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Il presagio (The Omen)

Il presagio locandina 1

Una coppia infelice,quella formata da Robert e Kathy. Il problema è che non riescono ad avere un figlio,dopo due aborti e un bambino che nasce morto. Ma durante l’ultimo parto,conclusosi funestamente, un sacerdote affida a Robert un bambino nato da una donna che è morta all’atto del concepimento.

Robert non racconta alla moglie dello scambio,così la coppia lascia l’ospedale con il piccolo. Passano 5 anni,e l’uomo diventa ambasciatore Usa in Inghilterra;il giorno del quinto compleanno la bambinaia di Damien,com’è stato battezzato il piccolo,ha un incidente terribile.

Il presagio 1

Uno dei sacerdoti presenti all’atto dello scambio dei neonati tenta di mettere in guardia Robert sul piccolo;è nato 1l 6-6-76 (666,il numero dell’anticristo),ma l’uomo lo caccia in malo modo. Poco dopo il sacerdote sarà vittima di un incidente,perchè morirà trafitto da un parafulmine staccatosi da una chiesa. Nel frattempo Kathy è rimasta incinta,ma un giorno,mentre è affacciata da una balaustra di casa,precipita nel vuoto;si salverà,ma perderà il bambino che aspettava.

Il presagio 2

A questo punto Robert inizia a vedere qualcosa di strano negli avvenimenti,e,aiutato da un fotografo,inizia ad indagare sul piccolo. A casa del sacerdote rimasto ucciso,troveranno appunti nel quale il sacerdote rivela la vera identità di Damien. I due decidono di andare in italia,e scoprono che l’ospedale nel quale avvenne il fatidico scambio,andò completamente bruciato poco dopo l’avvenimento,ma non solo. Scoprono che padre Spilletto,il sacerdote che affidò il bambino alla coppia è ancora vivo,anche se orrendamente sfigurato.

Il presagio 3

Su indicazione del prete,i due vanno in un cimitero,dove scoprono un’orrenda verità:nelle tombe in cui dovevano esserci la donna realmente madre di Demien e il piccolo Thorne nato morto ci sono,in realtà,il corpo di uno sciacallo femmina e i resti del povero piccolo,con il cranio sfondato.

Robert e il fotografo raggiungono Megiddo,per trovare il professor Bugenhagen,che possiede i sette pugnali con i quali è possibile uccidere l’anticristo;Robert conserva dei dubbi,e vorrebbe risparmiare il bimbo,ma quando vede l’amico fotografo morire orrendamente,capisce che non può sottrarsi al suo compito.

Il presagio 4

Torna a casa,prende il piccolo Demien e lo porta in una chiesa,ma mentre sta per compiere il sacrificio,la polizia irrompe nella chiesa,e durante una sparatoria,uccide Robert. Demien,salvo,viene affidato a degli zii.Primo film dedicato alla saga su Demien,l’anticristo,il presagio è di gran lunga il più riuscito.

Il regista Richard Donner lavoro sul soggetto librario di Seltzer,ricavandone un film dalla ottima tensione,splendidamente recitato dal solito impagabile Gregory Peck e dalla bravissima Lee remick. Eravamo nel periodo successivo all’uscita sugli schermi di L’esorcista,il film di Friedkin che aveva riscosso un successo straordinario,e Il presagio ne sfruttò l’onda lunga.

Il presagio 5

Il film ebbe tre sequel:La maledizione di Damien nel 1978,Conflitto finale,nel 1981e Omen IV,presagio infernale nel 1991,oltre ad un film basato sulla stessa trama,Holocaust 2000,con Kirk Douglas e Agostina Belli,oltre ad un remake abbastanza onesto nel 2006.

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Il presagio (The Omen)
un film di Richard Donner. Con Gregory Peck, David Warner, Lee Remick. Genere Horror, colore 111 minuti. – Produzione USA 1976.

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Il presagio banner protagonisti

Gregory Peck    …     Robert Thorn
Lee Remick    …     Katherine Thorn
David Warner    …     Jennings
Billie Whitelaw    …     Mrs. Baylock
Harvey Stephens    Damien
Patrick Troughton    Padre Brennan
Martin Benson    …     Padre Spiletto
Robert Rietty    …     Monk
Tommy Duggan    …     Prete
John Stride    …     Lo psichiatra
Anthony Nicholls    Dr. Becker
Holly Palance    …     Nanny
Roy Boyd    …     Reporter
Freda Dowie    …     La Suora
Sheila Raynor    …     Signora Horton

Il presagio banner castRegia Richard Donner
Soggetto David Seltzer
Sceneggiatura David Seltzer
Produttore Harvey Bernhard
Fotografia Gilbert Taylor
Montaggio Stuart Baird
Effetti speciali Ken Pepiot
Musiche Jerry Goldsmith
Scenografia Michael Seymour

aprile 26, 2008 Pubblicato da: | Horror | , , , | 1 commento

Gesù di Nazareth

Gesu di Nazareth locandina

Sei ore e undici minuti di sceneggiato,per raccontare la vita di Gesù di Nazareth,presa quasi per intero dai Vangeli canonici,con qualche escursione tra gli episodi più noti degli apocrifi.
Girato da Franco Zeffirelli nel 1977,produzione inglese,venne accolto con diverso favore dagli spettatori nel mondo.

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Robert Powell è Gesù

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Yorgo Voyagis interpreta Giuseppe

In America e in Italia fu un trionfo,molto meno in Inghilterra,dove i critici imputarono a Zeffirelli uno stile troppo da kolossal ,seguiti,in questo,da alcuni critici nostrani,che denigrarono la mania copiata dagli americani di voler trasformare anche la vita di Gesù in un polpettone.

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Olivia Hussey è la Vergine Maria

Sicuramente un’accusa ingiusta,in quanto Zeffirelli cercò di mediare la necessità di portare sullo schermo un Gesù adatto alla grande platea con quella di non trasformare tutto in un’operazione meramente commerciale.

Per il Gesù venne messo su un cast stellare: Robert Powell,Olivia Hussey,Anne Bancroft, James Mason, Rod Steiger, Peter Ustinov;,R. Richiardson, J. Philips, Claudia Cardinale, Ian Holm, James Earl Jones, Renato Rascel, Laurence Olivier,Valentina Cortese,Anthony Quinn,Michael York,Ernest Borgnine: praticamente il meglio della cinematografia mondiale.

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Donald Pleasence è Melchiorre

Il ruolo di Gesù venne ricoperto da uno straordinario ed intenso Robert Powell,dal viso ascetico,scarno,un credibile Messia che si aggira sui posti dove realmente avvenne la più grande storia mai raccontata.
Il Gesù di Zeffirelli si muove in un mondo poco propenso a dare credibilità ad un uomo venuto non per portare la guerra,ma per annunciare,al mondo,che il figlio di Dio è sceso tra gli uomini per redimerli e per dare loro una speranza;i miracoli,come il ridare la vista al cieco (un sublime Renato Rascel) diventano la testimonianza dell’amore di Dio per la sua creatura prediletta.

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Fernando Rey è Gasparre

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Lorenzo Monet è Gesu a 12 anni

E’ questa,in sintesi,l’opera di Zeffirelli,che cerca di restare fedele ai racconti tradizionali,senza molti voli pindarici,ma semplicemente rispecchiando le storie dei Vangeli.
Seguiamo quindi tutto il percorso del Messia,dalle sue prime predicazioni all’incontro con la Maddalena,dalle nozze di Cana ai tormenti dell’orto del Getsemani fino alla tragica ed esaltante conclusione sulla croce.
Un film ad ampio respiro,che riesce a coinvolgere lo spettatore con una storia accurata e precisa,in cui Gesù diventa faro di luce e di speranza per l’umanità.
Un film ortodosso nel senso della sua regia,accurata e attenta ai dettagli,ben coadiuvata da un’ottima colonna sonora,di Jean Michel Jarre.

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Peter Ustinov interpreta Erode il Grande

Gesu di Nazareth 8Michael York è Giovanni Battista

In un film del genere inutile cercare tra gli attori chi si è calato meglio nella parte; tuttavia restano dei pezzi di bravura quelli di Lawrence Olivier,quello di Anthony Quinn nei panni di Erode e di Olivia Hussey in quello della Vergine,oltre al citato cameo di Renato Rascel.

Gesù di Nazareth, un film di Franco Zeffirelli. Con Robert Powell, Olivia Hussey, Anne Bancroft, Yorgo Voyagis, James Farentino, Ian Bannen, Glauco Onorato, Pino Colizzi, Ian Holm, Anthony Quinn, Ernest Borgnine, Valentina Cortese, Laurence Olivier, Renato Rascel, Marina Berti, Regina Bianchi, Robert Beatty, Peter Ustinov, Claudia Cardinale, Cyril Cusack, Oliver Tobias, Christopher Plummer, Fernando Rey, Michael York, Tony Vogel, Stacy Keach, Ralph Richardson, Maria Carta, Antonello Campodifiori, Lee Montague, Donald Sumpter, Norman Bowler, Nancy Nevison, Mimmo Crao, Isabel Mestres, Renato Montalbano, Rod Steiger, James Mason
Titolo originale Jesus of Nazareth. Storico, durata 237 min. – Gran Bretagna, Italia 1977.

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Valentina Cortese è Erodiade

Gesu di Nazareth 10James Farentino è Simon Pietro

Gesu di Nazareth 11Anne Bancroft è Maria Maddalena

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Ian Holm
è Zerah

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Ian McShane è Giuda Iscariota

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Stacy Keach è Barabba

Gesu di Nazareth 15Ernest Borgnine , il centurione

Gesu di Nazareth 16Laurence Olivier è Nicodemo

Gesu di Nazareth 17James Mason è Giuseppe di Arimatea

Gesu di Nazareth 18Anthony Quinn è il sommo sacerdote Caifa

Gesu di Nazareth 19Rod Steiger è Ponzio Pilato

Gesu di Nazareth banner personaggi

Robert Powell …     Gesu
Anne Bancroft …     Mara Maddalena
Ernest Borgnine …     Centurione
Claudia Cardinale …     Adultera
Valentina Cortese …     Erodiade
James Farentino …     Simon Pietro
James Earl Jones …     Balthazar
Stacy Keach …     Barabba
Tony Lo Bianco …     Quintilio
James Mason …     Giuseppe di Arimatea
Ian McShane …     Giuda Iscariota
Laurence Olivier …     Nicodemo
Donald Pleasence …     Melchiorre
Christopher Plummer …     Erode Antipa
Anthony Quinn …     Caifa
Fernando Rey …     Gasparre
Ralph Richardson …     Simeone
Rod Steiger …     Ponzio Pilato
Peter Ustinov …     Erode il Grande
Michael York …     Giovanni Battista
Olivia Hussey …     La Vergine Maria
Cyril Cusack …     Yehuda
Ian Holm …     Zerah
Yorgo Voyagis …     Giuseppe

Ian Bannen    …     Amos
Marina Berti    …     Elizabetta
Regina Bianchi    …     Anna
Maria Carta    …     Marta
Lee Montague    …     Habbukuk
Renato Rascel …     Il cieco
Oliver Tobias    …     Joel
Norman Bowler    …     Saturnino
Robert Beatty    …     Proculus
John Phillips    …     Naso
Ken Jones    …     Jotham
Nancy Nevinson    …     Abigail
Renato Terra    …     Abel
Roy Holder    …     Enoch
Lorenzo Monet    …     Gesu a 12 anni
Michael Cronin    …     Eliphaz
Forbes Collins    …     Jonas
Tony Vogel    …     Andrea
Murray Salem    …     Simone  Zelota
Steve Gardner    …     Filippo

Muller    …     Giacomo
John Tordoff    …     Malachia
Keith Washington    …     Matteo
Sergio Nicolai    …     Giacomo II
Isabel Mestres    …     Salome
Bruce Lidington    …     Tommaso
Derek Godfrey    …     Elia
Mimmo Craig    …     Thaddeo
John Eastham    …     Bartolomeo
Robert Davey    …     Daniele
Oliver Smith    …     Saul
George Camiller    …     Hosias
Francis De Wolff    …     Simone il Fariseo
Antonello Campodifiori    …     Ircanus
Tim Pearce    …     Rufus
Paul Curran    …     Samuele
Mark Eden    …     Quartus
Bruno Barnabe    …     Ezra
Simon MacCorkindale    …     Lucius
Lionel Guyett    …     HaggaiJohn Duttine    …     Giovanni
Michael Haughey    …     Nahum
Keith Skinner    …     L’ossesso
Jonathan

Gesu di Nazareth banner cast

Regia:                  Franco Zeffirelli
Sceneggiatura:     Anthony Burgess – Suso Cecchi D’Amico – Masolino D’Amico
Fotografia:     Armando Nannuzzi e David Watkin
Musiche:     Maurice Jarre
Scenografia:     Gianni Quaranta
Costumi:     Marcel Escoffier e Enrico Sabbatini
Casa di produzione:     Rai – Radiotelevisione italiana – ITC-Incorporated Television Company
Casting :           Dyson Lovell

Gesu di Nazareth banner citazioni

Io ho parlato apertamente mi hanno sentito tutti ho insegnato nelle sinagoghe è nel tempio non ho tenuto nulla in segreto , perché allora lo chiedi a me ? chiedilo a quelli che erano con me ? lo sanno quel che io ho detto.

Sono io che dovrei essere battezzato da te e tu vieni da me.

Gesu di Nazareth banner recensioni

“In occasione della Pasqua 78 la Titanus ha stampato, come un santino di lusso, uno special di quattro ore tratto dalle 5 puntate trasmesse dalla TV. Gesù di Nazareth è un tipico saggio della merce religione destinata ai consumatori dell’emisfero capitalista. Nonostante la debolezza delle sue motivazioni culturali e l’evidente ignoranza degli indispensabili aggiornamenti cristologici, l’opera risulta stilisticamente molto elaborata. Nato dalla costola del maestro di Senso, da cui ha ereditato una forte professionalità, il regista fiorentino rappresenta compiutamente il versante deteriore del viscontismo, quando la regia diventa arredamento su uno sfondo ideologico degradato. Girato nella lingua dell’impero americano, sponsorizzato dalle multinazionali, ricco di tutti gli imprimatur della chiesa preconciliare, il Vangelo secondo Zeffirelli è un compromesso fra la messinscena lirica, la passerella di cameo performances e il film storico hollywoodiano. Non solo fa rimpiangere il sublime poverismo di Pasolini, ma sfigura anche nel confronto con il discusso Messia rosselliniano. Ben poco ha da spartire con l’idea del bello e dell’edificante predicata dal film il testo originario di Anthony Burgess, che da buon cattolico convertito si illudeva di regolare in questa sede i suoi difficili conti con il Dio-uomo. L’autore di Un’arancia a orologeria, deluso dalla collaborazione con Zeffirelli, ha dedicato alla figura di Gesù Cristo un romanzo che i primi lettori hanno giudicato originale e problematico.”
Tullio Kezich




aprile 25, 2008 Pubblicato da: | Storico | | Lascia un commento

Agente 007,licenza di uccidere

Agente 007 licenza di uccidere locandina

Agente 007,licenza di uccidere è il primo film per il grande schermo che vede protagonista James Bond,l’agente segreto con licenza di uccidere creato dalla penna di Jan Fleming.In questo primo episodio,della fortunata serie,girato da Terence Young,007 (interpretato da Sean Connery) è in Giamaica,dove l’agente John Strangways e la sua segretaria sono stati uccisi.
Appena giunto nella capitale,Bond viene fotografato da una ragazza,e sale su un taxi.

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Agente 007 licenza di uccidere 1

Poco dopo il tassista muor suicida;era un killer mandato per uccidere Bond,e si suicida per non rivelare l’identità dei mandanti.
Da quel momento è l’inizio di una serie di avventure mozzafiato,nelle quali l’agente segreto riesce a sfuggire alla morte in più occasioni,in compagnia di Honey Ryder,una bella cercatrice di conchiglie,fino allo scontro finale con il Dootr NO, il vero organizzatore degli agguati,un uomo della SPECTRE,l’organizzazione criminale che tenta di controllare tutto il crimine del pianeta.

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La bellissima Ursula Andress è Honey Rider

Il personaggio di James Bond è un po grezzo,e lo stesso Connery non sembra ancora calato nel suo personaggio,ma la ricetta funziona,e il film diventa,nel 1962,un successo planetario,che verrà replicato in seguito nei decenni successivi.
Grande successo ebbe anche Ursula Andress,in virtù della sua prima apparizione nel film,quando,simile a Venere che esce dalle onde,cattura lo sguardo ammirato di Bond.

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 007 licenza di uccidere

Agente 007 licenza di uccidere

un film di Terence Young. Con Sean Connery, Ursula Andress, Joseph Wiseman, Jack Lord, Bernard Lee, Anthony Dawson, Zena Marshall, John Kitzmiller, Eunice Gayson, Lois Maxwell, Peter Burton, Yvonne Shima, Michel Mok
Titolo originale Dr. No. Spionaggio, durata 111 min. – Gran Bretagna 1962.

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Sean Connery: James Bond
Ursula Andress: Honey Ryder
Joseph Wiseman: Dr. No
Jack Lord: Felix Leiter
Bernard Lee: M
Anthony Dawson: Professor Dent
Zena Marshall: Miss Taro
John Kitzmiller: Quarrel
Eunice Gayson: Sylvia Trench
Lois Maxwell: Miss Moneypenny
Peter Burton: Maggiore Boothroyd
Yvonne Shima: Sorella Lily

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Regia Terence Young
Soggetto Ian Fleming
Sceneggiatura Johanna Harwood, Richard Maibaum, Berkely Mather
Fotografia Ted Moore
Montaggio Peter Hunt
Musiche Monty Norman
Scenografia Ken Adam

Agente 007 licenza di uccidere foto

Doppiatori italiani
Pino Locchi: James Bond
Giulio Panicali: Dottor No
Maria Pia Di Meo: Honey Ryder
Renato Turi: Quarrel
Giuseppe Rinaldi: Felix Leiter
Carlo Romano: M
Bruno Persa: Professor Dent
Flaminia Jandolo: Miss Taro
Fiorella Betti: Sylvia Trench
Rosetta Calavetta: Miss Moneypenny
Sergio Tedesco: Maggiore Boothroyd
Miranda Bonansea: Sorella Lily
Gianfranco Bellini: Playdell-Smith
Gianfranco Bellini: Segretario Generale



aprile 24, 2008 Pubblicato da: | 007 | , , , | 2 commenti

C’eravamo tanto amati

C'eravamo tanto amati locandina 1

Tre amici diventati tali durante la guerra di liberazione dal nazifascismo; Nicola, Gianni ed Antonio hanno diviso tutto,la paura,il rischio,la pelle. Ma un bel giorno la guerra finisce,e i tre si separano,ognuno per riprendere una parvenza di vita normale. Nicola torna al suo paese per insegnare, Gianni torna nella natia Pavia per riprendere i suoi studi di giurisprudenza,Antonio ritorna a Roma,dove ad attenderlo c’è un posto da portantino in un ospedale.
Ma la vita è fatta di casualità,cos’ un giorno Gianni ed Antonio si reincontrano;il primo è ormai un avvocato,che aspira a molto più,e ruba la fidanzata al vecchio amico, Luciana,una ragazza con ambizioni cinematografiche.

C'eravamo tanto amati 13

Gianni coglie al volo l’occasione per diventare ricco,sposando una donna ricca ma ignorante, Elide, figlia di un palazzinaro senza scrupoli,e lascia Luciana,che,dopo una breve avventura con Nicola,viene abbandonata anche da quest’ultimo.
Luciana tenta il suicidio,mentre Elide,che è innamorata del marito,che viceversa la disprezza,si trasforma nel tempo in una donna raffinata.
Ma anche se la cosa la realizza,si rende conto che Gianni non la ama,e un giorno trova la morte in un incidente stradale,vittima probabilmente di un suicidio.

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Stefano Satta Flores, Nicola

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Aldo Fabrizi

Le vite dei tre amici proseguono su binari assolutamente dissimili;Antonio,idealista,cerca di cambiare la società,venendo per questo meso in disparte anche sul lavoro.Nicola,insoddisfatto del suo lavoro di insegnante,lascia il suo paesino al sud e va a Roma,dove spera di diventare un critico cinematografico;ma,dopo una breve e sfortunata parentesi di notorietà conquistato con una partecipazione a Lascia o raddoppia,finisce per accettare lavori umili scrivendo sui giornali,patetica figura di intellettuale che vuol cambiare il mondo a suon di polemiche.

C'eravamo tanto amati 1

Federico Fellini e Marcello Mastroianni

I tre si re incontreranno un giorno,seduti alla tavola di un’osteria;è tempo di bilanci,testimoniati dalla frase “Volevamo cambiare il mondo,ma il mondo ha cambiato noi”
Antonio,che è l’unico che coerentemente con se stesso e con quello in cui credeva non ha nulla da rimproverarsi,porta i suoi vecchi amici in un presidio notturno,dove ad attenderli c’è Luciana,che ha sposato il suo primo amore e gli ha dato due figli.

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Stefania Sandrelli

Scola mostra subito,dalle prime inquadrature,quali siano le sue simpatie, tratteggiando le figure dei tre amici in modo diverso;
l’unico a mostrare coerenza nella vita è Nicola,simbolo di una classe sociale che lotta,vive e si impegna,anche lottando contro i mulini a vento.
Il film acquisisce quindi una forte valenza politica, la dove si intravede,dietro il personaggio dell’arrampicatore Gianni, quella classe di malversatori,opportunisti e profittatori ben identificabili politicamente.
Così come Nicola rappresenta quella parte di cultura sempre pronta a contestare ma assolutamente improduttiva politicamente.
Un film che vive di momenti particolarmente intensi,grazie anche alle superbe interpretazioni di Gassman,nel ruolo di Gianni,avvocato con il pelo sullo stomaco;di Nicola,un superbo Stefano Satta Flores,intellettuale inconcludente,e sopratutto di Antonio,l’unico ad essere vero e genuino,uno splendido Nino Manfredi.

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 Giovanna Ralli

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Vittorio Gassman e Aldo Fabrizi

Luciana è una bellissima Stefania Sandrelli, mentre Elide è interpretata da Maria Giovanna Ralli,il cui padre è Aldo Fabrizi,strepitoso nel ruolo del corrotto e laido palazzinaro.
Cameo per Mike Bongiorno,che interpreta se stesso.
Un grande film,premio Cesar 1974 come miglior film straniero.

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Nino Manfredi

C’eravamo tanto amati, un film di Ettore Scola. Con Nino Manfredi, Vittorio Gassman, Aldo Fabrizi, Stefania Sandrelli, Stefano Satta Flores, Giovanna Ralli, Federico Fellini, Isa Barzizza, Marcello Mastroianni, Mike Bongiorno, Fiammetta Baralla, Ugo Gregoretti, Lorenzo Piani, Marcella Michelangeli, Carla Mancini, Livia Cerini, Luciano Bonanni. Genere Commedia, colore 121 minuti. – Produzione Italia 1974

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* Stefania Sandrelli: Luciana Zanon
* Vittorio Gassman: Gianni Perego
* Nino Manfredi: Antonio
* Stefano Satta Flores: Nicola Palumbo
* Aldo Fabrizi: Romolo Catenacci
* Giovanna Ralli: Elide Catenacci
* Elena Fabrizi: moglie di Romolo Catenacci
* Luciano Bonanni: Torquato
* Fiammetta Baralla: Maria

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Regia Ettore Scola
Soggetto Age & Scarpelli, Ettore Scola
Sceneggiatura Age & Scarpelli, Ettore Scola
Produttore Pio Angeletti, Adriano De Micheli per Dean Film
Distribuzione (Italia) Delta (1974)
Fotografia Claudio Cirillo
Montaggio Raimondo Cruciani
Musiche Armando Trovajoli
Scenografia Luciano Ricceri
Costumi Luciano Ricceri

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Citazioni

Devo domandarti una cosa.
Va bene, e allora coraggio.
Sono importante per te adesso?
Importante in che senso? Importante perché sei morta? Ma non lo so… non mi sembra…no, no.
Ma che te possino ammazzarte! Ma perché no?
Elide, perché se una non è stata importante da viva, non lo è nemmeno da morta. Ecco perché.
Bravo ignorante! La morte sublima! Si vede che non hai letto il Sidarta.
No, non l’ho letto il Siddharta.
Eh certo, a me mi obbligavi a leggere, ma tu non leggi mai niente.
Elide, che rottura!”

“Ma che, ma chi l’ha detto? Buttare via la propria vita significa farne il migliore degli usi. Oppure preferite quest’altra battuta, ah? Vivere come ci pare e piace costa poco, perché lo si paga con una cosa che non esiste: la felicità.”

Ti credevo buono e generoso…
Eh, se semo stufati d’esse bboni e generosi!

L’amicizia non è al di sopra di tutto?
Niente è al di sopra di tutto. lo poi sono contrario all’amicizia: è una combutta tra pochi, una complicità antisociale.

Erano tempi duri, ma noi eravamo poveri ma felici, come dicono i ricchi.

Insomma, a me mi piaci, perché sei prima di tutto de cultura, poi sei incorruttibile e tosto. Io amo l’onesti, perché nell’onesti c’è quella purezza che, se je capita l’occasione, diventano tarmente mascalzoni che t’ammolleno le fregature pejo de li mascalzoni diciamo normali.

Eh… Che ha fatto Nicola? Ha preso a calci la famiglia, la carriera, e a coronamento di tutto è finito a scribacchiare critiche cinematografiche firmando “vice”.
Ah, è lui “vice”? Ma allora scrivi su un sacco de giornali!

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C'eravamo tanto amati foto 3

C'eravamo tanto amati foto 2




aprile 24, 2008 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , , , , | Lascia un commento

Excalibur

Excalibur locandina

Una delle opere cinematografiche che meglio coniuga leggenda,storia e letteratura,è Excalibur di John Boorman. Perché attraverso tre ore di grande cinema, si assiste ad un tentativo riuscito di rendere visivamente l’affascinante storia di re Artù e i romanzi di De Troyes,mescolando con sapienza musica wagneriana e la Carmina burana, le gesta di Lancillotto e quelle di Merlino,attraverso paesaggi quasi fiabeschi,sospesi in un mondo che sa di favola,pur essendo terribilmente crudele.

Excalibur 6

Così vediamo Artù,strappato dal mago Merlino a suo padre.Uther Pendragon e a sua madre Higray,crescere all’ombra del grande mago,in attesa di compiere le antiche profezie: diventare il re che unifica la Britannia e ridare libertà e prosperità al suo popolo.

Excalibur 10

I romanzi di De Troyes si fondono con quelli di Goffredo di Monmouth;vediamo Artù crescere,ed estrarre dalla roccia Excalibur,la spada del potere;riuscire,con coraggio e sangue freddo,a mettere d’accordo nobili e cavalieri,creando per loro una sorta di gran consiglio,la tavola rotonda,rotonda perché chiunque segga adessa sia allo stesso livello di grado e di dignità di chi gli siede accanto.

Excalibur 1

Excalibur 2

Facciamo così conoscenza di Galahad,di Lancillotto,l’unico che batte in combattimento Artù,che per sconfiggerlo distruggerà Excalibur,riottenendo la spada solo grazie all’intervento della Dama del lago. Conosciamo così Parsifal,che da semplice scudiero di Lancillotto diventerà cavaliere,colui che riporterà Camelot la città di Artù,all’antico splendore;conosciamo Ginevra,che sposa Artù,e che poi tradisce con il suo migliore amico,Lancillotto,con tanti sensi di colpa,ma anche con imbarazzante semplicità.

Boorman mescola storie e individualità,riuscendo comunque a mantenere un canovaccio che non si allontani troppo dalle avventure narrate da Monmouth e De Troyes.

Excalibur 3

Così assistiamo alla comparsa di Morgana,sorellastra di Artù,che diviene allieva del grande Merlino,dal quale impara le conoscenze arcane e magiche;e assistiamo alle prime beghe all’interno della tavola rotonda,che culmineranno nelle accuse di infedeltà alla regina Ginevra,che verrà difesa proprio dall’umile scudiero,Parsifal,e successivamente da Lancillotto. E’ il punto più alto dello splendore di Camelot,che ben presto rovina e frana moralmente.

Excalibur 4

Perché Morgana,grazie alle sue arti magiche seduce re Artù e rimane incinta;Merlino,soggiogato dalla abilità della maga,scompare di scena,relegato nella terra delle ombre,nè morto nè vivo,in animazione sospesa. La saga a questo punto vira di colpo,trasformandosi in tragedia:Artù scopre il tradimento della moglie,ma non ha il coraggio di uccidere i due amanti.

Excalibur 5

Abbandona la spada regale,Excalibur,e precipita,ben presto in un’abulia totale,che coinvolge anche tutto ciò che lo circonda. Nel frattempo Morgana diventa sempre più potente; affina le sue armi e cresce suo figlio,l’incestuoso Mordred, nell’odio verso suo padre. A Camelot i Cavalieri della tavola rotonda si rendono conto che solo il Santo Graal,la coppa della vita,con il suo esempio e valore di purezza,può riportare tutto alla normalità,riportando alla vita la terra e Artù,che sono intimamente connessi.

Excalibur 7

Partono tutti,ma tornerà solo Parsifal,che riuscirà a scoprire il segreto del Graal. E’ l’inizio dell’apoteosi finale.Aiutato dal Graal,da Merlino,tornato solo per l’occasione dal regno delle ombre, Artù affronta in battaglia il potente esercito di Mordred,riuscendo a sconfiggerlo ma morendo in combattimento.

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Sarà Parsifal a restituire Excalibur alla Dama del lago,in attesa di un re di valore,puro di cuore,che possa nuovamente impugnarla. Artù morto viene trasportato dagli spiriti verso Avalon.

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Se la trama risente di qualche forzatura,è però quasi del tutto convincente. La storia dei Cavalieri della tavola rotonda,di Artù e di Merlino trasporta lo spettatore in un mondo magico,fatto di uomini veri,con vizi e virtù,ma imbevuti di ideali forti e pregnanti E alla fine non ti accorgi che sono passate tre ore, che in fin dei conti di scene di battaglie ne vedi all’inizio e alla fine del film,e che il resto del tempo lo impieghi a seguire le vicende di Gauwein,di Galahad,di Parsifal….

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E che la leggenda,alle volte,affascina molto più del reale,quasi da farti provare una nostalgia acuta per personaggi e ambienti in cui avresti vissuto volentieri.

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Excalibur, un film di John Boorman. Con Nicholas Clay, Helen Mirren, Nigel Terry, Nicol Williamson, Liam Neeson, Corin Redgrave, Gabriel Byrne, Charley Boorman, Patrick Stewart, Keith Buckley, Cherie Lunghi, Brid Brennan, Clive Swift, Ciarán Hinds, Katrine Boorman, Robert Addie, Barbara Bryne, Paul Geoffrey, Niall O’Brien, Ciarin Hinds, Liam O’Callaghan, Michael Muldoon, Manix Flynn, Garrett Keogh, Emmet Bergin. Genere Fantastico, colore 140 minuti. – Produzione Gran Bretagna 1981.

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Nigel Terry: Re Artù
Nicol Williamson: Merlino
Helen Mirren: Morgana
Nicholas Clay: Lancillotto
Cherie Lunghi: Ginevra
Paul Geoffrey: Parsifal
Robert Addie: Mordred
Gabriel Byrne: Uther Pendragon
Keith Buckley: Uryens
Katrine Boorman: Igrayne
Liam Neeson: Galvano
Corin Redgrave: Duca di Cornovaglia
Niall O’Brien: Kay
Patrick Stewart: Leodegrance
Clive Swift: Sir Hector
Ciarán Hinds: Lot
Eamonn Kelly: abate

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Regia John Boorman
Soggetto da Le Morte d’Arthur di Thomas Malory
Sceneggiatura Rospo Pallenberg, John Boorman
Produttore John Boorman
Michael Dryhurst (associato)
Produttore esecutivo Robert A. Eisenstein, Edgar F. Gross
Casa di produzione Orion Pictures Corporation
Fotografia Alex Thomson
Montaggio John Merritt
Donn Cambern (non accreditato)
Musiche Trevor Jones
Scenografia Anthony Pratt; Tim Hutchinson (architetto scenografo)
Bryan Graves (arredatore)
Costumi Bob Ringwood


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Pino Colizzi: Re Artù
Maria Pia Di Meo: Morgana
Emanuela Rossi: Ginevra
Sergio Rossi: Merlino
Loris Loddi: Lancillotto
Romano Ghini: Parsifal
Sandro Acerbo: Mordred
Romano Malaspina: Uther Pendragon
Sandro Iovino: Uryens
Simona Izzo: Igrayne
Paolo Poiret: Galvano
Gianni Marzocchi: Duca di Crnovaglia
Luciano De Ambrosis: Kay
Renato Mori: Leodegrance
Sergio Fiorentini: Sir Hector
Roberto Villa: abate
Vittorio Stagni: capitano di Mordren
Mario Milita: cavaliere di Re Artù

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Excalibur banner citazioni

La maledizione degli uomini è che essi dimenticano. (Mago Merlino)
Anál nathrach, orth’ bháis’s bethad, do chél dénmha. (Mago Merlino)
Anni per costruire. Attimi per distruggere e tutto questo per colpa di una donna! (Mago Merlino)
Ti ho amato come re. A volte come marito. Ma non si può guardare troppo a lungo il sole. (Ginevra)
Il Re senza una spada! La terra senza un Re! (Lancillotto)
Il Drago è ovunque. Il Drago è in ogni cosa. Le sue squame brillano nella corteccia degli alberi. Il suo ruggire si sente nel vento. E la sua forcuta lingua colpisce come il fulmine. (Mago Merlino)
Non ero destinato ad una vita umana, ma ad essere l’essenza di memorie future. La fratellanza d’armi è stato un breve inizio, un bel momento, che non può essere dimenticato. E poiché esso non sarà dimenticato, quel bel momento potrà ripetersi. Ora, ancora una volta, devo guidare i miei cavalieri a difendere ciò che è stato. E il sogno di ciò che potrebbe essere… (Artù)
Rinunzio ai miei castelli e alle mie terre, qui è il mio dominio, dentro questa pelle di metallo. E do in pegno tutto ciò che ancora ho: la mia carne, le mie ossa, il mio sangue e il cuore che lo pompa. (Lancillotto)
La più grande qualità di un cavaliere: Verità: Quando un uomo mente assassina una parte del mondo. (Mago Merlino)
Io mi sto consumando, non posso morire e non posso vivere. (Artù)
Non sapevo quanto la mia anima fosse vuota finché non è stata riempita. (Artù)
Preparatevi a combattere, cavalcherete di nuovo col vostro re. (Artù)
Ho vissuto troppo a lungo attraverso gli altri, Lancillotto ha sorretto il mio onore e Ginevra la mia colpa, Mordred i miei peccati, i miei cavalieri hanno combattuto le mie cause, ora, fratello mio, io sarò RE. (Artù)

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aprile 21, 2008 Pubblicato da: | Avventura | , , | Lascia un commento

Anonimo veneziano

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Due vite distanti,separate dalla vita. Lui,un musicista d’oboe,che voleva diventare direttore d’orchestra e che sta per dirigere finalmente la sua prima opera,lei è la sua ex moglie,che da lui ha avuto un figlio e che va a Venezia a trovarlo,dopo sette anni. Due destini che si incontrano per l’ultima volta,perchè lui è ormai in fin di vita per un cancro alla testa.

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Florinda Bolkan

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Toni Musante

Sullo sfondo di una Venezia crepuscolare e romantica,lui e lei consumano gli ultimi giorni,entità ormai estranee,anche se ancora legate da un filo invisibile.

Lui sa che deve morire,ha anche scritto una lettera alla moglie,che non ha mai spedito,nella quale racconta la decisione di farla finita,per paura della sofferenza e della decadenza fisica. Un film romantico e disperato,una storia di destini paralleli,una storia di parole,a volte crudeli, dette ma in fondo non sentite.

Perchè l’amore è anche dolore,non sempre gioia.

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Tratto dal romanzo di Berto,e ottimamente diretto da Enrico Maria Salerno,un film molto bello e intenso,ben recitato da Musante e da un’affascinante Florinda Bolkan,con musiche davvero struggenti di Stelvio Cipriani.Segnalazione, ovviamente, per la fotografia, che illumina di una luce romantica una Venezia quasi sospesa nel tempo; la città lagunare ben si presta a fare da cornice ad amori di tutti i tipi,ed Enrico Maria Salerno ne rende l’atmosfera con sincera malinconia, quasi ad incastonare la storia d’amore, tragica ed immensa, ma allo stesso tempo piccola e privata, dei due coniugi.

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Due parole sulla Bolkan; è al suo primo ruolo importante, e rende il suo personaggio delicato e struggente, grazie anche all’estrema espressività del volto e alla sua bellezza quasi irreale, che ben si incastona nella Venezia decadente e romantica su descritta.

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Anonimo veneziano
Un film di Enrico Maria Salerno. Con Florinda Bolkan, Tony Musante, Toti Dal Monte, Brizio Montinaro, Giuseppe Bella. Genere Drammatico, colore 94 minuti. – Produzione Italia 1970.

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Florinda Bolkan: Valeria
Tony Musante: Enrico
Toti Dal Monte: donna che mostra la casa a Enrico e Valeria

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Regia Enrico Maria Salerno
Soggetto Enrico Maria Salerno, Giuseppe Berto
Produttore Turi Vasile per Ultra Film
Distribuzione (Italia) INTERFILM (1970)
Fotografia Marcello Gatti
Montaggio Mario Morra
Musiche Stelvio Cipriani
Scenografia Luigi Scaccianoce

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aprile 20, 2008 Pubblicato da: | Drammatico | , , | Lascia un commento

Arancia meccanica

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C’è un non sense immediato,assoluto e totalizzante sin dal primo fotogramma del film.
Sappiamo di cosa parla, noi che abbiamo letto A clockwork orange di Burgess; e sappiamo anche che la violenza di Alex e dei suoi drughi non può essere giustificata ne approvata.
Pur tuttavia proviamo simpatia per lui, quando viene sottoposto alla cura Ludovico, ben sapendo comunque che l’espiazione del male passa necessariamente attraverso la punizione.
Proviamo sollievo,quindi.
E dispiacere.

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“«Eccomi là: cioè, Alex e i miei tre drughi. Cioè Pete, George e Dim. Ed eravamo seduti nel Korova Milk Bar arrovellandoci il gulliver per saper cosa fare della serata. Il Korova Milk Bar vende più o meno latte rinforzato con qualche droguccia mescalina che è quello che stavamo bevendo. E’ roba che ti fa robusto e disposto all’esercizio dell’amata ultraviolenza.»

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Quattro amici,la violenza come compagnia e come affermazione dell’io.
Assorbita,metabolizzata e infine omologata da quella società in cui essi vivono.
Piena di contraddizioni e di moralismi,violenta a sua volta,di una violenza sottile e impalpabile,fatta com’è da un miscuglio di ordine e potere.
Quel potere a cui i quattro,inconsapevolmente,si sottraggono,violandone le leggi,assumendo droghe,stuprando e pestando,rubando e commettendo quanto di peggio un individuo possa fare.
In Arancia meccanica però c’è una metamorfosi della violenza,che muta e diventa il simbolo del libero arbitrio:i protagonisti scelgono coscientemente l’opposizione a quella società che non riesce ad assimilarli.

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E non riuscendo ad assimilarli,deve combatterli.
Ma se il messaggio fosse solo questo,Kubrick avrebbe fatto e detto solo cose incomplete.
Così le vicende dei quattro ad un certo punto si separano.
Nel gruppo c’è un leader,Alex,che però finisce per diventare una perifrasi del potere,quello stesso potere a cui i quattro sembrano incapaci di adeguarsi.
La vicenda di Alex si stacca da quella degli amici,che durante uno dei riti a cui partecipano,subito dopo lo stupro avvenuto ai danni di una donna,con l’ausilio di un gigantesco fallo di pietra,colpiscono e lasciano solo,di fronte alla legge,il giovane che non è più un punto di riferimento,ma solo un tiranno,rappresentante del potere dal quale fuggono.

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Per Alex si spalancano le porte del carcere.
E’ il trionfo della società civile,mentre per il giovane è l’inizio del percorso di redenzione.
Per lui è pronta la cura Ludovico,un trattamento fatto con psicofarmaci e dosi massicce di violenza assorbite mediante la proiezione di filmati.
Che vanno da semplici atti di violenza fino alla cieca e insensata violenza nazista,apologo e termine di quanto di peggio l’uomo abbia potuto fare nei confronti dei suoi simili.
Per Alex è una discesa agli inferi.
L’amata ultraviolenza si mescola alla visione di scene da incubo,rese più vivide e allucinate dalla colonna sonora che fa da sfondo alle immagini,composta da quel Ludwig Van Beethoven che è uno dei suoi punti di riferimento.
Curare la violenza con una violenza,più sottile e strisciante.
Può sembrare l’uovo di Colombo,e difatti almeno all’apparenza la normalità sembra ristabilita.
Alex viene portato davanti alla commissione che deve valutare sulle sue reali possibilità di recupero e reinserimento nella società civile.
Su un piccolo palco,resiste senza reagire alla violenza che viene questa volta indirizzata verso la sua persona. Prova anche un senso di ripulsa verso la splendida ragazza che gli si offre nuda.

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A nulla vale il severo ammonimento del cappellano,che intuisce il pericolo dell’annichilimento della volontà.
Il libero arbitrio è fondamentale,dice.
Per la commissione il risultato dell’esperimento è pienamente soddisfacente.
E per Alex si aprono le porte della prigione,verso la libertà.
Ma fuori quel mondo che lui ha colpito ferocemente lo ripaga con la stessa moneta.
I suoi ex amici,passati dalla parte del potere,lo pestano a sangue,così come fa un barbone che aveva sperimentato la folle violenza dei drughi.Nella sua famiglia non c’è posto per lui,e la discesa all’inferno continua.

Il percorso di redenzione è appena iniziato.
Livido e pesto,dopo il brutale trattamento a cui è stato sottoposto dai due agenti,ex compagni di trascorsi,viene scaricato in aperta campagna,davanti alla porta di un villino isolato.
Viene accolto da un intellettuale progressista oppositore del governo, a cui racconta il trattamento subito.
Mentre è in bagno,avvolto da una soffice coperta di schiuma,ad Alex viene in mente il motivetto che canticchiava durante le aggressioni.

Singing in the rain
I’m singin’ in the rain,
Just singin’ in the rain,
What a glorious feeling,
I’m happy again!
I’m laughing at clouds,
So dark up above,
The sun’s in my heart,
And I’m ready for love.

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Per l’intellettuale è un colpo al cuore.
D’un tratto ricorda l’aggressione subita tempo addietro,che lo ha reso invalido.
E collega la presenza di Alex,la cura Ludovico ad un fato sinistro.
E’ il momento della vendetta,e stà per compiersi il rituale di purificazione di Alex.
Lo scrittore convoca due parlamentari,costringe il giovane a raccontare l’odissea della rieducazione,
e dopo averlo stordito con del vino drogato,lo chiude in soffitta.
Il suono continuo,martellante e ossessivo dell’amato Beethoven che si diffonde nella casa,divenuto intollerabile,spinge Alex a buttarsi dalla finestra.
La storia volge al termine.

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Ricoverato in una clinica,con le ossa fratturate per il volo fatto,riceve la visita del premier.
Per lui la vita stà per cambiare nuovamente.
Travolto dallo scandalo,il governo offre al giovane un ritorno alle origini,un colpo di spugna sul suo passato.
Per lui è pronto un premio.
Mentre le note dell’inno alla gioia vengono sostituite da Singing in the rain,sullo schermo scorrono le immagini di un rapporto erotico a tre tra Alex e due donne.
Il suo sguardo rapito,in cui si mescolano libidine e tracce degli antichi sentimenti,chiude il film.

Se veniamo privati della possibilità di scegliere tra il bene e il male perdiamo la nostra umanità? – chiede Kubrick – Diventiamo come suggerisce il titolo “un’arancia meccanica”?
In fondo è la domanda che lo spettatore si pone nelle brevi pause del film,quelle parti didascaliche che si inseriscono nella storia,sempre però collegate al filo logico di partenza.
La riflessione sulla violenza,anticipata da Kubrick in un momento in cui la società incominciava a fare i conti con la sua presenza nel quotidiano,anticipata anche da efferati fatti di sangue assolutamente irrazionali,posto che nella violenza ci sia un margine di razionalità,porta lo spettatore a interrogarsi realmente su essa.
Non solo.
Alex diventa il simbolo dell’uomo irrazionale,tutto istinto e illogicità.

Alla fine,tra le molteplici domande che lo spettatore si pone,una spicca su tutte: quanto siamo in effetti dotati di libero arbitrio?
Kubrick non fornisce risposte,almeno non visibili chiaramente.
In assoluto a prevalere sono le domande.
E le reazioni politiche e sociali al film,con le accuse di essere un manifesto fascista,mostrano fondamentalmente quanto poco fosse stato recepito il messaggio del regista,all’epoca in cui il film fù presentato.
Un film che è invece assolutamente equidistante,dalla politica.
Che è,viceversa,un’indagine sulla mente e sull’uomo,sulla sua parte oscura.
Ed è,contemporaneamente,una denuncia del potere,in qualsiasi forma esso venga rappresentato nel quotidiano.
In fondo possono valere le riposte date da Burgess a chi chiedeva se Kubrick avesse o no distorto il suo messaggio originale.

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“Da un punto di vista teologico, il male non è misurabile. Eppure io credo nel principio che un’azione possa essere più malvagia di un’altra, e che l’atto ultimo del male sia la disumanizzazione, l’assassinio dell’anima – il che ci riporta a parlare della possibilità di scegliere tra azioni buone e cattive. Imponete a un individuo la possibilità di essere solo e soltanto buono, e ucciderete la sua anima in nome del bene presunto della stabilità sociale. La mia parabola e quella di Kubrick vogliono affermare che è preferibile un mondo di violenza assunta scientemente – scelta come atto volontario – a un mondo condizionato, programmato per essere buono o inoffensivo. “
Ed’ è anche la summa della posizione dei due,che possiamo condividere o no,ma dalle quali ricaviamo tanti di quei punti di riflessione da poter dire che raramente un film ha saputo mettere in chiaro problemi così complessi.
Piaccia o no,Arancia meccanica è il cinema della visione e dell’intelletto,un tipo di cinema che diventa espressione compiuta e punto d’arrivo.
Quello che si sintetizza con una sola parola: capolavoro

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(A Clockwork Orange)

Un film di Stanley Kubrick. Con Malcolm McDowell, Patrick Magee, Adrienne Corri, Michael Bates, Warren Clark, John Clive, Carl Duering, Paul Farrell, Clive Francis, Michael Gover, Miriam Karlin, James Marcus, Sheila Raynor, Philip Stone, Anthony Sharp, Godfrey Quigley, David Prowse. Genere Drammatico, colore 137 minuti. – Produzione Gran Bretagna 1971.

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La celebre sequenza dello stupro

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Arancia meccanica banner protagonisti

Malcolm McDowell: Alex DeLarge
Patrick Magee: sig. Alexander
Michael Bates: capo guardia
Warren Clarke: Dim
John Clive: attore teatrale
Adrienne Corri: sig.ra Alexander
Carl Duering: dr. Brodsky
Paul Farrell: vagabondo
Clive Francis: pensionante
Michael Gover: governatore della prigione
Miriam Karlin: Catlady
James Marcus: Georgie
Aubrey Morris: Deltoid
Godfrey Quigley: cappellano della prigione
Sheila Raynor: mamma
Madge Ryan: dr.ssa Branom
John Savident: cospiratore
Anthony Sharp: ministro
Philip Stone: babbo
Pauline Taylor: psichiatra
Margaret Tyzack: cospiratrice

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Regia Stanley Kubrick
Soggetto Anthony Burgess (Arancia meccanica)
Sceneggiatura Stanley Kubrick
Produttore Stanley Kubrick
Produttore esecutivo Max L. Raab, Si Litvinoff
Casa di produzione Warner Bros. A Kinney Company
Distribuzione (Italia) Warner Bros.
Fotografia John Alcott
Montaggio Bill Butler
Effetti speciali Sandy DellaMarie, Mark Freund
Musiche Walter Carlos
Tema musicale Nona sinfonia in Re minore, Op. 125 (Ludwig van Beethoven)
Scenografia John Barry
Costumi Milena Canonero
Trucco Fred Williamson, George Partleton, Barbara Daly

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Adalberto Maria Merli: Alex
Silvio Spaccesi: sig. Alexander
Mario Maranzana: capo guardia
Paolo Modugno: Dim
Pier Angelo Civera: attore teatrale
Benita Martini: sig.ra Alexander, cospiratrice
Mario Feliciani: dr. Brodsky, cappellano prigione
Corrado Gaipa: vagabondo
Paolo Ferrari: pensionante
Renato Turi: governatore della prigione
Lilla Brignone: Catlady
Luigi Diberti: Georgie
Oreste Lionello: Deltoid
Mario Feliciani: cappellano della prigione
Wanda Tettoni: mamma
Renzo Montagnani: cospiratore
Romolo Valli: ministro
Gianni Bonagura: papa
Valeria Valeri: psichiatra
Marcello Tusco: Vice-Ministro
Massimo Foschi: Tom, Julian
Luigi Casellato: Brigadiere
Piero Tiberi: Pete
Alida Cappellini: ragazza al negozio di dischi
Romano Malaspina: centralinista, agente
Renato Cortesi: ragazzo al negozio di dischi

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“Eccomi là. Cioè Alex e i miei tre drughi. Cioè Pit, Georgie e Dim. Eravamo seduti nel Korova milkbar arrovellandoci il gulliver per sapere cosa fare della serata. Il Korova milkbar vende ” latte+ “, cioè diciamo latte rinforzato con qualche droguccia mescalina, che è quello che stavamo bevendo. È roba che ti fa robusto e disposto all’esercizio dell’amata ultraviolenza.”

“Una cosa che non mi era mai piaciuta era la vista di un vecchio sporco sbronzo, che abbaia canzonacce care ai suoi padri e procede di rutto in rutto come se avesse tutta una lurida orchestra nelle sue putride budella”

“Fu nei paraggi del teatro abbandonato che ci imbattemmo in Billyboy e i suoi quattro drughi, si apprestavano a somministrare una lieve dose del dolce su e giù a una piangente giovane devočka catturata a questo scopo.”

“Oh oh oh. Ma questo è il grasso puzzoso Billigoa de Billyboy in carne e ossa. Come ti porti, tu, sgonfia palla di grasso puzzolente, unto e bisunto? Ne gradiresti una nelle balle? Se di balle ne hai tu, gelatinoso eunuco.”

“Doobidoob. Forse un po’ stancuccio. Meglio chiuderla la bocca. Il buon lettuccio chiama adesso. Andiamocene a casuccia a farci un po’ di spatchka. Right right?”

“È buffo come i colori del vero mondo divengano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo.”

“Non posso avere la nausea quando ascolto Ludovico Van… vi prego… Lasciate stare Beethoven, lui non ha fatto niente, ha scritto solo Musica!”

” Un usignolo era entrato nel milkbar. E tutti i più malenchi peli del mio intero plotto si drizzarono dall’emozione. E brividi su e giù come malenche lucertoline su e giu. Perché l’aria io la sapevo. Era un pezzo della gran nona del Ludovico Van.”

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Allora che si fa, eh?

C’ero io, cioè Alex, e i miei tre soma, cioè Pete, Georgie, e Bamba, Bamba perché era davvero bamba, e si stava al Korova Milkbar a rovellarci il cardine su come passare la serata, una sera buia fredda bastarda d’inverno, ma asciutta. Il Korova era un sosto di quelli col latte corretto e forse, O fratelli, vi siete scordati di com’erano quei sosti, con le cose che cambiano allampo oggigiorno e tutti che le scordano svelti, e i giornali che nessuno nemmeno li legge. Non avevano la licenza per i liquori, ma non c’era ancora una legge contro l’aggiunta di quelle trucche nuove che si sbattevano dentro il vecchio mommo, così lo potevi glutare con la sintemesc o la drenacrom o il vellocet o un paio d’altre robette che ti davano un quindici minuti tranquilli tranquilli di cinebrivido stando ad ammirare Zio e Tutti gli Angeli e i Santi nella tua scarpa sinistra con le luci che ti scoppiavano dappertutto dentro il planetario. O potevi glutare il latte coi coltelli dentro, come si diceva, e questo ti rendeva sviccio e pronto per un po di porco diciannove, ed è proprio quel che si glutava la sera in cui sto cominciando questa storia.

 

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aprile 18, 2008 Pubblicato da: | Drammatico | | 4 commenti

La casa dalle finestre che ridono

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La casa dalle finestre che ridono nasce dopo il clamoroso fiasco ai botteghini di Bordella,opera pretenziosa di Avati,cosa che aveva allontanato dal regista i grossi produttori.
Con un budget ridotto all’osso,poco meno di 150 milioni di lire,contro gli oltre duecento delle varie produzioni,Pupi Avati gira un film in sordina ,senza grosse speranze di ritorno economico.
Il soggetto lo cura con Maurizio Costanzo,con Gianni Cavina (che reciterà nel film),con suo fratello Antonio.
Per il cast,visto il budget bassissimo,Avati ripiega su un semisconosciuto Lino Capolicchio,su Gianni Cavina e su una giovanissima e affascinante Francesca Marciano.

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Se non ci sono soldi,ci sono le idee,c’è la voglia di realizzare un thriller di stampo gotico basato più sull’atmosfera che sugli effettacci,un po’ quello che aveva fatto Dario Argento con Profondo rosso,divenuto un clamoroso caso ai botteghini.
Come controfigure si usano gli stessi attori,che si sdoppiano in più vesti:le ombre che compaiono nel film sono gli stessi attori,l’ambientazione è spartana,e la location del film viene scelta con cura.

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E’ un paesino della bassa padana,in provincia di Ferrara,nelle valli di Comacchio,dove “non ci sono ormai più anguille”.
Il film inizia con l’arrivo in paese di un restauratore,chiamato al difficile compito di ripristinare un San Sebastiano agonizzante affrescato nella chiesa del paese da Buono Legnani,detto il pittore delle agonie,per la sua discutibile abitudine di ritrarre gente in punto di morte.

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L’atmosfera del posto,nonostante il sole splendente e una certa pigrizia e indolenza dei suoi pochi abitanti,è cupa,lugubre.
Piccola nota di vita è l’arrivo della giovane maestrina chiamata a sostituire la precedente,donna dalla moralità non proprio irreprensibile,con la quale il giovane restauratore avrà una breve e fugace relazione.
Nel paese c’è anche un vecchio amico del restauratore,Mazza,che sembra sconvolto da qualcosa che ha scoperto.

Capolicchio si imbatte anche in strani personaggi,come l’enigmatico parroco,in Livio,il giovane sagrestano fuori di testa e in Coppola,strana figura di alcolizzato tenuto a distanza da tutti.E nel frattempo inizia a lavorare al restauro,scoprendo,poco per volta,che parte di esso è stato inspiegabilmente coperto.
Và ad alloggiare in una strana casa,dove vive una donna all’apparenza molto malata,e dove inizia a imbattersi in strane fenomeni.

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Riceve telefonate minatorie,alle quali,almeno all’inizio,non da gran peso.
L’atmosfera del film resta tesa, e lascia immaginare storie segrete sepolte dall’omertà dei suoi enigmatici abitanti. L’unico che mostra di voler stabilire un rapporto con il restauratore è Coppola,l’alcolizzato sempre più emarginato dagli abitanti del paese.

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Capolicchio si imbatte in un magnetofono,nel quale c’è un nastro registrato dal pittore folle,e subito dopo assiste,inorridito,al “suicidio” dell’amico Mazza.
Il giovane inizia a capire che il paese nasconde un oscuro e terribile segreto quando trova l’agenda di Mazza,nella quale l’uomo racconta l’oscura storia di Buono Legnani,delle sue due sorelle e dell’innaturale rapporto che legava i tre.
Contemporaneamente,inizia una relazione sentimentale con Francesca,la giovane maestrina,che con l’avanzare del tempo,mostrerà di aver percepito l’aura di malvagità che circonda il paese.

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Mentre lo stato del restauro avanza,mostrando al fianco del San Sebastiano l’inquietante presenza di due sinistre figure femminili,il giovane scopre la casa nativa del pittore Legnani,una casa decorata con finestre che ridono.
Gli eventi incalzano. Guidato da Coppola,scopre che nel giardino della casa ci sono resti umani.
Al suo ritorno a casa,trova Francesca,alla quale aveva promesso di andar via,morta in maniera orribile;scopre che qualcuno ha danneggiato,in maniera irreparabile l’affresco maledetto,cancellando le due figure femminili da esso. Recatosi con i carabinieri nella casa di Legnani,assiste agli scavi di questi ultimi nel posto in cui c’erano i resti umani,per scoprire che qualcuno ha provveduto ad occultare tutto.
Gli eventi precipitano.

Coppola viene ritrovato annegato e lui torna nella casa dove abita,dove scopre parte del segreto che essa nasconde:l’anziana signora che si fingeva malata è in realtà sanissima,e in compagnia di un’altra donna sta martirizzando il giovane sagrestano Livio.
Le due donne,che sono in effetti le due sorelle del pittore maledetto,custodiscono in un armadio i resti di Buono,a cui dedicano le incolpevoli vittime sacrificali su cui riescono a mettere le mani.
Il restauratore,ferito da una pugnalata di una di esse,riesce a scappare con la moto di Coppola,e si reca in paese,dove però trova solo finestre chiuse:nessuno lo aiuta.

Cerca rifugio in chiesa e qua il dramma giunge a compimento.
Il parroco non è altri che l’altra sorella del pittore,e si avvicina minacciosamente al giovane.
Il film termina con il rumore delle sirene della polizia in lontananza,lasciando aperto il finale a più soluzioni.
Una trama lineare,semplice.

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La musica di fondo,essenziale e ben ritmata,scandisce i tempi del film,rendendolo cupo in maniera straordinaria.
Ma è l’atmosfera in cui è immerso il film ad essere perfetta: La trama non ha cedimenti e,di conseguenza,si sviluppa in maniera perfetta.
Sono passati trent’anni dalla sua uscita e i proprietari dei diritti della pellicola,divenuta nel frattempo un autentico cult,hanno deciso di rimasterizzarla grazie alle nuove sofisticate tecniche di elaborazione digitale.
Sono così scomparsi tutti gli ingiallimenti,lo spolverio tipico delle pellicole datate.
Ripulita e messa a nuovo,la pellicola resta assolutamente godibile.


Per chi decidesse di acquistare il Dvd,che ha sostituito la vecchia video VHS sul mercato,una piacevolissima sorpresa.
Il cast spiega i dietro le quinte,ci sono interviste a Capolicchio,ai fratelli Avati,a Cavina.
Che raccontano,divertiti,le difficoltà in cui si imbatterono all’epoca delle riprese del film.
Simpatica la descrizione di Capolicchio di un dietro le quinte accaduto mentre si girava la scena dell’accoltellamento del restauratore.

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Capolicchio racconta di essersi dimenticato letteralmente di essere coperto di sangue,e di essersi recato in un bar del paese,accolto dagli sguardi sgomenti della gente.
Avati racconta come durante gli ultimi ciack abbiano avuto a che fare con le scosse del terremoto del Friuli,e di come abbia consigliato alla troupe di ripararsi sotto il campanile della chiesa!

Un film nato per caso,ma diventato con il passare del tempo,un cult autentico.
Prova geniale di un cinema povero di mezzi,ricco di idee,in grado di figurare egregiamente al fianco delle maggiori produzioni d’oltralpe.
Con Profondo rosso,La casa dalle finestre che ridono è da considerarsi il gotico-thriller più riuscito della storia del cinema italiano.

La casa dalle finestre che ridono
Un film di Pupi Avati. Con Gianni Cavina, Lino Capolicchio, Giulio Pizzirani, Francesca Marciano, Bob Tonelli, Pina Borione,
Eugene Walter, Pietro Brambilla. Genere Drammatico, colore 110 minuti. – Produzione Italia 1976.

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Lino Capolicchio

Francesca Marciano

Gianni Cavina

La casa dalle finestre che ridono banner personaggi

Lino Capolicchio     …     Stefano
Francesca Marciano    …     Francesca
Gianni Cavina    …     Coppola
Giulio Pizzirani    …     Antonio Mazza
Bob Tonelli    …     Solmi
Vanna Busoni    …     Insegnante
Pietro Brambilla    …     Lidio
Ferdinando Orlandi    Poliziotto
Andrea Matteuzzi    …     Poppi
Ines Ciaschetti    …     Concierge
Pina Borione    …     Donna paraplegica
Flavia Giorgi    …     Moglie di Poppi
Arrigo Lucchini    …     Grocer
Luciano Bianchi    …     Franchini

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Regia Pupi Avati
Sceneggiatura: Antonio Avati, Pupi Avati,Gianni Cavina, Maurizio Costanzo
Prodotto da : Antonio Avati, Gianni Minervini
Musiche: Amedeo Tommasi
Editing: Giuseppe Baghdighian
Costumi: Luciana Morosetti
Effetti speciali: Luciano Anzellotti, Giovanni Corridori

La casa dalle finestre che ridono banner recensioni

“Magico, straordinario capolavoro dell’horror italiano, che turba per la capacità di far scaturire l’orrido e il fantastico dal quotidiano. Flashback da antologia. Spiazzante, indimenticabile, sbalorditivamente perfetto l’ultimo minuto di film. La seconda visione sorprende per la percepita perfezione degli incastri. “As flores do amor, flores lindas do meu jardim, para vocês…”

“Film visivamente molto suggestivo e riuscito con alcune originalità: è un noir con venature horror ambientato nella bassa padana (terra spesso adoperata come pretesto per pellicole decisamenti di alto registro). Avati cura nei particolari la messa in scena e la direzione degli attori, tutti molto bravi (in particolare Cavina, attore poco e male utilizzato dal cinema che conta). Il limite del film è la qualità altalenante della sceneggiatura, che spesso presenta elementi improbabili dal punto di vista narrativo.”

“L’ambientazione solare, la presenza di uomini di Chiesa (e quindi atti a dispensare speranza e vita), il fascino imperscrutabile della pittura: sta tutto nella dialettale (e provinciale) messa in scena, sorretta da un convincente (e mai più così bravo) Gianni Cavina, il pregnante senso di claustrofobia che è generato da contrasti così palesi quanto inimmaginabili (uomo/donna, bene/male, anima/corpo, luce/tenebra). Raccontato, come da narratore anacronistico, per essere attentamente seguito possibilmente nelle notti invernali, presso il camino.”

“Difficile (inutile?) aggiungere qualcosa a quanto è stato detto e scritto, ovunque, quasi unanimemente, giustamente. Un capolavoro, e una splendida riuscita di un autore stratificato che ha più poetiche, una delle quali prepondera purtroppo nella sua produzione, ma in tal modo permette di isolare le perle. Film dall’atmosfera ineguagliabile, dall’orrore palpabile e credibile, dalle suggestioni vibranti (quell’inizio e quel finale che non si dimenticano più… ). Inchino.”

“È praticamente perfetto: musiche, ambientazione, attori, intreccio. È un puzzle con tutti i tasselli al posto giusto. Già l’inizio è stupendo (la voce roca, le immagini sgranate, le urla, il coltello lucente). Quando il protagonista giunge col battello, chi lo aspetta sembra uscito da un quadro (uno alto, uno basso e dietro un’auto rossa). Il posto e alcuni individui sono già piuttosto inquietanti, senza bisogno di sangue. Personaggi felliniani in trattoria. Il povero restauratore avrà parecchi problemi. Dialoghi da gustare. Gran bel finale.”

“Un capolavoro assoluto dell’originalissimo “gotico padano” di Pupi Avati. Complici anche le musiche di Tommasi, attanaglia dalla paura dagli inquietanti titoli di testa, scanditi a ritmo di coltellate, fino all’agghiacciante, ineguagliabile finale. Senza alcun effetto speciale, qui l’orrore diventa qualcosa di reale e credibile e la parlata emiliana – tradizionalmente associata a calore, divertimento e simpatia – si trasforma in un suono grottescamente perverso. Regia e attori perfetti. “

“Capolavoro di Avati e, con buona pace degli estimatori di Argento, miglior horror italiano di sempre. Geniale fin dalla scelta dell’ambientazione placida e solare, assolutamente non convenzionale, angoscioso come pochi per la capacità di creare, con una economia di mezzi encomiabile, un senso di oppressione crescente attorno al protagonista, fino al finale, scioccante e davvero inaspettato. Interpreti tutti adeguati (ottimo Capolicchio), colonna sonora efficace e fotografia funzionale contribuiscono alla riuscita di un film tuttora disturbante.”

“Avati non ha reali abilità registiche nell’universo della paura: è un arcano incantatore che sa come restituire al sole l’atmosfera fetida di orrori ancestrali, lovecraftiani, sepolti nei pertugi della campagna. Ampio, troppo lungo e disteso su una insistita resa atmosferica, è un thriller con evidenti impacci narrativi (la storia d’amore è mal girata e castigatissima, alcuni snodi improbabili), che all’inappetenza non dichiarata per il genere risponde con porte e finestre che cigolano. Resta oggetto assolutamente inedito nella cinematografia italiana. Il finale è urticante e magnifico.”

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aprile 17, 2008 Pubblicato da: | Thriller | , , , , | 2 commenti

I ponti di Madison County

I ponti di Madison County locandina

Sergio Leone disse di lui, un giorno,che aveva due espressioni,”una con il cappello e una senza”.

Una definizione ingenerosa,alla luce della carriera di Clint Eastwood,regista e attore protagonista di I ponti di Madison County,tratto dal romanzo omonimo di Robert James Walzer.
Eastwood sceglie la tecnica del flash back per raccontare la storia d’amore tra Robert,un fotografo giunto ormai alla mezza età e Francesca,oriunda italiana,che vive nella cittadina con i suoi due figli e il marito.

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Una donna dall’aspetto dimesso,che sembra aver perso entusiasmo e motivazioni,priva di stimoli e appagata (anche se qualcosa brucia dentro);che vede I ponti di Madison County 1

nell’affascinante Robert l’uomo che avrebbe voluto amare,comprensivo,tenero.

Robert è nella piccola cittadina per fotografare i ponti di Madison,e finirà per restare prigioniero della malia del luogo e del romanticismo della donna;un romanticismo non mieloso,ma reale.
Lei,Francesca,è una donna dai sentimenti veri,forti;lui la sa ascoltare,e tra i due nasce subito dopo l’attrazione,l’amore.

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Ma l’amore tra i due è impossibile:lo sa Francesca,donna assennata,anche troppo;il suo colpo di vita è fine a se stesso,il suo senso di responsabilità la porta a vivere conflittualmente la situazione.
Così,quando arriva il momento delle scelte,sceglie di non scegliere.
Lascia andare l’amore,per senso di responsabilità verso la famiglia.
Non solo.

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Gioca anche un ruolo importante l’amore vero,quello che sa sacrificare i sentimenti in nome di più alti ideali,come la famiglia.
Gioca un ruolo fondamentale la possibilità di ricordare,senza rimpianti,quella che non è stata una semplice avventura,ma una storia vera,profonda,da conservare come un ricordo dolce,da tirar fuori nei momenti difficili.
Non rimpianto,quindi,ma serena accettazione.

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 Quando i figli di lei scopriranno la storia,grazie alle sue lettere,impareranno a conoscere di più e ad apprezzare quella donna coraggiosa,che ha fatto una scelta difficile,per amore.

E riusciranno a capire anche quali sono i veri valori,ricavandone una lezione salutare.
Dal ponte di Madison voleranno le ceneri di Francesca,in una simbolica unione con il ricordo dell’amato,uniti ora nel vento.

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Un film che,lungi dall’essere strappa lacrime,indaga con delicatezza sulle possibilità offerte dalla vita,sulla capacità da parte delle persone di rinunciare a qualcosa in cambio e a favore di altre;un film che privilegia l’introspezione,a scapito della lacrimuccia facile.
Non era semplice,per il regista,riportare i dialoghi,le atmosfere del romanzo,condensarle in due ore di film.
C’è riuscito,giocando proprio sulla capacità descrittiva,indagando sui sentimenti,mostrando,in maniera esplicita,la simpatia per personaggi comuni,dalle storie comuni,eppure così straordinariamente uniche.

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I ponti di Madison County

Un film di Clint Eastwood. Con Clint Eastwood, Meryl Streep, Annie Corley, Victor Slezak, Jim Haynie,Sarah Kathryn Schmitt, Christopher Kroon, Phyllis Lyons, Debra Monk, Richard Lage, Michelle Benes, Alison Wiegert, Brandon Bobst, Pearl Faessler, R.E. ‘Stick’ Faessler

Titolo originale The Bridges of Madison County. Sentimentale, durata 135 min. – USA 1995.

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I ponti di Madison County banner protagonisti

Clint Eastwood: Robert Kincaid
Meryl Streep: Francesca Johnson
Annie Corley: Caroline Johnson
Victor Slezak: Michael Johnson
Jim Haynie: Richard Johnson
Phyllis Lyons: Betty
Debra Monk: Madge
Michelle Benes: Lucy Redfield
Richard Lage: Avvocato Peterson

I ponti di Madison County banner cast

Regia Clint Eastwood
Soggetto Robert James Waller
Sceneggiatura Richard LaGravenese
Produttore Clint Eastwood, Kathleen Kennedy
Casa di produzione Malpaso Productions, Amblin Entertainment
Distribuzione (Italia) Warner Bros.
Fotografia Jack N. Green
Montaggio Joel Cox
Effetti speciali Steve Riley
Musiche Lennie Niehaus
Scenografia Jeannine Claudia Oppewall

I ponti di Madison County banner doppiatori

Michele Kalamera: Clint Eastwood
Maria Pia Di Meo: Meryl Streep
Roberta Greganti: Annie Corley
Laura Latini: Annie Corley (piccola)
Rodolfo Bianchi: Victor Slezak
Massimiliano Alto: Victor Slezaz (piccolo)
Ennio Coltorti: Jim Haynee
Gabriella Borri: Phyllis Lyons
Aurora Cancian: Debra Monk

I ponti di Madison County banner romanzo

Ci sono canzoni che nascono dall’erba punteggiata d’azzurro, dalla polvere di migliaia di strade di campagna. Questa ne incarna la poesia. È un tardo pomeriggio dell’autunno del 1989, io sono seduto alla mia scrivania, guardando il cursore che ammicca sul video del computer davanti a me, quando squilla il telefono. All’altro capo del filo c’è un ex abitante dell’Iowa, di nome Michael Johnson, che ora vive in Florida. Un amico gli ha inviato uno dei miei libri. Michael Johnson l’ha letto, l’ha letto anche sua sorella Carolyn, e hanno da propormi una storia che credono possa interessarmi.

 

aprile 16, 2008 Pubblicato da: | Sentimentale | , , | 1 commento

La grande abbuffata

 

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Quattro amici.Vite noiose,borghesi,prive di guizzi.Ugo (Ugo Tognazzi) è un cuoco-gourmet di classe;Marcello (Marcello Mastroianni) un pilota di linea puttaniere e assetato di sesso;Philippe (Philippe Noiret),un giudice che vive ancora con la sua balia,e che lo soddisfa anche sessualmente;in ultimo Michel (Michel Piccoli),importante regista televisivo dall’aria intellettuale,sempre con l’espressione insoddisfatta.I quattro hanno in comune la passione per la tavola,per le raffinatezze gastronomiche.

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Così,un giorno,ognuno di loro saluta i rispettivi parenti,amici e amanti,per raggiungere la villa di Philippe.
Qui,in un posto decadente,dall’aria vissuta e retrò,tra vecchi fonografi,Bugatti,letti a baldacchino,residui di un tempo glorioso,scelgono la più allucinante delle morti,il suicidio per ingestione di gastronomie.
Invitano tre puttane e una maestrina che all’apparenza sembra una santarellina,e tra un cosciotto di maiale,un piatto di pasta,dolci e via discorrendo mettono in pratica il loro piano.
Le tre prostitute,sopravvissute a 24 ore di pranzi luculliani,fuggono convinte di rischiare la vita.
A tener compagnia rimane solo la maestrina,Andrea (Andrea Ferreol),che finirà per assumere il ruolo di vestale della morte,vero e proprio angelo del trapasso.

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Uno alla volta,i quattro tengono fede al loro patto.
Il primo a morire è Marcello,che è anche l’unico a rifiutare,all’improvviso,il suicidio con il cibo;tenterà la fuga di sera,nella Bugatti.
Che è una cabrio;la notte una tormenta di neve lo sorprende al volante,facendolo morire assiderato.
Tocca poi a Michel,a cui scoppierà l’intestino,e che cadrà in un lago di feci.
Successivamente è la volta di Ugo,a cui cederà il cuore.
In ultimo muore Philippe,ucciso da un mega dolce troppo zuccherato.
Il tutto mentre arriva un ultimo carico di cibo.

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La grande abbuffata è un film difficile,scomodo,a tratti anche rivoltante.

Ma è anche una metafora cinica e crudele di una società che si nutre di tutto,cannibale,votata all’autodistruzione dai suoi stessi miraggi.
Non c’è salvezza,da essa.
L’accumulare porta fatalmente all’autodistruzione,l’eccesso stesso di offerta è il suo grande limite e la sua rovina.
Un messaggio gettato con forza da un regista iconoclasta,Ferreri,che fu accolto malissimo dal pubblico di Cannes,dove il film venne proiettato per la prima volta nel 1973.

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Ma che divenne poi un autentico cult,un film faro del grande cinema italiano d’autore,un’opera dissacrante e scomoda,ma vera e forte.
Un film che è una gara di bravura di quattro straordinari attori,impegnati in ruoli scomodi,difficili.
Opera di grande intelligenza,di nichilismo assoluto di un geniaccio del cinema,Ferreri.

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La grande abbuffata

Un film di Marco Ferreri. Con Ugo Tognazzi, Michel Piccoli, Marcello Mastroianni, Philippe Noiret, Andréa Ferréol, Solange Blondeau, Giuseppe Maffioli, Monique Chaumette, Florence Giorgetti, Bernard Menez, Louis Navarre, Rita Sherrer, Michèle Alexandre, Cordélia Piccoli, James Campbell, Patricia Milochevitch, Henri Piccoli, Mario Vulpiani, Gérard Boucaron, Margaret Honeywell, Annette Carducci,
Eva Simonet. Genere Grottesco, colore 132 (125) minuti. – Produzione Italia, Francia 1973.

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La grande abbuffata banner protagonisti

Marcello Mastroianni     …     Marcello
Michel Piccoli    …     Michel
Philippe Noiret    …     Philippe
Ugo Tognazzi    …     Ugo
Andréa Ferréol    …     Andrea
Solange Blondeau    …     Danielle
Florence Giorgetti    …     Anne
Michèle Alexandre    …     Nicole
Monique Chaumette    …     Madeleine
Henri Piccoli    …     Hector
Louis Navarre    …     Braguti
Bernard Menez    …     Pierre
Cordelia Piccoli    …     Barbara
Patricia Milochevitch     …     Mini
James Campbell    …     Zack

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Regia:     Marco Ferreri
Soggetto:     Francis Blanche
Sceneggiatura:     Marco Ferreri, Rafael Azcona
Fotografia:     Mario Vulpiani
Montaggio:     Claudine Merlin, Gina Pignier
Effetti speciali:     Paul Trielli
Musiche:     Philippe Sarde
Scenografia:     Roger Jumeau, Michel Suné
Arredatore: Claude Suné
Trucco. Jacky Bouban, Alfonso Gola
Aiuto regista: Enrico Bergier, Rémy Duchemin, Jacqueline Ferreri, François Lavigne

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La grande abbuffata banner recensioni

Il Morandini:
4 amici – un giudice (P. Noiret), un pilota di linea (M. Mastroianni), un ristoratore (U. Tognazzi), un produttore TV (M. Piccoli) – si riuniscono in una villa di Neuilly, fuori Parigi, decisi a compiere un quadruplice harakiri gastronomico-erotico. Li accompagna, pingue angelo della morte, un’insaziabile e materna maestra (A. Ferréol). Scritto con Rafael Azcona, è probabilmente il più grande successo internazionale (di scandalo) nell’itinerario di M. Ferreri. Questo apologo iperrealista ha gli scatti di una buffoneria salace e irriverente, i toni furibondi di una predica quaresimalista e, insieme, l’empietà provocatrice di un pamphlet satirico; e chi lo prende per un film rabelaisiano, non ne ha inteso la sacrale tristezza. C’è piuttosto l’umor nero, la mestizia, la disperazione di uno Swift. Con qualcosa in più: la pena. La sua forza traumatica risiede nella calma lucidità dello sguardo, e nell’onestà di un linguaggio che Ferreri conserva anche e soprattutto quando non arretra davanti a nulla. Se si esclude parzialmente Mastroianni, forse il meno riuscito del quartetto, i personaggi non sono mai volgari. Nonostante le apparenze realistiche (di un neorealismo fenomenico e irrazionalistico), sfocia nel clima allucinato di un apologo fantastico come certi segni e invenzioni suggeriscono. Fotografia di Mario Vulpiani, costumi di Gitt Magrini, pietanze di Fauchon (Parigi). Premio Fipresci a Cannes 1973. Distribuito nei paesi di lingua inglese come Blow-out.

Gian Luigi Rondi
È La grande bouffe, il film francese di Marco Ferreri presentato quest’anno, con molti contrasti, al Festival di Cannes. Un film ambizioso, corposo, ma che si accosta a fatica e, spesso, con fastidio, anche se sono sensazioni comunque, che l’autore ha inteso suscitare di proposito. L”abbuffata” del titolo si riferisce a un’orgia gastronomica (ed erotica) cui si abbandonano, in una villa della periferia parigina, quattro amici di mezza età: un pilota, un magistrato, un annunciatore della radio, il gestore di un ristorante; un’orgia, però, con cui non intendono festeggiare la vita e i suoi piaceri, ma, ce ne accorgiamo a poco a poco, con cui vogliono darsi invece la morte, in polemica, a quanto sembra, con la vita e con le delusioni che ha loro procurato (di cui, comunque, non ci informano). »

Il pubblico- recensioni dal Davinotti

“Rappresenta il lato farsesco e grottesco di Amici miei. La storia della maratona erotico-gastronomica che coinvolge quattro amici di diversa estrazione sociale, accompagnati da una figura femminile dalla simbologia materna, è forse il film migliore (e tra quelli di maggior successo commerciale) di Marco Ferreri. La componente grottesca e satirica del cinema del regista milanese trova qui un maggior equilibrio che altrove, grazie ad una sceneggiatura compiuta e ad un cast di attori straordinari.”

“Quattro amici si rinchiudono in una villa dove mangiare senza fine. Spietato apologo grottesco sull’autoannullamento dell’individuo e della società borghese, eccessivo e funebre, amaro e tragico, dove anche l’eros – condotto da una disponibile magna mater – è viatico della fine. Omaggio al banchetto satirico di Boileau, citato nel film, ricorda la Sodoma dei quattro potenti autoreclusi di Sade, ma ha il sapore di un lungo funerale. Notevoli i grandissimi attori coinvolti (forse Mastroianni un po’ meno degli altri)”

“Eccezionale satira-apologo sul consumismo, diretta dal grandissimo Ferreri qui al suo meglio, aiutato anche da un poker di attori semplicemente fantastico (corroborato dalla brava Andréa Ferréol) e da una splendida sceneggiatura. All’epoca suscitò grande scandalo, oggi continua a mantenere intatta tutta la sua forza e continua ad essere sempre attuale. Imperdibile, anche se alcuni potrebbero non gradire.”

“Film acclamato per la sua metafora di una società che tende al suicidio collettivo per appagare oltremodo i propri istinti, anche se non lo definirei capolavoro. I quattro protagonisti organizzano un ritrovo basato su cibo e sesso e decidono di continuare, nonostante gli incidenti di percorso. Un insolito Mastroianni, cinico ma con stile, i soliti Piccoli e Tognazzi dissacratori e un plauso alla Ferréol (maestra coinvolta per caso, che trova nei quattro uomini i suoi nuovi alunni).”


Io alzo il mio bicchiere, non so a che cosa ma alzo il mio bicchiere…
Mangia! Se tu non mangi, non puoi morire.
Se escludi il cibo, tutto è epifenomeno: la sabbia, la spiaggia, lo sci, l’amore, il lavoro, il tuo letto: epifenomeno. Come dice l’Ecclesiaste: vanitas vanitatum.
Io sarei un maniaco sessuale? (agli amici che guardano nudi d’epoca) Voi vi state eccitando … su un funerale (ride). Ecco, questa è la vita!
Grande uccellata e festa del pesce offerta da quattro donzelli ghotti e golosi a tre gioconde fanciulle in dodici porcate.
Siete grotteschi! Grotteschi e disgustosi! Perché continuate a mangiare se non avete fame!?
Una buona tazza di cioccolata verso le undici apre lo stomaco per il pranzo.
Dopotutto hanno ragione le lesbiche.Gli uomini son così stronzi!

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aprile 9, 2008 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , , | 5 commenti