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Signori e signore buonanotte

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Un telegiornale immaginario,il TG3 (che nel 1976 non c’era ancora),un conduttore aggressivo e al tempo stesso
preoccupato di seguire con attenzione le forme della sua valletta,la denuncia della corruzione,dell’invadenza della chiesa,le storture
della televisione della quale già si intravedevano i mali futuri,le forze armate,il capitalismo.
Tanti bersagli per un film ambizioso inquadrabile nel genere satirico probabilmente un po becero e sfilacciato,ma coraggioso e graffiante,
allestito dalla Cooperativa 15 maggio,creata dai registi Age, Benvenuti, Comencini, De Bernardi, Loy, Maccari, Magni, Monicelli, Pirro, Scarpelli e Scola e che includeva quindi il gotha del cinema italiano degli anni 70.
Una cooperativa nata più che altro per caso,come racconta Monicelli: “Eravamo un gruppo di amici e l’avevamo fatta più che altro per stare insieme,si scrivevano le sceneggiature in modo piacevole,poi con l’andar dell’età qualcuno aveva messo su famiglia,qualcun altro faceva la sua strada e non ci incontravamo più al di fuori del lavoro:per mangiare,per divertirci o per andare a fare una scampagnata o per giocare a pallone.
Allora abbiamo trovato quella scusa della Cooperativa e siamo stati assieme più di due anni,abbiamo litigato ma bene o male
è stata una cosa positiva,almeno dal punto di vista psicologico…”

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Mettere assieme un gruppo di registi diversissimi tra loro significa assemblare un film per forza di cose discontinuo; Signori e signore buonanotte lo è,anche se il risultato finale resta comunque di alto livello proprio grazie all’ironia,al sarcasmo e all’evidente voglia di graffiare che unisce il gruppo di amici che collabora alla pellicola.
Stili diversi,che affiorano nei vari sketch che costituiscono l’asse portante del film,nel quale a fare da trait d’union c’è un conduttore televisivo
impegnato anche nel ruolo di inviato speciale,ruolo grazie al quale ha la possibilità di avvicinare personaggi stravaganti che però hanno in comune il fatto di essere coloro che gestiscono il vero potere,quello politico ed economico.
Paolo T.Fiume,il conduttore,avvicina per esempio un ministro truffaldino e luciferino,corrotto fino al midollo che con faccia tosta degna di miglior sorte sostiene di essere stato eletto dagli elettori e di avere quindi il diritto di sfruttare il suo potere,anche usando mezzi illeciti per l’arricchimento personale.
In uno degli altri filmati del telegiornale,si vede l’Avvocato (somigliantissimo ad Agnelli) che,rapito,sostiene che la sua liberazione avverrà grazie agli operai delle sue aziende, che verseranno spontaneamente ciascuno qualche giornata di salario per riavere in azienda il loro datore di lavoro.
Mentre Fiume mostra il frutto delle sue interviste o manda in onda filmati surreali,la Tv segue i consueti programmi,che includono Una lingua per tutti,un telefilm ecc.

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Qui il surreale prende il sopravvento;il telefilm “La bomba” ,per esempio,mette alla berlina la polizia.
In una stazione di polizia scatta l’allarme attentato quando si rinviene una sveglia dimenticata in una borsa da una distratta signora;scoperta la verita
i dirigenti,pur di non fare brutta figura simulano un vero attentato che però finisce per fare strage di poliziotti.
Tre sketch sono ambientati a Napoli,città da sempre contraddittoria e scenario ideale per fare della denuncia mascherata da satira,che è poi il vero obiettivo del cast di registi; in uno un Vescovo premia un ragazzo costretto a fare da papà e a lavorare come uno schiavo per mantenere la numerosa famiglia.
Il ragazzo,schiacciato dalla vita miserabile che fa,torna a casa e si uccide.
Sempre a Napoli viene girata l’intervista al professor Schmidt,che ha “studiato” un metodo sicuro per eliminare la sovra popolazione della città,ovvero mangiare i bambini eliminando così alla radice il problema.
Fiume partecipa ad una tavola rotonda proprio nella città campana,alla quale partecipano gli amministratori della città.
Il programma prevede l’intervento del pubblico da casa,ma di fronte alla interminabile sequela di insulti che si riversa sui politici,questi ultimi
finiscono per andare su tutte le furie,mangiandosi anche la ricostruzione della città fatta in torrone presente nello studio.Alla fine andranno via non prima di aver rubato l’orologio dell’esterrefatto Fiume.

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Il tono degli inserti è questo;il film è una lunga sequenza di graffianti attacchi al mondo politico e delle istituzioni.
Non manca l’attacco al vetriolo fatto nei riguardi della chiesa,un conclave in cui tutti i partecipanti,pur di essere eletti papa,non esitano a far fuori i rivali.
Sarà il più malandato di tutti (almeno all’apparenza) ad avere la meglio,grazie ad un piano assolutamente insospettabile portato avanti con pazienza e che gli permetterà, una volta eletto,di far fuori gli ultimi candidati rimasti.
Corrosivo e irriverente,Signori e signore buonanotte snocciola,uno dietro l’altro,i difetti italici;lo fa con un linguaggio a tratti becero e greve,con trovate spesso irreali  al limite del demenziale,ma con forza degna di un uragano.
Non c’è un’istituzione che si salvi dal linguaggio scenico iconoclasta scelto dai registi,ognuno con un suo tocco personale.
Lieve e ironico a volte,pesante come un maglio altre.
La Cooperativa assembla un cast assolutamente straordinario per un film in cui i protagonisti stanno in scena solo per il tempo del loro sketch,ad eccezione di Mastroianni che interpreta Fiume,il conduttore televisivo.
Gassman e Manfredi,Villaggio e Tognazzi,Adolfo Celi e Mario Scaccia dividono la scena con attrici come Andrea Ferreol,Senta Berger e Monica Guerritore,Lucretia Love.
Tanti comprimari di valore che arricchiscono di professionalità un film come già detto molto discontinuo,in cui cose eccellenti si mescolano,senza soluzione di continuità,a cose decisamente meno belle e a tratti anche volgari.
Per una volta però non c’è il consueto campionario di natiche e seni,anzi.

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La presenza femminile nel film è ridotta all’osso, il che a ben vedere è un limite in senso profetico del film.
La Tv del futuro,come ben sappiamo,sarà occupata militarmente da scosciate e puttanoni,da donne capaci di ogni bassezza pur di ottenere un posto al sole.
Cosa che accadrà anche nella politica,dove anche se in maniera nettamente inferiore,l’universo femminile mostrerà di aver assimilato la lezione del passato,in una diffusa corruzione di costumi
che non farà invidia a quello maschile.
Fra tutti gli episodi che compongono il film,quello interpretato da Manfredi e diretto da Magni è di gran lunga il più armonico e crudele,accanto a quello del bambino lavoratore;
ma tutto il film alla fine centra i bersagli che erano negli obiettivi e pur non ottenendo ai botteghini quanto era nelle premesse e nei propositi,alla fine è operazione coraggiosa e di sicura qualità.
Si ride amaro,ci si indigna,ci si costerna.
C’è tutta l’Italia dei vizi e della corruzione,una volta tanto vista solo nei suoi aspetti peggiori.
Non c’è un lampo di luce,un raggio di sole.
Un presagio degli anni di fango e della triste realtà attuale.
Il film è disponibile su You tube in una ottima versione all’indirizzo: https://www.youtube.com/watch?v=Qj3eDlKptB8

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Signore e signori, buonanotte

Un film di Luigi Comencini, Mario Monicelli, Nanni Loy, Ettore Scola, Luigi Magni. Con Nino Manfredi, Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Paolo Villaggio, Adolfo Celi, Marcello Mastroianni, Senta Berger, Lucretia Love, Carlo Croccolo, Andrea Bosic, Camillo Milli, Eros Pagni, Franco Angrisano, Gianfranco Barra, Gabriella Farinon, Monica Guerritore, Angelo Pellegrino, Carlo Bagno Commedia, durata 119 min. – Italia 1976

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Marcello Mastroianni: Paolo T. Fiume
Nino Manfredi: cardinale Felicetto de li Caprettari
Ugo Tognazzi: generale / pensionato
Paolo Villaggio: prof. Schmidt / presentatore quiz
Vittorio Gassman: agente della CIA / ispettore Tuttunpezzo
Adolfo Celi: Vladimiro Palese
Senta Berger: signora Palese
Monica Guerritore: assistente di Paolo
Felice Andreasi: valletto
Andréa Ferréol: Edvige
Sergio Graziani: cardinale Canareggio
Mario Scaccia: cardinale Piazza-Colonna
Franco Scandurra: cardinale decano
Carlo Croccolo: questore
Eros Pagni: commissario Pertinace
Gianfranco Barra: portiere Nocella
Renzo Marignano: intervistatore a Milano
Angelo Pellegrino: giornalista
Camillo Milli: capitano La Pattuglia
Duccio Faggella : artificiere Tirabocchi
Luca Sportelli: onorevole Lo Bove

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Regia Age, Benvenuti, Comencini, De Bernardi, Loy, Maccari, Magni, Monicelli, Pirro, Scarpelli, Scola
Soggetto Agenore Incrocci, Leo Benvenuti, Luigi Comencini, Piero De Bernardi, Nanni Loy, Ruggero Maccari, Luigi Magni, Mario Monicelli, Ugo Pirro, Furio Scarpelli, Ettore Scola
Sceneggiatura Agenore Incrocci, Leo Benvenuti, Luigi Comencini, Piero De Bernardi, Nanni Loy, Ruggero Maccari, Luigi Magni, Mario Monicelli, Ugo Pirro, Furio Scarpelli, Ettore Scola
Casa di produzione Cooperativa 15 maggio
Distribuzione (Italia) Titanus Distribuzione
Fotografia Claudio Ragona
Montaggio Amedeo Salfa
Musiche Lucio Dalla, Antonello Venditti, Giuseppe Mazzucca e Nicola Samale
Scenografia Lucia Mirisola, Lorenzo Baraldi e Luciano Spadoni
Costumi Lucia Mirisola, Lorenzo Baraldi e Luciano Spadoni

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Una lingua per tutti
La bomba
Sinite parvulos
L’ispettore Tuttunpezzo
Il personaggio del giorno
Il Disgraziometro
Santo Soglio
La cerimonia delle cariatidi

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Paolo T. Fiume: Scusi ma… ma che cacchio sta dicendo?
Ministro: Io sto dicendo che l’elettorato vede in me un prevaricatore. Se invece voleva scegliere un uomo probo, onesto e per bene, ma che dava i voti a me? Addio ragazzo. Andiamo, andiamo.
Paolo T. Fiume: Ma… ma tu guarda che fijo de ‘na mignotta!
Una notizia da Roma: l’assessore generale ha ordinato l’immediata demolizione del rudere di un tempio romano del IV secolo a.c., che sorgeva abusivamente davanti alla villa con piscina
dell’imprenditore edile Marcazzi, deturpando l’armonia della villa stessa.

Onorevole non crede sarebbe opportuno, in attesa di conoscere la verità, di dare la dimissioni dalla sua alta carica…
Giovanotto, dimettermi: mai! Questa sarebbe una mossa sbagliata!
Lei vorrebbe dire che le sue di dimissioni sarebbero un implicito riconoscimento delle accuse…
Ma no, no: io non mi dimetto per combattere la mia battaglia da una posizione di privilegio. Dal mio posto posso agevolmente controllare l’inchiesta, inquinare le prove, corrompere i testimoni: posso, insomma, fuorviare il corso della giustizia.
Onorevole, ma non è irregolare, contro la legge?
Ah no giovanotto, io le leggi le rispetto, e soprattutto la legge del più forte. E siccome in questo momento io sono il più forte intendo approfittarne, è mio dovere precipuo!
Ma dovere verso chi, scusi?
Ma verso l’élettorato che mi ha dato il voto per ottenere da me posti, licenze, permessi, appalti, perché li spalleggi in evasioni fiscali, in amministrazioni di fondi neri, crolli di dighe mal costruite, scandali, ricatti, contrabbando di valuta.
Scusi, ma che cacchio sta dicendo?
Io sto dicendo che l’élettorato vede in me un prevaricatore. Se invece voleva scegliere un uomo probo, onesto e per bene, ma che dava i voti a me? Addio ragazzo…
L’opinione di paochi dal sito http://www.mymovies.it

Bastano 2 ore per innamorarsi di questo gioiello della nostra cinematografia. Minuti in cui un manipolo ben organizzato di registi ed attori già affermati disegna l’Italia di allora (e di oggi) con battute graffianti, immagini evocative e divertimento sempre sostenuto da amore per il proprio paese. “Signore e signori, buonanotte” si muove così all’interno di un TG3 immaginario (allora ancora non esisteva) il cui conduttore/giornalista (un Mastroianni divertito e divertente), accompagnato dalla sua dolce vallettina (una Guerritore tutta miciosa), lancia servizi, propone interviste, legge notizie che portano alla visione dei tanti episodi in cui il film è realizzato. A distanza di tanti anni quasi tutti gli episodi sono di una sconcertante aderenza alla realtà attuale. Politici che restano aggrappati alle loro poltrone “altrimenti come posso fare leggi per me, pagare giudici e colleghi in parlamento se non da una posizione dominante?!” Pensionati che per vivere devono ricorrere agli espedienti più creativi. Trasmissioni di intermezzo che poco hanno da invidiare a quelle inutili che ci propinano ogni giorno Mediaset e Rai (dai reality ai quiz show) Ma soprattutto tanta politica che tocca tutto e tutti: il lavoro minorile, Napoli, la corruzione, il Vaticano, le forze armate. Tutto diventa ancora più godibile grazie all’ottima scrittura dei singoli episodi che al talento sconfinato dei tanti interpreti. Scegliere tra uno degli spezzoni è impossibile. Bisogna guardarli, riguardarli, pensarli realizzati allora ad inizi anni 70 e calati oggi nel 2014. Insomma è un film da venerare, creativo, coraggioso, come l’intervista ad un ministro che nonostante gli scandali clamorosi non si dimette e anzi si crogiola con sfrontatezza nella sua posizione di “più forte”. Amiamolo. E’ uno dei nostri patrimoni.

Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com

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Film godibile che riesce ad alternare momenti in cui prevale la parte comica ad altri in cui prevale la riflessione sociale. Mastroianni straordinario trascinatore, una Guerritore nel fiore della sua bellezza, un irresistibile Villaggio, ottimo Tognazzi, bravissimo Manfredi. Tra i caratteristi buono il cameo di Adolfo Celi, i ruoli di Mario Scaccia e Sergio Graziani, cardinali assetati di potere.
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Oggi potrebbe sembrare un po’ lento, ma per l’epoca è stato sicuramente un film d’avanguardia: qui forse per la prima volta si mette alla berlina la televisione italiana. Gli spot parodiati, il finto TG3 (che non esisteva ai tempi) e il quiz “Il disgraziometro” sembrano un Maccio Capatonda ante litteram. Alcuni episodi mi sono sembrati noiosi; si salvano quelli con Paolo Villaggio.

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Composito ma uniforme sia come parodia del palinsesto televisivo che come satira di mali incurabili dell’Italia (corruzione, prassi clientelare, nepotismo, clericalismo, gerontocrazia, questione meridionale, povertà…). Il linguaggio, spesso goliardico e grossolano, è comunque riscattato dal sommo cast: Mastroianni mezzobusto che preannuncia Max Cipollino di Boldi, Tognazzi pensionato indigente, i duplici Villaggio e Gassman, Manfredi tertius gaudens tra i due litiganti Scaccia e Graziani. La Love ci insegna inglese con l’anatomia.

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settembre 11, 2016 Pubblicato da: | Commedia | , , , , , , , , , , | 6 commenti

Le altre

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Nell’Italia puritana e bigotta degli anni sessanta,ancora lontana dalla rivoluzione culturale dei decenni successivi,uno dei temi più spinosi e meno dibattuti era quello dell’omosessualità o del lesbismo.
Nonostante il movimento del 68 che in qualche modo aveva portato una ventata di rinnovamento,l’Italia viveva una situazione confusa,contraddittoria in materia di diritti legati alla sessualità.
Nel 1968 era ancora esistente il delitto d’onore,così come il reato di adulterio;diritti civili come l’aborto o il divorzio erano ancora chimere e in questo quadro desolante l’omosessualità era vissuta segretamente,quasi fosse una colpa grave.
Era considerata una malattia oltre che una devianza,di conseguenza un tema assolutamente scomodo,del quale non parlare.
Nel 1969 il regista iraniano Alessandro Fallay,sotto lo pseudonimo di Renzo Maietto,adottato per aggirare il divieto esistente verso i registi stranieri di accedere a contributi economici per film italiani dirige il film Le altre,una pellicola a suo modo coraggiosa che parla non solo di lesbismo,ma anche di procreazione di coppie omosessuali e di convivenza tra coppie dello stesso sesso.

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Maietto dirige la sua prima e unica opera in modo forse confuso,ma coraggioso e anticonformista.
Il tema scomodissimo del lesbismo viene affrontato in modo dispersivo,senza la necessaria profondità,dovuta anche alla necessità di aggirare le forbici della censura; ma il film ha comunque il grande merito di lanciare un sasso nella palude stagnante del conformismo del pensiero comune,il merito in definitiva di parlarne.
La trama in sintesi:
Alessandra e Flavia sono legate da tempo da un legame lesbico,che però vivono serenamente,senza complessi di colpa.
Ma la relazione sembra essere arrivata ad un punto morto e come una qualsiasi coppia etero hanno bisogno sia di trovare nuovi stimoli,sia di cementare il loro affetto con quello che è il simbolo del famiglia tradizionale,un figlio.
Non potendo accedere all’adozione e non volendo affidarsi alle prime sperimentali tecniche di fecondazione in provetta,decidono di comune accordo di procreare in modo naturale.
Dopo alcune infelici esperienze,trovano finalmente il donatore.
Ma un’intervista porterà il caso davanti all’opinione pubblica con conseguenze disastrose,mentre la nascita della bimba ha mutato gli equilibri di coppia…

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Un film coraggioso,indubbiamente,ma anche terribilmente confuso.
Ad una prima parte in cui assistiamo a dialoghi disarmanti nella loro semplicità si sostituisce una seconda parte caratterizzata dal tono documentaristico del film,che smette di analizzare le difficoltà della coppia per concentrarsi sul clamore mediatico che suscita la relazione “proibita”
Ma il film ha il merito,per una volta,di affrontare il lesbismo come una relazione di coppia e non come una devianza sessuale;le due protagoniste sono donne della porta accanto, la location è una città e non la solita  esotica che invoglia alla trasgressione di un momento.
La relazione tra Alessandra e Flavia in fondo non è diversa da una etero;hanno gli stessi problemi,sono alle prese con dinamiche di coppia perfettamente uguali a quelle di una coppia tradizionale.
Noia e gelosia,abitudine affliggono anche loro.
E un bambino che nasce altera gli equilibri come avviene in tutte le famiglie.
Film a fasi alterne quindi,con cose buone e meno buone,ma diretto in fondo con buona e onesta mano da Maietto,che quanto meno non indulge nelle inquadrature morbose.

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Certo,i tempi non permettevano esposizioni smodate di nudi femminili;ma una volta tanto è una fortuna,perchè Maietto si concentra sulla storia ed evita la prurigine che potrebbe scaturire dalla morbosità della storia.
Brave le due protagoniste,la italianissima e biondissima Erna Schurer e la deliziosa Monica Strebel;una coppia affiata che da un tocco di sano realismo alla storia raccontata.
Decisamente su un piano diverso il cast maschile,fatto di volti quasi sconosciuti e a tratti imbarazzante nella recitazione.
Un’opera quasi sperimentale,quindi,che però ha grandi meriti,con lo sdoganamento a cui accennavo agli inizi del tema scomodo del lesbismo.
Da segnalare le invasive musiche,peraltro brutte e fuori contesto,quasi barocche e a tratti davvero fastidiose per un film
datato ma dall’indubbio fascino,rimasto sepolto per mezzo secolo e oggi finalmente disponibile in digitale.

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di Alessandro Fallay (come Renzo Maietto),con Erna Schurer,Monica Strebel,Gabriella D’Olive,Max Dorian
Commedia durata 90 minuti,Italia 1969

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Erna Schürer: Alessandra
Monica Strebel: Flavia
Gabriella D’Olive: Elvira
Max Dorian: collega di Alessandra
Raul Lovecchio: Carlo
Giuliano Esperanti: Giornalista

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Regia Alessandro Fallay
Soggetto Alessandro Fallay, Giulio Berruti
Sceneggiatura Alessandro Fallay, Giulio Berruti
Produttore Carlo Maietto, Renzo Maietto, Leonardo Bonomi
Casa di produzione Unifilm S.r.l.
Fotografia Giuseppe Pinori
Montaggio Paolo Lucignani
Musiche Piero Piccioni
Scenografia Mimmo Scavia
Costumi Mimmo Scavia

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Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com

Homesick

Pubblicità, giornalismo rapace e slogan pro-natalisti del cattolicesimo più retrivo sono colpiti per mezzo di un discorso in straordinario anticipo sui tempi
– la famiglia gay – ma esposto male a causa di una diegesi piatta, lunghi incisi di patetico realismo (anzi, di semi-documentarismo) sulla vita di coppia e musiche invasive e poco appropriate.
Tra gli “stalloni” rifiutati dalle conviventi more uxorio Schurer-Strebel si fa avanti il Giuliano Disperati di Hanno cambiato faccia, mentre un giovane e non accreditato
Flavio Bucci appare a sorpresa nel ruolo del fotografo.
Mco

Opera misteriosa e sepolta, che fece scalpore per la tematica affrontata (siamo nel 1969!) e sulla cui direzione è sempre regnato il caos.
Pare assodata la teoria che vuole Renzo Maietto come regista ma su Fallay vi è discordanza, per alcuni (la Schurer) essendo anch’egli vero direttore della pellicola. In sè il film non offre grandi spunti,
se si eccettua la presenza delle bellissime interpreti, ma l’alone oscuro della sua (quasi) invisibilità lo rendono comunque guardabile.
Fauno

Lento ed estetico come molti film di quegli anni. Tema imperniato su due lesbiche che vogliono ampliare la famiglia e ricercano il fecondatore idoneo, finendo per trovare quello più reazionario.
Toccante veder confermata l’aggressione a capofitto della pubblicità anche e soprattutto su queste persone così stravaganti e particolari, onde concretizzare ad ogni costo un pingue profitto monetario.
In due parole: se si ama la Schurer basta guardare le immagini, se si vuole estrapolar qualcosa di culturale è un po’ più complicato.

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agosto 21, 2016 Pubblicato da: | Commedia | , , | Lascia un commento

Come imparai ad amare le donne

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Commedia vagamente satirica,in bilico tra la sophisticated comedy di stampo più americano che british e la commedia all’italiana,Come imparai ad amare le donne e un film diretto da Luciano Salce nel 1967,ad un anno esatto dal buon successo di critica ottenuto con El Greco;è il periodo più fertile del bravo regista e attore laziale,equamente diviso tra le sue due grandi passioni cinematografiche,l’impegno come attore protagonista e la regia.
Un lavoro discreto,senza grandi acuti ma diretto con mano agile da Salce,generalmente incline nei lavori successivi ad affondare il coltello
nelle parti deboli,nel ventre molle del costume e del sociale italiano,con lavori di buon fattura come Il belpaese e il celebratissimo Fantozzi.
In questo caso la satira c’è ma resta tra le righe.
L’intento di raccontare la storia di uno svagato quanto ingenuo giovanotto che scopre l’universo femminile e l’amore,finendo poi per esserne inglobato dalla rete di seduzione tessuta ai suoi danni.
Salce dicevo utilizza bene un cast sontuoso sopratutto al femminile,con presenza di rilevante spicco come Michèle Mercier,Elsa Martinelli,
Anita Ekberg,Nadja Tiller,una acerbissima Romina Power,Orchidea de Santis e Sandra Milo mentre il cast al maschile,in secondo piano
o comunque mimetizzato per far risaltare le vere protagoniste della storia include Robert Hoffmann,Gianrico Tedeschi,Vittorio Caprioli e
Carlo Croccolo.

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Il film scivola via abbastanza agilmente,grazie anche alla formula delle micro storie legate da un solo filo conduttore,la formazione sessual sentimentale del protagonista della storia che,concupito dalle donne,finirà per cadere nella rete della più astuta di essa.
Finale amaro ma non più di tanto,per la naturale antipatia che sembra circondare Roberto Monti,il giovane protagonista.
Di famiglia prestigiosa,reduce da un’esperienza in college nel quale però è stato ammesso solo perchè figlio del fondatore,il giovane trova come primo lavoro grazie alla sua passione per i motori un lavoro come meccanico.
Passato da li a fare il venditore di auto,Roberto finisce per imbarcarsi,con tutta la sua ingenuità (che man mano andrà scomparendo) in una serie
di avventure galanti,le più importanti delle quali con la bella Laura e la ancor più bella Olga,due donne in affari che dirigono rispettivamente un prestigiosa casa di mode e una importante fabbrica di elicotteri.
Ma è Irene la prima a far palpitare il cuore di Roberto;bella e acerba,Irene decide di intrappolare il giovane in una rete fatta di seduzione e attrazione.
Sarà grazie a sua zia Olga che la ragazza in qualche modo riuscirà nel suo intento…
Una vera divagazione sentimental/ironica questa di Luciano Salce.

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Un film in cui la storia leggera e senza grosse ambizioni prende il sopravvento sulla volontà di colpire la classe medio-lta che è la vera protagonista del film;Salce non affonda mai, quasi avesse l’intento dichiarato di mantenersi sui binari stretti dell’ortodossia cinematografica.
Il lavoro alla fine non delude,ma sicuramente tradisce un po lo spirito guascone e corrosivo del Salce successivo,quello che in modo aggressivo
stigmatizzerà i difetti italici nel citato Fantozzi,opera della piena maturità che consegnerà a noi un regista dalle grandi capacità satiriche,che non sfuggiranno ai più attenti spettatori in lavori che non riscuoteranno grosso successo,come il graffiante Colpo di stato.
Come imparai ad amare le donne è un lavoro ben congegnato,senza dubbio;elegante formalmente e mai da sbadiglio.
Nel gineceo artistico,da segnalare l’ex Angelica Michele Mercier,alla ricerca di un’identità di difficile realizzazione,una brava Sandra Milo,una bellissima Orchidea De Santis e Romina Power,davvero poco espressiva ma dal sicuro fascino estetico.Parti minori per Mariangela Giordano e Mita Medici.Bene il cast maschile.
Belle le location per un film molto trascurato dalle tv e di difficile reperibilità.

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Come imparai ad amare le donne

Un film di Luciano Salce. Con Anita Ekberg, Zarah Leander, Robert Hoffman, Sandra Milo,Nadia Tiller, Michèlle Mercier, Elsa Martinelli, Romina Power,Gianrico Tedeschi, Carlo Croccolo, Mariangela Giordano, Vittorio Caprioli, Gigi Ballista, Mita Medici Commedia, durata 110 min. – Italia 1967

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Michèle Mercier: Franziska
Nadja Tiller: Baroness Laura
Elsa Martinelli: Rallye driver
Anita Ekberg: Margaret Joyce
Zarah Leander: Olga
Romina Power: Irene
Robert Hoffmann: Robert
Orchidea De Santis: Agnes
Sonja Romanoff: Monika
Erica Schramm: Betty
Gigi Ballista: Sir Archibald
Heinz Erhardt: Schluessel
Chantal Cachin: Wilma
Gianrico Tedeschi: Direttore

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Regia Luciano Salce
Sceneggiatura Franco Castellano, Willibald Eser, Giuseppe Moccia
Produttore Enrico Chroscicki, Marcello Papaleo, Dieter Pauker, Alfonso Sansone
Casa di produzione Sancro Film
Fotografia Erico Menczer
Montaggio Marcello Malvestito
Musiche Ennio Morricone
Costumi Luca Sabatelli

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L’opinione di Wangyu dal sito http://www.filmtv.it

Mediocre commedia sexy anni 60, di positivo qualche bellezza sensuale, bene la allora quindicenne Romina Power.

Il Gobbo

La carriera di un libertino al tempo del Piper. Salce indovina ambientazione, dècor, cast (pauroso quello femminile che va dalla Milo ancora appetitosa a Mita Medici) e tono. Ottimo fino al segmento con Anitona, poi s’ingolfa un po’ (troppo lungo l’episodio con la Mercier che si auto-parodizza).
Elegante e frivolo, molto swingin’ sixties, quindi per noi di culto.
Homesick

Suddivisa in tanti piccoli episodi tra loro legati dalla presenza costante dell’ingenuo Hoffmann e dalla solita ninfetta Power, un’innocua commedia diretta con mano leggera da Salce.
Tra le affascinanti donne che svezzano il protagonista si distinguono la disponibile servetta De Santis, l’esagitata pilota Martinelli e l’eccentrica diva Ekberg,
che si concede un velato nudo subacqueo; tra i pochi uomini, si ricorda un severo Tedeschi, che spara sentenze latine a raffica. Banalissimo il finale.
Deepred89

Un Salce decisamente minore, non disprezzabile a livello visivo (siamo dalle parti del pop sessantiano) e tecnicamente ben realizzato, ma dalla trama fiacca e ripetitiva  (anche se si notano analogie con L’uomo che amava le donne) e con un protagonista che non incide. Gineceo ricco, variegato e piuttosto spogliato (quel che concedeva il 1966, anno dei primi seni scoperti sugli schermi nostrani). Alla lunga noiosetto, ma l’occhio è appagato.
Dusso

Una durata più breve avrebbe giovato (105 min), per una trama come questa. Hoffmann se la cava mentre il cast femminile è notevolissimo: la Power sedicenne è un’accattivante lolita come in altri suoi film dell’epoca.
Siamo nel 1966 e Salce prova ad osare il massimo consentito con l’erotismo. Oggi può risultare un po’ noiosetto… il film scorre senza sussulti.
Motorship

Un discreto film di Salce che racconta la vita di un avventuriero ai tempi della Roma anni 60. Il film paga lo scotto di alcuni punti morti (ergo noiosi) a causa di una durata troppo lunga per un film prettamente “easy”.
Ma Salce è regista di ottimo spessore per cui il film resta comunque guardabile. Non male Hoffmann, mentre il cast femminile è quanto di meglio si potesse avere in un film (la Medici, la De Santis, la Mercier, la Ekberg,
una giovane Romina Power, tanto per citarne qualcuna). Notevoli scenografie e musiche. Non male.

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agosto 19, 2016 Pubblicato da: | Commedia | , , , , , , , , | Lascia un commento

Bello come un arcangelo

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Un Buzzanca straripante interpreta come al solito un personaggio molto dotato sessualmente a caccia di facili prede
in una commedia (commediaccia?) diretta da Alfredo Giannetti nel 1974,reduce dal grandissimo successo ottenuto qualche anno prima
con lo sceneggiato tv La famiglia Benvenuti.
Siamo nel solito ambito della commedia a metà strada tra il sexy e il farsesco,con qualche ambizione di commedia brillante che naufraga
miseramente su una sceneggiatura rozza e insulsa,sacrificata sull’altare dello sfruttamento del personaggio Buzzanca,topos del meridionale
allupato e sempre alla ricerca della conquista facile.
In questo film è Tano,un rappresentante spiantato che prende una sbandata per la bella adolescente Mariangela,figlia di Antonio Floris,avvocato
di fresca vedovanza afflitto da un rapporto quantomeno complesso con la vecchia mamma invadente e impicciona.
Proprio l’avvocato invita Tano,che vuol stare vicino quanto più possibile alla preda bramata,a restare in casa sua nel tentativo maldestro di
portare alla tomba l’anziana madre ed ereditarne le sostanze.

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Ma nella casa,oltre alla bella Mariangela,ci sono due donne dai robusti appetiti sessuali,ovvero la governante di casa Immacolata e Sisina,procace
cameriera.
Il “povero” Tano è così costretto a dividersi tra le tre donne mentre dall’altro lato è costretto a studiare sempre nuovi mezzi per liberare il suo anfitrione Antonio dalla madre.
Tutti i sistemi studiati falliscono miseramente ma quando sembra che la vecchia donna debba scampare impunemente ai tentativi di omicidio della sgangherata coppia,ecco che il caso libera i due da ogni problema.
Reduce da uno dei convegni amorosi notturni,Tano,completamente nudo,compare all’improvviso davanti alla vecchia che scambiandolo per
l’arcangelo Gabriele viene colta da un infarto.
Lungi dall’essere liberato dalla tanto agognata morte della madre l’avvocato Antonio esce di senno,finendo così in un manicomio.
Tano sembrerebbe avere finalmente via libera con Mariangela,ma scopre con amarezza di essere stato gabbato dalla furba ragazzotta che
ha invece una relazione con un militare.

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Deluso,Tano abbandona la casa dell’avvocato ma viene raggiunto da Immacolata,con la quale si avvia verso il suo incerto futuro.
Stereotipi a go go per un film superficiale e privo del benchè minimo spunto degno di rilievo;una sequela di gag stanche per l’ennesima trasposizione di una storia con tanto di clichè del meridionale focoso,del papà geloso della figlia,degli immancabili pettegolezzi da bar e via discorrendo.
Occasione persa?
No perchè è scritto sin dalla sceneggiatura l’esito del film.
A salvare tutto ci sono per fortuna gli attori impegnati in ruoli anche abbastanza deprimenti;svetta la bravissima Borboni nei panni della madre dell’avvocato che alla fine è stroncata da un infarto in seguito alla visione di Buzzanca nudo,un Orazio Orlando molto bravo nel ruolo del nevrastenico avvocato e infine da glorificare i seni della Carnacina e della Blanc,ovviamente mostrati con qualche riserva.
Rimasto in un cassetto il film è oggi disponibile in digitale e su Youtube in una buona versione all’indirizzo:https://www.youtube.com/watch?v=uBpl8-HULVk

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Bello come un arcangelo

Un film di Alfredo Giannetti. Con Stella Carnacina, Orazio Orlando, Paola Borboni, Lando Buzzanca, Erika Blanc, Willy Colombini,
Ernesto Colli, Lorenzo Piani, Vittorio Fanfoni, Livio Barbo, Sergio Fiorentini Commedia, durata 95 min. – Italia 1974.

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Lando Buzzanca: Tano Avallone
Orazio Orlando: avv. Antonio Fortis Pantaleo
Stella Carnacina: Mariangela
Erika Blanc: Immacolata
Paola Borboni: donna Mercedes
Clarisse Monaco: Sisina
Sergio Fiorentini: don Ferdinando
Ernesto Colli: sacrestano
Bruno Vilar: pazzo alla processione
Livio Barbo: fidanzato di Mariangela
Franca Scagnetti: suora del collegio

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Regia Alfredo Giannetti
Soggetto Alfredo Giannetti
Sceneggiatura Alfredo Giannetti
Produttore Angelo Jacono
Distribuzione (Italia) Pac
Fotografia Enrico Menczer, Luciano Cavalieri
Montaggio Renato Cinquini
Musiche Renato Serio
Tema musicale Le canzoni Canzuncella cafona e La vita che d’è sono cantate da Lando Buzzanca
Scenografia Emilio Baldelli
Costumi Maria Baronj
Trucco Gianfranco Mecacci

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L’opinione di mm40 dal sito http://www.filmtv.it

L’ennesimo lavoruccio scritto addosso a Lando Buzzanca, che in quegli anni spopolava con il personaggio del meridionale superdotato e ultravirile, capace di infinite conquiste in campo femminile e di prestazioni largamente oltre la soglia dell’incredibile.
Qui il suo personaggio si destreggia fra tre donne senza quasi battere ciglio, nel segno della solita farsuccia dai mezzi modesti e dalle idee ben inferiori; tutta roba vecchia e sorpassata già all’epoca, sulla falsariga di sciocchi e maschilisti stereotipi popolari.
D’altronde questo voleva il pubblico dei tempi e viene da chiedersi se sia poi tanto peggio dei futuri cinepanettoni. Buzzanca leader incontrastato della situazione, con al fianco due-tre nomi discreti (Paola Borboni, ahilei, invero meritevole di molto meglio; Erika Blanc e il caratterista Orazio Orlando)
e un contorno di volti (e cosce) anonimi. Non male le debitamente grottesche musiche di Renato Serio; alla fotografia c’è niente meno che Erico Menczer, in quegli anni in caduta libera come il cinema nostrano.

Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com

B.Legnani

Uno dei Buzzanca peggiori: superdotato il personaggio principale (lo si capiva pure dai flani dell’epoca, assai poco eleganti), ipodotato il film, che arranca spaventosamente. La cosa migliore è il volto di Stella Carnacina (toracicamente non vistosa), figlia del figlio del noto gastronomo Luigi Carnacina.

Homesick

Commediaccia triviale e vuota, suscita un’indignazione ancor più grande in quanto diretta da Alfredo Giannetti, soggettista e sceneggiatore il cui curriculum può vantare titoli come Il ferroviere e Divorzio all’italiana. Dilagano luoghi comuni societari e linguistici dell’Italia del Sud, con un Lando Buzzanca nel suo ennesimo ruolo di maschio italico superdotato, e il pessimo gusto che sprigiona il personaggio della povera Paola Borboni.

Enricottta

Film molto scadente ma non esente da alcuni momenti riusciti. Il solito Buzzanca non può fare altro che adeguarsi al nulla del resto del cast. Come tante, troppe commediacce dell’epoca. Il cast è alquanto male assortito: si ricordano un bella Stella Carnacina e Orazio Orlando, sempre stralunato.

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agosto 16, 2016 Pubblicato da: | Commedia | , , , , , | 2 commenti

Fico d’India

Fico d'India locandina

Gradevole compitino in classe del maestro Stefano Vanzina alias Steno diretto nel 1980,Fico d’India è una
commedia leggera,al limite dell’impalpabile,che si avvale della sceneggiatura di Raimondo Vianello e Sandro Continenza.
Una storiella imbastita attorno al personaggio principale,quel Renato Pozzetto star del box office nel periodo di declino del cinema
italiano,in cui a predominare sono le produzioni disimpegnate,vero e proprio simbolo degli anni ottanta,frivoli e all’insegna del riflusso.
A fare da contorno un cast di buone spalle e comprimari,come Aldo Maccione,che nel film duetta alla pari con il comico milanese,
che nell’arco di soli tre anni è impegnato in dodici produzioni,tutte di largo successo popolare.
La bellezza di turno è una splendida Gloria Guida,la cui recitazione però è ai minimi sindacali;ma in questi film quello che contava era mostrare
qualche scena di nudo,per aggiungere pepe alla storia e poco altro.In realtà non era certo richiesta una presenza o un livello recitativo alto,visto
il tenore quasi da avanspettacolo di molti di questi filmetti creati e costruiti a tavolino per raccogliere il massimo con il minimo sforzo.
Intendiamoci,Steno non è lontano dal suo standard abituale;ma la sua fase creativa è da tempo relegata negli angusti limiti della commedia leggerissima.

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La storia si sviluppa attorno alle due figure principali,quella di Lorenzo Millozzi sindaco di Cavagnano,paesino del varesotto in cui l’occupazione principale sembra essere il pettegolezzo e quella di Arrigo detto Ghigo Buccilli,playboy impenitente e gran seduttore delle mogli degli ignavi maschi cavagnanesi,abili con la lingua ma evidentemente meno abili nel talamo.
Ghigo,uso a regalare alle sue prede in gonnella delle cernie con in bocca un fiore,punta la splendida moglie di Lorenzo,Lia Millozzi,senza però riuscire a fare breccia.
Così si presenta a casa sua,dove però viene colto da un infarto.
Lorenzo,per mettere a tacere uno scandalo,lo accoglie in casa e di la inizieranno per lui una serie di peripezie coronate però dalla nascita di una bella amicizia proprio con colui che voleva sedurgli la moglie.
Trama quasi inesistente,quindi,affidata all’estro e alla simpatia del comico milanese Pozzetto a cui viene affiancato un altro maestro del riso facile,Aldo Maccione.
La commedia scivola via con qualche felice intuizione e un deja vu che appare fulmineo sin dalle prime battute.
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Ma tant’è…
Come detto all’inizio,a fare da contorno troviamo alcuni bravi caratteristi come Daniele Formica,la bella Licinia Lentini e un Diego Abatantuono ormai vicino al grande successo del 1982,quel Eccezzziunale… veramente che lo porterà ad essere una star del box office.
Non certo il miglior Steno,non certo un film memorabile,che però riesce a far passare con leggerezza il tempo della visione della pellicola.fra qualche risata di sano gusto e qualche fugace nudo della Guida.
Il contesto sociale è completamente trascurato,anche perchè la satira sul costume tipico del paesino pettegolo è ormai da tempo ampiamente logora.
Resta quindi alla fine poco o nulla,ma il successo ai botteghini ripaga produttore e regista e i conti tornano.
Carina la location,diligente la fotografia e le musiche di Giancarlo Chiaramello.

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Fico d’India

Un film di Steno. Con Renato Pozzetto, Gloria Guida, Aldo Maccione, Luca Sportelli, Loredana Martinez, Gianfranco Barra,
Dario Ghirardi, Diego Abatantuono, Licinia Lentini, Daniele Formica, Renato Montalbano Commedia, durata 98 min. – Italia 1980

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Renato Pozzetto: Lorenzo Millozzi
Gloria Guida: Lia Millozzi
Aldo Maccione: Arrigo “Ghigo” Buccilli
Diego Abatantuono: capo delle “Belve”
Gianfranco Barra: il commissario di Polizia
Daniele Formica: Lanzarotti
Luca Sportelli: don Eusebio
Roberto Della Casa: il portiere
Néstor Garay: il fratello di Lorenzo
Dario Ghirardi: il barista
Renato Montalbano: Il dottore della compagnia assicurativa
Loredana Martinez: Marcellina, domestica di Millozzi
Licinia Lentini: la moglie di Cicognelli
Angelo Pellegrino (non accreditato): Barilotti, il segretario di Lorenzo
Daniele Vargas (non accreditato): il presidente della compagnia assicurativa
Giulio Massimini: Baldini, il vigile urbano

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Regia Steno
Soggetto Steno, Renato Pozzetto, Enrico Vanzina, Sandro Continenza, Raimondo Vianello
Sceneggiatura Steno, Renato Pozzetto, Enrico Vanzina, Sandro Continenza, Raimondo Vianello
Produttore Achille Manzotti
Fotografia Carlo Carlini
Montaggio Raimondo Crociani
Musiche Giancarlo Chiaramello
Scenografia Paola Comencini
Costumi Silvio Laurenzi

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Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com

B. Legnani

Commediola atipica, in cui si trova del buono e del cattivo. Buona la trovata iniziale, buono Pozzetto che angaria i dipendenti e maltratta la moglie, buono (specialmente all’inizio) Maccione e buono Barra, ma pessima la parte “en travesti”, brutto il finale, la Guida (bellissima) ai minimi storici nella recitazione, Abatantuono mediocre (si ha quasi l’impressione che la parte sua e dei suoi scagnozzi sia stata aggiunta dopo, come si si volesse rimpolpare il film!).
Guardabile, perché qualche risata la strappa, ma dalla metà in poi annoia.
Galbo

Commediola non memorabile diretta da uno dei maestri del genere (Steno) e ambientata nella fertile (in senso cinematografico) provincia italiana.
Il tema principale è infatti la popolaresca abitudine delle dicerie di paese con il sottobosco di personaggi che alla lunga rappresentano la cosa migliore del film.
Il resto è dato da gag spesso non adeguatamente calibrate e prive di grande mordente. Anche la regia appare piuttosto svogliata.
Undying

Commedia (scritta in parte dallo stesso Pozzetto) resa particolarmente gradevole per la presenza di personaggi di contorno esilaranti ed indovinati (in particolare Diego Abatantuono).
Le scene del set sono state calcate da un nutrito gruppo d’attori, presenti anche nella più “andante” commedia sexy (Barra, Maccione, Jimmy il Fenomeno, Vargas) e da questa viene prelevata, di peso, la splendida Gloria Guida. La trama è banalotta ed imbastita allo scopo di dare corso ad una serie di gag ispirate alle dicerie “quotidiane” d’un paesotto provinciale.

Puppigallo

Tenere testa a Pozzetto è un’impresa notoriamente titanica. Ma qui Maccione, se non altro, funge da ottima spalla, dandogli spesso il la per le battute, costringendo il povero Renato ad accudirlo come un bambino,
per evitare un enorme scandalo. C’è anche Abatantuono, in un ruolo marginale (teppista devoto a Little Tony), ma a farla da padroni sono i due protagonisti; e anche Gloria Guida, oltre a essere di una bellezza fuori dal comune,
interpreta bene il suo ruolo di moglie scontenta e annoiata. Qualche caduta di stile c’è (il festino in casa), ma il livello resta comunque buono. Riuscito.
Homesick

Simpatica commedia che ironizza sugli intrallazzi e i pettegolezzi della provincia, avvalendosi di un duo di tutto rispetto: Pozzetto in un ruolo finalmente un po’ diverso dal solito e Maccione nei panni di un irrefrenabile corteggiatore
(e pescatore) che danno vita a gradevolissimi battibecchi. Emerge Abatantuono come teppista notturno; piacevoli interventi di Vargas, Formica, Barra. La Guida regala nudi sempre con grande eleganza e naturalezza.

agosto 13, 2016 Pubblicato da: | Commedia | , , , | 5 commenti

L’uomo che amava le donne

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Tenero,malinconico,amaro,struggente.
Quattro tra i tanti aggettivi qualificanti che si potrebbero usare per descrivere L’uomo che amava le donne,
opera della piena maturità di Francois Truffaut,uscito nelle sale nel 1977,nel periodo quindi di massima liricità del regista e scrittore parigino.
Dopo Effetto notte,Adele H., una storia d’amore e prima di L’ultimo metrò,la grande opera che avvierà al termine la sua straordinaria carriera,Truffaut sceglie una commedia (o dramma leggero,ammesso che si possa coniare simile termine) basata sull’amore e sulla vita,tra eros e thanatos,quindi quindi sulla caducità dell’umano,sull’effimero eppure al tempo stesso su una delle esperienze più coinvolgenti dell’uomo,quella che riguarda la sfera più intima,quella dei sentimenti.
Truffaut parte dalla fine per raccontare il percorso di vita di Bertrand Morane,ovvero il suo funerale.
Un triste avvenimento,al quale presenziano solo donne,le uniche che davvero abbiano importato qualcosa nella vita di Bertrand, incallito seduttore capace di amare tutte (ma forse solo fisicamente),indistintamente,le donne che hanno popolato e reso imprevedibile la sua vita.

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E’ Genevieve,una delle tante,a raccontare la vita di un uomo la cui esistenza è stata condizionata,sin dall’infanzia,dal ruolo femminile.
A cominciare dalla rigida (nei suoi confronti) madre,una donna dagli inesauribili appetiti sessuali,che aveva coinvolto il giovane Bertrand nel vorticoso giro dei suoi amanti,costringendolo nel ruolo di postino inviato a recapitare missive d’amore ai suoi amanti.
Condizionato anche dal primo rapporto sessuale,consumato con una professionista;per il timido Bertrand l’universo femminile inizia a popolarsi di donne,ognuna con il proprio carattere e con la propria fisicità.
Il ragazzo passa rapidamente dalla condizione di timidezza a quella di accalappiatore di giovani donne.Tutto ciò che è femminile lo attrae come le sirede di Ulisse,in particolare adora le gambe,la fisicità e la sensualità,le rotondità del corpo femminile:”Niente è più bello da guardare di una donna con il vestito o la gonna ondeggianti al ritmo dei passi” pensa Bertrand.

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Ma curiosamente non dovrebbe piacere alle donne,visto che non è particolarmente bello,ha una voce anche abbastanza antipatica,insomma è agli antipodi del ruolo di tombeur de femmes.
Ma le donne lo amano.
E lui le ricambia,donandosi con passione ad ognuna di loro;spesso senza amore,direi sempre,ma con un entusiasmo che non scema mai.
Però impedisce a tutte di accedere ai suoi veri sentimenti,ammesso che coltivi,dietro quella sua maschera di libertino,sentimenti nobili.
Non passa mai una notte con nessuna di loro.
E così consuma la sua vita in una girandola di avventure,tutte probabilmente vuote,ma per lui gratificanti.
Fino al fatale incontro con una donna matura,una over 40 che tenta inutilmente di corteggiare.
Per la prima volta scopre il rifiuto,così decide di interrogarsi sulla sua vita,sul senso di quello che ha ottenuto.
Lo fa scrivendo un’autobiografia,nella quale racconta il suo vissuto,le sue conquiste,le sue donne.
Ma una sera,in pieno periodo natalizio,sarà proprio la sua passione per le donne a portarlo in fin di vita.
Per inseguire un’altra “preda” attraversa senza guardare e viene travolto da un auto.
E in ospedale ancora la passione per le donne gli sarà fatale,quando per corteggiare una bella infermiera
finirà per staccare una flebo,morendo così in modo stupido,ma in fondo in linea con la sua vita,all’apparenza e oltre priva di un vero significato.
Al suo funerale le donne che ha sedotto (amato o forse no?) getteranno sulla sua bara una manciata di terra mentre sarà proprio la narratrice,Genevieve,a raccontare quello che lui era attraverso la sua autobiografia.

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Ottica dalla quale guardare il film;Truffaut non elegge Bertrand a modello,tutt’altro,probabilmente il personaggio gli sta anche antipatico.
E’ il complesso mondo femminile,con le sue contraddizioni ad essere impietosamente analizzato al microscopio.
Donne di ogni genere compaiono nella vita di un uomo che in realtà non è mai cresciuto,una sorta di cacciatore di prede costantemente alla ricerca di qualcosa di impossibile da trovare.
Di tutte le donne che conquista,nessuna gli appartiene.
Perchè fondamentalmente è un superficiale.
Una delle sue frasi;“Si rammenta quando, diversi anni fa, sono uscite le minigonne? Gli uomini erano come impazziti. Ma io ero piuttosto preoccupato, perché ho pensato: be’, a questo punto non possono più accorciare, e dovranno per forza allungare”.

Una superficialità disarmante.
Ma anche le donne a questo punto lo sono.
Nessuna di esse appare in grado di cambiare un libertino in essere sensibile.
E’ vero,se la sensibilità non la hai è difficile che tu la possa trovare.
Ma il ruolo di una donna,generalmente la parte più profonda e sensibile dell’essere “umano” è anche quello di trasportare l’uomo ad una visione meno rozza e primitiva dell’esistenza.”Tieni presente un fatto basilare: le donne pensano all’amore in una maniera più universale degli uomini” dice
Genevieve a Bertrand…parole profetiche,vere,dure.
Allora siamo ad un’indagine complessa sull’uomo,sul suo ruolo?
No,questo,nel film di Truffaut,non accade.

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Colpa di un certo nichilismo del regista?Misoginia?Pessimismo cosmico o cosa?
Forse tutto,forse solo una visione cupa e amara dell’umanità.
O forse un gioco.
Truffaut gioca,stupisce,indigna fa sorridere amaramente.
In fondo il suo obiettivo è centrato sin dall’inizio,con quei suoi personaggi un po al limite,un po oltre,con un’umanità più vicina agli istinti che alla profondità del proprio essere.
L’uomo che amava le donne,titolo profetico dell’autobiografia di una vita in fin dei conti utile solo al protagonista,è opera cinica e più vicina al dramma di quanto un certo svolgimento leggero lasci immaginare.
Il maschio è il protagonista,non l’uomo.
Il predatore,il collezionista.
E fa nulla che Bertrand abbia in fondo tante giustificazioni;se ci siamo evoluti lo dobbiamo anche alla capacità di usare il cuore e il cervello, non solo l’istinto riproduttivo.
Un film molto bello,da leggere tra le righe e sopratutto da usare come impietoso specchio.
Uno specchio non deformato,ma bifronte.
Se lo usiamo,ci specchiamo,dobbiamo avere il coraggio di leggervi la verità.
Non quella che ci fa comodo.
Ottimi gli attori,bella la fotografia.
Un’opera ineccepibile,di grande respiro,che consiglio caldamente.

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L’uomo che amava le donne

Un film di François Truffaut. Con Charles Denner, Brigitte Fossey, Nelly Borgeaud, Leslie Caron, Genevieve Fontanel,Jean Dasté, Nathalie Baye, Valérie Bonnier, Sabine Glaser, Henri Agel, Chantal Balussou, Nella Barbier, Anne Bataille, Martine Chassaing, Ghylaine Dumas Titolo originale L’homme qui aimait les femmes. Drammatico, durata 118 min. – Francia 1977

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Charles Denner: Bertrand Morane
Brigitte Fossey: Geneviève Bigey, l’editrice
Nelly Borgeaud: Delphine Grezel
Geneviève Fontanel: Hélène, la proprietaria del negozio di biancheria
Leslie Caron: Véra
Nathalie Baye: Martine Desdoits
Valérie Bonnier: Fabienne
Jean Dasté: dottor Bicard
Sabine Glaser: Bernadette, l’impiegata del Midi-Car
Anna Perrier: Uta, la baby-sitter
Nella Barbier: Liliane, la cameriera del ristorante
Martine Chassaing: Denise, l’ingegnere dell’Istituto di meccanica dei fluidi
Ghylaine Dumas: la seconda impiegata di Midi-Car
Monique Dury: signora Duteil, la dattilografa a domicilio
Roger Leenhardt: Bétany, l’editore
Christian Lentretien: ispettore di polizia
Rico López: cliente del ristorante in cui lavora Liliane
Marie-Jeanne Montfajon: Christine Morane, madre di Bertrand
Valerie Pecheur: la ragazza del cimitero vestita da tennista
Anne Bataille: ragazza con il vestito con la frangia
Roselyne Puyo: Nicole, la maschera del cinema
Henri Agel: lettore dell’editore Bétany
Henry-Jean Servat: lettore dell’editore Bétany
Frédérique Jamet: Juliette
Michel Marti: Bertrand adolescente
Marcel Berbert: signor Grezel
Josiane Couëdel: centralinista
Pierre Gompertz: ufficiale della Marina
Michel Laurent: ufficiale della Marina
Roland Thénot: ufficiale della Marina
Philippe Lièvre: collega di Bertrand
Thi-Loan Nguyen: donna cinese
Jean-Louis Povéda: tipografo
Carmen Sardá-Cánovas: lavandaia
Suzanne Schiffman: la signora con il bambino sulle scale delle signora Duteil
François Truffaut: uomo al funerale

L'uomo che amava le donne banner doppiatori

Guido De Salvi: Bertrand Morane
Anna Teresa Eugeni: Delphine Grezel
Franca Lumachi: Véra
Liliana Sorrentino: Martine Desdoits
Aldo Barberito: dottor Bicard
Emanuela Fallini: Bernadette, l’impiegata di Midi-Car
Claudia Razzi: Liliane, la cameriera del ristorante karateka
Francesca Palopoli: signora Duteil, la dattilografa a domicilio
Gino Donato: Bétany, l’editore
Renzo Stacchi: ispettore di polizia
Franco Latini: cliente del ristorante in cui lavora Liliane

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Regia François Truffaut
Soggetto François Truffaut, Michel Fermaud e Suzanne Schiffman
Sceneggiatura François Truffaut, Michel Fermaud e Suzanne Schiffman
Produttore Les Films du Carrosse, Les Productions Artistes Associés
Fotografia Néstor Almendros
Montaggio Martine Barraqué
Musiche Maurice Jaubert
Scenografia Jean-Pierre Kohut-Svelko
Costumi Monique Dury e Ted Lapidus (solo i costumi di Brigitte Fossey)
Trucco Thi-Loan Nguyen

L'uomo che amava le donne banner citazioni

“La verità è che loro vogliono ciò che voglio io: l’amore, quello fisico e quello sentimentale”
“Ecco un’altra coppia che crede in Babbo Natale. Fra sei anni si separeranno, saranno di nuovo liberi,
ma chi ci andrà di mezzo saranno i bambini”.
“Hai tutto un modo particolare di chiedere, come se ne andasse della tua vita”.
”Credo che sia difficile rifiutarti qualcosa”

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luglio 29, 2016 Pubblicato da: | Commedia | | 5 commenti

Nessuno è perfetto

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Un giovane vedovo,Guerrino,proprietario di un’azienda vinicola,dopo la morte della moglie vive sotto lo stesso tetto con la suocera.
La quale non tanto segretamente vorrebbe diventare l’amante dell’uomo,che per questo motivo è deriso apertamente dai suoi amici tra i quali
si distingue lingua profonda.
Una sera,in palese imbarazzo con l’invadente suocera che le si è infilata nel letto,Guerrino approfittando di una telefonata esce di casa,destinazione Milano.
Qui incontra per la prima volta la splendida Chantal,una modella;la segue in albergo e per un fortuito caso beve un bicchiere colmo di barbiturici che la donna aveva preparato per se.
Tra Guerrino e Chantal nasce ben presto un affetto profondo,ma l’uomo non sa che in realtà Chantal,prima di diventare donna,era un paracadutista tedesco.
I due convolano a nozze,ma ben presto Guerrino inizia a rendersi conto che in sua moglie c’è qualcosa che non quadra;la donna ha una forza fisica davvero notevole ma sopratutto si irrigidisce quando le lui le confessa di desiderare un figlio,opponendo un netto rifiuto.
Sarà sua suocera a svelargli la verità.

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Il colpo per Guerrino è durissimo;è innamorato di sua moglie,ma non riesce ad accettare almeno all’inizio l’identità sessuale precedente della moglie.
Ma nonostante le risate di scherno e gli sfottò degli amici e gli intrighi della suocera Guerrino scoprirà di non pter fare a meno di Chantal.
Nel finale anzi deciderà di adottare il figlio della donna,avuto da una relazione precedente quando era ancora un uomo.
Gradevole commedia firmata dal lucano Pasquale Festa Campanile,Nessuno è perfetto ha una caratteristica che la distingue dalla massa amorfa di pellicole dei primi anni ottanta,ovvero una completa assenza di volgarità.
Il che,visti i tempi che correvano,era davvero oro colato.
Costruita su un binomio di grande successo cinematografico,il duo Pozzetto-Ornella Muti,rispettivamente re e regina del box office (Sono fotogenico,Fico d’India e Mia moglie è una strega per Pozzetto nel biennio 80-81 e Il bisbetico domato,Innamorato pazzo per la Muti),Sono fotogenico gioca tutte le sue carte sulla simpatia innata che ispira Pozzetto e sullo charme e la grande bellezza di Ornella Muti,nel pieno del fulgore e del fascino.

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Di suo Festa Campanile ci mette la comprovata abilità nel dirigere commedie strutturate semplicemente,con un pizzico di ironia e tanto mestiere.
Reduce dai risultati altalenanti di Il ladrone,Qua la mano e Manolesta,Festa Campanile torna alla struttura classica della commedia inserendo la novità della love story tra un transessuale e un vedovo.
Il rischio di cadere nella volgarità ,con queste premesse,è altissimo;ma il regista di Melfi sceglie saggiamente una linea soft,usando un linguaggio pulito e una storia semplice ma imbastita alla perfezione.
Altra caratteristica specifica del film è l’ambientazione,che una volta tanto non è localizzata al sud.
Niente Sicilia e niente Calabria.
Ma la bergamasca,ritratta come provincia pettegola e farisea.

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Festa Campanile non usa la sciabola ma il fioretto;sembra quasi di vedere il suo sorriso indulgente stampato sul volto mentre dipinge,tratteggia i personaggi di lingua profonda,del play boy Nanni o peggio della perfida suocera del protagonista.
Per il film il regista sceglie un cast di comprimari di buon livello;c’è una bravissima Lina Volonghi nel ruolo della suocera un tantino sordida di Guerrino,Massimo Boldi in quello del linguacciuto tassista lingua profonda,Felice Andreasi in quello dell’amico fraterno e Gabriele Tinti in un insolito ruolo da play boy,ancora più insolito per un film a sfondo comico.
Niente nudità gratuite,niente volgarità,sorriso che aleggia per tutto il film.
Un buon viatico per un film sicuramente ben fatto,ben diretto e ben recitato.
Da vedere.

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Nessuno è perfetto

Un film di Pasquale Festa Campanile. Con Renato Pozzetto, Massimo Boldi, Ornella Muti, Lina Volonghi,Gabriele Tinti, Felice Andreasi Commedia, durata 105 min. – Italia 1981.

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Renato Pozzetto: Guerrino Castiglione
Ornella Muti: Chantal
Felice Andreasi: Enzo, l’amico fraterno di Guerrino
Massimo Boldi: il tassista pettegolo Lingua profonda
Gabriele Tinti: il commerciante e playboy Nanni
Benedetto Ravasio: lavoratore di Guerrino
Lina Volonghi: la suocera di Guerrino, madre della sua defunta prima moglie

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Regia Pasquale Festa Campanile
Soggetto Franco Ferrini, Enrico Oldoini, Bernardino Zapponi,
Sceneggiatura Franco Ferrini, Renato Pozzetto, Enrico Oldoini
Produttore Luigi De Laurentiis, Aurelio De Laurentiis e Achille Manzotti
Fotografia Alfio Contini
Montaggio Amedeo Salfa
Musiche Riz Ortolani
Scenografia Giantito Burchiellaro

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Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com

Markus

“Nessuno è perfetto” è un film che adoro, forse perché girato in forma confidenziale e suggestiva, come accadde frequentemente nei Pozzetto-movies dei primi anni ottanta.
Pasquale Festa Campanile gira la pellicola a Bergamo ed offre a Pozzetto la possibilità di  far divertire con il suo umorismo surreale e pacato, ma dando spazio a note riflessive che possono deludere chi desideri la comicità pura: no, qui siamo in una pochade surreale… è giusto così! La Muti a film alterni funziona, qui è andata bene… Valido il commento musicale di Riz Ortolani.

Zender

Gradevole commedia con qualche difficoltà a sintetizzare le scene più divertenti. il ritmo, d conseguenza, non è dei più travolgenti e
l’eccesso di “momenti d’intimità” tra Pozzetto e la Muti non agevola in questo senso. Però il cast è ben scelto, Bergamo offre uno sfondo da perfetta vita provinciale del Nord (come fu per La poliziotta), caratteristi come Boldi e Andreasi funzionano e Lina Volonghi perfida suocera ha dei gran duetti col protagonista (che dopo aver bevuto due litri di grappa ci è finito pure a letto insieme). La Muti è in parte.

Trivex

Nel 1981 forse non era una “operazione” tanto frequente e nemmeno un tema così scontato e affrontato, questo. Festa Campanile però riesce nella missione possibile di elaborarlo con una discreta disinvoltura, grazie in larga parte all’irresistibile Pozzetto nella sua classica interpretazione (quella che ne ha fatto un mito).
La Muti è al massimo del fervore estetico e recita pure benino, molto “al miele” quando non tira cazzotti. Belle anche le location e la musica di Riz Ortolani (adeguatissima), che ti entra in testa con notevole facilità.

Nessuno è perfetto flano

“Uelà,ma a chi darai tutti questi pesci che prendi?
– A sua suocera no? Perchè tanto lei i pesci ce li ha già-

Te lo dico con le buone maniere: “Fuori dai coglioni!”.

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Ornella Muti sul set

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Renato Pozzetto

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Ornella Muti

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Lina Volonghi

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Felice Andreasi

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La Biblioteca Civica A.Mai Bergamo oggi

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Piazza Vecchia,Bergamo nel film

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Piazza Vecchia oggi

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Il cimitero civico di Bergamo oggi

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Il cimitero nel film

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La Fontana Contarini oggi

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Villa Masnada,Bergamo oggi

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L’interno della villa Masnada nel film

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La stazione di Bergamo

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La stazione nel film

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giugno 16, 2016 Pubblicato da: | Commedia | , , , | 2 commenti

American graffiti

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Una staffetta generazionale tra i giovani del rock and roll e di Elvis Presley,dell’America di Dwight Eisenhower e della guerra di Corea
e i giovani dell’America di Kennedy e dell’impegno in Vietnam e in seguito di Martin Luther King e dei figli dei fiori.
L’ideale testimone passato tra una generazione forse non ancora completamente disillusa ma ancorata alle tradizioni del mito della frontiera e del capitalismo dal volto buono e quello rappresentato da giovani profondamente disillusi,contestatori ma anche loro costretti poi ad integrarsi nella società o restarne fatalmente al margine.
American graffiti racconta questo e altro.
Principalmente parla del passaggio all’età adulta,quel superamento del confine invisibile che lega l’adolescenza alla maturità.
Che può cambiare anche di parecchio,ma che in America era scandita da tappe inesorabilmente poste davanti ai giovani;il college o il servizio militare.
Guerra di Corea,guerra del Vietnam o in seguito una delle tante,piccole o grandi guerre a cui gli Usa hanno partecipato,Iraq,Afghanistan ecc.
Ecco,American Graffiti racconta questo rito,malinconicamente,con nostalgia.
Attraverso le vicende scanzonate o tragicomiche,tristi o allegre di quattro giovani,alle prese proprio con quel filo invisibile che in una notte li traghetterà verso il futuro.
Il tutto scandito dalle note di alcuni brani che rendono il film un’opera delicata e struggente,un inno alla giovinezza che sfugge e all’età adulta che si presenta con il suo carico di incognite e e di paure,di incertezze.

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Sono tanti i personaggi che affollano il film di Lucas,dai quali però emergono i quattro che caratterizzano il film stesso,una pellicola dal sapore autenticamente e fortemente autobiografica.
Dov’eri nel 1962?” chiede uno dei manifesti pubblicitari del film.
E Lucas risponde raccontando la sua giovinezza e probabilmente frammenti del suo passato,scanditi dalla colonna sonora che accompagnò lui e i suoi coetanei in quelli che retoricamente verranno chiamati “i favolosi anni sessanta
Rock Around the Clock di Bill Haley e Runaway di Del Shannon,Surfin’ Safari dei Beach Boys e Smoke Gets in Your Eyes dei Platters oltre a moltissimi brani famosi di quel periodo fanno da sottofondo alle vicende “notturne” di tutti i protagonisti,che usano dragster o maxi auto in un tripudio ossequiante ad un’epoca che il regista omaggia apertamente.
I quattro personaggi principali hanno caratteristiche del tutto peculiari e personali,com’è ovvio che sia;non sono anonimi o intruppati nella massa,come accadrà ai loro figli che vivranno negli anni ottanta.
Curt,il ribelle e Terry il secchione,Steve il posato e tranquillo americano medio e John il vagabondo sono aspetti riflessi di buona parte dei giovani americani,quasi una rappresentazione allegorica della società incerta e confusa dell’America.
Sono personaggi,però che hanno un limite raffigurativo non paragonabile ai coetanei italiani dell’epoca.
Nel nostro paese la situazione socio economica era ben diversa,i miti americani erano decisamente  lontani da quelli molto più modesti dei nostri ragazzi.

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E questo è un grosso limite culturale di approccio alla pellicola di Lucas.
Le scorribande in auto,le smargiassate,le bevute e i night dalle luci ammiccanti non sono esperienze comuni con le nostre.
I nostri fratelli maggiori avevano altre aspirazioni e ben altri problemi.
Unica grande fortuna,a favore dei nostri,il clima di pace almeno dal punto di vista geo politico in cui viveva l’Italia.
Dal 1945,infatti,il nostro paese non ha vissuto le devastanti esperienze americane della guerra di Corea e del Vietnam;vero è che la situazione interna,a livello politico,era molto più drammatica (ed esploderà sul finire degli anni sessanta e sopratutto negli anni settanta) di quella americana.
Per questo motivo aldilà della simpatia o dell’affetto che si prova rispettivamente per i personaggi e per la musica di American graffiti il film stesso può non coinvolgere appieno il nostro spettatore.
Troppo diverso il vissuto.
E’ vero,i giovani sono uguali in qualsiasi angolo della terra.
Hanno tutti le stesse aspirazioni e gli stessi sogni.
Ma hanno un vissuto assolutamente differente.
A livello strettamente personale,pur avendo grande considerazione per il film di Lucas,trovo molto più intimista e poetico il film di
Bogdanovich L’ultimo spettacolo,spaccato più intenso e più sofferto,meno “appariscente” di American graffiti.
E’ inutile raccontare la trama del film, che vive praticamente sulla lunga notte dei protagonisti,in particolare dei quattro menzionati.
Entrano in ballo,nel film,altre figure che però sono meno delineate e più omologate alla massa di giovani che si agita in quella che sembra l’ultima notte agitata prima della quiete.

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A parte la colonna sonora,splendida,si segnala la presenza nel film di un cast di grande livello,che include tra gli altri,in un ruolo minore Harrison Ford ma anche Richard Dreyfuss,bravissimo e Ron Howard.
Lucas dirige con bravura un film di buon livello,con la dovuta misura e con garbo;le reazioni del pubblico americano,all’uscita del film,furono entusiastiche,tanto che lo stesso Lucas trovò finalmente i finanziamenti per realizzare il suo sogno,portare sullo schermo Guerre stellari.
Che ovviamente sarà un altro trionfo.
Anche la critica accolse positivamente il film,che infatti è incluso nella lista dei cento film più importanti girati e prodotti in America.

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American Graffiti

Un film di George Lucas. Con Richard Dreyfuss, Ron Howard, Paul Le Mat, Charles Martin Smith, Cindy Williams,
Candy Clark, Mackenzie Phillips, Wolfman Jack, Bo Hopkins, Manuel Padilla jr, Beau Gentry, Harrison Ford, Jim Bohan,
Jana Bellan, Deby Celiz Commedia,durata 110 min. – USA 1973

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Richard Dreyfuss: Curt Henderson
Ron Howard: Steve Bolander
Paul Le Mat: John Milner
Charles Martin Smith: Terry ‘Il rospo’ Fields
Cindy Williams: Laurie Henderson
Harrison Ford: Bob Falfa
Robert Weston Smith: Lupo Solitario
Candy Clark: Debbie
Suzanne Somers: La donna bionda
Mackenzie Phillips: Carol
Bo Hopkins: Joe
Kathleen Quinlan: Peg

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Claudio Capone: Curt Henderson
Luca Dal Fabbro: Steve Bolander
Emilio Bonucci: John Milner
Piero Tiberi: Terry ‘Il rospo’ Fields
Roberta Paladini: Laurie Henderson
Willy Moser: Bob Falfa
Nino Dal Fabbro: Lupo Solitario
Emanuela Fallini: Debbie
Emanuela Rossi: Carol

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Regia George Lucas
Soggetto George Lucas, Gloria Katz, Willard Huyck
Sceneggiatura George Lucas, Gloria Katz, Willard Huyck
Produttore Francis Ford Coppola
Casa di produzione Lucasfilm
Distribuzione (Italia) Universal Studios
Fotografia Jan D’Alquen, Ron Eveslage
Montaggio Verna Fields, Marcia Lucas
Scenografia Dennis Clark
Costumi Aggie Guerard Rodgers
Trucco Bette Iverson

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Rock Around the Clock (Bill Haley and the Comets)
Sixteen Candles (The Crests)
Runaway (Del Shannon)
Why Do Fools Fall in Love (Frankie Lymon and the Teenagers)
That’ll Be the Day (Buddy Holly)
Fannie Mae (Buster Brown)
At the Hop (Flash Cadillac & The Continental Kids)
She’s So Fine (Flash Cadillac & The Continental Kids)
The Stroll (The Diamonds)
See You in September (The Tempos)
Surfin’ Safari (The Beach Boys)
He’s the Great Imposter (The Fleetwoods)
Almost Grown (Chuck Berry)
Smoke Gets in Your Eyes (The Platters)
Little Darlin’ (The Diamonds)[7]
Peppermint Twist (Joey Dee & The Starliters)
Barbara Ann (The Regents)
Book of Love (The Monotones)
Maybe Baby (Buddy Holly)
Ya Ya (Lee Dorsey)
The Great Pretender (The Platters)
Ain’t That a Shame (Fats Domino)
Johnny B. Goode (Chuck Berry)
I Only Have Eyes for You (The Flamingos)
Get a Job (The Silhouettes)
To the Aisle (The Five Satins)
Do You Wanna Dance (Bobby Freeman)
Party Doll (Buddy Knox)
Come Go with Me (Del Vikings)
You’re Sixteen (Johnny Burnette)
Love Potion No. 9 (The Clovers)
Since I Don’t Have You (The Skyliners)
Chantilly Lace (The Big Bopper)
Teen Angel (Mark Dinning)
Crying in the Chapel (Sonny Till & The Orioles)
A Thousand Miles Away (The Heartbeats)
Heart and Soul (The Cleftones)
Green Onions (Booker T. & The M.G.’s)
Only You (And You Alone) (The Platters)
Goodnight, Well It’s Time to Go (The Spaniels)
All Summer Long (The Beach Boys)

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L’opinione di Decks dal sito http://www.filmtv.it

(…) Adolescenza è spesso sinonimo di sogni, amori platonici, automobili e atti più o meno sconsiderati. Ed è così che George Lucas decide di raffigurare i giovani protagonisti di questo film. Ragazzi che vogliono sembrare grandi,
ma in realtà non lo sono, non appartenendo però neppure all’infanzia ormai trascorsa. Quel limbo dove si comincia a pensare al proprio futuro rammaricandosi delle prime vere difficoltà.
La regia di George Lucas è sicuramente buona, nel suo seguire i differenti personaggi, fatta di numerosi stacchi, ferma, ma comunque precisa. Sono però il montaggio e la colonna sonora che spiccano in questo lungometraggio.
Il primo riesce a creare uno specifico percorso dei numerosi protagonisti, un’analisi precisa del loro ingresso nell’età adulta grazie a numerose situazioni, che sia una tavola calda
(unico punto luminoso e accogliente nella città notturna) o una zona più abbandonata. La colonna sonora, unica materia invisibile che accomuna tutti grazie alle radio sintonizzate sulla medesima stazione,
con le sue canzoni di fine anni ’50 è trasportante e nostalgica, grazie anche al repertorio di brani degli ottimi Beach Boys.(…)
L’opinione di Filippo Brunamonti dal sito http://www.repubblica.it

(…) Il capolavoro di George Lucas ha lasciato il marchio anche nella titolazione di alcune opere “american” che hanno influenzato la storia del cinema più recente. C’è l’american dal sapore agrodolce di American Beauty (1999)
di Sam Mendes e quello che suona come un pugno di American Gangster (2007), per la regia di Ridley Scott. E ancora, l’infantile e ormonale American Pie, il perverso American Horror Story (per la tv), il narcisistico e letale American Psycho
dal libro di Bret Easton Ellis, il politico American History X con Edward Norton e American Gigolo con Richard Gere in versione escort.(…)

L’opinione di Pigna System dal sito http://www.filmscoop.it

C’è chi , oggi, lo definirà un pò datato, ma “American Graffiti”, primo grande successo di George Lucas, e unico suo lavoro da regista fuori dal genere fantascienza, resta uno dei non moltissimi film che sanno esprimere qualcosa di onestamente vero sulla giovinezza
e sul suo aspetto irripetibile ; cronaca di una nottata prima di un momento importante per quattro ragazzi, il film racconta, incrocia, tergiversa, per collegare in un’alba che rischierà di divenire tragica le storie che presenta. Lucas , e questa è la forza della sua pellicola,
rende bene la grande potenzialità di un adolescente, che sommando le proprie aspirazioni ai propri sogni e al peso del tempo a relativa disposizione, potrebbe sentirsi invincibile, nonostante la sfortuna e la ristrettezza degli ambienti che rappresentano il suo mondo: una colonna sonora-capolavoro,
composta da molte delle più belle canzoni pop degli anni Cinquanta punteggia la scorribanda dei quattro giovani di provincia, tra disavventure amorose, gare in auto, la scoperta che un Mito radiofonico è solo un omone goloso di gelati che all’occorrenza abbandona la propria disillusione
per fornire uno sprazzo di filosofia, e il passo d’avvio per il futuro. Le didascalie che chiudono la proiezione , come rilevò Kezich, giustamente, stanno lì a ricordare la perdita delle illusioni, a confermare che “American Graffiti” è un film cui ci si può impudicamente affezionare.

Dai graffiti di Lucas ai prati verdi e finti in cui Kevin Spacey e Annette Bening annegano il perfetto ritratto della famiglia americana, il sogno/incubo americano è servito. Per mantenerlo vivo, basta riascoltare la potente colonna sonora di American Graffiti (Buster Brown, The Crows, Frankie Lymon and the Teenagers, Flash Cadillac, The Platters, Buddy Holly, Richard Rodgers…), note e suoni nella notte legati da uno straordinario Walter Murch che, ancora oggi, ricorda il film come l’esperimento di montaggio sonoro più importante della sua carriera.

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“Potremo finalmente evadere da questa città di merda e tu vuoi restare in cella,è questo che vuoi?”

giugno 1, 2016 Pubblicato da: | Commedia | | 1 commento

Un uomo,una donna

Un uomo,una donna locandina b

E’ stata la richiesta dell’amica Luciana,nel topic Link di Filmscoop a riportarmi alla mente questo film di Lelouch,targato 1966.
Un film bello e poetico,del quale parlo ben volentieri e che sopratutto dedico alla nostra amica,sempre gentile ed educata nei suoi commenti sul nostro sito.A lei quindi un grazie e un affettuoso saluto.

Una versione televisiva e pubblicitaria del melodramma classico,la cui storia zuccherosa e finta è un concentrato di tutti i luoghi comuni possibili sull’amore e la solitudine“.
Sono le parole utilizzate dal Dizionario Mereghetti (Edizione 2008) per stroncare Un uomo,una donna,pellicola diretta da Claude Lelouch nel 1966.
Non voglio essere da meno del celebre dizionario e mi affido alle parole del grande Guccio che,nella sua L’avvelenata,ebbe a dire a proposito di un suo critico:
tanto ci sarà sempre,lo sapete,un Bertoncelli un prete a sparare cazzate…
Una citazione forte,ma d’altro canto quando si pontifica come il Mereghetti su un film,senza comprenderne l’intima essenza,ci si può andar giù duro.
Prima di parlarvi del film,ricordo qualche recensione del Mereghetti di film considerati capolavori,alla stregua della famigerata Corazzata Potiemkin di Einsenstein,che Fantozzi apostrofa come “cagata pazzesca

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Alcuni critici hanno sempre avuto la puzza sotto il naso quando hanno dovuto recensire film d’amore o comunque a sfondo sentimentale;le storie di sentimenti generalmente sono viste come fumo negli occhi,quasi che il parlare dell’intimo sia cosa sconveniente o degna al massimo di fare da spunto a feuilleton o romanzi d’appendice.
Così eccoli esaltare film armeni e coreani,tailandesi e mongoli,capaci di ridurre le parti intime degli spettatori in entità microscopiche.
Vizio del tutto italico,questo.
La nostra esterofilia ha avuto sempre qualcosa di patologico;in questo caso all’opposto si arriva allo sciovinismo più bieco nei confronti di una pellicola come Un uomo,una donna,rea agli occhi dei pennivendoli di aver avuto un successo straordinario,di aver in qualche modo commosso o divertito le platee di tutto il mondo.
L’assioma è sempre lo stesso:se il film ha troppo successo non può essere un bel film.
Per essere un capolavoro deve piacere ai critici,alla loro cerchia o al massimo a pochi eletti.
E allora via nell’osannare oscuri film dell’Europa dell’est o della Lapponia.
Purtroppo per loro,è il grande pubblico a pagare il biglietto e questo alla fine è quello che conta.
Dopo questa filippica,d’obbligo dopo aver letto in rete bestialità firmate da grandi critici e cose bellissime scritte invece dal pubblico,parliamo un po dell’oggetto del contendere.
Lelouch,con scarsi finanziamenti ma tante idee che frullano in testa,scrive nel 1966 il soggetto di Un uomo,una donna con Pierre Uytterhoeven senza prendersi nemmeno la briga di accreditarsi come sceneggiatore.
Lo gira in poco più di tre settimane,quasi di getto.
Il che porterebbe a credere che il prodotto finale sia poco curato.
Incredibilmente non è così.

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Perchè la pellicola,aldilà dello straordinario successo avuto,può tranquillamente essere usato come compendio di un nuovo modo di fare cinema;l’uso della handy cam,la camera a mano,del flashback,del colore sapientemente mescolato al bianco e nero sfumato o al viraggio seppia trova nella pellicola il massimo della esaltazione e dell’abilità d’impiego.
Al punto che molti futuri cortometraggi presero esempio dalla lezione di Lelouch,che diventò un maestro per coloro che da quel momento in poi
misero mano a short pubblicitari o a corti d’autore.
Un film in cui proprio la trama è la parte meno essenziale mentre è l’immagine la vera protagonista,resa potentemente viva grazie ad un uso magistrale dell’effetto morbido della fotografia stessa.
Ad aggiungere fascino al film,una colonna sonora ormai celebre,quella composta da Francis Lai,destinata a diventare in seguito un classico con in aggiunta le note di Samba Saravah,la bellissima canzone di Baden Powell de Aquino e Vinícius de Moraes,cantata da Pierre Barouh.
*Faire une samba sans tristesse c’est aimer une femme qui ne serait que belle.”,dice Barouh.
Ma la tristezza in questo caso,in questo film,se c’è è solo nelle vite dei protagonisti antecedenti al loro incontro.
Perchè dopo essersi casualmente conosciuti,tutto cambierà,anche quel passato pesante che si portano dietro,come una seconda pelle e con la quale dovranno convivere,ma senza più la paura e il senso di impotenza che caratterizza la loro vita fino al momento fatale.

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In breve la trama:
Anne Gauthier è una giovane vedova;suo marito,uno stuntman,è morto da poco in un tragico incidente.
Vive nel ricordo del suo amore scomparso del quale l’unica cosa rimasta,di reale,è sua figlia.
Sarà proprio per merito involontario di sua figlia che farà la conoscenza di Jean-Louis Duroc,un pilota di auto da corsa,
anch’egli rimasto vedovo dopo il suicidio di sua moglie,che aveva fatto il gesto estremo di uccidersi il giorno in cui Jean Louis aveva avuto un incidente
nel quale lei temeva fosse morto.
Anche lui ha un filo fisico che lo lega alla moglie;un figlio che frequenta una scuola nella quale studia anche la figlia di Anne.
Come dicevo,i due figli diventano involontari artefici del loro destino;frequentano la stessa scuola,così il giorno che Anne ha problemi a tornare a casa,lui si offre di accompagnarla.
E’ l’inizio di una tenera amicizia che sfocia ben presto in amore.
Ma il coinvolgimento di entrambi avviene in maniera dissimile.
Per Jean Louis è più facile immergersi nella love story;con la tipica superficialità maschile da per scontato il coinvolgimento della donna,anche a livello fisico.
Nella realtà le cose non stanno affatto così.
Pur amandolo,Anne ha ancora un legame simbiotico con il marito e non è pronta del tutto ad affrontare una nuova storia d’amore.
Cosa succederà ai due novelli amanti?
Tralascio il finale,anche se a mio giudizio è la parte più bella e coinvolgente della pellicola.

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Lelouch ha il grande merito di non affrontare la storia con cipiglio drammatico,anzi.
La leggerezza diventa sovrana,anche se non siamo certo di fronte ad un’opera superficiale.
A differenza di altre storie d’amore portate sullo schermo come Fantasma d’amore,Love story,Come eravamo,lo stesso Giulietta e Romeo di Zeffirelli fino al recente Titanic, manca il finale triste,angosciante.
Lelouch opta per un finale aperto,lasciando allo spettatore il compito di intuire quale sarà il futuro dei due amanti.
E lo fa a ragion veduta,perchè Un uomo,una donna è un film che affonda le radici nel passato della coppia,si nutre del presente e tralascia del tutto il futuro.
A cosa serve parlare di futuro se l’attimo da cogliere è nel presente che i due vivono?
Carpe diem.
Vivi la storia,l’amore,senza pensare a domani.
Messaggio chiaro,inequivocabile.
E poichè i sentimenti in fondo sono la molla che governa la parte più importante della vita,ecco che il film
assume una valenza doppia,raccontando con delicatezza quella che è una storia qualsiasi,quasi un’assieme di quadri o di bellissime fotografie
fatte per rappresentarne l’evoluzione,senza scomodare Freud o inventarsi futuri ombrosi e incerti.
Un uomo una donna è quindi un film delicato,come un intarsio o un origami.
In equilibrio tra passato e presente,con un flashback mai invadente ma al contrario vera innovazione del film,ci trasporta in uno scenario quasi sognante,fra il rimpianto per la vita precedente e l’affetto che i protagonisti hanno per i loro sfortunati partner e il bisogno di dover fare di necessità virtù.
La vita va avanti,il dolore non muore mai.

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Però si può almeno fingere di dimenticarlo e ricostruire le basi per un presente difficile,si,ma da affrontare sempre e comunque con coraggio e volontà.
A voler citare la frase più famosa della storia del cinema,ci andrebbe bene un “Dopotutto domani è un altro giorno
Ed è quello che i protagonisti faranno,scegliendo di vivere il proprio essere arrendendosi ai sentimenti.
Di sicuro un’altra componente importante del film è la straordinaria bravura di Anouk Aimee e di Jean Louis Trintignant.
Sfuggente,ieratica,quasi enigmatica lei,ironico ma anche dolce e premuroso lui.
Ma anche tanto altro ancora.
Due attori in stato di grazia,un regista innovativo e delicato,una colonna sonora spettacolosa.
Cosa chiedere di più ad un film?
Un uomo e una donna ebbe un successo straordinario,suggellato dal “triplete” Oscar,Palma d’oro e Golden Globe,
al quale va aggiunto anche il BAFTA per la Aimee.
Un film senza tempo e senza confini.

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Un uomo, una donna

Un film di Claude Lelouch. Con Jean-Louis Trintignant, Anouk Aimée, Pierre Barouh, Valérie Lagrange, Antoine Sire, Souad Amidou, Henri Chemin, Yane Barry, Paul Le Person, Simone Paris, Gérard Sire Titolo originale Un homme et une femme. Drammatico, durata 102 min. – Francia 1966.

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Un uomo,una donna banner protagonisti

Anouk Aimée: Anne Gauthier
Jean-Louis Trintignant: Jean-Louis Duroc
Pierre Barouh: Pierre Gauthier
Valérie Lagrange: Valerie Duroc
Antoine Sire: Antoine Duroc
Souad Amidou: Françoise Gauthier

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Regia Claude Lelouch
Sceneggiatura Claude Lelouch (non accreditato), Pierre Uytterhoeven (collaborazione ai dialoghi)
Produttore Claude Lelouch (non accreditato)
Casa di produzione Les Films 13
Fotografia Claude Lelouch
Montaggio Claude Barrois, Claude Lelouch (non accreditato)
Musiche Francis Lai
Tema musicale Un homme et une femme, musica di Francis Lai e testi di Pierre Barouh, cantata da Nicole Croisille e Pierre Barouh
Scenografia Robert Luchaire
Costumi Richard Marvil

Un uomo,una donna premi vinti

Premio Oscar 1967 come Miglior film straniero (Francia) e come Migliore sceneggiatura originale a Claude Lelouch e Pierre Uytterhoeven
Palma d’oro 1966 a Claude Lelouch al festival di Cannes
Golden Globe 1967 come Miglior film straniero (Francia)e come Miglior attrice in un film drammatico a Anouk Aimée
Premio BAFTA 1968 come Migliore attrice straniera a Anouk Aimée
Nastro d’argento 1967 come Regista del miglior film straniero a Claude Lelouch

Un uomo,una donna Claude Lelouch

Claude Lelouch

Un uomo,una donna banner recensioni

L’opinione di Dalton dal sito http://www.filmtv.it

Una gradevole telenovela dall’originale piglio regist(r)ico. Ottenne un inaspettato successo internazionale anche grazie all’intramontabile colonna sonora di Francis Lai, poi autore delle musiche di LOVE STORY. Montaggio dinamico (piuttosto anomalo per un’opera europea) ed una coppia di attori, Trintignant/Aimée, in stato di grazia. Frase chiave: “Non posso rovinarmi la vita per una persona che si impossibilita di sentirsi felice”

L’opinione di fidelio78 dal sito http://www.filmscoop.it

Splendido film di Lelouch che ha il sapore e il ritmo della vita. E’ il classico film francese in cui però i personaggi sono così ben delineati e descritti che riescono ad incantare, anche quando la storia forse arranca. Questo tipo di cinema spesso annoia perchè non tutti sono capaci di raccontare una storia con tale garbo. E’ un film intimo su un rapporto, un film minimalista che riesce a rapire completamente.
Bellissimo

L’opinione di atticus dal sito http://www.filmscoop.it
Quintessenza del minimalismo romantico francese degli anni ’60.
Lelouch dirige il suo film più celebre e fortunato, forte di un bella tessitura psicologica sui personaggi (due facce di una stessa solitudine) e di un affascinante struttura a flashback. Una fotografia straordinaria e l’immortale tema musicale di Francis Lai fanno il resto. Magari potrà lasciare un senso di vaga inconsistenza, ma è un film così raffinato e chic! Protagonisti sublimi, fermo immagine finale che è un vero colpo di genio. Da rivedere.

Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com

Il Gobbo

Due vedovi ancora giovani si incontrano al collegio dei figli. Inizia il più fortunato, immarcescibile, patinato tira e molla amoroso della storia del cinema, un apocalittico successo di pubblico sulle note celeberrime di Francis Lai. Oggi si fa fatica a comprendere il perché di tanta fortuna, ma non si può negare l’abilità diabolica di Lelouch, l’esattezza matematica della costruzione, e – per chi apprezza – l’essenzialità come documento d’epoca. Un film che resiste a ogni parodia. “Sciabadabadà, sciabadabadà”…
Homesick

Una storia risaputa di amour fou e di solitudine, resa tuttavia più che affascinante dallo stile registico di Lelouch, che ai dialoghi preferisce la potenza evocativa delle immagini e dei silenzi, dei primi piani e dei gesti, nonché dei numerosissimi flashback. Professionali e misurate le interpretazioni di Trintignant e della Aimèe, ai quali fa eco la celeberrima colonna sonora di Francis Lai.

Deepred89

Discreto film. Leggero, affascinante ma anche parecchio lento. Comunque la regia è di buon livello e i due protagonisti sono azzeccati. Buona la fotografia che alterna colore e bianco e nero. Ottima (e famosissima) la colonna sonora.

Lucius

A mio parere la colonna sonora (tranne il main theme che tanto successo ha avuto a livello internazionale) è troppo francese e a tratti poco indicata. Per il resto siamo al cospetto di una pellicola con immagini potenti, in grado di emozionare lo spettatore come poche altre. La regia, attenta, consta di movimenti di macchina da scuola del cinema e la fotografia risulta incredibilmente suggestiva. Con tale peculiarità il film non può che considerarsi riuscito. Il risultato finale sarebbe stato amplificato meglio da un autore come Thomas Dolby.

Giacomovie

Bel film per il quale conta principalmente l’atmosfera piuttosto che la densità della storia. In un clima di sofisticata delicatezza Lelouch fa lievitare lentamente la dimensione romantica, la lascia sospesa e la contorna di un erotismo implicito. Ma il fluire distensivo, quasi tranquillante, degli eventi, il soave accompagnamento della colonna sonora e il riuscito cocktail tra colore e bianco/nero lasciano alla fine del film un senso di soddisfazione per l’avvenuta visione. Anouk Aimee è bravissima ed incantevole.

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Maggio 26, 2016 Pubblicato da: | Commedia | , , , | 5 commenti

Il vichingo venuto dal sud

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Lando Buzzanca ha spesso dato vita sullo schermo alla figura del classico stereotipo del maschio latino; questa è stata la sua fortuna ma anche, se vogliamo, il suo limite. Sicuramente le sue qualità di attore erano superiori ai ruoli che ha quasi sempre interpretato ma a “Il mio vizio” la figura del Landone nazionale piace da matti e continuerò sempre a tesserne le lodi. Ora, pensare al maschio del profondo Sud nei primissimi anni ’70 (ma anche all’ italiano in genere, direi) associato alla “modernità” di paesi dell’ Europa settentrionale come Svezia e Danimarca è compito assai arduo; figuriamoci se poi parliamo del masculo siculo per eccellenza! Da una geniale idea di Giulio Scarnicci, Steno e Raimondo Vianello, Buzzanca veste i panni del meridionale all’ avanguardia con idee “nordiche”: non esistono le corna, la gelosia e quant’ altro, il sesso non è tabù, lo scambismo è all’ ordine del giorno e cose così (ovviamente tutto sulla carta)…Siamo nel 1971 e nel film vengono mostrate cose che in Italia erano ancora lontanissime, a cominciare dai sexy shop e dai filmini porno. Oggi il film risulta un po’ datato poichè siamo nell ‘era del web e il porno è a portata di click comodamente e in ogni momento, per non parlare dei sexy shop che pullulano in ogni dove. Ma 45 anni fa la cosa era ben diversa… Ottima la regia di Steno che, di fronte a simili tematiche scottanti, non sbraca e non scivola mai nella volgarità. Buzzanca è, come sempre, strepitoso a tratteggiare il suo personaggio ipocrita e bellissima è Pamela Tiffin, sua giovane mogliettina danese che egli scopre interprete in un filmino porno. Gigi Ballista è il solito “cumenda” lumbard e altri piccoli ruoli se li ritagliano Dominique Boschero (che si vede solo nel prologo), Victoria Zinny e Rita Forzano.

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Il film ha goduto anche di una riedizione un anno dopo (con il titolo “Il magnifico mandrillo”), sulla scia del successo de “Il merlo maschio” e, soprattutto, di “Homo eroticus”, dal quale riprende clamorosamente la locandina originale (con Buzzanca a torso nudo e con cravatta, contornato da donne adoranti) con qualche leggera modifica. Da vedere.
Rosario Trapanese (Lando Buzzanca) è un rampante manager siciliano che lavora per l’ importante calzaturificio milanese Borelon, che ha svariate sedi in Italia e in Europa. Rosario, che si vanta di avere lontane origini normanne, si sente sprecato a lavorare in Italia e sogna di poter vivere nella terra dei suoi avi. Maschio caliente e scapolo impenitente, afferma continuamente di avere idee libere, moderne e anticonformiste e non vede l’ ora di fuggire da un posto retrogrado come l’ Italia dove un suo amico geloso (Gastone Pescucci) può addirittura tentare di sparargli se scopre che va a letto con sua moglie (Dominique Boschero). L’ occasione gliela offre il Dottor Borelon (Gigi Ballista) su un piatto d’ argento, allorquando gli affida il comando della sua filiale di Copenhagen. Rosario è entusiasta ma non conosce il danese e il problema della lingua lo frena tantissimo nelle relazioni interpersonali. Il suo braccio destro del posto, Larsen (Renzo Marignano), lo invita ad una festa di coppie scambiste per risollevargli il morale ma Rosario va in bianco… L’ incontro fortuito con Karen (Pamela Tiffin), una ventitreenne studentessa di psicologia che vissuto 2 anni a Firenze e conosce l’ italiano, è il raggio di sole che trasforma la vita di Rosario: i due si innamorano perdutamente e, nel giro di poco tempo, si sposano. Tornato dopo qualche tempo a Milano per un vertice aziendale, Rosario viene invitato da Borelon ad una festa in casa sua e lo stesso lo invita a tirare fuori una sorpresa per i suoi ospiti: un filmino pornografico danese in Super 8, una autentica chicca da proporre ai curiosissimi invitati che non avevano mai visto nulla di simile.

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Si spengono le luci, la proiezione ha inizio e i commenti sono fenomenali… Rosario se ne sta in disparte e sogghigna con distacco, ostentando la sua mentalità fredda e nordica, mentre osserva le sbigottite reazioni degli astanti, fino a quando non allunga uno sguardo verso lo schermo e scopre che la biondina protagonista del film hard è proprio sua moglie Karen! Risultato: Rosario sviene all’ istante… Una volta ripresosi, pazzo di gelosia, pensa a come lavare l’ onta, in barba al freddo distacco nordico, e medita un delitto d’ onore: si precipita a Copenaghen e affronta malamente sua moglie che gli confessa di aver girato il filmino prima che loro due si conoscessero, giustificandolo come un mero errore commesso da una giovane ragazza desiderosa di fare esperienze. Ma Rosario non sente ragioni, la lascia e ritorna in Italia. Dopo un po’ di tempo, però, ci ripensa e torna a Copenhagen da Karen chiedendole di far pace; sarebbe tutto perfetto se Karen però, per fargli dispetto, non avesse accettato di girare un secondo film porno… Rosario decide di parlare con il produttore (Steffen Zacharias) per far sciogliere il contratto firmato da sua moglie ma c’ è da pagare una penale di 40 milioni di lire…

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Purtroppo del film non esiste ancora alcuna edizione italiana in dvd e quindi per vederlo bisogna accontentarsi di una paleolitica vhs risalente agli anni ’80. Nel 2009 è stato trasmesso in tv su RaiUno a notte fonda in un ottimo master con i titoli in inglese ma con il prologo spostato dopo i titoli di testa: arcane bizzarrie… Al momento resta, in ogni caso, la migliore versione reperibile in italiano. Sul versante della colonna sonora dobbiamo soffermarci un attimo sul solito ottimo lavoro del Maestro Armando Trovajoli che compone uno score interessante con la main theme “Jingles on my mind” interpretata dal gruppo dei Godfather da poco formatosi (al suo interno ci sono un paio di ex esponenti dei Motowns) e che di lì a poco diventerà il famoso gruppo dei Primitives con Mal. Che tempi…

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Il vichingo venuto dal sud

Un film di Steno. Con Lando Buzzanca, Pamela Tiffin, Gigi Ballista, Renzo Marignano, Gastone Pescucci, Dominique Boschero, Steffen Zacharias, Rita Forzano, Nino Terzo, Victoria Zinny, Ferdy Mayne Comico, durata 106 min. – Italia 1971.

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Lando Buzzanca: Rosario Trapanese
Pamela Tiffin: Karen
Rita Forzano: Ilse, la moglie di Carl
Steffen Zacharias: Bosen, il produttore
Dominique Boschero: Priscilla, amante di Rosario a Milano
Victoria Zinny: Luisa, moglie di Borelon
Ada Pometti: donna al party di Borelon
Ferdy Mayne: prof. Grutekoor
Kjeld Nørgaard Larsen: Carl, l’attore svedese
Edda Ferronao: donna al sexy-party
Else-Marie: madre di Karen
Renzo Marignano: Gustav Larsen
Donatella Della Nora: Annelise Jørgensen, segretaria di Rosario
Nino Terzo: l’italiano al sexy-shop
Gigi Ballista: Silvio Borelon
Gastone Pescucci: Valerio, marito di Priscilla
Elizabeth Turner: Eva Grete, l’amica di Karen

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Maria Pia Di Meo: Karen
Gianrico Tedeschi: Silvio Borelon
Bruno Persa: Bosen, il produttore
Rolf Tasna: prof. Grutekoor
Michele Gammino: l’italiano al sexy-shop
Gianfranco Bellini: Valerio, marito di Priscilla
Richard Mc Namara: Gustav Larsen

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Regia Steno
Soggetto Giulio Scarnicci, Steno, Raimondo Vianello
Sceneggiatura Giulio Scarnicci, Steno, Raimondo Vianello
Casa di produzione International Film Company
Distribuzione (Italia) Twenty Century Fox
Fotografia Angelo Filippini
Montaggio Ruggero Mastroianni
Musiche Armando Trovajoli

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L’opinione di mm40 dal sito http://www.filmtv.it

Stanca riproposizione degli stereotipi sessuali sul maschio italiano: focoso ma inconcludente, indipendente ma geloso, moderno ma primitivo e via dicendo. Nonostante le premesse fossero buone (il regista è pur sempre Steno, il protagonista è il bravo Buzzanca, la sceneggiatura è un parto di Scarnicci, Vianello e Steno), la qualità scarseggia e si rimane inchiodati a qualche scenetta facile e superficiale che non solo non dice nulla di nuovo, ma pure perpetua le solite, vecchie barzellette maschiliste – nonostante il maschio ne esca sempre in apparenza scornato. Buzzanca è ormai tristemente relegato in parti di questo tipo: non se ne staccherà più per vari anni, rovinando una carriera fino a quel momento dignitosa (aveva infatti recitato diretto da Germi, Risi, Zampa, Pietrangeli, Lattuada e molti altri); la Tiffin è bella e se la cava; c’è Gigi Ballista in un ruolo secondario.

Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com

Homesick

«Tu vuo’ fa’ lo vichingo, ma sei nato in Sisilì…»: Steno così sogghigna dirigendo un commedia di costume che prende di mira il maschilismo inveterato e la gelosia possessiva degli italiani, vizi duri a morire anche quando si persegue il proverbiale spirito libertario dei paesi nordici. Dopo la partenza grintosa, il meccanismo inizia tuttavia ad arrugginirsi per il ripetersi di una sceneggiatura povera e dal fiato corto. Buzzanca replica il suo ruolo avito di maschio italico, ma stavolta, o per il colpo della strega o per semplice sfortuna, finisce spesso in bianco.

Daidae

Appena passabile. Inizia bene, ma troppi momenti lenti e inutili lo rendono leggermente pesante; si riprende nel finale. Il cast non si discute: bene Ballista, ottimo come sempre Buzzanca e splendida la Tiffin. Da un regista come Steno mi aspettavo di più… Comunque sufficiente.
Albstef90

Non mi è dispiaciuto. Film gradevole con un Buzzanca sempre raffinatissimo e davvero molto bravo. Steno come regista sa davvero il fatto suo. Girato in parte in Italia e molto in Danimarca il film abbandona un po’ i classici cliché del solito Buzzanca e ne esalta la sua ottima recitazione. Musiche gradevolissime molto seventies, personaggi di contorno buoni (segnalo la presenza dei bravi Renzo Marignano, Gigi Ballista e l’americano Steffen Zacharias) e location indovinate. Promosso.

Shannon

Il film risale all’epoca in cui l’italiano medio sognava avventure bollenti con le emancipate donne scandinave. Allora la pellicola ebbe un discreto successo; quarant’anni dopo, in un’Europa senza più frontiere e con Copenaghen ad un tiro di schioppo, appare decisamente datata. Agli appassionati ed ai nostalgici strapperà qualche sorriso.

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Maggio 17, 2016 Pubblicato da: | Commedia | , , | Lascia un commento