Orwell 1984
Tratto dal romanzo omonimo di George Orwell,il film di Michael Radfrod ripercorre,in maniera fedelissima,la trama originale;una guerra ha creato tre grandi gruppi di stati,Oceania, Eurasia e Estasia,perennemente in guerra tra loro. L’Inghilterra,che è parte dell’Oceania,è dominata da un partito che controlla in maniera ossessiva levite di tutti i cittadini. Ogni notizia viene filtrata,controllata e poi diramata dopo le opportune modifiche.
Winston è uno degli addetti al controllo,un lavoro noioso,alienante;si fa molte domande,Winston,senza trovare una risposta. Attorno a lui tutto è desolato.Il mondo appare in colori cupi,in cui predomina il grigio e il giallo.
Londra stessa sembra avvolta da una cappa tetra e indissolubile,sotto cui si muove un’umanità che sembra aver perso qualsiasi interesse per la vita;Winston subisce questa situazione fino al giorno in cui incontra Giulia,una ragazza che gli fa un cenno di intesa e gli passa un bigliettino. Nel paese i rapporti sessuali sono accettati solo ed esclusivamente per la procreazione,quindi i due,diventando amanti,si mettono fuori legge.
Winston riesce ad affittare una miserabile camera,dove i due si incontrano e fanno l’amore. E’ l’occasione per parlarsi,per nutrire un minimo di speranza che attraverso l’amore si possa sfuggire ad una vita alienante. Ma la loro relativa felicità dura poco;l’uomo che ha affittato il locale è al servizio dello stato e i due vengono imprigionati.
Winston viene sottoposto a torture durissime,ma non tradisce la sua donna,quella che considera tale;ma portato in una stanza che materializza gli incubi delle persone (per Winston la repulsione assoluta per i topi),finisce per cedere,e tradisce Giulia.
La ragazza ha fatto lo stesso,e quando usciranno dal carcere,rieducati,i due si incontreranno,ma non avranno più nulla da dirsi. Per Winston,che ormai è controllato in spirito e in animo dal potere,si apre la stagione della fedeltà assoluta al potere.
Amaro,come del resto il romanzo,1984 è una dura denuncia del potere,in tutte le sue forme. Girato in colori cupi,con personaggi che sembrano trasportati di peso da un incubo assoluto e totalizzante,è una parabola cinica e spietata,che si segnala per la splendida caratterizzazione dei personaggi,fra i quali spicca Richard Burton,nella sua ultima apparizione.
Bravissimi John Hurt e Suzanne Hamilton,rispettivamente Winston e Giulia,due esseri umani che vengono risucchiati nel gorgo nero del controllo delle coscienze. Davvero bella la fotografia.
(1984)
Un film di Michael Radford. Con Richard Burton, John Hurt, Suzanna Hamilton, Cyril Cusack, Gregor Fisher, James Walker,
Andrew Wilde, David Trevena, Corinna Seddon, David Cann, Peter Frye, Roger Lloyd-Pack, Anthony Benson, Martha Parsey,
Rupert Baderman. Genere Drammatico, colore 115 minuti. – Produzione Gran Bretagna 1984.
John Hurt: Winston Smith
Richard Burton: O’Brien
Suzanna Hamilton: Julia
Cyril Cusack: Charrington
Gregor Fisher: Parsons
James Walker: Syme
Andrew Wilde: Tillotson
David Trevena: amico di Tillotson
David Cann: Martin
Anthony Benson: Jones
Peter Frye: Rutherford
Roger Lloyd-Pack: cameriere
Rupert Baderman: Winston (da giovane)
Corinna Seddon: madre di Winston
Martha Parsey: sorella di Winston

Regia Michael Radford
Soggetto George Orwell
Casa di produzione Virgin Group
Fotografia Roger Deakins
Montaggio Tom Priestley
Musiche Dominic Muldowney
Eurythmics

John Hurt: Winston Smith
Richard Burton: O’Brien
Suzanna Hamilton: Julia
Cyril Cusack: Charrington
Gregor Fisher: Parsons
James Walker: Syme
Andrew Wilde: Tillotson
David Trevena: amico di Tillotson
David Cann: Martin
Anthony Benson: Jones
Peter Frye: Rutherford
Roger Lloyd-Pack: cameriere
Rupert Baderman: Winston (da giovane)
Corinna Seddon: madre di Winston
Martha Parsey: sorella di Winston

Regia Michael Radford
Soggetto George Orwell
Casa di produzione Virgin Group
Fotografia Roger Deakins
Montaggio Tom Priestley
Musiche Dominic Muldowney
Eurythmics
Storie scellerate

Franco Citti, amico intimo di Pier Paolo Pasolini,gira due anni dopo il Decameron,una cupa storia di vite vissute all’ombra della Roma papalina.
Bernardino e Mammone, due personaggi che vivono ai margini della legalità, sono condannati a morte perchè durante una rapina hanno ucciso un mercante per derubarlo dei suoi averi. Mentre attendono la condanna capitale si raccontano storie che hanno appreso.

Ninetto Davoli
Nella prima,un sacerdote ha rapporti sessuali con una sua parrocchiana; mal gliene incoglie, perchè la donna è moglie di un popolano sanguigno, che, per vendicare l’affronto, uccide la donna e obbliga il sacerdote a tagliarsi i genitali; in un altra un nobile, che è certo del tradimento della moglie, si sostituisce al sacerdote confessore e apprende con sicurezza che la moglie lo ha fatto cornuto; in un’altra ancora i protagonisti sono due pastori, uno dei quali insidia la moglie all’altro. Il quale,per vendicarsi, lo mutila dei genitali e lo lascia morire dissanguato, appeso come un maiale per i piedi.


Ancora un prete protagonista nella storia che racconta come il prelato abbia la consuetudine di usare un giovane per procurarsi prostitute; il giovane,alla fine, si traveste da donna, uccide il prete e lo deruba. Infine un uomo sul lastrico, divide la moglie con un ricco che gli paga i debiti; ma i due sono fatti cornuti entrambi, perchè la donna ha a sua volta un amante; i due lo scoprono e lo uccidono.
I due narratori muoiono sghignazzanti sul patibolo e il padreterno (impersonato da Franco Citti), assolve soltanto il giovane che ha ammazzato il prete,perchè rimpiange la vita e le gioie che ha perduto.


Nicoletta Machiavelli
Storie scellerate è ambientato nella Roma del Belli,una Roma in cui la potente ombra della chiesa oscura e annichilisce le coscienze; attraverso la descrizione dei vari preti presenti nelle storie, Citti frusta l’ipocrisia della chiesa stessa,pronta a condannare le uniche gioie che il popolo può gustare,quelle del sesso.Un discorso pasoliniano, affrontato dal regista e dallo scrittore nel film Decameron,del quale Storie scellerate riprende in qualche modo le tematiche.
Descrizione di una Roma dai due volti,quella cittadina,lussuriosa e indolente,quella popolana,fatta di un’umanità alle prese ancora con i suoi retaggi primitivi,con una cultura ancestrale,in cui sembrano funzionare solo gli istinti più bestiali. Un ritratto a fosche tinte,in cui l’ironia è rappresentata anche dalle prime scene,in cui i due narratori ridono e sghignazzano mentre sono impegnati entrambi a defecare e che si conclude con la risata dei due davanti al boia.Il film è disponibile su You tube all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=xgC3WRzAXHg

Un film di Sergio Citti. Con Gianni Rizzo, Franco Citti, Ninetto Davoli, Nicoletta Machiavelli, Christian Alegny, Giacomo Rizzo, Ennio Panosetti. Genere Grottesco, colore 93 minuti. – Produzione Italia 1973.











Silvano Gatti: Duca di Ronciglione
Enzo Petriglia: Nicolino
Sebastiano Soldati: Il papa
Santino Citti: Il Padreterno
Giacomo Rizzo: Don Leopoldo
Gianni Rizzo: Il cardinale
Ennio Panosetti: Chiavone
Oscar Fochetti: Agostino
Fabrizio Mennoni: Cacchione
Elisabetta Genovese: Bertolina
Franco Citti: Mammone
Ninetto Davoli: Bernardino
Nicoletta Machiavelli: Caterina di Ronciglione

Regia Sergio Citti
Sceneggiatura Sergio Citti, Pier Paolo Pasolini
Produttore Alberto Grimaldi
Casa di produzione Produzioni Europee Associati
Distribuzione (Italia) United Artists
Fotografia Tonino Delli Colli
Montaggio Nino Baragli
Musiche Francesco De Masi
Scenografia Dante Ferretti




Metti una sera a cena
Michele e Nina, marito e moglie, si incontrano a casa di Max e Giovanna per cenare,bere e discutere di tutto,in particolare di amore e sesso; Michele è uno scrittore in crisi, Max un attore, Giovanna una donna affascinante e ricca.
Tra il gruppo si sviluppa un complesso gioco delle parti; Giovanna è innamorata di Michele, mentre Max ha una relazione non si sa quanto clandestina proprio con la moglie di Michele, Nina. I quattro appartenenti alla borghesia agiata, continuano ad incontrarsi in serate sempre più vuote, in cui fa capolino la noia e l’evidente mancanza di problemi seri; Max decide di dare nuova linfa al suo rapporto con l’amante e la convince ad accettare rapporti con Ric, un giovane all’apparenza contestatore, in pratica solo un gigolo che vive alle spalle della borghesia facendosi pagare le proprie prestazioni sessuali. E con Nina il rapporto, almeno all’inizio, sembra andare sul binario canonico di una serie di incontri solo sessuali.
Ma in seguito Ric si accorge di essersi innamorato di Nina e dopo averglielo confessato va a vivere con lei; ma Nina, che accetta solo perchè dopo averlo respinto una prima volta ha visto Ric tentare il suicidio,dopo una breve convivenza decide di comune accordo di separarsi da Ric. Il giovane infatti è deluso dal rapporto e decide di riportare la donna da Michele, suo marito. Il quale, innamorato della moglie, decide di ammettere il giovane alle riunioni serali,che d’ora in poi avranno nuova linfa.

Florinda Bolkan e Lino Capolicchio
Un’atmosfera piccolo borghese che mostra la vacuità della classe stessa, un’amoralità di fondo, la mancanza di valori. Giuseppe Patroni Griffi riduce per lo schermo una piece teatrale, che era stata portata in scena un paio di anni prima. Per il film sceglie un cast bene assortito,con Florinda Bolkan, esordiente in un ruolo da protagonista ad interpretare Nina, con Tony Musante nel ruolo dell’attore Max,con un biondo Lino Capolicchio nel ruolo del giovane Ric (curiosa la scena in cui Nina si avvolge in una bandiera nazista) e con Annie Girardot nel ruolo della ricca Giovanna.
Grande successo cinematografico,in virtù anche di qualche casta scena di erotismo e per qualche seno e nudo integrale della Bolkan. Il film si avvaleva della sceneggiatura di un giovanissimo Dario Argento e delle musiche, splendide,di Ennio Morricone. Anche la fotografia,soffusa e delicata di Tonino Delli Colli contribuì al grande successo di pubblico del film.
Metti una sera a cena, un film di Giuseppe Patroni Griffi. Con Florinda Bolkan, Jean-Louis Trintignant, Annie Girardot, Tony Musante, Lino Capolicchio, Nora Ricci, Adriana Asti, Silvia Monti, Mariano Rigillo. Genere Drammatico, colore 122 minuti. – Produzione Italia 1969.
Florinda Bolkan: Nina
Tony Musante: Max
Jean-Louis Trintignant: Michele
Annie Girardot: Giovanna
Lino Capolicchio: Ric
Adriana Asti: figliastra
Mariano Rigillo: comico
Milly: cantante
Silvia Monti: attrice alla conferenza stampa
Nora Ricci: prima attrice
Regia Giuseppe Patroni Griffi
Soggetto Giuseppe Patroni Griffi, dal lavoro teatrale omonimo
Sceneggiatura Giuseppe Patroni Griffi, Carlo Carunchio, Dario Argento
Produttore Marina Cicogna, Giovanni Bertolucci
Casa di produzione Red Films, San Marco Film
Distribuzione (Italia) Euro International Film
Fotografia Tonino Delli Colli
Montaggio Franco Arcalli
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Giulio Coltellacci
Satanik

Satanik,l’anti eroina dei fumetti,creazione della coppia magica del fumetto made in Italy,Magnus e Bunker (Secchi e Raviola) lanciò,agli inizi degli anni sessanta,il primo fumetto proto femminista della storia.La coppia Magnus e Bunker nel 1964 aveva già creato un antieroe,Kriminal.
Il successo di vendite delle gesta dell’uomo vestito con una calzamaglia raffigurante uno scheletro indusse i due editori a creare un omologo al femminile.
Nacque così Satanik,ant ieroina del dark d’autore.
Pietro Vivarelli nel 1966 porta sullo schermo una riduzione delle avventure della rossa eroina,affidando il ruolo di interprete principale a Magda Konopka;la storia racconta le avventure di Marny Bannister,una biologa con il volto deturpato,che si impossessa di un siero che la fa ringiovanire (temporaneamente) e la rende bellissima. fa innamorare di se un malavitoso,che però la scopre mentre l”effetto del siero finisce e muore cadendo dalle scale.
Satanik così fugge ,mentre viene braccata dall’ispettore Trent;alla fine morirà dopo aver rubato un auto con i freni rotti,precipitando in una scarpata.
Un film deludente in maniera eccezionale,girato malissimo,e in cui gli attori sembrano presi di petto dalle recite scolastiche;ridicola la Konopka,che aveva dal suo solo una discreta bellezza,ma nessuna capacità recitativa. Si segnalò,infatti,solo per una scena senza reggiseno,fugace.
Il resto del film,assolutamente noioso e bolso pone Satanik in uno dei primi posti tra le riedizioni su grande schermo dei fumetti,un primo posto tra i film più brutti,naturalmente.
Del personaggio oscuro,ben delineato dei fumetti,di quel personaggio che vive e si muove in una società un po bacchettona e ipocrita,in cui mostra un esempio di donna al negativo,ma con fortissime prerogative di indipendenza e libertà,nella trasposizione cinematografica non resta assolutamente nulla.
Satanik
Un film di Piero Vivarelli. Con Julio Pena, Magda Konopka, Umberto Raho, Luigi Montini, Nerio Bernardi, Armando Calvo, Isarco Ravaioli, Mirella Pamphili, Antonio Pica. Genere Noir, colore 85 minuti. – Produzione Italia, Spagna 1968.
Magda Konopka: Dr. Marnie Bannister
Julio Peña: Ispettore Trent
Umberto Raho: George Van Donan
Luigi Montini: Dodo La Roche
Armando Calvo: Gonzalez
Mimma Ippoliti: Stella Dexter
Isarco Ravaioli: Max Bermuda
Nerio Bernardi: Il professore
Joe Atlanta: Albert
Antonio Pica: Louis
Piero Vivarelli: Commissario Le Duc
Regia Piero Vivarelli
Soggetto Magnus (fumetto), Max Bunker (fumetto), Eduardo Manzanos Brochero
Sceneggiatura Eduardo Manzanos Brochero
Produttore Eduardo Manzanos Brochero
Fotografia Silvano Ippoliti
Montaggio Gianmaria Messeri
Musiche Manuel Parada
Magnus e Bunker nel 1964 avevano già creato un antieroe,Kriminal.
Il successo di vendite delle gesta dell’uomo vestito con una calzamaglia raffigurante uno scheletro
indusse i due editori a creare un omologo al femminile.
Nacque così Satanik,antieroina del dark d’autore.
La legge del male,il primo numero in edicola,parte dalla storia di Marny Bannister,biologa affetta da un orribile angioma sul volto,intelligente si,ma schivata da tutti proprio per il suo repellente aspetto fisico.
La Bannister ha anche altri problemi:una famiglia in cui predominano le sue due sorelle,entrambe bellissime,un padre alcolizzato e una madre assolutamente asservita alle volontà delle due figlie minori.In questo contesto,la pur intelligente Marny è costretta a vivere una vita ai margini,in cui l’unica consolazione viene proprio dal lavoro.
Rielaborando una teoria di Masopust,scienziato alla ricerca del siero della giovinezza,Marny riesce nel suo intento:crea un siero che la rende bellissima e giovane.
Ma l’effetto è solo temporaneo:sarà solo in seguito che grazie alla scoperta dei benefici derivanti dall’esposizione ai raggi provenienti da un rubino che Marny riuscirà a stabilizzare il suo stato fisico,impedendo la regressione all’aspetto iniziale.
La stupenda donna dai capelli rossi,risultato dell’esperimento,decide di vendicarsi di tutti coloro che la hanno mortificata in precedenza.
Uccide il padre ed una delle sorelle,dell’altra si vendica rubandone il fidanzato dapprima,sfregiandola poi.
E’ una creatura amorale e perversa,quella che ha sostituito in tutto la vecchia e orribile biologa.
Dietro di se lascia una scia di sangue e morte.
Sulle sue tracce si mette l’ispettore Trent,che tenterà in vano di catturarla.
Segretamente e ossessivamente attratto da lei,Trent arriva sempre ad un passo,senza però riuscire ad afferrare quella creatura selvaggia e amorale.
Satanik,come è chiamata adesso Marny,usa gli uomini per i suoi scopi:solo una volta il suo cuore sembra battere per Alex Bey,emulo del Dorian Grey di Wilde,un uomo bellissimo e corrotto che nasconde il suo marciume morale su una tela che invecchia al suo posto.
Satanik la troverà,e,tagliandola,restituirà all’uomo le sue vere fattezze,mostruose.
Una vita di vizi comparirà come per magia sulla sua figura,mentre il quadro che lo raffigura ritornerà all’antico splendore.
Il fumetto gode di vasta polarità,negli anni sessanta.
E’ un prototipo femminista,Marny.
Fuma,vive liberamente la propria sessualità,è indipendente dal mondo maschile.
La censura rivolge i suoi strali sulla Magnus e Bunker production,costringendo i due a mettere sulla copertina l’infamante marchio “Solo per adulti”.
Con il passare del tempo il fumetto perde la carica erotica e noir che ne aveva contraddistinto gli esordi;Satanik arriva anche a collaborare con la giustizia.
Le storie cambiano,diventano meno violente e più indirizzate al mondo del sovrannaturale e del fantastico.
Satanik è meno violenta,più positiva.Negli ultimi albi della serie,attorno al 1974,ha anche un fidanzato,Kris Hunter.
Nero,investigatore privato,è il vero amore dell’eroina dai capelli rossi.
Lei stessa,che all’inizio della serie sembrava irresistibilmente attratta dal denaro,dai gioielli,da quel sottile e perverso potere che aveva sugli uomini,si imborghesisce.
Magnus e Bunker ne hanno limato i tratti più selvaggi,rendendo più umano il suo carattere.
Ma i tempi stanno cambiando;nel mondo dei fumetti imperversa l’eros più spinto,e non sembra esserci più posto per la donna che si spoglia si,ma mai in nudi integrali,mai in pose oscene.
Il fumetto che lascia tutto alla fantasia,violento,ma di una violenza tacita e mai estrinsecata fino in fondo,non è al passo con i tempi.
La nostra eroina cessa di esistere,anche se non si saprà mai se la sua fine virtuale,sulle pagine in bianco e nero del fumetto,sia o no avvenuta.
Un fumetto dalla carica dirompente,erotico,ma di un erotismo fatto di sottintesi.
Sensuale,protofemminista.
Il fumetto esce dalla sua dimensione fanciullesca e ingenua per entrare in una dimensione adulta.
E’ al mondo adulto che guarda,ammicca.
In una società un po’ bacchettona e ipocrita,mostra un esempio di donna al negativo,ma con fortissime prerogative di indipendenza e libertà.
Se Diabolik è stato il capostipite del fumetto maschilista,Satanik lo è di quello femminista.
Un femminismo ingenuo e votato al negativo,ma violentemente dirompente.
Brucia ragazzo,brucia
Clara è una donna matura e molto sola. Ha un rapporto matrimoniale sicuramente poco appagante dal punto di vista intimo.Un giorno va in vacanza da sola,mentre il marito è preso dai suoi impegni;i due si vedono nei fine settimana,ma la donna,che vuole bene al marito,sente di essere inappagata dal punto di vista fisico. Così,conosciuto un giovane e focoso bagnino,Giancarlo,si concede a lui e per la prima volta conosce l’orgasmo femminile. Tra i due nasce anche un rapporto fatto di parole;il giovane le spiega la sessualità,la necessità di vivere una vita sessuale appagante. Clara comincia a capire cosa non funzionava nel suo matrimonio,e in un impeto di sincerità,rivela al marito l’accaduto;l’uomo,umiliato,la tratta malissimo,e dopo una furibonda lite,minaccia di lasciarla.
Clara,che vede il suo piccolo mondo crollarle addosso,decide di avvelenarsi con dei farmaci;il marito torna a casa e la trova morente sul letto,ma invece di chiamare i soccorsi,la lascia freddamente morire.
Brucia ragazzo brucia ebbe un sensazionale trionfo di pubblico,e curiosamente fu anche accolto bene dalla critica;era uno dei primissimi film che affrontava il tema della sessualità,con scene parecchio scabrose per l’epoca.Il tema dell’orgasmo femminile,mai affrontato prima sullo schermo,è trattato con dignità e con una certa profondità che mancherà a molti film successivi che affronteranno il difficile tema.
Diretto molto bene da Fernando Di Leo,il film lanciò le splendide bellezze di Francoise Prevost e di Monica Strebel;diretto nel 1969,arrivò più tardi in Italia per problemi legati all’immancabile censura.
Un film di Fernando Di Leo. Con Françoise Prévost, Monica Strebel, Gianni Macchia, Michel Bardinet, Anna Pagano, Leonora Ruffo, Ettore Geri. Genere Erotico, colore 91 minuti. – Produzione Italia 1969.
Gianni Macchia: Giancarlo
Françoise Prévost: Clara Frisotti
Michel Bardinet: Silvio Frisotti
Monica Strebel: Marina
Danika La Loggia: Bice
Anna Pagano: Monica
Marco Veliante: Marco
Franca Sciutto: cameriera
Regia Fernando Di Leo
Soggetto Fernando Di Leo, Antonio Racioppi
Sceneggiatura Fernando Di Leo, Antonio Racioppi
Fotografia Franco Villa
Montaggio Mario Morra
Musiche Gino Peguri
Scenografia Pietro Liberati
Il gatto a nove code

Franco, un appassionato di enigmistica, sta passeggiando con la nipotina davanti ad un istituto nel quale si svolgono ricerche avanzate sulla genetica; casualmente capta una strana conversazione tra due uomini.
Nel frattempo,qualcuno si introduce nell’istituto, e ruba alcune ricerche molto importanti. Uno dei collaboratori dell’istituto finisce ucciso sotto un treno; è l’inizio di una serie di delitti, sul quale indagano Franco (che è cieco) e un giornalista a caccia di servizi sensazionali, che fiuta il colpo grosso.
I due arrivano ad una conclusione comune: i delitti sono in qualche modo legati al direttore dell’istituto di ricerca e a sua figlia,una ragazza strana ,Anna, che avrà una breve relazione con il giornalista, rischiando anch’essa la morte.
La soluzione è legata ad un medaglione,che la donna della prima vittima porta al collo; il giornalista arriverà così appena in tempo a scoprire la verità.
Il gatto a nove code arriva dopo il successo del primo thriller di Dario Argento, L’uccello dalle piume di cristallo; è un thriller assolutamente canonico, con un assassino, insospettabile, una serie di omicidi apparentemente senza legami, e un’indagine risolta proprio dai due dilettanti, l’enigmista cieco e il giornalista a caccia di scoop.
Nel film compaiono Catherine Spaak, brava nel ruolo di Anna, Cinzia De Carolis, la nipotina di Franco, un ottimo Karl Malden nel ruolo di Franco, il cieco, James Franciscus che interpreta Carlo, il giornalista e il grande Tino Carraro, nel ruolo del padre di Anna, direttore dell’istituto di ricerca.
Nel cast ci sono anche Aldo Reggiani e Pier Paolo Capponi.
Alcune scene di Il gatto a nove code sono oggi considerate dei classici; prima fra tutte quella al cimitero, con un’ambientazione sapiente, tesa, in cui tutti attendono, da un momento all’altro, un gesto cruento; il tutto condito molto bene dalla colonna sonora del solito grande Ennio Morricone.

Il gatto a nove code, un film di Dario Argento. Con Rada Rassimov, Tino Carraro, James Franciscus, Catherine Spaak, Karl Malden, Emilio Marchesini, Umberto Raho, Stefano Oppedisano, Horst Frank, Vittorio Congia, Corrado Olmi, Ugo Fangareggi, Martial Boschero, Jacques Stany, Fulvio Mingozzi, Werner Pochat, Aldo Reggiani, Pier Paolo Capponi, Carlo Alighiero, Tom Felleghy, Pino Patti, Ada Pometti, Walter Pinelli, Sacha Helwin, Maria Luise Zetha, Cinzia De Carolis, Werner Pochath. Genere Giallo, colore 112 minuti. – Produzione Italia, Francia, Germania 1971.
James Franciscus Karl Malden …
Franco Arno … Carlo Giordani
Catherine Spaak … Anna Terzi
Pier Paolo Capponi … Ispettore
Horst Frank … Dr. Braun
Rada Rassimov … Bianca Merusi
Aldo Reggiani … Dr. Casoni
Carlo Alighiero … Dr. Calabresi
Vittorio Congia … Righetto (cameraman)
Ugo Fangareggi … Gigi
Tom Felleghy … Dr. Esson
Emilio Marchesini … Dr. Mombelli
Fulvio Mingozzi …
Corrado Olmi … Morsella
Pino Patti … Barbiere
Regia : Dario Argento
Prodotto da Salvatore Argento
Musiche: Ennio Morricone
Editing: Franco Fraticelli
Production Design :Carlo Leva
Costumi: Carlo Levi Luca Sabatelli
Titoli: Luciano Vittori
Casa di produzione: Seda Spettacoli, Terra Filmkunst, Labrador Film
Fotografia: Erico Menczer
Decameron
Il Decameron di Pasolini è uno dei film più importanti della storia del cinema italiano e non solo per lo straordinario risultato di pubblico al botteghino,influenzato con ogni probabilità dal tam tam giornalistico dell’epoca,che segnalò il film come uno dei più audaci mai visti sullo schermo ma per la rivoluzione culturale che provocò nell’ovattato mondo della celluloide.
Pasolini riprende le tematiche di Messer Boccaccio, la struttura narrativa, allontanandosene immediatamente; la scena non è la gaudente Toscana,con i suoi frizzi, i suoi lazzi, l’atmosfera resa plumbea dalla peste e il successivo ritrovarsi di un gruppo di amici che tentano di esorcizzarla,come avviene nel Decameron di Boccaccio; bensì la Napoli allegra, caciarona,popolare,che Pasolini eleva al rango di corte dei miracoli in cui il sesso,giocoso e gaudente,altro non è che la ultima risorsa del popolo,una via irriverente e gaudente contro il potere. Un tema caro a Pasolini,che inaugura il suo trittico della vita,composto oltre che dal Decameron,dai Racconti di Canterbury e da quel gioiello che è Il fiore delle mille e una notte. Per il Decameron Pasolini si avvale,come farà in seguito,di attori quasi tutti presi dalla strada,tranne i fedelissimi Ninetto Davoli e Franco Citti,Angela Luce e il cameo di Silvana Mangano oltre che il suo,nel ruolo di un pittore.
E’ un’opera gioiosa,ridanciana,burlesca,come testimoniato dalle storie,alcune delle quali irresistibili nella loro vena di comicità popolare,condite con storie un tantino scollacciate ma giustificate dal clima di grande libertinaggio tipico della cultura popolare,tipico di una Napoli di altri tempi,con la sua vena autenticamente popolare,con il suo dialetto che sembra una lingua a se stante,con la sua gioia di vivere che contrasta con l’idea della morte che comunque è sempre presente,come un sinistro fantasma.
Nove episodi,alcuni spassosi,come il primo,con protagonista Ninetto Davoli,che interpreta Andreuccio,un mercante che viene turlupinato da una ragazza,che gli fa credere di essere sua sorella,e che grazie ad un complice lo fa cadere in pozzo pieno di escrementi e lo deruba;il giovane,rimasto senza un soldo,si fa convincere a compiere un furto sacrilego,durante il quale ruba,calandosi in una tomba,il ricco corredo funebre di un prelato.
Abbandonato dai complici,si vendicherà appropriandosi di una grossa pietra.e’ il primo colpo da maestro di Pasolini,che irride la chiesa,la tendenza tutta religiosa al culto dei corpi.Andreuccio recupera il maltolto con un colpo di genio,riprendendosi tutto ciò che aveva perso,proprio ai danni di un prelato. Ancora la religione è presente nell’episodio in cui un pessimo soggetto,pentitosi in punto di morte,finisce per essere venerato come un santo,o ancora nell’episodio in cui un ortolano,fingendosi sordo e muto e un po scemo,porta un pò di sana sessualità all’interno di un convento femminile,nel quale finisce per diventare l’oggetto del piacere di tutte le occupanti,compresa la madre superiora;una storia che culmina,in maniera sicuramente blasfema,nella lunga fila di religiose che aspetta l’ortolano fuori dalla sua cella,per godere di un pò di sano sesso.
C’è lo spazio per una benevola presa in giro della credulità popolare nell’episodio di Peronella (Angela Luce),che fa becco il marito mentre questi è al lavoro all’interno di una giara;o ancora nell’ultimo episodio,quando un contadino,per giacere con la moglie dell’amico,gli fa credere di essere tornato dall’aldilà per insegnargli che nel mondo ultra terreno fare l’amore non è peccato.
E’ un Pasolini solare,diverito,quello del decameron;lontano anni luce dalla cupa,nichilista e terribile lucidità del Salò,film che avrebbe dovuto significare l’inizio di una trilogia della morte,opposta alla trilogia della vita di cui il Decameron è tappa fondamentale.Ed è un Pasolini che mostra la sua commozione descrivendo gli ultimi fuochi della civiltà contadina,mentre un’altra civiltà sta per prenderne il posto. C’è un senso di rammarico,di rimpianto per un mondo autentico,con una sua cultura forte,pregnante;c’è il divertimento nel voler scandalizzare attraverso il sesso,tabù solo per volontà del clero,ma unica vera fonte di piacere per chi nulla possiede,se non la propria istintiva,naturale sensualità.
Un film molto bello,poetico e ed intelligente,con un gusto raffinato proprio nell’utilizzare immagini della civiltà contadina,o anche di aprticolare effetto nel mostrare il mondo del sottobosco proletario,burlone e ridanciano,pieno di oscuri retaggi ma allo stesso tempo vitale e straordinariamente umano.
Decameron,Un film di Pier Paolo Pasolini. Con Franco Citti, Ninetto Davoli, Angela Luce, Silvana Mangano, Pier Paolo Pasolini, Gianni Rizzo, Guido Alberti, Lino Crispo, Vittorio Fanfoni, Guido Mannari, Vincenzo Amato, Giovanni Esposito, Giacomo Rizzo, Enzo Spitaleri. Genere Commedia, colore 110 minuti. – Produzione Italia 1971.
Franco Citti: Ciappelletto
Ninetto Davoli: Andreuccio da Perugia
Vincenzo Amato: Masetto da Lamporecchio
Angela Luce: Peronella
Giuseppe Zigaina: frate confessore
Pier Paolo Pasolini: allievo di Giotto
Guido Alberti: ricco mercante
Elisabetta Genovese: Caterina
Giorgio Iovine: Lizio da Valbona, il padre di Caterina
Giacomo Rizzo: padre superiore
Vittorio Vittori: don Gianni
Silvana Mangano: la Madonna
Gianni Rizzo: Padre superiore
Regia Pier Paolo Pasolini
Soggetto Decameron di Giovanni Boccaccio
Sceneggiatura Pier Paolo Pasolini
Produttore Franco Rossellini
Casa di produzione PEA Produzione Europee Associate, Les Productions Artistes Associés, Artemis Film
Fotografia Tonino Delli Colli
Montaggio Nino Baragli, Tatiana Morigi
Musiche a cura dell’autore, con la collaborazione di Ennio Morricone
Scenografia Dante Ferretti
Costumi Danilo Donati
Trucco Alessandro Jacoponi
Comincia la prima giornata del Decameron, nella quale dopo la dimostrazione fatta dall’autore, per che cagione avvenisse di doversi quelle persone, che appresso si mostrano, ragunare a ragionare insieme, sotto il reggimento di Pampinea si ragiona di quello che più aggrada a ciascheduno.
Quantunque volte, graziosissime donne, meco pensando riguardo quanto voi naturalmente: tutte siete pietose, tante conosco che la presente opera al vostro iudicio avrà grave e noioso principio, sì come è la dolorosa ricordazione della pestifera mortalità trapassata, universalmente a ciascuno che quella vide o altramenti conobbe dannosa, la quale essa porta nella fronte. Ma non voglio per ciò che questo di più avanti leggere vi spaventi, quasi sempre sospiri e tralle lagrime leggendo dobbiate trapassare. Questo orrido cominciamento vi fia non altramenti che a’ camminanti una montagna aspra e erta, presso alla quale un bellissimo piano e dilettevole sia reposto, il quale tanto più viene lor piacevole quanto maggiore è stata del salire e dello smontare la gravezza. E sì come la estremità della allegrezza il dolore occupa, così le miserie da sopravegnente letizia sono terminate.
A questa brieve noia (dico brieve in quanto poche lettere si contiene) seguita prestamente la dolcezza e il piacere quale io v’ho davanti promesso e che forse non sarebbe da così fatto inizio, se non si dicesse, aspettato. E nel vero, se io potuto avessi onestamente per altra parte menarvi a quello che io desidero che per così aspro sentiero come fia questo, io l’avrei volentier fatto: ma ciò che, qual fosse la cagione per che le cose che appresso si leggeranno avvenissero, non si poteva senza questa ramemorazion dimostrare, quasi da necessità constretto a scriverle mi conduco.
Zardoz

Zed è uno sterminatore. Ha il compito,per ordine della divinità Zardoz,un’enorme testa volante,di uccidere i bruti,cioè quello che resta dell’umanità mortale.
Zardoz è in effetti solamente un astronave,pilotata da un umano;ma un umano speciale. Appartiene infatti al gruppo degli immortali,degli esseri umani che vivono nel Vortex,una specie di dimensione parallela a quella umana,in cui gli immortali vivono senza grossi pensieri.Al loro interno hanno costituito tre gruppi,il primo dei quali è composto dagli immortali,sempre giovani ma parecchio annoiati,in una vita in cui la sessualità è stata messa al bando;ci sono poi i rinnegati,che vivono separati,e che sono stati invecchiati per aver commesso sacrilegio verso gli immortali e il tabernacolo,la fonte suprema della loro vita,e che vivono in una condizione terribile,essendo anziani ed impossibilitati a morire.


Infine c’è il gruppo degli apatici,che vice senza alcuno stimolo o passione,in preda ad un’apatia totale,riforniti di viveri proprio dagli immortali
Zed,con un colpo geniale,riesce a salire a bordo di Zardoz,ed a uccidere l’immortale che è all’interno,Arthur Freyn;così,guidato dalla forza mentale degli immortali,lo zardoz approda nel Vortex,dove Zed seminerà caos e distruzione,portando all’interno della comunità gli istinti naturali dell’uomo;quelli della sensualità,dimenticata da molti secoli,quelli della violenza,degli istinti primordiali.

Aiutato da Amico,un immortale rinnegato e perciò diventato vecchio,Zed seminerà lo scompiglio all’interno del Vortex,distruggendo il tabernacolo e imposessandosi del cristallo,un insieme di tecnologia e altro che in pratica teneva in vita il Vortex.

Finalemente i vecchi possono morire,mentre il Vortex si dissolve;ma la sorpresa finale è la ricomparsa di Arthur Freyn,che non era morto,ma aveva guidato,sapientemente Zed all’interno del Vortex,per tentare di scuotere dalle fondamenta una civiltà che stava lentamente,ma inesoranilmente,scomparendo proprio per l’impossibilità di morire,quindi di rigenerarsi.

Zardoz è un progetto ambizioso,a metà strada tra il fantascientifico e il filosofico;la trama è molto complessa,e alle volte difficile da seguire. In sostanza Boorman coglie l’occasione per lanciare una serie di messaggi trasversali sulla vita,sulla necessità di non sfidare le sue leggi,di non sfidare l’etica e sopratutto ironicamente tratteggia una società di ricchi molle e priva di ideali,quasi catartica nella sua essenza.

Zed è interpretato da Sean Connery,con tanto di codino e muscoli all’infuori;ma l’attore scozzese se la cava egregiamente,affiancato,in buona parte del film,da un’irresistibilmente bella Charlotte Rampling. Molto discusso alla sua uscita, Zardoz è oggi un cult,uno di quelli veri,un film che si rivede con piacere estatico.



Zardoz
Un film di John Boorman. Con Sean Connery, Charlotte Rampling, Sara Kestelman, John Alderton, Sara Kestleman,
Saley Anne Newton, Niall Buggy, Bosco Hogan, Jessica Swift, Bairbre Dowling, Christopher Casson, Reginald Jarman.
Genere Fantastico, colore 102 minuti. – Produzione USA, Gran Bretagna 1973.










Sean Connery: Zed
Charlotte Rampling: Consuelo
Sara Kestelman: May
John Alderton: Amico
Niall Buggy: Arthur Frayn
Sally Anne Newton: Avalon
Bosco Hogan: George Saden
Christopher Casson: vecchio saggio
Bairbre Dowling: Stella
Reginald Jarman: la “morte”
Jessica Swift: una apatica
John Boorman: un bruto

Regia John Boorman
Soggetto Lyman Frank Baum
Sceneggiatura John Boorman
Produttore John Boorman
Casa di produzione 20th Century Fox, John Boorman Production
Distribuzione (Italia) 20th Century Fox
Fotografia Geoffrey Unsworth
Montaggio John Merritt
Effetti speciali Jerry Johnson
Musiche David Munrow
Scenografia Anthony Pratt
Costumi Christel Kruse Boorman


Tutti i colori del buio
La vita di Jane,una bellissima donna inglese,è stata condizionata da un evento terribile avvenuto quando era piccola. Ha infatti assistito all’omicidio della madre. Questo evento le ha provocato sempre degli incubi, in cui una misteriosa mano armata di pugnale si avvicina nell’ombra per ucciderla. Ad aggravare la situazione arriva un altro evento traumatico:Jane viene coinvolta in un incidente stradale e perde il bambino che aspettava.
Sia il marito che la sorella Barbara assistono preoccupati alla evoluzione della psiche della giovane donna; così Barbara la indirizza dal professor Burton, uno psicologo che inizia con lei una serie di sedute terapeutiche, con le quali cerca di andare alle radici del problema, in primis ovviamente l’omicidio della madre di Jane.
Marina Malfatti
Nel frattempo Jane apprende che nel palazzo dove vive abita una misteriosa donna, Mary, che sembra dotata di strani poteri; la incontra e quest’ultima le parla di una strana setta di cui fa parte, una setta dedita a misteriosi riti esoterici, con forti connotazioni demoniache. Jane, pur titubante, accetta di partecipare ad una di queste messe nere. Lungi dal trarre un giovamento,la mente di Jane si perde ancor più, rischiando la follia.
Ad aggravare le cose arrivano tre misteriosi omicidi; muoiono, in successione, il dottor Burton, che aveva in cura la donna,e due persone anziane che avevano in cura Jane.
Ma la storia, che si è complicata enormemente, arriva ad una svolta per merito di Richard,il marito di Jane, che mette sulla strada giusta la polizia;tutti i misteriosi appartenenti alla setta vengono arrestati e si arriva alla drammatica e inaspettata conclusione:tutta la vicenda era stata organizzata dalla subdola Barbara,che,avendo ricevuto una grossa somma di denaro dall’assassino della loro madre,aveva organizzato una congiura, lavorando sugli incubi della sorella per portarla alla follia.
Tutti i colori del buio, girato da Sergio Martino nel 1972 è un ottimo thriller della scuola italiana di genere,che mescola con intelligenza sottili immagini erotiche (niente di particolare,alla luce di ciò che si è visto in seguito sullo schermo) e una buona trama,con il classico colpo di scena finale.
Un film che mescola il thriller al sovrannaturale,che in questo caso centra poco, come si scoprirà alla fine, ma è solo un pretesto per una squallida storia di denaro.
Ottima la Fenech,in un ruolo che potremmo definire drammatico,e buono il cast dei protagonisti, con Hilton che interpreta Richard, il marito di Jane, la bella Susan Scott nel ruolo della perfida Barbara e Marina Malfatti nel ruolo della misteriosa Mary.
Tutti i colori del buio, un film di Sergio Martino. Con George Hilton, Edwige Fenech, Marina Malfatti, Ivan Rassimov, Renato Chiantoni, Georges Rigaud, Dominique Boschero, Carla Mancini. Genere Thriller, colore 94 minuti. – Produzione Italia 1972.
George Hilton … Richard Steele
Edwige Fenech … Jane Harrison
Ivan Rassimov … Mark Cogan
Julián Ugarte … J.P. McBrian
George Rigaud … Dr. Burton
Maria Cumani Quasimodo Anziana vicina di casa
Nieves Navarro … Barbara Harrison
Marina Malfatti … Mary Weil
Luciano Pigozzi … Avv. Franciscus Clay
Dominique Boschero Donna Uccisa Nel Sogno
Lisa Leonardi … Ragazza con il cane
Renato Chiantoni Sig. Main – guardiano della villa in campagna
Tom Felleghy … Ispettore Smith
Vera Drudi … Vecchia Donna Nel Sogno
Regia Sergio Martino
Soggetto Santiago Moncada
Sceneggiatura Ernesto Gastaldi, Sauro Scavolini
Produttore Mino Loy, Luciano Martino
Casa di produzione Lea Film, National Cinematografica, C.C. Astro
Fotografia Giancarlo Ferrando, Miguel Fernandez Mila
Montaggio Eugenio Alabiso
Musiche Bruno Nicolai
Scenografia Jaime Pérez Cubero, José Luis Galicia
Costumi Giulia Mafai
Trucco Giuseppe Ferrante

Edwige Fenech in una foto promozionale del film

Marina Malfatti







Lobby card internazionali

Soundtrack del film


Il merlo maschio
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Nel 1971 Pasquale Festa Campanile,regista e scrittore,diresse questo film apparentemente senza pretese;prese due attori tutto sommato non molto conosciuti,Lando Buzzanca e la giovane e sensuale Laura Antonelli,prendendo come soggetto un tema molto scabroso per l’epoca,una storia di esibizionismo,una rivincita sulla frustrazione dovuta al quotidiano attraverso l’esibizione della moglie del protagonista.Una storia semplice,che risultò,alla fine,come uno dei film più visti dell’anno,e non solo per la sovraesposizione delle bellezze fisiche,peraltro notevolissime,della Antonelli. Si,perchè Il merlo maschio è una storia arguta,ironica,garbata e mai volgare,nonostante la Antonelli reciti praticamente nuda per quasi tutto il film.
La storia inizia a Verona,dove un violoncellista anonimo,Niccolò Vivaldi (omen nomen),vive una carriera in ombra,senza grosse soddisfazioni,anzi;è quasi invisibile ai colleghi,principalmente al suo direttore d’orchestra. Ma un giorno,mentre osserva la moglie che dorme,nuda,le scatta una foto e la manda ad un giornale osè. E’ l’inizio di una rivincita,non più legata alle proprie doti,ma a quelle della moglie,un senso di rivincita per interposta persona,che lo porta ben presto a capire quale livello di libidine scateni negli altri la visione del morbido corpo della consorte.
Che,per amore,e forse anche lusingata,accetta di buon grado. Dottori e casuali e occasionali guardoni si contendono ben presto le grazie (solo visive) della bellissima e ingenua donna,che si spinge sempre più in là,in rotta di collisione con la morale dell’epoca,anche se,formalmente,l’onore è salvo.
Perchè lei è sposata (in Italia il divorzio era lungi da venire),ed è una moglie fedele,almeno fino al giorno in cui Niccolò,che ha perso il senso delle proporzioni e che sogna un tributo ampissimo da una grande platea,non la mette in una custodia di violoncello,nuda come l’ha fatta mamma,e la espone al ludibrio della platea maschile dell’Arena di Verona,stracolma.
E’ il punto finale,il trionfo dell’uomo,ma anche la sua fine;finirà in manicomio,e la sua compagna finirà probabilmente nelle mani di qualche avido e interessato guardone. Un finale amaro per un film a metà strada tra il grottesco,sottolineato da alcune scene abbastanza incredibili e la denuncia di una società sicuramente bacchettona,in cui la sessualità è vissuta con vergogna,e in cui certe cose si fanno solo con le donnacce. Perbenismo e ipocrisia quindi alla frusta,pur nei limiti di un film che non esce mai dai canoni della commedia,pur di buon livello. Bravi sicuramente lando Buzzanca e la splendida Antonelli,che vide fare un balzo in vanti alla sua carriera,culminata con quel capolavoro di erotismo vedo-non vedo che è Malizia.
Il merlo maschio (1971) un film di Pasquale Festa Campanile con Lando Buzzanca, Laura Antonelli, Lino Toffolo, Ferruccio De Ceresa.
Laura Antonelli: Costanza Vivaldi
Lando Buzzanca: Niccolò Vivaldi
Ferruccio De Ceresa: lo psicanalista
Gianrico Tedeschi: il direttore d’orchestra
Elsa Vazzoler: madre di Costanza
Lino Toffolo: Cavalmoretti
Gino Cavalieri: padre di Costanza
Luciano Bianciardi: Mazzacurati
Regia Pasquale Festa Campanile
Soggetto Luciano Bianciardi (dal racconto Il complesso di Loth)
Sceneggiatura Pasquale Festa Campanile
Produttore Silvio Clementelli
Casa di produzione Clesi Cinematografica
Fotografia Silvano Ippoliti
Montaggio Sergio Montanari e Mario Morra
Musiche Riz Ortolani
Scenografia Ezio Altieri
Costumi Ezio Altieri








































































































































































































































