Bella di giorno, moglie di notte
Un uomo viene ucciso a colpi di pistola in un locale: a sparare è stata una donna, che viene arrestata senza fare alcuna resistenza. Viene tradotta in commissariato, e mentre attende l’arrivo degli inquirenti, pensa a come è arrivata all’insano gesto. Paola, bella e seducente moglie di Giorgio, pubblicitario in difficoltà con il suo lavoro, è innamorata di suo marito.
Così, quando si rende conto che il menage familiare senza il suo contributo economico non può continuare a lungo, decide di lavorare anche per poter dare una mano a Giorgio nel suo lavoro. Trova così un’occupazione nella galleria d’arte di Anna, un’ambigua e ricca mercante d’arte, che le dimostra subito simpatia. Ma i soldi che Paola guadagna non bastano per comprare abiti, per organizzare cene che siano d’aiuto al marito; così la donna accetta l’offerta della mercante di soldi in prestito, con i quali comprare le cose necessarie.
Ben presto Paola si ritrova a dovere più soldi di quelli che guadagna; così, confidatasi con Anna, ne riceve in cambio il subdolo suggerimento di accettare per denaro la compagnia di maturi o ricchi professionisti. Messa alle strette, Paola accetta: comincia così un periodo in cui la donna si trova a dover prostituirsi con uomini che mostrano il peggio della loro natura; Paola va con giovani e ricchi, con viziosi che la vogliono fotografare o con sadici pervertiti, scendendo sempre più i gradini dell’abiezione.
Ma il lato positivo è rappresentato dalle grosse somme che la donna riesce a guadagnare; Paola regge fino al giorno in cui si rende conto che non solo il marito era al corrente della sua doppia vita di bella di giorno e moglie di notte, ma che ci speculava su, trattandola ne più ne meno come un pappa con la sua protetta. Così, una sera, stanca di quella vita miserabile, Paola spara al marito……
Dramma cupo e ben diretto da Nello Rossati, Bella di giorno moglie di notte si lascia guardare ben volentieri; merito di una regia sicura e asciutta, aiutata senza dubbio dalla grande prova di Eva Czemerys, che intepreta perfettamente Paola, dando al suo personaggio un sapore dolente, sofferto. Bene anche Nino Castelnuovo, abile nel definre il personaggio di Giorgio con le caratteristiche dell’antipatia viscerale per un uomo non dissimile da un pappa. Film da rivalutare, anche se purtroppo di difficilissima reperibilità; le immagini che compaiono sono frutto di una paziente ricostruzione da una vecchia Vhs.
Bella di giorno moglie di notte, un film di Nello Rossati, con Lee Banner, Ennio Biasciucci, Nino Castelnuovo, Fernando Cerulli, Eva Czemerys, Vincenzo Liberti, Carla Mancini, Franco Marletta, Anna Miserocchi, Renato Panciroli Drammatico, Italia 1971


Eva Czemerys … Paola Nino Castelnuovo
Giorgio Giulio Baraghini … Marcello
Enzo Liberti … Commissario
Fernando Cerulli … Poliziotto
Renato Pinciroli … Giudice
Carla Mancini … Cameriera
Franco Marletta … amico di Giorgio
Pietro Torrisi … Maciste
Anna Miserocchi Anna

Regia: Nello Rossati
Sceneggiatura:Nello Rossati e Tiziano Longo
Musiche:Gianfranco Plenizio
Fotografia:Franco Delli Colli
Montaggio:Mauro Bonanni
Set Decoration:Toni Rossati
Costumi:Toni Rossati
Un taxi color malva
Due uomini in fuga dal passato, Philippe e Jerry, si incontrano in un villaggio irlandese dove entrambi si sono rifugiati. Philippe, giornalista cinquantenne, scappa dal dolore provocatogli dalla morte del figlio, mentre Jerry, erede di una ricchissima famiglia irlandese trapiantata in America, fugge dal ricordo della morte della sua ragazza, avvenuta mentre entrambi erano in preda ai fumi dell’oppio. Nonostante la differenza d’età, stringono un’amicizia tacita, in cui ognuno dei due rispetta i silenzi dell’altro.
I due, anche se in maniera diversa, legano con il Dottor Seamus Scully , uno stravagante dottore che gira in un taxi color malva, e che sembra essere più che un dottore un filosofo, o come dice lui “ il destino” Le vite dei due amici proseguono in una sorta di limbo sospeso, fino al giorno in cui, nelle loro vite, irrompono due donne. La prima è Sharon, sorella di Jerry, ricca, viziata ma vitalissima moglie di un nobile tedesco; l’altra è Anna Taubelman, forse figlia, forse amante di Mr. Taubleman, uno strano tipo mezzo ebreo e mezzo tedesco, squattrinato ma possessore di un castello con 40 stanze e di una scuderia di cavalli.
Mentre Philippe inizia una relazione sessualmente appagante con Sharon, Jerry sembra innamorarsi della misteriosa Anna, una ragazza che da tre anni non parla con nessuno, e che i due amici hanno conosciuto quando la ragazza subisce un incidente cadendo da cavallo, e viene soccorsa proprio da Jerry e Philippe.
La ragazza, molto bella, sembra avere simpatia per Philippe, tanto da ricominciare a parlare dopo tre anni; ma l’uomo, che è sempre più confuso tra l’attrazione per Sharon e la misteriosa Anna, resosi conto che Jerry si è ormai innamorato della ragazza, decide di farsi da parte.
Nel frattempo anche Sharon lascia il villaggio, per passare il Natale con suo marito e con la cerchia dei suoi amici, dei quale non riesce a fare a meno: simile ad una farfalla, la donna ha bisogno fisicamente della sua vita fatua e dorata. Accade però qualcosa che finalmente farà uscire Philippe dal suo torpore emotivo: Anna, che in realtà non ama Jerry, tenta il suicidio. Phlippe la raggiunge in ospedale e apprende così la vera storia della ragazza. Anna è stata zitta tre anni quando ha saputo che il suo vero padre potrebbe non essere Taubelman, con il quale ha avuto una relazione intima.
Philippe consiglia alla ragazza di abbandonare con Jerry l’Irlanda, cosa che i due fanno. La decisione porta sull’orlo della pazzia Taubelmann, che una sera da fuoco al suo castello. Tra le fiamme di quella che era la sua magnifica dimora però ritrova la sua Anna, legata a lui da un affetto morboso. Durante un colloquio con il dottor Scully, che lo rimprovera per essere venuto nel “cimitero degli elefanti”, il posto dove gli elefanti vanno a morire quando sentono vicina la loro fine, Philipp capisce che ormai è guarito dal suo male esistenziale,e decide di lasciare per sempre l’Irlanda. Viceversa Jerry, che ormai ha le sue radici in quel posto dolce e selvaggio, decide di rimanere, confortato dal simpatico dottor Scully.
Un taxi color malva, film del 1977 diretto da Yves Boisset e tratto da un romanzo di Michel Déon, è un gradevole film che mette in scena i sentimenti, le storie private di un gruppo di persone mescolandole come fa il destino quando decide di intrecciare i fili delle vite umane. Il risultato è apprezzabile per due motivi fondamentali; il primo riguarda l’eccellente cast, con una galleria di attori bravissimi impegnati in una personale gara di bravura, come Philippe Noiret, l’omonimo giornalista che interpreta, la bellissima Charlotte Rampling,
abilissima nel tratteggiare la figura della frivola Sharon, la donna che vorrebbe ma che non può, schiava com’è della sua vita dorata, di Agostina Belli, asolutamente credibile nei panni della ambigua Anna, di Peter Ustinov, interprete eccellente di un personaggio antipatico ma allo stesso tempo dotato di fascino, Taubelmann. E infine Edward Albert, discreto nei panni di Jerry e un eccezionale Fred Astaire, simpatico e divertente nei panni dell’eccentrico ma filosofo dottor Scully.
L’altro motivo sono i meravigliosi paesaggi irlandesi, le brughiere e i boschi, i canneti e i laghi, incantevoli come cartoline.
Un film molto interessante, ben diretto, ben interpretato; un tantino scontato nella trama, ma in fin dei conti, non è che si possa chiedere sempre la perfezione.
Un taxi color malva, un film di Yves Boisset, con Philippe Noiret, Charlotte Rampling, Fred Astaire, Agostina Belli, Peter Ustinov, Edward Albert, Una produzione Francia-Irlanda, 1977
Charlotte Rampling Sharon Frederick
Philippe Noiret … Philippe Marcal
Peter Ustinov … Taubleman
Fred Astaire … Dr. Seamus Scully
Edward Albert … Jerry
Agostina Belli … Anne Taubelman
Jack Watson … Sean
Mairin D. O’Sullivan Colleen
David Kelly …
Niall Buggy …
May Cluskey
Loan Do Huu … Madame Li
Regia: Yves Boisset
Sceneggiatura:Yves Boisset,Anne Dutter ,Georges Dutter,Michel Déon
Produzione:Hugo Lodrini ,Roy Parkinson,Peter Rawley,Catherine Winter
Musiche:Philippe Sarde
Fotografia:Tonino Delli Colli
Montaggio:Albert Jurgenson
Divina creatura
La giovane e bellissima Manuela Roderighi, fidanzata con l’ingenuo Martino, conosce casualmente il nobile Daniele di Bagnasco, un duca abituato ad agi e mollezze, che divide il suo tempo tra passatempi futili e le relazioni sentimentali con donne della ricca borghesia o dell’aristocrazia. Siamo agli inizi del secolo, negli anni venti, in una Roma pigra e imborghesita, scenario delle mollezze di una classe sociale, quella aristocratica, della quale Daniele di Bagnasco incarna tutti i vizi e le scarsissime virtù.

Laura Antonelli è Manuela Roderighi

Terence Stamp è Daniele di Bagnasco
L’uomo, attratto dalla ragazza, la corteggia fino a farla diventare la sua amante, convinto poi di potersene liberare a piacimento. Ma per una volta il viziato playboy finisce vittima del suo gioco, e si rende conto di provare una irresistibile attrazione per la donna. Che ha una vita segreta ed equivoca; frequenta infatti la casa d’ appuntamenti della signora Fones. Daniele decide di uccidere la donna, ma alla fine la passione perversa che prova per lei ha il sopravvento; scopre cosi che la ragazza è stata iniziata ai piaceri del sesso e indotta alla prostituzione proprio da un suo parente, il cugino marchese Michele Barra .
Cambia obiettivo e decide di vendicarsi dell’uomo; lo fa avvicinare da Manuela, quasi a voler dimostrare a Michele, ma sopratutto a se stesso, che Manuela è ormai una cosa sua.. Le cose non vanno come previsto: Manuela,frequentando Michele, prova passione davanti anche all’appassionata difesa di Michele, che le confessa di essersi pentito del suo gesto di tanti anni prima. Inizia cosi un ambiguo triangolo, nel quale Manuela finisce per dividersi ta i due uomini.
Daniele non sa che la donna frequenta Michele ben oltre gli appuntamenti prefissati, ma lo scopre e affronta l’amante, che reagisce piantando tutto e scappando a Parigi. Il suo gesto segnerà in maniera differente le vite dei suoi ormai ex amanti: mentre Michele se ne fa una ragione e si converte al fascismo, trovando così immediatamente un’altra passione, Daniele , che è privo ormai di stimoli, tenta dapprima di offuscare i ricordi e i sentimenti con la cocaina, per poi finire suicida. Tratto dal romanzo di Zuccoli La divina fanciulla , questo film del 1975, diretto da Giuseppe Patroni Griffi è una rivisitazione elegante, ma anche fredda dello stesso.
Appare decisamente vano ma sopratutto presuntuoso il tentativo del regista di dorare con una patina di superficiale edonismo il mondo vizioso e ipocrita dell’aristocrazia, fermandosi troppo sui personaggi e meno sull’ambiente. Il risultato finale è una pellicola molto noiosa, elegante, ma priva di forza. Il personaggio di Manuela, interpretato maldestramente da Laura Antonelli, assolutamente inadatta al ruolo, finisce per assomigliare a quello di una sirena ammaliatrice, privo però di spessore psicologico, e non solo per gli scarsi mezzi mostrati dall’attrice. Mastroianni, che interpreta il marchese Michele Barra, si limita ad una mostra abbastanza abulica del suo talento, mentre Terence Stamp è davvero lontanissimo dal patrizio romano che dovrebbe incarnare.
Un film con molti, troppi difetti, in cui spiccano però le musiche di Bixio interpretate da Morricone. Il resto è solo un’elegante e patinata rivisitazione di un’epoca, ma senza anima e passione.
Divina creatura, un film di Giuseppe Patroni Griffi, con Terence Stamp, Laura Antonelli, Marcello Mastroianni,Michele Placido, Duilio Del Prete, Tina Aumont, Marina Berti, 1975 Italia
Laura Antonelli Manuela Roderighi
Terence Stamp Daniele di Bagnasco
Michele Placido Martino Ghiondelli
Duilio Del Prete Armellini
Ettore Manni Marco Pisani
Carlo Tamberlani Il MaggiordomoPasqualino
Cecilia Polizzi L’amante di Daniele
Piero Di Iorio Cameriere di Stefano
Marina Berti La maitresse di Manuela
Doris Duranti Signora Fones
Marcello Mastroianni Michele Barra
Tina Aumont Una prostituta
Regia Giuseppe Patroni Griffi
Soggetto Luciano Zuccoli (romanzo)
Sceneggiatura Giuseppe Patroni Griffi e Alfio Valdarnini
Produttore Luigi Scattini e Mario Ferrari
Casa di produzione Filmarpa
Distribuzione (Italia) Titanus
Fotografia Giuseppe Rotunno
Montaggio Roberto Perpignani
Musiche canzoni di Cesare Andrea Bixio, interpretate da Ennio Morricone
Scenografia Fiorenzo Senese
Costumi Gabriella Pescucci
Confessione di un commissario al Sostituto Procuratore della Repubblica
Il Commissario Giacomo Bonavia, un onesto e disilluso funzionario di polizia, tenta da anni inutilmente di incastrare il boss mafioso Ferdinando Lomunno, responsabile tra l’altro della morte del sindacalista Giampaolo Rizzo, amico dello stesso commissario. Non potendo incriminarlo, perchè ogni volta che è arrestato Lomunno riesce ad uscire pulito dalle inchieste, Bonavia decide di far uscire dal carcere Michele Lipuma, fratello di Serena, ex amante di Lomunno, nemico giurato dello stesso.
Martin Balsam
Marilù Tolo
L’uomo, travestito da poliziotto, tenta di uccidere Lomunno a colpi di mitra, ma riesce soltanto a uccidere le sue guardie del corpo, prima di essere ucciso a sua volta. Delle indagini viene informato il Sosituto procuratore della Repubblica Traini, che ben presto entra in rotta di collisone con il commissario. In un crescente clima di sospetti tra i due, il Procuratore inizia a indagare sul commissario, che a sua volta arriva a far mettere sotto controllo il telefono del Procuratore, servendosi del suo fido aiutante Michele.
Franco Nero
La tensione tra i due arriva al massimo quando il Procuratore, che sta indagando sull’intreccio tra i tre killer morti, e gli affari poco puliti a cui non sono estranei il Sindaco, un onorevole e un presidente di bana, decide di sospendere il Commissario dal suo incarico, dopo aver scoperto che lo stesso sta coprendo Serena Lipuma, ora vittima designata di Lomunno, in quanto al crrente di troppi segreti. Sospeso, il commissario decide di farsi giustizia da se: armato di una pistola entra in un ristorante e con un solo colpo fredda Lomunno.
Luciano Catenacci
Il Commissario viene arrestato, proprio mentre Traini è arrivato a scoprire tutti i protagonisti dell’intreccio mafia-politica-affari. Serena viene rapita e uccisa, perchè il suo nascondiglio viene scoperto dalla mafia grazie all’aiuto di Malta,, Procuratore della Repubblica. Il Commissario Bonavia paga con la vita il suo coraggio, ucciso da due killer in carcere, ma Traini, deciso ad andare a fondo, si reca da Malta.
Il film si interrompe quà, lasciando presagire un’indagine sul Procuratore capo.
Confessione di un Commissario di Polizia al Procuratore della Repubblica, film del 1971 diretto da Damiano Damiani, è un ottimo prodotto, dal ritmo serrato e dalla trama scorrevole. Il contrasto tra i due protagonisti, Traini e Bonavia viene abilmente montato e esacerbato dai reciproci sospetti, come nella memorabile scena in cui i due si scambiano reciproche accuse.
C’è tensione, nel film, c’è denuncia, c’è ritmo, e sopratutto c’è un cast assolutamente perfetto, che interpreta i vari personaggi con professionalità e abilità. Bravissimo Martin Balsam, il Commissario Giacomo Bonavia, un uomo integerrimo che inutilmente cercherà di far capire a Traini che i metodi della giustizia alle volte devono essere sorpassati da sitemi più duri. Bene anche Franco Nero, nel ruolo dell’onesto, ma testardo Traini, così come bravissima è Marilu Tolo nel ruolo di Serena
Gran cast di caratteristi, che include Claudio Gora, il Procuratore della Repubblica Malta, Arturo Dominici, il losco avvocato della mafia Canistraro, Luciano Catenacci, il boss Ferdinando Lomunno, Giancarlo Prete, il sindacalista Giampaolo Rizzo. Un film a metà strada tra la denuncia e il poliziesco classico, che fa passare due ore in un nulla.
Confessione di un Commissario di Polizia al Procuratore della Repubblica, un film di Damiano Damiani. Con Claudio Gora, Marilù Tolo, Martin Balsam, Arturo Dominici, Franco Nero.Nello Pazzafini, Calisto Calisti, Sergio Serafini, Giancarlo Prete, Bruno Boschetti, Giancarlo Badessi, Adolfo Lastretti, Luciano Lorcas, Giuseppe Alotta, Wanda Vismara, Michele Gammino Poliziesco, durata 103 min. – Italia 1971.
Franco Nero … Il sostituto Procuratore Traini
Martin Balsam … Commissario Bonavia
Marilù Tolo … Serena Li Puma
Claudio Gora … Il Procuratore capo Malta
Luciano Catenacci Ferdinando Lomunno
Giancarlo Prete … Giampaolo Rizzo
Arturo Dominici … Canistraro
Michele Gammino Gammino
Adolfo Lastretti … Michele Li Puma
Nello Pazzafini … Il detenuto del manicomio
Calisto Calisti … Il mafioso
Adele Modica … Lina Paladino
Dante Cleri … Usher
Roy Bosier … Giuseppe Lasciatelli
Regia Damiano Damiani
Soggetto Damiano Damiani, Fulvio Gicca Palli
Sceneggiatura Damiano Damiani, Salvatore Laurani
Produttore Mario Montanari, Bruno Turchetto
Casa di produzione Euro International Film, Explorer Film ’58
Fotografia Claudio Ragona
Montaggio Antonio Siciliano
Musiche Riz Ortolani
Scenografia Umberto Turco
Un dolce viaggio
Due amiche poco più che trentenni, un viaggio alla riscoperta del loro rapporto di se stesse, delle loro vite. Lucie e Helene, due donne diverse ma in fondo complementari. La prima dopo una lite furibonda con il marito, decide di andare a trovare la sua amica sposata e madre di due figli, alla ricerca di un un po di affetto e comprensione, quelle cose che ormai le mancano.
Troverà l’una e l’altra cosa proprio in Helene, grazie anche ad un viaggio dolce (quello che ispira il titolo) attraverso la pigra e sonnolenta, luminosa e affascinante campagna francese, che finirà per alimentare le confidenze tra le due amiche, attraverso il ricordo dei bei giorni dell’infanzia.
Dominique Sanda
Un’atmosfera galeotta, che favorirà anche una strana atmosfera tra le due; un viaggio che porterà proprio Helene a decidere di tornare a casa, salvo poi tornare sui suoi passi di fronte ad una atmosfera familiare apatica e noiosa. Ora è Helene ad avere bisogno di Lucie, ed è anche l’occasione per tentare di rifare il dolce viaggio.
Film particolare, intriso di malinconia, di esasperante lentezza descrittiva, di fascino leggermente morboso e di erotismo sottile, di commozione sull’onda dei ricordi e molto altro.
Principalmente un film in soggettiva, dove il dialogo, i silenzi, sostituiscono movimenti, dove gli sguardi prevalgono sui discorsi, in cui le due protagoniste, le intense Geraldine Chaplin che interpreta Lucie e Dominique Sanda che interpreta Helene sono impegnate a confrontarsi con se stesse, con i loro ricordi e con le loro sensazioni.
Michel Delville struttura il film in un continuum sequenziale: l’incontro, il viaggio, le parole, l’amicizia e un pizzico di sensualità, poi l’addio e il nuovo incontro sono un’unica tappa di un percorso che porta le due donne a concepire la vita con una scala di valori e di emozioni che escludono i rispettivi partner, a tutto vantaggio di una relazione amichevole che diventa anche amorosa. Le due donne si comprendono a meraviglia, molto più di quello che possono e fanno i coniugi.
Geraldine Chaplin
Lo stesso Delville ha molti pregi, nella direzione del film; il principale, è quello di non aver mai calcato la mano sull’erotismo che permea sottilmente la pellicola, rendendo il film memorabile per sensualità.
Il tratteggio delle due figure assume contorni che variano senza soluzione di continuità tra ricordi veri e inventati, così come i giochi sottilmente maliziosi (memorabile la sequenza in cui la Sanda fotografa la Chaplin in campagna) restano sospesi come sogni, contornati da ricordi che si mescolano di continuo.
In definitiva, un film morbido, sensuale, delizioso.
Da assaporare, come la dolce campagna francese, come la morbida fotografia, come le intense interpretazioni di due ottime attrici.
Un dolce viaggio, un film di Michel Deville. Con Geraldine Chaplin, Dominique Sanda, Jacques Zabor Titolo originale Le voyage en douce. Commedia, durata 98 min. – Francia 1979.
Dominique Sanda Hélène
Geraldine Chaplin Lucie
Jacques Zabor Denis
Jean Crubelier L’uomo della casa
Valerie Masterson La cantante
Cécile Le Bailly Marie
Jacqueline Parent Mathilde
Jacques Pieiller Pinson
Françoise Morhange La nonna
Frédéric Andréi Il giovane dell’hotel
Christophe Malavoy L’uomo del treno
André Marcon … L’uomo del concerto
Robin Camus … Lucas
Regia:Michel Deville
Sceneggiatura:Michel Deville
Produzione:Maurice Bernart
Musiche:Catherine Ardouin
Fotografia:Claude Lecomte
Montaggio:Raymonde Guyot
Il giudice e la minorenne
Mentre sta per recarsi in tribunale dove svolge il suo quotidiano lavoro di giudice, il dottor Serra si trova coinvolto in una rapina con conseguente incidente dei ladri in fuga; è quasi un segno del destino, visto cosa gli succederà nel finale del film. Al giudice viene affibbiato un caso scottante, anche se all’apparenza semplice: una ragazza ha subito quella che sembra una violenza carnale da parte di un idraulico di mezza età.

Susan Scott, la moglie del giudice
Durante gli interrogatori il giudice si trova di fronte alle testimonianze sia dell’uomo, che accusa la ragazza di averlo adescato, sia a quella della ragazza che invece conferma l’accusa di violenza. L’idraulico, durante gli interrogatori, ricorda al giudice che le ragazze,anche le più giovani, hanno ormai assunto le vesti di moderne Circe, abdicando anche in tenera età alle abitudini tipiche delle adolescenti e passando subito al mondo delle adulte.
Il giudice vede confermate le teorie dell’uomo proprio da una delle giovanissime amiche della figlia, che lo seduce. Cosa che fa anche la presunta vittima dello stupro. A colmare la misura, arriva la scoperta che la giovane figlia, Mirella, appartiene ad un’organizzazione terroristica. Nonostante una sua ex sottoposta, ora giudice anche lei si offra di insabbiare la faccenda, il giudice decide di andare avanti. Ma è destino che le sorprese non debbano mai finire: l’uomo scopre che la moglie ha una relazione adulterina con un pilota civile, e dopo averli seguiti, decide di togliersi la vita lanciandosi con la sua auto contro quella in cui i due amanti si stanno intrattenendo.
Film con qualche scoperta ambizione moralistica, Il giudice e la minorenne potrebbe anche raggiungere la sufficienza, non fosse per alcune cose francamente inspiegabili del film, come la decisione del magistrato donna amica del giudice che si propone per insabbiare l’inchiesta sulla figlia del giudice. Tuttavia, il tentativo di denuncia della corruzione dilagante del costume funziona, anche se solo a tratti,
Un po troppo smaccata infatti, è l’atmosfera erotica in cui si immerge volutamente il film. Le attrici, a parte la solita splendida Susan Scott o Nieves Navarro, se preferite, sono delle sconosciute, a cominciare da Antiniska Nemour, ex centralinista del programma televisivo di Tortora, Portobello. Ci sono anche Flora Saggese e Ketty Berbero. Curioso il ruolo affidato a Teo Teocoli,quello del pilota amante della bella signora Serra. Le musiche del film sono di Mino Reitano.
Il giudice e la minorenne
un film di Franco Nucci. Con Susan Scott, Chris Avram, Romy Schell, Flora Saggese, Giuliana Rivera, Piero Mazzarella, Romy Shell
Drammatico, durata 91 min. – Italia 1974.
Chris Avram: Marco Serra, il giudice
Nieves Navarro: Laura, moglie di Serra
Antiniska Nemour: Mirella, figlia di Serra
Piero Mazzarella: Mariani, l’idraulico
Flora Saggese: Cinzia, compagna scolastica di Mirella
Caterina Barbero: Annetta Rossi, la vittima di Mariani
Giuliana Rivera: la madre di Annetta
Annibale Papetti: il padre di Mariani
Romy Schell: la donna al cimitero

Regia Franco Nucci
Soggetto Franco Nucci
Sceneggiatura Franco Nucci, Gianni Martucci
Produttore Oscar
Distribuzione (Italia) Alpherat
Fotografia Enzo Oddone
Montaggio Enzo Monachesi
Musiche Mino Reitano, Franco Reitano
L’opinione del sito http://www.bmoviezone.com
La trama appare in realtà molto poco verosimile per non dire letteralmente esagerata, e così pure il finale catartico che il regista propone. La duplicità del contenuto del film poi potrebbe spiazzare più di uno spettatore (come detto Nucci infarcisce la pellicola di discorsi e ragionamenti moralisti, ma poi basa le scene clou del suo prodotto su spogliarelli e maliziose allusioni messe in bocca a ragazzine minorenni). Sembra quasi che Nucci sia addirittura maschilista nello sviluppo dell’idea cardine che c’è alla base del film (che si potrebbe riassumere in qualcosa del tipo “le femmine sono tutte puttane”).
Tra gli attori, il protagonista Chris Avram appare un po’ monoespressivo, ma tutto sommato regge con decenza il ruolo. Susan Scott/Nieves Navarro, nei panni della moglie, non è al top della sua carriera. Meglio le giovani e sconosciute attrici che interpretano le tre maliziose ragazzine del film (Flora Saggese, Caterina Barbero, Antiniska Nemour), che con i loro ammiccamenti rendono interessanti le scene su cui Nucci punta maggiormente per dare un senso al suo prodotto. Forse il migliore del cast è però Piero Mazzarella nella parte dell’idraulico accusato di stupro. Da sottolineare la colonna sonora dei fratelli Reitano, che si fa più martellante nelle scene più drammatiche, e soprattutto quando le certezze del protagonista sembrano frantumarsi da un momento all’altro. In totale: non un brutto film, ma sicuramente più particolare per la commistione di generi così diversi che ben realizzato.
L’opinione del sito http://www.robydickfilms.blogspot.it
Il film non è brutto solo non completamente riuscito, ma è apprezzabile soprattutto per la curiosa singolarità con cui commistiona i vari generi e filoni, una certa amarezza e disincanto di fondo, assieme all’azione (come nell’abbastanza bello e ben girato inseguimento iniziale) e all’intento di denuncia moralistica del malaffare, la quale però funziona a corrente alternata, anche perchè sono troppo scoperte certe assurdità della trama quali la magistrato donna collega ed innamorata del giudice, che vorrebbe nascondere l’inchiesta sul gruppo eversivo perchè coinvolge sua figlia, e la forte componente cochòn del film.
In fondo, alla fine l’unica cosa che rimane del film a cui appigliarsi, peraltro irrisolto in molte altre cose, è che semplicisticamente le donne di oggi sarebbero tutte propositive ed offerenti sé stesse, fin dall’età nella quale dovrebbero essere ancora e soltanto delle bambine, come dirà difendendosi nell’interrogatorio, l’idraulico di mezza età, paccianesco-meneghino, Mariani/Piero Mazzarella.
E soprattutto dietro la promessa di soldi come le 100’000£ a lui chieste, che queste adolescenti solo di età e per bene solo di nomea, donne adulte di fatto, perlopiù di buona famiglia, non fanno altro che provocare gli uomini per delle sane trombate no-stop. Ma dove? Nella Milano anni ’70 in cui è ambientato -anche bene- il film. Ma che appunto, è solo un film, per di più infarcito di approssimativi luoghi comuni maschilisti, da sempre molto in voga, in Italia.
Magari ‘ste lolite fossero tutte “maiale”, ma purtroppo non è mai stato proprio così. O forse si profetizzava senza saperlo le ben più spregiudicate Papi-girl delle “notti di Arcore”,in cerca addirittura di un posto in Parlamento, o ne L’Isola dei famosi?
Blue jeans

Blue jeans è lo pseudonimo utilizzato da Daniela, una ragazza con poco meno di diciotto anni, nel suo lavoro di giovane prostituta. Il nomignolo le deriva dall’utilizzo di hot pants in jeans, il suo abbigliamento usuale. Durante un incontro a pagamento con un maturo cliente, la ragazza viene fermata dalla polizia mentre è appartata in un auto, identificata e portata in commissariato.
Qui racconta al funzionario di polizia che la interroga di essere figlia naturale di un noto e ricco restauratore, Carlo Anselmi, che ancor prima della nascita di Daniela aveva avuto una relazione con la madre. Convocato in questura, Carlo si vede affibbiato la custodia di questa ragazza assolutamente disinibita, ed è costretto a portarla a casa con se. Carlo vive con Marisa, che ben presto è costretta a dover fare i conti con l’intrigante ragazza, che interrompe l’idilio con il suo compagno, rendendole ben presto la vita un vero inferno.
Ma non solo: la ragazza porta scompiglio anche nella tranquilla vita borghese dell’uomo, creando imbarazzo anche durante le riunioni con gli amici.Un giorno, mentre la tensione è al massimo, e Marisa ha dovuto lasciare la casa, stanca delle continue intrusioni di Daniela, compare uno strano individuo nella vita di Daniela e Carlo: è Stefano, un giovane muto che riesce a farsi ospitare nella bellissima residenza del restauratore.
Il giovane in realtà non è affatto muto, e in accordo con Daniela ha studiato un piano per far attribuire all’uomo la paternità di Daniela, ucciderlo e quindi permettere alla ragazza di ereditare i cospicui beni dell’uomo. Sedotto dalla bellezza e dalla freschezza di Daniela, Carlo cede e inizia una appassionata relazione con la ragazza. Che alla fine decide di non assecondare più il piano di Stefano: quando sta per scattare la trappola che dovrebbe portare alla morte Carlo, Daniela interviene, ma troppo tardi.
Il giovane uccide l’antiquario/restauratore, ma Daniela vendica l’amante facendo precipitare Stefano da una passerella, la trappola che avevano preparato assieme per uccidere Carlo.Rinunciando a proseguire nella sua rivendicazione dei beni di carlo, Daniela torna alla vita squallida della prostituzione.
Giallo abbastanza convenzionale, con piccole e timide concessioni ai nudi sempre apprezzabili di Gloria Guida, Blue jeans non si segnala per nessun merito particolare.
Anzi, i primi venti minuti, con l’interrogatorio della ragazza sono di una noia senza pari. Il film non decolla mai, e per tre quarti si limita a mostrare i tentativi i Daniela di distruggere la tranquillità della vittima predestinata, anche se va rimarcato il lodevole tentativo di Imperoli di non concedere tanto all’occhio lubrico dello spettatore, spingendo invece il film verso la connotazione thriller. Il finale riesce a salvare in qualche modo il film, con il classico delitto-castigo-espiazione.
La Guida, che interpreta la disinibita Daniela, è almeno convincente nella sua parte, cosa che invece non si può dire di Gianluigi Chirizzi, molto a disagio nei panni di Stefano. Paolo Carlini, personaggio centrale nei panni di Carlo, se la cava senza infamia e senza lode.
Blue jeans, un film di Mario Imperoli, con Gloria Guida, Paolo Carlini, Annie Carol Edel, Gianluigi Chirizzi, Mario Pisu, Rino Bolognesi, genere drammatico, Italia 1975


Gloria Guida … Daniela ‘Blue Jeans’ Anselmi
Paolo Carlini … Dr. Carlo Anselmi
Annie Carol Edel Marisa – amante di Carlo
Gianluigi Chirizzi … Sergio Prandi
Mario Pisu … Mario Mauri
Marco Tulli … Cliente di Daniela

Regia: Mario Imperoli
Sceneggiatori:Mario Imperoli, Piero Regnoli
Musiche originali:Nico Fidenco
Fotografia:Romano Albani
Montaggio:Sandro Lena
Costumi:Claudia Schiff
La stanza del Vescovo
Un giovane giramondo, Marco Maffei, con la sua barca Tinca, durante un approdo sul Lago Maggiore, conosce l’avvocato Temistocle Orimbelli; l’uomo, personaggio stravagante quanto infido e ambiguo, lo porta nella villa dove vive con sua moglie Cleofe e la cognata Matilde, che è sposata per procura con Angelo Berlusconi, apparentemente scomparso in Etiopia durante la guerra d’Africa.

Patrick Dewaere è Marco Maffei, Ugo Tognazzi è Temistocle
Qui Maffei ha modo di constatare i pessimi rapporti esistenti tra Temistocle e la moglie, che l’uomo ha sposato solo per denaro, e ha modo di capire il forte interesse che suscita sulla ragazza, sposata senza aver mai conosciuto il marito. Marco e Temistocle hanno alcune avventure in comune, come quella in cui l’avvocato riesce a sedurre prima l’amica svizzera dell’amante di Maffei e poi la donna stessa, suscitando in Marco reazioni contrastanti;
se da un lato ammira quell’uomo bugiardo, donnaiolo ma comunque spavaldo e sicuro di se, dall’altro non può fare a meno di notare come l’avvocato sia privo di qualsiasi scrupolo.Durante una delle visite a casa della signora Cleofe, Matilde chiede a Marco di fare un giro con la sua barca, in compagnia di Temistocle; la notte l’uomo raggiunge Maffei nella sua stanza, e gli confessa di avere una relazione con la donna. L’indomani i tre partono per l’escursione in barca, durante la quale si aggrega una giovane amica di Marco, Landina.
Nella notte Marco capisce che davvero Temistocle e Matilde hanno una relazione, ma l’indomani Matilde racconterà all’uomo che la relazione è inziata proprio la notte prima, in seguito al disinteresse mostrato da Marco per la donna.Durante un’escursione a Stresa, mentre sono tutti e quattro a pranzo, un appuntato dei carabinieri li raggiunge al tavolo, e li informa della morte della moglie di Temistocle, Cleofe. Rientrati alla villa, trovano il giudice istruttore che è convinto che la donna sia stata uccisa; ma Temistocle ha un alibi, che è confermato sia da Marco che da Matilde.
Tuttavia, nella notte, a Marco è sembrato di aver visto l’avvocato in sella ad una bicicletta, ma non racconta nulla al giudice. Così l’inchiesta sulla morte di Cleofe viene archiviata e Temistocle a questo punto, erede dei beni della donna, sposa la cognata, che nel frattempo ha visto il suo matrimonio annullato per la presunta morte del marito.
Ma, a sorpresa, tre mesi dopo ecco un colpo di scena: nella villa arriva proprio Angelo Berlusconi, che ha appreso dai giornali etiopi della morte della sorella, ed è tornato in Italia per investigare sulle vere cause della morte di Cleofe. Con la testimonianza di Marco, Temistocle viene così smascherato, e per evitare l’arresto si uccide; dopo una notte d’amore con Matilde, Marco lascia per sempre la villa, rinunciando alla donna e riprendendo la sua vita vagabonda.
Diretto da Dino Risi e tratto dall’omonimo romanzo di Pietro Chiara,La stanza del vescovo è uno splendido affresco tinto di noir, nel quale il grande regista riesce a ricreare le atmosfere dark del romanzo, grazie anche ad una splendida ricostruzione anche visiva, a cui non è estranea la suggestiva cornice del Lago Maggiore; gli attori, ovvero Tognazzi, Dewaere e la Muti, oltre alla bravissima Giacobbe, esaltano i loro personaggi caratterizzandoli in maniera precisa.
Accolto bene dalla critica, il film è stato un pò dimenticato sopratutto per la presenza, nel film, di alcuni nudi femminili, che hanno finito per creare problemi con la commissione di vigilanza; tuttavia, ancora oggi, leggendo alcune critiche online, ci si chiede che film abbiano visto mai alcuni critici all’epoca della sua uscita. Valga per tutti questo commento tratto da uno dei siti più impotanti dedicati al cinema:
“Da un romanzo (1976) di Piero Chiara. Due amici improvvisati veleggiano sul Lago Maggiore, nell’Italia del 1946, facendo scalo in caccia di donne, ma poi l’anziano incastra il giovane in un tenebroso intrigo di amore e di morte. Il mestiere di D. Risi è fuori discussione con l’eleganza della scrittura e il puntiglio scenografico ma, forse per la preoccupazione di agganciare il grosso pubblico, il film risulta appannato, come adagiato in stracche cadenze.”
Una recensione assolutamente ridicola, che non tiene conto della bontà della trasposizione cinematografica del romanzo, cosa da sempre molto complicata, della solita straordinaria bravura di Risi nel dirigere, con ampio respiro, storie difficili, rendendole con un mestiere senza pari. Di appannato, verrebbe da dire, c’è solo l’intelletto di colui che ha stilato questo giudizio rozzo e grossolano.

Un bellissimo primo piano di Ornella Muti
La stanza del Vescovo, un film di Dino Risi. Con Ugo Tognazzi, Ornella Muti, Lia Tanzi, Patrick Dewaere, Gabriella Giacobbe, Francesca Juvara, Renzo OzzanoCommedia, durata 110 min. – Italia 1977.
Ugo Tognazzi: Temistocle Mario Orimbelli
Ornella Muti: Matilde Scrosati in Berlusconi
Patrick Dewaere: Marco Maffei
Lia Tanzi: Landina
Gabriella Giacobbe: Cleofe Berlusconi In Orimbelli
Katia Tchenko: Charlotte
Karina Verlier: Germaine
Franco Sangermano: Giudice Istruttore Mazzoleni
Marcello Turilli: Angelo Berlusconi
Piero Mazzarella: Brighenti
Renzo Ozzano: Brigadiere
Regia Dino Risi
Soggetto Piero Chiara
Sceneggiatura Leo Benvenuti, Piero De Bernardi, Dino Risi, Piero Chiara
Produttore Giovanni Bertolucci
Fotografia Franco Di Giacomo
Montaggio Alberto Gallitti
Musiche Glenn Miller, Parish, Armando Trovajoli
Scenografia Luigi Scaccianoce
Costumi Orietta Naselli Rocca
Incipit del romanzo di Chiara
“Nel tardo pomeriggio di un giorno d’estate del 1946 arrivavo, al timone di una grossa barca a vela, nel porto di Oggebbio sul Lago Maggiore. L’inverna, il vento che nella buona stagione si alza ogni giorno dalla pianura lombarda e risale il lago per tutta la sua lunghezza, mi aveva sospinto, tra le dodici e le diciotto, non più in su di quel piccolo abitato lacustre, dove decisi di pernottare.”
Citazione dal romanzo
“Il Vescovo era un prozio di mia moglie, monsignor Alemanno Berlusconi, morto nel ventotto, che fino a vent’anni fa passava l’estate in questa villa. Il padre di mia moglie gli aveva fatto addobbare la stanza migliore in modo degno d’un prelato che era Nunzio Apostolico in varie parti del mondo e faceva parte della Congragazione dei Riti.”

Equus

Martin Dysart, un affermato psicanalista, si trova ad affrontare un caso anomalo e molto difficile; quello del giovane Alan , un diciassettenne che in una notte ha accecato tutti i cavalli della scuderia in cui lavorava. I cavalli erano la sua passione, la sua vita, tanto che aveva scelto di lavorare nei week end proprio per stare a loro stretto contatto.
Richard Burton è il Dr Martin Dysart
Per capire le reali motivazioni di Alan, il dottor Martin inizia delle delicate indagini personali, parlano prima con i genitori del ragazzo e in seguito con il proprietario della scuderia. Dopo aver dovuto lottare anche con la diffidenza del giovane, Martin riesce a penetrare nella mente del ragazzo, che inizia così a lasciarsi andare e confessa il suo segreto. La notte del brutale accecamento dei cavalli,
Alan aveva avuto un incontro con la bella Jill, proprio in una stalla; ma il ragazzo non era riuscito ad avere rapporti sessuali con la ragazza. Se Martin ben presto impara le reali motivazioni del giovane, è costretto anche a fare i conti con la fine del suo matrimonio con la fredda e frigida moglie Margaret; sarà il giudice Eshter la persona che riuscirà, in qualche modo, a farlo uscire dal tunnel in cui si è infilato.
Lo sfortunato incontro con Jill, Jenny Agutter
Il dottor Martin, Alan, hanno in comune una cosa: i loro problemi, anche se diversi, assomigliano a dei demoni con cui devono confrontarsi; se Alan ha trovato in un rapporto insoddisfacente la causa scatenante, a cui si aggiunge la religiosità bigotta della madre e l’indifferenza del padre, Martin ha dalla sua il demone di un matrimonio assolutamente insoddisfacente, quello con una donna altera e fredda. Curando Alan in pratica Martin cura se stesso. E’ il sunto del film di sidney Lumet, bello ma anche molto, molto lento, essendo stato tratto da una piece teatrale, quella del 1972 di Peter Shaffer.
Nel 1977 il regista americano chiama Richard Burton per interpretare il ruolo del dottor Martin, essendo stato, lo stesso attore inglese, interprete della versione teatrale. I tempi sono dilatati, lunghi, i dialoghi hanno il sopravvento su tutto. Ma Equus è un film, non un’opera teatrale, e ovviamente mancano i tempi, il ritmo. Bene Colin Blakely e la bella e brava Jenny Agutter, che interpreta Jill, la causa scatenante della pazzia momentanea di Alan.
Film difficile da giudicare e da consigliare.
Equus un film di Sidney Lumet. Con Colin Blakely, Richard Burton, Peter Firth, Joan Plowright,Jenny Agutter
Drammatico, durata 138 min. – USA 1977.
Harry Andrews Il proprietario della scuderia
Jenny Agutter Jill Mason
Eileen Atkins Il giudice Esther Saloman
Joan Plowright Dora Strang
Colin Blakely Frank Strang
Peter Firth Alan Strang
Richard Burton Dr Martin Dysart
Regia Sidney Lumet
Soggetto Peter Shaffer (dall’omonima opera teatrale)
Sceneggiatura Peter Shaffer
Produttore Elliot Kastner
Casa di produzione United Artists
Musiche Richard Rodney Bennett

Scandalo

Scandalo, film del 1976 diretto da Salvatore Samperi, è un’operazione unica nel suo genere nella produzione del regista veneto, recentemente scomparso; si tratta di un film con componenti noir, anche se si discosta dal genere per l’ambentazione e per la storia. Un film cupo in maniera quasi eccessiva, nichilista sia nella trama che nella conclusione, amarissima, con personaggi che appaiono privi di anima e di umanità, fatta salva la giovane e virginale Justine, vittima innocente delle perversioni altrui, in particolare della madre e del suo amante.
Il film è ambientato in un piccolo centro della Francia, agli inizi del 1940, in prossimità dell’invasione nazista. Elaine è la farmacista del paese, sposata con un professore sempre in viaggio, uomo colto ma assorto nel suo mondo, sidinteressato a quello che gli accade attorno Nella farmacia, con Elaine, ci sono Armand, un comesso factotum e Marie, una commessa-cassiera che è anche l’amante di Armand. L’uomo ha una personalità contorta, è rabbiosamente preso da confusi ideali che sfociano, ben presto, in una forma di persecuzione di Eliane. Che, agli inizi, non tollera l’uomo, ma che ben presto finirà per cedergli, iniziando con lui un complesso rapporto quasi sado masochistico. Anzi, togliamo il quasi, perchè in effetti la dipendenza di Eliane, dapprima appena accennata, diviene ben presto totale.
Armand, che ha in spregio i valori borghesi che la donna incarna, obbliga Eliane a rapporti sessuali sempre più degradanti, arrivando ben presto a umiliare la donna come quando ha un rapporto sessuale con Marie nella farmacia, sotto gli occhi di Eliane, umiliandola ancor più quando costringe le due donne a denudarsi e toccarsi. La relazione tra i due diventa sempre più morbosa, così come conteporaneamente il film vira ancor più verso un pessimismo palpabile: Eliane non è pù la vittima ricattata, ma è partecipe del crudele gioco del suo amante, che una sera la costringe a denudarsi e ad uscire dalla farmacia, dove verrà vista , per sua fortuna, solo da un ubriacone.
La relazione tra i due prosegue fino agli estremi, ovvero fino a quando Armand non chiederà alla donna di avere rapporti con Justine: la ragazza, accusata dalla madre di essere l’amante di Armand, in realtà assolutamente innocente, finirà per immolarsi agli osceni desideri dell’uomo, la classica rivincita dell’uomo comune nei riguardi della borghesia. Consumato l’atto, Eliane, preda dei rimorsi e ormai convinta di aver valicato tutti i confini della morale, inghiotte un grosso quantitativo di sonniferi e va a sdraiarsi nel letto con il marito. Non si sa se morirà, perchè comunque la casa viene centrata da una bomba sganciata da un aereo, con conseguente olocausto finale.
Come già detto, il film vira decisamente sul nero, mostrando personaggi che sembrano presi da una tragedia, come Elaine, moglie insoddisfatta, è vero, tuttavia plagiata e modificata da Armand, luciferino prodotto di una classe proletaria che in questo caso potremmo definire sporca e cattiva. Anche il professor Michou non ci fa una bella figura, distratto com’è dalle sue opere letterarie, dai suoi vasi e caratterizzato da un quasi patologico disinteresse per il quotidiano. Unico personaggio positivo è Justine, la fragile adolescente che finirà, succube della madre, per diventare la vittima sacrificale di Armand, cedendo la propria verginità come olocausto purificatore, lei che è l’unica vera vittima della storia. Il finale, assolutamente cattivo, mescola però le carte, unificando i destini di tutti, buoni e cattivi, che periranno nello stesso modo.
A parte la solita tendenza di Samperi a privilegiare la parte morbosa del racconto, questa volta siamo di fronte ad un prodotto ben realizzato, grazie sopratutto alla concomitante presenza di una sceneggiatura finalmente comprensibile, ad una fotografia assolutamente fondamentale, con quel suo passare attraverso i chiaro/scuri di Vittorio Storaro, con musiche in sottofondo di Riz Ortolani. Gli attori sono ad un livello egregio: bene Andrea Ferreol nel ruolo di Marie, bene la Gastoni, che a 41 anni riesce a mostrare ancora il suo corpo senza grandi paure. Discreto Franco Nero, nel ruolo del cattivissimo e arrabbiato Armand, mentre Justine è interpretata dalla graziosa Claudia Marsani. Il professor Michou è Raymond Pellegrin, in un ruolo molto marginale, e in fin dei conti anche poco funzionale alla storia.
Scandalo, un film di Salvatore Samperi, con Franco Nero, Lisa Gastoni, Raymond Pellegrin, Andréa Ferréol, Claudia Marsani, Antonio Altoviti, Carla Calò, Franco Patano, Laura Nicholson, 1976 Drammatico
Franco Nero … Armand
Lisa Gastoni … Eliane Michoud
Raymond Pellegrin … Professor Henri Michoud
Andréa Ferréol … Juliette
Claudia Marsani … Justine Michoud
Antonio Altoviti … Colonello
Carla Calò … Carmen
Franco Patano … Charles
Regia: Salvatore Samperi
Sceneggiatura: Ottavio Jemma,Salvatore Samperi
Produzione: Silvio Clementelli
Musiche:Riz Ortolani
Montaggio:Sergio Montanari
Fotografia:Vittorio Storaro





























































































































































































































































































