L’estate all’improvviso
Inghilterra,1913
La costa della Cornovaglia è il punto di raduno di un gruppo di giovani artisti di talento. Fra loro spiccano i coniugi Harold e Dolly e il talentuoso
AJ Munnings, pittore tutto genio e sregolatezza; c’è anche il giovane Joey Carter-Wood,che viene raggiunto da sua sorella Florence, scappata da Londra e da suo padre,uomo possessivo che vorrebbe farla sposare con un uomo che non ama.
E’proprio l’arrivo della giovane Florence a mettere in subbuglio il gruppo di amici: sia AJ che Gilbert Evans, l’unico a non essere un artista ma un militare si innamorano di lei.
Folorence divide equamente le attenzioni dei due spasimanti,con un atteggiamento ambiguo; da un lato frequenta AJ,attratta dalla sua abilità pittorica e desiderosa di carpire i segreti della sua arte mentre in contemporanea flirta con il bel maggiore Gilbert,che ha un carattere diametralmente opposto ad Aj, che comunque resta il suo migliore amico.

Tanto è esuberante, incline al bere, donnaiolo Aj,tanto Gilbert appare posato, riflessivo.
Florence, con grande sorpresa di tutti, accetta di sposare AJ,vincendo anche l’ostilità di suo padre, poco incline ad avere un genero artista; ma il giorno stesso del matrimonio,subito dopo il si, la donna inspiegabilmente tenta il suicidio e si salva solo miracolosamente. Il matrimonio fra i due si rivela tutt’altro che felice, sopratutto perchè Florence non accetta di avere rapporti con il marito.
La donna si riavvicina a Gilbert,che,nel frattempo,ha deciso di partire per l’Africa come volontario.
Ma prima di partire…
Un film che parte benissimo, L’estate all’improvviso, diretto nel 2013 da Christopher Menaul su un soggetto letterario di Jonathan Smith, Summer in February che è anche il titolo originale della pellicola in inglese.
Parte bene,dicevo , ma cambia quasi radicalmente nel momento stesso nel quale entra in scena il personaggio di Florence che appare troppo ondivaga nelle sue decisioni.
Enigmatica, la giovane artista, anch’essa dotata, sembra accettare la corte di AJ più per ammirazione verso il talento del pittore che per affetto vero, che sembra invece nutrire per il maggiore Gilbert che fra l’altro

è ben visto da suo padre. Salvo poi, dopo pochissimo dal matrimonio, fare marcia indietro e allacciare una relazione adulterina con Gilbert,del quale resterà incinta con conseguenze funeste per tutti.
Una grande occasione mancata, perchè gli ingredienti c’erano tutti, dalla splendida fotografia, luminosa e ispirata ad una location assolutamente incantevole,che include posti da favola come Penzance, Prussia Cove , la spiaggia di Porthcurno e Lamorna,
località della Cornovaglia che ti fanno innamorare del posto a prima vista.
Purtroppo al film manca profondità.
Non viene spiegato in alcun modo l’atteggiamento bizzarro di Florence, che sembra nutrire un affetto ben superiore per Gilbert che per AJ, salvo sposare quest’ultimo senza un motivo apparente.
Tutto è lasciato all’interpretazione dello spettatore,che non sa che pesci pigliare proprio perchè mancano riferimenti, dialoghi che spieghino le decisioni della donna.

Mancando il fondamento del film, l’introspezione psicologica,si finisce per ammirare una bella tela senza anima, un paesaggio freddo come una foto scattata più con fretta che con il sentimento.
E questo inficia gravemente il giudizio finale.
La tendenza al melodramma, che diventa sempre più evidente verso la parte finale del film manca di coerenza. L’atmosfera ridanciana iniziale del film vira rapidamente, senza un adeguato percorso verso un finale che sembra
più casuale che degna conclusione di un percorso; gli stessi tre personaggi principali smarriscono quasi la bussola, presi come sono in una sceneggiatura che appare nevrotica, indecisa.
Un vero peccato, perchè l’idea di partenza era ottima.
Ma gli ingredienti di un film sono tanti e occorre un’alchimia equilibrata, non casuale.

I tre attori principali Emily Browning,Dominic Cooper e Dan Stevens appaiono quasi a disagio,sopratutto Emily Browning che non è convincente nel ruolo di Florence,ma va detto che la colpa non è certo sua.
Affrontare un personaggio così ambiguo,non caratterizzabile è impresa impossibile e difatti la Browning recita come può ma senza incidere,così come gli altri due protagonisti.
Paradossalmente va meglio per gli attori di contorno,che,grazie ai ruoli defilati che rivestono riescono ad essere più convincenti.
Intendiamoci, non è certo un brutto film, una visione può meritarla.
A patto di accettare buchi nella sceneggiatura e la superficialità della trama.
L’estate all’improvviso
un film di Christopher Menaul.Con Emily Browning,Dominic Cooper, Dan Stevens, Mia Austen, Hattie Morahan, Max Deacon, Shaun Dingwall.Drammatico,Inghilterra 2013 Durata 101 minuti
Dominic Cooper … AJ Munnings
Dan Steven … Gilbert Evans
Mia Austen … Dolly
Hattie Morahan … Laura Knight
Max Deacon … Joey Carter Wood
Shaun Dingwall … Harold Knight
Michael Maloney … Pittore
Emily Browning … Florence Carter Wood
Tom Ward-Thomas … Frank
Joshua James … Bertie
Ollie Marsden … Walter
Roger Ashton-Griffiths …Jory
Regia Christopher Menaul
Romanzo Jonathan Swift
Musiche Benjamin Wallfisch
Fotografia Andrew Dunn
Montaggio Chris Gill e St. John O’Rorke
Tokyo Love Hotel
I Tokyo Love Hotel sono le mete preferite (o obbligate) delle coppie regolari e non della capitale nipponica.
Posti in cui si rimane per qualche ora o per la notte, in cui si consumano veloci amplessi o ore d’amore più lunghe nel caso dei più abbienti.
Ed è in uno di questi Hotel che si svolgono le vicende di un gruppo eterogeneo di persone,coppie di giovani in prevalenza ma anche una coppia clandestina di funzionari di polizia e un’altra composta da Satomi e dal suo compagno Yasuo, entrambi in attesa del passare delle ultime 48 ore,termine dopo il quale un vecchio reato di Satomi sarà prescritto.
Ma la coppia più seguita dal regista è quella composta da Toru e Saya; lui è un ex receptionist di un grande albergo, che attualmente presta servizio proprio in un Love Hotel all’insaputa di Saya, una cantautrice che ha ricevuto una proposta discografica per un disco,al quale però dovrà partecipare da sola escludendo la sua band.

La prima amara sorpresa per Toru arriva quando l’albergo nel quale lavora viene scelto come location per un film porno.
Chiamato in camera per consegnare delle pizze Toru trova sul set del film porno sua sorella Miyu, che partecipa alla pellicola come protagonista;Miyu non cerca nemmeno di difendersi,raccontando a suo fratello come
lo tsunami del 2011 ne abbia messo in ginocchio la sua famiglia. Miyu non ha trovato lavoro,scegliendo alla fine di diventare un’attrice porno.
Ma le brutte sorprese per Toru non sono finite.
Nell’albergo arriva anche Saya, che si concede al suo impresario in cambio di un contratto discografico.
Ci sono poi Heya,una ragazza sudcoreana che deve tornare in patria e che invece della hostess fa la squillo e Chong,il suo fidanzato,che scoperta la vera attività della sua ragazza la prenota per due ore e le confida di essersi prostituito anche lui.
E altre storie, come quella di Hinako,una ragazza scappata di casa circuita da Masaya,un giovane che l’ha adescata per introdurla nel mondo del porno ma che alla fine farà vincere i sentimenti e verrà brutalmente pestato per non aver compiuto il suo
“dovere”. Tutte storie che avranno il loro epilogo in un arco di tempo brevissimo,una notte…

Storie avvilenti e storie di ordinaria amministrazione, amore e sesso, una morale sempre più elastica e uno sguardo a tratti ironico,spesso quasi comprensivo da parte del regista Ryūichi Hiroki in questo Tokyo Love Hotel,film uscito nelle sale nel 2014.
Una pellicola francamente sconcertante per il pubblico italiano.
Lo sguardo di Hiroki è fin troppo indulgente verso i personaggi dei quali racconta le storie; storie nelle quali appare in evoluzione quella che è la morale e il costume, che il regista esamina senza emettere giudizi morali ma con un’evidente intenzione comprensiva
verso atteggiamenti che vengono giustificati quasi come necessari di fronte alle situazioni quotidiane.
Così fare un porno per tirare a campare può avere una logica se non ci sono alternative, prostituirsi può averne altrettanta perchè in fondo il fine giustifica i mezzi.
Anche se non espresso in modo esplicito il concetto appare quasi lampante nella disanima del film; la tesi portante è che se l’umanità ha perso la bussola in fondo ci si aggrappa dove si può .E se questo fa a botte con il sentire e l’agire che rappresentano la normalità, allora amen.
La prostituta Hena, uno dei personaggi minori,si trasforma quasi in una infermiera, una missionaria per i suoi clienti,che consola e a quali dona un’ora di pseudo amore.

E’ solo sesso?
Appunto,quindi che male c’è?
Tesi francamente discutibili, ma va anche detto che la visione del regista rispecchia una cultura e un modo di sentire che per noi europei non può avere la stessa valenza.
La cultura orientale si è evoluta in altro modo rispetto alla nostra, i loro valori a volte non coincidono con i nostri.
Il film ha dei momenti interessanti,altri spiacevoli, ma mantiene un interesse di fondo che non viene mai meno. Certo,personaggi, linguaggio e situazioni risultano ostiche da comprendere ma alle volte può essere utile gettare uno sguardo su realtà differenti dalla nostra.
E Tokyo Love Hotel lo fa,usando immagini blandamente erotiche, storie a tratti quasi paradossali e un intreccio di fondo forse un tantino forzato ma che alla fine risulta vincente.
Bene gli attori per un film che merita una visione.
Tokyo Love Hotel
Un film di Ryuichi Hiroki. Un film con Sometani Shôta, Atsuko Maeda, Lee Eun-woo, Son Il-kwon, Kaho Minami, Matsushige Yutaka Titolo originale: Sayonara kabukichô. Genere Drammatico – Giappone, 2014, durata 135 minuti.
Shōta Sometani: Toru Takahashi
Atsuko Maeda: Saya Iijima
Lee Eun-woo: Heya
Son Il-kwon: Chong-su
Kaho Minami: Satomi Suzuki
Yutaka Matsushige: Yasuo Ikezawa
Nao Ōmori: Kazuki Takenaka
Jun Murakami: Kagehisa Amemiya
Tomorowo Taguchi: Masashi Kubota
Shūgo Oshinari: Masaya Hayase
Miwako Wagatsuma: Hinako Fukumoto
Aoba Kawai: Rikako Fujita
Tomu Miyazaki: Ryūhei Shinjo
Yoichi Okamura: Cliente maniaco
Asuka Hinoi: Miyu Takahashi
Emanuele Ruzza: Toru Takahashi
Joy Saltarelli: Saya Iijima
Gaia Bolognesi: Heya
Francesco Venditti: Chong-su
Fabrizia Castagnoli: Satomi Suzuki
Gianni Bersanetti: Yasuo Ikezawa
Riccardo Scarafoni: Kagehisa Amemiya
Daniele Giuliani: Masaya Hayase
Eva Padoan: Hinako Fukumoto
Antonella Baldini: Rikako Fujita
Nicola Marcucci: Ryūhei Shinjo
Manfredi Aliquò: Cliente maniaco
Giulia Tarquini: Miyu Takahashi
Regia Ryūichi Hiroki
Sceneggiatura Haruhiko Arai, Futoshi Nakano
Produttore Mikihiko Hirata, Naoya Narita, Yasushi Minatoya, Kazuya Naito
Produttore esecutivo Tadayoshi Kubo, Osamu Fujioka
Casa di produzione Tokyo Theatres Co., W Fields, Gambit
Distribuzione in italiano Tucker Film
Fotografia Atsuhiro Nabeshima
Montaggio Jun’ichi Kikuchi
Musiche Ayano Tsuji, Shin Yasui
La vita segreta della signora Lee
Per Pippa Lee è il momento di un cambio di vita radicale.
In seguito ad un infarto subito da Herb,suo marito,molto più grande di lei, ha deciso di seguirlo in quella che l’uomo chiama la residenza della pensione dopo una vita passata nell’editoria.
E’ anche il momento di guardare al passato con occhi nuovi, rivedere quello che è accaduto e sopratutto capire il perchè sia diventata per tutti una specie di enigma vivente.
Perchè Pippa sembra avere per tutti parole di comprensione, essere conscia del suo ruolo di moglie e madre di due figli ormai adulti,un figlio che è ormai prossimo a diventare avvocato e una figlia fotografa e reporter di zone di guerra,che però ha con lei un rapporto conflittuale.
Attraverso l’uso del flash back conosciamo così particolari sulla vita di Pippa, sulla sua famiglia nativa,con una madre dall’umore incostante che avendo 5 figli e un marito pastore protestante tirava avanti assumendo sempre più anfetamine e che la plasmava secondo i desideri del momento,come una bambola o come una vamp per esempio, condizionandole l’infanzia.

Fino al giorno in cui aveva deciso di trovare una strada nuova, allontanandosi da casa accolta da sua zia, che intratteneva una relazione saffica con una scrittrice/fotografa.
Poi la fuga anche dal nuovo rifugio, scoperta da sua zia mentre posava per delle foto erotiche scattate da Kat, la sua compagna e l’inizio di una fase turbolenta, con l’assunzione di stupefacenti fino al momento di svolta,l’incontro con Herb, editore con 30 anni più di lei, il matrimonio e la nascita di figli.
Così la vita di Pippa aveva preso una strada sicura tranquilla e borghese, fino al presente, in cui la donna è diventata per amici e vicini un punto di riferimento, un porto sicuro e una confidente alla quale ricorrere nei casi di problemi quotidiani.
Che ovviamente non mancano,come in tutte le esistenze.
Pippa però è rimasta troppo nell’ombra, sacrificando se stessa alla famiglia e al marito, un uomo terrorizzato dall’età che avanza e dalla morte al punto che allaccerà una relazione extraconiugale con l’amica di sua moglie, Sandra,una donna fragile ed emotiva sposata ma in crisi con suo marito.
La scoperta inaspettata porterà Pippa ad analizzare in modo diverso tutto ciò che la circonda e a prendere coscienza di se stessa; si è annullata, è stata una moglie fedele ma ora è il momento di cambiare.
Ed è esattamente quello che la donna farà…

Un film che si muove tra flash back e presente analizzando il comportamento di una donna che realizza,nel momento in cui tutto sembra scorre come un placido fiume, una nuova possibilità di vita dopo essere stata nell’ombra,tranquilla custode
e moglie affettuosa relegata in un ruolo marginale, quasi un soprammobile bello ma di pura decorazione per un marito fondamentalmente egoista e per degli amici e conoscenti abituati a vederla troppo in ruoli subalterni.
E’ la sintesi di La vita segreta di Pippa Lee, film diretto da Rebecca Miller (figlia del grande commediografo Arthur) nel 2009; una storia raccontata come una biopic nella quale si assiste all’evoluzione di una donna che finalmente prende coscienza di se stessa
dopo un’infanzia condizionata fortemente da una madre instabile e un’adolescenza turbolenta, segnata dalla ribellione e dagli eccessi,fatta di occasionali amanti e di droghe fino all’episodio che la spingerà ancora una volta a mettere in discussione tutto, alla ricerca
del suo vero ruolo umano e sociale.
Non più moglie fedele e madre, donna comprensiva con tutti e confidente,ma persona capace di scegliere e di decidere, di riannodare i fili dell’esistenza con la consapevolezza che ci sono nuove sfide,nuove occasioni.

Con un uso non ossessivo del flashback la Miller mostra così quella che è stata la vita di Pippa Lee almeno fino all’incontro con suo marito,che la donna sposerà quasi avesse una missione,prendersi cura di un uomo tanto più anziano di lei.
Herb, suo marito, si trasformerà in un padre pigmalione, un doppio ruolo che però finirà fatalmente per stringere Pippa in un recinto.
Dal quale la donna avrà la forza di uscire,complice anche un avvenimento che porterà le cose in una direzione imprevista.
La vita segreta di Pippa Miller è anche un film blandamente satirico sul vuoto pneumatico che sembra avvolgere le esistenze borghesi, prive di problemi concreti e quindi soffocate dalla noia generata dall’agiatezza; il barbecue,le cene, il pettegolezzo,amori clandestini,ovvero
l’armamentario con cui si combatte un quotidiano fondamentalmente votato alla noia.
Per contrappasso la ribellione e la presa di coscienza di una donna,Pippa, che finalmente realizza come oltre i simboli citati ci sia una via differente ;la vita non termina certo con un tradimento,anzi,può ricevere nuova linfa e spingere a decisioni impreviste.

Film gradevole, caratterizzato dalla presenza di un cast di sicuro valore: da Robin Wright Penn (Pippa Lee) a Keanu Reeves ( Chris) da Julianne Moore (Kat) a Alan Arkin (Herb) e Winona Ryder (Sandra), da Maria Bello (Suky) Monica Bellucci (la prima moglie di Herb) ogni componente
del cast fa la sua parte con professionalità facendo acquisire valore ulteriore al film.
Che resta una commedia leggera con momenti drammatici tenuti volutamente con bassi profili; perchè lo scopo della MIller è quello di raccontare un’evoluzione,quella di Pippa,che avviene per gradi.
Dall’iniziale senso di colpa agli accadimenti di varia natura che condizioneranno la vita di Pippa, tutto è mostrato con abilità dalla Miller e il risultato finale è un film di buon livello che si gusta senza particolari momenti di noia.
Consigliato.
La vita segreta della signora Lee
Un film di Rebecca Miller. Con Winona Ryder, Robin Wright, Julianne Moore, Keanu Reeves, Monica Bellucci, Blake Lively, Maria Bello, Alan Arkin, Zoe Kazan, Robin Weigert, Tim Guinee, Mike Binder, Madeline McNulty, Ryan McDonald, Drew Beasley, Christin Sawyer Davis, Beckett Melville, Adam Shonkwiler, Cornel West, Audrey Lynn Weston, Teresa Yenque Titolo originale: The Private Lives of Pippa Lee.Drammatico, durata 100 min. – USA 2009.
Robin Wright Penn: Pippa Lee
Keanu Reeves: Chris
Monica Bellucci: Gigi
Winona Ryder: Sandra
Alan Arkin: Herb Lee
Maria Bello: Suky Sarkissian
Julianne Moore: Kat
Blake Lively: Pippa Lee adolescente
Robin Weigert: Trish
Zoe Kazan: Grace Lee
Mike Binder: Sam Shapiro
Regia Rebecca Miller
Soggetto Rebecca Miller
Sceneggiatura Rebecca Miller
Produttore Brad Pitt, Lemore Syvan
Casa di produzione IM Global
Fotografia Declan Quinn
Montaggio Sabine Hoffmann
Scenografia Michael Shaw
Blindness-Cecità
Un bianco abbacinante, totale.
Un muro insormontabile fatto del colore più candido possibile, opposto al nero che è quello della cecità totale.
E’ quello che “vede” un asiatico fermo ad un semaforo.
Smarrito, chiede aiuto e viene aiutato da un uomo che però poco dopo averlo accompagnato a casa si dilegua con l’auto del non vedente.
Per il medico a cui viene condotto dalla moglie può trattarsi di qualcosa di psico somatico,ma le cose stanno ben diversamente.
Infatti a poche ore di distanza sia la moglie dell’uomo (nessuno dei protagonisti ha un nome), sia il medico che altri pazienti dello studio mostrano gli stessi sintomi del paziente zero.

Le autorità corrono ai ripari e isolano il primo nucleo in un ospedale psichiatrico in abbandono; ma poco alla volta il gruppo aumenta esponenzialmente. Tra i ricoverati c’è la moglie dell’oculista che per primo ha visitato il paziente zero,che fingendosi non vedente segue il marito nella struttura. Che ben presto si trasforma in un lager, dove si vive in condizioni disumane visto che i non vedenti vengono abbandonati a se stessi.
Con il passare dei giorni e l’aumento esponenziale dei pazienti, le autorità usano la forza per contenere quella che sembra un’epidemia infettiva; guardie armate circondano la struttura che ormai scoppia ma i casi aumentano esponenzialmente. All’interno dell’ospedale intanto un piccolo gruppo di violenti impone la regola del più forte, togliendo il cibo agli sventurati pazienti e pretendendo dapprima oggetti preziosi e poi sesso per dare loro il minimo indispensabile alla sopravvivenza.

Sarà la moglie dell’oculista a guidare una rivolta e a uccidere il leader dei violenti; scoprirà anche che a guardia dell’ospedale non c’è più nessuno.
Il contagio si è esteso e quando pochi sopravvissuti seguono la donna, arrivano in una città spettrale, quasi abbandonata, dove sopraffazione e violenza hanno preso il sopravvento. Si lotta per il cibo,per l’acqua.
Ancora una volta sarà la moglie dell’oculista a prendere in mano la situazione…
Blindness Cecità è un film apparentemente del genere fantascientifico/catastrofico; ma se il topos del film porta in questa direzione, lo stesso è qualcosa di più complesso. Tratto dal romanzo Cecità di José Saramago,uscito nel 1995, Blindess è diretto dal regista Fernando Meirelles nel 2008.
Molto fedele al romanzo, il film non cita nessun nome dei personaggi ne indica il nome della città in cui avvengono i fatti; una decisione presa dalla produzione in base a precise richieste dello scrittore premio Nobel portoghese,che morirà meno di due anni dopo l’uscita del film.
La differenza sostanziale tra il romanzo è il film è tutta concettuale. Mentre Saramago con il romanzo punta l’indice su quella che è una cecità umana del tutto intellettuale che si trasforma in una cecità fisica, il film punta molto più sulla storia tout court, raccontando le difficoltà dei non vedenti, la reazione scomposta delle autorità prima e della popolazione poi. Per Saramago il mondo è afflitto da una cecità dovuta alla mancanza di volontà del vedere la complessa summa dei problemi umani, dall’egoismo individuale alla povertà passando per tutti i comportamenti
che possono essere la guerra, la violenza, l’odio ecc. L’uomo quindi è cieco, per indolenza.

Meirelles invece mostra le conseguenze di una cecità della quale non sappiamo (ne sapremo) l’origine; l’importanza è tutta nell’impossibilità da parte dell’uomo di procedere solo con i sensi. Senza la moglie del medico il gruppo di non vedenti è perso, immerso in un bianco panna montata nel quale non c’è un punto di riferimento.
Così tutti i protagonisti dapprima affondano nei loro escrementi, negli avanzi di cibo e nella spazzatura. Poi divengono preda del più forte, agnelli spauriti braccati da un lupo.
Meirelles non emette giudizi e affida alle immagini una cronaca dettagliata degli avvenimenti.

L’ambientazione è claustrofobica mentre il finale, un po a sorpresa, resta volutamente aperto, con uno spiraglio di speranza.
Un buon film, con qualche svarione di sceneggiatura; una donna con la vista tra centinaia di non vedenti non riesce a guidare immediatamente una rivolta contro dei violenti? Poco credibile.
Ma al di là di questo siamo di fronte ad un buon film sostenuto anche da bravi attori in primis la stupenda Julianne Moore, una delle attrici più brave degli ultimi decenni.
Fotografia cupa e estraneante in un film fatto anche di contrasti,come quelli tra il bianco abbagliante e l’angosciante cupezza dell’ospedale.
Un film da vedere.
Blindness-Cecità
un film di Fernando Meirelles, con Julianne Moore, Mark Ruffalo, Alice Braga, Danny Glover, Gael García Bernal Genere Drammatico, Fantascienza – Giappone, Brasile, Canada, 2008, durata 118 minuti.
Julianne Moore: moglie del medico
Mark Ruffalo: medico
Gael García Bernal: barista/re della corsia 3
Danny Glover: uomo con la benda sull’occhio
Alice Braga: donna con gli occhiali scuri
Yûsuke Iseya: primo cieco
Don McKellar: il ladro
Sandra Oh: Ministro della Salute
Roberta Greganti: moglie del medico
Fabio Boccanera: medico
Emiliano Coltorti: barista/re della corsia 3
Angelo Nicotra: uomo con la benda sull’occhio
Domitilla D’Amico: donna con gli occhiali scuri
Massimo Lodolo: il ladro
Sabrina Duranti: Ministro della salute
Regia Fernando Meirelles
Soggetto José Saramago (romanzo)
Sceneggiatura Don McKellar
Produttore Niv Fichman, Andrea Barata Ribeiro, Sonoko Sakai
Fotografia César Charlone
Montaggio Daniel Rezende
Musiche Marco Antonio Guimarães
Scenografia Matthew Davies, Tulé Peak
Costumi Renée April
Secretary
Lee è una giovane ricoverata in un ospedale psichiatrico in quanto autolesionista.
Molto fragile emotivamente, quando non è in grado di gestire le cose o quando si ritiene inadeguata si infligge delle ferite; viene dimessa il giorno del matrimonio di sua sorella e da quel momento la mamma vigila in modo quasi ossessivo sulla donna,per impedirle di ricadere nel suo antico problema.
Che invece Lee non può dimenticare, visto che la sua è un’autentica difesa dai problemi e dal mondo.
Tuttavia con bravura riesce a ottenere un diploma di dattilografa e subito dopo a ottenere un impiego presso l’avvocato Edward Grey; Lee non è certo una bellezza, è timida, veste in modo antiquato tuttavia Grey sembra colpito dalla donna.
Ma Lee sul lavoro ha un comportamento altalenante; spesso fa errori di battitura e ben presto Edward,che di certo è un tipo chiuso,anche timido come confessa,inizia a punirla.
Con gran soddisfazione di Lee che in effetti altro non cerca.

Così tra i due si stabilisce un rapporto ai limiti del masochismo, con lui che di fatto diventa il padrone e lei la sottomessa; si arriva ad una esasperazione del rapporto lavorativo che culmina con uno sculacciamento di Lee, che non solo
non protesta ma anzi sembra ricavarne piacere.
Contemporaneamente allaccia una relazione stravagante con un giovane imbranato in modo patologico,Peter.
Ma il rapporto tra Edward e Lee evolve e l’avvocato, conscio dell’attrazione fatale che Lee ha nei suoi confronti,che la stessa ragazza ormai cerca i più svariati motivi per essere punita, Edward dicevo decide di licenziarla.
Lee, che nel frattempo si è trasformata poco alla volta in una ragazza attraente, decide di sposare Peter,salvo rinsavire all’ultimo momento, visto che non ama affatto il giovane e che i rapporti con lui, sopratutto intimi, non hanno alcun interesse per lei.
Così ecco che Lee mette in atto una strategia ben precisa per costringere Edward a riassumerla,anche con un’ambizione segreta…
Secretary,pellicola diretta da Steven Shainberg nel 2002 è una inusuale storia con un andamento assolutamente particolare; vira di volta in volta dalla commedia romantica alla storia che sembrerebbe voler analizzare i rapporti sado maso.

Lo fa con situazioni al limite dell’humour nero, con situazioni ed immagini davvero sorprendenti; nel film l’unica ad avere una spiegazione nel suo comportamento da sottomessa passiva è proprio Lee,che alle spalle
ha una dolorosa storia di autolesionismo. Raccontata però con un personalissimo sarcasmo da Shainberg,che non mette certo alla berlina la protagonista ma nemmeno arriva a compatirla. La mostra per quello che è, una crisalide che proprio grazie
al rapporto con Edward si trasforma in una leggiadra farfalla. E che riuscirà a tirar fuori dal bozzolo,visto che siamo in metafora,l’altra crisalide.
Quel Edward, bravo professionista che però ha un carattere tutto particolare.
Ma mentre nel caso di Lee il regista ci fa vedere cosa è accaduto nella sua vita tipo il rapporto complesso con il padre,che ama svisceratamente e per il quale soffre a causa dell’inclinazione dell’uomo all’alcolismo,nel caso di Edward non solo
non sappiamo quasi nulla del suo passato (sapremo che ha divorziato,ma non certo il perchè) ma anche il perchè del comportamento che l’uomo tiene, apparentemente schizoide.

Ed è questa una delle cose che si apprezzano di più nel film: i personaggi agiscono in un certo modo e Shainberg non esprime alcun giudizio morale su di loro. Racconta i fatti che accadono con aria sorniona,a tratti divertita. C’è un rapporto sado maso fra loro? Bene, saranno anche fatti loro,
a chi importa la sfera sessuale e privata di due adulti? In quella che si trasformerà in una strana storia d’amore quello che conta è il risultato, non certo i mezzi impiegati o il background che sta dietro le due vite dei protagonisti.
Badando bene a non esprimere giudizi, mostra un aspetto della sfera sessuale, senza peraltro ricorrere a scene di sesso se non a qualche nudo della splendida Maggie Gyllenhaal davvero privo di erotismo proprio per l’atmosfera quasi divertita nella quale il regista immerge la storia.
Così anche la scena della sculacciata,molto realistica,non ha nulla di erotico,anzi: si trasforma in un gioco,quello tra due adulti che evidentemente hanno una sessualità non assimilabile a quella della maggioranza delle persone.
Che comunque nella vita privata scelgono comportamenti sessuali tra i più disparati ma che visto che si parla proprio dell’intimo e del privato non vanno certo condannati o denigrati: quando non si lede la libertà degli altri tutto è legittimo.
Questa è una delle tesi di Secretary,un film ben fatto,con momenti volutamente paradossali ma gustoso, godibile.
Con due bravi e capaci attori, Maggie Gyllenhaal (Lee) e James Spader (Edward) impegnati nel dare corposa gioiosità a due personaggi certamente non conformi alla massa.
Un film intelligente, che si guarda con piacere nonostante qualche forzatura di troppo e una trama volutamente omertosa, che ha però un finale sconcertante in perfetta linea con la storia narrata.
Tanto da riportare il tutto nell’ambito della rasserenante commedia sentimentale.
Applausi per un film da vedere assolutamente.
Secretary
un film di Steven Shainberg, con Jeremy Davies, Maggie Gyllenhaal, James Spader, Ezra Buzzington. Genere Commedia – USA, 2002, durata 104 minuti.
Maggie Gyllenhaal: Lee Holloway
James Spader: E. Edward Grey
Jeremy Davies: Peter
Lesley Ann Warren: Joan Holloway
Stephen McHattie: Burt Holloway
Patrick Bauchau: Dr. Twardon
Jessica Tuck: Tricia O’Connor
Oz Perkins: Jonathan
Amy Locane: Lees Schwester
Regia Steven Shainberg
Soggetto Mary Gaitskill (racconto)
Steven Shainberg, Erin Cressida Wilson (storia)
Sceneggiatura Erin Cressida Wilson
Distribuzione in italiano Eagle Pictures
Fotografia Steven Fierberg
Montaggio Pam Wise
Musiche Angelo Badalamenti
Scenografia Michael Baker, Michael Murray
L’albero del sangue
Una delle difficoltà che si incontrano, quando si parla di un film, è quella di riassumere lo stesso attraverso gli accadimenti che si succedono
in alcuni di questi racconti. E L’albero del sangue, film del 2018 diretto dallo spagnolo Julio Medem è il prototipo di questo genere di pellicole.
Perchè è una saga familiare, che abbraccia tre generazioni e due famiglie che finiscono per intersecare le proprie vite in un modo tale da risultare
quasi inenarrabile, tanti sono i colpi di scena, gli agganci che vengono a crearsi fra le stesse.
Un intrigo. Fatto di amore e sesso, mafia e violenza, pazzia dovuta alla scoperta di alcuni retroscena e molto altro.
Un film complesso, che lo spettatore è costretto a seguire attentamente, anche per il particolare stile registico di Medem e per la tecnica utilizzata, il flashback con l’interazione dei due principali protagonisti della storia, i giovani Marc e Rebeca, che appartengono alle due famiglie e che finiranno per essere quasi travolti da quello che scopriranno.

La storia inizia in un antico casale di campagna, nel quale i due giovani si rifugiano per stilare e scrivere l’albero genealogico delle loro famiglie, in base a quello che sanno o che hanno conosciuto nel corso della loro breve vita.
Così utilizzando due portatili i giovani scrivono tutto o almeno quello di cui loro sono a conoscenza. Ma che è ben poca cosa rispetto alla storia vera delle loro famiglie, che hanno un sottile filo rosso ad unirle,un legame fatto di storie avvolte dalle tenebre, da quelle di un passato indicibile.
Marc e Rebeca si amano, da tre anni, teneramente.
Ma quando ad un certo punto del racconto che stanno scrivendo emergeranno alcune storie, le loro esistenze ne verranno travolte, anche per l’eccesso di sincerità di Rebeca, che non ha raccontato al suo compagno passi determinanti del suo pur breve passato.
E devo fermarmi qui, con poche righe,nella descrizione del film almeno per la parte che riguarda la trama.
Un film intricatissimo, come dicevo, nel quale appaiono personaggi che hanno un passato doloroso alle spalle e sopratutto storie oscure,una delle quali fa accapponare la pelle.

Un film che mescola splendidamente i colori della Spagna e la sua campagna, la sua storia e le sue tradizioni; Medem frammenta il film scomponendolo e ricomponendolo, come se costruendo un puzzle le tessere non combaciassero, richiedendo quindi uno sforzo supplementare per la sua composizione. Cosi tutti i protagonisti del film sembrano in bilico tra la casualità della vita e le scelte fatte da chi li ha generati, in un caotico
brodo primordiale nel quale sete di potere, arrivismo ma anche verita non dette,celate, finiscono per creare il puzzle di cui parlavo prima ma che per essere risolto richiede davvero attenzione ai particolari dell’incastro e quindi delle tessere.
Complesso anche il riferimento del regista al legame simbiotico tra l’uomo e la natura. Una natura selvaggia, con i simboli universalmente conosciuti della Spagna a dominare lo sfondo,come i tori e le mucche, la natura lussureggiante
e i notturni impagabili delle campagne basche.
Un ensemble di immagini, riferimenti a fare da fondale di un quadro d’assieme molto complesso, nel quale il destino dei protagonisti finisce per assumere l’aspetto di una tragedia greca come L’Edipo Re, con l’incesto a fare da sfondo ma i paragoni potrebbero continuare, proprio per la complessità della trama.

Approcciarsi a L’albero del sangue richiede uno sforzo iniziale davvero notevole; nella prima mezzora gli avvenimenti, i nomi, il flashback continuo disorientano e non poco lo spettatore. Ma con l’inoltrarsi della storia poco alla volta il quadro d’assieme acquista
lucidità e aumenta la comprensione di quello che accade. Fino ad un finale spiazzante.
Gran bel film. Quanto meno inusuale sia come trama che come svolgimento; in rete ci sono recensioni che esaltano la pellicola e altre che la stroncano.
Ma è il destino delle opere che non si riescono a comprendere fino in fondo.
Chi vi scrive appartiene alla prima schiera.
Apprezzabile la recitazione di tutti gli attori, anche se la parte del leone la fanno le donne: straordinaria Angela Molina nel ruolo della capostipite, bravissima Úrsula Corberó che interpreta Rebeca.

Un altro espediente a mio giudizio estremamente felice è quello di aver utilizzato diversi attori per le varie età dei protagonisti; sarebbe stato facile per il regista usare la tecnica impiegata per esempio nel pluri celebrato The Irish Man di Scorsese,nel quale l’elettronica
rende patetici grandi attori come De Niro, rendendo quest’ultima pellicola una delle cose più brutte che abbia visto recentemente. Ma il cinema è così, per fortuna ognuno ci vede quello che crede e personalmente ho visto in L’albero del sangue una delle opere più
interessanti degli ultimi anni.
Splendide le location e bellissima la fotografia,per un film che vi consiglio di non perdere assolutamente.
L’albero del sangue
un film di Julio Medem. Con Álvaro Cervantes, Úrsula Corberó, Patricia López Arnaiz, Joaquín Furriel, Lucía Delgado,Luka Peros, Najwa Nimri, Daniel Grao, Luisa Gavasa, Emilio Gutiérrez Caba, Angela Molina, Josep Maria Pou, Maria Molins, Diego Ríos, Sara Cordero, Klara Badiola, Félix Arcarazo, Alba Planas, Sergio Castellanos, Mariano Venancio, Dolma Romera Drammatico, durata 130 min. – Spagna 2018.
Álvaro Cervantes: Marc
Úrsula Corberó: Rebeca
Patricia López Arnaiz: Amaia
Joaquín Furriel: Olmo
Lucía Delgado: Nuria joven
Luka Peroš: Dimitri
Najwa Nimri: Macarena
Daniel Grao: Víctor
Luisa Gavasa: Candela
Emilio Gutiérrez Caba: Pío
Ángela Molina: Julieta
Josep Maria Pou: Jacinto
Maria Molins: Nuria
Diego Ríos: Marc a 7 anni
Sara Cordero: Rebecca a 7 anni
Klara Badiola: Ane
Félix Arcarazo: Iñaki
Alba Planas: Rebeca a 14 anni
Sergio Castellanos: Marc a 14 anni
Mariano Venancio: Padre Jesús
Dolma Romera: Jueza Boda Olmo
Lina Gorbaneva: Veronika
Juli Fàbregas: Juez Boda Nuria y Amaia
Nathalie Pinot: Infermiera dell’ospedale
Karen Martin: Xian
Joaquín Oliván: Cirujano Jefe
Lucía Calderón Luís: Rebeca Bebé
Susana Garrote: Infermiera psichiatrica
Regia Julio Medem
Sceneggiatura Julio Medem
Produttore Ibon Cormenzana e Ignasi Estapé
Produttore esecutivo Sandra Tapia
Casa di produzione Arcadia Motion Pictures e Scope Pictures
Distribuzione in italiano Netflix
Fotografia Kiko de la Rica
Montaggio Elena Ruiz
Effetti speciali Raúl Romanillos
Musiche Lucas Vidal
Costumi Carlos Díez
Trucco Olga Cruz, Rodolfo Dellibarda, Pedro Raúl de Diego, Aitana Fuentes, Tono Garzón,
Sylvie Imbert, Yuraima Morcillo e Paco Rodríguez Frías
Feast of Love
Harry e Bradley,Diana e David, Kathryn e Chloe, Jenny e Margaret.
Sono le persone comuni le cui vite ordinarie in poco tempo si intrecciano con un punto di aggregazione, il bar di Bradley.
Che è il ritrovo di Harry, un professore in pausa di riflessione sul suo lavoro e sulla sua vita privata, sconvolta dalla morte del figlio,un medico di 32 anni con problemi di droga ed è il luogo di lavoro di Oscar, un giovane con un recente passato di tossicodipendenza e un presente occupato dalla ingombrante figura del pipistrello, com’è soprannominato il padre, un ubriacone violento abbandonato anche dalla moglie.
Il bar è di proprietà di Bradley, una specie di artista mancato un po trasognato,tanto da non notare il disagio di sua moglie Kathryn,che si innamora a prima vista durante una gara di softball di un’altra atleta, Jenny. La donna lascia il marito, rimproverandogli la scarsa attenzione nei suoi confronti, lasciando Bradley nello sconforto più totale.

Nel frattempo Oscar si innamora,ricambiato,della bella Chloe scontandosi con suo padre violento come sempre;le storie si ingarbugliano,perchè Bradley conosce l’affascinante agente immobiliare Diana, se ne innamora all’apparenza ricambiato. In realtà la donna ha una relazione con un uomo sposato e anche dopo aver accettato di sposare Bradley continua a frequentarlo, incurante della disapprovazione
del suo amante. I percorsi di vita di tutti continueranno ad avere punti di contatto,quasi per una nemesi prestabilita: Bradley, sempre più in crisi troverà finalmente la donna giusta in modo assolutamente casuale,mentre le vite di Harry,Oscar e della dolce Chloe avranno un cambiamento stabilito dal fato…
Le azioni umane e le relazioni della cosi detta gente comune sono dettate dal destino, aldilà anche delle scelte personali; in estrema sintesi è questa una delle chiavi di lettura di Feast of Love, film diretto nel 2007 dal regista e sceneggiatore statunitense Robert Benton e tratto dal romanzo omonimo di Charles Baxter; l’altra è la complessa alchimia dell’amore oltre alla difficoltà della coppia di saper mescolare gli ingredienti necessari al delicato equilibrio che il sentimento richiede.

Un film che esplora le vite di alcune persone assolutamente normali,dove per normali si intendono uomini e donne che incontri tutti i giorni; gente con una vita regolare, con ogni individuo alle prese con i classici problemi della vita. Bradley per esempio è un entusiasta, allegro e simpatico,ma svagato, distratto, tanto da non accorgersi del profondo disagio della moglie della quale non sa cogliere alcuni importanti segnali, fra i quali il principale e l’attrazione fatale della stessa per un’altra donna. Un errore che l’uomo ripete, questa volta per leggerezza, con la volubile Diana, forse il personaggio meno convincente del film, la donna che mantiene una relazione di lunga data con un uomo sposato (che in fondo ama)
ma che non esita a sposare Bradley per motivi non chiaramente espressi. Henry è un uomo di cultura, dallo spirito sarcastico, conseguenza della disillusione seguita alla morte dell’unico figlio e compensata solo dall’amore di Esther,sua moglie; pure Henry
diverrà fondamentale per Chloe,quando la vita di quest’ultima sarà messa a dura prova.

La pellicola forse non ha molta profondità.
E il motivo è legato proprio alla difficoltà di esplorare le personalità di troppi soggetti, con la conseguenza di apparire superficiale. Però siamo di fronte ad un peccato veniale,perchè proprio per la sua struttura il film si presta più ad un discorso corale che soggettivo.
Molto bene assortito il cast,con la presenza del solito grande Morgan Freeman (che è anche la voce narrante del film) che interpreta Henry, mentre più defilata ma sempre brava è Jane Alexander che interpreta sua moglie Eshter; bella e talentuosa Alexa Davalos (Chloe) già ammirata nella serie tv The Man in High Castle.
Bella e affascinante Rahda Mitchell, nei panni di Diana mentre gigioneggia (con profitto) Greg Kinnear che interpreta Bradley.
Una pellicola gustosa,con una sottile amarezza e un pizzico di goliardia,che vale la pena di vedere.
Feast of Love
Un film di Robert Benton. Con Morgan Freeman, Greg Kinnear, Radha Mitchell, Jane Alexander , Alexa Davalos,Toby Hemingway, Selma Blair, Billy Burke Drammatico, durata 102 min. – USA 2007.
Morgan Freeman: Harry Stevenson
Greg Kinnear: Bradley Thomas
Radha Mitchell: Diana
Billy Burke: David Watson
Selma Blair: Kathryn
Alexa Davalos: Chloe
Toby Hemingway: Oscar
Stana Katic: Jenny
Erika Marozsan: Margaret Vekashi
Jane Alexander: Esther Stevenson
Fred Ward: Bat
Renato Mori: Harry Stevenson
Roberto Chevalier: Bradley Thomas
Michele Gammino: Bat
Laura Facchin: Chloe
Roberta Greganti: Margaret
Rossella Acerbo: Kathryn
David Chevalier: Oscar
Sabrina Duranti: Diana
Antonio Sanna: David Watson
Irene Di Valmo: Jenny
Graziella Polesinanti: Esther Stevenson
Regia Robert Benton
Soggetto Charles Baxter
Sceneggiatura Allison Burnett
Fotografia Kramer Morgenthau
Montaggio Andrew Mondshein
Musiche Stephen Trask
Youth La giovinezza
Wiesen Davos,Alpi Svizzere
In un lussuoso hotel immerso nella natura un gruppo eterogeneo di persone si appresta a passare le vacanze.
Fra di loro ci sono Fred, un celebre direttore d’orchestra e Mick,un famoso regista cinematografico.
Pur diversissimi fra loro, i due sono legati da una grande amicizia che risale a ben sessant’anni prima e in più hanno anche un vincolo di parentela acquisito,visto che Lena,la figlia di Fred ha sposato Julian, figlio di Mick.
Accanto a loro ci sono altri ospiti,come Jimmy, un famoso attore che soffre del fatto di essere riconosciuto da tutti solo per aver interpretato un serial fantascientifico e non per le opere anche importanti a cui ha partecipato,un calciatore obeso e asmatico nel quale è facile riconoscere Diego Armando Maradona e altri villeggianti.
Fred è quasi atassico, vive o meglio, vegeta senza quasi più alcuna aspirazione, da quando è rimasto solo mentre Mick sta finendo la sua opera cinematografica, con la quale vuole congedarsi dal cinema, il suo testamento,come lo chiama.
Tanto appare opaco e apatico Fred, tanto Mick sembra un ottimista, ancora innamorato della vita,convinto che la giovinezza, anche se ormai lontana si possa ritrovare da anziano semplicemente scoprendo tutto quello che di buono la vita può riservare.
Ma la placida vacanza di Fred, la sua sonnolenta e rassegnata indolenza subisce un primo colpo quando sua figlia tra le lacrime gli rivela di essere stata piantata dal marito, che le ha preferito una avvenente cantante a suo dire molto più brava a letto.
In un drammatico colloquio all’interno della Spa dell’albergo, Lena rimprovera al padre di essere sempre stato assente nei suoi confronti, di aver tradito ripetutamente la moglie e di fatto di essere stato un uomo profondamente egoista.

Per Fred è il primo colpo e come si vedrà nel corso del film apparirà chiaro anche il secco rifiuto opposto ad un inviato della Regina Elisabetta di dirigere un concerto con le sue famose Canzoni semplici interpretate da una nota soprano.
Il secondo,molto più devastante lo porterà a riconsiderare la sua vita e a fare scelte diverse…
Un bel film,Youth La giovinezza,su un tema che di per se porta lo spettatore ad una forma di nostalgia, di malinconia, sopratutto quella parte di pubblico che ha superato la sessantina e che quindi trova forme di comunanza con la storia raccontata da Paolo Sorrentino,con il suo
solito stile asciutto, a tratti fantastico altre volte forse troppo elitario ma di sicuro valore simbolico.
Youth racconta l’amicizia tra due uomini e il diverso approccio che hanno nei confronti del “viale del tramonto“:tanto appare rassegnato, nostalgico Fred tanto Mick è partecipe del presente, senza inclinazioni nostalgiche verso il passato, cosa esplicitata da una frase rivelatrice
diretta a Fred: “”Questo è quello che si vede da giovani: si vede tutto vicinissimo; quello è il futuro… e questo è quello che si vede da vecchi: si vede tutto lontanissimo; quello è il passato”

Piedi ben piantati per terra, quindi. Ma anche per Mick arriverà la cocente delusione, rappresentata dalla sua attrice e amica da una vita, la donna che ha lavorato con lui in 11 film e che ha lanciato e che con spietata e brutale sincerità gli dice che è vecchio,che la sua arte si è dissolta e che
non avrebbe interpretato il suo film,considerandolo una porcheria. Una svolta,per Mick,che non resterà senza conseguenze.
I due appaiono i veri protagonisti del film,del resto sono loro ad essere la rappresentazione di quella che era la giovinezza; Lena e Jimmy sono appendici, anche perchè sono giovani e hanno ancora delle opportunità.
Lena per esempio conoscerà uno stravagante alpinista e inizierà con lui una ben strana relazione mentre Jimmy,grazie anche all’apprezzamento di una ragazzina troverà nuova linfa a cui attingere, quello che comunemente chiamiamo scopo.
Il vero protagonista però è Mick,perchè è lui a dire le cose più importanti nel film, è lui con i suoi ragionamenti a far riflettere l’apatico Fred; quando dice “Io devo scegliere cosa vale la pena raccontare, se l’orrore o il desiderio. E ho scelto il desiderio… il mio desiderio così impuro, così impossibile, così immorale, ma non importa.Perché è quello che ci rende vivi.” confronta il suo spirito ancora vitale con quello ormai rassegnato dell’amico.
Insegnamenti.

Perchè anche a 80 anni puoi insegnare,anche a 80 anni puoi imparare.
“Hai detto che le emozioni sono sopravvalutate? Ma è una stronzata: le emozioni sono tutto quello che abbiamo!”
Con questa frase Mick frusta l’amico,emotivamente. Anche se sarà il suo gesto finale a costringere Fred a rivedere tutto il suo presente.
Troverà il coraggio di fare una cosa che voleva da una vita, andare a Venezia e deporre un fiore sulla tomba di Stravinsky,avrà finalmente il coraggio di visitare la sua compagna di una vita,la moglie, ricoverata in una clinica perchè completamente demente.
E finalmente,in omaggio anche a sua moglie, dirigerà il concerto alla presenza della Regina, nel corso del quale una soprano giapponese canterà le “canzoni semplici”, che lui aveva composto per la moglie e che non aveva mai fatto cantare a nessuna, geloso di un ricordo ormai sepolto dal tempo.
Come dicevo prima Youh La giovinezza è un bel film,ottimamente recitato anche se non esente da qualche pecca; che poi pecca in realtà non è,ovvero la presenza di personaggi che sembrano quasi comparse tanto sono poco delineati.
Ma il cinema di Sorrentino è anche questo, alcuni personaggi che affollano i suoi lavori appaiono come interrogativi per lo spettatore,che in loro può vederci quello che desidera, assegnando loro un valore simbolico più o meno pregnante.

Momenti davvero topici del film sono la visione onirica iniziale,in una Piazza San Marco a Venezia completamente deserta e con l’acqua alta,con miss Universo (una meravigliosa Mădălina Diana Ghenea) che avanza in tutta la sua straordinaria bellezza sulle passerelle, i dialoghi a cui ho accennato fra Fred e Lena (con l’affascinante Rachel Weisz) e fra Mick e Brenda Morel, l’ingrata (se vogliamo) vecchia amica di
Mick interpretata dalla sempre bravissima Jane Fonda.
Bella la colonna sonora nella quale si riconoscono She Wolf di David Guetta e Dirty Hair di Bavid Byrne; in ultimo vanno segnalate le ottime interpretazioni di due leoni dello schermo,Michael Caine nel ruolo di Fred e Harvey Keitel in quello di Mick.
Un film che vi consiglio caldamente di vedere.
Youth-La giovinezza
un film di Paolo Sorrentino, con Michael Caine, Harvey Keitel, Rachel Weisz, Paul Dano, Jane Fonda, Neve Gachev. Drammatico – Italia, Francia, Svizzera, Gran Bretagna, 2015, durata 118 minuti,distribuito da Medusa
Michael Caine: Fred Ballinger
Harvey Keitel: Mick Boyle
Rachel Weisz: Lena Ballinger
Paul Dano: Jimmy Tree
Jane Fonda: Brenda Morel
Mark Kozelek: se stesso
Robert Seethaler: Luca Moroder
Alex MacQueen: emissario della regina
Luna Zimic Mijovic: massaggiatrice
Tom Lipinski: sceneggiatore innamorato
Chloe Pirrie: sceneggiatrice
Alex Beckett: sceneggiatore intellettuale
Nate Dern: sceneggiatore divertente
Mark Gessner: sceneggiatore timido
Paloma Faith: se stessa
Ed Stoppard: Julian
Sonia Gessner: Melanie
Mădălina Diana Ghenea: Miss Universo
Roly Serrano: riferimento a Diego Armando Maradona
Sumi Jo: se stessa
Gabriela Belisario: escort
Viktorija Mullova: se stessa
Aldo Ralli: cameriere
Loredana Cannata: moglie del presunto Maradona
Maria Letizia Gorga: la cantante francese
Demetra Avincola: fidanzata di Jimmy
Dario Penne: Fred Ballinger
Rodolfo Bianchi: Mick Boyle
Giuppy Izzo: Lena Ballinger
Simone D’Andrea: Jimmy Tree
Maria Pia Di Meo: Brenda Morel
Marco Mete: emissario della regina
Chiara Gioncardi: Paloma Faith
Gianfranco Miranda: Julian
Ughetta d’Onorascenzo: Miss Universo
Regia Paolo Sorrentino
Sceneggiatura Paolo Sorrentino
Produttore Nicola Giuliano, Francesca Cima, Carlotta Calori
Casa di produzione Indigo Film, Bis Films, Pathé, RSI[1] C-Films, Number 9 Films, Medusa Film, Barbary Films, France 2 Cinéma, Film4
Distribuzione in italiano Medusa Film
Fotografia Luca Bigazzi
Montaggio Cristiano Travaglioli
Effetti speciali Peerless
Musiche David Lang, Mark Kozelek
Scenografia Ludovica Ferrario
Costumi Carlo Poggioli
Trucco Maurizio Silvi
La cura dal benessere
Lockhart è un giovane ed ambizioso broker di una grossa società di assicurazioni di Wall Street; l’azienda per la quale lavora sta per fondersi con
un’altra grande ditta del ramo, ma affinchè l’affare vada in porto è necessario che Roland Pembroke, l’amministratore della società venga a firmare l’atto.
Ma l’uomo, con una strana lettera, manda a dire che non intende affatto tornare e che vuol restare in Svizzera dove a suo dire si sta disintossicando dalle scorie che gli ha intossicato l’organismo. I soci così decidono di mandare Lockhart nel paesino di montagna dove sorge la clinica presso la quale è degente Pembroke e il giovane,suo malgrado è costretto ad accettare.

La clinica è situata in un magnifico castello, sul quale grava una storia che tramanda da due secoli un fatto di sangue avvenuto
in seguito alla rivolta dei mezzadri del paese sottostante, che hanno ucciso il barone proprietario del castello e hanno bruciato sul rogo la di lui moglie, strappandone il feto che portava in grembo gettandolo nelle faglie acquifere del castello stesso.
Lockhart si trova così ad aggirarsi in un luogo bellissimo,popolato da molte persone di una certa età che appaiono impegnate in quelle che sembrano terapie disintossicanti,accuditi tutti da un folto gruppo di giovani ed aitanti infermieri. Alla fine il giovane riesce a vedere Pembroke,che gli conferma la volontà di restare in quello che sembra un paradiso; Lockhart si allontana dal
castello per poter riferire la decisione al consiglio ma non riesce ad arrivare ad in paese.Un cervo viene investito dall’auto nella quale viaggia,con un conseguente pauroso incidente. Al risveglio
il giovane si ritrova nella clinica,con una gamba ingessata e impossibilitato a comunicare con l’esterno.

Sarà l’inizio di un viaggio incredibile in un mondo che solo apparentemente è un piccolo paradiso ma che in realtà nasconde orribili segreti…
Sono costretto a fermarmi qui con la trama essenzialmente per due motivi; il primo è che è importante scoprire senza anticipazioni quello che sarà una autentica discesa all’inferno
del giovane protagonista, il secondo è che la trama è talmente intricata da richiedere una spiegazione lunghissima per essere esaustiva.
E poichè il film dura quasi due ore e mezza appare chiaro che condensare il tutto con poche parole è impresa improba.
La cura dal benessere,film del 2017 diretto da Gore Verbinski, autore del celebre The Ring del 2002 è un film horror con forti venature thriller,dal fascino straordinario e intricato in modo tale da richiedere molta attenzione ai dialoghi per capire tutti i passaggi del film.
Un film veramente affascinante,costruito attorno ad una trama che ricorda (anche visivamente) celebri film del passato,come l’ultima inquadratura che riporta alla memoria lo Shining di Stanley Kubrick.
Una pellicola a tinte fosche, costruita con una colorazione davvero da incubo che ha un contrasto stridente con lo stupendo paesaggio iniziale, quello di un castello che probabilmente è più tedesco che svizzero.
Sembrerebbe un film in cui funziona tutto, in realtà qualche appunto va mosso.
La trama,per quanto con lo scorrere della pellicola vada a dipanarsi e ad assumere contorni definiti mostra alcune incongruenze,fra le quali la principale è la dimensione onirica sospesa tra sogno e realtà che vive Lochart,

la reale consistenza delle sue visioni,tra le quali quella delle onnipresenti anguille che,unite all’acqua,sembrerebbero quasi un elisir di giovinezza,i corpi sospesi nell’acqua e altri dettagli.
Ma in fondo Verbinski riesce nell’intento di creare un’atmosfera da incubo che incombe sullo spettatore trascinandolo in un vortice di orrore che non ha bisogno dello splatter più efferato per creare emozioni forti.
Il cast fa il suo con lodevole professionalità: Dane DeHaan (visto recentemente in Valerian la città dei mille pianeti) è molto bravo nel dare un’aria quasi trasognata al protagonista del film, Lockhart mentre davvero una sorpresa è quella costituita dalla giovane Mia Goth,che interpreta Hannah e alla quale non ho accennato in descrizione,pur essendo il principale elemento attorno al quale ruota il film per non rovinare la sorpresa ai lettori e ancora Jason Isaacs, il dottor Volmer,luciferino,autenticamente demoniaco in un ruolo che sembra ritagliato alla perfezione per lui.
Detto della bellissima fotografia di Bojan Bazelli non resta che consigliare caldamente la visione di un film decisamente ben costruito,capace di far scorrere i 146 minuti della pellicola senza mai perdere la tensione iniziale.
La cura dal benessere
un film di Gore Verbinski, con Dane DeHaan, Jason Isaacs, Mia Goth, Celia Imrie, Lisa Banes, Adrian Schiller. Titolo originale: A Cure for Wellness. Genere Thriller – USA, Germania, 2017, durata 145 minuti.
Dane DeHaan: Lockhart
Jason Isaacs: dott. Heinreich Volmer
Mia Goth: Hannah
Celia Imrie: Victoria Watkins
Ashok Mandanna: Ron Nair
Adrian Schiller: vice direttore
Harry Groener: Pembroke
Tomas Norström: Frank Hill
Carl Lumbly: Wilson
Ivo Nandi: Enrico
David Bishins: Hank Green
Flavio Aquilone: Lockhart
Roberto Pedicini: dott. Heinreich Volmer
Emanuela Ionica: Hannah
Rossella Izzo: Victoria Watkins
Franco Zucca: Ron Nair
Alessandro Budroni: vice direttore
Toni Garrani: Pembroke
Ambrogio Colombo: Frank Hill
Mario Bombardieri: Wilson
Diego Suarez: Enrico
Franco Mannella: Hank Green
Regia Gore Verbinski
Soggetto Gore Verbinski, Justin Haythe
Sceneggiatura Justin Haythe
Produttore David Crockett, Arnon Milchan, Gore Verbinski
Produttore esecutivo Morgan Des Groseillers, Justin Haythe
Casa di produzione Blind Wink Productions, New Regency Productions, Studio Babelsberg, TSG Entertainment
Distribuzione in italiano 20th Century Fox
Fotografia Bojan Bazelli
Montaggio Pete Beaudreau, Lance Pereira
Musiche Benjamin Wallfisch; Hans Zimmer
Scenografia Eve Stewart
La macchia umana
Coleman Silk,prima preside poi docente di letteratura straniera viene costretto a lasciare l’insegnamento per un banale “zulù” detto all’indirizzo di due giovani di colore,perennemente assenti alle sue lezioni.Appresa la notizia la moglie del professore viene colta da malore e muore per un edema polmonare.
Così’ Coleman si reca da uno scrittore in crisi, Nathan Zuckerman, che vive isolato in un cottage dopo il suo secondo divorzio e la lotta contro un cancro per chiedergli di scrivere un libro con la sua storia; il libro non vedrà mai la luce ma tra i due uomini in compenso nascerà una solida amicizia.
Casualmente il professore conosce una giovane donna separata da suo marito dopo la morte dei suoi figli causata da un incendio, a cui il marito, un reduce dal Vietnam, attribuisce la colpa.
Lei, Faunia,è una bellissima giovane donna e nonostante la grande differenza di età, seduce il professore.
Nasce così un rapporto agli inizi apparentemente solo fisico, ma che con il passare del tempo evolve in qualcosa di più profondo e complesso, come dirà verso il finale Solomon alla donna “”Forse tu non sei stato il mio amore più grande, ma sicuramente sarai l’ultimo!”
Nel frattempo apprendiamo particolari della vita di Solomon, che gettano luce sul suo passato.
L’uomo non è affatto di religione ebraica, ma ha sempre nascosto di essere figlio di una famiglia di neri; per un’anomalia genetica lui è l’unico bianco in famiglia,mentre suo padre,sua madre,il fratello e la sorella sono neri. Questo lo ha pesantemente condizionato,fino al punto che la ragazza che amava, Steena,una bellissima giovane immigrata nordica lo ha lasciato quando ha appreso le sue origini. Così Coleman aveva nascosto le sue origini, aveva addirittura rinunciato alla sua famiglia per vivere la vita di un bianco e aveva finito per sposare la donna che era poi morta di edema.
Tutto questo è parte dei flashback del film,che mostrano la vera storia di Coleman, il rapporto conflittuale con la madre e il fratello,scatenatosi dopo che l’uomo aveva rinnegato le proprie origini e che Nathan apprenderà dopo che…
Ometto il finale,così come ho omesso la parte iniziale del film in quanto rivelatrice della trama.

Un espediente che La macchia umana film diretto nel 2003 da Robert Benton forse poteva essere evitato,perchè generalmente un finale anticipato toglie pathos alle pellicole.
In questo caso il film,che è tratto dal romanzo The Humain Strain di Philip Roth,non è un thriller quanto più un film a metà strada fra il drammatico e l’indagine psicologica.
Un buon film,che si segue con piacere a patto di amare quel tipo di film che bada molto più alla sostanza che alla forma; il ritmo infatti è molto lento, racconta dettagliatamente la storia di Solomon mentre resta più vago
sul passato di Faunia. Ma la macchia umana è lui, il professore che ha passato una vita a nascondere il suo segreto in un’America che negli anni 50 di certo non appariva aperta nelle questioni razziali.
Anche in questo caso il tema è affrontato piuttosto alla lontana; Benton preferisce la vicenda umana di Solomon, la sua vita vista sopratutto quando è anziano e viene accusato,proprio lui, di essere razzista.

Potrebbe facilmente discolparsi raccontando che lui è un nero ma l’abitudine di tutta la vita non può scomparire. In fondo Solomon è un ipocrita in una società ancor più ipocrita. Così,alla fine,l’unica a conoscere il segreto di Solomon è la giovane e bella Faunia,una donna in crisi, segnata dalla morte dei figli e perseguitata da un marito che la ritiene ingiustamente responsabile dell’accaduto.
Probabilmente il romanzo è molto più complesso, almeno a giudicare dalle recensioni,peraltro quasi sempre positive, dei critici; qualcuno di loro ha puntato il dito sulla divergenza tra racconto e film,dimenticando
ancora una volta che un film per sua natura non può condensare ( e non deve) un romanzo, ma al limite usarne l’impianto narrativo.
Da segnalare il bellissimo dialogo tra Solomon giovane e sua madre,con tutta l’amarezza espressa dalla donna che usa parole di sconforto purtroppo estremamente vere verso il figlio e che riflettono la condizione della popolazione di colore negli anni 50.

In quanto alla prova attoriale è stata stigmatizzata un po quella del bravissimo Anthony Hopkins, accusato di essere impacciato nelle scene d’amor, dimenticando anche in questo caso che il quasi settantenne attore britannico (all’epoca del film)fa esattamente quello che gli viene chiesto,ovvero il ruolo dell’uomo maturo alle prese con una relazione con una donna che ha meno della metà dei suoi anni e che di certo non deve interpretare un galletto assatanato.
Brava anche la Kidman,ancora bellissima e non “plastificata” quindi espressiva e talentuosa e bene anche Gary Sinise (Nathan) e Ed Harris, almeno per il poco tempo in cui sta i scena nel ruolo del marito di Faunia.
Un film da recuperare e da gustare.
La macchia umana
Un film di Robert Benton. Con Anthony Hopkins, Nicole Kidman, Ed Harris, Gary Sinise, Abbe Lane, Jacinda Barrett, Kerry Washington, Margo Martindale, Clark Gregg Titolo originale The human stain. Drammatico, durata 103 min. – USA 2003.
Anthony Hopkins: Coleman Silk
Nicole Kidman: Faunia Farely
Ed Harris: Lester Farely
Gary Sinise: Nathan Zuckerman
Wentworth Miller: Coleman Silk giovane
Jacinda Barrett: Steena Paulsson
Harry Lennix: sig. Silk
Clark Gregg: Nelson Primus
Anna Deavere Smith: sig.ra Silk
Lizan Mitchell: Ernestine
Kerry Washington: Ellie
Phyllis Newman: Iris Silk
Mili Avital: Iris da giovane
Danny Blanco Hall: Walter
Marie Michel: Ernestine da giovane
Dario Penne: Coleman Silk
Chiara Colizzi: Faunia Farely
Rodolfo Bianchi: Lester Farely
Paolo Maria Scalondro: Nathan Zuckerman
Francesco Bulckaen: Coleman Silk giovane
Gerolamo Alchieri: sig. Silk
Valentina Mari: Steena Paulsson
Antonio Sanna: Nelson Primus
Susanna Javicoli: sig.ra Silk
Graziella Polesinanti: Ernestine
Tatiana Dessi: Ellie
Angiolina Quinterno: Iris Silk
Fabio Boccanera: Walter
Letizia Scifoni: Ernestine da giovane
Regia Robert Benton
Soggetto Philip Roth
Sceneggiatura Nicholas Meyer
Distribuzione in italiano 01 Distribution
Fotografia Jean-Yves Escoffier
Montaggio Christopher Tellefsen
Musiche Rachel Portman
Scenografia David Gropman




























































































































































































































































