La notte brava del soldato Jonathan
Quando nel 1971 usci sugli schermi americani The beguiled (nel circuito cinematografico italiano La notte brava del soldato Jonathan), diretto da Don Siegel l’accoglienza fu fredda, per non dire sprezzante.
Il film del regista di Chicago si rivelò inoltre un fiasco clamoroso ai botteghini,fatta salva una rivalutazione a posteriori quanto meno sospetta.
Colpa principalmente di una parte della critica che smontò il film con commenti durissimi, fra i quali il meno forte era l’accusa, trita e ritrita,di misoginia di Siegel.
Che Siegel fosse un misogino era lapalissiano e mai come in questo film l’accusa sembra essere confermata dall’evidenza; ma l’avversione di Siegel per le donne,unito a quel suo essere politicamente scorretto, avviene in un contesto sociale tutto da analizzare, così come questa sua peculiarità diverrà in qualche modo il marchio di fabbrica dei suoi prodotti.

Un difetto, se vogliamo,che comunque gli costò caro, visto l’ostracismo che buona parte del pubblico femminile decretò verso i suoi film , accusati (con qualche ragione) di essere violentemente maschilisti.
Ma questo non può e non deve essere un atto discriminatorio: il cinema di Siegel è un cinema duro, ipercritico, a tratti violento e altre volte ancora spietato verso la società americana, accusata di volta in volta di essere lassista e permissivista.
Certo, quando in un film si sente dire, come in Charlie Varrick “Non vado a letto con le puttane, io. E se qualche volta mi è successo, me ne sono accorto dopo”, non si può non sobbalzare sulla sedia, ma tutto fa parte del particolare modo che ha Siegel di impostare i suoi film.

Questo La notte brava del soldato Jonathan in fondo è davvero un film violentemente misogino; la storia del soldato che spezza l’equilibrio ipocrita e perbenista di un collegio femminile, alterando le vite sfrontatamente borghesi e puritane (solo all’apparenza) del gineceo che ci vive, appare come un ceffone in pieno viso rivolto allo spettatore medio americano, quasi una metafora dei vizi privati degli stessi.
Un perbenismo di facciata di un mondo femminile che il regista giudica ipocrita,a tal punto da diventare inviso anche a buona parte del pubblico maschile.
Ma le personali convinzioni di Siegel, giuste o sbagliate che siano vanno viste sul campo; e il film in questione, pur con il limite descritto dell’eccessivo anti femminismo del regista stesso appare come opera omogenea e vigorosa, cattiva al punto giusto e costellata di colpi di genio registici, con carrellate, zoomate,flash back che di certo sono strumenti ben usati e a tratti affascinanti in modo estremo.

Siegel riduce per lo schermo un romanzo di Thomas Cullinan, The Beguiled uscito nel 1966 ed intitolato in origine A Painted Devil e ne fa una versione cinematografica di grandissimo impatto visivo.
La storia,ambientata durante la guerra civile americana, parte con il ritrovamento del caporale nordista Jonathan McBarney ferito gravemente durante una battaglia, da parte di una ragazzina che vive in un vicino collegio femminile.
Amy, questo il nome della piccola, sta raccogliendo funghi nel bosco quando si imbatte in Jonathan; riesce a trascinarlo fino al cancello d’ingresso del collegio, dove l’uomo viene raccolto e soccorso.
La rettrice Martha decide di far restare l’uomo, nonostante nel collegio vivano esclusivamente donne;la motivazione ufficiale è quella dell’obbligo del soccorso verso i feriti, esempio di carità cristiana per le ragazza del collegio.
In realtà Martha, come del resto la sua socia Edwina, è attratta più dalla sensualità, dal fascino maschile che Jonathan emana piuttosto che ispirata da nobili intenti.

Jonathan, con molta furbizia, si rende immediatamente disponibile e grazie alla sua simpatia ben presto entra nelle grazie di buona parte delle ragazze del collegio.
Gallo nel pollaio, Jonathan dispensa a piene mani quello che le represse donne del collegio in fondo cercano;intreccia una relazione con Martha e con Edwina e infine con Carol, una splendida ragazza del collegio.
Ormai Jonathan è diventato un punto fermo del posto.
Ma l’essere l’unico uomo in un gineceo ha il suo prezzo.
Jonathan, che con poco giudizio alterna e dispensa amore a mezzo istituto, veine sorpreso durante un convegno d’amore proprio con Carol da Martha ed Edwina.
A questo punto è la gelosia a prendere il posto, soppiantando tutti i sentimenti; Edwina lo fa cadere per le scale, rompendogli una gamba e Martha….
Il finale è da brivido e in qualche modo riflette non solo l’ambientazione del romanzo ma anche la personale visione del regista.

La notte brava del soldato Jonathan è in effetti una perfetta contrapposizione di mondi e mentalità:il mondo femminile in qualche modo ipocrita e perbenista del collegio, pieno di verità non espresse, violentemente represso nella sensualità e quello scopertamente maschilista di Jonathan, personaggio al limite del banditesco.
Jonathan è un bugiardo, un approfittatore ma è anche il paradigma di una società in guerra, allo sbando.
Lo sfondo della guerra civile è importante, perchè Jonathan combatte dal lato “giusto” ( è un nordista) ma è anche lo specchio dell’uomo americano dell’epoca.
In una società fortemente maschilista, la donna ha un ruolo ovviamente subalterno e lui si ritrova a gestire un’impresa assolutamente impossibile.
Vivere cioè in simbiosi in un mondo totalmente femminile, diviso però da feroci rivalità e gelosie, che fino all’arrivo di Jonathan sono in equilibrio instabile ma comunque là, ferme.

L’esplosione ci sarà proprio quando Jonathan, con molta incoscienza, assumerà il controllo dell’harem come un sultano.
Qui però a comandare sono le donne: le varie Martha, Edwina, Carol e persino la bella governante di colore rivendicano il loro ruolo di api regine e Jonathan farà le spese di questa atmosfera da arnia.
Lui è solo uno strumento di piacere e pertanto deve accettare questo ruolo, senza mediazioni.
Nel momento in cui l’ex caporale si renderà conto della situazione in cui si è ficcato, non potrà più tornare in dietro.
E il cerchio si chiude con il drammatico finale, che riporta tutto a prima dell’arrivo di Jonathan.
Un film con diverse chiavi di lettura quindi, impreziosito da un’atmosfera di tensione latente, che esploderà nel convulso finale; nel frattempo Siegel ha dato dimostrazione di abilità e virtuosismi impressionanti con la macchina da presa.
Il regista sceglie Clint Eastwood come protagonista assoluto del film;è la terza delle cinque collaborazioni totali fra Siegel e Eastwood, quella che mostra definitivamente al pubblico americano che Clint è attore di razza, nonostante l’ironica dichiarazione di Leone, che lo aveva definito “attore con due sole espressioni”

Eastwood è furfante quanto basta, è macho ed ha sensualità da vendere e quindi è perfetto per il ruolo scelto; da questo film in poi saranno in molti coloro che vedranno enormi potenzialità nell’attore californiano.La sua caratterizzazione rende il personaggio di Jonathan a tratti quasi lontano dal modello che Siegel cerca di imporre.E’ un furfante, è vero, mente ed è in qualche modo ossessionato dal sesso. Ma è l’ambiente in cui si trova catapultato a tirarne fuori il peggio.Capisce di essere stato scelto e si adegua furbescamente.Ma nel finale, quando cercherà di prendere le redini, proprio nel momento in cui non è più un uomo integro, ma deve riprendere a farsi guidare dalle donne del collegio, ecco che la sua reazione violenta lo porta verso un destino crudele, che lo punirà ben oltre i suoi demeriti.
Ottimo tutto il cast femminile, che asseconda il regista e Eastwood; semplicemente strepitosa la fotografia di Bruce Surtees, che verrà utilizzato da Siegel in altri film.
Un film da riscoprire,senza dubbio.
Per quanto riguarda i passaggi televisivi, è abbastanza raro imbattersi in uno di essi;in rete il film c’è ma è nella versione originale.

La notte brava del soldato Jonathan
Un film di Don Siegel. Con Clint Eastwood, Elizabeth Hartman, Geraldine Page, Jo Ann Harris, Darleen Carr, Mae Mercer Titolo originale The Beguiled. Drammatico, durata 109′ min. – USA 1971.
Clint Eastwood: John McBurney
Geraldine Page: Martha
Elizabeth Hartman: Edwina
Jo Ann Harris: Carol
Darleen Carr: Doris
Mae Mercer: Hallie
Pamelyn Ferdin: Amy
Melody Thomas: Abigail
Peggy Drier: Lizzie
Patricia Mattick: Janie (con il nome Pattye Mattick)
George Dunn: Sam Jefferson
Regia Don Siegel
Soggetto Thomas Cullinan
Sceneggiatura John B. Sherry, Grimes Grice
Produttore Donald Siegel
Produttore esecutivo Jennings Lang
Casa di produzione The Malpaso Company
Fotografia Bruce Surtees
Montaggio Carl Pingitore
Musiche Lalo Schifrin
Scenografia Ted Haworth
Costumi Helen Colvig
Trucco Bud Westmore
Pino Locchi: Clint Eastwood
Lydia Simoneschi: Geraldine Page
Fiorella Betti: Elizabeth Hartman
Micaela Esdra: Jo Ann Harris
Serena Verdirosi: Darleen Carr
Rita Savagnone: Mae Mercer
Liliana Sorrentino: Pamelyn Ferdin
Emanuela Rossi: Patricia Mattick
Alessandro Sperlì: George Dunn
La sposa in nero
In una stanza anonima una donna è seduta su un divano; sfoglia con nervosismo un album di vecchie foto, mentre accanto a se ha una valigia aperta e piena di indumenti.Ad un tratto la donna si alza di scatto e apre la finestra; sembra intenzionata a lanciarsi nel vuoto ma una signora anziana la trattiene.
La chiama Julie,teneramente.
Julie completa la sua valigia e prende con se molte banconote.
La ritroviamo all’uscita di una stazione, diretta verso un condominio lussuoso.
Qui chiede informazioni su Bliss, un disinvolto don Giovanni che però al momento è assente.
Nel pomeriggio Bliss annuncia,durante un party nel suo appartamento, le prossime nozze con una donna ricchissima; è avvicinato da Julie, che è riuscita ad entrare perchè è talmente elegante, affascinante e misteriosa da non suscitare alcuna remora da parte del padrone di casa.
Claude Rich (Bliss) e Jeanne Moreau (Julie)
Una meravigliosa Jeanne Moreau interpreta Julie
Che ovviamente non perde tempo nel tentare di agganciare quella misteriosa donna.
Mentre sono sul balcone dell’appartamento, Julie fa cadere volontariamente la sua sciarpetta oltre il balcone; Bliss cavallerescamente si offre per andare a riprenderla ma appena scavalca il parapetto viene spinto giù dalla donna, che contemporaneamente gli dice ” ‘Sono Julie Kolher‘ “.
Julie, approfittando della confusione, si eclissa e va all’aeroporto, dove prende un aereo, con destinazione la casa di Coral.
Julie lascia a casa dell’uomo un biglietto invito per l’opera, dove la sera si incontreranno. Stregato dalla bellezza e dalla sensualità magnetica della donna, Coral accetta di invitarla a casa sua il giorno dopo.Qui Julie arriva l’indomani con un disco e una bottiglia di liquore; Coral inizia a parlarle del suo passato mentre Julie ascolta impassibile.La donna ha avvelenato il liquore che Coral ha bevuto così quando l’uomo inizia a mostrare i primi sintomi dell’avvelenamento, Julie racconta di essere vedova dal giorno delle sue nozze, quando un colpo di fucile uccise suo marito sul sagrato della chiesa. Julie assiste impassibile alle disperate richieste di aiuto di Coral,ormai morente; subito dopo gli ultimi spasmi dell’uomo raccoglie le sue cose, pulisce le tracce della sua presenza e si allontana.
La morte di David, marito di Julie
Raggiunta una stazione, Julie raggiunge un’altra località; qui, con un espediente, si sostituisce alla tata del figlio di Clement Moran, un politico di una certa rilevanza.
Dopo una serie di avvenimenti, Julie riesce a rinchiudere Clement Moran in un ripostiglio ed è in questa occasione che apprendiamo nuovi particolari sulla vita di Julie e sul ruolo che hanno avuto le due vittime precedenti ( e di conseguenza su quello di Moran) nella morte del marito della donna.
L’uomo, con un gruppo di amici, si era ritrovato sbronzo come loro dopo una giornata di bevute e di gioco a carte in un appartamento; qui avevano fatto un gioco stupido e pericoloso, avevano cioè puntato la folla nelle strade con un fucile fino a quando, tragicamente, era partito il colpo fatale che aveva ucciso il marito di Julie.
La donna,freddamente, racconta all’uomo del suo amore per il marito, che aveva sognato di sposare fin da bambina,Dopo di che, sigilla il ripostiglio con del nastro adesivo e lascia soffocare l’uomo, che verrà rinvenuto cadavere il giorno dopo.
Ritroviamo Julie in una chiesa.
Ad un sacerdote racconta quello che ha commesso, certa dell’obbligo al silenzio del prelato; subito dopo si mette sulle tracce di Delvaux, l’uomo che, secondo il racconto di Moran, ha materialmente sparato al marito.
Ma sulle tracce di Delvaux, uomo rozzo e incolto, molto differente dalle vittime precedenti, c’è anche la polizia, che lo arresta per aver venduto un auto di provenienza dubbia.
Julie è così costretta a modificare i suoi piani e decide di mettersi sulle tracce di Fergous,un pittore che era presente nella famigerata stanza nel giorno tragico della morte di suo marito; presentatasi come modella, Julie riesce a far perdere la testa al pittore, che l’ha immortalata nella posa di Diana cacciatrice e che le ha fatto un superbo nudo. Un amico di Fergous crede di riconoscere Julie, ma è troppo tardi: la donna uccide con una freccia il pittore e si dilegua, sempre dopo aver fatto sparire le sue tracce.Ma questa volta sembra commettere un errore madornale. Lascia il quadro che la ritrae nuda e si reca ai funerali di Fergous, dove viene riconosciuta. Arrestata, confessa senza remore i suoi quattro omicidi.
Julie nei panni di Diana…
Julie in realtà non ha commesso un errore fatale. Infatti…
Una trama complessa, da noir puro per un film straordinario, degno della migliore trazione francese di questo particolare genere.Un film da vedere assolutamente, questo di Francois Truffaut; il grande regista parigino, morto prematuramente a 52 anni, nel pieno della sua maturità artistica e culturale, disegna un personaggio quello di Julie, destinato a restare impresso indelebilmente nella memoria dello spettatore.
Julie è una donna fondamentalmente fedele al suo sogno di ragazza, quello del principe azzurro e dell’amore “per tutta la vita”; quando il suo sogno si spezza, per una tragica fatalità, si trasforma in una macchina da guerra letale, una macchina che persegue senza remore ed esitazioni l’oscura volontà di una vendetta senza mediazioni.
Non c’è nulla che possa fermare la donna che cammina sui sentieri bui di una vendetta che non fa distinzioni fra il reale assassino di suo marito e gli involontari complici.Per lei l’essere stati presenti nella stanza fatale è già una condanna a morte, diretta e senza appello.
Il secondo omicidio…
Una donna con un’ossessione fatale, cinque uomini della classe medio borghese e una vendetta terribile e puntuale; Truffaut si muove tra queste due situazioni mostrando il gelido piano messo in atto dalla donna (con tanto di sorpresa finale) e le figure tutto sommato meschine degli uomini che lei giustizia, ognuno affetto da un principio di megalomania.Il playboy,l’uomo che non riesce a conquistare le donne, il politico, il pittore che ama le donne e per contraltare il brutale e rozzo sfascia carrozze non ispirano alcuna simpatia.
E’ proprio Julie il personaggio per cui si parteggia, una donna che ha perso lo scopo della sua vita, come lei stessa confessa al politico Moran; possiamo non capire la sua sete ossessiva di vendetta, ma parteggiamo ugualmente per lei.
Truffaut, seguendo con abilità il tema dell’omonimo romanzo giallo di Cornell Woolrich che nel libro si firmò William Irish, disegna un film tecnicamente perfetto, mostrando più di un tributo ad Alfred Hitchcock, vero maestro del noir.
L’opera è praticamente esente da pecche e sopratutto ancor oggi appare fresca e affascinante; se può sembrare assurdo il comportamento di una semplice donna di provincia che si trasforma in un’implacabile serial killer, occorre pensare ai giorni nostri, a tutti quei delitti misteriosi che spessissimo altro non sono che il frutto delle gesta di gente semplice che all’occorrenza trova dentro di se motivazioni per compiere gesta tragiche.
Charles Denner e Jeanne Moreau in una foto di scena
E che spesso riesce a farla franca, pur non avendo esperienza nel campo.
Il film dicevo non ha praticamente pecche; su tutto va ricordato il ruolo fondamentale della stupenda, affascinante Jeanne Moreau, la Julie del film, che presta la sua glaciale e impenetrabile bellezza ad un personaggio memorabilmente interpretato.
L’attrice parigina, oggi ottantacinquenne, quando interpreta il film ha quarant’anni esatti; è una donna dalla bellezza statuaria, concentrata sopratutto su un volto misterioso e dai tratti finissimi.Un’autentica bellezza, che qui viene esaltata ancor più da un personaggio enigmatico, quella Julie che per certi versi finisce per diventare tutt’uno con lei.
Il resto del cast fa egregiamente il suo lavoro, al servizio della vera star del film stesso, la stupenda Moreau.
La sposa in nero (La mariée était en noir) è quindi un film da non perdere assolutamente, un film intrigante e affascinante, un noir che avvince e che tiene con il fiato sospeso.
Un film che non ha avuto molti passaggi televisivi ma che è facilmente reperibile in rete.

La sposa in nero
Un film di François Truffaut. Con Michael Lonsdale, Jean-Claude Brialy, Michel Bouquet, Jeanne Moreau, Alexandra Stewart Titolo originale La mariée était en noir. Drammatico, durata 107′ min. – Francia 1968.
Jeanne Moreau: Julie Kohler
Claude Rich: Bliss
Jean-Claude Brialy: Corey
Michel Bouquet: Coral
Michael Lonsdale: Morane
Charles Denner: Fergus
Daniel Boulanger: Delvaux
Serge Rousseau: David
Christophe Bruno: Cookie
Alexandra Stewart: Melle Becker
Jacques Robiolles: Charlie
Luce Fabiole: la madre di Julie
Sylvie Delannoy: signora Morane
Regia François Truffaut
Soggetto dal romanzo La sposa era in nero (The Bride Wore Black) di William Irish
Sceneggiatura François Truffaut e Jean-Louis Richard
Casa di produzione Les Films du Carrosse, Les Productions Artistes Associés, Dino De Laurentiis Cinematografica
Fotografia Raoul Coutard
Montaggio Claudine Bouché con l’assistenza di Yann Dedet
Musiche Bernard Herrmann
Scenografia Pierre Guffroy
Nella vita bisogna sempre pretendere quel che c’è di meglio, non bisogna mai arrendersi.(Jule)
La giustizia degli uomini è impotente a punirmi: io sono già morta. Sono morta lo stesso giorno in cui è morto David. Lo raggiungerò quando l’avrò vendicato.(Julie)
Lei crede di vendicarsi, ma sbaglia: non ci si può vendicare . degli uomini, non si finirebbe mai. Bisognerebbe vendicarsi non solo dei loro delitti, ma anche della loro ignoranza, di quasi tutti i loro pensieri.(Il sacerdote, rivolto a Julie)
Qualcuno ha detto: non esistono ottimisti né pessimisti, soltanto imbecilli allegri e imbecilli tristi.(Julie)
In fatto di solitudine sono un esperto. (Coral)
Mi piace molto la volgarità, nelle donne, perché le rende vive. (Fergus)
Sa come si dice? Quando il bicchiere è pieno lo vuoto, quando invece è vuoto lo compiango.(Coral)
“Lei è bella, troppo bella.” -Perché troppo?- “Troppo bella per me.” (Coral rivolto a Julie)
Il romanzo di Woolrich da cui è tratto il film
Una delle splendide locandine del film
Francois Truffaut
Il regista,Francois Truffaut
Il mostro
Valerio Barigozzi è un giornalista che è relegato ai margini della sua professione.
Per arrotondare il suo stipendio è costretto a rispondere ad una posta del cuore di un settimanale e a scrivere romanzi gialli da “nero”,ovvero per conto di altri.
La sua situazione privata non è certo migliore; separato dalla moglie, vive un rapporto difficile con suo figlio Luca, che vorrebbe venire a vivere con lui ma che Valerio non può permettersi di mantenere.
La sua triste e stanca routine viene interrotta un giorno da una missiva anonima, nella quale viene annunciato l’omicidio di Nonno Gustavo, un famoso conduttore televisivo di una trasmissione per ragazzi.

Anche se poco convinto, Valerio si reca a casa di “Nonno Gustavo” giusto in tempo per scoprire che il misterioso informatore ha agito davvero; il presentatore televisivo è infatti morto.
Nello stesso modo Valerio viene informato in anticipo dei futuri “colpi” della mano omicida; a cadere in successione sono il portiere di una squadra di calcio e in seguito il proprietario del giornale per il quale Valerio lavora.
La concomitanza delle sue presenze immediate sui posti degli omicidi, l’intuizione che il misterioso assassino sta scrivendo la parola “vendetta”,i posti in cui avvengono gli omicidi che collegati sembrano formare la v della stessa parola, vendetta, portano Valerio a diventare famoso, tanto da salire immediatamente nelle grazie del nuovo direttore Giorgio, che ha sostituito suo padre ucciso da quello che ormai viene chiamato il mostro.

Se all’inizio Valerio non sembra porsi il problema del perchè il misterioso killer si adoperi per informarlo in anticipo delle sue mosse, dovrà ben presto fare i conti con la spietata logica-illogica dell’assassino, che uccide anche Dina, una cantante con la quale Valerio ha intrecciato un’appassionata relazione.
Poichè Dina viene uccisa proprio mentre e a letto con Valerio, l’uomo viene arrestato dalla polizia;durante la detenzione Valerio pensa e ripensa agli avvenimenti, rendendosi conto che il killer lo conosce molto, troppo bene. La scoperta che le lettere informative sono state scritte con una macchina per scrivere con un difetto particolare in un carattere che lui ha usato per molto tempo e che ora ha riposto in un armadio lo porta sulla strada giusta.
Valerio è convinto che l’omicida altri non sia che sua moglie; convince così il commissario che lo ha in custodia ad andare a casa dell’ex moglie, proprio mentre questa sta cercando di fare del male a suo figlio.
La polizia la uccide e così la storia sembra finita.Ma è davvero così?

Cupo e cinico, amaro e drammaticamente profetico Il mostro è un film girato da Luigi Zampa, ottimo sceneggiatore e regista qui alla sua penultima regia cinematografica prima di Letti selvaggi, l’ultima sua fatica datata 1979, quando ormai il regista romano aveva 74 anni.
Cupo e cinico, dicevo.
Si, perchè il Il mostro è un film in cui non c’è un personaggio positivo e in cui viene anticipato, con tantissimo anticipo, l’epoca torbida dei reality e l’epoca disgraziata attuale, con la cronaca nera diventata oggetto di un’attenzione morbosa senza precedenti, sbandierata e utilizzata in tutte le ore da sua maestà la tv.
La vicenda umana di Valerio, che da cronista fallito diventa all’improvviso una star della carta stampata, trasformandosi da uomo mediocre a vincente spietato e senza scrupoli, esaltato com’è dal successo professionale venuto però a scapito e sulla pelle di povere e innocenti vittime si trasforma in un atto d’accusa verso un mondo cinico e rivoltante, quello della carta stampata.

Sbatti il mostro in prima pagina, a qualsiasi costo e senza nessuno scrupolo morale per le conseguenze.
Il film è costruito su una sceneggiatura accettabile anche se con qualche pecca che però non influenza il giudizio finale, largamente positivo; merito del complesso del film, che è armonicamente costruito attorno ad una trama classica da giallo anche se, alla fine, è difficile catalogare Il mostro in una categoria ben definita.
Il ruolo principale, quello di Valerio, è affidato a Johnny Dorelli, qui ottimo in un ruolo drammatico che replica quello dell’anno precedente ricoperto nel film di Festa Campanile Cara Sposa. Dorelli mostra di possedere talento, aldilà dei ruoli leggeri tradizionalmente interpretati. Brava anche Sydne Rome, che interpreta la sfortunata Dina.
Il cast è completato da attori di primo piano come il compianto Renzo Palmer e Orazio Orlando ;bravo Santaniello nel ruolo del giovane Luca.

Il mostro di Zampa è un film sicuramente da recuperare; mentre moltissimi film del periodo pre ottanta sono ormai datati, questo film ha ancora molte frecce al suo arco, inclusa la descrizione di un mondo che forse all’epoca appariva un tantino fantascientifico e che invece, nel corso dei decenni, si è trasformato in triste realtà.
Il film è passato qualche volta in tv, ma non è facilmente reperibile in rete.
Il mostro
Un film di Luigi Zampa. Con Johnny Dorelli, Sydne Rome, Renzo Palmer, Renato Scarpa,Yves Beneyton, Enzo Santaniello, Gianrico Tedeschi, Orazio Orlando, Clara Colosimo, Angelica Ippolito, Mauro Vestri, Renzo Rinaldi, Salvatore Baccaro, Guerrino Crivello Drammatico, durata 105′ min. – Italia 1977
Johnny Dorelli: Valerio Barigozzi
Sidney Rome: Dina, la cantante
Orazio Orlando: il commissario Pisani
Renzo Palmer: Baruffi
Enzo Santaniello: Luca Barigozzi
Renato Scarpa: Livraghi
Yves Beneyton: Giorgio Mesca
Gianrico Tedeschi: Vittorio Santi, “nonno Gustavo”
Clara Colosimo: Donatella Domenica Donati
Angelica Ippolito: Anna, ex moglie di Barigozzi
Regia Luigi Zampa
Soggetto Sergio Donati
Sceneggiatura Sergio Donati
Fotografia Mario Vulpiani
Montaggio Franco Fraticelli
Musiche Ennio Morricone e Rita Monico
Monster – Esseri ignoti dai profondi abissi
In un villaggio della California un gruppo di pescatori cattura nelle loro reti da pesca uno strano essere dall’aspetto mostruoso; ma mentre sono occupati a trascinarlo a bordo, uno di loro, un ragazzo, cade in acqua e viene afferrato da una creatura spaventosa.Un altro pescatore, scosso dagli avvenimenti, spara un colpo con la lanciarazzi causando l’esplosione della barca.
A riva la coppia Jim e Carol assiste alla tragedia, senza riuscire a capire l’accaduto; nella notte il cane di Carol scompare e la coppia lo rinverrà straziato l’indomani mattina.
La notte successiva accade un altro evento terrificante; due ragazzi,Jerry e Peggy, si recano in riva al mare per un bagno notturno. Ma il misterioso essere trascina sul fondo Jerry e subito dopo insegue Peggy, la raggiunge sulla riva e alla fine la stupra.

Stessa sorte accade ad un altro ragazzo,Billy e alla sua ragazza,Linda. Billy viene ucciso dal mostro, una creatura umanoide e Linda inseguita da un altro essere mostruoso. Raggiunta, anch’essa viene stuprata.
Gli attacchi si susseguono e in uno di quelli successivi a morire è il fratello di Jim, l’uomo che aveva assistito all’esplosione della barca.
Jim si convince che la responsabilità dell’accaduto sia da ascrivere alla Canco, un’industria che aveva iniziato la costruzione di una fabbrica di conserve alimentari di pescato proprio nel villaggio di Noyo, teatro dei fatti inesplicabili.
Con l’aiuto della dottoressa Susan Drake, Jim scopre che la Canco è direttamente responsabile della mutazione genetica degli umanoidi, che altro non sono che salmoni a cui è stato somministrato un ormone umano, quella della crescita.

La fuga di un salmone in acque aperte ha di fatto originato la mutazione, perchè il salmone è stato mangiato da pesci più grandi; nel frattempo in paese è festa, perchè sta per svolgersi la tradizionale e annuale festa del salmone.
Proprio durante la festa, un gruppo di umanoidi attacca il paese, spargendo morte e distruzione.
Ma Jim ha un asso nella manica…
Monster-Esseri ignoti dall’abisso (Humanoids from the deep) è un film diretto dalla regista Barbara Peeters su un soggetto scritto da Frank Arnold e Martin B. Cohen sceneggiato da Frederick James, ripreso e modificato da Roger Corman (produttore del film).

Un prodotto derivato quasi direttamente da classici come Il mostro della laguna nera o sceneggiato sulla scia dell’Isola degli uomini pesce;un prodotto con una confezione sommaria, ma che ha delle frecce al suo arco.
Un classico B movie carico di sano splatter, un tantino demenziale ma anche ricolmo di scene di violenza, culminate nella lunga sequenza finale durante la quale i mostri assaltano i tranquilli frequentatori della festa del salmone seminando il panico tra omicidi e stupri a go-go.
Barbara Peeters (narrano le cronache), aveva previsto una riduzione diversa; sembra che sia stato proprio Corman ad insistere per aggiungere le scene di nudo nel film, incluse quelle che vedono lo stupro di Peggy sulla spiaggia;la regista americana, qui alla sua ultima fatica cinematografica prima di iniziare una feconda carriera televisiva, accettò i suggerimenti (forse con poca convinzione) inserendo le scene richieste da Corman.

Il film alla fine pur non essendo di certo un granchè è godibile nei limiti ristretti del fantasy/horror.
La recitazione francamente non è di certo un punto di forza del film, così come gli effetti speciali a tratti sono davvero rozzi; ma per una pellicola low budget questi sono stati sempre problemi all’ordine del giorno, per cui è inutile andare a cercare il pelo nell’uovo.
Momenti forti del film sono le due scene acquatiche iniziali, la lunga sequenza dell’attacco dei mostri e sopratutto il parto di Peggy, non la nascita del mostro che lei ha concepito con l’umanoide.
Monster-Esseri ignoti dagli abissi è un film che è passato rarissimamente in tv; è disponibile in versione digitale ed è disponibile su You tube all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=TytspCG0Tmk
Monster – Esseri ignoti dai profondi abissi
Un film di Barbara Peeters. Con Vic Morrow, Ann Turkel, Doug McClure, Anthony Penya Titolo originale Humanoids from the Deep. Horror, durata 80 min. – USA 1980.
Doug McClure: Jim Hill
Ann Turkel: dottoressa Susan Drake
Vic Morrow: Hank Slattery
Cindy Weintraub: Carol Hill
Anthony Pena: Johnny Eagle
Denise Galik: Linda Beale
Lynn Schiller: Peggy Larson
Meegan King: Jack Potter
Breck Costin: Tommy Hill
Hoke Howell: Deke Jensen
Don Maxwell: Dickie Moore
David Strassman: Billy
Greg Travis: Mike Michaels, speaker radio
Linda Shayne: Sally, Miss Salmone
Lisa Glaser: Becky
Bruce Monette: Jake Potter
Shawn Erler: Shawn Hill
Regia Barbara Peeters
Soggetto Frank Arnold, Martin B. Cohen
Sceneggiatura Frederick James
Produttore esecutivo Roger Corman (non accreditato)
Fotografia Daniel Lacambre
Montaggio Mark Goldblatt
Musiche James Horner
Luciano Melani: Jim Hill
Ada Maria Serra Zanetti: dottoressa Susan Drake
Gianni Bonagura: Hank Slattery
Livia Giampalmo: Carol Hill
Dario Penne: Johnny Eagle
Rossella Izzo: Peggy Larson
Claudio Capone: Tommy Hill
Alla 39a eclisse
Matthew Corbeck, archeologo egizio e sua moglie Anne sono in Egitto sulle tracce di una regina di nome Kara, completamente dimenticata dalla storia.
Con l’aiuto dell’assistente Jane, Matthew segue le indicazioni riportate su una roccia che indica la posizione della tomba della regina, mentre Anne è costretta a rimanere al campo in quanto è incinta ed è alle ultime settimane.
Mathhew e Jane aprono la tomba,proprio mentre Anne è presa dalle doglie.Tornati al campo, i due portano la donna con urgenza al Cairo perchè sembra preda di un attacco di catatonismo.
Lasciata la moglie in ospedale, l’archeologo torna alla tomba di Kara; nel momento del loro ingresso nella tomba stessa, Anne da alla luce una bimba, che nasce morta.
Ma ecco che nel momento in cui i due archeologi aprono il sarcofago che avviene un evento miracoloso; la bimba prende a respirare.

Tornato in ospedale Matthew scopre che la moglie non ha preso affatto bene la sua lontananza al momento del parto; l’archeologo tuttavia non da peso alla cosa e torna alla tomba per curare il trasporto degli oggetti contenuti al suo interno. Al museo del Cairo verrà trattato da eroe e gli verrà regalato uno specchio a forma di Ank (la croce egizia), ma quando andrà a trovare la moglie scoprirà che Anne è andata via portandosi dietro la bimba, che ha battezzato Margaret.
Diciotto anni dopo ritroviamo Matthew sposato con Jane; ha divorziato da sua moglie e sta preparando il compleanno di sua figlia, alla quale intende regalare l’Ank ricevuto tanti anni prima.
A guastare il clima rilassato dei preparativi ci pensa Paul Whittier, assistente del professore che gli comunica che al museo del Cairo hanno gravi problemi con la mummia di Kara, che si sta deteriorando in maniera preoccupante.

Rientrato al Cairo, dopo una furibonda lite con il direttore del museo, che si oppone con tutte le forze al trasporto della mummia a Londra, Matthew assiste alla terribile morte del direttore stesso, investito da un camion; ormai libero di muoversi, Matthew trasporta la mummia a Londra.Qui incontra finalmente sua figlia Margaret alla quale racconta quel poco che conosce della storia di Kara, la sua grande scoperta di tanti anni prima.
Kara era stata sepolta con poche informazioni scritte sulle pareti della tomba; era una regina crudele e dissoluta, che aveva ucciso sua madre, sedotto suo padre e che infine lo aveva ucciso.
Matthew decide di portare Margaret in Egitto per farle visitare la tomba di Kara; da questo momento gli eventi prendono una strada assolutamente imprevista.
Margaret, nella tomba, assume atteggiamenti al limite dell’incestuoso e Mathhew scopre come sua figlia assomigli in maniera impressionante alla defunta regina.

Casualmente, i due scoprono con l’aiuto di una guida, che pagherà con la vita un busto di Kara recante al collo uno splendido gioiello e i 4 vasi canopi conteneti le viscere, il cuore e il cervello della regina.
I due decidono di non raccontare del ritrovamento e ritornano in Inghilterra.
Qui Margaret mostra segni preoccupanti di cambiamento.
I suoi atteggiamenti incestuosi verso il padfre aumentano, proprio mentre Mathhew scopre che la costellazione di Orione è nella stessa posizione del periodo in cui visse Kara.
Nel frattempo Anne muore, subito dopo una terribile visione.

Cosa lega Margaret alla dissoluta regina Kara? Era scritto che suo padre le dovesse regalare l’Ank? Cosa sta accadendo?
Alla trentanovesima eclisse è un film scritto da Chris Bryant, Clive Exton e Allan Scott su un soggetto di Bram Stoker, ed è il primo film diretto da Mike Newell, futuro regista di opere come Quattro matrimoni e un funerale,Monna Lisa smile,Donnie Brasco e Harry Potter e il calice di fuoco.
E’ un film di ottima fattura, con una sceneggiatura pregevole e un andamento sicuro; per gli amanti della storia dell’antico Egitto è uno spettacolo per gli occhi, visto che è stato girato proprio nella terra dei faraoni.
Pu non essendo un horror tradizionale, mescola con eleganza e abilità gli elementi tipici dell’horror al fantastico, con risultati finali sicuramente apprezzabili sia nell’economia totale del film sia nelle varie componenti, come la fotografia e le location.

Un film che si avvale della grande professionalità di Charlton Heston, ancora una volta alle prese con un ruolo a metà strada tra “l’avventuroso” ,lo storico e il fantastico.
Molto brava è anche Stephanie Zimbalist che interpreta Margaret Corbeck, il personaggio più ambiguo della vicenda, la bambina nata morta e poi misteriosamente tornata in vita, colei che sembra reincarnare lo spirito e il corpo della dissoluta regina Kara, della quale è destinata a seguire tragicamente le orme.
Come avrete letto ho volutamente saltato tutta la parte finale del film; anche se dal ritrovamento dei Corbeck dei vasi canopi la storia sembra diventare facilmente prevedibile (e in realtà lo è davvero) vale la pena seguire le vicende dei personaggi senza spoiler del film, che rovinerebbe un finale ben congegnato e poco politicamente corretto.
E’ proprio il finale la parte meglio realizzata del film, con l’incontro finale tra padre e figlia in una Londra in notturno tetra e silenziosa.
Un gradevole film, quindi, nel cui cast spiccano attori di ottima levatura come Susanna York (Jane, la seconda moglie di Mathhew) e Jill Townsend (Anne).
Per quanto riguarda la sua reperibilità, in rete c’è una pregevole riduzione dal digitale mentre su You tube c’è la versione completa in inglese.
Il film non ha avuto passaggi televisivi frequenti per cui occorre armarsi di pazienza se si spera in una sua proiezione domestica.

Alla trentanovesima eclisse
Un film di Mike Newell. Con Susannah York, Charlton Heston, Jill Towsend,Stephanie Zimbalist Titolo originale The Awakening. Horror, durata 102′ min. – Gran Bretagna 1980.
Charlton Heston: Matthew Corbeck
Susannah York: Jane Turner
Jill Townsend: Anne Corbeck
Stephanie Zimbalist: Margaret Corbeck
Patrick Drury: Paul Whittier
Bruce Myers: Khalid
Nadim Sawalha: El Sadek
Ian McDiarmid: Richter
Ahmed Osman: Yussef
Miriam Margolyes: Kadira
Michael Mellinger: Hamid
Leonard Maguire: John Matthews
Regia Mike Newell
Soggetto Bram Stoker
Sceneggiatura Chris Bryant, Clive Exton, Allan Scott
Fotografia Jack Cardiff
Montaggio Terry Rawlings
Musiche Claude Bolling
Scenografia Michael Stringer, Lionel Couch, Salah Marei
Soundtrack del film
Il libro di Stoker da cui è tratto il film
4 mosche di velluto grigio
Quattro mosche di velluto grigio esce nel 1971 ad un anno di distanza dal travolgente successo di L’uccello dalle piume di cristallo e poco dopo l’uscita di Il gatto a nove code; Dario Argento chiude così la cosi detta trilogia “animalesca” con un film che se non ha lo stesso impatto dei primi due mostra tuttavia alcuni segnali che indicano come il regista romano stia evolvendo verso una fase nuova della carriera, che culminerà nel suo capolavoro, Profondo rosso.
Quattro mosche di velluto grigio è un film con tanti pregi ma anche con difetti rilevanti; per la prima volta Argento usa l’elemento comico nel film, usa sapientemente il flash back e sopratutto usa un finale davvero indimenticabile ma utilizza una sceneggiatura con più di una lacuna e sbaglia la scelta dell’interprete principale, quel Michael Brandon che si rivelerà l’anello più debole della pellicola.

Come location del film Argento sceglie Roma e Tivoli e Milano con Torino; a Roma c’è la baracca del simpaticissimo Diomede (Dio), che vive come un barbone in riva al Tevere in compagnia del suo linguacciuto pappagallo, mentre a Tivoli, nei giardini di Villa D’Este è realizzata la splendida sequenza dell’omicidio della colf di Roberto, Amelia. A Milano viene girata la sequenza della morte di Arrosio mentre lo studio dell’investigatore privato è a Torino nella Galleria Subalpina.
In questo film l’elemento predominante è la follia, così come per la prima volta Argento introduce la componente parapsicologica legata ai sogni premonitori di Roberto mentre come dicevo prima compare l’elemento umoristico, legato al personaggio di Diomede e sopratutto a quello dell’investigatore privato Gianni Arrosio, ingaggiato da Roberto (il protagonista), un investigatore che nel corso della sua carriera ha collezionato 84 casi falliti, come racconterà nel colloquio con il suo nuovo cliente.

La trama:
-Roberto Tobias, che fa il batterista in un gruppo rock, si accorge che è seguito da un misterioso individuo. La cosa va avanti per alcuni giorni,fino a quando Roberto non segue il suo misterioso pedinatore in un teatro, dove in maniera banale finisce per ucciderlo con il pugnale che l’uomo ha con se.
All’incidente ha assistito qualcuno, che fotografa la scena del crimine e subito dopo invia copia di una foto a casa di Roberto, il quale si accorge anche che il misterioso individuo si è introdotto in casa sua.
Dopo essere stato aggredito, Roberto decide di raccontare a sua moglie Nina degli avvenimenti a cui è andato incontro; il passo successivo è incontrare l’amico Diomede, che vice in una baracca lungo il fiume.

L’uomo gli consiglia di rivolgersi ad un investigatore privato, Arrosio ma nel frattempo accadono due fatti di sangue; la domestica di Roberto, che ha capito chi è il misterioso ricattatore, tenta a sua volta di usare l’arma del ricatto, ma viene assassinata in un parco pubblico.
Lo stesso accade a Carlo Marosi, l’uomo che in origine aveva pedinato Roberto;Marosi non era morto nel teatro,perchè aveva attirato in una trappola Roberto, usando per simulare il proprio omicidio un pugnale da spettacolo.
L’uomo tenta anche lui un ricatto, ma il misterioso persecutore di Roberto lo uccide.
Roberto rifiuta di allontanarsi dalla città con Nina e resta a casa sua con Dalia, sua cugina; tra i due nasce improvvisa la passione.

Arrosio, l’investigatore, riesce dopo alcune indagini a capire l’identità del misterioso assassino, ma anche per lui la cosa sarà fatale; da quel momento gli eventi precipitano, con la prematura morta anche di Dalia.
Chi è il misterioso assassino, allora?
Quattro mosche di velluto grigio ha quindi una trama elaborata con un finale a sorpresa, in cui forse l’elemento destabilizzante non è tanto l’identità del misterioso assassino (si va per esclusione, ad un certo punto) quanto piuttosto l’espediente utilizzato che ne svelerà l’identità, un medaglione con incisa una mosca, l’ultima immagine che è rimasta impressa nella retina dell’occhio di Dalia, una mosca che muovendosi fa vedere l’immagine in movimento, quella di quattro mosche.

Naturalmente ometto l’identità del misterioso omicida, per evitare il fastidio dello spoiler che toglie suspense ad un finale di pellicola che è forse la parte più interessante del film.
Un film largamente disomogeneo, che però ha tuttavia il pregio di essere affascinante, a dispetto di alcune illogicità del film e dei tentativi di inserire sketch comici poco efficaci al film stesso;bene il cast ad eccezione dello spento e insignificante Michael Brandon, che interpreta il personaggio principale, quello di Roberto Tobias mentre assolutamente strepitosa è Mimsy Farmer nel ruolo di Nina.Nel cast c’è spazio per un inedito Bud Spencer, nel ruolo del filosofo Dio, irresistibile Jean-Pierre Marielle nel ruolo dell’investigatore Arrosio.

Detto della bella fotografia e delle discrete musiche di Morricone, va ricordato che solo da poco più di un anno è disponibile la versione digitale del film, rimasta per motivi assurdi priva di diffusione.
Oggi le copie che trovate in rete sono ridotte proprio da supporti digitali; il film è stato anche trasmesso dalle tv private.
Quattro mosche di velluto grigio
Un film di Dario Argento. Con Mimsy Farmer, Michael Brandon, Aldo Bufi Landi, Jean-Pierre Marielle, Oreste Lionello,Renzo Marignano, Stefano Oppedisano, Calisto Calisti, Corrado Olmi, Sandro Dori, Marisa Fabbri, Fabrizio Moroni, Jacques Stany, Fulvio Mingozzi, Francine Racette, Guerrino Crivello Giallo, durata 105′ min. – Italia 1971.
Michael Brandon: Roberto Tobias
Mimsy Farmer: Nina Tobias
Jean-Pierre Marielle: Gianni Arrosio
Bud Spencer: Diomede
Stefano Satta Flores: Andrea
Marisa Fabbri: Amelia, la domestica
Francine Racette: Dalia
Laura Troschel: Maria Pia (col nome di Costanza Spada)
Calisto Calisti: Carlo Marosi
Oreste Lionello: Il Professore
Fabrizio Moroni: Mirko
Aldo Bufi Landi: Medico
Tom Felleghy: Poliziotto
Guerrino Crivello: Rampanti, il vicino di casa zoppo
Corrado Olmi: Portinaio
Gildo Di Marco: Postino
Leopoldo Migliori: Musicista
Fulvio Mingozzi: Manager studio musicale
Dante Cleri: Commesso della bara
Pino Patti: Inserviente alla mostra funeraria
Ada Pometti: Donna sulla strada
Jacques Stany: Psichiatra
Stefano Oppedisano:
Renzo Marignano (non accreditato): addetto alle pompe funebri
Regia Dario Argento
Soggetto Dario Argento, Luigi Cozzi, Mario Foglietti
Sceneggiatura Dario Argento
Produttore Salvatore Argento
Casa di produzione Seda Spettacoli, Universal Productions France
Distribuzione (Italia) 01 Distribution
Fotografia Franco Di Giacomo
Montaggio Françoise Bonnot
Effetti speciali Cataldo Galliano
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Enrico Sabbatini
Trucco Paolo Borselli, Giuliano Laurenti
Massimo Turci: Roberto Tobias
Melina Martello: Nina Tobias
Pino Locchi: Gianni Arrosio
Sergio Graziani: Diomede
Vittoria Febbi: Dalia
Serena Verdirosi: Maria Pia
Luciano De Ambrosis: Carlo Marosi
Roberto Chevalier: Mirko
Pino Colizzi: Psichiatra
Giorgio Piazza: poliziotto
Gianfranco Bellini: postino
Mario Mastria: manager musicale
Arturo Dominici: inserviente
Cesare Barbetti: becchino
Pensione amore servizio completo
Il giovane e bel Germano scopre, grazie alla cameriera di casa, di avere un problema invidiato da molti uomini, ovvero di essere un superdotato.
Ma la cosa lo inguaia perchè mentre è in dolce colloquio con la servetta, viene colto in flagrante da suo padre.
Dopo un colloquio con la madre di Germano, suo padre decide di tagliar corto e inviare il giovane allupato dalla nonna, la signora Amour, titolare di una pensione vicino mare che prende il nome proprio di pensione Amore.
Arrivato da sua nonna, Germano scopre che la stessa gestisce più un bordello che una pensione, così ne approfitta per sollazzare le clienti vogliose della pensione stessa.

Ma esagera, e dopo una serie di avventure con donne sposate, cameriere disponibili e procaci donne in cerca di svago sessuale, finisce per “scaricare le batterie”
Sarà una giovane in vacanza, Lucy, a riportare il tutto alla normalità, allacciando un flirt con il giovane che sfocerà nel classico colpo di fulmine.
Diretto da Luigi Russo, autore di perle come Morbosità, I sette magnifici cornuti, La nuora giovane e Una bella governante di colore, Pensione amore servizio completo è un filmetto assolutamente anonimo, privo di qualsiasi elemento comico e caratterizzato peraltro da un erotismo molto soft e da una sceneggiatura praticamente latitante, come latitante è la recitazione dei pochi protagonisti del film.

Girato nel 1980, quindi assolutamente fuori tempo massimo per appartenere alla defunta commedia sexy all’italiana, questo film tenta di giocare le sue carte (scarsissime) sull’avvenenza delle protagoniste, ovvero il transessuale Ajita Wilson (la signora di colore molto vogliosa), su Marina Daunia (un’altra signora insoddisfatta) e su Lori del Santo, la Lucy che riporta il giovane Germano sulla retta via.
L’attrice veronese è l’unica cosa decente, a livello recitativo, del film stesso e per una volta recita quasi sempre con i vestiti addosso fatto salvo un fugace topless sul finire della pellicola, mentre il vero protagonista, Christian Borromeo è talmente piatto ed inespressivo da rendere ancor più desolante il quadro d’assieme.

Borromeo, che si era segnalato con Ritratto di borghesia in nero viene travolto dall’assoluta piattezza del film e gigioneggia spaesato tra un amplesso e un altro, con un’espressione da ebete stampata sul volto che rende ancor più strampalato e poco credibile il personaggio interpretato.
Produzione low cost, Pensione amore servizio completo è un esempio, abbastanza sciagurato, della totale mancanza di idee oltre che di fondi del cinema italiano dei B movies, che peraltro era riuscito a produrre qualcosa di buono nel decennio precedente.

Qui siamo davvero oltre i limiti del tollerabile, tanto che alla fine un’idea non peregrina sarebbe stata quella di chiedere il rimborso del biglietto per palese frode.
Null’altro da segnalare se non l’abbondante cellulite della cameriera, ahimè documentata da una delle foto selezionate per illustrare il film.
Pensione amore servizio completo
un film di Luigi Russo. Con Marina Daunia, Christian Borromeo, Lory Del Santo, Clara Colosimo,Piero Mazzinghi, Ajita Wilson
Erotico, durata 91 min. – Italia 1979.

Regia Luigi Russo
Soggetto Luigi Russo
Sceneggiatura Ezio Passadore
Montaggio Anita Cacciolati
Musiche Stelvio Cipriani
La guerra del fuoco
80.000 anni addietro, i neandertaliani Ulman sono attaccati da un gruppo di Homo erectus; durante l’attacco, si verifica un’autentica tragedia per gli Ulman, ovvero la perdita del fuoco l’elemento più importante per la neonata civiltà del fuoco.
Saranno tre cacciatori Ulman a tentare di rubare il fuoco e lo faranno in un accampamento di Neanderthal cannibali, dove al loro gruppo si aggiungerà Ika, una giovane di una tribù molto più evoluta.
Mentre tra il capo dei tre cacciatori e Ika nasce una storia d’amore, il gruppo finirà per imbattersi nella tribù della ragazza, dove i tre Ulman impareranno a produrre il fuoco, fare frecce e altre cose che trasmetteranno alla loro tribù di ritorno dal loro viaggio.

Diretto da Jean-Jacques Annaud, che riprende un romanzo di J. H. Rosny aîné (aîné scritto in minuscolo), La guerra del fuoco è un film del 1981, assolutamente innovatore sopratutto per la mancanza di un linguaggio comprensibile.
Per rendere più veritiero il racconto, Annaud sceglie di far parlare ai protagonisti del film un linguaggio che risponda in qualche modo a quello delle tribù primitive che sono l’ossatura del film, ovvero i Neanderthaliani e gli Homo erectus. La parte gestuale è affidata invece all’etologo Desmond Morris; tutto nel film quindi risponde a esigenze di somiglianza quanto più aderenti alla realtà storica, ovviamente nei ristretti limiti di una proto civiltà così lontana da noi.

Annaud sceglie anche delle location particolari, fatte di paesaggi brulli e selvaggi; il film infatti è girato nelle Higlands scozzesi, uno dei posti più belli e selvaggi del pianeta, nella regione dell’Alberta in Canada, in alcune zone interne del Kenia.
Un film che costituisce da subito un autentico azzardo; reggere una pellicola senza dialoghi, con scenari privi di qualsiasi barlume di civiltà e dei suoi orpelli che ne costituiscono il valore pregnante basandosi unicamente sulla capacità degli attori di riuscire a trasmettere sensazioni è davvero un rischio.
Infatti la reazione di alcuni critici, i soliti che riescono a demolire quei pochi film che tentano strade diverse è racchiusa in questa raggelante recensione presa dal Morandini:
“il 3° lungometraggio del disinvolto Annaud sfiora continuamente il ridicolo involontario nel quale scivola spesso e talvolta sprofonda“, che rappresenta al meglio la miopia intellettuale di gente che di cinema capisce purtroppo ben poco.

Al contrario, il film di Annaud ha fascino da vendere, per i motivi che ho elencato su.
Il mondo durissimo e cattivo, a tratti spietato e disumano per forza di cose nel quale si muovevano gli homo erectus prende forma e sostanza sotto gli occhi dello spettatore, tanto che i grugniti, i monosillabi e tutti gli espedienti che il regista francese utilizza per vivacizzare il film stesso alla fine non solo rendono scorrevole quello che vediamo, ma si trasformano in un vero e proprio valore aggiunto, un elemento di novità che nel cinema mancava da tantissimo tempo.
I film “preistorici”, infatti, erano spesso dei kolossal o film a basso budget in cui l’uomo primitivo viveva esperienze ai limiti spesso del comico, con neanderthaliani alle prese con dinosauri, con attori alle volte truccati come per una prima a teatro ecc.
Annaud invece sceglie la sperimentazione e i risultati sono lusinghieri; il film infatti vince l’Oscar per il miglior trucco ( e avrebbe meritato di più,non fosse per la presenza nel 1983 del kolossal Gandhi),vince 2 Premi César 1982 come miglior film e miglior regista e 5 Genie Awards 1983 nelle sezioni costumi, suono, realizzazioni, attrice principale.

Un successo lusinghiero che permetterà al regista stesso di affrontare la sua sfida successiva, la riduzione cinematografica del best seller di Umberto Eco Il nome della rosa, un’altra sfida vinta alla grande.
Per quanto riguarda gli attori, menzione speciale per Rae Dawn Chong che interpreta Ika con tale vigoria e convinzione da risultare la più credibile “donna preistorica” di sempre, ben lontana dalla Raquel Welch patinata di Un milione di anni fa (One Million Years B.C.) (1966) così come bravissimo è Ron Perlman, l’attore statunitense qui alla sua prima prova d’attore e che entrerà nel cast di Il nome della rosa, nel ruolo indimenticabile di Salvatore.
Bene anche Everett McGill, nella parte di Naoh.
Il film è di difficile reperibilità, nonostante abbia un’unica versione adatta per gli schermi di tutto il mondo, non avendo come già detto un linguaggio parlato; tuttavia una copia del film è disponibile su You tube (discreta qualità) a questo indirizzo http://youtu.be/5bsjJzG-vEE
La guerra del fuoco
Un film di Jean-Jacques Annaud. Con Rae Dawn Chong, Everett McGill, Ron Perlman, Nameer El Kadi, Gary Schwartz, Kurt Schiegl, Naseer El Kadi, Franck-Olivier Bonnet, Brian Gill, Terry Fitt, Peter Eliott, Michel Franconer, Joshua Melnick, Benoit Levesque, Luke McMasters, Butch Lynch, Danny Lynch, Adrian Street, Mohammed Siad Coockey, Walter Masai, Hassan Ali Damji, Tarlok Sing Sera Titolo originale La guerre du feu. Drammatico, durata 96′ min. – Francia, Canada 1981.
Everett McGill … Naoh
Ron Perlman … Amoukar
Nicholas Kadi … Gaw
Rae Dawn Chong … Ika
Gary Schwartz … Rouka -Tribu Ulam
Naseer El-Kadi … Nam – Tribu Ulam
Franck-Olivier Bonnet … Aghoo – Tribu Ulam
Jean-Michel Kindt … Lakar – Tribu Ulam
Kurt Schiegl … Faum – Tribu Ulam
Brian Gill … Modoc – Tribu Ulam
Terry Fitt … Hourk – Tribu Ulam
Bibi Caspari … Gammla – Tribu Ulam
Peter Elliott … Mikr – Tribu Ulam
Michelle Leduc … Matr – Tribu Ulam
Robert Lavoie … Tsor -Tribu Ulam
Regia Jean-Jacques Annaud
Soggetto J. H. Rosny aîné (romanzo)
Sceneggiatura Gérard Brach
Produttore John Kemeny, Denis Héroux, Jacques Dorfmann, Véra Belmont
Produttore esecutivo Michael Gruskoff
Casa di produzione International Cinema Corporation, Ciné Trail, Stéphan Films, Belstar Productions
Distribuzione (Italia) Titanus
Fotografia Claude Agostini
Montaggio Yves Langlois
Effetti speciali Mark Molin
Musiche Philippe Sarde
Scenografia Brian Morris (Scozia, Kenya) e Guy Comtois (Canada)
Costumi John Hay, Penny Rose
Trucco Christopher Tucker, Sarah Monzani, Michèle Burke
La tortura delle vergini
Più horror che gotico, questo Mark of the devil (Marchio del diavolo), tradotto malamente e furbescamente in La tortura delle vergini, film uscito nelle sale italiane nel 1970, ma in realtà girato dal regista Michael Armstrong nel 1969.
Film che ebbe i consueti problemi con la censura a causa di qualche blanda scena di sesso (più che altro nudità) e che quindi passò sotto le forbici della censura risultandone al solito mutilato.

Armstrong, qui alla sua penultima fatica come regista (il regista di Bolton era più conosciuto come sceneggiatore) imbastisce una storia truculenta mescolando con indubbia abilità caccia alle streghe e torture, un binomio quasi sempre a buon fine al botteghino per la misura di sesso e violenza che sistematicamente attraeva lo spettatore facendolo spesso sorvolare sulla effettiva qualità del film stesso.
Nel caso di La tortura delle vergini siamo di fronte ad un prodotto tutto sommato dignitoso, con un plot già visto ma con qualche elemento di novità e una buona ambientazione sia come location che come scenografia.

La trama:
-in un villaggio inglese imperversa il giudice Albatro, difensore della moralità e accanito persecutore di presunte streghe.
L’uomo in realtà è un deviato perverso, che sfoga i suoi istinti più brutali in nome della religione e di Dio; ad aiutarlo c’è il cancelliere Albino, un altro pervertito che non ha nulla da invidiare, in materia di crudeltà al suo padrone.
Nel villaggio però arriva il duca di Cumberland, mandato dalla corte per controllare le voci su presunti eccessi di zelo di Albatro.Ad accompagnarlo c’è il giovane Conte Christian von Meruh, che ben presto è costretto ad assistere alla brutalità del duca.

Cumberland aumentà se possibile il terrore sulla popolazione, imprigionando molte donne sotto l’accusa di essere streghe.
Ben presto però la contemporanea presenza di due aguzzini affetti da smisurata brama di potere si trasforma in una lotta intestina tra il giudice Albatro e il Duca Cumberland.
La resa dei conti avviene ben presto e a soccombere è proprio il perfido Albatro; ad assistere non visto all’omicidio è proprio l’assistente del duca, Christian, che nel frattempo si è anche innamorato di una bella popolana, Vanessa.
Quando la ragazza viene catturata e imprigionata, Christian decide di agire e libera la giovane, che da il via ad una sollevazione popolare contro il perfido Duca.

Christian finisce a sua volta nelle prigioni, dalle quali viene liberato proprio da Vanessa e dai popolani che vorrebbero giustiziare il Duca.
Ma a pagare per tutti sarà proprio Christian: il Duca infatti riesce a fuggire e la gente, inferocita, lincia proprio il giovane assistente sotto lo sguardo impotente di Vanessa.
Una sceneggiatura forse tagliata con l’accetta, con la consueta divisione (netta) fra il potere cattivissimo, rappresentato dal Duca e dal Giudice e in subordine dall’assistente del giudice e i buoni, fra i quali il redento Christian, l’unico a pagare con la vita le malefatte di altri, a lui non imputabili.
Armstrong guarda con occhio particolare alla descrizione delle torture da infliggere alla povere vittime, mostrando da subito di essere interessato principalmente (forse unicamente) all’aspetto da grand guignol della storia, senza minimamente impelagarsi in un discorso storico sulla tristissima stagione della caccia alle streghe.

Lo fa con perizia, per cui da questo punto di vista il film regge; il resto del film va visto proprio in quest’ottica, ovvero quella di un gotico che ha l’unico scopo di pestare l’acceleratore sulle scene di violenza.
Il cast si muove egregiamente; molto bravo il solito Udo Kier mentre il perfido e amorale duca è interpretato da Herbert Lom. A suo agio anche la bella ed espressiva Olivera Katarina, da noi poco conosciuta ma che ha continuato a lavorare nel cinema con buona continuità fino a quattro-cinque anni addietro.
Una curiosità: alle prime proiezioni del film venne consegnato, nelle sale, un sacchetto che avrebbe dovuto contenere il vomito degli spettatori!
La tortura delle vergini non è di facilissima reperibilità in rete; tuttavia è uscito in edizione digitale ed è quindi disponibile in dvd.Rarissimi i suoi passaggi televisivi.

La tortura delle vergini
Un film di Michael Armstrong. Con Herbert Lom, Udo Kier,Olivera Katarina, Herbert Fux, Olivera Vugo Titolo originale Mark of the devil. Horror, durata 90 min. – Germania 1969.
Herbert Lom … Lord Cumberland
Udo Kier … Conte Christian von Meruh
Olivera Katarina … Vanessa Benedikt
Reggie Nalder … Albino
Jeff Wilkens – Il boia
Johannes Buzalski … Avvocato
Michael Maien … Barone Daumer
Gaby Fuchs … Deidre von Bergenstein
Ingeborg Schöner …Moglie del nobile
Adrian Hoven … Il nobile
Günter Clemens … Friedrich
Doris von Danwitz … Elisabeth
Regia: Michael Armstrong
Sceneggiatura:Michael Armstrong, Adrian Hoven
Produzione:Adrian Hoven
Musiche:Michael Holm
Fotografia:Ernst W. Kalinke
Montaggio:Siegrun Jäger
Direzione artistica:Max Mellin

































































































































































































































































































