Brivido caldo
Ned Racine è un giovane avvocato che vive in Florida, a Miranda beach.
E’ un uomo indolente, poco attratto dalla sua professione e più propenso a correre dietro alle donne.
Una sera mentre assiste ad un concerto jazz vede una giovane e attraente donna alzarsi ed allontanarsi dalla platea; la segue e le chiede se può fargli compagnia.
Inizia così con la stessa una relazione improvvisa, torrida e sensuale.
La donna, Matty Walker, è sposata con Edmund Walker, un uomo rozzo ma ricchissimo la cui fortuna deriva da affari immobiliari poco leciti.
Matty non ama affatto suo marito ma sa benissimo che deve restargli affianco per poter continuare la bella vita alla quale è ormai abituata.

I due quindi vivono esperienze frustranti: mentre Ned si rende conto di svolgere una professione che non gli da alcuna soddisfazione e che è costretto a navigare tra processi e difese di piccolo conto,Matty inizia a pensare di liberarsi dello scomodo marito.
Mentre la relazione fra i due si fa sempre più torbida, Matty inizia a insinuare in Ned il tarlo della gelosia, paventandogli un modo per liberarsi dello scomodo marito e di conseguenza ottenere la libertà e i soldi.
Così Ned, ormai irresistibilmente legato alla sensuale Matty organizza l’omicidio del marito.
Ma Matty ha in mente un piano ben più complesso…
Opera prima di Lawrence Kasdan diretta nel 1981 Brivido caldo (Body heat, letteralmente corpo caldo) è un vero e proprio noir apertamente ispirato a La morte paga doppio ( Double Indemnity), romanzo di James Cain, lo scrittore americano autore fra l’altro di un altro romanzo che ebbe una riduzione cinematografica, Il postino suona sempre due volte.

Prima di Kasdan lo stesso romanzo era stato utilizzato dal grande Billy Wilder nel 1944 ed era uscito nelle sale cinematografiche con il titolo di La fiamma del peccato con Fred MacMurray e Barbara Stanwick nei due ruoli principali.
Kasdan crea un’atmofera torbida e sudata, legando i due amanti a filo doppio e immergendoli in una relazione sensuale e calda, come evidenziato dal titolo originale del film.
La storia dei due amanti e del terzo incomodo si snoda così attraverso il racconto della torrida sensualità con la quale Matty attira a se Ned, vittima inconsapevole della tela del ragno in cui Matty fatalmente lo attrae e i preparativi dell’omicidio che Ned si prepara a compiere convinto di poter legare a se quella donna fatale con cui ha una relazione sessualmente appagante, una vera e propria droga fisica dalla dipendenza assoluta.

Con uno sguardo che trasmette calore e il senso di umido non solo atmosferico della location in Florida,Kasdan porta lo spettatore dentro la relazione tra Ned e Marty, fatta di incontri al calor bianco, di una sensualità estremamente fisica a cui lo stesso spettatore non può sottrarsi, complice la splendida fisicità dell’esordiente Kathleen Turner, che avrebbe avuto in seguito una bella carriera ma che non apparirà mai più così sensuale e provocante come in questo film.
Un film in cui si respira, come già detto, un’atmosfera di sensualità assoluta che man mano che il film avanza trasporta il racconto verso il thriller per poi approdare ad un finale beffardo e in parte non prevedibile, con le scene finali che mostrano i due personaggi alle prese con le loro nuove realtà, con un Ned che alla fine soltanto capisce di essere stato non il predatore ma la preda e che la torrida sensualità dell’amante è stata solo utilizzata per i fini che la donna aveva inseguito fin dall’inizio.
Un film davvero molto ben congegnato.
Del resto è al prova generale che Kasdan effettua prima di dirigere quell’autentico capolavoro che sarà Il grande freddo girato nel 1983 e che lo vedrà nei panni dello sceneggiatore, regista e produttore esecutivo.

Lo scrittore James M. Cain,intervistato disse”: Io non vado al cinema. Ci sono cibi che a certe persone non vanno giù. A me non piacciono i film. La gente mi dice: “Non ti interessa sapere che cosa hanno fatto al tuo libro?”. Ma io dico: “Non hanno fatto niente al mio libro. E’ proprio là sullo scaffale“.
In questo caso avrebbe fatto bene a guardarsi la riduzione del suo romanzo…
Sicuramente ottimale la scelta dei due attori principali; William Hurt è nel periodo migliore della sua carriera è ben si presta al ruolo dello stallone bravo a letto ma altrettanto deludente nel suo lavoro, un gigolò che ottiene le sue uniche vittorie tra le lenzuola piuttosto che in un’aula di tribunale.
Vera e propria sorpresa del film è Kathleen Turner, sguardo magnetico e seducente su un corpo da peccato, sudata e peccaminoso sogno di Ned estrinsecato dal dialogo tra i due che mostra l’assoluta dipendenza dell’uomo dalla sua futura compagna di letto :
“Forse non dovresti vestirti così”:
“Ho una camicetta, non vedo che altro dovrei portare”.
“Non dovresti portare quel corpo”

La Turner è bella, sensuale e seducente:la sua interpretazione è talmente corporea da rendere il personaggio una fonte continua di tentazione ed è così ben facile capire come un uomo, in questo caso il debole Ned possa finire per farsi coinvolgere in una relazione che si trasformerà in un abbraccio mortale.
Nel film compare anche per pochi minuti Mickey Rourke, che pure svolge un ruolo importante nell’economia del film.
Nonostante il soggetto e la patente di film erotico, in realtà in Brivido caldo sono più le situazioni ad essere ad alto contenuto erotico che non quanto mostrato dal regista;l’erotismo è latente anche se ha una valenza fortissima e i corpi sono lasciati in penombra più che mostrati.
In definitiva, un gran bel film da vedere assolutamente; a questo proposito segnalo la presenza in streaming dello stesso a questo indirizzo:
http://www.cb01.tv/brivido-caldo-1981/
La versione proposta è discreta sia qualitativamente che come audio.

Brivido caldo
Un film di Lawrence Kasdan. Con Richard Crenna, Mickey Rourke, William Hurt, Kathleen Turner, Ted Danson,J. A. Preston, Jane Hallaren, Michael Ryan, Kim Zimmer, Lanna Saunders, Carola McGuinness, Larry Marko, Deborah Lucchessi, Lynn Hallowell, Thom J. Sharp, Ruth Thom, Diane Lewis Titolo originale Body Heat. Drammatico, durata 113 min. – USA 1981
William Hurt: Ned Racine
Kathleen Turner: Matty Walker
Richard Crenna: Edmund Walker
Ted Danson: Peter Lowenstein
J. A. Preston: Oscar Grace
Mickey Rourke: Teddy Lewis
Kim Zimmer: Mary Ann Simpson
Carola McGuinness: Heather Kraft
Renato Cortesi: Ned Racine
Rossella Izzo: Matty Walker
Luciano Melani: Edmund Walker
Mario Cordova: Peter Lowenstein
Sergio Di Giulio: Teddy Lewis
Melina Martello: Mary Ann Simpson
Angiolina Quinterno: Heather Kraft
Regia Lawrence Kasdan
Produttore Fred T. Gallo, The Ladd Company
Fotografia Richard H. Kline
Montaggio Carol Littleton
Musiche John Barry
L’opinione di Marcello Papaleo dal sito 1filmalgiorno.wordpress.com
“A certi uomini basta una annusatina, e ti seguono come segugi.”
Basterebbe cominciare da questo assunto, quasi un manifesto programmatico, per raccontare di Brivido Caldo (esordio alla regia del noto sceneggiatore Lawrence Kasdan). Un film che, se fosse possibile racchiudere in due aggettivi, definirei: Torbido e Torrido. Torbido come la storia che racconta, fatta di una vedova nera (intesa come ragno) in grado di ammaliare e avvolgere fra le proprie spire un avvocato avvezzo al sesso occasionale. Lo prende, lo vince, facendogli credere di essere lui a reggere i fili di questo gioco, pericoloso. Torrido, come l’estate che attanaglia Miranda Beach e la carne dei due protagonisti. Un marito, di troppo, soldi (tanti) che fanno gola all’una ed all’altro. L’omicidio è dietro l’angolo, è l’ineluttabile: “E’ ciò che desideriamo entrambi” dice lui. Specchi che riflettono e proiettano proiezioni di verità, luce che non riesce mai a rivelare esattamente le cose. Una volta che credi aver compreso ecco che ti accorgi di aver dimenticato qualcosa. Siamo nel 1981 ed ecco che Lawrence Kasdan si presenta al cinema (da regista) con questo film che, chiaramente, rimanda a pellicole come La fiamma del peccato di Billy Wilder e Il postino suona sempre due volte di Tay Garnett. Due protagonisti, William Hurt e Kathleen Turner (al suo folgorante esordio cinematografico), scelti con occhio lungo. Tratteggiano perfettamente l’animo di due esseri umani in grado di fare solo, ed esclusivamente, scelte estreme. Il film trasuda (d’obbligo visto la scelta degli aggettivi di prima) sensualità e sessualità. Il noir sembra rinascere a nuova vita, 1981, i rampanti ’80 sono appena nati. Miami è ad un passo da Miranda Beach. La sensazione, latente, di corpi umidi, di stanze pregne di sesso e menzogne. Due anime pronte a tutto per giocare la propria partita. Un film da scoprire o riscoprire.
L’opinione di Ricky dal sito http://www.mymovies.it
Bastano poche sequenze per intendere quello che accadrà di li a poco tra l’avvocato canaglia William Hurt e la moglie di un ricco affarista, Kathleen Turner; lui s’ivaghisce al primo sguardo e lei prova a respingerlo come si respinge un succulento piatto. In poche parole la passione li travolgerà in poco più di venti minuti. La macchina da presa di Kasdan tra lunghi piani sequenze e primi piani in cui esalta le languide occhiate tra i due, le bollenti scene di sesso, si avvia a mostrarci il patto d’amore e denaro che gli amanti stanno per architettare. Eliminare fisicamente il marito (Richard Crenna, indimenticabile colonnello Trautman di Rambo) per ereditarne tutto il malloppo. Ma il capolinea del film premierà la sensualissima Turner che darà il meglio di sè proprio nella decade a cui appartiene Brivido caldo. Il debutto alla regia di Kasdan (ottimo autore poi di Grand Canyon e Il grande freddo) non ha nelle mire costruire un thriller dalle atmosfere classiche: quindi dimenticavi scene da saltar sulle poltrone abbinate a sottofondi musicali da pelle d’oca. L’autore disegna intorno a questo titolo, preso a prestito da quella figura retorica che è l’ossimoro, una ragnatela che dopo un’inizio soft intrappola lo spettatore; e lo fa con tocchi di pregiati di esemplari noir degli anni ’40. Merito anche di una buona sceneggiatura che, come raramente accade in questi casi, non cede il passo ai meccanismi tipici di un giallo prevedibile made in Usa. La coppia Hurt-Turner è molto affiatata e la futura protagonista de L’onore dei Prizzi ci regala un’interpretazione in cui coesistono la sensualità e la sottomissione all’amore. Con la perfidia dietro l’angolo. Alla faccia delle numerose sciaquette che popolano il cinema attuale. Il caldo infernale della “sua” Florida e la nebbia del topico atto del delitto rappresentano due dispositivi drammaturgici che segnalano il talento notevole di questo cineasta che ci regalerà ancora emozioni negli anni a venire.
L’opinione del sito http://www.robydickfilms.blogspot.com
(…) La regia di Kasdan è brillante e spudorata, riesce a trasudare i bollenti spiriti dei protagonisti e trasmetterli al pubblico con atmosfere molto calde.
William Hurt è Ned Racine, l’avvocato complice della bellissima Matty, il suo ruolo è quello del pollo che viene catturato dalle grazie seducenti della protagonista, devo dire che il suddetto attore è capace di interpretarlo in maniera vera e non artificiosa, alla fine fa trasparire che anche lui è una pedina di Matty e che deve far luce alla situazione per non finire il resto dei suoi giorni in gabbia.
Da sottolineare in un ruolo marginale c’è anche Mickey Rourke, qui giovanissimo che interpreta un ragazzo che Ned ha aiutato ad uscire di galera, e che lo aiuterà nella sua ricerca per comporre il complicato puzzle di Matty.(…)
L’opinione di Julian dal sito http://www.filmscoop.it
Chiaro omaggio alla Fiamma del peccato con cui, a lungo andare, si rintracciano sempre più motivi in comune (la femme fatale, il tradimento, l’omicidio architettato in modo che sembri un incidente, la posta in denaro, l’inganno finale) fino a poter sovrapporre perfettamente le due trame.
Brivido caldo è un perfetto calco del capolavoro di Wilder, portato un pò avanti nel tempo, modernizzato qua e là, ma ugualmente teso, scritto bene, con dialoghi al cardiopalma che da soli valgono il film, in generale architettato magistralmente.
Solo che, essendo un’imitazione perfetta di un film perfetto, è caratterizzato da una perfezione di secondo grado che lo rende anni luce lontano dalla Fiamma del peccato, classico che in ogni caso non si proponeva di eguagliare (poche pellicole possono avanzare tale pretesa).
Come suggerisce anche la buona traduzione italiana del titolo, è sempre immerso in quella patina vibrante delle giornate afose, con una fotografia che tende ai colori caldi e con tutta una serie di elementi che lasciano pensare al torrido, alla passione insomma. Buoni anche gli attori.
Interessante piccolo cult da ripescare in qualche baracca dell’usato.
L’opinione di daniela dal sito http://www.davinotti.com
Esordio col botto sia per il regista che per Kathleen Turner, qui sensualissima predatrice che adesca con argomenti inconfutabili William Hurt, avvocato bravo a letto ma non altrettanto in aula (che alchimia fra loro!). Prima parte torrida, sia per la calura che per il termometro erotico, seconda parte più fredda e ragionata, con Mickey Rourke incisivo in una piccola parte. Forse non tutti i fili si annodano nel modo giusto nel beffardo finale, però il film provoca comunque un lungo brivido di piacere nello spettatore.
Recensione del romanzo La morte paga doppio
dal sito http://www.bloglibero.it/angolo di jane
Se nel caso dei “re del noir” Raymond Chandler e Dashiell Hammet, l’artista che ne rappresenta l’icona cinematografica è senz’altro Humphrey Bogart, nel caso dei romanzi del terzo re del genere di scuola classica, James M. Cain, l’immagine che vedreste sarebbe certamente quella di Lana Turner, quella cioè di una dark-lady: una donna intelligente, affascinante e spietata, dalle cui labbra stillano facilmente dolcezza e menzogne. Le donne protagoniste di Cain hanno il sangue così freddo da far gelare il vostro nelle vene e non sonno affatto ingenue.
Non per niente fu infatti proprio Lana Turner ad avere il ruolo principale nella prima versione americana, del 1946, di “Il postino suona sempre due volte”, tratto dall’omonimo celebre romanzo di Cain. In precedenza però anche Luchino Visconti era rimasto affascinato dal romanzo di Cain e ne aveva tratto il film “Ossessione”, nel 1943.
“La morte paga doppio” vede sulla scena un’altra donna donna fatale, questa volta così inquietante da far scivolare il nero quasi al confine con l’horror, sebbene in realtà questo limite non sia superato: le immagini create da Cain sono così vivide, però, da dare sul serio i brividi.
Ovviamente c’è un delitto, il più classico forse del genere: la frode assicurativa su una polizza sulla vita, attraverso l’omicidio (perfino nel primo giallo inglese mai scritto, “Il mistero di Notting Hill”, tutto nasceva proprio da una truffa alle assicurazioni).
Nel tentativo di far rinnovare una polizza auto, l’assicuratore Walte Huff si reca a casa di un cliente, dove ne incontra in realtà la moglie, la bella Phyllis Nirdlinger, con la quale scatta subito una strana inquietante scintilla di attrazione. Walter capisce immediatamente, dalle domande fatte dalla donna, che ella medita di assicurare il marito per degli incidenti per poi ucciderlo e riscuotere il premio. I due sono fatti per incontrarsi, perché da anni Walter medita di giocare un brutto tiro alla ditta in cui lavora e diventare ricco. Walter e Phyllis diventano quindi complici e pianificano in ogni dettaglio il delitto, forti dell’esperienza di Walter nel prevedere quali tipo di indagini verranno svolte e come impressionare eventuali testimoni in modo che credano di vedere ciò che in realtà non hanno mai visto: il loro sarà un piano audace, quasi folle, ma pensato in ogni dettaglio e avrà successo.
Convinto di avere a che fare con una donna determinata, ma in fondo ingenua, Walter dovrà ricredersi: Phyllis ha molta esperienza nel campo degli omicidi.
Un’altra cosa che Walter non aveva previsto era di innamorarsi della figlia dell’uomo che ha ucciso, Lola, figliastra di Phyllis. Amore e rimorso (ma solo verso Lola, non verso la vittima) tormenteranno Walter, spingendo i suoi passi verso un epilogo imprevisto.
“La morte paga doppio” non ha una sola parola sprecata o fuori posto, anche perché è più un lungo racconto che un vero romanzo: trascina dalla prima all’ultima pagina, attraverso la spirale di attrazione, odio, avidità percorsa da Walter, voce narrante della storia. Un romanzo noir come pochi, pieno di colpi di scena e di situazioni ambigue, in cui si è portati a dubitare di tutto e di tutti, vero esempio di stile nel genere.
Sembra che la storia, pubblicata nel 1943, sia stata ipirata a Cain da un caso giudiziario che aveva seguito nel 1927, quando lavorava come giornalista: l’assassinio del marito da parte di Ruth Snyder, una donna di New York, con complice il giovane amante, allo scopo di riscuotere il premio di una grossa polizza assicurativa sulla vita.
Dal romanzo fu tratto un film nel 1944 la cui sceneggiatura fu elaborata da un altro maestro del genere, abituato a lavorare con Hollywood: Raymond Chandler che la scrisse insieme a Billy Wilder. La versione inglese del film ha titolo “Double Indemnity” come il libro, mentre quella italiana venne intitolata “La fiamma del peccato”.
Livia,una vergine per l’impero
Prima di iniziare a parlare di Livia,una vergine per l’impero (uscito anche con il titolo di Diario di una vergine romana) ccorre sgombrare il campo da un equivoco, nel quale è caduto anche Wikipedia.
Questo film non ha nulla a che vedere con La rivolta delle gladiatrici (The arena),opera dello stesso regista,Joe D’Amato;l’unica cosa che accomuna i due film è l’ambientazione peplum e la presenza dell’attrice Lucretia Love,ma si tratta di due film completamente differenti, girati per altro in due anni differenti.
Fotogrammi che mostrano il titolo originale e il nome del regista nei credit
Mentre Livia una vergine per l’impero è diretto da Massaccesi, con l’abituale pseudonimo di Joe D’Amato (come del resto si evince dal fotogramma allegato) nel 1973, La rivolta delle gladiatrici è del 1974.
Un film che è riemerso dagli archivi grazie all’emittente tv Dahlia, che nel ciclo Eros lo ha riproposto; probabilmente la pellicola non venne mai distribuita nelle sale ed è quindi davvero casuale la possibilità di rivederlo a quarant’anni dalla sua apparizione.Grazie ad un utente che lo ha rippato proprio da Dahlia, è possibile vederlo a questo indirizzo (almeno fino a quando You tube,come fa di frequente,non decida di cancellarlo: http://www.youtube.com/watch?v=oH-CHBtawIc

Con pochissimi mezzi, potendo contare solo su Lucretia Love come nome di punta e riutilizzando spezzoni di un peplum ambientato in oriente, D’Amato dirige un film modesto tutto virato all’erotico,come del resto accadrà con le sue successive incursioni nel genere “spada e sandali”, il già citato La rivolta delle gladiatrici e l’ambizioso Caligola la storia mai raccontata.
Parlavo non a caso di recupero di vecchi filmati:guardando il film non si può non notare la differenza di colore delle sequenze del terremoto con il resto del film,l’evidente anacronismo del terremoto nel tempio, in cui troneggiano statue di stile babilonese e la presenza improvvisa di Lucretia Love a ben 10 minuti dall’inizio del film.
Che è probabilmente ambientato,nella sua parte iniziale, a Pompei, anche se le scene mostrano un devastante terremoto mentre fuori campo si vedono delle ridicole immagini di un vulcano che erutta, realizzate in totale economia rispetto alle discrete immagini del terremoto stesso.

Diamo un’occhiata alla trama:durante il terremoto che distrugge la cittadina nella quale Livia vive,la ragazza rinviene i corpi esanimi della madre e del fratellino.
Rimasta sola al mondo Livia accetta l’invito di Lucilla, che promette di vegliare su di lei,di recarsi a Roma.
Ritroviamo quindi nella città eterna Livia mentre assiste ad un combattimento di gladiatori, palpeggiata da un senatore anziano; la ragazza è diventata una prostituta di lusso, asservita agli ordini di Lucilla e del suo amante Taurus.
Grazie al senatore Claudio, Livia, donna ambiziosa e senza scrupoli,si libera dei suoi “carcerieri” che vengono assassinati durante un convegno amoroso.

Ma Roma è una città piena di insidie,di giochi di potere:Livia si lascerà trascinare in un complotto proprio ai danni di Claudio,si innamorerà del suo protetto e pagherà con la vita i suoi errori.
Una buona fotografia,una bellissima Lucretia Love e un professionale Attilio Dottesio;queste in sintesi le doti di un film che avanza senza particolari acuti, ma in modo costante e non noioso.
Il cast attoriale costa pochissimo e si vede; recitazioni quasi da oratorio e nudi a volontà,tanto da far sorgere la domanda su come la censura non sia intervenuta pesantemente.La risposta è probabilmente nella mancata distribuzione nelle sale del film,che, come dicevo all’inizio,è riemerso solo da poco.Può valere una visione.
Livia una vergine per l’impero
un film di Joe D’Amato,con Lucretia Love,Attilio Dottesio,Linda Sini,Edmondo Tieghi,Stefano Spitoni,Danilo Mezzetti.Eotico,Italia 1973
Lucretia Love: Livia
Attilio Dottesio:senatore Claudio
Linda Sini:Lucilla
Regia:Joe D’Amato
Sceneggiatura:Joe D’Amato (pseudonimo Michael Wotruba)
Musiche di Berto Pisano
Fotografia:Aristide Massaccesi (Joe D’Amato)
Montaggio:Piera Bruni
Seguite il link aggiornamenti per vedere le gallerie ricaricate!

La novizia indemoniata (Satanico pandemonium)
La novizia indemoniata, uscito in originale con il titolo emblematico di Satanico Pandemonium è un film ormai dimenticato e ritornato in auge grazie a Quentin Tarantino che nel suo Dal tramonto all’alba ha omaggiato il film diretto nel 1975 da Gilbert Martin Soarez ha dato alla protagonista del film il nome di Satanico Pandemonium.
Film che possiamo inserire nel filone del cinema conventuale, il nunsploitation, sottogenere cinematografico che aveva come ambientazione gli angusti confini di monasteri o luoghi religiosi, per la quasi totalità abitati da religiose.
La protagonista, una novizia di nome Maria,è una giovane che vive in un monastero sperduto fra i monti, dove ha una condotta esemplare, tanto da essere portata ad esempio di virtù e morigeratezza dalle consorelle.

Suor Maria però si sente in pericolo, preda delle tentazioni del demonio,tanto da cedergli una notte in cui una suorina si reca nella sua cella per farle delle confidenze;è proprio con la consorella che Suor Maria cede al peccato allacciando una relazione saffica con la stessa.
Durante l’amplesso a suo Maria compare la figura di un uomo, che le rivela essere nientemeno che Satana in persona.
Il comportamento irreprensibile di Suor Maria diventa diametralmente l’opposto, da quel momento.
La religiosa commette una serie di nefandezze,aiutando tra l’altro una consorella a suicidarsi e arrivando a corrompere un povero contadinello che la ragazza farà bruciare vivo assieme a sua madre.
Nonostante il comportamento libertino, in seguito alla morte della badessa che Suor Maria ha provveduto ad eliminare, viene nominata superiora del convento, che ben presto trasforma in un luogo di perdizione.
Ma la realtà è ben diversa…

Gilbert Martin Soarez, regista messicano con all’attivo un numero sterminato di pellicole, oltre 160 delle quali solo La novizia indemoniata è stato doppiato in italiano dirige con mano felice un horror in puro stile demoniaco usando un taglio asciutto e senza sbavature.
Grazie ad un’ambientazione molto felice, Soarez ricostruisce l’atmosfera malsana che viene a crearsi in un convento in cui il diavolo riesce a far breccia arrivando a prenderne possesso grazie all’influenza nefasta che esercita sulla sventurata suor Maria, preda scelta dal re dei demoni per sconvolgere e dannare la vita delle pie consorelle che abitano il convento stesso.
Giova al film la bella location che permette un’integrazione molto realistica fra la gente e i villici dei villaggi vicino al convento e il convento stesso, che diverrà in breve tempo un bordello, cambiando radicalmente stile di vita e passando dalla religiosità all’empietà.

satanico pandemonium è uno dei migliori esempi di nunsploitation:la componente erotica, pur accentuata, non sorpassa i limiti del buon gusto tanto che il film scorre sul doppio binario della possessione diabolica con il rituale espletarsi di manifestazioni sessuali di ogni genere che però non vengono mai portate agli estremi.
La storia ricorda un po quella di Alucarda, altro film a metà strada tra l’horror e il nunsploitation, ma in questo film tutto è più sfumato, più morbido.
Bravissima e molto credibile, oltre che bella e seducente è la protagonista principale del film Cecilia Pezet, bene sicuramente il resto del cast.
Un film da recuperare,anche se purtroppo la versione presente in rete è in lingua spagnola.
La novizia indemoniata
Un film di Gilbert Martin. Con Cecilia Pezet,Clementine Collins, Rock Hendrison, Delia Mangano Titolo originale Satanico Pandemonium. Drammatico, durata 91 min. – USA 1973.
Enrique Rocha: il diavolo
Cecilia Pezet : Suor Maria
Regia Gilberto Martínez Solares
Soggetto Jorge Barragán
Sceneggiatura Adolfo Martínez Solares, Gilberto Martínez Solares
Produttore Jorge Barragán
Fotografia Jorge Stahl Jr.
Montaggio José W. Bustos
Musiche Gustavo César Carrión
Scenografia Alberto Ladrón de Guevara
L’opinione di Undjing dal sito http://www.davinotti.com
Prodotto messicano d’indiscutibile efficacia, piuttosto sgarbato e contrario alle regole del buon gusto. Conventi in odore di maledizione e suorine facilmente accostabili dal maligno ne fanno uno dei primi nun(horror)exploitation, genere che verrà poi cavalcato piuttosto ruffianamente dai cineasti italiani (ma non solo). La morale del film (solo vagamente erotico, ma siamo a metà anni Settanta) sembra essere quella eterna già enunciata da Hoebbes, ovvero il patto umano che si esprime semplicemente come homo homini lupus. In tal caso, più appropriato pur se paritetico, foemina foemines lupus.
L’opinione di Trivex dal sito http://www.davinotti.com
La vita serena di un convento è sconvolta dai tentativi del diavolo di far breccia nell’anima delle suore. Tali malefici hanno la meglio sulla sorella più rappresentativa della comunità, aspirante a divenire la madre superiora del convento. Inizia quindi, tra violenze e sesso, il percorso che porterà alla dannazione della religiosa. Versione al femminile de “Il monaco”, condita dai canoni classici del nunexploitation, anche se l’aspetto horror prevale su quello erotico.
Pellicola ben fatta, che delude però ampiamente nel discutibile finale.
L’opinione di Juan dal sito http://www.davinotti.com
La prima sensazione scaturita dalla visione è che il caro Don Luis non abbia calcato invano per lustri il suolo mexicano, tanto questa exorcistica pellicola sembra eredità diretta della lezione di Susana (la dualità bene/male, ulteriormente splittata nella personalità femminile e infine deflagrata nella figura della suora) e satura di venefiche esalazioni surrealiste (l’ambiguità e la potenza disturbante del sogno, lo stile naif delle riprese). Sorprendente la interpretazione di Cecilia Pezet, perfetta posseduta, accattivante lo scenario rural-popolare.
Confessioni proibite di una monaca adolescente
La giovane Maria, un’adolescente contadinella che vive in un paese del Portogallo in un anno imprecisato del Rinascimento, viene sorpresa da padre Vicente mentre ha un casto dialogo con il fidanzatino, un giovane del luogo.
Padre Vicente, affascinato dalla bellezza virginale della ragazza, convince la madre di quest’ultima ad affidargli Maria per portarla in un convento, onde salvarle, a sua detta, la morale e l’anima.
L’uomo in realtà intende sottoporre la ragazza a pratiche demoniache; nel convento dove viene reclusa la ragazza infatti vengono praticate ogni sorta di nefandezze, oltre alla pratica sfrenata della lussuria.
Unioni carnali promiscue, amplessi lesbici e persino unioni con il demonio sono le pratiche quotidiane del convento;così maria si trova a dover sperimentare il tutto, in un’atmosfera corrotta e lasciva.

Dopo aver tentato la fuga ed esser stata ripresa, Maria diventa per la Badessa e per il corrotto padre Vicente una testimone scomoda delle perversioni e degli atti abominevoli che si consumano nel convento e viene quindi inviata davanti all’inquisizione per essere giudicata per gli atti che in effetti è stata costretta a subire.
La ragazza, sottoposta a tortura, ovviamente confessa tutto, senza dimenticare di accusare di tutto i diablici complici;ma ovviamente le sue parole restano inascoltate.
Condannata ad essere bruciata viva sul rogo, Maria scrive un’ultima lettera nella quale racconta con amarezza le sue vicissitudini e la fa volar via dalla cella nella quale è rinchiusa.
Mentre sta salendo sul rogo, l’esecuzione viene improvvisamente interrotta: è accaduto infatti che….
Love letters of a portuguese nun, titolo internazionale originale di questo film di Jesus Franco diretto dal regista spagnolo nel 1977 e distribuito in Italia con il titolo di Confessioni proibite di una monaca adolescente, quasi a sottolinearne l’inquadramento nel filone nunsploitation che aveva conosciuto qualche notorietà grazie ad una serie di pellicole girate all’interno di conventi, come La badessa di Castro, Le monache di Sant’Arcangelo ,Confessioni segrete d’un convento di clausura o ancora Storia di una monaca di clausura,Le scomunicate di san Valentino ricorda molto da vicino il Justine diretto dalla stesso Franco qualche anno prima, sia per la presenza come protagonista di un’adolescente virginale traviata da un corrotto sacerdote sia per l’ambientazione conventuale a tratti sacrilega e blasfema.

L’interno del convento nel quale viene infatti condotta la sventurata Marie è un ricettacolo di tutte le peggiori nefandezze possibili, cosa che avevamo già visto nel Justine, ispirato in larga parte all’opera del Marchese De Sade.
La protagonista, Marie, passa attraverso l’abisso delle perversioni in cui la trascina il malefico Padre Vicente senza perdere però la sua virtù fondamentale, il candore che l’accompagnerà fino al rogo, al quale scamperà per un fortuito accadimento.
Jesus Franco non sfugge ovviamente al copione tipico dei nunsploitation, limitandosi a cambiare solo qualche particolare ai canoni del genere;generalmente la vittima predestinata era una ragazza di buona famiglia messa in convento per svariati motivi e qui, sistematicamente,doveva fare i conti con un ambiente corrotto e retto da Badesse più simili ad indemoniate che a pie religiose.In questo film invece la sventurata protagonista è una contadinella.
Film poco più che dignitoso, in cui Franco non spinge l’acceleratore sulle scene piccanti o almeno limitando il tutto all’ambito softcore;da dimenticare la sequenza con l’arrivo del Principe delle tenebre, maldestramente interpretato da un tipo che sembra uscito da uno z movie con cappellino rosso e qualcosa di simile a un corno frontalmente. Molto carina invece la protagonista,Susan Hemingway:
l’attrice spagnola (suo vero nome Maria Rosalia Coutinho) girerà un totale di sette film, tutti diretti da Jesus Franco senza però veder mai decollare la sua carriera. Nel ruolo del demoniaco padre Vicente troviamo una vecchia conoscenza, William Berger, che fa il suo senza sbavature.
Vero punto di forza del film è la fotografia dagli splendidi colori, opera di Peter Baumgartner, un direttore della fotografia specializzato in erotici.
Il film è stato editato in digitale con traccia italiana,tuttavia sono riuscito a trovare solo la versione disponibile su You tube all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=mXO1J4QI0Ps, rigorosamente in lingua inglese.
Confessioni proibite di una monaca adolescente
Un film di Jesus Franco. Con William Berger, Susan Hemingway, Herbert Fux, Isa Schneider, Dagmar Burger Titolo originale Die Liebersbriefe einer portugiesischen Nonne. Erotico, durata 87 min. – Germania 1977.
Susan Hemingway: Maria Rosalia Coutinho
William Berger: Padre Vicente da Silva
Ana Zanatti: Madre Alma
Vítor Mendes: Antonio, il sindaco
Herman José: il principe Manuel Gonçalves
José Viana: il grande inquisitore
Victor de Sousa: segretario dell’inquisitore
Herbert Fux: il Demonio
Aida Vargas: Suor Juana
Aida Gouveia: Suor Antonia
Isa Schneider: Suor Josefina
Patricia da Silva: madre dell’Maria
Nicolau Breyner: segretario dell’principe
Regia Jesús Franco
Soggetto Jesús Franco (come Manfred Gregor)
Sceneggiatura Christine Lembach
Produttore Erwin C. Dietrich (Ascot, Cinemec)
Fotografia Peter Baumgartner
Musiche Walter Baumgartner
L’opinione di chribio1 dal sito http://www.filmtv.it
Film abbastanza sconosciuto ma molto sfrontato in fatto di sevizie e torture varie.
Dal punto di vista di trama e’ un po’ il solito tema Clerical-erotico ma in questo caso con streghe di mezzo ed il Diavolo a fare da corollario ad una discreta storia,resa con sufficienza in questa Pellicola dei ’70’s.
L’opinione di uomomite dal sito http://www.davinotti.com
Feuilleton messo in scena dal maestro Jesus Franco con mirabile eleganza (anche troppa per il pubblico “cafone” al quale l’opera era destinata). Una giovane novizia viene “corrotta” da una madre badessa e da un laidissimo domenicano, entrambi adoratori di lucifero. La sequenza del rituale collettivo durante il quale la verginità di Maria viene donata al signore delle tenebre è ritmata ed eccitante come un balletto di Lola Satana su musiche di Carlos Satana. Da brividi (ho avuto una breve ma intensissimo spasmo). Susan Hemingway è bellissima. Da vedere.
L’opinione del sito http://www.pensieriframmentati.blogspot.it
(…) Probabilmente il mio approccio con Franco è stato sbagliato, Confessioni proibite di una monaca adolescente non è nemmeno segnalato in alcune sue filmografie, e questo la dice lunga sull’importanza che si dà a questo film.
Ho avuto la fortuna di beccare un rippaggio da dvd, e quindi ho potuto “godere” della messa in scena che peraltro è discreta, dai costumi, alle ambientazioni barocche; certo che il film perde di ogni credibilità fin dall’inizio quando il prete acconciato alla Nino D’angelo dei tempi d’oro, si masturba durante la confessione della piccola Maria, il cui aggettivo “piccola” le calza a pennello data l’acerbità del suo corpo. Il film oscilla tra il b-movie ed il nunsploitation più becero pur non esagerando mai nei contenuti hard. Immagini di un convento (1979), per fare un esempio, è molto più spinto (ci sono scene di penetrazione); si precipita nel trash psichedelico, alla Polselli per intenderci, con l’entrata in scena del diavolo. (…)
De Sade 2000 (Eugenie)
Sul suo letto di morte, la giovane Eugénie Radeck detta le sue memorie allo scrittore Attila Tanner che annota scrupolosamente il tutto.
Eugenie vive con il patrigno, Albert Radeck,dopo che sua madre è morta;il rapporto tra i due è esemplare ed Eugenie adora letteralmente il patrigno.
Ma Albert Radeck ha una vita assolutamente segreta e non è affatto con gli altri la persona affettuosa che è quando si trova in compagnia di Eugenie;l’uomo scrive libri a sfondo sadico ed erotico e per creare storie sempre più avvincenti mette in pratica terribili omicidi.
Quando Eugenie scopre la cosa, invece di fuggire decide di diventare complice dell’uomo e subito dopo sua amante.
I due diventano così una coppia omicida fino al giorno in cui Albert sceglie come vita un giovane musicista,Paul.
La ragazza frequenta il giovane e alla fine se ne innamora provocando la terribile reazione di Albert che uccide Paul, ferisce mortalmente Eugenie e alla fine si uccide.
Ed è proprio una Eugenie in fin di vita a raccontare ad Attila tutta la sua storia, implorando lo scrittore affinchè la aiuti a morire.Ma non è necessario l’intervento dell’uomo, perchè Eugenie chiude gli occhi per sempre.

De Sade 2000, o anche Eugenie, titolo con il quale il film è decisamente più famoso è diretto nel 1974 da Jesus Franco,che si ispira al romanzo “Eugénie de Franval” del Marchese de Sade utilizzando come protagonista principale, nel ruolo della timida dapprima, perversa poi Eugenie l’attrice Soledad Miranda, al suo ultimo film prima dell’incidente mortale che la strappò alla vita a soli 27 anni.Musa con Lina Romay del regista spagnolo, Soledad Miranda da vita ad un personaggio sensuale ed erotico in modo impressionante, mostrando che, avesse avuto la fortuna di vivere, sarebbe diventata un’attrice di rilievo nel firmamento cinematografico.
Pellicola molto curata dal punto di vista fotografico un pochino meno da quello della sceneggiatura, Eugenie è comunque uno dei migliori prodotti di Jess Franco, che in questa pellicola bada molto ai particolari, oltre a comparire nella parte marginale di Attila.

La storia ha un suo svolgimento logico, anche se un collante maggiore tra gli omicidi non avrebbe affatto guastato nulla;tuttavia è la conturbante e maliziosa, ma al tempo stesso Soledad a calamitare l’attenzione e probabilmente senza la splendida attrice andalusiana il film non avrebbe avuto lo stesso fascino.
Eugenie segue, nella filmografia di Franco il buon Lo specchio del piacere; è il periodo migliore del regista che poco tempo dopo inizerà la sua produzione di massa incentrata principalmente su film porno.
Per quanto riguarda la reperibilità del film, su You tube è presente una splendida versione ma non in italiano; seguendo questo link https://www.youtube.com/watch?v=lXAVWnh8HYs potrete comunque godervi il film che è facilmente decifrabile se si ha qualche rudimento d’inglese
De Sade 2000 (Eugenie)
di Jesus Franco, con Soledad Miranda,Paul Müller,Greta Schmid,Andrés Monales,Jesús Franco,Alice Arno Drammatico/Thriller,Lichtenstein 1974
Soledad Miranda: Eugénie Radeck
Paul Müller: Albert Radeck
Jesús Franco: Attila Tanner
Andrés Monales: Paul
Greta Schmidt: Kitty
Alice Arno: fotomodella
Karl Heinz Mannchen: cabarettista
Regia Jesús Franco
Soggetto Marchese de Sade (Eugénie de Franval)
Sceneggiatura Jesús Franco
Produttore Karl Heinz Mannchen (Prodif Ets./Vaduz, Liechtenstein)
Fotografia Manuel Merino
Montaggio Clarissa Ambach
Musiche Bruno Nicolai
L’opinione di Giurista 81 dal sito http://www.filmtv.it
Film che viene ricordato come l’ultima pellicola interpretata dalla sensuale Soledad Miranda, prima dell’incidente stradale che le sarà fatale. Probabilmente anche per tale ragioni alcuni fan di Jess Franco reputano De Sade 2000 come uno dei suoi capolavori. Tale conclusione, a mio avviso, è un po’ affrettata pur ritenendo l’opera (per la cura nella messa in scena) tra i migliori lavori dell’artigiano spagnolo.
Il film è incentrato su un soggetto decisamente morboso e incestuoso. Abbiamo un patrigno e la sua giovane figlioccia che decidono di adescare delle vittime consenzienti per i loro giochi sadici. I due fotografano e riprendono il tutto, chiedendo pose sempre più spinte e partecipando alle stesse. Ciò che i malcapitati non sanno è che tali giochi si concluderanno con la loro morte.
Dunque un soggetto interessante e coraggioso per l’epoca, impreziosito da una fortissima componente erotica, ma non sfruttato appieno da Franco. Il film ha delle parti ultra dilatate (specie all’inizio) e trova delle soluzioni per mascherare l’identità degli assassini piuttosto macchinose e poco verosimili, pretendendo poi di far passare gli omicidi (la loro messa in scena lascia un po’ a desiderare) come assassinii perfetti. Non c’è traccia della polizia, l’unico che indaga è uno scrittore, interpretato dallo stesso Franco, che spia la coppia per sua semplice curiosità intellettuale (sembra quasi ammirarli).
Ciò di cui si sente la mancanza maggiore sono degli sviluppi centrali finalizzati a dare verve a una storia che invece procede tra un assassinio e l’altro, coinvolgendo poco lo spettatore (scene erotiche a parte).
Nonostante tutto il film si lascia guardare e ha un epilogo melodrammatico di puro gusto franchista (la giovane scopre il vero amore, ma non potrà gustarselo) che risolleva un po’ le sorti.
Bene Muller (i più lo ricorderanno nel ruolo del direttore bastardissimo nella saga Fantozzi) e la Miranda (a mio avviso più “fatale” in film quali Vampyros Lesbos, She Killed in Ecstasy o Una Venere senza nome per l’Ispettore Forrester). Comparse tutti gli altri
L’opinione di Undying dal sito http://www.davinotti.com
Scritto in sei giorni – nell’anno di (dis)grazia 1788 – Eugenie Depranval rappresenta un classico della depravazione sadiana, con disagevoli risvolti incestuosi non meno disturbanti del contenuto filosofico di De Sade (la sofferenza partorita dal piacere e/o viceversa). Franco, qui ispirato come poche altre volte, avvantaggiato da un piacente e prestante Soledad Miranda (alla quale, inevitabilmente, spetta il ruolo della castigata, in tal caso dal patrigno cui presta corpo l’adatto Paul Muller) sviluppa un film complesso e avvincente, destinato a traghettarci al di là del Bene e del Male.
L’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com
Gli omicidi – applicazione criminale delle teorie sadiane e scaturigine della passione morbosa tra figlia e patrigno – si consumano nel contrasto tra esterni plumbei e innevati ed esterni caldi ed eleganti; tale immobilismo narrativo si increspa in dirittura d’arrivo, quando un rapido sguardo alla realtà del tempo – l’incontro con il musicista cheguevariano – fa esplodere la tragedia familiare. La Miranda, scalza e in succinti abitini oppure in nudi integrali, è una vittima/carnefice che paralizza con la sua carica erotica colma d’innocenza e dolcezza, così come di malizia e perversione
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Dedicato al mare Egeo
Masuo Ikeda era uno scrittore, illustratore,ceramista, scultore e incisore giapponese prestato al cinema in due occasioni; nella prima di queste scrisse e diresse Dedicato al mare Egeo, tratto da una sua storia dal titolo omonimo che ebbe un qualche successo in Giappone, vincendo il prestigioso Premio Akutagawa. Tante attività svolte brillantemente, alle quali però non può di certo essere aggiunta, almeno al livello di abilità conseguita, quella di regista di valore. Il film in questione, Dedicato al mare Egeo, uscito nelle sale senza alcuna visibilità nel 1979, è infatti una pellicola noiosa in maniera esemplare, una summa di quello che bisogna evitare allo spettatore che incautamente incespica in una pellicola come questa caratterizzata da una piattezza di narrazione elevata al sublime. La trama, ridotta all’osso ( e del resto c’è ben poco da raccontare) ci porta sulle orme di Nikos, giovane pittore di origine greca che frequenta una scuola d’arte e che vive temporaneamente presso Elda, una bella donna divorziata e con una figlia con seri problemi. 
Come ovviamente prevedibile, tra i due nasce la passione e Nikos diventa l’amante della donna, stringendo contemporaneamente un bel legame con la figlia della donna, Lisa. La quale però sviluppa ben presto un’attrazione morbosa per Nikos. Il giovane, per guadagnare due soldi, accetta di diventare modello per la fotografa Gloria, che ha già una modella che presta saltuariamente il suo corpo per delle foto scattate dalla stessa Gloria. Anita, la modella, è una donna disinibita e ben presto seduce Nikos; il marito di Elda informa l’ex moglie della cosa, e naturalmente la reazione della donna è delle peggiori. Durante un viaggio in Grecia accade però qualcosa di tragico… Sospendo qua la narrazione della trama e non certo perché il finale riservi chissà quale sorpresa:anzi, se c’è una cosa che getta a mare quel pochissimo di buono che si era visto fino a questo momento è proprio la fine ridicola e francamente illogica della pellicola stessa. Spacciato come un film erotico, Dedicato al mar Egeo
in realtà non a quasi nulla di erotico, così come il titolo è assolutamente fuorviante su una presunta location greca; le uniche scene blandamente erotiche sono girate praticamente al buio mentre abbondano i nudi di Ilona Staller, una delle protagoniste del film. Poiché del film non “dovrebbe” esistere una versione digitale, chiunque abbia visto le rare riduzioni da VHS avrà notato che la riduzione stessa presenta la censura operata dal mercato giapponese, che prevede per le inquadrature delle parti intime una pecetta bianca. Così chi vede la pellicola finisce per perdere forse l’unica attrattiva del film, ovvero le nudità generosamente esposte di Ilona Staller. Che, come attrice, ha tante pecche come il protagonista maschile del film, l’attore di fotoromanzi Claudio Aliotti, qui in una delle sue nove apparizioni cinematografiche; di ben altro calibro ovviamente la presenza di Olga Karlatos, una delle attrici peggio utilizzate dal cinema negli anni settanta e che è l’unica ad avere doti recitative a sufficienza.
Di scarso peso la presenza di Stefania Casini, mentre il decantato mar Egeo compare in pratica sul finale del film e fa da sfondo alla quasi folle sequenza finale, che purtroppo, come già detto, chiude in maniera pessima un film di per se deludentissimo. Brutto film, quindi, insipido e senza alcun interesse, con l’unico pregio di una gradevole colonna sonora firmata dal grande Ennio Morricone Nel web è presente l’unica versione ad oggi conosciuta della pellicola, ricavata da una VHS destinata al mercato giapponese, di scarsissima qualità, con sottotitoli in giapponese e censurata in alcune parti.Il link per vedere il film è il seguente: http://my.mail.ru/video/mail/vm_gluschenko/104076/104090.html#video=/mail/vm_gluschenko/104076/104090
Dedicato al mare Egeo di Masuo Ikeda, con Claudio Aliotti,Stefania Casini,Sandra Dobrigna,Olga Karlatos,Ilona Staller Drammatico, Italia 1979
Claudio Aliotti … Nikos Stefania Casini … Gloria Sandra Dobrigna …Lisa Olga Karlatos … Elda Ilona Staller … Anita
Regia: Masuo Ikeda Soggetto: Masuo Ikeda Musiche:Ennio Morricone Fotografia:Mario Vulpiani Montaggio:Mario Morra
L’opinione di Ronax dal sito http://www.davinotti.com Tanto per cominciare il titolo c’entra poco o nulla, visto che il Mar Egeo entra in scena solo nel finale e ha unicamente il ruolo di rassegnato spettatore dell’epilogo di questo grottesco melodrammone erotico girato dal giapponese Masuo Ikeda in vacanza fra Roma e la Grecia. Forse mai distribuito in Italia e oggi disponibile solo su un supporto nipponico con ridicole pecette censorie sul pube della Staller, il film è una somma di situazioni insensate e dialoghi insopportabili resi ancora più atroci da una recitazione canina. Evitabilissimo. L’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com Tarda produzione anni Settanta, eredita umori samperiani e punta tutto sulla carta della bellezza: la bellezza del corpo femminile (prima i nudi “accademici”, poi quelli della Karlatos, della Staller e della Casini), del paesaggio naturale (l’incontaminato Mar Egeo) e delle musiche (Morricone con apporti vocali della Dell’Orso). Questo consente di prevenire i possibili agguati della noia provocata da una sceneggiatura poco brillante – financo con maldestri risvolti onirici – e un finale tanto prevedibile quanto improbabile. L’opinione di Ilgobbo dal sito http://www.davinotti.com Nikos, squattrinato e svogliato studente d’arte a Roma, se la fa con la padrona di casa, che vive con una strana bambina. Ma un incontro casuale… Erotico con pretese artistiche del giapponese Ikeda, costellato di inquadrature pretenziose e dialoghi terrificanti, musicati da Morricone con tanti sospirini e sospironi di Edda Dell’Orso: praticamente un trionfo del kitsch, specie nell’ultima parte che si svolge in Grecia. Le bellone del film si danno tutte un gran daffare, inutile dire che è Cicciolina a regalare i numeri migliori.

Track list della colonna sonora
01 – Dedicato al Mare Egeo 02 – Un Grido 03 – Lisa E Nikos 04 – Cavallina A Cavallo 05 – E Fuggi Via 06 – Un Songno Al Sole 07 – Lisa Del Mare Egeo 08 – Vedere E Non Sapere 09 – Tre Per Tre 10 – La Donna Della Finestra Difronte 11 – Dedicato Al Mare Egeo 12 – Cavallina A Cavallo 13 – Dedicato Al Mare Egeo (Masuo Ikeda) 14 – Lida Del Mare Egeo (Masuo Ikeda) 15 – Dedicato Al Mare Egeo (Masuo Ikeda, Ruggero Gatti)

Tranquille donne di campagna
Pianura padana, un anno indeterminato durante il ventennio fascista.
Guido Maldini, uomo violento e fascista convinto è l’amministratore della villa e dei beni della cugina Floriana, una attrice di operette benestante economicamente.
Nella dimora di campagna, con l’uomo, vivono sua moglie Anna, i figli Alberto ed Elisa, la cameriera Aida.
Tutta la famiglia ruota attorno alla figura di Guido, che tratta in maniera sprezzante il nucleo famigliare, a cominciare dalla moglie Anna che umilia costringendola a degradanti rapporti sessuali per finire con Alberto, un giovane che vive all’ombra di suo padre, che disprezza e che è ricambiato nel sentimento da Guido che lo considera solo un debole ed un vigliacco.
Guido esercita un potere assoluto su tutti i componenti della famiglia; oltre ad Anna e Alberto, anche la cameriera Aida, che ha un debole per Alberto è costretta a rapporti sessuali con l’uomo, che insidia anche sua cugina Floriana e che non disdegna puntate nel lupanare del paese, nel quale porta anche suo figlio Alberto che, non pronto e schifato dall’esperienza, vomita addosso ad una prostituta.

Alberto così sogna di fuggire dalla casa, ma è davvero un debole succube di suo padre.
Tenta anche di ucciderlo ma gli va male, costringendo suo padre ad una reazione violenta.
Ma la situazione precipita con l’arrivo nella villa di sua cugina Gloria, che ha da quando erano ragazzi un debole per lui; i due ragazzi si innamorano e Gloria è l’unica ad affrontare Guido e dirgli senza mezze misure cosa pensa di lui.
La reazione dell’uomo è violenta: davanti a suo figlio Alberto, gridando “ti faccio vedere io cosa si fa con le donne“, l’uomo stupra Gloria senza che il ragazzo, paralizzato dall’orrore ma anche sottomesso e soggiogato dalla volontà del padre possa reagire.
Gloria, che invano ha chiesto aiuto ad Alberto, lascia schifata la casa.
Ma quest’ultimo episodio ha colmato la misura e guidate da Floriana le donne della casa decidono di prendere l’iniziativa; durante la festa di compleanno di Floriana, fanno ubriacare Guido e lo portano nella stalla, dove lo attende la morte…

Tranquille donne di campagna è un mediocre film che vorrebbe illustrare un quadretto famigliare borghese e bucolico analizzando le vicende di un gruppo di congiunti assoggettati al carattere dispotico del classico padre padrone dai mezzi autoritari.
Non a caso la vicenda si svolge durante l’era fascista, ma nel film, aldilà dell’illustrazione del carattere violento di Guido e della remissibilità dei vari personaggi che gli ruotano attorno non si va.
Abbondano invece gli stereotipi e le frasi maschiliste, le situazioni erotiche e le scene scabrose, anche se quanto meno non esposte con sfacciata disinvoltura.
La storia potrebbe anche reggere non fosse per il tono di imperdonabile leggerezza e di mancanza assoluta di profondità nel delineare i caratteri dei protagonisti che il film, pervicacemente, porta avanti fino alla fine.
Claudio Giorgi (che si firma Claudio De Molinis), il regista del film dirige il suo penultimo film; la sua carriera dietro la macchina da presa si chiuderà l’anno successivo con il pessimo C’è un fantasma nel mio letto.
Incapace di costruire un’atmosfera credibile attorno ai personaggi, Giorgi si limita ad osservarne le mosse indulgendo spesso sull’aspetto più pruriginoso della storia, ovvero dando largo spazio alle voglie malsane del padre padrone Guido, che dipinge in maniera rozza ed eccessiva.

L’uomo appare infatti più come un animale da riproduzione, mosso dagli istinti che come un essere umano; i suoi modi sono da schiavista, attorno a lui non c’è un minimo di affetto ma solo paura e cieca obbedienza.
E la cosa ci può anche stare, non fosse per la caratterizzazione estremamente negativa degli altri personaggi, che appaiono deboli in maniera patologica.
La riprova è la sequenza finale, con lo stupro di Gloria, l’unica a mettere in discussione i suoi metodi.
La scena drammatica della violenza sulla ragazza vede come protagonista in negativo il giovane Alfredo, che guarda quasi impassibile la scena senza muovere un dito.
Colpa anche dell’assoluta rigidità recitativa di Christian Borromeo, l’attore che interpreta Alberto, che i più ricorderanno per le scialbe prestazioni in film pure di discreto livello come Ritratto di borghesia in nero,La casa sperduta nel parco o tenebre.
Il volto immobile di Borromeo è una delle caratteristiche negative del film, cosi come negativa è la mancanza totale di tensione; sembra che più che ad un dramma si stia assistendo ad una commedia bucolica a sfondo erotico, con qualche nudo assolutamente gratuito, con protagonista la bella e prosperosa Serena Grandi, qui al suo secondo film nell’annata 1980, dopo il controverso Antropophagus di Massaccesi.

Giorgi sfrutta nel peggiore dei modi un cast di ottimo livello, che comprende un Philippe Leroy poco convincente nel ruolo del bestiale Guido, una bravissima Carmen Scarpitta nel ruolo di Floriana prima succube e poi ispiratrice del complotto che porterà alla morte di Guido, Rossana Podestà, lei si davvero brava nel disegnare il ruolo di Anna come quello di una donna completamente asservita al suo ruolo di moglie che non discute mai la volontà del marito, vera schiava senza catene dell’ortodossia maschilista della società fascista.
Molto bene Silvia Dionisio, interprete del ruolo di Gloria, unico personaggio con una personalità delineata e controcorrente; l’attrice, che all’epoca delle riprese aveva ventinove anni, risulta credibilissima in un ruolo che ne richiede diversi di meno.
Bene anche Serena Grandi, mentre Silvano Tranquilli fa poco più di una comparsata nel film.
Poche suggestioni quindi e poco ritmo.
Un filmf orse non bruttissimo, ma di certo con scarso appeal.
Il film è disponibile in un’ottima versione, completa e finalmente, una volta tanto, con una buona qualità visiva e audio su You tube, all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=HoTGql5W67Y
Tranquille donne di campagna
Un film di Claudio De Molinis. Con Philippe Leroy, Carmen Scarpitta, Silvia Dionisio, Serena Grandi,Rossana Podestà, Silvano Tranquilli, Elisa Mainardi, Mario Maranzana, Christian Borromeo, Antonio Serrano Drammatico, durata 91 min. – Italia 1980.
Silvia Dionisio … Gloria
Philippe Leroy … Guido Maldini
Carmen Scarpitta … Floriana
Christian Borromeo … Alberto
Rossana Podestà … Anna Maldini
Germana Savo … Elisa
Serena Grandi … Aida
Silvano Tranquilli … Il prefetto
Mario Maranzana … Il medico
Daniel Gohl … Antonio
Elisa Mainardi … Nena
Regia: Claudio Giorgi (come Claudio De Molinis)
Sceneggiatura:Giancarlo Corsoni ,Nicola Fiore,Mario Sigmund
Fotografia:Emilio Loffredo
Montaggio:Alessandro Lucidi
Costumi:Chiara Ghigi
L’opinione di ezio dal sito http://www.filmtv.it
Storia ambientata in una tenuta di campagna che si puo’ tranquillamente collocare nel trash.E’ un misto di dramma e timido erotismo con un Leroy che tiranneggia dall’inizio alla fine.Esordio di Serena Grandi che e’ anche l’unica che si mostra integralmente nuda nel film.Distribuito nella collana dvd della Cinekult.
L’opinione di D-fens dal sito http://www.gentedirispetto.com
Film piacevole anche se un po’ lento, del resto ricalca lo scorrere della bucolica vita di campagna. Assai maliziosa l’operazione packaging della Cinekult, che mette in copertina la Grandi nonostante abbia un ruolo del tutto secondario, per di più ricorrendo ad una foto che nulla ha a che vedere col film (nel quale la Grandi è al quasi debutto ed è quindi più giovane e acerba). Pure dentro la confezione del dvd, un’altra (celebre) foto della Grandi la ritrae sostanzialmente nuda mentre offre le terga, altra immagine completamente decontestualizzata. Insomma, un’operazione per fans della Grandi. La versione del film però pare essere integrale almeno.
Bellissima la Dionisio, contraltare poetico e delicato delle altre donne di campagna, ben più ruspanti. Leroy dà una prova da Oscar, in America avrebbe certamente vinto qualcosa. Interessanti i momenti onirici di Christian Borromeo (il figlio di Leroy nel film), che spesso svelano assai di più dei dialoghi tra i personaggi. Impagabile pure l’intervista a Leroy negli exra del dvd, nella quale l’attore si lancia in improbabili celebrazioni della sua giovane vita on the road, fino quasi a commuoversi quando parla dello Yanez di Sandokan, del quale si riteneva praticamente una sorta di reincarnazione.
L’opinione di B.Legnani dal sito http://www.davinotti.com
Film di livello piuttosto basso , ma non privo di una certo decoro nella sua povertà di mezzi. Siamo nell’estate del 1936: non avendo modo per rappresentare efficacemente l’epoca, si sceglie di ambientare il tutto in campagna, ove bastano vestiti e pettinature per dare una patina al tutto. Benché i personaggi siano un po’ tagliati con l’accetta, la corretta scelta degli interpreti aiuta ad arrivare in fondo senza problemi, nonostante una certa lentezza in alcune fasi della vicenda. Alcune situazioni erotiche paiono predisposte per l’uso di inserti hard con altri interpreti.
L’opinione di Undying dal sito http://www.davinotti.com
Ambientato nel critico periodo del fascismo, narra delle tragicomiche (dis)avventure di Guido Maldini, agiato possidente di una tenuta “bucolica” (come titolo suggerisce) nelle campagne padane. La personalità dispotica ed il carattere introverso lo mettono in cattiva luce, tanto da spingere i familiari a desiderarne la morte. Commedia che si tinge di dramma, piuttosto mal diretta anche se presenta un cast interessante. Il regista è lo stesso di C’è un fantasma nel mio letto. Serena Grandi è irriconoscibile.
L’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com
Dietro il fuorviante titolo da commedia scollacciata c‘è un erotico-drammatico in perenne fase di stallo, che si rigira monotono su conflitti edipici dentro la leziosa cornice campagnola dell’Italia fascista. Sempre versatile e professionale, Leroy scolpisce il ritratto di un autentico rifiuto del genere maschile (un padre-padrone reazionario, guerrafondaio, manesco e puttaniere); effimere la Podestà e la Dionisio, più incisive l’istrionica Scarpitta e la supponente Savo.
Christian Borromeo
Silvano Tranquilli
Silvia Dionisio
Philippe Leroy
Serena Grandi
Rossana Podestà
Carmen Scarpitta
Un toro da monta
Cosa fare quando si possiede una bella moglie, anzi bellissima e sexy e non si riesce a consumare il matrimonio perchè affetti da impotenza?
Ovviamente si ricorre alla scienza per cercar rimedio, ma alle volte la scienza non è in grado di portare aiuto e allora la soluzione può arrivare per un colpo di fortuna.
Così accade che il desolato sposo eredità dal padre un prestante toro da monta che mostrerà all’uomo come ci si comporta in certi casi.
Uno dei punti più bassi della commedia scollacciata all’italiana.

Questo, in estrema sintesi, l’unico commento efficace per descrivere Un toro da monta, film del 1976 diretto da Roberto Mauri, artigiano specializzato in western all’italiana qui al suo esordio nel cinema sexy, che conterà un altra vera bruttura su celluloide, ovvero quel Le porno killer del 1980 famoso solo per la presenza nel cast della soubrette Carmen Russo
Film triviale, becero e scollacciato, Un toro da monta parte male e finisce peggio:l’espediente del toro che consiglia allo sposino il comportamento da tenere durante l’amplesso è degno di un decamerotico di serie z.
Quando poi, per buona parte del film, si assiste ai suoi ripetuti assalti alla mogliettina coronati dal fallimento, mogliettina che arriva a estirsi da micia pur di sollecitare la virilità del consorte senza successo si capisce di essersi imbattuti nel solito filmetto erotico senza ambizioni e purtroppo anche senza resa.

E già, perchè aldilà della visione peraltro sempre ben accetta delle grazie di Femi Benussi non si va.
Cercare di ridere, nel film, è operazione da far tremare le vene: Mauri non ci prova nemmeno e probabilmente con un intreccio così banale nemmeno al più fecondo dei registi della commedia sexy sarebbe riuscito di smuovere un sorriso.
Non c’è praticamente nulla da salvare nella pellicola, se non le grazie della citata Femi e dell’altra star Daniela Giordano, che quanto meno è sempre un bel vedere.

Da dimenticare, in tutti i sensi.
Non ho trovato nel web traccia di una versione in divx del film, il che ovviamente non è una perdita in nessun senso.
Un toro da monta
Un film di Roberto Mauri. Con Femi Benussi, Daniela Giordano, Alfonso Saggese, Luigi D’Ecclesia,Bianca Toso Erotico, durata 90 min. – Italia 1976.
Femi Benussi: Sabrina Carli
Renato D’Amore: Pupo
Pupo De Luca: Comm. Carli
Tom Felleghy: L’autista tedesco
Daniela Giordano: Concetta
Alfonso Saggese: Salvatore Frittella
Regia Roberto Mauri
Sceneggiatura Piero Regnoli
Fotografia Franco Villa
L’opinione di mm40 dal sito http://www.filmtv.it
Se una sera Freud venisse a trovarvi a casa vostra, fatelo accomodare davanti allo schermo e inserite nel lettore dvd questo Toro da monta del semi-sconosciuto Mauri: innanzitutto trasformerete la serata in una festa smodata, e poi potrete pure testimoniare di aver visto il padre della psicanalisi, personaggio notoriamente piuttosto serioso, sganasciarsi fino a rotolare per terra con i crampi allo stomaco per le risate. Piero Regnoli (ricordiamolo per sceneggiature come quelle di L’ebreo fascista, Batton story, La cognatina, La principessa sul pisello) è il responsabile principale, cioè l’autore, di questa immondizia su pellicola e non rimane che sperare che stesse scherzando: ma i dubbi che le cose non stiano così sono fortissimi. Un siciliano (=orgoglio) novello sposo (=virilità) si scopre impotente: topos classicissimo, perfino abusato nel nostro cinema, dal Bell’Antonio di Bolognini/Mastroianni al Buzzanca del Complesso del giocattolo (Grimaldi), seppure con esiti parecchio differenti. Ma qui sta il colpo di genio: il siciliano riceve in eredità un toro da monta. Non un toro qualsiasi, capite? Da monta! Se no il discorso poteva sembrare troppo oscuro per il pubblico, fitto di metafore indecifrabili ed allusioni esageratamente sottili, difficili a cogliersi. Ovviamente nel percorso di ‘riabilitazione’ sessuale dell’uomo, il toro avrà un ruolo fondamentale, di vero e proprio mentore: siamo al delirio puro. Ma se si trattasse solamente di trash (animali parlanti, bestie più umane degli umani), la pellicola avrebbe quantomeno una sua dimensione specifica in cui sguazzare; il problema principale di questo film è invece che la storia ha persino la presunzione di seguire una logica, nonostante le scenette sexy, i dialoghi turpi e le amenità da trogloditi che la infestano. E nonostante pure il cast, non proprio eccelso, nel quale svetta Femi Benussi come unico nome di una certa notorietà. Incredibile come il cinema italiano si sia involuto così tanto, così male e in così poco tempo: e ancora non sono arrivati i Vanzina!
L’opinione di Undjing dal sito http://www.davinotti.com
Incredibile. Il “toro da monta” dovevano collocarlo alle spalle del regista e dargli il via libera, prima che portasse a compimento il film. Di commedie scollacciate se ne son fatte a centinaia, solo in Italia, ma qui si rasenta – se non il punto più basso – quello più deletèrio. Di trama manco a parlarne, il protagonista principale è di un’antipatia unica e le battute son talmente triviàli che allontano il sorriso sin dai primi minuti. Qualche nudo c’è, ma è vistosamente tagliato. Pure la Benussi e la Giordano non aggiungono (corpo escluso) alcunché ad una pellicola d’una tristezza infinita.
L’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com
Esemplare di un collaudato sottofilone della commedia erotica italiana – il marito che non riesce a consumare le nozze – , investe le sue scarse risorse nell’elegante, generosa bellezza della Benussi, spalleggiata dall’altrettanto venusta collega Daniela Giordano. Per il resto, la comicità tende allo zero, Saggese è del tutto anonimo e i contributi di De Luca in versione romagnola non sono certo eclatanti. Felleghy è il camionista teutonico ubriaco di birra. Solo per Benussi-dipendenti.
Decameron N.4….le belle novelle di Boccaccio
Un gruppo di donne si ritrova quotidianamente nel lavatoio pubblico della cittadina nella quale vivono; mentre lavorano si raccontano storie licenziose per ingannare il tempo.
– Tofano è un marito geloso che però non dedica abbastanza tempo a sua moglie Ghita, che naturalmente decide di farsi un’amante.Generalmente la donna usa la tecnica di far ubriacare l’uomo per poi correre a trastullarsi con l’amante.Ma Tofano capisce che la moglie nasconde qualcosa,la coglie in fallo ma viene beffata da quest’ultima che gli fa credere di essersi suicidata gettandosi in un pozzo.

– Calandrino eredita una grossa somma in denaro, ma da sciocco integrale qual’è racconta la cosa in giro; i suoi amici riusciranno a togliergli tutti i soldi facendogli credere che è incinto.Lo guariranno dandogli un purgante.
– Frate Rinaldo ha un debole per le donne e sopratutto per Agense. Il marito li coglie in inequivocabili atteggiamenti ma il furbo frate farà credere all’uomo che la donna è affetta da parassitosi e che l’unica cura che funzioni è accoppiarsi carnalmente con lei.
– Simona è appartata con un ragazzo su un prato.Il giovane inavvertitamente mastica dell’erba velenosa e muore. Simona, per salvarsi dall’accusa di omicidio è costretta a ripetere l’accaduto davanti ad un giudice.
– Alberto è un giovane costretto, suo malgrado, a farsi frate da un eremita.Ma lui smania per Lisetta, così escogita uno stratagemma:si traveste da Arcangelo gabriele e finalmente seduce l’oggetto delle sue brame.Mal gliene incorrerà perchè alcuni giovani, scoperta la cosa, non solo lo bastoneranno ma ne approfitteranno per sostituirsi a lui.

Sciaguratissima versione cinematografica, l’ennesima, ricavata dalle novelle del povero Boccaccio, qui saccheggiato indegnamente in un decamerotico tra i più brutti concepiti nel periodo del massimo fulgore del genere.
Diretto da Paolo Bianchini sotto opportuno pseudonimo (Paul Maxwell) con un cast assemblato al minor costo possibile, Decameron n. 4… Le belle novelle di Boccaccio arriva nelle sale nel 1972 cercando di spillare qualche lira e contando come al solito su un gruppetto di belle attricette da mostrare nude e poco altro.
L’impianto narrativo è ridotto all’osso, le storie non brillano nemmeno per originalità (l’episodio dell’Arcangelo Gabriele è copiato dal film Boccaccio) e la recitazione del gruppo di attori di serie B raccolto è a livello di film di serie Z.
Desolante in tutto, Decameron n. 4… Le belle novelle di Boccaccio è opera di Paolo Bianchini, regista che fino ad allora aveva diretto qualche western anonimo come Dio li crea… Io li ammazzo! o Quel caldo maledetto giorno di fuoco.

Girato con un budget stringatissimo il film non emerge nemmeno per originalità degli episodi e indulge solo sui congressi carnali delle protagoniste, peraltro attricette in cerca di gloria. L’unico nome di rilievo è quello di Mariangela Giordano,all’epoca ormai trentacinquenne e che era stata protagonista del Decameron 2 di Guerrini, prodotto di ben altra caratura.
Insipido o sciapo che dir si voglia, il film non ha alcuna dote e tra l’altro non smuove nemmeno per errore l’ombra di un sorriso, rivelandosi alla fine come uno dei prodotti più squallidi del genere decamerotico, che pure al 70% è stato sotto genere pieno di prodotti insulsi.
Nulla in assoluto da segnalare:regia sciatta, location ristretta, recitazione da oratorio.
Di conseguenza, film da dimenticare sotto tutti i punti di vista.
Praticamente impossibile da trovare in una versione che non sia quella pessima ricavata da una vecchia VHS che circola in rete.
Decameron nº 4 – Le più belle novelle del Boccaccio
Un film di Paolo Bianchini (Paul Maxwell). Con Nino Musco, Mariangela Giordano, Ciccio Antonacci, Lee Banner, Enzo Pulcrano, Claudia Bianchi, Anna Odessa Erotico, durata 95 min. – Italia 1972.
Nino Musco: Tofano
Anna Odessa: Moglie di Tofano
Lorenzo Piani: Ricciardetto
Mariangela Giordano: Tessa
Francesco Antonacci: Calandrino
Sergio Rovelli: Buffalmacco
Luigi Antonio Guerra: Nello
Ennio Colaianni: Mastro Simone
Giulio Baraghini: Fra’ Rinaldo
Mimma Gori: Agnesa
Luca Sportelli: Il marito
Claudia Bianchi: Simona
Fernando Mopago: Pasquino
Marcello Monti: Stramba
Benise Clara Tundis: Lacina
Enzo Pulcrano: Frate Alberto
Susy Kuster: Lisetta
Regia Paolo Bianchini
Soggetto Paolo Bianchini
Sceneggiatura Paolo Bianchini
Produttore Gabriele Crisanti
Casa di produzione Compagnia Generale Cinematografica
Fotografia Antonio Modica
Montaggio Otello Colangeli
Musiche Roberto Pregadio, Vassili Kojucharov
Scenografia Francesco Antonacci
Costumi Francesco Antonacci
L’opinione di mm40 dal sito http://www.filmtv.it
Forse – e vale la pena di ribadire il forse, perchè la materia del dibattito è fin troppo vasta e i dubbi possono fiorire legittimamente – il filone decamerotico è stato il più povero e squallido dell’intera storia del cinema italiano. Nel giro di un paio di anni successe tutto, a seguito del clamore e degli incassi del Decameron pasoliniano (1971); ma il vero problema del decamerotico è che venne portato avanti pressochè solamente da mestieranti, terze scelte e sciagurati, sia per quanto riguarda i registi che per gli interpreti. Paolo Bianchini, per esempio, che qui si firma Paul Maxwell, rimarrà per tutta la sua carriera nell’anonimato, fino a raggiungere un minimo di notorietà nei primi anni Duemila girando qualche fiction – e non fra le più famose – della Rai; gli attori di questo Decameron n°4, invece, sono e sono rimasti dei perfetti sconosciuti: e per fortuna, perchè il livello della recitazione è davvero infimo. Oltrettutto la scelta – in voga in quegli anni di commediacce sguaiate – di impostare i personaggi con esasperate parlate dialettali è proprio pessima: ancora ancora potrebbe essere comprensibile in una metropoli odierna, ma figuriamoci nelle campagne del Trecento quanti interscambi culturali fra le varie zone d’Italia potessero esserci. La sceneggiatura è firmata dal regista; in un ruolino compare Luca Sportelli (caratterista di serie B, comunque Marlon Brando in tale contesto); le musiche di Vasili Kojucharov sono dirette dal maestro Pregadio, in quegli anni ancora lontani dal successo della Corrida di Corrado in tv.
L’opinione di Undjing dal sito http://www.davinotti.com
Cinque novelle, introdotte da un gruppo di lavandaie con un volgare senso dell’umorismo: dal marito siciliano (ovviamente più anziano della consorte) fatto becco quando rientrato dal lavoro perché ubriacato dalla moglie (bolognese!) alla coppia di ingenui che riescono a farsi rubare l’eredità dopo che a lui è stato detto ch’è incinta; dal giudice avvelenato perché attivo “sessualmente” su una presunta scena di omicidio agli inevitabili fratacchioni vispi e virili. Si ride poco, per via di un cast per niente efficace, una parlata dialettale approssimativa e ironia davvero di basso profilo.
L’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com
Introdotte da un gruppo di lavandaie cafone, cinque novelle del Boccaccio opportunamente rivedute, corrette e ampliate negli elementi più spinti e volgari. La realizzazione è misera e la comicità di bassa lega; quindi inutile dire che il valsente provenga dal reparto femminile, con le rustiche Ann Odessa e Mariangela Giordano, la fine Claudia Bianchi e la mai più rivista Susy Kuster, l’unica prescelta per il nudo integrale. Francesco Antonacci (il “Calandrino pregno” del secondo episodio, nonché costumista e scenografo) sembra un sosia magro di Burt Young.






































































































































































































































































































