C’era una volta in America

Se con C’era una volta il West Sergio Leone era andato alle radici della storia americana,cercando,con un’ambiziosa operazione,di mostrare una faccia del Far West,quello della prima colonizzazione,delle ferrovie,della nascita di un capitalismo senza scrupoli,con C’era una volta in America,opera ancora più ambiziosa,cerca di mostrare l’altra faccia di un paese tutto sommato giovane,senza una storia antica,popolato da mille etnie differenti.
Ognuna delle quali con grossi problemi di identificazione in un paese dallo sviluppo selvaggio e incontrollato,in cui potevi diventare ricco in un giorno,oppure marcire ai bordi della stessa civiltà che ti offriva tutte le opportunità;attraverso le storie di figli di immigrati,come Noodles,come Maximilian Berkowitz o gli altri protagonisti,fra i quali ancora un rappresentante di un’etnia,quella ebraica,rappresentata da Fat Moe e da sua sorella Deborah.
Il film concepito come un’opera di grande respiro,che racconta la vita di un gruppo di casuali amici,per poi finire per diventare un’epopea tragica,punta il dito sulle contraddizioni del capitalismo stesso,mostrando come l’arricchimento,la ricerca del potere,abbiano finito per diventare la molla principale delle azioni di molti,in assoluta linea con le ambizioni della giovane nazione.
I destini incrociati di Noodles,di Max,di Patsy,di Cockeye,di Fat Moe,di Deborah,si allacciano l’uno all’altro,mostrando spaccati di vita dei quartieri americani,il loro selvaggio sviluppo,la mancanza spesso di una morale unica,che devia verso il crimine,alla ricerca disperata del possesso,dei soldi. L’ America è anche questo,lo sviluppo selvaggio e sfrenato dell’mdividualità.

Così le storie si intrecciano,con l’amicizia tra Max e Noodles,nella quale vengono coinvolti anche Patsy e Cockeye,mentre Fat,il bravo ragazzo,l’amico fidato resterà ai margini,unica figura davvero pulita dell’intera storia;li vediamo crescere come ragazzi e come entità unica,come banda,che inizia con il contrabbando d’alcool per poi finire,dietro suggerimento dell’infido Max,ad una rapina che dovrebbe sistemarli una volta per tutte.
Assistiamo così alle vicende del gruppo,fino alla morte del piccolo Dominic,che segna una svolta nella vita di tutti;Noodles uccide un poliziotto per vendicare l’amico,e finisce in carcere,dal quale esce per scoprire che i suoi amici hanno messo su un’efficace rete di contrabbando di alcolici,in pieno proibizionismo;una pacchia che ha permesso il loro arricchimento,ma che sta per finire.
La proposta di Max,di fare il colpo della vita,ai danni della Federal Reserve è il colpo che Noodles non accetta;è lui il primo a tradire,per affetto,certo,ma sempre di tradimento si tratta;e quando arriva sulla scena del drammatico rinvenimento dei corpi dei tre amici,Noodles si rende conto di aver involontariamente contribuito ad ammazzare i suoi amici.La sua fuga,che è una fuga dalle responsabilità,durerà trentacinque anni,il tempo necessario per riflettere su chi ha rubato la borsa che conteneva tutti i risparmi della banda,ma sopratutto per riflettere sulla strana lettera che un giorno gli verrà recapitata,che annuncia il trasferimento dei corpi dei suoi amici dal vecchio cimitero ad un altro.
E’ il momento della verità,per Noodles;troverà i suoi amici trasferiti in una cappella lussuosa e inizierà ad interrogarsi,fino al momento della soluzione finale,che è un’autentica sorpresa,il colpo di genio di Leone.
C’era una volta in America ha due possibili interpretazioni,dal punto di vista della trama,slegate dalla sua ambientazione,che ho già descritto;Noodles,all’inizio del film,è in una fumeria d’oppio,fuma beatamente;c’è un telefono che trilla ossessivamente,quasi un sogno onirico.Rappresenta un Noodles che ricorda il suo passato e immagina il suo futuro,sotto i fumi dell’oppio?
Oppure è davvero la fuga da una realtà che non riesce ad accettare?
E’ un sogno,quello del tradimento di Max che mostra tutta la sua frustrazione per la personalità schiacciante dell’amico oppure tutto è accaduto realmente?
E la relazione di Deborah con l’amico cosa vuol rappresentare,una paura o una realtà?
Il finale del film,con Noodles che dice “Max è morto tanti anni fa” sembrerebbe far propendere per una storia reale,testimoniata anche dallo scorrere degli eventi in flashback,la musica dei Beatles e il Vietnam.Eppure quel sorriso di Noodles nella fumeria d’oppio sembrerebbe far propendere per un’allucinazione,quella che porterebbe lo stesso giovane a immaginare un futuro in cui l’ingombrante Max diventa una vittima designata delle sue frustrazioni.
Due chiavi di lettura,differenti,che lo stesso Leone non chiarì mai del tutto.I continui flashback,l’inizio e la fine del film,possono significare tutto e il contrario di tutto;sogno,realtà,sono mescolati come in una scatola cinese,non si può capire cosa è reale e cosa no;è reale il tempo che scorre,la fine dei vari capitoli storici,la crescita vorticosa della società americana,testimoniata dalla colonna sonora di Morricone e intervallata dalle musiche di Amapola;c’è tutto questo nel film,e molto di più.
C’è il sogno americano,la sua storia così lineare e al tempo stesso complessa,ci sono storie di piccoli gangster e storie di donne di malaffare,c’è tutto il sogno americano,visto con occhio affettuoso,cinico,divertito.
Un grande film,in pratica;l’essenza stessa del cinema,quello che ti commuove e ti indigna,ti diverte e ti fa pensare.Grandissimi attori,fra cui le segnalazioni d’obbligo sono per Robert De Niro e per James Woods.Infine inutile nascondere che la colonna sonora ha giocato un ruolo fondamentale,grazie alla solita stupenda esecuzione dell’orchestra di Ennio Morricone.
Robert De Niro … David ‘Noodles’ Aaronson
James Woods … Maximilian ‘Max’ Bercovicz
Elizabeth McGovern … Deborah Gelly
Joe Pesci … Frankie Manoldi
Burt Young … Joe
Tuesday Weld … Carol
Treat Williams … James Conway O’Donnell
Danny Aiello … Polizotto
Richard Bright … Chicken Joe
James Hayden … Patrick ‘Patsy’ Goldberg
William Forsythe … Philip ‘Cockeye’ Stein
Darlanne Fluegel … Eve
Larry Rapp … ‘Fat’ Moe Gelly
Richard Foronjy … ‘Fartface’ Whitey
Robert Harper … Sharkey
Dutch Miller … Van Linden
Gerard Murphy … Crowning
Amy Ryder … Peggy
Olga Karlatos … Donna nel teatro
Mario Brega … Mandy
Ray Dittrich … Trigger
Frank Gio … Beefy
Karen Shallo … Lucy Aiello
Scott Schutzman Tiler Il giovane Noodles
Rusty Jacobs … Il giovane Max
Brian Bloom … Il giovane Patsy
Adrian Curran … Il giovane Cockeye
Mike Monetti … Il giovane Fat Moe
Noah Moazezi … Dominic
Regia: Sergio Leone
Writing credits: Leonardo Benvenuti
Piero De Bernardi
Enrico Medioli
Franco Arcalli
Franco Ferrini
Sergio Leone
Prodotto da: Claudio Mancini,Arnon Milchan
Musiche: Ennio Morricone
Fotografia: Tonino Delli Colli
Film editing: Nino Baragli
Casting: Cis Corman,Joy Todd
Costumi: Gabriella Pescucci
Ferruccio Amendola: David “Noodles” Aaronson
Sergio Fantoni: Maximilian “Max” Bercovicz / sen. Christopher Bailey
Rita Savagnone: Deborah Gelly
Leo Gullotta: Frankie Monaldi
Gigi Reder: Joe
Maria Pia Di Meo: Carol
Cesare Barbetti: James Conway O’Donnell
Carlo Giuffré: Vincent Aiello
Vittorio Di Prima: Chicken Joe, Beefy
Angelo Nicotra: Patrick “Patsy” Goldberg
Luciano De Ambrosis: Philip “Cockeye” Stein
Vittoria Febbi: Eve
Franco Latini: “Fat” Moe Gelly
Nando Gazzolo: Sharkey
Renato Mori: Crowing
Riccardo Rossi: “Noodles” da ragazzo
Massimo Rossi: Max da ragazzo/David Bailey
Georgia Lepore: Deborah da ragazza
Alessandro Quarta: “Patsy” da ragazzo
Fabrizio Manfredi: “Cockeye” da ragazzo
Piero Tiberi: Bugsy Siegel
Francesco Pezzulli: “Fat” Moe da ragazzo
Claudio Fattoretto: Monkey
Giorgio Piazza: avv. Irving Gold
Alessandro Rossi: serg. P. Halloran
Federico Danti: Scagnozzo di Bugsy
Massimo Giuliani: Scagnozzo di Bugsy
Gianni Marzocchi: Scagnozzo di Bugsy
Anna Rita Pasanisi: ragazza nella bara
Pino Locchi: giornalista televisivo
Per non impazzire dovevi non pensare che fuori c’era il mondo, proprio non pensarci. Dovevi dimenticarlo. Eppure, sai, gli anni passavano sembrava… che volassero. Strano ma è così quando non fai niente. Ma due cose non riuscivo a togliermi dalla mente: la prima era Dominic, quando prima di morire mi disse “Sono inciampato”. E la l’altra eri tu. Tu che mi leggevi il “Cantico dei Cantici”, ricordi? “Oh figlia di principe quanto sono belli i tuoi piedi nei sandali”. Lo sai che leggevo la Bibbia tutte le sere? E tutte le sere io pensavo a te. “Il tuo ombelico è una coppa rotonda dove non manca mai il vino. Il tuo ventre un mucchio di grano circondato da gigli. Le tue mammelle sono grappoli d’uva. Il tuo respiro ha il profumo delicato delle mele.” Nessuno t’amerà mai come ti ho amato io. C’erano momenti disperati che non ne potevo più e allora pensavo a te e mi dicevo: “Deborah esiste, è la fuori, esiste!” E con quello superavo tutto. Capisci ora cosa sei per me? (Noodles)
Ho rubato la tua vita e l’ho vissuta al tuo posto. T’ho preso tutto. Ho preso i tuoi soldi, la tua donna, ti ho lasciato solo 35 anni di rimorso. Per la mia morte. Rimorso sprecato. (Max)
Noodles, ci rimangono solo dei bei ricordi e se adesso uscirai da quella porta nemmeno quelli ti rimarranno. (Deborah)
Oggi hanno chiesto a te di far fuori Joe, domani chiederanno a me di far fuori te. Se questo sta bene a te, a me non sta bene. (Noodles)
James Woods è Maximilian ‘Max’ Bercovicz
William Forsythe è Philip ‘Cockeye’ Stein
James Hayden è Patrick ‘Patsy’ Goldberg
Elizabeth McGovern è Deborah Gelly da adulta

Jennifer Connelly è Deborah Gelly ragazza
Larry Rapp è ‘Fat’ Moe Gelly
Il dio serpente

Il dio serpente,diretto da Piero Vivarelli nel 1970 si ricorda ancor oggi per due motivi;il primo è rappresentato dalla superba colonna sonora,quella Djamballà che furoreggiò per un’intera estate nei juke box della penisola,nell’esecuzione di Augusto Martelli. E per la prima apparizione di una giovane e procace attrice,che non avrebbe avuto una gran carriera,se non limitata a b-movie con titoli ammiccanti,del tipo la Dottoressa ci sta con il colonnello e via dicendo.
Il suo nome è Nadia Cassini,e nel film interpreta la giovane moglie di Bernhardt,un abitante dei Caraibi che la chiama a se per viverle accanto.
Il film è abbastanza macchinoso,anche se non privo di un certo fascino,legato ad una storia che mescola il thriller con il fascino dell’esotico,e qualche ardita nudità (per i tempi),in cui rivaleggiano le due protagoniste,la già citata Cassini e Beryl Cunningham.
La trama è molto semplice:Paola (Nadia Cassini),raggiunge il marito ai Caraibi. Qui conosce Stella,una giovane e misteriosa indigena,che la inizia a strani riti ancestrali;il rito culmina nell’invocazione a Djamballa,il dio serpente,che si materializza nei panni di un robusto e affascinante nativo.La donna ne diventerà succube a tal punto che quando il marito perirà in un incidente,lei,indifferente,resterà sull’isola,unendosi al dio serpente.
Un film molto confuso,in cui predomina l’atmosfera magica dei Caraibi,tra riti voudou orgiastici,testimoniati dai contorcimenti delle due donne durante l’invocazione a Djamballa.Ma aldilà delle bellezze naturali dei posti,davvero notevoli,e alle due protagoniste,del film non resta molta traccia.
Il dio serpente, un film di Piero Vivarelli. Con Nadia Cassini, Beryl Cunningham, Sergio Tramonti, Evaristo Marquez
Erotico, durata 94 min. – Italia 1970.
Nadia Cassini: Paola
Beryl Cunningham: Stella
Galeazzo Bentivoglio: Bernard, marito di Paola
Sergio Tramonti: Tony
Regia Piero Vivarelli
Soggetto Piero Vivarelli
Sceneggiatura Piero Vivarelli, Ottavio Alessi
Produttore Alfredo Bini
Casa di produzione Finarco
Fotografia Benito Frattari e Francesco Alessi
Montaggio Carlo Reali
Scenografia Giuseppe Aldrovandi
Costumi Maria Pia Lo Savio
Trucco Orietta Melaranci
Ludovica Modugno: Paola
Mirella Pace: Stella
Giorgio Piazza: Bernard, marito di Paola
Giacomo Piperno: Tony
L’opinione del sito http://www.fascinationcinema.com
Sulla carta, un progetto che mira a nutrire tutte le aspettative commerciali del periodo: sesso, paesaggi incantevoli, magia tribale, bellezze nostrane e non. Tuttavia Vivarelli appare attento anche alla sostanza del narrato, graziando la curatissima fotografia e le belle inquadrature di battute affatto superficiali, sibillini j’accuse verso la natura colonialista occidentale. Chiaramente non bastano questi intenti, peraltro oggi assai datati, a salvare un prodotto tanto confuso, prolisso e noioso. I protagonisti vagano lenti attraverso una sceneggiatura in forma sperimentale di work-in-progress: una spirale di situazioni autoreferenziali interrotte da tedianti pause folkloristiche per turisti (danze indiavolate, passeggiate sulla spiaggia, scene di seduzione ed amore).
Raggiungere l’epilogo prevedibile della vicenda è impresa veramente ardua, non fosse per la già citata regia e le musiche del bravo Augusto Martelli che peraltro, grazie al successo dell’intrigante singolo Djamballa (tormentone tribal-lounge della pellicola), entrò di diritto tra i compositori più quotati del periodo.
L’opinione del sito bmoviezone.wordpress.com
(…) Il film richiama anche il genere d’avventura (e talvolta anche il mondo-movie, come nella scena in puro stile exploitation del capretto sgozzato), se non altro per la location e per la presenza del grosso serpente e l’horror (durante i riti vodoo). Per larga parte del film assistiamo a danze, celebrazioni e riti della popolazione indigena, scene in qualche modo ispirate al genere documentaristico abbastanza in voga in quegli anni. Riuscitissima comunque soprattutto la scena della cerimonia in cui tutte le donne, in estasi mistica, si contorcono e si denudano al ritmo dei tamburi indemoniati.(…)
L’opinione di MM40 tratta dal sito http://www.filmtv.it
Dio serpente o umano, sostanzialmente, sono la stessa cosa. L’importante è la fede. Questa è l’unica cosa buona che scaturisce da questa pellicola inconcludente e a medio-alto tasso erotico; ovviamente il discorso religioso ha un peso davvero minimo sulla storia e ciò che interessa a Vivarelli e ad Ottavio Alessi (co-sceneggiatore) è piuttosto lo sfoggio di canti, balli, percussioni e riti indigeni con forsennato sottofondo musicale; ricorre peraltro spesso Djamballà, il tema barzotto del film, che ai tempi fu un piccolo successo, scritto da Augusto Martelli. Il serpente come simbolo fallico non è certo un’invenzione di questa sgangherata pellicola; che la virilità e la fertilità siano quindi legate tutt’uno con il concetto di creazione, e perciò di divinità, è il passo successivo: forse Vivarelli intendeva sorprendere o scatenare polemiche, ma in realtà non dice nulla che non sia già stato sentito; soprattutto lo fa con scarsi mezzi e ancora più limitate idee. Nadia Cassini è la star del film; ai tempi il suo nome era ancora del tutto sconosciuto: è questa la sua prima parte da protagonista in assoluto. Nella prima metà della pellicola al suo fianco c’è Galeazzo Bentivoglio; per il resto non si segnalano nomi degni di nota nel cast.
L’opinione di Saintgifts tratta dal sito http://www.davinotti.com
L’impresa risultava ardua (ma forse l’impresa non è stata nemmeno cercata): fare un film con quella bellezza in fiore di Nadia Cassini (che da sola ruba ogni qualsivoglia interesse di altro tipo), che risultasse di uno spessore tale da riuscire a guadagnare una piccola percentuale dell’attenzione residua, oltre le nude fattezze della protagonista. Ce la mettono tutta regista, fotografia, musica… ma potevano anche impegnarsi di meno, il successo sarebbe stato ugualmente lo stesso. Non so quanto la censura abbia operato, in ogni caso sempre troppo.
L’uccello dalle piume di cristallo
L’uccello dalle piume di cristallo è il primo film importante di Dario Argento,e segna contemporaneamente il suo ingresso nel cinema come regista di thriller;un film importante,scorrevole,con una buona trama,che segnò effettivamente una stagione,visto che molti registi usarono nomi di animali per i titoli dei loro film.Una maniera per attirare pubblico sui loro prodotti,un sistema se vogliamo ingenuo,ma efficace.
Il film inizia con un giovane scrittore,Sam Dalmas,che sta per rientrare nel suo paese d’origine,gli Stati Uniti;accade però che la sera antecedente la sua partenza assista ad un omicidio,quello di una donna,Monica.
La donna non muore,e Sam scopre grazie al commissario incaricato del caso,che non è la prima vittima di fatti di sangue.In città c’è un serial killer che ha già accoltellato tre donne.
Sam inizia ad investigare,tallonato dal killer,che per due volte tenta di ucciderlo,lui riesce a scampare agli agguati,ma la prossima vittima è la sua fidanzata Giulia.
Anche Giulia si salva,e grazie alla sua telefonata,registrata,viene identificato un rumore di fondo;un verso emesso da u uccello,l’uccello dalle piume di cristallo,che vive solo ed esclusivamente nello zoo della città
Sam e la polizia si recano sul posto,identificano la finestra e arrivano appena in tempo per fermare il marito di Monica che sta strangolando la moglie.
Sembra tutto finito,ma……..
Un film sicuramente d’effetto,ben girato,con una buona tensione;bella la scena del tentato omicidio di Monica,con Musante che osserva tutto attraverso un grande vetro.
Un film di Dario Argento. Con Enrico Maria Salerno, Tony Musante, Suzy Kendall, Umberto Raho, Werner Peters, Mario Adorf, Eva Renzi, Renato Romano, Fulvio Mingozzi, Rosita Torosh, Carla Mancini. Genere Thriller, colore 96 minuti. – Produzione Italia 1970.

Tony Musante: Sam Dalmas
Suzy Kendall: Giulia
Enrico Maria Salerno: Commissario Morosini
Umberto Raho: Alberto Ranieri
Eva Renzi: Monica Ranieri
Mario Adorf: Berto Consalvi
Raf Valenti:Professor Carlo Dover
Gildo Di Marco: Garullo/Addio
Giuseppe Castellano: Monti
Pino Patti: Faiena
Fulvio Mingozzi: poliziotto
Omar Bonaro: poliziotto
Bruno Erba: poliziotto
Annamaria Spogli: Sandra Roversi, terza vittima
Rosita Torosh: quarta vittima
Karen Valenti: Tina, quinta vittima
Werner Peters: antiquario
Reggie Nalder: inseguitore col giubbetto giallo
Maria Tedeschi: anziana nella nebbia
Carla Mancini: ragazza che guarda la TV
Giovanni Di Benedetto: Professor Rinaldi
Regia Dario Argento
Soggetto Dario Argento
Sceneggiatura Dario Argento
Produttore Salvatore Argento
Casa di produzione Seda Spettacoli, Central Cinema Company Film (CCC)
Distribuzione (Italia) Titanus
Fotografia Vittorio Storaro
Montaggio Franco Fraticelli
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Dario Micheli
Costumi Dario Micheli
Trucco Pino Ferrante


Vai in Italia, hai bisogno di pace, di tranquillità, è il paese della poesia. Non succede mai niente in Italia!
Orwell 1984
Tratto dal romanzo omonimo di George Orwell,il film di Michael Radfrod ripercorre,in maniera fedelissima,la trama originale;una guerra ha creato tre grandi gruppi di stati,Oceania, Eurasia e Estasia,perennemente in guerra tra loro. L’Inghilterra,che è parte dell’Oceania,è dominata da un partito che controlla in maniera ossessiva levite di tutti i cittadini. Ogni notizia viene filtrata,controllata e poi diramata dopo le opportune modifiche.
Winston è uno degli addetti al controllo,un lavoro noioso,alienante;si fa molte domande,Winston,senza trovare una risposta. Attorno a lui tutto è desolato.Il mondo appare in colori cupi,in cui predomina il grigio e il giallo.
Londra stessa sembra avvolta da una cappa tetra e indissolubile,sotto cui si muove un’umanità che sembra aver perso qualsiasi interesse per la vita;Winston subisce questa situazione fino al giorno in cui incontra Giulia,una ragazza che gli fa un cenno di intesa e gli passa un bigliettino. Nel paese i rapporti sessuali sono accettati solo ed esclusivamente per la procreazione,quindi i due,diventando amanti,si mettono fuori legge.
Winston riesce ad affittare una miserabile camera,dove i due si incontrano e fanno l’amore. E’ l’occasione per parlarsi,per nutrire un minimo di speranza che attraverso l’amore si possa sfuggire ad una vita alienante. Ma la loro relativa felicità dura poco;l’uomo che ha affittato il locale è al servizio dello stato e i due vengono imprigionati.
Winston viene sottoposto a torture durissime,ma non tradisce la sua donna,quella che considera tale;ma portato in una stanza che materializza gli incubi delle persone (per Winston la repulsione assoluta per i topi),finisce per cedere,e tradisce Giulia.
La ragazza ha fatto lo stesso,e quando usciranno dal carcere,rieducati,i due si incontreranno,ma non avranno più nulla da dirsi. Per Winston,che ormai è controllato in spirito e in animo dal potere,si apre la stagione della fedeltà assoluta al potere.
Amaro,come del resto il romanzo,1984 è una dura denuncia del potere,in tutte le sue forme. Girato in colori cupi,con personaggi che sembrano trasportati di peso da un incubo assoluto e totalizzante,è una parabola cinica e spietata,che si segnala per la splendida caratterizzazione dei personaggi,fra i quali spicca Richard Burton,nella sua ultima apparizione.
Bravissimi John Hurt e Suzanne Hamilton,rispettivamente Winston e Giulia,due esseri umani che vengono risucchiati nel gorgo nero del controllo delle coscienze. Davvero bella la fotografia.
(1984)
Un film di Michael Radford. Con Richard Burton, John Hurt, Suzanna Hamilton, Cyril Cusack, Gregor Fisher, James Walker,
Andrew Wilde, David Trevena, Corinna Seddon, David Cann, Peter Frye, Roger Lloyd-Pack, Anthony Benson, Martha Parsey,
Rupert Baderman. Genere Drammatico, colore 115 minuti. – Produzione Gran Bretagna 1984.
John Hurt: Winston Smith
Richard Burton: O’Brien
Suzanna Hamilton: Julia
Cyril Cusack: Charrington
Gregor Fisher: Parsons
James Walker: Syme
Andrew Wilde: Tillotson
David Trevena: amico di Tillotson
David Cann: Martin
Anthony Benson: Jones
Peter Frye: Rutherford
Roger Lloyd-Pack: cameriere
Rupert Baderman: Winston (da giovane)
Corinna Seddon: madre di Winston
Martha Parsey: sorella di Winston

Regia Michael Radford
Soggetto George Orwell
Casa di produzione Virgin Group
Fotografia Roger Deakins
Montaggio Tom Priestley
Musiche Dominic Muldowney
Eurythmics

John Hurt: Winston Smith
Richard Burton: O’Brien
Suzanna Hamilton: Julia
Cyril Cusack: Charrington
Gregor Fisher: Parsons
James Walker: Syme
Andrew Wilde: Tillotson
David Trevena: amico di Tillotson
David Cann: Martin
Anthony Benson: Jones
Peter Frye: Rutherford
Roger Lloyd-Pack: cameriere
Rupert Baderman: Winston (da giovane)
Corinna Seddon: madre di Winston
Martha Parsey: sorella di Winston

Regia Michael Radford
Soggetto George Orwell
Casa di produzione Virgin Group
Fotografia Roger Deakins
Montaggio Tom Priestley
Musiche Dominic Muldowney
Eurythmics
Storie scellerate

Franco Citti, amico intimo di Pier Paolo Pasolini,gira due anni dopo il Decameron,una cupa storia di vite vissute all’ombra della Roma papalina.
Bernardino e Mammone, due personaggi che vivono ai margini della legalità, sono condannati a morte perchè durante una rapina hanno ucciso un mercante per derubarlo dei suoi averi. Mentre attendono la condanna capitale si raccontano storie che hanno appreso.

Ninetto Davoli
Nella prima,un sacerdote ha rapporti sessuali con una sua parrocchiana; mal gliene incoglie, perchè la donna è moglie di un popolano sanguigno, che, per vendicare l’affronto, uccide la donna e obbliga il sacerdote a tagliarsi i genitali; in un altra un nobile, che è certo del tradimento della moglie, si sostituisce al sacerdote confessore e apprende con sicurezza che la moglie lo ha fatto cornuto; in un’altra ancora i protagonisti sono due pastori, uno dei quali insidia la moglie all’altro. Il quale,per vendicarsi, lo mutila dei genitali e lo lascia morire dissanguato, appeso come un maiale per i piedi.


Ancora un prete protagonista nella storia che racconta come il prelato abbia la consuetudine di usare un giovane per procurarsi prostitute; il giovane,alla fine, si traveste da donna, uccide il prete e lo deruba. Infine un uomo sul lastrico, divide la moglie con un ricco che gli paga i debiti; ma i due sono fatti cornuti entrambi, perchè la donna ha a sua volta un amante; i due lo scoprono e lo uccidono.
I due narratori muoiono sghignazzanti sul patibolo e il padreterno (impersonato da Franco Citti), assolve soltanto il giovane che ha ammazzato il prete,perchè rimpiange la vita e le gioie che ha perduto.


Nicoletta Machiavelli
Storie scellerate è ambientato nella Roma del Belli,una Roma in cui la potente ombra della chiesa oscura e annichilisce le coscienze; attraverso la descrizione dei vari preti presenti nelle storie, Citti frusta l’ipocrisia della chiesa stessa,pronta a condannare le uniche gioie che il popolo può gustare,quelle del sesso.Un discorso pasoliniano, affrontato dal regista e dallo scrittore nel film Decameron,del quale Storie scellerate riprende in qualche modo le tematiche.
Descrizione di una Roma dai due volti,quella cittadina,lussuriosa e indolente,quella popolana,fatta di un’umanità alle prese ancora con i suoi retaggi primitivi,con una cultura ancestrale,in cui sembrano funzionare solo gli istinti più bestiali. Un ritratto a fosche tinte,in cui l’ironia è rappresentata anche dalle prime scene,in cui i due narratori ridono e sghignazzano mentre sono impegnati entrambi a defecare e che si conclude con la risata dei due davanti al boia.Il film è disponibile su You tube all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=xgC3WRzAXHg

Un film di Sergio Citti. Con Gianni Rizzo, Franco Citti, Ninetto Davoli, Nicoletta Machiavelli, Christian Alegny, Giacomo Rizzo, Ennio Panosetti. Genere Grottesco, colore 93 minuti. – Produzione Italia 1973.











Silvano Gatti: Duca di Ronciglione
Enzo Petriglia: Nicolino
Sebastiano Soldati: Il papa
Santino Citti: Il Padreterno
Giacomo Rizzo: Don Leopoldo
Gianni Rizzo: Il cardinale
Ennio Panosetti: Chiavone
Oscar Fochetti: Agostino
Fabrizio Mennoni: Cacchione
Elisabetta Genovese: Bertolina
Franco Citti: Mammone
Ninetto Davoli: Bernardino
Nicoletta Machiavelli: Caterina di Ronciglione

Regia Sergio Citti
Sceneggiatura Sergio Citti, Pier Paolo Pasolini
Produttore Alberto Grimaldi
Casa di produzione Produzioni Europee Associati
Distribuzione (Italia) United Artists
Fotografia Tonino Delli Colli
Montaggio Nino Baragli
Musiche Francesco De Masi
Scenografia Dante Ferretti




Metti una sera a cena
Michele e Nina, marito e moglie, si incontrano a casa di Max e Giovanna per cenare,bere e discutere di tutto,in particolare di amore e sesso; Michele è uno scrittore in crisi, Max un attore, Giovanna una donna affascinante e ricca.
Tra il gruppo si sviluppa un complesso gioco delle parti; Giovanna è innamorata di Michele, mentre Max ha una relazione non si sa quanto clandestina proprio con la moglie di Michele, Nina. I quattro appartenenti alla borghesia agiata, continuano ad incontrarsi in serate sempre più vuote, in cui fa capolino la noia e l’evidente mancanza di problemi seri; Max decide di dare nuova linfa al suo rapporto con l’amante e la convince ad accettare rapporti con Ric, un giovane all’apparenza contestatore, in pratica solo un gigolo che vive alle spalle della borghesia facendosi pagare le proprie prestazioni sessuali. E con Nina il rapporto, almeno all’inizio, sembra andare sul binario canonico di una serie di incontri solo sessuali.
Ma in seguito Ric si accorge di essersi innamorato di Nina e dopo averglielo confessato va a vivere con lei; ma Nina, che accetta solo perchè dopo averlo respinto una prima volta ha visto Ric tentare il suicidio,dopo una breve convivenza decide di comune accordo di separarsi da Ric. Il giovane infatti è deluso dal rapporto e decide di riportare la donna da Michele, suo marito. Il quale, innamorato della moglie, decide di ammettere il giovane alle riunioni serali,che d’ora in poi avranno nuova linfa.

Florinda Bolkan e Lino Capolicchio
Un’atmosfera piccolo borghese che mostra la vacuità della classe stessa, un’amoralità di fondo, la mancanza di valori. Giuseppe Patroni Griffi riduce per lo schermo una piece teatrale, che era stata portata in scena un paio di anni prima. Per il film sceglie un cast bene assortito,con Florinda Bolkan, esordiente in un ruolo da protagonista ad interpretare Nina, con Tony Musante nel ruolo dell’attore Max,con un biondo Lino Capolicchio nel ruolo del giovane Ric (curiosa la scena in cui Nina si avvolge in una bandiera nazista) e con Annie Girardot nel ruolo della ricca Giovanna.
Grande successo cinematografico,in virtù anche di qualche casta scena di erotismo e per qualche seno e nudo integrale della Bolkan. Il film si avvaleva della sceneggiatura di un giovanissimo Dario Argento e delle musiche, splendide,di Ennio Morricone. Anche la fotografia,soffusa e delicata di Tonino Delli Colli contribuì al grande successo di pubblico del film.
Metti una sera a cena, un film di Giuseppe Patroni Griffi. Con Florinda Bolkan, Jean-Louis Trintignant, Annie Girardot, Tony Musante, Lino Capolicchio, Nora Ricci, Adriana Asti, Silvia Monti, Mariano Rigillo. Genere Drammatico, colore 122 minuti. – Produzione Italia 1969.
Florinda Bolkan: Nina
Tony Musante: Max
Jean-Louis Trintignant: Michele
Annie Girardot: Giovanna
Lino Capolicchio: Ric
Adriana Asti: figliastra
Mariano Rigillo: comico
Milly: cantante
Silvia Monti: attrice alla conferenza stampa
Nora Ricci: prima attrice
Regia Giuseppe Patroni Griffi
Soggetto Giuseppe Patroni Griffi, dal lavoro teatrale omonimo
Sceneggiatura Giuseppe Patroni Griffi, Carlo Carunchio, Dario Argento
Produttore Marina Cicogna, Giovanni Bertolucci
Casa di produzione Red Films, San Marco Film
Distribuzione (Italia) Euro International Film
Fotografia Tonino Delli Colli
Montaggio Franco Arcalli
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Giulio Coltellacci
Satanik

Satanik,l’anti eroina dei fumetti,creazione della coppia magica del fumetto made in Italy,Magnus e Bunker (Secchi e Raviola) lanciò,agli inizi degli anni sessanta,il primo fumetto proto femminista della storia.La coppia Magnus e Bunker nel 1964 aveva già creato un antieroe,Kriminal.
Il successo di vendite delle gesta dell’uomo vestito con una calzamaglia raffigurante uno scheletro indusse i due editori a creare un omologo al femminile.
Nacque così Satanik,ant ieroina del dark d’autore.
Pietro Vivarelli nel 1966 porta sullo schermo una riduzione delle avventure della rossa eroina,affidando il ruolo di interprete principale a Magda Konopka;la storia racconta le avventure di Marny Bannister,una biologa con il volto deturpato,che si impossessa di un siero che la fa ringiovanire (temporaneamente) e la rende bellissima. fa innamorare di se un malavitoso,che però la scopre mentre l”effetto del siero finisce e muore cadendo dalle scale.
Satanik così fugge ,mentre viene braccata dall’ispettore Trent;alla fine morirà dopo aver rubato un auto con i freni rotti,precipitando in una scarpata.
Un film deludente in maniera eccezionale,girato malissimo,e in cui gli attori sembrano presi di petto dalle recite scolastiche;ridicola la Konopka,che aveva dal suo solo una discreta bellezza,ma nessuna capacità recitativa. Si segnalò,infatti,solo per una scena senza reggiseno,fugace.
Il resto del film,assolutamente noioso e bolso pone Satanik in uno dei primi posti tra le riedizioni su grande schermo dei fumetti,un primo posto tra i film più brutti,naturalmente.
Del personaggio oscuro,ben delineato dei fumetti,di quel personaggio che vive e si muove in una società un po bacchettona e ipocrita,in cui mostra un esempio di donna al negativo,ma con fortissime prerogative di indipendenza e libertà,nella trasposizione cinematografica non resta assolutamente nulla.
Satanik
Un film di Piero Vivarelli. Con Julio Pena, Magda Konopka, Umberto Raho, Luigi Montini, Nerio Bernardi, Armando Calvo, Isarco Ravaioli, Mirella Pamphili, Antonio Pica. Genere Noir, colore 85 minuti. – Produzione Italia, Spagna 1968.
Magda Konopka: Dr. Marnie Bannister
Julio Peña: Ispettore Trent
Umberto Raho: George Van Donan
Luigi Montini: Dodo La Roche
Armando Calvo: Gonzalez
Mimma Ippoliti: Stella Dexter
Isarco Ravaioli: Max Bermuda
Nerio Bernardi: Il professore
Joe Atlanta: Albert
Antonio Pica: Louis
Piero Vivarelli: Commissario Le Duc
Regia Piero Vivarelli
Soggetto Magnus (fumetto), Max Bunker (fumetto), Eduardo Manzanos Brochero
Sceneggiatura Eduardo Manzanos Brochero
Produttore Eduardo Manzanos Brochero
Fotografia Silvano Ippoliti
Montaggio Gianmaria Messeri
Musiche Manuel Parada
Magnus e Bunker nel 1964 avevano già creato un antieroe,Kriminal.
Il successo di vendite delle gesta dell’uomo vestito con una calzamaglia raffigurante uno scheletro
indusse i due editori a creare un omologo al femminile.
Nacque così Satanik,antieroina del dark d’autore.
La legge del male,il primo numero in edicola,parte dalla storia di Marny Bannister,biologa affetta da un orribile angioma sul volto,intelligente si,ma schivata da tutti proprio per il suo repellente aspetto fisico.
La Bannister ha anche altri problemi:una famiglia in cui predominano le sue due sorelle,entrambe bellissime,un padre alcolizzato e una madre assolutamente asservita alle volontà delle due figlie minori.In questo contesto,la pur intelligente Marny è costretta a vivere una vita ai margini,in cui l’unica consolazione viene proprio dal lavoro.
Rielaborando una teoria di Masopust,scienziato alla ricerca del siero della giovinezza,Marny riesce nel suo intento:crea un siero che la rende bellissima e giovane.
Ma l’effetto è solo temporaneo:sarà solo in seguito che grazie alla scoperta dei benefici derivanti dall’esposizione ai raggi provenienti da un rubino che Marny riuscirà a stabilizzare il suo stato fisico,impedendo la regressione all’aspetto iniziale.
La stupenda donna dai capelli rossi,risultato dell’esperimento,decide di vendicarsi di tutti coloro che la hanno mortificata in precedenza.
Uccide il padre ed una delle sorelle,dell’altra si vendica rubandone il fidanzato dapprima,sfregiandola poi.
E’ una creatura amorale e perversa,quella che ha sostituito in tutto la vecchia e orribile biologa.
Dietro di se lascia una scia di sangue e morte.
Sulle sue tracce si mette l’ispettore Trent,che tenterà in vano di catturarla.
Segretamente e ossessivamente attratto da lei,Trent arriva sempre ad un passo,senza però riuscire ad afferrare quella creatura selvaggia e amorale.
Satanik,come è chiamata adesso Marny,usa gli uomini per i suoi scopi:solo una volta il suo cuore sembra battere per Alex Bey,emulo del Dorian Grey di Wilde,un uomo bellissimo e corrotto che nasconde il suo marciume morale su una tela che invecchia al suo posto.
Satanik la troverà,e,tagliandola,restituirà all’uomo le sue vere fattezze,mostruose.
Una vita di vizi comparirà come per magia sulla sua figura,mentre il quadro che lo raffigura ritornerà all’antico splendore.
Il fumetto gode di vasta polarità,negli anni sessanta.
E’ un prototipo femminista,Marny.
Fuma,vive liberamente la propria sessualità,è indipendente dal mondo maschile.
La censura rivolge i suoi strali sulla Magnus e Bunker production,costringendo i due a mettere sulla copertina l’infamante marchio “Solo per adulti”.
Con il passare del tempo il fumetto perde la carica erotica e noir che ne aveva contraddistinto gli esordi;Satanik arriva anche a collaborare con la giustizia.
Le storie cambiano,diventano meno violente e più indirizzate al mondo del sovrannaturale e del fantastico.
Satanik è meno violenta,più positiva.Negli ultimi albi della serie,attorno al 1974,ha anche un fidanzato,Kris Hunter.
Nero,investigatore privato,è il vero amore dell’eroina dai capelli rossi.
Lei stessa,che all’inizio della serie sembrava irresistibilmente attratta dal denaro,dai gioielli,da quel sottile e perverso potere che aveva sugli uomini,si imborghesisce.
Magnus e Bunker ne hanno limato i tratti più selvaggi,rendendo più umano il suo carattere.
Ma i tempi stanno cambiando;nel mondo dei fumetti imperversa l’eros più spinto,e non sembra esserci più posto per la donna che si spoglia si,ma mai in nudi integrali,mai in pose oscene.
Il fumetto che lascia tutto alla fantasia,violento,ma di una violenza tacita e mai estrinsecata fino in fondo,non è al passo con i tempi.
La nostra eroina cessa di esistere,anche se non si saprà mai se la sua fine virtuale,sulle pagine in bianco e nero del fumetto,sia o no avvenuta.
Un fumetto dalla carica dirompente,erotico,ma di un erotismo fatto di sottintesi.
Sensuale,protofemminista.
Il fumetto esce dalla sua dimensione fanciullesca e ingenua per entrare in una dimensione adulta.
E’ al mondo adulto che guarda,ammicca.
In una società un po’ bacchettona e ipocrita,mostra un esempio di donna al negativo,ma con fortissime prerogative di indipendenza e libertà.
Se Diabolik è stato il capostipite del fumetto maschilista,Satanik lo è di quello femminista.
Un femminismo ingenuo e votato al negativo,ma violentemente dirompente.
Brucia ragazzo,brucia
Clara è una donna matura e molto sola. Ha un rapporto matrimoniale sicuramente poco appagante dal punto di vista intimo.Un giorno va in vacanza da sola,mentre il marito è preso dai suoi impegni;i due si vedono nei fine settimana,ma la donna,che vuole bene al marito,sente di essere inappagata dal punto di vista fisico. Così,conosciuto un giovane e focoso bagnino,Giancarlo,si concede a lui e per la prima volta conosce l’orgasmo femminile. Tra i due nasce anche un rapporto fatto di parole;il giovane le spiega la sessualità,la necessità di vivere una vita sessuale appagante. Clara comincia a capire cosa non funzionava nel suo matrimonio,e in un impeto di sincerità,rivela al marito l’accaduto;l’uomo,umiliato,la tratta malissimo,e dopo una furibonda lite,minaccia di lasciarla.
Clara,che vede il suo piccolo mondo crollarle addosso,decide di avvelenarsi con dei farmaci;il marito torna a casa e la trova morente sul letto,ma invece di chiamare i soccorsi,la lascia freddamente morire.
Brucia ragazzo brucia ebbe un sensazionale trionfo di pubblico,e curiosamente fu anche accolto bene dalla critica;era uno dei primissimi film che affrontava il tema della sessualità,con scene parecchio scabrose per l’epoca.Il tema dell’orgasmo femminile,mai affrontato prima sullo schermo,è trattato con dignità e con una certa profondità che mancherà a molti film successivi che affronteranno il difficile tema.
Diretto molto bene da Fernando Di Leo,il film lanciò le splendide bellezze di Francoise Prevost e di Monica Strebel;diretto nel 1969,arrivò più tardi in Italia per problemi legati all’immancabile censura.
Un film di Fernando Di Leo. Con Françoise Prévost, Monica Strebel, Gianni Macchia, Michel Bardinet, Anna Pagano, Leonora Ruffo, Ettore Geri. Genere Erotico, colore 91 minuti. – Produzione Italia 1969.
Gianni Macchia: Giancarlo
Françoise Prévost: Clara Frisotti
Michel Bardinet: Silvio Frisotti
Monica Strebel: Marina
Danika La Loggia: Bice
Anna Pagano: Monica
Marco Veliante: Marco
Franca Sciutto: cameriera
Regia Fernando Di Leo
Soggetto Fernando Di Leo, Antonio Racioppi
Sceneggiatura Fernando Di Leo, Antonio Racioppi
Fotografia Franco Villa
Montaggio Mario Morra
Musiche Gino Peguri
Scenografia Pietro Liberati
Il gatto a nove code

Franco, un appassionato di enigmistica, sta passeggiando con la nipotina davanti ad un istituto nel quale si svolgono ricerche avanzate sulla genetica; casualmente capta una strana conversazione tra due uomini.
Nel frattempo,qualcuno si introduce nell’istituto, e ruba alcune ricerche molto importanti. Uno dei collaboratori dell’istituto finisce ucciso sotto un treno; è l’inizio di una serie di delitti, sul quale indagano Franco (che è cieco) e un giornalista a caccia di servizi sensazionali, che fiuta il colpo grosso.
I due arrivano ad una conclusione comune: i delitti sono in qualche modo legati al direttore dell’istituto di ricerca e a sua figlia,una ragazza strana ,Anna, che avrà una breve relazione con il giornalista, rischiando anch’essa la morte.
La soluzione è legata ad un medaglione,che la donna della prima vittima porta al collo; il giornalista arriverà così appena in tempo a scoprire la verità.
Il gatto a nove code arriva dopo il successo del primo thriller di Dario Argento, L’uccello dalle piume di cristallo; è un thriller assolutamente canonico, con un assassino, insospettabile, una serie di omicidi apparentemente senza legami, e un’indagine risolta proprio dai due dilettanti, l’enigmista cieco e il giornalista a caccia di scoop.
Nel film compaiono Catherine Spaak, brava nel ruolo di Anna, Cinzia De Carolis, la nipotina di Franco, un ottimo Karl Malden nel ruolo di Franco, il cieco, James Franciscus che interpreta Carlo, il giornalista e il grande Tino Carraro, nel ruolo del padre di Anna, direttore dell’istituto di ricerca.
Nel cast ci sono anche Aldo Reggiani e Pier Paolo Capponi.
Alcune scene di Il gatto a nove code sono oggi considerate dei classici; prima fra tutte quella al cimitero, con un’ambientazione sapiente, tesa, in cui tutti attendono, da un momento all’altro, un gesto cruento; il tutto condito molto bene dalla colonna sonora del solito grande Ennio Morricone.

Il gatto a nove code, un film di Dario Argento. Con Rada Rassimov, Tino Carraro, James Franciscus, Catherine Spaak, Karl Malden, Emilio Marchesini, Umberto Raho, Stefano Oppedisano, Horst Frank, Vittorio Congia, Corrado Olmi, Ugo Fangareggi, Martial Boschero, Jacques Stany, Fulvio Mingozzi, Werner Pochat, Aldo Reggiani, Pier Paolo Capponi, Carlo Alighiero, Tom Felleghy, Pino Patti, Ada Pometti, Walter Pinelli, Sacha Helwin, Maria Luise Zetha, Cinzia De Carolis, Werner Pochath. Genere Giallo, colore 112 minuti. – Produzione Italia, Francia, Germania 1971.
James Franciscus Karl Malden …
Franco Arno … Carlo Giordani
Catherine Spaak … Anna Terzi
Pier Paolo Capponi … Ispettore
Horst Frank … Dr. Braun
Rada Rassimov … Bianca Merusi
Aldo Reggiani … Dr. Casoni
Carlo Alighiero … Dr. Calabresi
Vittorio Congia … Righetto (cameraman)
Ugo Fangareggi … Gigi
Tom Felleghy … Dr. Esson
Emilio Marchesini … Dr. Mombelli
Fulvio Mingozzi …
Corrado Olmi … Morsella
Pino Patti … Barbiere
Regia : Dario Argento
Prodotto da Salvatore Argento
Musiche: Ennio Morricone
Editing: Franco Fraticelli
Production Design :Carlo Leva
Costumi: Carlo Levi Luca Sabatelli
Titoli: Luciano Vittori
Casa di produzione: Seda Spettacoli, Terra Filmkunst, Labrador Film
Fotografia: Erico Menczer




























































































































































































































































































