Angela Covello

Angela Covello
Una delle fucine che ha dato numerose interpreti al mondo del cinema è quella dei fotoromanzi, vera e propria anticamera e laboratorio per imparare i trucchi del mestiere, le pose, le espressioni, la mimica. Angela Covello, classe 1953, romana, pur non essendo stata una star di prima grandezza dei fotoromanzi, si mise in mostra proprio su questi ultimi, avendo esordito nel 1970 sui set per la più famosa casa di riviste degli anni 70, la Lancio, dalla quale sono usciti poi molti attori, come Ornella Muti, Franco Gasparri,Barbara De Rossi,Laura Antonelli,Erna Scheurer,Ivan Rassimov e molti altri.
Angela Covello nel film Paolo il caldo
Una palestra importante, quindi, e anche un modo per farsi notare, per entrare nel mondo del cinema, vera aspirazione virtuale dei giovani attori. Angela Covello entrò nel mondo del cinema proprio grazie alla sua esperienza nel mondo dei fotoromanzi, anche se limitata nel tempo; per la Lancio lavorerà meno di un anno, realizzando una trentina di fotoromanzi. La prima esperienza cinematografica, legata ad una breve comparsata, risale al 1970, nel film I leopardi di Churchill, film diretto da Maurizio Pradaux,

Angela Covello con Carla Brait in I corpi presentano tracce di violenza carnale
Scena tratta da I corpi presentano tracce di violenza carnale
nel cast del quale figuravano Richard Harrison e Heklga Linè. La prima parte di rilievo le venne affidata da Vittorio De Sisti nel 1972, quando la chiamò sul set del film Fiorina la vacca, discreto prodotto del filone decamerotico, nel quale la bellissima Angela interpreta il ruolo della moglie di Ruzante. Accanto a lei c’era anche un’altra attrice ex Lancio, Ornella Muti, unitamente ad una serie di stelline affascinanti, come Eva Aulin, Janet Agren, la sfortunata Jenny Tamburi e Graziella Galvani. Il film, che annoverava tra l’altro attori di buona fama, come Carotenuto, Montagnani e Gastone Moschin, ebbe un discreto successo, rivelandosi uno dei prodotti migliori del filone.

Angela Covello in Fiorina la vacca

Fotogramma tratto da Rivelazioni di un maniaco sessuale al capo della squadra mobile
Così, sempre nel 1972, recitò in un altro film del genere decamerotico, Decameron 3, diretto da Italo Alfaro; ancora un ruolo da comparsa, quello di una paesana, questa volta al fianco di Femi Benussi e di Beba Loncar, altra attrice di fotoromanzi, che lavorava per una diretta concorrente della Lancio, la casa editrice di Grand Hotel. Sempre nel 1972 lavora in un thriller, Rivelazioni di un maniaco sessuale al capo della squadra mobile, di Roberto Bianchi, opera dignitosa che la vede nel ruolo di Bettina, film che si segnala per il cast femminile, peino di bellezze cinematografiche, come Sylva Koscina, Annabella Incontrera,Femi Benussi, Krista Nell,Susan Scott.
E’ il periodo più importante della breve carriera dell’attrice, che lo stesso anno lavora nel film Girolimoni,il mostro di Roma, asciutta rievocazione della triste storia di Gino Girolimoni, accusato ingiustamente dello stupro e della morte di alcune bambine a Roma, durante il ventenni fascista. L’opera, diretta da Damiano Damiani, anticipa di un anno una presenza marginale di Angela Covello in un altro film importante, Paolo il caldo, di Marco Vicario. Una parte più ampia le viene riservata nel film I corpi presentano tracce di violenza carnale, di Sergio Martino, discreto thriller anche questo pieno di bellezze, come la Kendall,la Adiutori, Tina Aumont.
Sempre del 1973 è il pretenzioso e francamente brutto Baba yaga, strano thriller con incursioni nel paranormale e nell’horror diretto da Farina, e ispirato al personaggio di Crepax, Valentina. La carriera di Angela non decolla, pur essendo l’attrice una buona caratterista; poichè non rilascia interviste, e pare sia gelosa della sua vita privata, di lei si parla poco. La sua carriera così prosegue abbastanza anonima, con altre parti da co- protagonista, come quella nel decamerotico I giochi proibiti de l’Aretino Pietro, seguito dal brutto thrillera sfondo erotico di Ivaldi, Raquel, Litz, Florinda, Barbara, Claudia, e Sofia le chiamo tutte… anima mia e da Calore in provincia, stanco film del filone erotico. L’ultimo film dell’attrice sarà Nero veneziano, interpretato nel 1978, dopo di che l’attrice scompare dalle scene.
Nel film Girolimoni
Su quali siano state le motivazioni del suo ritiro c’è un fitto mistero, così come non è dato sapere come si sia evoluta la vita privata di Angela Covello. L’attrice ha difeso la sua privacy, lasciando solo, ai suoi fans, le brevi interpretazioni nei 12 film a cui ha partecipato. Ruoli che la Covello ha sempre ricoperto con grazia, quella grazia naturale che possedeva sulle scene, quella forte carica sensuale derivante dal suo viso senza malizia e da quel sorriso un tantino imbronciato, un pò malinconico, che la hanno sempre caratterizzata.

Con Nino Manfredi in Girolimoni, il mostro di Roma
Calore in provincia
Nero veneziano
Nero veneziano (1978)
Calore in provincia (1975)
Brigitte, Laura, Ursula, Monica, Raquel, Litz, Florinda, Barbara, Claudia, e Sofia le chiamo tutte… anima mia (1974)
I giochi proibiti dell’Aretino Pietro (1973)
Baba Yaga (1973)
I corpi presentano tracce di violenza carnale (1973)
Paolo il caldo (1973)
Girolimoni, il mostro di Roma (1972)
Rivelazioni di un maniaco sessuale al capo della squadra mobile (1972)
Il decameron No. 3 – Le più belle donne del Boccaccio (1972)
Fiorina la vacca (1972)
I Leopardi di Churchill (1970)
La lupa mannara
Daniela, giovane e bella donna, è affetta da gravi problemi psichici, in seguito alla violenza subita quando era ancora un’adolescente. Inoltre è affetta da una grave forma di licantropia, ereditata da una sua antenata, che una sera lei sogna mentre viene braccata e infine catturata dai contadini inferociti dalla perdita di molti di loro, assaliti dalla donna per soddisfare la brama di sangue.
Il giorno dopo a casa di Daniela e di suo padre, un conte, arriva Irene, la bellissima sorella appena convolata a nozze con il giovane Fabian. La ragazza, la sera, spia i due mentre consumano un amplesso, si fa seguire dal giovane Fabian e nel bosco prima lo seduce e poi lo sbrana, gettandolo infine giù da una rupe.
Ricoverata in un ospedale psichiatrico, Daniela viene curata da un dottore, convinto che le turbe psichiche della ragazza siano frutto dell’immedesimazione della stessa con la sua antenata, fatto acuito dal ritrovamento, da parte di Daniela, di vecchi scritti e di un medaglione raffigurante la sua antenata nel quale il volto della nobile è praticamente identico al suo. Con l’aiuto di una ricoverata nell’istituto, Daniela riesce a fuggire, subito dopo averla uccisa.
Appena libera la ragazza uccide anche due amanti in un casolare, e subito dopo un uomo che aveva cercato di usarle violenza. Sarà accanto ad un giovane stunt man che Daniela ritroverà la speranza di poter vivere una vita normale, ma una sera, mentre è sola in casa, viene stuprata da tre uomini che poi uccidono il giovane che nel frattempo era tornato a casa. La ragazza, sconvolta, si metterà alla ricerca dei tre assassini, li ucciderà tutti, e si troverà alla fine alla resa dei conti con la polizia, che ormai le è alle costole.
Film del 1976, diretto da Rino Di Silvestro che si firma Alex Berger, La lupa mannara è un curioso mix di vari generi; si passa dall’horror, peraltro limitato fortemente dal trucco di Annyk Borel, l’attrice che impersona Daniela, un trucco abbastanza ingenuo, fatto con pochi peli e qualche rivolo di bava alla bocca, al thriller, che è poi l’impianto del film; il finale è il classico violenza/vendetta, e per tutto il film abbondano scene di nudo, anche se va detto che no ci sono mai immagini davvero esplicite. Le due protagoniste, la sconosciuta Annyk Borel, che interpreta Daniela e la splendida Dagmar Lassander, qui in un ruolo marginale,
quello della sorella di Daniela, Irene, se la cavano discretamente, così come appare convincente la prova di Howard Ross. Va segnalato che questo film, fino all’anno scorso, era oggetto di una ricerca forsennata da parte degli amanti del genere, e che oggi è finalmente disponibile la sua versione in dvd. Un film di valore accettabile, non di certo trash, come segnalato da qualcuno, anche se di sangue ne scorre poco, e le scene memorabili sono praticamente inesistenti. Si segnala anche la presenza del grande Tino Carraro nel ruolo del conte padre delle due sorelle.
La lupa mannara,un film di Rino Di Silvestro. Con Tino Carraro, Dagmar Lassander, Howard Ross, Annik Borel,Andrea Scotti, Salvatore Billa, Frederick Stafford, Elio Zamuto, Osvaldo Ruggeri, Renata Franco, Giuliana Giuliani, Pietro Torrisi
Horror, durata 92 min. – Italia 1976.
Annik Borel: Daniela Neseri
Howard Ross: Luca Mondini
Dagmar Lassander: Elena Neseri
Tino Carraro: conte Neseri
Elio Zamuto: psichiatra
Pietro Torrisi: Alvaro
Andrea Scotti: sig. Arrighi
Frederick Stafford: ispettore Modica
Regia Rino Di Silvestro
Sceneggiatura Rino Di Silvestro, Howard Ross
Produttore Diego Alchimede, Mickey Zide
Casa di produzione Dialchi Film
Fotografia Mario Capriotti, Dennis Kull
Montaggio Alys Chalmers, Angelo Curi
Musiche Coriolano Gori, Susan Nicoletti
L’opinione del sito http://www.splattercontainer.com
La parte migliore sono sicuramente gli ultimi venti minuti, dove la storia comincia finalmente un po’ ad evolversi fino ad arrivare al finale amaro ed azzeccato.
La Lupa Mannara si può definire come un horror particolare, con tutto ciò che ne consegue. Senza dubbio con molti difetti e lontano dall’essere un bel film, ma se non altro dotato di qualche buona idea che riesce a farlo stare un po’ a galla. Gli appassionati potrebbero anche farci un pensierino.
L’opinione del sito http://www.exxagon.it
Leggiamo cosa dice il regista: “La protagonista del film doveva essere una donna realmente in grado di calarsi in una licantropa… Annick Borel, non truccata, era incredibilmente simile a un lupo (complimentoni!). La trovai in Svizzera, era un’aspirante attrice amica di un produttore. Le feci un provino e scrissi la sceneggiatura apposta su di lei. Non credo che nessuno abbia mai trattato il tema della licantropia col mio stesso rigore scientifico. Io non sono caduto nel tranello di portare sullo schermo gli ululati. Ho preso il passato ancestrale del personaggio, una condizione di vita frustrante nella sessualità, in più ho voluto inserire l’elemento naturalistico: la luna piena”* Messa giù così sembra di trovarsi davanti ad un capolavoro, in verità La lupa mannara è troppo intriso di elementi poveristici e sessuali per poter essere preso sul serio, anche se, va detto, l’approccio psicodinamico/medico al posto di quello puramente folkloristico non è malaccio. Ma è una goccia nel mare. Il film passa dall’essere all’inizio un horror, sconfina nel thriller/drama, per poi approdare al rape&revenge, in quest’ultimo frangente rendendosi anche interessante. Il “vero” sangue si limita a poche scene (un’accettata, una forbiciata, qualche morso) mentre il resto della pellicola si assesta sul nudo di varie attrici, sulle urla disumane della Borel (forse erano meglio gli ululati), sulla musica funky da pornazzo. Non si offre molto altro allo spettatore per poter tenere desta la sua attenzione e anche la paura (se di paura si può parlare) si limita ad una sola scena in cui in una stanza appare una donna sderenata. Pessimo il trucco da lupa mannara applicato alla protagonista: naso da cane sulla faccia e mammelle pelose. Imperdibile. La sequela di disgrazie che perseguita Daniela Nasseri è inverosimile e il film finisce in una maniera davvero insoddisfacente. Se volete vedere un bel film sui lupi mannari questo non è quello che fa per voi e se voleste vedere un film erotico La lupa mannara non offre “abbastanza”. Qualcosa si salva, ok, ma anche se non sconsigliato, questo film rimane una chicca per i trash-seekers.
L’opinione del sito http://www.antrodellorco.wordpress.com
Della serie: “poche idee, ma confuse”, questa pellicola è uno strano mixer di generi che spaziano dall’horror, all’erotico, al poliziottesco nel tentativo di riunire in un unico calderone le pellicole più in voga in quel degli anni ’70.
Di certo l’azione e la violenza non mancano, come pure l’erotismo (coadiuvato dalle procaci forme della Lassander e la sensualità della Borel), ma la venatura orrorifica è vagamente delineata e lasciata scivolare quasi con distrazione confusa nella storia. Allo spettatore non sarà mai dato di capire se Daniela è solo una povera folle assassina segnata dai traumi subiti o se invece è veramente affetta da licantropia e sotto l’influsso dell’antenata strega/lupa mannara (le trasformazioni a cui assistiamo sono solo quelle della ava durante gli incubi della ragazza).
Dopo anni di latitanza la pellicola è stata recuperata dalla RAROVIDEO in un discreto formato audio/video.
Anche se lascia il tempo che trova il film scorre e si lascia vedere, proprio come tanti altri prodotti dell’epoca.
I racconti immorali

Questo film di Valerian Borowzyck, per poter essere giudicato nella sua complessità, necessita della visione integrale che il regista polacco, scomparso tre anni addietro, girò nel 1974, e non in quella sforbiciata che comparve nelle sale nello stesso anno. Si tratta di un film complesso, giocato, come al solito, su piani multipli, e corredato dalla fotografia soft, abbellita dall’effetto flou, che rende quasi irreale lo scenario dei quattro racconti di cui si compone il film.
Nel primo episodio, una ragazzina scopre con suo cugino i piaceri del sesso; viene iniziata ad esso dallo scaltro giovane, che approfitta sia della curiosità della ragazza, sia del posto idilliaco ( una baia sulla spiaggia) per impartire alla giovane una lezione fatta di sensualità istintiva che di poesia.
Il primo episodio, Marea
Il secondo episodio vede una ragazza, Teresa, scoprire il piacere del sesso autoerotico grazie alla governante di casa che la rinchiude in uno stanzino. Sola e in compagnia di un cetriolo, che dovrebbe servire per sfamarla, la ragazza approfitta del vegetale per darsi all’autoerotismo. Sfuggita dalla sua prigione, la ragazza finirà vittima di un giovane, che le userà violenza.
Nel terzo episodio, forse il più riuscito, la contessa Elizabeth Bathory, storicamente esistita, e considerata una antesignana dei moderni serial killer (vedere l’articolo a lei dedicato sul mio blog http://www.paultemplar.wordpress.com), uccide le ragazze del suo castello per ricavarne il sangue che utilizza poi per farci il bagno, nell’illusione che lo stesso possa fermare le ingiurie del tempo, in una patetico e orribile tentativo di mantenere intatta la propria bellezza. Verrà scoperta, e condannata ad essere rinchiusa in una stanza per il resto della sua vita.

Il terzo episodio, la contessa Bathory
L’ultimo episodio, ferocemente anticlericale, racconta le gesta di Lucrezia Borgia che si sbarazza del marito e ha rapporti incestuosi sia con il padre, Rodrigo Borgia, ovvero papa Alessandro VI, sia con suo fratello Cesare, il Valentino. La tresca, scoperta da Savonarola, verrà denunciata pubblicamente, con il risultato che il padre domenicano finirà sul rogo.

Il quarto episodio, Lucrezia Borgia
I racconti immorali è un’opera stilisticamente molto raffinata, in cui citazioni dotte e riferimenti letterari affiorano spesso nel corso della narrazione, tesa a mostrare l’universo femminile in tutta la sua complessità: il ruolo della donna è quello di vittima della sensualità maschile, come nel caso di Teresa o di quello della cuginetta, o di carnefice come nel caso di Elizabeth Bathory e di Lucrezia Borgia. Tutte sono a loro volta guidate dai sensi, che le portano ad avere reazioni contrastanti nella vita, con eccessi di candore o di spudoratezza. Ineccepibile dal punto di vista formale, con momenti di arte visiva che si avvalgono della capacità del regista di afferrare il contorno delle azioni dei protagonisti, come nel caso dell’episodio dei due cugini, nel quale Borowzyck afferra le maree, i gabbiani in cielo, le onde del mare per rendere poetico il rapporto tra i due ragazzi, oppure cupo, sensuale e allo stesso tempo mortale come l’episodio di Elizabeth Bathory, in cui la femminilità si sublima a tal punto da diventare orrore quotidiano, con il sangue, simbolo di vita, trasformato in un osceno oggetto di morte uso all’inseguimento di un’impossibile giovinezza.
Un appunto riguarda l’episodio di Lucrezia Borgia; storicamente poco attendibile, vista la fama assolutamente immeritata che ebbe Lucrezia in virtù della sua parentela con i Borgia (vedere l’articolo a lei dedicato sul mio blog citato), che in realtà fu piuttosto una donna assoggettata ai voleri del dispotico padre, sacrificata sull’altare delle ambizioni politiche del pontefice. Aldilà di questo, la protagonista viene mostrata come il prodotto dissoluto di una morale clericale assolutamente e totalmente incompatibile con le leggi religiose, viste al solito da Borowzick come un laccio pesantissimo che stritola e assoggetta la volontà degli uomini. In definitiva un’opera molto raffinata, esteticamente piacevole, in cui i vari protagonisti, fra i quali vanno citate Charlotte Alexandra nel ruolo di Teresa e Paloma Picasso, figlia del grande Pablo, riescono a rendere al meglio la sensualità dei soggetti, una sensualità spesso quasi animale, regolata da leggi che sfuggono al controllo umano.
I racconti immorali
di Valerian Borowczyk. Con Fabrice Luchini, Luise Danvers, Paloma Picasso, Pascale Christophe,Charlotte Alexandra
Titolo originale Contes immoraux. Erotico, durata 105 (92) min. – Francia 1974
La Marée
Lise Danvers: Julie
Fabrice Luchini: André
Thérèse Philosophe
Charlotte Alexandra: Thérèse
Erzsébet Bàthory
Paloma Picasso: Erzsébet Báthory
Pascale Christophe: Istvan
Lucrezia Borgia
Florence Bellamy: Lucrezia Borgia
Jacopo Berinizi: Papa Alessandro VI
Lorenzo Berinizi: Cesare Borgia
Philippe Desboeuf: Girolamo Savonarola
Regia Walerian Borowczyk
Soggetto André Pieyre de Mandiargues
Sceneggiatura Walerian Borowczyk
Fotografia Bernard Daillencourt, Guy Durban, Michel Zolat
Montaggio Anne-Marie Sachs
Musiche Maurice Le Roux
Scenografia Walerian Borowczyk
Sirpa Lane
Sirpa Salo, conosciuta nel mondo cinematografico come Sirpa Lane, attrice finlandese nata a Helsinki nel 1955, è stata una delle attrici meno conosciute dal grande pubblico, ad eccezion fatta per il film di Valerian Borowczyc La bestia, che le diede nel 1975 una certa notorietà. Una carriera, la sua, durata meno di dieci anni, e nel corso della quale ha girato appena 8 film, tutti a sfondo erotico, anche se alcuni dei quali di buona fattura.
Sirpa Lane in Una vita bruciata
Esordisce con Roger Vadim nel 1974 in Una vita bruciata, conosciuto internazionalmente come La Jeune fille assassinée, nel ruolo di Charlotte, una modella di estrazione sociale alta che viene assassinata, e sul cui passato indagherà l’amante. Il film ebbe buoni riscontri di pubblico, e lei riscosse un buon successo personale, grazie alla sua performance interpretativa e al ruolo scabroso che ricopri con bravura. La conferma la si ebbe l’anno successivo, quando Valerian Borowczyc la volle come personaggio principale nel suo film più conosciuto, La bestia,
Una sequenza del film La bestia
film che racconta la storia di Romilda de L’Esperance, nobildonna sedotta da una creatura mostruosa dei boschi, con la quale finisce per consumare un rapporto sessuale che avrà, come conseguenza, la nascita di una creatura mostruosa. Sirpa Lane, bellissima e spregiudicata, interpreta benissimo il ruolo della nobildonna, guadagnandosi l’ammirazione del pubblico e dei critici. Inspiegabilmente, però, proprio il ruolo interpretato, scabroso e disinibito, la relega ad interprete di film erotici, con il risultato che per due anni resta ferma.
Sirpa Lane, La bestia nello spazio
Torna sul set due anni dopo, in un film che appartiene al filone cinematografico dei nazi exploitation, film spesso a basso costo che mescolano erotismo, divise con croci uncinate, torture e morte per palati grossolani. Il film è La svastica nel ventre, peraltro uno dei migliori del genere; Sirpa interpretò il ruolo di Anna, una giovane ebrea che per salvarsi la pelle era costretta a diventare l’amante di un ufficiale delle SS.La carriera di Sirpa quindi si sviluppò, da quel momento in poi, su generi cinematografici di nicchia, i cosidetti B movie, o comunque lavorò in film dal confine incerto, come il successivo Malabestia, diretto da Leonida Leoncini nel 1978, film smaccatamente erotico con Sirpa che interpretò il ruolo di Ursula, una ricca e amorale donna alla ricerca di avventure sessuali con maschi latini, che finirà per sedurre un vetturino, sottoponendolo ad ogni sorta di perversione. Lo stesso anno il regista D’Amato (Massacesi), la volle nel film erotico Papaya dei Caraibi,un thriller con fortissime connotazioni erotiche , nel quale la Lane era Sara, una giornalista che finirà per simpatizzare con la causa dei ribelli caraibici, impegnati a contrastare il disegno americano di costruire una centrale nucleare in loco. Un ruolo scabroso, ancora una volta, che la Lane interpretò benissimo, al fianco di un’altra meteora cinematografica, la bellissima Melissa Chimenti. Non ricevendo più proposte cinematografiche, la Lane accettò un ruolo nel film di Brescia La bestia nello spazio, che nel titolo ricalcava quello del suo primo successo, La bestia; il film, dozzinale e ai limiti dell’hard core, la vide protagonista di un remake della famosa scena per la quale era diventata famosa, l’inseguimento e infine l’amplesso con una creatura mostruosa.
Papaya dei Caraibi
Il 1982 la vide sul set di Le notti segrete di Lucrezia Borgia, uno squallido filmetto erotico in cui l’unica cosa da salvare, almeno parzialmente, e’ proprio la sua partecipazione. La carriera cinematografica di Sirpa Lane si concluse nel 1983, con il ruolo di Daniara nel film Giochi carnali; un film già abbondantemente oltre i confini del soft, e che rimarrà l’ultima apparizione di Sirpa. Da quel momento il cinema dimentica la bellissima attrice finlandese, che scompare anche dalle cronache, per ritornarvi solo nel 1999, quando un laconico e brutale comunicato stampa, molto stringato, comunicò l’avvenuto decesso dell’attrice, all’età di 44 anni, per Aids.
Sirpa Lane in Una vita bruciata
Malabestia
Giochi carnali
Una fine triste per una donna che, fuori dal set cinematografico, era praticamente un’ombra. Una carriera breve, fatta di pochi film, e di interpretazioni comunque dignitose, anche se confinate in un ambito molto ristretto come quello del cinema erotico.
Una vita bruciata, 1974
La bestia, 1975
La svastica nel ventre, 1977
Malabestia, 1978
Papaya dei Caraibi, 1978
La bestia nello spazio, 1980
Le notti segrete di Lucrezia Borgia, 1982
Giochi carnali, 1983
Giornata nera per l’ariete

In un tunnel si consuma l’aggressione al professor Lubbock; apparentemente sembra un atto teso alla rapina. Ma poco tempo dopo viene assassinata una donna invalida, Sophie, sposata ad un medico amico di Lubbock. Andrea, un giornalista con problemi di alcolismo, e con una vita privata burrascosa (ha lasciato la compagna con cui viveva da tempo, Helena, e vive con una spregiudicata ragazza Lu), indaga, per conto del suo redattore capo, Traversi.
Rossella Falk
Ma le sue indagini creano problemi al dottor Bini, marito della defunta Sophie e finanziatore del giornale, così Andrea si trova ben presto a rischiare il licenziamento. Ma improvvisamente Traversi muore, colpito da un infarto in un parco pubblico, inseguito dal misterioso assassino, che lascia vicino al cadavere dell’uomo un guanto privo di un due dita, tante quante sono le vittime che ha finora fatto.
I sospetti della polizia, sopratutto dopo la violenta lite avvenuta tra Andrea e Traversi si indirizzano sul giornalista, che però non viene arrestato. Una sera Andrea riceve una misteriosa telefonata da Isabelle, donna bellissima e molto ricca, della quale è innamorato Lubbock, ma che viceversa andrà sposa ad un amico di questi, Valmont;
con la telefonata Isabelle dice di avere importanti informazioni da rivelargli e lo invita a recarsi, per incontrala, nell’hotel in cui vive. Andrea accompagnato da Lu, si reca all’appuntamento e scopre il cadavere di Isabelle nella vasca da bagno. La donna è stata strangolata, e nell’acqua galleggia il solito guanto, questa volta privo di tre dita. Andrea evita l’arresto grazie a Lu, che testimonia per lui; la donna sta per lasciarlo, e da questo momento Andrea è praticamente solo. Dopo aver in qualche modo riannodato il suo rapporto con Helena, Andrea scopre che Bini è impelagato in una storia squallida di voyeurismo, ma non fa in tempo a interrogare la prostituta spiata dal Bini, perchè quest’ultima viene brutalmente uccisa.
Ira Furstenberg
Manca ormai solo un omicidio al misterioso assassino per compiere la sua terribile missione, e l’ultima vittima designata è Tony, figlio di Helena; ma Andrea riesce a salvarlo e a scoprire l’insospettabile assassino e sopratutto il suo movente.
Silvia Monti
Diretto con mani abili da Luigi Bazzoni nel 1971, Giornata nera per l’ariete si segnala per il cast bene assortito che recita con sobrietà, per l’ottima fotografia e per il ritmo, una volta tanto non frenetico, d’ambientazione. Sicuramente all’altezza Franco Nero nel ruolo di Andrea, la bellissima Silvia Monti in quello di Helena, la sempre sexy biondissima Pamela Tiffin in quello della disinibita Lu, e le tre vittime al femminile, Rossella Falck (Sophie), Ira Furstenberg ( Isabelle) e una giovanissima e splendida Agostina Belli in quello della prostituta. Un thriller ben diretto, quindi, assolutamente godibile e senza sbavature di rilievo nella sceneggiatura; non ci sono delitti sanguinolenti o i soliti cadaveri massacrati, e questo è sicuramente un elemento fondamentale del film. Il film è tratto dal romanzo The Fifth Cord di David Macdonald Devine, e venne distribuito all’estero con questo titolo.
Giornata nera per l’ariete,un film di Luigi Bazzoni. Con Ira Fürstenberg, Edmund Purdom, Silvia Monti, Rossella Falk,Agostina Belli, Pamela Tiffin, Franco Nero, Wolfgang Preiss, Andrea Scotti, Guido Alberti, Renato Romano, Corrado Gaipa, Maurizio Bonuglia, Luciano Bartoli
Giallo, durata 95 min. – Italia 1971.

Andrea Bild: Franco Nero
Lu Auer: Pamela Tiffin
Isabelle: Ira Furstenberg
Edward Beaumont: Edmund Purdom
Helene: Silvia Monti
Sofia Binni: Rossella Falk
Giulia : Agostina Belli
Il commissario: Wolfang Preiss
Traversi: Guido Alberti
Riccardo Binni: Renato Romano

Regia Luigi Bazzoni
Soggetto David McDonald Devine (romanzo “The Fifth Cord”)
Sceneggiatura Luigi Bazzoni, Mario di Nardo, Mario Fanelli
Produttore Manolo Bolognini
Casa di produzione B.R.C. Produzione
Fotografia Vittorio Storaro
Montaggio Eugenio Alabiso
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Gastone Carsetti
Costumi Fiorenzo Senese
Trucco Vittorio Biseo, Marisa Marconi






Le malizie di Venere
Uscito per il mercato estero con il titolo Venere in pelliccia, questo film di Massimo Dallamano, o anche Max Dilmann, come talvolta si è firmato, è un’opera complessa, difficilmente valutabile da coloro che hanno visto la versione spaventosamente mutilata che circolava in Italia negli anni settanta. Il film, uscito all’estero nel 1969, era ben altra cosa rispetto alla versione italiana; tratto da un romanzo di Leopold Von Masoch, autore già di per se dannato per la scabrosità trattata nelle sue opere, fatte di descrizione crude di rapporti intrisi di schiavitù psicologiche e fisiche, Le malizie di Venere era già condannato, per il tema trattato, all’oblio, almeno in Italia.
Laura Antonelli
La storia narra le vicende di Xavier, un ricco e affascinante tedesco, che nel corso di una vacanza conosce una disinibita ragazza italiana, Wanda, dalla mente perversa, libera e amorale. L’uomo si innnamora perdutamente della bellissima wanda, una insolitamente bionda Laura Antonelli, che però non esita a tradirlo, mostrando una vocazione assolutamente tendente alla poligamia sessuale che l’uomo è costretto ad accettare. Decide di portarla con se in Italia, degradandosi sempre più pur di raccogliere le briciole che Wanda gli riserva;
la donna lo costringe a diventare il suo autista personale durante le scorribande erotiche che ha con occasionali partner. Durante un’orgia, Wanda uccide un vagabondo che aveva sedotto, ma la ragazza, con la complicità delle cameriere, scompare, e Xavier si autoaccusa del delitto. Sarà in tribunale, all’ultimo momento, che Xavier verrà scagionato dalle accuse, grazie alle testimonianze di una persona della servitù che racconterà la verità.
Libero, Xavier cerca la sua ossessione bionda, Wanda, la rincorre di paese in paese e alla fine si libera di colpo dei suoi problemi psicologici uccidendo la perversa donna, e ponendo fine al suo rapporto sadomasochistico.
Il film, visto in edizione integrale, ha un suo svolgimento anche abbastanza logico, ma la versione che circolò in Italia, sforbiciata e integrata con scene girate con altri attori e con un altro finale, rende la visione difficilmente sopportabile, viste le incongruenze che la trama va ad assumere.
Nel film si respira un’aria quasi tossica, parallelamente alla visione della vicenda torbida a cui assistiamo. Il rapporto di sudditanza tra Xavier e Wanda, la crudeltà di Wanda, le scene torride di sesso alimentano il tutto, grazie anche al commento sonoro, molto adeguato, di Reverberi. Maiuscola la prova di laura Antonelli, volto da ingenua che in questo film si trasforma in una dark queen assolutamente amorale, ben aldilà dei limiti della ninfomania.
I meriti del film finiscono qui, perchè manca, per esempio, uno spessore psicologico che nel libro è la parte fondamentale. Dallamano cerca più il colpo ad effetto, insistendo moltissimo sulle splendide nudità della Antonelli, sulla tendenza di Wanda, a passare oltre i confini della morale, entrando in un mondo fatto di soli istinti primordiali, in cui il dominio assoluto del partner diventa forma di affermazione del proprio malsano io.
Nella versione italiana, girata per raggiungere il tempo necessario a farne un film che potesse uscire nelle sale, Xavier racconta parti della sua storia, come se fossero dei flashback, mentre è in galera in attesa del processo. Un espediente necessario, ma che trasforma il tutto in un’opera indigesta, in cui l’unica cosa a salvarsi davvero è la presenza della splendida Antonelli.
Per gli amanti dei film originali, l’unica possibilità che esiste di vedere il film in versione integrale consiste nel procurarsi il dvd giapponese, con tanto di sottotitoli in inglese, edito dalla Happinet pictures e distribuito per una cifra non indifferente, 37 dollari, reperibile a questo indirizzo: http://www.cdjapan.co.jp/detailview.html?KEY=BBBF-5165
Le malizie di Venere (Venere in pelliccia), un film di Massimo Dallamano. Con Laura Antonelli, Renate Kasch, Rex Duval, Mady Rahl
Erotico, durata 90 min. – Italia 1969-75.


Laura Antonelli: Wanda de Dunaieff
Régis Vallée: Severin
Loren Ewing: Bruno
Renate Kasché: Gracia
Werner Pochath: Manfred
Mady Rahl: Helga
Josil Raquel: Carmen
Michael Kroll: Pittore
Fred Newman: Giardiniere

Regia Massimo Dallamano
Sceneggiatura Inge Hilger, Fabio Massimo
Produttore Luggi Waldleitner
Casa di produzione Roxy-Film, Vip Produktion
Fotografia Sergio D’Offizi
Montaggio Hans Zeiler
Musiche Gian Piero Reverberi
Scenografia Alida Cappellini
Papaya dei Caraibi
Una multinazionale americana deve costruire, in un posto dei Caraibi, una centrale nucleare: sul luogo ci sono dei tecnici incaricati dalla società di individuare il luogo per l’insediamento della stessa. Uno di essi viene dapprima evirato a morsi e poi bruciato vivo da Papaya, una bellissima donna creola del posto, che appartiene ad un gruppo di patrioti locali che si oppongono alla costruzione della centrale, per non vedere snaturare la bellezza del luogo.
Il corpo bruciato del tecnico viene trasportato nel bungalow di Vincent, responsabile dell’equipe tecnica e rinvenuto dall’amante dell’uomo, Sandra. L’obiettivo di Papaya è quello di uccidere anche Vincent, e per farlo si insinua tra la coppia, simulando, con dei complici, un guasto all’auto. Sara e Vincent la accompagnano nel vicino paese, dove sta per celebrarsi la tradizionale cerimonia locale della pietra.
I due vengono trasportati in una realtà completamente diversa, fatta di riti pagani e orgiastici, in cui vengono drogati e assistono a sacrifici sia umani che animali. Da quel momento Papaya diventa l’ossessione di Vincent, che subisce il fascino erotico e misterioso della bellissima donna, che non si fa scrupoli nel sedurre anche Sara. La quale conosce il capo dei ribelli, con il quale dapprima ha un rapporto solo fatto di sesso, ma che la porta a simpatizzare per la causa di ribelli; Sara, girando per le strade del piccolo borgo, scopre il fascino di quella vita primitiva, e scopre anche come Sara annichilisca la volontà delle sue vittime con le arti erotiche.
Dopo essere riuscita a scampare alla gelosia di Papaya, che tenta di ucciderla mentre è in compagnia del ribelle, Sara assiste alla morte di Vincent, senza alzare un dito. Completamente conquistata alla causa dei ribelli, Sara accoglie il nuovo supervisore della società, e gli tende il tranello fatto a Vincent, fingendo di dare un passaggio alla bellissima Papaya.
Diretto da Joe D’Amato, alias Aristide Massaccesi, Papaya dei Caraibi è una curiosa mescolanza di generi: si va dal thriller classico, passando per scene splatter, come l’evirazione del tecnico, il combattimento fra galli, lo squartamento del maiale durante la cerimonia orgiastica, per sconfinare nell’erotico, con scene abbastanza spinte dei rapporti del triangolo Papaya-Sara-Vincent.
Qua e la affiora anche la denuncia ambientalista e antica pitalista, ma il film resta comunque un discreto prodotto difficilmente etichettabile. Apprezzabile comunque la trama e l’atmosfera che si respira nel film, e la bravura delle due attrici, Sirpa Lane nel ruolo di Sara e la giovane Melissa Chimenti in quella di Papaya.Nella distribuzione estera del film comparve, nel titolo, la parola cannibal, messa li per attirare pubblico: il film, grazie anche alla colonna sonora di Stelvio Cipriani, all’ambientazione esotica e al fascino delle due protagoniste, generosamente svestite, ebbe un grosso successo di pubblico, permettendo al D’Amato di continuare nella sperimentazione del genere, che sfocerà pi in film decisamente virati al genere hard.
Papaya dei Caraibi
un film di Joe D”Amato. Con Maurice Poli, Sirpa Lane, Melissa Chimenti Thriller Erotico, durata 90 min. – Italia 1978.
Melissa Chimenti: Papaya
Sirpa Lane: Sara
Maurice Poli: Vincent
Regia Joe D’Amato
Soggetto Roberto Gandus
Sceneggiatura Carlo Maietto, Joe D’Amato (non accreditato)
Produttore Carlo Maietto
Casa di produzione Mercury Cinematografica
Fotografia Aristide Massaccesi
Montaggio Vincenzo Tomassi
Musiche Stelvio Cipriani
Scenografia Mimmo Scavia
Costumi Mimmo Scavia
La polizia ringrazia
A Roma un’ondata di violenza vede il commissario Bertone e i suoi uomini impegnati in una lotta impari contro la criminalità dilagante; per quanto lui e i suoi uomini si diano da fare, ai loro arresti segue spesso un’indulgenza della magistratura che vanifica il lavoro fatto.
Accade così che Bertone debba assistere alla scarcerazione del Bettarini, un delinquente accusato di aver ucciso un uomo durante una rapina,e di essere anzi messo sotto accusa per i suoi metodi, considerati violenti. Un giorno due balordi, dopo una rapina in una gioielleria, uccidono due persone, e uno di loro, in fuga, rapisce una ragazza e la porta con se i una casa vicino al mare.
Bertone, nonostante sia stato messo sotto accusa dal procuratore Ricciuti, individua uno dei responsabili, che però viene giustiziato da una misteriosa anonima associazione, che fa ritrovare il suo cadavere, quello di Bettarini, quello di una prostituta e quello di un frequentatore di omosessuali sotto dei manifesti che raffigurano uno spazzino con su la scritta Aiutaci a tenere Roma pulita.
L’ondata di omicidi paradossalmente vede l’opinione pubblica e tutti gli uomini del commissario schierati dalla parte della misteriosa banda di giustizieri. Ma Bertone, ligio al suo dovere, decide di indagare, scoprendo, con l’aiuto di una giornalista, alla quale è legato, Sandra, che l’anonima omicidi è finanziata da industriali, magistrati, funzionari di polizia ed è composta da ex agenti congedati per motivi disciplinari.
Gli uomini e i loro capi sono quindi un potenziale pericolo per le istituzioni, che rischiano di essere infiltrate da gente pronta a derive autoritarie. Bertone si reca da quello che considera il capo dell’organizzazione, l’ex questore Stolfi per arrestarlo, ma all’interno del circolo viene assassinato a colpi di fucile dall’anonima. Sarà l’acerrimo nemico di Bertone, il procuratore Ricciuti, ad andare avanti per scoprire le finalità dell’organizzazione.
Bello, asciutto, interessante, La polizia ringrazia, diretto da Steno nel 1972 è forse il più bel poliziesco all’italiana degli anni settanta, sia per la trama, innovativa, sia per la magistrale interpretazione degli attori impiegati, fra i quali spiccano una grande Enrico Maria Salerno nel ruolo di Bertone,Mariangela Melato in quella di Sandra, di Franco Fabrizi, bravissimo a recitare il ruolo del viscido Bettarini.

Enrico Maria Salerno e Cyril Cusack
Una colonna sonora sontuosa, firmata dallo specialista Stelvio Cipriani, mai invadente, rende ancor più attraente questo film, amaro apologo quanto mai attuale, della violenza privata che vuole sostituirsi a quella dello stato per motivi abietti, non certo per amore della giustizia.
Laura Belli
Il film è disponibile in un’ottima versione su Youtube all’indirizzo: http://www.youtube.com/watch?v=U2_Dy49Y91w
La polizia ringrazia,un film di Steno. Con Mario Adorf, Enrico Maria Salerno, Franco Fabrizi, Mariangela Melato, Valentino Macchi.Sergio Serafini, Ezio Sancrotti, Laura Belli, Corrado Gaipa, Cyril Cusack, Gianfranco Barra, Ferdinando Murolo, Fortunato Cecilia, Jurgen Drews, Luciano Bonanni, Gianni Solaro
Drammatico, durata 99 min. – Italia 1972.
Enrico Maria Salerno … Commissario Bertone
Mariangela Melato … Sandra
Mario Adorf … Procuratore distrettuale Ricciuti
Franco Fabrizi … Bettarini
Cyril Cusack … Stolfi
Laura Belli … Anna Maria Sprovieri
Jürgen Drews … Michele Settecamini
Corrado Gaipa … L’avvocato Armani
Ezio Sancrotti … Commissario Santalamenti
Ferdinando Murolo … Capo squadra giustizieri
Gianfranco Barra … Agente Esposito
Regia Steno
Soggetto Steno, Lucio De Caro
Sceneggiatura Steno, Lucio De Caro
Casa di produzione Primex Italiana
Distribuzione (Italia) PAC
Fotografia Riccardo Pallottini
Montaggio Roberto Perpignani
Musiche Stelvio Cipriani
Rita Calderoni
Rita Calderoni
Ligure di nascita, friulana di adozione, Rita Calderoni è una delle meteore cinematografiche che ha legato indissolubilmente il suo nome a quello di un regista, Renato Polselli o Ralph Brown, come si faceva chiamare negli anni settanta, precursore di un cinema dai confini incerti, fatto di un miscuglio di horror, sesso e trash. La biografia di Rita è avvolta nel mistero, nel senso che di lei si sa veramente poco; da ragazza praticava lo sport agonistico, in particolar modo la pallacanestro, tanto da arrivare fino alla massima serie. Nata nel 1951, Rita esordisce nel modo cinematografico nel 1969, girando tre pellicole:
Rita Calderoni nel film Delirio caldo, nel ruolo di Marcia
–Oh dolci baci,languide carezze, di Mino Guerini, al fianco di Luciano Salce, Isabella Rey e una giovane Gioia Desideri. Il film, una confusa storia che narra dell’infatuazione di un professionista per una hippy, è debole, ma lei ha la prima occasione per farsi notare;
–La monaca di Monza, di Eriprando Visconti, che riprendeva la storia di Suor Virginia e del suo amante, con occhio piuttosto malizioso e morboso;
–Un tranquillo posto di campagna, diretto da Elio Petri, con un ottimo cast, nel quale figuravano anche Franco Nero e Vanessa Redgrave.
Fotogrammi tratti dal film Delirio caldo di Polselli
Sono tre particine, che permettono però alla giovane Rita di ambire a qualche spazio più ampio. Così entra nel cast dell’ottimo Il commisario Pepe, film del 1969 diretto da Ettore Scola, con un grande Ugo Tognazzi. Il film riscuote un notevole successo, grazie anche alla maiuscola prestazione di Tognazzi, un commissario che indaga sui peccati nascosti della provincia italiana. Confinata comunque in ruoli marginali, Rita Calderoni accetta altre parti in film non eccelsi, come Un gioco per Evelyn, di Avallone e Questa libertà di avere le ali bagnate, durante le riprese del quale ha l’incontro fatidico con Renato Polselli, del quale diverrà la musa.
Rita Calderoni in Riti, magie nere e segrete orge nel trecento
Il regista le affida il ruolo principale in La verità secondo Satana, film pretenzioso che mescola il genere horror alle consuete fantasie allucinate, psichedeliche del regista. Il film, mutilato dalla censura, alla fine risulta un pastrocchio incomprensibile, tanto da diventare un’icona del trash. Lei, Rita, mette in mostra il suo bellissimo corpo, ma è penalizzata da dialoghi surreali, e da una recitazione approssimativa. Sempre con Polselli, lavora in Delirio caldo (Delirium), nel quale è Marcia, la moglie di un dottore impotente, assassino e maniaco, coperto dalla moglie nei suoi assassini. Rita è l’unica cosa rilevante del film, anche se, ancora una volta, la sua recitazione non è memorabile. Colpa anche dei soggetti strambi dei film di Polselli.Dopo una comparsata nel film Quando le donne si chiamavano madonne, forse il più scadente dei decamerotici d’autore, in cui è presente il povero Vittorio Caprioli, capitato sul set per chissà quale motivo, ecco il capolavoro trash di Polselli, con Rita protagonista. Si tratta di Riti, magie nere e segrete orge nel trecento, nel quale Rita interpreta il doppio ruolo di Laureen e di Isabella. La storia strampalata della strega bruciata viva nel passato sarebbe insostenibile per chiunque, ma Rita riesce a dare un minimo di credibilità alla sua parte, risultando alla fine l’unica cosa decente del film.
Riti, magie nere e segrete orge nel trecento
Nello stesso anno partecipa, in un ruolo minore, allo semi sconosciuto Number one, e successivamente alla commedia Il trafficone, parata di stelle e di stelline, film del 1974 diretto da Corbucci, con Giuffrè, Banfi, la Aumont e Adriana Asti. L’ultimo film di una certa rilevanza è Nuda per Satana, thriller sconclusionato diretto da Solvay/Batzella nel 1974, una specie di gotico erotico in cui l’attrice interpreta ancora il doppio ruolo di Susan-Evelyn. Il film, un pasticciaccio terribile, vive solo sulle grazie dell’attrice, generosamente esposte. Nonostante la partecipazione ad Anno uno, di Rossellini, Rita Calderoni torna nell’ombra, e i suoi ultimi lavori, ovvero Vieni,vieni amore mio di Vittorio Caprioli, pellicola incolore in cui lavora al fianco di uno dei tanti divetti dei fotoromanzi, Max Delys, il successivo La sensualità è un attimo di vita, fino a Assassino sul ponte non si segnalano che per pura cronaca.
Rita Calderoni nel film introvabile Un attimo di vita
L’ultima parte di rilievo la ottiene in Torino capitale del vizio, vero B movie diretto da Vani ( forse soltanto il prestanome del solito Polselli), film sconclusionato e inconsistente. L’ultima apparizione cinematografica, datata 1983, è nel film di Damiani Amori morbosi di una contessina, che si segnala solo per la presenza della futura porno star Marina Hedman (alias Marina Lotar o Marina Frajese)
Da questo momento in poi della Calderoni non si sente più parlare; non partecipa più a nessuna pellicola, non la si vede in nessuna opera televisiva. Ha solo 27 anni, un’età in cui un’attrice giunge alla piena maturazione. Inspiegabili restano i motivi della sua sparizione dalle scene, anche se una sua intervista è comparsa sul numero 11 di Cine 70 e dintorni, rivista cinematografica edita da Coniglio editore. Un’attrice che è emersa solo in B movie, e che con il passare degli anni è diventata un autentico mito per gli amanti dei film trash.
1969 Un tranquillo posto di campagna
1969 Il commissario Pepe
1969 Oh dolci baci e languide carezze
1970 Un gioco per Evelyn
1971 Questa libertà di avere le ali bagnate
1971 Il vero e il falso
1971 La verità secondo Satana
1972 Riti, magie nere e segrete orge nel ‘300
1972 Quando le donne si chiamavano Madonne (non accreditata)
1972 Delirio caldo
1974 Number one
1974 Nuda per Satana
1974 Anno Uno
1974 Le amanti del mostro
1976 Un attimo di vita
1976 Assassinio sul ponte
1977 Torino centrale del vizio
1977 Amori morbosi di una contessina
Riti, magie nere e segrete orge nel trecento
Riti, magie nere e segrete orge nel trecento
Un gioco per Evelyn
Questa libertà di avere le ali bagnate
Oh dolci baci e languide carezze
Il trafficone
Il commissario Pepe
Fate la nanna coscine di pollo
Anno uno
Un tranquillo posto di campagna
Due fotogrammi da La verità secondo satana
L’introvabile D’improvviso al terzo piano
Dolce pelle di donna
Gradiva
Le guerriere dal seno nudo
La pretora
In un minuscolo paesino della provincia veneta il magistrato di ruolo è una donna, la dottoressa Viola Orlando; dura e severa, la donna è però l’amante di un conte, che da un momento all’altro dovrebbe divorziare dalla legittima consorte. La durezza e inflessibilità del magistrato attira però le inimicizie dei potenti del luogo; i suoi principali nemici diventano così due loschi affaristi, Esposito, un ingegnere con molte qualifiche fasulle e Amorini, un altro losco tipaccio che spaccia per opere artistiche quelli che sono filmetti e fotoromanzi porno.
A cambiare l’ordine delle cose e a fornire una formidabile arma di ricatto ai due, arriva un giorno in paese Rosa, sorella del magistrato, identica a lei in tutto e per tutto, ma soltanto fisicamente. La donna, infatti, è tanto libera e disinibita tanto la sorella è severa e moralmente ineccepibile. I due nemici della pretora colgono la palla al balzo e cercano di screditare il magistrato, facendo girare alla sosia della stessa un filmetto porno, con Rosa protagonista di una versione erotica di Biancaneve.
L’arma di ricatto si rivela vincente, e la povera Viola viene chiamata a discolparsi dal procuratore della repubblica. Riuscirà a farlo, grazie ad un particolare anatomico, ma alla fine, sdegnata per essere stata messa sotto accusa, e approfittando del sopravvenuto divorzio del suo amante, la donna, dopo aver riportato giustizia e aver riabilitato il proprio nome, rassegna le dimissioni.

Edwige Fenech (nel ruolo di Rosa), interpreta la versione a luci rosse di Biancaneve
Incursione di Lucio Fulci nel genere commedia sexy, La pretora, diretto dal maestro nel 1976, si distacca da altre pellicole del genere sia per la verve ironica che affiora spesso, sia per la bonaria presa in giro del moralismo e dell’essere bacchettoni, difetto molto radicato, allepoca, nella sonnolenta provincia italiana.
La Fenech sostiene con garbo il doppio ruolo di Viola e di Rosa, donando ai personaggi un certo spessore narrativo, oltre che prestando il suo magnifico corpo alla telecamera. Un film che andrebbe rivisto alla luce di una stagione, quella della commedia sexy, che partorì diversi buoni film, all’epoca bocciati come commedie scollacciate. Solito giudizio tanciato con le forbici dal solone “critico so tutto”, che riprendo, as usual, dal Morandini, vera e propria Bibbia per coloro che non amano il cinema:
“La dottoressa Viola Orlando, pretore in Veneto, ha una sorella gemella birichina. Film anonimo e inconsistente con la Fenech nella parte delle gemelle.”
La pretora, un film di Lucio Fulci. Con Gianni Agus, Giancarlo Dettori, Edwige Fenech, Oreste Lionello.
Piero Palermini, Michele Malaspina, Pietro Tordi, Galliano Sbarra, Mario Maranzana, Walter Valdi, Luca Sportelli, Raf Luca, Gianni Solaro

Edwige Fenech: Viola/Rosa
Giancarlo Dettori: conte Renato Altieri
Gianni Agus: Angelo Scotti
Oreste Lionello: Francesco Lo Presti
Raf Luca: Raffaele Esposito
Mario Maranzana: avvocato Bortolon
Carletto Sposito: procuratore
Regia Lucio Fulci
Soggetto Franco Marotta, Laura Toscano
Sceneggiatura Franco Marotta, Laura Toscano; coll. dial. Franco Mercuri
Casa di produzione Coralta Cinematografica
Distribuzione (Italia) Dear International
Fotografia Luciano Trasatti
Musiche Nico Fidenco
Scenografia Eugenio Liverani
Costumi Vera Cozzolino

























































































































































































































































