Domenica maledetta domenica
Bob Elkin, giovane, affascinante, di professione designer e scultore;Daniel Hirsh, maturo dottore di origine ebrea, elegante e raffinato oltre che colto e infine Alex Greville, bella e seducente consulente finanziaria divorziata.
Hanno in comune una relazione “scandalosa”, perchè Bob Elkin, il più giovane dei tre, ha una relazione sia con il dottore sia con la donna.
Ma Bob non si lega fino in fondo ne al suo maturi amante e nemmeno alla donna; Daniel e Alex soffrono della situazione ma non hanno altra alternativa che accettare gli scampoli d’affetto che l’uomo da loro.
Ma arriva il giorno in cui Bob decide di andar via dalla città, verso New York, dove ha la possibilità di far conoscere le proprie doti.Incurante dei danni profondi che rischia di infliggere alle due persone che loro malgrado amano quel giovane un po vanesio, Bob sceglie di non scegliere e abbandona al loro destino Daniel e Alex.

Da un soggetto di Penelope Gilliatt che ne cura anche la sceneggiatura, John Schlesinger reduce dai fasti e dai successi di Un uomo da marciapiede ricava Domenica maledetta domenica (Sunday bloody sunday) e fa centro ancora una volta, dirigendo un film tenero e struggente, un autentico gioiello che entra di diritto nella leggendaria Hall of fame dei Cento film britannici pù belli di tutti i tempi, la BFI 100 che la British Film Institute nel 1999 stilò con un grande sondaggio fra esperti ed appassionati.
Domenica maledetta domenica racconta in modo intimista un insolito triangolo amoroso tra due uomini e una donna; capovolgendo gli stilemi classici dei due uomini innamorati di una donna, Schlesinger propone un triangolo che vede invece protagonista un giovane e superficiale scultore alle prese con la passione che suscita nei suoi due maturi amanti, portando sullo schermo la passione proibita che travolge Daniel per Bob, con la celebre scena del bacio gay tra i due che suscitò scandalo.
Eppure il film non ha un solo momento di morbosità:tutto è giocato sul filo dei sentimenti, quelli che portano i due maturi amanti di Bob a cercare in ogni modo di legare a loro il giovane, in un tentativo impossibile di recuperare, con i sentimenti, parte della loro giovinezza perduta.
Bob, per Alex e Daniel, rappresenta in qualche modo proprio questo, la primavera dei sentimenti, che i due protagonisti vivono in maniera assolutamente differente.

Daniel è assolutamente convinto che Bob sia l’ultima chance ma è anche altrettanto convinto che non potrà tenerlo legato a se ancora molto, mentre Alex tenta di lottare in tutti i modi per difendere quel legame che l’età anagrafica sembra condannare irreversibilmente.
In un gioco di frasi non dette, di espressioni, di sguardi e di sentimenti contrastanti, l’impossibile triangolo evolve fatalmente verso il finale inevitabile, dove l’addio di Bob assume le caratteristiche di un addio ai due amanti ma anche la fine di una stagione delle loro vite, la fine di molti sogni effimeri e sopratutto la fine delle illusioni.
A nulla vale il tentativo estremo dei due di dividersi il frivolo Bob, una rinuncia triste al senso di appartenenza che è una delle basi di un rapporto d’amore:anche questo estremo sacrificio sarà inutile e i due maturi amanti del giovane dovranno tornare malinconicamente alle loro vite, lasciando da parte per sempre quella breve stagione intensa che il giovane Bob ha illuminato per breve tempo.
Il tutto sullo sfondo di famiglie ormai in profondo mutamento, un’indagine su quello che ormai le famiglie stesse non condividono più e che invece anelano a cambiare.
Lo sguardo di Schlesinger si posa, infatti,sulla famiglia borghese a cui appartiene Alex e quella ben più tradizionale a cui appartiene il dottore, mostrandone i comportamenti, le regole di vita e passioni, ormai al capolinea:la società cambia e con essa cambiano i valori, cambia la morale.

Cosa pensare infatti di un legame gay tra un giovane ed un uomo ormai di terza età? E cosa pensare del legame tra una donna avanti negli anni e lo stesso giovane?
Non sono nuove sfide che la società propone a se stessa?
Il costume evolve irrimediabilmente e con esso cadono anche tabù e principi.
Un unione omosessuale, all’epoca assolutamente proibita, esce allo scoperto e diventa naturale; se tutto si conclude è perchè uno dei due partner non ha profondità di sentimenti, non certo perchè la passione è proibita e da vivere nei conflitti di colpa.
Così Schlesinger sdogana in largo anticipo uno dei temi odierni della vita sociale, il diritto alla sessualità indipendentemente dal sesso di appartenenza; l’orientamento sessuale non è più un tabù così come un legame tra una donna molto più in avanti del partner non lo è più da un pezzo.
Con delicatezza e malinconia, il regista disegna tre figure assolutamente diverse tra loro, mostrandone le diverse sfumature di carattere, di sentimenti, di cultura.
Lo fa con un linguaggio in cui la malinconia alla fine prevale su tutto il resto, con un senso di abbandono e di rimpianto che coinvolge non solo i personaggi, ma anche le loro anime.
Grandissimi i due interpreti maggiori, Peter Fynch e Glenda Jackson, due attori che avrebbero meritato l’Oscar per l’intensità con la quale riescono a rendere i loro personaggi.
Molto bene anche Murray Head, mentre nel film compare anche Daniel Day Lewis in una parte microscopica, quella di un giovane teppista.
Valanga di premi pr il film:il Golden Globe 1972 per miglior film straniero in lingua inglese,i 5 Premi BAFTA 1972 per miglior film, miglior regista, miglior attore (Peter Finch), migliore attrice (Glenda Jackson), miglior montaggio e infine anche il david di Donatello per il miglior regista straniero sono il degno riconoscimento ad un film assolutamente da vedere per ricordare un’epoca che, lentamente, ci ha traghettato verso quella moderna attraverso mille contraddizioni.

Domenica, maledetta domenica
Un film di John Schlesinger. Con Peter Finch, Glenda Jackson, Murray Head, Bessie Love, Peggy Ashcroft,Tony Britton, Maurice Denham, Vivian Pickles, Frank Windsor, Thomas Baptiste, Richard Pearson, June Brown, Hannah Norbert, Harold Goldblatt, Marie Burke, Daniel Day-Lewis Titolo originale Sunday, Bloody Sunday. Drammatico, durata 110′ min. – Gran Bretagna 1971.
Peter Finch: Dr. Daniel Hirsh
Glenda Jackson: Alex Greville
Murray Head: Bob Elkin
Peggy Ashcroft: Mrs. Greville
Tony Britton: George Harding
Maurice Denham: Mr. Greville
Regia John Schlesinger
Soggetto Penelope Gilliatt
Sceneggiatura Penelope Gilliatt
Fotografia Billy Williams
Montaggio Richard Marden
Musiche Ron Geesin
Scenografia Luciana Arrighi, Norman Dorme
L’opinione del sito http://www.cinematesionline.it
(…) Tre cavie, un tempo, un luogo: ovvero un esperimento. Si assiste ad una rappresentazione sotto il vetrino lucido di un microscopio, o tra le pareti di un terrario. C’è un po’ del neorealismo, del cinema di Cassavetes, un po’ del Free Cinema al quale Schlesinger ha sempre negato di appartenere, e molto di vero. Perché il regista coglie, all’interno di una realtà sociale, una realtà mentale, un clima. La critica ha parlato di tre sguardi, tre punti di vista (si veda il bel saggio di Salizzato).
In realtà, forse, sarebbe più giusto parlare di un solo essere a tre occhi, tanto le focali si compenetrano, e comunque tutte concorrono a delineare il generale e lento trascorrere del tutto. Daniel è il più anziano dei tre. L’età, il ruolo sociale (è medico, e proprio da una visita medica la vicenda prende inizio), lo fanno equilibrato e quasi stoico, nella sopportazione, mitemente rassegnata, di un non-destino, che è solo il lasciarsi trascorrere, e attraversare, dal tempo. Si prenda la sua omosessualità: è vissuta con rigore, ma senza eccessi, e nel rispetto. Il ritorno di fantasmi – si veda la scena in cui incontra un suo ex amante – lo trova preparato. Ma quanta tristezza si cela dietro la sua scorza di forza. Alex è il perno sul quale ruota il dubbio esistenziale. Ha forse scelto, o forse si è fatta scegliere, e condizionare dalla vita, ma è già alla seconda possibilità: dopo un divorzio, dopo le dimissioni dal proprio lavoro, che rassegna nel primo rullo del film, vive conscia solo del suo essere ad limine. Questo spiega il suo rapporto con Bob, e la storia di sesso, con un barlume illusorio di affetto, con un suo cliente. Un confine che separa l’ansia e la rabbia con uno strato di sola carta velina. (…)
L’opinione di Steno 79 dal sito http://www.filmtv.it
Raffinato film intimista diretto dal regista John Schlesinger dopo il grande successo commerciale e gli Oscar vinti con “Un uomo da marciapiede”. Si tratta di un insolito triangolo sentimentale mantenuto da un giovane artista insoddisfatto con due relazioni in parallelo, una con una divorziata quarantenne incapace di accontentarsi della precarietà del loro rapporto, l’altra con un maturo medico ebreo, ormai rassegnato a perderlo. E’ un film più incentrato sui personaggi e lo studio delle loro relazioni che non su una trama particolarmente sviluppata: Schlesinger gioca spesso sul non-detto, sulle emozioni trattenute, su sguardi carichi di significati nascosti, dove il ruolo degli attori risulta di estrema importanza. A questo proposito, sia Glenda Jackson che Peter Finch offrono interpretazioni di grande ricchezza nel disegno psicologico dei personaggi, misurate e molto credibili, mentre il giovane Murray Head, che mi risulta fosse soprattutto un cantante, non regge il confronto coi due mostri sacri della scena inglese ed appare, nel complesso, piuttosto limitato come attore. A livello di regia, il montaggio ellittico e alcuni flashback quasi subliminali li ho trovati generalmente interessanti; solo a tratti risultano leggermente superflui, come nel flashback innescato dal mancato incidente della bambina, in cui la Jackson si ricorda del pericolo delle bombe sperimentato durante la sua infanzia, e che ho trovato un pò didascalico. Tuttavia, in generale la mano di Schlesinger è molto felice, sa dare il giusto ritmo interno alle sequenze, sa conferire un adeguato risalto figurativo a molte situazioni, ad esempio nella lunga scena del rito ebraico del Bar Mitzvah. La veterana caratterista del cinema inglese Peggy Ashcroft appare come madre della Jackson in una sola scena, con un discorso all’insegna della necessità di un certo compromesso in campo sentimentale che mi ha abbastanza colpito (dice alla figlia amareggiata: “Tesoro, tu ti affretti sempre a rinunciare perchè non riesci ad ottenere tutto… ma il “tutto” non esiste… bisogna accontentarsi!) Curiosa l’idea di accompagnare molte scene a livello sonoro con un brano del “Così fan tutte” di Mozart, ripetuto molte volte, che si rivela singolarmente in accordo con le atmosfere della storia. Un ringraziamento all’amico Maso che mi ha ricordato il valore di questa pellicola con un suo intervento in una mia play: l’ho rivisto con piacere.
L’opinione di amterme63 dal sito http://www.filmscoop.it
Una parte del film è comprensibile solo se rapportata all’anno di uscita (1971), un’altra invece appartiene ai sentimenti universali di ogni esistenza umana. Le due cose si amalgano benissimo e formano un piccolo gioiello visivo che ancora a 40 di distanza incanta e lascia il segno.
La parte che appartiene all’epoca di uscita è quella che ritrae in maniera quasi distaccata e oggettiva (senza prendere diretta posizione) un mondo completamente cambiato e radicalmente differente dal passato. A questo tema appartiene il ritratto di una famiglia aperta e anticonvenzionale, dove non esiste disciplina, ordine o misura e dove tutti fanno quello che gli pare, con i bambini che crescono “liberi” e che addirittura “fumano” e svolgono ruoli da grandi. C’è certamente una certa dose di ironia e quasi di satira in questa visione un po’ paradossale, uno sguardo un po’ scettico e distaccato, non certo “approvante”.
Del resto anche l’immagine della famiglia “tradizionale” non fa bella figura. I genitori di Glenda Jackson hanno ormai solo l’apparenza della solidità e rettitudine di principi che individuava l’istituto della famiglia borghese fino agli anni 60. Svelano adesso la verità di una vita arida e senza amore, anche se l’abitudine ancora li tiene insieme e forse è diventata una specie di necessità irrinunciabile. La famiglia ebraica del dottore è invece legata da cerimonie e convenzioni, certamente vuote e inutili ma che rimangono come ossatura e punto di riferimento (i ricordi e la nostalgia dell’infanzia).
Tutto è visto come bianco e nero allo stesso tempo. Le istituzioni tradizionali falsificavano e imprigionavano ma almeno riempivano, esistevano e impedivano di esaminare a fondo la verità dietro l’apparenza: l’immanenza della solitudine.
Ed è quello che devono affrontare quelli che hanno scelto la “nuova” via della libertà completa dell’individuo. Si vuole essere quello che si è, seguire il proprio mutevole istinto? Ok, ma allora bisogna cedere a compromessi, rinunciare a possedere una persona e a disporne come uno vuole. Bisogna accontentarsi e non disperarsi se in agguato c’è la solitudine e il vuoto. La realtà è questa e se si è deciso di prenderla per quello che è va affrontata con dignità e coraggio, anche se è difficile, tanto difficile rimanere soli.
Schlesinger ci offre uno splendido e elegante ritratto di vita borghese e una disamina interiore molto sincera e profonda sull’amore, che ancora tocca profondamente l’animo di chi guarda.
Ciò che all’epoca fece scandalo (la confidenza amorosa fra due uomini) oggi appare in tutta la sua naturalezza e “normalità” e questo è il grande merito del film, quello di saper ritrarre l’epoca del film con l’occhio di chi vede l’essenza e non la superficie esterna.
E’ questa la parte più viva del film, quella che fa dimenticare la mancanza di trucchi filmici come suspence, azione, tensione, ecc… La “pazienza” viene decisamente ripagata.
L’opinione di stefania dal sito http://www.davinotti.com
Non è la bisessualità il tema di questo film: qui si parla soprattutto di fragilità mascherate da anticonformismo, di persone così affamate d’amore da accontentarsi delle briciole, persone che vogliono credersi indipendenti, e sono soltanto smarrite. Ma forse possono ancora cambiare qualcosa, magari approfittando di una delle loro tante maledette domeniche… Una Londra crepuscolare, non più swinging da un pezzo, che ripete stancamente i suoi rituali a base di “pot parties”, che vive senza più gioia i suoi liberi, ma difficili, amori. Da recuperare.
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Un attimo di vita (La sensualità è un attimo di vita)
Difficile da catalogare, difficile da comprendere:La sensualità è un attimo di vita, o anche semplicemente Un attimo di vita di Dante Marraccini assomiglia molto più ad una piece da teatro d’avanguardia che ad un film.
Colpa ( o merito) della mancanza assoluta di una trama, di dialoghi spesso astrusi o al limite del comprensibile e sopratutto oscuri e eccessivamente verbosi.
Un film che è una stranezza completa, fatto di sequenze spesso caotiche e senza logica apparente, eppure con un certo fascino visivo legato proprio al caleidoscopio di immagini che sembrano un non sense, affiancate l’una all’altra e cariche di simbolismi difficilissimi da afferrare.
Per certi versi, Un attimo di vita assomiglia ad alcuni film avanguardistici di fine anni sessanta, quelli in cui si sperimentava liberamente, senza farsi intrappolare da copioni o sceneggiature, girati con due soldi e lasciati spesso volutamente privi di trama, quasi a voler sottolineare, nel loro caos, l’identica situazione della vita sociale, il fervore a anche la confusione di un momento storico dinamico e irripetibile, un coacervo di aspirazioni e lotte che saranno l’impronta lasciata dalla vita e dalla cultura di quegli anni straordinari.

Parlavo di un certo fascino delle immagini, che si lega volutamente agli scenari che il regista utilizza e dei dialoghi spesso incomprensibili anche perchè slegati dalla logica visiva delle immagini che scorrono sullo schermo e che iniziano da subito a calare lo spettatore in una realtà estraneata sin dalle prime sequenze.
Un uomo e una donna corrono nudi sulla spiaggia e si accorgono che in lontananza qualcuno si è avvicinato alla loro jeep; lo raggiungono e lo sconosciuto, senza motivo apparente, colpisce la donna e getta tutto il contenuto della jeep sulla sabbia.
In precedenza la macchina da presa ha indugiato sul volto del giovane nudo e della ragazza stesa accanto a lui, fra piccoli cumuli di rifiuti e copertoni lasciati in bella mostra sulla spiaggia.
Che sia casuale o no, la scena rimanda allo sfacelo della società dei consumi, ma potrebbe trattarsi solo di pura combinazione:fatto sta che il film, da questo momento in poi perde anche la linearità e il dinamismo coordinato per diventare un happening di situazioni assolutamente incomprensibili anche nella loro logica di base.
“E quello da dove salta fuori?”
“Non lo conosco, ma sarà una nostra impressione”
” Forse è un residuato della contestazione”
“Sarà come dici tu,per me è uno che ci vuole fregare”

Queste poche battute sono già paradigmatiche di quello che accadrà successivamente;i due giovani si avvicinano allo sconosciuto che colpisce la ragazza al volto e dice “Guardatemi bene voi, due: io sono uno che prende quanto trova e ciò che gli serve“, mentre la donna, completamente nuda lo guarda con il volto serio e gli risponde ” Nessuno ti impedisce di inventare, fa parte del gioco,ma non sperare di condizionarci, sei troppo emotivo per reggere un confronto”
Il giovane prende le chiavi dell’auto e le consegna allo sconosciuto, che di rimando dice in modo sibillino:”Mi dai le chiavi, dai le chiavi ad uno che non ha il tempo di ascoltare la morale degli altri” e poco dopo “Io sono la vita”
Queste frasi sconnesse, senza apparente logicità temporale saranno d’ora in poi la costante del film, unite a immagini che apparentemente mal si conciliano vista la confusione e lo scoordinamento che le legano le une alle altre.
Così vedremo lo sconosciuto accompagnare i due giovani in un villaggio, dove ci sono altri giovani silenziosi vestiti di bianco:l’uomo incontra nuovamente la ragazza della spiaggia che gli dice “Ti avevo sconsigliato di venire, qui non c’è spazio per gli altri, noi siamo diversi e tu appartieni alla normalità”
Le scene si susseguono l’una dietro l’altra, mostrandoci i giovani alle prese con un gruppo di persone adulte (i loro genitori) e la loro fuga da essi, lo svaligiamento di una boutique con conseguente sottrazione di capi di vestiario che i giovani indosseranno la sera con un rito collettivo sulla spiaggia e via dicendo.

Poichè non c’è una trama, ed apparentemente nemmeno una logica, tutto sembra assolutamente preda del caso e volutamente provocatorio;la fuga dei giovani dagli adulti può simboleggiare l’incapacità storica di dialogo tra le generazioni o anche il rifiuto da parte dei giovani stessi di adeguarsi al conformismo dei genitori o tutte e due le cose al tempo stesso.
Fatto sta che il simbolismo diventa via via sempre più ermetico e lo sforzo dello spettatore per seguire una parvenza di logicità in quello che vede è degno di Tantalo.
Dalla sequenza all’interno di una specie di locale notturno al viaggio in un peschereccio fino all’attacco allo sconosciuto con mazze da baseball, tutto assume i contorni indistinti del simbolismo più esasperato, con rari dialoghi che diventano ancora più ermetici.
Il finale del film, che si veste inaspettatamente di color giallo lascia ancor più attoniti, perchè chiude una storia inespressa in modo assolutamente imprevedibile.
Spiazzante.
E’ il termine che più si avvicina nell’intento di provare a dare una definizione di questo film, che sembra più una slide in movimento di immagini simili a quadri astratti che a qualcosa di coerente.
Ancor più difficile è l’interpretazione di quello che è il “messaggio” del film, la sua tematica di fondo e in ultimi termini la sua logica.

Se fate un giro in rete, alla ricerca di recensioni del film, non ne troverete una sola che accenni in qualche modo ad un sunto lineare del film, proprio per l’impossibilità di riassumere il tutto in poche righe che abbiano il sapore della logica.
Così Un attimo di vita diventa un’esperienza visiva e uditiva di indubbio fascino ma che necessita anche di molta pazienza, così come suggerito da un utente del Davinotti, Fauno, che dice testualmente: “Il miracolo del regista sta nella realizzazione di un film pieno di simbolismi e di concetti astratti impersonato da attori reali più che mai e non con l’uso del solito staticismo ascetico o delle lunghe inquadrature, ma con un dinamismo quasi da film d’avventura. Si vede che è degli anni ’70. La prima volta è molto meglio fissare e interpretare le immagini e i dettagli, senza cadere nel tranello di scervellarsi subito sui dialoghi volutamente arzigogolati e che saranno invece ben afferrati a una visione successiva. Uno dei tre film della mia vita!”
Senza voler sposare la frase finale del commento, suggerisco la visione di questo film ad un pubblico davvero paziente.

Per quanto riguarda il cast,degne di nota le interpretazioni di Gabriele Tinti, forse una delle più intense e difficili dell’attore nella sua carriera,qui nei panni dello sconosciuto, di Gianni Dei, della bellissima e arcigna (in questo film) Margaret Lee e di due brave e affascinanti attrici come Orchidea De Santis (che interpreta una madre!) e di Rita Calderoni.Il film ebbe noie con la censura e venne bloccato prima di essere finalmente dissequestrato (leggere a tal proposito l’articolo di un giornale dell’epoca nella sezione foto)
Il film di Marraccini è praticamente irreperibile, anche se è possibile procurarsi una versione perfetta ridotta dal Dvd del film;seguendo questo link http://wipfiles.net/53r8s6wam8vd.html è possibile accedere alla versione stessa.
Il problema è che si può scaricare solo con un account premium, ovviamente a pagamento.
Sul mulo è presente la stessa versione, ma al momento disponibile per meno del 60%, per cui occorre attendere i tempi tecnici di caricamento dello stesso.
Un attimo di vita
Un film di Dante Maraccini. Con Gabriele Tinti, Margaret Lee, Gianni Dei, Rita Calderoni,Orchidea De Santis Titolo originale La sensualità è un attimo di vita. Drammatico, durata 90 min. – Italia 1976
Margaret Lee: la ragazza
Gabriele Tinti:lo sconosciuto
Gianni Dei.il ragazzo
Rita Calderoni: una ragazza
Orchidea De Santis:una madre
Regia Dante Marraccini
Sceneggiatura Dante Marraccini
Fotografia Aldo Greci
Montaggio Dante Maraccini
L’opinione di Davide Pulici dal sito http://www.nocturno.it
Comincia con Gianni Dei e Margaret Lee, nudi come vermi, su una spiaggia, che incontrano Gabriele Tinti. Chi siano esattamente gli uni e l’altro è difficile capirlo, prima che dirlo. Tinti dovrebbe simboleggiare l’uomo comune, della strada, mentre gli altri due appartengono a una comunità di giovani – vestiti di bianco, in un villaggio anch’esso tutto bianco (Sperlonga); ma poi si vestiranno di nero – che sembrano vivere in una dimensione puramente mentale, fuori dal tempo e dallo spazio comuni: forse un esilio scelto, forse una condanna imposta dalla società. I ragazzi (tra i quali ci sono pure Rita Calderoni e la c.s.c. Ada Pometti) guidano poi l’ospite attraverso una sorta di viaggio iniziatico, declamando strani filosofemi e sperimentando situazioni altamente non-sense. Con finale tragico. Qui sì che si ha davvero l’impressione di aggirarsi in un milieu polselliano. Tra l’altro, anche se Marraccini non ricorda il particolare, uno dei personaggi si chiama proprio Polselli: è una sorta di faccendiere, che incontriamo nel contesto di un campo di finocchi (nel senso di gay), ingaggiato dai genitori di Margaret Lee per riportargli la figlia. Questi ultimi sono borghesi benpensanti, che in privato coltivano il piacere delle ammucchiate e vivono in una casa senza pareti, in mezzo a un prato: la madre è Orchidea De Sanctis! E non è che una delle innumerevoli stranezze che popolano una pellicola indefinibile e inclassificabile, figurativamente non malvagia ma dove l’erotismo, che potrebbe giustificare l’operazione, è minimo – il perché della “sensualità” aggiunta al titolo suonerebbe dunque incoerente, se non fosse che in una scena Marraccini sostiene di avere avuto noie con la censura perché, abbracciando un’attrice, un personaggio le insinuava un dito nel sedere. Il regista, che è un formidabile narratore di se medesimo, racconta che il critico Guglielmo Biraghi, da lui interrogato dopo la visione del film, sostenne sic et simpliciter di non averci capito nulla. Mentre una semplice commessa, fuori dal cinema, ebbe a dire che per lei il messaggio era invece chiarissimo.
L’opinione di renato dal sito http://www.davinotti.com
Si parte subito bene, con 5′ di dialoghi incomprensibili ed i mega-capezzoli della bella Margaret Lee. Poi si comincia a capire qualcosa, solo ogni tanto, ma il film resta bizzarro e direi anche forzato; comunque non direi che sia noioso, come invece temevo all’inizio. Purtroppo però la Lee non si spoglia più fino alla fine, a differenza della Calderoni che ci regala una specie di crisi isterica in barca con tentativo di suicidio annesso. Una stramberia che si può vedere, insomma.
L’opinione di iochisono dal sito http://www.davinotti.com
Una sorta di “teatro d’avanguardia” filmato, di cui resta oscura la trama. Inizia oltre qualunque confine del cult: Gianni Dei e Margaret Lee corrono nudi come vermi sulla spiaggia (lui col pistolino ballonzolante). Poi arriva Tinti con una Jeep. Dialoghi polselliani. Poi i due vengono inglobati in una specie di compagnia teatrale errante, corrono, si spogliano e si rivestono, fanno cose strane, viaggiano per terra e per mare. Mah! Da notare la presenza di Rita Calderoni e di un personaggio chiamato “Polselli”. Ma ce l’avranno avuto un copione?
L’opinione di deepred89 dal sito http://www.davinotti.com
Completamente insensato, quasi senza trama (solo un vago intreccio giallo alla fine) e ovviamente senza la minima logica, composto quasi interamente da un insieme di scenette allegoriche (si punta in maniera fin troppo evidente sul colore degli abiti) tra l’erotico e il grottesco. Bellissimo vedere come tutti (e ripeto, tutti!) i dialoghi del film, dal primo all’ultimo, non dicano altro che assurdità. Cast curiosamente ricco, ma con una sceneggiatura del genere serve a poco e orecchiabile colonna sonora. Per amanti del trash e del bizzarro.
L’opinione di Ronax dal sito http://www.davinotti.com
Oscurissima stramberia tardosessantottesca che mischia ambizioni surrealiste alla Cavallone e dialoghi farneticanti alla Polselli conditi con qualche svolazzamento fellineggiante. Girato con mezzi di fortuna, privo di trama e di logica, è un susseguirsi di quadretti da teatro dell’assurdo intercalati da qualche modesto intermezzo erotico. All’inizio incuriosisce, ma doppiata la metà comincia ad annoiare. Intervistato da Nocturno, Marraccini lo considera poco meno di un capolavoro e si atteggia a genio incompreso. Ai posteri l’ardua sentenza.
Un caldo corpo di femmina (Female vampire)
Female vampire o Un caldo corpo di femmina nell’esplicito titolo italiano è uno dei film più famosi di Jesus Franco,il settimo in appena due anni girato con protagonista quella che sarà la sua musa, la sua attrice preferita nonchè sua moglie, Rosa María Almirall Martínez conosciuta come Lina Romay.
Un film, va detto subito, diventato un cult per la presenza proprio dell’affascinante attrice catalana che interpreta il personaggio di Irina von Karlstein, il vampiro che si aggira muta nel film seducendo e uccidendo chiunque abbia la sventura di giacere con lei.
Un film senza una sceneggiatura lineare, anzi, piuttosto caotico, con pochi dialoghi spesso anche incomprensibili e una trama ridotta all’osso.
Quale allora il motivo del successo della pellicola?
Probabilmente o meglio, quasi sicuramente la presenza di Lina Romay nel film, che compare in una scena iniziale completamente nuda in un bosco nebbioso, coperta solo da un mantello scuro.

Una scena rimasta memorabile che va aggiunta ad un film che è essenzialmente in linea con la stragrande maggioranza della produzione del regista spagnolo, quindi permeata da un erotismo molto esplicito che in alcuni tratti sconfina nel hard.
La trama è raccontabile in due parole: la contessa Irina von Karlstein, ultima discendente di un’antica stirpe di vampiri vaga nell’isola di Madera alla ricerca continua di di esseri umani, che siano uomini o donne con cui soddisfare il proprio piacere.
Dopo aver giaciuto con le persone che soggioga, Irina le uccide creando quindi l’allarme nella plizia dell’isola.
E’ il dottor Roberts a capire che dietro i misteriosi omicidi c’è la mano di un vampiro,mentre Irina conosce il Barone von Rathony, un giovane e affascinante romanziere del quale, per la prima volta, prova un sentimento di amore vero.
Il rapporto tra i due è di natura telepatica, essendo la contessa muta, ma tra i due nasce un sentimento molto forte;tuttavia neanche lui può sfuggire alla maledizione di Irina, che da quel momento inizia a pensare di abbandonare il mondo reale…

A parte la bellezza davvero notevole e la sensualità esasperata di Lina Romay, il film di Franco non è davvero memorabile, come del resto gran parte della produzione del cineasta spagnolo.
Tuttavia a tratti alcune scene oniriche, il surrealismo delle situazioni e una certa ambientazione brumosa, tipica dei film gotici o di quelli espressamente dedicata ai vampiri possono valere la visione del film stesso.
Film quindi di qualche interesse, presente in un mucchio di versioni e con svariati titoli che vanno da Erotikiller a Female Vampire, da La comtesse noire (che è poi il titolo originale) a La comtesse aux seins nus.
Un caldo corpo di femmina
Un film di Jesus Franco. Con Jack Taylor, Alice Arno, Lina Romay, Gilda Arancio Titolo originale La comtesse aux seins nus. Erotico, durata 89 min. – Francia, Belgio 1975.
Lina Romay: contessa Irina von Karlstein
Jack Taylor: barone von Rathony
Jesús Franco: dr. Roberts
Jean-Pierre Bouyxou: dr. Orlof
Luis Barboo: maggiordomo della Contessa
Alice Arno: Maria
Monica Swinn: principessa di Rochefort
Anna Watican: Anna, la giornalista
Roger Germanes: il ragazzo dei boschi
Ramón Ardid: massaggiatore
Bigotini: ispettore della sezione stupefacenti
Pierre Querut: ispettore
Gilda Arancio: vittima della principessa di Rochefort
Regia Jesús Franco
Soggetto Jesús Franco
Sceneggiatura Jesús Franco
Produttore Marius Lesoeur (Eurociné, Parigi)
Pierre Querut (Général Films, Belgio)
Fotografia Jesús Franco
Montaggio Jesús Franco
Musiche Daniel J. White
Trucco Elisenda Villanueva
L’opinione di giurista81 dal sito http://www.filmtv.it
Soggetto assai interessante e affascinante (Contessa vampira che si aggira, vestita con un solo mantello marrone, per nutrirsi del sangue delle vittime) non sviluppato da una sceneggiatura adeguata. Franco abbonda troppo con l’erotico, sconfinando più di una volta nel porno soft. Peccato… Fotografia molto più curata del solito, così come le scenografie (favolose quelle immerse nella nebbia). Ottima la colonna sonora. Sufficienti le interpretazioni. Montaggio medicore, regia perfezionabile. Assente lo splatter. Un’ultima considerazione sul titolo italano con i distributori che hanno optato per uno davvero brutto non mutuando il più adeguato “La Contessa Nera”. Nel complesso una pellicola non pienamente riuscita a metà strada tra l’erotico e l’horror.
L’opinione del sito http://www.filmhorror.com
Lento e insulso “horror” erotico privo di situazioni stimolanti, realizzato anche in versione con inserti hard, il cui unico scopo sembrerebbe quello di aggiungere noiosi minuti alla già eterna durata di questa soporifera produzione Eurociné.
Peccato, perché le idee Jesús Franco le avrebbe anche, disegnando le scene come se fossero tavole di uno di quei fumetti erotici tipo Jacula” o Vampirella, ma non riesce a dare ritmo a una vicenda che, come succede spesso nei suoi film, non ha alcun senso logico.
Lina Romay, la protagonista assoluta della pellicola, se la cava alla meno peggio, manca però della giusta finezza per riuscire a creare un’atmosfera realmente erotica attorno al suo personaggio. In altre parole, non regge il confronto con la torrida Soledad Miranda, deceduta tragicamente pochissimo tempo prima.
L’opinione del sito it.darkveins.com
Poverissima e squallida produzione dei primi anni ’70 di J. Franco, con protagonista Lina Romay (storica compagna dello stesso Jess) nei panni di Irina, voluttuosa vampira affamata (di sesso) …
V’è una scena che è l’apoteosi del trash: Lina Romay che sbatte il mento contro l’obiettivo mentre cammina frontalmente verso la telecamera: la scena non è stata tagliata in fase di montaggio!
Non è eccezionale, ma lo consiglio ai “Franchisti” incalliti.
L’opinione di Cotola dal sito http://www.davinotti.com
Film vampiresco al femminile caratterizzato da un ritmo piuttosto dilatato, a tratti direi catatonico e dalle copiose scene erotiche in cui notevoli bellezze muliebri mostrano più e più volte le loro “doti”. Per il resto non c’è molto altro se non le musiche datate (ma buone) ed una fotografia decente. Le voci off sono spesso gratuite, deliranti ed inconcludenti. Sceneggiatura al minimo storico. In ogni caso non un disastro completo. Jess Franco, infatti, ha fatto molto ma molto peggio.
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Le impiegate stradali-Batton story
Forse l’unico, stiracchiato sorriso in questo film lo strappa il titolo, quel “batton story” aggiunto accanto a Le impiegate stradali per indicare che l’argomento della pellicola riguarda il mestiere più antico del mondo.
Impiegate stradali, ovvero prostitute, con quel batton che elide una vocale trasformando la parola in una equivalente inglesicizzata senza ovviamente corrispondenza nella lingua albionica.
Nient’altro, poi, su cui ridere o quanto meno sorridere, perché il film in questione è piatto e fondamentalmente barboso come pochi.
Veniamo ad un sunto che più sunto non si può della storia:
Marisa Colli, insegnante romana, ha a cuore i diritti delle donne, in particolare delle prostitute.
Una sera, mentre è in auto con il fidanzato Stefano, ci litiga e scende dall’auto; nella zona agiscono delle prostitute che in seguito ad una retata vengono portate in questura e malauguratamente con loro viene fermata anche Marisa.
Da questo momento la donna decide di prendere a cuore le sorti delle lavoratrici del marciapiede, le impiegate stradali del titolo e tenta di fondare un sindacato, incontrando la generale ostilità, a cominciare dai papponi delle stesse.

Grazie ad alcuni espedienti riuscirà nell’intento tra il tripudio generale con tanto di happy end.
Mario Landi, regista televisivo di un certo valore (suoi 16 episodi del commissario Maigret e 6 dei Racconti del maresciallo) è stato regista cinematografico di modestissime opere che si ricordano principalmente per la modestia dei risultati ottenuti, prodotti dai titoli che gli amanti del z movie ricordano benissimo come Giallo a Venezia o Patrick vive ancora.
Qui il regista siciliano prova la strada della comicità unita ad una satira di costume che negli anni settanta poteva avere una qualche rilevanza, vista l’attenzione verso i fenomeni di costume e la lotta per le libertà civili che caratterizzò quel periodo.
Ma lo fa con un film che manca clamorosamente di componenti fondamentali, sia di uno straccio di sceneggiatura sia un andamento da commedia ironica o quanto meno basata su gag divertenti.

Pur assemblando un cast al femminile di un certo rilievo (Marisa Merlini, Femi Benussi, Mariangela Giordano, Daniele Giordano) Landi consegna alla macchina da presa un film completamente anonimo, che non avendo alla base un tema svolto in maniera “seria” finisce per impantanarsi in gag di nessun valore, sulle quali ridere è impresa assolutamente ardua.
Il cast maschile poi è davvero da film di serie z e l’eccesso di caricatura che gli attori del film usano per i loro personaggi finisce per essere una zavorra che appesantisce il tutto rendendo la pellicola indigeribile.
Eufemia Benussi da Rovigno, l’insegnante Marisa, per una volta recita completamente vestita mentre qualche nudità la espone Daniela Giordano, alle prese con il ruolo di una “battona” (per restare in tema con il titolo) orba e dal cuore d’oro, mentre Marisa Merlini è qui alle prese con uno di quei ruoli materni che il cinema degli anni settanta le offri con una certa costanza.

Presente nel cast anche Mariangela Giordano, una improbabile maga.
Un film sciatto e senza nessuno spunto degno di menzione, quindi.
Dopo anni di meritato oblio, la pellicola è stata editata in digitale: chiunque voglia visionarla può farlo all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=36f5EdR-a9s
Le impiegate stradali – Batton Story
Un film di Mario Landi. Con Marisa Merlini, Femi Benussi, Daniela Giordano , Toni Ucci,Mariangela Giordano, Gianni Cajafa, Gianni Dei Commedia, durata 90 min. – Italia 1976
Femi Benussi: Marisa Colli
Gianni Cajafa: Arturo
Giorgio Caldarelli: Tiberio
Gianni Dei: Stefano
Daniela Giordano: Pucci
Mariangela Giordano: Priscilla
Marisa Merlini: Zaira
Toni Ucci: Carlo
Regia Mario Landi
Soggetto Piero Regnoli
Sceneggiatura Piero Regnoli
Produttore Gabriele Crisanti
Produttore esecutivo Giuliano Simonetti
Casa di produzione Maxi Cinematografica Italiana
Fotografia Franco Villa
Montaggio Mario Arditi
Musiche Willy Brezza, Mario Molino
Scenografia Claudio Riccardi
L’opinione di mm40 dal sito http://www.filmtv.it
Da un’idea squinternata (la fondazione del sindacato delle prostitute) nasce un film squinternato; il regista è lo stesso Mario Landi che firmò le prime edizioni del mitologico Un due tre, il varietà satirico di Tognazzi & Vianello agli albori della tv in Italia. La cosa può sorprendere, ma fino a un certo punto: siamo nel 1976 e la censura è oramai piuttosto tollerante; sul grande schermo domina la commedia scollacciata dall’inizio del decennio (si pensi al filone decamerotico) e non ci sono quasi più argomenti considerabili tabù, se si prescinde da politica e religione. Il sesso va invece benissimo, anzi: invoglia i produttori, i registi e soprattutto il pubblico a riempire le sale cinematografiche. Partendo da tali presupposti, ecco che nasce naturalmente un prodottino dal budget esiguo e dalle trovate comiche molto, molto modeste come questo Batton story (è il sottotitolo). Marisa Merlini (che meriterebbe evidentemente di meglio, ma tant’è), Femi Benussi, Daniela Giordano, Gianni Dei e Toni Ucci sono gli interpreti principali; la sceneggiatura è di Piero Regnoli e questo è il punto dell’intera operazione su cui meno si rimane sorpresi in assoluto; azzeccate, cioè leggere, le musiche di Willy Brezza e Mario Molino.
L’opinione di B.Legnani dal sito http://www.davinotti.com
Tremendo. Girato a Milano in studi poverissimi e in location raccogliticce (Via Padova, la Comasina eccetera), non strappa un sorriso neppure per sbaglio. Sceneggiatura micidiale (Regnoli). Tolto il gruppo Benussi-Merlini-Ucci-le due Giordano, il resto del cast è semplicemente agghiacciante (compreso Caldarelli, poi anima del Gabibbo!). Nel totale disastro riescono comunque a spiccare la simpatica bravura della Merlini e di Ucci, mentre si conferma gradevole il musetto di Daniela Giordano (qui assai miope, esattamente come nella vita). Ma il livello del film resta inesorabilmente infimo.
L’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com
Per Landi il passaggio dalla TV al cinema è deleterio e in questa commedia sexy pro legalizzazione del mestiere più antico del mondo si intravedono già la sciatteria e le miserie scenografiche e narrative (vedasi Dei che fa scendere la seriosa Benussi proprio tra le puttane al lavoro) dei pessimi Giallo a Venezia e Patrick vive ancora. Se la Benussi è sempre casta (nei nudi si esibiscono Daniela Giordano e un gruppetto di illustri sconosciute) e la Merlini e Ucci rifanno se stessi, l’unico ad avere una marcia in più è l’iracondo Cajafa, doppiato da un tonitruante Rino Bolognesi.
L’opinione di Panza dal sito http://www.davinotti.com
Penosissima commedia che parte da un assunto persino balzano ma che messo in mano a un regista attento poteva dare un film sopra le righe. Qui si gioca una carta più routinaria tentando di puntare sui protagonisti eliminando praticamente tutti i nudi. Manca proprio la base: Landi se la cavava molto meglio nei Maigret (qui usa per metà film una tremolante e fastidiosa camera a mano) con Cervi e il cast è totalmente allo sbando. Se poi aggiungiamo che le location sono sterili quanto le battute del film, è lapalissiana la vuotezza del tutto.
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Serena Grandi Photogallery
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Le sorelle
Diana lavora come traduttrice;ma il lavoro la stressa, così pianta tutto, sale su un treno e si avvia a incontrare sua sorella Martha che non vede da due anni.
L’incontro con Martha è affettuoso e tenero; la donna sembra felice, vive in una grande casa circondata dalle cose che desidera di più ed è sposata con Alex, che è l’uomo che ogni donna sogna. Pieno di attenzioni, delicato e innamorato di sua moglie, Alex è un coltivatore di fiori rari ed esotici.
Da subito però si capisce che tra Diana e Martha c’è qualcosa di inespresso, di sospeso nel passato: attraverso alcuni flashback intuiamo qualcosa di morboso, di ossessivo che Diana provava per sua sorella.
La sera, un altro indizio mostra che probabilmente la vita di Martha non è così felice come appare: durante un rapporto con Alex, la donna sembra quasi triste e inappagata, mentre l’uomo la guarda tristemente.
Ancora un flashback ci riporta al passato, ad una sera di pioggia in cui Martha, spaventata, si è rifugiata nel letto di Diana, che l’ha abbracciata e poco dopo baciata con sospetta passione.

L’indomani Alex, Diana e Martha vanno sulla spiaggia, lungo le rive della quale Martha scatta alcune foto; in una di esse però Diana sotto gli occhi della sorella bacia appassionatamente Alex, mettendo i coniugi in palese imbarazzo.
Nel frattempo Diana conosce Dario, il giovane cugino di Alex, che sembra molto colpito dalla donna, che invece non sembra affatto interessata alla corte che timidamente e in seguito apertamente, Dario le fa.
Martha intanto conferma che il quadretto idilliaco mostrato alla sorella ha almeno una profonda incrinatura;la donna infatti ha una relazione sessuale con il giardiniere della tenuta in cui vive, cosa della quale probabilmente Alex è a conoscenza.
Diana si sente sempre più attratta da sua sorella, forse agganciata a quel passato dal quale Martha è invece fuggita.
Alex inizia a sospettare che Diana non sia venuta solo per affetto verso sua sorella ed esterna la cosa a Dario, invitandolo a lasciare con lui le due donne da sole, in modo da permettere loro di chiarirsi.
Durante un drammatico colloquio, Martha rimprovera a sua sorella di averla cambiata in modo irreversibile e le confessa di esser scappata da lei per paura di ciò che si era creato fra di loro.
Finale intenso e drammatico.

Film cupo, caratterizzato da scarni dialoghi e lunghe inquadrature in cui a parlare sono i volti dei protagonisti, Le sorelle è un film di ottima fattura, ben recitato e sopratutto splendidamente fotografato.
Un film lento e introspettivo, senza accelerazioni, che trae la sua forza proprio dalla capacità delle due attrici protagoniste, le sorelle del titolo, che si guardano, cercano nei volti sentimenti e cose non dette, espressioni di stati d’animo che la mente alle volte non riesce a controllare.
Le sorelle, di Roberto Malenotti, può essere distinto in due parti ben precise; la prima, che dura per quasi tre quarti di film, che ci mostra attraverso un uso sapiente e non invasivo del flashback il morboso rapporto che Diana ha creato e Martha subito nel passato.
Un passato che le due donne si ritrovano ad affrontare e che Diana capisce essere diventato imbarazzante ed ingombrante nel presente di Martha, che scopriamo avere un rapporto profondo eppure non totale con Alex, uomo buono e gentile che probabilmente sa della relazione della moglie con il giardiniere e che pure tollera per amore.
Relazione che Martha ha probabilmente allacciato solo per trovare quel piacere sessuale che evidentemente non riesce a trovare completamente in e con Alex e che ha le sue radici nel rapporto proibito vissuto nel passato con Diana.

Che viceversa non solo non ha legami,ma che ha conservato in se il ricordo della passione proibita per Martha e dalla quale non può e non vuole scappare.
Il finale, drammatico e assolutamente coerente con quanto narrato porta a galla una verità che peserà fino all’ultima inquadratura del film.
Che ha un suo fascino, nonostante la lentezza e i dialoghi lasciati spesso interrotti, a tutto vantaggio delle espressioni, delle cose che si vorrebbero dire e delle cose non dette.
Le sorelle è il primo dei due lungometraggi diretti da Roberto Malenotti, che in seguito, a distanza di ben 15 anni dirigerà Cenerentola 80, un riadattamento dignitoso in chiave moderna della celebre favola dei fratelli Grimm.
In questo film Malenotti mostra buona mano e indubbia capacità di direzione degli attori, che del resto sono ottimi professionisti, a cominciare dalla fascinosa e enigmatica Nathalie Delon, che interpreta Diana per passare a Susan strasberg, bella e intensa protagonista nel ruolo di Martha.
Molto bene i due “maschietti” del cast, il rodato Massimo Girotti che è la consueta garanzia di recitazione sobria e inappuntabile e un giovane Giancarlo Giannini alle prese con il personaggio di Dario l’unico forse a non essere abbastanza approfondito.
Il film non delude;appaiono davvero ingenerose le critiche che molti hanno rivolto a questo film, che invece mostra molto garbo nel trattare un argomento scabroso come l’incesto suggerito tra le due sorelle senza usare minimamente il morboso, ne nelle scene ne con nudi che sarebbero apparsi una concessione ai guardoni delle’poca,
Ad avercene di film trattati con tale delicatezza, oggi.
Per quanto riguarda la reperibilità, purtroppo non o trovato versioni in italiano sulla rete, ma sul mulo è disponibile una splendida versione in divx con dei colori praticamente perfetti e un audio unico, una delle cose migliori nelle quali sono incappato ultimamente.
Le sorelle
Un film di Roberto Malenotti. Con Giancarlo Giannini, Massimo Girotti, Nathalie Delon, Susan Strasberg,Lars Block, Attilio Dottesio Drammatico, durata 91 min. – Italia 1969
Susan Strasberg: Marta
Nathalie Delon: Diana
Massimo Girotti: Alex
Giancarlo Giannini: Dario
Regia:Roberto Malenotti
Soggetto Renzo Maietto Alex Fallay
Distribuzione:Euro International Film
Sceneggiatura Brunello Rondi Roberto Malenotti
Fotografia Giulio Albonico Sebastiano Celeste (operatore)
Musiche Giorgio Gaslini
Montaggio Antonietta Zita
Scenografia Luciana Marinucci
Arredamento Giorgio Bertolini
Costumi Luciana Marinucci
L’opinione di Il gobbo dal sito http://www.davinotti.com
Spalleggiato da Rondi, Malenotti vorrebbe antonioneggiare, se non addirittura bergmaneggiare. Ma non è roba per lui e rimane in superficie. Una superficie pregevole, però, di ottima resa figurativa e con discrete atmosfere, sebbene di quando in quando rovinate da sciocchezzuole (tipo il rasoio elettrico col filo più lungo della storia del cinema). Molto bella la Delon. Passabile.
L’opinione di Il koreano dal sito http://www.davinotti.com
Se i primi dieci minuti possono definirsi la materializzazione di un colpo di genio, non altrettanto si può dire dei rimanenti novantanove: un fotoromanzo dai colori intensi, in cui la psicologia dei quattro personaggi protagonisti va a farsi benedire per lasciar spazio ad una scadente morbosità da libro erotico. Un punto di partenza per il giovane Giannini e un punto d’interruzione per Malenotti, che rimarrà inattivo per circa quindici anni. Notevole, a tratti, il commento musicale di Gaslini.
L’opinione del sito http://www.imilleocchi.com
Azzardiamo un’attribuzione a Brunello Rondi, per una proiezione che vuole inserirsi nella riscoperta a tappe del regista, anche in occasione dell’uscita di un volume cui abbiamo collaborato. Questo film con la splendida accoppiata di Susan Strasberg e Nathalie Delon è tutto fuorché quel banale pre-soft che a molti apparve. La musica di Giorgio Gaslini ben lo lega alla coeva regia Le tue mani sul mio corpo e indica che Rondi era anche qui più che solo sceneggiatore. Viatico alle successive tappe di una serie “erotica”, esige che l’opera dell’autore si sottragga agli equivoci (compreso quello dei recuperi trash).
Brogliaccio d’amore
Un momento che sembra all’improvviso spazzare via certezze e punti fermi, una vita tranquilla e probabilmente monotona, senza acuti.
E’ quello che sta vivendo l’ingegner Giacomo, un maturo uomo senza legami, abituato alla routine di una vita da scapolo in cui si muovono delle figure senza però incidere nel presente.
Stanco di tutto questo, Giacomo decide di dare un taglio netto al passato recidendo i legami con il quotidiano fatto di lavoro, amici e di donne; una roulotte, una penna e un diario è in effetti quello che gli serve e caricata un po di roba ecco che inizia l’avventura di Giacomo.
Ha deciso di scrivere, di raccontare se stesso e la sua vita e per farlo si stacca da tutto e si dirige verso il sud.
Ma ha anche bisogno di capirsi e per farlo ha bisogno di qualcuno che lo stia a sentire, che possa in qualche modo essere uno specchio vivente che ascolti e possibilmente non giudichi.

Questo specchio si incarna in Roberta, una donna con un passato da prostituta e ora diventata una escort al servizio di uomini maturi in crisi di identità come Giacomo.
Il viaggio verso sud diventa rivelatore e si mostra sotto una luce diversa da quanto preventivato dall’uomo;Roberta è una donna complessa, intelligente e sensibile e ben presto è l’amore a far capolino.
Lui si innamora di lei, lei si innamora di lui.
Nel frattempo il suo diario cresce in dimensioni e un giorno Giacomo decide di leggere a Roberta quello che ha scritto; con la sensibilità di un elefante Giacomo ha però espresso giudizi sprezzanti sulla donna e Roberta, ferita da tanto egoismo e supponenza lo lascia a meditare sui suoi errori.
Brogliaccio d’amore è un film del 1976 ormai completamente dimenticato e non senza ragione; ampolloso, verboso e caratterizzato principalmente da un andamento lento come una lumaca, il film diretto da Decio Silla che trasporta sullo schermo una sceneggiatura in cui lo stesso Silla ha messo mani con l’aiuto di altri quattro collaboratori (Gilberto Squizzato, Luisa Montagnana, Tullio Nemi Cheli) è un prodotto ben recitato ma nulla più.
La storia trita del maturo borghese in crisi è uno degli espedienti più usati del cinema anni 70 e questo film nulla aggiunge ai tanti ritratti di uomini al bivio che sono stati disegnati in quel periodo.

Come generalmente avviene in prodotti dalle tematiche simili, Silla cerca di intellettualizzare la storia, finendo per rendere il film pesante e indigesto, mitigato da un finale amaro che quanto meno ci risparmia il lieto fine.
Il regista di Tortona, qui alla sua prima e ultima opera cinematografica non lascia alcun segno, nonostante abbia avuto per le mani, in quest’opera, due attori bravissimi e espressivi come Enrico Maria Salerno e Senta Berger.
Che nonostante la fragilità del soggetto ce la mettono tutta, ammortizzando l’effetto noia che deriva dalla verbosità eccessiva dei dialoghi, dalla mancanza di movimento di cui il film soffre e dalla prevedibilità di quanto scorre sullo schermo.
La coppia Salerno-Berger funziona, indubbiamente, quello che non funziona è l’atmosfera da road movie autobiografico che non solo non ha fascino, ma che diventa con il passare dei minuti una palude di noia e di già visto, il tutto condito da musiche assolutamente inadeguate e da conversazioni che stimolano (più che un eventuale dialogo post film) una bella dormita sul divano, rimpiangendo il tempo passato a guardare un’opera francamente barbosa oltre il limite consentito.

Motivo per il quale il film non ebbe nessun successo e sparì letteralmente dallo schermo per essere riesumato raramente da qualche tv in cerca di tappi per riempire la programmazione notturna.
Film da dimenticare, quindi, a meno che non si voglia assistere ad una prova maiuscola di recitazione, fornita da due grandi interpreti come Enrico Maria salerno e Senta Berger.
Troppo poco però per valere una visione.
Film praticamente introvabile in rete; esiste però una versione decente sul mulo, con una buona qualità audio video.
Brogliaccio d’amore
Un film di Decio Silla. Con Enrico Maria Salerno, Senta Berger, Paolo Carlini, Marisa Valenti, Lorenzo Fineschi Drammatico, durata 94 min. – Italia 1976.
Enrico Maria Salerno … Giacomo
Senta Berger … Roberta
Paolo Carlini … Pierino
Marisa Valenti … Patrizia
Regia: Decio Silla
Sceneggiatura:Gilberto Squizzato, Luisa Montagnana, Tullio Nemi Cheli, Decio Silla
Musiche:Giuseppe Cremante
Fotografia:Lamberto Caimi
Montaggio:Enzo Monachesi
Art Direction : Mimmo Scavia
Costume Design :Lia Francesca Morandini
L’opinione di Il gobbo dal sito http://www.davinotti.com
Esiziale quanto misconosciuto detrito del filone sentimental-borghese, con dialoghi di inenarrabile ampollosità recitati (non senza convinzione, va ammesso) da un Salerno sdrucito in cerca di sè stesso (il guaio è che si trova) e una Senta Berger (laudata semper) improbabilissima ex-mignotta, fra musiche terrificanti (che vanno da “Marina” a una pantomima di “Europa”) e preoccupantissime mises del buon Enrico Maria. Fantastica, fra le varie amenità, la scena coi tossici moribondi raccattati sul ciglio della strada.
L’opinione di Markus dal sito http://www.davinotti.com
Il film è palloso e non ha ritmo (cosa più grave), con la presenza di ottimi attori che risollevano la pellicola. Il film si fa fatica a seguire, sostanzialmente perché è un guazzabuglio di conversazioni lunghe ed estenuanti, che oserei definire “parapsicologiche” nel senso barboso del termine. Ottima la musica di Giovanni Cremante, in cui spicca il pezzo funky che accompagna la Berger nella scena del mercato. Una pellicola rara.
L’opinione del sito http://www.gentedirispetto.com
Ho visto questo film di genere sentimentale-psicologico.
A mio avviso, il film resta in piedi grazie alla bravura del grande Salerno e alla bellezza della Berger.
La storia risulta piuttosto ingarbugliata e difficilmente credibile ed un po’ di ritmo in piu’, non avrebbe guastato: infatti nell’insieme risulta piuttosto noioso, forse per questo, al cinema nel 1976, passò quasi inosservato.
Dedicato al mare Egeo
Masuo Ikeda era uno scrittore, illustratore,ceramista, scultore e incisore giapponese prestato al cinema in due occasioni; nella prima di queste scrisse e diresse Dedicato al mare Egeo, tratto da una sua storia dal titolo omonimo che ebbe un qualche successo in Giappone, vincendo il prestigioso Premio Akutagawa. Tante attività svolte brillantemente, alle quali però non può di certo essere aggiunta, almeno al livello di abilità conseguita, quella di regista di valore. Il film in questione, Dedicato al mare Egeo, uscito nelle sale senza alcuna visibilità nel 1979, è infatti una pellicola noiosa in maniera esemplare, una summa di quello che bisogna evitare allo spettatore che incautamente incespica in una pellicola come questa caratterizzata da una piattezza di narrazione elevata al sublime. La trama, ridotta all’osso ( e del resto c’è ben poco da raccontare) ci porta sulle orme di Nikos, giovane pittore di origine greca che frequenta una scuola d’arte e che vive temporaneamente presso Elda, una bella donna divorziata e con una figlia con seri problemi. 
Come ovviamente prevedibile, tra i due nasce la passione e Nikos diventa l’amante della donna, stringendo contemporaneamente un bel legame con la figlia della donna, Lisa. La quale però sviluppa ben presto un’attrazione morbosa per Nikos. Il giovane, per guadagnare due soldi, accetta di diventare modello per la fotografa Gloria, che ha già una modella che presta saltuariamente il suo corpo per delle foto scattate dalla stessa Gloria. Anita, la modella, è una donna disinibita e ben presto seduce Nikos; il marito di Elda informa l’ex moglie della cosa, e naturalmente la reazione della donna è delle peggiori. Durante un viaggio in Grecia accade però qualcosa di tragico… Sospendo qua la narrazione della trama e non certo perché il finale riservi chissà quale sorpresa:anzi, se c’è una cosa che getta a mare quel pochissimo di buono che si era visto fino a questo momento è proprio la fine ridicola e francamente illogica della pellicola stessa. Spacciato come un film erotico, Dedicato al mar Egeo
in realtà non a quasi nulla di erotico, così come il titolo è assolutamente fuorviante su una presunta location greca; le uniche scene blandamente erotiche sono girate praticamente al buio mentre abbondano i nudi di Ilona Staller, una delle protagoniste del film. Poiché del film non “dovrebbe” esistere una versione digitale, chiunque abbia visto le rare riduzioni da VHS avrà notato che la riduzione stessa presenta la censura operata dal mercato giapponese, che prevede per le inquadrature delle parti intime una pecetta bianca. Così chi vede la pellicola finisce per perdere forse l’unica attrattiva del film, ovvero le nudità generosamente esposte di Ilona Staller. Che, come attrice, ha tante pecche come il protagonista maschile del film, l’attore di fotoromanzi Claudio Aliotti, qui in una delle sue nove apparizioni cinematografiche; di ben altro calibro ovviamente la presenza di Olga Karlatos, una delle attrici peggio utilizzate dal cinema negli anni settanta e che è l’unica ad avere doti recitative a sufficienza.
Di scarso peso la presenza di Stefania Casini, mentre il decantato mar Egeo compare in pratica sul finale del film e fa da sfondo alla quasi folle sequenza finale, che purtroppo, come già detto, chiude in maniera pessima un film di per se deludentissimo. Brutto film, quindi, insipido e senza alcun interesse, con l’unico pregio di una gradevole colonna sonora firmata dal grande Ennio Morricone Nel web è presente l’unica versione ad oggi conosciuta della pellicola, ricavata da una VHS destinata al mercato giapponese, di scarsissima qualità, con sottotitoli in giapponese e censurata in alcune parti.Il link per vedere il film è il seguente: http://my.mail.ru/video/mail/vm_gluschenko/104076/104090.html#video=/mail/vm_gluschenko/104076/104090
Dedicato al mare Egeo di Masuo Ikeda, con Claudio Aliotti,Stefania Casini,Sandra Dobrigna,Olga Karlatos,Ilona Staller Drammatico, Italia 1979
Claudio Aliotti … Nikos Stefania Casini … Gloria Sandra Dobrigna …Lisa Olga Karlatos … Elda Ilona Staller … Anita
Regia: Masuo Ikeda Soggetto: Masuo Ikeda Musiche:Ennio Morricone Fotografia:Mario Vulpiani Montaggio:Mario Morra
L’opinione di Ronax dal sito http://www.davinotti.com Tanto per cominciare il titolo c’entra poco o nulla, visto che il Mar Egeo entra in scena solo nel finale e ha unicamente il ruolo di rassegnato spettatore dell’epilogo di questo grottesco melodrammone erotico girato dal giapponese Masuo Ikeda in vacanza fra Roma e la Grecia. Forse mai distribuito in Italia e oggi disponibile solo su un supporto nipponico con ridicole pecette censorie sul pube della Staller, il film è una somma di situazioni insensate e dialoghi insopportabili resi ancora più atroci da una recitazione canina. Evitabilissimo. L’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com Tarda produzione anni Settanta, eredita umori samperiani e punta tutto sulla carta della bellezza: la bellezza del corpo femminile (prima i nudi “accademici”, poi quelli della Karlatos, della Staller e della Casini), del paesaggio naturale (l’incontaminato Mar Egeo) e delle musiche (Morricone con apporti vocali della Dell’Orso). Questo consente di prevenire i possibili agguati della noia provocata da una sceneggiatura poco brillante – financo con maldestri risvolti onirici – e un finale tanto prevedibile quanto improbabile. L’opinione di Ilgobbo dal sito http://www.davinotti.com Nikos, squattrinato e svogliato studente d’arte a Roma, se la fa con la padrona di casa, che vive con una strana bambina. Ma un incontro casuale… Erotico con pretese artistiche del giapponese Ikeda, costellato di inquadrature pretenziose e dialoghi terrificanti, musicati da Morricone con tanti sospirini e sospironi di Edda Dell’Orso: praticamente un trionfo del kitsch, specie nell’ultima parte che si svolge in Grecia. Le bellone del film si danno tutte un gran daffare, inutile dire che è Cicciolina a regalare i numeri migliori.

Track list della colonna sonora
01 – Dedicato al Mare Egeo 02 – Un Grido 03 – Lisa E Nikos 04 – Cavallina A Cavallo 05 – E Fuggi Via 06 – Un Songno Al Sole 07 – Lisa Del Mare Egeo 08 – Vedere E Non Sapere 09 – Tre Per Tre 10 – La Donna Della Finestra Difronte 11 – Dedicato Al Mare Egeo 12 – Cavallina A Cavallo 13 – Dedicato Al Mare Egeo (Masuo Ikeda) 14 – Lida Del Mare Egeo (Masuo Ikeda) 15 – Dedicato Al Mare Egeo (Masuo Ikeda, Ruggero Gatti)





































































































































































































































































































