4 mosche di velluto grigio
Quattro mosche di velluto grigio esce nel 1971 ad un anno di distanza dal travolgente successo di L’uccello dalle piume di cristallo e poco dopo l’uscita di Il gatto a nove code; Dario Argento chiude così la cosi detta trilogia “animalesca” con un film che se non ha lo stesso impatto dei primi due mostra tuttavia alcuni segnali che indicano come il regista romano stia evolvendo verso una fase nuova della carriera, che culminerà nel suo capolavoro, Profondo rosso.
Quattro mosche di velluto grigio è un film con tanti pregi ma anche con difetti rilevanti; per la prima volta Argento usa l’elemento comico nel film, usa sapientemente il flash back e sopratutto usa un finale davvero indimenticabile ma utilizza una sceneggiatura con più di una lacuna e sbaglia la scelta dell’interprete principale, quel Michael Brandon che si rivelerà l’anello più debole della pellicola.

Come location del film Argento sceglie Roma e Tivoli e Milano con Torino; a Roma c’è la baracca del simpaticissimo Diomede (Dio), che vive come un barbone in riva al Tevere in compagnia del suo linguacciuto pappagallo, mentre a Tivoli, nei giardini di Villa D’Este è realizzata la splendida sequenza dell’omicidio della colf di Roberto, Amelia. A Milano viene girata la sequenza della morte di Arrosio mentre lo studio dell’investigatore privato è a Torino nella Galleria Subalpina.
In questo film l’elemento predominante è la follia, così come per la prima volta Argento introduce la componente parapsicologica legata ai sogni premonitori di Roberto mentre come dicevo prima compare l’elemento umoristico, legato al personaggio di Diomede e sopratutto a quello dell’investigatore privato Gianni Arrosio, ingaggiato da Roberto (il protagonista), un investigatore che nel corso della sua carriera ha collezionato 84 casi falliti, come racconterà nel colloquio con il suo nuovo cliente.

La trama:
-Roberto Tobias, che fa il batterista in un gruppo rock, si accorge che è seguito da un misterioso individuo. La cosa va avanti per alcuni giorni,fino a quando Roberto non segue il suo misterioso pedinatore in un teatro, dove in maniera banale finisce per ucciderlo con il pugnale che l’uomo ha con se.
All’incidente ha assistito qualcuno, che fotografa la scena del crimine e subito dopo invia copia di una foto a casa di Roberto, il quale si accorge anche che il misterioso individuo si è introdotto in casa sua.
Dopo essere stato aggredito, Roberto decide di raccontare a sua moglie Nina degli avvenimenti a cui è andato incontro; il passo successivo è incontrare l’amico Diomede, che vice in una baracca lungo il fiume.

L’uomo gli consiglia di rivolgersi ad un investigatore privato, Arrosio ma nel frattempo accadono due fatti di sangue; la domestica di Roberto, che ha capito chi è il misterioso ricattatore, tenta a sua volta di usare l’arma del ricatto, ma viene assassinata in un parco pubblico.
Lo stesso accade a Carlo Marosi, l’uomo che in origine aveva pedinato Roberto;Marosi non era morto nel teatro,perchè aveva attirato in una trappola Roberto, usando per simulare il proprio omicidio un pugnale da spettacolo.
L’uomo tenta anche lui un ricatto, ma il misterioso persecutore di Roberto lo uccide.
Roberto rifiuta di allontanarsi dalla città con Nina e resta a casa sua con Dalia, sua cugina; tra i due nasce improvvisa la passione.

Arrosio, l’investigatore, riesce dopo alcune indagini a capire l’identità del misterioso assassino, ma anche per lui la cosa sarà fatale; da quel momento gli eventi precipitano, con la prematura morta anche di Dalia.
Chi è il misterioso assassino, allora?
Quattro mosche di velluto grigio ha quindi una trama elaborata con un finale a sorpresa, in cui forse l’elemento destabilizzante non è tanto l’identità del misterioso assassino (si va per esclusione, ad un certo punto) quanto piuttosto l’espediente utilizzato che ne svelerà l’identità, un medaglione con incisa una mosca, l’ultima immagine che è rimasta impressa nella retina dell’occhio di Dalia, una mosca che muovendosi fa vedere l’immagine in movimento, quella di quattro mosche.

Naturalmente ometto l’identità del misterioso omicida, per evitare il fastidio dello spoiler che toglie suspense ad un finale di pellicola che è forse la parte più interessante del film.
Un film largamente disomogeneo, che però ha tuttavia il pregio di essere affascinante, a dispetto di alcune illogicità del film e dei tentativi di inserire sketch comici poco efficaci al film stesso;bene il cast ad eccezione dello spento e insignificante Michael Brandon, che interpreta il personaggio principale, quello di Roberto Tobias mentre assolutamente strepitosa è Mimsy Farmer nel ruolo di Nina.Nel cast c’è spazio per un inedito Bud Spencer, nel ruolo del filosofo Dio, irresistibile Jean-Pierre Marielle nel ruolo dell’investigatore Arrosio.

Detto della bella fotografia e delle discrete musiche di Morricone, va ricordato che solo da poco più di un anno è disponibile la versione digitale del film, rimasta per motivi assurdi priva di diffusione.
Oggi le copie che trovate in rete sono ridotte proprio da supporti digitali; il film è stato anche trasmesso dalle tv private.
Quattro mosche di velluto grigio
Un film di Dario Argento. Con Mimsy Farmer, Michael Brandon, Aldo Bufi Landi, Jean-Pierre Marielle, Oreste Lionello,Renzo Marignano, Stefano Oppedisano, Calisto Calisti, Corrado Olmi, Sandro Dori, Marisa Fabbri, Fabrizio Moroni, Jacques Stany, Fulvio Mingozzi, Francine Racette, Guerrino Crivello Giallo, durata 105′ min. – Italia 1971.
Michael Brandon: Roberto Tobias
Mimsy Farmer: Nina Tobias
Jean-Pierre Marielle: Gianni Arrosio
Bud Spencer: Diomede
Stefano Satta Flores: Andrea
Marisa Fabbri: Amelia, la domestica
Francine Racette: Dalia
Laura Troschel: Maria Pia (col nome di Costanza Spada)
Calisto Calisti: Carlo Marosi
Oreste Lionello: Il Professore
Fabrizio Moroni: Mirko
Aldo Bufi Landi: Medico
Tom Felleghy: Poliziotto
Guerrino Crivello: Rampanti, il vicino di casa zoppo
Corrado Olmi: Portinaio
Gildo Di Marco: Postino
Leopoldo Migliori: Musicista
Fulvio Mingozzi: Manager studio musicale
Dante Cleri: Commesso della bara
Pino Patti: Inserviente alla mostra funeraria
Ada Pometti: Donna sulla strada
Jacques Stany: Psichiatra
Stefano Oppedisano:
Renzo Marignano (non accreditato): addetto alle pompe funebri
Regia Dario Argento
Soggetto Dario Argento, Luigi Cozzi, Mario Foglietti
Sceneggiatura Dario Argento
Produttore Salvatore Argento
Casa di produzione Seda Spettacoli, Universal Productions France
Distribuzione (Italia) 01 Distribution
Fotografia Franco Di Giacomo
Montaggio Françoise Bonnot
Effetti speciali Cataldo Galliano
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Enrico Sabbatini
Trucco Paolo Borselli, Giuliano Laurenti
Massimo Turci: Roberto Tobias
Melina Martello: Nina Tobias
Pino Locchi: Gianni Arrosio
Sergio Graziani: Diomede
Vittoria Febbi: Dalia
Serena Verdirosi: Maria Pia
Luciano De Ambrosis: Carlo Marosi
Roberto Chevalier: Mirko
Pino Colizzi: Psichiatra
Giorgio Piazza: poliziotto
Gianfranco Bellini: postino
Mario Mastria: manager musicale
Arturo Dominici: inserviente
Cesare Barbetti: becchino
Pensione amore servizio completo
Il giovane e bel Germano scopre, grazie alla cameriera di casa, di avere un problema invidiato da molti uomini, ovvero di essere un superdotato.
Ma la cosa lo inguaia perchè mentre è in dolce colloquio con la servetta, viene colto in flagrante da suo padre.
Dopo un colloquio con la madre di Germano, suo padre decide di tagliar corto e inviare il giovane allupato dalla nonna, la signora Amour, titolare di una pensione vicino mare che prende il nome proprio di pensione Amore.
Arrivato da sua nonna, Germano scopre che la stessa gestisce più un bordello che una pensione, così ne approfitta per sollazzare le clienti vogliose della pensione stessa.

Ma esagera, e dopo una serie di avventure con donne sposate, cameriere disponibili e procaci donne in cerca di svago sessuale, finisce per “scaricare le batterie”
Sarà una giovane in vacanza, Lucy, a riportare il tutto alla normalità, allacciando un flirt con il giovane che sfocerà nel classico colpo di fulmine.
Diretto da Luigi Russo, autore di perle come Morbosità, I sette magnifici cornuti, La nuora giovane e Una bella governante di colore, Pensione amore servizio completo è un filmetto assolutamente anonimo, privo di qualsiasi elemento comico e caratterizzato peraltro da un erotismo molto soft e da una sceneggiatura praticamente latitante, come latitante è la recitazione dei pochi protagonisti del film.

Girato nel 1980, quindi assolutamente fuori tempo massimo per appartenere alla defunta commedia sexy all’italiana, questo film tenta di giocare le sue carte (scarsissime) sull’avvenenza delle protagoniste, ovvero il transessuale Ajita Wilson (la signora di colore molto vogliosa), su Marina Daunia (un’altra signora insoddisfatta) e su Lori del Santo, la Lucy che riporta il giovane Germano sulla retta via.
L’attrice veronese è l’unica cosa decente, a livello recitativo, del film stesso e per una volta recita quasi sempre con i vestiti addosso fatto salvo un fugace topless sul finire della pellicola, mentre il vero protagonista, Christian Borromeo è talmente piatto ed inespressivo da rendere ancor più desolante il quadro d’assieme.

Borromeo, che si era segnalato con Ritratto di borghesia in nero viene travolto dall’assoluta piattezza del film e gigioneggia spaesato tra un amplesso e un altro, con un’espressione da ebete stampata sul volto che rende ancor più strampalato e poco credibile il personaggio interpretato.
Produzione low cost, Pensione amore servizio completo è un esempio, abbastanza sciagurato, della totale mancanza di idee oltre che di fondi del cinema italiano dei B movies, che peraltro era riuscito a produrre qualcosa di buono nel decennio precedente.

Qui siamo davvero oltre i limiti del tollerabile, tanto che alla fine un’idea non peregrina sarebbe stata quella di chiedere il rimborso del biglietto per palese frode.
Null’altro da segnalare se non l’abbondante cellulite della cameriera, ahimè documentata da una delle foto selezionate per illustrare il film.
Pensione amore servizio completo
un film di Luigi Russo. Con Marina Daunia, Christian Borromeo, Lory Del Santo, Clara Colosimo,Piero Mazzinghi, Ajita Wilson
Erotico, durata 91 min. – Italia 1979.

Regia Luigi Russo
Soggetto Luigi Russo
Sceneggiatura Ezio Passadore
Montaggio Anita Cacciolati
Musiche Stelvio Cipriani
La guerra del fuoco
80.000 anni addietro, i neandertaliani Ulman sono attaccati da un gruppo di Homo erectus; durante l’attacco, si verifica un’autentica tragedia per gli Ulman, ovvero la perdita del fuoco l’elemento più importante per la neonata civiltà del fuoco.
Saranno tre cacciatori Ulman a tentare di rubare il fuoco e lo faranno in un accampamento di Neanderthal cannibali, dove al loro gruppo si aggiungerà Ika, una giovane di una tribù molto più evoluta.
Mentre tra il capo dei tre cacciatori e Ika nasce una storia d’amore, il gruppo finirà per imbattersi nella tribù della ragazza, dove i tre Ulman impareranno a produrre il fuoco, fare frecce e altre cose che trasmetteranno alla loro tribù di ritorno dal loro viaggio.

Diretto da Jean-Jacques Annaud, che riprende un romanzo di J. H. Rosny aîné (aîné scritto in minuscolo), La guerra del fuoco è un film del 1981, assolutamente innovatore sopratutto per la mancanza di un linguaggio comprensibile.
Per rendere più veritiero il racconto, Annaud sceglie di far parlare ai protagonisti del film un linguaggio che risponda in qualche modo a quello delle tribù primitive che sono l’ossatura del film, ovvero i Neanderthaliani e gli Homo erectus. La parte gestuale è affidata invece all’etologo Desmond Morris; tutto nel film quindi risponde a esigenze di somiglianza quanto più aderenti alla realtà storica, ovviamente nei ristretti limiti di una proto civiltà così lontana da noi.

Annaud sceglie anche delle location particolari, fatte di paesaggi brulli e selvaggi; il film infatti è girato nelle Higlands scozzesi, uno dei posti più belli e selvaggi del pianeta, nella regione dell’Alberta in Canada, in alcune zone interne del Kenia.
Un film che costituisce da subito un autentico azzardo; reggere una pellicola senza dialoghi, con scenari privi di qualsiasi barlume di civiltà e dei suoi orpelli che ne costituiscono il valore pregnante basandosi unicamente sulla capacità degli attori di riuscire a trasmettere sensazioni è davvero un rischio.
Infatti la reazione di alcuni critici, i soliti che riescono a demolire quei pochi film che tentano strade diverse è racchiusa in questa raggelante recensione presa dal Morandini:
“il 3° lungometraggio del disinvolto Annaud sfiora continuamente il ridicolo involontario nel quale scivola spesso e talvolta sprofonda“, che rappresenta al meglio la miopia intellettuale di gente che di cinema capisce purtroppo ben poco.

Al contrario, il film di Annaud ha fascino da vendere, per i motivi che ho elencato su.
Il mondo durissimo e cattivo, a tratti spietato e disumano per forza di cose nel quale si muovevano gli homo erectus prende forma e sostanza sotto gli occhi dello spettatore, tanto che i grugniti, i monosillabi e tutti gli espedienti che il regista francese utilizza per vivacizzare il film stesso alla fine non solo rendono scorrevole quello che vediamo, ma si trasformano in un vero e proprio valore aggiunto, un elemento di novità che nel cinema mancava da tantissimo tempo.
I film “preistorici”, infatti, erano spesso dei kolossal o film a basso budget in cui l’uomo primitivo viveva esperienze ai limiti spesso del comico, con neanderthaliani alle prese con dinosauri, con attori alle volte truccati come per una prima a teatro ecc.
Annaud invece sceglie la sperimentazione e i risultati sono lusinghieri; il film infatti vince l’Oscar per il miglior trucco ( e avrebbe meritato di più,non fosse per la presenza nel 1983 del kolossal Gandhi),vince 2 Premi César 1982 come miglior film e miglior regista e 5 Genie Awards 1983 nelle sezioni costumi, suono, realizzazioni, attrice principale.

Un successo lusinghiero che permetterà al regista stesso di affrontare la sua sfida successiva, la riduzione cinematografica del best seller di Umberto Eco Il nome della rosa, un’altra sfida vinta alla grande.
Per quanto riguarda gli attori, menzione speciale per Rae Dawn Chong che interpreta Ika con tale vigoria e convinzione da risultare la più credibile “donna preistorica” di sempre, ben lontana dalla Raquel Welch patinata di Un milione di anni fa (One Million Years B.C.) (1966) così come bravissimo è Ron Perlman, l’attore statunitense qui alla sua prima prova d’attore e che entrerà nel cast di Il nome della rosa, nel ruolo indimenticabile di Salvatore.
Bene anche Everett McGill, nella parte di Naoh.
Il film è di difficile reperibilità, nonostante abbia un’unica versione adatta per gli schermi di tutto il mondo, non avendo come già detto un linguaggio parlato; tuttavia una copia del film è disponibile su You tube (discreta qualità) a questo indirizzo http://youtu.be/5bsjJzG-vEE
La guerra del fuoco
Un film di Jean-Jacques Annaud. Con Rae Dawn Chong, Everett McGill, Ron Perlman, Nameer El Kadi, Gary Schwartz, Kurt Schiegl, Naseer El Kadi, Franck-Olivier Bonnet, Brian Gill, Terry Fitt, Peter Eliott, Michel Franconer, Joshua Melnick, Benoit Levesque, Luke McMasters, Butch Lynch, Danny Lynch, Adrian Street, Mohammed Siad Coockey, Walter Masai, Hassan Ali Damji, Tarlok Sing Sera Titolo originale La guerre du feu. Drammatico, durata 96′ min. – Francia, Canada 1981.
Everett McGill … Naoh
Ron Perlman … Amoukar
Nicholas Kadi … Gaw
Rae Dawn Chong … Ika
Gary Schwartz … Rouka -Tribu Ulam
Naseer El-Kadi … Nam – Tribu Ulam
Franck-Olivier Bonnet … Aghoo – Tribu Ulam
Jean-Michel Kindt … Lakar – Tribu Ulam
Kurt Schiegl … Faum – Tribu Ulam
Brian Gill … Modoc – Tribu Ulam
Terry Fitt … Hourk – Tribu Ulam
Bibi Caspari … Gammla – Tribu Ulam
Peter Elliott … Mikr – Tribu Ulam
Michelle Leduc … Matr – Tribu Ulam
Robert Lavoie … Tsor -Tribu Ulam
Regia Jean-Jacques Annaud
Soggetto J. H. Rosny aîné (romanzo)
Sceneggiatura Gérard Brach
Produttore John Kemeny, Denis Héroux, Jacques Dorfmann, Véra Belmont
Produttore esecutivo Michael Gruskoff
Casa di produzione International Cinema Corporation, Ciné Trail, Stéphan Films, Belstar Productions
Distribuzione (Italia) Titanus
Fotografia Claude Agostini
Montaggio Yves Langlois
Effetti speciali Mark Molin
Musiche Philippe Sarde
Scenografia Brian Morris (Scozia, Kenya) e Guy Comtois (Canada)
Costumi John Hay, Penny Rose
Trucco Christopher Tucker, Sarah Monzani, Michèle Burke
La tortura delle vergini
Più horror che gotico, questo Mark of the devil (Marchio del diavolo), tradotto malamente e furbescamente in La tortura delle vergini, film uscito nelle sale italiane nel 1970, ma in realtà girato dal regista Michael Armstrong nel 1969.
Film che ebbe i consueti problemi con la censura a causa di qualche blanda scena di sesso (più che altro nudità) e che quindi passò sotto le forbici della censura risultandone al solito mutilato.

Armstrong, qui alla sua penultima fatica come regista (il regista di Bolton era più conosciuto come sceneggiatore) imbastisce una storia truculenta mescolando con indubbia abilità caccia alle streghe e torture, un binomio quasi sempre a buon fine al botteghino per la misura di sesso e violenza che sistematicamente attraeva lo spettatore facendolo spesso sorvolare sulla effettiva qualità del film stesso.
Nel caso di La tortura delle vergini siamo di fronte ad un prodotto tutto sommato dignitoso, con un plot già visto ma con qualche elemento di novità e una buona ambientazione sia come location che come scenografia.

La trama:
-in un villaggio inglese imperversa il giudice Albatro, difensore della moralità e accanito persecutore di presunte streghe.
L’uomo in realtà è un deviato perverso, che sfoga i suoi istinti più brutali in nome della religione e di Dio; ad aiutarlo c’è il cancelliere Albino, un altro pervertito che non ha nulla da invidiare, in materia di crudeltà al suo padrone.
Nel villaggio però arriva il duca di Cumberland, mandato dalla corte per controllare le voci su presunti eccessi di zelo di Albatro.Ad accompagnarlo c’è il giovane Conte Christian von Meruh, che ben presto è costretto ad assistere alla brutalità del duca.

Cumberland aumentà se possibile il terrore sulla popolazione, imprigionando molte donne sotto l’accusa di essere streghe.
Ben presto però la contemporanea presenza di due aguzzini affetti da smisurata brama di potere si trasforma in una lotta intestina tra il giudice Albatro e il Duca Cumberland.
La resa dei conti avviene ben presto e a soccombere è proprio il perfido Albatro; ad assistere non visto all’omicidio è proprio l’assistente del duca, Christian, che nel frattempo si è anche innamorato di una bella popolana, Vanessa.
Quando la ragazza viene catturata e imprigionata, Christian decide di agire e libera la giovane, che da il via ad una sollevazione popolare contro il perfido Duca.

Christian finisce a sua volta nelle prigioni, dalle quali viene liberato proprio da Vanessa e dai popolani che vorrebbero giustiziare il Duca.
Ma a pagare per tutti sarà proprio Christian: il Duca infatti riesce a fuggire e la gente, inferocita, lincia proprio il giovane assistente sotto lo sguardo impotente di Vanessa.
Una sceneggiatura forse tagliata con l’accetta, con la consueta divisione (netta) fra il potere cattivissimo, rappresentato dal Duca e dal Giudice e in subordine dall’assistente del giudice e i buoni, fra i quali il redento Christian, l’unico a pagare con la vita le malefatte di altri, a lui non imputabili.
Armstrong guarda con occhio particolare alla descrizione delle torture da infliggere alla povere vittime, mostrando da subito di essere interessato principalmente (forse unicamente) all’aspetto da grand guignol della storia, senza minimamente impelagarsi in un discorso storico sulla tristissima stagione della caccia alle streghe.

Lo fa con perizia, per cui da questo punto di vista il film regge; il resto del film va visto proprio in quest’ottica, ovvero quella di un gotico che ha l’unico scopo di pestare l’acceleratore sulle scene di violenza.
Il cast si muove egregiamente; molto bravo il solito Udo Kier mentre il perfido e amorale duca è interpretato da Herbert Lom. A suo agio anche la bella ed espressiva Olivera Katarina, da noi poco conosciuta ma che ha continuato a lavorare nel cinema con buona continuità fino a quattro-cinque anni addietro.
Una curiosità: alle prime proiezioni del film venne consegnato, nelle sale, un sacchetto che avrebbe dovuto contenere il vomito degli spettatori!
La tortura delle vergini non è di facilissima reperibilità in rete; tuttavia è uscito in edizione digitale ed è quindi disponibile in dvd.Rarissimi i suoi passaggi televisivi.

La tortura delle vergini
Un film di Michael Armstrong. Con Herbert Lom, Udo Kier,Olivera Katarina, Herbert Fux, Olivera Vugo Titolo originale Mark of the devil. Horror, durata 90 min. – Germania 1969.
Herbert Lom … Lord Cumberland
Udo Kier … Conte Christian von Meruh
Olivera Katarina … Vanessa Benedikt
Reggie Nalder … Albino
Jeff Wilkens – Il boia
Johannes Buzalski … Avvocato
Michael Maien … Barone Daumer
Gaby Fuchs … Deidre von Bergenstein
Ingeborg Schöner …Moglie del nobile
Adrian Hoven … Il nobile
Günter Clemens … Friedrich
Doris von Danwitz … Elisabeth
Regia: Michael Armstrong
Sceneggiatura:Michael Armstrong, Adrian Hoven
Produzione:Adrian Hoven
Musiche:Michael Holm
Fotografia:Ernst W. Kalinke
Montaggio:Siegrun Jäger
Direzione artistica:Max Mellin
Ispettore Callaghan il caso Scorpio è tuo
Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo è il primo film con protagonista l’ispettore Harry Callaghan, detto Harry la carogna per i modi spicci e brutali con i quali affronta il mondo del crimine.
Su un soggetto di Harry e Rose Fink il regista Don Siegel costruisce un personaggio destinato ad avere grande popolarità ( e successo) tra le platee di tutto il mondo e contemporaneamente a mettersi contro la stragrande maggioranza dei critici, che accusarono il regista di Chicago di essere un reazionario, un violento ed un fascista.
Un’accusa, quella di essere un reazionario, che Don Siegel fu costretto a ingoiare nonostante il film in questione fosse un apologo delle paure e delle fobie della società americana, a cui Harry la carogna da una risposta sicuramente durissima ma se vogliamo in linea con quello che la maggioranza degli americani sentiva e voleva.

Il regista di Chicago sceglie come protagonista Clint Eastwood, attore con il quale aveva già lavorato con buoni riscontri in L’uomo dalla cravatta di cuoio (1968),Gli avvoltoi hanno fame (1970) e in quel gioiello misconosciuto che è La notte brava del soldato Jonathan, girato qualche mese prima di questo film.
Paradossalmente, questa resterà l’unica opera a vedere in scena il binomio Siegel-Eastwood; i successivi film della serie,ovvero Una 44 Magnum per l’ispettore Callaghan (1973) avrà la regia di Ted Post,Cielo di piombo, ispettore Callaghan (1976), quella di James Fargo,Coraggio… fatti ammazzare (1983), quella dello stesso Clint Eastwood ed infine il capitolo conclusivo,Scommessa con la morte (1988), avrà la regia di Buddy Van Horn.
Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo si ispira molto liberamente alle gesta del serial killer Zodiac,il killer dello zodiaco, che operò tra il dicembre 1968 e l’ottobre 1969 nella zona di san Francisco, che fece cinque vittime e che rimase sconosciuto.
La storia vede il grintoso Ispettore Callaghan alle prese con un killer psicopatico che si fa chiamare Scorpio, che ricatta la città e che finirà ucciso, in un finale violentissimo, proprio da Harry la carogna.
Un film violento, duro e crudo, in cui l’azione predomina e vede crescere la statura dell’Ispettore Callaghan, un uomo disilluso e cinico; che ha dei valori forti, ma che è altresì consapevole che alla guerra non ci si va con un ramoscello d’ulivo in mano.
Forse Harry la carogna esagera, ma il pubblico lo ama proprio per quello.
In un’America spesso ostaggio della violenza e di una legge che tutela i cittadini fino alle estreme conseguenze, Callaghan rappresenta il desiderio di vendetta e di giustizia di una popolazione che troppe volte si sente ostaggio della delinquenza.
E parteggia quindi apertamente per quel poliziotto anticonformista e violento, dai modi brutali ma sicuramente efficaci.
Siegel costruisce un’aura di figura maledetta attorno a Harry Callaghan: l’ispettore è probabilmente anche un asociale, non ha alcuna stima per i suoi capi e tanto meno per il potere politico.
Lo dimostra chiaramente una sequenza resa celebre proprio dal volto scolpito nella pietra di Harry, con un dialogo assolutamente irresistibile:
“Sindaco: Allora, sentiamo…
Callaghan: Sentiamo cosa?
Sindaco: Cosa ha fatto finora…
Callaghan: Beh, negli ultimi tre quarti d’ora mi sono scaldato il sedere nella sua anticamera aspettando lei
Sindaco: [rivolgendosi a Callaghan] Non combini altri pasticci come quelli dell’anno scorso nel settimo distretto. Ha capito? Sono stato chiaro?
Callaghan: Sì, però… Quando un maschio adulto aggredisce una donna con l’intenzione di violentarla, io lo uccido. Sono stato chiaro?
Tenente Neil Briggs: Intenzione? E come ha fatto a stabilirlo?
Callaghan: Quando un uomo nudo rincorre una donna in un vicolo con un coltello in mano e con l’affare di fuori… non credo voglia raccogliere fondi per la croce rossa.
Questo tipo di dialoghi, che nel film abbondano e che costituiranno in seguito il marchio di fabbrica di Callaghan, insieme all’uso della inseparabile 44 Magnum, faranno la fortuna del personaggio.
Ancora un dialogo dal film:
“Capitano: Ha seguito quell’uomo?
Callaghan: Sì, l’ho pedinato ma quando ero fuori servizio, ed è evidente che non sono stato io a picchiarlo.
Capitano: Perché?
Callaghan: Perché gli è rimasta qualche parte di faccia sana.”
Come già detto, il personaggio di Callaghan creò un’ondata emotiva che imbarazzò non poco anche le autorità;il desiderio di ordine e legalità del cittadino medio americano si conciliava benissimo con i metodi spicci di Callaghan, ma era decisamente inaccettabile come messaggio per le forze di polizia.

Basti pensare che solo nel primo film della serie,Il caso Scorpio, Callaghan fa fuori con le cattive 14 malviventi.
Per il pubblico italiano, a parte la carica di violenza e il messaggio distorto lanciato da Siegel, il film fu un grande successo di cassetta; colpirono sopratutto le peculiarità specifiche del film, ovvero le magnifiche inquadrature,il sarcasmo feroce di Callaghan, quel suo essere personaggio in stile Cavaliere della valle solitaria.
Ispettore Callaghan il caso Scorpio è tuo è un film di facile reperibilità e sopratutto è trasmesso con regolarità dalle tv private;oggi è considerato oggetto di culto e chiunque non l’abbia visto troverà in rete con facilità ottime versioni del film stesso.
Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo
Un film di Don Siegel. Con Harry Guardino, Clint Eastwood, Reni Santoni, John Mitchum Titolo originale Dirty Harry. Poliziesco, durata 103′ min. – USA 1971.
Clint Eastwood: Harry Callaghan
Harry Guardino: tenente Al Bressler
Andrew Robinson: Scorpio
Reni Santoni: ispettore Chico Gonzalez
John Larch: il Capo
John Mitchum: ispettore Frank DiGeorgio
John Vernon: il sindaco
Lyn Edgington: Norma
Woodrow Parfrey: sig. Jaffe
Josef Sommer: procuratore distrettuale William T. Rothko
William Paterson: giudice Bannerman
Regia Don Siegel
Soggetto Harry Julian Fink, Rita M. Fink
Sceneggiatura Harry Julian Fink, Rita M. Fink, John Milius (non accreditato), Terrence Malick (non accreditato), Dean Riesner
Produttore Don Siegel
Fotografia Bruce Surtees
Montaggio Carl Pingitore
Musiche Lalo Schifrin
Scenografia Dale Hennessey
Nando Gazzolo: Harry Callaghan
Daniele Tedeschi: tenente Al Bressler
Cesare Barbetti: Scorpio
Michele Gammino: ispettore Chico Gonzalez
Bruno Persa: il Capo
Carlo Alighiero: ispettore Frank DiGeorgio
Arturo Dominici: il sindaco
Flaminia Jandolo: Norma
Vinicio Sofia: sig. Jaffe
Gianfranco Bellini: procuratore distrettuale William T. Rothko
Alessandro Sperlì: giudice Bannerman
Gianni Marzocchi: l’uomo che tenta di suicidarsi
“ Io so quello che pensi, ti stai chiedendo se ho sparato sei colpi o solo cinque, ti diro’ che in mezzo a tutta questa baraonda ho perso il conto io stesso, ma dato che questa è una Magnum 44, cioè la pistola piu’ precisa del mondo che con un colpo ti spappolerebbe il cranio, devi decidere se è il caso… di’, ne vale la pena? ”
Girolimoni,il mostro di Roma
Roma, 31 marzo 1924.
Emma Giacomini,una bambina di 4 anni, viene rapita e sottoposta a sevizie da un bruto; verrà ritrovata la sera stessa a Monte Mario, con addosso i segni della brutale violenza subita ma ancora viva.
E’ da questo fatto di cronaca nera, realmente accaduto, che Damiano Damiani parte, nel 1972,per girare un film ispirato ad una serie di fatti di cronaca che sconvolsero l’Italia nel periodo tra il 1924 e il 1928, anno in cui cessarono gli abominevoli delitti che vennero collegati alla mano di Gino Girolimoni, un fotografo romano che venne accusato dei delitti e che invece era assolutamente,totalmente innocente.
Il film ripercorre quindi l’odissea del trentacinquenne romano (all’epoca del primo caso di pedofilia) attraverso una descrizione ambientale accurata anche se non storicamente aderente ai fatti.
Nino Manfredi
La vita del fotografo ( un tantino gaudente e donnaiolo) viene così mostrata in parallelo ai fatti storici, quindi agli avvenimenti che videro coinvolte altre cinque bambine che vennero stuprate e uccise.
Delitti che avvennero in un momento storico particolare, che cominciarono in quel 1924 denso di avvenimenti che portarono il nostro paese ad un ventennio di storia assolutamente drammatico, con gli inizi della dittatura fascista e, sempre nel 1924, la morte del deputato socialista Giacomo Matteotti, che di fatto segnò l’inizio della parte più violenta della storia del regime fascista.
Il 5 giugno 1924 scompare Bianca Carlieri di anni ( il triste delitto della Biocchetta), con conseguente sollevazione popolare sull’onda dell’emozione che tale fatto suscitò nell’opinione pubblica stessa.
Solo 5 giorni più tardi verrà ucciso Matteotti e in questo clima il regime fascista si trovò ad affrontare due emergenze di diversa portata storica ma dall’impatto enorme sull’opinione pubblica.
Il rinvenimento dei corpi provocò l’ira del Duce, attentissimo all’immagine di efficienza e di garantismo dell’ordine pubblico che Mussolini stesso amava dare alla sua politica.
Così la polizia fascista venne sguinzagliata alla ricerca del fantomatico pedofilo assassino, senza che le stesse forze di polizia cavassero un ragno dal buco.
Pressati così da vicino dal primo ministro, i capi della polizia si affannarono a cercare qualcuno che potesse avvicinarsi all’identikit dell’assassino; e lo individuarono nello sfortunato Gino Girolimoni, un agiato fotografo che aveva l’unica colpa di essere single, di amare la bella vita e di aver tentato di avvicinare una ragazzina dodicenne.

Costei lavorava presso una ricca signora, vero oggetto del desiderio dello scapolo romano; tanto bastò alla polizia per catturare l’inesistente mostro.
Il 2 maggio 1927 Girolimoni venne arrestato e la notizia venne letteralmente data in pasto ai giornali.
L’uomo non poteva essere responsabile del primo fatto di cronaca in quanto nel momento che avvenne era addirittura fuori Roma, ma alle solerti forze dell’ordine fasciste ciò non interessava.
Il colpevole era stato catturato e tanto bastava.
Inizia così per lo sfortunato Girolimoni un’odissea che si protrarrà per quasi un anno, quando l’uomo venne scarcerato per mancanza di indizi.
In realtà fu lo stesso giudice istruttore a chiedere l’assoluzione per non aver commesso il fatto, ma per Girolimoni questo fu l’inizio della fine.

Mentre i giornali dell’epoca avevano strombazzato il suo arresto, con titoloni in prima pagina, gli stessi non dedicarono che quattro righe sul fondo dei giornali alla sua liberazione.
L’uomo finì ai margini della società, con ancora addosso l’ombra infamante del sospetto, nonostante fosse totalmente innocente; sopravvisse facendo il ciabattino o riparando biciclette, ma divenne poverissimo e si spense nel più assoluto anonimato nel 1961.
Ritornando al film, Damiani ricostruisce da maestro le atmosfere della Roma del ventennio, inclusa quella da caccia all’untore che sconvolse la città nei quattro anni citati. Grande la scelta dell’attore principale, quel Nino Manfredi che a ben vedere può essere considerato l’attore italiano più completo di sempre.

Memorabile la sua interpretazione, sofferta, dell’uomo che si vede rinfacciare ingiustamente una colpa infamante e che passa come in un incubo da belle donne (e bella vita) all’inferno del carcere e al sospetto che comunque accompagnerà la sua vita.Tutti bravi gli altri attori, con menzione particolare alla bellissima Angela Covello che interpreta una modella.
Una vicenda, quella di Girolimoni, da prendere come esempio per illustrare una delle tante nefandezze del ventennio fascista, un periodo storico che i revisionisti tentano inutilmente di abbellire quasi fosse un’epoca di prosperità e non viceversa un’epoca segnata dal sopruso e dalla violenza.
Il film è disponibile in versione completa (anche se di qualità non eccelsa) a questo indirizzo:http://youtu.be/FcW6znsyt3A
Girolimoni, il mostro di Roma
Un film di Damiano Damiani. Con Nino Manfredi, Guido Leontini, Orso Maria Guerrini, Anna Maria Pescatori, Mario Carotenuto, Silvio Bagolini, Vittorio Duse, Arturo Dominici, Umberto Raho, Stefano Oppedisano, Eleonora Morana, Fortunato Arena, Luigi Casellato, Luciano Catenacci, Elio Zamuto, Gabriele Lavia, Claudio Nicastro, Renata Zamengo, Angela Covello Drammatico, durata 125′ min. – Italia 1972.
Nino Manfredi: Gino Girolimoni
Gabriele Lavia: Tarquinio Tirabosco
Eleonora Morana: la moglie di Tarquinio
Orso Maria Guerrini: Gianni Di Meo, il giornalista
Guido Leontini: il brigadiere Apicella
Mario Carotenuto: il vetturino Sterbini
Laura De Marchi: la domestica degli osti Marcocci
Luciano Catenacci: Benito Mussolini
Arturo Dominici: l’ingegnere Jaccarino
Ennio Antonelli: l’amante della madre di ‘Biocchetta’
Luigi Antonio Guerra: il popolano reticente alla firma della denuncia
Nello Pazzafini: Fiaccarini, il preparatore dell’obitorio
Regia Damiano Damiani
Soggetto Damiano Damiani, Fulvio Gicca Palli, Enrico Ribulsi
Sceneggiatura Damiano Damiani, Fulvio Gicca Palli, Enrico Ribulsi
Produttore Bruno Todini
Fotografia Marcello Gatti
Montaggio Nino Baragli
Musiche Riz Ortolani
Scenografia Umberto Turco
Costumi Mario Ambrosino
Due foto di Gino Girolimoni,la vera vittima dell’affaire Girolimoni
Due prime pagine, vergognose, in cui si parla di mostro catturato
La morte non ha sesso
Una serie di delitti sconvolge il mondo della malavita di Amburgo; sono tutti delitti riconducibili ad un losco personaggio,Shurmann, un trafficante di droga.
A indagare sulla catena di omicidi è l’ispettore Franz Bulov, che è assolutamente certo che dietro tutto ci sia proprio Shurmann.
Ma non ha prove o quantomeno gli manca la prova decisiva.
Gli informatori che potrebbero far luce sulla storia finiscono in qualche modo ammazzati e l’ispettore ha anche problemi personali.

La sua giovane e affascinante moglie, Lisa,ha probabilmente una relazione extraconiugale e Bulov, anche se non ha certezze, è convinto dell’infedeltà della moglie.
Improvvisamente però le cose sembrano andare per il verso giusto: un killer pagato da Shurmann subito dopo un omicidio perde un portafortuna, cosa che permette a Bulov di identificarlo.
L’ispettore corre ad arrestarlo ma durante il tragitto vede sua moglie alla guida di una fuoriserie.
Fuori di se dalla gelosia, Bulov chiede al killer di uccidere la moglie in cambio dell’impunità.

Ma Max (il killer) non rispetta i patti; stringe una relazione carnale con Lisa, cosa che Bulov scopre casualmente.
Da quel momento l’ispettore decide di dare una sterzata alle indagini, inserendosi direttamente nell’organizzazione…
La morte non ha sesso è un thriller/noir diretto da Massimo Dallamano nel 1968, con protagonista la splendida Luciana Paluzzi,reduce dal grande successo personale riscosso con il film Agente 007 Thunderball (Operazione tuono) girato accanto a Sean Connery.
Un film, diciamolo subito, dall’andamento molto lento, sicuramente più descrittivo che d’azione.
Molti dialoghi e tanta descrizione d’ambienti e di situazioni, quindi, che però alla lunga influiscono sul film che già di per se non ha una sceneggiatura di livello accettabile.

Un vero peccato, perchè Massimo Dallamano era un regista di ottime qualità, come del resto dimostrato da film come Il dio chiamato Dorian, La polizia chiede aiuto e Cosa avete fatto a Solange?
Va anche detto che il film non è certo brutto, perchè la mano del regista milanese si sente e si vede.
Il cast si muove discretamente, attorno alla figura centrale di Bulov, ispettore tormentato dalla dicotomia dedizione al lavoro-gelosia.

John Mills era un attore di razza, così come molto bravo è nel film Robert Hoffman; nel cast figura anche Jimmy il fenomeno, nel ruolo dell’informatore di polizia.
Un discorso a parte merita la bellissima e sensuale Luciana Paluzzi, all’epoca trentunenne, nel pieno della maturità artistica e fisica,l’attrice romana rende conturbante il personaggio di Lisa, una donna volubile e dal passato reso volutamente oscuro dalla sceneggiatura.
Un film comunque vedibile, che precorre le strade delle future fortune dei thriller all’italiana.
Il film è disponibile in un qualità eccellente su You tube ed è comunque facilmente reperibile in rete.

La morte non ha sesso
Un film di Massimo Dallamano. Con Luciana Paluzzi, John Mills, Carlo Hintermann, Renate Kasch, Enzo Fiermonte, Loris Bazzocchi, Tullio Altamura Giallo, durata 91 min. – Italia 1968
John Mills: Ispettore Franz Bulon
Luciana Paluzzi: Lisa
Robert Hoffmann: Max Lindt
Renate Kasché: Marianne
Tullio Altamura: Ostermeyer
Carlo Hinterman: Mansfeld (con il nome Carlo Hintermann)
Enzo Fiermonte: Siegert
Loris Bazzocchi: Kruger
Jimmy il Fenomeno:
Paola Natale:
Mirella Pamphili:
Vanna Polverosi: Ursula
Rodolfo Licari: Olaf
Bernardino Solitari: Muller
Carlo Spadoni: Eric
Giuseppe Terranova: Rabbit
Robert Van Daalen: Dr. Gross
Regia Massimo Dallamano
Soggetto Giuseppe Belli
Sceneggiatura Giuseppe Belli, Massimo Dallamano, Vittoriano Petrilli
Produttore Giancarlo Marchetti
Casa di produzione Filmes Cinematografica, PAN Film, Top-Film
Fotografia Angelo Lotti
Montaggio Daniele Alabiso
Effetti speciali Enrico Catalucci
Musiche Giovanni Fusco, Gianfranco Reverberi
Scenografia Giorgio Aragno
Costumi Bonizza Aragno
Trucco Raul Ranieri
Casta e pura
Una ricca ereditiera con un’unica figlia, Rosa, si lascia convincere sul letto di morte dall’interessato marito Antonio a lasciare tutti i suoi possedimenti alla ragazza in cambio della solenne promessa di un voto di castità. In questo modo Antonio potrà gestire il patrimonio della donna fino al giorno in cui la ragazza non convolerà a nozze.
Così accade e da quel giorno Rosa rispetta il voto fatto.
La ragazza vive una sorta di esistenza monastica, divisa fra la casa e chiesa, sotto lo sguardo vigile del padre Antonio.
Ma ben presto la sessualità repressa inizia a insidiare sia il corpo della ragazza che la sua mente.
Laura Antonelli
Così durante il sonno, Rosa immagina situazioni scabrose a cui si aggiungono strane visite notturne del cugino Fernando, che si mostra molto interessato al corpo seducente della cugina.
Fernando è ovviamente attratto principalmente dal patrimonio della cugina,mentre Rosa, turbata dagli avvenimenti, confessa ad un sacerdote quello che le accade, confidando al sacerdote stesso la sua intenzione di prendere i voti religiosi.
Antonio viene a conoscenza della cosa e decide di cambiare strategia; ora la ragazza deve avere la sua iniziazione sessuale, in modo da far violare alla ragazza il suo voto.
Ma le cose andranno in modo ben diverso da quanto sperato dall’uomo…

Casta e pura, film del 1981 diretto da Salvatore Samperi, è una commedia a metà strada tra il sexy e il satirico diretta dal regista di Malizia; che nella sceneggiatura, curata con un pool di aiutanti, ovvero Bruno Di Geronimo ,Michel Gast,Ottavio Jemma e José Luis Martínez Mollá tenta la strada della denuncia antiborghese ammantata di anticlericalismo all’acqua di rose.
Il film infatti è debole sin dalle prime scene e si trasforma ben presto in un sciagurato e velleitario tentativo di frustare il moralismo corrente, tentando improvvidamente anche la dissacrazione dei principi religiosi, rappresentati dal perbenismo untuosamente ipocrita della mamma di Rosa e dalla ragazza stessa, che però ha l’unica colpa di essere succube di una tradizione e di una morale radicata nel suo ceto sociale.

Detta così la cosa sembrerebbe anche degna di uno svolgimento all’altezza, ma i buoni propositi (ammesso che in Samperi albergassero) naufragano sciaguratamente in un film monotono e ripetitivo, in cui la stessa sessualità repressa di Rosa viene mostrata più con occhio lubrico e guardone che con profondità e attenzione alle vere motivazioni che la originano.Da dimenticare a questo proposito la sequenza dell’orgia, di pessimo gusto e copiata da Fellini con l’aggiunta di un pizzico di Tinto Brass (ma quello dell’ultimo periodo,purtroppo)
Reduce dal disastro di Un amore in prima classe, diretto nell’anno precedente, Samperi mostra ancora una volta la sua attitudine a mostrare sullo schermo il lato epidermico delle vicende che racconta.
Non c’è profondità nel personaggio di Rosa, così come non c’è profondità in nessuno dei personaggi che si muovono accanto a lei.

Eppure i ruoli di Fernando o quello di Antonio ben si prestavano all’uso della sferza, mentre Samperi non usa mai scudisciare i protagonisti, preferendo affidare la storia a qualche pruderia notturna di Rosa o alle visite notturne dell’interessato Fernando.
Sprecatissimo il cast utilizzato: la Antonelli è bellissima e seducente, ma finisce per restare ingabbiata in un ruolo che lei svolge bene, ma che rimane desolatamente fine a se stesso
Bene anche Massimo Ranieri, perfido al punto giusto, ma anch’esso schiavo di un personaggio mono dimensionale mentre Fernando Rey, grande attore, resta malinconicamente in un limbo creato da un personaggio senza alcun spessore.

A ben guardare le note positive del film sono da ricercarsi unicamente nella buona prestazione del cast, nel quale figurano anche Cannavale e Christian De Sica, richiamato da Samperi dopo il buon esito di Liquirizia.
Completano il cast la brava Fabrizi e Elsa Vazzoler.
Un film modesto e insipido, in definitiva, questo Casta e pura.
Recentemente è stato rieditato in digitale e trasmesso a più riprese da tv satellitari, per cui è facile imbattersi nella rete in copie decenti.
Che poi il film stesso valga una visione è tutta un’altra cosa.

Casta e pura
Un film di Salvatore Samperi. Con Fernando Rey, Laura Antonelli, Massimo Ranieri, Enzo Cannavale, Riccardo Billi, Elsa Vazzoler, Valeria Fabrizi, Vincenzo Crocitti, Diego Cappuccio, Gabrielle Lazure Commedia, durata 95′ min. – Italia 1981.
Laura Antonelli: Rosa
Fernando Rey: Antonio
Massimo Ranieri: Fernando
Enzo Cannavale: il sacerdote Bottazzi
Christian De Sica: Carletto Morosini
Riccardo Billi: suo padre
Vincenzo Crocitti: “Picci”
Sergio Di Pinto: Gustavo Bottesini
Valeria Fabrizi: seconda moglie di Bottesini
Diego Cappuccio: Dario Di Maggio
Gabrielle Lazure: Lisetta
Regia Salvatore Samperi
Soggetto Michel Gast
Sceneggiatura Ottavio Jemma
Produttore Maurizio Amati, Sandro Amati
Fotografia Alberto Spagnoli
Montaggio Sergio Montanari
Scenografia Ezio Altieri
Infanzia vocazione e prime esperienze di Giacomo Casanova, veneziano
Venezia, prima metà del 1700.
Il piccolo Giacomo Casanova, nato dalla relazione tra due attori, rimane privo del padre.
Sua madre, che non ha la vocazione ne la voglia di crescere un figlio, lo affida ad un nobile che tratta il piccolo Giacomo nel peggiore dei modi.
L’uomo, arrogante e avaro come pochi, vessa Giacomo che così finisce per diventare il pupillo di Don Gozzi. Giacomo prende la strada per Padova dove viene ospitato dal prelato.
Il sacerdote si rende conto immediatamente delle brillanti capacità del bimbo; decide così di farlo studiare.
Poichè nel settecento l’unico modo per diventare qualcuno (sopratutto per un bambino di umili origini come Giacomo) è vestire un abito talare, Giacomo viene avviato alla carriera ecclesiastica.

Anni dopo Casanova ritorna a Venezia, dove stringe amicizia con un nobile.
Grazie a lui, Giacomo può tenere la sua prima predica in chiesa, nel suo fiammante abito da prete.
Alla fine della messa, Giacomo trova, mescolati ai soldi tradizionalmente versati nella questua, molti bigliettini amorosi scritti dalle ragazze presenti in chiesa.
E’ un bell’uomo Giacomo, affascinante e colto.
Tina Aumont e Silvia Dionisio

Così ben presto si ritrova ad essere conteso tra diverse damigelle; lui, confuso, ha il suo primo rapporto sessuale con una prostituta, scoprendo così i piaceri dell’amore.
Sempre più vacillante nella vocazione, Casanova si lega ad una giovane contessa, destinata dalla famiglia al convento.
Dopo aver promesso improvvidamente di scappare con lei, Giacomo si rende conto che la ragazza vuole sposarlo.
Aiutato da due compiacenti amiche della ragazza, Casanova si libera di lei, del suo abito talare e inizia la sua carriera di amatore…
Senta Berger
Infanzia vocazione e prime esperienze di Giacomo Casanova veneziano è probabilmente il miglior film dedicato al grande amatore libertino che tanti cuori trafisse nel corso della sua vita.
Diretto da Luigi Comencini nel 1969, il film è un sontuoso ed elegante affresco sia sulla vita di Casanova sia su un’epoca storica affascinante, anche per la splendida cornice di contorno. Una Venezia pigra, lussuriosa ed elegantissima si staglia sullo sfondo di una vicenda storica ben ricostruita, con poco spazio a voli pindarici di fantasia e con molta aderenza alla vera vita dell’avventuriero veneziano.
C’è un’aria di decadenza, nella Venezia in cui si svolge la vicenda umana di Casanova, che avvolge e affascina; i piccoli vizi, le mollezze della vita dei ricchi e dei nobili in netto contrasto con le condizioni miserevoli in cui vivevano i meno fortunati sono splendidamente illustrate da un Comencini attentissimo ai dettagli.
Maria Grazia Buccella
Il grande regista di Salò è bravissimo a mostrare l’evoluzione di un personaggio controverso, passato alla storia per le sue doti di grande amatore, in maniera abbastanza discutibile e riduttiva.
Casanova era un letterato, intelligente e affascinante e nella sua vita passò indifferentemente dalla carriera ecclesiastica (la prima tentata e rapidamente abbandonata) a quella di diplomatico e in seguito di agente segreto. Filosofo e poeta, Casanova è stato anche un ottimo scrittore, come del resto testimoniato dal suo Histoire de ma vie (Storia della mia vita), il libro scritto in francese per motivi puramente tecnici (il francese era la lingua più diffusa in Europa).
E Comencini fa di tutto per mostrare l’evoluzione del ragazzino spaesato e condannato dai suoi natali plebei ad una vita anonima a quella del giovane che, consapevole del suo fascino e della sua intelligenza, saprà prendersi con forza una rivincita sulla vita oltre che vivere una vita stessa a gran velocità e ricca di soddisfazioni.

Sontuoso il cast utilizzato dal regista lombardo: si passa dal bravo Leonard Whiting (Casanova adulto) ad un irresistibile Raoul Grassilli (Don Gozzi).
Ma non solo, ovviamente: ci sono le splendide Senta Berger,Maria Grazia Buccella, Silvia Dionisio e Tina Aumont, un parterre di bellezze davvero notevolissimo.
Da segnalare ovviamente Mario Scaccia, Lionel Stander,Rmberto Raho e Gigi Reder, oltre alla sorellina di Silvia,Sofia e a Clara Colosimo.
Un cast in linea con la raffinatezza del film quindi, impreziosito anche dalla splendida fotografia di Aiace Parolin e costruito su una sceneggiatura di prim’ordine opera di Susi Cecchi d’Amico che collaborò con Comencini stesso.
Per quanto riguarda la reperibilità del film, ebbene la pellicola di Comencini non è affatto facile da trovare, così come è una chimera aspettare un passaggio televisivo della stessa.
Il che ovviamente è un peccato gravissimo, vista la qualità e il valore del film.
Infanzia, vocazione e prime esperienze di Giacomo Casanova, veneziano
Un film di Luigi Comencini. Con Maria Grazia Buccella, Tina Aumont, Senta Berger,Silvia Dionisio, Raoul Grassilli, Leonard Whiting, Nino Vingelli, Evi Maltagliati, Linda Sini, Gigi Reder, Umberto Raho, Mario Scaccia, Ennio Balbo, Lionel Stander, Sandro Dori, Jacques Herlin, Ida Meda, Isabella Savona, Clara Colosimo, Gino Santercole, Sofia Dionisio, Wilfrid Brambell, Sara Franchetti, Elisabetta Fanti, Loredana Martinez Commedia, durata 104′ min. – Italia 1969.
Leonard Whiting: Giacomo Casanova
Maria Grazia Buccella: Zanetta
Lionel Stander: Don Tosello
Raoul Grassilli: Don Gozzi
Wilfrid Brambell: Malipiero
Tina Aumont: Marcella
Mario Scaccia: Dottor Zambelli
Claudio De Kunert: Giacomo Casanova da bambino
Silvia Dionisio: Mariolina
Sara Franchetti: Suor Lucia
Isabella Savona: Teresa
Cristina Comencini: Angela Rosalba Mocenigo
Clara Colosimo: Nonna di Giacomo Casanova
Ennio Balbo: Mocenigo
Evi Maltagliati: Contessa Serpieri
Gino Segurini: Don Mancia
Elisabetta Fanti: Principessa Contarini
Jacques Herlin: Monsieur Alexandre
Sofia Dionisio: Bettina Gozzi
Umberto Raho: Il vescovo
Linda Sini: Mother Teresa
Gino Santercole: Baffo
Senta Berger: Giulietta Cavamacchia
Patrizia De Clara: Signora Mida
Loredana Martínez: Margherita
Ida Meda: Servetta della signora Mida
Giacomina Palma: La strega
Gigi Reder: Salvatore, servo di Mocenigo
Mario Beron: padre di Casanova
Liana Del Balzo: Nobile alla seconda predica (non accreditata)
Regia Luigi Comencini
Soggetto Giacomo Casanova
Sceneggiatura Suso Cecchi d’Amico e Luigi Comencini
Fotografia Aiace Parolin
Montaggio Nino Baragli
Musiche Fiorenzo Carpi
Scenografia Piero Gherardi
Costumi Maria Baronj
Margaret Lee
La generazione degli over 50 ricorda tra le altre cose un epoca in cui la Tv italiana era in bianco e nero e trasmetteva su un solo canale.
Era l’epoca delle serate davanti alla tv, dei sabato sera in attesa del varietà che accompagnava immancabilmente gli italiani e che portava in casa canzoni, balletti e sketch destinati ad essere ricordati per lungo tempo.
Nel 1966 arriva in Tv un varietà condotto da Johnny Dorelli,Johnny sera; accanto a lui compare un co-conduttrice bellissima e affascinante.
Si tratta di Margaret Gwendolyn Box, conosciuta come Margaret Lee.
E’ inglese, è nata a Wolverhampton il 4 agosto 1943 e parla un italiano perfetto, reso irresistibile da una pronuncia morbida e affascinante.
La Lee era già conosciuta al grande pubblico, essendo già comparsa in decine di produzioni cinematografiche.
Aveva esordito nel 1961, a 18 anni nel film di Amendola Totò di notte n. 1, al fianco di Totò e Macario; da quel momento la bionda attrice inglese aveva lavorato in molte produzioni cinematografiche, costituite principalmente da b movie dei generi più svariati.
The numbers game
Sesso e volentieri
A scorrere l’elenco si incontrano titoli peplum come Maciste contro i mostri (1962) e Sansone contro i pirati (1963) oltre ad una partecipazione molto piccola nel Cleopatra(1963) di Mankievitz accanto alla Taylor e a Burton, a film a basso costo come I tre nemici (1962), La ballata dei mariti (1963),Vino whisky e acqua salata (1963).
Per Margaret sarà importantissimo l’incontro cinematografico con i due beniamini del pubblico cinematografico degli anni 60, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia.
Sarà accanto a loro che la sua naturale simpatia (unita alla grande bellezza) risalterà ancor più donandole fama e popolarità; accanto al duo Margaret interpreta una serie di film: il primo è di Simonelli, Due samurai per cento geishe (1962),seguono poi Vino whisky e acqua salata (1963) di Amendola,
Questo pazzo,pazzo mondo della canzone
Gli imbroglioni di Lucio Fulci, Due mattacchioni al Moulin Rouge (1964) diretto da Carlo Infascelli, I maniaci (1964) sempre diretto da Fulci, I marziani hanno 12 mani (1964) di Castellano e Moccia, Un mostro e mezzo (1964) di Steno, I due pericoli pubblici (1964) sempre per la regia di Fulci, Io uccido, tu uccidi (1965) di Puccini, I due sergenti del generale Custer (1965) di Simonelli, Franco, Ciccio e le vedove allegre (1968)di Girolami.
Quando Margaret arriva in tv, ha alle spalle ben 35 film interpretati in soli 4 anni; una mole impressionante di film girati, come racconterà lei, principalmente per soldi:
“I soldi mi fanno molto comodo. Se mi offrono una parte a una buona cifra, non vedo perché dovrei rifiutare. Sono un’attrice. Il mio mestiere è quello di fare film finché me li offrono, finché la gente mi vuole. Quindi accetto ciò che mi propongono. Certo, ho interpretato molti, tanti brutti film: ma sono serviti a portarmi dove mi trovo adesso, sono serviti a darmi la sicurezza economica.”
La sensualità è un attimo di vita
Ha solo 24 anni, nel 1967, ma è una donna con i piedi ben piantati per terra: è bella ed affascinante e in tv conquista immediatamente tutti.
Subito dopo il citato Johnny sera interpreta il ruolo di Baby Eva in Arrriva Dorellik (1967) di Steno; il film è una versione farsesca del Diabolik dei fumetti.
La storia del criminale che incombe sulla Costa Azzurra con la sua orrida risata è un successo e la popolarità di Margaret sale ancora.
Nel 1968 è ancora al fianco di Dorelli in Galà per Johnny Dorelli e l’anno successivo nello storico La domenica è un’altra cosa (1969–1970) che per due anni terrà compagnia agli italiani il sabato sera.
Lei sarà la soubrette della trasmissione alternandosi alle colleghe Carmen Villani, Gloria Paul mentre la trasmissione vedeva un cast di grande livello nel quale comparivano Raffaele Pisu, Ric e Gian, Antonella Steni, Elio Pandolfi, Lara Saint Paul.
La bestia uccide a sangue freddo
La tigre profumata alla dinamite
Lavora a ciclo continuo, senza soste.
Come dirà in un’intervista:
“Diciamo che sono molto ambiziosa. Sì, non c’è niente di male ad ammetterlo, secondo me non si tratta di un difetto, ma di una giusta carica che deve esistere in ciascuno di noi. Altrimenti a che cosa serve lavorare, se non si ha una prospettiva di avanzamento, di miglioramento?”
Come del resto ammesso da lei stessa, molti dei film che interpreta sono davvero film poco interessanti; tuttavia non mancano film di pregio recitati sotto la direzione di grandi registi o accanto a grandissimi dello schermo. E’ il caso di Il più grande colpo del secolo (1967) che Margaret gira accanto al grande Gabin, oppure Casanova 70 del grande Monicelli, nel quale Margaret è accanto a Marcello Mastroianni,Virna Lisi,Michèle Mercier,Marisa Mell,Enrico Maria Salerno e il regista Marco Ferreri oppure di Banditi a Milano di Lizzani, accanto a Volontè.
Donne sopra,femmine sotto (The rogue)
Forse è proprio sul finire degli anni 60 e gli inizi degli anni settanta che la Lee interpreta i film migliori, anche se nella sua filmografia mancherà il film fiore all’occhiello, quello per cui sei ricordata per sempre.
Come ammetterà lei stessa, “Ho detto prima che tanti non me li ricordo neppure. Sono settanta, ottanta… o forse addirittura cento. I più cari, comunque, per me sono Il più grande colpo del secolo, nel quale recitavo con Jean Gabin; Banditi a Milano, di Lizzani; Questa volta parliamo di uomini con Nino Manfredi; I bastardi di Tessari e Il dio chiamato Dorian con Helmut Berger, che abbiamo girato a Londra. Poi ci sono gli ultimi, quelli che ho più vividi in mente: ma presto mi sa che li dimenticherò quasi tutti ”
Un’ammissione importante.
L’attrice lavora tantissimo ma a tutto scapito della qualità.
Siamo tutti pomicioni
Sul finire degli anni sessanta cambia anche la sua immagine cinematografica; la ragazza solare e simpatica si trasforma anche in una vamp e mostra il suo splendido corpo in alcuni film.
E’ il caso del nudo scabroso in La bestia uccide a sangue freddo di Fernando Di Leo, in cui interpreta il ruolo di Cheryl Hume,un thriller di discreto livello in cui divide la scena con un’altra bellissima dello schermo, Rosalba Neri.Le due attrici dividono anche due celebri sequenze di nudo in cui i loro corpi conturbanti appaiono in tutto il loro splendore.
Sansone contro i pirati
Recitare nuda non la imbarazza più di tanto, ha un corpo magnifico e lo sa.Eppoi il cinema sta cambiando…
“Le prime volte è stato duro. Vede, non tanto per le migliaia e migliaia di persone che vedranno il film, quanto per la gente che ci sta intorno sul set. Ti devi mettere nuda in mezzo ai tecnici, agli operatori, tutta gente che intanto si industria a sistemare la scena e ti guarda con ironica sufficienza mentre tu sei lì, nuda, che aspetti. Però, con la abitudine si acquista anche la naturalezza. Insomma, ti fai l’abito mentale ed elimini il problema. Io credo di essere diventata ormai assolutamente spontanea sullo schermo, sia quando mi spoglio che quando giro vestita“, racconta non senza un pizzico di malizia.
Tra i film da segnalare di questo periodo ci sono A doppia faccia (1969) di Riccardo Freda, un thriller discontinuo in cui lavora accanto a Klaus Kinski, Paroxismus (Venus in furs) conosciuto anche come Può una morta rivivere per amore? (1969) di Jesus Franco, un thriller giallo in cui è accanto a due bellezze come Maria Rohm e Barbara McNair,nel quale appare nuda di schiena.
Uno dei suoi film più famosi è Il trionfo della casta Susanna (1969),arrivato da noi nel 1970, nel quale interpreta maliziosamente Paolina Bonaparte;in questo film è accanto alla splendida Edwige Fenech e rivaleggia in bellezza con l’attrice di Bona.
Un altro film di buon livello è quello di Liverani Sai cosa faceva Stalin alle donne?,girato accanto a Helmut Berger e Silvia Monti,così come un altro buon film è Il dio chiamato Dorian,ancora accanto a Berger per la regia di Massimo Dallamano.
Questi fantasmi
La bella attrice inglese rallenta notevolmente la sua attività, diventando più selettiva e meno frenetica nel lavoro.
Gira The rogue, uscito in Italia con il titolo di Donne sopra, femmine sotto per la regia del duo Boro Draskovic, Gregory Simpson, una produzione internazionale nel quale ha un ruolo molto scabroso.
Subito dopo aver girato Le belve per la regia di Grimaldi si dedica alla produzione, ma resterà un caso isolato.
“Ho fondato La Roberto Film, dal nome di mio figlio. L’ho fondata insieme a Gino Malerba, il mio ex marito, con il quale sono rimasta in buoni rapporti, visto che è ancora il mio agente. Abbiamo prodotto anche un film, Appuntamento col disonore, del quale sono protagonista. Ma non posso dire di cercare un avvenire da industriale del cinema… è stato un esperimento, un tentativo per investire dei capitali.”
Può una morta rivivere per amore?
Niente rose per OSS 117
Abbandona il cinema per un pò, anche se non completamente e va in Inghilterra per lavorare in tv.
Nel 1974 torna sugli schermi girando il thriller Gli assassini sono nostri ospiti; ha 31 anni ed è nel pieno della maturità artistica.
Eppure, come accaduto a tantissime altre attrici, inizia un lento ma progressivo abbandono dello schermo.
Nel 1975 gira l’anonimo Scusi eminenza posso sposarmi? e l’enigmatico La sensualità è un attimo di vita (Un attimo di vita) di Dante Marraccini; è un film difficilissimo e verboso, nel quale la Lee compare nuda per l’ultima volta nella sua carriera.
Dopo una lunghissima pausa, torna sullo schermo con Sesso e volentieri di Dino Risi, nel 1982, nel quale ritrova l’antico amico Johnny Dorelli.
Nel 1983 troviamo il suo penultimo lavoro,Stangata napoletana diretto dall’attore Vittorio Caprioli e nel 1985 eccola alla sua ultima apparizione, il film per la Tv diretto da Nocita Giorno dopo giorno.
Letti sbagliati
E’ l’ultimo atto di una carriera cinematografica senz’altro lusinghiera e redditizia, nella quale è mancato l’acuto ma che le ha dato ricchezza e fama.
Dal giorno del suo ritiro dal set, di Margaret Lee non si è avuta più alcuna notizia; oggi sembra viva in California, lontana però dalle luci della ribalta.
Di lei c’è un’unica foto recente, che l’attrice ha inviato ad un suo ammiratore; il resoconto dell’avventurosa ricerca di Margaret Lee è disponibile a questo indirizzo http://sermonsrefuter.blogspot.it/2012/07/margaret-lee_04.html.
Dalla foto la Lee appare ancora come una donna affascinante, con quell’antico sorriso che fece innamorare il pubblico italiano e milioni di fans nel mondo.
L’ultima foto pubblica di Margaret Lee
Un mostro e mezzo
Margaret nella parodia televisiva Margaretlik
Racconti a due piazze
Maciste contro i mostri
Le belve
La vedovella
Il più grande colpo del secolo
Il lungo coltello di Londra
Il ladro della Gioconda
Il dio chiamato Dorian
I quattro tassisti
I marziani hanno 12 mani
I due nemici pubblici
I cinque draghi d’oro
Hollenjagd
Franco, Ciccio e le vedove allegre
Due mattacchioni al Moulin Rouge
Colpo maestro al servizio di sua maestà britannica
Circus of fear
Cinque per l’inverno
Casanova 70
Paroxismus
Il trono di fuoco
I due sergenti del generale Custer
Candidato per un assassinio
A doppia faccia
Agente 077 dall’oriente con furore
Arrriva Dorellik
Arriva la bomba
Banditi a Milano
Due fotogrammi da Sai cosa faceva Stalin alle donne
La vera storia di Frank Mannata
La vedovella
Il trionfo della casta Susanna
L’assassino ha le ore contate
Gli imbroglioni
Gli assassini sono nostri ospiti
Banditi a Milano
Se tutte le donne del mondo
Dick Smart 2007
Djurado
I maniaci
Il nostro uomo a Marrakesch
Io uccido tu uccidi
New York chiama Superdrago
Questa volta parliamo di uomini
Tre notti violente
I bastardi
1985 Giorno dopo giorno (TV serie)
1983 Stangata napoletana
1982 Sesso e volentieri
1975 La sensualità è un attimo di vita
1975 Scusi eminenza… posso sposarmi?
1974 Gli assassini sono nostri ospiti
1972 Gli invincibili (TV serie)
1972 The Numbers Game
1971 La bestia uccide a sangue freddo
1971 Le belve
1971 Donne sopra, femmine sotto
1970 Appuntamento col disonore
1970 Il dio chiamato Dorian
1970 Colpo rovente
1970 Il trono di fuoco
1969 Candidato per un assassinio
1969 La vera storia di Frank Mannata
1969 Sai cosa faceva Stalin alle donne?
1969 Può una morta rivivere per amore?
1969 A doppia faccia
1969 Il trionfo della casta Susanna
1969 5 per l’inferno
1968 I bastardi
1968 Niente rose per OSS 117
1968 Horror: l’assassino ha le ore contate
1968 Franco, Ciccio e le vedove allegre
1968 Banditi a Milano
1968 Il cenerentolo (TV movie)
1967 Questi fantasmi
1967 Arrriva Dorellik
1967 I 5 draghi d’oro
1967 Il più grande colpo del secolo
1967 Da Berlino l’apocalisse
1967 Dick Smart 2007
1967 Colpo maestro al servizio di Sua Maestà britannica
1966 Se tutte le donne del mondo
1966 Djurado
1966 Tre notti violente
1966 Spie contro il mondo
1966 Il ladro della Gioconda
1966 Il nostro uomo a Marrakesh
1966 Il lungo coltello di Londra
1966 New York chiama Superdrago
1965 La tigre profumata alla dinamite
1965 Il morbidone
1965 Agente 077 dall’oriente con furore
1965 I due sergenti del generale Custer
1965 Racconti a due piazze
1965 Casanova ’70
1965 Letti sbagliati
1965 Io uccido, tu uccidi
1965 Questa volta parliamo di uomini
1965 Questo pazzo, pazzo mondo della canzone
1965 Lo scippo
1965 La ragazzola
1964 I due pericoli pubblici
1964 In ginocchio da te
1964 Un mostro e mezzo
1964 I marziani hanno 12 mani
1964 Via Veneto
1964 Adolescenti al sole
1964 I maniaci
1964 La vedovella
1964 Due mattacchioni al Moulin Rouge
1963 I quattro tassisti
1963 Gli imbroglioni
1963 Sansone contro i pirati
1963 Cleopatra
1963 Avventura al motel
1963 Siamo tutti pomicioni
1963 Vino whisky e acqua salata
1963 La ballata dei mariti
1962 Due samurai per cento geishe
1962 I tre nemici
1962 Maciste contro i mostri
1962 Totò di notte n. 1

































































































































































































































































































































