La poliziotta
Afflitta da un fidanzato egoista, da una famiglia in cui il padre è riverito come un sultano, da un datore di lavoro opprimente e negriero, la giovane Gianna langue sognando un futuro migliore. Dopo l’ennesimo soppruso sul lavoro, l’ennesima lite con il padre e dopo aver avuto il responso delle analisi, che escludono una sua maternità, Gianna molla tutto e parte verso Milano.

Mariangela Melato interpreta Gianna

Renato Pozzetto interpreta Alberto
Fermatasi a Ravedrate, la giovane vede il bando di concorso per vigili urbani e decide di iscriversi. Durante il corso, risulta la migliore in assoluto e di conseguenza viene assunta .Ben presto però la volenterosa ragazza scopre che all’interno del comune vige il clientelismo più sfrenato: le multe che la giovane somministra ai negligenti cittadini, vengono stracciate dal solerte comandante, ammanigliato con i poteri forti, fra i quali spiccano un industriale inquinatore e intrallazzatore, con zio cardinale e fratello senatore,
ed una serie di piccoli e ignobili faccendieri, come l’analista di un laboratorio che metterà a tacere lo scandalo più grave, l’inquinamento del fiume del paese ad opera degli scarichi dell’industria dell’uomo d’affari. Sabotata in tutti i modi, Gianna viene dapprima retrocessa al controllo sull’emigrazione; scopre il caso di una povera famiglia che vive con 15 congiunti in una catapecchia, non denuncia la cosa e finisce per dover ripartire da zero.
Dopo aver respinto il ritorno di fiamma dell’ex fidanzato, la donna, combattivamente, riesce a scatenare un putiferio contro l’amministrazione locale, ma tutto viene insabbiato, nonostante l’aiuto che le viene dal pretore Ruggero, innamorato di lei. Alla fine Gianna decide di rinunciare al suo incarico e va in stazione per prendere il treno che la riporterà a casa; ma viene raggiunta da Ruggero, che la obbliga a rimanere, mentre lui parte per Roma, per proseguire la sua battaglia. Una battaglia persa, che costerà ai due un trasferimento in Sicilia, che verrà però accolto come una liberazione, visto che i due si sposeranno.
Commedia in agrodolce girata da Steno nel 1974, La poliziotta, pur non rifuggendo dallo schema tipico della commedia all’italiana, se ne distingue per la conosciuta bravura di Steno, che infila qua e la stilettate al malcostume italiano, in particolare quello politico, quel malaffare che sarà la costante sia della prima che della seconda repubblica. A parte la denuncia, Steno affida alla Melato, brava e assolutamente sobria e lineare nella recitazione, il compito di usare la sua maschera e la sua abilità per rendere ancor più simpatico il personaggio di Gianna, femminista e integerrima persona dai costumi morali assolutamente irreprensibili.
Il cast del film è di notevole spessore e include Orazio Orlando nel ruolo del prefetto Ruggero, uomo che sacrifica la propria carriera per amore di Gianna, un odioso e spocchioso renato Pozzetto, abilissimo nel tratteggiare tutto gli aspetti negativi del suo personaggio, Claudio, il fidanzato di Gianna. Ci sono poi l’onnipresente Mario Carotenuto, il capo della polizia municipale, Alberto Lionello, nel ruolo del sofisticato e intrallazzatore Tarcisio, assessore al comune, oltre ad Alvaro Vitali, che interpreta l’inetto Fantuzzi, che ha il solo merito di essere nipote del Cardinale.
Film gradevole, quindi, con in mano una frusta che non prende mai il sopravvento, limitandosi a fustigare in maniera poco percettibile vizi e debolezze italiche;
ma l’intento di Steno non era quello.Come quasi sempre, Steno stigmatizza le cose, ci ride su e invita il pubblico a riflettere su quanto espone, senza tuttavia usare il vetriolo. Regista elegante, evita sempre le classiche situazioni un tantino pecorecce e molto scollacciate tipiche della commedia italiana, imbastendo un film che si lascia vedere con piacere, che fa riflettere e che sopratutto fa sorridere. Amaro, molto spesso.
La poliziotta, un film di Steno. Con Renato Pozzetto, Mariangela Melato, Orazio Orlando, Mario Carotenuto.Gigi Ballista, Alberto Lionello, Pia Velsi, Gianfranco Barra, Renato Scarpa, Armando Brancia, Alvaro Vitali, Umberto Smaila, Gianni Solaro Comico, durata 105 min. – Italia 1974.
Mariangela Melato: Giovanna Abbastanzi
Orazio Orlando: pretore Patanè
Mario Carotenuto: Capo della polizia
Armando Brancia: avvocato
Renato Scarpa: farmacista
Gianfranco Barra: aiutante del pretore
Umberto Smaila: figlio del sindaco
Renato Pozzetto: Claudio
Alberto Lionello: Tarcisio
Alvaro Vitali: Fantuzzi
Regia Steno
Soggetto Nicola Badalucco, Giuseppe Catalano, Sergio Donati, Luciano Vincenzoni
Sceneggiatura Sergio Donati, Luciano Vincenzoni
Produttore Carlo Ponti
Fotografia Alberto Spagnoli
Montaggio Raimondo Crociani
Musiche Gianni Ferrio
Scenografia Luigi Scaccianoce
Costumi Enrico Sabbatini
La medusa (L’annèe des meduses)
Vic, maturo professionista, accompagna la figlia di un suo amico a Saint Tropez; la ragazza, Chris, appena diciottenne, è però assolutamente disinibita e priva di tabù, e riesce a sedurre il maturo Vic. La ragazza rimane incinta, e poichè l’uomo è anche sposato ed ha dei figli, la ragazza decide di liberarsi del figlio che ttende, e riprende la sua frivola vita in compagnia dell’affascinante madre.
La donna, bella e fascinosa, cade preda di un dongiovanni con un oscuro presente da pappone, Romain, che con abilità dopo averla portata a cena e colmata di attenzioni, la trascina con se sulla propria barca, suscitando la gelosia della giovane Chris, che ben presto si accorge della relazione adulterina della madre. Chris porta lo scompiglio anche nella vita di una giovane coppia; una sera decide di sedurre il marito della donna, ma in maniera imprevista, viene coinvolta in un menage a trois, che si conclude con una nottata infuocata.
La giovane moglie, infatuata di Chris, costringe in pratica il marito a interrompere le vacanze, illudendosi di aver trovato qualcosa che confusamente emerge da lei, il bisogno di un amore lesbico. Ma Chris si stanca ben presto, e dopo averla mollata all’anziano padre di Vic, telefona a suo padre pregandolo di venire a Saint Tropez. L’uomo arriva, ma ben presto si immerge in lunghe telefonate, trascurando sia sua figlia che la moglie. Così Chris decide di tentare un ricatto ai danni di Romain; chiede all’uomo di uscire con lui, pena il racconto a suo padre dell’infedeltà della madre. L’uomo, messo alle strette, accetta, ma tratta Chris per quello che è in realtà, una ragazzina viziata.
La ragazza vuole di più e cerca di farsi possedere dall’uomo, che la respinge. La scena si svolge sull’imbarcazione di romain, già teatro dell’adulterio della madre di Chris; furibonda per essere stata nuovamente rifiutata dall’uomo, Chris lo spinge in acqua, dove Romain troverà una morte dolorosissima punto da un banco di meduse che con il loro veleno lo uccideranno. Mentre l’indomani la barca arenata di Romain verrà ritrovata, con vicino il copro dell’uomo, a Chris e sua madre non resterà altro da fare che tornare in città, portandosi dietro il sapore amaro di vacanze stupide e contemporaneamente tragiche.
Film sul genere Lolita, L’annees des meduses, ribattezzato in Italia La medusa, in maniera inesplicabile, l’opera si muove su un piano molto pruriginoso, quasi una commedia sexy all’italiana tinta di nero, con quel finale abbastanza cattivo. Un film che rivelò la bellezza e la bravura di Valerie Kaprisky, ma che alla fine risulta abbastanza piatto e incolore, non fosse per l’attrice francese, praticamente più nuda che vestita, e per la quantità industriale di tette e natiche esposte generosamente dalle bagnanti della Costa Azzurra.
Poca incisività dei personaggi, che appaiono più imbambolati che partecipi delle varie vicende della vita di Chris, frettolosa descrizione di personalità, motivazioni e altro fanno di La medusa un film poco più che mediocre, nel quale il regista Christopher Frank concetra tutto più sull’immagine patinata dei corpi esposti che sulla sostanza, lasciando alla fine il dubbio fondatissimo su una smaccata operazione voyeuristica. Da segnalare, nel film una parte riservata a Emmanuelle Seigner.
La medusa, un film di Christopher Frank. Con Valérie Kaprisky, Bernard Giraudeau, Caroline Cellier, Emmanuelle Seigner
Titolo originale L’année des méduses. Commedia, durata 110 min. – Francia 1984.
Bernard Giraudeau Romain Kalides
Valérie Kaprisky … Chris
Caroline Cellier … Claude
Jacques Perrin … Vic
Béatrice Agenin … Marianne Lamotte
Barbara Nielsen … Barbara
David Jalil … Jean-Paul
Philippe Lemaire … Lamotte
Pierre Vaneck … Pierre
Jean-Paul Dubarry … Guttaz
Betty Assenza … Dorothee
Serge Gaubardy
Charlotte Kady … Miriam
Gill Matt … Aldo
Antoine Nikola … Peter
Regia: Christopher Frank
Sceneggiatura:Christopher Frank
Musiche: Nina Hagen,Alain Wisniak
Fotografia:Renato Berta
Montaggio:Nathalie Lafaurie
Production Design:Jean-Jacques Caziot
Costume Design:Yvette Frank
Eva Aulin

Bionda, fisico minuto, sguardo da bambina; tre caratteristiche specifiche di Eva (Ewa) Aulin, attrice svedese, nata a Landskrona, in Svezia, nel febbraio del 1950; miss teen Svezia già nel 1966, arrivò in Italia grazie ad un contratto pubblicitario, e venne notata da Alberto Lattuada, che le affidò il ruolo di Wanda in Don Giovanni in Sicilia, nel quale la diciassettenne attrice è un’amica di un rivale di Giovanni, un avvocato siciliano troppo incline alle donne, oggetto del desiderio del donniolo siciliano.
Nel film di Tinto Brass Col cuore in gola
Il buon successo ottenuto le valse la scrittura per il film Col cuore in gola, diretto da Tinto Brass nel 1967; in questo film la Aulin interpretava l’ambiguo ruolo della giovanissima Jane, che seduce il maturo Bernard (Jean Louis Trintignant), che per lei finirà in un gioco mortale. Nel 1968 la Aulin si sposò, ma il matrimonio durò veramente poco, appena 4 anni; ma il 1968 fu anche l’anno dell’affermazione ottenuta con La morte ha fatto l’uovo, un thriller confuso, ma dal buon riscontro di cassetta, nel quale la bionda attrice svedese lavorava accanto a Trintignant e a Gina Lollobrigida, interpretando Gabrielle, cugina di Anna, una ricca signora sulla quale ha posato gli occhi, per impadronirsi della ricca eredità della donna.
Due fotogrammi con Eva Aulin in Fiorina la vacca
Per la seconda volta consecutiva, la Aulin si trovò a interpretare un ruolo da perversa e losca avventuriera, a dispetto della sua giovane età. Divenuta a questo punto abbastanza nota, la Aulin venne interpellata per la parte da protagonista di un film con un cast stellare; il film, Candy (in Italia intitolato Candy e il suo pazzo mondo) venne diretto da Christian Marquand, e girato con attori di fama, come Marlon Brando, Richard Burton, Florinda Bolkan, John Huston, Walter Matthau, il pugile Sugar Ray Robinson, e i cantanti Ringo Starr e Charles Aznavour.

Con Gina Lollobrigida in La morte ha fatto l’uovo
La storia surreale di Candy, studentessa che durante una lezione all’università si addormenta e sogna avventure stravaganti in compagnia di altrettanto improbabili persone conosciute per caso, ebbe un riscontro positivo, anche se limitato al pubblico. Il film, a dispetto del cast di tutto rispetto, non incantò la critica. Il film successivo, Microscopic Liquid Subway to Oblivion, lo girò sotto la regia del marito, John Shadow, e sempre nel 1970 entrò nel cast di Start the Revolution Without Me , regia di Bud Yorkin, al fianco di Gene Wilder e John Sutherland.

Ancora con Trintignant in La morte ha fatto l’uovo
Le due battute d’arresto concomitanti a queste due interpretazioni, la frenarono notevolmente. Tuttavia, nel 1971, la troviamo sul set di La controfigura, un film di Romolo Guerrieri, in cui la Aulin interpretava il ruolo di Lucia, moglie scioccherella e frivola di un mantenuto dai genitori, che si infatuerà della suocera. Con la Aulin, allora nel pieno della sua bellezza, c’erano Jean Sorel, Lucia Bosè, Silvano Tranquilli e Marilu Tolo. Nel 1972 la Aulin girò tre film; il primo, Rosina Fumo viene in città per farsi il corredo, diretto da Claudio Gora, la vide protagonista nei panni di Rosina, una ragazza fidanzata con un giovane chiamato sotto le armi, che va in città per racimolare i soldi per comprarsi il corredo, ma che finirà per passare una gran brutta esperienza.
Tre fotogrammi tratti da La morte ha sorriso all’assassino
Il film, un fiasco clamoroso, non le impedi di avere il ruolo principale in Questa specie d’amore , di Alberto Bevilacqua, in compagnia di Ugo Tognazzi, Jean Seberg e Fernando Rey. L’ultimo film del 1972 fu il decamerotico Fiorina la vacca, uno dei pochi prodotti del filone a poter vantare qualche qualità; la Aulin, nel ruolo di Giacomina, moglie di Compare Menico, era irresistibile, sopratutto nelle scene in cui litiga con il marito, un bravissimo Renzo Montagnani.
Nel 1973 troviamo la Aulin nuovamente diretta da Vittorio De Sisti nel discontinuo e deludente Quando l’amore è sensualità, al fianco di Femi Benussi e Agostina Belli, nel drammatico Una vita lunga un giorno, regia di Ferdinando Baldi, nel ruolo di Anna Andersson, una cinica e spietata donna che inganna un giovane marinaio, interpretato dal cantante Mino Reitano.
Microscopic Liquid Subway to Oblivion
Gira Il tuo piacere è il mio, di Claudio Racca, La morte ha sorriso all’assassino, da protagonista, diretta da Aristide Massaccesi, Joe D’Amato, in un thriller che la vede trasformata in una specie di zombie e infine gira l’ultimo film della sua brevissima carriera, Ceremonia sangrienta,uscito in Italia come Le vergini cavalcano la morte, ennesimo film dedicato alle gesta della sanguinaria contessa ungherese Elizabeth Bathory.
Rosina Fumo viene in città per farsi il corredo
A soli ventitre anni, la Aulin decise di lasciare il cinema:decisione abbastanza incomprensibile, visto che si era guadagnata una certa fama, era giovanissima, e sopratutto molto bella. Dal momento della sua uscita di scena, della Aulin si è parlato solo in occasione del suo secondo matrimonio,avvenuto nel 1974 con Cesare Palladino, con il quale dovrebbe essere sposata tuttoggi.
Start the revolution with me
Due fotogrammi tratti da Start the revolution with me
Due fotogrammi dal film Questa specie d’amore
Quando l’amore è sensualità
Microscopic liquid subway
Le vergini cavalcano la morte
Il tuo piacere è il mio
Ceremonia sangriente
Una vita lunga un giorno
Quando l’amore è sensualità
La controfigura
Ceremonia sangrienta (1973)
La morte ha sorriso all’assassino (1973)
Il tuo piacere è il mio (1973)
Una vita lunga un giorno (1973)
Quando l’amore è sensualità (1973)
Fiorina la vacca (1972)
Questa specie d’amore (1972)
Rosina Fumo viene in città… per farsi il corredo (1972)
La controfigura (1971)
Start the Revolution Without Me (1970)
Microscopic Liquid Subway to Oblivion (1970)
Candy 1968
La morte ha fatto l’uovo 1968
Col cuore in gola (1967)
Don Giovanni in Sicilia (1967)
Erotika, esotika, psicotika

Titolo intrigante, con quelle tre K inserite invece delle C, quasi a simboleggiare la trasgressione o comunque un tocco di magia vocale, per un film del 1972 abbastanza ardito, anche se oggi assolutamente casto e inoffensivo.
Opera del regista Radley Metzger, racconta la vita borghese e annoiata di due coniugi,ormai privi di stimoli sia personali che sessuali.
I due, un pò proprio per noia, un po per tentare di ravvivare un rapporto coniugale in cui il sesso è praticamente scomparso, proiettano un film a luci rosse in una delle stanze del loro sontuoso castello. I due decidono di recarsi in un locale luna park, dove incontrano una ragazza che assomiglia in tutto e per tutto alla protagonista della pellicola.
Intanto, i due, hanno un tempestoso colloquio con il loro unico figlio, che, preda di confuse idee infarcite di misticismo, anche deliranti, li deride; nel frattempo, nel castello, arriva la ragazza, che viene invitata ad assistere al film.
Ma nel film il suo volto è cambiato; così si innesca una strana spirale, in cui tutti e tre i componenti della famiglia hanno rapporti con la ragazza, che ad un tratto scompare. Il film cambia protagonisti: adesso sono loro tre ad essere gli attori…….
Film abbastanza indecifrabile, anche di difficile catalogazione, Erotika, esotika psicotika appare, alla fine, più come un a volte raffinato esercizio di stile che come un’opera cinematografica, anche perchè sorretto da una sceneggiatura davvero contraddittoria, così come il film stesso, girato in stretta economia, vive più sulle raffinate immagini di sesso, peraltro davvero castigate che sulla psicologia reale dei personaggi. Tra l’altro, a parte la bella Silvana Venturelli, e in qualche modo anche la Stremberg, la recitazione latita, mentre il commento sonoro di Stelvio Cipriani rende il film in qualche modo più drammatico.
Il guaio è che non si capisce bene cosa voglia dire il regista: se inquadrare un dramma famigliare e le sue contraddizioni, se puntare il dito sulla dissoluzione del rapporto a due in conseguenza dell’abitudine, se deridere la società borghese o cosa. Alla fine il film è confuso, anche troppo, e rimane un senso di smarrimento, non colmato dal finale abbastanza sorprendente con quei ragazzi che commentano il film nel quale ormai i protagonisti sono diventati lui, lei e il figlio. Unica consolazione vera è la visione dello stupendo castello di Balsorano, location della pellicola.
Erotika,esotika,psicotika, un film di Radley Metzger, con Silvana Venturelli,Erika Remberg,Frank Wolff,Paolo Turco Germania 1972, genere Erotico, durata 85 minuti
Silvana Venturelli … La visitatrice
Frank Wolff … Il proprietario del castello
Erika Remberg … La moglie
Paolo Turco … Il figlio
Regia: Radley Metzger
Sceneggiatura:Michael DeForrest,Radley Metzger
Produttore:Radley Metzger
Musiche: Stelvio Cipriani
Montaggio:Hans Jura
Fotografia:Amedeo Salfa
Scandalo

Scandalo, film del 1976 diretto da Salvatore Samperi, è un’operazione unica nel suo genere nella produzione del regista veneto, recentemente scomparso; si tratta di un film con componenti noir, anche se si discosta dal genere per l’ambentazione e per la storia. Un film cupo in maniera quasi eccessiva, nichilista sia nella trama che nella conclusione, amarissima, con personaggi che appaiono privi di anima e di umanità, fatta salva la giovane e virginale Justine, vittima innocente delle perversioni altrui, in particolare della madre e del suo amante.
Il film è ambientato in un piccolo centro della Francia, agli inizi del 1940, in prossimità dell’invasione nazista. Elaine è la farmacista del paese, sposata con un professore sempre in viaggio, uomo colto ma assorto nel suo mondo, sidinteressato a quello che gli accade attorno Nella farmacia, con Elaine, ci sono Armand, un comesso factotum e Marie, una commessa-cassiera che è anche l’amante di Armand. L’uomo ha una personalità contorta, è rabbiosamente preso da confusi ideali che sfociano, ben presto, in una forma di persecuzione di Eliane. Che, agli inizi, non tollera l’uomo, ma che ben presto finirà per cedergli, iniziando con lui un complesso rapporto quasi sado masochistico. Anzi, togliamo il quasi, perchè in effetti la dipendenza di Eliane, dapprima appena accennata, diviene ben presto totale.
Armand, che ha in spregio i valori borghesi che la donna incarna, obbliga Eliane a rapporti sessuali sempre più degradanti, arrivando ben presto a umiliare la donna come quando ha un rapporto sessuale con Marie nella farmacia, sotto gli occhi di Eliane, umiliandola ancor più quando costringe le due donne a denudarsi e toccarsi. La relazione tra i due diventa sempre più morbosa, così come conteporaneamente il film vira ancor più verso un pessimismo palpabile: Eliane non è pù la vittima ricattata, ma è partecipe del crudele gioco del suo amante, che una sera la costringe a denudarsi e ad uscire dalla farmacia, dove verrà vista , per sua fortuna, solo da un ubriacone.
La relazione tra i due prosegue fino agli estremi, ovvero fino a quando Armand non chiederà alla donna di avere rapporti con Justine: la ragazza, accusata dalla madre di essere l’amante di Armand, in realtà assolutamente innocente, finirà per immolarsi agli osceni desideri dell’uomo, la classica rivincita dell’uomo comune nei riguardi della borghesia. Consumato l’atto, Eliane, preda dei rimorsi e ormai convinta di aver valicato tutti i confini della morale, inghiotte un grosso quantitativo di sonniferi e va a sdraiarsi nel letto con il marito. Non si sa se morirà, perchè comunque la casa viene centrata da una bomba sganciata da un aereo, con conseguente olocausto finale.
Come già detto, il film vira decisamente sul nero, mostrando personaggi che sembrano presi da una tragedia, come Elaine, moglie insoddisfatta, è vero, tuttavia plagiata e modificata da Armand, luciferino prodotto di una classe proletaria che in questo caso potremmo definire sporca e cattiva. Anche il professor Michou non ci fa una bella figura, distratto com’è dalle sue opere letterarie, dai suoi vasi e caratterizzato da un quasi patologico disinteresse per il quotidiano. Unico personaggio positivo è Justine, la fragile adolescente che finirà, succube della madre, per diventare la vittima sacrificale di Armand, cedendo la propria verginità come olocausto purificatore, lei che è l’unica vera vittima della storia. Il finale, assolutamente cattivo, mescola però le carte, unificando i destini di tutti, buoni e cattivi, che periranno nello stesso modo.
A parte la solita tendenza di Samperi a privilegiare la parte morbosa del racconto, questa volta siamo di fronte ad un prodotto ben realizzato, grazie sopratutto alla concomitante presenza di una sceneggiatura finalmente comprensibile, ad una fotografia assolutamente fondamentale, con quel suo passare attraverso i chiaro/scuri di Vittorio Storaro, con musiche in sottofondo di Riz Ortolani. Gli attori sono ad un livello egregio: bene Andrea Ferreol nel ruolo di Marie, bene la Gastoni, che a 41 anni riesce a mostrare ancora il suo corpo senza grandi paure. Discreto Franco Nero, nel ruolo del cattivissimo e arrabbiato Armand, mentre Justine è interpretata dalla graziosa Claudia Marsani. Il professor Michou è Raymond Pellegrin, in un ruolo molto marginale, e in fin dei conti anche poco funzionale alla storia.
Scandalo, un film di Salvatore Samperi, con Franco Nero, Lisa Gastoni, Raymond Pellegrin, Andréa Ferréol, Claudia Marsani, Antonio Altoviti, Carla Calò, Franco Patano, Laura Nicholson, 1976 Drammatico
Franco Nero … Armand
Lisa Gastoni … Eliane Michoud
Raymond Pellegrin … Professor Henri Michoud
Andréa Ferréol … Juliette
Claudia Marsani … Justine Michoud
Antonio Altoviti … Colonello
Carla Calò … Carmen
Franco Patano … Charles
Regia: Salvatore Samperi
Sceneggiatura: Ottavio Jemma,Salvatore Samperi
Produzione: Silvio Clementelli
Musiche:Riz Ortolani
Montaggio:Sergio Montanari
Fotografia:Vittorio Storaro
Eva Czemerys
Una biografia, quella di Eva Czemerys, per forza di cose incompleta, almeno nei suoi dati essenziali riguardanti la vita prima dell’esordio cinematografico avvenuto nel 1971; non esistono, nella rete, dati anagrafici oltre la località di nascita, Monaco. Non si sa la data, presumibilmente comunque dopo il 1950; il mensile Nocturno parla di origini cecoslovacche, probabilmente in base al cognome. Eva Czemerys,bellezza molto mediterranea, alta, capelli scuri, fisico asciutto, esordisce sullo schermo nel 1971,nel film Bella di giorno moglie di notte, per la regia del compianto Nello Rossati, interpretando immediatamente una parte da protagonista, quella di Paola, moglie di un designer pubblicitario che uccide il marito per averla fatta prostituire.

La bella Eva in All’onorevole piacciono le donne, nella parte del sogno erotico di Puppis

Con Anita Strindberg in Diario segreto di un carcere femminile
Un esordio di buon livello, che le vale la scrittura per il film La gatta in calore, che ad onta del suo titolo malizioso, non è un film sexy ma un thriller; a dirigerla è nuovamente Nello Rossati, lei interpreta Anna, moglie trascurata di Antonio, che avrà una relazione pericolosa con un pittore drogato e hippy. Curiosamente, pur avendo esordito come prima attrice, e dopo due buone prove pur in film non eccelsi, Eva non sfonda. nel 1972 ha solo un piccolo ruolo in All’onorevole piacciono le donne (Nonostante le apparenze… e purché la nazione non lo sappia), film molto sottovalutato di Lucio Fulci, graffiante commedia sui vizi di un politico perdutamente attratto dalle donne.
Nello stesso anno interpreta un ruolo di contorno nel film Poppea… una prostituta al servizio dell’impero, al fianco della giovane Femi Benussi e con il cantante- attore Don Backy; il film, diretto da Alfonso Brescia, ottiene un qualche successo di pubblico, pur essendo un sottoprodotto della commedia sexy. Nel film Eva è una vergine concupita dall’imperatore; curiosamente, nonostante le buone prove offerte, la Czemerys resta rilegata in parti secondarie, come nel successivo film di Bergonzelli,Cristiana monaca indemoniata, sempre del 1972, nel quale è la madre dela protagonista, la monaca Cristiana, interpretata dalla sconosciuta Toti Achilli.
Eva Czemerys in due scene tratte da L’assassino ha riservato 9 poltrone
Ancora un ruolo marginale nel successivo Una vita lunga un giorno, girato nel 1973 per la regia di Ferdinando Baldi,mentre torna in un ruolo di primo piano in L’arma, l’ora, il movente, di Francesco Mazzei, nel ruolo di Gulia, l’amante di un prete, uccisa poi da Orchidea, interpretata da Bedy Moratti. Sempre nel 1973 è nel cast di 24 ore… non un minuto di più, curioso prodotto realizzato da Franco Bottari, film che ruota attorno all’eccellente Riccardo Cucciolla;
Cristiana monaca indemoniata
sempre nel 1973 arriva un film della serie women in prison, quel Diario segreto da un carcere femminile, diretto da Rino De Silvestro, con un cast di bellezze, come Anita Strindberg,Jenny Tamburi, Cristina Gajoni, Gabriella Giorgelli, Bedy Moratti,
Una vita lunga un giorno
Continua a lavorare con buona lena, creandosi un suo pubblico di ammiratori: il film successivo la vede protagonista, il film è questa volta Sedicianni, di Tiziano Longo, girato nel 1974. La sua parte è quella di Mara, una donna che dopo il divorzio va a vivere con il suo nuovo amore portandosi dietro la figlia sedicenne, che la colpirà al cuore seducendo l’amante della madre. Ancora una volta si tratta di un prodotto di non eccelsa qualità, che la confina tra le interpreti minori, nonostante il suo indubbio carisma e le buone capacità.

Due fotogrammi tratti da Perchè si uccide un magistrato
Confermate, ancora una volta, dal ruolo di Sibilla, amante del giornalista Solaris in Perché si uccide un magistrato , ottimo film di Damiano Damiani, un thriller con connotazioni poliziesche.Il vero passo falso è Morbosità, film diretto da Luigi Russo sempre nel 1974; è un film scadente, con un cast striminzito, nel quale spicca, per modo di dire, Gianni Macchia. Un insuccesso che sembra non pesare, tant’è vero che ottiene la parte da protagonista in Il figlio della sepolta viva, diretto da Luciano Ercoli nel 1974; il suo ruolo è quello di Giovanna, duchessa di Cambise, una perfida donna che con un complotto si è impossessata di una contea.
La gatta in calore
L’assassino ha riservato nove poltrone, thriller di discreta fattura del 1974, diretto da Giuseppe Bennati, è la sua opera successiva; vi interpreta il ruolo di Rebecca, sorella di un nobile, che finirà uccisa per un’oscura maledizione. Nel 1974 lavora in Juegos de sociedad, dello spagnolo José Luis Merino, film che non dovrebbe mai essere uscito sul mercato italiano, e successivamente in Roma drogata: la polizia non può intervenire, di Lucio Marcaccini. E’ l’ultimo film degli anni settanta che interpreta, siamo nel 1975; la Czemerys sparisce letteralmente dallo schermo, per motivi assolutamente sconosciuti. Tonerà nel 1983 in due ruoli secondari; il primo in Fuga dal Bronx, di Enzo G. Castellari,
Sedicianni
il secondo in Le feu sous la peau, letteralmente Il fuoco sotto la pelle, interpretato da attori di serie B e inedito in Italia. In pratica la sua carriera termina quì, e della bella Eva Czemerys si saprà soltanto del suo ritiro a vita privata. La bellissima attrice pare si sia dedicata da allora ad iniziative di beneficenza difendendo la sua privacy. La notizia della sua morte pare essere decisamente una leggenda metropolitana, come del resto potrete leggere nei commenti a questa breve biografia; suo marito ha smentito la notizia e la cosa ovviamente non può che fare piacere ai suoi numerosi ammiratori.
Un’attrice dotata, purtroppo poco sfruttata o impiegata per film di serie B, con qualche dovuta eccezione; un’attrice che era talmente riservata nella vita privata da non lasciare nemmeno a chi scrive una traccia di quello che l’ ha portata a scegliere di allontanarsi dal cinema.
Hoczeitsnacht report
Morbosità
Il figlio della sepolta viva
Il calore sotto la pelle
Una vita lunga un giorno
Giochi di società
Roma drogata: la polizia non può intervenire
Hochzeitsnacht report
24 ore,non un minuto di più
Il calore sotto la pelle 1985
Fuga dal Bronx 1983
Roma drogata: la polizia non può intervenire 1975
Perché si uccide un magistrato 1975
Giochi di società 1974
L’assassino ha riservato nove poltrone 1974
Il figlio della sepolta viva 1974
24 ore… non un minuto di più 1973
Una vita lunga un giorno 1973
Sedici anni 1973
Diario segreto da un carcere femminile 1973
La gatta in calore 1973
Cristiana monaca indemoniata 1972
L’arma, l’ora, il movente 1972
Poppea… una prostituta al servizio dell’impero 1972
Morbosità 1972
Hochzeitsnacht-Report 1972
All’onorevole piacciono le donne 1972
Bella di giorno moglie di notte 1971
I racconti di Canterbury
Chaucer, lo scrittore dei Racconti di Canterbury, è in viaggio con un gruppo di pellegrini, meta la cittadina inglese; per rendere meno noioso il viaggio, propone ad ognuno dei pellegrini di raccontare una storia, che allieti il viaggio stesso. Così assistiamo a otto novelle raccontate con malizia e impudicizia, divertimento misto a ironia anti religiosa; vediamo un ricco mercante, anziano e bavoso, smaniare per passare la prima notte di nozze con la bella Maggio, che lo cornificherà quando l’uomo perderà la vista.

Il mercante, Hugh Griffith e la bella Maggio, Josephine Chaplin
Il mercante la riacquista proprio nel momento in cui la donna si gode il suo amplesso, ma la ragazza stessa riuscirà a far credere al marito di aver avuto le traveggole. Sarà poi la volta di un giovane agghindato come il monello di Chaplin che si muove arraffando cibo dove può, assistendo alle varie unioni carnali (spesso omosessuali), prima di finire sulla gogna, passando per il diavolo
che beffa un taglieggiatore portandolo con se all’inferno, per una quattro volte vedova che al quinto matrimonio finisce per morire accidentalmente per colpa del neo marito, del quale si vendicherà strappandogli il naso a morsi, per un giovane che beffa un legnaiolo seducendogli la moglie, ma che verrà a sua volta beffato da un innamorato respinto dalla donna stessa, che lo punirà, involontariamente, mettendogli un bastone infuocato nelle terga. Infine, assisteremo alla parte più cupa del film, con tre giovani che si uccideranno fra loro per impossessarsi di un tesoro, prima del gran finale con un frate trasportato agli inferi, dove i suoi correligiosi vengono sputati fuori direttamente dal deretano di un gigantesco demonio.
Seconda parte della trilogia della vita, I racconti di Canterbury è dei tre film il meno riuscito, anche se esteticamente e fotograficamente, probabilmente è il migliore. Chaucer è lontano da Boccaccio, diviso da oltre 50 anni, e si vede; lo scrittore inglese non ha la finezza e lo stile narrativo di messer Boccaccio, e sembra che Pasolini faccia a gara con se stesso per rimarcarlo nel corso della sua narrazione, che questa volta è meno rigorosa, più scollacciata e sicuramente meno divertita rispetto al Decameron e meno ancora rispetto al Fiore delle mille e una notte.
Rimane comunque la solarità, anche se solo a tratti, delle situazioni, degli ambienti e delle persone di quel medioevo visto da Pasolini come un’epoca in cui probabilmente tutto era più semplice, anche se gestito dai poteri forti, il re, i ricchi e il clero. Ma ancora una volta assistiamo alla rivincita dell’umile, dello straccione, nei confronti dei potenti: lo dimostra l’abile Maggio, che beffa il bavoso mercante, così come l’anticlericalismo è tutto nelle scene finali, con il frate trasportato in un inferno flatulente, in cui diavoli rigorosamente colorati di rosso e blu sputano fuori a intervalli regolari dai loro posteriori orde di confratelli.
Il percorso del film non è omogeneo, mancando il regista di quell’umorismo greve, ma autenticamente popolare che possedeva Chaucer; lo stesso percorso del film, che inizia allegramente, con la novella del mercante e di Maggio, finisce in maniera tetra con i racconti finali, quello dei due ragazzi che beffano il mugnaio seducendogli moglie e figlia, quello dei tre giovani che si ammazzano per denaro e con il citato episodio del frate.
Questa volta, però, Pasolini abbonda in costumi, scenografia e ambientazione, andando a girare il film proprio in Inghilterra, restituendo quanto meno l’aria che pervade il libro di Chaucer, attraverso le costruzioni inglesi medioevali, costumi semplici ma assolutamente a tono, sopratutto utilizzando splendidamente la fotografia, luminosa e ariosa, che ci restituisce un medioevo non cupo e drammaticamente pervaso da morte e miseria, ma un’epoca quasi ridanciana, in cui i poveri sembrano vivere allegramente le loro vite,
beffandosi di oro e gloria, vanità e alterigia, grazie alla loro capacità di usare quel poco che hanno, ovvero l’aria, i campi e sopratutto il sesso, vera valvola di sfogo anche a livello sociale. Ecco, il sesso, in questo film di Pasolini, non ha la stessa valenza di altri suoi film; le stesse scene erotiche sono ridotte al lumicino, le beffe sessuali non hanno la valenza che avevano in Decameron e che avranno in Il fiore delle mille e una notte. Tant’è vero che il film stesso non venne perseguitato come il precedente Decameron; Pasolini sceglie anche, questa volta, attori presi dalla strada, con l’eccezione dei fidi Ninetto Davoli, che interpreta il giovane che si muove come Chaplin, Franco Citti, che interpreta il diavolo, la bravissima Laura Betti, la pluri vedova dell’episodio più riuscito del film assieme a quello del mercante (Hugh Griffith, bravissimo) e di sua moglie Maggio, la giovane Josephine Chaplin.
Accolto in maniera difforme dalla critica, che ancora una volta si divise tra strenui difensori e accaniti contestatori, I racconti di Canterbury, pur non possedendo l’energia selvaggia e dissacratrice di altri lavori del regista, rimane comunque un’opera pregevole, anche grazie alle sue numerose pecche. Pasolini ridà corpo all’anima spontanea del cinema, senza voler costruire un racconto imbellettato da attori che declamano stentorei e fini dicitori. Utilizza come al solito gente qualsiasi, rendendo quindi spontaneo il rapporto tra il racconto popolare e la sua anima più vera, il popolano, che in fin dei conti è il vero protagonista delle storie. Ci riesce, anche se solo a tratti, e consegna ancora una volta alla storia del cinema un’opera che quanto meno fa discutere e meditare.
Il film è disponibile su You tube all’indirizzo: https://www.youtube.com/watch?v=Hx41orl7Tn4
I racconti di Canterbury, un film di Pier Paolo Pasolini. Con Hugh Griffith, Franco Citti, Laura Betti, Ninetto Davoli, Joséphine Chaplin, Alan Webb, Tom Baker, Vittorio Fanfoni, Anita Sanders, Vernon Dobtcheff, Jenny Runacre, Philip Davis
Commedia, durata 122 (111) min. – Italia 1972.
Hugh Griffith: Sir January
Laura Betti: la donna di Bath
Ninetto Davoli: Perkin il buffone
Franco Citti: il diavolo
Alan Webb: il vecchio
Josephine Chaplin: May
Pier Paolo Pasolini: Geoffrey Chaucer
Regia: Pier Paolo Pasolini
Soggetto: I racconti di Canterbury di Geoffrey Chaucer
Fotografia: Tonino Delli Colli
Montaggio: Nino Baragli
Musiche: Ennio Morricone
Scenografia: Dante Ferretti
Interni Safa Palatino, Roma,
Esterni Canterbury, Abbazia di Battle,
Warwick,
Maidstone,
Cambridge,
Bath,
Hastings,
Lavenham,
Rolvenden (Inghilterra)
Etna (Sicilia)
Quando aprile con le sue dolci piogge ha penetrato fino alla radice la siccità di marzo, impregnando ogni vena di quell’umore che ha la virtù di dar vita ai fiori, quando anche Zeffiro col suo dolce soffio ha rianimato per ogni bosco e per ogni brughiera i teneri germogli, e il nuovo sole ha percorso metà del suo cammino in Ariete, e cantano melodiosi gli uccelletti che dormono tutta la notte ad occhi aperti, (tanto li punge al cuore la natura), la gente allora è presa dal desiderio di mettersi in pellegrinaggio e d’andare come palmieri per contrade forestiere alla ricerca di lontani santuari variamente noti, e fin dalle più remote parti d’ogni contea d’Inghilterra molti si recano specialmente a Canterbury per visitare il santo martire benedetto che li soccorse quand’erano malati e infermi …

«C’è dentro ogni ben di Dio», scrisse John Dryden dei Canterbuiy Tales di Geoffrey Chaucer (1340?-1400), vasto affresco incompiuto in versi sulla società inglese del XIV secolo. Ispirandosi forse a Boccaccio, ma comunque da buon conoscitore degli autori nostri, Chaucer immagina che nell’aprile 1383, durante un pellegrinaggio da Southwark all’abbazia di Canterbury, i partecipanti si narrino delle storie. Questi racconti dovevano essere 120: l’autore ne completò ventuno, ne lasciò abbozzati tre. Pasolini (che ridacchia in prima persona impersonando Chaucer nel film) ne ha scelti otto di tipo grottesco e scurrile, sorvolando sulla cornice che nel testo invece è molto significativa. » Tullio Kezich
Ancora una volta il verdetto di una giuria cinematografica non aderisce all’opinione che la maggioranza del pubblico e della critica si è fatta di un film. Un applauso striminzito, e commenti imbarazzati nonostante molte grasse risate durante la proiezione, hanno accolto la prima mondiale dei Racconti di Canterbury, il film di Pier Paolo Pasolini girato in Inghilterra (e quella inglese è l’edizione che l’autore considera originale) ma presentato dall’Italia al Festival di Berlino, secondo pannello d’un trittico ideale, governato dalla gioia di raccontare, che fu aperto dal Decameron e sarà chiuso dalle Mille e una notte. » Giovanni Grazzini
Tratto da The Canterbury Tales (prima edizione: 1478), l’opera maggiore e incompiuta del poeta inglese Geoffrey Chaucer (1343-1400). In cammino verso Canterbury – per onorare le spoglie dell’arcivescovo Thomas Beckett – Chaucer (P.P. Pasolini) e altri pellegrini raccontano storie e aneddoti. Tra i 24 che compongono la raccolta, il regista ne ha scelti 8, talvolta liberamente rielaborandoli o inventando. Tra Il Decameron (1971) e Il fiore delle Mille e una notte (1974), è il 2° film della cosiddetta “trilogia della vita”, e il meno riuscito. Chaucer è un grande umorista; Pasolini è talvolta ilare, ma quasi privo di umorismo. Nell’uno c’è gaiezza in penombra, nell’altro tetraggine. Il primo è licenzioso, il secondo scurrile con una programmata provocazione in cui entrano, forse, anche il calcolo e un esibizionismo quasi infantile. A livello figurativo sono innegabili l’occhio e il gusto di Pasolini, ma non c’è più l’orecchio, almeno nell’edizione italiana. Non mancano le figure azzeccate (L. Betti, F. Citti) né gli episodi riusciti, ma l’amalgama non convince. Morandini
Je t’aime moi non plus

Je t’aime moi non plus, titolo ricavato dall’omonima canzone scandalo interpretata dalla coppia Serge Gainsbourg-Jane Birkin, venne diretto nel 1975 dall’attore e poeta francese, proprio sull’onda dello scandalo ottenuto dalla canzone, tutta gemiti e sospiri, ricavata da quello che sembrava un autentico rapporto sessuale. L’intenzione di Gainsbourg era quella di ravvivare lo scandalo, raccontando una storia assolutamente anticonvenzionale tra due camionisti gay e una ragazza androgina, storia evolutasi poi in un complesso, impossibile rapporto a tre.
Joe D’Alessandro
Jane Birkin
Un qualcosa assolutamente inaccettabile, per la morale dei tempi: la metà degli anni settanta, anche se cinematograficamente si era avviata verso la libertà di costume, restava comunque ancorata alle convenzioni sociali, tra le quali c’era un rifiuto pressochè totale dell’omosessualità. Gainsbourg, con molta furbizia, scelse di trasportare il titolo della canzone nella versione cinematografica, che naturalmente nulla aveva a che vedere con la canzone.Il risultato fu un film molto noioso, scombinato e inconcludente, giocato tutto sulle abbondanti nudità di Jane Birkin, la Johnny del film.
Il film narra la storia di due camionisti, Kras e Patrice, legati affettivamente, anche sul lavoro. Hanno un camion che trasporta rifiuti alle discariche, e nei loro giri finiscono, un giorno, in un infimo motel,gestito da un tipo losco che organizza spettacoli di spogliarello di bassa lega per camionisti; nel motel lavora una ragazza, soprannominata Johnny, per la sua mancanza assoluta di femminilità.
La donna infatti, senza quasi seno, nascosta da abiti maschili e con i capelli cortissimi, ha un aspetto decisamente androgino. Kras se ne invaghisce proprio per queste sue caratteristiche, ma ovviamente la sua omosessualità impedisce di poter consumare un rapporto normale con la donna. Così Johnny, che prova comunque interesse per l’uomo, sceglie di farsi sodomizzare, pur di soddisfare Kras. Quando Patrice scopre la storia tra i due, inizia un impossibile rapporto a trois; Johnny, che trova delicato e gentile Kras, deve guardarsi dalla gelosia di Patrice, non disposto a cedere il compagno della vita.
Ma Johnny ormai ama Kras, con il quale ha frequenti rapporti sodomitici; ama il giovane e sopporta questa stranezza pur di non perderlo. Ma un giorno arriva la resa dei conti:Patrice riesce a trovare sola la ragazza, e tenta di ucciderla. E’ proprio Kras a salvarla, ma lo stesso, di fronte alla ragazza che chiede di punire duramente l’amico e compagno, sceglie di seguire Patrice, lasciando Johnny alla sua miserabile vita.
Film monocorde, giocato sulla fisicità sia di Joe D’Alessandro, che nel film interpreta Kras, sia della Birkin, assolutamente perfetta nel ruolo dell’androgina Johnny. Sono le uniche note positive di un film debole, che dimentica la denuncia dell’emarginazione per raccontare, in maniera abbastanza scontata, una storia d’amore improbabile, con un finale che per lo meno è in linea con la logica. Sarebbe stato davvero troppo vedere Kras convertirsi ad una sana e borghese “sessualità normale”
Il tema sonoro Je t’aime moi non plus è presente solo in una parte della pellicola, peraltro accennato in maniera strumentale
Je t’aime moi non plus un film di Serge Gainsbourg. Con Jane Birkin, Gérard Depardieu, Reinhard Kolldehoff, Joe Dallessandro, Boris Vian, Hugues Quester Titolo originale Je t’aime moi non plus. Drammatico, durata 80 min. – Francia 1976.

Jane Birkin: Johnny
Joe Dallesandro: Krassky
Hugues Quester: Padovan
Reinhard Kolldehoff: Boris
Gérard Depardieu: uomo a cavallo
Michel Blanc: un operaio
Ramon Pipin: il chitarrista

Regia Serge Gainsbourg
Soggetto Serge Gainsbourg
Sceneggiatura Serge Gainsbourg
Fotografia Willy Kurant
Montaggio Kenout Peltier
Musiche Serge Gainsbourg
Il ginecologo della mutua
Firmato da Aristide Massaccesi una volta tanto con il suo nome e cognome, in luogo del ben più famoso pseudonimo di Joe D’Amato, Il ginecologo della mutua, film diretto nel 1977 è una strana operazione cinematografica, che strizza l’occhio al filone Infermiere e dottoresse, tanto in voga sul finire degli anni settanta, ma con l’utilizzo di un cast di assoluto livello, che annovera attori come Aldo Fabrizi, Massimo Serato,
Renzo Montagnani, Mario Carotenuto, Toni Ucci oltre alle belle di turno che questa volta sono la bellissima Paola Senatore, Isabella Biagini, Daniela Doria e in una piccola parte anche Lorraine De Selle. La storia parte dalle vicende del dottor, Guido Lobianco, un ginecologo di fama che però in seguito a speculazioni sbagliate, si trova ad essere carico di debiti, e a dover fuggire quindi lontano.
Trova una soluzione affidando laboratorio e clientela al dinamico dottor Franco Giovannaldi, che dal canto suo è persona simpatica, allegra, ma che possiede soltanto uno scalcinato studio. L’uomo però è furbo, ha una carica di simpatia notevole e sopratutto è molto disponibile con le sue clienti. Così, ben presto, l’uomo i trova a doversi muovere in un autentico gineceo, composto da clienti che fanno la fila per farsi visitare da lui, ma non solo. Consigliato dall’astuta e scaltra segretaria Pamela,
il dottor Franco distribuisce fino allo stremo delle forze tutte le sue energie tra le clienti, in particolar modo verso la giovane Tina, moglie di un facoltoso costruttore, Altotti. Quando la donna resta incinta, Franco riesce a farsi finanziare la costruzione di una lussuosa clinica con la complicità di Tina e del costruttore, che ignora di non essere il padre del bambino.Naturalmente la clinica ottiene un successo strepitoso, e Franco, sempre coadiuvato dalla fedele Pamela, molla il suo studio e le sue clienti ad un giovane dottore. Lobianco, sempre alle prese con i suoi problemi di rientro, otterrà il finanziamento per uno studio ginecologico nell’isola tropicale in cui si è rifugiato.
Anche se il clichè è quello classico delle commedie sexy, in Il ginecologo della mutua si nota la mano del regista scaltro; a parte il cast, che comunque ha la sua valenza, il film non è, una volta anto, infrito di parolacce e funzioni corporali, anche se ovviamente punta quasi tutto sulle bellone di turno, ma senza trascendere. Il film a tratti è gustoso, merito anche di una buona sceneggiatura.
Qualche scena è davvero esilarante, e i dialoghi a tratti sono frizzanti. Bene Montagnani, che al solito ricopre alla perfezione il ruolo affidatogli, questa volta del furbo e scaltro dottor Gianni, alle prese con bellone di tutti i tipi, mogli insoddisfatte e in ultimo anche dalla furbissima segretaria Pamela, interpretata da Paola Senatore. Massimo Serato interpreta il dottor Lobianco, che alla fine resterà prigioniero della sua isola dorata, alle prese on centinaia di donne native, Aldo Fabrizi , con la sua solita bonomia è l’Avvocato Aristide, colui che in pratica favorisce l’ascesa di Gianni, mentre Isabella Biagini è la solerte segretaria di Gianni.
Film non certo memorabile, ma in grado di assicurare qualche momento di divertimento.
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Il ginecologo della mutua, un film di Aristide Massaccesi. Con Massimo Serato, Aldo Fabrizi, Mario Carotenuto, Renzo Montagnani, Isabella Biagini, Paola Senatore, Toni Ucci, Riccardo Salvino, Daniela Doria
Commedia, durata 95 min. – Italia 1977.

Renzo Montagnani: dott. Franco Giovanardi
Loretta Persichetti: Mara, moglie del dott. Giovanardi
Paola Senatore: Pamela
Massimo Serato: dott. Guido Lo Bianco
Daniela Doria: Tina, moglie di Arlotti
Toni Ucci: Nestore Arlotti
Riccardo Salvino: Filippo
Isabella Biagini: Giovanna
Mario Carotenuto: avv. Augusto Natisone
Aldo Fabrizi: dott. Pietro Massone
Stefania Spugnini: ragazza illibata ma incinta
Lorraine De Selle: amante di Mara
Marina Hedman Bellis: sig.ra Natisone
Anna Bonaiuto: Rosalia Saggarrò, siciliana focosa
Luciano Bonanni: guardia del corpo di Arlotti
Valeria Pescatore: gemella
Rossella Pescatore: gemella

Regia Joe D’Amato
Soggetto Joe D’Amato
Sceneggiatura Tito Carpi
Casa di produzione Kristal Film S.r.l.
Distribuzione (Italia) Fida Cinematografica
Fotografia Fausto Zuccoli
Montaggio Vincenzo Tomassi
Musiche Renato Serio
Scenografia Franco Gaudenzi
Costumi Silvana Scandariato
Ettore Lo Fusto

Il potente Giove, cardinale, chiede aiuto al suo scaltro segretario Mercurio per cercare di impossessarsi di un terreno sul quale dovrebbe sorgere un complesso residenziale per ricchi. Il problema è però rappresentato da Ettore lo Fusto, che proprio su quei terreni ha una villa trasformata in un bordello di lusso, frequentato da gente insospettabile.
Così Mercurio escogita un piano: coinvolgere i fratelli Menelao e Agamennone Due Re in una guerra privata contro Ettore, che in pratica fa concorrenza anche ai due fratelli. Il casus belli diviene così la bella Elena, moglie non certo fedele di Menelao, che viene sedotta ( anche se in realtà accade il contrario) dal bellimbusto Paride. Consigliati dallo scaltro Ulisse, i due fratelli organizzano la vendetta: assaltare la villa di Ettore.
Che però è estremamente ben difesa, tanto che la prima volta i due fratelli e la loro scalcinata banda rimediano una figuraccia. Grazie all’aiuto di Achille, che ha perso il fido amico gay Patroclo in una gara motociclistica con Ettore, i due fratelli espugnano la villa, non prima, però, di aver visto il loro locale raso al suolo proprio da Achille. Nell’assalto, Ettore finisce in un blocco di cemento, e diventerà la prima pietra del complesso residenziale sorto sui terreni proprio del defunto ettore, complesso inaugurato da Giove e Mercurio. La volubile Elena si consolerà con un onorevole, mentre Ulisse tornerà in Sicilia.
Commedia farsa interpretata da un cast straordinario, Ettore lo Fusto però tende molto più all’aspetto farsesco, denotando, in qualche momento, stanchezza di idee unite a dialoghi infarciti di qualche volgarità di troppo. Però il film si fa vedere con interesse, grazie anche, come già detto, al nutrito cast che comprende Vittorio De Sica, un cardinale Giove più satanico che religioso, Luciano Salce, ancor più luciferino del suo capo nel ruolo di Mercurio, segretario e mente pensante,
Philippe Leroy nei panni dello scaltro Ettore Lo Fusto, sconfitto solo dalla sua arroganza, Rosanna Schiaffino, assolutamente bella e spettacolosa nel ruolo della volubilissima Elena, Giancarlo Giannini nella parte dello scaltro Ulisse, Vittorio Caprioli in quella del cornuto Menelao e Aldo Giuffrè in quella di Agamennone e infine Franca Valeri nella parte della profetessa si sventure Cassandra. Completano il cast due bellezze, orchidea De Santis e Aydeèè Politoff nel ruolo di due ragazze squillo detinate a Ettore Lo Fusto e finite invece, grazie a Ulisse, nella magione dei due fratelli Due Re.
Non manca qualche momento felice, come la sequenza dell’assalto alla villa di ettore oppure la parte finale, con il cardinale Giove trionfante che si accorge della presenza del corpo di Ettore tra i massi delle fondamenta e che guarda con sguardo complice il fido segretario Mercurio.
Commedia sfilacciata, un tantino sguaiata, ma sorretta quanto meno dall’eccellente cast.
Ettore Lo Fusto, un film di Enzo Girolami Castellari. Con Giancarlo Giannini, Rosanna Schiaffino, Vittorio De Sica, Philippe Leroy, Aldo Giuffré, Vittorio Caprioli, Luciano Salce, Michael Forest, Edoardo Nevola, Franca Valeri, Gianrico Tedeschi, Pepe Calvo, Giancarlo Prete, Gigi Rizzi, Haydée Politoff, Pietro Torrisi, Orchidea De Santis
Commedia, durata 109 min. – Italia 1971.
Vittorio De Sica: Cardinal Giove
Giancarlo Giannini: Ulisse “il drittone”
Michael Forest: Achille
Aldo Giuffré: Agamennone
Philippe Leroy: Ettore
Juan Luis Galiardo: Paride
Gigi Rizzi: Polite
Haydée Politoff: Criseide
Giancarlo Prete: Patroclo, detto Clò-Clò
Rosanna Schiaffino: Elena
Luciano Salce: Conte Mercurio
Franca Valeri: Cassandra
Gianrico Tedeschi: Priamo
José Calvo: il dottore
Regia Enzo G. Castellari
Soggetto Henri Viard, Bernard Zacharias (romanzo)
Sceneggiatura Enzo G. Castellari, Sandro Continenza, Lucio Fulci, Leonardo Martín
Casa di produzione Empire Films
Distribuzione (Italia) Fida Cinematografica
Fotografia Guglielmo Mancori
Montaggio Vincenzo Tomassi
Musiche Francesco De Masi, eseguite da Il Punto
Scenografia Alberto Boccianti
























































































































































































































































































