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La legge violenta della squadra anticrimine

La legge violenta della squadra anticrimine locandina

Il florido filone del poliziesco all’italiana o poliziottesco ha prodotto una caterva di pellicole per lo più girate nell’arco temporale di una decina d’anni, che va grosso modo dal 1969 al 1979 salvo eccezioni sia prima che dopo questo periodo.
La legge violenta della squadra anticrimine è uno dei tantissimi prodotti del genere, un film che non presenta particolari motivi d’interesse sia nel plot sia nella parte tecnica, con un cast di livello appena passabile e scene d’azione molto limitate.
Ha però qualcosa che, personalmente, lo rende speciale: è infatti uno dei rarissimi film girati nella mia città, Bari.
Nel 1976 il regista Stelvio Massi autore di poco più di una trentina di regie cinematografiche, dopo il lusinghiero successo di Mark il poliziotto e del sequel Mark il poliziotto spara per primo con protagonista il compianto divo dei fotoromanzi Lancio Franco Gasparri, adatta per lo schermo una sceneggiatura di Lucio De Caro e decide di girare il film nel capoluogo pugliese.

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Morte di un boss

Divide quindi il set tra Bari e Trani, dove ambienta poche scene girate principalmente fuori dal tribunale , non come erroneamente riportato da alcuni recensori.
Le scene più drammatiche, quelle dell’assalto al furgone postale che daranno il via alla narrazione vera e propria dopo la parte introduttiva vennero girate nell’androne di casa mia, mentre le scene della fuga a piedi dei rapinatori vennero riprese nelle immediate adiacenze, ovvero sul lungomare e nei pressi della Provincia, con alcune escursioni nella zona Rai; per chi conosce la mia città fa sicuramente un certo effetto vedere Capolicchio fuggire per il Lungomare Nazario Sauro e sbucare improvvisamente su Corso Cavour, nei pressi del teatro Petruzzelli che troneggia fiero nella sua antica bellezza, prima di essere completamente distrutto da un incendio doloso nel 1991.

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John Saxon, il commissario Jacoviello arresta un piccolo rapinatore

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Antonella Interlenghi, moglie del commissario Jacoviello

Ricordo ancora la troupe di Massi impegnata nelle riprese, tra il fatidico ciak si gira e i problemi legati ai curiosi che non avevano mai visto prima le riprese di un film e che guardavano con aria sorpresa dritti nell’obiettivo della macchina da presa, cosa facilmente riscontrabile in alcuni fotogrammi relativi all’inseguimento per le vie del centro, a cui vennero aggiunte sequenze sfasate come location girate a Trani.
Un’esperienza particolare, che avevo già vissuto quando in città vennero girate alcune scene di Polvere di stelle, con protagonisti Monica Vitti e Alberto Sordi, anche queste girate all’interno del Petruzzelli (ero fuori e cercavo disperatamente di essere preso tra le comparse che figuravano all’interno del teatro) e sul Lungomare Nazario Sauro, dove sorgeva l’Albergo delle Nazioni che divenne anche il set ideale di La legge violenta della squadra anticrimine.

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La sequenza della rapina

Questo film, come dicevo agli inizi, non ha particolari motivi di interesse, per cui farò una breve descrizione del plot mentre parlerò diffusamente delle varie location, illustrandole con i fotogrammi orignali del film, sperando naturalmente di non annoiarvi con una descrizione “turistico-amarcord” della mia città.
La storia narrà le vicende di Antonio Blasi, un giovane che partecipa ad una rapina ad un furgone blindato, nel corso della quale uccide un carabiniere a colpi di mitra.
Il giovane nella fuga ruba un auto, scegliendo però il personaggio peggiore, ovvero quella del fratello del capo della criminalità locale, Dante Ragusa

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Lino Capolicchio (Antonio Blasi) in fuga: alle sue spalle il Teatro Petruzzelli di Bari

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Rosanna Fratello è Nadia, la donna di Antonio

Per colmo di sventura all’interno dell’auto si trova una cartella contenente documenti compromettenti per il boss, che testimoniano affari loschi con alcuni politici.
Braccato dai sicari di Ragusa e dal commissario Jacovella, un uomo duro che crede nella repressione violenta della criminalità, Antonio finirà per trovare collaborazione solo in Maselli, un giornalista responsabile della Gazzetta del Mezzogiorno in conflitto con Jacovella per i modi poco legali che quest’ultimo usa.
Antonio verrà ucciso da un sicario armato di fucile proprio davanti alla sede del giornale, mentre sta per consegnarsi a Jacovella e Maselli.
Grazie alle carte recuperate dal commissario, il feroce boss verrà arrestato.

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Lee J.Cobb è il boss Ragusa

Una storia abbastanza lineare, onesta  e diretta con mano agile da Massi, che si avvale di un cast abbastanza omogeneo nel quale figurano John Saxon (Jacovella), il compianto Renzo Palmer (il giornalista Maselli),Lee J. Cobb /Ragusa), Lino Capolicchio (lo sfortunato Antonio Blasi), Rosanna Fratello (Nadia, la donna di Blasi) e Antonella Interlenghi (la moglie di Jacovella); tutti recitano su uno standard accettabile rendendo così la visione del film abbastanza godibile.
Quindi uno dei tanti polizieschi senza infamia e senza lode, come dicevo agli inizi.
Impreziosito però dalla location.
In apertura di film si vede infatti una panoramica della città ripresa dall’alto, che mette in risalto alcuni dei punti più belli di bari, come la Basilica di San Nicola o lo splendido lungomare che appare com’era 35 anni fa qundi non ancora protetto dalle barriere frangiflutti, con il Teatro Margherita com’era all’epoca (sede in una sala cinematografica) che di li a poco avrebbe chiuso i battenti per essere restaurato un terzo di secolo dopo.

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Jacovella alla ricerca di Antonio

Si vede il teatro Petruzzelli e la stazione di Bari, lo storico palazzo della Gazzetta del Mezzogiorno abbattuto stupidamente per lasciar posto ad un mostro realizzato con grandi vetrate oscurate, si vede il ponte di Corso Cavour appena costruito e altre strade che permettono una full immersion in una città che nei trent’anni successivi avrebbe subito profonde trasformazioni, quasi tutte in meglio.
Qualche giorno fa ho rivisto il film più che altro per assaporare il fascino di una città che ormai è solo il pallido ricordo di quella che era un tempo; fa un certo effetto vedere le strade della città vecchia (un tempo pericolosissime) attraversata dalle auto, prima di divenire fortunatamente zona interdetta al traffico e cuore pulsante della vita notturna della città, oggi riportata ad uno splendore che probabilmente non ha mai conosciuto davvero.
Stesso effetto nel vedere il lungomare così indifeso, preda delle mareggiate che periodicamente distruggevano parte di esso, prima che un violentissimo maestrale lo distruggesse quasi completamente e che costrinse l’amministrazione comunale a rifarlo per intero e a dotarlo di una barriera frangiflutti che da allora ha impedito alla furia del mare di far danni.
Ancora, strade secondarie con attività ormai scomparse da tempo, qualche conoscente immortalato mentre guarda stupito gli inseguimenti, il palazzo nuovo della Gazzetta del Mezzogiorno in via Scipione l’africano con le sue rotative e un interno così profondamente diverso da oggi,

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Vendetta sul padre di Antonio

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I due fidanzati progettano la fuga

il Barion e il Circolo della vela, oggi completamente ricostruito; la fiera del Levante, forse una delle cose che ha subito i cambiamenti peggiori, oggi in preoccupante declino segnata dalla crisi e soffocata dai debiti, il maestrale in piena regola che accolse la troupe di Massi il giorno in cui girarono le scene della rapina, la casa diroccata in cui si rifugia Antonio con Nadia con sullo sfondo lo splendido e un atntino inquietante paesaggio di Castel del Monte…
Insomma, l’occasione ideale per ricordare tempi ormai lontani anche nella memoria, alla ricerca di quella che era una città oggi irrimediabilmente scomparsa in alcuni suoi aspetti esteriori.
Una scena in particolare mi ha colpito profondamente: una panoramica sulla zona antistante il Barion chiamata dai baresi N’derr a la Lanze, che più o meno significa nella zona di Crollalanza, l’uomo che costrui lo splendido lungomare di Bari in piena epoca fascista, l’unica cosa degna di essere ricordata di quel periodo oscuro.
Nella breve sequenza si vedono ancora i venditori abusivi di cassette stereo e di “mangianastri”, di accendini taroccati e di oggetti di dubbia provenienza, che resistettero fino a metà degli anni 90 prima di essere sloggiati definitivamente dal sindaco che ricostrui la città vecchia, Simeone Di Cagno Abbrescia.
Per chi ama la mia città o voglia conoscerla com’era un terzo di secolo addietro il vedere questo film vale più di un qualsiasi archivio di foto inanimate: un viaggio alla scoperta di una città dal fascino davvero particolare.
La legge violenta della squadra anticrimine,un film di Stelvio Massi. Con Antonella Lualdi, Lee J. Cobb, John Saxon, Renzo Palmer,Rosanna Fratello, Guido Celano, Pasquale Basile, Alfredo Zammi, Lino Capolicchio, Giacomo Piperno, Thomas Hunter
Poliziesco, durata 92 min. – Italia 1976

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John Saxon: Commissario Jacovella
Lee J. Cobb: Dante Ragusa
Renzo Palmer: Maselli, direttore del giornale
Lino Capolicchio: Antonio Blasi
Rosanna Fratello: Nadia
Antonella Lualdi: Anna Jacovella
Thomas Hunter: Agente Turini
Giacomo Piperno: Giordani, giornalista
Guido Celano: Padre di Antonio
Alfredo Zammi: Pasquale ‘Nino’ Ragusa
Pasquale Basile: Nicola, domestico di Ragusa
Francesco D’Adda: Operatore radio

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Regia     Stelvio Massi
Soggetto     Lucio De Caro
Sceneggiatura     Lucio De Caro, Piero Poggio, Maurizio Mengoni, Dardano Sacchetti
Casa di produzione     PAC
Distribuzione (Italia)     PAC
Fotografia     Mario Vulpiani
Montaggio     Mauro Bonanni
Musiche     Piero Pintucci
Scenografia     Carlo Leva
Costumi     Carlo Leva

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Veduta panoramica della città vecchia e del Lungomare, zona Margherita

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Renzo Palmer all’interno del palazzo della Gazzetta del Mezzogiorno

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John Saxon e Renzo Palmer di fronte alla Cattedrale (da non confondere con la Basilica di San Nicola)

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Veduta aerea, sullo sfondo il Castello Svevo e la Basilica di San Nicola

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La sede della Fiera del Levante, con l’indicazione 39a edizione (oggi siamo alla 74a)

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Veduta esterna di parte del complesso della Basilica di San Nicola

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Scorcio del porto dei pescatori

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I rapinatori fuggono per via Spalato, davanti all’ingresso della sede della Provincia

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Capolicchio in fuga dopo la rapina: tutte le attività alle sue spalle oggi non esistono più

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Il poliziotto a sinistra è appoggiato al muro dell’Albergo delle nazioni

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Posto di blocco all’altezza della zona Rai, nei pressi di Piazza Gramsci

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Antonio e Nadia in fuga: alle spalle si intravede Castel del Monte

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Lo storico mercatino del pesce di “N’derr a la Lanze”

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Una bottega artigiana in Via Disfida di Barletta nella città vecchia

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Via Disfida di Barletta, che costeggia la Basilica di San Nicola

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L’ex mercato “dei contrabbandieri” nella zona “N’derr a la Lanze”

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Veduta di Piazza Moro (ex Piazza Roma), sede della Stazione Centrale

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John Saxon davanti la nuova sede della Gazzetta del Mezzogiorno

luglio 14, 2011 Pubblicato da: | Drammatico | , , , | Lascia un commento

Schindler list

Schindler list locandina

Schindler list è più di un film.
Appartiene di diritto all’empireo della storia del cinema non tanto per i suoi numerosi meriti intrinseci, quanto piuttosto per una somma di fattori che coinvolgono l’abilità stilistica di Spielberg, capace di racchiudere in tre ore di grande cinema una storia così difficile e sofferta da raccontare come quella di Oskar Schindler, la sua capacità di emozionare e al tempo stesso di indignare lo spettatore, trasportandolo attraverso la follia e l’incredibile vicenda della shoah.

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Ancora, per la potente carica visiva delle sue immagini e del suo racconto, esternata tramite un bianco e nero che sembra rinchiudere in se le estremizzazioni del bene e del male, la follia del nazismo e per contro l’eroismo di un uomo, Oskar Schindler, che Israele riconobbe come giusto fra gli uomini, un riconoscimento toccato a pochissime persone.
La storia di Schindler, che Spielberg porta sul grande schermo, è la storia di un eroe solitario, di un uomo che riuscì a salvare oltre un migliaio di persone da morte sicura, fedele al motto del Talmud che recita “Colui che salva una sola vita salva il mondo intero”, incisa anche sull’anello che i superstiti alla shoah da lui salvati gli regaleranno grati di un atto di eroismo che durante la seconda guerra mondiale ebbe tanti silenziosi protagonisti, come il nostro Perlasca.
Per questo film come già detto Spielberg utilizza il bianco e nero, ritornando così al cinema degli esordi, quando la potenza bicromatica dei due colori fondamentali era l’unica forma di espressione del cinema; lo fa anche perchè la seconda guerra mondiale vide il bianco del coraggio, dell’altruismo e della voglia di vivere opposto drammaticamente al nero dell’anima più buia degli uomini, il nero della follia che devastò il mondo portando nella tomba oltre 50 milioni di esseri umani.
Un quinto dei quali appartenenti ad una sola razza, ammesso che sia logico parlare di razza: usiamo il termine popolo, più consono al dramma vissuto.

Un popolo, quello ebraico, che nel film appare vinto nel fisico ma non nel morale, un popolo che non potendo opporre alla preponderante forza del nazismo null’altro che la forza della propria fede, pagò un tributo spaventoso in termini di dolore e morte alla follia omicida del nazismo stesso.
Solo quattro volte Spielberg utilizza un tocco di colore nel film: lo fa all’inizio, su quell’immagine stupenda delle candele che si spengono per poi riaccendersi nel finale, lo fa quando inserisce due immagini tra le più poetiche di sempre e non solo limitate all’ambito cinematografico.
Sono i due cappottini rossi della bimba portata via dagli orchi in uniforme: il colore del sangue, della vita stessa che si spengono per mano degli uomini neri, quegli uomini che appartengono a quanto di peggio l’umanità ha saputo produrre nel corso della sua intera storia.
Perchè mai prima di allora il genocidio di un popolo era stato studiato e portato a compimento in un modo così sistematico e crudele.

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Attraverso Oskar Schinder il grande regista americano non racconta solo la storia del giusto tra gli uomini, ma lancia anche un messaggio fortissimo di speranza: anche nel buio più profondo può accendersi la luce di una candella, quella candela che simboleggia l’umanità vera e pulsante, quell’umanità generosa e altruista che può e deve essere la ver amaggioranza della stessa.
Steven Spielberg, nel 1993, riedita il romanzo La lista di Schindler di Thomas Keneally e lo modifica almeno in parte, ridando così luminosità alla figura di Oskar Schindler, l’imprenditore tedesco che dopo un periodo di collaborazione con il regime tedesco, scelse di tentare di salvare quante più vite umane possibili rinunciando così  all’arricchimento personale ma ottenendo in cambio qualcosa che vale molto, molto più del materiale, ovvero la soddisfazione di aver contribuito a salvare vite umane.

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Quesa è in sintesi la storia del film, che parte proprio da Cracovia nel 1939 subito dopo l’invasione nazista e che continua con l’illustrazione della nascita dei campi di concentramento, simboleggiati dalla potente e devastante figura di Amon Göth, il capo del campo di concentramento che accetterà nel finale di vendere a Schindler le persone che l’imprenditore poi riuscirà a salvare, proprio nel momento in cui il nazismo arrivava al termine della sua follia grazie anche al sacrificio di centinaia di migliaia di soldati delle forze alleate.
Quando scorrono le immagini finale, che molti critici hanno visto come una concessione ad Hollywood e che invece testimoniano la partecipazione commossa del regista al dramma che fino a quel momento ha raccontato in modo lucido e spietato, lo spettatore riflette, come raramente ha fatto in precedenza davanti ad uno schermo cinematografico.
Riflette sulla follia e sull’eroismo, riflette su un passato che appartiene alla memoria storia di due popoli, quello tedesco e quello ebraico che furono le due componenti più importanti di una tragedia di portata mondiale, due popoli che pagarono un tributo spaventoso alla follia stessa.
E alla fine quello stesso spettatore, dopo tre ore di proiezione, si rende conto che quello che ha visto non è soltanto un film ma qualcosa che va ben oltre il limite della pellicola e dello schermo.

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Spielberg fa tutto questo usando le sue straordinarie armi senza per questo cadere nella retorica: la sua creazione, il Survivors of the Shoah Visual History Foundation destinato a raccogliere le testimonianze visive e in voce dei pochi sopravvissuti alla shoah dimostrano come la sensibilità del regista vada ben oltre il facile pietismo.
Quando il regista di Cincinnati dirige Schindler list, viene dal grandissimo successo di Jurassic park e sopratutto da quattro anni in cui ha fatto cinema di alto livello ma in pratica di evasione, come dimostrano i tre film precedenti ovvero Hook – Capitan Uncino (1991),Always – Per sempre  (1988) e Indiana Jones e l’ultima crociata  (1989).
Hollywood è così e c’è poco da fare; per avere credibilità, finanziamenti e libertà di movimento devi avere alle spalle grossi incassi. L’unica sua esperienza con un film “bellico” Spielberg l’aveva avuta con 1941- Allarme a Hollywood  (1979), una mega produzione in chiave farsesca che però era costato una fortuna alla produzione e che rischiò di fermarlo per anni, pur essendo il film stesso assolutamente gradevole.

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E Spielberg che sa benissimo come funzionano le cose a Hollywood riesce a mettere le mani sul soggetto in cui tanto credeva proprio grazie ai soldi rimediati da questi tre film che ho citato.
Così, quando prende in mano Schindler list Spielberg fa un azzardo che però si rivela vincente: il film infatti otterrà una marea di premi, tra i quali i 7 Premi Oscar 1994 (su 12 nomination) ovvero i premi come Miglior film, Miglior regia, Miglior sceneggiatura non originale, Miglior fotografia, Miglior scenografia, Miglior montaggio, Migliore colonna sonora seguiti da 3 Golden Globe  (su 6 nomination) come Miglior film drammatico, Miglior regia, Miglior sceneggiatura e  6 Premi BAFTA (su 12 nomination) come Miglior film, Miglior regia, Miglior attore non protagonista, Miglior fotografia, Miglior montaggio, Miglior colonna sonora.

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Questo permetterà a Spielberg di girare 5 anni più tardi quell’altro capolavoro che è Salvate il soldato Ryan  (1998), un affresco potentissimo sulla guerra raccontato alla sua straordinaria maniera, inimitabile.

Tornando a Schindler list, non si può dimenticare l’apporto dato al film stesso dalla potente colonna sonora di John Williams ne il fondamentale apporto del grandissimo cast selezionato nel quale spiccano la potente e asciutta recitazione di Liam Neeson nel ruolo di Oskar Schindler, quella altrettanto stupenda di Ben Kingsleyin quello di Itzhak Stern il collaboratore ebreo che tanta parte ebbe nelle scelte di Schindler e quella paurosamente e autenticamente da psicopatico di Ralph Fiennes nel ruolo del rappresentante in terra del male assoluto, l’Untersturmführer  Amon Göth che si diverte a sparare con una carabina corredata di binocolo ai prigionieri, simbolo della banalità (scusatemi il termine) del male e della morte.

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Questi tre attori, nei loro ruoli, accendono lo schermo e la storia rendendola se possibile ancora più credibile e amaramente umana.
Bellissima la fotografia di Janusz Kaminski, perfetto il montaggio di Michael Kahn.
Schindler list è un’opera assolutamente da non far mancare nella propria videoteca, un film che di diritto deve essere presente accanto a capolavori come Ombre rosse o Arancia meccanica, come Quarto potere o altri esempi di film che escono dalla semplice cinematografia per diventare opere immortali come un Amleto di Shakespeare o come una sinfonia di Mozart.

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Schindler’s List,un film di Steven Spielberg. Con Liam Neeson, Ben Kingsley, Ralph Fiennes, Caroline Goodall, Jonathan Sagalle, Embeth Davidtz, Andrzej Seweryn, Beatrice Macola, Jonathan Sagall, Malgoscha Gebel, Shmuel Levy, Mark Ivanir, Friedrich Von Thun, Krzysztof Luft, Harry Nehring, Norbert Weisser

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Liam Neeson: Oskar Schindler
Ben Kingsley: Itzhak Stern
Ralph Fiennes: Amon Göth
Caroline Goodall: Emilie Schindler
Jonathan Sagall: Poldek Pfefferberg
Embeth Davidtz: Helene Hirsch
Malgoscha Gebel: Victoria Klonowska
Shmulik Levy: Wilek Chilowicz
Mark Ivanir: Marcel Goldberg
Beatrice Macola: Ingrid
Andrzej Seweryn: Julian Scherner
Friedrich von Thun: Rolf Czurda
Krzysztof Luft: Herman Toffel
Harry Nehring: Leo John
Norbert Weisser: Albert Hujar
Alexander Held: burocrate SS

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Regia     Steven Spielberg
Soggetto     Thomas Keneally (dal romanzo La lista di Schindler)
Sceneggiatura     Steven Zaillian
Produttore     Steven Spielberg, Gerald R. Molen, Kathleen Kennedy, Branko Lustig
Fotografia     Janusz Kaminski
Montaggio     Michael Kahn
Musiche     John Williams e altri artisti
Scenografia     Ewa Braun, Allan Starski

Doppiatori

Alessandro Rossi: Oskar Schindler
Franco Zucca: Itzhak Stern
Roberto Pedicini: Amon Göth
Isabella Pasanisi: Emilie Schindler
Lucio Saccone: Poldek Pfefferberg
Micaela Esdra: Mila Pfeffembarg
Carolina Zaccarini: Helene Hirsch
Francesco Pannofino: Wilek Chilowicz
Marco Mete: Marcel Goldberg
Perla Liberatori: Danka Dresner

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La tomba di Oskar Schindler

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Oskar Schindler

…”Dal libro dell’australiano Thomas Keneally La lista. L’industriale tedesco Oskar Schindler, in affari coi nazisti, usa gli ebrei come forza-lavoro a buon mercato. Gradatamente, pur continuando a sfruttare i suoi intrallazzi, diventa il loro salvatore, strappando più di 1100 persone dalla camera a gas. È il film più ambizioso di S. Spielberg e il migliore: prodigo di emozioni forti, coinvolgente, ricco di tensione, sapiente nei passaggi dal documento al romanzesco, dai momenti epici a quelli psicologici. La partenza finale di Schindler è l’unica vera caduta del film, un cedimento alla drammaturgia hollywoodiana, alla sua retorica sentimentale. L. Neeson rende con grande efficacia le contraddizioni del personaggio. L’inglese R. Fiennes interpreta il paranoico comandante del campo Plaszow come l’avrebbe fatto Marlon Brando 40 anni fa. Memorabile B. Kingsley nella parte dell’ebreo polacco, contabile, suggeritore e un po’ eminenza grigia di Schindler. 7 Oscar: film, regia, fotografia di Janusz Kaminski (in bianconero, tranne prologo ed epilogo), musica di John Williams, montaggio, scenografia e sceneggiatura. Quel rosso del cappottino della bambina che cerca di sfuggire al rastrellamento è una piccola invenzione poetica, un esempio del modo con cui gli effetti speciali possono diventare creativi. (Morandini)” …

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giugno 7, 2011 Pubblicato da: | Drammatico | , , , | Lascia un commento

Sesso a domicilio (Ich, eine groupie)

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Ancora una volta un titolo fuorviante per un film che con il sesso c’entra molto marginalmente; tradurre Ich ein groupie (Io sono una groupie) con Sesso a domicilio significa strizzare l’occhio maliziosamente ad un pubblico di guardoni, mentre il film di Erwin C. Dietrich uscito nelle sale italiane nel 1971 è tutto tranne che un film per guardoni.
Del resto la parola groupie indica molto chiaramente a cosa il regista miri, ovvero raccontare la storia drammatica di Vicky, giovane londinese che scenderà all’inferno proprio per questa sua peculiarità, essere una groupie.
Con questo termine inglese venivano “etichettate” quelle ragazze che seguivano il concerti rock e pop e che spesso diventavano fans (anche esagitate) delle rockstar ma non solo; erano tantissime le formazioni di piccola e media fama che avevano le loro groupie che alla fine assecondavano anche la vita sregolata ed eccessiva dei componenti delle band.
Accadeva quindi che una groupie diventava l’amante fissa o temporanea dell’artista, spesso eccedendo in consumo di alcolici o droghe, ma molto spesso la groupie viveva una vita assolutamente normale limitandosi a seguire i concerti o gli avvenimenti artistici del gruppo o dell’artista che amava.

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Dietrich decide quindi di raccontare la storia drammatica di una di queste ragazze, divenuta groupie per caso e di seguirne le vicissitudini personali attraverso un viaggio che ben presto si trasformerà in un incubo.
Vicky infatti capita casualmente ad un concerto del chitarrista Steward West e se ne innamora perdutamente: da questo momento la sua sorte resterà legata indissolubilmente ai destini di Steward, che la inizierà anche ai piaceri proibiti delle droghe.

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La ragazza infatti quando Steward si trasferisce a Berlino per lavoro, decide di seguirlo e si mette in viaggio con Vivian un’altra sua amica conosciuta casualmente.
La mancanza di soldi costringe le due ragazze a diventare spacciatrici di marjuana, cosa che avrà conseguenze gravi perchè Vicky, che nel frattempo è arrivata in Svizzera finirà per essere violentata da un gruppo di duri motociclisti (gli Hell’s angels, angeli dell’inferno).
Arrivata a Berlino Vicky verrà iniziata dall’amica Vivian all’eroina e durante uno dei viaggi allucinati provocati dall’uso della droga, vedrà il suo amato Steward in una specie di sogno.

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Completamente nuda la ragazza si precipita in strada dove verrà travolta e uccisa da un auto che le sfonderà la testa.
Dalla descrizione della trama si evince che siamo di fronte ad u film ad alto tasso di drammaticità in cui il background del mondo della musica viene visto in una prospettiva molto particolare, attraverso la focalizzazione delle debolezze e dei vizi che fanno parte del mondo stesso.
Il viaggio di Vicky, iniziato per amore si trasformerà presto in un calvario che trasporterà la ragazza attraverso non uno, ma mille inferni; nulla le sarà risparmiato, dalla violenza fisica alla violenza psicologica attraverso la sperimentazione di droghe, sesso saffico, sesso violento e perfino un’esperienza di satanismo.
In tutto questo la macchina da presa agisce come un freddo bisturi, evidenziando la mancanza di valori che sembra essere caratteristica pregnante del mondo musicale.

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Ma è anche una violenza sociale, è una storia che si colora di tonalità cupe ascrivibili alla mancanza di una boa di riferimento; cosa propone la società a questi giovani che sembrano rifiutare i modelli pre costruiti dalla società stessa ?
Dietrich quindi segue con piglio da documentarista l’odissea della ragazza, astenendosi dallo stigmatizzare le scelte della ragazza e limitandosi a offrire visivamente un film molto crudo anche se discontinuo.
I pregi sono da rilevare nel tono asciutto del film, poco incline a pistolotti morali mentre i difetti sono da ricercare nelle cadute di ritmo del film stesso e in qualche scena di nudo arbitraria.

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Tuttavia, non avendo il film praticamente nulla di erotico, sono giustificate dalla necessità del regista di documentare la trasgressione anche sessuale del mondo che sta esplorando.
Probabilmente può nascere il sospetto, nello spettatore, di un’operazione per certi versi ammiccante all’uso smodato dello splendido corpo della protagonista, l’attrice Ingrid Steeger.
Va considerato però che il film è del 1970, che è di ispirazione teutonica e quindi proviene da un paese che aveva diversi anni di anticipo sulla morale italiana; la libertà sessuale era un fatto non solo acquisito ma anche di assoluta, totale esplicazione visiva senza secondi fini.
Ovvero, il nudo era una cosa talmente normale da essere rappresentato senza remore o tabù.

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In Italia infatti il film circolò in maniera underground, senza traduzione e con sottotitoli, che sicuramente danno un taglio molto più freddo e impersonale alla pellicola.
Un film da riscoprire, per conoscere un mondo poco esplorato come quello del dietro le quinte delle band musicali degli anni a cavallo fra la fine dei sessanta e gli inizi dei settanta.

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Sesso a domicilio,(Ich, eine groupie), un film di Erwin C. Dietrich . Con Ingrid Steeger, Steward West, Terry Mason Titolo originale Ich, ein Croupier. Drammatico, durata 93 min. – Germania 1971.

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Ingrid Steeger … Vicky
Rolf Eden … Rolf
Vivian Weiss … Vivian
Stewart West … Stewart
Petra Prinz … Petra
Bruno Frenzel … Se stesso-musicista
Bernd Koschmidder… Se stesso-musicista
Bernd Noske … Se stesso-musicista
Reinhold Sobotta… Se stesso-musicista
Wolfgang Rumler… Se stesso-musicista
Joachim Schmidt… Se stesso-musicista
Andreas Scholz … Se stesso-musicista

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Regia: Erwin C. Dietrich,Jack Hill (non accreditato)
Sceneggiatura: Erwin C. Dietrich,Jack Hill (non accreditato)
Prodotto da : Erwin C. Dietrich
Musiche: Walter Baumgartner, Walter Senn

 

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Maggio 25, 2011 Pubblicato da: | Drammatico | , | 1 commento

Il sorriso del grande tentatore

Il sorriso del grande tentatore locandina 1

Allo scrittore italiano Roberto Solina arriva una richiesta di aiuto abbastanza inusuale; si tratta dell’invito del prelato polacco Monsignor Badenski che gli chiede di scrivere una memoria difensiva che gli permetta di spiegare le sue attività e il suo pensiero alle autorità ecclesiastiche che lo stanno giudicando.
Monsignor Badenski è ospite di un istituto religioso retto con dura disciplina da Suor Geraldine, alle prese da un lato con altri ospiti dell’istituto (tutti da prendere con le molle), dall’altro con dure esigenze di bilancio e di obbedienza ai suoi superiori.
Solina conosce così i vari ospiti, tutti molto differenti tra loro ma accomunati dalla necessità da parte delle autorità religiose di tenere separati gli stessi dalla comunità civile.

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Conosciamo così Marcos, anziano prelato confinato nell’istituto per aver sposato la causa dei patrioti cubani e di Fidel Castro, il leader comunista e ateo; il professor Villa considerato un eretico per le sue idee ortodosse, Ottavio Ranieri di Aragona nobile e principe messo da parte e nascosto alla vita sociale per essersi innamorato di sua sorella, Emilia Contreras (che amministra l’istituto stesso) accusata di aver fatto uccidere suo marito da un guerrigliero del suo paese del quale si era innamorata.
E ancora Monsignor Badenski stesso, accusato di aver collaborato con il partito nazista.

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Gabriele Lavia è Ottavio, Adolfo Celi padre Morelli

Il gruppo si ritrova sotto la guida spirituale della rigida suor Geraldine, che li tratta come peccatori da ravvedere usando gli strumenti più rigidi della religione, come il digiuno e la mortificazione del corpo in aggiunta ad una sorta di terapia di gruppo nella quale è aiutata da un altro prelato, Monsignor Morelli.
L’universo dei rinchiusi, come potremmo definirli, visto che non sono arbitri delle proprie vite nonostante suor Geraldine si affanni a dichiarare la loro assoluta libertà allo scrittore Solina, vive quindi un’esistenza monotona scandita dalle regole dell’istituto stesso.

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Ma gli ospiti convivono con i loro sensi di colpa, che sono presenti in essi in maniera più o meno evidente: la presenza di Solina altera l’equilibrio precario degli stessi, perchè l’uomo ha una coscienza critica sviluppatissima, da laico che guarda con fredda oggettività alla situazione del gruppo eterogeneo con cui è venuto a contatto.
Le contraddizioni delle varie personalità esplodono in maniera differente; il principe Ottavio, consumato dal senso del peccato che non gli appartiene, perchè lui sente amore vero per sua sorella, l’amore terreno e carnale, romantico e passionale ma condannato dalle leggi della morale alla fine sceglie di risolvere i suoi problemi con l’unica via di fuga che gli resta, il suicidio.

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Claudio Cassinelli è Roberto

Poco alla volta i vari “pensionanti” scelgono di allontanarsi da quel luogo, quasi siano riusciti a prendere coscienza del loro stato.
Va via Marcos, l’uomo che credeva davvero nella rivoluzione dei barbudos e va via anche Badenski che in realtà non è colpevole ma che ha cercato in ogni modo di salvare delle vite.
Emilia si lega morbosamente a Solina, ma alla fine lo abbandona.
E quando Solina torna nell’istituto per chiedere spiegazioni alla donna, ha l’amara sorpresa di ritrovare tutti i vecchi ospiti ritornati all’ovile.
L’istituto è per loro ormai l’unica casa rimasta e fuori da esso si sentono persi.
La società civile sembra a loro aliena e senza le ali protettrici della chiesa, delle sue regole, di suor Geraldine non sanno ormai più vivere, quasi fossero degli uccelli in gabbia rinchiusi da tanto di quel tempo da non saper più volare all’esterno.
Il condizionamento morale e psicologico delle regole ecclesiali ha quindi vinto anche sul senso di libertà, sul libero arbitrio di ognuno di loro.
Così Roberto Solina capisce che i suoi tentativi di risvegliare un minimo di coscienza individuale in loro è perfettamente inutile e dopo aver rifiutato ovviamente di entrare a far parte del gruppo, lascia quel posto angoscioso e appena all’aperto si reca ad una fontana per dissetarsi lungamente, quasi a simboleggiare il bisogno di pulizia che si è impadronito di lui.

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Glenda Jackson

Il sorriso del grande tentatore, opera di Damiano Damiani datata 1973 è un coraggioso anche se imperfetto tentativo di denunciare l’abbraccio mortale della chiesa e della sua morale verso chi tenta solamente di provare a vivere e ragionare con la propria testa.
Coraggioso perchè denuncia con forza, attraverso i dialoghi e le immagini dei poveri reclusi dell’istituto usando un linguaggio espressivo ben dosato e calibrato, imperfetto perchè realizzato attraverso l’introduzione di troppi personaggi che finiscono per appesantire il tutto e renderli meno concreti e più indistinti. Le varie psicologie sono per forza di cose affrontate con troppa superficialità, essendo i vari protagonisti portatori di storie dolorose e meritevoli di maggior approfondimento.
Ma se questo è un limite, non inficia di certo il risultato finale, che è robusto e interessante, di grande vigoria e ben calibrato.

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Ely Galleani

Damiano Damiani, uno dei registi più coraggiosi e impegnati del cinema italiano, affronta dopo lo scottante tema della mafia (Il giorno della civetta, Confessione di un commissario di polizia al procuratore della repubblica), quello della giustizia imperfetta (L’istruttoria è chiusa: dimentichi), quello della giustizia fascista ipocrita e perbenista che condanna l’innocente Girolimoni solo perchè il regime non può mostrarsi fallace, affronta dicevo un tema scomodo come quello della libertà di coscienza di fronte alle leggi ferree della dottrina religiosa.
Lo fa attraverso un linguaggio non velleitario, che lascia il segno pur nei limiti sopra evidenziati.
Lo fa con un film robusto e ben congegnato nel quale si mette in mostra un sorprendente Claudio Cassinelli che riveste i panni dello scrittore Roberto Solina laico e illuminista contrapposto alla logica spietata, tutta di parte di suor Geraldine interpretata splendidamente da Glenda Jackson. E Damiani deve ringraziare anche gli attori co protagonisti del film, come l’ottimo Gabriele Lavia che tratteggia splendidamente la dolente e drammatica figura del principe Ottavio Ranieri d’Aragona che sceglierà coscientemente di porre termine alla sua vita consumato dai sensi di colpa per l’amore provato nei confronti della sorella Alessandra, la brava Sara Sperati.
Ancora, da citare le ottime prove di Arnoldo Foa (il dolente monsignor Badensky), di Adolfo Celi nei panni dell’aiutante di suor Geraldine padre Borelli, e infine la presenza garbata di Ely Galleani nel ruolo della fidanzata di Roberto.
Citazione e menzione per Lisa Harrow, la dolente Emilia Contreras, donna incapace di sfuggire al suo passato e che più di tutti sembra aver bisogno dell’abbraccio mortale di Santa Madre Chiesa.

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Glenda Jackson è Suor Geraldine, Lisa Harrow è Emilia Contreras

Il sorriso del grande tentatore è un film presso che invisibile sui circuiti televisivi per cui se riuscite a trovarne copia sul web godrete della visione di una pellicola che sicuramente non vi deluderà.
In ultimo cito l’imbarazzante recensione dell’ineffabile Morandini : il giudizio che riporto la dice tutta sul modo in cui l’enciclopedia cinematografica ahimè più diffusa vede (in maniera parziale e preoccupante) molte opere degne di ben altro rilievo da parte dei suo recensori.
Recita il Morandini: “Scontro simbolico – con finale alla pari – tra la superiora di un convento e il diavolo nei panni di un giovane scrittore. Rapporti tra Chiesa e nazismo, psicanalisi di gruppo, incesto, affarismo ecclesiastico e chi più ne ha più ne metta. Film ambizioso pieno di motivi non sempre approfonditi. Curiosa incursione di D. Damiani nella tematica spiritualista: un tentativo di volo con molto piombo nelle ali.”
A voi la sentenza, come giusto sia.

Il sorriso del grande tentatore, un film di Damiano Damiani. Con Adolfo Celi, Glenda Jackson, Claudio Cassinelli, Lisa Harrow, Arnoldo Foà, Francisco Rabal, Rolf Tasna, Eduardo Ciannelli, Eleonora Morana, Fabrizio Jovine, Gabriele Lavia, Nazzareno Natale, Carla Mancini,Ely Galleani
Drammatico, durata 120 min. – Italia 1974.

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Claudio Cassinelli: Roberto Solina
Glenda Jackson: suor Geraldine
Lisa Harrow: Emilia Contreras
Arnoldo Foà: monsignor Badensky
Adolfo Celi: padre Borelli
Gabriele Lavia: principe Ottavio Ranieri d’Aragona
Francisco Rabal: vescovo Marquez
Duilio Del Prete: monsignor Salvi
Ely Galleani: fidanzata di Roberto
Rolf Tasna: monsignor Meitner
Sara Sperati: Principessa Alessandra Ranieri d’Aragona
Margherita Horowitz: Madre del principe Ottavio

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Regia     Damiano Damiani
Soggetto     Damiano Damiani
Sceneggiatura     Damiano Damiani, Audrey Nohra, Fabrizio Onofri
Produttore     Anis Nohra
Casa di produzione     Euro International Film
Fotografia     Mario Vulpiani
Montaggio     Peter Taylor
Musiche     Ennio Morricone

Le recensioni appartengono al sito http://www.davinotti.com

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Notevole, con grandi presenze (Jackson, Harrow, Foà e Celi fanno sparire un Rabal di maniera), al punto che forse lo fanno sembrare ancor meglio di quello che è, con grande, originale colonna di Morricone. Regia sicura (ricca di pietà verso tutti) nel narrare il conflitto fra una non funzionante e moderna tolleranza ed una fideistica, ortogonale religiosità, che si rivela vincente (con tanto di “Inno alla gioia”) in un modo che lascia stupefatto Cassinelli, che qua e là sia atteggia a belloccio. Lisa Harrow, opima e lattea, è di raro fascino.

Lo scrittore Rodolfo Solina (Claudio Cassinelli) viene -quasi a forza- ingaggiato da Monsignor Badensky (Arnoldo Foà) per redigere un memoriale contro il comunismo a vantaggio della posizione cattolica pro-fascista. Ospitato in un istituto liturgico, l’uomo viene in contatto con personalità dissociate, sovente al limite tra solennità e peccato. L’espiazione, la sofferenza, la privazione: sono elementi radicati e imposti dalla severa rettrice del sacro luogo. Doloroso viaggio, tra chiaro-scuri (le scenografie con predilizione di grigio non sono casuali) lungo binari di umana povertà spirituale.

Conventuale e tortuoso, dominato da un incombente senso di peccato e di colpa e dalla ricerca di una falsa redezione all’interno delle mura ecclesiastiche. Scenografie claustrofobiche (solo nel finale c’è uno spiraglio d’aria fresca, conferito anche dal volto radioso della Galleani), eccellente score sincopato di Morricone e validissime prove di tutti gli attori: dalla severa Jackson al “Grande tentatore” Cassinelli, dall’ortodossia di Celi e Ribulsi alle eresie di Foà e Rabal, passando per il teatrale Lavia.

Insolito, curioso, magnetico, imperfetto ma interessantissimo film di Damiani, che mette sul tavolo tantissimo temi (forse troppi) e che, pur non essendo perfettamente riuscito, ha il pregio di catturare non poco l’attenzione dello spettatore, grazie ad un alone di mistero che si mantiene costante per tutta la pellicola, fino ad arrivare al ribaltamento finale che è degno di nota. “Ricco” il cast che fornisce una bella prova. Strepitosa la colonna sonora di Morricone. Immeritatamente sconosciuto, è una tappa intrigante di un bravo regista nostrano.

Molto interessante. Una storia sicuramente non banale che affronta, anche se non sempre in maniera adeguata, molti temi senza dubbio intriganti. Alcuni passaggi potrebbero lasciare insoddisfatti, ma il film è coraggioso e originale. Ottima la confezione, con una buona fotografia, un’ottima regia e una notevole colonna sonora di Morricone, che ancora una volta utilizza il coro in maniera geniale. Cast eccellente

Ambiguo ma (o forse proprio per questo) molto interessante, anzi direi perfino sconvolgente, assolutamente inusuale. La presenza di uno scrittore in un convitto religioso porta a galla e fa esplodere le contraddizioni e i tormenti dei vari personaggi, tutte persone dalla religiosità sofferta e con un passato pesantissimo. Anticlericale? Forse solo ad una lettura superficiale. Grande cast, ottima, al solito, la regia di Damiani. Da riscoprire e analizzare a fondo.


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Maggio 21, 2011 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , , , , , | 2 commenti

Pensione paura

Pensione paura locandina

Siamo sul finire della Seconda guerra mondiale, la località è un luogo imprecisato in riva ad un lago.
Marta gestisce una pensione con l’aiuto della figlia adolescente Rosa in attesa che torni suo marito dalla guerra; l’uomo è un pilota, ma da tempo non risponde più alle lettere d’affetto che la figlia continua ostinatamente a spedirgli.
Per le due donne la vita nella pensione è dura e non priva di rischi; da una parte c’è la solitudine e l’impresa proibitiva di portare avanti il lavoro pur con la penuria di cibo che c’è, dall’altra vi è la presenza inquietante di alcuni loschi pensionanti che alloggiano da loro.
Marta si consola con un soldato amico del marito che nasconde nella soffitta mentre Rosa ha un’amicizia pulita con il nipote del parroco del villaggio.
Le cose sono ben diverse all’interno della pensione, dove alloggiano persone equivoche, come un pazzoide che insidia Rosa è che è rimasto vedovo dopo aver perso la moglie per un “incidente domestico”, ovvero una provvidenziale caduta per le scale, per passare al tenebroso e violento Rodolfo che vive alle spalle della matura amante spillandole denaro.

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Luc Merenda è Rodolfo

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Leonora Fani è Rosa

Proprio Rodolfo si incapriccia di Rosa, ma è tenuto alla larga sia da Marta che da sua figlia.
Ma una sera Marta cade per le scale e muore; da quel momento tutta la responsabilità della pensione cade sulle deboli braccia di Rosa che fatica a tener lontani i viscidi individui che la circondano.
Ed è Rodolfo ad approfittare vergognosamente della ragazza, violentandola con l’aiuto della laida amante che asseconda tutti i suoi passi; attirata in camera della donna, Rosa subisce lo stupro di Rodolfo.
Ma i due pagano il fio delle loro colpe e vengono assassinati nel loro letto.
E’ Rosa a trasportare i loro corpi nella lavanderia dove li copre con del fango.

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A darle man forte arriva inaspettatamente un misterioso uomo, che uccide tutti i presenti nella pensione, incluso l’amante della defunta Marta che aveva tradito i compagni causando anche la morte del marito di Marta.
Ma la strage da il colpo di grazia al precario equilibrio di Rosa, travolta dagli avvenimenti.
La ragazza, impugnata una pistola, spara al misterioso soccorritore mentre lo bacia e mentre si avvia verso la pensione, truccata e vestita come un’adulta, ascoltiamo una voce fuori campo che legge una struggente lettera della ragazza al padre.
Pensione paura è un film di Francesco Barilli diretto nel 1977, che arriva a tre anni esatti da quel folgorante film che era stato Il profumo della signora in nero, sua opera d’esordio alla regia.

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Barilli, artista a tutto campo, capace di essere attore e regista, sceneggiatore nonchè valido pittore mostra ancora una volta il suo straordinario talento che purtroppo non ebbe un altro  seguito cinematografico.
La carriera di Barilli infatti proseguì ma in campo televisivo o con i mini short pubblicitari, tutti distinti da una grande eleganza formale.
Pensione paura mostra le stesse caratteristiche di Il profumo della signora in nero, ovvero una tensione latente addirittura opprimente, un’abilità incredibile nell’uso del chiaroscuro cinematografico ma anche la capacità di avvolgere lo spettatore in una cappa di impenetrabile atmosfera fatta di musiche cupe e fotografia in cui l’azzurro scuro si mescola al nero con forti contrasti con la pace e la bellezza del mondo esterno.

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E’ questo che colpisce prima di tutto nel film: il mondo esterno sospeso nella pace del lago, in cui gli echi della guerra sembrano davvero abissalmente lontani e l’atmosfera deprimente e insana che si respira all’interno della pensione.
Una pensione abitata da gente viziosa e amorale, tra la quale sboccia la giovane Rosa travolta dagli eventi: la ragazzina che bacia timidamente il nipote del prete e che gioca alle ombre cinesi si trasformerà in una dark lady nel finale rivelatore, quando davanti allo specchio mostrerà il passaggio definitivo all’età adulta con il rossetto sulle labbra e con la sua immagine di ragazzina cresciuta in fretta e furia esaltata proprio dal cosmetico che la trasforma irrimediabilmente.

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Grande sorpresa del film è Leonora Fani, assolutamente perfetta nel ruolo della giovane Rosa, aiutata anche da quell’aria di candore innocente che ebbe nel corso della sua carriera, una carriera che avrebbe avuto ben altri sbocchi se avesse trovato registi che credevano nelle sue doti, come Samperi che la diresse in Nenè, l’altra sua grande interpretazione.
Ottimo anche Luc Merenda che disegna il cattivissimo e abietto Rodolfo con abilità, così come da sottolineare è anche la prova di Rabal, l’amico traditore.
Un film che ebbe recensioni non completamente positive perchè con poca oculatezza vennero proposti paralleli tra Pensione paura e Il profumo della signora in nero, che sono opere completamente diverse, unite solo dalla matrice della tensione.
Il film con la Farmer e Scaccia virava sul paranormale la dove Pensione paura si basa tutto sull’atmosfera opprimente e claustrofobica della pensione, aumentata esponenzialmente dalla presenza dei loschi abitanti descritti.
In comune però i due film mostrano la capacità di padroneggiare le situazioni, la capacità descrittiva di Barilli che purtroppo non ebbe ulteriori conferme.
Il che è davvero una delle cose da rimpiangere degli anni settanta.

Il film è disponibile in una buona qualità digitale, in versione completa su You tube,all’indirizzo: http://www.youtube.com/watch?v=CTdrR-dnOu8

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Pensione Paura, un film di Francesco Barilli. Con Francisco Rabal, Luc Merenda, Leonora Fani, Jole Fierro Drammatico, durata 100 min. – Italia 1977

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Leonora Fani: Rosa
Luc Merenda: Rodolfo
Francisco Rabal: Amante di Marta
Lidia Biondi: Marta
Jole Fierro: Amante di Rodolfo

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Regia     Francesco Barilli
Sceneggiatura     Barbara Alberti, Francesco Barilli, Amedeo Pagani
Produttore     Tommaso Dazzi, Paolo Fornasier
Fotografia     Gualtiero Manozzi
Montaggio     Amedeo Salfa
Musiche     Adolfo Waitzman

Le recensioni appartengono al sito http://www.davinotti.com

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È un film bruttino, ma vale certamente la pena di vederlo (ovviamente nell’edizione integrale da poco disponibile, che conferma la pittoricità de Il profumo della signora in nero). Cupo, ibrido, raffazzonato. Intrigante, ma con troppi snodi che non stanno in piedi (il finale, poi…). Peccato, perché varie cose (l’ambientazione alle Terme di Stigliano e sul Lago di Bracciano, la fotografia, la musica al pianoforte) sono indimenticabili. Bella (e brava) la Fani, gustoso Merenda, perfetta la Fierro, insipido Rabal.

Non è ben chiaro il senso finale (e soprattutto il “genere”) che Barilli (regista del piccolo gioiello Il Profumo della Signora in Nero) intende assegnare al film. Qui l’atmosfera sembrerebbe volersi delineare su un plot più “sostanziale” e significativo, quasi sociale. Ma dopo il primo tempo si ha come la sensazione di voltare pagina: si assiste alla tortura (specialmente psicologica) cui è sottoposta la Fani (peraltro brava) ed il film scende ad un livello inferiore. Visione integrale necessaria, per un giudizio più circoscritto…

Giovanissima pensionate alle prese con clienti perlomeno inquietanti, tra assatanati di sesso e figuri loschi: meno male che han scritto “paura” nel titolo, altrimenti non mi accorgevo che era un thriller! Si intuisce uno sforzo da qualche parte, ma il risultato è francamente noioso, con una lentezza sfibrante e una carenza di senso del mistero (più enunciato che rappresentato), che purtroppo la buona cura visiva e l’ottima musica non riescono a bilanciare. Gli ultimi 10 minuti, poi, sono proprio appiccicati male, tanto per chiudere la storia.

Scabroso e malsano, stenta a trovare una sua precisa collocazione a causa di una confusione narrativa che soltanto nello snodo finale si avvicina ai parametri del thriller con uno sguardo a Psyco. L’atmosfera è lugubre e claustrofobica, con suggestive scelte cromatiche e personaggi immondi (stupratori, assassini, pervertiti di ogni gradazione, preti ipocriti). Molto brava la Fani. Bellissima la colonna sonora di Waitzman, maxime l’inquietante motivo d’apertura. A suo modo affascinante, benché non troppo riuscito.

Indeciso su quale strada prendere (dramma della follia? thriller?) il film, dopo una prima parte molto lenta (in cui non succede nulla o quasi), si riprende leggermente nella seconda che è più movimentata. Peccato però che la sceneggiatura sia non poco ingenua oltre che del tutto inverosimile (la Fani è poco più che una bambina ma si destreggia perfettamente tra omicidi e violenze di ogni sorta). Farsesco e, a mio avviso, fuori luogo il finale in salsa “western”. I personaggi poi più che tali spesso sono macchiettistici e già visti. Deludente.

Pellicola senza dubbio particolare e malsana, con un ritmo lentissimo, vari personaggi sgradevoli e un’atmosfera cupa e a tratti quasi disturbante. Molti personaggi non sono sviluppati a dovere, alcune scene potenzialmente notevoli non trovano una realizzazione adeguata e la noia spesso si fa sentire, così come la mancanza di mezzi. La regia di Barilli comunque è buona, la fotografia non delude e le musiche sono discrete. Brava la Fani, discreto Luc Merenda, passabili gli altri. Interessante. Da visionare possibilmente nella versione restaurata.

In un sito di recensioni specializzate sugli alberghi questa “pensione” totalizzerebbe lo zero su tutto: ritmo, recitazione, trama, regia. Basterà il monologo iniziale a sfiancare anche i cultori del brutto involontario: “Ogni giorno mi aspetto di vederti d’improvviso sulla porta, bellissimo”, frase che forse solo gli sceneggiatori di Kiss me, Licia in tempi non sospetti osarono. Poi le caratterizzazioni sono veramente pessime: con attori che necessitano e altri che, fortunatamente, ottengono il doppiaggio. Pensione bruttura.

Cupo, profondamente triste, poco riuscito. Sono parole del regista Francesco Barilli e a questo punto dovrebbero far pensare. Effettivamente non si può dire che “Pensione Paura” sia un gran film, però l’arte di Barilli riesce comunque ad emergere nella delicatezza della messa in scena, nell’uso intelligente della fotografia, nella capacità di raccontare una vicenda cupissima e tragica senza mai sbracare e rimanendo nell’ambito di un cinema raffinato. Peccato per il finale, tirato per i capelli.

Sembra che l’interesse di chi ha scritto la storia fosse arrivare al punto relativo alla violenza sessuale della bella e giovane attrice. Tutto il resto è composto da una trama raffazzonata, noiosa e che nel finale centra addirittura il ridicolo. Belle le location e suggestivi alcuni momenti in notturna, ma Barilli ha fatto ben altro.

Lacustre tenebra della follia, dalla guerra che gli ha portato via il padre alla mente giovane, troppo vulnerabile per non essere sopraffatta. Le anime dannate, ospiti sgraditi ma necessari, volgari ubriaconi violenti, stupratori del corpo e dello spirito. Inesorabile il tripudio alla morbosità per un film condito con senso dalla triste melodia ricorrente, il cui lento e piatto movimento improvvisamente diviene burrasca per le sue brutalità. Il playboy e la sua vecchia, malata fino ad assecondarlo nel crimine, con il finale che riprende la citata pazzia.

Per apprezzare il film in questione bisogna lasciarsi trascinare nell’atmosfera cupa e morbosa che aleggia nelle stanze della Pensione delle Sirene. Sotto questo punto di vista il film è efficace: Barilli riesce a trasmettere un senso di claustrofobia, sfruttando bene la location; inoltre le vicende della protagonista sono squallide quanto basta a conferire un certo disagio nello spettatore. La storia di per sè non è niente di che ed il finale non convince. Merenda e la Fani molto in parte. Non male.

Ne Il profumo della signora in nero la lentezza (iniziale) era una lentezza dinamica, inesorabile, costruttiva della suspence, funzionale alla rappresentazione dell’ambiguità. Qui la lentezza è distruttiva di ogni buona intenzione: Barilli si attarda nel torbido, si crogiola nel malsano. Il dramma della protagonista, che sarebbe potente, trova le espressioni più banali, poi vira al grottesco e scivola in un finale da melodramma. Veramente qualcosa di incompiuto, un’occasione mal sfruttata.

Pellicola inquieta e tendente allo scabroso in cui una ninfetta s’imbatte nei clienti psicolabili della sua pensione. Una confezione patinata ma non eccelsa, anzi alcune situazioni scadono nel farsesco, tuttavia il clima mostra alcuni momenti discreti.

Seconda (e ultima, non a caso) prova di Barilli dopo Il profumo della signora in nero. In un clima torbido e lugubre da fine del mondo, alcuni personaggi sgradevoli si incontrano in una pensione sulle rive di una lago appenninico (nella realtà è quello di Bracciano). Un film strano, stralunato, dominato da un’aria pesante, mefitica e morbosa. Complessivamente triste e di voluta, ma esasperante, lentezza. Nonostante il titolo, nessuna paura e tanta tanta noia.

Bellissimo “noir” con atmosfere Avatiane di uno dei nostri autori più interessanti degli anni ’70. Meno bello del Profumo della signora in nero e comunque notevole. Barilli ci regala anche tracce di cinema argentiano (i cromatismi virati in blu o rossi accesi, gli scarafaggi nel letto della Fani come i vermi di Suspiria) e addirittura fellinian o (l’ incubo della Fani con gli ospiti della pensione in un gazebo sulla spiaggia). Bellissima poi la fotografia di Gualtiero Manozzi, che conferma il talento pittorico di Barilli. Gioiellino.

Visto in versione integrale questo film che con il tempo, vista l’irreperibilità di tale versione e per alcune foto “baviane” tratte dal film, ha avuto la fama di culto. Molto, molto lento soprattutto all’inizio: poi col passare del tempo c’è un miglioramento, grazie a qualche fatto che pare misterioso, ma non è né giallo né horror né thriller: lo definirei drammatico. La Fani è come al solito brava ma, almeno qui, non è al meglio; bravo Merenda in un look insolito. Perdibilissimo, se non addirittura sconsigliato; delusione parziale, perché già se ne parlava male dall’uscita…

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Maggio 18, 2011 Pubblicato da: | Drammatico | , , | 6 commenti

Cane di paglia

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Il professor David Summer, neo vincitore di una borsa di studio per i suoi studi matematici si reca con la giovane moglie Amy in un piccolo paese di una contea inglese in Cornovaglia del quale la moglie è originaria.
Il giovane professore di indole mite, stenta da subito ad entrare in confidenza con gli abitanti del luogo, anche perchè distratto dai suoi studi mentre sua moglie, che non è tornata volentieri nel paese che l’ha vista nascere ben presto si annoia.
Durante i lavori di ristrutturazione della casa, Amy si mostra in topless ai lavoranti che tra l’altro sono le persone meno affidabili del paese.

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Dustin Hoffman interpreta il professor David Summer

Ben presto gli uomini, complice anche la distrazione di David, arrogantemente iniziano a mostrare pericolose mire sulla moglie di David arrivando  a minacciare la pricacy della coppia.
Il gruppo infatti penetra nella casa di David e Amy e dopo aver ammazzato la gatta di casa, la appendono per il collo nell’armadio della donna.
Nonostante la moglie protesti per la mancanza di reazione di David davanti ai soprusi, quest’ultimo non reagisce limitandosi ad andare a caccia con loro, attirandosi così il profondo disprezzo della moglie.
Durante la battuta di caccia, i teppisti lasciano solo David e si recano a casa sua, dove violentano la troppo disponibile Amy.

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Susan George è Amy, la moglie di David

La donna però decide di non raccontare l’accaduto al marito; le cose cambiano drammaticamente quando, durante una festa, Henry Niles abitante del posto con alcune turbe psichiche uccide involontariamente la giovanissima Sally.
Henry fugge sconvolto e finisce per essere quasi investito da David, che lo carica in macchina e lo porta a casa, deciso a soccorrerlo.

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David Warner è Henry, l’assassino

Nel frattempo, scoperto l’accaduto, il gruppo di prepotenti raggiunge casa di David decisi a farsi giustizia da soli.
Qui però incontrano il netto rifiuto dell’uomo, che da quel momento difende strenuamente l’ospite, battendosi come una furia per garantirne il diritto ad essere giudicato dalla legge….
Cane di paglia, diretto da Sam Peckinpah nel 1971 su riduzione del romanzo The Siege of Trencher’s Farm di Gordon Williams è uno dei più controversi film del regista californiano e dell’intero decennio settanta.
Un film in cui la forte tematica di fondo, i rapporti tra gli individui cosidetti normali e la violenza, il sopruso e la prevaricazione, la trasformazione da cane di paglia in vendicatore dei torti subiti e in difensore dei valori venne vista in un’ottica di estrema misoginia da parte del regista.
Se vogliamo un fondo di verità in tutto ciò c’è; Peckinpah utilizza la violenza per mostrare come nell’individuo esista una forma di auto difesa estrema che lo porta, in condizioni particolari, a ribellarsi a tutto ciò che metta in pericolo il suo piccolo universo.

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E a fare quindi uso della violenza per combatterne una forma subdola, che vuole e può annichilirne i diritti inalienabili.
Cane di paglia, aldilà del suo messaggio più o meno condivisibile sul teorema individuo/violenza “genetica”, è un film molto cupo, girato con mano assolutamente ferma e con uno sguardo cinico e misogino da parte di un regista abituato a portare sullo schermo una violenza che sembra l’espressione di un rituale tribale del quale l’umanità non ha ancora imparato a fare a meno.
Se nel 1969 il mondo aveva imparato a conoscere la parte estrema della violenza attraverso il capolavoro del regista, Il mucchio selvaggio, nel 1971 impara a conoscere una nuova forma di violenza, più subdola e più individuale.
Quella sull’individuo mite, tranquillo, impersonato da David; un uomo che in fondo sarebbe invisibile e che altro non chiede che di poter vivere la sua vita da studioso, immerso nella matematica, in quel mondo di numeri retto da regole precise e ordinate.

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Una violenza che costringe David a trasformarsi completamente, a diventare l’esatto opposto del cane di paglia a cui tutto si può fare.
Il bisogno trasforma David in un essere primordiale, in cui l’istinto oscura quasi completamente la ragione, anche se proprio la ragione verrà in aiuto del timido professore, ispirandogli le forme migliori di difesa.
Non esistono quindi i cani di paglia, esistono solo dei cani dormienti, pronti a svegliarsi quando le cose precipitano e vengono messi in discussione i loro valori.
Peckinpah va oltre, caratterizzando in negativo i personaggi del film, tra i quali spicca Amy, moglie del professore, una donna mal assortita in coppia con il tranquillo David, civettuola e in fondo anche un tantino sciocca e vanesia.
Il film è diviso nettamente in due parti; una prima parte descrittiva, introduttiva, nel quale vediamo l’avvicinarsi della tempesta segnalato dai numerosi atti vigliacchi del gruppo di teppisti e assistiamo contemporaneamente al comportamento ignavo di David, che sacrifica orgoglio e dignità al suo desiderio di vivere tranquillo.

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Lo stupro di Amy

La seconda è un crescendo rossiniano; l’uomo impara a difendere i suoi valori, la sua casa e perchè no, quella donna che lo disprezza e che non vorrebbe farsi coinvolgere, anzi, che chiede esplicitamente a David di consegnare Henry al gruppo di teppisti e ubriachi che li assediano.
Il finale è una drammatica esclation che mostra la metamorfosi di David fino alle estreme conseguenze.
La parte di David è affidata ad un Dustin Hofman che veniva dalle spettacolose performance di Un uomo da marciapiede di John Schlesinger e da  Piccolo Grande Uomo  di Arthur Penn; l’attore americano si conferma come uno dei più grandi attori tra le nuove leve e consegna alla storia del cinema una recitazione asciutta, rigorosa e impeccabile del professor David.

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L’attore cura il personaggio nei minimi particolari, fornendo una prova maiuscola attraverso l’interpretazione di David  caratterizzata dalla debolezza del carattere dello stesso fino alla resurrezione ( o involuzione?) finale.
Bene anche Susan George e bene Peter Vaughan.
Cane di paglia, come Arancia meccanica, uscito più o meno nello stesso periodo, sono due facce di una stessa medaglia:

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la società violenta, nichlista di Kubrick è formata anche da tanti individui come il David di Peckinpah. Il discorso sociale della violenza come affermazione dell’individuo non è altro che la punta dell’iceberg, alla base del quale c’è David e tutti quelli come lui, i cani di paglia con i quali però, è meglio non scherzare troppo.

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Cane di paglia, un film di Sam Peckinpah. Con Dustin Hoffman, Peter Vaughan, David Warner, Susan George Titolo originale Straw Dogs. Drammatico, durata 118 (113) min. – USA 1971.

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Dustin Hoffman David Summer
Susan George Amy Sumner
Peter Vaughan Tom Hedden
T.P. McKenna Major John Scott
David Warner Henry Niles
Del Henney Venner
Jim Norton: Chris Cawsey
Donald Webster: Riddaway
Ken Hutchison Scott
Sally Thomsett: Janice Hedden
Peter Arne: John Niles
Len Jones Bobby Hedden
Michael Mundell Bertie Hedden (scene eliminate)
Colin Welland: Rev. Barney Hood

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Regia     Sam Peckinpah
Soggetto     Gordon Williams (romanzo The Siege of Trencher’s Farm)
Sceneggiatura     Sam Peckinpah, David Zelag Goldman
Produttore     Daniel Melnick
Fotografia     John Coquillon
Effetti speciali     John Richardson
Musiche     Jerry Fielding
Scenografia     Ray Simm
Costumi     Tiny Nicholls
Trucco     Harry Frampton

Cane di paglia doppiatori

Ferruccio Amendola: David Summer
Vittoria Febbi: Amy Sumner
Gualtiero De Angelis: Tom Hedden
Glauco Onorato: Venner
Bruno Persa: Major John Scott
Vittorio Stagni: Chris Cawsey
Luciano De Ambrosis: Riddaway
Cesare Barbetti: Scott
Flaminia Jandolo: Janice Hedden
Manlio De Angelis: John Niles
Romano Ghini: Rev. Barney Hood

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Misogino, visto che le uniche due donne veramente presenti fanno entrambe una pessima figura. Rappresentazione di come i buoni sopportino, sopportino e sopportino, ma quando esplodono… Buon film (giudicato di destra da miopi e cisposi dell’epoca: al di là dell’ovvio fatto che si può fare un buon film di destra, questo è tutt’altra cosa), ma resta lontano dal capolavoro per un’eccessiva lentezza iniziale (per preparare bastava meno tempo: così tedia) e per la troppo calcata caratterizzazione del personaggio principale, che scade troppo da imbelle a imbecille. ***

Basato sul discutibile concetto morale dell'”occhio per occhio” e della difesa (a tutti i costi) del proprio territorio, il film di Sam Peckinpah vale sopratutto per la caratterizzazione (abilmente effettuata dalla sceneggiatura) del protagonista, classico uomo qualunque, anzi un tantino banale, che subisce una profonda trasformazione che culmina in un’escalation di violenza. Ottima la regia che riesce a creare un crescendo di tensione anche grazie all’ottima interpretazione di Dustin Hoffman.

Notevolissima incursione di Sam Peckinpah nel dramma a forti tinte (la chiusa, con furiosa ed inattesa vendetta, ha del memorabile) supportata dalla più che convincente immedesimazione nel ruolo da parte del grande Dustin Hoffman. A suo modo può essere considerato -previa eccezione de La fontana della Vergine (1960) – un precursore (d’alto rango) del “rape & revenge”, che raggiungerà picchi di cinismo estremi in L’ultima casa a sinistra (Wes Craven, 1975) e Non violentate Jennifer (Meir Zarchi, 1978). Finale ferocissimo, per l’epoca del girato.

Studioso si trasferisce in un villaggio dove la moglie è violentata dagli abitanti del luogo. Due ore ben realizzate di tensione psicologica in crescendo, farcita di violenza. Ma l’esaltazione della violenza (sia pure come legittima difesa), la contrapposizione tra il civilizzato colto e i rozzi e vigliacchi contadini, l’idea del territorio da difendere: tutto questo rischia di trascendere la cornice filmica per diventare discutibile paradigma etico di un comportamento naturale. Ottimo Hoffman. Ambiguo e spietato.

Straordinario e controverso film in cui Peckinpah tratta il tema a lui più caro: la violenza come sintesi di tutti i rapporti umani. Qui, infatti, essa esplode in un uomo normale e pacifico e lo fa in tutta la sua potenza e follia raggiungendo livelli di efferatezza notevoli ma comunque mai gratuiti. Incredibile il “filosofico” e caotico montaggio che si “riferisce al caos morale e materiale che domina le persone”. Assolutamente da vedere.

Discusso e discutibile nell’assunto, misogino, inevitabilmente datato nella rappresentazione della violenza (ne è passato di sangue sotto i ponti), possiede tuttavia uno spessore raro in gran parte degli epigoni, dovuto sia all’abilità del regista di costituire lentamente la tensione, sia all’interpretazione sfumata di Hoffman, mite intellettuale che si trasforma in belva per la difesa del suo territorio, a dimostrazione dell’immutabilità dell’animo umano sotto la vernice della civilizzazione. Importante più che bello.

Non certo tra le migliori opere del grande regista americano, ma pur sempre un Peckinpah movie. Ottima la prova di Dustin Hoffman, timido professorino che subisce tutto in totale silenzio ma che alla fine si trasforma letteralmente e farà valere le sue regole. Il film, che all’epoca fu molto osteggiato dalla critica ufficiale perché considerato di “destra”, ha un crescendo di tensione e di violenza che tiene ben desta l’attenzione dello spettatore. Sicuramente la sufficienza se la porta a casa.

Grande film. Incredibilmente pessimista e disperato, parte molto lentamente per poi diventare teso a appassionante come pochi altri lungometraggi. La regia è sapiente e crea un’ottima atmosfera (ricreata grazie all’eccellente fotografia e alle belle ambientazioni) e un clima di rabbia e follia che non lascia indifferenti. La violenza è presente ma non è compiaciuta. Ottimo anche il montaggio. Grande Hoffman, bellissima la George, bravo Warner. Da non perdere.

febbraio 21, 2011 Pubblicato da: | Drammatico, Senza Categoria | , , | Lascia un commento

L’inizio del cammino- Walkabout

L'inizio del cammino locandina

Deserto australiano.
Un automobile si ferma; a bordo ci sono un uomo, sua figlia e suo figlio.
L’uomo, in maniera assolutamente imprevedibile, cerca di sparare ai figli, poi in un impeto autodistruttivo, da fuoco all’auto e si suicida.

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Per il ragazzo e la ragazza sembra l’inizio della fine; in che modo è possibile, per due bianchi senza esperienza, giovanissimi, senza alcun mezzo di sussistenza sopravvivere alla natura ostile che li circonda?
Eppure per loro c’è un filo d’Arianna o se vogliamo un’ancora di salvezza; è rappresentata da un giovane aborigeno, che sta facendo  un percorso iniziatico per diventare un adulto.

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Sarà il giovane a insegnare loro come sopravvivere in quel mondo quasi alieno, accompagnandoli in un viaggio pericoloso, fino ad una soluzione finale assolutamente innovativa nella sua tragicità.
L’inizio del cammino (Walkabout) è il primo film interamente girato da Nicholas Roeg, ed arriva dopo la co regia di Performance (Sadismo); rappresenta principalmente una straordinaria opera di esordio per le molte innovazioni apportate, a cominciare dall’uso assolutamente anticonvenzionale della macchina da presa, che vede l’uso virtuoso dello zoom catturare primi piani di animali, di parti di natura che circondano i tre viaggiatori del deserto.

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Un film che si può definire in qualche modo psichedelico, rapportandolo naturalmente all’anno della sua uscita, quel 1971 che fu così fertile di innovazioni sia in campo cinematografico che musicale, solo per citare due parti artistiche complementari.

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Roeg, grande esperto di fotografia, utilizza tutti i virtuosismi di sua conoscenza, applicandoli in maniera didascalica a tutto ciò che capita nel mirino della sua Mdp; il risultato è di gran qualità, perchè aumenta la vivacità di un film altrimenti statico, girato com’è in un deserto affascinante e pieno di colori come quello australiano ma per forza di cose immoto.

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A questo va aggiunto ovviamente anche il discorso portato avanti da Roeg, che non si limita al solo sfoggio di abilità tecnica, ma che lancia coraggiosamente un parallelo quasi impossibile tra la vita a contatto della natura del giovane Walkabout e la vita civile o presunta tale, rappresentata dai due giovani occidentali che nel corso della lunga traversata del deserto avranno modo di comparare le loro esistenze fino ad allora regolate proprio dai simulacri della civiltà a cui appartengono, come l’auto, la tv piuttosto che l’energia elettrica o altro.

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Saranno proprio i due giovani ad uscire profondamente e per certi versi in maniera irreversibile cambiati dall’esperienza vissuta.
Potenza del deserto, potenza di un ritorno alla natura, quella stessa natura a cui l’uomo ha rinunciato per vivere tra gli agi e le comodità che si è costruito.
Un film davvero particolare, quindi, che gioca le sue carte attraverso la capacità di Roeg di riprodurre visivamente e attrarre lo spettatore con i fantastici colori del deserto, con quella natura selvaggia e primitiva che il giovane aborigeno rispetta ma non teme.
Che si mantiene in equilibrio proprio nel rapporto, abbastanza problematico, tra i due universi differenti a cui appartengono i giovani; in effetti il problema della comunicazione da subito sembra impossibile, ma alla fine diventa davvero relativo.
C’è un modo di esprimersi universale che permetterà al giovane aborigeno e alla ragazza senza nome i comunicare in modo più totale che con le parole.
In fondo il messaggio di Roeg è anche questo.

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Walkabout, L’inizio del cammino,un film di Nicolas Roeg. Con Jenny Agutter, David Gulpilil, Lucien John Titolo originale Walkabout. Drammatico, durata 95 min. – Australia 1971.

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Jenny Agutter: Ragazza
Luc Roeg: Ragazzo bianco
David Gulpilil: Ragazzo di colore
John Meillon: Uomo
Robert McDarra: Uomo
Peter Carver: No Hoper
John Illingsworth: Giovane
Hilary Bamberger: Donna
Barry Donnelly: Scienziato australiano
Noeline Brown: Scienziato tedesco
Carlo Manchini: Scienziato italiano

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Regia: Nicholas Roeg
Sceneggiatura: Edward Bond
Prodotto da: Anthony J. Hope
Musiche: John Barry
Editing: Antony Gibbs, Alan Pattillo

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gennaio 17, 2011 Pubblicato da: | Drammatico | , | Lascia un commento

Tintorera!

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Steve/Esteban, ovvero Stefano in italiano è un ricco e nullafacente playboy che ama la bella vita e le belle donne.
In vacanza in una località esotica del Messico, decide di noleggiare uno yacht e si dedica a tempo pieno ai suoi hobby, ovvero la pesca e le donne, non disdegnando le feste alle quali viene invitato.
Conosciuta la bella Patrizia, la corteggia, non sapendo che la donna è appetita da Miguel, un giovane locale.
I due nonostante tutto diventano amici, ma la tragedia è dietro l’angolo.

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La ragazza improvvidamente decide di farsi un bagno di prim’ora e viene attaccata e sbranata da una gigantesca Tintorera, ovvero un esemplare femmina della razza squalo tigre.
Sarà proprio lo squalo il protagonista della storia, perchè divorerà allegramente lo stesso Miguel e altre persone che in qualche modo Esteban conosce.
Alla fine, stanco del massacro perpetrato dalla famelica Tintorera, il giovane si decide ad affrontarla nel suo territorio….

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Tintorera è uno dei tanti cloni del fortunato film di Steven Spielberg Lo squalo; non credo affatto sia un caso che il regista del film, René Cardona Jr. abbia deciso di dare il nome di Steve al protagonista omaggiando in qualche modo il grande regista americano.
Il guaio è tutto nell’assoluta fragilità della trama, che fa più acqua di quella che si vede nel film, che è davvero tanta.
A parte la splendida location e alcune apprezzabili sequenze girate sott’acqua e degne di visione non fosse altro per la bellezza dei paesaggi sottomarini, il film è di una nullità imbarazzante.

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Scene gore, nudità e sesso a gogò sono in realtà i padroni assoluti del film e probabilmente lo specchietto per le allodole usato dal regista per richiamare pubblico, assieme al discutibilissimo utilizzo di sequenze in cui i poveri squali vengono maciullati senza pietà.
Una costante, quella di dipingere alcuni predatori del mare come feroci belve assassine, assolutamente indecorosa.
Orche, piovre,squali e persino pacifici e inermi capodogli vengono descritti, in alcuni film ad ambientazione marina nati all’indomani del travolgente successo dello squalo di Spielberg, come esseri indegni di vivere per la loro capacità distruttiva nei confronti dell’uomo.

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Il che è una vaccata senza precedenti; gli abitanti dei mari, con le loro leggi dettate dalla natura, attaccano l’uomo solo nel caso in cui si sentano in pericolo oppure quando hanno fame.
Non potendo andare in un supermercato a fare spesa, vanno visti nell’ottica di una natura con leggi ben precise, e non come assassini dei mari preda di irragionevoli pulsioni.
Cardona gestisce quindi un’operazione smaccatamente commerciale che non ha alcun pudore; la stessa sequenza finale, in cui Steve affronta la Tintorera e fa “giustizia” è l’aberrante conclusione di un film scoordinato, scombinato e parrocchiale.
Il cast è quanto di peggio si possa raccattare in ambito cinematografico e dispiace vedere la bella e brava Susan George, che tanto avevamo ammirato in Cane di paglia unirsi ad un cast che ignora anche i fondamenti della recitazione.

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In quanto al regista, Cardona Jr, scrittore e regista fertilissimo, con all’attivo oltre una sessantina di film, conosciuto in Italia per B movies come La notte dei mille gatti e Sette assassine dalle labbra di velluto, poche parole da spendere.
Autentico mestierante, utilizza il materiale che ha per le mani tirando fuori un’operazione biecamente commerciale nella quale spiccano solo le parti erotiche del film e le già citate parti acquatiche.

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Davvero troppo poco per degnare di una visione quant’anche distratta un pessimo prodotto come questo.
Tintorera, un film di René Cardona Jr. Con Susan George, Hugo Stiglitz, Fiona Lewis Titolo originale Tintorera! Killer shark. Drammatico, durata 126 min. – Messico 1977.

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Susan George – Gabriella
Hugo Stiglitz  – Steven
Andrés García – Miguel
Fiona Lewis – Patricia
Eleazar García – Crique
Roberto Guzmán – Colonado
Jennifer Ashley – Kelly Madison
Laura Lyons – Cynthia Madison
Carlos East -Il signor Madison
Priscilla Barnes -Prima ragazza al bar
Pamela Garner     – Seconda ragazza al bar
Erika Carlsson – Anita (as Erika Carlson)
Manuel Alvarado – Ufficiale

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Regia:René Cardona Jr.
Sceneggiatura:Ramón Bravo, René Cardona Jr.
Produzione: Gerald Green
Musiche: Basil Poledouris
Editing: Earle Herdan, Peter Zinner

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Uno dei tanti b-movie che hanno invaso le sale cinematografiche sull’onda del grande successo de Lo squalo, del film di Spielberg è decisamente uno dei parenti più poveri. E’ infatti costruito su una sceneggiatura di livello meno che mediocre e recitato (si fa per dire) da un gruppo di attori che non nobilita certo il mestiere. Unico pregio: le riprese sottomarine di discreto livello.

Deprimente come pochi. Sciatto, di una noia indescrivibile, con effettacci spinti a buon mercato e attori presi chissadove. Questa è una rapida sintesi di un filmetto che ha avuto la somma sfortuna di giungere fino a noi. Ci sono altri film, superiori a questo, che sono rimasti e rimangono inediti e si decide di distribuire certe cose. Questo è davvero incomprensibile. Da evitare assolutamente.

Ho rivisto questo film. Da piccolo certi particolari non rendono il giudizio: allora mi soffermai sul triangolo amoroso e sulla filosofia di vita praticata e sintetizzata dal connubio “donne e whisky”. Vita tra spiagge e festini, senza ansie e preoccupazioni: ma che bel film! Sì, bello schifo: massacro inutile di poveri pesci, raro squallore umano che porterebbe a chiedere di cambiare la titolazione di genere nel Davinotti: basta animali assassini, gli assassini sono solo gli uomini e qui non si può dire che è solo un film!

Il plot è quello de Lo squalo, il film è un Bmovie di forte impatto, che fa uso di splendide inquadrature subacquee, location esotiche da sogno e belle ragazze. Un erotismo pruriginoso pervade buona parte della pellicola, specialmente quella dei tre che si amano alla follia, ma non solo. La tintorera come gli squali abbondano ed incutono tensione. Gli ammazzamenti sono terribili, da citare il bagno di sangue del gruppo durante la notte e l’attacco ad un sub che viene tranciato in due. Bellissimo il main theme della voce femminile, in stile Abissi.

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dicembre 20, 2010 Pubblicato da: | Drammatico | , | 3 commenti

La governante

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La famiglia Platania è un nucleo famigliare che ruota attorno alla figura del patriarca Leopoldo, rimasto vedovo e che vive con suo figlio Enrico, sua nuora Elena, i due nipotini e una domestica che asseconda le bizzarrie e le volontà di tutta la famiglia, una bella e ingenua ragazza siciliana di nome Jana.
Il gruppo vive una vita rispettabile, con Leopoldo che fa la vita del pensionato, dedicandosi principalmente a se stesso, mentre suo figlio Enrico dedica gran parte del suo tempo alle donne; Elena, una donna scioccherella con pretese di essere una intellettuale, accetta la corte di uno scrittore, peraltro molto discreta, ma in maniera platonica.
Il collante della famiglia è la religiosità, che viene ostentata in primis da Leopoldo; una religiosità di facciata, che prende dal cattolicesimo solo alcuni dettami, trascurando quelli che sono viceversa i fondamenti della religione stessa, la carità, l’altruismo ecc.

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Martine Brochard e Agostina Belli

Tutto verrà messo in discussione, incluso le vite dei singoli famigliari il giorno in cui arriva dalla Francia l’affascinante Catherine, con il compito di fare da governante e istitutrice; la donna ben presto entra in conflitto con Leopoldo proprio in materia di religione.
In una lunga discussione con lo stesso, Catherine rimprovera all’uomo proprio la religiosità esteriore, ostentata ma non praticata.
La donna dal canto suo ha un segreto che non rivela alla famiglia che la ospita; è scappata dalla Francia dopo il suicidio della sua amante.

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Paola Quattrini e Pino Caruso

La sessualità di Catherine, repressa per ovvi motivi, non ultimo il particolare concetto di peccato che Leopoldo ha verso tutto ciò che esula dalla “normalità” della sua fede esplode però a contatto con Jana.
La ragazza, bella e ingenua, turba Catherine, che scopre di essere attratta morbosamente da essa.
Così la donna mette in moto un meccanismo che avrà tragiche conseguenze; accusa Jana di avere tendenze lesbiche, provocando così l’allontanamento della stessa dalla famiglia.
Jana in lacrime e assolutamente innocente lascia la casa.

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Martine Brochard

Ma il destino ha in serbo per lei una sorte peggiore; durante il viaggio di ritorno verso casa Jana rimarrà vittima di un incidente ferroviario nel corso del quale perderà la vita.
Nella famiglia Platania tutto sembra tornare alla normalità.
Arriva una nuova cameriera, Francesca.

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Martine Brochard e Christa Linder

Leopoldo però scopre Catherine in atteggiamenti saffici con Francesca e si rende conto della realtà.
Durante un drammatico colloquio con la stessa Catherine, scopre il perchè della messa in scena e delle bugie dette dalla stessa ai danni di Jara.
Per evitare di “contaminarla” e di rovinare la sua purezza e ingenuità, Catherine ha fatto in modo di allontanarla da se, anche per non perdere il lavoro ma sopratutto per non perdere la stima di Leopoldo, che la tratta a volte da figlia a volte come una donna dalla quale è attratto.
Subito dopo la confessione Catherine scappa in camera sua e dopo aver appeso un lenzuolo ad un lampadario, si impicca.
Ma è destino che questa volta le cose vadano per il verso giusto.

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Allarmato da una frase che Catherine ha pronunciato, l’uomo corre in camera della donna e riesce a salvarla appena in tempo.
Dopo averla rianimata, la prende tra le braccia e cullandola la chiama figlia mia.
Diretto da Giovanni Grimaldi, poliedrico regista attivo sopratutto negli anni 50 e 60, La governante, uscito nelle sale nel 1974 è un film di buona fattura, al contrario di quanto sostenuto dal solito ineffabile Morandini che boccia il film come becero e triviale ed è tratto da un’omonima piece di Vitaliano Brancati.
Al contrario, la pellicola non presenta assolutamente ne linguaggio da caserma ne situazioni erotiche tali da far gridare allo scandalo.
Il film si distingue per una sua specifica eleganza e sobrietà e per la capacità di affrontare un tema così complesso come il rapporto tra la religione e la morale, attraverso il conflitto tra Leopoldo, uomo tradizionalista ed ancorato ad una visione della religione molto arcaica e la giovane Catherine, afflitta dai complessi di colpa e sicuramente disposta ben diversamente nei confronti della religione.
Se è vero che messo così il discorso sembrerebbe portare ad una visione di un film profondo e problematico, và detto che il tutto è affrontato in superficie, senza alcuna intenzione, da parte dello sceneggiatore, di impelagarsi in un’opera strutturalmente troppo complessa e che non poteva essere affrontata usando l’ironia e la leggerezza, cosa che invece nel film è predominante.

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Tutto viene affrontato e discusso quasi si fosse di fronte ad una giornata normale nella vita della classica famiglia media italiana, nello specifico siciliana, quindi vista con i difetti che generalmente venivano attribuiti alla stessa.
Quindi tendenza al conservatorismo, ipocrisia e sopratutto i soliti stereotipi del figlio macho e ruspante che tenta di sedurre tutto ciò che è di sesso femminile, incluse le cameriere e la governante, con tanto di aggiunta dell’immancabile amante.
Tuttavia il regista fa la sua parte, imbastendo una storia con una sua credibilità, anche se manca quasi completamente uno spessore dei personaggi che giustifichi la parte drammatica che si materializza dopo la prima metà del film stesso.
Il discorso dei sensi di colpa di Catherine è appena abbozzato, così come sono privi di qualsiasi spessore i personaggi di Elena, la scioccherella figlia di Leopoldo e della stessa Catherine, che sembra oscillare tra la sua incerta sessualità e la mortificazione che le arriva da un senso di estraneamento da quella famiglia che invece segue regole molto rigide, anche se viste con una morale molto elastica.
La recitazione dei vari attori è però molto convincente, a partire da Turi Ferro, perfettamente a suo agio nel ruolo di Leopoldo per proseguire con una affascinante Agostina Belli, la giovane e ingenua cameriera che finirà per essere l’unica a pagare per giunta per una colpa nemmeno immaginata e tanto meno accaduta.

Bene Martine Brochard, anche se leggermente rigida e monocorde nel tratteggiare la figura ambigua di Catherine mentre appaiono decisamente di contorno i ruoli di Pino Caruso, peraltro impeccabile nell’interpretazione del galletto Enrico, di Paola Quattrini, splendida e brava nel ruolo della svampita Elena.
Chiude il cast Christa Linder, che ha una piccola parte, quella della nuova cameriera che sostituisce Jara.
Per concludere, lasciate da parte i balzani consigli di Morandini e C. e guardatevi questo film che vale sicuramente il tempo speso davanti al televisore.

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La governante, un film di Gianni Grimaldi. Con Vittorio Caprioli, Paola Quattrini, Agostina Belli, Martine Brochard, Turi Ferro, Umberto Spadaro, Lorenzo Piani, Christa Linder, Pino Caruso
Commedia, durata 109 min. – Italia 1974.

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Turi Ferro – Leopoldo Platania
Agostina Belli – Jana
Martine Brochard – Catherine
Paola Quattrini – Elena
Vittorio Caprioli – Alessandro Bonivaglia
Pino Caruso – Enrico Platania
Christa Linder – Francesca

Regia: Gianni Grimaldi
Sceneggiatura: Gianni Grimaldi
Soggetto: Vitaliano Brancati
Musiche: Piero Umiliani
Editing: Daniele Alabiso
Fotografia : Gastone Di Giovanni

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Interessante trasposizione cinematografica di un celebre dramma di Brancati, il quale ebbe problemi di censura. L’opera risente della struttura teatrale, ma Gianni Grimaldi (che stavolta vola in temi alti) tiene bene il bàndolo e conduce in porto una pellicola interessante, con interpreti bravi. Il finale del testo originale viene, ahimé, profondamente cambiato. Da rivedere.

Piuttosto fedele al testo di origine (ispirato da una pièces teatrale di Vitaliano Brancati) ha la particolarità d’esser più vicino (per effetto contrario) al film di Samperi di quanto non ci si aspetti. Più della presenza di Turi Ferro, quello che ne fa un Malizia-speculare è la diversità sessuale della protagonista: una governante lesbica (giovane e di nazionalià francese) destinata (poiché spregiudicata e decisa) a scatenare pulsioni “carnali” di vario tipo in ogni abitante della casa presso la quale viene ingaggiata. Il dramma si sovrappone, gradualmente, al sotteso (ma presente) erotismo…

Riuscita notevole di Grimaldi, anche di una certa aderenza al grande Brancati, salvo nel finale e pur concedendo qualcosa alla commediola. Merito anche di un cast quasi perfetto (il quasi riguarda la Belli, tanto carina ma inadatta alla parte), con menzione d’onore per il superbo Caprioli nei panni dello scrittore di successo (Brancati vi parodiò Moravia, che se ne ebbe un po’ a male). Da vedere: si astenga però chi, fuorviato dal titolo e da Turi Ferro, si aspetti un sotto-Malizia.

Adattando l’opera di Brancati, Grimaldi dosa attentamente commedia alla siciliana e dramma, mantenendo spesso – specie durante le discussioni tra i personaggi – una struttura tipicamente teatrale. Le scene considerate più scabrose (lesbismo e masturbazione) sono più accennate che mostrate. Molto validi gli interpreti: primeggiano Ferro, Caprioli e la Brochard, ma anche le loro spalle sono azzeccate.

Il film l’ho visto tardivamente e debbo dire che ero piuttosto prevenuto, poiché il genere sexy-familiare in genere ha risultati piuttosto soporiferi; invece il film ha del ritmo e si segue con un certo entusiasmo: merito dell’ottimo cast e delle bellezze imprescindibili delle “donzelle”, tra le quali spicca (a mio avviso) una poco sfruttata dal cinema quale è Paola Quattrini. Un film di vecchio stampo e terribilmente “settantiano” nelle ambientazioni, ma azzeccato.

Film interessante dalla trama non banale, che parte e si sviluppa come classica commedia con stereotipi vari, ben sceneggiati e benissimo recitati (il siciliano tradizionalista e patriarca, il figlo inetto, la nuora milanese “moderna” e insoddisfatta, la governante francese, l’ossessione per le corna) per poi prendere una piega morbosa e concludersi in modo drammatico e inaspettato. Esilarante Vittorio Caprioli che scimmiotta Moravia, ottimi tutti gli interpreti, a cominciare dall’insondabile Martine Brochard.

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dicembre 3, 2010 Pubblicato da: | Drammatico | , , | 2 commenti

Prigione di donne

Prigione di donne locandina

Ingresso alle celle di un carcere femminile.
Martine, una studentessa francese, guarda attonita la fila di celle che la circonda e rivive i momenti che hanno preceduto il suo arrivo e la sua detenzione nel carcere.
La giovane, una studentessa giunta a Roma per motivi di studio, gironzola con una sua amica tra le rovine della città eterna ed entra in una grotta dove ci sono dei giovani che stanno utilizzando droga.
L’arrivo della polizia fa si che uno di essi infili delle bustine di stupefacenti nella tasca del vestito di martine, che nel frattempo viene fermata, arrestata e tradotta in questura.

Prigione di donne 9
Martine Brochard interpreta Martine

Nonostante proclami la sua innocenza, la giovane viene portata in carcere, dove inizia la sua odissea.
Viene infatti sottoposta ad un’umiliante ispezione corporale e spedita in una cella in compagnia di detenute per vari reati.
Qui Martine fa conoscenza con Susanna, una prostituta che è anche la più violenta della cella, leader del gruppo di detenute, con Gianna che è una “mammana” ovvero una persona che pratica aborti clandestini, con Grazia, una detenuta politicizzata.

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La doccia delle detenute

Le condizioni di vita delle detenute sono disumane; angariate dalle superiori e da suore che hanno poca pena sia delle anime sia dei corpi delle stesse detenute, le donne diventano molto più ciniche e disumane proprio in virtù del trattamento che subiscono.
Le stesse alla fine attuano una serie di  vendette nei confronti delle secondine e delle superiori; adulterano il cibo, denudano una delle suore più giovani umiliandola e costringendola a girare completamente nuda e via dicendo.
Susanna promuove una rivolta per ottenere un miglioramento delle condizioni di vita, ma la rivolta tessa finisce nel sangue; sarà Grazia a pagare quando, inseguita dai poliziotti che nel frattempo hanno sedato a manganellate la rivolta, deciderà di suicidarsi pur di non tornare in cella.
Martine, ancora una volta innocente in quanto ha tentato in tutti i modi di frenare la rivolta, viene inviata con Susanna, Gianna ed altre in un carcere di massima sicurezza, dal quale però uscirà quasi subito essendo stata riconosciuta la sua estraneità alla vicenda originale che l’ha portata in carcere, ovvero la detenzione della droga.
E’ una donnamolto più matura quella che lascia il penitenziario e sale su un traghetto, guardando con pietà il carcere nel quale ci sono ancora le sue compagne di sventura.

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Marilu Tolo

Prigione di donne è un WIP, women in prison, un genere cinematografico che ebbe un certo successo ambientato sempre all’inetrno di carceri e penitenziari femminili; si distingue dagli altri numerosi cloni per una certa sobrietà sia nello stile del racconto sia per la quasi totale assenza di una delle componenti che caratterizzarono molti film del filone, ovvero le immancabili sequenze saffiche tra detenute.
La componente erotica è limitata ad un paio di scene peraltro molto caste, come la sfida lanciata da Susanna che inscena una finta masturbazione a tutto vantaggio di una guardia di custodia e a qualche immancabile scena di docce comuni.

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Il film ha anche l’ambizione di denunciare il trattamento subito dalle detenute nelle carceri, e quà fallisce un pò l’obiettivo per eccesso di zelo.
Brunello Rondi, regista molto controverso, autore di film smaccatamente erotici come I prosseneti e Velluto nero, ma anche di film di discreta fattura come Ingrid sulla strada, è troppo smanioso di conferire alla sua pellicola una patente di credibilità e mette troppa carne al fuoco.

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Il film così assume a tratti caoticità mescolata ad una denuncia forte ma anche esagerata delle condizioni di vita delle detenute; le secondine, le suore, il personale del carcere, il commissario, l’avvocato finiscono per essere caratterizzati in senso negativo e ciò nuoce alla credibilità del film stesso.
La scena del sicidio di Grazia, con tanto di tv pronta a sciacallare sull’evento con una diretta in cui il cronista altro non aspetta che la morte della ragazza per fare audience è molto forzata, così come esagerata è la recitazione della pur brava (e bellissima) Marilu Tolo che interpreta Susanna.

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L’oltraggio alla giovane suora, l’attrice Cristine Galbò

L’attrice romana dà un tono di isterismo al suo personaggio francamente irritante; molto più posata Martine Brochard che interpreta la svagata Martine, colpevole solo di essersi trovata nel posto sbagliato nel momento sbagliato.
Le altre attrici, fra le quali segnalo Cristine Galbò che interpreta la giovane suora, Erna Schurer che interpreta l’equivoca Gianna e Katia Christine, che da corpo al personaggio tragico di Grazia fanno il loro dovere con professionalità.

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La sequenza della morte di Grazia, l’attrice Katia Christine

Competano il cast Corrado Gaipa, il magistrato, Luciana Turina qui nelle vesti di una suora, Maria Pia Conte che interpreta l’amica di Martine che si guarda bene dall’intervenire al momento dell’arresto della stessa e Andrea Scotti, l’antipaticissimo poliziotto che interroga Martine facendo pistolotti abbastanza surreali sui francesi e sugli studenti che potrebbero stare a casa loro senza importunare la gente per bene.
Un film di buona fattura quindi, ben sceneggiato e ben diretto, con momenti abbastanza felici mescolati ad esagerazioni sceniche, che però non inficiano sulla buona riuscita del film, che in fondo è abbastanza interessante e coinvolgente.
Prigione di donne, un film di Brunello Rondi. Con Marilù Tolo, Martine Brochard, Erna Shurer, Andrea Scotti, Erna Schurer, Lorenzo Piani, Corrado Gaipa, Aliza Adar, Katia Christine, Luciana Turina, Christine Galbo
Drammatico, durata 90 min. – Italia 1974.

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Marilu Tolo

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Prigione di donne banner personaggi

Martine Brochard    Martine Fresienne
Marilù Tolo    …     Susanna
Erna Schürer    …     Gianna
Katia Christine    …     Grazia
Cristina Galbó    …     La giovane suora
Isabelle De Valvert    …     Isabelle
Aliza Adar    …     La detenuta di colore
Luciana Turina    …     Suora
Maria Cumani Quasimodo- Suor Ursula, la madre superiora
Maria Pia Conte    …     L’amica di Martine
Felicita Fanny    …     Una detenuta
Corrado Gaipa    …     Magistrato
Giovanna Mainardi…      Secondina
Anna Melita    …     Una hippie
Lorenzo Piani    …     L’hippy tossico
Jill Pratt    …     La madre di Martine

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Regia: Brunello Rondi
Sceneggiatura: Brunello Rondi, Leila Buongiorno, Aldo Semeraro
Prodotto da: Pino De Martino
Musiche: Alberto Verrecchia
Film Editing : Giulio Berruti
Costumi: Oscar Capponi

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Le recensioni appartengono al sito http://www.davinotti.com

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Uno dei primi e più riusciti (causa professionalità del regista e degli interpreti) Women in Prison di stampo italiano. Incentrato sulle vicende della nuova introdotta all’interno d’un carcere femminile, che devo sopportare ogni tipo di vessazione, a cominciare dalle ispezioni intime (decisamente forti nella versione integrale). Il tema predominante (ovvero il sesso) è esplorato in maniera distorta, come già era accaduto in un altro dramma, sempre siglato da Rondi (Valeria Dentro e Fuori, 1972). Sicuramente un titolo di punta nel genere…

Nobile assunto, ma film indeciso (fra denuncia civile e concessione all’erotismo, fra recitazione composta – la Brochard – e quella eccesivamente sguaiata – la Tolo, eccetera). Calcare troppo sugli aspetti di denuncia (penso alla figura della Cumani Quasimodo), rischia di cadere nel grottesco, nel non credibile, e quindi nel non far arrivare a bersaglio la denuncia. Gineceo favoloso: oltre alle citate, la Schurer, la Christine (sì! La vittima designata) e la Galbó (sì! Gli orrori del Liceo).

Avvalendosi della consulenza alla sceneggiatura del criminologo Semerari, Rondi getta un’occhiata polemica contro il sistema carcerario e mediatico, ma nello stesso tempo cede ai richiami del wip puro – nudi, ispezioni corporali, secondine sadiche, docce, masturbazioni, lesbismo, rivolte – per il quale dispone di una nutrita manovalanza femminile, ben caratterizzata nel fisico e nell’animo: innocente e sensibile la Brochard, burina romantica la Tolo, ribelle la Christine, vezzosa la Schurer; al di là delle sbarre, una ieratica Cumani e una fragile Galbò. Acconce musiche di Verrecchia.

Women in prison di quelli teoricamente a mezza strada tra le nobili intenzioni e le concessioni al pubblico. In realtà il lato sociale è piuttosto debole, con le solite accuse al sistema che opprime le donne eccetera; ed anche a livello exploitation il film non mi ha convinto più di tanto. Certo si tratta di un film vitale, forse persino troppo con queste donne che non fanno altro che fare caciara appena possono; ma nel complesso l’ho trovato deludente

Film su donne in prigione che per la prima volta anzichè puntare unicamente su sesso e violenza dà spazio anche a una – ridicola – denuncia sociale. Certe scene sono talmente esagerate da far ridere, vedi quando Christine chiama e chiede di parlare col presidente della repubblica (sic!) o la rivolta fatta da donne spogliate a forza. Mediocre, considerando anche il livello delle altre pellicole italiane (e estere) su questo (per fortuna oggi tramontato) sottogenere.

Di forte impatto emotivo, ma non travolgente come altri film dello stesso regista, forse anche perché la protagonista sembra un pesce fuor d’acqua e la si apprezza più che altro per la sua caparbietà a difendersi e a credere in una giustizia. Vincono la Tolo, con le sue espressioni sprezzanti e sarcastiche, i visi truccati della Schurer e la meraviglia strabiliante della Christine… Sembra che Rondi l’abbia fatto apposta a far torturare la più bella…

novembre 24, 2010 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , , , , , | Lascia un commento