Kramer contro Kramer
Ted Kramer è un importante dirigente di una azienda che si occupa di pubblicità; è sposato con Joanna e ha un figlio, Billy.
Dedito completamente al lavoro, Ted probabilmente trascura la famiglia.
Infatti, subito dopo aver ricevuto un importante incarico, lo vediamo tornare a casa dove ad accoglierlo c’è la moglie Joanna che gli comunica, senza molti giri di parole, che ha intenzione di andar via di casa per prendersi una pausa di riflessione.
Joanna quindi va via, affidando il figlio alle cure di Ted.
Che da quel momento è costretto gioco forza ad occuparsi del figlio, con il quale, dopo un inizio difficile, stabilisce un buon rapporto.

Ma la cosa si riflette negativamente sul lavoro; costretto ad occuparsi di Billy, Ted perde il lavoro.
Nel frattempo stringe qualcosa più di un’amicizia con una donna separata come lui, Margaret, anch’essa con un figlio.
Un giorno, mentre i due sono al parco, Billy cade da una giostrina riportando serie ferite al volto.
Qualche mese più tardi, in modo del tutto imprevisto, ritorna Joanna che chiede a suo marito di potersi riprendere il figlio.
Di fronte al diniego di Ted, Joanna trascina l’uomo in tribunale, dove, dopo una lunga battaglia, Joanna riceve l’affidamento del bimbo.
Ted decide di andare in appello, ma quando apprende che dovrà portare suo figlio in tribunale, decide per il bene di Billy di rinunciare.
Finale da vedere….

Sono i temi del divorzio, quello dell’affidamento dei figli, le lunghe ed estenuanti battaglie legali fra i coniugi, i traumi riportati dagli stessi gli argomenti dei quali parla Kramer contro Kramer, film diretto da Robert Benton nel 1979.
Un film, detto subito, molto ben fatto ma anche terribilmente ruffiano; il regista texano infatti coniuga l’impegno civile della denuncia dei postumi del divorzio sui figli solleticando in più circostanze i sentimenti dello spettatore e cercando quanto più possibile di suscitare simpatia e commozione verso il genitore, in questo caso di sesso maschile.
Lo fa, però, con molta grazia e delicatezza, tanto da riuscire a bilanciare alla fine la lacrima facile con l’impegno sociale del film stesso.
Tratto dal romanzo Kramer vs. Kramer di Avery Corman, il film racconta in maniera sobria la difficile storia tra i coniugi Ted e Joanna, alle prese con una separazione che Ted sembra più subire proprio mentre la sua professione sta per fare un balzo in avanti.

E’ proprio su Ted che il regista punta l’attenzione, descrivendo da subito le difficoltà di un uomo alle prese con l’impegno nel suo lavoro e subito dopo l’improvvisa necessità di doversi dedicare al figlio, impegno per il quale non è certo preparato. Un rapporto difficile, che Ted deve recuperare in un ruolo, quello del padre, che è distante per ovvi motivi anni luce da quello della madre.
Con l’impegno, con il sacrificio, con la rinuncia Ted riesce a costruire un rapporto con Billy; riesce anche a ricostruirsi un brandello di vita prima del momento fatale del ritorno di Joanna.
Che costringerà Ted a delle scelte dolorose, fino all’ultimo gesto che sa tanto di rinuncia per amore, un amore superiore che ora Ted finalmente conosce in tutta la sua bellezza ma anche in tutto il dolore della rinuncia…
Benton realizza un film sobrio, che cede alla commozione facile solo nel finale; ma è una concessione obbligata, in quanto è costretto dal romanzo ad una specie di happy end che però in fondo è quello che la gente vuole.
Un happy end ben differente da quello di tantissime storie di papa divorziati costretti a vedere i propri figli in orari e giorni prestabiliti, a sacrificare se stessi in toto per i propri figli.

Un film quindi armonico, che scorre senza grossi problemi grazie alla sobria regia di Benton ma grazie anche ai due straordinari attori protagonisti,Dustin Hoffman e Meryl Streep oltre alla presenza del bravissimo Justin Henry che interpreta Billy.
Hoffman tiene quasi sempre su di se il peso del film, perchè la storia è incentrata sul suo personaggio; molto più defilata la Streep, sacrificata dal copione ma sempre pronta e misurata nei momenti in cui la si vede in scena.
Non a caso Kramer contro Kramer, uno dei successi più rilevanti del 1979, venne premiato con 5 oscar e 4 nomination; il film vinse infatti il premio Oscar come miglior film (grida ancora vendetta la vittoria su Apocalypse now), per la miglior regia e sopratutto vide premiati sia Hoffman (miglior attore) sia la Streep (migliore attrice non protagonista) oltre al premio per la miglior sceneggiatura non originale.

Riconoscimenti meritati, almeno per quanto riguarda il cast, ma resta assolutamente il marchio di infamia la vittoria a spese di Apocalypse now o di All that jazz, due film nettamente migliori e di ben altro calibro rispetto a Kramer contro Kramer, più blockbuster che film dai profondi contenuti.
Un film ben fatto, ben diretto, molto furbo, attentissimo ad arruffianarsi il pubblico senza però eccedere nei sentimentalismi, quindi.
Il film di Benton è facilmente rintracciabile in rete ed è passato più volte sui canali televisivi.
Un film di Robert Benton. Con Dustin Hoffman, Meryl Streep, Jane Alexander , Justin Henry, Howard Duff, George Coe, Jo Beth Williams, Joe Seneca, Ellen Parker, Nicholas Hormann, Howland Chamberlain, Shelby Brammer, Bill Moor, Jack Ramage, Jess Osuna, Carol Nadell, Donald Gantry, Judith Calder, Peter Lownds, Kathleen Keller, Ingeborg Sorensen, Iris Alhanti, Richard Barris, Evelyn Hope Bunn, Joann Friedman, Quentin J. Hruska, Dan Tyra, David Golden, Petra King, Melissa Morell, Frederic W. Hand, Scott Kuney Titolo originale Kramer vs. Kramer. Drammatico, durata 104′ min. – USA 1979.
Dustin Hoffman: Ted Kramer
Meryl Streep: Joanna Kramer
Justin Henry: Billy Kramer
Jane Alexander: Margaret Phelps
Howard Duff: John Shaunessy
George Coe: Jim O’Connor
JoBeth Williams: Phyllis Bernard
Howland Chamberlain: Giudice Atkins
Bill Moor: Gressen, avvocato di Joanna
Joe Seneca: ospite
Ferruccio Amendola: Ted Kramer
Maria Pia Di Meo: Joanna Kramer
Davide Lepore: Billy Kramer
Anna Rita Pasanisi: Margaret Phelps
Sergio Rossi: John Shaunessy
Gianni Marzocchi: Jim O’Connor
Sergio Fiorentini: Giudice Atkins
Regia Robert Benton
Soggetto Avery Corman
Sceneggiatura Robert Benton
Produttore Stanley R. Jaffe
Casa di produzione Columbia Pictures, Stanley Jaffe Production
Distribuzione (Italia) Ceiad Balmas
Fotografia Néstor Almendros
Montaggio Gerald B. Greenberg
Musiche John Kander, Herb Harris
Scenografia Paul Sylbert
La montagna sacra
Un compito difficile quanto risolvere un’equazione di Einstein, quello di recensire La montagna sacra (La montaña sagrada,The holy mountain) di Alejandro Jodorowsky.
Un film che a distanza di 40 anni esatti non può che far discutere, litigare o far esaltare, arrabbiare o lasciare stranito lo spettatore che si avvicini ad esso incautamente.
Un’opera che anche cinematograficamente sembra fuori posto; fatte le debite (ed incaute) proporzioni, assomiglia d un museo caotico e confusionario, nel quale vengano esposte alla rinfusa opere di Raffaello o Michelangelo accostate a quelle di Dali e Picasso, di Modigliani accanto a Fontana.

Ecco proprio all’artista di Rosario si può accostare, giusto concettualmente, l’opera di Jodorowsky; perchè la visionarietà del film può ben accostarsi alla straordinaria esperienza di Fontana, l’artista che aprì le porte ad un nuovo modo di concepire l’arte, con quei suoi tagli sulla tela che invitavano il fruitore stesso dell’opera ad andare oltre la visione del taglio stesso, cercando così un nuovo spazio aldilà del taglio che facesse spaziare la mente oltre i limiti fisici stessi dell’opera.
Jodorowsky gira La montagna sacra tre anni dopo l’esaltante risultato raggiunto da El topo, la sua opera fino ad allora più famosa.

Il poliedrico artista cileno, che nella sua vita ha sperimentato praticamente di tutto, dalla letteratura ai fumetti, dal teatro al cinema stesso, gira questa pellicola con intenti chiaramente provocatori, quasi volesse esprimere per immagini la summa del suo pensiero politicamente scorretto ma anche innovativo e per certi versi geniali.
Un film particolarissimo, carico di simbolismi che spaziano senza soluzione di continuità attraverso immagini dissacratorie ed ermetiche, a tratti blasfeme o cariche di una fortissima rabbia che resta generalmente inespressa.
La trama del film è molto semplice, anche perchè nell’economia stessa della pellicola ha un’importanza relativa, asservita com’è alla dimostrazione del teorema finale; un giovane ladro, che assomiglia a Gesù, con la compagnia di sei Signori, un assistente e un mistico, intraprende un lungo viaggio per raggiungere la montagna sacra, sulla quale ci sono i nove saggi che posseggono il segreto dell’immortalità.

Ci arriveranno ma scopriranno una verità semplice e fondamentale…
Da come si evince da questa sintesi, la trama del film di Jodorowsky è un pretesto per raccontare un viaggio iniziatico nel quale contano molto più le esperienze del ladro/Gesù, visualizzate sullo schermo da immagini dadaistiche e surreali, piuttosto che il viaggio in se, che avrà una conclusione spiazzante ma solo per il meno scafato dello spettatore.
L’immortalità dei mistici e dei loro compagni di viaggio è allo stesso tempo una chimera e una irrealtà: cosa c’è di immortale nell’universo? Nulla, assolutamente nulla, perchè l’universo stesso è nato dal Big bang e si ritrae fino a ritornare ai primordi, probabilmente per eoni di tempo.
Filosofia spicciola o tentativo estremo di ricerca di una verità da far fruire allo spettatore nel tentativo di farlo riflettere sui misteri della vita?

O semplicemente esercizio di stile, bizzarra rappresentazione di riferimenti alchemici e mistici, religiosi e panteisti?
Ecco, l’essenza del film di Jodorowsky sta tutta in questa serie di domande, che naturalmente non hanno risposta.
Il regista cileno scandalizza, turba, espone in maniera criptica riferimenti a tutto e a niente allo stesso tempo, riducendo alla fine il film stesso ad una lunghissima sequela di immagini scollegate l’una dall’altra, chiuse da un finale che vorrebbe essere spiazzante sopratutto quando i famosi saggi immortali svelano i loro volti.
Ma allora quale è la chiave di lettura di La montagna sacra?
Forse la più probabile è la ricerca dell’io, che non può coincidere con quella dell’immortalità, proprio per la mancanza pratica della stessa. E’ attraverso la realizzazione della ricerca dell’io che si compie la perenne ricerca dell’uomo, teso alla scoperta delle proprie origini e del proprio divenire.

Se questa è la chiave di lettura ( e non sono affatto certo che lo sia), allora Jodorowsky sceglie la via più complicata per illustrare il suo percorso di ricerca.
E’ davvero impresa improba districarsi fra immagini in contrasto con le parole che i personaggi pronunciano, anche se l’inizio della ricerca sembra indicare una logica semplice delle cose.
“Avete potere e denaro, ma siete mortali.Sapete che non potete sfuggire alla morte, ma l’immortalità può essere raggiunta.In ogni tradizione si parla di montagne sacre…nove uomini immortali vivono sulla montagna,dal picco più alto dirigono il nostro mondo”
Sembrerebbe tutto lineare, semplice. E invece ci troviamo proiettati in un delirio metafisico e surrealista, antireligioso all’eccesso.

Troviamo l’uomo con un anello vescovile che si toglie un occhio (l’occhio dello scandalo?) e il Cristo che divora il suo corpo dopo essere stato allontanato dal papa,il papa morto che sembra essere in uno stato “zombistico” tanto da autoassolversi dai peccati. Assistiamo alla trasmutazione alchemica delle feci in oro, che l’alchemista opera con le parole “Vuoi l’oro?Non sei che merda. Puoi cambiare te stesso in oro”
Fino all’incontro con l’alchimista, il personaggio/Gesù in fondo altro non ha fatto che tentare di spogliarsi del suo ruolo di Messia e di speranza per i cristiani; dopo, con l’incontro degli altri nove compagni che lo affiancheranno nella ricerca dei nove saggi assistiamo ad un’analisi sul potere tramite un’allegoria esplicitata attraverso immagini fra le più disparate.
In ultimo l’arrivo alla montagna, con la scoperta che il viaggio altro non è stato che un viaggio in se stessi, alla ricerca di un io tanto trascurato e che invece dovrebbe essere al centro del viaggio dell’uomo.

Permettetemi un excursus personale sul film, ricordando la visione dello stesso in un cinema di periferia della mia città esattamente quarant’anni addietro.
Era una sera fredda e andai a cinema perchè davvero non avevo nulla da fare; scelsi il film di Jodorowsky senza sapere assolutamente nulla di lui e dei suoi lavori precedenti.
Eravamo non più di 50, nel cinema e alla fine del primo tempo eravamo rimasti la metà.
A fine proiezione eravamo in pochissimi, gli altri erano andati via bestemmiando e borbottando; io rimasi qualche minuto dopo che le luci si erano accese, convinto di aver assistito alla proiezione di un capolavoro assoluto.
Tali e tante erano state le immagini devastanti che avevano popolato lo schermo da avermi impressionato la mente in maniera indelebile.

Qualche anno addietro ho rivisto il film, riportandolo nel suo giusto collocamento, ovvero quello di una pellicola innovativa e sperimentale, affascinante per certi versi, irritante per altri.
Non un capolavoro, quindi, ma un’opera originale con tanti pregi e altrettante pecche.
La montagna sacra è un’opera oggi facilmente rintracciabile in rete, dopo che l’ostracismo verso il film è finalmente saltato; c’è un’edizione digitale splendida che ha restituito alla pellicola i colori vividi con i quali è stato girato. Purtroppo è praticamente impossibile vedere il film sui canali televisivi.

La montagna sacra
Un film di Alejandro Jodorowsky. Con Alejandro Jodorowsky, Horacio Salinas, Ramona Sanders, Valerie Jodorowsky, Ana De Sade, Jacqueline Voltaire, Juan Ferrara, Leticia Robles, Adriana Page, Burt Kleiner, Nicky Nichols, Richard Rutowski, Luis Lomeli, David Kapralik, Guadalupe Perullero, Robert Taicher, Hector Hortega Titolo originale The Holy Mountain. Fantastico, durata 115′ min. – USA 1973
Alejandro Jodorowsky: l’Alchimista
Horacio Salinas: il ladro
Zamira Saunders: la donna
Juan Ferrara: Fon
Adriana Page: Isla
Burt Kleiner: Klen
Richard Rutowski: Axon
Valerie Jodorowsky: Sel
Nicky Nichols: Berg
Jacqueline Voltaire: moglie del turista
David Kapralik: il turista
Regia Alejandro Jodorowsky
Sceneggiatura Alejandro Jodorowsky
Produttore Alejandro Jodorowsky, Allen Klein, Roberto Viskin
Produttore esecutivo Robert Taicher
Casa di produzione Allen & Betty Klein and Company, Producciones Zohar
Distribuzione (Italia) Raro Video
Fotografia Rafael Corkidi
Montaggio Federico Landeros
Musiche Don Cherry, Ronald Frangipane, Alejandro Jodorowsky
Costumi Alejandro Jodorowsky, Nicky Nichols
Trucco María Eugenia Luna
Questa è la vita reale? No! Questo è un film! Zoom indietro…
Vuoi l’oro?Non sei che merda. Puoi cambiare te stesso in oro
Sapere, osare, volere, tacere.
La pietra filosofale degli alchimisti non è altro che LSD
“Il mio pianeta è mia moglie”
“L’Apocalisse e il Libro tibetano dei Morti sono un’esperienza alla mescalina”
“Più umani che mai… la realtà. Questa vita è realtà? No, è un film. Non siamo che immagini, fotografie. Romperemo l’illusione! Questa è magia! La vita reale ci attende”.
L’opinione dell’utente Ford, dal sito http://www.davinotti.com
“Sequela implacabile di disturbanti sequenze surreali. Jodorowski dirige con classe un trionfo del rivoltante che diventa bello in quanto cinema e il finale metafilmico non fa altro che confermare che il cinema è bello quando fa vedere quello che non c’è, il moralista schifato dalle scene forti di questo film non è altro una persona che attribuisce significati che un fascio di luce o un pugno di pixel in realtà non danno. Le magnifiche scenografie sono il punto in più di questo film stupendo, concreto e impossibile allo stesso tempo.”
L’opinione dell’utente alfatocoferolo dal sito http://www.filmtv.it
Cervellotico, filosofico, visionario. Le prime tre parole che mi son venute in mente terminata la visione di questo elaborato (e per certi versi criptico) capolavoro di Jodorowsky. Inizialmente l’idea prevalente era quella di assistere ad un frammentario ed incongruente assemblamento di immagini grottesche e allucinate (uccelli che prendono il volo da una ferita al cuore di un fucilato, un mistico che viene replicato in infinite sagome di cera, rane travestite da crociati che interpretano una battaglia sanguinosa e tanto altro) ma nel seguito appare comunque chiara l’esistenza di un filo conduttore che permette di armonizzare il tutto. Un lavoro che richiama l’opera di Dalì e Bunuel, probabilmente non adatto a tutti i palati ma sicuramente suggestivo e di grande impatto estetico.
L’opinione dell’utente Giacomo dal sito http://www.filmup.leonardo.it
Ripropone simbolicamente tutte le tappe che l’individuo ha da percorrere per compiere l’opera cui ogni essere vivente è destinato. dal risveglio alle morti dell’io, dalla mandorla mistica all’enneagramma, dall’oro all’io mostruoso, dai tarocchi ai pianeti, dall’integrazione finale all’illusione finale: c’è tutto. ovviamente bisogna avere una chiave d’interpretazione per cogliere il significato dei simboli e poter conferire coerenza ad un film che appare sconclusionato e narcisista. ma i simboli utilizzati sono i simboli, pertanto laddove non arriva l’io ci arriva senz’altro l’inconscio dello spettatore. da vedere e rivedere più volte nella vita.
L’opinione dell’utente Luca dal sito http://www.filmup.leonardo.it
La montagna sacra mi ha colpito. Lo sforzo del cineasta cileno più famoso del mondo è notevole. Non riesco a capire perchè questo film mi piace, ma una cosa è certa, mi piace. Eccessivo all’inverosimile, raffigura semplicemente l’arte figurativa e simbolica di un filosofo – poeta. Il film dice tutto e non dice niente. Nel momento in cui cerchiamo di imbrigliarlo in un contesto razionale ci ritroviamo a brancolare seriamente nel buio. Certo, è riferito all’uomo, alla vita e alla morte, all’amore e l’odio, alle perversioni e alle fantasie malate, ma il film è una parodia di se stesso, così ricco di significati calpestati di volta in volta dalle parole del regista stesso che induce alla povertà del corpo e ci sprona alla ricchezza dello spirito, alla fine è un film che vuole diventare reale, ironia della realtà che vuole diventare film. Fondamentalmente l’ho capito, a parte i simbolismi più ermetici e esoterici, ma credo che non bisogna per forza essere laureati o maghi alchimisti per apprezzare un film incredibile, pregnante, tecnicamente perfetto, ispirato, comico e estremamente tragico, realista e fuorviante, una condanna e un’accettazione. Una regia perfetta, un impiego di mezzi, comparse, attori e scenografie da colossal. L’ho visto due volte, ma credo che l’ho rivedrò tante altre volte ancora. E spero di cogliere sempre nuove sfumature. Una simbolica galleria di suggestioni visive di enorme impatto emotivo mescolate ad un ermetismo concettuale misterioso e affascinante che premio a pieni voti, un capolavoro del 1973, una pellicola che gronda sudore e produce sperma e merda, ma che fusi insieme producono oro, l’uomo è la pietra filosofale, questo film è prezioso come l’oro. Grazie ALEJANDRO.
La ragazza del bagno pubblico
Un film tenero e malinconico, drammatico e per certi versi sfuggente.
Una storia d’amore, una storia d’inquietudine adolescenziale, il tutto sullo sfondo di una Londra tetra e grigia.
Tutto questo è La ragazza del bagno pubblico, Deep end nella versione originale; Deep end, con riferimento alla piscina del bagno pubblico in cui è ambientata la storia che coinvolge due giovani, il quindicenne Michael e la ventenne Susan, caratterizzato anche e sopratutto condito da un finale di rara bellezza e intensità.
Diretto da Jerzy Skolimowski, regista attore e sceneggiatore polacco, esule da una Polonia ancora sotto la ferrea morsa del comunismo imposto dall’Urss, La ragazza del bagno pubblico è opera fondamentale nella filmografia del regista, forse la sua opera meglio riuscita.Un film che racconta quasi in maniera dimessa l’impossibile storia d’amore unilaterale di un adolescente strano, come tutti quelli della sua età se vogliamo.
Jane Asher

E di una ragazza più grande, disinibita, che lavora nel bagno pubblico in attesa di un futuro migliore.
Un incontro tra giovani, quindi ma tra giovani che hanno alle spalle due storie diverse;Michael si sta affacciando alla vita, Susan sa già cosa vuole.
Lei ha progettato il suo futuro costruito attorno al fidanzato, un giovane benestante che le potrà dare l’agiatezza che desidera.Intanto, però, si concede con estrema disinvoltura ogni genere di avventura.
Questo è il quadro iniziale attorno al quale ruota la vicenda dei due giovani,forse banale, ma in fondo sono banali le due esistenze analizzate, perchè banale è lo sfondo sul quale si stagliano le loro esperienze, squallido addirittura il teatro principale della vicenda, un bagno pubblico frequentato non dalla middle class, ma da un proletariato urbano uniforme e grigio.
Vediamo la trama del film e il suo svolgimento.

Michael è un quindicenne come tanti, che ha lasciato la scuola e trova lavoro in un bagno pubblico.
Qui è impegnata anche Susan, ragazza sessualmente disponibile, bella e totalmente disinibita.
E’ proprio Susan a dare dei consigli a Michael su come svolgere al meglio il proprio lavoro nell’intento di permettergli di raggranellare qualche mancia in più.
Ben presto Michael si rende conto di essere attratto dalla ragazza e si scopre geloso dei suoi numerosi amanti; ma Susan gioca a fare la ritrosa, forse perchè lui è davvero troppo giovane o forse più semplicemente perchè è nella sua natura giocare con i sentimenti.
Michael consuma lentamente un’ossessione tutta personale verso la ragazza; arriva a spiarla e a rubare una sua gigantografia con la quale fa il bagno nella piscina del posto in cui lavora.
Il quotidiano squallore del suo lavoro è anche testimoniato dalle avance di una donna ormai avanti negli anni, che cerca inutilmente di sedurre il giovane, che ormai non sogna altro che Susan.

Un giorno la ragazza smarrisce un anello nella neve e Michael, ingegnosamente, lo recupera sciogliendo la neve stessa in un bollitore.
Nel frattempo continua a seguire le spericolate e spregiudicate evoluzioni sentimentali/sessuali di Susan, che si concede anche ad un suo vecchio insegnante.
Ma il recupero dell’anello vale per Michael la ricompensa agognata; Susan gli si concede, salvo poi correre dal fidanzato quando questi la chiama.
Il giocattolo si è rotto e per Michael l’ossessione si è trasformata in gioia dapprima e in incubo in seguito.
Il finale, assolutamente drammatico, è dietro l’angolo….
Non c’è l’happy end, non c’è il “e vissero felici e contenti”, ma solo la realtà di un amore non corrisposto, quella di un’adolescenza interrotta bruscamente, quella di una vita spezzata da un destino cinico e baro.
Tutto il percorso del film, a partire dai primi turbamenti di Michael per finire con la stupenda sequenza in cui il ragazzo abbraccia il corpo di Susan, finisce per arrestarsi davanti a quella che sembra l’ineluttabilità del fato.
Non ci sarà un futuro “normale” per Michael, non ci sarà alcun futuro per Susan.

Una fotografia delicatissima, la voce di Cat Stevens, alcune sequenze da applausi; e un cast sopraffino.
Questi i punti forti del film, pur costruito su una vicenda all’apparenza banale; ma non è banale il malessere adolescenziale, così come non è banale, ma tristemente irresolubile, la dicotomia tra le aspirazioni e la routine quotidiana.
Skolimowski crea un’opera di rara bellezza, dosando con abilità le componenti fondamentali del film;affida il ruolo del giovane Michael all’attore inglese John Moulder-Brown, futuro interprete di tante fiction tv e ragazzino prodigio fin dal suo esordio a 5 anni nel film Death Over My Shoulder ).
Moulder Brown nel 1970 ha diciassette anni, ma è in quell’età in cui un adolescente è indecifrabile all’anagrafe;ad affiancarlo c’è l’affascinante Jane Asher, che interpreta Susan e che quando gira il film ha 24 anni, quindi è più che credibile nel suo personaggio, anche anagraficamente.

L’attrice inglese, vera icona della tv inglese, condivide con Moulder Brown la giovane età d’esordio sul set; lei ha sei anni quando viene scritturata per Mandy la piccola sordomuta (1952) e dopo questo film, che la rese ancor più famosa tornò ad occuparsi di serial tv, la sua vera passione.
Una coppia ben assortita quindi, che del resto monopolizza tutta la storia.
A margine invece è relegata la celebre Diana Dors, che nel film ricopre il ruolo della donna matura che tenta di sedurre il giovane Michael.
In sostanza,un film molto ma molto bello, uscito in un anno che definire strepitoso cinematograficamente dal punto di vista qualitativo è davvero riduttivo: basti pensare alla contemporanea uscita sugli schermi di prodotti come Zabriskie Point,Soldato blu, M.A.S.H.,Piccolo grande uomo,Cinque pezzi facili,Il conformista, I senza nome,Un uomo chiamato cavallo,Comma 22,Una squillo per l’ispettore Klute,I diavoli,Tristana… e potrei ancora continuare a lungo.
Un film anche molto raro da veder passare in tv e altrettanto raro da trovare in rete.Curiosamente su You Tube ci sono molti spezzoni del film, ma nessuna versione intera.

La ragazza del bagno pubblico
Un film di Jerzy Skolimowski. Con Jane Asher, Diana Dors, Karl Michael Vogler, John Moulder Brown Titolo originale Deep End. Drammatico, durata 88 min. – USA, Germania 1970
Jane Asher: Susan
John Moulder-Brown: Mike
Karl Michael Vogler: Istruttore
Christopher Sandford: Chris
Diana Dors: cliente
Louise Martini: prostituta
Erica Beer: cassiera
Anita Lochner: Kathy
Anne-Marie Kuster: receptionist del night club
Regia Jerzy Skolimowski
Sceneggiatura Jerzy Skolimowski, Jerzy Gruza, Boleslaw Sulik
Produttore Helmut Jedele
Produttore esecutivo Judd Bernard
Casa di produzione Maran Film, Kettledrum Films
Distribuzione (Italia) PEA
Fotografia Charly Steinberger
Montaggio Barrie Vince
Musiche Cat Stevens e The Can
Scenografia Anthony Pratt, Max Ott Jr.
Costumi Ursula Sensburg
Trucco Elke Müller
Di seguito, una recensione molto ben costruita da Alessandro Guatti presa dal sito http://www.mymovies.it
“Skolimowski sceglie di seguire l’evoluzione di un amore per affrontare il tema del passaggio dall’adolescenza all’età adulta, dall’immaturità alla maturità. Ma in Mike, delicato quindicenne che lascia la scuola e accetta un lavoro di custode di bagni pubblici, questo amore non compie un percorso lineare, e il suo innamoramento per l’impossibile oggetto del desiderio rappresentato dalla collega molto più grande Susan, anziché pacificarsi e cristallizzarsi in una fantasia o in un sogno ad occhi aperti o ancora in una presa di coscienza della realtà, si trasforma in un’ossessione malata e indecifrabile anche per lo stesso protagonista, che si ritrova a compiere stranezze, violenze, atti incomprensibili. Non che l’oggetto della sua attenzione sia completamente equilibrato: Susan è una donna stanca di obbedire agli ordini degli uomini, che non vuole rientrare in alcuno schema sociale e che desidera scegliere la propria vita sessuale e sentimentale. Ella rappresenta dunque l’emblema della rivoluzione sessuale e della lotta femminista che pochi anni prima della realizzazione della pellicola ha investito l’Europa. Del resto, il fatto che Susan sia un’“icona” della sessualità è oggettivato nel film da quella sagoma che pubblicizza il locale di spogliarelli e che Mike si porta appresso, sia per toglierla agli occhi dei passanti (la “sua” Susan, così pura!), sia per confrontare la vera Susan con la sua immagine commercializzata, sia, ancora, per far sì che la stessa Susan (e con lei la donna in generale) si confronti con la propria rappresentazione mediatica. Deep end diventa così anche una riflessione sul ruolo sociale della donna – oltre alla madre, sono prostitute, spogliarelliste, donne insoddisfatte sessualmente e segretarie annoiate le figure femminili con cui Mike si trova ad interagire – e su come sta cambiando la sua immagine con l’avvento degli anni Settanta. La sagoma di Susan rappresenta per Mike anche l’unica possibilità realistica di consumare l’amore-ossessione (e quindi ha una rilevante valenza feticistica), almeno fino a quando Susan si lascia trasportare da un senso di riconoscenza e rende reale ciò che era destinato a rimanere irrealizzato. Il cortocircuito che ne segue è magnificamente reso dai vividi colori di una fotografia a metà tra lo psichedelico e il sanguigno (che rosso meraviglioso!), che rispecchia sia la confusione mentale della psicologia adolescenziale sia il senso di un malessere post-traumatico.”
Ancora una recensione, presa dal sito http://www.filmtv.it,scritta ottimamente dall’utente Angelina
Lasciata la scuola,il quindicenne Michael (John Moulder-Brown) trova impiego come inserviente in un fatiscente bagno pubblico londinese,frequentato da una clientela squallida e bizzarra.Sua collega di lavoro è la bella e conturbante Susan (Jane Asher),una ventenne dai modi spicci e disinibiti.
“Non ti troverai male qui…- gli dice spiegandogli le varie incombenze – Sicuramente prenderai molte più mance di me !” “Che vuoi dire?”
“Sai…le signore preferiscono i ragazzi carini ed educati come te.E anche certi signori…”
“Allora dovrò occuparmi delle signore?”
“Penso di si.Alcune ti daranno dieci scellini per niente,solo per aver acceso le loro fantasie.Assecondale un pò,non vogliono altro…Questo è un lavoro strano.”
La bellezza di Susan e le sue provocazioni accendono in Mike una passione,non ricambiata,intrisa di tenerezza,violenza e gelosia.Susan ha un fidanzato ,Chris, insignificante,ma ricco,che dovrebbe garantirle quella sicurezza economica che va cercando,ma non esita a concedersi,sotto gli occhi di Mike,al suo amante,ex professore di scuola,sposato e di mezza età.
Ben presto la passione di Michael,giovane e inesperto,e dolorosamente vulnerabile,si trasforma in ossessione e condurrà,inevitabilmente,ad un epilogo struggente e disperato.
Splendido dramma di iniziazione al sesso e all’amore di un fragile e problematico adolescente,secondo lungometraggio girato in Inghilterra dal trendaduenne regista,sceneggiatore e attore polacco Jerzy Skolimowski,dopo”Le avventure di Gerard” (1970) e prima di “L’Australiano” (1978),che aveva collaborato come sceneggiatore con Andrzej Wajda ( “Ingenui perversi” ,1960 ) e con Roman Polanski ( “Il coltello nell’acqua” ,1962 ), da cui riprende alcune atmosfere intrise di ossessione e desiderio,mutuate però dalla lezione del Free Cinema Inglese.
Percorso da un erotismo torbido e insieme malinconico,”Deep End” evoca ,attraverso la bellissima fotografia di Charly Steinberger,che predilige i colori primari,in particolare il rosso,”come ricorrrente presagio funesto”,il lato oscuro della “Swinging London”,quegli squallidi interni dove si consuma la passione di Michael,in fragile equilibrio tra esaltazione e tormento.
Sequenze indimenticabili.La fuga di Michael,dopo aver rubato la silhouette cartonata di Susan,che ha scoperto davanti ad un locale notturno e il bagno in piscina,stretto a quell’immagine,il tentativo di sciogliere in un bollitore la neve dove si è perso il piccolo diamante che Chris ha regalato a Susan,come anello di fidanzamento,il cammeo di Diana Dors , sex symbol degli anni ’50,sfatta e vogliosa cliente alle prese con un timido e riluttante adolescente.
Infine lo splendido finale,di crudele e struggente bellezza,accompagnato dalla magnifica canzone di Cat Stevens “But I Might Die Tonight “.
Scritto in collaborazione con Jerzy Gruza e Boleslaw Sulik,Skolimowski conduce con mano sicura e autoriale questa delicata e toccante storia d’amore,in sottile equilibrio tra ironia e commozione,tra istinto e tenerezza,tra desiderio e ossessione.
La notte brava del soldato Jonathan
Quando nel 1971 usci sugli schermi americani The beguiled (nel circuito cinematografico italiano La notte brava del soldato Jonathan), diretto da Don Siegel l’accoglienza fu fredda, per non dire sprezzante.
Il film del regista di Chicago si rivelò inoltre un fiasco clamoroso ai botteghini,fatta salva una rivalutazione a posteriori quanto meno sospetta.
Colpa principalmente di una parte della critica che smontò il film con commenti durissimi, fra i quali il meno forte era l’accusa, trita e ritrita,di misoginia di Siegel.
Che Siegel fosse un misogino era lapalissiano e mai come in questo film l’accusa sembra essere confermata dall’evidenza; ma l’avversione di Siegel per le donne,unito a quel suo essere politicamente scorretto, avviene in un contesto sociale tutto da analizzare, così come questa sua peculiarità diverrà in qualche modo il marchio di fabbrica dei suoi prodotti.

Un difetto, se vogliamo,che comunque gli costò caro, visto l’ostracismo che buona parte del pubblico femminile decretò verso i suoi film , accusati (con qualche ragione) di essere violentemente maschilisti.
Ma questo non può e non deve essere un atto discriminatorio: il cinema di Siegel è un cinema duro, ipercritico, a tratti violento e altre volte ancora spietato verso la società americana, accusata di volta in volta di essere lassista e permissivista.
Certo, quando in un film si sente dire, come in Charlie Varrick “Non vado a letto con le puttane, io. E se qualche volta mi è successo, me ne sono accorto dopo”, non si può non sobbalzare sulla sedia, ma tutto fa parte del particolare modo che ha Siegel di impostare i suoi film.

Questo La notte brava del soldato Jonathan in fondo è davvero un film violentemente misogino; la storia del soldato che spezza l’equilibrio ipocrita e perbenista di un collegio femminile, alterando le vite sfrontatamente borghesi e puritane (solo all’apparenza) del gineceo che ci vive, appare come un ceffone in pieno viso rivolto allo spettatore medio americano, quasi una metafora dei vizi privati degli stessi.
Un perbenismo di facciata di un mondo femminile che il regista giudica ipocrita,a tal punto da diventare inviso anche a buona parte del pubblico maschile.
Ma le personali convinzioni di Siegel, giuste o sbagliate che siano vanno viste sul campo; e il film in questione, pur con il limite descritto dell’eccessivo anti femminismo del regista stesso appare come opera omogenea e vigorosa, cattiva al punto giusto e costellata di colpi di genio registici, con carrellate, zoomate,flash back che di certo sono strumenti ben usati e a tratti affascinanti in modo estremo.

Siegel riduce per lo schermo un romanzo di Thomas Cullinan, The Beguiled uscito nel 1966 ed intitolato in origine A Painted Devil e ne fa una versione cinematografica di grandissimo impatto visivo.
La storia,ambientata durante la guerra civile americana, parte con il ritrovamento del caporale nordista Jonathan McBarney ferito gravemente durante una battaglia, da parte di una ragazzina che vive in un vicino collegio femminile.
Amy, questo il nome della piccola, sta raccogliendo funghi nel bosco quando si imbatte in Jonathan; riesce a trascinarlo fino al cancello d’ingresso del collegio, dove l’uomo viene raccolto e soccorso.
La rettrice Martha decide di far restare l’uomo, nonostante nel collegio vivano esclusivamente donne;la motivazione ufficiale è quella dell’obbligo del soccorso verso i feriti, esempio di carità cristiana per le ragazza del collegio.
In realtà Martha, come del resto la sua socia Edwina, è attratta più dalla sensualità, dal fascino maschile che Jonathan emana piuttosto che ispirata da nobili intenti.

Jonathan, con molta furbizia, si rende immediatamente disponibile e grazie alla sua simpatia ben presto entra nelle grazie di buona parte delle ragazze del collegio.
Gallo nel pollaio, Jonathan dispensa a piene mani quello che le represse donne del collegio in fondo cercano;intreccia una relazione con Martha e con Edwina e infine con Carol, una splendida ragazza del collegio.
Ormai Jonathan è diventato un punto fermo del posto.
Ma l’essere l’unico uomo in un gineceo ha il suo prezzo.
Jonathan, che con poco giudizio alterna e dispensa amore a mezzo istituto, veine sorpreso durante un convegno d’amore proprio con Carol da Martha ed Edwina.
A questo punto è la gelosia a prendere il posto, soppiantando tutti i sentimenti; Edwina lo fa cadere per le scale, rompendogli una gamba e Martha….
Il finale è da brivido e in qualche modo riflette non solo l’ambientazione del romanzo ma anche la personale visione del regista.

La notte brava del soldato Jonathan è in effetti una perfetta contrapposizione di mondi e mentalità:il mondo femminile in qualche modo ipocrita e perbenista del collegio, pieno di verità non espresse, violentemente represso nella sensualità e quello scopertamente maschilista di Jonathan, personaggio al limite del banditesco.
Jonathan è un bugiardo, un approfittatore ma è anche il paradigma di una società in guerra, allo sbando.
Lo sfondo della guerra civile è importante, perchè Jonathan combatte dal lato “giusto” ( è un nordista) ma è anche lo specchio dell’uomo americano dell’epoca.
In una società fortemente maschilista, la donna ha un ruolo ovviamente subalterno e lui si ritrova a gestire un’impresa assolutamente impossibile.
Vivere cioè in simbiosi in un mondo totalmente femminile, diviso però da feroci rivalità e gelosie, che fino all’arrivo di Jonathan sono in equilibrio instabile ma comunque là, ferme.

L’esplosione ci sarà proprio quando Jonathan, con molta incoscienza, assumerà il controllo dell’harem come un sultano.
Qui però a comandare sono le donne: le varie Martha, Edwina, Carol e persino la bella governante di colore rivendicano il loro ruolo di api regine e Jonathan farà le spese di questa atmosfera da arnia.
Lui è solo uno strumento di piacere e pertanto deve accettare questo ruolo, senza mediazioni.
Nel momento in cui l’ex caporale si renderà conto della situazione in cui si è ficcato, non potrà più tornare in dietro.
E il cerchio si chiude con il drammatico finale, che riporta tutto a prima dell’arrivo di Jonathan.
Un film con diverse chiavi di lettura quindi, impreziosito da un’atmosfera di tensione latente, che esploderà nel convulso finale; nel frattempo Siegel ha dato dimostrazione di abilità e virtuosismi impressionanti con la macchina da presa.
Il regista sceglie Clint Eastwood come protagonista assoluto del film;è la terza delle cinque collaborazioni totali fra Siegel e Eastwood, quella che mostra definitivamente al pubblico americano che Clint è attore di razza, nonostante l’ironica dichiarazione di Leone, che lo aveva definito “attore con due sole espressioni”

Eastwood è furfante quanto basta, è macho ed ha sensualità da vendere e quindi è perfetto per il ruolo scelto; da questo film in poi saranno in molti coloro che vedranno enormi potenzialità nell’attore californiano.La sua caratterizzazione rende il personaggio di Jonathan a tratti quasi lontano dal modello che Siegel cerca di imporre.E’ un furfante, è vero, mente ed è in qualche modo ossessionato dal sesso. Ma è l’ambiente in cui si trova catapultato a tirarne fuori il peggio.Capisce di essere stato scelto e si adegua furbescamente.Ma nel finale, quando cercherà di prendere le redini, proprio nel momento in cui non è più un uomo integro, ma deve riprendere a farsi guidare dalle donne del collegio, ecco che la sua reazione violenta lo porta verso un destino crudele, che lo punirà ben oltre i suoi demeriti.
Ottimo tutto il cast femminile, che asseconda il regista e Eastwood; semplicemente strepitosa la fotografia di Bruce Surtees, che verrà utilizzato da Siegel in altri film.
Un film da riscoprire,senza dubbio.
Per quanto riguarda i passaggi televisivi, è abbastanza raro imbattersi in uno di essi;in rete il film c’è ma è nella versione originale.

La notte brava del soldato Jonathan
Un film di Don Siegel. Con Clint Eastwood, Elizabeth Hartman, Geraldine Page, Jo Ann Harris, Darleen Carr, Mae Mercer Titolo originale The Beguiled. Drammatico, durata 109′ min. – USA 1971.
Clint Eastwood: John McBurney
Geraldine Page: Martha
Elizabeth Hartman: Edwina
Jo Ann Harris: Carol
Darleen Carr: Doris
Mae Mercer: Hallie
Pamelyn Ferdin: Amy
Melody Thomas: Abigail
Peggy Drier: Lizzie
Patricia Mattick: Janie (con il nome Pattye Mattick)
George Dunn: Sam Jefferson
Regia Don Siegel
Soggetto Thomas Cullinan
Sceneggiatura John B. Sherry, Grimes Grice
Produttore Donald Siegel
Produttore esecutivo Jennings Lang
Casa di produzione The Malpaso Company
Fotografia Bruce Surtees
Montaggio Carl Pingitore
Musiche Lalo Schifrin
Scenografia Ted Haworth
Costumi Helen Colvig
Trucco Bud Westmore
Pino Locchi: Clint Eastwood
Lydia Simoneschi: Geraldine Page
Fiorella Betti: Elizabeth Hartman
Micaela Esdra: Jo Ann Harris
Serena Verdirosi: Darleen Carr
Rita Savagnone: Mae Mercer
Liliana Sorrentino: Pamelyn Ferdin
Emanuela Rossi: Patricia Mattick
Alessandro Sperlì: George Dunn
La sposa in nero
In una stanza anonima una donna è seduta su un divano; sfoglia con nervosismo un album di vecchie foto, mentre accanto a se ha una valigia aperta e piena di indumenti.Ad un tratto la donna si alza di scatto e apre la finestra; sembra intenzionata a lanciarsi nel vuoto ma una signora anziana la trattiene.
La chiama Julie,teneramente.
Julie completa la sua valigia e prende con se molte banconote.
La ritroviamo all’uscita di una stazione, diretta verso un condominio lussuoso.
Qui chiede informazioni su Bliss, un disinvolto don Giovanni che però al momento è assente.
Nel pomeriggio Bliss annuncia,durante un party nel suo appartamento, le prossime nozze con una donna ricchissima; è avvicinato da Julie, che è riuscita ad entrare perchè è talmente elegante, affascinante e misteriosa da non suscitare alcuna remora da parte del padrone di casa.
Claude Rich (Bliss) e Jeanne Moreau (Julie)
Una meravigliosa Jeanne Moreau interpreta Julie
Che ovviamente non perde tempo nel tentare di agganciare quella misteriosa donna.
Mentre sono sul balcone dell’appartamento, Julie fa cadere volontariamente la sua sciarpetta oltre il balcone; Bliss cavallerescamente si offre per andare a riprenderla ma appena scavalca il parapetto viene spinto giù dalla donna, che contemporaneamente gli dice ” ‘Sono Julie Kolher‘ “.
Julie, approfittando della confusione, si eclissa e va all’aeroporto, dove prende un aereo, con destinazione la casa di Coral.
Julie lascia a casa dell’uomo un biglietto invito per l’opera, dove la sera si incontreranno. Stregato dalla bellezza e dalla sensualità magnetica della donna, Coral accetta di invitarla a casa sua il giorno dopo.Qui Julie arriva l’indomani con un disco e una bottiglia di liquore; Coral inizia a parlarle del suo passato mentre Julie ascolta impassibile.La donna ha avvelenato il liquore che Coral ha bevuto così quando l’uomo inizia a mostrare i primi sintomi dell’avvelenamento, Julie racconta di essere vedova dal giorno delle sue nozze, quando un colpo di fucile uccise suo marito sul sagrato della chiesa. Julie assiste impassibile alle disperate richieste di aiuto di Coral,ormai morente; subito dopo gli ultimi spasmi dell’uomo raccoglie le sue cose, pulisce le tracce della sua presenza e si allontana.
La morte di David, marito di Julie
Raggiunta una stazione, Julie raggiunge un’altra località; qui, con un espediente, si sostituisce alla tata del figlio di Clement Moran, un politico di una certa rilevanza.
Dopo una serie di avvenimenti, Julie riesce a rinchiudere Clement Moran in un ripostiglio ed è in questa occasione che apprendiamo nuovi particolari sulla vita di Julie e sul ruolo che hanno avuto le due vittime precedenti ( e di conseguenza su quello di Moran) nella morte del marito della donna.
L’uomo, con un gruppo di amici, si era ritrovato sbronzo come loro dopo una giornata di bevute e di gioco a carte in un appartamento; qui avevano fatto un gioco stupido e pericoloso, avevano cioè puntato la folla nelle strade con un fucile fino a quando, tragicamente, era partito il colpo fatale che aveva ucciso il marito di Julie.
La donna,freddamente, racconta all’uomo del suo amore per il marito, che aveva sognato di sposare fin da bambina,Dopo di che, sigilla il ripostiglio con del nastro adesivo e lascia soffocare l’uomo, che verrà rinvenuto cadavere il giorno dopo.
Ritroviamo Julie in una chiesa.
Ad un sacerdote racconta quello che ha commesso, certa dell’obbligo al silenzio del prelato; subito dopo si mette sulle tracce di Delvaux, l’uomo che, secondo il racconto di Moran, ha materialmente sparato al marito.
Ma sulle tracce di Delvaux, uomo rozzo e incolto, molto differente dalle vittime precedenti, c’è anche la polizia, che lo arresta per aver venduto un auto di provenienza dubbia.
Julie è così costretta a modificare i suoi piani e decide di mettersi sulle tracce di Fergous,un pittore che era presente nella famigerata stanza nel giorno tragico della morte di suo marito; presentatasi come modella, Julie riesce a far perdere la testa al pittore, che l’ha immortalata nella posa di Diana cacciatrice e che le ha fatto un superbo nudo. Un amico di Fergous crede di riconoscere Julie, ma è troppo tardi: la donna uccide con una freccia il pittore e si dilegua, sempre dopo aver fatto sparire le sue tracce.Ma questa volta sembra commettere un errore madornale. Lascia il quadro che la ritrae nuda e si reca ai funerali di Fergous, dove viene riconosciuta. Arrestata, confessa senza remore i suoi quattro omicidi.
Julie nei panni di Diana…
Julie in realtà non ha commesso un errore fatale. Infatti…
Una trama complessa, da noir puro per un film straordinario, degno della migliore trazione francese di questo particolare genere.Un film da vedere assolutamente, questo di Francois Truffaut; il grande regista parigino, morto prematuramente a 52 anni, nel pieno della sua maturità artistica e culturale, disegna un personaggio quello di Julie, destinato a restare impresso indelebilmente nella memoria dello spettatore.
Julie è una donna fondamentalmente fedele al suo sogno di ragazza, quello del principe azzurro e dell’amore “per tutta la vita”; quando il suo sogno si spezza, per una tragica fatalità, si trasforma in una macchina da guerra letale, una macchina che persegue senza remore ed esitazioni l’oscura volontà di una vendetta senza mediazioni.
Non c’è nulla che possa fermare la donna che cammina sui sentieri bui di una vendetta che non fa distinzioni fra il reale assassino di suo marito e gli involontari complici.Per lei l’essere stati presenti nella stanza fatale è già una condanna a morte, diretta e senza appello.
Il secondo omicidio…
Una donna con un’ossessione fatale, cinque uomini della classe medio borghese e una vendetta terribile e puntuale; Truffaut si muove tra queste due situazioni mostrando il gelido piano messo in atto dalla donna (con tanto di sorpresa finale) e le figure tutto sommato meschine degli uomini che lei giustizia, ognuno affetto da un principio di megalomania.Il playboy,l’uomo che non riesce a conquistare le donne, il politico, il pittore che ama le donne e per contraltare il brutale e rozzo sfascia carrozze non ispirano alcuna simpatia.
E’ proprio Julie il personaggio per cui si parteggia, una donna che ha perso lo scopo della sua vita, come lei stessa confessa al politico Moran; possiamo non capire la sua sete ossessiva di vendetta, ma parteggiamo ugualmente per lei.
Truffaut, seguendo con abilità il tema dell’omonimo romanzo giallo di Cornell Woolrich che nel libro si firmò William Irish, disegna un film tecnicamente perfetto, mostrando più di un tributo ad Alfred Hitchcock, vero maestro del noir.
L’opera è praticamente esente da pecche e sopratutto ancor oggi appare fresca e affascinante; se può sembrare assurdo il comportamento di una semplice donna di provincia che si trasforma in un’implacabile serial killer, occorre pensare ai giorni nostri, a tutti quei delitti misteriosi che spessissimo altro non sono che il frutto delle gesta di gente semplice che all’occorrenza trova dentro di se motivazioni per compiere gesta tragiche.
Charles Denner e Jeanne Moreau in una foto di scena
E che spesso riesce a farla franca, pur non avendo esperienza nel campo.
Il film dicevo non ha praticamente pecche; su tutto va ricordato il ruolo fondamentale della stupenda, affascinante Jeanne Moreau, la Julie del film, che presta la sua glaciale e impenetrabile bellezza ad un personaggio memorabilmente interpretato.
L’attrice parigina, oggi ottantacinquenne, quando interpreta il film ha quarant’anni esatti; è una donna dalla bellezza statuaria, concentrata sopratutto su un volto misterioso e dai tratti finissimi.Un’autentica bellezza, che qui viene esaltata ancor più da un personaggio enigmatico, quella Julie che per certi versi finisce per diventare tutt’uno con lei.
Il resto del cast fa egregiamente il suo lavoro, al servizio della vera star del film stesso, la stupenda Moreau.
La sposa in nero (La mariée était en noir) è quindi un film da non perdere assolutamente, un film intrigante e affascinante, un noir che avvince e che tiene con il fiato sospeso.
Un film che non ha avuto molti passaggi televisivi ma che è facilmente reperibile in rete.

La sposa in nero
Un film di François Truffaut. Con Michael Lonsdale, Jean-Claude Brialy, Michel Bouquet, Jeanne Moreau, Alexandra Stewart Titolo originale La mariée était en noir. Drammatico, durata 107′ min. – Francia 1968.
Jeanne Moreau: Julie Kohler
Claude Rich: Bliss
Jean-Claude Brialy: Corey
Michel Bouquet: Coral
Michael Lonsdale: Morane
Charles Denner: Fergus
Daniel Boulanger: Delvaux
Serge Rousseau: David
Christophe Bruno: Cookie
Alexandra Stewart: Melle Becker
Jacques Robiolles: Charlie
Luce Fabiole: la madre di Julie
Sylvie Delannoy: signora Morane
Regia François Truffaut
Soggetto dal romanzo La sposa era in nero (The Bride Wore Black) di William Irish
Sceneggiatura François Truffaut e Jean-Louis Richard
Casa di produzione Les Films du Carrosse, Les Productions Artistes Associés, Dino De Laurentiis Cinematografica
Fotografia Raoul Coutard
Montaggio Claudine Bouché con l’assistenza di Yann Dedet
Musiche Bernard Herrmann
Scenografia Pierre Guffroy
Nella vita bisogna sempre pretendere quel che c’è di meglio, non bisogna mai arrendersi.(Jule)
La giustizia degli uomini è impotente a punirmi: io sono già morta. Sono morta lo stesso giorno in cui è morto David. Lo raggiungerò quando l’avrò vendicato.(Julie)
Lei crede di vendicarsi, ma sbaglia: non ci si può vendicare . degli uomini, non si finirebbe mai. Bisognerebbe vendicarsi non solo dei loro delitti, ma anche della loro ignoranza, di quasi tutti i loro pensieri.(Il sacerdote, rivolto a Julie)
Qualcuno ha detto: non esistono ottimisti né pessimisti, soltanto imbecilli allegri e imbecilli tristi.(Julie)
In fatto di solitudine sono un esperto. (Coral)
Mi piace molto la volgarità, nelle donne, perché le rende vive. (Fergus)
Sa come si dice? Quando il bicchiere è pieno lo vuoto, quando invece è vuoto lo compiango.(Coral)
“Lei è bella, troppo bella.” -Perché troppo?- “Troppo bella per me.” (Coral rivolto a Julie)
Il romanzo di Woolrich da cui è tratto il film
Una delle splendide locandine del film
Francois Truffaut
Il regista,Francois Truffaut
Il mostro
Valerio Barigozzi è un giornalista che è relegato ai margini della sua professione.
Per arrotondare il suo stipendio è costretto a rispondere ad una posta del cuore di un settimanale e a scrivere romanzi gialli da “nero”,ovvero per conto di altri.
La sua situazione privata non è certo migliore; separato dalla moglie, vive un rapporto difficile con suo figlio Luca, che vorrebbe venire a vivere con lui ma che Valerio non può permettersi di mantenere.
La sua triste e stanca routine viene interrotta un giorno da una missiva anonima, nella quale viene annunciato l’omicidio di Nonno Gustavo, un famoso conduttore televisivo di una trasmissione per ragazzi.

Anche se poco convinto, Valerio si reca a casa di “Nonno Gustavo” giusto in tempo per scoprire che il misterioso informatore ha agito davvero; il presentatore televisivo è infatti morto.
Nello stesso modo Valerio viene informato in anticipo dei futuri “colpi” della mano omicida; a cadere in successione sono il portiere di una squadra di calcio e in seguito il proprietario del giornale per il quale Valerio lavora.
La concomitanza delle sue presenze immediate sui posti degli omicidi, l’intuizione che il misterioso assassino sta scrivendo la parola “vendetta”,i posti in cui avvengono gli omicidi che collegati sembrano formare la v della stessa parola, vendetta, portano Valerio a diventare famoso, tanto da salire immediatamente nelle grazie del nuovo direttore Giorgio, che ha sostituito suo padre ucciso da quello che ormai viene chiamato il mostro.

Se all’inizio Valerio non sembra porsi il problema del perchè il misterioso killer si adoperi per informarlo in anticipo delle sue mosse, dovrà ben presto fare i conti con la spietata logica-illogica dell’assassino, che uccide anche Dina, una cantante con la quale Valerio ha intrecciato un’appassionata relazione.
Poichè Dina viene uccisa proprio mentre e a letto con Valerio, l’uomo viene arrestato dalla polizia;durante la detenzione Valerio pensa e ripensa agli avvenimenti, rendendosi conto che il killer lo conosce molto, troppo bene. La scoperta che le lettere informative sono state scritte con una macchina per scrivere con un difetto particolare in un carattere che lui ha usato per molto tempo e che ora ha riposto in un armadio lo porta sulla strada giusta.
Valerio è convinto che l’omicida altri non sia che sua moglie; convince così il commissario che lo ha in custodia ad andare a casa dell’ex moglie, proprio mentre questa sta cercando di fare del male a suo figlio.
La polizia la uccide e così la storia sembra finita.Ma è davvero così?

Cupo e cinico, amaro e drammaticamente profetico Il mostro è un film girato da Luigi Zampa, ottimo sceneggiatore e regista qui alla sua penultima regia cinematografica prima di Letti selvaggi, l’ultima sua fatica datata 1979, quando ormai il regista romano aveva 74 anni.
Cupo e cinico, dicevo.
Si, perchè il Il mostro è un film in cui non c’è un personaggio positivo e in cui viene anticipato, con tantissimo anticipo, l’epoca torbida dei reality e l’epoca disgraziata attuale, con la cronaca nera diventata oggetto di un’attenzione morbosa senza precedenti, sbandierata e utilizzata in tutte le ore da sua maestà la tv.
La vicenda umana di Valerio, che da cronista fallito diventa all’improvviso una star della carta stampata, trasformandosi da uomo mediocre a vincente spietato e senza scrupoli, esaltato com’è dal successo professionale venuto però a scapito e sulla pelle di povere e innocenti vittime si trasforma in un atto d’accusa verso un mondo cinico e rivoltante, quello della carta stampata.

Sbatti il mostro in prima pagina, a qualsiasi costo e senza nessuno scrupolo morale per le conseguenze.
Il film è costruito su una sceneggiatura accettabile anche se con qualche pecca che però non influenza il giudizio finale, largamente positivo; merito del complesso del film, che è armonicamente costruito attorno ad una trama classica da giallo anche se, alla fine, è difficile catalogare Il mostro in una categoria ben definita.
Il ruolo principale, quello di Valerio, è affidato a Johnny Dorelli, qui ottimo in un ruolo drammatico che replica quello dell’anno precedente ricoperto nel film di Festa Campanile Cara Sposa. Dorelli mostra di possedere talento, aldilà dei ruoli leggeri tradizionalmente interpretati. Brava anche Sydne Rome, che interpreta la sfortunata Dina.
Il cast è completato da attori di primo piano come il compianto Renzo Palmer e Orazio Orlando ;bravo Santaniello nel ruolo del giovane Luca.

Il mostro di Zampa è un film sicuramente da recuperare; mentre moltissimi film del periodo pre ottanta sono ormai datati, questo film ha ancora molte frecce al suo arco, inclusa la descrizione di un mondo che forse all’epoca appariva un tantino fantascientifico e che invece, nel corso dei decenni, si è trasformato in triste realtà.
Il film è passato qualche volta in tv, ma non è facilmente reperibile in rete.
Il mostro
Un film di Luigi Zampa. Con Johnny Dorelli, Sydne Rome, Renzo Palmer, Renato Scarpa,Yves Beneyton, Enzo Santaniello, Gianrico Tedeschi, Orazio Orlando, Clara Colosimo, Angelica Ippolito, Mauro Vestri, Renzo Rinaldi, Salvatore Baccaro, Guerrino Crivello Drammatico, durata 105′ min. – Italia 1977
Johnny Dorelli: Valerio Barigozzi
Sidney Rome: Dina, la cantante
Orazio Orlando: il commissario Pisani
Renzo Palmer: Baruffi
Enzo Santaniello: Luca Barigozzi
Renato Scarpa: Livraghi
Yves Beneyton: Giorgio Mesca
Gianrico Tedeschi: Vittorio Santi, “nonno Gustavo”
Clara Colosimo: Donatella Domenica Donati
Angelica Ippolito: Anna, ex moglie di Barigozzi
Regia Luigi Zampa
Soggetto Sergio Donati
Sceneggiatura Sergio Donati
Fotografia Mario Vulpiani
Montaggio Franco Fraticelli
Musiche Ennio Morricone e Rita Monico
Monster – Esseri ignoti dai profondi abissi
In un villaggio della California un gruppo di pescatori cattura nelle loro reti da pesca uno strano essere dall’aspetto mostruoso; ma mentre sono occupati a trascinarlo a bordo, uno di loro, un ragazzo, cade in acqua e viene afferrato da una creatura spaventosa.Un altro pescatore, scosso dagli avvenimenti, spara un colpo con la lanciarazzi causando l’esplosione della barca.
A riva la coppia Jim e Carol assiste alla tragedia, senza riuscire a capire l’accaduto; nella notte il cane di Carol scompare e la coppia lo rinverrà straziato l’indomani mattina.
La notte successiva accade un altro evento terrificante; due ragazzi,Jerry e Peggy, si recano in riva al mare per un bagno notturno. Ma il misterioso essere trascina sul fondo Jerry e subito dopo insegue Peggy, la raggiunge sulla riva e alla fine la stupra.

Stessa sorte accade ad un altro ragazzo,Billy e alla sua ragazza,Linda. Billy viene ucciso dal mostro, una creatura umanoide e Linda inseguita da un altro essere mostruoso. Raggiunta, anch’essa viene stuprata.
Gli attacchi si susseguono e in uno di quelli successivi a morire è il fratello di Jim, l’uomo che aveva assistito all’esplosione della barca.
Jim si convince che la responsabilità dell’accaduto sia da ascrivere alla Canco, un’industria che aveva iniziato la costruzione di una fabbrica di conserve alimentari di pescato proprio nel villaggio di Noyo, teatro dei fatti inesplicabili.
Con l’aiuto della dottoressa Susan Drake, Jim scopre che la Canco è direttamente responsabile della mutazione genetica degli umanoidi, che altro non sono che salmoni a cui è stato somministrato un ormone umano, quella della crescita.

La fuga di un salmone in acque aperte ha di fatto originato la mutazione, perchè il salmone è stato mangiato da pesci più grandi; nel frattempo in paese è festa, perchè sta per svolgersi la tradizionale e annuale festa del salmone.
Proprio durante la festa, un gruppo di umanoidi attacca il paese, spargendo morte e distruzione.
Ma Jim ha un asso nella manica…
Monster-Esseri ignoti dall’abisso (Humanoids from the deep) è un film diretto dalla regista Barbara Peeters su un soggetto scritto da Frank Arnold e Martin B. Cohen sceneggiato da Frederick James, ripreso e modificato da Roger Corman (produttore del film).

Un prodotto derivato quasi direttamente da classici come Il mostro della laguna nera o sceneggiato sulla scia dell’Isola degli uomini pesce;un prodotto con una confezione sommaria, ma che ha delle frecce al suo arco.
Un classico B movie carico di sano splatter, un tantino demenziale ma anche ricolmo di scene di violenza, culminate nella lunga sequenza finale durante la quale i mostri assaltano i tranquilli frequentatori della festa del salmone seminando il panico tra omicidi e stupri a go-go.
Barbara Peeters (narrano le cronache), aveva previsto una riduzione diversa; sembra che sia stato proprio Corman ad insistere per aggiungere le scene di nudo nel film, incluse quelle che vedono lo stupro di Peggy sulla spiaggia;la regista americana, qui alla sua ultima fatica cinematografica prima di iniziare una feconda carriera televisiva, accettò i suggerimenti (forse con poca convinzione) inserendo le scene richieste da Corman.

Il film alla fine pur non essendo di certo un granchè è godibile nei limiti ristretti del fantasy/horror.
La recitazione francamente non è di certo un punto di forza del film, così come gli effetti speciali a tratti sono davvero rozzi; ma per una pellicola low budget questi sono stati sempre problemi all’ordine del giorno, per cui è inutile andare a cercare il pelo nell’uovo.
Momenti forti del film sono le due scene acquatiche iniziali, la lunga sequenza dell’attacco dei mostri e sopratutto il parto di Peggy, non la nascita del mostro che lei ha concepito con l’umanoide.
Monster-Esseri ignoti dagli abissi è un film che è passato rarissimamente in tv; è disponibile in versione digitale ed è disponibile su You tube all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=TytspCG0Tmk
Monster – Esseri ignoti dai profondi abissi
Un film di Barbara Peeters. Con Vic Morrow, Ann Turkel, Doug McClure, Anthony Penya Titolo originale Humanoids from the Deep. Horror, durata 80 min. – USA 1980.
Doug McClure: Jim Hill
Ann Turkel: dottoressa Susan Drake
Vic Morrow: Hank Slattery
Cindy Weintraub: Carol Hill
Anthony Pena: Johnny Eagle
Denise Galik: Linda Beale
Lynn Schiller: Peggy Larson
Meegan King: Jack Potter
Breck Costin: Tommy Hill
Hoke Howell: Deke Jensen
Don Maxwell: Dickie Moore
David Strassman: Billy
Greg Travis: Mike Michaels, speaker radio
Linda Shayne: Sally, Miss Salmone
Lisa Glaser: Becky
Bruce Monette: Jake Potter
Shawn Erler: Shawn Hill
Regia Barbara Peeters
Soggetto Frank Arnold, Martin B. Cohen
Sceneggiatura Frederick James
Produttore esecutivo Roger Corman (non accreditato)
Fotografia Daniel Lacambre
Montaggio Mark Goldblatt
Musiche James Horner
Luciano Melani: Jim Hill
Ada Maria Serra Zanetti: dottoressa Susan Drake
Gianni Bonagura: Hank Slattery
Livia Giampalmo: Carol Hill
Dario Penne: Johnny Eagle
Rossella Izzo: Peggy Larson
Claudio Capone: Tommy Hill
Alla 39a eclisse
Matthew Corbeck, archeologo egizio e sua moglie Anne sono in Egitto sulle tracce di una regina di nome Kara, completamente dimenticata dalla storia.
Con l’aiuto dell’assistente Jane, Matthew segue le indicazioni riportate su una roccia che indica la posizione della tomba della regina, mentre Anne è costretta a rimanere al campo in quanto è incinta ed è alle ultime settimane.
Mathhew e Jane aprono la tomba,proprio mentre Anne è presa dalle doglie.Tornati al campo, i due portano la donna con urgenza al Cairo perchè sembra preda di un attacco di catatonismo.
Lasciata la moglie in ospedale, l’archeologo torna alla tomba di Kara; nel momento del loro ingresso nella tomba stessa, Anne da alla luce una bimba, che nasce morta.
Ma ecco che nel momento in cui i due archeologi aprono il sarcofago che avviene un evento miracoloso; la bimba prende a respirare.

Tornato in ospedale Matthew scopre che la moglie non ha preso affatto bene la sua lontananza al momento del parto; l’archeologo tuttavia non da peso alla cosa e torna alla tomba per curare il trasporto degli oggetti contenuti al suo interno. Al museo del Cairo verrà trattato da eroe e gli verrà regalato uno specchio a forma di Ank (la croce egizia), ma quando andrà a trovare la moglie scoprirà che Anne è andata via portandosi dietro la bimba, che ha battezzato Margaret.
Diciotto anni dopo ritroviamo Matthew sposato con Jane; ha divorziato da sua moglie e sta preparando il compleanno di sua figlia, alla quale intende regalare l’Ank ricevuto tanti anni prima.
A guastare il clima rilassato dei preparativi ci pensa Paul Whittier, assistente del professore che gli comunica che al museo del Cairo hanno gravi problemi con la mummia di Kara, che si sta deteriorando in maniera preoccupante.

Rientrato al Cairo, dopo una furibonda lite con il direttore del museo, che si oppone con tutte le forze al trasporto della mummia a Londra, Matthew assiste alla terribile morte del direttore stesso, investito da un camion; ormai libero di muoversi, Matthew trasporta la mummia a Londra.Qui incontra finalmente sua figlia Margaret alla quale racconta quel poco che conosce della storia di Kara, la sua grande scoperta di tanti anni prima.
Kara era stata sepolta con poche informazioni scritte sulle pareti della tomba; era una regina crudele e dissoluta, che aveva ucciso sua madre, sedotto suo padre e che infine lo aveva ucciso.
Matthew decide di portare Margaret in Egitto per farle visitare la tomba di Kara; da questo momento gli eventi prendono una strada assolutamente imprevista.
Margaret, nella tomba, assume atteggiamenti al limite dell’incestuoso e Mathhew scopre come sua figlia assomigli in maniera impressionante alla defunta regina.

Casualmente, i due scoprono con l’aiuto di una guida, che pagherà con la vita un busto di Kara recante al collo uno splendido gioiello e i 4 vasi canopi conteneti le viscere, il cuore e il cervello della regina.
I due decidono di non raccontare del ritrovamento e ritornano in Inghilterra.
Qui Margaret mostra segni preoccupanti di cambiamento.
I suoi atteggiamenti incestuosi verso il padfre aumentano, proprio mentre Mathhew scopre che la costellazione di Orione è nella stessa posizione del periodo in cui visse Kara.
Nel frattempo Anne muore, subito dopo una terribile visione.

Cosa lega Margaret alla dissoluta regina Kara? Era scritto che suo padre le dovesse regalare l’Ank? Cosa sta accadendo?
Alla trentanovesima eclisse è un film scritto da Chris Bryant, Clive Exton e Allan Scott su un soggetto di Bram Stoker, ed è il primo film diretto da Mike Newell, futuro regista di opere come Quattro matrimoni e un funerale,Monna Lisa smile,Donnie Brasco e Harry Potter e il calice di fuoco.
E’ un film di ottima fattura, con una sceneggiatura pregevole e un andamento sicuro; per gli amanti della storia dell’antico Egitto è uno spettacolo per gli occhi, visto che è stato girato proprio nella terra dei faraoni.
Pu non essendo un horror tradizionale, mescola con eleganza e abilità gli elementi tipici dell’horror al fantastico, con risultati finali sicuramente apprezzabili sia nell’economia totale del film sia nelle varie componenti, come la fotografia e le location.

Un film che si avvale della grande professionalità di Charlton Heston, ancora una volta alle prese con un ruolo a metà strada tra “l’avventuroso” ,lo storico e il fantastico.
Molto brava è anche Stephanie Zimbalist che interpreta Margaret Corbeck, il personaggio più ambiguo della vicenda, la bambina nata morta e poi misteriosamente tornata in vita, colei che sembra reincarnare lo spirito e il corpo della dissoluta regina Kara, della quale è destinata a seguire tragicamente le orme.
Come avrete letto ho volutamente saltato tutta la parte finale del film; anche se dal ritrovamento dei Corbeck dei vasi canopi la storia sembra diventare facilmente prevedibile (e in realtà lo è davvero) vale la pena seguire le vicende dei personaggi senza spoiler del film, che rovinerebbe un finale ben congegnato e poco politicamente corretto.
E’ proprio il finale la parte meglio realizzata del film, con l’incontro finale tra padre e figlia in una Londra in notturno tetra e silenziosa.
Un gradevole film, quindi, nel cui cast spiccano attori di ottima levatura come Susanna York (Jane, la seconda moglie di Mathhew) e Jill Townsend (Anne).
Per quanto riguarda la sua reperibilità, in rete c’è una pregevole riduzione dal digitale mentre su You tube c’è la versione completa in inglese.
Il film non ha avuto passaggi televisivi frequenti per cui occorre armarsi di pazienza se si spera in una sua proiezione domestica.

Alla trentanovesima eclisse
Un film di Mike Newell. Con Susannah York, Charlton Heston, Jill Towsend,Stephanie Zimbalist Titolo originale The Awakening. Horror, durata 102′ min. – Gran Bretagna 1980.
Charlton Heston: Matthew Corbeck
Susannah York: Jane Turner
Jill Townsend: Anne Corbeck
Stephanie Zimbalist: Margaret Corbeck
Patrick Drury: Paul Whittier
Bruce Myers: Khalid
Nadim Sawalha: El Sadek
Ian McDiarmid: Richter
Ahmed Osman: Yussef
Miriam Margolyes: Kadira
Michael Mellinger: Hamid
Leonard Maguire: John Matthews
Regia Mike Newell
Soggetto Bram Stoker
Sceneggiatura Chris Bryant, Clive Exton, Allan Scott
Fotografia Jack Cardiff
Montaggio Terry Rawlings
Musiche Claude Bolling
Scenografia Michael Stringer, Lionel Couch, Salah Marei
Soundtrack del film
Il libro di Stoker da cui è tratto il film
























































































































































































































































































































































