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Per grazia ricevuta

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Per grazia ricevuta è il secondo film diretto da Nino Manfredi,che nel corso della sua carriera cinematografica di regista girò 3 film, L’amore difficile, episodio L’avventura di un soldato ne1962,Per grazia ricevuta nel 1971 e infine il poco compreso ma affascinante Nudo di donna nel 1981.Un film bello e denso di significati,probabilmente autobiografico (anche se Manfredi non ha mai confermato la cosa) che sbancò i botteghini, divenendo nella stagione 1971 il film più visto in Italia davanti a kolossal americani come Piccolo grande uomo,Borsalino e Soldato blu e sopratutto davanti a film di enorme successo girati in Italia come Lo chiamavano Trinità e Anonimo veneziano.

Una prova da regista autorevole e di prim’ordine, che dimostra come Manfredi fosse a suo agio dietro la macchina da presa,molto più dei suoi colleghi “moschettieri” Sordi e Tognazzi,che tentarono anch’essi la via della regia,con esiti decisamente inferiori come qualità.E’ un Manfredi ispirato e a tratti lirico quello che propone questo film tutto incentrato sulla religiosità,in un periodo storico in cui l’influenza della chiesa sulla società era fortissimo e condizionante;la cosa più importante è l’equilibrio che l’attore ciociaro riesce a mantenere nel percorso del film, evitando l’anticlericalismo di facciata e sopratutto evitando di cadere nella polemica sterile e fine a se stessa.

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La storia di Benedetto Parisi anzi diventa un’iperbole sui danni che una educazione religiosa troppo soffocante e punitiva possono avere sull’individuo,arrivando alla fine a condizionarne pesantemente la vita e cambiandone in modo determinante il percorso della stessa.Con la collaborazione di Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Luigi Magni con il quale Nino Manfredi girerà altri tre film a soggetto legato alla religiosità (memorabile In nome del Papa Re),Manfredi da corpo ad un soggetto elaborato eppure schematicamente semplice.L’idea di fondo è mostrare nella sua interezza,senza però prendere una posizione aperta,quello che un’educazione religiosa troppo opprimente e punitrice può combinare sia nella psiche di un individuo sia nel suo percorso di vita. A ben vedere Benedetto,il protagonista del film,è un’immagine riflessa dello stesso Manfredi,che da piccolo ebbe la tubercolosi e che guarì in modo sorprendente,lasciando nello stesso Manfredi il dubbio che lo accompagnerà tutta la vita su un effettivo miracolo intervenuto nella sua guarigione.

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Un uomo è ricoverato in condizioni disperate in un piccolo ospedale di provincia. Ha tentato di uccidersi e un chirurgo accorre affannosamente per operarlo. In sala d’attesa,in preda a opposti stati d’animo c’è la sua compagna Giovanna,incinta e comprensibilmente tesa e la mamma di quest’ultima,che poco cristianamente vorrebbe che l’uomo morisse in modo da dare la figlia in sposa ad un avvocato.

Un salto indietro nel racconto,Benedetto è un orfano allevato dalla zia, in attesa di ricevere la prima comunione. E’ un ragazzo spigliato,come i suoi coetanei,che però vive una condizione particolare, ospite di sua zia che vorrebbe liberarsene e che gli condiziona pesantemente la vita con la sua religiosità confusa e contraddittoria.Un giorno il ragazzo,nascosto in un armadio, assiste ad un convegno amoroso della zia,che,scoperta,spaccia l’amante per Sant’Eusebio.

Dopo aver visto sua zia farsi il bagno nuda ed essere scoperto dalla stessa,Benedetto,preso dai sensi di colpa rifiuta di confessarsi e il giorno dopo, durante la prima comunione, il ragazzo fugge dalla chiesa e nel farlo precipita da una rupe.Si salva miracolosamente e da quel momento la sua vita è segnata.Portato in processione dalla folla festante, Benedetto viene affidato dalla scaltra zia che non desidera altro che di liberarsi di lui a dei francescani,dai quali Benedetto viene preso in custodia ed educato.

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Diventa il beniamino dei fraticelli, da questi trattato con simpatia e affetto,sopratutto dal priore,che capisce come Benedetto non sia pronto alla vita religiosa.Sarà l’incontro con una maestrina,alla quale succhia dalla caviglia il veleno di una vipera, a scatenare nel giovane i primi irresistibili impulsi sessuali.Si allontana dal convento, dietro l’affettuoso consiglio del priore e da quel momento diventa un venditore ambulante di biancheria intima.Adesso è libero e potrebbe sperimentare le prime esperienze sessuali, ma ancora una volta i condizionamenti religiosi lo frenano,impedendogli così di vivere la sua naturale sessualità.Sarà l’incontro con un farmacista ateo e libertino a liberare Benedetto dal suo passato e dai suoi scrupoli;infatti il giovane si innamorerà della figlia del farmacista stesso,Giovanna,con la quale vivrà il primo rapporto d’amore.Ma i condizionamenti continueranno a farsi sentire subdolamente e….

Con senso della misura,usando una garbata ironia che mai supera la soglia della presa in giro benevola, Manfredi affronta lo spinoso argomento della religiosità senza mostrare di propendere per nessuna tesi. I miracoli del film,così come il finale aperto sono lasciati all’interpretazione dello spettatore, che può scegliere da che parte schierarsi.Ovviamente il grande attore ciociaro in qualche punto fa affiorare il suo garbato sarcasmo; il Benedetto che canta a squarciagola “Me pizzica me mozzicà” all’interno del convento non è propriamente politicamente corretto così come qua e la indizi sul suo modo di pensare e di vivere la religiosità fanno capolino (le scene con Benedetto piccolo che spia la zia,il presunto Sant’Eusebio ecc) ma restano garbatamente sullo sfondo.

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E’ un Manfredi molto lontano dallo spirito popolare e popolano che ne avevano decretato il successo fino ad allora;l’attore un po’ caciarone e di stile romanesco lascia spazio ad un attore che mostra di avere il talento drammatico e “serio” nelle sue corde,come del resto dimostrerà nella sua lunghissima e felice stagione attoriale,con prove maiuscole come quelle fornite in In nome del Papa Re,Pane e cioccolata,Brutti sporchi e cattivi,film che esalteranno il suo talento spontaneo,la sua capacità di passare indifferentemente dai ruoli di attore comico a quello drammatico,dalle prove teatrali a quelle del musical (Rugantino) passando per la canzone popolare nel modo più autentico, come la sua personalissima interpretazione del grande successo di Petrolini Tanto pè cantà.

Un vero peccato che Manfredi in seguito abbia girato come regista il solo notevole Nudo di donna;il suo talento come regista era naturale,mostrava una predisposizione innata alla macchina da presa,ai tempi e ai ritmi del film,una capacità assolutamente straordinaria del dono della sintesi.

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E’ la Ciociaria la protagonista secondaria del film;terra generosa,ubertosa e ricca di colore;Manfredi,ciociaro doc,inserisce Fontana Liri e le cascate di monte Gelato a Mazzano Romano  tra i suggestivi luoghi nei quali gira il film;bella la fotografia e sopratutto ben assortito il cast nel quale figurano la bella e fresca Delia Boccardo (Giovanna) e Mariangela Melato,la maestrina che provocherà i primi turbamenti,Lionel Stander, ovvero Oreste il farmacista,che tanta importanza avrà per l’evolversi del personaggio benedetto e Mario Scaccia,il priore affettuosamente legato al giovane che capirà come la sua fede sia affatto ferma,portandolo fuori dagli angusti confini del convento.Bravi anche Paola Borbone e Tano Cimarosa,Veronique Vendell e Fiammetta Baralla,comprimari tutti ben oltre la soglia della sufficienza.Davvero un film di ottima fattura,nel quale superstizione ed elementi folkloristici della religione ben si sposano con la religiosità più intima,quella più autenticamente spirituale alla quale tutti aspirano alla ricerca di risposte spesso disattese proprio dalla natura stessa della religione,di fatto qualcosa di assolutamente intangibile e strettamente personale.

Il film ha avuto nel corso degli anni numerosi passaggi televisivi;è disponibile su You tube all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=DBjm4n_iR_g in una versione purtroppo non ben visibile. In streaming (versione decisamente migliore) è disponibile all’indirizzo http://www.nowvideo.li/video/27426b066492b

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Per grazia ricevuta

Un film di Nino Manfredi. Con Nino Manfredi, Mario Scaccia, Lionel Stander, Mariangela Melato, Paola Borboni, Delia Boccardo, Véronique Vendell, Gianni Rizzo, Fausto Tozzi, Fiammetta Baralla, Enzo Cannavale, Tano Cimarosa, Gastone Pescucci, Ugo Adinolfi, Antonella Patti Commedia, durata 122 min. – Italia 1971

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Per grazia ricevuta banner protagonisti

Nino Manfredi: Benedetto Parisi

Lionel Stander: Oreste Micheli

Delia Boccardo: Giovanna Visciani

Paola Borboni: Immacolata

Mario Scaccia: il priore

Fausto Tozzi: il professore

Mariangela Melato: la maestrina

Tano Cimarosa: zi’ Checco

Gastone Pescucci: l’avvocato

Alfredo Bianchini: il cappellano della clinica

Enrico Concutelli: un frate del convento

Paolo Armeni: Benedetto da bambino

Véronique Vendell: la ragazza “chiacchierata”

Gianni Rizzo: il prete del paese dove Benedetto vende la biancheria

Pino Patti: Don Quirino

Rosita Torosh: la giovane maestra della colonia

Antonella Patti: la zia di Benedetto

Enzo Cannavale: il paziente “sano” della clinica

Fiammetta Baralla: la suora della clinica

Luigi Uzzo: un infermiere della clinica

Mister O.K.: Fra Gesuino

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Corrado Gaipa: Oreste Micheli

Laura Carli: Immacolata

Giorgio Piazza: il priore

Sergio Rossi: il professore

Emanuela Rossi: Benedetto da bambino

Nella Gambini: bambino amico di Benedetto

Pino Caruso: zì Checco

Mirella Pace: la zia di Benedetto/la ragazza “chiacchierata”

Mario Bardella: il prete del paese dove Benedetto vende la biancheria

Max Turilli: Don Quirino

Angiola Baggi: la giovane maestra della colonia

Isa Bellini: la suora della clinica

Enzo Liberti: un frate

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Regia Nino Manfredi

Soggetto Nino Manfredi

Sceneggiatura Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Luigi Magni, Nino Manfredi

Produttore Angelo Rizzoli jr.

Fotografia Armando Nannuzzi

Montaggio Alberto Gallitti

Musiche Guido De Angelis

Scenografia Giorgio Giovannini

Costumi Danilo Donati

Trucco Giancarlo De Leonardis

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Per grazia ricevuta location Abbazia benedettina di San Cassiano

L’Abbazia benedettina di San Cassiano

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L’acquedotto di Nepi

Per grazia ricevuta location Allo Speco di San Francesco nei pressi di Sant'Urbano di Narni

Speco di san Francesco,Sant’ Urbano di Narni

Per grazia ricevuta location cascate di monte Gelato a Mazzano Romano

Cascate di Monte Gelato e Mezzano Romano

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Interno della chiesa di San Fortunato di Todi

Per grazia ricevuta location piazza Vittorio Emanuele di Todi 2

Piazza Vittorio Emanuele a Todi in una vecchia foto

Per grazia ricevuta location piazza Vittorio Emanuele di Todi

Piazza Vittorio Emanuele a Todi oggi

Per grazia ricevuta location Villa Volpi di Sabaudia

Villa Volpi a Sabaudia

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“Nun te preoccupà, tanto non è morto, all’ultimo momento ha deciso di annà all’artro mondo!”

La vita, invece di viverla io me la dormo.

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L’opinione di Jonas dal sito http://www.filmtv.it

Storia in tre tempi: un’infanzia da scavezzacollo sotto la fida protezione di sant’Eusebio; una giovinezza passata in convento ad aspettare un segno divino per nascondere la paura di affrontare la vita; la scoperta del mondo, il discepolato sotto un vecchio mangiapreti, l’amore con la soave Delia Boccardo. Il tutto viene rievocato in flashback, dopo un ricovero in ospedale per tentato suicidio. Il primo film diretto da un’icona nazional popolare come Nino Manfredi (se si eccettua un episodio di L’amore difficile) è un gesto di sorprendente coraggio, qualcosa di veramente raro nell’Italia democristiana. Ma sarebbe riduttivo considerarlo solo un pamphlet anticlericale, nonostante gli obiettivi polemici siano ben individuati (l’educazione sessuofoba, il miracolismo, l’esaltazione pseudoreligiosa, l’ipocrisia dei baciapile): è soprattutto la vicenda di un uomo pieno di dubbi e in cerca di risposte, prima respinto dagli esponenti della Chiesa (“Dio è pace, serenità, non è tormento”) e poi deluso dall’incoerenza di quello che si era scelto come maestro di vita (“non è morto, all’ultimo momento ha preferito andare all’altro mondo anche lui”). A ben vedere è un film che esplora le tracce quasi impercettibili, a volte paradossali, della presenza di Dio (cominciando dal nome del protagonista, Benedetto, e finendo con l’ultima battuta, “è stato proprio un miracolo”). Un film di fede, nonostante tutto: forse l’opera più bergmaniana che il cinema italiano abbia mai prodotto.

L’opinione di Mansueto dal sito http://www.mymovies.it

Chi dell’ “auto-morte” se ne intendeva, qualche tempo fa ci testimoniò che “Il suicida è come un carcerato che, nel cortile della prigione, vede una forca, pensa erroneamente che sia destinata a lui, evade nottetempo dalla sua cella, scende giù e s’impicca da sé”.Un lontano 1971, quando crebbi, un tal Benedetto di Castro de’ Volsci ci raccontò in 122 minuti la magnificazione “dell’intera storia umana”. Quell”elogia attraverò come un qualunque raggio cosmico ogni cellula del corpo di chi ne fu attratto; la riempì senza saperlo di luce e di spazio; di coscienza e di emozioni; di contenuto e contenente. Quel racconto fu la glorificazione sintetica di ogni dottrina; teologica e filosofica; psicologica e sociologica; medica ed estetica; commerciale e culturale. Tutto in un istante.Sincretismo gnoseologico. Come dire. Irenismo ed ecumenismo di ogni dottrina:quando la sensibilità umana (terza riga del libro del mondo) diventa poesia armonizzante di ogni distinzione e di ogni diversità della conoscenza!Qui c’è tutto. L’uomo e la donna. Il Tanathos e l’Eros. La colpa, la paura, il dubbio, la leggerezza più svanita, l’elegia del “chi sono”.Alle volte gli uomini compiono miracoli senza saperlo. Alle volte nessuno sa di quelli.Eppure questo superbo capolavoro della filmografia italiana (che pecca solo di vizi tecnici) diventa un mastodontico modello di studio per chi insegna, consolazione umana per chi soffe, costruzione critica per chi giuggioneggia, dissenso al senso per chi non crede.L’avventura umana sta tutta là. In un convento “totale” della Ciociaria. Nell’ambulante ardimentoso di lingerie. Nell’alieno e diafano amore verso Delia. Nella bestemmia redenta di una canaglia di farmacista. Nella fantasia dell’ingenuità più lieve. Nel matrimonio celebrato di un senza no. In una caduta e in un tuffo. In un’apetta col vecchietto. In un bicchiere fresco… ma d’acqua calda!Se volete chiedere a qualcuno chi mai voi siate, domandatevelo imberbi a voi stessi.Inoculatevi rilassati questo film.E se non v’è risposta….Beh; allora finalmente avrete capito tutto!Ma non ditelo a nessuno…”

L’opinione di Thegaunt dal sito http://www.filmscoop.it

Bello questo film con e di Nino Manfredi che affronta in maniera tuttaltro che banale i tanti lacci che non permettono di vivere a pieno la propria esistenza. La pellicola di Manfredi non vuole essere un’invettiva anticlericale, ma una riflessione sul vivere male la religione, in cui fede e superstizione hanno confini talmente sottili da confondersi e costellata fin dall’infanzia da una marcata repressione sessuale. L’ottimo film di Manfredi non solo è dotato di una sceneggiatura di qualità, ma offre una buona caratterizzazione dei personaggi, soprattutto nel bigottismo della Borboni e nella vitalità di Stander.

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Nino Manfredi

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Delia Boccardo

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Mariangela Melato

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Mario Scaccia

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Flano del film

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La colonna sonora,la celebre Me pizzica…me mozzica

settembre 17, 2015 Pubblicato da: | Commedia | , , , , , , , | 2 commenti

Pauline alla spiaggia

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Pauline alla spiaggia,diretto da Eric Rohmer nel 1982 fa parte del ciclo Commedie e proverbi, i cui sei film sono stati girati nel periodo compreso tra il 1981 e il 1987.
Sono tre i cicli ideati dal grande regista parigino,il citato Commedie e proverbi,Sei racconti morali (1962-1972) e Racconti delle quattro stagioni (1990-1998) per un totale di sedici film tutti caratterizzati dallo stile sobrio ed elegante di Rohmer,fine indagatore del quotidiano e efficace illustratore delle vite comuni di gente alle prese con i problemi irrisolti o se vogliamo irresolubili delle umane cose.
Lo sguardo di Rohmer nel ciclo Commedie e proverbi si rivolge con discrezione ad un ambiente preciso,quello degli impiegati e degli studenti la dove nei racconti morali era indirizzato al mondo dell’arte con i suoi scrittori,pittori,musicisti e artisti in genere;lo sguardo attento,indagatore di Rohmer scende ad analizzare i rapporti umani nella loro complessità e difficoltà,senza mai indugiare nelle ideologie che muove la massa dei personaggi analizzati,ma guardandoli nell’ottica del quotidiano,dei rapporti di amicizia o di amore che muovono gli stessi nell’ambito sociale o di relazione di coppia.

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In Pauline alla spiaggia (Pauline a la plage),terzo episodio in ordine temporale del citato ciclo Commedie e proverbi le protagoniste principali sono due donne,anche se in realtà ad esse si potrebbero aggiungere anche i due uomini che allacceranno rapporti con le due protagoniste,con sullo sfondo altri due personaggi che potrebbero sembrare minori ma che in realtà allacceranno le loro vite ai quattro,formando un esagono ideale nel quale le vite di tutti finiscono per fondersi in quella che Balzac definiva La commedia umana.
La Pauline del titolo è una ragazza di 15 anni,alle prese con la scoperta dell’adolescenza in tutte le sue problematiche ed immersa in un mondo,quello degli adulti,che la spaventa e che al tempo stesso la attrae e del quale dovrà nel giro di pochi anni far parte obbligatoriamente.
E’ stata in vacanza con i genitori, e ora affronta l’ultima parte delle sue spensierate vacanze con sua cugina Marion, che ha il doppio della sua età e che ha già consumato in fretta un matrimonio,miseramente naufragato e che sembra piuttosto incerta sulle cose della vita.
Le due donne sono accomunate da un ideale;quello dell’amore,agognato e sospirato,visto però dalle due in modi molto differenti.
Per Pauline infatti l’amore è quello adolescenziale,timido e pieno di aspettative mentre per Marion è già un’ultima spiaggia,visto che fino al presente lo ha solo vagheggiato senza però mai incontrarlo veramente.
Sulla spiaggia dove le due si recano,Marion semina cuori infranti;è una bella donna,fisicamente molto attraente e la prima vittima è una sua ex fiamma,Pierre,che ora fa l’istruttore di windsurf.

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Pauline invece stringe amicizia con Sylvain,un ragazzo con il quale in breve tempo stringe una relazione amorosa.
Marion per quanto lusingata dalle attenzioni di Pierre gli preferisce l’affascinante Henry,un giramondo reduce anch’esso da un matrimonio fallito e che è immediatamente attratto dalla bella Marion.
Ma tra i due le ambizioni e le attese sono affatto dissimili;Marion è spasmodicamente alla ricerca dell’amore mentre Henry è quasi un sibarita,attratto principalmente dalle grazie fisiche della donna e quindi più portato all’avventura di un’estate che ad una relazione seria.
Da quel momento le relazioni tra le due coppie si intrecciano e si allacciano in modo alle volte tragicomico alle volte quasi drammatico.
Per le due la fine dell’estate e delle vacanze produrrà effetti diversi e sopratutto esperienze che le cambieranno,oltre a riflessioni differenti sul mondo e sulla vita.
La giovane Pauline imparerà che deve vivere la sua età secondo le tappe che la vita stessa pone sulla sua strada mentre Marion dovrà fare i conti con la delusione e con i dubbi che la sua esperienza estiva invece che risolvere ha messo davanti a se.
Delizioso quadretto incentrato su esistenze assolutamente normali prese con un grandangolo che fotografa sentimenti e dubbi,attese e delusioni dei vari protagonisti,Pauline alla spiaggia appare però più profondo del tono apparentemente frivolo della storia,in fondo davvero semplice e quasi banale con lo sfondo di un’estate che sembra favorire davvero l’evasione dal quotidiano e che invece finisce per diventare un’altra tappa della vita delle protagoniste.

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Pauline e Marion usciranno dalla loro storia estiva con delle convinzioni diverse e quasi con due maturità e due consapevolezze dissimili.
Alla luce del narrato,sarà proprio Pauline a mostrare un grado di maturità sorprendente;il mondo degli adulti in fondo è abbastanza deludente,meglio vivere il presente e godersi gli attimi e le storie che le si pongono davanti senza ipotecare il futuro.
Marion invece non troverà l’amore,anzi;la sua visione un po romantica e retrò la porterà malinconicamente a riflessioni sia sul suo passato che sul suo presente,ad affrontare il tema scomodo e spinoso delle illusioni e dei sogni irrealizzati.
I lavori di Rohmer come del resto gli altri cinque del ciclo assomigliano in qualche modo a delle pieces
teatrali;tanti piccoli quadri d’assieme,vite guardate con un distacco a tratti divertito a tratti ironicamente distaccato.
Quello che davvero conta è il quotidiano,la vita anonima della persona vista attraverso aspettative e delusioni,ambizioni e disillusioni nell’eterno movimento dell’individuo nella società,un individuo qualsiasi
alle prese con i piccoli e grandi problemi,che possono essere la sfera del sentimento e quindi dell’individuale più intimo in rapporto al sociale,senza però l’indagine o la presa di posizione ideologica.
A Rohmer non interessa minimamente mostrare le idee politiche o il soggettivo culturale in rapporto ai grandi tempi dell’individuo,quanto piuttosto il suo intimo.

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E questo fa del regista parigino un fine cesellatore di psicologie;ogni individuo è un universo,che si differenzia dagli altri nella sua intimità,nella sua concezione della vita,comunque e sempre guidato dai sentimenti,la cosa più importante ed individualista della persona.
Alle volte tenero,alle volte cinico,Rohmer non trancia comunque mai giudizi morali con l’accetta;usa il cesello,quasi volesse rimarcare la distanza da quei registi tanto impegnati nel sociale che però finiscono per dimenticare la persona a tutto vantaggio del collettivo.
Nel cast da segnalare le prove assolutamente positive di Arielle Dombasle e della giovane Amanda Langlet;molto bene anche il resto dei protagonisti,tutti misurati,equilibrati.
Come al solito molto bella ed efficace la fotografia,splendida la location di Granville nella Normandia.
Un film misurato,elegante e decisamente affascinante,una delle opere migliori del regista francese,purtroppo di non facile reperibilità in rete.

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Pauline alla spiaggia
Un film di Eric Rohmer. Con Arielle Dombasle, Amanda Langlet, Simon De La Brosse, Pascal Greggory, Féodor Atkine, Rosette Titolo originale Pauline à la plage. Commedia, durata 94 min. – Francia 1983.

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Amanda Langlet: Pauline
Arielle Dombasle: Marion
Pascal Greggory: Pierre
Féodor Atkine: Henri
Simon de La Brosse: Sylvain
Rosette: Louisette

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Silvia Tognoloni: Pauline
Serena Verdirosi: Marion
Sandro Acerbo: Pierre
Sergio Di Stefano: Henri
Fabrizio Manfredi: Sylvain
Emanuela Rossi: Luisette

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Regia Eric Rohmer
Produttore Margaret Ménégoz
Casa di produzione Les Films du Losange
Fotografia Nestor Almendros
Montaggio Cécile Decugis, Christopher Tate
Musiche Jean-Louis Valéro

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Questo articolo è dedicato alla mia bellissima amica Ylva

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L’opinione di fedeleto dal sito http://www.mymovies.it

Rohmer come sempre quando dirige riesce sempre a creare pellicole interessanti che lasciano riflettere sul tema che pone il regista.Questa volta dopo il BEL MATRIMONIO,dirige questo pellicola eccezionale,che riprende il ciclo di commedie e proverbi.Stavolta la trama (diretta e scritta da rohmer) racconta la vacanza di pauline con sua cugina marion,e appena arrivata reincontra un suo vecchio amico pierre ,e poco dopo un uomo dal quale ne viene subito attratta.Pauline anche si fidanza con un ragazzo,ma la gelosia di perre e alcune fatidiche situazioni porteranno a togliere la maschera all’uomo misterioso e si scoprira’ essere un uomo che viene attratto dalle donne ma che non vuole avere un futuro con loro anzi ne gode fisicamente e basta.E come mostra Rohmer nel meraviglioso finale,forse basta solo far finta di niente e autoconvincersi che tutto sia andato bene.La tematica su cui si sofferma rohmer e’ chi troppo parla fa male.Questo lo si vede fin dall’inizio ,il dialogo di marion verso l’uomo misterioso ove lei racconta che ha una voglia matta di innmorarsi e bruciare di passione per qualcuno,saputo cio’ quest’uomo se ne approfittera’ di lei,pierre dice tutto cio’ che pensa e le scenate di gelosia verso marion sono una prova,ma facendo cosi come dice anche marion egli la stufa e rende tutto piu’ noiso.In realta’ e’ tutto un gioco e le prime prese in giro sono le due donne pauline e marion.Grandissimo rohmer con i suoi dialoghi,assolutamente debitore della nouvelle vogue.inoltre alcune scene meritano attenzione,interessante ad esempio la scena iniziale dove si apre il cancello (l’ingresso verso un mondo nuovo) ,e l’uscita(la chiusura di questo mondo che ci si lascia alle spalle come propone di fare marion a pauline nel finale.In conclusione un ottimo film che merita di essere messo tra i capolavori di Rohmer.
L’opinione del sito http://www.glispietati.it

(…) Scolpito sul suo telaio umano/sentimentale irrisolto, il film sfugge ogni interpretazione definitiva, si concede solo al campo delle ipotesi; riferimento per generazioni di cineasti (si pensi al ruolo della “spiaggia” in Ozon) oggi è potenzialmente rivedibile e percorribile all’infinito, come ogni classico che congela il quadrante del tempo.(…)
L’opinione di Baliverna dal sito http://www.filmtv.it

Rohmer costruisce il consueto mosaico, o labirinto sentimentale tra una manciata di personaggi che si incontrano per caso e si frequentano per un breve periodo di tempo. Come al solito all’inizio sembra non succedere niente, ma ecco che si crea un intreccio di amori, attrazioni, respingimenti, inganni e indifferenze, e noi vi restiamo avvolti assieme ai personaggi. I dialoghi – come sempre nel regista francese – giocano un ruolo primario e necessitano di attenzione per essere seguiti. Le battute che andrebbero trascritte su un quaderno sono numerose, perché fanno proprio centro su certi modi di pensare e di parlare delle donne. Rohmer era un grande e acuto osservatore delle persone e del loro modo di comportarsi: qui si direbbe quasi che gli uomini li osservi dal di fuori, mentre delle donne tenti anche di cogliere le pieghe e le sfumature del loro animo, con i complessi giochi interni e le contraddizioni del caso.
Gli attori sono molto in parte, e i loro personaggi sono descritti con precisione e realismo. Guardando il film si pensa spesso che le persone sono così anche nella realtà (nel senso di tipi umani) e che con quelle persone le cose vanno spesso in quel modo. Efficaci ho trovato in particolare il tizio che fa il “vecchio” della situazione, e la bionda cugina di Pauline. E’ proprio il tipo che piace alle donne, e infatti ne ha molte, ma guai a quella che pensasse di essere l’unica, o anche di essere importante. La cugina, dal canto suo, ci casca, si innamora di lui, e si rifiuta di riconoscere che tipo sia anche quando avrebbe motivo per pesanti sospetti. L’ultimo dialogo tra lei e la ragazza è emblematico: entrambe, l’una a torto e l’altra a ragione, si sforzano di vedere gli uomini di cui sono innamorate sotto una buona luce. Il fatto che essi siano sinceri o no è qui marginale; quello che conta è il disinteresse di fondo che le due donne hanno per la verità e la propensione ad ingannarsi, o a vedere gli uomini come più loro aggrada. E’ un finale inaspettato, che lascia forse un po’ il boccone in gola, ma in fin dei conti è anche di grande intelligenza.

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settembre 14, 2015 Pubblicato da: | Commedia | , , | 2 commenti

Racconto d’inverno

Nel 1992 Eric Rohmer dirige il secondo film del ciclo delle stagioni,intitolandolo semplicemente Racconto d’inverno (Compre d’hiver in originale),preceduto da Racconto di primavera e seguito poi da Racconto d’estate e Racconto d’autunno.Un film che è contemporaneamente una storia d’amore e una storia di speranza,il racconto del dilemma di vita di una donna,alla ricerca del perduto primo amore e divisa tra l’affetto,completamente diverso nelle forme per due uomini a loro volta antitetici.

Ed è la storia di una lunga ricerca,coronata da un miracolo finale,che permetterà alla protagonista della storia di ricongiungersi inaspettatamente e in modo assolutamente casuale con il suo primo amore. Rohmer,regista dall’arte sottile e poetica, utilizza perfettamente gli strumenti a sua disposizione, creando una storia semplice ma al tempo stesso accattivante,dirigendo con la consueta maestria un cast solido anche se non composto da grandi nomi.Il regista di punta della Nouvelle vague,autore di capolavori come Il raggio verde o Pauline alla spiaggia usa la sua consueta forma elegante specie nelle riprese fotografiche morbide e delicate,un linguaggio semplice e diretto utilizzando per il racconto citazioni da autori come Shakespeare,Platone e Pascal.Una storia nel complesso semplice,articolata attorno alla figura di Felicie,una graziosa ragazza parigina che nel corso di una vacanza in Bretagna conosce l’altrettanto giovane Charles,del quale si innamora profondamente.

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I due sono giovani,belli e innamorati;la stagione estiva trascorre tra amore e coccole fino al fatale giorno del distacco.Felicie deve tornare a casa e lascia a Charles il suo indirizzo sbagliando però incredibilmente il comune delle banlieu nel quale vive.Felicie scopre di essere incinta ma Charles non si vede e non potrebbe essere altrimenti visto l’errore della ragazza.Cinque anni dopo ritroviamo Felicie alle prese con sua figlia Elise;ha una vita tranquilla,divisa tra il lavoro di parrucchiera presso Maxence con il quale ha una relazione e il timido e tranquillo bibliotecario Loic,innamorato senza speranza della donna.E’ Maxence a spuntarla su Loic ;l’uomo convince Felicie a seguirla a Nevers,dove sta per aprire un negozio di parrucchiere e dopo essersi separato dalla moglie.Felicie annuncia a Loic la decisione presa,sopratutto dopo essersi resa conto che l’ambiente che frequenta l’amico non le è affatto congeniale e parte con Maxence verso la nuova avventura.Ma il rapporto tra i due non è facile.

Maxence ha molta personalità e sopratutto tende a schiacciare la donna e ben presto Felicie si rende conto di aver fatto un errore, visto anche che Elise non sembra affatto felice nella nuova realtà in cui vive.In un colloquio con Maxence,Felicie confessa all’uomo di essere ancora innamorata di Charles,l’unico vero grande amore della sua vita poi d’improvviso decide di far ritorno a Parigi,nonostante l’opposizione di Maxence che vorrebbe tenerla con se.Così la donna ritorna alla sua vecchia vita,riallaccia i rapporti con Loic al quale racconta la verità sul suo rapporto con Maxence e quello con Charles,chiedendo a Loic di esserle amico senza però coinvolgimenti sentimentali.Una sera a teatro,mentre assiste ad una rappresentazione di A winter tale di Shakespeare a Felicie tornano in mente i ricordi dell’estate passata con Charles e prende la decisione di cercare l’uomo della sua vita.La vita scorre tranquilla.Felicie frequenta Loic che ha stabilito un ottimo rapporto con sua figlia Elise;la donna vuol bene al bibliotecario ma quando lui le chiede di passare l’ultimo dell’anno con la sua famiglia,Felicie rifiuta,conscia del fatto che l’uomo potrebbe presentarla come la sua compagna.

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L’ultimo dell’anno la lunga ricerca della donna ha una svolta inaspettata;nell’autobus sul quale sale con la figlia c’è il tanto cercato Charles in compagnia di una donna.Non reggendo all’emozione Felicie scende dall’autobus inseguito da Charles che le confessa il suo amore per lei.Tra i due può riprendere la storia interrotta dal caso anni prima.Felicie porta a casa sua Charles e sotto gli occhi stupiti della madre e della sorella piange di felicità con sua figlia Elise,,,,

Un film tenero strutturato in parte come una favola a lieto fine in parte come racconto del percorso individuale di una donna coraggiosa che non rinuncia a cercare il suo sogno,interrotto solo da un fortuito e sfortunato caso anni prima.Rohmer mette molta cura nella descrizione del rapporto a tre che Felicie stabilisce con gli altri due uomini della sua vita,il dolce e intellettuale Loic e il ben più sensuale e per certi versi forte e dominatore Maxence.Il bisogno d’affetto ma anche la ricerca della propria identità,le relazioni di Felicie con ilmondo esterno opposte al ricordo di un’estate indimenticabile che le ha comunque segnato la vita,il tenero rapporto con la figlia,frutto dell’amore con Charles e la ricerca di una via alla serenità e infine la ricerca di quella felicità che la donna sente come un giusto risarcimento,poi la ricerca di Charles,impresa ritenuta impossibile anche dagli affetti di Felicie si snodano attraverso due ore di cinema elegante e raffinato,caratteristiche peculiari del grande regista francese,uno dei più delicati e descrittivi della storia del cinema mondiale.

Il film di Rohmer ha una sua grazia leggera e un suo fascino discreto legato in primis alla figura della romantica Felicie e del rapporto che la stessa instaura con tre uomini diversi fra loro,uomini che hanno un’influenza affatto dissimile sulla sua vita.Il finale rende alla donna la felicità e stabilisce una degna conclusione di quella che è per certi versi una favola sulla fede nell’amore,un credo cieco e assoluto sulla possibilità che anche un miracolo possa accadere con sullo sfondo la ricerca di questo amore,che Felicie praticherà sempre.I legami con gli altri due uomini contano poco visto che è Charles l’oggetto del desiderio,all’apparenza impossibile, della donna.

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Ma i miracoli accadono,basta solo crederci.Accolto in modo tiepido se non freddo dalla critica,che considera questo episodio come il più debole tra i quattro racconti del ciclo delle stagioni, Racconto d’inverno ha viceversa una sua grazia sottile e una delicatezza d’espressione visiva e di narrazione esemplare.

Il mondo rohmeriano,fatto di quotidiano,di gente qualsiasi alle prese con una realtà difficile e per certi versi angosciante è qui espressa con meno profondità del solito ma con la consueta abilità di Rohmer nel mostrare aspetti delle vicende umane in simbiosi con la vita di una persona qualsiasi,come nel caso di questo film è Felicie.Se un appunto può essere mosso a Rohmer è l’aver scelto per una volta un mondo piccolo borghese che non è certo una costante dei suoi film e di aver privilegiato una conclusione del film assolutamente improbabile.Ma la linea della pellicola è quella sin dall’inizio,con l’antefatto dell’amore perso per un incredibile errore da parte di Felicie e una volta impostato il racconto in quel modo,Rohmer sceglie proprio la strada dell’improbabile,giungendo quindi alla conclusione altrettanto improbabile come l’inizio.

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Il film è lento,descrittivo,denso di citazioni e di dialoghi sulla vita,sulla morte,sull’amore e su Dio,temi da sempre cari al regista e inevitabilmente anche di sicuro fascino per il pubblico che tuttavia non apprezzò mai questo lavoro di Rohmer.

Molto brava Charlotte Very,protagonista del film, dal volto quasi anonimo ma intenso ed espressivo mentre nient’altro più che sufficienti gli altri attori.Come sempre nel cinema rohmeriano a parlare sono le scene e gli ambienti,gli attori sembrano quasi uno sfondo obbligatorio.Un film dalla difficile reperibilità,passato quasi inosservato nelle sale e apprezzato in pratica solo dai numerosi fans del regista parigino.

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Racconto d’inverno
Un film di Eric Rohmer. Con Charlotte Very, Fredric Van Den Driessche, Hervé Furic, Marie Rivière, Rosette, Roger Dumas Titolo originale Conte d’hiver. Commedia, durata 114 min. – Francia 1991

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Charlotte Véry: Félicie

Frédéric van den Driessche: Charles

Michel Voletti: Maxence

Hervé Furic: Loïc

Ava Loraschi: Élise

Christiane Desbois: la madre

Rosette: la sorella

Jean-Luc Revol: il cognato

Haydée Caillot: Edwige

Jean-Claude Biette: Quentin

Marie Rivière: Dora

Claudine Paringaux: una cliente

Roger Dumas: Léontès

Danièle Lebrun: Paulina

Diane Lepvrier: Hermione

Edwige Navarro: Perdita

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Regia Éric Rohmer

Sceneggiatura Éric Rohmer

Produttore Margaret Ménégoz

Casa di produzione Les Films du Losange, Compagnie Éric Rohmer

Fotografia Luc Pagès

Montaggio Mary Stephen

Musiche Sébastien Erms

Costumi Pierre-Jean Larroque

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L’opinione del sito http://www.4si.ch

“Questo secondo episodio dei Racconti delle Quattro Stagioni inizia come non iniziano mai i film di Eric Rohmer. In modo esplicito, quasi sfrontato. Una giovane coppia che fa l’amore su una spiaggia soleggiata della Bretagna, onde sulla sabbia e sospiri di piacere. E, come non bastasse: al bis in stanza, sentiamo lui rimproverare lei di “non avere fatto attenzione”. Eccola infatti alla sequenza successiva, con figlioletta, ma senza il padre. Perché Félicie si è sbagliata: per uno di quegli errori che sembrano impossibili, aveva dato al bell’americano un indirizzo errato. Impossibile per impossibile, tanto varrà allora giocare uno di quei giochi nei quali Rohmer eccelle: da quell’istante Félicie viaggerà da un uomo all’altro. Ed in metro, in auto, in bus ed in treno: sempre in attesa di trovare terra ferma. E, soprattutto, di un improbabile – ma ineluttabilmente voluto da chi comanda i giochi – happy end predestinato.

Tra questi due momenti d’intensa felicità RACCONTO D’INVERNO inventa l’ormai solita, deliziosa piccola musica rohmeriana. Fatta di tutto e niente. Di rispetto terrificante della realtà (nessuno, meglio di Rohmer è riuscito a parlarci della nostra epoca, legandola indissolubilmente agli affetti di un proprio mondo poetico) e di banale favolistica-fumetto; di dissertazioni sulla reincarnazione, la provvidenza o la reminiscenza platonica. E di Shakespeare. Che non solo ispira a Rohmer il tema ed il titolo. Ma conforta Félicie, quando la conducono a teatro, perché “c’è della gente che credevamo morta, ed invece resuscita”.

Félicie è parrucchiera: e l’aspetto indimenticabile di CONTE D’HIVER è la misura, la giustezza con la quale Rohmer iscrive il suo romanzo d’appendice in una realistica e poetica cornice di condizione e di sogni piccolo-borghesi ed impiegatizi. Di tendine smunte e filodendri stenti, moquette rancide e mobiletti beige.

È da questo mondo, sinistro e commovente al tempo stesso, che l’occhio impietoso e tenero della cinepresa riesce, una volta ancora a far sgorgare quelle due cose che ci sono indispensabili: la verità ed il sogno.”

Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com

B. Legnani

Pachidermico, noioso. Film che tratta dei sentimenti della protagonista, ma che lo fa con lentezza di ritmi, con appesantimenti laterali e con un linguaggio cinematografico che favorisce l’assopimento. Mi sembra di non aver notato neppure un controcampo (o forse mi ero addormentato e non me ne sono accorto: ma poco cambia). Evitabile (tranquilli: buona parte della Critica non lo ama più di tanto…).

Homesick

Nel secondo racconto del ciclo delle “quattro stagioni” i dialoghi si arrovellano ancora in citazioni letterarie (l’innesto teatrale di Shakespeare) e filosofiche (metempsicosi, Platone e Pascal), ma acquisiscono una deliziosa morbidezza mancante nel primaverile, mentre le dinamiche tra amore e Caso anticipano taluni contenuti dell’estivo, oltre ad impostare uno schema drammatico ad esso inverso e complementare (una donna divisa fra tre uomini). Veritiero il personaggio della Very nella sua parossistica indecisione associata ad un ottimismo di fondo. Epilogo accomodante e natalizio.

Saintgifts

Il racconto d’inverno inizia con un amore estivo tra i due protagonisti, che poi si perderanno di vista, per una svista, e che lascerà Felicie incinta di una bambina. È durante il Natale di quattro anni dopo che si svolge il racconto d’inverno, che ha una citazione anche per quello di Shakespeare e che vede Felicie innamorata di due uomini che prende e lascia con la velocità del suono, apparentemente in modo capriccioso. Dialoghi “colti” sulla vita, sulla religione e sull’amore, che portano ad un finale tanto consolatorio quanto improbabile.

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settembre 11, 2015 Pubblicato da: | Commedia | , | 1 commento

Manon delle sorgenti

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Nel 1964 Marcel Pagnol, scrittore,regista e drammaturgo francese scrive L’eau des collines (L’acqua delle colline), dividendolo in due parti, Jean de Florette e Manon des sources ( Manon delle sorgenti )
E’ un’opera complessa,di gran respiro,che parte dalla storia di un uomo entusiasta e solare,Jean De Florette e ne segue le vicende personali che si concluderanno tragicamente per poi proseguire nella seconda parte con il racconto delle vicende che vedranno coinvolta sua figlia Manon.
Una storia di gelosia,di interessi e di meschine vendette che ruotano attorno ad un elemento fondamentale,l’acqua,che diverrà il perno della discordia tra i vari protagonisti della storia.
Da questo romanzo Claude Berri nel 1986 trae due film che rispettano integralmente sia i titoli dei romanzi,sia la storia nel suo svolgimento,con un’aderenza allo spirito dello stesso davvero encomiabile.
Berri utilizza anche lo stesso cast nei due film,girati a poco distanza temporale l’uno dall’altro tanto da essere spesso presentati come un unico film,cosa che permette una perfetta comprensione dell’opera.
Il regista parigino crea un’opera colta e raffinata,pur con uno sfondo assolutamente popolare come le colline della Treille nella Provenza francese,posto agreste e bucolico nel quale la vita è scandita rigorosamente dalle abitudini tipiche del paese di provincia,con tutto il suo carico di semplicità e modestia ma anche con i suoi segreti,con le vite ipocrite dei suoi abitanti.
Per poter capire gli eventi del film occorre necessariamente conoscere quella che è la storia di Jean de Florette,raccontata nella prima parte del film;che come già detto ha come titolo proprio il nome del protagonista.

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Siamo in Provenza,negli anni 20.
Papet e suo nipote Ugolin posseggono una fattoria,che però ha un grave handicap;non possiede una sua sorgente d’acqua e la cosa ha un’importanza capitale per i due,che vorrebbero coltivare garofani.
In effetti l’acqua c’è,proprio la vicino, nella fattoria di un vicino.
Ogni tentativo di mettere le mani sulla sorgente fallisce e durante una lite Papet uccide il proprietario del terreno;la cosa viene attribuita ad un incidente e sembra che zio e nipote abbiano finalmente la possibilità di mettere le mani sulla sorgente.
Ma dalla città arriva Jean De Florette con la moglie Aimee e la piccola figlia Manon di otto anni .
Ha sogni ambiziosi,è un uomo dalla mentalità moderna e vorrebbe creare un allevamento di conigli.
Papet a questo punto ottura la sorgente, sconvolgendo i piani di Jean,che ha assolutamente bisogno di acqua sia per coltivare sia per abbeverare i conigli.
Fatalmente,Jean si indebita con Papet contraendo un’ipoteca sulla proprietà e ancor più fatalmente ha un incidente mortale mentre si accinge a scavare un pozzo con la dinamite.

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Ora la fattoria è a portata di mano,perchè Aimee,la vedova di Jean non ha alcuna possibilità di ripagare il debito;Papet e suo figlio possono liberare la sorgente fingendo di essere rabdomanti…
Sono passati alcuni anni.
Manon è cresciuta,è una bella ragazza che vive in una fattoria con una anziana coppia,che è riuscita a trasmetterle l’amore per la campagna.Lei bada al loro gregge di pecore e capre,vive come una creatura libera da vincoli a stretto contatto con la natura,ma non disdegna le letture.Grazie al suo defunto padre infatti Manon ha una certa istruzione ed è in grado di apprezzare le bellezze della letteratura.
Nel frattempo Papet e Ugolin si sono arricchiti e la loro azienda di garofani prospera grazie all’infamia compiuta ai danni di Manon e sua madre,all’oscuro della subdola manovra dei due che ha permesso loro di impadronirsi della legittima eredità di Jean.
Manon crescendo ha sviluppato un odio profondo per la coppia,che intuisce essere responsabile dell’accaduto; un giorno Ugolin la segue mentre lei è nella campagna e la vede bagnarsi nuda in un fiume.L’uomo si rende conto di provare una forte attrazione per la ragazza che tuttavia lo respinge.Ritiene infatti giustamente Ugolin responsabile delle sue disgrazie e inoltre non solo non prova attrazione per lui,ma è disgustata dalla sua ignoranza e dai suoi modi rozzi e incolti.
Una mattina Manon ascolta casualmente una conversazione tra due contadini;viene così a scoprire quello che è realmente accaduto in passato a suo padre e scopre inoltre che quasi tutto il paese era al corrente della storia ma che tutti avevano taciuto o per motivi di opportunità o semplicemente perché ostili alla sua famiglia,considerata solo come parvenu cittadini.
L’occasione per vendicarsi capita in modo del tutto inaspettato.

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Mentre insegue una capra,la ragazza scopre la sorgente che alimenta che alimenta le fattorie e fornisce acqua al villaggio;decide cosi di ostruirne il passaggio interrompendo in pratica il suo corso.
Da quel momento tutta la zona precipita nella disperazione più nera.
Sarà il parroco del villaggio,durante un’omelia,a parlare del castigo di Dio verso gli abitanti,accusati di essere infingardi e subdoli,complici del crimine commesso da Papet e suo figlio.
Un abitante implora la ragazza di partecipare alla solenne processione che si svolgerà in paese per chiedere a Dio perdono, supplica rivolta anche da Ugolin ad una Manon che al contrario non ha alcuna intenzione di perdonare il silenzio complice dei suoi compaesani.
Accusa invece pubblicamente tutti i contadini e i paesani di essere complici dei due uomini;Ugolin cerca disperatamente di assicurarsi il perdono della ragazza offrendole di sposarla.
Ma Manon, che lo disprezza,rifiuta.
E’ arrivata l’ora della giustizia per Ugolin che,sconvolto dal rimorso e ormai ritenuto pubblicamente e senza più omertà colpevole della morte di Jean sceglie di morire.
Manon rimuove l’ostruzione della sorgente e il paese torna a respirare; durante la processione avviene quello che tutti considerano un miracolo.
Ma la storia sta per entrare nella fase finale,con due colpi di scena…
Manon delle sorgenti è un gran bel film, che si avvale di una sceneggiatura assolutamente coerente e di una regia dal taglio asciutto,vigoroso.
Splendida la descrizione ambientale dell’ipocrisia,dell’omertà colpevole dei compaesani di Manon,vero angelo vendicatore della morte dell’incolpevole padre Jean.

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Un delitto e castigo di provincia,con un finale a sorpresa che se può sembrare un happy end costruito a tavolino in realtà fornisce ala storia una coerenza di fondo impeccabilmente descritta.
Bella la fotografia,bella la storia,bella la location, una Provenza selvaggia e quasi incantata come bellezze naturali,opposte al dramma che si svolge all’interno di una società che appare retrograda e chiusa al contatto esterno,quasi una fortezza medioevale del pensiero e delle opere.
Sarà Manon a spazzare via tutto,con la sua giovinezza incosciente ma desiderosa di giustizia;il finale porta tutto ad un ordine delle cose naturale,quasi stabilito da una giustizia divina implacabile e coerente.
Molto bravi tutti gli interpreti,su tutti una bellissima e magnetica Emmanuelle Beart,splendida nella sua interpretazione del personaggio di Manon.
Belle anche le musiche di Jean Claude Petit,la fotografia e la scenografia.
Questo film è davvero difficile da vedere nella sua versione extended.
Purtroppo,nonostante il lusinghiero successo ottenuto in Francia,da noi ha avuto una distribuzione limitata e non è certo stato aiutato dalle rarissime apparizioni tv,il che è un vero peccato,trattandosi di opera assolutamente ben costruita e affascinante

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Manon delle sorgenti
Un film di Claude Berri. Con Yves Montand, Daniel Auteuil, Emmanuelle Béart, Hippolyte Girardot, Margarita Lozano Titolo originale Manon des sources. Drammatico durata 113 min. – Francia 1986

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Yves Montand – Cesar Soubeyran
Daniel Auteuil – Ugolin Soubeyran
Emmanuelle Béart – Manon
Hippolyte Girardot – Bernard Olivier
Margarita Lozano – Baptistine
Yvonne Gamy – Delphine
Ticky Holgado – Le Spécialiste
Jean Bouchaud – Il parroco
Elisabeth Depardieu – Aimee Cadoret
Gabriel Bacquier – Victor
Armand Meffre – Philoxène
André Dupon – Pamphile
Pierre Nougaro – Casimir
Jean Maurel – Anglade
Roger Souza – Ange
Didier Pain – Ange
Pierre-Jean Rippert – Eliacin
Marc Betton – Cabridan
Chantal Liennel – Martial
Lucien Damiani – Amandine
Fransined – Belloiseau
Françoise Trompette – Una ragazza del villaggio

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Regia Claude Berri
Soggetto Marcel Pagnol
Sceneggiatura Claude Berri, Gérard Brach
Fotografia Bruno Nuytten
Montaggio Hervé de Luze, Geneviève Louveau
Effetti speciali Jean-Marc Mouligne, Paul Trielli
Musiche Jean-Claude Petit
Scenografia Bernard Vézat

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L’opinione di Roberto Escobar dal Sole 24 ore

Come Jean de Florette (1986), anche Manon des sources si rivolge a un pubblico dai gusti generosi e insieme raffinati. Raffinati significa: in grado di cogliere e godere l’operazione cinematografica “colta” di Claude Berri. Generosi d’altra parte significa: non estenuati da spocchia intellettuale, e dunque ancora capaci di emozionarsi per il suo corposo, immediato linguaggio da racconto popolare. Berri – ecco l’operazione colta – ricostruisce da maestro un cinema che non c’è più, che viveva di platee ingenue e che è stato ucciso dal disincanto dei nostri anni televisivi. […]

L’opinione di Luigi Paini dal Sole 24 ore

Avevamo lasciato Manon bambina, con gli occhi ancora pieni di una scena orribile e blasfema: il vecchio Papet (Yves Montand) che “battezzava” il nipote Ugolin (Daniel Auteuil) proprio con l’acqua di quella fonte tanto a lungo – ma inutilmente – cercata dal padre Jean. Sono passati circa dieci anni da quel momento, che concludeva Jean de Florette, prima parte del film che Claude Berri ha tratto dal romanzo L’eau des collines di Marcel Pagnal; ora Manon (Emmanuelle Béart) fa la pastorella per conto di una coppia di vecchi immigrati italiani. »

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Yves Montand

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Emmanuelle Beart

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Daniel Auteuil

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settembre 9, 2015 Pubblicato da: | Drammatico | , | 1 commento

La piscina

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« La piscina è un film che oggi non riesco più a guardare. Mi fa male»
Sono le parole di Alain Delon, protagonista del film.
Parole che si riferiscono alla relazione con la bellissima Romy Schneider, l’altra star di La piscina,film di Jacques Deray del 1968,dove complice proprio l’attore francese la coppia si ritrovò cinque anni dopo la fine del loro amore.
Un amore che aveva fatto epoca,sin dal primo incontro nel 1958 sul set di L’amante pura e che si concluse proprio nel 1963.
Una storia d’amore, la loro, che prosegui fino al giorno della tragica morte di Romy,che per tutta la vita rimase legata a Delon,tanto da farle dire,in una delle sue ultime interviste che «L’uomo più importante della mia vita resta Delon. Quando ho bisogno di lui è sempre pronto a tendermi la mano. Ancora oggi è l’unica persona sui cui posso davvero contare»
Due attori giovani e bellissimi, tra i più amati del cinema,un film noir ben diretto da Deray, la presenza di una poco più che ventenne e conturbante Jane Birkin per una storia drammatica che,come suggerisce il titolo, ha come sfondo una piscina che sarà muta testimone delle vicende drammatiche di un triangolo amoroso con sullo sfondo proprio la Birkin,detonatore della storia che sfocerà in tragedia.

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Una villa,una coppia Jean-Paul e Marianne.
La casa è di proprietà di un amico dei due;Jean Paul è uno scrittore che ha tentato la via del successo ma ha visto naufragare miseramente il primo tentativo di pubblicare un libro ed è costretto a fare il pubblicitario abbandonando per il momento i sogni di gloria mentre lei è un’articolista presso un giornale.
La serenità (apparente) della coppia muta drasticamente in seguito ad una telefonata;Harry,amico di entrambi annuncia la sua visita e la sua permanenza per qualche giorno in villa con sua figlia Penelope.
L’arrivo di padre e figlia altera la situazione.
Jean Paul sospetta,osservando attentamente Harry e Marianne, che tra i due in passato ci sia stata una relazione mentre la giovanissima Penelope,che ha fatto le stesse considerazioni,sembra rinchiudersi in se stessa.
Una sera Harry organizza una gran festa con amici;è proprio Penelope a capire che tra Marianne e suo padre c’è stato qualcosa e che c’è del fuoco che cova sotto la cenere.Durante la festa infatti osserva attentamente Harry e Marianne ballare in modo molto intimo e indispettita o forse ingelosita dalla scena scappa in piscina dove viene seguita da Jean Paul,anche lui ormai certo del passato amoroso tra l’amico e la sua donna.

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I due diventano confidenti parlano ed è in questo modo che finalmente Penelope sembra abbandonare l’atteggiamento di chiusura verso tutti che aveva tenuto fino a questo momento.
Sarà durante un lungo colloquio tra Penelope e Jean Paul che inizierà a maturare il dramma,un giorno nel quale proprio Jean Paul rifiuta di accompagnare nella vicina Saint Tropez Marianne,che piccata sceglie di andarci con Harry.
Penelope racconta a Jean Paul come l’uomo lo disprezzi,considerandolo uno scrittore fallito e come desideri Marianne più per soddisfazione personale che per vera attrazione verso la donna stessa.
La sera Harry,ubriaco,affronta Jean Paul davanti alla piscina.
All’uomo rimprovera quella che ritiene una relazione sbagliata tra sua figlia e lui; folle di gelosia si avventa contro Jean Paul ma appannato nei riflessi dal troppo alcool bevuto finisce in piscina.
Jean Paul potrebbe tendergli la mano e soccorrerlo.
Viceversa,gli tiene la testa sott’acqua causandone la morte.

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Sul luogo dell’incidente arriva l’ispettore Levecque,che da subito si rende conto che la scena contiene incongruenze;Harry ha al polso un costosissimo orologio che non avrebbe mai indossato per un bagno di sera e i vestiti a bordo piscina sono lindi e pinti, segno che la vittima non li ha mai indossati.
L’ispettore parla con Marianne,dicendosi convinto che Jean Paul ha in qualche modo provocato la morte di Harry ma di non avere prove a sufficienza per arrestarlo.Marianne va in camera di Harry e scopre che i vestiti non sono quelli indossati da Harry la sera prima…
Davvero un bel film,La piscina.
Per quanto lento e descrittivo, il film analizza con la dovuta profondità le caratteristiche psicologiche dei personaggi,le loro manie,i loro problemi e i loro comportamenti.
E’ un quadro ben dipinto, in tutti i suoi particolari.
Deray incontra Delon per la prima volta sul set di questo film;segue il consiglio dell’attore di scritturare per la parte di Marianne la bellissima Romy Schneider e ha un colpo di fortuna perchè la coppia da vita ad una interpretazione memorabile.
Nel film la misteriosa,magica alchimia tra i due attori è ben visibile e contribuisce a dare credibilità alla storia.
Altrettanto fortunata è la scelta di Jane Birkin, assolutamente irresistibile nei panni di Penelope e quella di Maurice Ronet nel ruolo di Harry;il che dimostra il vecchio assioma che quando si sceglie bene il cast si è a metà dell’opera.
Il film non brilla certo per originalità della sceneggiatura.
Molte volte in passato e mille volte in seguito verrà riproposto il tema del triangolo di amorosi sensi con aggiunta del quarto incomodo ma in questo caso la storia assume un che di torbido, d malsano che aggiunge valore alla pellicola.

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Tuttavia Deray è abile a creare l’atmosfera e a delineare i personaggi;l’inquieto Jean Paul,la dubitante e incerta Marianne,la fragile e inesperta Penelope,l’egoista e ipocrita Harry sono personaggi che hanno spessore nei ritratti psicologici che fanno da sfondo alla storia.
Il film quindi regge bene,nonostante la tendenza a privilegiare i dialoghi e i sottintesi.
In fondo è quello che Deray vuol trasmettere.
Un film datato,indubbiamente,ma che resta sicuramente opera valida e godibile a quasi 50 anni dalla sua prima uscita.

La piscina
Un film di Jacques Deray. Con Alain Delon, Paul Crauchet, Romy Schneider, Jane Birkin, Maurice Ronet, Steve Eckhardt, Maddly Bamy, Suzie Jaspard, Thierry Chabert, Stéphanie Fugain Titolo originale La piscine. Drammatico, durata 113 min. – Francia 1968.

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La piscina banner personaggi

Alain Delon: Jean-Paul
Romy Schneider: Marianne
Maurice Ronet: Harry
Jane Birkin: Penelope
Paul Crauchet: Ispettore Leveque
Suzie Jaspard: Emilie
Maddly Bamy: un’amica al party
Stéphanie Fugain: amica di Harry

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Cesare Barbetti: Alain Delon
Maria Pia Di Meo: Romy Schneider
Giuseppe Rinaldi: Maurice Ronet
Renata Marini: Suzie Jaspard
direttore del doppiaggio: Mario Maldesi

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Regia Jacques Deray
Soggetto Jean-Emmanuel Conil
Sceneggiatura Jean-Claude Carrière, Jacques Deray
Produttore René Pignères, Gérard Beytout
Produttore esecutivo Gérard Beytout
Casa di produzione Société Nouvelle De Cinématographie, Tritone Film
Fotografia Jean-Jacques Tarbes
Montaggio Paul Cayatte
Musiche Michel Legrand
Scenografia Paul Laffargue
Costumi André Courrèges

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“Aspetterò che tu ti accorga di amarmi per tutta la vita”
“E’ strano abbiamo tutti delle preferenze , magari per cose che non valgono niente .”
“Il mio dramma è che quando una ragazza si interessa a me, io me ne innamoro subito! È questo che mi blocca. Forse perché non ho avuto abbastanza esperienze. Sono rimasto vergine fino a venticinque anni, fino al mio secondo matrimonio. Capisce? È per questo”
“Ma è vero quello che dice?”
“Eh no, purtroppo non è vero…!”

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L’opinione di Luca Scial dal sito http://www.mymovies.it

Jean-Paul è uno scrittore di scarso successo, ospite nella villa lussuosa della bella e ricca Marianne a Saint Tropez. I due vivono nella passione, lontani dal mondo, finquando non arriva Harry, cantante playboy ex fiamma di Marianne, con sua figlia: la bella diciottenne Penelope. Il loro arrivo romperà gli equilibri tra i due, facendo riemergere vecchi amori e gelosie.
Passioni, gelosie e pensieri proibiti ruotano intorno a una piscina, nella lussuriosa Saint Tropez. Attori belli e bravi inscenano un ben fatto dramma della passione.
L’opinione di Will Kane dal sito http://www.filmtv.it

Personaggi alla deriva,anche se fissi in un’unita’di luogo,in un thriller a discreta gradazione erotica,con una tensione sorda che cresce impercettibilmente ai bordi della piscina del titolo.Film molto francese,con i tempi appunto tipici della cinematografia transalpina dell’epoca,ma emanante un suo fascino un po’perverso:del resto,i bellissimi Alain Delon e Romy Schneider che dopo l’amore si fustigano lievemente con un ramoscello sono sadomaso soft,ma molto audaci per un film “normale”.Inoltre,uno dei delitti piu’lenti e verosimili del cinema giallo.
L’opinione di atticus dal sito http://www.filmscoop.it

Il film dovrebbe essere un noir ma è passato alla storia soprattutto per la componente sensuale che credo non abbia pari nel cinema dell’epoca. La storia di un quadrilatero bollente consumato sui bordi di una piscina nella calura estiva della periferia parigina, tra scene di seduzione e sguardi languidi, fino al colpo di scena che complica il menage.
Grande atmosfera di ricercato ed elegante erotismo, una svolta gialla piuttosto blanda, un bravo regista di genere ed un quartetto di interpreti assolutamente memorabile per un film che fece scandalo, tanto intrigante quanto inconsistente. Le effusioni tra gli splendidi Delon e Schneider però sono di quelle che non si dimenticano.

L’opinione del sito http://www.ilballodelcervello.com

Senza dubbio ci troviamo di fronte ad una pellicola che trasuda una ricercata raffinatezza, in cui l’erotismo si sposa con un’estetica di tinte tenui e desaturate; una storia di corpi sui quali si può leggere di sesso, d’amore e di morbosità, corpi che celati da un abito ben confezionato sanno tenere nascosti i segreti più intimi e inconfessabili. Jane Birkin, certamente il simbolo più evidente di questo fine erotismo, interpreta magistralmente una lolita dal fascino esotico e ingenuo, che muove il proprio corpo in modo quasi convulso e infantile, come a volerne scoprire le potenzialità.
La piscina è il perno intorno al quale si muovono gli sguardi dei quattro protagonisti, che lentamente, come naufraghi ai suoi bordi, si spogliano delle proprie ipocrisie in un’intensa spirale di tensione; l’acqua stagnante risplende di glamour e trattiene in profondità un torbido microcosmo i cui dettagli sono resi ottimamente da una sceneggiatura in cui centrale è lo studio meticoloso della psicologia dei personaggi. Gli occhi indagatori sono la chiave di lettura più profonda e inquietante di questa storia, occhi che scrutano, si accorgono e sanno, prima che l’indicibile sia detto o perfino pensato. La fotografia di Jean-Jacques Tarbes restituisce i quadri vividi di uno spaccato di vita che sfiora il perverso.

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Jane Birkin è Penelope

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Romy Schneider è Marianne

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Maurice Ronet è Harry

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Alain Delon è Jean Paul

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agosto 31, 2015 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , , | 4 commenti

Venga a prendere il caffè da noi

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La spartizione è il secondo romanzo scritto da Piero Chiara dopo Il piatto piange; nel 1970 Alberto Lattuada riduce per lo schermo il romanzo dello scrittore di Luino mutando il titolo in Venga a prendere il caffè da noi e mantenendo praticamente intatta l’atmosfera ridanciana e grottesca del romanzo, che è una delle cose migliori di Chiara, autore saccheggiato a buon motivo dai registi cinematografici.
Aiutato dallo stesso Chiara e con l’aiuto importante del critico Tullio Kezich,Lattuada dirige un film amaro e al tempo stesso di stile quasi boccaccesco,ricreando l’ambiente piccolo borghese in cui si muovono i personaggi del film, ambientato nella bella Luino,piccola perla del varesotto che sorge sul lago Maggiore,che fa da cornice alle storie parallele e al tempo stesso incrociate del protagonista maschile,Emerenziano Paronzini e delle tre sorelle Tettamanzi,Camilla Fortunata e Tarsilia.
Lattuada trasla il film dall’epoca fascista ai primi anni sessanta,modificando il finale; non sono scelte da poco che però alla fine non mutano l’economia del film.
Il gusto per il grottesco,per il surreale e al tempo stesso ironico sguardo sulla piccola provincia italiana di Chiara è ripreso in maniera praticamente perfetta da Lattuada, che ha anche l’intuito e la fortuna di scegliere come protagonista nelle vesti di Emerenziano, funzionario integerrimo del Ministero delle Finanze,il grande Ugo Tognazzi, sornione come un gatto che ha avvistato un topo ed aspetta il momento giusto per papparselo.

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L’attore cremonese è nel pieno della sua maturità artistica e lo dimostra appieno in questo film godibile, allegro e ironico,nel quale interpreta il ruolo di un allupato dipendente pubblico che stanco della vita da single e sopratutto affetto da un’incontrollabile frenesia sessuale,decide di mettere assieme l’utile e il dilettevole, puntando gli occhi su tre sorelle anche loro single ma con alle spalle un ricco patrimonio lasciato loro dal padre.
Il che a ben vedere è la ciliegina sulla torta,la molla che spingerà l’uomo a corteggiare le tre sorelle.
Lattuada punta molto sull’atmosfera ironica del romanzo e nel film si lascia trasportare sia dalla stessa atmosfera sia dal fascino che emana dalla ridanciana cittadina lombarda;il lago, le belle e linde case di Luino, la simpatia della popolazione locale,istrionica e a tratti furba costituiscono l’ossatura del film, che veleggia dall’inizio alla fine su una leggerezza di fondo che non scade mai nel banale,anzi.
Assistiamo alle imprese di Emerenziano carpendo i suoi pensieri,il suo modus vivendi e il suo modus operandi;sappiamo in anticipo le sue mosse e se non parteggiamo per lui è solo perchè romanticamente ci aspetteremmo motivazioni più profonde alla base dell’operato dell’uomo.

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Che invece sceglie coscientemente di sedurre dapprima una delle sorelle e poi infine le altre due,in una atmosfera di quadrilatero di amorosi sensi mai scadente nel volgare o nell’erotico.
A ben guardare è proprio questa una delle peculiarità del film,ovvero lo scansare come la peste le scene di nudità facili e cattura pubblico optando invece per una sana e ironica comicità che non è di grana grossa, tutt’altro.
In una recensione si legge testualmente “Una commedia di gusto grossolano, diretta con mestiere e sorretta da una riuscita caratterizzazione dei personaggi, ma fastidiosa e disgustosa per la volgarità di cui è impregnata” (Segnalazioni Cinematografiche)
Nulla di più lontano dal vero.Non c’è nulla di volgare a livello visivo,nulla nei dialoghi se non l’arguzia tipica della gente di provincia, sempre pronta a trovare un motto o una battuta sagace su quello che accade,sulla vita stessa.
Veniamo alla trama:
Emerenziano Paronzini è quindi alla ricerca di una donna con cui accasarsi.E’ stanco della sua solitaria vita da single,inoltre essendo un reduce di guerra tornato a casa con una fastidiosa menomazione.
Individua tre sorelle , Camilla,Fortunata e Tarsilia Tettamanzi come sue prede e decide di prenderne una in moglie, in modo da assicurarsi non solo una donna che lo serva e lo riverisca, ma un comodo approdo per i suoi pruriti sessuali.

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Fantastica la descrizione che da Piero Chiara delle tre sorelle:
“Brutte ciascuna a suo modo di una bruttezza singolare, e consapevoli della ripugnanza che ispiravano agli uomini, avevano tacitamente soppresso l’amore, come se l’avessero seppellito in giardino per nascondere una vergogna. In verità, neppure quando andavano a scuola, e Camilla addirittura all’Università, nessun uomo aveva pensato di farle accorte del loro sesso; né poteva essere diversamente, per quei tre frutti malformati di un matrimonio che era stato di puro interesse, tra il loro padre – una specie di pappagallo con le gambe storte – e la loro madre, mal sortito avanzo di una vecchia famiglia
Nella realtà del film, le tre sorelle sono interpretate magistralmente da tre attrici non certo brutte,anzi a loro modo con un certo fascino.
Tornando alla pellicola,Emerenziano riesce ad entrare in casa Tettamanzi e dopo un breve corteggiamento seduce Fortunata,individuata dallo scaltro uomo come la preda più facile e abbordabile.
Il matrimonio va in porto e al ritorno dal viaggio di nozze, che è stato un vero e proprio tour de force sessuale per Fortunata (il dottore che la visita la troverà “vaginalmente infiammata“) Emerenziano si stabilisce nella casa delle donne.

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Riverito come un sibarita, l’uomo inizia a guardare con un certo appetito sessuale le altre due sorelle e alla fine le seduce entrambe.
Inizia così un rapporto a quattro, con il sultano che a turno giace con una delle concubine.
In seguito il vorace e instancabile appetito dell’uomo si rivolge anche alla domestica Caterina;ma una sera,mentre è intento nella sua opera di seduzione,Emerenziano che ha ecceduto nelle libagioni finisce per avere un colpo apoplettico; da quel momento dovrà vivere su una sedia a rotelle, accudito comunque amorevolmente dalle tre sorelle,che lo portano a spasso come un trofeo di caccia.
Venga a prendere il caffè da noi è uno dei più grandi successi della straordinaria stagione cinematografica del 1970; solo film straordinari come Lo chiamavano Trinità di E.B. Clucher,Per grazia ricevuta di Manfredi (vera star office della stagione),Anonimo veneziano di Enrico Maria Salerno,Il piccolo grande uomo di Arthur Penn,Borsalino di Jacques Deray,Il gatto a 9 code di Dario Argento faranno meglio della pellicola di Lattuada.
Guardando la presenza di questi film non si può non provare nostalgia per quella straordinaria e feconda stagione cinematografica che fu il 1970…
Il film come già detto si avvale della location bellissima e fiabesca di Luino,della presenza di un grande Tognazzi, di dialoghi divertenti e di una sceneggiatura di prim’ordine.
Non dimentichiamo anche le tre bravissime protagoniste femminili, Francesca Romana Coluzzi(Tarsilla Tettamanzi) alla quale perfidamente Lattuada applica una antiestetica peluria sulle labbra,Milena Vukotic (Camilla Tettamanzi) e infine Angela Goodwin (Fortunata Tettamanzi); tre attrici dalla futura lunga e longeva carriera cinematografica,lusinghiera e meritata.
Nel film compare anche lo stesso Piero Chiara nel ruolo di Pozzi.
Un film ancora oggi fresco e divertente,irriverente.
Che potrete vedere in una buona qualità su You tube all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=k8VBzpmPr_o
Buona visione con un grande film targato anni settanta…

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Venga a prendere il caffè da noi

Un film di Alberto Lattuada. Con Ugo Tognazzi, Angela Goodwin, Milena Vukotic, Francesca Romana Coluzzi, Checco Rissone,Piero Chiara, Alberto Lattuada, Antonio Piovanelli, Carla Mancini Commedia, Ratings: Kids+16, durata 113 min. – Italia 1970.

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Francesca Romana Coluzzi: Tarsilla Tettamanzi
Ugo Tognazzi: Emerenziano Paronzini
Milena Vukotic: Camilla Tettamanzi
Angela Goodwin: Fortunata Tettamanzi
Jean Jacques Fourgeaud: Paolino
Valentine: Caterina, la cameriera
Checco Rissone: Mansueto Tettamanzi, il padre delle sorelle
Piero Chiara: Pozzi
Natale Nazzareno: garzone
Carla Mancini: studentessa
Alberto Lattuada: Raggi, il dottore
Antonio Piovanelli: Don Casimiro

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Regia Alberto Lattuada
Soggetto Piero Chiara (romanzo)
Sceneggiatura Alberto Lattuada
Adriano Baracco
Tullio Kezich
Piero Chiara
Produttore Maurizio Lodi Fé
Casa di produzione Mars Film Produzione
Distribuzione (Italia) Paramount
Fotografia Lamberto Caimi
Montaggio Sergio Montanari
Musiche Fred Bongusto
Tema musicale Vivienne eseguita da Fred Bongusto
Scenografia Vincenzo Del Prato
Costumi Dario Cecchi
Trucco Eligio Trani

“Come dice il Mantegazza, alla mia età ho bisogno delle tre c: caldo, coccole e cibo!”
“Dovevamo rompere le reni alla Grecia, Hanno rotto il culo a me!”
“”Però anche voi, che cambiamento: sembrate tre puttane!”

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Da dove era venuto con quella faccia severa, con quell’aspetto composto e a prima vista distinto? Da qualche importante città, da una famiglia di rango, da una lunga abitudine alla riservatezza?
Solo dopo qualche mese si seppe che veniva, in seguito a trasferimento d’ufficio, dal capoluogo della provincia; ma. che era di Cantévria, un paesucolo della Valcuvia, a pochi chilometri da Luino.
“Da Cantévria con quel nome?” si domandava la gente. E nessuno credeva possibile che da quel luogo di campagna, abitato da contadini e da famiglie d’emigranti, potesse uscire un funzionario, anche d’infimo grado, dell’Ufficio Bollo e Demanio; e con quel nome, Emerenziano Paronzini, che sembrava il nome di un generale, benché fosse senza mistero per la Valcuvia dove esistevano molti Emerenziani ed Emerenziane e dove il cognome Paronzini si ripete in più posti.

Venga a prendere il caffè da noi banner recensioni
L’opinione di Will Kane dal sito http://www.filmtv.it

Dal romanzo di Piero Chiara(che appare nel piccolo ruolo del commercialista del bottegaio in crisi Jean-Jacques Forgeraud,amante clandestino della sorella Tettamanzi più vistosa,Francesca Romana Coluzzi) intitolato “La spartizione”, l’occasione per un numero dei suoi per Ugo Tognazzi, tra i mostri sacri del pantheon attoriale italico, probabilmente il più duttile:ometto di impostazione rigida, programmatore freddo e calcolatore del proprio futuro, da sistemarsi con un buon partito, individuato in una a scelta di tre sorelle ereditiere di un solido patrimonio, avvicinate con il pretesto di un aiuto a proposito di un nodo gabellare,visto che Eremenziano Paronzini(nome veramente indovinato per un personaggio del genere) è un funzionario dell’ufficio imposte, azzecca quasi ogni mossa,salvo farsi prendere dall’ingordigia degli appetiti sessuali. Lattuada(anche lui presente,nel cameo del dottore di famiglia Tettamanzi) dipinge con sapiente malignità il quadro grigiastro della vita di provincia in riva al lago, la repressione sessuale di una tipica mentalità borghesotta, la vocazione ad un dissolutismo grottesco repressa ivi compresa. Benchè felicemente ambientato,”Venga a prendere il caffè da noi” ha un buon corpo attoriale,ma sembra che Tognazzi presti al personaggio un buon mestiere, e non l’estro di sempre, o comunque non è al massimo delle sue potenzialità d’attore, benchè si tratti di un carattere rigido che rivela tutto insieme le sue aspirazioni da satiro attempato, e il monologo a tavola(“Dovevamo spezzare le reni alla Grecia, e invece hanno rotto il culo a me!” esclama a un certo punto) è un bel crescendo d’interprete, ma sono altri i personaggi, vedi “Amici miei”,”Romanzo popolare”,per citarne due soli, che sono veramente memorabili tra quelli interpretati dal grande attore cremonese. Bravissime anche le tre interpreti, soprattutto la “tanta” Francesca Romana Coluzzi,purtroppo deceduta in questi giorni.

Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com

B.Legnani

Tutto molto corretto e composto, in linea con la sana (almeno in apparenza) provincia lombarda. Tognazzi disegna bene il protagonista e talora lo fa quasi sotto-recitando. Le tre donne sono molto brave. Fourgeaud è doppiato da Nino Castelnuovo. Ruolo della vita per la Coluzzi.

Galbo

Nella cornice perbenista ed ipocrita della meravigliosamente rappresentata provincia italiana, si muove un poersonaggio che non potrebbe essere più italico di così, il seduttore ragionere benissimo interpretato da Tognazzi in uno dei migliori ruoli della carriera. Buon film di Lattuada che sfrutta la massimo le corde satiriche della sceneggiatura.

Pigro

Il placido lago prealpino nasconde i bollenti spiriti di tre sorelle zitelle, presto appagati dal “gallo” che ha capito come dare una svolta alla propria vita. E così questa piacevole commedia ci diverte non solo con le pennellate satiriche sulla sessuofobia ipocrita, ma anche con deliziose annotazioni psicologiche al limite del caricaturale che Lattuada destina a tutti i protagonisti di questo girotondo erotico-grottesco. Magistrale Tognazzi nella sua maschera da macho calcolatore, impagabili le tre grazie, pudiche e assatanate.

Homesick

L’Italia non è più fascista e l’epilogo meno drastico, ma l’adattamento di Lattuada rispetta la garbata licenziosità del romanzo di Chiara e la sua rappresentazione di una provincia immobile e perbenista. Nel superlativo Tognazzi si ritrovano – ora accennati, ora enfatizzati – gesti, sguardi e manie del trigamo e taciturno Paronzini, così come il terzetto “gambe” Coluzzi-“capelli” Goodwin-“mani” Vukotic è l’ideale ritratto cinematografico delle represse sorelle Tettamanzi. L’ottimo risultato è altresì favorito dalle musiche di Bongusto, che catturano al volo lo spirito della commedia.

Daniela

Emerenziano Paronzini, metodico ragioniere di mezz’età, si sistema sposando una delle tre ricche sorelle Tettamanzi, ma non disdegna il talamo delle altre due… Ritratto satirico della vita di provincia, piatta come le acque del lago su cui si affaccia la cittadina in cui è ambientata la vicenda ma anche altrettanto torbida, dato che le apparenze bigotte nascondono voglie proibite e vizietti inconfessabili. Memorabile la caratterizzazione di Tognazzi, ma non vanno dimenticate Goodwin e Vukotic con la loro vibrante “bruttezza”. Meno credibile nel ruolo la stangona Coluzzi.

Markus

Trasposizione cinematografica del romanzo di Piero Chiara “La spartizione”. L’interprete principale è un istrionico e superbo Ugo Tognazzi, nei panni d’un uomo che, malgrado la bruttezza d’una donna, la sposa perché ricca. Una volta piazzato in casa, coglie l’occasione per deflorare anche le due cognatine fino ad un imprevisto finale. Girato a Luino, il film gode di grande ritmica degli eventi e di una sano cinismo. Lattuada ci mostra per l’ennesima volta una certa tendenza per il feticismo (gambe e piedi femminili). Rallegramenti.

Cangaceiro

Il merito di Lattuada è parlare per quasi 2 ore di pruriti sessuali e istinti carnali (mostrandoci anche qualcosina) senza mai risultare volgare. Il filoconduttore è tutto qui: la ricerca dello “star bene” in tutti i sensi, senza farsi troppi scrupoli morali, il tutto calato nella sana provincia italiana di allora, qui ben fotografata, una sorta di “do ut des” che soddisfa tutti. Domina Tognazzi, bravissimo nell’interpretare con raffinatezza un uomo piccolo ed egoista. Tra le sorelle spicca una Coluzzi quasi irriconoscibile. Tante le scelte registiche azzeccate.

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agosto 28, 2015 Pubblicato da: | Commedia | , , , , | 4 commenti

La sbandata

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Salvatore Cannavone ha lavorato duramente per oltre trent’anni in America.
Ciabattino,lustrascarpe e altro,risparmiando centesimo su centesimo ha messo da parte una piccola fortuna e ha deciso di rientrare in Sicilia,spinto dalla nostalgia.
Qui l’uomo viene accolto in casa (in modo interessato) da suo fratello Raffaele,sposato con l’avvenente Rosa e padre della bella Mariuccia.
Da subito l’uomo avverte una tempesta ormonale;anni di astinenza e di desideri repressi fanno divampare in lui il desiderio di una donna.
E sotto il suo sguardo interessato non può non finire Mariuccia,che dal canto suo sembra accettare la corte di suo zio,spingendosi anzi in la, coinvolgendo il maturo uomo in un gioco fatto di provocazioni e ammiccamenti.

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La ragazza intuisce il punto debole dello zio e ne incoraggia i pruriti e le fantasie;senza mai accettare esplicitamente rapporti completi,tiene l’uomo sulla graticola e ne approfitta per ricavarne regali in denaro,sotto lo sguardo assente (ma non troppo) del padre.
Dopo un po di tempo sia Raffaele che Mariuccia hanno ciò che vogliono:l’uomo una casa nuova e la ragazza soldi e corredo.
A questo punto ecco che spunta un giovane che chiede la mano della ragazza,accordata dai genitori.
Per Salvatore sembra che la beffa sia compiuta ma al contrario sarà proprio in quel momento che riuscirà ad avere finalmente la ragazza e con essa anche la bella cognata…
La sbandata è un film del 1974 diretto da Alfredo Malfatti,primo e unico film diretto in carriera dal regista.
E a vedere l’esito di questa prova,non si può certo dire che il cinema abbia perso un protagonista memorabile.In realtà,secondo quando dichiarato dalla protagonista del film,Eleonora Giorgi,la pellicola è stata diretta da Salvatore Samperi, che non volendo (e non potendo) firmare il film,si nascose dietro la figura oscura di Malfatti per dirigerla completamente.

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Storia di corna,incesto e tradimenti,La sbandata è il classico film samperiano,pruriginoso e ammiccante,nello stile tipico del regista di Malizia,ben lontano qui dal risultato della commedia che aveva visto come protagonista la splendida Laura Antonelli.
Il film è banale e sciatto,appesantito anche dall’insopportabile figura di Domenico Modugno,che caratterizza all’eccesso la figura dell’emigrante figliol prodigo Salvatore Cannavone, affetto da evidente sindorme senile di attività ipersessuale.
Sigari a gogo,un’espressione tra il laido e il furbo alla Calandrino,Modugno imperversa per il film rendendo particolarmente odiosa la figura di Salvatore,tanto da far desiderare allo spettatore di vederlo punito e spogliato completamente dei suoi averi.
Invece finisce diversamente,e la commedia che in qualche momento aveva cercato la strada improbabile della satira,sbanda e finisce in farsa.

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A ben vedere il titolo del film,La sbandata,andava applicato letteralmente,intendendo il tutto come una sbandata in corso d’opera di un prodotto della commedia sexy all’italiana,anche se in realtà di pecoreccio e voyeuristico non è che ci sia chissà cosa.

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Il film è tratto dal romanzo Il volantino di Pietro A. Buttitta e ne riprende l’ambientazione sicula, cara a tanti registi del cinema nostrano.
Indolenza,pigrizia e ancora malizia e furbizia,scarsa voglia di lavorare,il siciliano con i baffi,la donna furba e vogliosa,il familiare becco e contento,insomma tutti i segni caratteristici da sempre attribuiti ai meridionali e nello specifico ai siciliani;la solfa è sempre la stessa,cambiano i protagonisti ma mai gli scenari e gli sfondi.
A parte Modugno,indisponente e antipatico,nel film c’è una giovane e bella Eleonora Giorgi,ventunenne,che si era fatta apprezzare per gli scabrosi Storia di una monaca di clausura e Appassionata e sopratutto per Alla mia cara mamma nel giorno del suo compleanno, di Luciano Salce,film che le aveva dato anche una patente di attrice in erba dalle buone qualità e non solo dal bel corpo.
L’attrice romana non demerita,pur nel grigiore (oserei dire squallore) generale, mentre sicuramente più apprezzabile, anche se defilata rispetto ai due protagonisti citati è la splendida Luciana Paluzzi,nel ruolo della madre di Mariuccia.

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C’è posto anche per uno spaesato Pippo Franco,presenza fissa di tantissime commedie sexy.
Null’altro da segnalare se non il consiglio di lasciar perdere un film stanco e banale,in cui il tentativo di Samperi di fare satira bonaria e comicità ridanciana svanisce dopo pochi minuti dall’inizio della pellicola.
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Un film di Alfredo Malfatti. Con Luciana Paluzzi, Domenico Modugno, Eleonora Giorgi, Umberto Spadaro,Pippo Franco, Franco Agostini Erotico, durata 90 min. – Italia 1975

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Domenico Modugno: Salvatore Cannavone
Eleonora Giorgi: Mariuccia, figlia di Raffaele
Pippo Franco: Raffaele Cannavone
Luciana Paluzzi: Rosa, moglie di Raffaele
Umberto Spadaro: dottore
Nino Musco: avvocato
Franco Agostini: Giovanni Liga
Gino Pernice: Carluzzo
Renzo Rinaldi: giocatore a carte

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Regia Salvatore Samperi (non accreditato), Alfredo Malfatti
Soggetto Pietro A. Buttitta, dal suo romanzo “Il volantino”
Sceneggiatura Salvatore Samperi, Ottavio Jemma
Casa di produzione Mondial
Distribuzione (Italia) Titanus
Fotografia Franco Di Giacomo
Montaggio Sergio Montanari
Musiche Domenico Modugno
Scenografia Ezio Altieri
Costumi Ezio Altieri

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L’opinione di sasso67 dal sito http://www.filmtv.it

Uno di quei film di cui, a quasi quarant’anni di distanza, non si riesce a capire la motivazione (se non la speranza di incassare qualche milioncino con un’operazione a metà tra il pruriginoso e la commedia folkloristica). Ma soprattutto non si capisce perché l’autore di Vecchio frack e Nel blu dipinto di blu accettase di partecipare a simili filmacci: che anch’egli avesse bisogno di soldi?
L’opinione di mm40 dal sito www,filmtv.it

L’unica cosa atipica di questa farsetta sguaiata è il protagonista: Modugno in una parte in cui sarebbe stato perfetto Lino Banfi è davvero qualcosa da sbiancare. Per il resto tutto procede come a quei tempi era solito che procedesse: qualche scenetta di nudo, un sottofondo incessante di volgarità e misoginia, Pippo Franco nel ruolo dichiaratamente ‘comico’ (poichè, dato il tema pesantissimo dell’incesto, occorre senz’altro sdrammatizzare ed a Modugno manca il physique du role), stereotipi italioti ammanniti a volontà. Non brilla certo per fantasia, questa Sbandata scritta dallo stesso Samperi (con Ottavio Jemma) che girerà o ha già girato innumerevoli varianti sul tema morboso dell’incesto fra le mura domestiche (da Nenè a Casta e pura, da Peccato veniale all’esordio di Grazie zia). Poco entusiasmo.

L’opinione del Mereghetti

Il film poteva puntare su elementi più provocatori (la frustrazione senile, l’avidità di denaro), invece risolve tutto con palpiti pruriginosi e bozzettismo di maniera. (P. Mereghetti Dizionario dei Film)

Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com

Undying
Non è una fissazione del sottoscritto, ma un dato di fatto: il cinema italiano Anni Settanta accarezzava con frequenza pressoché costante il tema dell’incesto (con predilezione del rapporto zio-zia/nipote). In tal caso, pur essendoci di mezzo Domenico Modugno (che pure, come ovvia conseguenza, si occupa del reparto musicale) il film appare fiacco, noioso e ben poco morboso. La Giorgi non può competere con le coève attrici disponibili sulla piazza, che sarebbero di certo apparse ben più credibili nei (pochi) panni di meridionali focosette…

Il gobbo

Mimmo Modugno zio d’America con proverbiale gruzzolo torna al paesello, e conosce una nipotina (ben) cresciuta… Ennesimo sotto-Malizia scritto dallo stesso Samperi: ormai di prammatica l’atmosfera calda e appicicaticcia, ma non se ne può più. Modugno ha in effetti un bel daffare fra la Paluzzi e una Giorgi che ha sicuramente degli argomenti, ma che come sicilianuzza dell’interno pare leggermente poco credibile. Un titolo che mantiene quanto promette.

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Samperiano e monotono, rispolvera alcuni degli argomenti preferiti della commedia erotica alla siciliana (ritorno dagli USA, incesto, matrimonio, soldi) utilizzando un pur valido Modugno come zio danaroso e voglioso. Piuttosto scialba la Giorgi, con il suo candore fuori luogo; ben più consistente la Paluzzi. Si può soprassedere.

B.Legnani

Brutto. Parte male, col volerci mostrare un protagonista simpaticissimo, col bel risultato di rendercelo fastidioso (al quinto sigaro, poi, diventa quasi odioso). Giorgi fuori parte (la Paluzzi, inoltre, se la mangia a colazione), Pippo Franco ripetitivo, come le scenette al circolo, insopportabili già alla seconda volta. Non c’è erotismo se non ci sono finezze e qui tutto è tagliato via con un coltello male affilato. Come se non bastasse, i tentativi umoristici funzionano una volta su dieci.

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agosto 27, 2015 Pubblicato da: | Commedia | , , , | 4 commenti

Un dramma borghese

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Da un romanzo di Guido Morselli,uscito postumo in seguito al suicidio dello scrittore,Florestano Vancini riduce per lo schermo Un dramma borghese nel 1979.
Il regista di Ferrara,elegante e misurato, propone la drammatica vicenda raccontata da Morselli affrontando il tema spinoso dell’incesto senza mai indugiare sul lato scabroso e sull’impatto visivo,privilegiando al contrario l’eleganza della trattazione e immergendo il film in un’atmosfera al limite del cupo,in cui tutte le scene sono caratterizzate da un’atmosfera quasi opprimente,oserei dire decadente, che ben simboleggiano l’aria e il continuum in cui si muovono i personaggi del film.
Che sono tre,mentre tutti gli altri riempiono la scena,senza interagire nei momenti topici,quasi figure di contorno che si muovono nella penombra del film accompagnando il dramma che si svolge sotto i loro occhi in modo silente e inerte.
Vancini,giornalista e descrittore,studioso di storia,abbandona per un attimo le sue passioni e propone un dramma a tinte davvero fosche,tutto centrato su tre figure che appaiono differentemente caratterizzate;quella di un padre e sua figlia e quella di un’amica della ragazza che finirà per diventare il detonatore involontario della tragedia finale.

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Che poi tragedia non sarà,visto che il finale è aperto a ogni soluzione.
Tre personaggi,dicevo.
Il primo è Guido,un giornalista che ha perso sua moglie che probabilmente si è suicidata (nel film la cosa non è specificata chiaramente); è un uomo in crisi,afflitto anche da una fastidiosa e dolorosa infiammazione reumatica.
Il secondo personaggio è Maria Luisa chiamata Mimmina,una ragazza che frequenta un esclusivo college svizzero,dolce e inquieta,che risente prepotentemente della mancanza dei suoi genitori e che dopo essere rimasta orfana di madre ha riversato tutto il uo affetto sul padre,che però vede saltuariamente.
Terzo anello della catena è Thérèse,amica di Mimmina,i cui contorni psicologici appaiono molto sfumati e che rimane quasi un personaggio sullo sfondo,pur avendo nel film una parte importantissima quando stringerà una relazione con Guido.
Il film si apre con le immagini del Hotel Victoria di Lugano,nel quale il portiere parla svogliatamente con quello che scopriremo essere un dottore;nella stanza al secondo piano c’è Guido,dolorante,che viene visitato dal dottore che gli diagnostica un attacco reumatico.

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Anche Mimmina accusa malessere,dovuto probabilmente ad una sindrome influenzale.
Inizia così una forzata convivenza nella stanza in penombra dell’Hotel.
Tutto attorno è sfumato,grigio.
Così come l’umore dei due protagonisti.
Mimmina appare fragile e desiderosa d’affetto,Guido imbarazzato nel ruolo di padre costretto a convivere con quella figlia che in realtà conosce poco.
Inizia così il primo vero dialogo tra un padre ed una figlia che fino a quel momento hanno conosciuto poco l’uno dell’altra.
Mimmina ha bisogno d’affetto e trasferisce questo suo desiderio sul padre,mescolando con ingenuità e malizia allo stesso tempo arti seduttive e un disperato
Inizia così un gioco della parti che dapprima imbarazza e poi mette in seria crisi Guido,che è costretto a subire in qualche modo quel comportamento provocante della ragazza.

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Della cosa non tardano ad accorgersi sia i dipendenti dell’hotel che il sensibile dottor Vanetti;i commenti e i mormorii si sprecano quando all’improvviso sulla scena irrompe Therese,l’amica di Mimmina,che tanta influenza ha sulla stessa.
Tra Guido e Therese è passione a prima vista.
I due diventano amanti sotto gli occhi sgomenti ( e gelosi) di Mimmina,che ha perso il suo riferimento,quel padre verso il quale nutre affetto misto a sensazioni intime contrastanti.
Per recuperare le attenzioni a Mimmina resta solo un gesto…
Un dramma borghese è quindi un dramma dall’impianto solido che però Vancini vanifica parzialmente con una regia troppo statica e incline al dialogo che risulta a tratti piuttosto noioso.
Sembra quasi di assistere ad una piece teatrale piuttosto che ad un film;l’ambientazione quasi claustrofobica rende tutto molto opprimente e di certo la sceneggiatura non aiuta a superare il senso di smarrimento che si prova guadandolo.
In realtà l’andamento molto blando del film, con i dialoghi tra padre e figlia a tratti convenzionale,a tratti pieni di imbarazzo rende tutto piuttosto piatto.
Il dramma,per quanto a tinte fosche,spesso diventa quasi banale,perdendosi proprio nei momenti topici del film.
Qualche scossone verso la fine, quando irrompe la figura di Therese che altera il rapporto di coppia tra padre e figlia,ormai pericolosamente vicini all’incesto;da questo momento il film sembra prendere vigore,però è solo un’impressione momentanea.

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Il finale,aperto a tutte le soluzioni, rende ancor più scialbo quanto visto.
All’eleganza formale,la bella fotografia e alle musiche discrete bisogna sommare un certo senso di noia.
Vancini è bravo ma questo non è il suo genere e si vede.
Gli attori sono discreti ma anche molto imbarazzati;poco più che discreto Franco Nero,bella ma poco espressiva Lara Wendel.Bene invece Dalila Di Lazzaro,dei tre sicuramente la più in parte.Il film è praticamente irreperibile e non esiste ad oggi una sua versione digitalizzata.E’ presente su You tube all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=Gc90MeKZAiY

Un dramma borghese
Un film di Florestano Vancini. Con Dalila Di Lazzaro, Franco Nero, Carlo Bagno, Lara Wendel Drammatico, durata 104 min. – Italia 1979

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Franco Nero: Guido
Dalila Di Lazzaro: Therese
Lara Wendel: Mimmina
Carlo Bagno: dottor Vanetti
Felicita Monfrone: cameriera
Silvio Pascorelli: facchino

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Regia Florestano Vancini
Soggetto Guido Morselli (romanzo)
Sceneggiatura Lucio Manlio Battistrada, Fiorenzo Mancini, Florestano Vancini
Produttore Gianni Minervini, Antonio Avati, Franco Nero (co-produttore)
Casa di produzione A.M.A. Film
Fotografia Alfio Contini
Montaggio Nino Baragli
Musiche Riz Ortolani
Scenografia Fiorenzo Senese
Costumi Fiorenzo Senese

Un dramma borghese banner citazioni

“Sono nata tre giorni fa,quando mi hai portata via da quel maledetto pensionato” (Mimmina)
“E’ la prima volta che sono veramente padre” (Guido)
“E’ il mio problema.Ho preso anche delle pillole ma non succede niente.Forse capirò quando avrò un’attività sessuale” (Mimmina)

Un dramma borghese banner dal romanzo
Il romanzo descritto dal sito http://www.adelphi.it

Questo romanzo è la storia dell’amore impossibile fra un padre e una figlia che quasi non si conoscono e si ritrovano insieme, per qualche settimana, in un albergo sul lago di Lugano. Il padre è il corrispondente da Bonn di un grande giornale di Milano (in cui sarà facile riconoscere il «Corriere della Sera»), uomo disincantato, lucido, pieno di soprassalti della memoria, di idiosincrasie, di occultate amarezze e nostalgie, ma al tempo stesso con qualcosa di eternamente adolescente, agile e acerbo; la figlia è una ragazza di diciotto anni, che è stata messa in collegio dopo la morte della madre e ben poco ha visto del mondo, ma vive una sua vita intensa di fantasticherie grandiose, di passioni sospese e avvolgenti. La loro convivenza in albergo sviluppa, si può dire fatalmente, un terribile amore: soprattutto da parte della figlia, prorompente e ingenua, eppure dotata di una strana maturità, che rende il rapporto col padre tanto più paradossale. Questa figlia, infatti, non gli si vuole offrire come amante, ma come moglie, e oltre tutto come una moglie protettiva, conscia di quel lato infantile che al padre, poi, appartiene realmente. Diviso fra l’attrazione e la ripulsa per questa «calamità» che si abbatte sulla sua vita, mentre tenta vanamente di fare chiarezza in se stesso e nel suo passato, il padre crede di sfuggire all’incesto buttandosi in una rapida avventura con un’amica della figlia. Ma questo non farà che aiutare il gioco a precipitare nel dramma.
La vicenda ha luogo in un tempo sospeso, che può essere anche oggi. Il décor svizzero è accennato con pochi, sapientissimi tocchi, come anche una certa atmosfera di morosità lacustre in cui è immersa la vicenda. Domina, invece, l’opera paziente dello scandaglio psicologico, l’indagine sulle ombre della psiche, sui guizzi dei desideri, e in questo Morselli si muove con la stessa precisione e sicurezza con cui sapeva ricostruire l’operazione militare di cui si parla in Contro-passato prossimo. Spostando continuamente la luce dal giornalista, convinto di essere corazzato dall’esperienza, alla giovane figlia, che alla vita non ha fatto ancora in tempo neppure a esporsi, Morselli riesce a delineare con straordinaria finezza quella zona intermedia in cui questi due personaggi, fino allora vissuti in mondi senza contatto, si incontrano e si scoprono fino a scoprirsi complici e a spaventarsi della propria complicità, sfuggendola e ricadendovi in un circolo senza uscita.
Un dramma borghese, che risale ai primi anni Sessanta, apparve per la prima volta nel 1978.

Dal sito http://www.sololibri.net

Prendete un romanzo di Guido Morselli e confrontatelo con qualsiasi best-seller di narrativa nazionale esposto oggi sul bancone di una libreria: per profondità di argomentazione, ricchezza espressiva e tenore stilistico c’è la stessa differenza che passa tra un capo di Burberry e uno acquistato al mercatino rionale sotto casa.
Eppure, Morselli lo conoscono in pochi.
In tutti i campi della vita, per avere successo, il talento può non bastare: occorre anche una briciola di fortuna, perché senza si arriva poco lontano. In Italia, soprattutto, è importante avere le conoscenze giuste. Il caso di questo scrittore, nato a Bologna nel 1912 e morto suicida nel 1973, di grande spessore letterario, dallo stile colto e raffinato, resta esemplare: Morselli, infatti, si è visto per anni chiudere le porte in faccia da varie case editrici, e soltanto dopo il suo gesto estremo gli è stato riconosciuto il merito dovuto. Dramma umano e beffa: narratore incompreso e snobbato da vivo, rinverdito da Adelphi e apprezzato da morto.
Citazioni dal romanzo

«La fisso a mia volta, la esamino cercando di dare al mio sguardo una espressione ilare e affettuosa. La fronte, sotto i capelli scomposti, è stretta e piuttosto convessa, come in tutte le donne. Né la fronte né gli occhi testimoniano di un’intelligenza acuta, esigente. Le labbra sottili, il naso fine, l’arco sopracciliare molto rilevato sono quelli di sua madre, tratti che significano dolcezza ma anche ostinazione. Da quanti anni non guardavo questo viso, o non lo osservavo? Sono letteralmente alla scoperta di mia figlia.
A lei il mio pensiero non è sfuggito:
– Ho fatto il conto, – dice – che da quando avevo sette anni a oggi, siamo stati insieme cinquecento ore. In tutto, venti giornate.»
«Adesso, Mimmina vuole che mi infili sotto il lenzuolo. La accontento. Era fatale che ci si arrivasse; e eccomi una buona volta a giacere con questa diciottenne, ansiosa di dedizione e perciò devotamente dispotica, legata inestricabilmente alla mia carne, e che, per fortuna, è soltanto mia figlia. Mi accoglie con una gratitudine concentrata degli occhi radiosi, teneri. Il letto è molto largo, io sono molto magro, sicché le posso proibire di avvicinarsi e di toccarmi. Ma forse è vero che bisogna coricarsi con una donna per sapere di lei qualche cosa, anche come entità fisica. Mia figlia non è affatto magra. Il calore che viene dalla sua persona m’investe come una vampa, e mi sento attrarre nel solco che il suo peso scava. Non per il naso, ché cerco di non agitare le coltri e io stesso di non muovermi, direi attraverso la mia pelle inavvezza e sensibile, mi penetra l’odore delle sue carni.»
«È in piedi, ferma, appoggiata al muro, la testa china. Mi volge la schiena e non mi vede. Non ha posa, dunque. Sfugge anche me, e d’altra parte non sa dove andare, che fare. Cerca un rifugio, come stamane, un angolo dove nascondersi. Ha l’anima piena di incertezza. Di paura, magari. Mi accorgo che non piange; muove adagio le mani, senza pensare, forse le gingilla col fiocco che è alla cintura della vestaglina, la povera vestaglina verde che la copre. Non sente nemmeno l’impulso di parlarmi, di starmi vicino. È stanca. Anche alla sua età la stanchezza, quella di dentro, può vincere. Mimmina come tutte le nature non infette da una coscienza razionale, si trova nella condizione di essere sola con ciò che la fa soffrire. Soffre, semplicemente e senza diversivi, elementarmente, come sarebbe in grado di godere senza ombre, al pari delle creature sue simili. Ma la realtà è questa, intanto, che il trauma del distacco non è superato. Ci siamo, in pieno.
Torno, in punta di piedi, al mio tavolino.
Domani sera quando resterà sola, a Pegli o a Rapallo, dopo la partenza del dottore, come si comporterà? Si ricorderà di ordinarsi da mangiare, se sarà in un albergo, o di andar giù all’ora di cena? Bisognerà che disfaccia la sua valigia, che provveda alle piccole cose importanti che occorrono e per le quali si deve avere la mente disponibile. O se ne rimarrà al buio, immobile come adesso nella sua stanza, a dirsi: sono sola al mondo, mamma mia, per me non c’è più nessuno?»

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L’opinione di mm40 dal sito http://www.filmtv.it

Un triangolo certamente atipico (due donne ed un uomo, in cui però i rapporti sono strettissimi: padre, figlia, amica della figlia) sta alla base dell’omonimo romanzo di Guido Morselli da cui Vacini trae questo film. E il dramma c’è tutto, inequivocabile, fino alle estreme conseguenze; non solo per la trama con epilogo tragico (un tentativo di suicidio che rimane in sospeso davanti all’entrata della sala operatoria), ma anche per la scelta del regista di tributare onori postumi allo scrittore, chiudendo la pellicola con le immagini della sua tomba e la spiegazione per cui Un dramma borghese uscì postumo: Morselli si suicidò, nel 1973. Peraltro la causa principale del gesto fu la sensazione di fallimento che lo perseguitava, ormai passata la sessantina ed annichilito dai molteplici rifiuti di pubblicazione ricevuti dalle case editrici. Vancini qui (anche sceneggiatore, insieme a Lucio Battistrada) compie però un passo falso nella sua carriera: il film non riesce, nonostante il buon Franco Nero protagonista e l’esperienza del cast tecnico (montaggio di Nino Baragli; fotografia di Alfio Contini ; musiche di Riz Ortolani), ad eguagliare la forza espressiva del romanzo. A ben vedere l’operazione di trasporto su pellicola delle pagine di Morselli non dev’essere risultata facile: la prosa elegante della scrittura (citato dalla voce del narratore in terza persona) è materia delicata per una traslazione per immagini. Film claustrofobico, fatto di interni bui e con tre personaggi quasi esclusivamente al centro della scena.
L’opinione di Undjimg dal sito http://www.davinotti.com

Solidamente costruito – pur se diretto da un autore avverso al cinema bis e abitualmente attivo su temi impegnati – perde punti nella poco riuscita conciliazione dei due “avversi” registri tematici: quello intellettuale (comunque predominante) e quello erotico. Ottimo il cast che molto punta sulla (già) maladoscelente Lara Wendel, alle prese con un tema parecchio audace: non esita, infatti, a sedurre il padre e quasi ci riesce, se non arrivasse in tempo la più matura Dalila Di Lazzaro. Prodotto da Franco Nero (anche attore di punta) può vantare una bella sound track, composta da Riz Ortolani.

L’opinione di Lucius dal sito http://www.davinotti.com

Una storia audace di quelle che pochi coraggiosi autori saprebbero trattare: un rapporto malato tra una figlia e un padre, trasferitisi in una misteriosa e vecchia villa di Lugano. L’ambientazione già di per sè affascina, il cast è ispirato e la Di Lazzaro da sola buca lo schermo con le sue doti di bellezza e classe innata. Non è il padre il vero ammalato, ma la figlia dalla sessualità patologica che cerca di sedurlo in ogni modo. Claustrofobico e morboso.
L’opinione di Stefania dal sito http://www.davinotti.com

Più che dramma borghese… dramma medicale! La malattia (psicosomatica) del padre vedovo (bancario con ambizioni letterarie) e della figlia orfana (collegiale smarrita, più che vogliosa) è la cifra tangibile di un malessere emotivo più che di un disfacimento morale: c’è ben poco di pruriginoso nel loro rapporto, è una specie di febbre fredda. Gli esterni lacustri e uggiosi, gli interni lussuosi ma anonimi dell’hotel svizzero, i primi piani sui volti contratti o affranti: tutto coerente, ma tutto meccanico, perciò neppure il finale -tragico- ci scuote. Malinconico e corretto.

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agosto 25, 2015 Pubblicato da: | Drammatico | , , , | Lascia un commento

Il maratoneta

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“È sicuro? (dott. Christian Szell)
È sicuro cosa? (Thomas Babington Levy,Babe)
Sollievo e sofferenza: quale dei due applicherò, adesso dipende unicamente da lei. Quindi ci pensi su e mi risponda: è sicuro? (dott. Christian Szell)”

Un momento topico del film.Babe,il protagonista del film,è finito nelle mani dello spietato nazista Szell che sta per estrargli un dente per costringerlo a rivelargli ciò che sa su una fortuna in diamanti.
La macchina da presa mostra lo strumento odontoiatrico, indugia sullo sguardo terrorizzato di Babe e sul volto sinistro del nazista.
Allo spettatore sembra quasi di essere seduto al posto dello sventurato Babe e sente un brivido percorrergli il corpo.
Il regista ha ottenuto quello che voleva:giocare con una delle arcane paure dell’uomo,la tortura applicata sui denti,il posto più sensibile del corpo umano.
Terrore e paura si mescolano mentre la scena prosegue e il film continua…l’attimo è finalmente passato e lo spettatore sembra liberato da un incubo.
Il maratoneta è un film diretto dal regista londinese JohnSchlesinger ,Oscar nel 1970 per l’immortale Un uomo da marciapiede,che riduce per lo schermo il romanzo Marathon man di William Goldman,coinvolgendolo anche nella sceneggiatura del film stesso.
Il risultato è un thriller mozzafiato,in cui tutti gli elementi del film si sposano magicamente grazie anche alla bravura eccezionale dei due protagonisti,un intenso Dustin Hoffman e un grandissimo Lawrence Olivier.

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Un thriller ben congegnato tra l’altro,giocato tutto in velocità,sul filo della corsa ad una fortuna in diamanti e pieno di colpi di scena.

Babe è uno studente in storia,appassionato di maratone e segretamente ossessionato dalla morte del padre avvenuta anni prima, causata dall’accusa di essere un comunista nel periodo più buio della caccia alle streghe,il maccartismo,che portò il potere americano a sospettare di numerose personalità della cultura (esempio lampante Charlie Chaplin)

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Durante uno dei suoi estenuanti allenamenti,assiste casualmente alla morte del fratello di Christian Szell,un nazista che vive alla luce del sole in Uruguay e per cui lavora sotto copertura il fratello di Babe,Doc.
Quest’ultimo si occupa del trasporto di diamanti di proprietà di Szell,facendo il corriere;malauguratamente per Szell,suo fratello era l’unico depositario della chiave di una cassetta di sicurezza in cui il criminale nazista ha depositato tutta la sua fortuna.
Szell quindi è costretto ad entrare negli Usa per cercare la famosa chiave;incontra Doc e lo ferisce mortalmente con un pugnale che nasconde in una manica.
Mortalmente ferito,Doc si reca a casa di Babe ma non riesce a comunicargli nulla,nemmeno il segreto sulla sua doppia vita e sulla sua reale occupazione.
Nel frattempo Babe si è innamorato di Elisa,una agente che lavora sotto copertura;Szell,convinto che Doc abbia rivelato qualcosa a suo fratello lo fa rapire e lo tortura.

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Babe apprende quindi la verità su suo fratello,il suo impiego nella divisione diretta da Janeway,un’organizzazione segreta governativa che agisce nell’ombra;scopre che Szell è protetto e aiutato proprio da Janeway,che lo favorisce con lo scopo di apprendere notizie su altri criminali di guerra sfuggiti al giusto processo.
Sarà una corsa drammatica la salvezza di Babe;è un maratoneta allenato e riesce a tornare a casa,dove si arma con la pistola del padre.
Contatta Elisa,ma viene da questa tradito.
Durante un drammatico conflitto a fuoco,tutti i protagonisti dello stesso vengono feriti a morte;muore Elisa,che salva Babe da morte sicura,muore Janeway e muoiono di due aiutanti di quest’ultimo.Ma prima di morire Janeway comunica a Babe l’indirizzo della banca e l’ora in cui il criminale nazista andrà a ritirare i diamanti.
E’ arrivata l’ora della resa dei conti.
Veloce e intrigante,Il maratoneta ha un impianto di prim’ordine sia come struttura sia come svolgimento della trama.
I colpi di scena si susseguono, le pause del film sono avvincenti e sopratutto i personaggi di Babe e di Szell sono perfettamente caratterizzati;Babe appare un ingenuo,l’uomo qualunque inserito a forza in un gioco troppo complesso per lui mentre Szell è il cattivo di turno,un cattivo senza alcuno scrupolo con alle spalle un passato da torturatore e sopratutto da nazista convinto.

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Lo scontro tra i due,così diversi, avrà compimento in un finale drammatico e ad alta tensione,perfettamente reso scenicamente da uno Schelinger assolutamente perfetto.
Il finale è anche l’unica cosa veramente divergente tra il romanzo palpitante di di William Goldman e il film;non accenno a questa differenza per evitare di svelare proprio il colpo di scena finale.
Grandissimo Dustin Hoffman,che interpreta in modo inappuntabile il giovane e inesperto Babe catapultato in una storia assolutamente troppo grande per lui,bravissimo Lawrence Olivier nel ruolo del perfido e amorale dottor Szell,bene anche Martha Keller che interpreta il ruolo di Elisa,la donna che prima circuisce,poi tradisce l’inesperto Babe giungendo infine alla redenzione salvandogli la vita e pagando il suo gesto con la morte,bene anche Roy Scheider nel ruolo di Henry David Levy (Doc).
Uscito nel 1976,Il maratoneta ebbe immediatamente un gran successo di pubblico e inaspettatamente di critica,tanto da elevare il film stesso a livello di cult negli anni successivi.

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Azione,trama intrigante,profondità di espressione e sopratutto grandi interpretazioni:sono queste le chiavi di lettura di uno dei più bei film del genere thriller nella storia del cinema.
Menzione d’onore per le musiche che spaziano da Jules Masseneta Charles Mougeot da Franz Schubert a Michael Small e per la splendida e viva fotografia diConrad L. Hall.
Un film indimenticabile,da vedere assolutamente
Potrete visionare il film a questo indirizzo: http://www.dailymotion.com/video/x2jp3dd

Il maratoneta

Un film di John Schlesinger. Con Marthe Keller, Dustin Hoffman, Laurence Olivier, Roy Scheider, William Devane,Fritz Weaver, Jacques Marin, Richard Bright, Lou Gilbert, Marc Lawrence, Allen Joseph, Tito Goya, Ben Dova, James Wing Woo, Nicole Deslauriers, Lotte Palfi Andor, Jeff Palladini, Scott Price Titolo originale Marathon Man. Drammatico, durata 125 min.

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Il maratoneta foto banner protagonisti

Dustin Hoffman: Thomas Babington Levy (Babe)
Laurence Olivier: dott. Christian Szell
Roy Scheider: Henry David Levy (Doc)
Marthe Keller: Elsa Opel
Fritz Weaver: Prof. Biesenthal
William Devane: Peter Janeway
Richard Bright: Karl
Marc Lawrence: Erhard
Allen Joseph: Padre di Babe
Ben Dova: Klaus Szell
Jacques Marin: LeClerc
James Wing Woo:Chen
Nicole Deslauriers: Nicole
Lotte Palfi Andor: Sopravvissuta ebrea
Tito Goya: Melendez

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Giancarlo Giannini: Thomas Levy
Glauco Mauri: dott. Christian Szell
Luigi Vannucchi: Henry Levy
Solvy Stubing: Elsa Opel
Massimo Foschi: professor Biesenthal
Stefano Satta Flores: Peter Janeway

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Regia John Schlesinger
Soggetto William Goldman
Sceneggiatura William Goldman
Produttore Robert Evans, Sidney Beckerman
Fotografia Conrad L. Hall
Montaggio Jim Clark
Effetti speciali Richard E. Johnson, Charles Spurgeon
Musiche Jules Massenet, Charles Mougeot, Franz Schubert, Michael Small
Scenografia Richard Macdonald
Costumi Robert M. Moore, Bernie Pollack
Trucco Ben Nye

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L’opinione del sito maurcrispi.blogspot.com

“E’ sicuro?”
Questo l’incipit del dialogo paradossale tra un Laurence Olivier, dagli azzurri occhi di ghiaccio, nei panni del criminale nazista Szell (conosciuto – tra le sue vittime dei lager – come l'”Angelo bianco”) e Dustin Hoffmann nel ruolo di Babe, il giovane studente di storia, ebreo di origine e figlio di H.V. Levy, intellettuale vittima del maccarthismo.
A queste parole segue una scena formidabile, rifratta in due parti, in cui il criminale-nazista mette opera le sue arti di dentista per estorcere una confessione alla sua vittima. Già, perchè è un medico odontoiatra…
Una scena che nulla ha perso, malgrado i quasi quarant’anni trascorsi dall’anno di uscita del film.
Mi riferisco a “Il maratoneta”, il magistrale film di John Schlesinger, da alcuni considerato un “capolavoro assoluto” della cinematografia.
Un film che mi è piaciuto per diverse ragioni, sia quando l’ho visto una prima volta alla sua uscita, in modo un po’ istintivo, sia quando ho avuto modo di rivederlo proprrio di recente in DVD.
Le ragioni per cui mi è piaciuto e per cui mi piace tuttora?”(…)
L’opinione di Lord Holy dal sito http://www.filmtv.it

Tratto dal romanzo omonimo di William Goldman, il quale ne adatta qui anche la sceneggiatura, lascia il segno soprattutto in virtù di un buon numero di sequenze da antologia e dell’efficacia nell’immedesimazione dei due attori principali. Dustin Hoffman incarna sostanzialmente l’uomo qualunque, che suo malgrado si ritrova coinvolto in un intrigo più grande di lui, condotto a sua insaputa da persone vicine che mai aveva imparato a conoscere davvero. Laurence Olivier è invece la manifestazione di uno spettro del passato, il riflesso di una disumanità la cui esistenza è bene non dimenticare, perché purtroppo ogni tanto torna a tormentare altre vittime riproponendosi per mezzo di nuovi intermediari. Fra le scene che più rimangono impresse, citerei la tensione da cardiopalmo del rapimento, l’efferata perversione della tortura e la trepidazione dell’inseguimento. Roy Scheider ha inoltre dalla sua un paio almeno di ottimi contributi, nei momenti di fratellanza, nel sospetto del pedinamento, nell’attentato e nell’incontro a tre per mangiare insieme. Mi trovo quindi d’accordo con quanto scriveva il critico Roger Ebert a conclusione della sua recensione: «If holes in plots bother you, “Marathon Man” will be maddening. But as well-crafted escapist entertainment, as a diabolical thriller, the movie works with relentless skill».
L’opinione del sito http://www.storiadeifilm.it

Che film Il Maratoneta! Bello, intenso e al contempo scarno ed essenziale come solo i grandi classici del cinema sanno essere. Parliamo di anni 70’ e di thriller vecchio stampo, gli archetipi del cinema d’azione attuale. In molti tratti Il Maratoneta può sembrare eccessivamente complicato; una mole d’azione e dialoghi tale che sembra di seguire passo passo le pagine di un libro più che vedere un film. E’ importante saperlo, Il Maratoneta è stato tratto dal libro omonimo di William Goldman e ne ricalca più o meno tutta la sceneggiatura, salvo piccole differenze nel finale. Semplici coincidenze? Non si sa. Va segnalato però il grande lavoro svolto da Schlesinger per snellire una sceneggiatura tanto intricata.
Quanto alle prove attoriali; c’è un grande Dustin Hoffman, l’Hoffman brillante degli anni 70’, quello in stato di grazia che parafrasando Luca Carboni, non ne sbagliava davvero uno. Prove eccellenti anche da parte dei co-protagonisti, in primis il gerarca nazista Szell, interpretato da un bravo Laurence Olivier poi Marthe Keller nella parte della giovane Elsa. Il montaggio è molto buono e fluido nonostante la complessità della trama. Buone anche le riprese, mai noiose.
L’opinione di jellyBelly dal sito http://www.filmscoop.it

Il paradigma del thriller: tensione altissima, situazione intricata ed un cattivo veramente cattivo. Ne “Il maratoneta” c’è tutto, con l’aggiunta di un eccellente coppia di protagonisti in cui, per una volta, Hoffman è surclassato dal suo comprimario, uno straordinario Laurence Olivier in un ruolo del tutto atipico per lui. Epperò il suo Dr. Szell è indimenticabile, uno dei malvagi più malvagi ed epici della storia del cinema, che raggiunge il suo apice nella famosissima scena della tortura sulla sedia da dentista.
Strana carriera quella di Schlesinger, capace di girare due film come questo e Midnight Cowboy e poi di navigare in acque mediocri, senza riuscire ad imprimere la propria impronta nella new Hollywood come molti altri suoi colleghi.
Curioso, poi, come in questo film Dustin Hoffman non venga doppiato da Ferruccio Amendola ma da Giancarlo Giannini che scimmiotta Ferruccio Amendola, in una delle sue prove al doppiaggio meno convincenti.

Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com

Fauno

E buona grazia! Con tre colossi quali Hoffman, Olivier e Scheider e due talenti quali Devane e la Keller, con un soggetto già in partenza devastante ne poteva scaturire solo un gran film… Se poi si interconnettono thriller, azione, spionaggio e ognuno di questi generi spara tante creazioni e tutte a forte impatto emotivo (torture naziste, doppi giochi, attentati, bracciali strani, complicità inattese, fughe ispirate a Bikila, servizi segreti che fanno i lavori più sporchi) ecco che la ricchezza visiva si moltiplica e il top viene raggiunto in un attimo.

Caesars

Una delle armi vincenti del film è quella di mettere lo spettatore praticamente nella stessa posizione del protagonista della vicenda: anche noi come lui non riusciremo per molto tempo ad avere le idee chiare su cosa stia succedendo e perchè e chi siano esattamente tutti i personaggi che compaiono. A questo ovviamente si devono aggiungere l’ottima interpretazione di Dustin Hoffman e Lawrence Olivier ed una trama non banale. Uno di quei prodotti che reggono bene il tempo. Da vedere.

Daniela

Thriller discreto, anche se non all’altezza delle migliori opere del regista e dagli sviluppi non del tutto convincenti. Eccellente il cast, con bravi attori (a parte l’anonima Keller) che fanno corona a due campioni dello schermo di diverse generazioni e stili recitativi. A ritagliarsi uno spazio permanente nella memoria dello spettatore non è la vicenda in se stessa, né i personaggi, ma la sequenza agghiacciante della tortura. Chi, seduto su quella sedia a bocca aperta, non ha mai immaginato Oliver dietro il volto del proprio dentista?

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agosto 22, 2015 Pubblicato da: | Drammatico | , , , | 4 commenti

Al lupo al lupo

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Storia di tre fratelli alla ricerca della propria identità e delle proprie radici,due uomini e una donna che legatissimi da piccoli hanno finito poi per seguire le proprie vite trascurando in qualche modo il legame fortissimo,simbiotico che esisteva fra di loro.
Sarà la ricerca del padre,apparentemente scomparso senza spiegazioni,a unire di nuovo i tre ricreando la magica atmosfera,ricomponendo come un puzzle l’antico affetto che li legava.
In sintesi è questa la trama di Al lupo al lupo,film del 1992 diretto e interpretato da Carlo Verdone,un’opera sorprendentemente matura e intimista,l’undicesima diretta dall’attore e regista romano che arriva nello stesso anno in cui Verdone dirige Maledetto il giorno che ti ho incontrato e prima di Perdiamoci di vista,quindi un’opera assolutamente a se stante sia come tematiche sia come registro.

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La storia parte mostrandoci Vanni Sagonà,apprezzato pianista alle prese con un concerto durante il quale per la prima volta è assente suo padre,Mario,conosciuto e apprezzatissimo scultore e poeta.
Deluso e un po preoccupato dalla sua assenza,Vanni si reca a casa di suo padre scoprendo che non c’è e trovando solo la copia delle chiavi delle loro residenze di campagna e di mare.
Convinto che Mario Sagonà sia partito per una delle due case,Vanni contatta sua sorella Livia per farsi accompagnare,non possedendo la patente.
Livia è sposata,ma ha una relazione clandestina con Paolo e sta meditando di lasciare il marito;per questo non sembra propensa ad accettare l’invito di Vanni ma alla fine più per evitare di dover partire con suo marito che spinta dalla preoccupazione per l’assenza del padre che attribuisce al carattere bizzarro dello stesso,accetta di mettersi in viaggio con il fratello.

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Vanni e Livia si dirigono quindi verso la residenza di campagna,dove scoprono che il terzo fratello,Gregorio,ex musicista e violinista e attualmente Dj,ha organizzato una rumorosa festa con amici e conoscenti.Tra Vanni e Gregorio scoppia una lite sedata a fatica da Livia e il gruppo si separa;mentre i due fratelli vanno a ritirare un premio assegnato al padre,Livia sembra dirigersi verso la casa al mare,ufficialmente per cercarlo,in realtà per incontrare il suo amante.
Alla fine i tre convergono verso la casa,dove i rancori tra i due fratelli emergono prepotentemente quando a loro si unisce un gruppo di vecchi amici passati per caso in barca.
Vengono fuori l’invidia di Gregorio per il fratello,da sempre musicista di valore e il sottile disprezzo di Vanni per Gregorio,che accusa di essere la pecora nera della famiglia.
Lo scontro tra i due però avrà uno sviluppo imprevedibile.
Vanni e Livia assisteranno ad una serata in cui Gregorio mostra il suo talento di DJ;sarà in quell’occasione che Vanni abbandonerà per un po i panni del fighetto inappuntabile e si lascerà andare,complice anche una compressa di anfetamina che lo porterà a sciogliersi e ad abbandonarsi.
I tre fratelli, ora riavvicinati e finalmente complici,possono rimettersi alla ricerca del padre….
In bilico tra la commedia sentimentale con venature (e velature) comiche ma malinconiche,Carlo Verdone sceglie un ibrido agro dolce,costruendo il film come un viaggio di tre persone alla ricerca di se stessi.
Tre persone profondamente diverse,dai percorsi di vita assolutamente differenti,eppure uniti da un legame antico oltre che dal legame fortissimo del sangue.

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Un padre dalla schiacciante personalità fa da deus ex machina invisibile eppure presente con la forza magnetica che da sempre esercita sulla famiglia.
Per contraltare,i tre figli sembrano volersi svincolare da quell’abbraccio soffocante;Vanni è quello che più di tutti ha rispettato il ruolo scritto per lui,seguendo le orme paterne e diventando come lui un personaggio famoso della cultura.
E’ un giovane dalle buone maniere,sempre educato e vestito impeccabilmente;non si concede mai colpi di testa e sembra rispettare in pieno il suo ruolo anche nella società.
Gregorio è l’esatto opposto di suo fratello.
Ha scelto di fare il Dj,vive come un bohemienne senza regole precise,è abituato a immergersi nel caos e ha fatto della sua vita una fucina di incontri,musica,vivendo disordinatamente e al di fuori delle regole scritte da suo padre.
Livia è una donna tormentata,in crisi matrimoniale e legata ad un altro uomo;come scoprirà in seguito,ama suo marito e sua figlia,eppure sente il bisogno di trasgredire,come quel suo ingombrante padre che pur amando la moglie la tradiva con un’altra donna.
Dei tre in fondo Livia è quella più vicina al carattere e all’indole di suo padre.
Pur non essendo presente fisicamente,se non nel finale,Mario Sagonà opprime i tre però al tempo stesso li costringe ad un affannoso viaggio che in teoria ha lo scopo di trovarlo ma che in realtà sembra essere stato provocato proprio per mettere in discussione la vita dei giovani.
Il viaggio alla ricerca del padre diverrà infatti l’occasione per ritrovare se stessi e ritrovare l’antico affetto che da piccoli li univa indissolubilmente.
Ogni singola tappa del viaggio infatti porterà Vanni,Gregorio e Livia davanti al loro passato, sull’onda di ricordi mai assopiti, ma vivi e presenti nel loro essere.
L’antico affetto riemergerà di volta in volta,man mano che i ricordi comuni affioreranno durante la convivenza forzata.
Così Vanni scoprirà di invidiare un po il suo scapestrato fratello Gregorio,che vive si una vita disordinata,ma che ha il coraggio di sfuggire al perbenismo, a quelle leggi non scritte ma inviolabili che sembrano guidare le loro vite e scritte per loro non solo dal padre,ma dalla società in cui sono costretti a vivere,dal ruolo che rivestono e sopratutto dal portare l’ingombrante cognome Sagonà.
Gregorio confesserà a suo fratello l’invidia per il suo talento e le ombre che li hanno divisi;i due si ritroveranno nella memorabile sequenza ambientata in discoteca,quando Gregorio procurerà a suo fratello una donna,imbarazzante desiderio di Vanni, evidentemente troppo preso dal suo ruolo per coltivare e gestire i rapporti umani.

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Anche per Livia arriverà il momento della resa dei conti.
Durante il viaggio scoprirà di amare ancora suo marito e di desiderare solamente il ritorno ad una vita coniugale per certi versi frustrante ma i cui vantaggi sono di gran lunga superiori agli svantaggi.
Al lupo al lupo è un bel film,con qualche errore ma con tanti pregi.
Sicuramente la parte meno interessante e slegata dal film è la lunga sequenza della discoteca,tirata per le lunghe e che avrebbe richiesto tempo girato in meno,ma d’altro canto Verdone cerca di mostrare l’elemento in cui si muove il suo alter ego Gregorio,la sua vita dietro la consolle e le sue serate da DJ.
Parlo di alter ego perchè fondamentalmente il personaggio di Gregorio assomiglia molto a Verdone;da quello che racconta nei suoi libri o quando mostra la figura del padre,che sia nel film o nella vita reale,Verdone sembra richiamare il suo passato,il suo vissuto.
Bene gli attori, dallo stesso Verdone, una volta tanto misurato e attento alla bella e seducente Francesca Neri per finire con la prova matura di Sergio Rubini.
Come dicevo agli inizi,il film ha una connotazione malinconica e nostalgica che Carlo Verdone propone con senso della misura e sentita partecipazione;non sono un’estimatore del regista romano e tanto meno quando recita.Ma questa è un’opera di tutto rilievo,anche se poco apprezzata da parte del pubblico e della solita critica.
Bene il resto del cast,che però agisce sullo sfondo dei tre protagonisti,che finiscono per diventare il perno sul quale ruota tutto.Una segnalazione per Maria Mercader,che interpreta il ruolo della raffinata ed elegante amante di Mario Sagonà.
Ultimamente il film è stato riproposto più volte in tv e vista la consuetudine delle reti commerciali a riproporlo, suggerisco la sua visione caldamente agli spettatori amanti del buon cinema.

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Al lupo al lupo

Un film di Carlo Verdone. Con Carlo Verdone, Sergio Rubini, Francesca Neri, Maria Mercader, Simona Mariani,Giovanni Vettorazzo, Giampiero Bianchi, Barry Morse, Loris Paiusco, Gianpiero Bianchi, Cecilia Luci, Alberto Marozzi, Gillian McCutcheon, Marco Marciani Commedia, durata 114 min. – Italia 1992

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Al lupo al lupo banner protagonisti

Carlo Verdone: Gregorio Sagonà
Francesca Neri: Livia Sagonà
Sergio Rubini: Vanni Sagonà
Barry Morse: Mario Sagonà
Giampiero Bianchi: Paolo
Cecilia Luci: Vanessa
Alberto Marozzi: Ivano
Fabio Corradi: Gregorio Sagonà da piccolo
Maria Mercader: signora anziana
Giulia Verdone: Livia Sagonà da piccola
Massimo De Lorenzo: Corrado Santoro

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Regia Carlo Verdone
Soggetto Filippo Ascione, Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Carlo Verdone
Sceneggiatura Filippo Ascione, Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Carlo Verdone
Produttore Mario Cecchi Gori, Vittorio Cecchi Gori
Distribuzione (Italia) Penta Film (1992)
Fotografia Danilo Desideri
Montaggio Antonio Siciliano
Musiche Manuel De Sica
Scenografia Francesco Bronzi

Al lupo al lupo banner recensioni

L’opinione di Elias dal sito http://www.mymovies.it

Questa storia ripercorre lo stesso tipo di tematica già evidenziata col film “Io e mia sorella” con l’aggiunta di qualche opportuna variante. Anche in questo film il regista ci descrive il riavvicinamento di fratelli (per la precisione di due fratelli e una sorella), che il tempo li aveva divisi,in seguito ad un particolare episodio: l’improvviso allontanamento del padre verso una meta a loro sconosciuta. Il film riesce a mettere in evidenza le singole storie di ognuno di essi con le relative problematiche: Vanni è un affermato pianista, tanto preciso nel suo lavoro quanto insicuro e “fragile” nel suo carattere e in alcune componenti psicologiche della sua personalità; Greg. è una persona che non è riuscita a costruirsi delle solide basi per un suo futuro e pertanto è costretto ad arrangiarsi vivendo alla giornata con un’occupazione saltuaria come DJ di party privati e come compositore di canzoni senza pretese; infine Livia che sta attraversando un burrascoso rapporto matrimoniale e conducendo una relazione clandestina dagli esiti incerti. Ciò che ci ha colpito di questo film è stata l’abilità di Verdone nel non ergersi come protagonista principale ed assoluto della trama, ma di bilanciare perfettamente le storie dei tre personaggi dando ad ognuno di essi il giusto peso e la dovuta importanza. A nostro avviso mentre, in linea generale, dovrebbero essere i genitori ad aiutare i figli venendo incontro alle loro esigenze, in questo caso Verdone ci fa capire che in alcuni momenti della vita potrebbe accadere il contrario, vale a dire che questi tre fratelli, sebbene divisi dal destino, alla fine uniranno le loro forze e la loro volontà per ritrovare il padre “perso”.
L’opinione di Cherubino dal sito http://www.filmtv.it

Forse i veri cinefili non saranno d’accordo, ma io penso di averlo visto nelle condizioni ideali e cioè non sapendone nulla, neppure della trama; e non avendo visto film dello stesso regista da parecchio tempo (almeno una decina d’anni).
Esprimo dunque un parere “ignorante”, cui credo ogni film abbia diritto, specie se lo si veda per la prima volta dopo ben ventitrè anni dal suo esordio sugli schermi; e non mi sento condizionato neppure dalle primissime opere, comiche, di Verdone o dal ricordo, per me parziale e sfuocato, della sua crescita successiva come regista e come attore.
Ebbene, debbo dire che sono stati 108 minuti “belli” e che sono proprio stato soddisfatto, sia per la vicenda narrata, dall’inizio alla fine, sia per il ritmo lento della narrazione, sia per la verosimiglianza del procedere dei personaggi verso il non scontato lieto fine.
Riguardo agli interpreti, tutti e tre i principali (i fratelli) li ho trovati veramente bravi: Carlo Verdone, Francesca Neri e Sergio Rubini perfetti per i loro ruoli. Barry Morse, che non conoscevo, proprio adeguato per impersonare il padre artista nel poetico finale in cui ritrae i figli ritrovati così come sono da sempre nella sua mente.
E poi, il piacere di rivedere dopo moltissimi anni, in un’apparizione fugace, Maria Mercader, ancora un bel volto; e nostalgia.
Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com

Luchi78

Il miglior film di Verdone: divertente e malinconico, riflessivo e spensierato. Una bella storia diretta magistralmente, dove ognuno dei tre fratelli Sagonà segue il proprio percorso lungo tutta la durata del film. Molto divertenti le situazioni imbarazzanti che si capovolgono in comicità pura, ma soprattutto in contrasto con quella sottile angoscia che pervade tutto il film per la costante ricerca del padre. Verdone prova a riprendere il tema nel suo ultimo Io, loro e Lara, ma i risultati saranno sensibilmente inferiori.

Tomastich

All’opposto di ogni facile battuta, all’opposto del film ad episodi, all’opposto del Verdone più conosciuto, c’è questo “Al lupo al lupo”. Un road movie (che poi riprenderà in Il mio miglior nemico) che si snoda lungo mezza Italia, alla ricerca di un padre svanito nel nulla. Protagonisti sono i tre fratelli, Verdone, Neri e Rubini. Anche qui come nel film del 2006, a svelare l’arcano sarà una poesia. Finale sopra le righe.
Jandileida

Un malinconico Carlo che esagera un po’ nel calcare la mano e tende alla lacrima facile ma che riesce comunque a girare un film sincero e molto buono nella descrizione dei caratteri dei tre fratelli, paradigmatici forse, ma comunque centrati e “reali”. La Neri pre-revisione AGIP era uno splendore quasi rinascimentale ed anche una più che discreta attrice. E poi Verdone aveva (e, a volte, ha ancora) tempi comici perfetti e trova qui in Rubini una buona spalla, cosicché la pellicola risulta piacevolissima anche se qua e là il ritmo cala vistosamente.
Motorship

Uno dei più profondi e introspettivi film di Carlo Verdone. Una pellicola ben realizzata che sa inteligentemente alternare momenti malinconici con altri più comici e spensierati. La ricerca del padre “desaparecido”, i ricordi della madre scomparsa e dell’infanzia dei tre protagonisti sono trattati con una delicatezza e una tenerezza non proprio comuni, delicatezza che sfocia in un finale commovente e superlativo nella realizzazione. Ottima prova dei tre protagonsisti (Verdone, Rubini e la Neri), eccellenti le musiche di Manuel De Sica.

Stelio

Un film poetico dall’inizio alla fine, con un accompagnamento musicale magistrale e interpreti straordinari. Sergio Rubini svetta nella recitazione rispetto agli altri, Francesca Neri il fanalino di coda. Tanta malinconia e tanto mondo passato intervallati da momenti di modernità che non stonano e non fanno perdere il contatto con la realtà. Compagni di scuola è forse il film più complicato mai girato da Verdone (insieme a Ma che colpa abbiamo noi), ma il tempo spero rivaluterà Al lupo al lupo come il migliore.
L’opinione del sito http://www.agoravox.it

Un film on the road, fotografato in maniera eccelsa da Danilo Desideri che immortala le spiagge della Maremma (Capalbio, Punta Ala), le colline senesi (Bagno Vignoni e la vasca termale) e la città di Siena in tutta la loro sfolgorante bellezza. Un film di caratteri, ben scritto e sceneggiato da due decani della commedia all’italiana come Benvenuti e De Bernardi, aiutati da Filippo Ascione, ma anche dai ricordi d’infanzia di Carlo Verdone. La forza della storia è lo scontro dei caratteri tra fratelli, interpretati magnificamente da Rubini, Verdone e Neri.
Rubini è il genio di famiglia, il ricco e affermato pianista che è sempre stato la gioia del padre. Verdone è la pecora nera, il disc-jockey in perenne bolletta, privo di senso pratico, arruffone, ma simpatico. Neri è la donna in crisi che vorrebbe lasciare un marito che non sopporta, ha un amante, ma non sa decidere perché non vuole perdere la figlia. Il contrasto più forte è tra il preciso e concreto Rubini e lo strampalato e folle Verdone, gelosi l’uno dell’altro, che alla fine scopriranno di volersi bene e di potersi dare qualcosa l’uno con l’altro. Verdone procura una donna a Rubini, imbranato per quanto geniale, e lo fa divertire nella sua discoteca, ma al tempo stesso deve riconoscere che il fratello è davvero un grande pianista.
I tre caratteri contrastanti danno vita a una commedia garbata quando insieme partono alla ricerca del padre avendo come traccia soltanto una poesia. Lo ritrovano, dopo aver ascoltato il consiglio della vecchia amante (Mercader), in una baita di montagna dove si è ritirato in attesa della morte. “C’è stato un tempo in cui ho creduto di essere immortale, ma adesso so che non è vero”, dice il vecchio genitore. Il film si conclude – in maniera molto poetica – con il padre che fa il ritratto dei propri figli ma li disegna come quando erano bambini.

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agosto 21, 2015 Pubblicato da: | Commedia | , , , , | 2 commenti