Delitto d’amore

Nullo e Carmela sono due giovani dipendenti di una fabbrica dell’hinterland di Milano.
I due sono diversissimi come mentalità, essendo il primo settentrionale mentre Carmela è una donna siciliana di vecchio stampo, con un codice morale rigoroso.
Carmela è emigrata a Milano, dove conduce una vita dimessa, tipica degli operai delle fabbriche come del resto Nullo che paga l’affitto alla sua numerosa famiglia.
I due, pur così diversi, finiscono per innamorarsi.
Ma l’unione tra i due giovani, pur così piena d’amore, finisce per avere dei problemi gravi legati alle differenze culturali dei due gioani.
Mentre Nullo è consapevole della sua esistenza meschina, oppressa da un lavoro senza alcuna soddisfazione e per giunta anche pericoloso, Carmela sembra accettare con rassegnazione il suo destino.
Nullo è un anarchico, un ateo mentre Carmela vive con fermezza la sua fede e difende i valori morali in cui crede.
I due si lasciano ma Nullo è profondamente innamorato della donna e riesce a riconquistarla.
Ma è troppo tardi perchè Carmela, avvelenata dall’ambiente della fabbrica nella quale lavora sta per morire; Nullo la sposa sul letto di morte e subito dopo prende una pistola e uccide il padrone della fabbrica.

Sullo sfondo di una Milano dei sobborghi, grigia e triste, nebbiosa e alienante con i palazzoni tutti uguali costruiti su scenari lunari Luigi Comencini gira un film coraggioso parlando delle morti bianche sul lavoro, uno dei fenomeni più tristi dell’industrializzazione del nostro paese.
Tutto l’ambiente è malsano nel film e a fare da contraltare c’è solo la storia d’amore tra i due giovani, che riescono in qualche modo a colmare il fossato delle loro esperienze, delle loro educazioni e delle loro culture così profondamente diverse attraverso l’unico sentimento capace di unire aldilà delle differenze, ovvero l’amore.
E in effetti questo di Comencini è un film sulle condizioni di vita alienanti e mortali delle fabbriche, ma è anche e sopratutto una visione quasi commossa del piccolo mondo che ruota attorno alle vite di Nullo e Carmela.
Alcuni momenti sono davvero felici, come le titubanze e i pudori di Carmela nel momento in cui decide di concedersi al suo uomo, preda di ataviche paure e di pudori impressi quasi nella genetica oppure le scene in cui Nullo immagina il loro futuro in uno dei palazzoni della periferia milanese, cosi grigi e tutti uguali, con attorno campi desolati in cui l’uomo vede il futuro, con la costruzione di una chiesa, di negozi e un piccolo parco giochi.
Comencini per qualche tratto lascia immaginare il futuro della coppia, nonostante la forzata separazione tra i due che prelude alla riappacificazione prima di sferrare il colpo finale: tra Nullo e Carmela c’è l’amore, è vero, ma c’è anche la loro condizione di operai sfruttati con orari disumani e sopratutto con condizioni illegali di vita all’interno di fabbriche che sembrano l’anticamera di un lager nazista.

E sarà proprio la fabbrica a distruggere le loro vite per sempre perchè Carmela, intossicata dall’aria mortale della fabbrica finirà per spegnersi sul letto della casa di Nullo, circondata dai parenti e vestita di tutto punto per il matrimonio.
Una sequenza straziante e a tratti anche beffarda, perchè i parenti prima fanno gli auguri a Nullo e qualche minuto dopo sono costretti a fargli le condoglianze perchè subito dopo il “lo voglio” Carmela si spegne.
Luigi Comencini è stato uno dei più grandi maestri del cinema e lo dimostra con questo Delitto d’amore, datato 1974,un film amaro, tenero e struggente quanto privo di speranza e disillusioni.


Una splendida Stefania Sandrelli interpreta Carmela
Non a caso il finale resta sospeso nell’aria, con quel colpo di pistola che Nullo spara all’invisibile proprietario della fabbrica, responsabile del degrado della fabbrica stessa a tutto vantaggio del profitto.
Siamo negli anni 70, gli anni di piombo e della denuncia dei sindacati delle proibitive condizioni di vita delle fabbriche stesse e Comencini ci mostra proprio l’ambiente desolato e infernale di uno di questi posti.
C’è una scena in cui Carmela, ingenuamente, si rivolge ad una collega dicendole di non fumare; la donna la guarda con commiserazione e le risponde che con tutti i veleni che respirano forse il fumo è il meno pericoloso.
Ecco, una delle chiavi di lettura del film è proprio questa, ovvero la capacità di Comencini di mescolare l’amarezza che sente e prova con un sentimento di rabbia mista a compassione senza però trasformarla in immagini che possano far deviare il suo film dal binario che si è imposto.
Comencini vuol raccontare una storia d’amore, una storia di culture differenti, una storia di lavoro alienante: lo fa con il suo consueto linguaggio cinematografico fatto di immagini forti ma allo stesso tempo delicate.
Così il film scorre malinconicamente, perchè noi spettatori intuiamo che i due giovani hanno davanti un destino segnato; l’indignazione ci prende ma si trasforma in rassegnazione man mano che la storia evolve come la tela iniziata da un ragno.
I due protagonisti sognano, litigano, vivono esistenze marginali ai bordi della operosa Milano; tra i due la nostra simpatia, forte, va a Carmela, donna dai sani principi e dalla vita cristallina.

Giuliano Gemma, ottimo interprete del personaggio di Nullo

Ma ben presto proviamo simpatia anche per Nullo, che è uomo d’onore e di principi, nonostante sia politicamente un cane sciolto e sia lontanissimo da qualsiasi ideale religioso.
Comencini scommete su un film ad ambientazione proletaria e operaia quindi, intessendolo su una storia d’amore; vince la scommessa due volte, perchè sceglie come protagonisti due attori molto differenti fra loro anche come esperienze passate.
Se Stefania Sandrelli aveva alle spalle il ruolo di Agense Ascalone nello splendido film Sedotta e abbandonata di Pietro Germi, ambientato in Sicilia, Giuliano Gemma si era fatto una solida fama principalmente con film western o avventurosi, con qualche rara incursione nel drammatico come in L’amante dell’orsa maggiore.
La coppia, pur così disuguale, funziona a meraviglia e rende al meglio con drammaticità ed espressività i personaggi di Nullo e Carmela.
Lui mostra decisamente una buona predisposizione al drammatico mentre la Sandrelli commuove con un personaggio semplice e ben delineato, mai forzato verso il pietismo.
Il soggetto di Ugo Pirro è affascinante, così come la fotografia di Luigi Kuveiller; malinconiche le musiche di Carlo Rustichelli e le scenografie di Dante Ferretti.

Un cast tecnico di prim’ordine, quindi, mentre il resto del cast cinematografico fa il suo con sobrietà e moderazione.
Delitto d’amore è un gran bel film che si innesta nel filone di denuncia sul lavoro in fabbrica, che aveva avuto nel 1971 la sua massima espressione nel film di Elio Petri La classe operaia va in paradiso; i due film non sono accostabili perchè molto differenti dal punto di vista stilistico e dei contenuti ma hanno entrambi il dono del coraggio.
Da rivedere e da riscoprire
Delitto d’amore
Un film di Luigi Comencini. Con Giuliano Gemma, Stefania Sandrelli, Brizio Montinaro, Renato Scarpa,Rina Franchetti, Pippo Starnazza, Bruno Cattaneo, Carla Mancini Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 98′ min. – Italia 1974.










Stefania Sandrelli: Carmela Santoro
Giuliano Gemma: Nullo Branzi
Brizio Montinaro: Pasquale
Renato Scarpa: Medico della fabbrica
Cesira Abbiati: Adalgisa
Emilio Bonucci: Fratello di Nullo
Rina Franchetti: Madre di Nullo
Walter Valdi: Il sindaco
Pippo Starnazza: Giardiniere della fabbrica

Regia Luigi Comencini
Soggetto Ugo Pirro
Sceneggiatura Ugo Pirro, Luigi Comencini
Distribuzione (Italia) Titanus
Fotografia Luigi Kuveiller
Montaggio Nino Baragli
Musiche Carlo Rustichelli
Scenografia Dante Ferretti
Costumi Dante Ferretti




Soundtrack del film



Hanna D. la ragazza del Vondel Park
Il successo mondiale di Christiane F., i ragazzi dello zoo di Berlino di Uli Edel (Wir Kinder vom Bahnhof Zoo in edizione originale tedesca) uscito nelle sale nel 1981, spinse diversi registi a girare film ambientati nel torbido sottobosco della droga e dei tossici, mostrando per la prima volta tutto quello che si muoveva in un mondo sotterraneo per certi versi, abitato da una moltitudine di giovani e meno giovani, da spacciatori e grossisti di droghe di vario tipo.
Karin Schubert e Ann-Gisel Glass
Un mondo ignorato dalla società, abituata a vedere solo la parte terminale del fenomeno, ovvero il tossico del quale spesso si conosceva solo un volto o un nome, tanto era marginale la vita di questi esseri che la società stessa guardava con repulsione e molto raramente con pietà.
Hanna D. la ragazza del Vondel Park diretto da Rino Di Silvestro sotto lo pseudonimo di Axel Berger appartiene a questo genere di film a metà strada tra il documentario e il dramma tradizionale; uscito nelle sale nel 1984, ebbe un discreto successo in Europa mentre passò praticamente inosservato in Italia.
Attraverso le vicende di Hanna, una ragazza sessualmente disinibita, che vive con una madre alcolizzata e che quindi è costretta a vivere praticamente da sola e a procurarsi il sostentamento in modi al limite del lecito, di Silvestro da’ una sua visione dell’inferno della droga, mostrando la discesa verso il gradino più basso della dignità umana di Hanna, che diverrà tossica per amore.
Amore per un individuo senza scrupoli, che dapprima la irretisce e poi la inizia alle droghe pesanti.
Hanna, plagiata e infine schiava della droga, non trova di meglio per procurarsi la droga che usare il suo corpo.
Con la prostituzione la ragazza risolve temporaneamente i suoi problemi, ma finirebbe male non fosse per l’affetto sincero di un giovane, Alex, che riuscirà a strapparla dall’inferno in cui è precipitata.
Film altalenante, con poche cose buone e parecchie cattive, Hanna D. la ragazza del Vondel Park si muove nel perimetro tracciato da Christiane F., senza avere tuttavia nè la dirompente carica trasgressiva, rappresentata dalla storia vera di
Christiane Vera Felscherinow che racchiuse in un libro la personale storia di droga e di successiva disintossicazione ne una storia che possa in qualche modo staccarsi dagli stereotipi per raccontare “live” le vere motivazioni che spingevano ( e spingono tuttora) molti giovani verso una strada spesso senza uscita.
Di Silvestro mescola scene forti, come quelle dei buchi che la protagonista sempre più ossessivamente si fa per placare la propria dipendenza a scene francamente surreali, come la morte del pappone della madre.
Il tutto condito da molte scene di sesso, alcune delle quali vedono coinvolta la madre di Hanna, una matura alcolizzata che da il suo corpo pateticamente alla ricerca di una giovinezza svanita.
La quarantenne Karin Schubert, che interpreta la mamma di Hanna, è all’ultimo film “serio” della sua carriera prima della triste svolta verso il cinema hardcore; l’attrice tedesca appare appesantita sia nel fisico sia nella recitazione e finisce per dare una connotazione ancor più surreale al film.
Che si muove a tentoni, mostrando come già detto scene tipiche dei “droga movie” alternate ad altre di sesso; il regista romano, morto due anni fa, sembra più che altro voler choccare il pubblico con immagini forti, cadendo però spesso nel ridicolo.
La storia d’amore, per esempio, che vorrebbe rappresentare la redenzione della protagonista è telefonata in maniera così plateale da risultare comica, inserita in un contesto di degrado morale che resta però malinconicamente nelle intenzioni.
Non basta mostrare buchi nella pelle o scene di sesso se non si è in grado di sviluppare un discorso attorno alla tematica della droga, sul perchè del suo uso, sulla dipendenza vera e propria che ad un certo punto diventa disperata e assoluta protagonista del quotidiano.
Manca la denuncia sociale del fenomeno, perchè Hanna tutto sommato diventa tossica solo perchè incontra la persona sbagliata, manca un elemento di raffronto tra la droga e la perdita della dignità perchè le azioni della ragazza diventano immediatamente meccaniche, senza un percorso di iniziazione credibile.
Quindi alla fine delle pur lodevoli intenzioni di De Silvestro resta ben poco.
Poichè il regista romano era reduce dalla regia di un film furbissimo come Le deportate della sezione speciale SS, un nazisploitation girato con occhi e mani attentissime al botteghino, è lecito chiedersi quanto lo stesso regista intendesse denunciare e quanto invece volesse arricchire le casse della produzione.
Il buono è rappresentato da una location abbastanza realistica, dalla recitazione della brava Ann-Gisel Glass convertitasi in seguito al remunerativo modo dei serial tv e da una fotografia di buon livello.
Troppo poco però per dare un giudizio positivo su una pellicola abbastanza anonima nonostante avesse nelle premesse la possibilità di un risultato finale molto più lusinghiero; il montaggio del film, come evidenziato dalla stragrande maggioranza degli spettatori, è approssimativo e forse non è nemmeno il termine giusto.
Meglio dire dilettantesco.
In ultimo, segnalazioni per la presenza nel film dell’ex attore di fotoromanzi Sebastiano Somma e per la prosperosa Donatella Damiani.
Hanna D. la ragazza del Vondel Park di Rino Di Silvestro ,con Tony Serrano, Sebastiano Somma, Tony Lombardo, Karin Schubert, Donatella Damiani, Jacques Stany, George Millon- Drammatico 1984
Ann-Gisel Glass: Hanna
Donatella Damiani: Janelle
Sebastiano Somma: Alex
Karin Schubert: Madre di Hanna
Regia Rino Di Silvestro
Sceneggiatura Rino Di Silvestro, Hervé Piccini
Casa di produzione Beatrice Film, Les Films Jacques Leitienne
Fotografia Franco Delli Colli
Montaggio Bruno Mattei
Musiche Luigi Ceccarelli
La cosa


Un’astronave aliena, dallo spazio, s’infiamma e precipita sulla terra; la scritta“The thing” appare bruciando la pellicola. Un cane fugge tra i ghiacci antartici, mentre da un elicottero norvegese un uomo gli spara addosso con un fucile, senza colpirlo. L’elicottero atterra subito dinnanzi ad una base americana, il cacciatore estrae una bomba a mano, la perde, causando l’esplosione del velivolo e del suo compagno. Il cane cerca riparo tra gli uomini, che intanto, sono usciti di corsa dalle loro abitazioni. Come travolto da un raptus l’uomo urla qualcosa nella sua lingua, spara colpendo ad una gamba uno degli americani; il cane fugge, lui lo segue, spara ancora. Dall’interno un altro fa fuoco con una pistola, lo fredda. In poco più di cinque minuti, Carpenter, dichiara il suo manifesto programmatico.
Non importa alcun altro preambolo, alcuna dietrologia. Le premesse non sono più necessarie, le psicologie dei personaggi coinvolti sono superflue. Carpenter non spiega chi siano i protagonisti; quali siano le loro mansioni all’interno della base; in cosa fossero impegnati prima che le loro vite venissero sconvolte dalle vicende narrate. Ciò che conta è l’azione, l’hic et nunc. Ciò che conta sono i meccanismi emotivi innescati da una situazione estrema. La degenerazione dei rapporti umani davanti ad una minaccia indefinita ed inspiegabile.

Dopo le concitate sequenze d’apertura, il dottor Copper e il pilota Macready partono alla ricerca della base Norvegese per comunicare l’accaduto. La troveranno ma quasi del tutto distrutta da un incendio.


Si aggireranno tra i corridoi e le sale carbonizzate e ghiacciate dal freddo polare, fino alla prima, sconvolgente, scoperta: un uomo seduto, congelato nell’attimo in cui si è appena tagliato vene e gola, con il sangue rappreso in stalattiti ematiche sospese nel vuoto. Un immagine potentissima, emblematica dell’aura cinica, nichilista, profondamente negativa, che avvolge l’intera opera.
All’esterno, un ritrovamento ancora più sinistro. Quello che sembra essere il corpo semi carbonizzato di un uomo, deformato, contorto, a cui i colleghi scandinavi hanno dato fuoco. Evidentemente, non si è trattato soltanto di una caso d’isteria causata dalla segregazione forzata.
I due riportano il misterioso ritrovamento alla base, insieme a carte e videotape che possano dare una spiegazione a tutto. I resti dell’essere mezzo bruciato si rivelano umani e l’husky, che il gruppo ha preso con se, non è un semplice cane. Chiuso nella grande gabbia assieme ai suoi presunti simili darà vita ad una mutazione mostruosa, aprendosi letteralmente, allungando tentacoli, afferrando e stritolando gli altri cani. Un organismo dalla forma imprecisata che divora e assimila qualsiasi altra forma vivente, per poi riprodurne perfettamente le fattezze. I norvegesi hanno bruciato l’essere mentre tentava di clonare un uomo e quindi chiunque gli è vicino è in pericolo.

L’orrore che consegue distrugge i rapporti, satura i nervi, fa dilagare il dubbio su chi è già stato sostituito dalla “cosa” e quanto tempo occorrerà prima che lo siano anche tutti gli altri. A complicare la faccenda, una bufera che isola il campo e la ricetrasmittente fuori uso da giorni.
I nastri rivelano che la prima spedizione ha ritrovato qualcosa di simile ad un disco volante sperduto tra i ghiacci, qualcosa che è rimasto sepolto, ibernato, probabilmente per secoli.
La tensione si fa incontenibile, il dottore perde la testa e spara sui compagni, è il caos e la diffidenza. E proprio la mancata coesione, sembra dire Carpenter, che rende più facile il lavoro della “cosa” che intanto, una alla volta, si sostituisce alle sue vittime.

Unico fattore di forza del gruppo, sembra essere il nerboruto Mac, che pur stanco e afflitto, aggrappato al suo J&B, riesce a tenere testa alle molteplici incarnazioni dell’essere fino ad un finale che poi finale non è.
Quando Carpenter gira La Cosa è reduce dal successo di film come Halloween e 1997 Fuga da New York, che lo hanno posto, con Scorsese, De Palma, Coppola, Lucas, Spielberg, tra i maggiori autori della cosiddetta “nuova Hollywood”. Anche lui, come quasi tutti i suoi colleghi, proviene dalla fucina di Roger Corman, ma tra questi ne è, probabilmente, il più autentico continuatore, pur essendo, tra tutti, di certo il più classico. Un classicismo Hollywoodiano che vede in Howard Hawks il suo nume e in Un dollaro d’onore di questi una sorta di ideale archetipo a cui mirare. Un classicismo, il suo, irrobustito però da massicce dosi di cultura pop, nella forma del fumetto, del cinema grindhouse, della letteratura di genere, dell’underground tutto. Anarcoide e indipendente nella forma, Carpenter pensa un cinema di grande respiro che ha Ford, Hitchcook, Kurosawa come paradigmi.

Un proto-Tarantino troppo in anticipo sui tempi che fonda la sua poetica postmoderna nel contrasto, se non nella contraddizione: classico nell’impostazione e moderno, appunto, nello svolgimento; regista anche di produzioni ricchissime ma realizzate con spirito da b-movie; profondamente americano nei temi, nell’approccio, culturalmente, ma altrettanto profondamente critico nei confronti del sistema sociale statunitense.
Ecco, attraverso la poetica del fantastico, il suo cinema si offre come quadro sulla contemporaneità, arrivando a lambire il trotskismo da una parte e la pura divinazione dall’altra. Quello di Carpenter è cinema politico, forse l’unico possibile cinema politico a stelle e strisce: il male ha sempre una radice sociale, sia che si presenti in vesti iperreali, sia che si nasconda dietro la metafora del mostro (umano, alieno o sovrannaturale che sia).
In questo senso, con La cosa, parte dalla Hollywood mcarthyana, realizzando un semi/remake del classico La cosa dall’altro mondo, per cambiarne il segno, per sovvertirne gli assunti, introiettando le ansie del “pericolo rosso” proiettandole all’interno del blocco occidentale, tra i simili, in un nucleo apparentemente solido, ma in realtà fragilissimo.
Potrebbe riflettere in filigrana, fosse anche inconsciamente, i timori del suo tempo: la crisi del dopo Vietnam; le delusioni democratiche dell’amministrazione Carter; Ronald Reagan da poco eletto presidente, che da allora iniziava a tracciare quel solco politico dal quale gli U.S.A. non sarebbero mai più usciti.

Se ne La cosa dall’altro mondo era l’Unione Sovietica, qui il pericolo è interno, ti siede accanto, è il vicino di casa, il collega, il familiare: è già stato inglobato nel sistema, è pericoloso e fa paura.La destra repubblicana imperialista, conservatrice, liberista, come un alieno che sconquassa le carni ed assume le tue sembianze? Carpenter come un Lizzani o Rosi o Pontecorvo agli stereoidi? Può darsi.
La matrice è il racconto originale di Campbell Who goes there? al quale Carpenter risale attraverso La cosa dall’altro mondo, del 1951, pellicola che vide l’esordio alla regia di Nyby, già montatore proprio per Howard Hawks. E fu proprio Hawks a produrla e a scriverne la sceneggiatura e forse ne fu anche il regista occulto.Carpenter rifugge il rifacimento vero e proprio, crea un’opera autonoma, coglie l’aspetto più oscuro, lovecraftiano della vicenda (l’essere proveniente da un altro universo sepolto per millenni sulla terra) recuperandolo dalla fonte letteraria e riadattandolo alla sua personale visione. Cogliendo elementi da L’invasione degli ultracorpi (i cloni umani) e suggestioni dal coevo Alien (essenzialmente il plot è lo stesso). Gli eroi positivi del cult dei ’50 non esistono più. Al loro posto un gruppo omogeneo ma diviso di individui rudi, dai modi schietti, che difficilmente si attribuirebbero ad un gruppo di scienziati.

Le figure, tranne che per pochi tratti di superficie, sono indistinguibili, non esiste una vera e propria caratterizzazione. Tutto è concentrato soltanto sugli eventi narrati, sulle azioni e sulle reazioni. Ad emergere davvero è soltanto la figura di Macready, il pilota tutto d’un pezzo con i nervi sempre più saldi degli altri. Forse un po’ fuori posto nel contesto complessivo, ma il buon Russell fa un lavoro egregio, cucendosi addosso una figura da fumetto ma ugualmente verosimile, drammatica, tutt’altro che inscalfibile, seria, molto diversa da Snake di 1997 Fuga da New York, tanto più dal cialtronesco camionista di Grosso guaio a Chinatown. Un eroe problematico, dubbioso, prossimo all’alcolismo. Cioè, ancora, come già in Distretto 13, il Dude di Un dollaro d’onore, che non a caso gira con cinturone e pistola da cowboy (così come il “pistolero” Garry).
L’enorme successo dei film precedenti fece guadagnare a Carpenter grande fiducia da parte della Universal che per La cosa stanzia un budget di dieci milioni di dollari. Da par sua, il regista, porta all’interno della megaproduzione una filosofia da cinema di genere. Aldilà del summenzionato consapevole disinteresse per l’affondo nelle psicologie, vi è lo sfruttamento intensivo degli spazi e la volontà di mostrare tutto, mutazioni e frattaglie incluse, che è un portato del low-budget. Gli angusti locali nel quale si svolge l’azione, vengono indagati sin nel più recondito angolo; sfruttando al massimo ogni inquadratura possibile; facendo apparire la base, si, claustrofobica ma anche più grande di quanto realmente sia: statica e chiusa, quanto movimentata, in piena nevrosi. A questo concorrono l’uso insistito di carrelli laterali e soggettive, così come i brevi e concitati pianisequenza con camera a mano nei corridoi che sono da manuale e che contrastano nettamente con i piani fissi medi e larghi delle altre scene. La camera sintetizza le dinamiche del racconto.
Gli effetti speciali, poi, tra i migliori mai realizzati fino a quel momento. Talmente perfetti da far affermare dalla critica, evidentemente totalmente all’oscuro dalla poetica carpenteriana, e per lungo tempo, che distraggano dalla trama; che siano l’unica cosa a rimanere impressa del film; che Carpenter riempisse i vuoti di un soggetto lacunoso con immagini shock. Falso.
Se è vero, ed è vero, che immagini come la testa che si rianima in forma di ragno sono di quelle che non si tolgono più dalla mente; ed è vero che questo genera nello spettatore un’attesa per la successiva mutazione che deconcentra dalla trama; è anche vero che, l’allora ventiduenne Rob Bottin, realizzi un’opera che ha dell’incredibile se ripensata oggi, che continua a lasciare esterrefatti anche a trent’anni di distanza e che fa impallidire qualunque effetto digitale in 3D dei nostri sciagurati giorni. Anzi, è proprio la confezione artigianale, ruvida, a comunicare quel disagio che nessun computer è ancora riuscito a trasmettere.
Ma soprattutto, gli effetti speciali, come raramente accade, non solo fanno da complemento alle vicende narrate, ma hanno essi stessi valore narrativo: non banale strumento di distrazione, ma, al contrario, perfetta integrazione emotiva. La sublimazione visiva della cinica spietatezza che sottende all’intera pellicola. Le violente esplosioni di sangue, le crude mutazioni dell’alieno, non divertono, fanno male, annichiliscono, proprio perché avvengono in un contesto chiuso, senza via d’uscita ed essenzialmente verosimile, abitato da figure umane plausibili. Un meccanismo percettivo non distante, fatti i dovuti distinguo, da quello de L’esorcista di Friedkin.
Questa è anche la prima volta in cui non è Carpenter a curare la colonna sonora di un suo film. Lo score è qui, infatti, composto da Morricone che crea un tema ansiogeno di sapore elettronico, che riprende le atmosfere delle musiche realizzate dallo stesso regista per le opere precedenti. Carpenter, però, ne fa un uso parchissimo, facendo affiorare la colonna sonora soltanto in alcuni momenti, ribaltando anche in questo caso gli stilemi dell’horror classico: mancando di sottolineare le fasi più violente con la musica, ma anzi calandole in un silenzio, rotto da urla e rumori d’ogni sorta, che raggela e rende tutto più realistico e terribile. Ma Morricone pare non abbia apprezzato il trattamento…

La fama che negli anni si è conquistata il film, non corrisponde al successo che ebbe al botteghino. Il culto cinefilo che ne è scaturito, è cresciuto grazie all’home video e alle televisioni private ma l’inspiegabile flop cambiò bruscamente l’interesse degli studios per Carpenter, che da quel momento non godette più della stessa attenzione, pur realizzando ancora opere di grandissimo spessore e dai budget non indifferenti (ma sempre meno cospicui). Se però, registi come Scott o Cameron (per non dire della cariatide Spielberg), pur autori di immensi capolavori, oggi incarnano il volto più integrato del cinema mainstream e Carpenter vive ai margini delle produzioni indipendenti, qualcosa vorrà pur dire.
Capolavoro imprescindibile.
Recensione di Alessio Bosco

La cosa
Un film di John Carpenter. Con Kurt Russell, Wilford Brimley, T.K. Carter, David Clennon, Keith David,Richard Dysart, Charles Hallahan, Peter Maloney, Richard Masur, Donald Moffat, Joel Polis, Thomas G. Waites, Norbert Weisser, Larry J. Franco, Nate Irwin Titolo originale The Thing. Fantascienza, durata 109 min. – USA 1982.






Kurt Russell: R.J. MacReady
Wilford Brimley: Dr. Blair
T.K. Carter: Nauls
David Clennon: Palmer
Keith David: Childs
Richard A. Dysart: Dr. Copper
Charles Hallahan: Vance Norris
Peter Maloney: George Bennings
Richard Masur: Clark
Donald Moffat: Garry
Joel Polis: Fuchs
Thomas Waites: Windows
Adrienne Barbeau: Voce computer
Jed: La cosa con l’aspetto da cane


Regia John Carpenter
Soggetto John W. Campbell (racconto)
Sceneggiatura Bill Lancaster
Produttore David Foster, Lawrence Turman, Stuart Cohen (co-produttore), Larry J. Franco (produttore associato),
Produttore esecutivo Wilbur Stark
Casa di produzione Universal
Fotografia Dean Cundey
Montaggio Todd C. Ramsay
Effetti speciali Roy Arbogast, Albert Withlock
Musiche Ennio Morricone
Scenografia John L. Lloyd
Costumi Ronald I. Caplan
Trucco Rob Bottin
Michele Gammino: R.J. MacReady
Renato Mori: Dr. Blair
Mauro Gravina: Nauls
Raffaele Uzzi: Childs
Sergio Rossi: Dr. Copper
Gianni Marzocchi: Vance Norris
Sergio Fiorentini: George Bennings
Arturo Dominici: Garry
Aldo Stella: Fuchs
Tonino Accolla: Windows


Soundtrack del film



Il paese del sesso selvaggio

Il fotografo inglese John Bradley, in viaggio in Thailandia per lavoro uccide una persona e per sottrarsi alla cattura da parte della polizia si rifugia nelle foreste tailandesi, dove però viene fatto prigioniero dai nativi. Qui l’uomo è costretto a cimentarsi con una realtà completamente diversa da quella in cui è vissuto fino ad allora. Sarà grazie all’aiuto di una donna della tribù che parla un pò della sua lingua e grazie sopratutto all’amore della bella Maraya che John riuscirà a farsi valere nella tribù fino a diventarne un guerriero.

John prigioniero
Ma le lotte fratricide fra i popoli indigeni lo priveranno della moglie, così John deciderà di restare nella tribù per difenderla dagli attacchi dei tanti nemici. Su una sceneggiatura ridotta all’osso e saccheggiando in larga parte la trama di Un uomo chiamato cavallo di Elliot Silverstein uscito nel 1970, Umberto Lenzi imbastisce questo film avventuroso dal titolo Il paese del sesso selvaggio, meglio distribuito all’estero con il sobrio titolo di The man of deep river. Un film che in origine doveva essere una semplice avventura tra gli indigeni della Thailandia e che invece si trasformò suo malgrado nel capostipite di un genere con poche luci e tantissime ombre, quello dei Cannibal movie. L’elemento cannibale a dire il vero è estremamente limitato alla sequenza in cui alcuni indigeni cannibali fanno scempio del corpo di Maraya, ma tanto bastò a fare di Il paese del sesso selvaggio

La splendida Me Me Lai

Tra Maraya e John scoppia l’amore
la base di partenza di un genere fatto nella stragrande maggioranza da epigoni colmi di scene splatter, di uccisioni di animali riprese dal vivo con spruzzate più o meno corpose di erotismo. Lenzi utilizza alcune sequenze barbare per dare drammaticità al film, creando purtroppo le basi per quella che sarà la caratteristica specifica di molti Cannibal movie ovvero l’uccisione mostrata dal vivo di animali; se nel film in questione le scene sono molto limitate (l’uccisione di una capra, i combattimenti tra manguste e cobra) nei film successivi purtroppo si trasformeranno in disgustose sequenze di massacri di povere bestie documentate in primo piano con la scusa di mostrare le usanze dei popoli indigeni. A parte questo, il film di Lenzi ha dalla sua il fascino di essere stato girato in una natura bellissima, che esalta anche il discorso leggibile che fa tra le righe il regista, ovvero esaltare la maniera primitiva ma semplice di vivere della tribù in cui si imbatte John, che avrà modo di apprezzare le qualità specifiche di una vita vissuta tra mille pericoli (la natura selvaggia e ostile, le difficoltà di procurarsi cibo, i combattimenti con le tribù nemiche) ma degna di essere vissuta perchè a contatto con gli elementi essenziali dell’esistenza umana. Lenzi in qualche scena sembra esaltare questo modo di vivere rude e primitivo, legato a leggi ancestrali ma strettamente connaturate all’ambiente in cui vive la tribù dalla quale è ospitato; se c’è un evidente ricalcare le vicende di John Morgan,


I preparativi per le nozze
protagonista di Un uomo chiamato cavallo, il quale farà un’analoga esperienza di vita presso i Sioux, guadagnandosi alla fine il rispetto dei nativi americani, è vero anche che il regista si stacca almeno come logistica dal film di Silverstein. Quì siamo tra nativi che vivono nella giungla e il nemico non è soltanto rappresentato dai temibili guerrieri delle tribù vicine, ma anche da una natura profondamente ostile, oltre che dalla presenza dell’onnipotente e onnipresente uomo bianco, poco incline a rispettare la diversità e sopratutto bramoso di conquistare territori vergini alla ricerca ossessiva di ricchezze. Se questa parte di discorso è poco sviluppata lo si deve al fatto che Lenzi

Maraya corre felice nella giungla
appare intento a mostrare i tentativi di John di integrazione negli usi della tribù, dopo che quest’ultimo ha realizzato l’impossibilità dei suoi sogni di fuga. Qui si sviluppa la storia d’amore tra la bella Maraya e l’uomo bianco, l’incontro tra due culture diversissime unite fra loro soltanto da un istinto primario, forse il più importante ovvero l’amore, quell’istinto che abbatte tabù e differenze di pelle e di cultura stessa. Il film è gradevole e si lascia vedere volentieri; la sceneggiatura di Barilli, futuro regista di una delle perle del cinema targato anni settanta, il triller/noir parapsicologico Il profumo della signora in nero, è ben strutturata e fila senza intoppi. Il paese del sesso selvaggio quindi fissa i paletti per il successivo sviluppo

Le dure prove per diventare un guerriero
di un genere che avrà qualche buon epigono e tanti film davvero brutti; tra gli esempi migliori del genere cannibal movie si possono citare Mangiati vivi e Cannibal ferox, diretti entrambi proprio da Lenzi che vedranno l’elemento slasher prevalere su tutto mentre altri registi come Ruggero Deodato esalteranno ancora più l’elemento gore del genere attraverso film diventati cult come Ultimo mondo cannibale, Cannibal Holocaust e Inferno in diretta. Lenzi si ritroverà quindi, suo malgrado, a diventare il padre di un genere; ma i film successivi si discosteranno da questo “capostipite”, che manterrà nel corso degli anni successivi un candore e una semplicità esemplari. Per quanto riguarda il cast, il personaggio principale, quello del fotografo John è affidato a Ivan Rassimov, che per una volta abbandona i panni del cattivissimo e si trasforma nel paladino della tribù che lo accoglierà. Accanto a lui, bravo e misurato c’è la bellissima Me Me Lai che si farà notare proprio grazie alla sua interpretazione di Maraya;

Morte di Maraya

Il pasto cannibale
bellezza fresca ed esotica Me Me Lay finirà poi nei cast di Ultimo mondo cannibale intepretando Pulan e in seguito concluderà la sua personale trilogia “cannibalesca” con Mangiati vivi, nel quale incontrerà nuovamente Rassimov questa volta nei panni del cattivissimo e crudele Jonas Melvyn. Una curiosità sul film riguarda il soggetto originale da cui è tratto; a scriverlo è Emmanuelle Arsan, l’autrice della serie di celebri romanzi a sfondo erotico Emmanuelle, divenuta poi anche lei regista dalle scarse qualità. Per quanto riguarda il titolo, che strizza l’occhio a chissà quali peccaminose avventure erotiche in realtà doveva intitolarsi L’uomo del fiume profondo come del resto evidenziato dal titolo imposto alla versione internazionale, The Man from the Deep River. Un film di buon livello questo di Lenzi, che anche oggi si può guardare con piacere.
Il paese del sesso selvaggio
Un film di Umberto Lenzi. Con Ivan Rassimov, Me Me Lay, Prasitsak Singhara, Sulallewan Suxantat Avventura, durata 93 min. – Italia 1972.


Il primo difficile dialogo






John Bradley… Ivan Rassimov
Maraya… Me Me Lai
Prasitsak Singhara … Taima
Sulallewan Suxantat … Karen
Ong Ard … Lahuna
Prapas Chindang … Chuan
Pipop Pupinyo … Mihuan
Tuan Tevan … Tuan
Chit … Cannibal
Choi … Cannibal
Song Suanhud … Witch Doctor
Pairach Thaipradit … Thai

Regia Umberto Lenzi
Soggetto Emmanuelle Arsan
Sceneggiatura Francesco Barilli, Massimo D’Avack
Produttore Ovidio G. Assonitis
Fotografia Riccardo Pallottini
Montaggio Eugenio Alabiso
Musiche Daniele Patucchi
Costumi Ettora Marotti




Lobby card del film

Flano del film
Quarto comandamento (La passion Beatrice)
Nel primo periodo della guerra dei Cent’anni il nobile François de Cortemart parte per il fronte con suo figlio Arnaud; a casa lascia la bella e pura Beatrice, che da quel momento vive solo in attesa dei suoi familiari. E’ un uomo segnato Francois, perchè già da ragazzo ha avuto a che fare con il sangue. Ha ucciso infatti sua madre, che ha sorpreso a letto con l’amante.
Così Francois parte per la guerra, ma viene preso prigioniero dagli inglesi e alla fine liberato; torna quindi a casa dove ad attenderlo c’è la paziente Beatrice che per poter liberare lui e suo fratello ha venduto tutto quello che la famiglia possedeva.
Ma Francois non è più lo stesso; la guerra lo ha cambiato nell’indole e lo ha reso malvagio. Lo vediamo seminare morte e distruzione nei villaggi vicini, rubare e violentare.
E alla fine sfoga la sua rabbia prima sul figlio e poi sulla figlia, che violenta. Beatrice resta incinta e si vendica uccidendo il padre, prima di partire per Gerusalemme ed espiare la sua colpa.Trama raccontata in maniera sintetica, perchè forse in Quarto comandamento (La passion Beatrice) di Bertrand Tavernier quello che conta meno è l’accaduto mentre quel che conta veramente è la guerra e la capacità che essa ha di rivelare il lato oscuro dell’uomo, rendendolo disumano e capace di ogni gesto, anche il più intollerabile.
Un medioevo descritto alla perfezione, quello del grande regista francese, autore di ottimi film come L’orologiaio di Saint-Paul, di ‘Round Midnight – A mezzanotte circa e di La morte in diretta; girato nel 1987, il film indugia più sull’atmosfera cupa e immorale del periodo storico in cui è ambientata che sulla psicologia dei personaggi, eccezion fatta per la vera protagonista della storia, Beatrice.
Che non casualmente porta il nome di un’altra sventurata protagonista delle cronache del passato, quella Beatrice Cenci che due secoli dopo ucciderà suo padre dopo essere stata da lui violentata.
Ma se nel caso di Beatrice Cenci siamo ben oltre il Rinascimento, quindi in un’epoca storica in cui i lumi della ragione avrebbero dovuto sostituire gli istinti biechi e malsani, in Quarto comandamento siamo in pieno medioevo.
Un medioevo costellato da una pletora di guerre, come quella in cui combatte François de Cortemart, nobile possidente che lascia la sua famiglia per fare il suo dovere di aristocratico, combattere il nemico in quella che sarà una delle guerre più devastanti della storia dell’umanità.

C’è tutto il peggio di un periodo storico tormentato e buio, in questo film; concetti arcaici come l’onore ad ogni costo portato all’eccesso, la violenza come forma di supremazia, l’idea arcaica della famiglia in cui il capo assoluto, il capo famiglia, ha diritto di vita e di morte sui figli e sulla moglie.
Il medioevo naturalmente è stato anche molto altro; un’epoca di grandissime contraddizioni in cui santità e malvagità hanno avuto le massime espressioni nel senso più totalizzante dei termini.
Ma Tavernier decide di raccontare la sua parte oscura, quella in cui la sopraffazione e l’istinto cieco, la brutalità e l’orgoglio, la lussuria e il prepotente senso di egemonia del maschio dominante raggiugono il parossismo.
Così alla figura tragicamente forte e barbara di Francois fa da contraltare quella nobile e pura di Beatrice, che alla fine si vedrà privata anche di quella sua purezza da un padre snaturato ma anche figlio dei suoi tempi e prodotto di una società assolutamente arcaica.

Il regista di Lione crea un film tecnicamente perfetto, impreziosito da una ricostruzione storica maniacale, in cui nulla è inventato o lasciato al caso; Quarto comandamento diviene così un’opera preziosa visivamente, anche aldilà della sua freddezza, glacialità di fondo.
Non siamo più di fronte ai cavalieri senza macchia e senza paura, alle nobildonne agghindate che ricamano e sospirano ai versi dei menestrelli; non ci sono balli di corte e vestiti sontuosi ma c’è solo la tragica presenza della guerra, della violenza e della morte.
Francois è il peggio della nobiltà, un contrasto stridente in termini; nobile è un uomo che ha sentimenti puri e alti, una specie di cavaliere della tavola rotonda che cerca il Graal per purificarsi e innalzarsi davanti a Dio.
Lui è un uomo che la guerra ha mutato, esaltandone il peggio e trasformandolo in un essere lascivo, violento e crudele.
Se è vero che è prigioniero del suo passato, fatto di sangue, è anche vero che non fa nulla per migliorare ed innalzarsi.
Non trova di meglio che portare la guerra nelle mura domestiche, umiliando la donna che lo ha atteso con ansia, che è sua figlia tra l’altro.
Beatrice così diventa un personaggio tragico, emblema di tante donne che in quel particolare periodo storico vissero situazioni del tutto simili.
Tavernier quindi dipinge un assieme molto lugubre e buio, rispettando però al massimo l’iconografia del quotidiano medioevale, quel quotidiano troppo spesso dimenticato dal cinema.
Nel cast, su tutti, si eleva la bellissima e dolce Julie Delpy, straordinariamente a suo agio in un ruolo molto difficile come quello di Beatrice; il suo volto da adolescente pura si presta magnificamente all’interpretazione del personaggio che alla fine riesce credibile in tutte le situazioni e in tutti i dialoghi.

Molto bene anche Bernard-Pierre Donnadieu nel ruolo del violento e incestuoso François de Cortemart mentre più sacrificato è Nils Tavernier nel ruolo di Arnaud de Cortemart.
Un film sulla guerra e sulla follia, sopratutto su quest’ultima, che può anche essere indotta da situazioni particolari, come la vicenda adolescenziale di Francois; il trauma della morte violenta della madre, causata da un assurdo codice d’onore mina alle fondamenta la pische di un ragazzo che si trova a vivere in una società dove il concetto d’onore vale molto più di una vita umana.

Crescendo in un ambiente così, le scelte che si fanno non possono essere che conseguenze dirette dell’educazione ricevuta.
Tavernier racconta tutto questo con un linguaggio lineare e freddo, privilegiando la parte oscura di un periodo storico tra i meno conosciuti e più complessi dell’umanità. La sua riduzione del romanzo omonimo di Michel Peyremaure appare piena di fascino e atmosfera e che rendono il film un’opera da gustare appieno.
Quarto comandamento
Un film di Bertrand Tavernier. Con Julie Delpy, Bernard-Pierre Donnadieu, Monique Chaumette Titolo originale La passion Béatrice. Drammatico, durata 131 min. – Francia 1987


Bernard-Pierre Donnadieu : François de Cortemart
Julie Delpy : Béatrice de Cortemart
Nils Tavernier : Arnaud de Cortemart
Monique Chaumette : La madre di François
Robert Dhéry : Raoul
Michèle Gleizer : Hélène
Maxime Leroux : Richard
Jean-Claude Adelin : Bertrand Lemartin
Jean-Louis Grinfeld : Maestro Blanche
Isabelle Nanty : La nutrice
Jean-Luc Rivals : Jehan
Roseline Villaume : Marie

Regia: Bertrand Tavernier
Produzione: Adolphe Viezzi
Muscihe:Ron Carter
Sceneggiatura:Bruno de Keyzer
Editing : Armand Psenny
Costumi:Jacqueline Moreau
Un posto ideale per uccidere
Non c’è niente di peggiore per un regista di dover preparare un film basato su una sceneggiatura precisa e doverlo poi stravolgere per esigenze di produzione, che spesso hanno una logica stringente legata al botteghino o, in alcuni casi, alla necessità di evitare il fallimento di un film per colpa della morale pubblica o della censura.
E’ quello che accade a Umberto Lenzi nel 1971, quando gira Un posto ideale per uccidere (An ideal place for a murder); nelle intenzioni del regista toscano e dei co-sceneggiatori Lucia Drudi Demby e Antonio Altoviti la storia doveva narrare le vicende di due ragazzi danesi in viaggio in Italia che per sbarcare il lunario facevano spaccio di droga.
Viceversa, la produzione per problemi legati alla censura e alla paura di fare fiasco al botteghino con una storia di droga, obbligò il regista a trasformare i due giovani in venditori di foto sexy.
Lenzi mandò giù la cosa ma inevitabilmente finì per non credere più nel suo film, tanto da fargli dire in seguito che il film stesso era una porcheria e che il disastro ai botteghini era in pratica già nelle premesse.
Dick e Ingrid scattano foto osè (anche qui la Muti ha come controfigura Antonia Santilli)
In realtà il film non è affatto brutto, come l’iper critico Lenzi volle far credere, e lo scarso risultato in tema di biglietti venduti ebbe sicuramente altri fattori scatenanti.
In primis lo scarso fascino di una storia in cui l’elemento giallo/thriller non è supportato da sangue, omicidi ed effetti splatter, poi i soliti insondabili motivi per cui presso il pubblico alcune storie facevano presa ed altre no.
La vicenda inizia con i due protagonisti, i giovani danesi Dick Butler e Ingrid Sjoman che varcano la frontiera italiana (lasciando allo stupefatto doganiere un opuscolo con foto pornografiche) diretti in Toscana.
Qui Ingrid tenta di mollare delle sue foto sexy, scattate in una cabina fotografica, a un maturo signore che in realtà è della polizia.
Portati in questura, i due vengono redarguiti e subito dopo liberati, ma sono senza soldi e con la loro spider a corto di benzina.
Così il loro viaggio termina davanti ad una lussuosa villa, dove vediamo Dick tentare di rubare dal serbatoio di un auto della benzina; ma il giovane viene sorpreso sul fatto dalla padrona di casa, la signora Barbara Slesar moglie di un diplomatico.
La donna decide di donare ospitalità alla coppia di giovani che ovviamente accettano; quello che non possono sapere è che Barbara Slesar ha appena ucciso suo marito e ne ha nascosto il corpo in una vettura in garage.
La diabolica donna ordisce un piano per appioppare il delitto ai due ragazzi; nel frattempo si concede anche una scappatella con Dick suscitando l’ira di Ingrid.
Ma alla fine i due ragazzi scoprono il piano della donna, ma sfortunatamente per loro le cose si incastrano in maniera diabolica, tanto che devono ancora una volta fuggire.
Sulla strada, dopo essersi fermati a fare un bagno, vengono intercettati dalla polizia e nel disperato tentativo di fuggire finiscono giù per una scarpata perdendo la vita. La signora Slesar così ha ottenuto quello che voleva.
Nessuna scena di sangue, nessun omicidio, se non quello del signor Slesar che peraltro vediamo già cadavere nel bagagliaio dell’auto.
Siamo di fronte quindi ad un dramma giocato sulla tensione e sulla caratterizzazione dei tre personaggi principali.
Se Ingrid e Dick ci appaiono come due hippy giramondo, liberi sessualmente e liberi sopratutto da vincoli logistici o famigliari, la signora Slesar è la classica borghese annoiata che approfitta biecamente della presenza dei due giovani per concedersi sia una fugace avventura con Dick sia (cosa ben più importante) per rifilare loro l’omicidio del marito.
E il caso vuole che alla fine il delitto paghi, visto che i due giovani periscono e la donna venga salvata proprio dall’incidente mortale in cui incappano Dick e Ingrid che non potranno così raccontare la loro versione dei fatti.
Un film interessante, aldilà delle valutazioni personali di Lenzi; se la trama non presenta particolari elementi di novità, vista l’eliminazione del discorso droga che probabilmente avrebbe arricchito la storia di implicazioni socio-culturali, Lenzi dirige con mano ferma un cupo dramma in cui alla mancanza di azione si sostituisce la buona caratterizzazione dei personaggi.
Una buona metà e più del film si svolge all’interno di casa Slesar, con alcuni momenti davvero felici; la scoperta del cadavere del diplomatico da parte dei due giovani, la felice scena del tentativo di tortura di Barbara da parte di Dick, la movimentata notte in cui i due giovani sono costretti a fuggire e infine l’inseguimento mortale sono scene ben dirette e di un certo pathos.
Nel cast troviamo tre attori che svolgono egregiamente i ruoli a loro assegnati; bene lo scanzonato Ray Lovelock, molto bene la giovane e affascinante Ornella Muti nei panni di Ingrid, bene la Papas in quello di Barbara.
Per quanto riguarda la Muti, c’è una curiosità da rimarcare; le fugaci scene di nudo che la vedono protagonista in realtà vennero girate con l’ausilio di una controfigura.
L’attrice romana all’epoca in cui venne girato il film non aveva ancora 16 anni e quindi venne sostituita da Antonia Santilli, attrice di buone qualità che però nel corso della sua carriera non ebbe molta fortuna, finendo per interpretare una decina di film tra il 1972 e il 1974, tra i quali i decamerotici Fratello homo sorella bona,Decameroticus e Boccaccio.
Le musiche del film, discrete, sono del compianto Bruno Lauzi mentre la produzione è del grande Carlo Ponti che in seguito ad una lite con Lenzi non affidò più sue produzioni al regista toscano.
Sicuramente un film sottovalutato, che invece vale davvero una visione, sopratutto oggi che il film stesso è stato rieditato in versione digitale.
Un posto ideale per uccidere
Un film di Umberto Lenzi. Con Irene Papas, Ornella Muti, Ray Lovelock, Jacques Stany,Umberto Raho, Calisto Calisti, Umberto D’Orsi, Franco Ressel, Sal Borgese, Ugo Adinolfi, Michel Bardinet Poliziesco, durata 90 min. – Italia 1971.
Ornella Muti
Ray Lovelock
Irene Papas
Irene Papas: Barbara Slesar
Ornella Muti: Ingrid Sjoman
Ray Lovelock: Dick Butler
Michel Bardinet: Baratti
Jacques Stany: Ufficiale di polizia
Calisto Calisti: Ispettore di polizia
Antonio Mellino:Agostino
Sal Borgese: amico di Agostino
Regia Umberto Lenzi
Soggetto Umberto Lenzi
Sceneggiatura Umberto Lenzi, Lucia Drudi Demby, Antonio Altoviti
Produttore Carlo Ponti
Fotografia Alfio Contini
Montaggio Eugenio Alabiso
Musiche Bruno Lauzi
Uomini che odiano le donne
Mikael Blomkvist è un giornalista d’assalto che lavora per la rivista Millenium, specializzata nella denuncia di ciò che accade nel modo dell’alta finanza e dell’imprenditoria.
Il giornalista raccoglie prove sulle attività criminose del potente Wennerstroem, un grosso industriale ma ben presto capisce di essere finito in trappola.
La corte svedese infatti lo condanna per calunnia a sei mesi di prigione e all’ammenda di 150.000 corone.
Mikael decide così di dimettesi dal suo ruolo all’interno di Millenium; ma inaspettatamente viene contattato dal legale del ricchissimo uomo d’affari Henrik Vanger che lo invita ad Hedestad ospite del magnate svedese che vuole proporgli un lavoro particolare.
Harriett, misteriosamente scomparsa 40 prima
La bravissima Noomi Rapace è l’enigmatica Lisbeth
Nel frattempo, parallelamente, seguiamo le vicende di Lisbeth Salander, una giovane hacker dall’aspetto punk che è stata incaricata proprio dal legale di Vanger di scavare nel passato di Blomkvist per vedere se l’uomo è moralmente pulito oppure no.
La ragazza, che ha alle spalle un passato oscuro, riesce a penetrare nei dati e nel pc del giornalista e da quel momento sviluppa un interesse morboso per l’uomo e per le sue indagini.
La ragazza ha anche perso la tutela dell’avvocato che dispone dei suoi soldi; l’uomo è stato colpito da un ictus e il nuovo legale ricatta la ragazza sessualmente per assicurarle i suo soldi.
Una relazione fugace per Mikael
Attimi di tregua per i due impossibili amanti
Mikael, arrivato a Hedestad, scopre che Henrik Vagner vuole incaricarlo di un’indagine ai limiti dell’impossibile, rintracciare cioè la nipote dell’uomo, Harriet Vanger, scomparsa 40 anni prima in maniera assolutamente misteriosa.
Benchè scettico, Mikael accetta l’incarico e si trasferisce a Hedestad in una depandance della casa di Vagner e inizia le sue indagini avendo per le mani solo un diario della scomparsa Harriet e una foto della ragazza stessa.
Lisbeth intanto riesce con uno stratagemma a liberarsi della scomoda tutela del lubrico legale, umiliandolo e ricattandolo con un filmato in cui vene ripreso mentre la violenta.
Sempre accedendo all’insaputa di Mikael all’interno del suo hard disk, la ragazza scopre l’incarico e i primi timidi progressi dell’uomo nelle indagini sulla scomparsa di Harriet.
Mikael nel frattempo è riuscito con un’intuizione a scovare in alcuni archivi i fotogrammi dei momenti che precedono la scomparsa della ragazza; da quel momento gli eventi incalzano, perchè nel diario di Harriet il giornalista ritrova una sequenza di 5 sigle accompagnate da numeri, cosa che lo porta a credere che si tratti di numeri di telefono.
La relazione saffica di Lisbeth
E’ Lisbeth a venire inaspettatamente in suo aiuto, rivelandogli via mail che si tratta di versetti della Bibbia; grazie all’aiuto del legale di Vagner, Mikael rintraccia la ragazza e da quel momento le loro strade si incrociano fatalmente.
I due, nonostante l’evidente ostilità del clan Vagner, poco alla volta riescono a identificare tutti i frammenti del puzzle, arrivando così all’orribile segreto della famiglia e quindi a scoprire cosa realmente è accaduto a Harriet.
Uomini che odiano le bionde è un film recente, datato 2009, diretto dal regista Niels Arden Oplev di origine danese alla sua quinta prova cinematografica; il film è il primo di una trilogia con sceneggiatura tratta dal ciclo di romanzi di Stieg Larsson, scrittore e giornalista svedese scomparso nel 2004 a soli cinquant’anni e prima che la sua serie romanzesca Millenium arrivasse al grande successo di pubblico negli anni tra il 2008 e il 2010, con quasi 30 milioni di copie vendute.
Lisbeth subisce la violenza del tutore
Il film di Oplev riprende quindi integralmente il primo capitolo della saga romanzesca di Larsson, che avrà altre due riduzioni cinematografiche nel 2009 con i sequel La ragazza che giocava con il fuoco e La regina dei castelli di carta.
Oplev cerca di mantenersi fedele al romanzo, ma per forza di cose è costretto ad omettere alcuni passaggi, tra i quali quello importante della relazione tra Mikael e Erika Berger e di quella tra lo stesso Mikael e Cecilia Vanger.
Il discorso è sempre il solito, ovvero l’enorme difficoltà di tradurre letteralmente un romanzo, che per forza di cose è più descrittivo in un film della durata di 2 ore.
Oplev riesce tuttavia a condensare bene l’atmosfera cupa e claustrofobica del romanzo, dando alla pellicola però più un taglio da noir/thriller che da film introspettivo e di denuncia delle violenze a cui vengono sottoposte quotidianamente le donne.
Il film è abbastanza scorrevole, anche se con qualche pausa di troppo che però finiscono per rendere più affascinante l’atmosfera e più spasmodica l’attesa per la soluzione dell’enigma, che si rivelerà in tutto il suo orrore nella parte più veloce del film, il concitato finale nel quale Mikael scampa alla morte grazie all’aiuto determinante di Lisbeth.
Alcuni passaggi del film sono abbastanza forti, come il primo contatto fra Lisbeth e il nuovo tutotre che la ricatta e la costringe prima a del sesso orale e poi la violenta per quasi due ore prima di pagare un durissimo prezzo alla sua libidine. Splendida infatti la sequenza che vede la vendetta di Lisbeth che sodomizza l’uomo con un vibratore e poi lo tatua sul petto con frasi oscene.
Molto ben descritto è anche lo strano rapporto che si instaura tra Mikael, affascinato dal carattere selvaggio e dall’alone di mistero che circonda la ragazza e Lisbeth stessa, che sarà assolutamente determinante in due casi.
Nel primo quando troverà la chiave nascosta del diario di Harriet, nel secondo quando identificherà il misterioso assassino e i veri motivi della sparizione di Harriet, grazie anche alla collaborazione dell’intelligente e intuitivo giornalista. Lisbeth salverà da morte certa Mikael e gli restituirà la dignità in un finale forse un tantino affrettato in cui però c’è un chiaro accenno ad un futuro sequel del film.
Affascinante il paesaggio svedese, fatto di panorami innevati e foreste, con la bellissima sequenza dell’arrivo di Mikael a Hedestad che attraversa in auto ripreso dall’alto, un panorama mozzafiato e dalla selvaggia bellezza.
Chiunque abbia letto il o i romanzi e provi a fare paragoni tra gli uni e il film sicuramente proverà un pizzico di delusione perchè l’atmosfera del romanzo effettivamente è più coinvolgente.
Ma non va dimenticato che i personaggi che noi leggiamo nei romanzi spesso li idealizziamo in maniera diversa da come vengono poi realmente proposti, per cui probabilmente sarà lo spettatore che non ha avuto a che fare con i romanzi della serie Millenium quello che apprezzerà maggiormente il film.
Il segreto inconfessabile
La furia di Lisbeth
Punto di forza del film è la perfetta compenetrazione dell’attrice Noomi Rapace con il personaggio volutamente ambiguo, oscuro ma anche affascinante di Lisbeth; l’alone dark e punk che contraddistingue il personaggio letterario è riportato fedelmente dall’attrice, che è al suo primo vero film da protagonista.
Molto bene anche Michael Nyqvist che interpreta il tenace e incorruttibile Mikael Blomkvist, l’uomo dall’intuito formidabile che contribuirà con la sua ostinazione in maniera determinante alla soluzione del caso.
Un thriller con connotazioni noir, quindi, molto ben diretto e con una sceneggiatura solida. Il resto del cast contribuisce a renderlo ancor più affascinante, grazie ad interpretazioni sobrie e misurate.
Un film da non perdere.
Uomini che odiano le donne
Un film di Niels Arden Oplev. Con Michael Nyqvist, Noomi Rapace, Lena Endre, Sven-Bertil Taube, Peter Haber,Peter Andersson, Marika Lagercrantz, Ingvar Hirdwall, Björn Granath, Ewa Fröling, Per Oscarsson, Michalis Koutsogiannakis, Annika Hallin, Sofia Ledarp, Thomas Köhler, Gösta Bredefeldt, Reuben Sallmander, David Dencik, Stefan Sauk, Gunnel Lindblom, Georgi Staykov
Titolo originale Män Som Hatar Kvinnor. Thriller, durata 152 min. – Svezia, Danimarca 2009.
Noomi Rapace
Il tatuaggio di Lisbeth
L’agenda di Harriett
Morte di un assassino
Lisbeth salva miracolosamente Mikael
Michael Nyqvist: Mikael Blomkvist
Noomi Rapace: Lisbeth Salander
Lena Endre: Erika Berger
Sven-Bertil Taube: Henrik Vanger
Peter Haber: Martin Vanger
Marika Lagercrantz: Cecilia Vanger
Tehilla Blad: Lisbeth Salander bambina
Björn Granath: Ispettore Morell
Ingvar Hirdwall: Dirch Frode
Peter Andersson: Bjurman
Michalis Koutsogiannakis: Dragan
Ewa Fröling: Harriet Vanger
Gunnel Lindblom: Isabella Vanger
Gösta Bredefeldt: Harald Vanger
Stefan Sauk: Hans-Erik Wennerström
Jacob Ericksson: Christer Malm
Sofia Ledarp: Malin Eriksson
David Dencik: Janne
Georgi Staykov: padre di Lisbeth
Julia Sporre: Harriet Vanger giovane
Regia Niels Arden Oplev
Soggetto Stieg Larsson (romanzo)
Sceneggiatura Nikolaj Arcel, Rasmus Heisterberg
Produttore Søren Stærmose
Distribuzione (Italia) BiM Distribuzione
Fotografia Erik Kress
Montaggio Anne Østerud
Musiche Jakob Groth
Scenografia Niels Sejer
Costumi Cilla Rörby
Trucco Jenny Fred
Doppiatori:
Francesco Prando: Mikael Blomkvist
Federica De Bortoli: Lisbeth Salander
Alessandra Korompay: Erika Berger
Locandina originale del film
Il romanzo di Larsson da cui è tratto il film
Locandina internazionale
Quando l’amore è sensualità
Figlia di una contessa e orfana di padre, Erminia Sanfelice è una giovane molto inibita e tormentata dalla madre che vuol darla in sposa per trovare qualcuno che rimetta in sesto le sostanze di famiglia.
Supinamente Erminia accetta di andare in sposa ad Antonio, un ricchissimo industriale della carne che ha fatto fortuna proprio con il commercio della stessa.
Ma per lei i problemi nascono da subito; Erminia è molto pudica, non ha alcuna esperienza in campo sentimentale e sopratutto non ama il rozzo e sanguigno marito.
Così tra i due si crea da subito un muro di incomunicabilità, che porta Erminia a non consumare nemmeno il matrimonio.
Inutilmente la contessa Giulia tenta di accomodare le cose e nemmeno l’intervento del parroco ottiene nulla; Erminia è sempre più riluttante ad accettare il dovere coniugale e il marito.
Così prende una decisione drastica.
Molla tutto e si trasferisce a Piacenza da sua sorella Angela.
Anche qua però Erminia incontra dei problemi; tanto è inibita e timida lei, tanto sua sorella è diametralmente differente come carattere.

Espansiva e vulcanica, Angela vive una vita sentimentale e sessuale decisamente promiscua, tanto che Erminia medita di andarsene.
Tuttavia poichè l’alternativa è quella di tornare a casa, Erminia in qualche modo si lascia coinvolgere dal ritmo frenetico della vita di sua sorella.
Nel frattempo Antonio, privo della moglie, riprende la sua vita di Don Giovanni che culmina in un rapporto semi incestuoso con sua suocera Giulia, che ne diviene l’amante.
La matura contessa,travolta dalla sensualità primitiva di Antonio, si lascia andare; ma è in agguato un colpo di mano del destino, perchè Erminia, che ha deciso di tornare a casa, sorprende i due amanti e….
A sorpresa, Quando l’amore è sensualità, film diretto da Vittorio De Sisti nel 1973 mostra di staccarsi dal novero delle commedie sexy sia per la trama drammatica sia per la sceneggiatura che privilegia il tono serioso della vicenda narrata piuttosto che la sua componente scabrosa.
Se la sceneggiatura sembra forzata e incline a privilegiare l’aspetto pecoreccio del triangolo mamma-figlia-marito di quest’ultima, De Sisti evita di spingere l’acceleratore sul morboso privilegiando la trattazione delle psicologie dei personaggi.
Intendiamoci, nulla di trascendentale ma per una volta la componente erotica e morbosa lascia il passo al dramma che i protagonisti vivono nella vicenda.
Le storie intrecciate di Giulia, donna tormentata dai problemi economici ma anche e sopratutto da una sessualità frenata e nascosta che si rivelerà solo nel rapporto semi incestuoso con suo genero e quella di Erminia, donna altrettanto inibita e frigida che scoprirà in parte un mondo alieno come la sua sessualità quando incanterà suo cognato, si mescolano a quelle di due figure in qualche modo all’opposto esatto della coppia madre e figlia.
Antonio infatti è un tombeur de femmes, un gallo ruspante che vive una sessualità sfrenata e insaziabile un pò come la cognata Angela, che all’opposto di Erminia è donna libera e dai costumi sessualmente aperti.
La solita casualità vuole che proprio Antonio e Angela, che n qualche modo sarebbero fatti l’uno per l’altra non si incontrino, mentre l’uomo finirà per consolare la sua repressa suocera, scatenando però così un dramma famigliare che culminerà nel momento in cui Erminia sorprenderà suo marito e sua madre a letto assieme.
Storia pruriginosa, quindi, ma narrata con un certo stile.
Vittorio De Sisti ha sempre diretto con garbo i film che ha avuto per le mani; non dimentichiamo per esempio uno dei migliori decamerotici, Fiorina la vacca oppure Lezioni privare o La supplente va in città.
Certo, siamo comunque in presenza di un dramma configurabile nell’ambito della commedia sexy, non fosse altro per la presenza di diverse scene di nudo che però una volta tanto sono funzionali alla storia raccontata.
Decisamente ben assortito il cast che vede la presenza di Francoise Prevost nel ruolo della contessa Giulia, interpretato con garbo e misura, di Agostina Belli sempre affascinante nel ruolo della inibita Erminia, di Eva Aulin in quello per lei quasi naturale di Angela, ragazza senza tabù che sa godersi la vita e infine di Gianni Macchia nel ruolo di Antonio, il lussurioso marito di Erminia ed amante di Giulia.
Grazie ad una fotografia molto curata e a dialoghi non banali, Quando l’amore è sensualità si presenta quindi come un film dignitoso, che si avvale anche di una morbida soundtrack firmata dal maestro Morricone.
Un film che andrebbe riscoperto e che dovrebbe aver avuto un edizione digitalizzata.
Femi Benussi
Quando l’amore è sensualità
Un film di Vittorio De Sisti. Con Françoise Prévost, Femi Benussi, Agostina Belli, Gianni Macchia,Umberto Raho, Rina Franchetti, Giovanni Petrucci, Vittorio Fanfoni, Ewa Aulin, Rossella Bergamonti, Giovanni Rosselli, Monica Monet Erotico, durata 93 min. – Italia 1973.
Françoise Prévost
Gianni Macchia
Eva Aulin
Agostina Belli: Erminia Sanfelice
Francoise Prevost: Giulia Sanfelice
Gianni Macchia: Antonio
Eva Aulin: Angela
Umberto Raho: il sacerdote
Regia: Vittorio De Sisti
Sceneggiatura:Vittorio De Sisti, Luigi Russo
Montaggio: Aldo De Robertis
Fotografia: Angelo Curi
Musiche: Ennio Morricone
Il lenzuolo viola (Bad timing)
Una storia d’amore (possibile o impossibile, sarà lo spettatore a decidere) tra una splendida donna libera, indipendente e disinibita e un insegnante di psicanalisi nell’università di Vienna.
E’ proprio nella città austriaca che si evolve il rapporto di coppia tra lei, Milena e lui, Alex: diversi come il giorno e la notte eppure attratti l’uno dall’altro per le insondabili questioni alchemiche dell’amore.
Non potrebbero apparire più differenti di così, Milena ed Alex: lei rifiuta ogni impegno sentimentale, fiera com’è della propria indipendenza e della propria libertà mentre lui, Alex, vuole il rapporto stabile ed esclusivo, sogna una donna al suo fianco probabilmente anche succube della sua personalità che oscilla paurosamente tra la normalità e la paranoia.
Così, quando vediamo Milena su un letto di ospedale in lotta tra la vita e la morte dopo essersi apparentemente avvelenata con un’overdose di farmaci, seguiamo con estremo interesse le indagini dell’ispettore Netusil che vuol vederci chiaro in quello strano tentativo di suicidio.
Harvey Keitel
Il comportamento di Alex, quando viene interrogato, è estremamente sfuggente tanto da indurre Netusil a stringere l’uomo in un angolo.
Così, attraverso una serie infinita di flashback, apprenderemo la verità sulla storia d’amore e morte tra Milena e Alex…
Dipinto cinematograficamente come una serie di quadri di Klimt o di Egon Schiele, ossessionato da musiche bellissime composte da Keith Jarrett, degli Who e di Billie Halliday Il lenzuolo viola, film del 1980 diretto dal controverso maestro Nicholas Roeg, è un viaggio movimentato e complesso nei meandri della psiche di due personaggi in cerca di se stessi e di un rapporto con gli altri che finiscono per fagocitarsi e invischiarsi in una relazione torbida e inestricabile.
Quando Roeg dirige Il lenzuolo viola (Bad timing) ha alle spalle 4 film di per se memorabili anche se in modo molto differente; L’uomo che cadde sulla Terra, A Venezia… un dicembre rosso shocking, Walkabout-L’inizio del cammino e Sadismo sono di per se autentiche perle in quattro generi cinematografici completamente diversi. Dei primi tre film ho già parlato, esaltando i virtuosismi dietro la macchina da presa di Roeg, che aveva alle spalle quasi vent’anni da assistente operatore.
Art Garfunkel
La svolta che Roeg da al cinema consiste in un uso quasi psichedelico della MDP unita a sceneggiature completamente innovative, con dialoghi scarni o quasi inesistenti (come in Walkabout) e con una potenza visiva davvero sorprendente.
Con Il lenzuolo viola Roeg torna al cinema 5 anni dopo lo straordinario successo di pubblica ( e in parte) di critica ottenuto da L’uomo che cadde sulla terra; questa volta la scelta è sul rapporto di coppia, un rapporto che ci appare subito minato alle fondamenta.
Troppo diversi i personaggi, troppo particolare la psicologia di Alex, pericolosamente in bilico tra la depravazione morale e un assolutismo affettivo che a ben guardare ha delle origini patologiche.
Eppure l’inizio può sembrare rassicurante, con il primo incontro (il primo?) tra Alex Linden e Milena Flaherty, che guardano un Klimt che riflette oro mentre la morbida musica di Tom Waits pian piano si dissolve.
Subito dopo tutto viene spazzato via.
Il suono triste di una sirena lacera la notte; all’interno dell’ambulanza Mlena sembra respirare sempre più debolmente mentre Alex è stranamente freddo e distaccato.
Iniziano una serie di flashback che ci illuminano parzialmente sul passato della coppia, ma quanto vediamo è realmente accaduto o è la proiezione mentale di ciò che loro vorrebbero fosse accaduto?
Il film ruota attorno a questa ambiguità di fondo, così come ambiguo ci appare da subito Alex, quando in ospedale è raggiunto da Netusil, un poliziotto freddo e capace che inizia ad interrogare il glaciale professore di psicanalisi.
Così finalmente vediamo frammenti di verità, a partire dalla festa in cui Mlena e Alex sono rimasti folgorati l’uno dall’altra.
Seguiamo anche i pensieri di Milena, donne pericolosamente vicina all’alcolismo, una donna libera e disinibita che però nasconde probabilmente una grande insicurezza di fondo.
Mentre Netusil indaga, seguiamo anche il torbido rapporto che si instaura tra Milena e Alex, la sua gelosia crescente, le sue piccole manie sessuali.
Vediamo anche Alex scoprire che la donna è sposata con un uomo che non ama più, dal quale lui vorrebbe farla divorziare.
Forzature, piccoli drammi, incomprensioni che diventano sempre più ampie, incolmabili.
Il lenzuola viola è quindi un noir assolutamente atipico, perchè la sua struttura è quella ad incastro, un gioco di scatole cinesi in cui la verità sembra essere celata in qualche scatola successiva; ogni volta che se ne apre una, ecco il rimando alla prossima e così quasi fino all’infinito.
Per costruire il suo rompicapo, Roeg aveva bisogno di un cast che esprimesse compiutamente il carattere “labirintico” dei due principali protagonisti e così il regista londinese scelse due attori non di primissimo piano;
per il ruolo complesso di Milena ecco Theresa Russell, bellissima ed enigmatica attrice californiana al suo primo ruolo importante e Art Garfunkel, molto più conosciuto in ambito musicale ma autore fino ad allora di due apparizioni davvero notevoli nei film di Mike Nichols Comma 22 e Conoscenza carnale. Garfunkel, inspiegabilmente sottovalutato da Hollywood ripaga Roeg con un’interpretazione magistrale del personaggio paranoico di Alex mentre la futura signora Roeg è una piacevolissima sorpresa. Aldilà della seducente bellezza del volto e del suo fisico praticamente perfetto, la Russell consegna un ritratto memorabile della sfortunata Milena Flaherty giocando splendidamente sull’ambiguità del personaggio e in definitiva facendo esattamente ciò che Roeg voleva, mantenere cioè il personaggio in un limbo immateriale in cui la psicologia di Milena risulti inafferrabile o comunque che appaia come uno specchio dai moltissimi riflessi.
Theresa Russell
Bravo anche Harvey Keitel che interpreta l’implacabile Netusil, l’uomo deputato a incastrare le tessere del mosaico con pazienza infinita e con intuizione.
Parlavo prima della controversa uscita del film, a cui la critica ha riservato elogi senza fine o stroncature inappellabili.
Valga per tutte la recensione sintetica che dice “Un film malato fatto da malati per i malati...” di un non meglio identificato critico americano,
mentre stranamente Morandini parla di un film “Affascinante, intrigante, ai limiti del Kitsch“. Ugualmente diviso il pubblico, ma non poteva essere diversamente.
Un film molto complesso, forse troppo.
Innegabilmente però tutti lodano la splendida fotografia di Roeg, l’ambientazione decadente in una Vienna misteriosa e le intepretazioni degli attori citati.
Ci sono quindi tutti i motivi per immergersi in una pellicola che potrà non piacere ma che non lascerà assolutamente indifferenti.
Il lenzuolo viola
Un film di Nicolas Roeg. Con Art Garfunkel, Harvey Keitel, Theresa Russell, Denholm Elliott, Daniel Massey,Dana Gillespie, William Hootkins, Eugene Lipinski, George Roubicek, Stefan Gryff, Sevilla Delofski, Robert Walker, Gertan Klauber, Ania Marson, Lex van Delden Titolo originale Bad Timing. Drammatico, durata 129 min. – Gran Bretagna 1980.
Art Garfunkel … Alex Linden
Theresa Russell … Milena Flaherty
Harvey Keitel … Ispettore Netusil
Denholm Elliott … Stefan Vognic
Dana Gillespie … Amy Miller
William Hootkins … Col. Taylor
Eugene Lipinski …Poliziotto dell’ospedale
George Roubicek …Primo poliziotto
Stefan Gryff …Secondo poliziotto
Sevilla Delofski …Receptionist ceco
Robert Walker … Konrad
Gertan Klauber …L’infermiere nell’autoambulanza
Ania Marson … Dr. Schneider
Lex van Delden …Giovane dottore
Regia: Nicolas Roeg
Produzione: Jeremy Thomas
Sceneggiatura: Yale Udoff
Musiche: Richard Hartley
Cinematography: Anthony B. Richmond
Editing : Tony Lawson
Registrazioni in studio: Picture Company
Distribuzione: Rank Organisation













































































































































































