Qualcuno volò sul nido del cuculo
One Flew Over the Cuckoo’s Nest, Qualcuno volò sul nido del cuculo è un romanzo importante scritto da Ken Kesey e pubblicato solo tre anni più tardi,un’opera che si inserisce autonomamente nell’ampio movimento culturale della “beat generation“.
Un romanzo che parla di psichiatria e manicomi,di malattie psichiche e condizioni di degenza, un tema scomodo,quasi sempre affrontato di straforo
per l’incapacità di trattare con cognizione di causa il grave problema delle malattie mentali.
Con una scrittura diretta,senza fronzoli,Kesey ambienta la sua storia all’interno di un manicomio,parola ormai in disuso ma che all’epoca era l’unica disponibile per indicare quello che era a tutti gli effetti un carcere per i sofferenti di malattie psichiche.
Nel 1975 il regista ceco Milos Forman riprende il testo di Kesey,modificandolo in parte ma lasciando intatto il titolo,Qualcuno volò sul nido del cuculo,locuzione gergale americana ripresa da una filastrocca che recita “”Three geese in a flock, one flew East, one flew West, one flew over the cuckoo’s nest” ad indicare proprio i manicomi riferendosi alle oche che volano in oriente e in occidente,mentre qualcuna vola sul nido del cuculo.
Forman ne fà una storia autonoma,incisiva,drammatica e sicuramente claustrofobica,mantenendo quello che era lo spirito di Kesey,che però non apprezzò affatto la riduzione cinematografica tanto da fare causa alla produzione.
Il che francamente fu decisione discutibile,alla luce della splendida e autonoma storia diretta da Forman e che,per inciso,si trasformò in un formidabile battage pubblicitario per il romanzo.

Forman preparò con cura maniacale il film,come del resto nel suo stile;volle che gli attori entrassero in un istiuto di igiene mentale e vedessero con i propri occhi le loro condizioni di vita,arrivò ad usare per il film le partecipazioni di autentici sofferenti mentali,proiettando agli attori un documentario,Titicut Follies (1967) di Frederick Wiseman per calarli ancor più nelle loro parti.
Qualcuno volò sul nido del cuculo racconta la storia di Randle Patrick McMurphy,un disadattato all’apparenza,ma in realtà solo un ribelle contro una società che considera opprimente.
McMurphy diventa un caso per il dottor Spivey,che deve valutarne le reali capacità mentali;l’uomo infatti ben presto si mostra insofferente verso la rigida disciplina dell’istituto psichiatrico;lo scontro diventa aperto tra infermiera Mildred Ratched e McMurphy stesso,visto che la prima rappresenta il “potere interno” dell’ospedale.
Ben presto la ribellione di McMurphy diventa totale;l’uomo si rende conto delle assurde regole che vengono imposte ai degenti,non ultima quella che vede la rigida divisione fra gli stessi,costretti in gruppi discriminati dalla gravità della patologia dalla quale sono affetti.
McMurphy diventa un elemento destabilizzante per l’ospedale;il suo rapporto con gli altri degenti diventa sempre più stretto man mano che l’uomo riesce a strapparli all’apatia di cui sembrano ormai prede irrecuperabili.
I migliori successi McMurphy li ottiene con Billy Bibit,un giovane che come si scoprirà non soffre di particolari patologie se non quelle legate alla balbuzie,conseguenza di una personalità ancora in formazione.
Nel frattempo stabilisce un’amicizia profonda con un gigantesco nativo,”Grande Capo” Bromden,che si finge sordo muto principalmente per l’incapacità di affrontare il mondo esterno,quello che invece McMurphy ben conosce.
Con il passare del tempo i gesti di ribellione di McMurphy si trasformano,per i dirigenti della struttura,in una guerra aperta molto pericolosa per l’establishment.

Ad essere attaccata è la logica stessa della struttura.
McMurphy ottiene,in breve tempo,risultati eccezionali usando semplicemente la logica del reinserimento dei malati nella vita quotidiana;li fa viaggiare in autobus,li porta a fare una gita in barca,porta all’interno della struttura donnine allegre e alcool.
La normalità però è l’unica vera grande nemica del potere:il potere stesso vive e vegeta sulla paura,sulla costrizione,sui farmaci insomma su un coacervo di costrizioni che rendono i malati stessi facili prede.
La reazione del potere non si fa attendere;quando McMurphy vede morire suicida il giovane Billy e in conseguenza di ciò aggredisce la rigida e spietata infermiera Mildred,tentando di strangolarla, viene messo in condizione di non creare più problemi.
Viene lobotomizzato,ridotto ad un vegetale,lui che era uno spirito libero,indomito.
Ad avere pietà è il suo amico “Grande Capo” Bromden:con un cuscino il nativo lo soffoca,poi sradica un lavabo e lo scaglia contro una finestra e fugge.
La vita va affrontata,non puoi nasconderti da essa…
Qualcuno volò sul nido del cuculo è uno dei film più importanti nella storia del cinema.

A parte l’innovativo linguaggio usato da Forman,il tema scabroso e poco noto o quanto meno spesso trascurato ed occultato da registi e scrittori,
la grandissima abilità con cui il regista affronta i momenti topici del film,che è ambientato quasi tutto nell’oppressiva struttura ospedaliera,oppressiva anche come location, a parte tutto questo dicevo Forman sceglie un interprete assolutamente perfetto per il ruolo di McMurphy,quel Jack Nicholson che fornirà una prova da primo della classe,gigioneggiando,esprimendo attraverso mille espressioni facciali gli stati d’animo del ribelle McMurphy.
Altro merito di Forman è quello di fornire svariate chiavi di lettura complementari,ovvero un’analisi spietata della struttura che si universalizza in una condanna del potere anche politico con più di un riferimento alle vicende storiche americane,incluse una suggerita rilettura del movimento dei figli dei fiori e più in generale di tutti quei movimenti alternativi che fiorirono in America negli anni sessanta fino ai giorni in cui venne girato il film.
C’è anche un espediente che va sottolineato (ed applaudito),quello dell’improvvisazione.
Molte battute e scene vennero letteralmente create al momento,rendendo tutto il film una specie di happening creativo collettivo,il che influuì anche profondamente sulla recitazione di tutto il gruppo,che strapa a tratti applausi a scena aperta.
La gestazione del film fu molto elaborata.

A produrre la pellicola fu Michael Douglas che subentrò a suo padre,che deteneva i diritti cinematografici,il che alla fine valse al giovane figlio d’arte un Oscar;per il ruolo del protagonista vennero contattati dapprima Marlon Brando, Burt Reynolds e Gene Hackman e infine James Caan,che rifiutarono il ruolo;alla fine venne scelto Nicholson,che da soluzione di riserva si trasformò in uno straordinario valore aggiunto per il film stesso.
Altro personaggio importante è quello di “Grande Capo” Bromden,interpretato da Will Sampson,che da oscuro ranger di un parco si trovò trasformato in un divo.
Il nativo,scelto per le sue caratteristiche fisiche,alla fine si trasforma in un autentico mito,con quella espressione granitica che rende impenetrabile il volto e sopratutto per la grande interpretazione nelle scene finali,autentica perla del film.
L’accoglienza da parte di pubblico e critica fu quasi universalmente trionfale;una valanga di riconoscimenti si riversò sul film,dagli Oscar ai Golden Globe passando per i prestigiosi BAFTA
Uno dei più importanti resta l’inserimento del film nei primi 100 di tutti i tempi.

Giusto e sacrosanto.
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Qualcuno volò sul nido del cuculo
Un film di Milos Forman. Con Jack Nicholson, Louise Fletcher, William Redfield, Will Sampson, Brad Dourif,Christopher Lloyd, Danny DeVito, Sydney Lassick, Dean R. Brooks, Scatman Crothers, Vincent Schiavelli, William Duell, Mwako Cumbuka, Nathan George, Alonzo Brown, Peter Brocco, Josip Elic, Lan Fendors, Mimi Sarkisian, Mews Small, Louisa Moritz, Michael Berryman, Ken Kenny, Dwight Marfield, Ted Markland, Philip Roth, Delos V. Smith Jr., Tin Welch, Mel Lambert, Kay Lee, Anjelica Huston
Titolo originale One Flew over the Cuckoo’s Nest. Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 133 min. – USA 1975.
Jack Nicholson: Randle Patrick McMurphy
Louise Fletcher: infermiera Mildred Ratched
Will Sampson: “Grande Capo” Bromden
Brad Dourif: Billy Bibit
Christopher Lloyd: Taber
William Redfield: Harding
Sydney Lassick: Charlie Cheswick
Danny DeVito: Martini
Peter Brocco: colonnello Matterson
Dean R. Brooks: Dr. John Spivey
Alonzo Brown: Miller
Scatman Crothers: Turkle
Mwako Cumbuka: Attendant Warren
William Duell: Jim Sefelt
Michael Berryman: Ellis
Josip Elic: Bancini
Lan Fendors: infermiera Itsu
Nathan George: agente Washington
Ken Kenny: Beans Garfield
Mel Lambert: Harbormaster
Kay Lee: infermiera notturna
Dwight Marfield: Ellsworth
Ted Markland: Hap Arlich
Louisa Moritz: Rose
Philip Roth: Woolsey
Mimi Sarkisian: infermiera Pilbow
Vincent Schiavelli: Frederickson
Marya Small: Candy
Delos V. Smith Jr.: Scanlon
Tin Welch: Ruckley
Regia Miloš Forman
Soggetto dall’omonimo romanzo di Ken Kesey
Sceneggiatura Bo Goldman, Lawrence Hauben
Produttore Michael Douglas, Saul Zaentz
Casa di produzione United Artists, Fantasy Films
Distribuzione (Italia) Mikado Film
Fotografia Haskell Wexler
Montaggio Sheldon Kahn, Lynzee Klingman
Musiche Jack Nitzsche
Scenografia Paul Sylbert, Edwin O’Donovan
Adalberto Maria Merli: Randle Patrick McMurphy
Benita Martini: infermiera Ratched
Massimo Foschi: “Grande Capo” Bromden
Paolo Turco: Billy Bibit
Enzo Robutti: Taber
Pietro Biondi: Harding
Gianni Bonagura: Charlie Cheswick
Nino Scardina: Martini
Mario Milita: Turkle
Enzo Garinei: Jim Sefelt
Mario Mastria: paziente del gruppo d’ascolto
“Lei è stato arrestato almeno cinque volte per aggressione. Cosa sa dirmi in proposito?
Cinque combattimenti. Rocky Marciano ne ha fatti quaranta ed è diventato miliardario!”
“L’ultima volta che l’ho visto era ubriaco fradicio, gli occhi bruciati dall’alcool. Ogni volta che portava la bottiglia alla bocca, non era lui che la beveva: era la bottiglia che gli beveva il cervello.”
” La prima donna che mi faccio la accendo tutta come un flipper e alla prima botta quella mi fa tilt ci puoi scommettere!”
“Continuiamo come se fosse un giorno qualsiasi”; “Carta a me! “.
“Voi non siete più pazzi della media dei coglioni che vanno in giro!”
Ha mai sentito il detto: ” Chi non sta fermo non pianta radici”?
“Non mi piace affatto l’idea d’ingoiare qualcosa quando non so che roba è!”
One Flew Over The Cuckoo’s Nest (Opening Theme)
Medication Valse
Bus Ride To Paradise
Cruising
Trolling
Aloha Los Pescadores
Charmaine
Play The Game
Last Dance
Act Of Love
Jingle Bells
One Flew Over The Cuckoo’s Nest (Closing Theme)
Oscar 1976
Miglior film a Michael Douglas e Saul Zaentz
Miglior regia a Miloš Forman
Miglior attore protagonista a Jack Nicholson
Miglior attrice protagonista a Louise Fletcher
Migliore sceneggiatura non originale a Lawrence Hauben e Bo Goldman
Nomination Miglior attore non protagonista a Brad Dourif
Nomination Migliore fotografia a Haskell Wexler e Bill Butler
Nomination Miglior montaggio a Richard Chew, Lynzee Klingman e Sheldon Kahn
Nomination Miglior colonna sonora a Jack Nitzsche
Golden Globe 1976
Miglior film drammatico a Michael Douglas e Saul Zaentz
Miglior regia a Miloš Forman
Miglior attore in un film drammatico a Jack Nicholson
Miglior attrice in un film drammatico a Louise Fletcher
Miglior attore debuttante a Brad Dourif
Migliore sceneggiatura a Lawrence Hauben e Bo Goldman
Premio BAFTA 1976
Miglior film a Michael Douglas, Saul Zaentz e Milos Forman
Miglior regia a Miloš Forman
Miglior attore protagonista a Jack Nicholson
Miglior attrice protagonista a Louise Fletcher
Miglior attore non protagonista a Brad Dourif
Miglior montaggio a Richard Chew, Lynzee Klingman e Sheldon Kahn
Nomination Migliore sceneggiatura non originale a Lawrence Hauben e Bo Goldman
Nomination Migliore fotografia a Haskell Wexler, Bill Butler e William A. Fraker
Nomination Miglior colonna sonora originale a Jack Nitzsche
Nomination Miglior colonna sonora adattata a Mary McGlone, Robert R. Rutledge, Veronica Selver, Larry Jost e Mark Berger
Inoltre:
Premio 1977 Kansas City Film Critics Circle Award per la migliore regia a Miloš Forman
Premio 1975 National Board of Review Award per il miglior attore protagonista a Jack Nicholson
Premi David di Donatello 1976 per il migliore regista straniero a Miloš Forman e per il miglior attore straniero a Jack Nicholson
Nastro d’argento 1976 per la migliore regia a Miloš Forman
Premio 1975 National Society of Film Critics Award per il miglior attore protagonista a Jack Nicholson
Ken Kesey
Sono laggiù.
Inservienti negri vestiti di bianco alzatisi prima di me per commettere atti
sessuali nel corridoio e lavarlo senza che io possa sorprenderli.
Lo stanno lavando quando esco dal dormitorio, tutti e tre imbronciati e pieni
d’odio contro ogni cosa: l’ora della giornata, il luogo in cui si trovano, la gente per la
quale devono lavorare. Quando odiano in questo modo, è meglio che non mi vedano.
Striscio lungo la parete, silenzioso come la polvere, con le scarpe di tela, ma quelli
hanno speciali apparati sensitivi, intercettano la mia fifa e alzano gli occhi tutti
insieme, tutti e tre contemporaneamente, occhi splendenti nelle facce nere come lo
sfavillio duro delle valvole nella parte posteriore di una vecchia radio.
«Ecco il Capo. Il “suuu-per” Capo, compari. Il vecchio Capo Ramazza. Dove te
ne vai, Capo Ramazza…» Mi mettono uno straccio in mano, mi indicano il punto che
vogliono farmi pulire oggi, e io vado. Uno di loro mi sferra un colpo con il manico
della scopa sui polpacci affinché mi affretti a passare.
«Ehilà, lo vedi come scappa? È alto abbastanza per mangiarmi mele sulla testa e
ha paura di me come un bambino.»
Ridono, poi li sento farfugliare
I duellanti
“Fencing is a science. Loving is a passion. Duelling is an obsession”, ovvero: “La scherma è una scienza. L’amore, una passione. Il duello, un’ossessione” – è il sagace annuncio stampato sulla locandina del film “I duellanti” (“The Duellists”), debutto cinematografico del regista Ridley Scott, che uscì nelle sale francesi e britanniche nel 1977.
Il primo film della fruttuosa carriera di Scott, valse al regista di “Alien”, “Blade Runner”, “1492 – Conquest of Paradise”, “Gladiator”, “Kingdom of Heaven”, un episodio del “All the Invisible Children”, il premio per la miglior opera prima a Cannes (1977) ed il David di Donatello (1978) per la migliore regia ed il miglior film straniero .
Avendo alle spalle una ricca esperienza nel settore pubblicitario e dei cortometraggi (ben 1.500 annunci) e dopo aver studiato arte e design, Ridley Scott sfidò se stesso nel film “I Duellanti”, mettendo in atto una mirabile e virtuosa esercitazione di stile, soprattutto come immagine (fotografia : Frank Tidy), scenografia (Bryan Graves, Peter J. Hampton) e musica (Howard Blake).
Come anticipato dal titolo, la pellicola di Scott è incentrata sul combattimento formalizzato tra due personaggi.
La particolarità del film è rappresentata dal fatto che ciascun duello si svolge in modo distinto. In questo senso, il regista prestò una cura quasi maniacale alla scenografia (ispirandosi al premiato “Barry Lyndon” (1975) di Stanley Kubrick), a scapito di un miglior sviluppo della trama (sceneggiatura : Gerald Vaughan – Hughes, basata sul racconto di Joseph Conrad ).

Nonostante si dica che il regista avesse avuto a disposizione modeste risorse economiche, ciò non traspare nelle scene, le quali appaiono di altissima qualità.
Testimonianze raccontano come le spade impiegate nel film siano state collegate a batterie elettriche per produrre scintille spettacolari, tanto che gli attori vennero persino scossi un paio di volte durante le riprese.
La pellicola ambientata nell’epoca napoleonica racconta la storia di due ufficiali ussari agli antipodi – l’impulsivo Gabriel Feraud (Harvey Keitel) ed il razionale Armand D’ Hubert (Keith Carradine) – che acquisteranno popolarità grazie alla loro ossessione per il duello. Il motivo degli scontri: uno di essi, Feraud, si ritrova (pretestuosamente) ferito nell’orgoglio.
Al fine di una migliore comprensione del soggetto, è opportuno ricordare che, nelle modalità in cui veniva praticato dal XV secolo in poi, un duello ricadeva sotto precise regole: era un combattimento consensuale e prestabilito che scaturiva per la difesa dell’onore, della giustizia e della rispettabilità, e che si svolgeva secondo regole accettate in modo esplicito o implicito tra uomini di medesimo ceto sociale e armati nel medesimo modo. Solitamente, il duello era estraneo alla legge ufficiale, che lo vietava o al più lo tollerava, e veniva vagliato dai contendenti come un’azione sostitutiva della legge stessa – assente o ritenuta insoddisfacente ai fini della giustizia.

Nel film di Scott, la contesa dell’onore si estende per più di quindici anni, periodo assai lungo durante il quale le vicende di vita privata degli protagonisti si intrecciano con gli affari bellici di Napoleone.
La pellicola segue e cattura le peregrinazioni degli ufficiali partendo da Strasburgo (1800), passando per Augusta (1801) e Lubbeca (1806), e persino in Russia (1812), dove il duello non venne impedito dal rigido clima invernale, bensì da un attacco a sorpresa dei cosacchi.
Dopo il ritorno in Francia, il cambiamento di regime comportò l’arresto per tradimento di Feraud, ma D’ Hubert, ora ufficiale superiore, intervenne salvando la vita al suo avversario.
Una precisazione in merito agli eventi storici: Scott collocò l’ultimo duello nel 1816, dopo la sconfitta di Lipsia, l’abdicazione e l’esilio all’Elba di Napoleone Bonaparte.
Orbene, in verità, questi avvenimenti ebbero luogo tra la fine del 1813 e la primavera del 1814.
Nell’autunno del 1815 Napoleone fu mandato in esilio sull’Isola Sant Elena, ove si spense, poi, nel 1821.
Tornando alla pellicola, nel 1816, a Tours, i duellanti affrontano l’ultima sfida, che si concluderà con un ironico armistizio.
Infatti, il ponderato D’ Hubert, promotore del fair play, sconfiggerà con un monologo memorabile il collerico Feraud:
“You have kept me at Your beck and call for fifteen years. I shall never again do what You demand of me. By every rule of single combat, from this moment Your life belongs to me. Is that not correct? Then I shall simply declare You dead. In all of Your dealings with me, You’ll do me the courtesy to conduct Yourself as a dead man. I have submitted to Your notions of honor long enough. You will now submit to mine.”
“Mi avete tenuto alla Vostra mercè per quindici anni. Non farò più ciò che Voi pretendete da me. Per il codice cavalleresco, la Vostra vita da questo momento mi appartiene. Ne convenite, vero? E io semplicemente Vi dichiaro morto. In tutti i vostri rapporti con me mi farete il piacere di comportarvi come foste defunto. Ho subito troppo al lungo il Vostro concetto dell’onore. Ora Voi subirete il mio.”

Ad un prima visione, la storia valorizzata da Scott potrebbe sembrare abbastanza comune, senza grosse pretese.
Tuttavia, il regista britannico, abile indagatore della psicologia umana, incita il pubblico ad approfondire il suo concetto dipanando una seconda chiave di lettura piena di significati inquietanti.
Scott invita lo spettatore alla riflessione su argomenti malagevoli come l’impiego della violenza fisica con il pretesto della salvaguardia di una moralità fasulla.
Inoltre, il regista punta il dito contro la meschinità dell’essere umano, il quale non disdegna l’impiego di svariati mezzi- e qui entrano nello scenario sia le armi da taglio, che quelle da fuoco – per stroncare l’avversario.
Da ultimo, Scott conclude la pellicola con il miraggio della luce (dell’intelligenza e del buon senso) che spunta e si diffonde contrastando e beffando l’animo buio dell’uomo.
Essenziale ed azzeccato il parere di Gordon Gow (Films and Filming) del 1978: “Un tema insolito, che paragona ironicamente la bellezza della natura all’assurdità della bruttezza umana, entrambe favorevoli promotrici dell’esordio regisorale di Ridley Scott. Il film esamina con sarcasmo e con malinconia l’antagonismo presente nell’essere umano, schiavo di stolti concetti sulla condotta onorevole. Con una perseveranza moderata e razionale, la pellicola biasima gli impulsi aggressivi e la natura ingannevole dei valori.”
Un film sicuramente da vedere ed apprezzare pure per la bellezza dei paesaggi naturali, animati da oche rumorose e da cavalli galanti, oppure, avvolti da nebbia e rugiada, offuscati da vapore e fumo, illuminati dalla luce dell’alba, del tramonto o del sole dei giorni nuvolosi… .
Al successo del film contribuirono, senza ombra di dubbio, le prestazioni degli attori protagonisti.
Keitel, con ogni muscolo del suo corpo teso, con gli occhi che sviluppano ombre, compare in scene che investono il pubblico con la tensione di una molla spirale.

Keith Carradine conferisce al personaggio D’ Hubert una splendida grazia virile; con le sue trecce militari, oppure con i capelli sciolti in una criniera d’oro, sembra un “hippie Apollo”.
E pensare che Carradine aveva ripetutamente rifiutato il ruolo! L’attore, ammise, addirittura, di averlo accettato in quanto tentato dalla cucina e dai vini della Borgogna, ove si sono svolte parte delle riprese.
Quanto alle apparizioni femminili, esse sono strumentali al fine di dipingere al meglio il personaggio D’Hubert. Difatti, Scott riservò ruoli secondari a Cristina Raines (Adele de Valmassic) e Diane Quick (Laura).
Oltre agli attori sopra menzionati, compaiono in ruoli secondari: Tom Conti (“Merry Christmas Mr. Lawrence”), Albert Finney (“Tom Jones”, “Erin Brockovich”), Robert Stephens (“Empire of the Sun”), Pete Postlethwaite (“The Usual Suspects”) ed Edward Fox (“Gandhi”).
In lingua originale, la storia veniva narrata da Stacy Keach (“American History X”).
La voce narrante nell’edizione italiana è quella dell’attore Romolo Valli, il quale aveva avuto lo stesso compito tre anni prima in “Barry Lyndon” (1975) di Stanley Kubrick.
Fortunatamente, la pellicola passa spesso in tv e penso sia di facile reperibilità.

I duellanti
Un film di Ridley Scott. Con Harvey Keitel, Keith Carradine, Robert Stephens, Edward Fox, John McEnery,Albert Finney, Jenny Runacre, Tom Conti, Alan Webb, Diana Quick, Arthur Dignam, Alun Armstrong, Liz Smith, Hugh Fraser, Pete Postlethwaite, Dave Hill, Gay Hamilton, Maurice Colbourne, Meg Wynn Owen, William Morgan Sheppard, Patricia Healy, William Hobbs, Christina Raines, Matthew Guinness, Neville Jason, Timothy Penrose, Anthony Douse, Richard Graydon, Tim Hardy, Michael Irving, Tony Matthew, Jason Scott, Luke Scott, Mary McLeod Titolo originale The Duellist. Avventura, Ratings: Kids+16, durata 101 min. – Gran Bretagna 1977.
Keith Carradine: Armand D’Hubert
Harvey Keitel: Gabriel Feraud
Albert Finney: Joseph Fouché
Edward Fox: Colonnello
Cristina Raines: Adele de Valmassic
Robert Stephens: Generale Treillard
Tom Conti: Dott. Joaquin
John McEnery: Cavaliere
Diana Quick: Laura
Alun Armstrong: Lacourbe
Maurice Colbourne: Tall Second
Gay Hamilton: Maid
Meg Wynn Owen: Léonie D’Hubert
Jenny Runacre: Madame de Lionne
Alan Webb: Cavaliere
Arthur Dignam: Capitano
William Morgan Sheppard: Maestro d’armi
Pete Postlethwaite: Barbiere
Liz Smith: Cartomante
Regia Ridley Scott
Soggetto Joseph Conrad
Sceneggiatura Gerald Vaughan-Hughes
Produttore Ivor Powell, David Puttnam
Fotografia Frank Tidy
Montaggio Pamela Power
Effetti speciali John Burgess
Musiche Howard Blake
Scenografia Peter J. Hampton
Costumi Tom Rand
Trucco Susan Barradell
L’opinione di Snaporaz68 dal sito http://www.filmtv.it
(…) Scott tralascia moralismi e sentimentalismi e si concentra sul modo di raccontare questa follia (dal racconto di Joseph Conrad “Il Duello”): i suoi giochi con la luce sono veramente magistrali (la sovraesposizione alla luce che fa da contrasto con le zone d’ombra, i punti di vista ribaltati) e gran parte delle scene del film sembrano quadri Caravvaggeschi. Alcuni esempi: le scene d’amore con i visi che emergono dal buio e il duello nel granaio con i fasci di luce che penetrano dalle aperture ai lati della scena. Da manuale di regia la scena del duello nella nebbia con Scott che si incaponisce (contro sceneggiatore e contro tutti) e ci mostra un Carradine tremante con i flashback della sua vita che scorrono quasi come un presagio. Altro colpo da maestro è il finale con questa napoleonica figura che si staglia in una visione dal’alto della grande vasta immensa stupidità umana e della grande vasta immensa caducità delle cose terrene. Il sole che a tratti fa capolino tra le nuvole su questa neonata consapevolezza non è un effetto digitale ma una tremenda botta di culo del regista britannico che si imbatte nel momento e nella giornata adatti per girare la scena conclusiva.
L’opinione di Joker1926 dal sito http://www.filmscoop.it
Il primo Ridley Scott viene da lontano, siamo negli anni settanta, la sua prima produzione è di matrice storica. Matrice che ritroveremo spesso e volentieri con questo cineasta.
“I duellanti” è quindi la prima firma su pellicola di un regista molto capace e assolutamente poliedrico, lo stile de “I duellanti” sembrerà essere, comunque, un po’ distante da ciò che saranno le altre produzioni, ma ci sono tutte le ragioni del mondo.
Scott con questo debutto non demerita però il prodotto del 1977 sembra essere una specie di ricordo storico della regia, una sorta di souvenir autentico. Oggigiorno assistere a “I duellanti” potrebbe appesantire chi guarda il tutto; ossia i ritmi sono bassissimi e la storia è una vera e propria forzatura, gli episodi si basano su un duello ripetitivo e quasi malato, ma al contempo abbastanza insensato.
Le grandi macchinazioni sono riservate per altre cose; tipo la scenografia e le ambientazioni che richiamano un mondo misterioso e di altri tempi, quasi fra il fiabesco e il gotico. La fotografia invece deve tutto alla sua scarsa nitidezza e alla suo sviluppo quasi artigianale, essendo alle volte quasi seppiata offre allo spettatore un ritratto d’autore. Diventa importante grazie alla sua miseria.
Per il resto è difficile oggi valutare in modo eccelso e sbalorditivo tale prodotto, come detto i tempi dell’azione viaggiano a velocità ridottissime e la costruzione della trama ha del teatro, cioè tutte le sequenze nascono e muoiono in funzione di questi fatidici duelli, ne sono sette. “I duellanti” in fondo avrebbe anche un’altra lettura, vuole essere una metafora e un richiamo, attraverso l’icona di Keitel di Napoleone Bonaparte, cioè l’ostinata ricerca della gloria che finisce in intermezzi e finali amari.
l’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com
Per essere all’epoca un debuttante, Scott è regista sorprendentemente maturo: non solo arreda gli ambienti, cesella le scenografie e varia i fasci di luce senza degenerare nel preziosismo, ma prediligendo sintesi ed ellissi ad inutili verbosità sa anche come sfuggire ai possibili rischi di monotonia indotti dalla scansione diacronica di uno stesso evento (il duello interminabile tra i due ufficiali). Nel confronto tra l’orgoglio pervicace di Keitel e la padronanza di sé e la ragionevolezza di Carradine si onora il pensiero di Conrad su storia, destino ed antagonismo umano.
L’opinione di Tarabas dal sito http://www.davinotti.com
“Napoleone, la cui vita fu un duello con tutta l’Europa, non vedeva di buon grado i duelli nel suo esercito”. Inizia così il racconto di Conrad. Come il racconto, il film è un esercizio di ambientazione storica perfetto, una versione avventurosa di Barry Lyndon alla cui estetica è ispirato. L’ironia di Conrad si perde, resta la potente raffigurazione di un’epoca e una storia che consente più di una lettura (allegoria della guerra, del dissidio tra ragione e istinto). Splendido cast, splendido finale con Keitel “trasfigurato” nell’esiliato Bonaparte.
L’opinione del sito http://www.cinemastino.wordpress.com
(…) Nessuno vorrebbe affrontare un duello lungo una vita, in cui non c’è nascondiglio che tenga per sfuggire al proprio sfidante. L’orgoglio, dopo anni e anni, si potrebbe trasformare in ostinazione, mania di persecuzione, capriccio, oppure venire sopraffatto dalla stanchezza, dal buon senso e dalla voglia di pace. L’unica certezza è che bisogna accettare la sfida e portarla a termine senza più rimandarla, a costo della vita. O dell’onore. Perchè spesso è più gratificante perdere la vita conservando l’onore, che continuare a esistere con l’orgoglio mutilato e un’incombenza ancora da compiere. È quello che probabilmente pensano Armand D’Hubert (Keith Carradine) e Gabriel Féraud (Harvey Keitel), due soldati pari in grado dell’esercito napoleonico. Una sottile e fondamentale differenza, però, li allontana e contemporaneamente continua a farli incontrare: il primo è conscio dell’assurdità della situazione in cui si trova; il secondo crede fermamente nella legittimità e nella dignità di quello che sta facendo. D’Hubert non riesce a sottrarsi al rito che lo oppone a Féraud, disposto a ucciderlo qualunque sia il pretesto. Quando l’uno avanza di grado e crede di essere al sicuro, anche l’altro progredisce e rivendica il diritto al confronto. È una rarità vedere i due personaggi nella stessa inquadratura senza che ci sia un duello, un’intimidazione, salvo la prima in cui i due s’incontrano e già si scontrano: D’Hubert ha l’ordine di arrestare Féraud, che ha sfidato a duello – ancora una volta – l’uomo sbagliato. È un animale, Féraud, proprio come l’autocisterna che in Duel (Steven Spielberg, 1971) insegue senza sosta e senza un perchè quell’automobilista, bersaglio meno cedevole di quanto egli stesso non si immaginasse. È un animale ed è credibile anche grazie all’interpretazione di Harvey Keitel, sbruffone costantemente crucciato e irascibile. (…)
L’opinione del sito http://www.scrivenny-dennyb.blogspot.it/
I duellanti è il primo film di Ridley Scott – regista di pellicole di culto quali Alien, Blade Runner, Il gladiatore, Thelma e Louise o del bellissimo American Gangster – che si aggiudicò il premio speciale della critica al Festival di Cannes quando presiedeva Roberto Rossellini (tanto per ricordare quanto i nostri grandi registi capiscano il talento di giovani e non ancora totalmente affermati colleghi, basti pensare anche a Bernardo Bertolucci che fu decisivo per l’assegnazione della Palma d’oro a Cuore selvaggio di David Lynch). Ciò che ho notato in questo film è l’attenzione particolare ai dettagli che ha avuto il regista nei confronti delle scene (che diventerà maniacale in Blade Runner), ispirate, a detta di Ridley Scott, a Barry Lindon. Quella che più mi viene in mente ritrae un uomo in una stanza seduto con la schiena sul letto, un flauto in una mano e uno spartito sul viso. Accanto a quest’ultimo un tavolinetto con delle pere in un vassoio e alcuni libri. Scommetto che i fogli sparsi sul pavimento, come tutto il resto della scenografia, sia stato posizionato dal regista stesso. Attenzione, eleganza, caparbietà fanno sì che questo film sia uno dei migliori esordi cinematografici di sempre.
«Napoleone I, la cui carriera ebbe il carattere di un duello contro l’Europa intera, disapprovava il duello fra gli ufficiali del suo esercito. Il grande imperatore militare non era uno smargiasso e aveva poco rispetto per la tradizione. Tuttavia, la storia di un duello, che divenne leggendario nell’esercito, percorre l’epopea delle guerre imperiali».
La famiglia
Subito dopo la prima metà degli anni ottanta il cinema italiano sembrava preda di una crisi irreversibile di identità.
Ormai solo i grandi registi del passato riuscivano ancora a proporre prodotti degni di menzione e sopratutto di una visione.
La concorrenza formidabile della tv domestica,dell’Home video (cassette ecc.) e la contemporanea crisi di disaffezione verso il cinema
di fatto svuotava le sale,che chiudevano ad un ritmo insostenibile.Eppure,in un quadro così desolante,il cinema di casa nostra riusciva a proporre
ogni tanto film di altissimo livello.
Nel 1987 Ettore Scola,uno dei registi più importanti del dopo guerra,presentò La famiglia,un film sceneggiato dallo stesso Scola con l’aiuto di esperti scrittori del grande schermo come Maccari,Scarpelli e Diana.
La pellicola,di ben 137 minuti di durata,racconta quella che a prima vista sembra una saga familiare,che abbraccia un arco temporale storico che va
dal primo decennio del novecento al 1986.
Una storia lunga ottant’anni quindi,vissuta dai numerosi protagonisti all’interno del luogo simbolo della società,quello dove si gioisce e si soffre,dove si ama e si costruisce,la base stessa della società civile,la famiglia.

Un grande appartamento,quasi sempre in penombra,vede sfilare genitori e figli,sorelle e nipoti,senza soluzione di continuità,mentre all’esterno la vita scorre con tutti i suoi accadimenti,che ovviamente hanno un riflesso sulla famiglia ma che in fondo restano marginali,funzionali solo alle storie personali di tutti i protagonisti,quasi che la famiglia stessa sia l’oasi in cui rifugiarsi e dimenticare tutte le pene gli affanni del quotidiano,un posto fuori dal tempo in cui tutti i protagonisti della storia recuperano in qualche modo la propria intimità,il proprio essere,prima come individuo che come essere meramente sociale.La famiglia si divide in nove sequenze temporali,grosso modo di un decennio circa.
Una delle invenzioni più importanti dell’ottocento,la fotografia,fa da muta testimone all’inizio della storia della famiglia in oggetto,della quale non conosciamo il cognome,così come non conosceremo il cognome di nessuno dei protagonisti.
E’ una foto ingiallita dal tempo,in cui le persone in posa guardano con occhio timido o sfrontato nell’obiettivo,con i loro vesti d’epoca ad esaltarne le figure ormai dimenticate quella che introduce le vicende della famiglia;raffigura il battesimo di Carlo,vero protagonista della storia,in braccio a suo nonno omonimo e accanto al padre Aristide,impiegato del ministero con qualche ambizione pittorica e sua madre Susanna,una tenera e scioccherella
cantante lirica.Ci sono le tre zitelle di casa,sorelle di Aristide; Luisa, Margherita e Millina pur essendo continuamente in competizione,sono legate da un affetto profondo che riverseranno sul resto della famiglia.

In ultimo,nella foto,c’è la domestica di casa con sua nipote Adelina.Altri personaggi meno importanti fanno parte della cerimonia del battesimo,ovvero il fratello di Aristide,il dottor Giordani,medico e amico di famiglia,il giovane fratello di Susanna e in ultimo la famiglia del fratello di Aristide.
Questa è la famiglia,nel 1907; dieci anni dopo ritroviamo Carlo ormai quasi adolescente con suo fratello Giulio,nato tre anni prima alle prese con un dilemma;sottrarre o no una banconota dal soprabito del dottor Giordani,accorso sul capezzale del nonno morente.
Con l’aiuto del cuginetto Enrico, i tre compiono il furtarello;che verrà scoperto casualmente dal padre,quando il dottor Giordani,privo di soldi,verrà fermato per non aver pagato il biglietto del tram.
Carlo,con dignità,si assumerà la responsabilità del suo gesto mentre Giulio confesserà solo involontariamente il furto;si capiscono quindi già le personalità future dei ragazzi,quella riflessiva e posata di Carlo,quella irrequieta di Giulio.
Mentre i famiglia ci sono questi screzi,piccole e grandi rivalità,amori mai nati come quello tra Millina e Giordani,il mondo affonda sempre più nella follia della guerra…
Terza parte,siamo nel 1926;Carlo, studente,da lezioni alla bella Beatrcie,che non gli nasconde le sue simpatie ,ma il giovane non ha occhi che per la seducente Adriana,sorella di Beatrice,ragazza spigliata ed indipendente.
Nel frattempo muore Aristide,Adriana comunica a Carlo di voler andar via dalla città destinazione Milano,per seguire un corso.Carlo cerca inutilmente di convincerla a restare, ma Adriana è gelosa della sua libertà e tra i due la relazione termina bruscamente.
Quarta parte,1938.Carlo si è sposato con la dolce Beatrice,insegna in un liceo e ha due figli,Paolino e Maddalena.

L’Italia è nel pieno della dittatura fascista;Giulio ha più di una simpatia per le idee del regime e intende partecipare alle guerre coloniali,nonostante la ferma e preoccupata reazione della giovane Adelina,che da tempo è la sua compagna.Carlo invece non condivide affatto
le idee del fratello,pur evitando di prendere pubblicamente posizione.Anche Adriana intanto ha avuto le sue affermazioni,è una stimata concertista,vive a Parigi .
Quinta parte,1947.La guerra è finita,Giulio torna a casa ma non è più lui;è un uomo depresso,stanco,distrutto nel fisico e nella mente.
Una sera capita a casa di Carlo Adriana con Jean Luc,il maturo fidanzato francese.In un impeto di gelosia,Carlo lo offende pesantemente,suscitando lo sdegno di Beatrice.Nel frattempo arriva a casa di Carlo la sempre fedele Adelina,che sopravvive facendo la borsa nera,per
incontrare l’amore della sua vita,Giulio.
Sesta parte,1956.Millina è morta,Giulio e Adelina si sono sposati e hanno adottato una bambina.Carlo è a casa,da solo;arriva Adriana in visita e Carlo scopre di desiderarla ancora.Ma Adriana rifiuta una relazione,per non ferire sua sorella.Luisa, Margherita e Susanna sono ormai
troppo anziane e affette da problemi di demenza senile.Non le vedremo più.
Settima parte,1966.Maddalena,figlia di Carlo e Beatrice ha deciso di lasciare suo marito perchè innamorata di un altro uomo.Anche Paolino ha una relazione con una donna separata e con due figli.
Ottava parte,1976.Carlo è rimasto solo,la fedele e dolce Beatrice è morta.Adriana gli rivela che sapeva tutto della loro relazione,ma che aveva sempre fatto finta di nulla,preoccupata per l’unità della famiglia.
Paolino ha sposato la donna separata,Marika, mentre Carlo ormai è quasi sempre solo,nella casa affollata da fantasmi.
Nona parte.Tempi attuali.E’ l’ottantesimo compleanno di Carlo e arrivano vecchie e nuove generazioni per festeggiare l’ottuagenario patriarca.
Una foto di gruppo chiude il film.
In ottanta anni di storia personaggi di tutti i tipi hanno frequentato la casa,legati o no da vincoli familiari;la casa è stata un porto di mare ma anche un rifugio,il mondo esterno,le due guerre,i dopoguerra,le ricostruzioni,il boom economico,il terrorismo hanno avuto un impatto sulle vite di tutti
ma non all’interno della famiglia.Così come nella casa sono man mano comparsi i simboli del progresso sociale,dalla radio fino alla tv,ma sono cose marginali.
Quello che conta è la famiglia,il suo ruolo fondamentale in una società che evolve ma che resta un’ancora di sicurezza,una barriera.
Scola ricostruisce tutto il percorso narrativo con momenti poetici e altri drammatici,con futilità e al tempo stesso con una profondità davvero impressionante.
Non era facile girare tre ore di pellicola in un interno,ma Scola utilizza tanti personaggi pieni di sfumature,di vitalità con pregi e difetti da far dimenticare l’ambientazione sicuramente claustrofobica.
Un linguaggio meta cinematografico fatto di sguardi,di piccole storie,di “fatterelli”,di piccole e grandi tragedie;un romanzo per immagini che scorre sublimando la scrittura in immagini di grande effetto.

Per girare una pellicola così complessa il regista si affida al meglio del cinema italiano,ad attori di consolidata bravura e espressività.
A partire da un intenso Vittorio Gassman passando per Stefania Sandrelli,i Dapporto padre e figlio (scelta felicissima);come non segnalare la bravissima Ottavia Piccolo,Joe Champa,Monica Scattini,Renzo Palmer,Fanny Ardant,il cameo di Philippe Noiret,e poi ancora Athina Cenci,Sergio Castellitto,Andrea Occhipinti…
Un cast memorabile per resa qualitativa,dove nessuno sbaglia un passaggio,un personaggio.
Accolto con gran favore dalla critica e dal pubblico,La famiglia ebbe anche la candidatura all’Oscar come miglior film straniero;ma era l’anno di L’ultimo imperatore,che aveva trionfato portando via 9 statuette su 9 nomination,sperare che un film italiano potesse portar via un altro premio importante era davvero cosa impossibile.
Peraltro a vincere l’Oscar fu un film bellissimo,Il pranzo di Babette di Gabriel Axel;si pensi che a concorrere quell’anno c’era in concorso Arrivederci ragazzi di Louis Malle…
6 David di Donatello,6 Nastri d’argento e 12 Ciak d’oro furono il giusto tributo ad un film bello ed intenso;va aggiunta anche la nomination alla Palma d’oro di Cannes e 2 Globi d’oro.
Il film è disponibile in una versione molto buona all’indirizzo http://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-5eb228ac-249c-4a2b-a62f-dc56bee330ba.html
Un film di Ettore Scola. Con Vittorio Gassman, Stefania Sandrelli, Fanny Ardant, Ottavia Piccolo, Cecilia Dazzi, Massimo Dapporto,
Athina Cenci, Carlo Dapporto, Philippe Noiret, Alessandra Panelli, Monica Scattini, Sergio Castellitto, Renzo Palmer,
Ricky Tognazzi, Barbara Scoppa, Andrea Occhipinti, Dagmar Lassander, Memè Perlini, Fabrizio Cerusico, Jo Champa,
Giuseppe Cederna, Massimo Venturiello, Paola Agosti, Toni De Leo, Alberto Gimignani, Silvana De Santis, Hania Kochansky,
Jacques Peyrac, Alessandra Zoppi, Francesca Balletta, Jo Campa, Andrea Livier Aronovich, Raffaela Davi Drammatico,
durata 127 min. -Italia 1987
Vittorio Gassman: Carlo uomo; nonno di Carlo
Andrea Occhipinti: Carlo ragazzo
Emanuele Lamaro: Carlo bambino
Cecilia Dazzi: Beatrice ragazza
Stefania Sandrelli: Beatrice
Jo Champa: Adriana ragazza
Fanny Ardant: Adriana adulta
Joska Versari: Giulio bambino
Alberto Gimignani: Giulio ragazzo
Massimo Dapporto: Giulio uomo
Carlo Dapporto: Giulio anziano
Ilaria Stuppia: Adelina ragazza
Ottavia Piccolo: Adelina adulta
Athina Cenci: Zia Margherita
Alessandra Panelli: Zia Luisa
Monica Scattini: Zia Ornella; Millina
Marco Vivio: Carletto bambino
Sergio Castellitto: Carletto uomo
Fabrizio Cerusico: Paolino ragazzo
Ricky Tognazzi: Paolino uomo
Philippe Noiret: Jean Luc
Renzo Palmer: Zio Nicola
Massimo Venturiello: Armando
Giuseppe Cederna: Enrico
Barbara Scoppa: Maddalena
Memè Perlini: Aristide
Dagmar Lassander: Marika
Andrea Livier Aronovich: Marina
Consuelo Pascali: Adelina bambina
Rafaela Davì: Portiera del palazzo
Regia Ettore Scola
Soggetto Ruggero Maccari, Furio Scarpelli, Ettore Scola
Sceneggiatura Ruggero Maccari, Furio Scarpelli, Ettore Scola, Graziano Diana
Produttore Franco Committeri per Mass Film – RAI – Les Film Ariane
Distribuzione (Italia) UIP
Fotografia Ricardo Aronovich
Montaggio Francesco Malvestito, Ettore Scola
Musiche Armando Trovajoli
Scenografia Cinzia Lo Fazio, Luciano Ricceri
L’amore è come la tosse, non si può nascondere
Ci sei poi andato a quella riunione con i compagni socialisti? Sì, ma ho litigato con tutti. Tu litighi sempre con quelli che la pensano come te.
Forse dovresti metterti con quelli che la pensano diversamente.
Il momento più bello delle feste è quando si resta soli a sparlare.
Ai figli che non danno pensieri, si dedicano pochi pensieri!
A cosa pensi?
E chi pensa? All’età mia non si pensa più: solo ricordi.
Che retorica, proprio da vecchietto… E come sarebbero questi ricordi? Belli?
No, quelli sono i peggiori: che ti fanno dire “era meglio prima”, una frase che non bisogna dire mai. No, tutto sommato i migliori sono i ricordi brutti.
E così ho compiuto ottant’anni. Sono molti? Sono pochi? Pare che sia l’età più bella…
Come stai, zietto?
Quando mi sento meglio, mi sento peggio.
L’assoluto naturale
Un aggettivo qualificante per indicare L’assoluto naturale:estenuante.
Un film ridotto da una piece teatrale di Goffredo Parise e diretto da Mauro Bolognini che non sembra affatto opera del regista di Pistoia,ma non solo.
Un film che arriva prima di tre grandi successi popolari del decennio settanta,Metello,Bubu e Imputazione di omicidio per uno studente e che rappresenta un’opera presso che unica nella produzione del Maestro toscano.
Opera controversa,che cerca di parlare d’amore stravolgendo i ruoli tipici del rapporto amoroso e che si trasforma nel corso dello svolgimento del film
in un irrisolto confronto a due,verboso e a tratti noiosissimo dialogo tra due posizioni inconciliabili.
Che sono quelle tra Peter,studioso inglese in vacanza in Italia e Elle,bella,ricca e viziatissima signora delle borghesia medio/alta.
I due si incontrano,si amano (o meglio si accoppiano per usare un’espressione cara alla donna) ma alla fine si lasciano incapaci di mediare le mille sfumature del sentimento più complesso,irriducibili nelle loro posizioni.
Peter ha una concezione dell’amore romantica,poetica;parte dal presupposto che amare sia la cosa più importante,considera proprio l’amore la sublimazione del proprio essere,dei propri sentimenti.

Ella è molto più pragmatica,quasi gelida nelle sue convinzioni;l’amore non esiste,è fatto solo da attrazione fisica,è solo soddisfazione del proprio istinto,è un “accoppiamento“,quindi è appagamento dei sensi e non prevede altri coinvolgimenti se non quello del corpo.
Le due posizioni sono inconciliabili e difatti ben presto le differenze tra i due esplodono in una serie di tentativi,da parte della donna di mostrare al romantico inglese l’altra faccia dell’amore.
Ella si concede a due uomini sotto gli occhi di lui,ferendolo dolorosamente,ne distrugge un opera scritta di stampo prettamente romantico,a simboleggiare l’inutile attaccamento di lui ad un sentimento inesistente e infine gli fa conoscere la sua famiglia,amorale e depravata.
A questo punto finalmente Peter apre gli occhi e decide di troncare il suo inutile rapporto con la donna,dalla quale non può ricavare altro che momenti di appagamento fisico senza nessun futuro.
Finirà in tragedia…
Nel romanzo Parise fa dire ad Ella “Questo è il senso. Me l’hai anche dimostrato e del resto te l’ho dimostrato io stessa, con la mia lunga, struggente confessione anatomica. E tu con le tue metafore. Dicendo che ami i miei capelli perché metaforici mi hai tradito. E io per amore, per vero amore e oscuramento di tutto, della realtà, ho creduto…ho creduto…ma perché? Perché?…
Posso io vivere, amare, fondere il mio corpo con il tuo in mezzo a una selva di metafore? Posso io dividere il mio amore per te con mille e mille immagini che affollano il mio letto, la mia mente e soprattutto la tua mente da cui escono come nugoli di nere farfalle: presenze ideali, poetiche, come tu le chiami, che io non so vedere, toccare, cacciare, ma devo solo subire?”
Una posizione netta e inequivocabile quella di Ella che si scontra frontalmente con la filosofia morbida e sentimentale dell’uomo e che produce,nel corso del film,un’estenuante corsa a dialoghi spesso pretenziosi tra i due,spesso fini a se stessi e che mettono a dura prova la pazienza dello spettatore.
L’amore,considerato probabilmente l’unico sentimento umano fuori da qualsiasi contestazione finisce qui per diventare materia di scontro tra due visioni antitetiche con un cambio di ruoli decisamente netto;non è la donna ad essere sentimentale
e traboccante amore,bensì l’uomo;la donna rivendica un suo ruolo ben preciso,rivendica il diritto ad avere l’appagamento dei propri sensi e del proprio corpo mentre l’uomo rivendica il diritto ai sentimenti.
Un ribaltamento di posizioni che nel film si traduce in un linguaggio espressivo a tratti insopportabile nella sua pretenziosità.
L’assoluto naturale è uno di quei film pesantemente datati figli “naturali” di un’epoca storica ricca di contraddizioni,dibattiti su tutto e tutti,un’epoca nella quale si tentava di rimettere in discussione ruoli e punti fermi.
Solo che in questo caso il ribaltamento dei ruoli ha risultati quasi comici,mentre la storia stessa alla fine sfianca e rimane sostanzialmente irrisolta.
Come aveva avvertito Parise,”“L’assoluto naturale” è consigliabile a tutti coloro che hanno avuto modo di discutere con qualcuno, e soprattutto con sé stessi, sul tema “che cos’è l’amore?”, ma in particolare a chi quasi gode nel cavillare su tale questione insolubile. Scritto in forma dialogica, con evidente possibilità di trasposizione teatrale, il testo è un’ironica indagine svolta da un uomo e una donna,
i quali dichiarano di amarsi ma lo fanno partendo da presupposti opposti. Ciascun lettore potrà riconoscersi maggiormente nelle tesi dell’uno o dell’altro, o ancora in un miscuglio delle diverse opinioni, com’è più logico che sia. La scelta di assegnare all’uomo e alla donna determinati ruoli, non è, almeno a mio avviso, così decisiva, nel senso che potrebbero benissimo recitare le stesse battute a parti invertite (questo perché ritengo la divisione in generi alquanto banalizzante, soprattutto quando si afferma che “tutti gli uomini sono…” o “tutte le donne sono…”).

L’ironia agognata da Parise resta meramente sulla carta:nel film è completamente assente,metabolizzata da dialoghi a tratti surreali.
La Koscina,interprete del ruolo di Ella,si concede qualche nudo assolutamente in anticipo sui tempi sfidando la censura;per il resto si limita a sfoggiare dei brutti occhialoni in stile fanali molto in voga in quel periodo e gli arredamenti risentono di un periodo di profonda trasformazione del design.
Per il resto ben poco da segnalare se non la discreta colonna sonora firmata da Ennio Morricone.
Oggi un’opera del genere non avrebbe nessun finanziatore e meno che mai spettatori.
E’ passata,irrimediabilmente,l’epoca delle disquisizioni filosofiche sul sesso degli angeli.
Dopo quasi cinquant’anni di assoluto oblio,il film è stato recuperato dal Centro sperimentale di cinematografia ed è oggi presente in rete,su You tube,in una versione accettabile all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=EQy7VkqT70w
L’assoluto naturale
Un film di Mauro Bolognini. Con Laurence Harvey, Sylva Koscina, Isa Miranda, Guido Mannari, Felicity Mason Drammatico, durata 90 min. – Italia 1969.
Laurence Harvey: Lui
Sylva Koscina: Lei
Isa Miranda: Madre
Felicity Mason: Zia
Isabella Cini: Nonna
Nella Tessieri-Frediani: Bisnonna
Amalia Carrara: Bis-bisnonna
Franca Sciutto: Ragazza nell’incidente
Guido Mannari: primo meccanico
Giorgio Tavaroli: secondo meccanico
Vanni Castellani: veterinario
Regia Mauro Bolognini
Soggetto Goffredo Parise
Sceneggiatura Mauro Bolognini, Ottavio Jemma, Vittorio Schiraldi
Produttore Laurence Harvey
Casa di produzione Cinecenta, Tirenia
Distribuzione (Italia) Cineriz
Fotografia Ennio Guarnieri
Montaggio Giovanni Baragli
Costumi Vanni Castellani
Così bella così dolce
Un foulard bianco fluttua nell’aria,plana dolcemente al suolo.
Uno stridente contrasto con il corpo steso sull’asfalto,coperto di sangue,attorno al quale si è radunata una piccola folla.
Il corpo della donna viene pietosamente composto a casa sua,vegliato dalla cameriera e dal marito ,che accanto al suo cadavere ricostruisce in flash back l’inizio della loro tormentata storia.
Luc (ma il nome non viene mai pronunciato) ha lasciato un tranquillo posto in banca,insoddisfatto,e ha scelto di aprire un banco dei pegni;qui un giorno arriva una sedicenne bella e timida,Elle,che per continuare gli studi è costretta ad impegnare le poche cose di valore che possiede.
L’ha sposata,e la donna,dolce e remissiva,si è lasciata intrappolare in un matrimonio che assomiglia tanto,troppo ad una gabbia dorata.
Lui ha immediatamente mostrato un lato del carattere di difficile intuizione per la sedicenne timida e disarmata;ha iniziato a comportarsi con lei come un Pigmalione al contrario,frustrandola e castrandola in tutte le sue iniziative,impedendole di crescere come naturalmente dovrebbe essere,finendo in pratica per tiranneggiarne la figura bel oltre il plagio psicologico.

Che diventa anche fisico.
La ragazza diviene una figura da plasmare secondo le dispotiche voglie del marito,che le impedisce in pratica anche i contatti fisici con l’esterno;quando la ragazza stringe un legame di sincera amicizia con un giovane sconosciuto,la gelosia di Luc trasforma il rapporto di coppia in tirannia.
La ragazza si ammala,il marito forse capisce di essersi spinto troppo in avanti e promette di cambiare.
La propone un viaggio,che non avverrà mai.
La ragazza,infatti,sceglie di porre termine alla sua vita.
Tratto dalla novella breve di Dostojevski “La mite“il film,,intitolato in Francia Une femme douce,Una ragazza dolce è diretto da Robert Bresson esce sugli schermi transalpini nel 1969, ma arriverà con colpevole ritardo solo nel 1972 in Italia,finendo per essere considerata un’opera minore del grandissimo maestro di Bromont-Lamothe.
Invece il nono lungometraggio di Bresson,il primo a colori della sua carriera,è opera matura e disperata,intrisa di un pessimismo cosmico che avvicina ancor più il Maestro al capolavoro esistenzialista del 1977,quel Il diavolo probabilmente summa teorica e pratica del pensiero elaborato del Maestro,opera che diventa il compendio di una filosofia ormai nichilista e senza speranza per le cose umane.
L’incontro di Bresson con Dostojevski non poteva essere più felice;divisi da due forme di comunicazione dissimili,da epoche di vita distanti (Feodor Dostojevski muore nel 1881,Bresson nasce nel 1901) i due si incontrano su un tema complesso,in una storia di disperazione che è tra le più dirompenti della storia della letteratura.

Se nel romanzo Dostojevski mostra la figura di Luc come quella di un uomo dalla fanciullezza travagliata,che ha finito per prendersi una rivincita trasformandosi in un essere quasi vuoto,privo di pietà,duro e inflessibile, Bresson ne mutua la figura e grazie all’immagine in movimento trasferisce negli sguardi e nel comportamento dell’uomo tutta la durezza acquisita dallo stesso nel corso della vita.
Lei invece è una donna tranquilla,”mite” come recita il titolo del romanzo;ha però carattere,è una donna sincera,accetta di sposare l’uomo che la corteggia ma finirà per commettere un tragico errore.
Non è un rapporto di coppia paritario,quello che si viene a creare tra la coppia.
Quasi voglia diventarne il padrone assoluto,della mente e del corpo,Luc tiranneggia la donna,impedendole di crescere,come legittimamente la donna si aspetterebbe.
Ha la pretesa di plasmarla a sua immagine e somiglianza,di annullarne la volontà,di diventare padrone del suo corpo e dei suoi pensieri.
Lei non lo ama,lo si capisce poco alla volta.
E’ delusa profondamente da un uomo che mostra ad ogni passo di essere arido.

E nonostante il passo finale del tentativo,invero goffo,di riconquistare l’affetto della moglie,il film muove lentamente verso il finale che conosciamo.
Dolorsamente,Luc mette in gioco se stesso,si tormenta e si interroga sul gesto disperato della moglie,senza però arrivare a coglierne l’intima essenza;un uomo egoista come può comprendere i segreti tormenti di una giovane donna che ha visto la sua esistenza tramutarsi in quella di un uccellino rinchiuso in una gabbia dorata?
Rigoroso e gelido,il film mostra attraverso il flash back gli errori fatali di valutazione di Luc in violenta contrapposizione con l’anima candida di lei.
Una donna che rifiuta un ruolo subalterno,scegliendo attraverso la morte una libertà assoluta,fuori dalle catene e dalla prigione di un amore che amore non è e non è mai stato.
Esordio con il botto per la bellissima Dominique Sanda,destinata in breve tempo ad una folgorante carriera,almeno relatvamente al decennio settanta.
Il suo volto angelico,dolce esprime compiutamente la figura di Ella,donna tormentata da un rapporto quasi sadico con un coniuge manipolatore;per tutto i film la Sanda mantiene un’aria di candore assolutamente impeccabile,mentre di buon livello è Guy Frangin nel ruolo del marito.
Bene tutto i resto,assolutamente impeccabile.
Il film è di difficilissima reperibilità e non mi risulta una sua edizione italiana in digitale.
Così bella così dolce
Un film di Robert Bresson. Con Dominique Sanda, Guy Frangin, Jane Lobre Titolo originale Une femme douce. Drammatico, b/n durata 105 min. – Francia 1969
Dominique Sanda: Elle
Guy Frangin: Luc
Jeanne Lobre: Anna
Claude Ollier: Il medico
Jacques Kébadian: Il dragamine
Gilles Sandier: Il sindaco
Regia Robert Bresson
Soggetto Fëdor Dostoevskij
Sceneggiatura Robert Bresson
Fotografia Ghislain Cloquet
Montaggio Raymond Lamy
Musiche Jean Wiener
Scenografia Pierre Charbonnier
«Dite le vostre battute a fior di labbra, come ve le ho recitate io, se le urlate come fanno tanti nostri attori, preferirei affidare i miei testi al banditore…
Nel torrente, nel vortice, nell’uragano delle passioni occorre sempre ottenere persino una certa dolcezza»
«Gettai acqua fredda su quell’ebbrezza»
«Sai, Anna, cosa significa soffrire, quando si sta con una donna così bella, così dolce»
“Quando si ha un grandissimo dolore, dopo i primi accessi più violenti, si vuole sempre dormire. Si dice che i condannati a morte abbiano un sonno straordinariamente profondo durante l’ultima notte. Si, dev’essere proprio così, lo esige la natura stessa, altrimenti le forze non basterebbero.”
“Lei avvampò di nuovo dopo aver sentito quel “per voi”, ma non replicò nulla, non buttò i soldi, li prese – ecco cosa vuol dire miseria! Ma come era avvampata! Compresi di averla ferita.”
“Allora compresi che era buona e mite. Le persone buone e miti non si oppongono a lungo e, anche se non subito,
diventano poi molto comunicative, non sanno evitare una conversazione: rispondono prima a monosillabi,
ma rispondono e rispondono sempre più facilmente, solo non bisogna scoraggiarsi se ci si tiene tanto alla conversazione”
“Sapete quanto può essere inebriante il pensiero, quando non esiste più il dubbio.”
“Vedete: la gioventù, la buona gioventù, è generosa e irruente, ma poco tollerante, e appena qualcosa non corrisponde al suo ideale, lo disprezza subito.”
“…e del resto accade spesso che qualcosa di elevato per voi, che voi considerate sacro e degno di venerazione, allo stesso tempo
sembri grottesco per qualche ragione alla massa dei vostri compagni.”
Il seme dell’uomo
Uomini, donne e bambini dagli sguardi tristi sfilano sullo schermo di un bianco e nero abbacinante.
Poi, fulmineamente, tutto cambia.
Una ragazza eterea, che stringe tra le braccia un pupazzo dagli occhi chiusi,annuncia da quella che scopriremo essere una rete tv,
che “un segnale di questo colore (un giallo smunto ndr.) significa che la zona è infetta. Giallo uguale peste”
La scena cambia.Siamo in un autogrill,tutti mangiano,silenziosi e indifferenti,l’unica a mostrare qualche segno di reazione è una ragazza,che siede ad un tavolo con un giovane.
Quasi guardassimo un quadro di Hopper ,con figure inanimate,immobili o comunque scarsamente reattive,veniamo introdotti in un film distruttivo,nichilista,un autentico colpo di maglio alla speranza e all’umanità,alla gioia e al futuro.

Il seme dell’uomo è il film più duro e senza mediazioni di Marco Ferreri; se si guarda ai vari messaggi,spesso simbolistici contenuti in quest’opera,datata 1969,ci si rende conto del messaggio dirompente lanciato da Ferreri in un momento storico davvero particolare.
I temi toccati sono diversi, e vanno dalla critica ferocissima alla società dei consumi all’inutilità del dialogo fra sessi alla stessa mancanza di utile per il frutto dell’amore fra uomo e donna,la progenie.
Un film di siffatta specie non poteva passare inosservato e difatti sollevò un vespaio di critiche.
Ma ancora una volta,come spesso accaduto con opere controverse,i critici più spietati non capirono la forza dirompente del messaggio in bottiglia lanciato da Ferreri;fermandosi all’epidermide,si limitarono a massacrare una filosofia nichilista a loro modo di vedere ripugnante.
Eppure sarebbe bastato guardare il film con gli occhi della mente,lasciarsi condurre nel viaggio senza speranza di Ferreri per capire che i temi anticipati dal geniale regista erano anche un campanello d’allarme,doloroso e al tempo stesso necessario.
Tornando alla descrizione del film,mentre la gente è intenta a mangiare,sullo schermo si vedono immagini di distruzione,che una lugubre voce commenta anticipando quello che da li a poco accadrà realmente.

Ancora bianco nero,ancora angoscia mescolata al gelido colore.
I due giovani,a bordo di una splendida dune buggy entrano in una galleria,mentre attorno c’è un trionfo di colori e mentre una canzoncina li accompagna;quando usciranno nulla sarà come prima.
Un autobus disseminato di morti,tutti bambini,da le dimensioni di quello che è stato annunciato dalla Tv; non c’è stato tempo di vedere nulla,quasi che i due compagni di viaggio avessero imboccato un tunnel temporale,spettatori e protagonisti si trovano catapultati in un mondo diametralmente opposto a quello conosciuto.
Inizia un viaggio angoscioso,ben diverso da quello quasi idilliaco di pochi minuti prima.
I due si rifugiano in una casupola in riva al mare;non hanno ben capito cosa è successo al mondo conosciuto,ma confusamente immaginano,grazie anche alla tv che ossessivamente mostra immagini di distruzione,che nulla è più come prima.
I contatti con l’umanità superstite si limitano a persone che casualmente capitano nel loro rifugio;ma a sconvolgere l’equilibrio tra i due è una misteriosa straniera che il giovane incontra vicino una balena spiaggiata.
Con lei ha un rapporto sessuale,che porta la compagna ad ucciderla.
Ritornati ad essere soli,tra i due iniziano ad emergere problemi esistenziali.
Lui vorrebbe avere un figlio,dare una speranza all’umanità,lei no.
Sarà con l’inganno che il giovane riuscirà a metterla incinta.

“Il seme dell’uomo è germogliato.Ho seminato.Tutti i figli.I figli dei figli.Diecimila milioni di figli.“,urla il giovane.
Ma una beffarda esplosione cancella le sue grida di gioia…
Opera complessa,allegorica,carica di simboli non sempre di facile decrittazione e lettura,Il seme dell’uomo ha tantissimo fascino ma è anche
molto disuguale.
Ad una prima parte affascinante per il rigore con cui è girata se ne aggiunge una seconda che si avvita su se stessa,con l’arrivo di uno strano personaggio con il suo gruppo che propone delle unioni sessuali per ripopolare il mondo,mentre la terza,scandita dall’arrivo della misteriosa straniera uccisa a bastonate dalla ragazza è sicuramente quella più riuscita e disperata,
perchè introduce ad un finale beffardo che culmina con l’esplosione che cancella le risa del giovane e la disperazione della donna.
In mezzo anche la difficoltà di comunicazione tra i due sessi,lui che esprime comunque fiducia e voglia di andare avanti mentre lei è quasi rassegnata ad una fine inevitabile,e molto altro ancora, con immagini allegoriche come la balena spiaggiata,i vari simboli della società del consumismo sparsi qua e là (il mangiadischi,la macchina per scrivere ecc.) tanti pregi,qualche difetto.

Il linguaggio meta cinematografico di Ferreri colpisce nel segno,e questo è quanto il regista si proponeva.
I totem della civiltà dei consumi,votati all’annientamento sono tra i principali bersagli di tutta la cinematografia del regista.
Che in seguito diverrà più complesso e strutturato in maniera dissimile.
Il seme dell’uomo non raggiunge la cupezza stilistica,la cattiveria e la rigorosità di Dillinger è morto ma è opera degna di rilievo.
Unico grande neo la recitazione; assolutamente inadeguato,anzi,da dimenticare l’inespressivo e quasi tonto (cinematograficamente parlando) Marco Margine,con una barba da sacerdote francescano che ne amplifica l’assoluta incapacità attoriale,mentre sufficiente è Anne Wiazemsky,reduce da altri film di grande spessore come Au hasard Balthazar di Bresson,Teorema e Porcile di Pasolini.
Di ben altro calibro è Annie Girardot,che spicca tra gli attori come una rosa nel deserto.
Bella la fotografia;vi segnalo la presenza del film su You tube all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=dDksTQcc6kk&t=3382s
in una versione digitale molto curata.
Un film di Marco Ferreri. Con Annie Girardot, Anne Wiazemsky, Marco Margine, Marco Ferreri, Angela Pagano,
Rada Rassimov, Mario Bagnato, Milvia Frosini, Maria Teresa Piaggio, Adriano Aprà, Vittorio Armentano, Sergio Giussani,
Luciano Odorisio Drammatico, durata 113 min. – Italia 1969
Anne Wiazemsky: Dora
Marco Margine: Cino
Annie Girardot: donna straniera
Rada Rassimov: la donna bionda a seguito del Maggiore
Maria Teresa Piaggio: la donna riccia a seguito del Maggiore
Milvia Frosini: il prete
Angela Pagano:
Adriano Aprà: il giornalista televisivo
Mario Vulpiani: il maggiore elicotterista
Vittorio Armentano: il tecnico/scienziato bruno
Sergio Gussani:l’elicotterista con la bottiglia di whisky
Mario Bagnato:il militare spagnolo
Luciano Odorisio:il tecnico/scienziato biondo
Regia Marco Ferreri
Soggetto Marco Ferreri
Sceneggiatura Marco Ferreri e Sergio Bazzini
Casa di produzione Polifilm
Distribuzione (Italia) Cineriz
Fotografia Mario Vulpiani
Montaggio Enzo Micarelli
Musiche Teo Usuelli, Richard Teitelbaum
Scenografia Luciana Vedovelli Levi
Costumi Lina Nerli Taviani
Trucco Alfonso Gola
Il Dvd del film è disponibile online anche su IBS dal 4 dicembre 2012
Produzione CG Entertainment
Formato digitale video PAL – Area 2
9 Singola faccia, doppio strato
Formato schermo: 1,66:1
Lingua italiano, Dolby Digital 2.0 – stereo
Prezzo: 6,49 euro
Il poliziotto è marcio
Conclusa la trilogia del “milieu” nel 1973 con Il boss, che aveva preceduto La mala ordina e Milano calibro 9,
Fernando Di Leo gira nel 1974 Il poliziotto è marcio.
Anche questa volta lo stampo è nettamente più noir che poliziesco,con un titolo che anticipa un altro anti eroe,
il commissario Domenico Malacarne, il quale già nel cognome indica un personaggio agli antipodi del poliziotto senza macchia e
senza paura che generalmente era il protagonista della infinita serie dei poliziotteschi, genere cinematografico
di stampo tutto italiano nato all’ombra dei grandi polizieschi americani.
Malacarne è un corrotto, un poliziotto che intasca tangenti facendo finta di non vedere il traffico di caffè o di sigarette
che avviene praticamente sotto i suoi occhi.
Non accetta la droga, le armi, ma resta un personaggio negativo,diametralmente opposto alla figura nobile di suo padre, un maresciallo adamantino, onesto, vero contraltare alla morale abietta di suo figlio.

Di Leo rovescia in qualche modo lo stereotipo del poliziotto buono e bravo,spesso vittima del suo dovere o osteggiato dai superiori,colpito negli affetti dalla malavita. Malacarne non è un eroe. Anzi, è un esponente della legge che intasca pure 50 milioni all’anno per non fare il suo dovere.
Il poliziotto è marcio è un’opera ancora più cinica e nera di quelle che il regista pugliese ci ha abituato a vedere.
Certo non la sua opera migliore,ma un altro tassello in una cinematografia da primo della classe che include non solo la trilogia del milieu,ma opere di ottima fattura come I ragazzi del massacro,La seduzione,I padroni della città o Avere vent’anni.
Pellicola cinica e lucida,dicevo.
Un inizio teso,secco.
In un capannone alcune persone parlano di un traffico di sigarette di contrabbando;gli uomini di Pascal,boss dei traffici illeciti,irrompono e massacrano di botte i rivali,sparando alla fine nelle gambe dei malcapitati.
Entra in scena il commissario Malacarne che sventa una rapina,nella quale resta ucciso un orefice e che dopo un inseguimento mozzafiato riesce ad arrestare il bandito fuggiasco.

Sono passati poco più di 15 minuti,il film sembra lanciato verso un’escalation di violenza senza precedenti;in realtà Di leo da quel momento punta direttamente su Malacarne,mostrandolo alle prese con la sua equivoca doppia vita di poliziotto marcio.
In un sussulto di dignità,Malacarne rifiuta ancora una volta di chiudere gli occhi su un traffico di armi ed è l’inizio della sua fine;
il primo degli innocenti a pagare è l’anziano Serafino,testimone inconsapevole delle attività losche della banda,seguito poi
dall’integerrimo padre del commissario e infine dalla sventurata Sandra,la donna di Malacarne.
Domenico scatena una guerra senza quartiere contro la banda e giunge ad uccidere Pascal,il capo prima di cadere a sua volta
sotto i colpi dei superstiti,guidati dal suo ex amico e collega Pietro Garrito…
Finale drammatico,come del resto tutto il film,sceneggiato da Sergio Donati che in precedenza aveva lavorato a film del calibro di C’era una volta il West e Giù la testa.
Di Leo tratteggia un film tutto teso ad un nero assoluto;non ci sono personaggi positivi,fatta eccezione per il papà di Domenico e di Sandra,la sua donna, mentre i cattivi lo sono in modo assoluto.
Spietati,cinici e ovviamente assassini.
Uno alla volta i buoni periscono.

Moriranno anche i “cattivi”,in un olocausto finale dal quale però esce vittorioso un altro corrotto,che sarà evidentemente
un trait d’union con Malacarne.
Pietro Garritto,poliziotto colluso come Domenico con la malavita,sarà il vero vincitore,perchè si libererà da un pericoloso rivale e al tempo stesso potrà così continuare i suoi loschi traffici.
Prodotto di ottimo livello,come del resto la quasi totale produzione di Di Leo;che utilizza anche un cast di assoluto valore,fra i quali spiccano nomi come quello di Salvo Randone,che nobilita in modo impareggiabile una figura dolente e dignitosa come quella dell’onesto maresciallo alle soglie della pensione che adora e stima il proprio figlio, il quale in realtà è un’anima dannata.
Ancora,ottima la Boccardo,deliziosa e candida nella parte di Sandra,dell’appena sufficiente Luc Merenda,del solito Vittorio Caprioli,un’autentica sicurezza,di Raymond Pellegrin e di Richard Conte.

Le musiche sono di Luis Enriquez Bacalov che arrangerà molti lavori di Di Leo fino a Vacanze per un massacro.
Un film di sicuro effetto,godibile per tutta la sua durata,disponibile su You tube all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=3jgXhZWtnvY
Il poliziotto è marcio
Un film di Fernando Di Leo. Con Luc Merenda, Vittorio Caprioli, Richard Conte, Raymond Pellegrin, Delia Boccardo, Gianni Santuccio, Salvo Randone, Loris Bazzocchi, Rosario Borelli, Marisa Traversi, Salvatore Billa, Massimo Sarchielli, Elio Zamuto, Mario Garriba, Gino Milli, Monica Monet, Sergio Ammirata
Drammatico, durata 91 min. – Italia 1974
Luc Merenda: commissario Domenico Malacarne
Richard Conte: dott. Mazzarri
Delia Boccardo: gallerista Sandra
Raymond Pellegrin: Pascal
Gianni Santuccio: questore
Vittorio Caprioli: cav. Serafino Esposito
Salvo Randone: maresciallo Malacarne
Rosario Borelli: agente Pietro Garrito
Monica Monet: cronista Barbara
Elio Zamuto: Rio il Portoghese
Italo Milli: sgherro di Pascal
Sergio Ammirata: vice commissario Mario Corcetti
Loris Bazoki (Loris Bazzocchi): travestito Gianmaria
Marcello Di Falco: sgherro di Pascal
Luigi Antonio Guerra:
Marisa Traversi: contessa Nevio
Sergio Graziani: commissario Domenico Malacarne
Pino Locchi: Pascal
Giorgio Piazza: Mazzanti
Arturo Dominici: maresciallo Malacarne
Vittoria Febbi: cronista Barbara
Luciano De Ambrosis: Garrito
Regia Fernando Di Leo
Soggetto Sergio Donati
Sceneggiatura Fernando Di Leo
Produttore Galliano Juso,
Ettore Rosboch
Casa di produzione Cinemaster,
Mount Street Films S.r.l. (Roma),
Mara Film (Parigi)
Distribuzione (Italia) Titanus
Fotografia Franco Villa
Montaggio Amedeo Giovini
Musiche Luis Enriquez Bacalov
Scenografia Francesco Cuppini
Costumi Giorgio Gamma
Trucco Antonio Mura
“Sissignore, sono corrotto! Sono un infame, un traditore! Ho 60 milioni da parte, un amante di lusso e quando alzo la voce tutti si schiaffano sull’attenti!”
“Quanti soprusi hai compiuto per un panettone a natale? Anche la tua è corruzione, ma da fessi!”.
“Uhè pirla… ma dove casso vai!”
“Io facevo i miei film,si facevano i poliziotteschi all’italiana e due tre grossi registi,non voglio fare i nomi,si facevano l’aureola con Sciascia.
Pero’,chi ha avuto i picciotti sotto casa,i film sequestrati e le querele dei ministri, sono stato io,non quelli che si facevano l’aureola con Sciascia.-genio al quale mi prostro.Quando io faccio il “Poliziotto è marcio”,non faccio “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”.
Che puo’ essere un film migliore del mio,non dico di no,ma li abbiamo a che fare con un nevrotico,chiaro?mentre nel mio film abbiamo a che fare con un poliziotto che si fotteva i soldi: ed è questo che è rivoluzionario,non quello” da un’intervista di Fernando Di Leo
L’opinione di Francesco dal sito http://www.mymovies.com
Film con un intreccio molto particolare e originale, fa immergere lo spettatore in una dimensione nichilista, violenta, cruda, anche se spezzata da episodi e personaggi comici-macchiettistici.
Molto forte il confronto tra padre (Randone) maresciallo dei carabinieri integro e sottomesso ai superiori, e figlio (Merenda) commissario corrotto e insofferente all’autorità. Grandissimo Vittorio Caprioli nel ruolo di Esposito.
Le interpretazioni e la regia sono ad alti livelli, ne risulta un film originale, ben costruito e dalla notevole forza espressiva. Purtroppo questo, come altri film noir e polizieschi (come poi western, ecc.) è stato ingiustamente sottovalutato dalla critica italiana,
spesso e volentieri piena di pregiudizi e omologata, pronta a svalutare le opere italiane, salvo poi inneggiare a registi come Quentin Tarantino, che da tali opere italiane trae ispirazione e modelli.
L’opinione di Gimon 82 dal sito http://www.filmtv.it
(…) Ma il marciume è ovunque e ci viene sbattuto in faccia,crudelmente e senza accenni retorici.La societa’ narrata dal Di Leo si nutre di romanzi noir,di cui l’autore del film era avido lettore.Letteratura anni 50 dell’autore William P McGivern di citta’
sporche e pruriginose di sangue e malavita.Di Leo accoglie scampoli di lettura compiaciuta,la forma a suo modo,nell'”artigianalita’” del suo cinema.Organizza cosi’ un film serrato,su sfondi sociali negativi.Critica apertamente l’organo di potere, facendolo ad alta voce,
portando con se ampie materie riflessive.Il “Poliziotto è marcio” si veste come anatema politico,travestito da noir e action movie.Di Leo offre una superba opera,nuda e dura,senza sconti,si basa su grandi prove attoriali.Luc Merenda come Malacarne jr è ottimo,fascinoso e ridondante
d’insensibile cinismo.Ma è Salvo Randone a fare la differenza,superlativo nel dar voce ad un maresciallo dei carabinieri,incorrotto e deluso da un figlio “malacarne”.Da menzionare l’ottimo spunto caratterista di Vittorio Caprioli nei panni d’un pittoresco emigrante napoletano.
E infine Milano,ancora una volta lei,la citta’ lombarda come teatro di malavita e sbirri sottobraccio.La meneghina citta’ è sporca e tetra come in un fumetto criminale,un ritratto “settantiano” visto innumerevoli volte,che a distanza di quarant’anni è immortale nelle pellicole “bis”,
dure,sporche e cattive ma irrimediabilmente dal fascino sinistro e marcio,molto marcio………
L’opinione del sito http://www.caniarrabbiati.it
(…) Un film crudo, fatto di personaggi spietati e squallidi stemperato a tratti dal personaggio del cavaliere Esposito interpretato dal sempre simpatico Vittorio Caprioli (il nazariota di Avere ventanni). Per il resto solo splendide facce noir con Luc Merenda nei panni del commissario, Gianni Santuccio nei panni del questore come in Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, un superlativo Salvo Randone nel ruolo del padre del commissario e facce da delinquenti come quelle di Richard Conte e Raymond Pellegrin. Classica regia di alto livello di Fernando Di Leo che ci delizia in un paio di inseguimenti fra i migliori in assoluto del panorama poliziesco italiano.
Per il tema trattato il film ebbe molti problemi. Lo stesso regista ha dichiarato in un’intervista che i poliziotti strappavano i manifesti del suo film e di aver ricevuto anche una telefonata in cui lo invitavano a smettere di fare certi film. Probabilmente la sua odierna irreperibilità è dovuta allo stesso motivo.
Le musiche sono ancora di Luis Bacalov e primeggiano due brani, uno funkeggiante e l’altro per orchestra d’archi e sintetizzatore. Ma c’è anche una curiosità: viene qui usato il brano There will be time scritto per gli Osanna per l album di Milano Calibro 9 che non fu incluso nel precedente.
Comparsata abituale di Fernando Di Leo qui come cassiere in un bar.
Questa specie d’amore
“-Circa un mese prima di quella notte, mi era accaduto un fatto irragionevole; fu la domenica in cui si cominciò ad andare al mare, con Giovanna euforica perché – dato il caldo eccezionale di quella fine di maggio –
le si annunciava la possibilità d’iniziare i bagni con molto anticipo sugli altri anni. Mia moglie ama il mare, il sole, il caldo; una vera dalmata, da parte di madre nata e vissuta a lungo in coste selvagge, le dà un sangue eccitabile alle libertà naturali e le fa ritrovare un’allegria dei sensi in tutto ciò che è luminosità e spazio.
Così Giovanna si risveglia dal fisico letargo in cui s’abbandona nei mesi brutti come se la luce, quando non le sta intorno, si affievolisce anche dentro di lei: allora si distende sul letto, senza dormire, con il capo contro la spalliera, le mani infilate dentro le maniche del golf, gli occhi che si fermano lungamente sulla parete, in attesa non già di un’idea o di un fatto, ma proprio della luce, di una complicità del cielo con la sua voglia di rasserenarsi.-“
Quello che avete letto è l’incipit del romanzo Questa specie d’amore,scritto da Alberto Bevilacqua nel 1966,vincitore del premio Campiello nello stesso anno.

Nel 1972 lo scrittore parmense si rimette dietro la macchina da presa due anni dopo l’ottimo risultato di pubblico e di critica ottenuto con La Califfa,anch’esso ridotto per lo schermo da un suo romanzo del 1964.
E’un’altra storia d’amore,con sullo sfondo questa volta a ruoli invertiti l’amore tra una donna della ricca borghesia e il figlio di un anonimo artigiano antifascista,quindi piccolo proletariato.
Parla d’amore,di sentimenti,quindi,Bevilacqua.
E’ la cosa che gli riesce più facile,conoscendo bene l’animo umano;sopratutto,essendo in grado di descrivere,con linguaggio malinconico tutte le ombreggiature,le oscurità,le difficoltà che fanno parte del più complesso dei sentimenti.
Sostanzialmente film e romanzo non differiscono tanto;la storia è quella di una coppia sposata da poco ma già in profonda crisi.
Forse non per mancanza d’amore,ma per incomunicabilità.
Federico ha sposato Giovanna per amore;ma ha commesso un errore fondamentale quando ha accettato di lavorare per il suocero e
sopratutto quando ha accettato di vivere la sua vita di coppia in una casa non sua,sempre di proprietà del suocero.
Ha quindi legato indissolubilmente le sue fortune personali,ma anche la sua vita personale ad un uomo che è contemporaneamente suocero e datore di lavoro.

La crisi con la moglie lo spinge a tornare nella natia casa,dove incontra nuovamente quel padre dignitoso,che ha pagato un caro prezzo
alla sua ostinata idea antifascista e che Federico ammira e contemporaneamente dal quale si sente allontanato dalla propria scelta di frequentare un mondo non suo,che in fondo detesta.
Padre e figlio ricostruiscono un rapporto incrinato da Federico.
Giovanna arriva a Parma;attraverso una serie di esperienze,di conoscenze con un mondo genuino,privo di arrivismo,legato ancora a tradizioni forti come la terra,la famiglia,il buon cibo,insomma con le cose e i valori che davvero valgono di più,scopre che il suo mondo non le piace.
E’un lento riavvicinamento a suo marito,che aveva abbandonato tutto un po per amore,un po per arrivismo.
E’ la maturità personale,che i due raggiungono per gradi,a riavvicinarli.
In fondo si amano,le cose che li uniscono come coppia sono molto più profonde delle divisioni.
Questa specie d’amore è un film molto lento,quasi didascalico.
Sostanzialmente meno affascinante del romanzo,che è scritto come una sorta di auto confessione di Federico a sua moglie.
Il film invece punta molto sulla figura nobile del padre,un fiero e indomabile antifascista,che resiste alle botte,agli insulti,alle minacce senza abiurare
alle proprie idee.

Cosa che invece Federico fa,attratto dalla vita facile e in parte anche dall’amore per la moglie,salvo poi entrare in crisi quando
la coscienza fa capolino e gli mostra la contraddittorietà della sua figura contrapposta a quella del padre.
Poteva venirne fuori un film memorabile,ma Bevilacqua non è essenzialmente un regista cinematografico.
Un ottimo scrittore,questo si,ma poco esperto nei tempi cinematografici.
Troppo prolisso visivamente,quasi isterico in alcuni punti,troppo lento in altri.
Un film poco equilibrato,un passo indietro rispetto allo splendido La Califfa,anch’esso con molti difetti attenuati,mimetizzati
da una storia sicuramente più coinvolgente di questa.
Sorretto quasi esclusivamente da un grandissimo Tognazzi,che si sdoppia in due ruoli,quelli di Federico e di suo padre,
Questa specie d’amore si avvale anche di una colonna sonora di ottimo livello,ancora una volta firmata da Morricone.
Anche in questo caso però il paragone con quella di La Califfa si riduce ad una vittoria schiacciante a favore di quest’ultima.
L’oboe dolcissimo lascia il posto ad una musica bella e malinconica ma non intrigante come quella di La califfa;colpa forse anche di una storia che
non riesce a coinvolgere completamente.

Jean Seberg è brava,ma molto fredda e non trasmette la necessaria dose di emozioni che invece il personaggio richiederebbe.
In quanto al film le cose migliori le troviamo nella seconda parte,quando Bevilacqua descrive un mondo che conosce bene,quello genuino della pianura padana,la civiltà contadina che descrive in maniera commossa e non retorica.
Una descrizione di ambienti e vita che profuma di vissuto.
Che comunque piacque a buona parte della critica tanto da far vincere al film il David di Donatello,il Nastro d’argento come miglior soggetto e miglior sceneggiatura,il Globo d’oro come miglior film e la Grolla d’oro a Bevilacqua come miglior regista.
Un’opera di discreto livello,completamente dimenticata e riesumata da poco;su You tube è disponibile una buona versione
all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=ZXQeZ5T-PMA
Questa specie d’amore
Un film di Alberto Bevilacqua. Con Ugo Tognazzi, Evi Maltagliati, Jean Seberg, Angelo Infanti, Ewa Aulin, Giulio Donnini,
Fernando Cerulli, Marisa Belli, Fernando Rey, Anna Orso, Ezio Marano, Pietro Brambilla Drammatico, durata 108 min. – Italia 1972.
Jean Seberg: Giovanna
Ugo Tognazzi: Federico/Padre di Federico
Ewa Aulin: Isina
Angelo Infanti: Bernardo
Evi Maltagliati: Madre di Federico
Fernando Rey: Padre di Giovanna
Regia Alberto Bevilacqua
Soggetto Alberto Bevilacqua (romanzo)
Sceneggiatura Alberto Bevilacqua
Produttore Mario Cecchi Gori
Fotografia Roberto Gerardi
Montaggio Alberto Gallitti
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Carlo Leva
““Ecco, Giovanna, ciò che volevo dirti. Il coraggio di dirtelo non l’ho avuto che a metà, cioè parlando con te attraverso queste pagine; ma possono ugualmente le mie parole farti capire come io ti sono ritornato vicino cercando di non nasconderti nulla della verità e quale amore mi è stato necessario, anche quando posso esserti apparso inutilmente crudele.
Con questa specie d’amore, se la certezza della tua comprensione non sarà un altro dei miei fantasmi, io sono pronto a vivere con te, finché potrà contare la nostra volontà e la vita del nostro matrimonio dipenderà da noi.
In ogni caso, perdonami. E, contro gli altri, possa davvero non importarmi più nulla, qualunque cosa giungano a fare e a dire di me.”
Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com
Homesick
Tognazzi si sdoppia e si prodiga tra serio e faceto, ma non riesce ad alleviare il peso dell’origine letteraria, reso particolarmente gravoso da flashbacks masochistici – le continue aggressioni dei fascisti – e dialoghi lambiccati che non portano a nulla. Prossime al manierismo, le ricercatezze scenografiche si diradano riconquistando autenticità nel momento di ritrarre i rustici rituali della cucina emiliana, contesto in cui il celebrante non poteva che essere lo stesso Tognazzi. Nel violento prologo le musiche di Morricone rispolverano le campane dei western di Sergio Leone.
Daidae
Non male. Parecchio lento e pesante nella prima parte, lo ho cominciato a gradire da metà film in poi. Tognazzi magistrale come sempre, la Seberg superba, bene il resto del cast (eccetto la Aulin che qui mi sembra alquanto spaesata). Regia solida, belle ambientazioni, film gradevole.
Saintgifts
Film dall’atmosfera generale piuttosto triste. Vero è che ci sono anche momenti conviviali tradizionali del parmense, dove si beve Lambrusco e si assaggia il famoso formaggio grana; o le due sorelle, ex star dell’avanspettacolo, che raccontano dell’infanzia di Tognazzi figlio (Tognazzi interpreta anche la figura del padre idealista), ma la vena di tristezza rimane. E’ un momento dell’Italia dove si gettano le basi per una società “moderna”, una società che cambia anche i rapporti interpersonali, ma le ombre del passato incombono ancora.
Myvincent
Un grande Ugo Tognazzi in un duplice ruolo drammatico di padre e figlio riesce a trasmettere un’ampia gamma di sentimenti e sfumature, in una storia che è in bilico tra due generazioni lontane. Il motore del film è una crisi coniugale che spinge due persone a trovare una dimensione autonoma per riaffermarsi; ritornando (nel caso del protagonista maschile) alle origini. Parrebbe tutto scontato, ma la mano del regista ne fa un racconto attento e accorto.
Lythops
Da vedere per le splendide interpretazioni del grande Ugo, totalmente fuori dai molti ruoli gigionesco-drammatici che gli sono stati assegnati e che qui interpreta contemporaneamente un padre proletario e un figlio arricchito. Dal punto di vista della denuncia sociale il film non è gran che, così come la sceneggiatura non pare all’altezza nell’approfondire il disagio di chi, semplicemente umano, si trova ad avere a che fare col mondo dei ricchi. Poco convincenti e inutili i flasback, ottimi Morricone e la Dell’Orso.
Ronax
Abbandonati i toni enfatici e i facili simbolismi de La califfa, Bevilacqua affronta la sua seconda prova da regista con un film tratto anch’esso da un suo romanzo e realizza la sua opera cinematograficamente più valida. Magistralmente interpretato da un Tognazzi che si fa letteralmente in tre (il protagonista, il padre da giovane e da vecchio), il film scava in modo non banale nei tormenti interiori dei personaggi e, pur fra sbavature e varie cadute retoriche, lascia più volte il segno. Magnifica Jean Seberg, lodevolmente contenuto Morricone.
Kanon
Che dire di fronte ad un Tognazzi che per l’occasione si sdoppia nel ruolo sia di padre che di figlio, dominando e rubando continuamente la scena con tutta la sua immensa bravura nel tracciare gli stati d’animo, pensieri, ricordi e tormenti dei due parenti? Talmente incisivo che poteva bastare lui da solo, relegando la presenza della moglie a poco più di comparsa. Stupendo rapporto tra padre ex partigiano, saggio e stanco idealista che vede nel figlio un uomo “arrivato e sistemato” ed il figlio che invece sente tutto il peso del suo fallimento.
Etico
Due facce d’una medaglia, due porzioni della stessa noce. Tagliato a metà e visto in controluce, ecco il quadro di un’opera intensa e aspra di Bevilacqua. L’apparente attrazione/contraddizione dei sessi non conduce alla luce ma sconfina nel disequilibrio di due anime che mai si congiungono pur appartenendosi, due corpi sull’argine di un Po da cartolina anni ’70. Il romano Morricone intuisce da lontano la poesia delle contraddizioni e ci regala dal suo mondo di tonalità/atonalità una gemma senza tempo: da sentire, sulla pelle e nell’anima. Grazie!
Senza sapere niente di lei
La morte dell’anziana signora Mancuso,assicurata per una somma molto rilevante,pone sull’allerta la compagnia d’assicurazioni che gestiva la polizza sulla vita della stessa signora.Delle indagini viene incaricato Nanni Brà,agente della compagnia,che deve stabilire se la morte sia stata accidentale,avvenuta con dolo o se trattasi di suicidio. In questo ultimo caso infatti la compagnia non risarcirebbe i cinque legittimi eredi della Mancuso,quattro donne e un uomo.
Le analisi tossicologiche dimostrano senza alcun dubbio che la morte non è stata naturale,come del resto ribadito dai cinque Mancuso. Ad attrarre Nanni è sopratutto Cinzia,la più piccola dei Mancuso,una bella donna dal carattere fragile,insicuro.Tra i due nasce una relazione,che all’inizio lo stesso Nanni sottovaluta. L’uomo infatti sembra più intenzionato a scoprire la verità sulla misteriosa morte che ad impegnarsi sentimentalmente,visto che ha già una relazione,peraltro traballante.Cinzia sembra sempre più confusa,stretta tra un’inspiegabile rimorso e l’attrazione che Nanni Bra suscita in lei.Le cose prendono una piega tragica.In realtà Cinzia ha aiutato sua madre a morire,dietro pressioni di quest’ultima.Per Nanni non ci sono alternative:la compagnia deve risarcire gli eredi,che,a conoscenza dell’omicidio perpetrato da Cinzia, hanno coperto la stessa,palesemente incapace di intendere e volere. Deciso a rivelare i retroscena della storia,Nanni si reca in città con Cinzia,che però si mette alla guida e che provoca un incidente,chiaramente voluto e cercato.
Il finale mostra la scena dell’incidente;un camionista spiega,disperato,la dinamica del sinistro agli agenti accorsi sul luogo.La donna ha invaso la sua corsia e si è schiantata sul camion.Nanni è morto all’istante e Cinzia forse riuscirà a cavarsela…
“Senza sapere niente di lei” è un film di Luigi Comencini,un noir decisamente in tono minore,almeno alla luce delle capacità del regista e delle sue opere precedenti.Un film sostanzialmente freddo,troppo dialogato e di scarso peso specifico.Colpa anche della mancata empatia che si stabilisce nei confronti della coppia protagonista sullo schermo di una storia piuttosto anonima,senza grosse idee e portata avanti quasi per onor di firma.
Glaciale la Pitagora,palesemente in imbarazzo, mentre Leroy,doppiato in modo quanto meno discutibile con una vocetta troppo giovane rispetto alla maturità del personaggio interpretato,non riesce a scuotere il film da un diffuso torpore che alla fine si trasmette allo spettatore. Un film non di certo brutto quanto piuttosto piatto.La storia non ha presa,i personaggi della famiglia Mancuso non sono empatici e il film non decolla mai.
Il romanzo di Antonio Leonviola non viene quindi riportato sullo schermo con l’efficacia che meritava;la sceneggiatura di Comencini e di Suso Cecchi D’Amico,Raffaele La Capria e Leopoldo Machina resta nelle intenzioni.Piatta anche la colonna sonora di Ennio Morricone,che non fa balenare il classico raggio di luce che illumini il film o che lo renda degno di nota.
Dimenticato ben presto, “Senza sapere niente di le”i è rimasto per quasi mezzo secolo un invisibile.Esiste in rete una versione registrata dalla tv,di buona qualità,all’indirizzo You tube https://www.youtube.com/watch?v=g1ZiugfE3BI
Senza sapere niente di lei
Un film di Luigi Comencini. Con Philippe Leroy, Silvano Tranquilli, Paola Pitagora, Gabriella Galvani, Umberto D’Orsi, Ettore Geri, Graziella Galvani,Sara Franchetti, Elisabetta Fanti, Fabrizio Moresco Giallo, durata 96 min. – Italia 1969
Philippe Leroy: Nanni Brà
Paola Pitagora: Cinzia
Sara Franchetti: Pia
Giorgio Piazza: avv. Polli
Elisabetta Fanti: l’amante di Nanni Bra
Graziella Galvani: Giovanna
Silvano Tranquilli: ing. Zeppegno
Umberto D’Orsi: Dante
Fabrizio Moresco: Orfeo
Franca Sciutto: infermiera ospedale di Livorno
Regia Luigi Comencini
Soggetto Antonio Leonviola
Sceneggiatura Suso Cecchi D’Amico, Raffaele La Capria, Antonio Leonviola, Luigi Comencini, Leopoldo Machina
Casa di produzione Rizzoli Film
Distribuzione (Italia) Cineriz
Fotografia Pasqualino De Santis
Montaggio Nino Baragli
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Franco Bottari, Ranieri Cochetti
Costumi Giulia Grifeo
L’opinione di emmepi8 dal sito http://www.filmtv.it
Tratto da un romanzo e co sceneggiato con l’autore del romanzo, Cecchi d’Amico ed il regista. La figura femminile è esemplare, e si vede che il regista è stato attratto da questa, trovando anche l’attrice ideale. Quello che perde è nello sfaldamento della storia, ondulante e nel personaggio principale maschile, male scritto e peggio interpretato.Peccato si vede che Comencini teneva molto al film, ma evidentemente ha trascurato troppo il resto.
Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com
Galbo
Non conosciutissimo film di Comencini, ha la struttura di un giallo, ma forse la storia interessa poco al regista che punta maggiormente sulla caratterizzazione dei personaggi e dimostra una buona capacità di ricostruzione ambientale. Bene interpretato, ha tuttavia il limite di una certa freddezza narrativa e la scarsa attitudine a coinvolgere lo spettatore.
Il Gobbo
Assicuratore indaga sulla morte di una signora e ne avvicina la figlia iniziando una relazione. Nasce giallo ma vira presto verso il dramma sentimentale molto “d’epoca” questo film di Comencini che accusa spesso battute a vuoto. Leroy poco adatto alla parte, la Pitagora caruccia ma senza carisma, una storia che delude. Nonostante i grandi nomi (D’Amico e La Capria in sceneggiatura, Morricone alla musica, e ancora P. De Santis, Baragli…) una riuscita modesta.
Homesick
Occluso dalla preminenza dell’idillio tra l’intraprendente Leroy e la bella e disinibita Pitagora, l’esile spunto giallo affiora di rado e con immane fatica, estinguendo nel dramma sentimentale ogni conato di suspence: d’altronde la sovrabbondanza di dialoghi, l’azione pressoché nulla e le musiche di Morricone – suadenti ma monocordi – rammentano l’origine letteraria del film, tratto appunto dal romanzo “La morale privata” di Antonio Leonviola. Confermativo per i due attori capifila, apprezzabile per le energiche caratterizzazioni di D’Orsi e Geri.
Cotola
Giallo piuttosto mediocre nonostante la regia di Comencini ed una sceneggiatura scritta tra gli altri da Suso Cecchi D’Amico e Raffaele La Capria. Il problema principale è proprio lì: fallisce sia dal punto di vista contenutistico, sia da quello del puro intrattenimento visto che, nonostante il genere, non riesce mai ad avvincere davvero. Buona la coppia d’attori principale Pitagora-Leroy.
Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto
“Qualunque impressione faccia su di noi, egli è un servo della legge, quindi appartiene alla legge e sfugge al giudizio umano.”
Una frase estratta da “Il processo” di Franz Kafka, emblema di un film e, sostanzialmente, del suo personaggio principale, “il Dottore“, dirigente
della sezione “Omicidi“, chiamato soltanto con “il titolo” per simboleggiare il volto del potere, che non ha nome, ma facce diverse.
“Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” è un film su un uomo, sull’autorità, sulla politica, sulla violenza… e potrei continuare a lungo
sviando, però, il lettore da questo primo film della cosiddetta “Trilogia della nevrosi“, la quale include anche i successivi “La classe operaia va in paradiso” del 1971 e “La proprietà non è più un furto” del 1973.
Un film amaro, cinico, spietato, che necessita, tuttavia, di una contestualizzazione in un periodo storico ben preciso, quello che fa seguito alla Strage di Piazza Fontana, l’attentato terroristico avvenuto il 12 dicembre 1969. Infatti, è cosa nota che il citato evento segnò in maniera profonda, indelebile, la fine degli anni sessanta, del boom economico e l’inizio della strategia della tensione. Fu delineato, così, un vero spartiacque per il nostro paese uscito dalla sbornia del benessere acquisito a caro prezzo ed il principio di un incubo durato più di un decennio, quello degli anni di piombo.
Inoltre, la morte dell’anarchico Pinelli avvenuta dopo la strage, costituì un altro episodio storico, che parte della sinistra extraparlamentare vide come un delitto di stato. Com’è noto, il commissario Luigi Calabresi, nella cui stanza avvenne il misterioso suicidio, venne accusato apertamente di essere stato l’esecutore materiale del “suicidio” e fu oggetto di una violentissima campagna di odio che si concluse, tragicamente, con il suo omicidio avvenuto a Milano il 17 maggio 1972.
Ci fu, infatti, un “tutti contro tutti”, politico.
Parte della sinistra contestò violentemente il film accusandolo di essere solo una mera operazione commerciale voluta da Petri.
Un quadro complesso, un autentico ginepraio, oggi difficilmente comprensibile per coloro che non hanno vissuto il clima rovente di quei giorni; così come difficilmente comprensibili possono essere le code e le risse ai botteghini, frutto di alcuni fattori concomitanti che travalicano il film.
Invero, accade che il tema scottante affrontato e la situazione politica incandescente creassero attorno alla pellicola un’attesa spasmodica.
Poi, la notizia del suo imminente sequestro portò a fenomeni assolutamente straordinari: resse ai botteghini, strade bloccate dalle auto incolonnate per andare nei cinema dove veniva proiettato il film ecc.
Il potere, la classe dirigente, è il corpo deputato al controllo e alla repressione dei fenomeni delinquenziali ma anche un organismo capace di deviazioni, gestito da menti con obiettivi ben precisi. Ecco, quindi, il quadro d’assieme sintetico del principale tema affrontato da Petri. Il regista schierato politicamente (inequivocabilmente a sinistra) divenne, pertanto, bersaglio della critica poco oggettiva. Si trattò, infatti, di un giudizio espresso da reazionari politicamente avversi.
Il personaggio principale, “il Dottore“, è un paranoico, uno psicopatico, o almeno mostra caratteristiche ben marcate di queste patologie. E’ un uomo del potere, un’emanazione della stessa autorità occulta che lo utilizza per i propri fini; è convinto di essere un uomo particolare. In verità, lui è un elemento dell’apparato repressivo dello stato.

“Il Dottore” asserisce di professare idee politiche di sinistra: “Che cos’è questa democrazia? E diciamocelo: è l’anticamera del socialismo. Io, per esempio, voto socialista.” Tuttavia, stando ai suoi comportamenti, si tratta, all’evidenza, di un’eresia.
Un altro discorso, al contrario, delinea il reale aspetto delle sue idee: “L’uso della libertà minaccia da tutte le parti i poteri tradizionali, le autorità costituite… L’uso della libertà, che tende a fare di qualsiasi cittadino un giudice, che ci impedisce di espletare liberamente le nostre sacrosante funzioni. Noi siamo a guardia della legge che vogliamo immutabile, scolpita nel tempo. Il popolo è minorenne, la città è malata; ad altri spetta il compito di curare e di educare, a noi il dovere di reprimere! La repressione è il nostro vaccino! Repressione è civiltà!”
I discorsi sopra riportati altro non sono che monologhi tipici degli uomini di potere. Difatti, “il Dottore” è convinto di essere un discendente dell’autorità stessa. In realtà è un fantoccio, un burattino. Un individuo di paglia, per dirla tutta. Un uomo che ad un certo punto si scolla mentalmente: crede di essere lui stesso “il potere” e uccide la propria amante Aurelia, convinto della propria impunità.
In effetti, è ciò che accade.
“Il Dottore” non solo non copre le tracce del crimine, ma fa in modo che vengano ricondotte a lui.
Però, l’autorità non ha alcuna intenzione di andare a fondo sulla oscura storia. Infatti, quando “il Dottore” omicida si reca dal Questore per raccontargli l’accaduto, trova dall’altra parte non condanna o costernazione, ma assoluzione:
“-In quel momento ero combattuto tra il confessare la mia colpa e mettervi sulle mie tracce, oppure usare il mio piccolo potere per coprirle.
Una scissione, una dissociazione. Una nevrosi…
-Comunque una malattia contratta? durante l’uso permanente e prolungato del potere. Una malattia professionale, comune diciamo a molte personalità che hanno in pugno le redini della nostra piccola società.”
“Il Dottore” ha quindi ben chiara la sua nevrosi, la sua personalità disturbata, e cerca di giustificarla in qualche modo: a contatto con una malattia,si è ammalato, come un dottore vero, quelli in medicina, che curano un virus per scoprire poi di essersi contaminati inguaribilmente.
Gian Maria Volontè, il dottore protagonista, esaspera i toni della sua recitazione, portando il personaggio ad un parossismo in cui tutti i suoi vizi, la personalità disturbata, emergono con prepotenza, urlati contro lo spettatore.
Un’interpretazione maiuscola, senza alcun dubbio, la quale però al termine, a causa dell’eccessiva caratterizzazione, finisce per stancare.
Un pò come il film che, sposata la sua tesi, corre come un treno in discesa, senza freni.
Il limite assoluto della pellicola sta qui, a mio giudizio.
Il furore iconoclasta di Petri, alla fine, travolge anche il film, che nella seconda parte diventa ripetitivo, pur restando opera di assoluto rilievo.
Ma, appunto, la bontà di una pellicola sta anche nel non lasciare lo spettatore inappagato. Il regista, difatti, assolve parzialmente a quanto intendeva realizzare.
Troppo Volontè e anche troppo Morricone, se vogliamo. In egual misura, il bel tema del film pervade eccessivamente.
C’è una oltranza di tutto quindi.
A vederlo oggi, infatti, “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” tradisce appieno la sua volontà provocatoria.
E’ decisamente un film polveroso, invecchiato male proprio perché quell’autorità suprema descritta nella pellicola si è trasformata, si è mimetizzata come un camaleonte tra le mille strade del labirinto dell’economia globale, del mondo della finanza, delle stanze dei bottoni o in quelle in cui un gruppo di pochi eletti detiene la metà delle risorse del potere economico del pianeta, mentre il settanta per cento dell’umanità possiede il minimo per sopravvivere o nemmeno quello.

La critica mondiale accolse entusiasticamente la pellicola, attribuendole riconoscimenti di ogni genere: l’Oscar per il miglior film straniero, Grand Prix Speciale della Giuria di Cannes a Elio Petri, il David di Donatello a Gian Maria Volonté come miglior attore protagonista, il Nastro d’argento sia a Petri che a Volontè, così come il Globo d’oro.
Una messe di premi importanti per un film che resta comunque, aldilà di tutti i suoi difetti, una pietra miliare del cinema italiano, quello”dell’impegno” che segnò una tappa fondamentale nella cultura italiana, impronta indelebile su una stagione assolutamente irripetibile.
Poche note su tutto il resto del film.
Ottima la prova del cast, ben assortito, nel quale spicca la Bolkan, ancora una volta protagonista di un film importante, cosi come vanno segnalate le prove di Salvo Randone e Orazio Orlando.
Belle sicuramente le musiche di Morricone, equlibrato il montaggio di Ruggero Mastroianni.
Il film è disponibile su Youtube all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=zC-TWgHY6nE

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto
Un film di Elio Petri. Con Gian Maria Volonté, Florinda Bolkan, Orazio Orlando, Gianni Santuccio, Salvo Randone,Vittorio Duse, Arturo Dominici, Ugo Adinolfi, Sergio Tramonti, Massimo Foschi, Aldo Rendine, Aleka Paizi, Pino Patti, Giuseppe Licastro, Filippo Degara, Fulvio Grimaldi Poliziesco, durata 118 min. – Italia 1970.
Gian Maria Volonté: il Dottore
Florinda Bolkan: Augusta Terzi
Gianni Santuccio: questore
Salvo Randone: idraulico
Orazio Orlando: brigadiere Biglia
Arturo Dominici: dott. Mangani
Aldo Rendine: dott. Panunzio
Sergio Tramonti: anarchico Antonio Pace
Vittorio Duse: Canes
Massimo Foschi: marito di Augusta Terzi
Fulvio Grimaldi: Patanè, giornalista di Paese Sera
Ileana Zezza: Augusta Terzi
Corrado Gaipa: idraulico
Giampiero Albertini: Canes
Gianni Marzocchi: anarchico Antonio Pace
Regia Elio Petri
Soggetto Elio Petri, Ugo Pirro
Sceneggiatura Elio Petri, Ugo Pirro
Produttore Marina Cicogna, Daniele Senatore
Casa di produzione Vera Film
Distribuzione (Italia) Euro International Film
Fotografia Luigi Kuveiller
Montaggio Ruggero Mastroianni
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Carlo Egidi
L’uso della libertà minaccia da tutte le parti i poteri tradizionali, le autorità costituite… L’uso della libertà, che tende a fare di qualsiasi cittadino un giudice, che ci impedisce di espletare liberamente le nostre sacrosante funzioni. Noi siamo a guardia della legge che vogliamo immutabile, scolpita nel tempo. Il popolo è minorenne, la città è malata; ad altri spetta il compito di curare e di educare, a noi il dovere di reprimere! La repressione è il nostro vaccino! Repressione è civiltà!
Sotto ogni criminale può nascondersi un sovversivo, sotto ogni sovversivo può nascondersi un criminale.
Tu puoi essere marxista, anarchico, situazionista, Mao, Lin Biao, tu puoi leggere il libretto rosso, ma tu puoi fare tutto quello che vuoi! Tu non sei un cavallo!
Tu sei un cittadino democratico, e io ti devo rispettare… Ma i botti terroristici, le intimidazioni, le bombe, che minchia c’entrano con la democrazia?!?
Lo sai chi sono io?
Per me, tu eri l’amante della signora del piano di sotto, quella che hanno assassinato.
Da chi e quando?
Per me le signora l’hai ammazzata TU il pomeriggio di domenica 24 agosto.
A che ora?
Per me puoi averla ammazzata tra le 17 e… e le 19, l’ora in cui ci siamo incontrati al cancello, come sai.
Visto che per te è tutto così chiaro, denunciami.
Ti piacerebbe.
Denunciami!
Qui ci sei e qui ci rimani, un criminale a dirigere la repressione è PER-FET-TO, è PER-FET-TO, è PER-FET-TO, è PER-FET-TO!
Denunciami, tu mi devi denunciare, tu mi devi denunciare, io ho sbagliato, ma io voglio pagare capisci? E non gridare, non gridare!
Fai il tuo lavoro!
Tu mi devi denunciare, perché io sono una persona p…
Aprite! E alla prossima azione, ti telefono! Ti tengo in pugno, tiè!

L’opinione di Paride86 dal sito http://www.mymovies.it
Stupendo, uno dei capolavori del cinema italiano. “Indagine su un cittadino…” è un film che innanzi tutto parla della società italiana in pieno periodo sessantottino, e lo fa senza schierarsi ipocritamente; in secondo luogo è la storia di un uomo di potere
e del suo ambiguo rapporto con esso: da una parte è spinto ad usarlo onestamente, dall’altra sente di popterne approfittare oltre ogni misura, anche morale. In ultimo è l’analisi dettagliata di un uomo mediocre che non può vivere senza il potere perché ormai
si è identificato con esso, al punto di essere come un bambino inerme al di fuori del suo ruolo; l’amante glielo rinfaccia spudoratamente e lui non può fare altro che ucciderla.Dimenticavo di citare Gian Maria Volontè, che a mio parere è il migliore attore
e caratterista che il cinema italiano abbia mai avuto. E anche le musiche di Morricone, che hanno contribuito a rendere indimenticabile questo film.
L’opinione di Stuntman Miglio dal sito http://www.filmtv.it
La vicenda del borioso e squilibrato capo della sezione omicidi (e poi politica) che uccide la propria amante quasi per capriccio e che poi fa di tutto per farsi scoprire onde dimostrare la propria insospettabilità e l’ importanza del potere, a distanza di ben quarant’ anni,
è il più esemplificativo ed attuale ritratto di società contemporanea che si potesse concepire. Scritto e diretto senza fronzoli da un Petri in stato di grazia, “Indagine su di un cittadino al di sopra di ogni sospetto” è un affresco di un’ Italia che non è mai cambiata,
è una parabola sugli effetti del potere ed una critica feroce alla cecità e all’ egoismo della classe dirigente. Incommensurabile la prova di Volontè, i suoi primi piani sono ipnotici ed il suo personaggio passa di diritto alla storia come una delle più sentite e migliori
caratterizzazioni della sua carriera (e non solo della sua). Micidiale la bellezza di Florinda Bolkan e leggendarie le musiche di Ennio Morricone. Un film che andrebbe trasmesso a settimane alterne non solo in televisione ma direttamente in Parlamento, giusto a mò di monito.
Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com
B. Legnani
Capolavoro di Elio Petri. Film che si può non amare politicamente, ma che difficilmente si può non apprezzare. Pellicola dominata da uno straordinario Volonté che inventa un eloquio centro-meridionale (accanto a lui la Bolkan, per quanto bellissima, quasi scompare),
circondato da fenomenali caratteristi, tra i quali il fantastico Randone, e gli ammirevoli Santuccio, Orlando, Dominici, Foschi e (specialmente) Rendine, il cui cognome (“Panunzio!”) diventa un tormentone pure divertente. Tramonti e Grimaldi convincono un po’ di meno.
Giustamente celebrata la musica di Morricone.
Galbo
Bel film di Elio Petri (giustamente premiato con l Oscar come miglior film straniero) che parte dall assunto dell impunibilità dei poteri forti, in questo caso la Polizia. Frutto dell ottima sceneggiatura di Ugo Pirro, il film si muove in ambito strettamente realista,
con momenti e dialoghi assolutamente verosimili e aspetti pirandelliani molto italiani della vicenda. Caratterizzato da una bella colonna sonora di Ennio Morricone, il film si avvale della grande interpretazione di Gian Maria Volontè.
Undying
Girato nel 1970, sembra fotografare la situazione “sociale” attuale del nostro paese. La visione del film (incentrata sulle malefatte di un commissario omicida e reazionario) rimanda alla cronaca degli anni ’90 e pare collegarsi con la triste vicenda già portata (brillantemente)
sul piccolo schermo da Michele Soavi: la Uno Bianca. Un finale surreale e volutamente confuso induce nello spettatore il sentore di essere di fronte ad un’opera di pura fantasia, ma il film denuncia un sistema politico, economico e legislativo in anni non sospetti.
Il Gobbo
Capolavoro di Petri, insuperato campione di thriller metafisico e politico, di travolgente forza espressiva, grazie a una regia che se ne infischia dei rigorismi e a un attore superlativo e mai così grande: Volontè, truccato (col senno di poi, un po’ maldestramente)
in modo da apparire identico al povero commissario Calabresi, non ha un momento, un’espressione, una battuta che non sian memorabili. Le kafkiane figurine di contorno gli fanno da coorte, la Bolkan è magnifica, e Morricone indovina una delle sue più ossessive marcette. Fondamentale.
Pigro
Capo della Squadra Omicidi compie un delitto e fa di tutto, inutilmente, per farsi scoprire. Eccezionale su tutti i fronti: bellissima, e ben sceneggiata, la storia; eccellente la regia, tra verismo e teatralità; forti i piani ravvicinati dei personaggi; perfetti gli attori,
a cominciare da un superlativo Volonté. E notevole il paradosso della verità impastato con una feroce critica all’esercizio “anarchico” del potere, in relazione all’ideologia dello stato di polizia durante gli anni caldi della storia italiana. Imperdibile.
















































































































































































































































































































































