte le famiglie.
Film a fasi alterne quindi,con cose buone e meno buone,ma diretto in fondo con buona e onesta mano da Maietto,che quanto meno non indulge nelle inquadrature morbose.

Certo,i tempi non permettevano esposizioni smodate di nudi femminili;ma una volta tanto è una fortuna,perchè Maietto si concentra sulla storia ed evita la prurigine che potrebbe scaturire dalla morbosità della storia.
Brave le due protagoniste,la italianissima e biondissima Erna Schurer e la deliziosa Monica Strebel;una coppia affiata che da un tocco di sano realismo alla storia raccontata.
Decisamente su un piano diverso il cast maschile,fatto di volti quasi sconosciuti e a tratti imbarazzante nella recitazione.
Un’opera quasi sperimentale,quindi,che però ha grandi meriti,con lo sdoganamento a cui accennavo agli inizi del tema scomodo del lesbismo.
Da segnalare le invasive musiche,peraltro brutte e fuori contesto,quasi barocche e a tratti davvero fastidiose per un film
datato ma dall’indubbio fascino,rimasto sepolto per mezzo secolo e oggi finalmente disponibile in digitale.
Le altre
di Alessandro Fallay (come Renzo Maietto),con Erna Schurer,Monica Strebel,Gabriella D’Olive,Max Dorian
Commedia durata 90 minuti,Italia 1969
Erna Schürer: Alessandra
Monica Strebel: Flavia
Gabriella D’Olive: Elvira
Max Dorian: collega di Alessandra
Raul Lovecchio: Carlo
Giuliano Esperanti: Giornalista
Regia Alessandro Fallay
Soggetto Alessandro Fallay, Giulio Berruti
Sceneggiatura Alessandro Fallay, Giulio Berruti
Produttore Carlo Maietto, Renzo Maietto, Leonardo Bonomi
Casa di produzione Unifilm S.r.l.
Fotografia Giuseppe Pinori
Montaggio Paolo Lucignani
Musiche Piero Piccioni
Scenografia Mimmo Scavia
Costumi Mimmo Scavia
Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com
Homesick
Pubblicità, giornalismo rapace e slogan pro-natalisti del cattolicesimo più retrivo sono colpiti per mezzo di un discorso in straordinario anticipo sui tempi
– la famiglia gay – ma esposto male a causa di una diegesi piatta, lunghi incisi di patetico realismo (anzi, di semi-documentarismo) sulla vita di coppia e musiche invasive e poco appropriate.
Tra gli “stalloni” rifiutati dalle conviventi more uxorio Schurer-Strebel si fa avanti il Giuliano Disperati di Hanno cambiato faccia, mentre un giovane e non accreditato
Flavio Bucci appare a sorpresa nel ruolo del fotografo.
Mco
Opera misteriosa e sepolta, che fece scalpore per la tematica affrontata (siamo nel 1969!) e sulla cui direzione è sempre regnato il caos.
Pare assodata la teoria che vuole Renzo Maietto come regista ma su Fallay vi è discordanza, per alcuni (la Schurer) essendo anch’egli vero direttore della pellicola. In sè il film non offre grandi spunti,
se si eccettua la presenza delle bellissime interpreti, ma l’alone oscuro della sua (quasi) invisibilità lo rendono comunque guardabile.
Fauno
Lento ed estetico come molti film di quegli anni. Tema imperniato su due lesbiche che vogliono ampliare la famiglia e ricercano il fecondatore idoneo, finendo per trovare quello più reazionario.
Toccante veder confermata l’aggressione a capofitto della pubblicità anche e soprattutto su queste persone così stravaganti e particolari, onde concretizzare ad ogni costo un pingue profitto monetario.
In due parole: se si ama la Schurer basta guardare le immagini, se si vuole estrapolar qualcosa di culturale è un po’ più complicato.
Bello come un arcangelo
Un Buzzanca straripante interpreta come al solito un personaggio molto dotato sessualmente a caccia di facili prede
in una commedia (commediaccia?) diretta da Alfredo Giannetti nel 1974,reduce dal grandissimo successo ottenuto qualche anno prima
con lo sceneggiato tv La famiglia Benvenuti.
Siamo nel solito ambito della commedia a metà strada tra il sexy e il farsesco,con qualche ambizione di commedia brillante che naufraga
miseramente su una sceneggiatura rozza e insulsa,sacrificata sull’altare dello sfruttamento del personaggio Buzzanca,topos del meridionale
allupato e sempre alla ricerca della conquista facile.
In questo film è Tano,un rappresentante spiantato che prende una sbandata per la bella adolescente Mariangela,figlia di Antonio Floris,avvocato
di fresca vedovanza afflitto da un rapporto quantomeno complesso con la vecchia mamma invadente e impicciona.
Proprio l’avvocato invita Tano,che vuol stare vicino quanto più possibile alla preda bramata,a restare in casa sua nel tentativo maldestro di
portare alla tomba l’anziana madre ed ereditarne le sostanze.

Ma nella casa,oltre alla bella Mariangela,ci sono due donne dai robusti appetiti sessuali,ovvero la governante di casa Immacolata e Sisina,procace
cameriera.
Il “povero” Tano è così costretto a dividersi tra le tre donne mentre dall’altro lato è costretto a studiare sempre nuovi mezzi per liberare il suo anfitrione Antonio dalla madre.
Tutti i sistemi studiati falliscono miseramente ma quando sembra che la vecchia donna debba scampare impunemente ai tentativi di omicidio della sgangherata coppia,ecco che il caso libera i due da ogni problema.
Reduce da uno dei convegni amorosi notturni,Tano,completamente nudo,compare all’improvviso davanti alla vecchia che scambiandolo per
l’arcangelo Gabriele viene colta da un infarto.
Lungi dall’essere liberato dalla tanto agognata morte della madre l’avvocato Antonio esce di senno,finendo così in un manicomio.
Tano sembrerebbe avere finalmente via libera con Mariangela,ma scopre con amarezza di essere stato gabbato dalla furba ragazzotta che
ha invece una relazione con un militare.

Deluso,Tano abbandona la casa dell’avvocato ma viene raggiunto da Immacolata,con la quale si avvia verso il suo incerto futuro.
Stereotipi a go go per un film superficiale e privo del benchè minimo spunto degno di rilievo;una sequela di gag stanche per l’ennesima trasposizione di una storia con tanto di clichè del meridionale focoso,del papà geloso della figlia,degli immancabili pettegolezzi da bar e via discorrendo.
Occasione persa?
No perchè è scritto sin dalla sceneggiatura l’esito del film.
A salvare tutto ci sono per fortuna gli attori impegnati in ruoli anche abbastanza deprimenti;svetta la bravissima Borboni nei panni della madre dell’avvocato che alla fine è stroncata da un infarto in seguito alla visione di Buzzanca nudo,un Orazio Orlando molto bravo nel ruolo del nevrastenico avvocato e infine da glorificare i seni della Carnacina e della Blanc,ovviamente mostrati con qualche riserva.
Rimasto in un cassetto il film è oggi disponibile in digitale e su Youtube in una buona versione all’indirizzo:https://www.youtube.com/watch?v=uBpl8-HULVk
Un film di Alfredo Giannetti. Con Stella Carnacina, Orazio Orlando, Paola Borboni, Lando Buzzanca, Erika Blanc, Willy Colombini,
Ernesto Colli, Lorenzo Piani, Vittorio Fanfoni, Livio Barbo, Sergio Fiorentini Commedia, durata 95 min. – Italia 1974.
Lando Buzzanca: Tano Avallone
Orazio Orlando: avv. Antonio Fortis Pantaleo
Stella Carnacina: Mariangela
Erika Blanc: Immacolata
Paola Borboni: donna Mercedes
Clarisse Monaco: Sisina
Sergio Fiorentini: don Ferdinando
Ernesto Colli: sacrestano
Bruno Vilar: pazzo alla processione
Livio Barbo: fidanzato di Mariangela
Franca Scagnetti: suora del collegio
Regia Alfredo Giannetti
Soggetto Alfredo Giannetti
Sceneggiatura Alfredo Giannetti
Produttore Angelo Jacono
Distribuzione (Italia) Pac
Fotografia Enrico Menczer, Luciano Cavalieri
Montaggio Renato Cinquini
Musiche Renato Serio
Tema musicale Le canzoni Canzuncella cafona e La vita che d’è sono cantate da Lando Buzzanca
Scenografia Emilio Baldelli
Costumi Maria Baronj
Trucco Gianfranco Mecacci
L’opinione di mm40 dal sito http://www.filmtv.it
L’ennesimo lavoruccio scritto addosso a Lando Buzzanca, che in quegli anni spopolava con il personaggio del meridionale superdotato e ultravirile, capace di infinite conquiste in campo femminile e di prestazioni largamente oltre la soglia dell’incredibile.
Qui il suo personaggio si destreggia fra tre donne senza quasi battere ciglio, nel segno della solita farsuccia dai mezzi modesti e dalle idee ben inferiori; tutta roba vecchia e sorpassata già all’epoca, sulla falsariga di sciocchi e maschilisti stereotipi popolari.
D’altronde questo voleva il pubblico dei tempi e viene da chiedersi se sia poi tanto peggio dei futuri cinepanettoni. Buzzanca leader incontrastato della situazione, con al fianco due-tre nomi discreti (Paola Borboni, ahilei, invero meritevole di molto meglio; Erika Blanc e il caratterista Orazio Orlando)
e un contorno di volti (e cosce) anonimi. Non male le debitamente grottesche musiche di Renato Serio; alla fotografia c’è niente meno che Erico Menczer, in quegli anni in caduta libera come il cinema nostrano.
Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com
B.Legnani
Uno dei Buzzanca peggiori: superdotato il personaggio principale (lo si capiva pure dai flani dell’epoca, assai poco eleganti), ipodotato il film, che arranca spaventosamente. La cosa migliore è il volto di Stella Carnacina (toracicamente non vistosa), figlia del figlio del noto gastronomo Luigi Carnacina.
Homesick
Commediaccia triviale e vuota, suscita un’indignazione ancor più grande in quanto diretta da Alfredo Giannetti, soggettista e sceneggiatore il cui curriculum può vantare titoli come Il ferroviere e Divorzio all’italiana. Dilagano luoghi comuni societari e linguistici dell’Italia del Sud, con un Lando Buzzanca nel suo ennesimo ruolo di maschio italico superdotato, e il pessimo gusto che sprigiona il personaggio della povera Paola Borboni.
Enricottta
Film molto scadente ma non esente da alcuni momenti riusciti. Il solito Buzzanca non può fare altro che adeguarsi al nulla del resto del cast. Come tante, troppe commediacce dell’epoca. Il cast è alquanto male assortito: si ricordano un bella Stella Carnacina e Orazio Orlando, sempre stralunato.
Andavamo al cinema-Parte decima

Decima puntata del viaggio nel passato attraverso splendide e datate immagini delle sale cinematografiche italiane dalla loro costruzione ad oggi.L’invito ai lettori è quello di segnalare la presenza di errori e di permetterci di identificare i cinema senza una denominazione.

Cine Teatro Alcione,Genova
Cine Teatro Ermenegildo Francesconi,Cordignano (Treviso)
Cine Teatro Impero,Milano
Cine Teatro Impero,Montevarchi (Arezzo)
Cine Teatro Moderno,Torre Annunziata (Napoli)
Cine Teatro Giardino Monterosa,Torino
Cine Teatro Pace,Milano
Cine Teatro Silvano,Catanzaro
Cine Teatro Splendor,Ferrara
Cinema Adriatico,Vieste,(Foggia)
Cinema Apollo,Roma
Cinema Arena Esperia,Catania
Cinema Arena Genova Pegli
Cinema Arena Marittima,Milano Marittima (Ravenna)
Cinema Argo,Milano
Cinema Ariston,Roma
Cinema Ariston,Torino
Cinema Ariston,Treviglio
Cinema Ariston,Budrio (Bologna)
Cinema Astra,Ferrara
Cinema Astra,Gubbio
Cinema Aurora,Langhirano (Parma)
Cinema Balilla,Ascoli
Cinema Biondo,Palermo
Fico d’India
Gradevole compitino in classe del maestro Stefano Vanzina alias Steno diretto nel 1980,Fico d’India è una
commedia leggera,al limite dell’impalpabile,che si avvale della sceneggiatura di Raimondo Vianello e Sandro Continenza.
Una storiella imbastita attorno al personaggio principale,quel Renato Pozzetto star del box office nel periodo di declino del cinema
italiano,in cui a predominare sono le produzioni disimpegnate,vero e proprio simbolo degli anni ottanta,frivoli e all’insegna del riflusso.
A fare da contorno un cast di buone spalle e comprimari,come Aldo Maccione,che nel film duetta alla pari con il comico milanese,
che nell’arco di soli tre anni è impegnato in dodici produzioni,tutte di largo successo popolare.
La bellezza di turno è una splendida Gloria Guida,la cui recitazione però è ai minimi sindacali;ma in questi film quello che contava era mostrare
qualche scena di nudo,per aggiungere pepe alla storia e poco altro.In realtà non era certo richiesta una presenza o un livello recitativo alto,visto
il tenore quasi da avanspettacolo di molti di questi filmetti creati e costruiti a tavolino per raccogliere il massimo con il minimo sforzo.
Intendiamoci,Steno non è lontano dal suo standard abituale;ma la sua fase creativa è da tempo relegata negli angusti limiti della commedia leggerissima.

La storia si sviluppa attorno alle due figure principali,quella di Lorenzo Millozzi sindaco di Cavagnano,paesino del varesotto in cui l’occupazione principale sembra essere il pettegolezzo e quella di Arrigo detto Ghigo Buccilli,playboy impenitente e gran seduttore delle mogli degli ignavi maschi cavagnanesi,abili con la lingua ma evidentemente meno abili nel talamo.
Ghigo,uso a regalare alle sue prede in gonnella delle cernie con in bocca un fiore,punta la splendida moglie di Lorenzo,Lia Millozzi,senza però riuscire a fare breccia.
Così si presenta a casa sua,dove però viene colto da un infarto.
Lorenzo,per mettere a tacere uno scandalo,lo accoglie in casa e di la inizieranno per lui una serie di peripezie coronate però dalla nascita di una bella amicizia proprio con colui che voleva sedurgli la moglie.
Trama quasi inesistente,quindi,affidata all’estro e alla simpatia del comico milanese Pozzetto a cui viene affiancato un altro maestro del riso facile,Aldo Maccione.
La commedia scivola via con qualche felice intuizione e un deja vu che appare fulmineo sin dalle prime battute.


Ma tant’è…
Come detto all’inizio,a fare da contorno troviamo alcuni bravi caratteristi come Daniele Formica,la bella Licinia Lentini e un Diego Abatantuono ormai vicino al grande successo del 1982,quel Eccezzziunale… veramente che lo porterà ad essere una star del box office.
Non certo il miglior Steno,non certo un film memorabile,che però riesce a far passare con leggerezza il tempo della visione della pellicola.fra qualche risata di sano gusto e qualche fugace nudo della Guida.
Il contesto sociale è completamente trascurato,anche perchè la satira sul costume tipico del paesino pettegolo è ormai da tempo ampiamente logora.
Resta quindi alla fine poco o nulla,ma il successo ai botteghini ripaga produttore e regista e i conti tornano.
Carina la location,diligente la fotografia e le musiche di Giancarlo Chiaramello.
Un film di Steno. Con Renato Pozzetto, Gloria Guida, Aldo Maccione, Luca Sportelli, Loredana Martinez, Gianfranco Barra,
Dario Ghirardi, Diego Abatantuono, Licinia Lentini, Daniele Formica, Renato Montalbano Commedia, durata 98 min. – Italia 1980
Renato Pozzetto: Lorenzo Millozzi
Gloria Guida: Lia Millozzi
Aldo Maccione: Arrigo “Ghigo” Buccilli
Diego Abatantuono: capo delle “Belve”
Gianfranco Barra: il commissario di Polizia
Daniele Formica: Lanzarotti
Luca Sportelli: don Eusebio
Roberto Della Casa: il portiere
Néstor Garay: il fratello di Lorenzo
Dario Ghirardi: il barista
Renato Montalbano: Il dottore della compagnia assicurativa
Loredana Martinez: Marcellina, domestica di Millozzi
Licinia Lentini: la moglie di Cicognelli
Angelo Pellegrino (non accreditato): Barilotti, il segretario di Lorenzo
Daniele Vargas (non accreditato): il presidente della compagnia assicurativa
Giulio Massimini: Baldini, il vigile urbano
Regia Steno
Soggetto Steno, Renato Pozzetto, Enrico Vanzina, Sandro Continenza, Raimondo Vianello
Sceneggiatura Steno, Renato Pozzetto, Enrico Vanzina, Sandro Continenza, Raimondo Vianello
Produttore Achille Manzotti
Fotografia Carlo Carlini
Montaggio Raimondo Crociani
Musiche Giancarlo Chiaramello
Scenografia Paola Comencini
Costumi Silvio Laurenzi
Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com
B. Legnani
Commediola atipica, in cui si trova del buono e del cattivo. Buona la trovata iniziale, buono Pozzetto che angaria i dipendenti e maltratta la moglie, buono (specialmente all’inizio) Maccione e buono Barra, ma pessima la parte “en travesti”, brutto il finale, la Guida (bellissima) ai minimi storici nella recitazione, Abatantuono mediocre (si ha quasi l’impressione che la parte sua e dei suoi scagnozzi sia stata aggiunta dopo, come si si volesse rimpolpare il film!).
Guardabile, perché qualche risata la strappa, ma dalla metà in poi annoia.
Galbo
Commediola non memorabile diretta da uno dei maestri del genere (Steno) e ambientata nella fertile (in senso cinematografico) provincia italiana.
Il tema principale è infatti la popolaresca abitudine delle dicerie di paese con il sottobosco di personaggi che alla lunga rappresentano la cosa migliore del film.
Il resto è dato da gag spesso non adeguatamente calibrate e prive di grande mordente. Anche la regia appare piuttosto svogliata.
Undying
Commedia (scritta in parte dallo stesso Pozzetto) resa particolarmente gradevole per la presenza di personaggi di contorno esilaranti ed indovinati (in particolare Diego Abatantuono).
Le scene del set sono state calcate da un nutrito gruppo d’attori, presenti anche nella più “andante” commedia sexy (Barra, Maccione, Jimmy il Fenomeno, Vargas) e da questa viene prelevata, di peso, la splendida Gloria Guida. La trama è banalotta ed imbastita allo scopo di dare corso ad una serie di gag ispirate alle dicerie “quotidiane” d’un paesotto provinciale.
Puppigallo
Tenere testa a Pozzetto è un’impresa notoriamente titanica. Ma qui Maccione, se non altro, funge da ottima spalla, dandogli spesso il la per le battute, costringendo il povero Renato ad accudirlo come un bambino,
per evitare un enorme scandalo. C’è anche Abatantuono, in un ruolo marginale (teppista devoto a Little Tony), ma a farla da padroni sono i due protagonisti; e anche Gloria Guida, oltre a essere di una bellezza fuori dal comune,
interpreta bene il suo ruolo di moglie scontenta e annoiata. Qualche caduta di stile c’è (il festino in casa), ma il livello resta comunque buono. Riuscito.
Homesick
Simpatica commedia che ironizza sugli intrallazzi e i pettegolezzi della provincia, avvalendosi di un duo di tutto rispetto: Pozzetto in un ruolo finalmente un po’ diverso dal solito e Maccione nei panni di un irrefrenabile corteggiatore
(e pescatore) che danno vita a gradevolissimi battibecchi. Emerge Abatantuono come teppista notturno; piacevoli interventi di Vargas, Formica, Barra. La Guida regala nudi sempre con grande eleganza e naturalezza.































































































































































































































































































