Giornata nera per l’ariete

In un tunnel si consuma l’aggressione al professor Lubbock; apparentemente sembra un atto teso alla rapina. Ma poco tempo dopo viene assassinata una donna invalida, Sophie, sposata ad un medico amico di Lubbock. Andrea, un giornalista con problemi di alcolismo, e con una vita privata burrascosa (ha lasciato la compagna con cui viveva da tempo, Helena, e vive con una spregiudicata ragazza Lu), indaga, per conto del suo redattore capo, Traversi.
Rossella Falk
Ma le sue indagini creano problemi al dottor Bini, marito della defunta Sophie e finanziatore del giornale, così Andrea si trova ben presto a rischiare il licenziamento. Ma improvvisamente Traversi muore, colpito da un infarto in un parco pubblico, inseguito dal misterioso assassino, che lascia vicino al cadavere dell’uomo un guanto privo di un due dita, tante quante sono le vittime che ha finora fatto.
I sospetti della polizia, sopratutto dopo la violenta lite avvenuta tra Andrea e Traversi si indirizzano sul giornalista, che però non viene arrestato. Una sera Andrea riceve una misteriosa telefonata da Isabelle, donna bellissima e molto ricca, della quale è innamorato Lubbock, ma che viceversa andrà sposa ad un amico di questi, Valmont;
con la telefonata Isabelle dice di avere importanti informazioni da rivelargli e lo invita a recarsi, per incontrala, nell’hotel in cui vive. Andrea accompagnato da Lu, si reca all’appuntamento e scopre il cadavere di Isabelle nella vasca da bagno. La donna è stata strangolata, e nell’acqua galleggia il solito guanto, questa volta privo di tre dita. Andrea evita l’arresto grazie a Lu, che testimonia per lui; la donna sta per lasciarlo, e da questo momento Andrea è praticamente solo. Dopo aver in qualche modo riannodato il suo rapporto con Helena, Andrea scopre che Bini è impelagato in una storia squallida di voyeurismo, ma non fa in tempo a interrogare la prostituta spiata dal Bini, perchè quest’ultima viene brutalmente uccisa.
Ira Furstenberg
Manca ormai solo un omicidio al misterioso assassino per compiere la sua terribile missione, e l’ultima vittima designata è Tony, figlio di Helena; ma Andrea riesce a salvarlo e a scoprire l’insospettabile assassino e sopratutto il suo movente.
Silvia Monti
Diretto con mani abili da Luigi Bazzoni nel 1971, Giornata nera per l’ariete si segnala per il cast bene assortito che recita con sobrietà, per l’ottima fotografia e per il ritmo, una volta tanto non frenetico, d’ambientazione. Sicuramente all’altezza Franco Nero nel ruolo di Andrea, la bellissima Silvia Monti in quello di Helena, la sempre sexy biondissima Pamela Tiffin in quello della disinibita Lu, e le tre vittime al femminile, Rossella Falck (Sophie), Ira Furstenberg ( Isabelle) e una giovanissima e splendida Agostina Belli in quello della prostituta. Un thriller ben diretto, quindi, assolutamente godibile e senza sbavature di rilievo nella sceneggiatura; non ci sono delitti sanguinolenti o i soliti cadaveri massacrati, e questo è sicuramente un elemento fondamentale del film. Il film è tratto dal romanzo The Fifth Cord di David Macdonald Devine, e venne distribuito all’estero con questo titolo.
Giornata nera per l’ariete,un film di Luigi Bazzoni. Con Ira Fürstenberg, Edmund Purdom, Silvia Monti, Rossella Falk,Agostina Belli, Pamela Tiffin, Franco Nero, Wolfgang Preiss, Andrea Scotti, Guido Alberti, Renato Romano, Corrado Gaipa, Maurizio Bonuglia, Luciano Bartoli
Giallo, durata 95 min. – Italia 1971.

Andrea Bild: Franco Nero
Lu Auer: Pamela Tiffin
Isabelle: Ira Furstenberg
Edward Beaumont: Edmund Purdom
Helene: Silvia Monti
Sofia Binni: Rossella Falk
Giulia : Agostina Belli
Il commissario: Wolfang Preiss
Traversi: Guido Alberti
Riccardo Binni: Renato Romano

Regia Luigi Bazzoni
Soggetto David McDonald Devine (romanzo “The Fifth Cord”)
Sceneggiatura Luigi Bazzoni, Mario di Nardo, Mario Fanelli
Produttore Manolo Bolognini
Casa di produzione B.R.C. Produzione
Fotografia Vittorio Storaro
Montaggio Eugenio Alabiso
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Gastone Carsetti
Costumi Fiorenzo Senese
Trucco Vittorio Biseo, Marisa Marconi






Le malizie di Venere
Uscito per il mercato estero con il titolo Venere in pelliccia, questo film di Massimo Dallamano, o anche Max Dilmann, come talvolta si è firmato, è un’opera complessa, difficilmente valutabile da coloro che hanno visto la versione spaventosamente mutilata che circolava in Italia negli anni settanta. Il film, uscito all’estero nel 1969, era ben altra cosa rispetto alla versione italiana; tratto da un romanzo di Leopold Von Masoch, autore già di per se dannato per la scabrosità trattata nelle sue opere, fatte di descrizione crude di rapporti intrisi di schiavitù psicologiche e fisiche, Le malizie di Venere era già condannato, per il tema trattato, all’oblio, almeno in Italia.
Laura Antonelli
La storia narra le vicende di Xavier, un ricco e affascinante tedesco, che nel corso di una vacanza conosce una disinibita ragazza italiana, Wanda, dalla mente perversa, libera e amorale. L’uomo si innnamora perdutamente della bellissima wanda, una insolitamente bionda Laura Antonelli, che però non esita a tradirlo, mostrando una vocazione assolutamente tendente alla poligamia sessuale che l’uomo è costretto ad accettare. Decide di portarla con se in Italia, degradandosi sempre più pur di raccogliere le briciole che Wanda gli riserva;
la donna lo costringe a diventare il suo autista personale durante le scorribande erotiche che ha con occasionali partner. Durante un’orgia, Wanda uccide un vagabondo che aveva sedotto, ma la ragazza, con la complicità delle cameriere, scompare, e Xavier si autoaccusa del delitto. Sarà in tribunale, all’ultimo momento, che Xavier verrà scagionato dalle accuse, grazie alle testimonianze di una persona della servitù che racconterà la verità.
Libero, Xavier cerca la sua ossessione bionda, Wanda, la rincorre di paese in paese e alla fine si libera di colpo dei suoi problemi psicologici uccidendo la perversa donna, e ponendo fine al suo rapporto sadomasochistico.
Il film, visto in edizione integrale, ha un suo svolgimento anche abbastanza logico, ma la versione che circolò in Italia, sforbiciata e integrata con scene girate con altri attori e con un altro finale, rende la visione difficilmente sopportabile, viste le incongruenze che la trama va ad assumere.
Nel film si respira un’aria quasi tossica, parallelamente alla visione della vicenda torbida a cui assistiamo. Il rapporto di sudditanza tra Xavier e Wanda, la crudeltà di Wanda, le scene torride di sesso alimentano il tutto, grazie anche al commento sonoro, molto adeguato, di Reverberi. Maiuscola la prova di laura Antonelli, volto da ingenua che in questo film si trasforma in una dark queen assolutamente amorale, ben aldilà dei limiti della ninfomania.
I meriti del film finiscono qui, perchè manca, per esempio, uno spessore psicologico che nel libro è la parte fondamentale. Dallamano cerca più il colpo ad effetto, insistendo moltissimo sulle splendide nudità della Antonelli, sulla tendenza di Wanda, a passare oltre i confini della morale, entrando in un mondo fatto di soli istinti primordiali, in cui il dominio assoluto del partner diventa forma di affermazione del proprio malsano io.
Nella versione italiana, girata per raggiungere il tempo necessario a farne un film che potesse uscire nelle sale, Xavier racconta parti della sua storia, come se fossero dei flashback, mentre è in galera in attesa del processo. Un espediente necessario, ma che trasforma il tutto in un’opera indigesta, in cui l’unica cosa a salvarsi davvero è la presenza della splendida Antonelli.
Per gli amanti dei film originali, l’unica possibilità che esiste di vedere il film in versione integrale consiste nel procurarsi il dvd giapponese, con tanto di sottotitoli in inglese, edito dalla Happinet pictures e distribuito per una cifra non indifferente, 37 dollari, reperibile a questo indirizzo: http://www.cdjapan.co.jp/detailview.html?KEY=BBBF-5165
Le malizie di Venere (Venere in pelliccia), un film di Massimo Dallamano. Con Laura Antonelli, Renate Kasch, Rex Duval, Mady Rahl
Erotico, durata 90 min. – Italia 1969-75.


Laura Antonelli: Wanda de Dunaieff
Régis Vallée: Severin
Loren Ewing: Bruno
Renate Kasché: Gracia
Werner Pochath: Manfred
Mady Rahl: Helga
Josil Raquel: Carmen
Michael Kroll: Pittore
Fred Newman: Giardiniere

Regia Massimo Dallamano
Sceneggiatura Inge Hilger, Fabio Massimo
Produttore Luggi Waldleitner
Casa di produzione Roxy-Film, Vip Produktion
Fotografia Sergio D’Offizi
Montaggio Hans Zeiler
Musiche Gian Piero Reverberi
Scenografia Alida Cappellini
Papaya dei Caraibi
Una multinazionale americana deve costruire, in un posto dei Caraibi, una centrale nucleare: sul luogo ci sono dei tecnici incaricati dalla società di individuare il luogo per l’insediamento della stessa. Uno di essi viene dapprima evirato a morsi e poi bruciato vivo da Papaya, una bellissima donna creola del posto, che appartiene ad un gruppo di patrioti locali che si oppongono alla costruzione della centrale, per non vedere snaturare la bellezza del luogo.
Il corpo bruciato del tecnico viene trasportato nel bungalow di Vincent, responsabile dell’equipe tecnica e rinvenuto dall’amante dell’uomo, Sandra. L’obiettivo di Papaya è quello di uccidere anche Vincent, e per farlo si insinua tra la coppia, simulando, con dei complici, un guasto all’auto. Sara e Vincent la accompagnano nel vicino paese, dove sta per celebrarsi la tradizionale cerimonia locale della pietra.
I due vengono trasportati in una realtà completamente diversa, fatta di riti pagani e orgiastici, in cui vengono drogati e assistono a sacrifici sia umani che animali. Da quel momento Papaya diventa l’ossessione di Vincent, che subisce il fascino erotico e misterioso della bellissima donna, che non si fa scrupoli nel sedurre anche Sara. La quale conosce il capo dei ribelli, con il quale dapprima ha un rapporto solo fatto di sesso, ma che la porta a simpatizzare per la causa di ribelli; Sara, girando per le strade del piccolo borgo, scopre il fascino di quella vita primitiva, e scopre anche come Sara annichilisca la volontà delle sue vittime con le arti erotiche.
Dopo essere riuscita a scampare alla gelosia di Papaya, che tenta di ucciderla mentre è in compagnia del ribelle, Sara assiste alla morte di Vincent, senza alzare un dito. Completamente conquistata alla causa dei ribelli, Sara accoglie il nuovo supervisore della società, e gli tende il tranello fatto a Vincent, fingendo di dare un passaggio alla bellissima Papaya.
Diretto da Joe D’Amato, alias Aristide Massaccesi, Papaya dei Caraibi è una curiosa mescolanza di generi: si va dal thriller classico, passando per scene splatter, come l’evirazione del tecnico, il combattimento fra galli, lo squartamento del maiale durante la cerimonia orgiastica, per sconfinare nell’erotico, con scene abbastanza spinte dei rapporti del triangolo Papaya-Sara-Vincent.
Qua e la affiora anche la denuncia ambientalista e antica pitalista, ma il film resta comunque un discreto prodotto difficilmente etichettabile. Apprezzabile comunque la trama e l’atmosfera che si respira nel film, e la bravura delle due attrici, Sirpa Lane nel ruolo di Sara e la giovane Melissa Chimenti in quella di Papaya.Nella distribuzione estera del film comparve, nel titolo, la parola cannibal, messa li per attirare pubblico: il film, grazie anche alla colonna sonora di Stelvio Cipriani, all’ambientazione esotica e al fascino delle due protagoniste, generosamente svestite, ebbe un grosso successo di pubblico, permettendo al D’Amato di continuare nella sperimentazione del genere, che sfocerà pi in film decisamente virati al genere hard.
Papaya dei Caraibi
un film di Joe D”Amato. Con Maurice Poli, Sirpa Lane, Melissa Chimenti Thriller Erotico, durata 90 min. – Italia 1978.
Melissa Chimenti: Papaya
Sirpa Lane: Sara
Maurice Poli: Vincent
Regia Joe D’Amato
Soggetto Roberto Gandus
Sceneggiatura Carlo Maietto, Joe D’Amato (non accreditato)
Produttore Carlo Maietto
Casa di produzione Mercury Cinematografica
Fotografia Aristide Massaccesi
Montaggio Vincenzo Tomassi
Musiche Stelvio Cipriani
Scenografia Mimmo Scavia
Costumi Mimmo Scavia
La polizia ringrazia
A Roma un’ondata di violenza vede il commissario Bertone e i suoi uomini impegnati in una lotta impari contro la criminalità dilagante; per quanto lui e i suoi uomini si diano da fare, ai loro arresti segue spesso un’indulgenza della magistratura che vanifica il lavoro fatto.
Accade così che Bertone debba assistere alla scarcerazione del Bettarini, un delinquente accusato di aver ucciso un uomo durante una rapina,e di essere anzi messo sotto accusa per i suoi metodi, considerati violenti. Un giorno due balordi, dopo una rapina in una gioielleria, uccidono due persone, e uno di loro, in fuga, rapisce una ragazza e la porta con se i una casa vicino al mare.
Bertone, nonostante sia stato messo sotto accusa dal procuratore Ricciuti, individua uno dei responsabili, che però viene giustiziato da una misteriosa anonima associazione, che fa ritrovare il suo cadavere, quello di Bettarini, quello di una prostituta e quello di un frequentatore di omosessuali sotto dei manifesti che raffigurano uno spazzino con su la scritta Aiutaci a tenere Roma pulita.
L’ondata di omicidi paradossalmente vede l’opinione pubblica e tutti gli uomini del commissario schierati dalla parte della misteriosa banda di giustizieri. Ma Bertone, ligio al suo dovere, decide di indagare, scoprendo, con l’aiuto di una giornalista, alla quale è legato, Sandra, che l’anonima omicidi è finanziata da industriali, magistrati, funzionari di polizia ed è composta da ex agenti congedati per motivi disciplinari.
Gli uomini e i loro capi sono quindi un potenziale pericolo per le istituzioni, che rischiano di essere infiltrate da gente pronta a derive autoritarie. Bertone si reca da quello che considera il capo dell’organizzazione, l’ex questore Stolfi per arrestarlo, ma all’interno del circolo viene assassinato a colpi di fucile dall’anonima. Sarà l’acerrimo nemico di Bertone, il procuratore Ricciuti, ad andare avanti per scoprire le finalità dell’organizzazione.
Bello, asciutto, interessante, La polizia ringrazia, diretto da Steno nel 1972 è forse il più bel poliziesco all’italiana degli anni settanta, sia per la trama, innovativa, sia per la magistrale interpretazione degli attori impiegati, fra i quali spiccano una grande Enrico Maria Salerno nel ruolo di Bertone,Mariangela Melato in quella di Sandra, di Franco Fabrizi, bravissimo a recitare il ruolo del viscido Bettarini.

Enrico Maria Salerno e Cyril Cusack
Una colonna sonora sontuosa, firmata dallo specialista Stelvio Cipriani, mai invadente, rende ancor più attraente questo film, amaro apologo quanto mai attuale, della violenza privata che vuole sostituirsi a quella dello stato per motivi abietti, non certo per amore della giustizia.
Laura Belli
Il film è disponibile in un’ottima versione su Youtube all’indirizzo: http://www.youtube.com/watch?v=U2_Dy49Y91w
La polizia ringrazia,un film di Steno. Con Mario Adorf, Enrico Maria Salerno, Franco Fabrizi, Mariangela Melato, Valentino Macchi.Sergio Serafini, Ezio Sancrotti, Laura Belli, Corrado Gaipa, Cyril Cusack, Gianfranco Barra, Ferdinando Murolo, Fortunato Cecilia, Jurgen Drews, Luciano Bonanni, Gianni Solaro
Drammatico, durata 99 min. – Italia 1972.
Enrico Maria Salerno … Commissario Bertone
Mariangela Melato … Sandra
Mario Adorf … Procuratore distrettuale Ricciuti
Franco Fabrizi … Bettarini
Cyril Cusack … Stolfi
Laura Belli … Anna Maria Sprovieri
Jürgen Drews … Michele Settecamini
Corrado Gaipa … L’avvocato Armani
Ezio Sancrotti … Commissario Santalamenti
Ferdinando Murolo … Capo squadra giustizieri
Gianfranco Barra … Agente Esposito
Regia Steno
Soggetto Steno, Lucio De Caro
Sceneggiatura Steno, Lucio De Caro
Casa di produzione Primex Italiana
Distribuzione (Italia) PAC
Fotografia Riccardo Pallottini
Montaggio Roberto Perpignani
Musiche Stelvio Cipriani
Rita Calderoni
Rita Calderoni
Ligure di nascita, friulana di adozione, Rita Calderoni è una delle meteore cinematografiche che ha legato indissolubilmente il suo nome a quello di un regista, Renato Polselli o Ralph Brown, come si faceva chiamare negli anni settanta, precursore di un cinema dai confini incerti, fatto di un miscuglio di horror, sesso e trash. La biografia di Rita è avvolta nel mistero, nel senso che di lei si sa veramente poco; da ragazza praticava lo sport agonistico, in particolar modo la pallacanestro, tanto da arrivare fino alla massima serie. Nata nel 1951, Rita esordisce nel modo cinematografico nel 1969, girando tre pellicole:
Rita Calderoni nel film Delirio caldo, nel ruolo di Marcia
–Oh dolci baci,languide carezze, di Mino Guerini, al fianco di Luciano Salce, Isabella Rey e una giovane Gioia Desideri. Il film, una confusa storia che narra dell’infatuazione di un professionista per una hippy, è debole, ma lei ha la prima occasione per farsi notare;
–La monaca di Monza, di Eriprando Visconti, che riprendeva la storia di Suor Virginia e del suo amante, con occhio piuttosto malizioso e morboso;
–Un tranquillo posto di campagna, diretto da Elio Petri, con un ottimo cast, nel quale figuravano anche Franco Nero e Vanessa Redgrave.
Fotogrammi tratti dal film Delirio caldo di Polselli
Sono tre particine, che permettono però alla giovane Rita di ambire a qualche spazio più ampio. Così entra nel cast dell’ottimo Il commisario Pepe, film del 1969 diretto da Ettore Scola, con un grande Ugo Tognazzi. Il film riscuote un notevole successo, grazie anche alla maiuscola prestazione di Tognazzi, un commissario che indaga sui peccati nascosti della provincia italiana. Confinata comunque in ruoli marginali, Rita Calderoni accetta altre parti in film non eccelsi, come Un gioco per Evelyn, di Avallone e Questa libertà di avere le ali bagnate, durante le riprese del quale ha l’incontro fatidico con Renato Polselli, del quale diverrà la musa.
Rita Calderoni in Riti, magie nere e segrete orge nel trecento
Il regista le affida il ruolo principale in La verità secondo Satana, film pretenzioso che mescola il genere horror alle consuete fantasie allucinate, psichedeliche del regista. Il film, mutilato dalla censura, alla fine risulta un pastrocchio incomprensibile, tanto da diventare un’icona del trash. Lei, Rita, mette in mostra il suo bellissimo corpo, ma è penalizzata da dialoghi surreali, e da una recitazione approssimativa. Sempre con Polselli, lavora in Delirio caldo (Delirium), nel quale è Marcia, la moglie di un dottore impotente, assassino e maniaco, coperto dalla moglie nei suoi assassini. Rita è l’unica cosa rilevante del film, anche se, ancora una volta, la sua recitazione non è memorabile. Colpa anche dei soggetti strambi dei film di Polselli.Dopo una comparsata nel film Quando le donne si chiamavano madonne, forse il più scadente dei decamerotici d’autore, in cui è presente il povero Vittorio Caprioli, capitato sul set per chissà quale motivo, ecco il capolavoro trash di Polselli, con Rita protagonista. Si tratta di Riti, magie nere e segrete orge nel trecento, nel quale Rita interpreta il doppio ruolo di Laureen e di Isabella. La storia strampalata della strega bruciata viva nel passato sarebbe insostenibile per chiunque, ma Rita riesce a dare un minimo di credibilità alla sua parte, risultando alla fine l’unica cosa decente del film.
Riti, magie nere e segrete orge nel trecento
Nello stesso anno partecipa, in un ruolo minore, allo semi sconosciuto Number one, e successivamente alla commedia Il trafficone, parata di stelle e di stelline, film del 1974 diretto da Corbucci, con Giuffrè, Banfi, la Aumont e Adriana Asti. L’ultimo film di una certa rilevanza è Nuda per Satana, thriller sconclusionato diretto da Solvay/Batzella nel 1974, una specie di gotico erotico in cui l’attrice interpreta ancora il doppio ruolo di Susan-Evelyn. Il film, un pasticciaccio terribile, vive solo sulle grazie dell’attrice, generosamente esposte. Nonostante la partecipazione ad Anno uno, di Rossellini, Rita Calderoni torna nell’ombra, e i suoi ultimi lavori, ovvero Vieni,vieni amore mio di Vittorio Caprioli, pellicola incolore in cui lavora al fianco di uno dei tanti divetti dei fotoromanzi, Max Delys, il successivo La sensualità è un attimo di vita, fino a Assassino sul ponte non si segnalano che per pura cronaca.
Rita Calderoni nel film introvabile Un attimo di vita
L’ultima parte di rilievo la ottiene in Torino capitale del vizio, vero B movie diretto da Vani ( forse soltanto il prestanome del solito Polselli), film sconclusionato e inconsistente. L’ultima apparizione cinematografica, datata 1983, è nel film di Damiani Amori morbosi di una contessina, che si segnala solo per la presenza della futura porno star Marina Hedman (alias Marina Lotar o Marina Frajese)
Da questo momento in poi della Calderoni non si sente più parlare; non partecipa più a nessuna pellicola, non la si vede in nessuna opera televisiva. Ha solo 27 anni, un’età in cui un’attrice giunge alla piena maturazione. Inspiegabili restano i motivi della sua sparizione dalle scene, anche se una sua intervista è comparsa sul numero 11 di Cine 70 e dintorni, rivista cinematografica edita da Coniglio editore. Un’attrice che è emersa solo in B movie, e che con il passare degli anni è diventata un autentico mito per gli amanti dei film trash.
1969 Un tranquillo posto di campagna
1969 Il commissario Pepe
1969 Oh dolci baci e languide carezze
1970 Un gioco per Evelyn
1971 Questa libertà di avere le ali bagnate
1971 Il vero e il falso
1971 La verità secondo Satana
1972 Riti, magie nere e segrete orge nel ‘300
1972 Quando le donne si chiamavano Madonne (non accreditata)
1972 Delirio caldo
1974 Number one
1974 Nuda per Satana
1974 Anno Uno
1974 Le amanti del mostro
1976 Un attimo di vita
1976 Assassinio sul ponte
1977 Torino centrale del vizio
1977 Amori morbosi di una contessina
Riti, magie nere e segrete orge nel trecento
Riti, magie nere e segrete orge nel trecento
Un gioco per Evelyn
Questa libertà di avere le ali bagnate
Oh dolci baci e languide carezze
Il trafficone
Il commissario Pepe
Fate la nanna coscine di pollo
Anno uno
Un tranquillo posto di campagna
Due fotogrammi da La verità secondo satana
L’introvabile D’improvviso al terzo piano
Dolce pelle di donna
Gradiva
Le guerriere dal seno nudo
La pretora
In un minuscolo paesino della provincia veneta il magistrato di ruolo è una donna, la dottoressa Viola Orlando; dura e severa, la donna è però l’amante di un conte, che da un momento all’altro dovrebbe divorziare dalla legittima consorte. La durezza e inflessibilità del magistrato attira però le inimicizie dei potenti del luogo; i suoi principali nemici diventano così due loschi affaristi, Esposito, un ingegnere con molte qualifiche fasulle e Amorini, un altro losco tipaccio che spaccia per opere artistiche quelli che sono filmetti e fotoromanzi porno.
A cambiare l’ordine delle cose e a fornire una formidabile arma di ricatto ai due, arriva un giorno in paese Rosa, sorella del magistrato, identica a lei in tutto e per tutto, ma soltanto fisicamente. La donna, infatti, è tanto libera e disinibita tanto la sorella è severa e moralmente ineccepibile. I due nemici della pretora colgono la palla al balzo e cercano di screditare il magistrato, facendo girare alla sosia della stessa un filmetto porno, con Rosa protagonista di una versione erotica di Biancaneve.
L’arma di ricatto si rivela vincente, e la povera Viola viene chiamata a discolparsi dal procuratore della repubblica. Riuscirà a farlo, grazie ad un particolare anatomico, ma alla fine, sdegnata per essere stata messa sotto accusa, e approfittando del sopravvenuto divorzio del suo amante, la donna, dopo aver riportato giustizia e aver riabilitato il proprio nome, rassegna le dimissioni.

Edwige Fenech (nel ruolo di Rosa), interpreta la versione a luci rosse di Biancaneve
Incursione di Lucio Fulci nel genere commedia sexy, La pretora, diretto dal maestro nel 1976, si distacca da altre pellicole del genere sia per la verve ironica che affiora spesso, sia per la bonaria presa in giro del moralismo e dell’essere bacchettoni, difetto molto radicato, allepoca, nella sonnolenta provincia italiana.
La Fenech sostiene con garbo il doppio ruolo di Viola e di Rosa, donando ai personaggi un certo spessore narrativo, oltre che prestando il suo magnifico corpo alla telecamera. Un film che andrebbe rivisto alla luce di una stagione, quella della commedia sexy, che partorì diversi buoni film, all’epoca bocciati come commedie scollacciate. Solito giudizio tanciato con le forbici dal solone “critico so tutto”, che riprendo, as usual, dal Morandini, vera e propria Bibbia per coloro che non amano il cinema:
“La dottoressa Viola Orlando, pretore in Veneto, ha una sorella gemella birichina. Film anonimo e inconsistente con la Fenech nella parte delle gemelle.”
La pretora, un film di Lucio Fulci. Con Gianni Agus, Giancarlo Dettori, Edwige Fenech, Oreste Lionello.
Piero Palermini, Michele Malaspina, Pietro Tordi, Galliano Sbarra, Mario Maranzana, Walter Valdi, Luca Sportelli, Raf Luca, Gianni Solaro

Edwige Fenech: Viola/Rosa
Giancarlo Dettori: conte Renato Altieri
Gianni Agus: Angelo Scotti
Oreste Lionello: Francesco Lo Presti
Raf Luca: Raffaele Esposito
Mario Maranzana: avvocato Bortolon
Carletto Sposito: procuratore
Regia Lucio Fulci
Soggetto Franco Marotta, Laura Toscano
Sceneggiatura Franco Marotta, Laura Toscano; coll. dial. Franco Mercuri
Casa di produzione Coralta Cinematografica
Distribuzione (Italia) Dear International
Fotografia Luciano Trasatti
Musiche Nico Fidenco
Scenografia Eugenio Liverani
Costumi Vera Cozzolino

Delirio caldo (Delirium)

Una ragazza chiede un passaggio ad un uomo mentre è in un bar; lo segue, e durante il percorso viene aggredita. Riesce a sfuggire ma viene inseguita e uccisa dentro un piccolo corso d’acqua. L’assassino è il dottor Herbert Lyutak, un uomo ossessionato dalla figura femminile, in quanto impotente. Sfoga così le sue perversioni su giovani donne che uccide selvaggiamente.
La polizia, che è sulle sue tracce, grazie anche al riconoscimento da parte del gestore del bar in cui l’ultima vittima è stata vista in compagnia del dottore, viene però sviata dalle indagini da due nuovi e misteriosi omicidi, quello di una ragazza, casulamente inseguita dal dottore e uccisa in una cabina telefonica e da quello di una giovane e bella assistente di polizia.

La polizia indaga : le foto delle vittime precedenti

Rita Calderoni è Marcia, la moglie del dottor Herbert
Poichè il dottore al momento dei due brutali omicidi era sotto interrogatorio, le indagini si focalizzano sul fidanzato della ragazza, un guardiamacchine che era poco lontano dal luogo dell’omicidio. Quest’ultimo decide di smascherare il dottore; penetra in casa sua, trova un coltello insanguinato e sopratutto trova la giovane cameriera di casa Lyutak che sta per morire, asfissiata dalle esalazioni di una bombola di gas.
L’uomo viene aggredito dal dottore, ma si salva, così come si salva la giovane cameriera, che scappa. La polizia, ormai certa della colpevolezza del dottore, vuole però anche l’altro assassino, così fa credere che il guardiamacchine sia morto. La moglie di Herbert, Marcia, a questo punto confessa al marito la verità: a uccidere le ultime due donne è stata lei, che aveva capito la verità, ovvero che il marito, ossessionato, uccideva come in trance le sue vittime. Herbert vorrebbe autodenunciarsi e denunciare la moglie, ma……
Strano film davvero, questo di Polselli. Un film visionario, in cui la trama sembra ben leggibile dall’inizio, in cui tutto è scontato, per poi aviarsi verso l’unico finale possibile. Se la tensione latita, si va alla ricerca delle vere motivazioni degli omicidi, ricavandone, di volta in volta, frammenti di verità, fino al finale sicuramente scontato, ma non privo di logica. Film girato nel 1972, a lungo censurato per le scene di sesso, peraltro caste, a parte il solito rapporto saffico,
Delirio caldo o Delirium, il titolo con cui venne distribuito all’estero è sicuramente un film debole, sopratutto nella recitazione. L’unica a salvarsi è la bella Rita Calderoni, che passerà fulminea attraverso molti B movie, diventando una vera e propria icona di questo genere di cinema. Il resto, francamente, non è memorabile, anche se oggi si assiste ad una certa riabilitazione delle opere del regista.
Delirio caldo ,aka Delirium, di Renato Polselli, ( Ralph Brown). Con Mickey Hargitay, Rita Calderoni, Tano Cimarosa, Stefano Oppedisano
Giallo, durata 90 min. – Italia 1972.

Mickey Hargitay: Herbert Lyutak
Rita Calderoni: Marzia Lyutak
Raul Lovecchio: ispettore Edwards
Carmen Young: Bonita
Christa Barrymore: Joaquine
Tano Cimarosa: John Lacey
Marcello Bonini Olas: Barista
Katia Cardinali: sig.na Heindrich
William Darni: Willy
Stefania Fassio: prima vittima
Stefano Oppedisano: giornalista
Cristina Perrier

Regia: Renato Polselli
Sceneggiatura: Renato Polselli
Produzione: Renato Polselli
Musiche: Gianfranco Reverberi
Fotografia: Ugo Brunelli
Montaggio: Otello Colangeli
Scenografie: Giuseppe Ranieri









Chi l’ha vista morire

Una bambina, Nicole, viene uccisa in Svizzera; non assistiamo, materialmente all’omicidio, ma vediamo la sua baby sitter andare alla sua ricerca. La scena cambia e ci troviamo a Venezia; la protagonista questa volta è Roberta, figlia di uno scultore Franco Serpieri e di Elizabeth, che vive in Olanda, lontana dal marito dal quale si è un pò distaccata, tant’è vero che vediamo l’uomo avere un’avventura galante con un’altra donna. Un giorno, mentre la bambina sta giocando con i suoi amici, sparisce misteriosamente, cercata inutilmente dal padre. Verrà ripescata nel Canal Grande il giorno dopo, con il volto riverso nell’acqua.
Ai funerali della piccola Roberta arriva anche Elizabeth, che cerca di riprendere, in qualche modo, il dialogo interrotto con Franco. Il quale, disperato, decide di svolgere indagini per conto suo. Indagando anche sulla morte di una bambina figlia di un artigiano del vetro, Franco scopre che quest’ultimo è stato aiutato da un filantropo, l’avvocato Bonaiuti.

Il dolore di Elizabeth, la splendida Anita Strindberg
A poco alla volta Franco si rende conto che un misterioso legame unisce Bonaiuti, Ginevra, una bellissima donna che sembra il trait d’union con l’avvocato, il mercante Serafian, un losco antiquario che è in società con Ginevra. Sarà quest’ultima a dare la svolta alle indagini, morendo in un cinema, uccisa dal misterioso assassino delle bambine, che uccide successivamente anche l’avvocato Bonaiuti. Scampato alla morte, grazie al figlio di Ginevra, Franco arriverà all’agghiacciante verità, dopo che anche Elizabeth ha corso il rischio di essere uccisa.
Girato in una Venezia crepuscolare, immersa nell’atmosfera tipica autunnale della città lagunare, Chi l’ha vista morire sembra un tributo a A Venezia, un dicembre rosso schocking, di Roeg, anche se le analogie tra i due film si fermano solo alla location e all’atmosfera. Il film in effetti è un robusto thriller, teso, aiutato da una colonna sonora ossessiva, e si avvale di un cast ad alto livello, nel quale figurano Anita Strindberg nel ruolo di Elizabeth, il debole George Lazenby, forse sottotono nel ruolo drammatico di Franco, un Adolfo Celi sibillino e bravissimo in quello dell’antiquario Serafian e la splendida attrice di origini italiane Dominique Boschero, nel ruolo di Ginevra.
Chiude il cast un giovane Alessandro Haber, che ha un ruolo chiave nel film,quello di padre James. Un film senza sbavature, diretto nel 1972 dal bravissimo Aldo Lado, maestro nel creare atmosfere d’attesa, giocate sulla recitazione e su dialoghi scarni ed essenziali. Ancora una volta segnalo l’assoluta mancanza di buona fede del Morandini, che bolla il film come scadente: la trama riportata dal critico che scrive per l’editore è sbagliata e lacunosa.
Viene da chiedersi cosa facesse la sera che proiettavano il film. In ultimo segnalo la presenza di una minidiva, quella Nicoletta Elmi che girerà diversi buoni thriller all’italiana, e che è bravissima nell’interpretare il ruolo di Roberta.
Chi l’ha vista morire, un film di Aldo Lado. Con Adolfo Celi, George Lazenby, Anita Strindberg, José Quaglio, Dominique Boschero.Alessandro Haber, Peter Chatel, Piero Vida, Vittorio Fanfoni, Rosemarie Lindt, Nicoletta Elmi
Giallo, durata 90 min. – Italia 1972
George Lazenby: Franco Serpieri
Anita Strindberg: Elizabeth Serpieri
Adolfo Celi: Serafian
Dominique Boschero: Ginevra Storelli
Peter Chatel: Filippo Venier
Piero Vida: giornalista
José Quaglio: avvocato Nicola Bonaiuti
Alessandro Haber: padre James
Nicoletta Elmi: Roberta Serpieri
Rosemarie Lindt: Gabriella
Giovanni Forti Rosselli: Francesco Storelli, figlio di Ginevra
Sandro Grinfa: commissario De Donato
Regia Aldo Lado
Sceneggiatura Francesco Barilli, Massimo D’Avak, Aldo Lado, Ruediger von Spiess
Produttore Enzo Doria
Casa di produzione Dieter Geissler Filmproduktion, Doria G. Film, Roas Produzioni
Fotografia Franco Di Giacomo
Montaggio Angelo Curi
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Gisella Longo, Alessandro Parenzo
Trucco Franco Schioppa





Baba Yaga
Valentina, una affermata fotografa di moda, mentre sta camminando viene investita da un auto, alla guida della quale c’è una misteriosa donna, Baba Yaga, che la soccorre e la invita a casa sua. Valentina si reca nella casa della donna, una casa vecchia e piena di anticaglie. La misteriosa donna regala alla fotografa una bambola, Annette, che magicamente sembra in grado di prendere vita; la bambola si trasforma in una donna bella e sensuale, subito dopo aver lanciato dei dardi dalla macchina fotografica,con i quali uccide o colpisce gravemente le sue vittime.
La bella ex bambola coinvolgerà Valentina in uno strano rapporto sado maso, e sarà il fidanzato di Valentina a salvarla all’ultimo momento, mentre Baba Yaga, che in realtà era una strega, precipiterà in una voragine che si spalancherà sotto di lei, con Annette che si ritrasformerà in bambola frantumandosi in mille pezzi
Mi rendo conto che il riassunto della trama è alquanto confuso, ma francamente è il film stesso ad essere confuso, pasticciato e a tratti delirante.
Girato da Corrado Farina nel 1973, ispirato alla figura di Valentina, il personaggio creato da Guido Crepax, Baba Yaga non può essere definito nemmeno un’occasione perduta, in quanto, sin dall’inizio, appare di difficile comprensione, sospeso com’è tra magia, thriller e horror. Ma a ben guardare il film, proprio per il tentativo di coniugare i vari generi, legandoli ad un’aura di erotismo, peraltro molto ma molto soft, finisce per diventare una macchia confusa, in cui l’unica cosa che alla fine si riesce a salvare è la recitazione di due delle protagoniste, Carroll Baker nei panni della strega Baba Yaga e di Ely Galleani in quelli della bambola demoniaca.
Valentina è interpretata da una mediocre attrice, Isabelle De Funes, lontana anni luce dalla figura sexy e inquietante creata da Crepax. Il prodotto finale è un film in cui a salvarsi paradossalmente è solo la fotografia, cupa al punto giusto. Il resto è davvero poca cosa, forse in virtù dei rimaneggiamenti a cui venne sottoposta la pellicola, che infatti uscì in Italia in una versione di meno di novanta minuti.Assolutamente deprecabile, tra l’altro, il tentativo mal riuscito di accostare le tavole del fumetto al film, creando delle zone che mescolano il fantastico del mondo delle nuvole parlanti al reale, che però reale non è. Il tutto diventa un incubo onirico, come del resto testimoniato dal finale, in cui sembra che sia il sogno l’esatta dimensione dell’avventura di Valentina. Insomma, chi volesse vedere questo film lo faccia pure, aspettandosi però di ricavarne la sensazione di una cosa totalmente incompiuta.
Baba Yaga,un film di Corrado Farina. Con George Eastman, Carroll Baker, Isabelle De Funès, Ely Galleani, Daniela Balzaretti, Lorenzo Piani, Carla Mancini
Fantastico, durata 85 min. – Italia 1973.
Carroll Baker: Baba Yaga
George Eastman: Arno Treves
Isabelle De Funès: Valentina
Ely Galleani: Annette
Franco Battiato (non accreditato)
Michele Mirabella (non accreditato)
Regia Corrado Farina
Soggetto Guido Crepax
Sceneggiatura Corrado Farina
Fotografia Aiace Parolin
Montaggio Giulio Berruti
Musiche Piero Umiliani
Scenografia Giulia Mafai (assistente: Renato Moretti)
Costumi Giulia Mafai
Open title
Ania Pieroni

Una carriera molto breve, quella di Ania Pieroni, vera e propria meteora del cinema a cavallo fra il 1978 e il 1985; una carriera che sarebbe passata quasi inosservata non fosse stato per la sua partecipazione a Inferno, il primo di Dario Argento dedicato alla trilogia delle Tre madri, in cui è una studentessa che guarda il protagonista con uno sguardo intenso, in cui brillano due occhi verdissimi, incastonati in un volto molto bello.Dieci sono i film globalmente interpretati dalla Pieroni, classe 1957, a partire dalla breve parte ottenuta nel film Così come sei, in cui è Cecilia, giovanissima che ha una relazione con il maturo Mastroianni.

Due scene tratte dal film Così come sei, di Alberto Lattuada
Il film, diretto da Alberto Lattuada, affrontava un tema scomodo, quello di un presunto incesto, e la fece notare agli addetti ai lavori. C’era capitata per caso, Ania, nel mondo del cinema: studentessa di scienze politiche, avrebbe dovuto fare la carriera diplomatica, secondo i desideri del padre, scegliendo invece la via del cinema per un desiderio di emancipazione, comune ai giovani da sempre.Nel 1979 ottiene un’altra parte in Mani di velluto, film diretto dai re Mida di quel periodo, Castellano e Pipolo, che imposero la moda di Adriano celentano come attore comico. Nel film Ania e Maggie, e lavora accanto a Eleonora Giorgi e Olga Karlatos. L’anno successivo accade qualcosa, nella vita privata di Ania, che la costrinse a stravolgere le priorità della sua vita, condizionandole in maniera definitiva il futuro: una sera, al circolo Turati, conosce il segretario del Partito Socialista italiano Bettino Craxi.

Ania Pieroni nel ruolo della contessina snob in Il conte Tacchia
Ecco come racconta l’inconto Ania Petroni a Bruno Vespa, nel suo “L’amore e il potere – Da Rachele a Veronica un secolo di storia italiana”:
«Mi sentivo osservata sfacciatamente giù, dal fondo, la luce era bassa, cantavano. Era lui che mi guardava, lui che con la testa girata completamente verso di me, mi sorrideva, come dire?, a 360 gradi. Lo faceva affinché lo notassi: che bel sorriso fiero, che sguardo affascinante! Mi faceva quasi tenerezza questo suo oscillare in maniera vistosa avanti e indietro con il corpo, per poi appoggiarsi il braccio sulla fronte per guardarmi in estasi, incurante degli altri. Era così buffo! Questa sua insistenza, però, aveva fatto centro. Ma anch’io feci centro dicendo alla mia amica che ero stanca e avrei voluto andar via. Chi era quell’uomo?»
Ania sostiene di non aver riconosciuto immediatamente il segretario del Psi. «Ero ancora una borghesuccia pariolina, non seguivo la politica. Quando mi dissero che era Craxi, non sapevo che fosse il segretario socialista…»

Ania Pieroni in Tenebre, di Dario Argento
Inizia così una relazione che andrà avanti per anni, e che porterà la Pieroni a fare scelte diverse anche in ambito cinematografico. Nel 1980 ha 23 anni, è bellissima, e entra nel cast del citato Inferno: la sua è una piccola parte, ma resta a lungo nella memoria degli spettatori. Quei due occhi fissi, verdi, quella mano che accarezza un gatto, assolutamente fuori contesto nell’aula universitaria, diverranno un cult. Nel 1981 è nel cast dell’insipido Miracoloni, di Francesco Massari, nel quale è Maddalena.Ben più interessante è il ruolo di Ann, una baby sitter, nel film di Lucio Fulci Quella villa accanto al cimitero; un film in cui Ania è quasi protagonista, e fa una fine terribile, decapitata dal dottor Freudstein, il mostro che si rigenerava mangiando la carne delle sue vittime.
Nel ruolo di Ann in Quella villa accanto al cimitero
Celebre, in questo film, la scena della testa decapitata di ann, che guarda con occhi sbarrati il piccolo Bob. Nel 1982 torna a lavorare con Argento nel ruolo di Elsa Manni: il film è il debole Tenebre. Nel 1982 lavora in Il conte Tacchia, di Bruno Corbucci, commedia leggera nella quale è la duchessina Elsa, che tenta di sedurre il villano rifatto Conte Tacchia, interpretato da Enrico Montesano. Per due anni non lavora, e torna sul set di Signori e signore, di Pulci, anonima commedia girata al fianco di Massimo Lopez e Maurizio Micheli.Arriva la parte da protagonista in Mai con le donne, di Giovanni Fago: il film non lo vede quasi nessuno, e per la Pieroni, ormai distratta anche da altri eventi, arriva l’ultima apparizione cinematografica, quella della contessina Oniria in Fracchia contro Dracula, in cui è una delle mogli del conte Dracula, che cerca di vampirizzare Paolo Villaggio.
Tenebre
Il suo ultimo film, Fracchia contro Dracula
Da questo momento la carriera cinematografica di Ania Pieroni cessa di colpo: l’attrice, che non ha mai creduto veramente nel suo lavoro, tornerà agli onori delle cronache per la sua vita privata, e non per motivi artistici. Va detto che Ania fu una delle poche a non rinnegare mai l’amicizia e la relazione con il segretario del Psi, nemmeno dopo la tempesta di tangentopoli, rimanendo sua amica fino alla fine. Oggi Ania Pieroni vive la sua vita privata lontana dai riflettori.
Fracchia contro Dracula (1985)
Mai con le donne (1985)
Signore e signori (1984)
Il Conte Tacchia(1982)
Tenebre (1982)
Quella villa accanto al cimitero (1981)
Miracoloni(1981)
Inferno (1980)
Mani di velluto (1979)
Così come sei (1978)















































































































































































































































