Filmscoop

Tutto il mio cinema

Le tue mani sul mio corpo

Il figlio di un noto e ricco editore, Andrea, ha avuto un’infanzia travagliata legata principalmente ad eccessive attenzioni (anche sessuali) che sua madre gli riservava.
La morte della donna e la vista del suo corpo senza vita hanno in seguito inferto una ferita mortale all’equilibrio psicologico di Andrea, che è cresciuto così preda di complessi e di altri problemi mentali.
Quando suo padre si risposa con la avvenente Mireille, i disturbi mentali del giovane esplodono drammaticamente; dapprima segue ossessivamente le vicende sessuali della matrigna inclusi i suoi tradimenti per poi passare alle vie di fatto, ovvero iniziare una pericolosa relazione con la donna.
Andrea potrebbe salvarsi nel momento in cui conosce l’affascinante Carole, ma è troppo tardi; le conseguenze dei traumi presenti nella sua mente lo porteranno ad un gesto insano….


Le tue mani sul mio corpo è un film prettamente anni 70, con tematica particolare e svolgimento adeguato; opera di Brunello Rondi, regista intellettuale poco amato da parte della critica e snobbato da buona parte del pubblico, è un pastrocchio mortalmente soporifero pieno di dialoghi all’apparenza colti e in realtà di una desolante apparenza priva di sostanza.
La storia di per se è già abbastanza prevedibile; c’è il solito traumatizzato nell’infanzia da un incesto, c’è la solita matrigna un pochino sporcacciona, c’è l’impossibilità del giovane di trovare un punto di equilibrio tra l’infanzia e la vita da adulto e sopratutto un’identità sessuale precisa.
Già la trama, saputa in anticipo, deve mettere in guardia lo spettatore: è un deja vu di varie situazioni già viste in precedenza in altre opere e che saranno riprese con pochissime modifiche in opere pruriginose negli anni successivi.


Rondi, fratello del più noto Gian Luigi era un regista a mio giudizio eccessivamente preso da se stesso; intellettuale e indubbiamente colto, trasportava in linguaggio visivo la sua cultura e le sue idee senza però tenere presente le necessità dello spettatore e sopratutto la sua disponibilità a seguire opere spesso molto descrittive dal punto di vista dei dialoghi appesantite da citazioni o da dialoghi stessi verbosi e lunghissimi.

Colette Descombes

Le tue mani sul mio corpo assomiglia in questo ad un’opera successiva di Rondi, I prosseneti, un altro film in cui la noia e i dialoghi sostiutuiscono la mobilità dei personaggi.
Per mobilità intendo la capacità e in primis la possibilità per l’interprete di caratterizzare un personaggio nelle sue varie sfumature, rendendolo quanto meno degno di interesse.
Viceversa in questo film troviamo un attore principale, il bravissimo Lino Capolicchio, alle prese con un personaggio monocorde peraltro presente in quasi tutte le scene del film, con conseguente overdose espositiva che finisce per sfiancare lo spettatore.

Erna Schurer

Lino Capolicchio

Poichè il giovane Andrea non suscita alcuna simpatia particolare nello spettatore, eccoci costretti a seguire le sue morbosità, le sue deviazioni psicologiche attraverso i rapporti insani che il giovane stesso stabilisce con le persone che vengono a contatto con lui.
Inutile l’espediente di condire con qualche nudo (anche di troppo) una narrazione che a tratti è estenuante; si veda a tal pro la lunghissima sequenza in cui Andrea dialoga con Carole in riva al mare che mette a durissima prova l’attenzione e la pazienza dello spettatore.


Vale a poco se non a nulla l’ambientazione raffinata del regista, che almeno in questo mostrava una certa abilità; il film è un “sotto il vestito niente” ovvero un prodotto senz’anima e senza interesse.
La morbosità del rapporto matrigna/figliastro si perde nella noia, mentre in alcune sequenze si va anche nel ridicolo, come quella in cui il nostro poco simpatico eroe versa gocce di cera da candele poste su un candelabro sul corpo seminudo e discinto di una bella ragazza di colore.
Purtroppo parte del cinema settanta era anche fatto di questo, ovvero di tentativi velleitari e sottilmente autoerotici (leggasi auto masturbatori) di fare dell’intellettualismo a un tanto alla tonnellata.


In questo Rondi assomiglia ad alcuni registi di nazioni assolutamente improbabili come gusti non assimilabili a nostri che andarono purtroppo per la maggiore in quel decennio, mi riferisco ad opere di paesi comunisti come Cecoslovacchia e Romania, Polonia e Corea, opere spacciate per capolavori in grado in realtà solo di far addormentare sulle sedie gli incauti spettatori.
Va anche detto che la maggioranza del pubblico fiutava in anticipo il “mattone”, com’era chiamata l’opera indigesta ai più.
In pratica, per dirla alla Fantozzi, se la Corazzata Potemkin passava per una c****a pazzesca lo stesso termine si poteva mutuare per operazioni come questo film di Rondi.
Sugli attori poco da dire; Capolicchio è un professionista esemplare, pur in presenza di un personaggio davvero antipatico e monocorde come quello di Andrea, mentre la Schurer, tanto amata dal regista lombardo recita in maniera piatta e monocorde.
Meglio la Descombes che merita la sufficienza per la recitazione e ancor più per il fisico.
Le musiche sono nientemeno di Gaslini e spiace dirlo, sono meglio del Tavor mentre di buon livello è la fotografia.
Un film da vedere al massimo entro le 18,00 per evitare una notte addormentati sulla poltrona.

Le tue mani sul mio corpo
Un film di Brunello Rondi. Con Colette Descombes, Erna Schurer, Lino Capolicchio, Irene Aloisi, José Quaglio Drammatico, durata 92 min. – Italia 1971.

Lino Capolicchio: Andrea
Erna Schürer: Mireille
Colette Descombes: Carole
José Quaglio: Mario
Daniël Sola:
Pier Paola Bucchi: Clara – the maid
Elena Cotta:
Irene Aloisi:
Anne Marie Braafheid: Nivel
Paolo Rosani:
Gianni Pulone: Barman

Regia Brunello Rondi
Soggetto Luciano Martino, Francesco Scardamaglia
Sceneggiatura Brunello Rondi, Francesco Scardamaglia
Casa di produzione Zenith Cinematografica
Fotografia Alessandro D’Eva
Montaggio Michele Massimo Tarantini
Musiche Giorgio Gaslini

Soundtrack del film

Foto di scena del film

La lobby card del film

Il fotoromanzo

aprile 23, 2012 Pubblicato da: | Drammatico | , , , | Lascia un commento

…Hanno cambiato faccia

Nella Auto Avio Motor, una grossa multinazionale con interessi in vari campi lavora un anonimo dipendente, il dottor Alberto Valle.
Con somma sorpresa dello stesso Alberto un giorno l’uomo viene convocato ai piani superiori da un dirigente, che gli comunica che il presidente nonchè proprietario della compagnia, Nosferatu, lo ha convocato nella sua residenza privata in campagna.
Sorpreso dalla cosa, ma obbediente agli ordini, Alberto parte per la valle in cui si trova la villa dell’ingegner Nosferatu; durante il viaggio però resta senza benzina in un piccolo e oscuro paesino, in cui i rarissimi abitanti non mostrano alcun spirito collaborativo verso quello che per loro è un estraneo.

Il tetro stagliarsi della villa, immersa nella nebbia

Un nome sinistro sul campanello…

In soccorso di Alberto arriva una strana ragazza, Laura; la donna è una specie di hippy, che gira con un giubbotto sotto cui non ha nulla e che in cambio di un passaggio porta Alberto al più vicino benzinaio. Durante il breve tragitto Laura spiega ad Alberto la sua filosofia libertaria e vagabonda, mostrandosi anche sessualmente disponibile e disinibita.
I due così arrivano alla villa di Nosferatu, accolti da un silenzio di tomba e da una nebbia che da questo momento in poi sarà la costante di tutti gli avvenimenti che si succederanno.
Nonostante Laura cerchi in tutti i modi di non far entrare Alberto nella villa, spaventata anche dalla assoluta mancanza di rumori della piccola valle e dalla mancanza anche del cingettio degli uccelli, l’uomo entra nella grande casa dove viene accolto dall’enigmatica segretaria di Nosferatu, l’androgina Corinna, mentre Laura lo attende nella sua auto.
In attesa di essere ricevuto a tarda sera dall’ingegnere, Alberto familiarizza con Corinna e sopratutto ha modo di sperimentare le stranezze tecnologiche della casa; messaggi pubblicitari infatti scattano implacabili e suadenti quando si siede o quando fa la doccia.
A sera finalmente Alberto è ricevuto da Nosferatu, che gli propone di diventare uno dei massimi dirigenti della Auto Avio Motor.

L’incontro con la giovane hippy Laura

Sorpreso, Alberto si mostra titubante e di conseguenza Nosferatu lo invita a meditarci su.
Durante la notte l’insonne Alberto gira per la villa, scoprendo fatti inquietanti; all’interno, in una delle stanze, scopre una nursery con un registro di nomi di bambini destinati sin dalla nascita, ad essere allevati per diventare manager in diversi campi, incluso quello politico o ecclesiale.Tra di essi Alberto trova anche il suo nome.
L’atmosfera opprimente della casa, il misterioso comportamento di Nosferatu e altri indizi convincono Alberto che nella villa accade qualcosa di oscuro.
Nonostante la breve relazione con Corinna, che gli mostra simpatia, Alberto decide di indagare ancora e alla fine assiste ad una riunione di alti papaveri industriali, politici, militari e perfino ecclesiastici, presieduta da Nosferatu, in cui vengono decise le strategie del gruppo Nosferatu, che come scopre amaramente Alberto ha praticamente sotto controllo gran parte della società.

Il diretto superiore di Alberto

Sconvolto, Alberto ha un breve e burrascoso incontro con l’ingegner Nosferatu, che gli conferma le peggiori supposizioni; convinto di non aver altra scelta per salvare il paese e il futuro della libertà del genere umano, Alberto spara a Nosferatu e si allontana dalla villa.
Ma all’uscita trova Laura che in un drammatico colloquio gli dice di aver deciso di diventare la segretaria di una grossa azienda, abdicando così ai suoi principi di libertà; completamente deluso, Alberto capisce di non aver alcuna via d’uscita,

La bravissima Geraldine Hooper interpreta Corinna

che il potere di Nosferatu è troppo grande così fa retromarcia con la sua auto e rientra nella villa, accompagnato da Corinne e atteso da Nosferatu che non è affatto morto, e che lo accoglie con un sorriso beffardo sulle labbra.
Con Hanno cambiato faccia, uscito nelle sale italiane nel 1971 per la regia di Corrado Farina assistiamo ad una rivisitazione moderna e decisamente affascinante del mito dei vampiri, che una volta tanto non succhiano sangue con i canini affilati, ma, come dice il titolo, cambiando faccia e usando l’economia vampirizzando l’umanità occupando tutti i centri di potere.
Il presidente della Auto Avio Motor e di chissà cos’altro, ingegner Nosferatu è un vampiro particolare: in doppio petto invece che con un lugubre mantello, gentile e sornione, consapevole della propria potenza economica (che è il motore che muove il mondo) e quindi assolutamente certo che nessuno è in grado di sfidare il suo potere o di opporsi ai suoi voleri.

La scoperta della nursery nella villa da parte di Alberto

Giuliano Disperati e Alberto Celi

Corinna e Alberto nel tetro parco della villa Nosferatu

Hanno cambiato faccia, quindi si sono trasformati in vampiri che bramano il potere e il denaro non fini a se stessi ma mirati ad un discorso di medio e lungo termine: attraverso il controllo economico controllano la politica, attraverso la politica controllano la società attraverso il controllo sul clero controllano le masse e quindi hanno il dominio assoluto senza dover usare il pugno di ferro.
Corrado Farina, autore del soggetto, della sceneggiatura e della regia del film crea una pellicola densa di suggestioni, con un’ambientazione lugurbre e claustrofobica assolutamente straordinaria; l’arrivo di Alberto alla villa, immersa in una densa nebbia, le passeggiate notturne dello stesso, le visite al parco in compagnia dell’ambigua Corinne e le varie scoperte sulle vere attività di Nosferatù sono accompagnate da una fotografia e da una musica angoscianti; assolutamente affascinante l’idea di usare come guardiani uomini invisibili alla guida di 500 bianche.
Il film procede in maniera lenta e inesorabile verso il compimento del teorema formulato da Farina; se il risultato finale non è da applausi a scena aperta lo si deve solo ad alcuni errori presenti nel film.

Momenti di tenerezza tra Alberto e Corinna

Con eccesso di zelo Farina mostra degli short pubblicitari (visti dal conclave dei potenti in uno stanzone della villa) francamente troppo oltre le righe ed anche troppo lunghi nell’economia del film, così come lunghissimo è il conclave stesso in cui politici, industriali e clero disuctono sul futuro dell’umanità; d’altra parte però va riconosciuto a Farina l’aver messo a frutto quanto imparato nel campo pubblicitario, il suo vero lavoro prima di occuparsi di cinema.
Farina tenta di spiegare le motivazioni della lobby, ma in realtà riprende ancora una volta il discorso già avvenuto tra Nosferatu e Alberto, con il quale l’industriale ha spiegato la sua politica al  dipendente.
Sono errori veniali che però non inficiano il gran lavoro fatto dal regista piemontese che girerà due anni dopo il deludentissimo Baba Yaga; a questo sfolgorante esordio non seguirà nient’altro che il film citato e Farina si dedicherà alla scrittura e a short pubblicitari.

Tre fotogrammi dello short pubblicitario mostrato nel conclave dei potenti

Per quanto riguarda il cast, se si esclude il solito grandissimo Adolfo Celi tra gli attori non ci sono nomi di spicco; Giuliano Esperanti (qui come Giuliano Disperati) non era e non sarà un attore conosciuto, anche se va detto che il ruolo di Alberto lo copre con professionalità.
Geraldine Hooper, che interpreta Corinna la incontreremo in un curioso ruolo maschile nel celebre capolavoro di Dario Argento, Profondo rosso; in questo film lei sarà Massimo Ricci, l’amante gay di Carlo. La Hooper è assolutamente perfetta nel ruolo della segretaria di Nosferatu; efebica, androgina e misteriosa l’attrice fa il suo con estrema professionalità.
Da segnalare anche il ruolo di Francesca Modigliani che interpreta Laura; un’altra brava attrice che non ha trovato poi spazio nel cinema.
Le musiche, assolutamente in tema, sono di Amedeo Tommasi.

Laura si allontana nella nebbia

Hanno cambiato faccia è un film profetico; uscito nel 1971, sembra ricalcare nella tematica il grande fratello orwelliano, pur staccandosene nettamente per l’assoluta innovazione del personaggio del vampiro che controlla non solo le menti, ma tutti i gangli del consesso civile.
Un film coraggioso, che oggi sarebbe assolutamente improponibile; se qualcuno vuol gustarsi quest’opera davvero particolare e fascinosa troverà l’intero film su Youtube. Il consiglio personale e di non lasciarselo assolutamente perdere.

… hanno cambiato faccia

Un film di Corrado Farina. Con Adolfo Celi, Giuliano Disperati, Geraldine Hooper, Francesca Modigliani, Pio Buscaglione. continua» Amedeo Tommasi, Salvadore Cantagalli, Rosalba Bongiovanni Drammatico, durata 97′ min. – Italia 1971.

Alberto chiede istruzioni…

Nosferatu accoglie il suo ospite e dipendente, Alberto

Nosferatu è davvero morto?

Alberto è sconfitto: il suo mesto ritorno alla villa sotto lo sguardo trionfante di Corinna

Giuliano Disperati: Alberto Valle
Adolfo Celi: Giovanni Nosferatu
Geraldine Hooper: Corinna
Francesca Modigliani: Laura

Regia Corrado Farina
Soggetto Corrado Farina
Sceneggiatura Corrado Farina, Giulio Berruti
Casa di produzione Filmsettanta
Fotografia Aiace Parolin
Montaggio Giulio Berruti
Musiche Amedeo Tommasi

Francesca Modigliani, foto di scena

aprile 21, 2012 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , | Lascia un commento

Nel buio del terrore-Diabolicamente sole con il delitto

Nel buio del terrore, o anche Diabolicamente sole con il delitto; forse l’unica cosa intrigante sono i due titoli.
Il primo perchè allude ad un film che però non è quello che ci si appresta a vedere, visto che di buio e di terrore non c’è ombra o parvenza mentre più azzeccato è il secondo, ossia Diabolicamente sole con il delitto che calza a pennello ma che anche in questo caso allude a qualcosa che nel film è talmente intricato da risultare incoerente.
Già, perchè quel diabolicamente in realtà si riferisce ad una complicità tra le due protagoniste del film, che si concretizzerà in maniera contorta verso il finale del film che è forse la parte meno noiosa della pellicola stessa.
Pensare che le premesse per un film d’atmosfera e intrigante c’erano tutte; due attrici bellissime e sexy come Marisa Mell e Sylvia Koscina e un attore ormai quasi da leggenda come Fernando Rey.

Marisa Mell

Sylva Koscina

Ma le cose belle del film si fermano qui; anzi, potremmo aggiungere la location (una splendida villa a picco sul mare) e una fotografia molto curata il che però non evita anche errori incredibili, come la scena in cui la Mell e la Koscina fanno il bagno in una vasca e la Koscina appare con tanto di mutandine color carne!
Il resto purtroppo è noia sconfinata nonostante i colpi di scena che José Antonio Nieves Conde (che dirigerà la Mell nello stesso anno in …dopo di che, uccide il maschio e lo divora ) cerca di mettere su per ravvivare un film catatonico, imbastito sul solito canovaccio lui-lei-l’altra.
Lui è Luis Montalban, maturo ed affascinante industriale ovviamente ricco, lei è Carla bella e seducente squillo d’alto bordo, l’altra è Lola, cameriera di belle forme e volto incantevole povera in canna.
Cosa succede quindi al ricco Luis?


Succede di passare da una relazione con la esperta squillo ad una con la procace cameriera che nel frattempo ha allacciato anche una relazione saffica con Carla.
Il triangolo quindi si chiude perfettamente.
Ma Luis pensa a scompaginare le cose prendendo una sbandata per Lola e chiedendola in moglie; e allora cosa fa una cameriera bella e affascinante ma povera in canna?
Ovviamente sposa il maturo spasimante e si sistema per la vita.
Alla povera squillo non resta che leccarsi le ferite, consolata dal bel Alfred che è un artista di scarse fortune.
Dapprima Carla rifiuta l’uomo, poi poco alla volta conquistata dalla dolcezza e dalle premure del pittore, cede.
Qui cominciano i guai per Carla, perchè un giorno durante una passeggiata i due vengono apostrofati volgarmente da due tipacci; Alfred aggredisce i due uomini e ne accoltella uno uccidendolo.


Chissà perchè lo spettatore immagina la mossa successiva.
Accade infatti che il teppista superstite si metta a ricattare Alfred e la povera Carla, per aiutare il suo uomo, vende quello che ha e mette a tacere il ricattatore.
Intanto la sua rivale in amore Lola è rimasta vedova e ricca, perchè Luis è provvidenzialmente incappato in un incidente e ci ha lasciato le penne.
Carla nel frattempo ha scoperto casualmente che tutto l’accaduto, ovvero l’agguato dei due teppisti e la morte di uno di essi in realtà è stata solo una simulazione orchestrata dal suo bel Alfred.
E allora decide di vendicarsi utilizzando la vecchia amante Lola; fa in modo che Alfred agganci la donna e la invita sulla sua villa al mare.


Qui ci sarà la resa dei conti che però andrà in modo imprevisto.
Una sceneggiatura improbabile, una storia che non ha alcuna sorpresa perchè lo spettatore amante dei thriller riesce sistematicamente a prevenire le situazioni successive e tensione che è praticamente uguale a zero.
Non fosse per la Mell e la Koscina che regalano qualche brivido con le loro saffiche carezze, la narcosi sarebbe inesorabile.
Un pastrocchio confuso e soporifero al quale va riconosciuta solo una certa eleganza a livello formale; tuttta apparenza e nessuna sostanza in pratica.
Il povero Rey sembra in gita premio, mentre le due ottime attrici, la seducente Mell e la intrigante Koscina sono un gran bel vedere.
Sopratutto la seconda che mostra le sue grazie, mentre la Mell rimane abbottonata come una monaca ma è autrice di un sensualissimo strip verso la parte finale del film, strip che le permette di far agganciare al suo amante la ex rivale in amore.
Quindi, in definitiva, il film ha solo un motivo per essere visto, ovvero la presenza di due bellissime star che ci hanno purtroppo lasciate da tempo.

Nel buio del terrore (aka Diabolicamente sole con il delitto), Un film di José Antonio Nieves Conde. Con Sylva Koscina, Stephen Boyd, Fernando Rey, Marisa Mell Titolo originale Historia de una traición. Giallo, durata 98′ min. – Spagna, Italia 1971.

 

Marisa Mell … Carla
Sylva Koscina … Lola
Stephen Boyd … Artur
Fernando Rey … Luis Montalban
Massimo Serato … Hugo
Simón Andreu … Il pilota
María Martín … Regina

 
Regia: José Antonio Nieves Conde
Sceneggiatura: Juan José Alonso Millán,Juan Miguel Lamet
Produzione: Edmondo Amati
Musiche: Carlo Savina
Fotografia: Antonio L. Ballesteros
Editing: Pablo González del Amo

aprile 13, 2012 Pubblicato da: | Drammatico | , , | 2 commenti

Tony Arzenta

Tony Arzenta locandina

Tony Arzenta banner

Tony è un killer e nel suo mestiere è il migliore, preciso, silenzioso, implacabile. Ma la sua nuova natura di pater familia, gli impone di smettere. Guardare il piccolo dormire dopo aver tolto la vita a qualcuno, è una doppiezza che non gli attiene più; quella pallottola che prima o poi sarebbe diretta a lui, che non era mai stato un problema prima, adesso avrebbe il peso di una tragedia troppo grande. E allora ha deciso: un ultimo lavoro e poi fuori. Ma l’organizzazione per la quale ha lavorato fin’ora, una sorta d’internazionale del crimine in odore di mafia, non accetta dimissioni: Arzenta sa troppo e non può certo andarsene via così senza pagarne pegno.
Ed il pegno è alto, altissimo: ancora una volta, la propria stessa vita. Il conto che sarà costretto a pagare è, però, se possibile, ancora più salato. Dentro l’auto caricata di tritolo non salirà lui, vittima designata, ma sua moglie e suo figlio, la morte dei quali, contravvenente anche lo stesso codice “etico” della mala, scatenerà la sua contro-vendetta. Una gara venatoria in cui i ruoli di cacciatore e preda si ribalteranno continuamente.

Tony Arzenta 1

Alain Delon e Nicoletta Machiavelli

Mai arretrerà dal compito che si è dato: uccidere uno ad uno i vertici dell’organizzazione. Quando si piegherà ad una trattativa, mosso dalle garanzie di una tregua riferite per mezzo dell’amico parroco, è la fine. Una fine sbrigativa e beffarda.

Il plot del film è essenzialmente tutto qui. Come nelle parole dello stesso sceneggiatore, Roberto Gandus, è il canovaccio trito e ritrito del tipo che vuole abbandonare il giro ma glielo impediscono. Ed è vero.

Tony Arzenta 6

Ma Tony Arzenta vive d’altro ed è qualcosa che va aldilà e lo pone al di fuori del genere a cui è eletto, grosso modo il poliziottesco di quegli anni. E’ quella nota dolente che attraversa tutto il film, già da prima che il dramma si compia, che segna il volto di Tony sin dalle prime inquadrature. Poiché se Simenon, per tramite di Maigret, ebbe a dire che “Non esistono vittime e carnefici ma solo vittime“, allora Tony è già morto da tempo e quell’ultimo omicidio su commissione, è vissuto da lui come un ultima violenza a se stesso ed ai suoi cari.
Mentre in casa si festeggia il compleanno del figlio, con il fare dell’impiegato consapevole di star perdendo momenti fondamentali della sua vita per un lavoro che non ama, Arzenta si appresta a raggiungere il condannato a morte come se il condannato fosse lui stesso. Sui titoli va L’appuntamento di Ornella Vanoni. Forse è un allusione ai trascorsi della cantante nota anche per le cosiddette “canzoni della mala”;

Tony Arzenta 2

Carla Gravina

forse scelta per la profonda milanesità dell’interprete ad aprire un film profondamente meneghino come questo. Oltretutto contribuisce a datare gli eventi, è il 1973, oltre che a commentare per contrasto la tensione statica che prelude all’atto violento che sta per compiersi, dà la misura dell’anomala quotidianità di quella che è una persona qualunque, con “l’autoradio” ed il “mangianastri”, sintetizza il senso della vicenda ed anticipa gli eventi: la vita di Tony, da quel momento sarà segnata da una serie di appuntamenti con un destino che non darà tregua.

Tessari, regista robustissimo, qui, secondo il sottoscritto, al suo apice, rende omaggio al polar francese. Riprende Il clan dei siciliani di Verneuil e lo ibrida a Frank Costello faccia d’angelo.
Di fatto, sembra prendere il samurai di Melville trasponendolo in Italia, qualche anno dopo, con i segni del tempo, inteso più che altro come accumulo di amare esperienze giacchè Delon invecchia come il vino buono, che ne solcano il viso e ne incupiscono lo sguardo. Ridefinisce le coordinate spostandone l’accento sulla componente emotiva, laddove il noir d’oltralpe raffreddava e stilizzava i sentimenti.

Tony Arzenta 3

Silvano Tranquilli

Il percorso (de)formativo insito in pellicole come lo stesso Frank Costello, costruito come progressivo mutamento esistenziale del personaggio centrale, viene vissuto qui in modo estremamente doloroso: la perdita; la paura d’immaginarsi una nuova vita così profondamente lontana da quella precedente; l’oblio di se, nel rintanarsi nella solitudine della propria casa a macerare la pena nei ricordi, ad osservare i giocattoli del figlio, nello sfogliare l’ultimo libro letto dalla moglie.
I limiti del film vanno ricercati proprio nell’obiettivo che si è posto (il polar all’italiana); nei riferimenti troppo alti, un po’ pretenziosi, troppo al di sopra delle sue effettive possibilità.
Dove gli snodi drammaturgici avrebbero imposto una maggiore concentrazione, tutto viene risolto in azione, se non in ironia. Il ché smorza nettamente la tensione e la stessa visione viene, per questo, condizionata da aspettative puntualmente tradite. Ma, basta cambiare prospettiva e il film riconquista tutta la sua forza: è un thriller tutto italiano che della grammatica francofona assume soltanto i tratti essenziali e li sintetizza ulteriormente in un soggetto più ruvido ma più sentimentalmente coinvolgente.

Tony Arzenta 7

Per Arzenta, così come per Costello alla rottura dello schema rigidissimo entro il quale si muove, non può corrispondere seguito. E questo Delon lo fa presagire fin dai primi momenti, perchè, dall’attore immenso che fu, non interpreta, ma diviene il suo personaggio. Lo trascina, sequenza dopo sequenza, vivendolo fino in fondo, restituendo ogni sua pena in modo che più verosimile non potrebbe essere. Non si abbandona mai alla disperazione ma la introietta, rielaborandola in una vendetta silenziosa ed inarrestabile. Una vendetta che lo porterà sino a Copenaghen dove l’organizzazione è impegnata in un summit. E’ lui motore e fulcro della meccanica narrativa.
Lungo il percorso, affiorano gli stralci della sua vita nella forma di passate conoscenze: come Domenico (Marc Porel) che pagherà cara la sua amicizia; Sandra (Carla Gravina) che lo affiancherà sino alla fine e Dennino (Giancarlo Sbragia) che lo aiuterà, invece, durante la trasferta danese ma del quale traspare da subito la natura ambigua.

Tony Arzenta 4

Richard Conte e Umberto Orsini

Presenze che, insieme ai genitori, costruiscono con pochi segni la complessità di una figura che affianca la mietitura di anime a rapporti profondi e legami potenzialmente indissolubili.

Tony Arzenta vive di momenti, d’immagini, di concitate scene d’azione che sono tra le migliori mai realizzate in Italia. Così come più che efficaci sono le veloci sequenze in auto, dalle riprese oblique,
dal veloce montaggio alternato e dai carrelli Kubrickiani che anticipano Tony sotto i portici o tra i corridoi del residence. Vi sono attimi di estrema tensione (Tony, a Copenaghen, che, fuori dalla pensione, accompagna la prostituta nella piazza deserta pur consapevole del rischio d’agguato) e momenti di attesa leoniana (l’introduzione in casa di Cutitta o il matrimonio della figlia di Nick sul finale).

Tony Arzenta 5

A sinistra: Corrado Gaipa

Tony Arzenta 8

La fotografia dipinge quadri pop di grande profondità e contribuisce fortemente a trasmettere quel senso di amara desolazione che stringe il protagonista, attraverso espedienti di rara forza sintetica; come la zoomata a scatti, sul protagonista seduto in fondo, attraverso le aperture del corridoio di casa. O le riprese dell’accumulo di oggetti, dei resti di cibo e bevande che sottolineano in un attimo lo scorrere del tempo come da insegnamento del maestro Hitch (vedi La finestra sul cortile). Per non dire del campionario di modelli estetici vintage di cui il film diventa, inconsapevolmente, manifesto, rivisto a quarant’anni di distanza. Quando il filmare insistentemente abiti, architetture, interni, dischi, ecc., fu probabilmente un vezzo, anche piuttosto diffuso nel cinema del tempo e non solo italiano, di rendere tributo alla propria contemporaneità. Ed anche in questo il referente diretto restano le immortali geometrie di Frank Costello.

Tony Arzenta 9

A reggere il tutto contribuisce un vero e proprio dream team di caratteristi del cinema del tempo: oltre a Richard Conte e Umberto Orsini, Roger Hanin, Carla Calò, Silvano Tranquilli, Rosalba Neri, il grande Lino Troisi, Erika Blanc, Anton Diffring, i succitati Porel, Sbragia e Gravina. Facce note dietro le quali si celava un immenso lavoro d’artigianato che ha reso Tony Arzenta, con le sue mille sbavature, le sue altrettante ingenuità (soprattutto nei dialoghi) ed incoerenze (perchè Sandra dovrebbe farsi il viaggio da Milano alla Sicilia senza mai risistemarsi capelli e trucco dopo essere stata picchiata?) tra i migliori esempi del cinema di genere di quei tempi.
Si, ma a quale genere apparterrà un film come questo?

Tony Arzenta (Big Guns)
Un film di Duccio Tessari. Con Alain Delon, Roger Hanin, Marc Porel, Carla Gravina, Richard Conte, Nicoletta Machiavelli, Guido Alberti, Ettore Manni, Silvano Tranquilli, Carla Calò, Giancarlo Sbragia, Umberto Orsini, Rosalba Neri, Erika Blanc, Corrado Gaipa, Loredana Nusciak, Nazzareno Zamperla, Anton Diffring, Lino Troisi Titolo originale Big Guns. Drammatico, durata 113′ min. – Italia, Francia 1973.

Tony Arzenta banner gallery

Tony Arzenta 10

Tony Arzenta 11

Tony Arzenta 12

Tony Arzenta 13

 

Tony Arzenta banner personaggi

Alain Delon: Tony Arzenta
Richard Conte: Nick Gusto
Carla Gravina: Sandra
Marc Porel: Domenico Maggio
Roger Hanin: Carrè
Nicoletta Machiavelli: Anna Arzenta
Lino Troisi: Rocco Cutitta
Silvano Tranquilli: Montani
Corrado Gaipa: Padre di Tony
Umberto Orsini: Avvocato Isnello
Giancarlo Sbragia: Luca Dennino
Erika Blanc: Prostituta
Loredana Nusciak: L’amante di Gesmundo

Tony Arzenta banner cast

Regia Duccio Tessari
Sceneggiatura Franco Verucci, Ugo Liberatore e Roberto Gandus
Produttore Luciano Martino
Fotografia Silvano Ippoliti
Montaggio Mario Morra
Musiche Gianni Ferrio
Scenografia Lorenzo Baraldi
Costumi Danda Ortona
Trucco Mario Van Riel

Tony Arzenta locandina 3

Tony Arzenta locandina 2

Tony Arzenta locandina 4

aprile 2, 2012 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , , , , , | Lascia un commento

L’anno del dragone

Siamo nel 1985 e sono passati 5 anni dall’ultima regia di Michael Cimino, quel “I cancelli del cielo” che ha di fatto significato il fallimento per la United Artist.
La gloriosa casa di produzione che aveva prodotto capolavori come Oltre il giardino, Tornando a casa, Quinto potere ed altri aveva chiuso i battenti, strangolata dai costi di produzione del film costato quasi 45 milioni di dollari e che aveva incassato la miseria di 3 milioni.
Cimino è quindi diventato un nome poco gradito ai produttori, nonostante avesse firmato nel 1978 il celebre Il cacciatore; è la Dino De Laurentis production a dare una chance al regista americano e il regista di New York ne approfitta per stendere, con l’aiuto di Oliver Stone, la sceneggiatura di L’anno del dragone, riducendo per lo schermo un romanzo omonimo di Robert Daley.
Con un’incoscienza davvero unica, Cimino decide di affidare le due parti principali a Mickey Rourke e Ariane Koizumi; Rourke ha un buon passato, ma non è ancora famoso mentre Ariane Koizumi è praticamente una sconosciuta.
Il rischio di un altro flop costoso è quindi dietro l’angolo.


Viceversa, Cimino mostra di essere un talento naturale del cinema, ad onta delle poche regie fatte, solo 8 in tutto.
Se I cancelli del cielo, che pure era un grande film si era scontrato con una serie di problemi e alla fine era andato incontro al disastro ai botteghini, sorte diversa arride a L’anno del dragone che non solo si rivela un ottimo investimento ma che mette d’accordo critica e pubblico.
Cosa davvero rara per un film violentissimo e sorretto da una sceneggiatura tutto sommato abbastanza banale.
Eppure L’anno del dragone piace, a tratti entusiasma anche con i limiti di una storia già vista altre volte.
La storia narra le vicende di un Capitano di polizia di origini polacche, Stanley White chiamato dai suoi superiori ad un compito davvero difficile; mettere un freno alla dilagante violenza che spira sul quartiere cinese di Chinatown, dove la malavita organizzata ha creato un impero criminale che gode di oscure connivenze e che detta la sua legge spietata sugli abitanti del quartiere.
Stanley è un pluridecorato della guerra del Vietnam ed è tornato dalla “sporca guerra” con un odio mortale e inestinguibile nei confronti dei musi gialli, odio reso ancora più acuto dal ritiro americano che di fatto ha sancito la fine della guerra e la conseguente umiliazione americana.


Il Capitano si trova a dover fronteggiare da subito la guerra scatenata da quelle che sembrano giovani bande di delinquenti che hanno assassinato il capo della principale organizzazione criminale di Chinatown.
Le sue convinzioni sulla colpevolezza della popolazione amricanizzata di origine asiatica ben presto vengono smentite dai fatti; Stanley deve ricredersi perchè la responsabilità è della mafia di Chinatown, mimetizzata dietro la facciata per bene dei ristoranti, delle lavanderie, di quel mondo che ruota attorno al commercio e al turismo.
Stanley si ritrova anche con il matrimonio in crisi; la moglie, stufa dei suoi metodi violenti lo abbandona e lui cerca rifugio in un rapporto professionale prima, sentimentale poi con la bella giornalista Tracy Tzu, un’idealista innamorata del proprio lavoro e che vorrebbe cambiare lo status quo generatosi nel quartiere cinese.


La lotta di Stanley contro il crimine si trasforma in una crociata personale sanguinaria, violenta.
Pur di sconfiggere il nemico, Stanley adotta metodi violentissimi che ben presto portano alla morte i suoi collaboratori, facendogli perdere anche i gradi e la fiducia dei superiori che in qualche modo sono conniventi con i mafiosi, un pò perchè corrotti un pò perchè considerano il tutto come una faccenda interna al quartiere….
Come dicevo all’inizio, L’anno del dragone ha una trama tutto sommato poco affascinante; quello che più conta, per Cimino, è la messa in pratica di un teorema che l personaggio Stanley White fa suo, ovvero alla violenza si risponde con una violenza ancor superiore.


Il film, in questo modo, perde qualsiasi connotazione di denuncia sociale o filosofica, trasformandosi in una sarabanda di colpi di scena, di violenza inusitata mostrata allo spettatore in tutte le salse possibili.
Agguati, omicidi, sparatorie e inseguimenti finiscono per farla da padrone e le uniche pause del film diventano quelle dedicate alla relazione tra Stanley e la moglie o quelle con la sua nuova fiamma, Tracy che in fondo è l’unica che alla fine gli resta vicino.
Questo però non significa assolutamente che il film sia superficiale o peggio, un accozzaglia di morti ammazzati e di sparatorie.
Cimino riesce a mostrare il lato oscuro di Chinatown, quel mondo a se stante che si illude di potersi gestire da solo e quindi di poter agire aldilà della legge. Emerge uno spaccato fatto di violenza e sopraffazione in cui la responsabilità va ascritta anche alla corruzione di parte della polizia della città, che quando non è connivente assiste senza muover dito ai fatti generando così il clima che Chinatown è costretta a respirare.


Attorno troviamo la malavita internazionale legata alle triadi che gestiscono il mercato della droga e della prostituzione, del lavoro schiavistico e della tangente e di tutta la fenomenologia criminale comune purtroppo a tutte le mafie.
L’atmosfera del film appare stridente; la fotografia vira spesso tra luci abbaglianti e scenari plumbei, come la storia che scorre sotto gli occhi dello spettatore.
Il cast lavora con un sincronismo impressionante, seguendo le evoluzioni della storia ad una velocità che coinvolge lo spettatore fino all’ultimo fotogramma.
Il merito principale va ascritto a Mickey Rourke che disegna un personaggio indimenticabile, probabilmente il meglio riuscito nella sua carriera accanto a quello di Angel nel film Angel heart ascensore per l’inferno.
La faccia da duro e dannato, i metodi bruschi e spicci, la capacità di usare una straordinaria mimica facciale nel passare da espressioni ironiche a quelle da autentica faccia da schiaffi contribuiscono a rendere indimenticabile il personaggio di Stanley White, tanto che alla fine ci si chiede se l’attore quasi newyorkese in fondo non sia davvero nell’intimo come il personaggio interpretato.


Bravissima la sconosciuta Ariane Koizumi alle prese con il ruolo della giornalista dal volto pulito, l’idealista Tracy Tzu.L’attrice americana, nonostante l’ottima interpretazione, non riuscirà a trovare spazio ad Hollywood, limitandosi a lavorare solo in King of New York di Abel Ferrara e in Skin art di W. Blake Herron prima di scomparire del tutto.
Ancora una volta, un’attrice dalle ottime doti ignorata dalla mecca del cinema!
Il resto del cast fa la sua parte con diligenza e bravura; da segnalare l’ottimo John Lone (che rivedremo l’anno successivo in L’ultimo imperatore di Bertolucci, nel ruolo principale di Pu Yi) che verrà ingiustamente escluso dal premio Oscar (L’ultimo imperatore ne vinse 8)

L’anno del dragone
Un film di Michael Cimino. Con Mickey Rourke, John Lone, Ariane, Dennis Dun, Victor Wong,Jack Kehler, Eddie Jones, Fabia Drake, Caroline Kava, Desmond McNamara, Ariane Koizumi, Ray Barry, Lenny Termo, Tony Lip, Joey Chin, Hon Lam Baau, Rosa Ng, K. Dock Yip, Daniel Davin, Mark Hammer, Gerald Orange, Paul Lee, Chim Sum Lee, Keenan Leung, Jeff Khowong, Jerry Chan, Jerry Chang, Gardell Tung, Johnny Shia, Doreen Chan, Aileen Ho, Lisa Lee, Steven S. Chen, Paul Scaglione, Joseph Bonaventura, Jilly Rizzo, Mei Sheng Fan, Harry Yip, Lin Ngan Ng, Raymond J. Barry, Tisa Chang, Janice Wong, James Scales, Way Dong Woo, Jimmy Sun, Judy Dennis, Jadin Wong, Lucille D’Agnillo, Susan Ricketts, Emily Woo, Rudy Ugland Titolo originale Year of the Dragon. Drammatico, durata 136 min. – USA 1985.

Mickey Rourke: Stanley White
John Lone: Joey Tai
Ariane Koizumi: Tracy Tzu
Leonard Termo: Angelo Rizzo
Raymond J. Barry: Louis Bukowski
Caroline Kava: Connie White
Eddie Jones: William McKenna
Joey Chin: Ronnie Chang
Victor Wong: Harry Yung
Dennis Dun: Herbert Kwong

Regia Michael Cimino
Soggetto Robert Daley (romanzo)
Sceneggiatura Michael Cimino, Oliver Stone
Produttore Dino De Laurentiis
Fotografia Alex Thomson
Montaggio Noëlle Boisson, Françoise Bonnot
Musiche David Mansfield
Scenografia Wolf Kroeger

Ferruccio Amendola: Stanley White
Massimo Giuliani: Joey Tai
Isabella Pasanisi: Tracy Tzu
Maria Pia Di Meo: Connie White

marzo 31, 2012 Pubblicato da: | Drammatico | , , , | Lascia un commento

Violentata sulla sabbia

Vanina e Juliette sono due giovani amiche che si recano in Sardegna in vacanza.
Ma Vanina non riesce a rilassarsi nemmeno in vacanza: nella sua mente, come in un incubo, scorrono di continuo le immagini di quando era piccola e assistette impotente allo stupro con conseguente omicidio della madre.
Il drammatico episodio ha ovviamente lasciato degli strascichi, che condizionano la vita della ragazza.
Giunte in paese, le ragazze devono fare i conti con la mancanza di soldi a cui si aggiunge la cronica mancanza di alloggi poichè siamo in piena estate e il posto pullula di turisti.
L’unica opportunità di alloggio è la casetta dimessa di un pescatore locale, che naturalmente non rimane indifferente davanti alle grazie delle due donne.
Per Vanina tuttavia il trauma subito è diventato un’autentica ossessione, tanto da farle desiderare di provare la stessa esperienza della madre, ovvero essere violentata per liberarsi dai suoi fantasmi.

Una giovanissima Carole Andrè è Vanina

Cosa che puntualmente avverrà e alla fine Vanina, finalmente guarita, finirà le vacanze e tornerà a casa con la fedele amica.
Trama a dir poco ridicola e farsesca, quella di Violentata sulla sabbia, opera seconda (ed ultima) di Renzo Cerrato, che nel 1968 aveva diretto il discreto Niente rose per OSS 117.
Qui invece siamo di fronte ad un film eccessivamente verboso, con una trama discutibile rimaneggiata da un romanzo di André Pieyre de Mandiargues, che può essere visto solo per due motivi.


Il primo dei quali è la presenza di Carole Andrè, la leggendaria Perla di Labuan del Sandokan televisivo, bellissima e seducente dall’alto dei suoi 18 anni; l’altro è lo splendido scenario naturale della Sardegna, fatto di distese di sabbia incontaminate e mare dai colori cangianti tra il verde smeraldo e l’azzurro cobalto.
Il resto è solo confusione, dialoghi davvero difficili da digerire e la continua preparazione di Vanina al suo personale colpo di teatro, quando cioè alla fine, dopo aver predisposto con accuratezza lo scenario della violenza carnale che deve subire, ottiene ciò che vuole in riva al mare e di sera, mentre un’insopportabile voce fuori campo ci esplica sui pensieri segreti della ragazza.
L’unico vero motivo di interesse diventa così l’assistere alle evoluzioni psicologiche di Vanina, che includono una performance fisica in cui cosparsa di vernice dorata (in pura imitazione 007 Goldfinger) si sdraia su un letto spiata morbosamente dal suo futuro amante di una sera.

La splendida location sarda (l’oscurità dei fotogrammi è naturale)

Sbaglia chi crede di trovarsi ad un film erotico, perchè di eros non c’è nemmeno l’ombra e la Andrè si mostra davvero con parsimonia.
Un film sciatto, quindi, che non riveste alcun particolare interesse se non dal punto di vista naturalistico e paesaggistico.
E’ bello vedere la Sardegna di inizi settanta incontaminata e non ancora aggredita dal turismo di massa e dalla cementificazione.


In quanto al cast attoriale, detto che la Andrè è bella da vedere e tutto sommato non recita affatto male si può accennare davvero di sfuggita al resto del cast che include il compianto Angelo Infanti (scomparso ad ottobre 2010), Bruno Alias, Tiberio Murgia, Kiki Caron e Marisa Solinas.
Ottima la fotografia, discreto il tema musicale, mentre la location è l’incantevole Siniscola nella frazione di Santa Lucia, nelle Baronie in Sardegna.

Violentata sulla sabbia
Un film di Renzo Cerrato. Con Angelo Infanti, Marisa Solinas, Carole André, Giustino Durano, Kiki Caron, Pietro Tordi, Tiberio Murgia Drammatico, durata 92 min. – Italia 1971

Carole Andrè- Vanina
Kiki Caron- Juliette

Regia Renzo Cerrato
Soggetto André Pieyre de Mandiargues
Sceneggiatura Giovanni Simonelli
Pierluigi Ciriaci
Casa di produzione Comacico
Milvia Cinematografica
Fotografia Edmond Séchan
Montaggio Raimondo Crociani
Musiche Gianfranco Plenizio

marzo 28, 2012 Pubblicato da: | Drammatico | , | 2 commenti

Bubù

La bella e giovane Berta lavora in una filanda, sognando come tutte le ragazze della sua età solamente un amore e una vita tranquilla.
Crede di realizzare i suoi sogni il giorno che incontra Bubù, un giovane che dice di lavorare come fornaio.
Ma Bubu non ha alcuna voglia di lavorare e dopo aver fatto facilmente breccia nel cuore della ingenua Berta, la convince a prostituirsi con la scusa che in questo modo avranno presto i soldi per sposarsi.
Berta, innamorata, accondiscende e da quel momento diventa una delle tante ragazze parigine costrette a vendere il proprio corpo per una manciata di denaro.
La vita avvilente che fa la convince sempre più a cercare di uscire dal tunnel nel quale si è infilata e la cosa sembra diventare possibile quando Bubù viene arrestato; Berta, che nel frattempo ha conosciuto tra i suoi clienti il timido Piero, sogna di potersi rifare una vita con lui. Per qualche tempo il sogno sembra potersi realizzare perchè la ragazza torna ad essere una ragazza qualsiasi, innamorata del suo uomo e che fa le cose più innocenti, come una passeggiata o mangiare in compagnia un gelato.
Ma Bubu esce dal carcere e…..


Tratto dal romanzo di Charles-Louis Philippe dal titolo Bubu di Montparnasse e ridotto per lo schermo da Mauro Bolognini nel 1971, Bubu è un film che ricalca quasi fedelmente il romanzo originale dal quale si distingue solamente in qualche cosa che non aggiunge o toglie nulla all’originale scritto da Philippe nel 1901
Un film raffinato, come del resto nella tradizione del regista toscano, che nei due anni precedenti alla realizzazione di questo film aveva diretto il protagonista principale, l’attore Massimo Ranieri, in due film di buon successo, ovvero Metello e Imputazione di omicidio per uno studente.
Bolognini ricostituisce quindi la coppia Massimo Ranieri-Ottavia Piccolo, che così buona prova di se aveva dato in Metello, uno dei grandi successi della stagione 1970 e affida loro i due personaggi chiave della storia, ovvero il timido e impacciato Piero e la ingenua e sprovveduta Berta.

Ottavia Piccolo

Massimo Ranieri e Gigi Proietti

Attorno alle vicende dei due impossibili amanti, Bolognini ricrea l’atmosfera di una Parigi degli inizi 900 vista nei suoi angoli più autenticamente popolari; la tintoria, i boulevard secondari, la squallidissima stanza o le stanze sempre disadorne nelle quali la sventurata Berta riceve i suoi amanti di un’ora si aggiungono ad una visione di una Parigi non di certo da cartolina, come del resto appariva nel romanzo di Phlippe.
E’ questa una delle caratteristiche principali del film di Bolognini, del resto sempre attento nel corso della sua carriera nell’offrire allo spettatore una visione del contesto storico e sociale quanto più aderente possibile all’evento narrato.
Come in Metello o in L’eredità Ferramonti o in Per le antiche scale, l’ambiente finisce per avere una predominanza fortissima;

ma ovviamente il tutto si amalgama nella storia raccontata che ha, al centro dell’attenzione, la vita dei personaggi che animano il film.
In questo caso i personaggi focalizzati e raccontati sono tre; il primo è il classico ragazzo da mauveais rue, il fornaio Bubu, lo squallido corruttore della giovane Berta.
Un uomo privo di ogni regola morale, poco o per nulla attratto dal lavoro che scopre come svangare la giornata nel momento in cui conosce la timida Berta.
La quale è la classica ragazza del proletariato che altro non sogna che l’amore e la famiglia.
Una ragazza già consapevole che nel suo strato sociale altre scelte di vita non sono possibili e che quindi accetta con fatalità la sorte che le viene dalla sua estrazione popolare.
Per amore Berta sceglierà di assecondare lo scaltro Bubu, che le promette il matrimonio ma che la convince anche ad abbreviare i tempi per raggiungerlo nel modo più veloce possibile, ovvero inducendo la disgraziata ragazza alla prosituzione.


Così Berta finisce per diventare una donna perduta, una prostituta che passa da cliente a cliente per racimolare i soldi che il furbo Bubu comunque le estorce e che ben presto si mostrerà per quello che è nella realtà, un pappone che ha scoperto come vivere comodamente senza lavorare.
Il sogno di Berta quindi si dissolve ma riacquista forza il giorno che il suo sfruttatore finisce in prigione; l’affetto sincero di Piero, che la ama e vorrebbe trascinarla fuori dal fango nel quale è caduta sembra davvero essere in grado di compiere il miracolo.
Ma il destino di Berta è segnato e il finale, amarissimo, mostrerà come il sogno della ragazza e di tante altre sue coetanee sia destinato a restare tale.
Accanto alle squallide vicende di Bubu e Berta, appena nobilitate dall’amore disinteressato di Piero, si muove un mondo sordido e corrotto, una Parigi letteralmente divisa in due: da un lato gli eleganti lungo Senna e i giardini curatissimi, la borghesia che sfoggia vestiti eleganti e cappellini, ombrelli finemente ricamati e carrozze, dall’altro le condizioni di vita miserabili del proletariato, lo squallore che diventa emblema assoluto di una classe sociale.
Accanto alla descrizione accurata di Bolognini, vero punto di forza del film che si muove su una sceneggiatura lineare e semplice vincolata com’è dal romanzo breve di Philippe va segnalata la prova maiuscola dei due attori principali.
Ottavia Piccolo, bellissima e intensa, è una Berta credibilissima, quasi francese nel suo essere così naturalmente inserita nella struttura portante del film, quel mondo proletario che ne esalta la virginea bellezza che verrà deturpata proprio dal mondo nel quale vive e dal quale non c’è via d’uscita.


Molto bravo anche Massimo Ranieri, attore credibilissimo capace di dare un’aria di pulizia ad un personaggio che in fondo richiedeva solo questo, ovvero essere in contrasto palese con il mondo sordido nel quale vive Berta.
L’attore napoletano conferma quindi la sua abilità istrionica, così come molto convincenti sono le altre interpretazioni degli altri personaggi del film, a partire da quella dello squallido Bubu interpretato da Antonio Falsi e quella di Gigi Proietti, questa volta sacrificato in un ruolo secondario.


Splendida la fotografia di Guarnieri, adeguate le musiche di Rustichelli.
A margine mi preme sottolineare una cosa, ovvero l’accoglienza fredda, quasi snob riservata al film alla sua uscita.
Il che evidenzia un aspetto paradossale della cinematografia dell’epoca; se si snobba un film di ottima fattura come questo, vuol dire che la critica cinematografica dell’epoca era davvero abituata troppo bene, forse complice la grande statura del cinema italiano dell’epoca, che sfornava capolavori e ottimi prodotti a getto continuo.
Gli ipercritici di allora potessero fare un raffronto con la qualità del cinema degli ultimi vent’anni rivaluterebbe il 50% di ciò che venne all’epoca ingiustamente denigrato.

Bubù
Un film di Mauro Bolognini. Con Ottavia Piccolo, Gianna Serra, Luigi Proietti, Massimo Ranieri, Jole Silvani, Marcella Valeri, Brizio Montinaro, Antonio Falsi, Nike Arrighi Titolo originale Bubu. Drammatico- durata 99′ min. – Italia 1971.

Massimo Ranieri… Piero
Ottavia Piccolo … Berta
Antonio Falsi … Bubu
Gigi Proietti … Giulio

Regia: Mauro Bolognini
Sceneggiatura: Mauro Bolognini, Mario di Nardo,Giovanni Testori
Romanzo: Charles-Louis Philippe
Produzione: Manolo Bolognini .
Musiche: Carlo Rustichelli
Montaggio: Nino Baragli
Fotografia: Nino Baragli
Costumi: Piero Tosi

marzo 26, 2012 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , | 2 commenti

E sul corpo tracce di violenza

Una giovane provinciale francese, Anne Marie, alla ricerca di un lavoro che le dia indipendenza economica e che la appaghi accetta l’invito di una sua amica parigina, Giulia e fa un provino come indossatrice.
Anne Marie è una bella ragazza e supera brillantemente la prova, iniziando a lavorare anche all’estero. A Londra la ragazza posa nuda per un servizio fotografico, incappando nel reato di oscenità. Processata, Anne Marie viene multata; durante un party alla donna viene rimproverata la cosa, e la ragazza decide di andarsene con Mark Desade principalmente per sfuggire ai sorrisetti ironici dei presenti alla festa.
Ma sarà una decisione fatale.
Mark infatti, dopo una cena, la convince a seguirlo a casa sua in campagna dicendole che avrà modo così di conoscere la sua famiglia.

L’umiliante ispezione corporale

L’amica di Anne Marie, Julie (l’attrice Ann Michelle)

E’ una trappola: a casa di Mark la attende un destino terribile, comune ad altre ragazze.
In casa Desade (questo il nome della famiglia, decisamente allusivo) è stato costituito un tribunale assolutamente illegale.
La mamma di Mark, una ex secondina di un carcere cacciata per aver abusato del suo potere agisce in combutta con suo marito Bayley (un giudice cieco in pensione) arrogandosi il diritto di giudicare donne che hanno in qualche modo violato la legge e che da quest’ultima sono state condannate a pene troppo miti, secondo l’irrazionale pensiero di Margareth Desade.
Nella casa, trasformata in una prigione dalle regole severissime, la donna agisce come una kapò nazista; le ragazze detenute sono sottoposte ad una disciplina ferrea e punite alla minima mancanza.


Nelle leggi non scritte della casa, ma esposte con durezza alle prigioniere, c’è un decalogo che prevede punizioni sempre più pesanti in caso di violazione del regolamento.
Si passa infatti, come avrà modo di sperimentare Anne Marie sulla sua pelle, da punizioni corporali (riduzione del cibo, fustigazione ecc.) alla pena capitale in caso di più violazioni delle regole.
La caparbia Anne Marie, ribelle e insofferente a quelle che considera leggi arbitrarie viene alla fine condannata a morte.
Riesce a fuggire, ma si affida alla persona sbagliata.
L’uomo che la raccoglie infatti la riporta alla villa, convinto che questa sia una casa di cura privata.
Anne Marie riesce a contattare Giulia che accorre prontamente con il suo compagno; ma gli avvenimenti precipitano.
Giulia è catturata dalla terribile famiglia, Anne Marie finisce per essere impiccata ma è in arrivo la giusta punizione per i Desade.
Dopo una lite furibonda, Mark viene ucciso da sua madre che subito dopo, sconvolta, si suicida.
Tony, il compagno di Giulia, arriva alla villa con la polizia che può solo liberare le ragazze recluse e arrestare l’ultimo componente della famiglia, il vecchio giudice.
Un buon prodotto, questo E sul corpo tracce di violenza, titolo un pò strambo visto che nell’originale inglese si chiama The house of whipcord, diretto dal regista inglese Peter Walker.


Il film scorre con notevole tensione sorretto da una discreta sceneggiatura e dall’indubbio mestiere di Walker, noto in Italia per La casa del peccato mortale, L’allegro college delle vergini inglesi, per Chi vive in quella casa? e per La casa dalle ombre lunghe ; dopo la parte introduttiva, che racconta brevemente l’antefatto della vita della protagonista Anne Marie, il film sale di livello sia come interesse sia come tensione.
Dal momento dell’arrivo della ragazza a casa Desade è un crescendo di suspence, anche perchè, chi non ha letto la trama, non riesce a capire bene cosa stia per accadere.
Le cose diventano chiare con l’introduzione del personaggio chiave del film, la diabolica e inflessibile signora Margaret; una donna repressa, come scopriremo, che conduce una sua personale battaglia contro quella che considera l’amoralità dei costumi delle sue vittime, delle quali diventa carceriera e poi carnefice, arrogandosi un diritto che a suo giudizio le deriva dalle sentenze pronunciate dal giudice Bayley, suo marito.
Casa Desade così si trasforma in un carcere degno del più buio medioevo, con la famiglia Dessart trasformata in un tribunale dell’Inquisizione.
Con molta furbizia e mestiere, Walker semina qua e la qualche nudo femminile, poco funzionale a tratti alla storia raccontata; un espediente classico per strizzare l’occhio al pubblico più lubrico, che però funziona vista l’assenza (o quasi) di scene erotiche o di sesso.
La tensione resta alta per tutto il film e il finale è in linea con il racconto. La ricostruzione psicologica dei personaggi è abbastanza accurata così come una sottile denunica sul sistema giudiziario inglese.

Mark, l’adescatore

Spietate punizioni

Tornando al film, la protagonista muore pagando colpe inesistenti, se non quelle di aver tenuto testa caparbiamente alla volontà distruttiva di Margaret, ma i colpevoli finiranno per pagare lo stesso prezzo.
A salvarsi sarà solo il vecchio giudice cieco, docile strumento nella mani della diabolica Margaret che però pagherà un prezzo adeguato ai suoi misfatti, con un omicidio perpetrato ai danni di suo figlio e conseguente suicidio, che restano una delle cose migliori del film.
Il cast merita la sufficienza, con la bella Penny Irving che interpreta Anne Marie e Ann Michelle che interpreta Giulia misurate ed efficaci.
Molto bene Barbara Markham, l’auto proclamatasi carnefice di colpevoli che esistono solo nella fantasia malata della donna, così come bene lavora Patrick Barr, il giudice.

L’aguzzina

L’arrivo della polizia

Uscito nel 1974, E sul corpo tracce di violenza passò quasi inosservato per riscuotere qualche anno dopo un discreto successo.
I motivi sono da cercare nell’abbondanza di titoli usciti negli anni d’oro del cinema mondiale, fertili sia dal punto dei biglietti staccati al botteghno sia dal punto di vista strettamente qualitativo dei prodotti offerti.
Il film è stato rieditato in digitale, per cui chi vuole può gustarsi la visione di un prodotto che non deluderà di certo.
…E sul corpo tracce di violenza
Un film di Peter Walker. Con Patrick Barr, Barbara Marham, Penny Irving, Ann Michelle-Titolo originale House of Whipcord. Drammatico, durata 102 min. – Gran Bretagna 1974. –

Penny Irving …Anne Marie
Barbara Markham … La signora Wakehurst
Patrick Barr … Il giudice Bailey
Ray Brooks … Tony
Ann Michelle … Julia
Sheila Keith … Walker
Dorothy Gordon … Bates
Robert Tayman … Mark E. Desade
Ivor Salter … Jack
Karan David … Karen
Celia Quicke … Denise
Ron Smerczak … Ted
Tony Sympson … Henry
udy Robinson … Claire
Jane Hayward … Estelle
Celia Imrie … Barbara

 

Regia: Pete Walker
Sceneggiatura: David McGillivray e Pete Walker
Produzione: Pete Walker
Musiche: Stanley Myers
Cinematography: Peter Jessop
Montaggio: John Black

marzo 24, 2012 Pubblicato da: | Drammatico | , , | Lascia un commento

Un uomo chiamato cavallo

A caccia nel West con tre suoi dipendenti, il lord inglese John Morgan viene attaccato nel suo accampamento mentre fa il bagno nel fiume.
A sferrare l’attacco è un gruppo di Sioux del capo Mano gialla, che dopo aver ucciso i tre collaboratori di Morgan legano quest’ultimo con un giogo e lo trascinano, nudo com’è verso il loro accampamento.
Qui Morgan viene affidato alla anziana moglie di Mano gialla e da quest’ultima deriso e destinato a lavori pesanti e umilianti.
Lo choc per l’aristocratico è fortissimo; abituato a comandare e ad essere servito si trova ora a dover fare cose che non si è mai sognato di far prima, mentre la tribù non perde occasione per deriderlo.

I Sioux deridono l’uomo bianco

“Io sono un uomo”

Per fortuna di Morgan all’interno del villaggio Sioux vive Batise, un mezzosangue figlio di un francese e di una Sioux, che sembra pazzo da legare; in realtà Batise è tutt’altro che matto e ha solo finto di esserlo, conoscendo il profondo rispetto che i nativi hanno per i malati di mente, considerati sacri a Manito.
Con l’aiuto di Batise Morgan, che ora è diventato Shunka Wakan, ovvero cavallo in lingua Sioux, inizia a capire quel mondo così alieno dalla sua cultura che rappresenta l’universo Sioux.
Dopo aver compreso che tutti i tentativi di fuga sono completamente inutili, Morgan inizia ad apprendere la lingua nativa e a sognare di poter finalmente essere considerato non più Shunka Wakan, il cavallo destinato solo a lavori pesanti, ma un uomo.
Dopo un lungo periodo in cui John Morgan si integra quanto può nel mondo Sioux arriva il giorno in cui finalmente può dare prova di essere un uomo; l’occasione capita quando riesce ad uccidere due ladri di cavalli Shoshone e a scalparli.
Guadagnatosi così un minimo di rispetto, Morgan decide di fare il passo successivo, diventare a tutti gli effetti un Sioux per poter sposare anche la bella Tortora bianca, figlia del capotribù.

Morgan osserva di nascosto il bagno di Tortora bianca

Viene così sottoposto alla terribile prova del dolore, quella che i nativi fanno per dimostrare di essere passati nell’età adulta; appeso a due ganci conficcati nella pelle del petto e sollevato per qualche metro da terra, Morgan riesce in qualche modo a sopportare il terribile dolore e da quel momento diventa un Sioux, essendosi guadagnato la stima della tribù.
Sposa quindi la sua amata Tortora bianca e per qualche anno vive con lei un matrimonio felice, allietato anche dalla nascita di due figli. L’orgoglioso e sprezzante lord inglese si è tramutato in un Sioux vero e proprio, che vive secondo le leggi della natura e collabora con quella che è a tutti gli effetti una grande famiglia.
Un giorno però una banda Shoshone attacca il villaggio per razziarlo; nonostante la tattica militare di Morgan e la terribile battaglia vittoriosa contro i predoni, pur vincendo i Sioux scoprono di aver pagato un prezzo altissimo in vite umane.
Il prezzo più pesante lo paga proprio John Morgan che piange la morte dei due esseri a cui voleva più bene, Batise e Tortora bianca, che era incinta.

Morgan e Tortora bianca sono marito e moglie

Con la morte nel cuore, John Morgan seppellisce amico e moglie e mestamente, raccolte alcune cose, fa ritorno in Inghilterra.
Un uomo chiamato cavallo (A Man Called Horse) per la regia di Elliot Silverstein è un film di capitale importanza tra quelli dedicati ai pellerossa e quindi, in senso più generico, all’intera cinematografia della frontiera e del selvaggio West.
Con Il Piccolo grande uomo di Arthur Penn e Soldato blu di Ralph Nelson il film di Silverstein racconta in modo totalmente differente la storia dei nativi americani, i pellerossa, quasi sempre dipinti nei film del passato (fatte salve onorevoli eccezioni) come selvaggi e brutali, crudeli e sterminatori.
La verità storica sulla cultura nativa viene ripresa da questi tre film in maniera profondamente differente; nel caso di Il Piccolo grande uomo si assiste finalmente al tramonto del mito dell’epopea del West, mostrato in tutte le angolazioni. La molla del guadagno ad ogni costo, della violenza come strumento di conquista ha finalmente la giusta collocazione mostrando come i pionieri non si fecero alcuno scrupolo nel distruggere la cultura nativa, sterminando i pellerossa e attribuendo loro misfatti che in realtà erano solo una forma di autodifesa.

Richard Harris

Soldato blu di Nelson va oltre, raccontando tramite la descrizione del vergognoso massacro di Sand Creek la vera morale dei bianchi conquistatori, pronti al massacro per i loro loschi interessi.

Prove d’amore tra Morgan e Tortora bianca

Un uomo chiamato cavallo si pone in qualche modo a metà strada tra i due film citati, che gli sono superiori per spessore anche se non per efficacia e capacità di raccontare una storia dalla parte dei pellerossa.
Il film è decisamente un ottimo prodotto, confezionato splendidamente sopratutto nella parte che riguarda la ricostruzione storica della vita di un villaggio Sioux, riportata con molt fedeltà e dovizia di particolari assolutamente aderenti a quella che era la vita dei Sioux stessi.
Ma manca di profondità, accentrato com’è attorno alle vicende di John Morgan, che finisce per attirare l’attenzione e distogliere invece la stessa da un discorso più profondo sui nativi.
Che vivevano in profonda simbiosi con la natura, rispettandone gli equilibri; basti ricordare la storia di Buffalo Bill, grande uccisore di bufali all’inizio della sua carriera e convertitosi in seguito. I Sioux e gli altri nativi uccidevano solo il quantitativo di animali minimo per la sussistenza mentre i bianchi si rendevano responsabili di orribili massacri, assolutamente ingiustificati con migliaia di carcasse di bufali e bisonti lasciate a marcire senza scopo alcuno se non quello del divertimento puro.

Il consiglio dei Sioux

Tutto questo è presente in Il piccolo grande uomo e in parte in Soldato blu, mentre in Un uomo chiamato cavallo predomina l’interesse per la vicenda umana di John Morgan; va anche detto che il film è tratto da un racconto e che quind la sceneggiatura ha dovuto muoversi su binari obbligati.
Probabilmente il romanzo di Dorothy M. Johnson da cui è tratto il film si dispiegava nel modo in cui poi Silverstein ha tradotto in linguaggio cinematografico le parole della Johnson; dico probabilmente perchè non ho letto il romanzo della stessa.

L’attacco dei predoni Shoshone

Tuttavia, nonostante questa pecca di profondità poco evidente il film ha il grosso merito di essere ben girato, di affascinare con una location selvaggia e di essere interpretato benissimo.
Bisognerà aspettare Balla coi lupi per ritrovare un film così attento ai dettagli; l’altro grosso merito del film è l’aver valorizzato l’elemento storico, come accennavo prima.
Il villaggio Sioux, i loro canti e i loro balli, le loro attività mostrano un’attività di documentazione molto ampia e sicuramente resa visivamene con indubbie capacità da Elliot Silverstein, l’oggi ottantacinquenne regista di Boston autore di Cat Ballou.
Grande interpretazione del personaggio di John Morgan da parte di Richard Harris, il compianto attore scomparso nel 2002 autore di una performance indimenticabile.
Harris passa, nella sua recitazione, attraverso i vari stadi dell’avventura che vive da aristocratico con la puzza al naso a parte integrante della tribù Sioux; il completamento e la maturazione di Morgan sono mostrati con bravura e capacità, tanto da diventare un caso di perfetta identificazione attore/ personaggio.
Il successo di Un uomo chiamato cavallo spinse l’attore inglese, nel 1976, a interpretare nuovamente John Morgan nel primo dei due sequel dedicati a quella che divenne una mini saga che includeva La vendetta dell’uomo chiamato cavallo e nel 1983 Shunka Wakan. Sia La vendetta dell’uomo chiamato cavallo di Irvin Kershner che Shunka Wakan di John Hough non ebbero un grosso riscontro ai botteghini; la storia di Silverstein mal si prestava ad un sequel, essendo scomparsi nel film tutti i principali protagonisti della storia, ovvero Batice e Tortora bianca.
Da segnalare nel film anche le ottime prove dei due principali comprimari, ovvero Batice interpretato molto bene da Jean Gascon e Tortora bianca interpretata dalla bellissima Corinna Tsopei, che se da un lato è una pellerossa davvero anomala, dall’altro riesce a dare credibilità ad un personaggio che lei, troppo raffinata, sembrava incapace di poter incarnare.

Corinna Tsopei, Tortora bianca

I Sioux piangono i loro morti dopo la battaglia

Uno dei film più interessanti della cinematografia dedicata ai pellerossa, quindi; con Un uomo chiamato cavallo per un attimo spariscono gli stereotipi dei “bianchi buoni e indiani cattivi“, dell'”arrivano i nostri” per lasciare posto ad una visione più attenta e storicamente valida delle vicende dei nativi stessi.
Un film che vale sicuramente una visione anche alla luce del buon ritmo e del fascino che il film riveste.

 

 Un uomo chiamato cavallo

Un film di Elliot Silverstein. Con Richard Harris, Judith Anderson, Jean Gascon, Manu Tupou, James Gammon, Corinna Tsopei, Dub Taylor, William Jordan, Eddie Little Sky, Michael Baseleon, Lina Marin, Tamara Garina, Terry Leonard Titolo originale A Man Called Horse. Western, durata 114′ min. – USA 1970.

Un aristocratico inglese nel selvaggio West

Morgan fa il bagno nel fiume prima di essere catturato

La prova del dolore

Ultimi momenti di felicità e tranquillità

L’addio a Tortora bianca

Richard Harris … John Morgan
Judith Anderson … Buffalo Cow Head
Jean Gascon … Batise
Manu Tupou … Mano gialla
Corinna Tsopei …Tortora bianca
Dub Taylor … Joe
James Gammon … Ed
William Jordan … Bent
Eddie Little Sky … Aquila nera
Michael Baseleon …Lungo piede
Lina Marín … Thorn Rose
Tamara Garina … Donna alce
Iron Eyes Cody …Uno stregone
Tom Tyon …L’uomo della medicina

Regia Elliot Silverstein
Soggetto Dorothy M. Johnson
Sceneggiatura Jack DeWitt
Montaggio Philip W. Anderson, Michael Kahn
Musiche Lloyd One Star, Leonard Rosenman

Copertina della soundtrack del film

Locandina del primo sequel

Lobby card del film

La bellissima Corinna Tsopei

Il celebre fotogramma della prova del dolore

Foto pubblicitaria del film

Foto di scena

marzo 17, 2012 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , | Lascia un commento

La ragazza di nome Giulio

La ragazza di nome Giulio locandina

Un film controverso, La ragazza di nome Giulio. Tratto dall’omonimo romanzo di Milena Milani , uscito nel 1964 e subito sequestrato per oltraggio al pudore, costò alla sua autrice un processo che in prima battuta la vide condannata a sei mesi di reclusione mentre il libro finì per essere ritirato dal commercio, salvo poi l’anno successivo vedere ribaltata la sentenza perchè vennero riconosciuti, al romanzo stesso meriti artistici.

Il perchè del furore iconoclasta della censura sta tutto nella storia che racconta la Milani ovvero quella di Giulio, ragazza di ottima famiglia che viene iniziata al sesso dalla sua governante, scoprendo in seguito non solo di non essere capace di provare piacere, ma di non sapere amare.
Una tematica forte, per un’Italia ancora bacchettona, quella che copriva le gambe delle gemelle Kessler e di Abbe Lane, un’ Italia in pieno boom economico ma dalla morale ristretta, pesantemente condizionata da valori etici trasmessi in primis dalla chiesa.

La ragazza di nome Giulio 15

Silvia Dionisio

Quando il regista Tonino Valerii prese in mano il soggetto e decise di ridurlo cinematograficamente i tempi erano cambiati; l’Italia era diventata adulta dopo il 68 che aveva pesantemente modificato il concetto di morale e dopo il punto di svolta coinciso con l’autunno caldo, le lotte operaie e sopratutto la strage di Piazza Fontana che traghettò il paese negli anni di piombo.
Valerii, regista capace e intelligente, scelse di non modificare sostanzialmente l’assetto del libro, riproponendo la storia di Giulio e adattandola sulle caratteristiche di Silvia Dionisio, la giovane protagonista del film.
La storia narra le vicende di una giovane che, in memoria di suo padre, ha scelto di chiamarsi Giulio.
Un nome maschile, che sembra già presagire una difficoltà di contatti con il mondo femminile; cosa che puntualmente si avvererà quando Giulio verrà iniziata (un po volontariamente, un po no) ai piaceri saffici da Lia, la governante di casa. Giulio non è protetta abbastanza nella fase più delicata della sua vita, nel passaggio cruciale dall’adolescenza alla maturità.
Sua madre Laura è una donna sempre indaffarata e dal carattere frivolo, così Giulio si ritrova in balia della governante, che la seduce.
Ma l’influenza di Lia non è solo sessuale; la donna plagia Giulio mettendola in guardia dal pericolo rappresentato dagli uomini, descritti come esseri brutali interessati solo al sesso e incapaci di sentimenti.

La ragazza di nome Giulio 14

Il celebre soprano Anna Moffo

Il tempo passa e Giulio si lega controvoglia a Lorenzo, un giovane timido e riservato.
Ma la ragazza vuol provare a costruire un rapporto con gli uomini, così un giorno, seguendo la sua nuova cameriera la spia mentre ha un rapporto carnale in riva al mare.
Dopo di che corteggia il giovane fidanzato di quest’ultima, Amerigo, per sedurlo e scoprire così l’amore eterosessuale.
Ma l’esperienza con il giovane meccanico, così differente da lei per cultura e ceto sociale si dimostra fallimentare; lungi dal provare piacere Giulio si convince di non essere capace nemmeno di amare.
L’incontro con un prete lascia i problemi inalterati e Giulio sceglie di concedersi ad altri uomini per pura scommessa con se stessa; nemmeno l’incontro con Franco, un giovane pittore che le presenta la sua ex amante e governante Lia risolve i problemi psicologici di Giulio che alla fine compirà un gesto estremo.
Ucciderà colpendolo nelle parti intime un occasionale amante con il quale, inutilmente, ha tentato di avere un rapporto.
Valerii cerca di descrivere le ansie e le pulsioni di Giulio attraverso un’opera d’ambientazione, in cui il morboso (rappresentato da Lia), l’amore (il giovane Lorenzo), la sessualità pura (Amerigo) vengono descritti in maniera altalenante.

La ragazza di nome Giulio 13

La bellissima e giovane Silvia Dionisio, algida e fredda come il marmo, sembra incarnare perfettamente lo spirito confuso di Giulio, alla ricerca di una difficile identità sia sessuale che psicologica.
Ma se il personaggio di Giulio è ben caratterizzato dalla bellissima e capace attrice romana, il film in se mostra preoccupanti sbandamenti e strappi nella sceneggiatura; i turbamenti di Giulio, così ben descritti nel libro finiscono per essere accantonati a tutto vantaggio della storia, che ci mostra il percorso di vita della ragazza attraverso tutti i fallimentari incontri e le altrettanto fallimentari esperienze che collezionerà prima del finale drammatico, in cui la sua incapacità di relazionarsi sentimentalmente e sessualmente esploderà in un omicidio che ha del rituale, con quelle coltellate studiate a tavolino (Giulio ha un coltello negli stivali, quindi medita l’omicidio) inferte all’incolpevole vittima proprio nelle parti intime, quasi a suggellare il rapporto di odio della ragazza.
Che appare affetta da un’autentica fobia per il fallo maschile, originata in parte dall’educazione sentimentale di Lia, la governante che non si fa scrupoli di sedurla e iniziarla all’omosessualità.

La ragazza di nome Giulio 9

Il rapporto saffico tra Giulio e Lia

Il film pertanto ondeggia, si barcamena, rischia di affondare e alla fine si salva perchè Valerii è un professionista, perchè nel cast ci sono fior di caratteristi e perchè la trama sostanzialmente ha un fascino che vira dal morboso al drammatico.
Purtroppo alcune sequenze del film sono davvero noiose; l’ossessiva ricerca della propria sessualità porta Giulio attraverso situazioni descritte con una lentezza spesso esasperante, così come poco convincente appare l’alternarsi tra il dramma esistenziale di Giulio e il modo in cui l’affronta.
C’è da dire però che in qualche modo Valerii riesce ad esprimere ciò che circonda la ragazza attraverso immagini a tratti equilibrate; il complesso rapporto con la madre praticamente assente e troppo presa da se stessa, con il fidanzato troppo serio, con un mondo rigidamente costruito sul mito di se stesso come quello della buona borghesia sono descritti in maniera diseguale ma non priva di fascino.

La ragazza di nome Giulio 10

La ragazza di nome Giulio 12

La ragazza di nome Giulio 11

Anna Moffo

Ma si ferma tutto qui; nel film come già detto manca profondità al personaggio di Giulio, che paradossalmente è ottimamente recitato dalla Dionisio che però alla fine trasmette solo gelo.
Ben diversa la prestazione attoriale della grande soprano Anna Moffo, attrice molto espressiva e donna dal fascino sottilmente morboso e sensuale.
Nei panni di Lia, la Moffo da corpo ad un personaggio credibile e ben tratteggiato, riuscendo alla fine vincitrice da un ipotetico confronto con Silvia Dionisio.
Bene anche Esmeralda Ruspoli, che interpreta la madre di Giulio, donna troppo presa dal suo ruolo sociale e dal suo egoismo per interessarsi alle vicende personali di quella sua strana figlia mentre nel cast troviamo anche ottimi attori come Malisa Longo

La ragazza di nome Giulio 4

Malisa Longo

(la splendida cameriera a cui Giulio ruba temporaneamente il fidanzato), Gianni Macchia che veste i panni di Franco il giovane pittore che inutilmente proverà a costruire un rapporto con Giulio mentre in parti marginali compaiono Riccardo Garrone, che interpreta il ginecologo che Giulio interpella per scoprire eventuali problemi fisici e Umberto Raho, il prete che lungi dal risolvere i problemi della ragazza le creerà ancor più confusione e che la destabilizzerà ulteriormente.

La ragazza di nome Giulio 8

Piccolo spazio per John Steiner, che interpreta Luciano e che compare verso la fine, giusto in tempo per pagare incolpevolmente il fio di essere uomo; Giulio lo ucciderà simbolicamente e fisicamente, incapace com’è di trovare un equilibrio impossibile.
In sostanza il film di Valerii vale una visione, sopratutto perchè ci mostra un tentativo coraggioso di uscire dagli schemi e raccontare una storia di omosessualità e frigidità in un periodo storico in cui questi argomenti erano tabù. Bella la fotografia e la location, una Venezia discreta e inquadrata lo stretto necessario; per una volta la meravigliosa città veneta non assurge al ruolo di protagonista assoluta ma resta in disparte, quasi sonnacchiosa a fare da semplice sfondo al dramma esistenziale di Giulio.
La ragazza di nome Giulio è disponibile in divx su You tube al link http://www.youtube.com/watch?v=47RpJxCl2Ag

La ragazza di nome Giulio
Un film di Tonino Valerii. Con Malisa Longo, Gianni Macchia, Silvia Dionisio, Anna Moffo, Esmeralda Ruspoli, Riccardo Garrone, Ivano Staccioli, Umberto Raho, Roberto Chevalier, John Steiner, Raul Martinez, Livio Barbo Drammatico, durata 103′ min. – Italia 1970.

La ragazza di nome Giulio 7

La ragazza di nome Giulio 6

La ragazza di nome Giulio 5

La ragazza di nome Giulio 3

La ragazza di nome Giulio 2

La ragazza di nome Giulio 1

La ragazza di nome Giulio banner personaggi

Silvia Dionisio … Giulio
Anna Moffo ….Lia, la governante
Gianni Macchia … Franco
Esmeralda Ruspoli … Laura, madre di Giulio
Maurizio Degli Esposti … Lorenzo
John Steiner … Luciano
Livio Barbo … Amerigo
Roberto Chevalier … Camillo
Malisa Longo …. La cameriera
Riccardo Garrone….Il ginecologo
Umberto Raho …Il prete
Ivano Staccioli … Il professore

La ragazza di nome Giulio banner cast

Regia Tonino Valerii
Romanzo Milena Milani
Sceneggiatura Marcello Coscia,Bruno Di Geronimo,Mauro Di Nardo,Francesco Mazzei
Produzione: Francesco Mazzei
Musiche: Riz Ortolani
Montaggio: Stelvio Massi
Editing: Franco Fraticelli

La ragazza di nome Giulio banner romanzo

“Da molto tempo io avevo deciso questa cosa.
L’avevo decisa, ma non lo sapevo; come del resto non sapevo nemmeno che razza di cosa era. Io continuavo a fare quello che fanno tutti, come mangiare, dormire, vestirmi, passeggiare e parlare e anche innamorarmi.
Il venticinque agosto di quest’anno è successo che io ho capito questa cosa. Racconterò tutto di questo venticinque agosto. È una giornata che è stata lunga, piena di avvenimenti. Può darsi che questo racconto sul venticinque agosto di quest’anno mi occupi molto tempo.
Io concepisco le cose brevi, che si risolvono con facilità. Le conclusioni ritardate mi hanno sempre fatto rabbrividire.”

La ragazza di nome Giulio foto 4

 

La ragazza di nome Giulio foto 3

 

La ragazza di nome Giulio foto 2

 

La ragazza di nome Giulio foto 1

 

La ragazza di nome Giulio foto 5

marzo 7, 2012 Pubblicato da: | Drammatico | , , , | 8 commenti