Spanking the monkey
Raymond Aibelli è un giovane e promettente studente universitario.
Per il suo futuro ha in programma uno stage, fondamentale per i suoi studi, presso un college in cui potrà specializzarsi nella sua passione, la medicina.
Ma suo padre tom ha in mente altri programmi a breve per suo figlio; la moglie Susan infatti è stata vittima di un incidente durante il quale si è rotta i legamenti della gamba.
Poichè l’uomo vive facendo il venditore, decide di lasciare a suo figlio Ray l’incombenza di assistere la madre; Susan è una donna fragile ed emotivamente insicura, un po come suo figlio che maschera dietro la brillante carriera universitaria, una fragilità emotiva accentuata.

Costretto ad accettare l’ingrato compito di mamma sitter, Ray contemporaneamente allaccia una tenera amicizia con Toni Peck, una ragazza sua vicina di casa.
Ben presto Ray scopre che sua madre si sta attaccando morbosamente a lui e mentre il padre è in viaggio di lavoro, durante il quale l’uomo non si fa scrupoli di tradire spudoratamente sua moglie più volte, è costretto ad accudire una madre che sembra volerlo coinvolgere in qualcosa di morbosamente diverso dall’amore filiale.
Allla fine, dopo aver resistito alle avance della donna, che si manifestano in attenzioni innaturali (il giovane le deve lavare la schiena mentre fa la doccia o massaggiarla nelle zone sopra il ginocchio),Alla fine Ray dicevo cede alla madre e consuma con lei un rapporto proibito.
Emotivamente devastato il giovane tenta di stabilizzare il suo quadro psicologico attraverso il rapporto con Toni.
I due giovani decidono di fare l’amore a casa di Ray, dove però vengono sorpresi da Susan, che caccia brutalmente la ragazza.

Esasperato dall’accaduto il giovane sta quasi per violentare sua madre, ma riesce a resistere alla tentazione;ma l’accaduto ha rovinato definitivamente il suo rapporto con Toni e i complessi di colpa divorano il ragazzo.
Che tenta il suicidio impiccandosi con la cinghia dei pantaloni alla porta del bagno.
Si salva per caso mentre sta entrando la madre; sconvolto Ray tenta di strangolare sua madre ma alla fine desiste e va via in auto con i suoi amici.
Il gruppo dei giovani si reca in un bosco e qui Ray, allontanatosi dal gruppo, si reca presso un dirupo profondo al fondo del quale scorre un fiume e si lancia nel vuoto, mentre la sua mente rivede in un flashback le ultime vicende.
Gli amici, accorsi sull’orlo del dirupo capiscono che il giovane si è lanciato giù e che per lui non ci sono più speranze.Mestamente vanno via, per informare della cosa i genitori di Ray.
Che non è affatto morto nel terribile salto.
Il ragazzo, lasciate le sue scarpe a galleggiare per far credere di essere morto, torna verso la statale, dove viene raccolto da un camionista.

La sua nuova vita, lontano dalla crudeltà della sua famiglia può finalmente ricominciare.
Il tema dell’incesto e della terribile portata psicologica che ha sul giovane Ray è il tema conduttore di Spanking the monkey, film indipendente diretto nel 1994 dal regista David O. Russell, che ne cura la sceneggiatura.
Un film asciutto, senza sbavature e senza nessuna concessione alle pruderie che spesso accompagnano il delicato tema dell’incesto: questa è la sintesi di un prodotto di ottima fattura, che David O. Russell, conosciuto in Italia per le sue opere successive, ovvero Amori e disastri,Il lato positivo – Silver Linings Playbook e American Hustle – L’apparenza inganna (dello scorso anno) mette in scena con indubbia abilità e con occhio attento ad evitare facili critiche verso un argomento di quelli scabrosi, un autentico tabù del cinema e della morale.
Spanking the monkey mette in scena l’assoluta inadeguatezza della famiglia di origine di Ray, stretto in una morsa affettiva che vede da un lato la deriva psicologica di suo padre, assente e distante e dall’altra lo svilupparsi di un amore disturbato ed edipico di sua madre, donna fragile ed emotivamente a pezzi che cerca nel giovane Ray un surrogato alla mancanza del marito, amplificato dalla sua temporanea disabilità.
Il rapporto incestuoso che nascerà tra la fragile Susan e il giovane Ray non ancora maturo diventa così il fulcro di una storia il cui finale sembra già scritto a metà film, quando cioè l’insicuro Ray non ha il coraggio di rifiutare il primo unico rapporto con sua madre, che lo devasterà profondamente.

Sarà nel drammatico finale che Ray risolverà i suoi dubbi: dopo il fallito suicidio e la fine della sua breve relazione con toni, che era il suo appiglio alla normalità vengono sciolti durante la passeggiata con i suoi amici, che lo rimproverano aspramente.
Lui inizia a vedere le cose in modo diverso e capisce che può uscire dalla situazione solo recidendo il cordone ombellicale che lo trattiene in quel posto che sente di odiare, perchè ha frenato i suoi entusiasmi mettendolo di fronte ad una scelta durissima.
Il giovane avrà il coraggio per ricominciare, simboleggiato da quella mano tesa con il pollice all’insù che significano solo una fuga senza meta, ma via dall’opprimente aria di casa sua.
Bello e interessante, Spanking the monkey.
Cosa che ha condiviso anche la giuria del Sundance Film Festival, che gli ha attribuito il primo premio oltre all’Independent Spirit Award per la miglior sceneggiatura d’esordio.
E va detto, con pieno merito, perchè il film si lascia guardare senza mai assumere le caratteristiche del prodotto facile per bocche buone.

Bravissimi i protagonisti,primo fra tutti Jeremy Davies che è al suo esordio come attore protagonista di un film (aveva già esordito in un film tv).
Davies, 24 anni al momento del ciak, mostra meno della sua età ed è quindi perfettamente credibile nel ruolo di Ray, che interpreta con disinvoltura mentre altrettanto brava è l’attrice canadese Alberta Watson, bravissima nel mostrare le fobie e i disturbi di Susan, lamadre di ray.
Bene anche il resto del cast.
Film purtroppo assolutamente irreperibile in italiano, in quanto mai doppiato nella nostra lingua.
E’ tuttavia possibile vedere il film in lingua originale con i sottotitoli mentre vi sconsiglio caldamente la versione presente su You tube in quanto, pur buona dal punto di vista visivo, ha un terrificante doppiaggio in russo che impedisce di seguirne i dialoghi.
Spanking the monkey
di David O. Russell con Jeremy Davies, Alberta Watson, Elizabeth Newett, Benjamin Hendrickson durata 149 minuti Drammatico Usa 1994
Jeremy Davies … Ray Aibelli
Benjamin Hendrickson … Tom Aibelli
Alberta Watson … Susan Aibelli
Carla Gallo … Toni Peck
Liberty Jean …Prima donna dell’hotel con Tom
Archer Martin …Seconda donna dell’hotel con Tom
Matthew Puckett … Nicky
Zak Orth … Curtis
Josh Philip Weinstein … Joel
Judah Domke … Don
Nancy Fields … Dr. Wilson
Judette Jones … Zia Helen
Carmine Paolini … Postino
Neil Connie Wallace … Walter Hooten
Regia:David O. Russell
Sceneggiatura: David O. Russell
Produzione:Stanley F. Buchthal … executive producer
Janet Grillo … executive producer
Cheryl Miller Houser … associate producer
Jon Resnik … line producer
David O. Russell … executive producer
Dean Silvers … producer
Musiche:David Carbonara
Montaggio: Pamela Martin
Fotografia:Michael Mayers
Casting: Carolyn Greco
Gente di rispetto
Elena, una bella insegnante settentrionale, viene trasferita d’ufficio in un paese in provincia di Ragusa, in Sicilia. Per la donna è un’esperienza da subito traumatica, vista la grande differenza di cultura tra la sua e quella decisamente omertosa del posto; accolta con diffidenza dalla popolazione locale, Elena deve convivere anche con gli endemici problemi della gente di sicilia, stretta tra problemi sociali,un assenteismo scolastico dettato anche dalla sfiducia nello stato e dalla necessità di far lavorare i più piccoli ecc.
L’impatto traumatico con la nuova realtà è appena mitigato dall’affetto che le dimostra da subito il professor Michele Belcoree in qualche modo l’anziano avvocato Antonio Bellocampo.

Inaspettatamente attorno a lei iniziano a morire uccise alcune persone che le avevano mancato in qualche modo di rispetto; uno di questi viene rinvenuto morto al centro della piazza, con un foro nella testa e un fiore in bocca,(da qui il titolo in inglese con cui venne distribuito il film, The Flower in His Mouth ) simbolo inequivocabile, come racconterà il maresciallo ,di un affronto recato ad una donna.
Ma qui siamo già nel finale del film, quando l’elemento sorpresa dell’autore ( o del mandante) dei vari omicidi sarà già stato svelato assieme alle motivazioni vere,reali dell’accaduto.
Nel mezzo assisteremo alla metamorfosi sia di Elena sia degli abitanti del paese, che passeranno dalla diffidenza e dall’ostilità iniziale ad una vera forma di rispetto in concomitanza con gli omicidi, che la gente ritiene essere ascrivibili a lei.

Una donna capace di vendicarsi da se è una donna con gli attributi e come tale merita “rispetto”; ma Elena non ha nulla a che vedere con gli omicidi, anche se la polizia sospetterà di lei e dovremo passare attraverso una narrazione macchinosa per scoprire cosa nasconde l’intricata storia.
Luigi Zampa,fertile sceneggiatore e regista del cinema italiano, qui alla sua trentaseiesima opera dietro la macchina da presa, torna a parlare di sociale nel 1975 subito dopo Bisturi, la mafia bianca girato due anni prima ambientato nel mondo della sanità; in Gente di rispetto di scena è la mafia, una mafia che ha quasi un manto di onorabilità, in cui esistono delle leggi inviolabili e non oltrepassabili che però sono l’aspetto “pulito” dell’organizzazione, visto che poi i reali obiettivi sono il malaffare, le connivenze con la politica, gli affari sporchi.
Attraverso un meccanismo che ha una curiosa mescolanza di elementi gialli e thriller uniti a topoi tipici del cinema poliziesco, Zampa riduce per lo schermo
l’omonimo romanzo di Giuseppe Fava, il giornalista ucciso dalla mafia modificandolo in parte ma mantenendo l’assunto scritto da Fava nell’introduzione del romanzo stesso,”il delitto crea prestigio, il prestigio paga“, che porta lo spettatore fino alla conclusione perfettamente in linea con l’assunto di Fava, attraverso un the end che potrebbe sembrare bivalente ma in realtà non lo è affatto, come avrà modo di constatare lo spettatore.
Gente di rispetto è un film che ha dalla sua una trama interessante, anche se molto aggrovigliata e con alcune incongruenze gravi, un cast di ottimi attori che portano il livello recitativo e quindi la credibilità del film oltre la sufficienza ma anche, purtroppo, molti difetti.

Primo fra tutti, difetto capitale, l’aver ignorato completamente le sfumature del romanzo a vantaggio di una narrazione snella ma frettolosa, poi la tendenza di zampa a sopravvalutare l’effetto “nobile” degli aspetti folkloristici della mafia, quel’apparente codice d’onore che verrà purtroppo smentito dalla realtà nel corso dei decenni successivi all’uscita del film.
Di difetti ce ne sarebbero altri, ma Zampa riesce a mascherare il tutto con la sua innegabile bravura con il mezzo di ripresa; a conti fatti Gente di rispetto è un prodotto godibile superiore a molti altri prodotti girati sul fenomeno mafia, ma indiscutibilmente troppo superficiale.
Bene il cast con una misurata e bellissima Jennifer O’Neill, un discreto James Mason (perchè usare un attore americano?) mentre decisamente in ombra è Franco Nero.Bene tutti gli altri, incluso Gora e i validissimi professionisti Orazio Orlando, Franco Fabrizi e Aldo Giuffré.
Film di non facile reperibilità; su you tube la versione presente, pur di buona qualità, è purtroppo in inglese.

Gente di rispetto
Un film di Luigi Zampa. Con Jennifer O’Neill, Franco Nero, Claudio Gora, James Mason, Orazio Orlando, Franco Fabrizi, Carla Calò, Aldo Giuffré, Giuseppe Pellegrino, Gino Pagnani Drammatico, durata 115′ min. – Italia 1975
Jennifer O’Neill … Elena Bardi
Franco Nero … Professore Michele Belcore
James Mason … Avv. Antonio Bellocampo
Orazio Orlando … Pretore Occhipinti
Aldo Giuffrè … Maresciallo
Claudio Gora … Onorevole Cataudella
Luigi Bonos … Canaino
Gino Pagnani … Profumo
Franco Fabrizi … Dottore Sanguedolce
Regia: Luigi Zampa
Sceneggiatura:Leonardo Benvenuti,Luigi Zampa,Piero De Bernardi
Romanzo: Giuseppe Fava
Produzione: Zev Braun e Carlo Ponti
Musiche:Ennio Morricone
Fotografia: Ennio Guarnieri
Montaggio:Franco Fraticelli
Production Design : Luigi Scaccianoce
Costume Design : Danda Ortona
L’opinione di mm40 dal sito http://www.filmtv.it
E’ un film atipico per Zampa, quantomeno per la tipologia di messa in scena, per lo stile utilizzato nel proporre un messaggio comunque – come nei suoi canoni – critico nei confronti della società italiana. Qui in particolare la storia affonda il colpo sulla Sicilia malata di mafia ed omertà, così come viene raccontata nel romanzo di Giuseppe Fava da cui il film è tratto. Peraltro Fava, scrittore e giornalista, morirà assassinato proprio dalla mafia qualche anno più tardi. Nulla da ridire sul cast, nulla da eccepire sulle scelte registiche, il prodotto è ben realizzato, ma la storia è francamente un polpettone che mischia ciò che in quegli anni era più in voga nel nostro cinema: polizi(ott)esco e morboso, violenza e foschi intrighi popolari, a dare forma ad un thriller di paese, indagine sociale (alla ‘cinema civile’, Petri e Rosi insomma) con un pizzico di qualunquismo populista (caratterizzazioni stereotipate). Insomma, il risultato non può funzionare, nonostante in sceneggiatura mettano le mani, oltre al regista, Benvenuti e De Bernardi, e nonostante anche le discrete e morriconianissime musiche della colonna sonora.
L’opinione di Thegaunt dal sito http://www.filmscoop.it
Questo film di denuncia sembra la versione al femminile di Anni ruggenti dello stesso Zampa ambientato in una diversa realtà ambientale e temporale. L’inadeguatezza dei personaggi è l’elemento comune che li caratterizza, poichè catapultati in una realtà molto differente da quella di provenienza, si ritrovano loro malgrado a vestire dei ruoli senza accorgesene. In questo caso il ruolo può anche calzare anche a pennello per una donna che si ritrova paladina di diritti per le classi disagiate, scoprendo con amarezza che invece di manovrare viene a sua volta manovrata.
La storia è interessante perchè mescola cinema di denuncia all’interno di una cornice gialla sulla falsariga del Giorno della civetta, ma se la O’Neill è funzionale specie nella prima parte in questo suo costante spaesamento nei confronti di un contesto a lei alieno, Mason impone un aplomb un po’ troppo anglosassone per il suo ruolo, mentre Franco Nero purtroppo è sacrificato in un ruolo da specchietto per le allodole utile appunto alla parte “gialla” del film. Non il miglior Zampa, inferiore certamente al più solido Bisturi, che soffre per la scontatezza dell’elemento giallo del film, anche se il finale è molto bello nella sua perfetta ambivalenza
L’opinione di Bruce dal sito http://www.davinotti.com
Interessante ed originale giallo politico-sociale girato da Zampa con discreti risultati su di un soggetto tratto da un libro di Giuseppe Fava. Jennifer O’Neill è brava ad interpretare la maestra giunta in Sicilia e il suo totale sconcerto davanti ai più classici clichè della gente del posto (l’omertà, l’onore, il rispetto). Meno convincente è il ruolo di Franco Nero. Un ritratto particolare della realtà isolana, forse eccessivo e didascalico, comunque apprezzabile per la denuncia della profonda collusione tra politica e mafia. Da riscoprire.
L’opinione del Morandini
Giovane maestra del Nord va a insegnare in un paese della Sicilia occidentale. Tutti gli uomini che l’avvicinano sono trovati morti. Come macchina narrativa è anche troppo ingegnosa: una parabola sul potere nella forma di un giallo politico. Infastidisce e offende il modo in cui sono rappresentati la gente siciliana e i suoi costumi. Giustificate parzialmente nel campo della commedia erotica, certe accentuazioni deformanti non sono sopportabili in un dramma che pretende di essere realistico: diventano una forma di disprezzo. Tratto da un romanzo di Giuseppe Fava, il giornalista ucciso dalla mafia. La O’Neill attendibile, Mason spaesato.
Images
I grandi successi di cassetta ( e di critica) di Mash (1970) e di I compari (1971) permettono a Robert Altman nel 1972 di dirigere Images, film assolutamente anticonvenzionale e decisamente poco appetibile dal grande pubblico ma fortemente voluto dal regista di Kansas City, da sempre interessato a viaggi introspettivi bei meandri della psiche umana.
Images è infatti questo, una lunga ed affascinante esplorazione della mente umana, simbolicamente rappresentata da quella di Cathryn, protagonista del film stesso.
Un viaggio attraverso il delirio di una mente che sembra un labirinto inesplorato di emozioni e passioni, di sensi di colpa e frustrazioni, votata all’autodistruzione perchè malata nelle sue più intime fibre.

Altman mette in scena la malattia ma anche l’intimo; il tentativo, difficilissimo, perchè alterati e alteranti sono gli stati d’animo e mentali della protagonista, è quello di sondare l’insondabile, la psiche umana, giungla inesplorata di passioni torbide e primitive, spesso contraddittorie e inesplicabili.
L’esplorazione di Altman ci conduce attraverso la schizofrenica esistenza di Cathryn, bella e giovane donna che decide di trasferirsi con suo marito in un posto meno ossessionante della città per cercare di porre un freno alle continue visioni e agli incubi che sembrano essere diventati la parte predominante della sua esistenza.
Cathryn è convinta di alcune cose, che in realtà esistono solo ad un livello inconscio ma che alla donna appaiono terribilmente reali e cioè che il marito la tradisca, che una donna misteriosa la perseguiti attraverso telefonate che le rivelano le (presunte) scappatelle del marito.

Nella casa di campagna in cui va a vivere con Hugh, suo marito, l’illusione di essersi lasciata alle spalle i problemi è effimera, perchè la mente e l’animo malati di Cathryn devono fare i conti con un oscuro passato, con tutte le frustrazioni che la donna ha accumulato e che appaiono a tratti non solo inspiegabili, ma anche inesistenti.
Il labirintico mondo in cui la mente di Cathryn si dibatte, alla ricerca di un impossibile equilibrio finisce per dissociare completamente la donna, che crede di essere visitata da due uomini e da una ragazzina che dovrebbe essere la figlia di uno dei due.
Una pia illusione o se vogliamo un sogno che confina sinistramente con un incubo, dalla quale la donna uscirà distrutta e con la psiche a pezzi, perchè l’irreale, l’onirico e le proiezioni mentali finiscono inesorabilmente per sostituirsi alla realtà, distruggendo la sua identità.

Altman segue questo percorso illustrandolo come un incubo reale, attraverso immagini frammentate come una miriade di pezzi di vetro sparsi su un pavimento immaginario.
I prismi di vetro infatti riflettono miriadi di pensieri e la mente dissociata di Cathryn diventa assolutamente impenetrabile e incomprensibile: qua e la affiorano pezzi che sembrano rivelatori ma la verità alla fine qual’è?
Il viaggio in soggettiva in cui lo spettatore viene immerso porta lo stesso ad un’esplorazione fantastica e allo stesso tempo orrorifica dei pensieri diseguali e distorti della protagonista, lasciandogli ampia libertà di scelta sulle motivazioni o sulle spiegazioni dei gesti e dei pensieri frammentati della donna.E’ lo spettatore a scegliere l’immagine che più lo disturba o semplicemente che più lo affascina di quel mondo spaventoso in cui vive Cathryn.
Altman è stato, nel corso della sua carriera, il meno hollywoodiano e al tempo stesso il più europeo dei cineasti degli states; forse un paragone lato puà essere tentato con l’opera di Bergman, che però è meno frammentaria e più rigorosa.

Tuttavia questo Images è opera profonda e enigmatica, un’opera per immagini, come del resto dice esplicitamente il titolo.
Susannah York, bellissima e inquietante, interpreta praticamente da sola tutto il film, lasciando ampio spazio alla visionarietà del suo personaggio, conducendo per mano lo spettatore attraverso la sua follia sinistra e assoluta con una rigorosità di espressione assolutamente spettacolare.
Non a caso il Festival di Cannes apprezzò a tal punto la sua interpretazione da dargli la palma d’oro come miglior interprete femminile.

Il resto dello scarno cast fa assolutamente da contorno e serve solo come proiezione visiva di quelli che sono i fantasmi della mente di Cathryn; è proprio Susanna h York a fornire il soggetto al film con il suo In Search of Unicorns.
Un film affascinante, come del resto gran parte delle opere del compianto Altman, che purtroppo è di difficilissima reperibilità in lingua italiana e che praticamente non passa mai in tv.
Images
Un film di Robert Altman. Con Susannah York, Marcel Bozzuffi, René Auberjonois, Hugh Millais Drammatico, durata 101′ min. – USA, Gran Bretagna 1972
Susannah York: Cathryn
Rene Auberjonois: Bob
Marcel Bozzuffi: René
Hugh Millais: Marcel
Cathryn Harrison: Susannah
John Morley: Vecchio
Regia Robert Altman
Soggetto In Search of Unicorns di Susannah York
Sceneggiatura Robert Altman
Fotografia Vilmos Zsigmond
Montaggio Graeme Clifford
Musiche John Williams
Scenografia Leon Ericksen
Rita Savagnone: Cathryn
Pino Locchi: Bob
Ferruccio Amendola: Marcel
Gianni Marzocchi: René
Emanuela Rossi: Susannah
L’opinione di fabio 1971 dal sito http://www.filmtv.it
Cathryn (Susannah York), bella, giovane e benestante, è sposata con Hugh (Rene Auberjonois, che il doppiaggio italiano trasforma inspiegabilmente in Bob): esaurita e schizofrenica, è convinta di essere perseguitata dalle telefonate di una donna (inesistente) che le rivela le infedeltà, anch’esse immaginarie, di Hugh. Afflitta da continui incubi e visioni, si trasferisce insieme al marito nella casa di famiglia in campagna per cercare un’oasi di pace in cui provare a rilassarsi. Tentativo vano, perchè anche nella quiete del cottage i fantasmi del passato (e del presente), frutto delle sue frustrazioni e dei suoi sensi di colpa, continuano a tormentarla. Una delle opere più sperimentali e atipiche nella filmografia di Robert Altman, claustrofobico ritratto del lento ed inesorabile disfacimento di una mente malata, acuto ed incisivo (pur negli eccessi di un’impostazione magari troppo schematica) nel tradurre visivamente gli umori più dolenti di cui quella stessa mente si nutre e da cui è, allo stesso tempo, divorata. Images coincide con la “quest” della mitologia anglosassone, in questo caso la ricerca, disperata, di una purificazione interiore che liberi l’esistenza umana dalle scorie di ogni pulsione autodistruttiva: non a caso Susannah York legge (e scrive: il libro verrà pubblicato nel 1973, l’anno successivo all’uscita di Images) sin dall’incipit del film le pagine del suo romanzo per bambini In Search of Unicorns: la sua voce fuori campo ne proseguirà la lettura/scrittura durante il film, scandendo le evoluzioni del racconto in uno straniante e fiabesco contrappasso drammaturgico. La narrazione si snoda onirica e sinuosa tra simbolismi ed atmosfere angoscianti: la mente di Cathryn è un prisma luccicante e malsano da cui si riflettono/rifraggono immagini che di volta in volta (ci) appaiono come realtà, sogni, incubi, visioni, fantasmi. Altman gioca con la verità e la finzione del mezzo cinematografico partendo dall’assunto che l’immagine mente perchè è un’immagine della mente (“Ma guarda, ma guarda, ma guarda… il fantasma sanguina”…), rinforzando il concetto con una regia stilisticamente rigorosa, dalla presenza quasi impercettibile proprio per non appesantire la virulenza affabulatoria del testo. La raffinatezza della scrittura è, quindi, lo strumento con cui Altman sceglie di tradurre sullo schermo le sue riflessioni sulla natura delle immagini (e sulla loro manipolazione) e medita sul ruolo dell’obiettivo della macchina da presa nel cinema del suo tempo evidenziandone la complicità quasi criminale con quella mente umana che gli ordina dove guardare (le immagini ossessivamente riflesse da vetri e specchi). Images è un mistero, quindi un gioco, si diceva, sviluppato nelle forme coinvolgenti del thriller psicologico e con una struttura narrativa interamente risucchiata nei vortici della visionarietà della vicenda e nella traduzione in immagini dell’analisi psicologica: per la sua complessa scansione e decifrabilità del racconto è un film affascinante e ispirato nel suo flemmatico incedere tra le ragnatele di deliri di una mente malata, tasselli di un gelido mosaico sinaptico ricomposto con drammatica evidenza solo nelle ultime, chiarificatrici sequenze. Cast impeccabile, con in testa una straordinaria Susannah York (premiata come miglior attrice al Festival di Cannes), ambientazione suggestiva (con gli esterni girati in Irlanda), splendida colonna sonora di John Williams (a cui si affiancano le magie del percussionista Stomu Yamashta), fotografia da urlo (Vilmos Zsigmond), montaggio del futuro regista Graeme Clifford (Frances).
L’opinione di caesars dal sito http://www.davinotti. com
Chi conosce i film di Robert Altman fatti di situazione corali, con tanti personaggi che interagiscono tra loro, rimmarrà sicuramente spiazzato da questo “Images”. Tratto da un racconto della stessa Susannah York, è ambientato in una villa di campagna dove la protagonista, che ha trascorso lì parte dell’infanzia, torna col marito; si scontrerà con i fantasmi del suo passato. Ritmo lentissimo che potrebbe scontentare molti, ma che non inficia assolutamente la riuscita del film, anzi! Bellissimo.
L’opinione di Buiomega dal sito http://www.davinotti.com
Capolavoro assoluto nella filmografia dell’immenso Altman e secondo di una trilogia “psicologica femminile” aperta con Quel freddo giorno nel parco e chiusa con Tre donne. La York è straordinaria nel calarsi nella psicologia di una donna mentalmente instabile, che confonde realtà con l’immaginazione, sprofondando sempre più nel baratro della schizofrenia. Grande atmosfera data dall’opprimente campagna inglese, da oscar la fotografia di Vilmos Zsigmond e un senso di disagio che rimane anche dopo la visione. Capolavoro!
L’opinione di kowalski dal sito http://www.filmscoop.it
Può essere credibile Altman alle prese con temi prettamente Bergmaniani?
“Images”, quasi un’excursus horror nella filmografia del regista, non è certo un film completamente riuscito, a tratti è schematico, frammentario, pretenzioso ma riveste una certa importanza: è difatti il primo segno rivelatore di quella breve e controversa svolta psicanalitica che porterà alla maturità degli intenti con “tre donne”, uno dei migliori del regista.
La trama, che sembra uscita da un romanzo di Amado, in realtà è compressa tutta nel personaggio di Cathryin, e dalla splendida prestazione di Susannah York, un’attrice che ho davvero molto amato (stendiamo un velo sulle sue apparizioni più recenti).
Un film inedito per l’Altman di allora (non lo erano forse, a modo loro, anche “Quel freddo giorno nel parco” e “Anche gli uccelli uccidono”, in qualche modo combinati con i temi della psicanalisi?) ma interessante per comprendere i diversi percorsi della sua carriera.
Sono altrettanto d’accordo che questo tipo di film ambissero a una dimensione “europea” sia nei riconoscimenti di un pubblico meno tradizionalista sia nell’approccio stilistico: una deriva non indolore, credo, ma non per nulla il nome di Bergman e delle sue tematiche ha in qualche modo affascinato tanti altri cineasti americani
l’opinione del sito slowfilm.wordpress.com
In Images, come per 3 Women, la protagonista è una donna, in un film angosciante nella sua descrizione della follia, espressionista nelle sue rappresentazioni distorte, portandoci nelle visioni ambigue ed incerte di Susannah York. L’Altman di Images è un Hitchcock sotto mescalina, quindi anche Polanski in forma o un Lynch al suo stato naturale, fresco di meditazione trascendentale. Insomma un Altman cattivo, che utilizza tutti i suoi trucchi per rendere il film costantemente disturbante.
Entriamo immediatamente nelle turbe psichiche della protagonista, immersa in toni gialli o seppia, ripresa in inquadrature sbilenche. La York corre verso la follia in un crescendo lungo quanto il film; riesce, all’interno di uno stesso pianosequenza, a cambiare più volte espressione e volto, mettendo realmente a disagio lo spettatore. Oltre alla bravura dell’attrice, il regista non lesina coi colpi al limite del legale, e così ci perdiamo negli specchi, in una colonna sonora che integra effetti vocali, in isolate case hopperiane al contempo protette e minacciate dalla natura. Ogni personaggio ha una definizione incerta, così come ogni inquadratura, dove valore e contenuto vengono continuamente rovesciati (…)
Madeleine, anatomia di un incubo
Una donna corre disperatamente attraverso un canneto; poi, attraversatolo, si dirige verso una foresta, guardandosi spaventata intorno.
All’improvviso alcune figure femminili, con in testa vistose parrucche, la circondano.
“Chi siete, cosa volete da me” chiede la ragazza spaventatissima.
All’improvviso le immagini di un auto da corsa in fiamme si sovrappongono alle 5 figure femminili e la ragazza, di fronte al terribile spettacolo di un corpo maschile che giace fuori dal veicolo, urla disperata.
Immagini di un auto impegnata in una gara su pista, drammatiche perchè mostrano un terribile incidente, si mescolano a quelle del gruppetto di donne che ora sfilano silenziosamente nel bosco, trasportando sulle spalle un piccolo feretro bianco con all’interno un bambino.

Le misteriose donne lasciano il feretro accanto al cadavere e all’auto in fiamme, mentre la ragazza urla disperatamente “lui no, è così piccolo”
Un rulo terribile emesso da una donna ai bordi di una piscina trasporta tutto ad una dimensione reale; la ragazza, madeleine, ha avuto un incubo, sotto gli occhi attenti del dottor Schumann, intento a leggere un libro di psicologia.
Dopo un colloquio con l’uomo, Madeleine si dirige in città, dove raccoglie Thomas, un’autostoppista che al ritorno a casa presenta a suo marito, il dottor Franz Schuman.
Questa lunga introduzione di Madeleine, anatomia di un incubo serve allo spettatore da subito per inquadrare i due personaggi centrali del film, la giovane e bella Madeleine e quello che ad un primo impatto sembra essere la figura premurosa di un marito preoccupato per l’equilibrio psichico della moglie.
Che è evidentemente alterato da qualcosa di sconosciuto; l’unica certezza che lo spettatore ha è che Madeleine è una donna lasciata libera dal marito, al quale confessa candidamente di desiderare un bambino, cosa che evidentemente l’uomo non può darle.

Franz Schuman sembra quindi un uomo attento e premuroso verso la molto più giovane moglie; questo sentimento di empatia verso l’uomo aumenta ma contemporaneamente si destabilizza nel momento in cui Madeleine porta a casa Thomas, il giovane hippy che raccoglie per strada e con il quale fa l’amore praticamente sotto gli occhi del marito.
Liquidata la pratica Thomas, la donna conosce il figlio del marito, Luis e poco tempo dopo averlo conosciuto allaccia anche con lui una relazione.
Nonostante il perdurare degli incubi, Madeleine si sforza di avere una vita regolare, ma l’equilibrio è del tutto precario e una sera, dopo un party in cui Madeleine si trova ad un passo da un rapporto saffico con una ballerina ecco che arriva la tragedia. Thomas, il giovane hippy che Madeleine ha ritrovato in una piazza viene rinvenuto morto nella piscina del locale.
A complicare le cose arriva Franz Schuman, che una mattina trova Madeleine sulla spiaggia allacciata a suo figlio Luis con il quale sta facendo l’amore.

Cosa succederà adesso? E sopratutto, come mai Franz sembra cosa tranquillo di fronte alla scoperta di sua moglie che ha una relazione con suo figlio?
Cosa c’è veramente dietro tutto? Doppia sorpresa finale…
Madeleine anatomia di un incubo esce nelle sale nel 1974, opera di Roberto Mauri, regista specializzato in film western attivo sopratutto tra la fine degli anni sessanta agli inizi dei settanta.
Il film è uno psico thriller, che gioca tutte le sue carte sul racconto della vicenda che vede coinvolta la giovane e bella Madeleine, che in seguito allo shock provato davanti all’incidente subito da Luis durante una corsa automobobilistica ha perso il bambino che attendeva, riportandone un trauma pauroso.
In un gioco psicologico condotto molto rischiosamente nella e sulla psiche della donna si materializza un esperimento condotto da Franz Schuman, che così sperimenta alcune sue ardite teorie sulla cura della psiche.
Un tentativo che avrà un esito a sorpresa, che ovviamente non vi racconto.

Dopo un inizio affascinante, legato all’incubo onirico della donna, il film assume un andamento tranquillo, descrittivo, fino agli ultimi minuti della storia in cui alcune incongruenze e alcuni dubbi, sorti durante il racconto, vengono finalmente spiegati anche se non completamente e sopratutto in maniera completamente logica.
Film ad andamento ondeggiante quindi, con parti abbastanza coerenti ed altre un po tirate per i capelli, ma nel complesso di indubbio fascino.
Molto bene il cast, con la discreta prova fornita da Camille Keaton nel ruolo di Madeleine e di Silvano Tranquilli in quella dell’ambiguo Franz Schuman; piccola parte per Paola Senatore mentre il resto del cast non demerita.
Tutto sommato, un film guardabile, senza grosse pecche e con qualche spunto interessante, con una bella e inquietante colonna sonora di Maurizio Vandelli.
Il film è molto difficile da trovare in una versione accettabile: tuttavia, all’indirizzo http://viooz.co/movies/21283-madeline-study-of-a-nightmare-madeleine-anatomia-di-un-incubo-1974.html è possibile visualizzare in streaming una versione digitale di discreto livello.
Madeleine – Anatomia di un incubo
Un film di Roberto Mauri. Con Silvano Tranquilli, Paola Senatore, Riccardo Salvino, Camille Keaton, Pier Maria Rossi, Lorenzo Piani Drammatico, durata 92 min. – Italia 1974.
Camille Keaton … Madeleine
Riccardo Salvino … Luis
Paola Senatore … Mary
Silvano Tranquilli … Dr.Franz Shuman
Pier Maria Rossi … Thomas
Gualtiero Rispoli … Antonio
Regia: Roberto Mauri
Musiche:Maurizio Vandelli
Fotografia:Carlo Carlini
Montaggio:Adriano Tagliavia
Production Design :Ennio Michettoni
Allestimento set: Daniele Mogherini
Produzione/Production: Pama Cinematografica
Distribuzione/Distribution: C.E.I.A.D. Columbia
L’opinione di Ciavazzaro dal sito http://www.davinotti.com
Interessante thriller-dramma-psicologico, quasi con tocchi horror (i poteri psicologici di Tranquilli) diretto con eleganza da Mauri. La bravura della Keaton viene accompagnata dalle ottime musiche di Maurizio Vandelli e il cast farà la gioia degli amanti degli anni settanta (Senatore, Tranquilli, Salvino). Il colpo di scena finale è ben studiato e il film non risulta mai noioso. Poco conosciuto (purtroppo), da rivalutare.
L’opinione di Lucius dal sito http://www.davinotti.com
Intrigante pellicola che vede la bella e brava protagonista alle prese con incubi e ossessioni che la tormentano; la stessa finirà con l’affidarsi ad un medico che le proporrà una strana terapia: abbandonarsi alla totale libertà dei sensi per ritrovare se stessa, salvo poi scoprire successivamente il vero motivo di queste ossessioni. Affascinante la catarsi emotiva, il passato che ritorna e il condimento erotico. Personalistico.
L’opinione del sito http://www.caniarrabbiati.it
Madeleine è una giovane ragazza psicologicamente fragile tormentata da un sogno ricorrente in cui è incinta e perseguitata da alcune streghe con parrucche variopinte. Nell’incubo avviene anche un incidente dove muore anche il suo bambino che viene trasportato in una bara dalle malvagie donne. Nella realtà Madeleine, sposata con lo psichiatra Frank Shuman, non può avere figli. Le sue turbe psico-sessuali la portano ad incontrare Thomas un giovane svizzero e a portarselo a casa. Poi arriva anche Lewis figlio del marito ed inizia una relazione anche con lui. Durante una gita fuori porta, Madeleine rivede il luogo sfondo dei suoi incubi. Thomas scopre Mary, la sua fidanzata, a letto con Franz, ma quest’ultimo lo ipnotizza spingendolo al suicidio. Madeleine ulteriormente scossa decide di lasciare Franz ma lui non glielo permetterà. Dove finisce il mondo dei sogni e quello della realtà lo si capisce solo nel finale mentre Madeleine continuerà a mischiare l’uno e l’altro. Suggestiva la sequenza onirica iniziale sia per la fotografia sia per i rallenty, sia per la musica di Vandelli.
Questo Psico-thriller però è modesto e noioso, come la regia didascalica (zoom sul libro di psicanalisi mentre parla il dottore) e gli effetti speciali (imbarazzante la scomparsa del dottore durante l’esperimento di ubiquità). La protagonista, nipote di Buster Keaton, è notoriamente incapace di recitare, qui perlomeno ci mostra un bel nudo integrale. Se vogliamo, è interessante nella trama l’uso del concetto freudiano di “materiale del sogno” cioè dei luoghi e delle persone reali che nel sogno vengono presi e rielaborati creando una diversa realtà.
L’opinione del sito http://www.cinemaitalianodatabase.blogspot.com
Una pellicola di questo tipo s’inserisce perfettamente nella variante del giallo all’italiana in cui la storia ruota intorno alla malattia mentale del (o della) protagonista di turno – cito a caso ‘Spasmo’ di Lenzi, ‘L’occhio nel labirinto’ di Caiano – e/o gioca con l’attenzione dello spettatore, sparpagliando le tessere di un mosaico il cui disegno si intravede solo alla fine (‘Una lucertola dalla pelle di donna’ di Fulci, ‘La corta notte delle bambole di vetro’ di Lado). Decisamente buona la tensione erotica, elevata dalla presenza di Paola Senatore, di cui si ricorda uno strip al limite della frenesia estatica, e nel complesso la recitazione degli attori. Alcune pretese intellettualistiche e sociologiche rendono indigesti alcuni dialoghi, specialmente quelli tra Madeleine e lo studente Thomas, cosi come alcune soluzioni registiche (ad esempio, lo zoom sul libro che legge il dottore), ma tutto sommato il film mantiene una sua coerenza ed anche una certa coralità di fondo. Buona la fotografia di Carlo Carlini.
Grazie zia
Esordio alla regia per Salvatore Samperi, regista padovano morto nel 2009 a 65 anni.
Grazie zia è un film importante, ad onta del titolo che sembrerebbe anticipare il florido filone delle commedie sexy parentali che negli anni settanta esplorarono, con molta pruriginosità e poca inventiva, il dramma reale dell’incesto che è sempre stato vissuto come uno dei tabù più oscuri e meno esplorati della sessualità umana.
Il film di Samperi in realtà ha ben poco di scabroso, almeno dal punto di vista visivo perchè si limita all’illustrazione di un rapporto sado masochistico che si sviluppa tra una zia e suo nipote;tuttavia è un film importante proprio perchè la parte scabrosa viene edulcorata a tutto vantaggio della rappresentazione drammatica di uno scontro morale che vediamo illustrato, man mano che il film avanza, tra due diversi personaggi che finiscono per diventare emblemi della società che rappresentano.

Da un lato troviamo una donna matura, placidamente adagiata in una vita senza grosse scosse e quindi borghese e un tantino annoiata, con tanto di amante intellettuale (ovviamente di sinistra) e dall’altro un giovane ribelle che sente un confuso e anarcoide sentimento di ribellione verso l’ordine costituito, verso i totem della borghesia e in ultima analisi in perfetta simbiosi con quello che avviene in Europa in quegli anni ovvero la contestazione studentesca che sfoceranno nel maggio francese.
Samperi quindi dirige Grazie zia proprio nel momento di massima crisi e di massima tensione che la società si ritrova a vivere, scossa dalle fondamenta dai suoi stessi figli che non si riconoscono nel mondo degli adulti e che verrà sintetizzato con l’ormai trito slogan della “fantasia al potere“.
Il film quindi per certi versi è anticipatore di tematiche importanti, pregnanti: con molto coraggio e con molta incoscienza Samperi, che non dimentichiamolo aveva appena 24 anni porta sullo schermo una vicenda scabrosa raccontandola con un rigore e una sobrietà assolutamente sorprendenti in un esordiente.
Il bianco e nero assoluto in cui viene girato il film estremizza la storia, quasi volesse rappresentare, con i due colori antitetici, l’assoluta impossibilità di dialogo e di comprensione tra i due mondi, quello borghese appunto e quello giovanile.
Proprio l’andamento della storia e il suo tragico finale propongono infatti una visione auto distruttiva della società;quel’eutanasia chiesta dal protagonista alla sua amante e succube zia altro non è che la rappresentazione di una società che incapace di comprendere alla fine fagocita e distrugge.

Grazie zia è un bel film, caratterizzato da un ritmo solo all’apparenza indolente, retto invece da una coerenza e da una drammaticità che il futuro regista di opere più smaccatamente erotiche non raggiungerà più, come dimostreranno i vari Malizia, Fotografando Patrizia ecc., con le dovute eccezioni di film particolari e a tratti incompresi come Nenè.
Ma qui siamo al Samperi ancora arrabbiato, al Samperi “sessantottino”, che disseziona il sociale proponendo una sua visione estremamente coerente del presente, una visione in cui gli ideali del sessantotto sono rappresentati visivamente con ardore forse confusionario ma di sicuro interesse.
Grazie zia racconta la parabola discendente della società, attraverso due personaggi che vengono a trovarsi casualmente a contatto:Lea e suo nipote Alvise.
Tra i due nascerà una storia proibita, un incesto però più portato e votato alla distruzione che al compimento del mero atto sessuale, un atto di rivolta di un giovane verso i pilastri della società borghese.

Alla quale appartiene Lea, donna matura ma dal fascino sensuale, che un giorno si vede affidare suo nipote dal padre del ragazzo; Alvise soffre di una forma di paralisi agli arti che in realtà non è nemmeno psico somatica, visto che il giovane è sanissimo e che ha scelto quella forma estrema di protesta per evitare di essere incanalato, irrigimentato dal padre alla direzione dell’industria di famiglia.
Alvise viene quindi affidato, complice anche l’allontanamento dei suoi distratti e indaffarati genitori alle cure di zia Lea, che nn slo è un medico ma che ha da sempre un rapporto di simpatia e affetto con il ragazzo.
Alvise però ha troppa rabbia dentro:è offuscato nella mente dal suo velleitarismo libertario e anarcoide e dal momento del suo arrivo inizia una sottile e perversa opera di seduzione di sua zia.Una seduzione che, come dicevo prima, non è tanto sessuale quanto psicologica.Il giovane sembra infatti utilizzare Lea come bersaglio della sua rabbia e lo dimostra schiavizzando e umiliando, in più occasioni, la troppo passiva Lea.
Tra i due nasce un rapporto di dominazione completa ed esclusiva, con Alvise che trascina Lea, nella sua lucida follia, in un rapporto ai confini scuri del sadismo e del masochismo.
Lea accetta supinamente il tutto finendo per sacrificare all’ambiguo rapporto con il ragazzo sia la sua vita sentimentale sia la sua vita professionale.
Il rapporto di sudditanza di Lea raggiunge l’apice nel finale, quando cioè Alvise chiederà a sua zia di porre fine alla sua vita, vita che il giovane non riesce più a sopportare preda com’è delle sue frustrazioni e delle sue angosce esistenziali.
E Lea lo farà, senza esitare, perchè ormai è solo un docile strumento sopraffatto dalla imperiosa e dominante volontà di Alvise…
L’uscita del film fu caratterizzata da polemiche senza fine che si tramutarono in un formidabile battage pubblicitario per il film che difatti divenne uno dei più visti dell’annata.
Due fazioni contrapposte si schierarono pro e contro la buona fede di Samperi :ci fu chi vide nel film analogie con I pugni in tasca di Bellocchio e quindi una pellicola tesa a mostrare la rabbia giovanile ,le psicosi e le manie che serpeggiavano in modo malatissimo all’interno della classe borghese e chi invece considera il regista veneto un furbetto che era riuscito a cavalcare l’onda giusta, quella della rabbia e della contestazione giovanile per ricavare qualche soldo e un po di fama.
Probabilmente questo tipo di appunto andrebbe fatto al successivo Cuore di mamma, decisamente più furbetto e meno candido di questo esordio.

Fondamentale per l’economia del film la presenza nel cast della bellissima e sensuale Lisa Gastoni, che aldilà dell’interpretazione magistrale del personaggio di Lea si trasformò per Samperi, esordiente e poco padrone ancora del mezzo, in una guida anche tecnica come ammesso dal regista in una delle sue ultime interviste.
L’attrice ligure, che aveva 33 anni all’inizio delle riprese, era di una bellezza e di una sensualità addirittura imbarazzanti;nel 1968 aveva già alle spalle decine di film dei più svariati generi e si può dire che era una delle più apprezzate interpreti del cinema nostrano.
Molto bravo anche il venticinquenne Lou Castel, che nel film interpreta il nevrotico Alvise; il personaggio da lui interpretato in realtà avrebbe diciassette anni, ma il volto quasi adolescenziale dell’attore riesce a rendere credibile il personaggio.
Grazie zia è un film che riveste quindi una grande importanza per il nostro cinema pre settanta, aldilà anche degli effettivi meriti.
Va da se che oggi appare pesantemente datato ma resta un utile documento per chiarire aspetti di quell’epoca irripetibile.
Un film di Salvatore Samperi. Con Gabriele Ferzetti, Lisa Gastoni, Lou Castel, Nicoletta Rizzi, Massimo Sarchielli Drammatico, durata 94′ min. – Italia 1968
Lisa Gastoni: zia Lea
Lou Castel: Alvise
Gabriele Ferzetti: Stefano
Luisa De Santis: Nicoletta la cantante
Massimo Sarchielli: Massimo
Nicoletta Rizzi: segretaria del padre di Alvise
Regia Salvatore Samperi
Soggetto Salvatore Samperi
Sceneggiatura Salvatore Samperi, Sergio Bazzini, Pier Luigi Murgia
Produttore Enzo Doria
Casa di produzione Doria G. Film
Fotografia Aldo Scavarda
Montaggio Silvano Agosti (accreditato come Alessandro Giselli)
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Giorgio Mecchia Madalena
Costumi Claudio Cordaro
L’opinione di Outsider dal sito http://www.filmscoop.it
Or dunque, “Grazie,Zia” è un film molto interessante che merita una riflessione e un riconoscimento.
L’opera, caratteristico prodotto del periodo in cui è girato, abilmente ricostruisce l’alienazione e l’amarezza ( stati d’animo su cui si soffermarono vari registi particolarmente nel decennio ’58-’68).
Viene trattato il tema della persona disabile, peraltro inquadrata in un periodo difficile e pesante per la condizione.
L’attore infatti fa la parte di un 17 enne ( anche se di anni ne dimostra almeno una decina in più, almeno dico) e inoltre recita molto bene in quello stile che al tempo avevano cucito addosso molti ricchi scontenti, con in più l’afflizione ed il degrado dato dall’incattivimento per la malattia.
Altri due attori meravigliosi, Gabriele Ferzetti, praticamente perfetto, recitazione ed espressività da premio Oscar e Lisa Gastoni, fantastica (una delle mie attrici preferite da notti insonni e convulsioni dall’eccitazione) i cui due occhi verdi da cerbiatta, (quasi fosse il suo sguardo antesignano dell’azzurrina Crescentini, ma più conturbante nel calore) non spiccano causa il bianco e nero. La Gastoni era un’attrice che recitava meravigliosamente con movenze da sapiente attrice di teatro, la ricordo in un film di Totò all’epoca schernito dalla critica, demolito e definito filmetto “totò monaco di monza”, con Macario ed il grandissimo nino taranto. Donna capacissima, ligure di nascita, padre torinese e madre irlandese, Lisa Gastoni ha interpretato da fuoriclasse tutti i ruoli più difficili, ovvero quelli in cui l’attrice deve incarnare momento per momento i sobbalzi dati da situazioni torbide causate da sentimenti che conducono all’instabilità e alla sofferenza, come la passione e l’attaccamento all’uomo sbagliato o disonesto.
Il cinema ha saputo vedere queste qualità e la sua filmografia, un po’ sottovalutata, è stata costruita sul valore interpretativo e non solo sull’apparenza di bella donna (che nulla aveva da invidiare alle altre) cosa a dire il vero difficile anche allora.
Grazie Zia è un film sapientemente costruito e diretto, che, dopo aver descritto alienazione, infelicità e scontentezza, lascia spazio all’amarezza, di cui anche lo spettatore è invaso. Anche la bellissima Gastoni, Dottoressa in clinica, intelligente, giovanile, piena di stile e fascino, diviene un giocattolo nelle mani del ragazzo e si abbandona al torbido gioco.
I limiti della sceneggiatura portano il film a non decollare mai, quello che sembrerebbe dover accadere si trascina in un morboso gioco al massacro, in un vortice realistico a tratti ma successivamente improbabile.
Tre sono i momenti del cambio di rotta:
la sparizione di Ferzetti che esce dalla vita della dottoressa, ma che recava seco solo abitudinarietà ed egoismo, anche se in qualche momento sembra sublimarsi, in realtà è un uomo che non ama davvero e/o da cui la Nostra non si sente amata
la scena delle domestiche che si allontanano mentre Lisa e il nipote “giocano” agli innamorati sul tappeto, ( singolare poi la tortura psicologica del giovane;
il “non ritorno” in clinica ( cosa veramente improbabile) della dottoressa, la cui non raggiungibilità viene annunciata ai sanitari che telefonano, dal nipote, cosa davvero poco realistica, semi demenziale, forse il regista ha voluto sottolineare il delirio psicopatologico, davvero improbabile, anche vista la professione medica di Lisa.
La trama nella seconda parte si avvita su se stessa, rallenta, annoia. Tuttavia Sampietri ci conduce dove vuole, allo stato d’animo che vuole destare, ovvero fa sì che lo spettatore si compenetri nell’improbabile delirium.
Tecnicamente alcune inquadrature tradiscono davvero una mancanza tecnica che, evidentemente, al tempo non poteva essere corretta mancando la moltitudine direzionale delle riprese che il digitale ha portato. Primi piani traballanti, da cine amatore poco esperto, in un dialogo fra la Gastoni e Ferzetti.
L’ultima scena, invece, l’inquadratura che posteriormente alla scena si allontana, ci fa capire come la cultura delle riprese di scena il regista l’avesse eccome, l’ispirazione c’era. Con quell’inquadratura si dice tutto. Resta l’amaro in bocca, con l’unico sapore zuccheroso di aver visto uno splendido fondoschiena in bianco e nero, che ha fatto leccare i BaFFi anche e soprattutto al Vecchio Outsider. Scena da urlo, quella dello specchio. Pollice su.
L’opinione di Gordiano Lupi dal suo sito cinetecadicaino.blogspot.it
(…) Il leitmotiv della pellicola è il suicidio, che in un finale da thriller erotico diventa eutanasia, come per significare che non c’è scelta per chi vorrebbe vivere in un mondo diverso. Non basta l’erotismo, non serve il sadismo e la perversione, neppure far soffrire chi ci ama è la soluzione. La morte è la decisione finale, quasi scontata, l’ultima forma possibile di ribellione nei confronti della vita.
Gli attori sono molto bravi, specie i tre protagonisti (Castel, Gastoni e Ferzetti), ma stendiamo uno pietoso velo su Nicoletta Rizzi, la cantante che prova a intonare Auschwitz – Canzone del bambino nel vento, che fa rimpiangere non poco l’originale di Guccini. La Rizzi ricopre il ruolo della coetanea che dovrebbe far ingelosire la zia quando si apparta con Alvise e insieme ridono di lei.
Il film è girato a Padova, in grande economia, tra ville di campagna e alberghi, producendo molti imitatori negli anni Settanta, persino a livello di ambientazione. Grazie zia fa nascere un sottogenere, quello dei Peccati in famiglia, che darà vita a una serie interminabile di opere classificabili come commedia sexy. In questa sede ricordiamo il satirico Grazie nonna (1975) di Marino Girolami, interpretato da Edwige Fenech, ma anche La nipote (1974) di Nello Rossati e Cugini carnali (1974) di Luciano Martino. Salvatore Samperi anticipa in versione drammatica molti temi erotico – voyeuristici che torneranno in Malizia (1973) in chiave prettamente comica. I titoli di testa, introdotti da un gustoso cartone animato, ingannano sul tenore della pellicola che non ha niente di umoristico. Fotografia perfetta in un bianco e nero livido e suggestivo, di Aldo Scavardo, una scelta e non una necessità, che merita un Nastro d’Argento. La Gastoni non è da meno come interprete, premiata ai David di Donatello.(…)
L’opinione di gianleo 67 dal sito http://www.mymovies.it
Alvise, rampollo viziato e ribelle di una ricca famiglia di industriali veneti, finge una paraplegia per attrarre le attenzioni di genitori distratti. Finisce accudito in casa della bella e matura zia materna. Tra una nevrosi e l’altra il rapporto tra i due si fa sempre più morboso e malato. Epilogo tragico. Dramma psicologico giocato sul registro ironico di una di una poco convincente satira anti-sociale e su quello ancor meno riuscito di pruriginosa e iconoclasta commedia di costume. Gli elementi che vorrebbero definire il clima di contestazione sociale e politica (correva l’anno 1968!) paiono ingenuamente abbozzati in una cornice ideologica superficiale e spesso irritante, risolvendosi talvolta con ridicole soluzioni figurative (il plastico che riproduce un classico scenario di guerra in Vietnam, la demenziale contabilità degli ‘offesi’ sul campo, la reazionarietà retriva del falso intellettuale ‘liberal’ impegnato in un reportage sulla tragedia degli alluvionati, persino un primo piano di un ritratto di Stalin!). Vale più come tragica messa a fuoco di una certa disgregazione dei valori sociali tradizionali (la famiglia, la repressione sessuale, il rigetto di convenzioni piccolo-borghesi) e più sul piano teorico che pratico. Un esordiente e acerbo (ancorchè abile) Samperi si cimenta con un soggetto difficile e dal fascino morboso, ma sbaglia sovente il registro e pare più interessante nel filmare il dettaglio di un disagio esistenziale attraverso la gestualità ed il linguaggio non verbale che nella insistita prolissità declamatoria di certe scene. Non giova alla causa nemmeno un ritmo frammentato e discontinuo (ancorchè sostenuto da una ossessiva litania fanciullesca del maestro Morricone), nè la scialba prova degli attori: un Lou Castel gigione e un pò sopra le righe ed una Lisa Gatoni di algida staticità. Di routine la prova del sempre bravo Ferzetti. Finale un pò fiacco, dove le pulsioni autodistruttive e la morbosità dell’incestuoso rapporto sado-masochistico tra i due protagonisti non raggiungono un climax di tragica credibilità. Una buona occasione mancata.
L’opinione di silenzio dal sito http://www.davinotti.com
Il serpentino, capriccioso, impertinente Alvise e l’annoiata, sensuosa, protettiva Lea reagiscono alla fissità borghese che li circonda instaurando un rapporto ludico-erotico che non può che consumarsi sotto l’ala di Thanatos. Dotato di una genuina carica politica, il film di Samperi funziona a tutt’oggi come ritratto impietoso e sentito di due “vittime” della noia e del malessere sociale. Castel ricalca il suo Alessandro de I pugni in tasca. Funzionali le neniose e bambinesche note di Morricone.
Sussurri e grida
Proviamo ad immaginare un viaggio virtuale, che avvenga all’interno di un grande museo che contenga opere fiamminghe e impressioniste, come il Louvre.
Poi spostiamoci a Roma, in San Pietro:entriamo e a destra, protetta da una pesante lastra di vetro, osserviamo la Pietà di Michelangelo.
Uniamo i due tour, riempendoci gli occhi e colmandoci i sensi con una tela di Brueghel e subito dopo con una di Renoir o anche Manet, fa lo stesso.
Mettiamo assieme il tutto e otterremo una visione caleidoscopica d’assieme che ci potrà servire come pietra di paragone per capire alcune delle sequenze che fanno parte di Sussurri e grida, opera del grande maestro svedese Ingmar Bergman.

Si, perchè la pittura (ma non solo) è parte fondamentale per comprendere almeno in parte la straordinaria visionarietà del film diretto dal maestro nel 1972:aggiungiamoci ovviamente la rigorosità della fotografia, che alterna tre colori primari e fondamentali come il bianco, il rosso e il nero,ricordiamoci della colonna sonora che include due brani classici come la Mazurka in La minore, op. 17 n. 4, di Fryderyk Chopin, eseguita al pianoforte da Käbi Laretei
e le Sarabande dalla Suite n. 5 in Do minore, BWV 1011 di Johann Sebastian Bach, eseguita al violoncello da Pierre Fournier.
Mettiamo tutto assieme, aggiungiamoci una trama lineare che però potrebbe anche non esistere, visto che siamo in presenza di un’opera scevra da un discorso filologico fondamentale se non come struttura di base per raccontare le immagini e alla fine ci avvicineremo all’opera di Bergman.
Un’opera in cui la freddezza stilistica, la fotografia impeccabile e le immagini straordinarie che come dicevo ricordano tavole fiamminghe o ridenti quadri impressionisti di Renoir si alternano ad alcuni temi cari al regista, come la religiosità e l’amore, le convenzioni sociali e le sfere private dei sentimenti dei protagonisti, la morte e la sessualità, la spiritualità e il matrimonio.

Il tutto raccontato con un gelo che sembrerebbe estraneare il tutto dalla sfera dei sentimenti ma che invece riconduce proprio a questi, attraverso un’alternanza di situazioni che vanno dall’espressionismo gelido e glaciale di volti scavati nella pietra o senza emozioni come quello di Karin, una delle tre sorelle protagoniste della storia passando per il volto dolente e sofferente di Agnese, la donna ammalata di cancro che è al centro della storia e che pure alla fine è solo uno dei punti di una struttura circolare che porterà i protagonisti del film a tornare alle origini, a quell’inizio del film che si apre con il gracchiare di un corvo, che sembra quasi presagire l’imminente morte di Anna, che fa da preludio e da fulcro all’intera storia.
L’introduzione alla storia è segnata dai rintocchi di un orologio: quei secondi che scandiscono come le sistole di un cuore ci portano alla visione di una donna riversa sul un letto, con il respiro affannoso e il volto segnato da un’indicibile sofferenza.
E’ Agnese, una donna di età indefinibile ammalata in fase terminale di cancro; la macchina da presa indugia, per lunghi minuti, sulla visibile sofferenza che la donna prova in ogni movimento per poi mostracela mentre annota su un diario alcune parole, che dicono:”Le mie sorelle e Anna mi assistono a turno.”
Da questo momento in poi scopriamo la vita di quattro persone, tutte di sesso femminile, che hanno condiviso la vita per un lungo periodo prima di separarsi e re incontrarsi in occasione della malattia della vera protagonista, Agnese.
Che è donna dai sentimenti forti, una donna pulita e retta da un senso religioso e da uno stile di vita assolutamente impeccabili, così come straordinaria è la figura di Anna, la domestica che è rimasta accanto alla donna e che ora, con un incredibile senso di devozione la assiste quasi fosse una bimba, quella bimba che lei ha perso. Su Agnese Anna ha riversato il suo affetto, quel cuore traboccante d’amore ha trovato così la piena espressione; mentre il flash back ci riporta ad episodi del passato delle quattro donne, vediamo Anna cullare la moribonda Agnese come una bambina, offrendole anche il seno da succhiare, quasi Agnese altro non sia ormai che una bambina indifesa, da difendere da un destino crudele.
In una delle scene più belle di tutta la storia della cinematografia, quando ormai Agnese ha lasciato la vita terrena, Anna la tiene tra le braccia, muta e sofferente, con il volto di Agnese ancora contratto nella smorfia di dolore che ha salutato la sua vita terrena. E’ un’immagine che riporta alla Pietà di Michelangelo, perchè ieratiche sono le due figure, scolpite come pietra nel loro dolore così diverso eppure al tempo stesso così simile.
Poco alla volta conosciamo anche le due sorelle di Agnese, che sono l’esatto posto di lei, sia come personalità che come stile di vita.

Karin è una donna che sembra non concepire nemmeno i rapporti umani, algida e lontana com’è dalle emozioni; “Non voglio,ti dico.E’ una tortura continua, è come un inferno, non ho pace.vattene via, non avvicinarti ( dice Karin rivolta a Maria,l’altra sua sorella), non devi toccarmi,non devi toccarmi” è la frase chiave che la donna urla, quasi fosse preda di una fobia patologica che la costringe, chissà quanto volontariamente, ad allontanare anche sua sorella Maria.
Che invece, a sua volta, è molto differente sia da Karin che da Agnese; è una donna volitiva, che non ama suo marito e probabilmente lo disprezza, che intrattiene rapporti umani con le sue sorelle forse perchè in se vive ancora il ricordo delle stagioni passate assieme o forse soltanto perchè la sua natura è così, incostante e leggera, così come leggera appare la sua personalità e la sua sessualità, espressa attraverso una relazione sentimentale con il dottor David, che ha in cura Agnese.
I personaggi femminili appaiono così ben delineati, in antitesi a coppie mentre gli uomini della storia, i due mariti e David il dottore appaiono assolutamente opachi nella loro inconsistenza.Non si sa nemmeno se amino o semplicemente sopportino le loro mogli, sopratutto Fredrik, il marito di Karin che assiste all’autolesionismo di sua moglie che si ferisce nelle parti intime con una scheggia di vetro con espressione impassibile e distaccata.
Di flash back in flash back il film ci trasporta verso il finale, che è la parte più dura e vera del film, mostrandoci dapprima la morte di Agnese e il conseguente rifiuto di Karin di toccare sua sorella,la visione meravigliosa già raccontata di anna che culla tra le braccia la defunta e sopratutto lo stupendo quadro d’assieme finale, quando attraverso l’immagine delle quattro donne giovani che passeggiano in un’atmosfera idilliaca fra la natura in festa come in un olio di Renoir ascoltiamo ancora una volta la voce pulita e pura di Anna chiudere la storia con la lettura del diario di Agnese:
” Mercoledi 3 settembre,nell’aria c’è già un sospetto d’autunno; ma è dolce e quasi delicato.Le mie sorelle, Karin e Maria, sono venute a trovarmi.E’ meraviglioso essere di nuovo insieme come ai vecchi tempi.Io mi sento anche molto meglio,abbiamo persino potuto fare una breve passeggiata,un vero avvenimento per me, visto che da tanto tempo non mettevo piede fuori di casa.Ad un tratto abbiamo incominciato a ridere e a correre verso l’altalena abbandonata da quando eravamo bambine.Ci siamo sedute come tre brave sorelline,Anna ci dondolava,piano, dolcemente.
I dolori erano spariti e le persone che amavo più di tutto al mondo erano li.Potevo udirle chiaccherare intorno a me.Sentivo la presenza intorno a me dei loro corpi, il calore delle loro mani.Volevo aggrapparmi a quel momento e pensai “qualunque cosa accada questa è la felicità, non posso desiderare niente di più.Ora, per qualche istante posso assaporare la perfezione e sento di dover essere grata alla mia vita che mi da tanto”
Il film finisce qui, lasciandoci un senso di compiuto:Agnese è in pace con se stessa, lontana dalle meschinerie delle sue due sorelle e le è stato risparmiato lo spettacolo dell’umiliante liquidazione di Anna, mandata via dopo anni di fedele e amorevole servizio con due banconote in mano.
Che dire, siamo di fronte ad un film che nella sua linearità, nella sua grandezza formale e nella sua ricerca della perfezione visiva diventa un autentico capolavoro.

Bergman sceglie come protagoniste del film due attrici molto note come Ingrid Thulin e Liv Ulmann,la prima compagna di molti anni della vita del regista, la seconda anche lei compagna e moglie del regista e le due attrici lo ripagano con un’interpretazione maiuscola.Così come bravissime sono le altre due protagoniste, Harriet Andersson che interpreta la dolente Agnese e Kari Sylwan che interpreta Anna.
Un film sontuoso, in tutte le sue componenti, premiato con l’Oscar per la migliore fotografia a Sven Nykvist e con altre 4 nomination.
Ricordo che una bella versione in italiano del film è disponibile su You tube, all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=ronxMVoINW8
Sussurri e grida
Un film di Ingmar Bergman. Con Harriet Andersson, Ingrid Thulin, Erland Josephson, Liv Ullmann, Kari Sylwan, Anders Ek, Inga Gill, Henning Moritzen, Georg Årlin, Ingrid Bergman, Lena Bergman, Lars-Owe Carlberg, Linn Ullmann, Malin Gjörup, Greta Johansson, Karin Johansson, Ann-Christin Lobråten, Börje Lundh, Rossana Mariano, Monika Priede Titolo originale Viskningar och rop. Drammatico, durata 91′ min. – Svezia 1971.
Harriet Andersson: Agnese
Kari Sylwan: Anna
Ingrid Thulin: Karin
Liv Ullmann: Maria e la madre di Maria
Erland Josephson: David, il dottore
Henning Moritzen: Joakim, marito di Maria
Georg Årlin: Fredrik, marito di Karin
Anders Ek: padre Isak
Inga Gill: narratore
Linn Ullmann: figlia di Maria
Ingrid Bergman: spettatrice (nei titoli come Ingrid von Rosen)
Lena Bergman: Maria, quando era bambina
Lars-Owe Carlberg: spettatore
Malin Gjörup: figlia di Anna
Greta Johansson: addetta alle pompe funebri
Karin Johansson: addetta alle pompe funebri
Ann-Christin Lobråten: spettatrice
Börje Lundh: spettatore
Rossana Mariano: Agnese quando era bambina
Monika Priede: Karin quando era bambina
Rita Savagnone: Harriet Andersson
Flaminia Jandolo: Kari Sylwan
Anna Miserocchi: Ingrid Thulin
Vittoria Febbi: Liv Ullmann
Arturo Dominici: Erland Josephson
Gianni Marzocchi: Henning Moritzen
Sergio Graziani: Georg Arlin
Bruno Persa: Anders Ek
Pino Locchi: Inga Gill
Regia Ingmar Bergman
Soggetto Ingmar Bergman
Sceneggiatura Ingmar Bergman
Produttore Lars-Owe Carlberg
Casa di produzione Cinematograph AB, Svenska Filminstitutet
Fotografia Sven Nykvist
Montaggio Siv Lundgren
Musiche Pierre Fournier
Scenografia Marik Vos-Lundh
Trucco Cecilia Drott, Borje Lundh
Grazie, mio Dio, per avermi concesso di svegliarmi sana e serena dopo una notte trascorsa in sonno profondo sotto la tua benevola protezione. Ti prego oggi qui come ogni giorno di far custodire e difendere dai tuoi angeli la mia bambina che nella tua insondabile saggezza hai voluto chiamare al tuo fianco.
Sai da dove ti vengono le rughe? Dalla tua indifferenza. E questa lieve curva che va dall’orecchio alla punta del mento non è nitida come un tempo. Questo significa che sei superficiale e indolente. E lì alla radice del naso ora c’è troppo sarcasmo, c’è troppo scherno. E sotto i tuoi occhi inquieti mille rughe impietose, secche, quasi inavvertibili di noia e di impazienza.
La vita non è altro che un insieme di bugie… soltanto bugie

L’opinione di Francois Truffaut:
“Comincia come Le tre sorelle di Cechov e finisce come Il giardino dei ciliegi e, tra i due, ricorda certo Strindberg. Si tratta di Sussurri e grida, l’ultimo film di Ingmar Bergman, grande successo a Londra e a New York da parecchi mesi, motivo di scalpore al Festival di Cannes la settimana scorsa. L’uscita parigina è prevista per settembre. Unanimamente considerato un capolavoro, Sussurri e grida sta riconciliando Ingmar Bergman con il grosso pubblico che lo ha snobbato dopo il suo ultimo successo, Il silenzio (1963).”
L’opinione di kronos dal sito http://www.mymovies.it
Sono stati spesso evidenziati con accezione negativa i debiti che questo film nutre verso l’opera di Strindberg. Si rimproverano a Bergman un’eccessiva teatralità del soggetto e la tendenza a strafare di molti dialoghi e situazioni. Taluni denunciano un certo schematismo nel disegno delle figure femminili, così come nell’uso del colore (le tonalità rosse ossessivamente ricorrenti sfiorano il didascalismo cromatico) e dei flasback, entrambi introdotti da una fastidiosa voce fuori campo. Eppure, al di là di qualunque rilievo negativo si possa attribuire con pedanti analisi cartesiane, ‘Sussurri e grida’ è un film di forza straordinaria che resta indelebile nella memoria di chi lo vede. Le performance di tutto il cast sono ammirevoli, così come la capacità della sceneggiatura di esplorare senza falsi pudori o moralismi il tema della malattia e del dolore fisico. Ma anche le ipocrisie familiari, gli abissi della morte, le tenere nostalgie del passato. A mio avviso è uno dei titoli fondamentali della filmografia di Ingmar Bergman: un genio del novecento.
L’opinione di Viola96 dal sito http://www.filmtv.it
Come si fa a rimanere impassibili,fermi,muti davanti a Sussurri e Grida? Come ci si può soffermare sui punti critici della vicenda senza rimanere assuefatti dalla visione? Sussurri e Grida è un film mondo,ma che dico,un film universo. Bergman prosegue i suoi resoconti dalla casa degli spiriti dostojevskiana,ancora con la figura,come nell’ottimo Persona,della donna come genesi,conflitto e salvezza. Bergman è un regista del subconscio applicato alla realtà,metafisico e metaforico,non ha un vero e proprio contatto con la realtà,se non attraverso le sue diramazioni(sogno,delirio) e sotto forma di mondo vede le sue ossessioni psichiche,ripetute moltissime volte. Tra citazioni bibliche,costrasti di colori decisi(rosso per il dolore,bianco per la tranquillità e nero per la morte),ad una fotografia eccezionalmente pura e lirica,grazie anche a tre interpretazioni masteodontiche,Sussurri e Grida è l’opera più poeticamente strana di Ingmar Bergman. Il genio svedese riapre le finestre e si addentra furtivamente nel cuore femminile,riuscendo a scovare segreti e bugie,chiaro-scuri dell’anima,tristezza e felicità. Quando una delle loro sorelle sta morendo,Maria e Karin debbono accudirla,ma a causa di alcuni loro problemi,si distaccano dalla malata. L’unica a restare vicino alla sorella in fin di vita è la badante,Anna che la tratta come una bambina molto piccola e la accudisce fedelmente. Il ritratto energico e melodioso delle distorte personalità e delle banalità familiari di tre sorelli perennemente in crisi umana e civile,è per Bergman in realtà,la summa della sua poetica analitica e anagrafica,in cui la dominazione avviene psicosomaticamente,e non solo fisicamente. Sussurri e Grida rappresenta la sfrenata eleganza del maestro svedese nel ricreare un modello ambiguo di vita,apparentemente lontano dalla verità,ma terribilmente vicino. Questa eleganza non è solo catartica e risolutiva ma è anche bene-augurante. Nel finale del film,la tranquillità sembra essersi ritrovata. Se sia sogno o realtà non importa. Bergman è un tranquillissimo poeta distorto e bislacco che rifiuta ogni minima caratteristica umana,ma si estrae dalla media-borghesia e questo diventa per lui un vero e proprio campo di studio. La donna,in Bergman,è fondamentale. Dalla donna nasce l’uomo e mai viceversa. La donna quindi è la genesi di tutto il bene e il male del mondo. Ma,come in Persona e anche in minor modo ne Il posto delle Fragole,il conflitto viene generato dalla donna,che rifiuta il contatto alla realtà e preferisce la vita oziosa e pleonastica ad una drastica morte. Ma forse non è tutto. Con Sussurri e Grida,specie nella figura di Anna,Bergman introduce un nuovo concetto di donna come salvezza. Ma la salvezza non è mai correttamente ricompensata. Il prologo del film,come al solito in Bergman,ci racconta il film: Stavolta vediamo un’abitazione alle prime luci dell’alba e subito dopo una serie di colori che si fondono in una donna che si alza e rivela al mondo di essere malata. Nykvist,fotografo geniale e appassionato,riesce straordinariamente a mescolare i chiaro-scuri ai colori delle emozioni. Ma la mano di Bergman è necessaria. Anche stavolta,lo svedese,infarcisce di nuovi luoghi (non) comuni la vicenda narrata e diventa un cantastorie e uno scultore. Perchè Sussurri e Grida è una vera e propria opera d’arte.
L’opinione del sito http://www.pellicolascaduta.it
(…) Ricco di idee stilistiche e narrative molto interessanti, il clou di “Sussurri e grida” è nella parte finale, dove Agnese, già morta da quache giorno, vuole parlare con Karin e Maria, che stanno per partire coi rispettivi mariti. Entrambe la respingono, Karin confessando apertamente il suo odio per lei, Maria invece scappando alla richiesta di stringere le fredde mani della sorella, chiaro emergere della sua ipocrisia e della sua superficialità. Dopo un brusco finale che colpisce duramente come un coltello nel petto, nel quale Karin e Maria fanno i bagagli e partono entro poche ore, congedandosi da Anna con un formale grazie e poche imbarazzanti (per tutti, spettatore compreso) banconote, la badante rimane sola col cadavere di Agnese, in attesa del funerale e della sepoltura. Le altre due sorelle si salutano nella maniera più distante possibile (anche qui la pellicola è emotivamente eccezionale) e solo negli ultimi minuti si viene lasciati col bellissimo ricordo di Agnese. Quel ricordo dove, nonostante i futuri incrinamenti dei loro rapporti, le tre protagoniste vivevano uno dei momenti più felici delle loro vite.(…)
L’opinione di Cotola dal sito http://www.davinotti.com
Assieme a Il posto delle fragole è il capolavoro assoluto di Bergman (pur essendo i due film molto diversi per forma, temi e contenuti). La cosa che ancora oggi sbalordisce maggiormente è l’uso del colore, assolutamente funzionale alla trama e che simboleggia i rapporti, i contrasti e gli stati d’animo dei personaggi. Per il resto va segnalato un cast al femminile dalla bravura prodigiosa che offre una prova semplicemente indimenticabile. La tematica e l’andamento narrativo potrebbero renderlo ostico ad alcuni, ma è da vedere e rivedere.
L’opinione di Rebis dal sito http://www.davinotti.com
Se esiste una sacralità dell’arte, intesa come essenziale irriproducibilità tecnica, se esiste una grazia, intesa come intima cospirazione tra magniloquenza formale e complessità concettuale, allora queste sono in Sussurri e Grida. Antichissimo, atavico e allo stesso tempo dirompente e moderno, il compimento espressivo di Ingmar Bergman è cadenzato e denso, la piena maturazione dell’allegoria nel turgido astrattismo. Inarrivabili, le quattro interpreti, definite con tratteggi basilari e pregnanti, catturate nell’inesauribile forza emotiva del primo piano. Immenso.
L’opinione di Myckes2 dal sito http://www.davinotti.com
Un’immensa raffigurazione dell’animo femminile sezionato in più parti e scandito da varie sfaccettature. Accompagnato dal ticchettio inesorabile di un orologio, dalla musica, dalle sofferte parole scritte su un diario… Bergman narra uno spaccato durissimo, gelido e intenso che fa leva sui ricordi e sulla memoria e che contempla l’ineluttabile dolore fisico di una donna, assommato ad un altrettanta sofferenza interiore, al vuoto esistenziale, ad un rapporto tra sorelle futile, sfuggente, privo di cuore, al disgregamento del nucleo famigliare.
L’opinione di ferzborz dal sito http://www.filmscoop.it
Sofferenza,angoscia,sgomento,felicità,tristezza,amore nelle sue molteplici forme,speranza,terrore,indifferenza e freddezza.
Queste sono le emozioni raccolte in questa pellicola di Ingmar Bergman.
La felicità è un’emozione che la si può ricercare in svariati modi diversi,ma per quanto non vogliamo ammetterlo,essa non potrebbe esistere senza il dolore e la malinconia.
Paradossalmente è sempre un’illusione;si è felici quando tutto ciò che ci angoscia sparisce o si affievolisce,così come la tristezza è alimentata quando tutto ciò che ci fa star bene si allontana da noi…..
La storia delle tre sorelle,Agnese,Karin e Maria è una discesa verso l’inferno…un’incubo che ha inizio dopo che la loro serenità(o apparente serenità in un mondo fittizio d’alta borghesia) viene a mancare a causa della terribile malattia che un giorno colpirà la sventurata Agnese….
Tuttavia il vero dramma non sta nella malattia di quest’ultima,essa è solo l’incipit,ma nelle conseguenze che ne nasceranno…
Una crepa può rovinare irrimediabilmente un bellissimo vaso di ceramica;da quella crepa,per quanto piccola,il valore del vaso viene a mancare….
Non è solo Agnese ad essere colpita dalla malattia,ma tutte e tre le sorelle…
Karin diventa l’immagine sputata della freddezza;reprime i suoi sentimenti fino al midollo…la sua paura è famelica,la divora viva,e pur di non soffrire o di non accettare la terribile realtà che gli si pone davanti,decide di diventare un’automa autoritario,quasi inscalfibile,ma estremamente debole….il più debole,che si appoggia solo alla forza del suo ceto sociale….la più malata di tutte è senz’altro lei….
Poi abbiamo una Maria più sincera,che cerca invano di non perdere la sua umanità,la sua felicità…che cerca di affrontare il terribile dramma della loro vita con equilibrio e razionalita…che cerca di non rinunciare ai piaceri o ai peccati della vita;ma quella di Maria è una patetica maschera che non può ingannare chi gli sta vicino.
Se si decide di continuare a vivere i propri sentimenti,non si può egoisticamente credere di assaporarne solo quelli positivi.
Così tutta l’illusione in cui essa vive viene a crollare nel momento che la sofferenza e la morte le sfiorano il viso o gli sussurrano nell’orecchio….
Agnese è colei che vive la sofferenza fisica più atroce,ma è anche colei che non ha perso se stessa.
La sua malattia gli permette di continuare a ricercare l’affetto delle sue sorelle;un affetto che ormai è offuscato dall’incredibile farsa che le mantiene in vita e non le fa impazzire.
Solo la badante Anna riuscirà a darle ancora un briciolo di amore;la badante Anna,che non avendo più una figlia a cui donare il suo seno,dimostra ancora la sua umanità ed umiltà nel modo più sincero….
Ho letto alcuni commenti,notando che molti sono stati colpiti dall’angoscia e dallo sconforto…
Io ci ho visto solo freddezza e indifferenza…ma il mio sguardo era sempre rivolto ad Anna….
L’evidente omaggio di Bergman a Michelangelo
Il conformista
Il conformista, film del 1970 diretto da Bernardo Bertolucci rappresenta un caso rarissimo in cui la trasposizione cinematografica è di gran lunga migliore della fonte scritta da cui proviene, in questo caso l’omonimo romanzo di Alberto Moravia.
Bertolucci ambienta il film ( come del resto il romanzo) nella Roma fascista e per rendere il tutto più credibile sceglie l’Eur, il complesso urbanistico e architettonico di Roma nato negli anni trenta in previsione dell’Esposizione Universale di Roma che in realtà poi non si tenne.
Il quartiere, costruito nell’imponente stile impero caratteristico del fascismo, fa così da scenario a parte del film, quella ambientata a Roma e che vede l’inizio della storia di Marcello Clerici.
Siamo nel 1938 e l’uomo, che è un docente di filosofia che segretamente è anche una spia del regime fascista, ha una situazione personale estremamente complessa.Figlio di un uomo manesco e violento e di una donna alcolizzata all’estremo stadio, ha un segreto nascosto dal e nel tempo: da ragazzino, quando aveva 13 anni, ha ucciso un autista che aveva tentato di stuprarlo.

Con questo oscuro passato Marcello ha dovuto in qualche modo convivere ma da uomo ha comunque saputo costruirsi una vita normale: è infatti fidanzato con la bella e allegra Giulia, che lo ama con passione che in qualche modo è il rovescio della medaglia dell’uomo, decisamente meno propenso all’allegria e alla solarità.
Essere spia del governo fascista significa anche dover obbedire ad ordini a volte crudeli e che ti mettono a contatto con il tuo passato, che torna sotto forma del professor Luca Quadri che nel passato era stato professore di filosofia di Marcello.
L’uomo vive da esule e da dissidente a Parigi, dove è riparato per sfuggire al regime; secondo gli ordini ricevuti Marcello dovrà raggiungerlo e sopprimerlo.
Così, approfittando del viaggio di nozze con Giulia, che nel frattempo ha sposato, Marcello giunge a Parigi,dove ha modo di contattare il professor Quadri.
Marcello conosce anche la bellissima e ambigua Anna, con la quale allaccia una relazione, mentre la donna sembra essere attratta in maniera fatale principalmente da Giulia.

Seguito come un’ombra da Manganiello, un agente dei servizi segreti fascisti, Marcello riesce a portare in un luogo solitario il professore; quest’ultimo viene ucciso proprio da Manganiello perchè Marcello non riesce a sparare il colpo fatale e purtroppo a perire è anche Anna, che è presente all’attentato e che disperatamente cerca di salvarsi la vita, sotto lo sguardo un po impotente e un po indifferente di Marcello.
Passano 5 anni e la notte del 25 luglio 1943 Marcello si ritrova per strada mentre in giro circola la voce dell’avvenuto armistizio tra l’Italia e le potenze alleate:per puro caso l’uomo incontra l’autista che aveva tentato di abusare di lui e che credeva di aver ucciso.
Il grande equivoco che Marcello aveva costruito attorno a se stesso, alla sua personalità, diventando un conformista che si è adeguato per tutta la vita agli altri lo porta a urlare la sua rabbia all’autista, accusandolo di quello che ha commesso di turpe nella vita.
Elegante, affascinante e tecnicamente perfetto, Il conformista è uno dei film più importanti della cinematografia italiana;Bertolucci, che ne cura anche la sceneggiatura fonde mirabilmente il linguaggio visivo fondendo il romanzo originario di Moravia con la sua straordinaria capacità descrittiva, estrinsecata attraverso la ricerca continua della purezza formale.

Bertolucci narra più storie mantenendo l’alchimia del romanzo in maniera eccezionale: la vita di Marcello,il suo viaggio di nozze e il delitto di stato,la descrizione dell’odissea di un uomo che sembra non desiderare altro che diventare parte della maggioranza oscura e amorfa della gente e che solo alla fine sembra trovare lo spiraglio di luce per capire che ha vissuto una vita all’insegna della menzogna e del conformismo per nulla.
Una fotografia praticamente perfetta, curata da Vittorio Storaro e un cast strepitoso concorrono a rendere Il conformista un film da ricordare;grandissimo Jean Louis Trintignant, che interpreta Marcello, un uomo sconfitto da un errore di gioventù, che pagherà a caro prezzo vivendo una vita da conformista adeguandosi al pensiero comune alla ricerca di approvazione dagli altri.
Bravissima la vitale Stefania Sandrelli che interpreta il lato solare di Marcello, l’alter ego umano e vivo dell’uomo cupo e tormentato che diventerà il suo compagno di vita così come bravissima è Dominique Sanda, l’ambigua moglie del professore che sarà l’amante di Marcello e ancora segnalazione per Gastone Moschin, il viscido Manganiello, per Pierre Clémenti che interpreta Lino Semirama e infine Yvonne Sanson ( la madre di Giulia) e la grande attrice e cantante Milly, che interpreta la madre di Marcello.

Il conformista
Un film di Bernardo Bertolucci. Con Jean-Louis Trintignant, Stefania Sandrelli, Dominique Sanda, Gastone Moschin, Enzo Tarascio,Yvonne Sanson, Fosco Giachetti, Giuseppe Addobbati, Carlo Gaddi, Massimo Sarchielli, Alessandro Haber, Christian Alegny, Benedetto Benedetti, José Quaglio, Pierre Clémenti, Luciano Rossi, Milly, Orso Maria Guerrini Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 116 min. – Italia 1970.
Jean-Louis Trintignant: Marcello Clerici
Stefania Sandrelli: Giulia
Dominique Sanda: Anna Quadri
Gastone Moschin: agente speciale Manganiello
Pierre Clémenti: Lino Semirama
Enzo Tarascio: Luca Quadri
José Quaglio: Italo Montanari
Fosco Giachetti: il colonnello
Yvonne Sanson: la madre di Giulia
Milly: la madre di Marcello
Giuseppe Addobbati: il padre di Marcello
Antonio Maestri: Don Lattanzi
Christian Aligny: Raoul
Pasquale Fortunato: Marcello a 13 anni
Alessandro Haber: Senigallia, il cieco ubriaco
Sergio Graziani: Marcello Clerici
Rita Savagnone: Anna Qaudri
Giuseppe Rinaldi: Italo Montanari
Arturo Dominici: il colonnello
Lydia Simoneschi: la madre di Giulia
Regia Bernardo Bertolucci
Soggetto Alberto Moravia (romanzo)
Sceneggiatura Bernardo Bertolucci
Produttore Maurizio Lodi-Fè
Produttore esecutivo Giovanni Bertolucci
Casa di produzione Mars Film, Marianne Productions, Maran Film
Fotografia Vittorio Storaro
Montaggio Franco Arcalli
Musiche Georges Delerue
Scenografia Ferdinando Scarfiotti
Costumi Gitt Magrini
“Nel tempo della sua fanciullezza, Marcello era affascinato dagli oggetti come una gazza. Forse perché, a casa, più per indifferenza che per austerità, i genitori non avevano mai pensato a soddisfare il suo istinto di proprietà; o, forse, perché altri istinti più profondi e ancora oscuri si mascheravano in lui da avidità; egli era continuamente assalito da voglie furiose per gli oggetti più diversi.”
“Ma, tornò a domandarsi, sarebbe forse stato possibile che le cose avessero potuto andare altrimenti? No, non sarebbe stato possibile, pensò ancora, a guisa di risposta. Lino aveva dovuto insidiare la sua innocenza e lui, per difendersi, aveva dovuto ucciderlo, e poi, per liberarsi dal senso di anormalità che ne era derivato, aveva dovuto ricercare la normalità nel modo che l’aveva cercata; e per ottenere questa normalità aveva dovuto pagare un prezzo corrispondente al fardello di anormalità dal quale aveva inteso liberarsi; e questo prezzo era stata la morte di Quadri”. In questo senso la normalità “era proprio questo affannoso quanto vano desiderio di giustificare la propria vita insidiata dalla colpa originaria”.
” …se la montagna venisse rimossa, il sole farebbe sorridere le acque; ma la montagna è sempre là e il lago è triste “.
” Tutti, pensò, dovevano recitare la loro parte e soltanto in questo modo il mondo poteva durare “.
” La malinconia, egli l’aveva addosso, come una seconda pelle, più sensibile di quella vera… “.
” …io sono come quel fuoco, laggiù nella notte… divamperò e mi spegnerò senza ragione, senza seguito… “.
” …ed egli, in un solo sguardo, ebbe il senso della sua bellezza come di qualche cosa che gli era destinata da sempre… “.
” Il desiderio non era in realtà che l’aiuto decisivo e potente della natura a qualcosa che esisteva prima di essa e senza di essa “.
” Quando si dice fatalità si dicono appunto tutte queste cose, l’amore e il resto… “.
” Si sentiva stanco e stranamente trasognato, come se in mezzo a quella folla e a quel tumulto, egli si fosse portato dietro una sfera di solitudine trasparente e invisibile ma infrangibile, dalla quale non gli era possibile uscire “.
L’opinione di Antonio Canzoniere dal sito http://www.mymovies.com
Nella Roma fascista del ’38, Marcello Clerici, professore di filosofia e promesso sposo di Giulia, piccolo borghese solare e civettuola, ottiene una missione per conto dell’OVRA: uccidere il suo vecchio professore, dissidente politico residente a Parigi. S’innamorerà di Anna, la moglie del vecchio docente, attraente quanto ambigua, che intreccerà rapporti morbosi con Marcello e consorte. Alla fine scoprirà la verità su un risvolto del suo passato. Tratto dall’omonimo romanzo di Alberto Moravia, che viene sovvertito nei temi e nel contenuto, il film segna l’inizio della serie dei capolavori del grande Bertolucci. Diviso tra una grigia Roma mussoliniana e una Parigi luminosa ed esistenzialista illuminate dalle luci di stampo espressionista del grande Vittorio Storaro, questo opus n.8 è, nonostante il protagonista voglia essere un conformista, un inno all’anticonformismo, alla libertà di amore, pensiero e dell’essere sé stessi. E’ il dramma di un’esistenza tormentata che non trova appoggi e che sembra perfino rifiutarli in un certo senso: Marcello, sconvolto da un trauma infantile, non riesce a non ricordare l’autista che tentò di violentarlo e sfogandosi sparandolo, trova nella violenza un’ancora disperata, fuori dalla religione e dagli affetti. L’unico sprazzo di vita e di libertà che gli passerà davanti sarà l’infatuazione per la moglie del professore, che però lascerà morire per mano dei sicari fascisti nell’imboscata in Savoia. Opera cinefila in ogni senso, omaggia l’espressionismo tedesco da Stenberg fino ad Ophuls ed immancabilmente, Il disprezzo di Godard. Trintignant straordinario, Sandrelli fantastica, Sanda celestiale, ammirevole Moschin. Nomination al Golden Globe come miglior film straniero e all’Oscar per la miglior sceneggiatura non originale. La magnifica sequenza del ballo è girata nei sobborghi di Parigi.
L’opinione di Crimson dal sito http://www.filmscoop.it
Il regista torna a lavorare sull’identità dopo ‘Partner’; stavolta il riferimento letterario è l’omonimo romanzo di Moravia e non c’è un chiaro omaggio a Dostoevskij, ciononostante è pur presente l’ennesimo lavoro sulle ombre e perché no, sul doppio – la coscienza del protagonista ha la possibilità di redimersi non nella fede e neppure nella società come lui confessa candidamente di aspirare a giungere, ma nella fiducia dei due coniugi che contribuisce ad uccidere in modo agghiacciante. Omertoso e vigliacco fino in fondo, precipita al livello più basso della dignità, banderuola priva di personalità.
Ancora un lavoro sottile e acuto su realtà e ombra, sulla falsa riga dell’intramontabile “uomo della caverna” del citato Platone. La stessa ombra che scompare col primo raggio di sole metaforico che nella realtà appartiene all’evento cardine della fine della dittatura fascista. In quel preciso momento Marcello si dissolve e da delatore cerca disperatamente, ormai nel baratro, di riappropriarsi dell’immagine di normalità che ha tanto rincorso con tutte le sue forze.
Stavolta Bertolucci sul piano formale non strizza l’occhio a Godard ma mostra già di aver raggiunto una cifra stilistica matura di tutto rispetto. Il film è tecnicamente ineccepibile e la sequenza del brutale omicidio di Quadri totalmente mancante di emozione, scioccante come poche.
Rispetto alla prima visione ho ritrovato le stesse sensazioni ma avevo rimosso la figura indispensabile di Anna – lei che è a conoscenza, più a fondo del marito, del ruolo di Marcello ma che sembra non voler considerare, ingenuamente, che questa attrazione animale e irrazionale la condurrà inevitabilmente alla morte. E’ una donna che vive sul presentimento ma non comprende la crudeltà fino alle pugnalate ricevute dal marito e alla successiva corsa per la salvezza. L’incrocio di sguardi con Marcello è indescrivibile, la punta di diamante che eleva questo film da bellissimo a capolavoro.
‘Il Conformista’ non solo racconta dello smarrimento dell’identità e della possibilità che gli altri ci danno per renderci conto in extremis del reale valore della parola ‘normalità’ contrapposta a ‘individualità’, non solo rende conto che in determinati periodi storici in cui si afferma una mentalità egemone c’è sempre chi è pronto a inabissarsi tra le piaghe della mancanza di ideali, riflessione e confronto, ma pone le basi per considerare più genericamente quanto la cieca uniformità ad un Credo (politico, religioso) possa svilire l’uomo e renderlo ignobile.
Magistrale la sequenza della confessione di Marcello. Egli mostra di essere ateo non come risultato di una riflessione approfondita, ma come abitudine. Diffida della Chiesa perché intende essere assolto dalla società. Ciò che ricorda essere stato un omicidio è l’episodio che ha cambiato per sempre la propria vita. Il rifiuto della propria omosessualità latente lo ha spinto verso l’insoddisfazione e la conseguente ricerca ossessiva della “normalità”. Famiglia, stabilità, a tutti i costi. Paradigma che accomuna chi ha come unico obiettivo nella vita quello di essere qualcuno agli occhi degli altri. Marcello è tale. Non ha sentimenti di amore, la relazione con Giulia è assolutamente priva di calore. Egli la considera piccolo-borghese meschina e mediocre, e non a torto. Sua moglie è una ragazzina viziata e conformista quanto lui, ma a basso profilo. Si auto compiace del ruolo di donna che vive all’ombra del marito, che deve assuefarsi economicamente e filosoficamente ai valori che quel tipo di società che la culla le impone. E soccombe senza mai porsi la domanda. Il suo è un conformismo che non prevede la lotta per accaparrarsi un ruolo nella società, essendo fin dall’infanzia stata educata ad autolimitarsi conformemente alla concezione che solo al futuro marito pertiene quell’ambizione. E la sua bassezza morale si conferma in toto quando racconta a Marcello che in fondo aveva capito che l’omicidio dei coniugi Quadri era stata ordita da lui, eppure confessa candidamente che avendo pensato che potesse servirgli per fare carriera ha implicitamente e vergognosamente taciuto. Imputa a coloro che festeggiano la caduta di Mussolini di essere ipocriti dimenticando di eseguire un esame di realtà su se stessa e sul marito. La stabilità prima di tutto.
Anna vuole Marcello, lo scuote, forse lo ama. Marcello vorrebbe che lei non parta perché sa che Luca Quadri morirà. Quando scopre che anche lei è partita ordina a Manganiello di accelerare perché intende salvarla. Il disorientamento che Marcello prova nei sentimenti per ‘merito’ di Anna è il medesimo che prova sul piano intellettuale per filantropico candore del professore (che sfocia nell’eccesso di sprovvedutezza che gli costerà la vita). Non è un fascista fino in fondo e non lo sarà mai, ma non è neppure un uomo che riesce a guadagnare una dimensione etica, individuale. Resta una figura a metà, nulla, ignava.
La parvenza del cambiamento è sempre dietro l’angolo. Una mano tesa che si infrange contro il muro eretto dalla corruzione morale, cronica e irrimediabile; dall’incapacità di diventare un essere umano uscito dalla caverna. Marcello resta lì, a fissare le ombre.
Jean Louis Trintignant è una maschera. Anima un personaggio raccapricciante, vittima ma colpevole.
Un film sconvolgente, profondo, longevo.
L’opinione di Chinaskj dal sito http://www.filmtv.it
Un uomo si deve recare a Parigi per uccidere il suo ex professore di filosofia, fuggito dall’Italia quando il fascismo ha preso il potere. Questo uomo, ambiguo e mediocre, si chiama Marcello Clerici ed è il simbolo della ricerca di quella normalità borghese cara a tanta parte della nostra popolazione. Rivedere a quaranta anni di distanza Il Conformista di Bertolucci è come accorgersi che il tempo non è passato, che nulla è cambiato. Che quella mediocrità esistenziale è diventata uno stile di vita, che quel servilismo al potere è diventato la morale dei nostri giorni. E in più c’è il rimpianto per la grandezza di un cinema (nelle idee, nello stile, nella forza espressiva, nella denuncia aperta) che da decenni ha smesso di vivere.
Bertolucci esaminava il fascismo e lo combatteva dall’interno, negli istinti, nelle pulsioni (omo)sessuali represse, come se la vera liberazione potesse arrivare solo attraverso la presa di coscienza del proprio istinto, dei propri desideri, Dominique Sanda e Stefania Sandrelli che ballano, la distruzione delle gabbie borghesi doveva avvenire attraverso l’esplosione erotica, ci penserà un paio di anni dopo Marlon Brando, sempre a Parigi, in un appartamento in affitto in Rue Jules Verne.
I luoghi e i volti del fascismo si astraggono, diventano grotteschi (quello di Gastone Moschin che interpreta Manganiello) e metafisici (le sequenze girate nel Palazzo dei Congressi a Roma) come i ricordi di un sogno, Parigi evoca la nostalgia di un mondo perduto eppure ancora vitale, dove le fantasie sessuali possono diventare reali, l’attrazione fisica elimina le distanze, supera le barriere ideologiche, elude lo scontro politico, la lotta diventa quella dei corpi per il raggiungimento del piacere, dell’orgasmo.
I boschi dove verrà ucciso il professor Quadri, il respiro degli alberi, il montaggio di Franco Arcalli, il cambiamento continuo della visuale, gli uomini in nero che arrivano, i coltelli, il fiato che si condensa, la corsa folle di una donna che diventa una preda animale che fugge.
Il mito della caverna di Platone, il professor Quadri che rimprovera a Marcello Clerici l’illusorietà della vita sociale italiana durante il fascismo, siamo ancora incatenati in quella caverna e le ombre non passano più su una delle sue pareti, ma su uno schermo televisivo e noi continuiamo a credere che quanto vediamo sia la realtà, l’unica e la sola possibile.

“Ma che t’aspetti dal matrimonio?Vedi, l’impressione della normalità.”
“La normalità… Voglio costruire la mia normalità, faticosamente…”
“È strano, però… Tutti vorrebbero sembrare diversi dagli altri e tu invece vuoi somigliare a tutti.”
Ashanti
La dottoressa Anansa, discendente della grande tribù degli Ashanti è sposata al dottor David Linderby, un funzionario inglese che lavora sotto l’egida dell’Onu;i due, in perfetta simbiosi, aiutano le popolazioni dell’Africa occidentale ma un giorno, mentre Anansa è in riva ad un fiume per farsi un bagno, viene rapita da alcuni nativi che agiscono per ordine di un mercante di schiavi, il temibile Suleiman.
L’uomo, fatta prigioniera la bellissima dottoressa, la conduce con una terribile marcia, verso il Mar Rosso.
David si mette sulle sue tracce grazie all’aiuto di Jim Sandell (un avventuriero) e in seguito di un tuareg,Malik (che odia mortalmente Suleiman); nel frattempo Suleiman, dopo una serie di peripezie, riesce a cedere la donna al Principe Hassan, ma ben presto arriva la resa dei conti…
Ashanti è un film del genere avventuroso diretto nel 1979 da Richard Fleischer, autore in passato di ottimi lavori come Tora, Tora,Tora, Mandingo,2022: i sopravvissuti ; la mano felice ed esperta del regista di Brooklin si nota nell’elegante confezione, anche se il film ha diverse pause che nuociono alla sua economia.
Beverly Johnson
William Holden e Michael Caine
Tuttavia una splendida fotografia e la scelta di location affascinanti rendono il film degno di una visione, anche se il film non deraglia mai dal binario su cui lo fa scorrere Fleischer; la scelta di prediligere l’avventura nega al film qualsiasi velleità di denuncia di una delle piaghe più tristi della storia del continente africano, lo schiavismo.
Grazie all’allestimento di un cast di grandissimo livello, il regista americano maschera le inevitabili pecche della sceneggiatura;
Omar Sharif
Peter Ustinov e Omar Sharif
Kabir Bedi
disponendo di attori come William Holden (che interpreta Sandell), Michael Caine (David Linderby), Peter Ustinov (Suleiman),Kabir Bedi (Malik),la bellissima Beverly Johnson (La dottoressa Anansa), Rex Harrison (Brian Walker) e Omar Sharif (Il principe Hassan), Fleischer conduce in porto un’opera tutto sommato egregiamente costruita.
Trasmesso più volte in tv, Ashanti è tuttavia abbastanza raro da trovare in rete.
Ashanti
Un film di Richard Fleischer, con Michael Caine,Peter Ustinov,Kabir Bedi,Beverly Johnson, Omar Sharif,Rex Harrison,William Holden Avventuroso Usa 1979
Michael Caine … Dr. David Linderby
Peter Ustinov … Suleiman
Kabir Bedi … Malik
Beverly Johnson … Dr. Anansa Linderby
Omar Sharif … Principe Hassan
Rex Harrison … Brian Walker
William Holden …Jim Sandell
Zia Mohyeddin … Djamil
Winston Ntshona … Ansok
Tariq Yunus … Faid
Tyrone Jackson … Dongaro
Akosua Busia … La ragazza Senoufo
Jean-Luc Bideau … Marcel
Olu Jacobs … Batak
Johnny Sekka … Capitano Bradford
Regia: Richard Fleischer
Sceneggiatura:Stephen Geller
Romanzo:Alberto Vázquez Figueroa
Produzione:Georges-Alain Vuille,John C. Vuille
Musiche:Michael Melvoin
Fotografia:Aldo Tonti
Montaggio:Ernest Walter
L’opinione di rambo90 dal sito http://www.davinotti.com
Film d’avventura vecchio stampo, ben diretto (Fleischer è un veterano del cinema) e ottimamente interpretato da un cast di lusso: Caine protagonista carismatico senza dimenticare i piccoli ma incisivi contributi di Holden e Sharif. Ogni personaggio è approfondito psicologicamente e la storia entra subito nel vivo senza inutili introduzioni. La Johnson è bellissima, qualche lungaggine di troppo ma nel complesso un film più che buono.
L’opinione di marcopolo30 dal sito http://www.filmtv.it
Tratto da “Ebano”, opera (non fra le migliori) del romanziere Spagnolo Vazquez Figueroa, “Ashanti” prende l’intero fascio di personaggi presenti nel libro, da una buona mescolata e finisce col tirarne fuori una storia assai più ovvia (e politicamente corretta). Bella la fotografia (e la protagonista femminile), grande Kabir Bedi nel ruolo di Malick, probabilmente l’unico attore di un cast costosissimo cui Fleischer assegnò il ruolo giusto.
L’opinione di Galbo dal sito http://www.davinotti.com
Una grande caccia all’uomo per migliaia di miglia nel deserto allo scopo di recuperare una nobile araba rapita da un mercante di schiavi. Questa in sintesi la vicenda raccontata nel film di Richard Fleischer che ha il chiaro obiettivo di recuperare il cinema avventuroso hollywoodiano. Il risultato delude: il film è troppo patinato e poco emozionante ed anche la regia non riesce ad imprimere il giusto ritmo alla vicenda.


















































































































































































































































































































































