E la notte si tinse di sangue

Belfast, metà degli anni settanta. Nel porto cittadino attracca una nave dalla quale sbarca un cittadino americano. E’ Cain Adamson, un reduce dalla guerra del Vietnam, senza soldi e alla ricerca di un rifugio sicuro. Cain è un uomo ferito nel fisico ma sopratutto con grossi problemi di equilibrio mentale; le esperienze passate nell’inferno di Hanoi hanno lasciato evidenti strascichi di natura psicologica e tare ormai irrecuperabili.
Che sia ormai fuori di testa lo si intuisce subito; abbordata una prostituta di mezz’età, si fa da questa accompagnare nel suo appartamento e la costringe sotto la minaccia di un lungo coltello a ballare nuda mentre lui suona l’armonica.

La prostituta che verrà picchiata
Del resto l’accoglienza di Belfast non è stata delle migliori, è in corso la lunga guerra fratricida tra cattolici e protestanti e lui ne fa le spese quando si reca in una chiesa e si ritrova nel bel mezzo di un attentato esplosivo dal quale esce indenne.
Per qualche giorno Cain sopravvive tra dormitori e stazioni, ma ben presto i pochi soldi che possiede finiscono. A quel punto per il reduce la strada sembra segnata; quello che per lui sembra un colpo di fortuna è rappresentato da un convitto di infermiere che l’uomo segue nella speranza di riuscire a rimediare con una rapina un pò di soldi. Così una notte si introduce nella pensione in cui le otto infermiere alloggiano; le ragazze sono là per concludere i loro studi e nel momento in cui Cain si introduce nella pensione sono intente a discorrere fra loro e a prepararsi per le feste.

Esplode la follia sadica di Cain
Con il suo inseparabile coltello, Cain sottopone le impaurite donne ad una serie di efferate violenze; dallo stupro alle sevizie vere e proprie, dai rapporti saffici a cui costringe due giovani infermiere fino al suicidio di una di esse che si ammazza con un coltello da cucina passando per una serie atroce di violenze, Cain semina la morte nel pensionato. Ma Cain non ha previsto una cosa……
E la notte si tinse di sangue (Born to hell o anche Naked massacre) diretto nel 1976 da Denis Héroux è un film nettamente spaccato in due; nella prima parte, che dura per almeno un’ora di film in cui assistiamo ad un timido tentativo da parte del regista di mostrarci l’inferno della guerra civile irlandese parallelamente alla vita miserabile di Cain, reduce dal Vietnam dal quale è tornato con la mente in pappa e carico di una violenza latente in attesa di esplodere.

L’irruzione nella pensione

Le due amiche si confidano
Cain all’inizio non sembra voler far del male a nessuno; ma le difficoltà di ambientamento, la mancanza di soldi, la violenza che si respira palpabile in città culminata con l’attentato alla chiesa nella quale si è momentaneamente rifugiato finiscono per far esplodere i suoi problemi psicologici.
Così, quando vediamo Cain penetrare di notte nella pensione immaginiamo già il passo successivo che introduce alla parte successiva del film, quella caratterizzata da un’assoluta mancanza di profondità della storia pareggiata da un’inaudita carica di violenza. Per le otto pensionanti, le giovani infermiere che fino a poco prima discorrevano di cose futili o di programmi sulle feste inizia un incubo senza fine; Heroux introduce l’elemento slasher e l’elemento erotico, bilanciando quindi la prima parte più attendista e descrittiva.
Essenzialmente questo è un film horror/slasher, quindi se vogliamo in perfetta linea con le intenzioni del regista e da questo punto di vista il film può dirsi riuscito pur con qualche riserva; quello che manca è l’amalgama, ovvero un bilanciamento migliore in cui l’odissea personale di Cain che finisce per diventare fonte di tragedia per le otto infermiere, prima della sorpresa finale che in qualche modo tiene a galla il film e fa propendere per un giudizio di sufficienza.

La prima vittima della follia di Cain

La bravissima Leonora Fani
Le perplessità riguardano principalmente la scelta di Mathieu Carrière come protagonista; se da un lato l’attore tedesco ha dalla sua una buona mimica che gli permette di interpretare il lato sociopatico di Cain al meglio, dall’altra è assolutamente poco credibile come reduce dal Vietnam.
Carriere, una lunga e prestigiosa carriera di comprimario in almeno un centinaio di produzioni cinematografiche e una ottantina televisive è incisivo come killer, molto meno come ex militare americano. Il problema è essenzialmente psicologico, per lo spettatore; il volto di Carriere mal si presta allo stereotipo del reduce. Per fare un esempio lato, Stallone (attore davvero da minimi sindacali) è molto più incisivo nel suo Rambo perchè è americano.

E’ tutto muscoli e ha il fisico del ruolo, l’espressione priva di intelligenza di colui che è passato nell’inferno e ne è uscito ed è sopratutto uno yankee a tutti gli effetti. Carriere no. Discorso diverso per il nutrito cast femminile, che vede la partecipazione delle nostrane Ely Galleani e Leonora Fani con in aggiunta le belle e brave Carole Laure e Christine Boisson; tra tutte la più convincente è la Fani, ancora una volta.

La minaccia a Jenny e Christine

Christine Boisson
L’attrice veneta sembra sperduta, un volto ingenuo e senza malizia in un fisico esile, sottile; il ruolo dell’infermiera Jenny le appartiene naturalmente e lei lo disegna splendidamente. Assolutamente memorabile la scena in cui Cain costringe lei e la sua amica/collega Christine (la Boisson) ad un rapporto saffico sotto la minaccia dell’immancabile coltello. Le due ragazze sorprese mentre colloquiano da un Cain che stringe tra le mani un carillon è una delle sequenze meglio riuscite del film, carica di tensione e di morbosità com’è.

Un’altra infermiera vittima del folle Cain

Ely Galleani
Mentre seguiamo queste scene, assistiamo anche alla perversione aggiuntiva di Cain che frusta con la cinghia la sventurata Jenny; subito dopo il folle Cain mostra alle due ragazze il corpo senza vita di una loro collega nascosto sotto il letto. Se vogliamo è la parte migliore del film, quella più autenticamente thriller e quella meglio riuscita dal punto di vista della tensione.

Cain costringe Jenny e Christine ad un rapporto saffico

Il corpo senza vita di Christine
Questo film ha avuto qualche problema sia con la censura che con la distribuzione; ancora oggi non esiste una sua versione digitale per il mercato italiano e quindi l’unica fonte visiva resta la VHS che la casa cinematografica Vidcrest diffuse nelle videoteche negli anni 80. Non mi risulta nessun passaggio televisivo del film stesso, e i motivi potrebbero essere da ricercare proprio nella difficoltà di reperimento del master originale.
Per questo motivo i fotogrammi che vedete inseriti nell’articolo appaiono di bassa qualità; per quanto riguarda la ricerca del film in altri formati appare difficilissima.
Se riuscite a recuperarne una copia vi consiglio di vederlo, se naturalmente siete appassionati del genere.
…E la notte si tinse di sangue
Un film di Denis Héroux. Con Ely Galleani, Mathieu Carrière, Christine Boisson, Carole Laure, Leonora Fani Titolo originale Born for Hell. Drammatico, durata 93 min. – Italia, Francia, Germania, Canada 1976.






Mathieu Carrière … Cain Adamson
Debra Berger … Bridget
Christine Boisson … Christine
Myriam Boyer … Leila
Leonora Fani … Jenny
Ely Galleani … Pam (come Ely de Galleani)
Carole Laure … Amy
Eva Mattes … Catherine
Andrée Pelletier … Eileen

Regia di Denis Héroux
Scritto da Fred Denger,Denis Héroux
Sceneggiatura di Géza von Radványi
Prodotto da Peter Fink e Georg M. Reuther
Musiche originali di Voggenreiter Verlag
Fotografia di Heinz Hölscher
Montaggio di Yves Langlois


Macabro

Jane e Leslie sono una coppia come tante, sposata da anni e con due figli, il piccolo Michael e la sorella più grande Lucy.
Jane vive una vita parallela, perchè ha un amante con il quale ha una relazione appassionata.
Gli incontri con Fred avvengono con frequenza nella casa di un giovane musicista cieco, che si arrangia riparando strumenti musicali e affittando alcune stanze saltuariamente.
Lucy un giorno mette in pratica un piano terribile; scoperta l’infedeltà della donna nei confronti del marito, simula la morte del fratellino annegandolo nella vasca da bagno.

Il raccapricciante bacio di Jane
Poi chiama la madre dicendole che è accaduta una disgrazia terribile.
Jane e Fred si precipitano verso casa, ma durante la corsa incorrono in un drammatico incidente, nel corso del quale l’uomo rimane letteralmente decapitato.
Mesi dopo ritroviamo Jane in casa di Robert, il musicista;Jane ha dovuto passare mesi in una clinica poi la donna ha ripreso lentamente a vivere e stringe un rapporto d’amicizia con il giovane non vedente.
Il quale poco alla volta si innamora di quella strana donna, che ormai vive da sola e che ha come unica compagnia le saltuarie visite della figlia Lucy.

Lucy , la figlia di Jane
Ma ben presto Robert si rende conto che c’è qualcosa di strano in Jane e che la donna non gli ha raccontato tutta la verità sulla sua vita privata.
Infatti la notte il giovane sente distintamente dei gemiti d’amore e si convince che Jane incontri qualcuno; Jane ha anche nella stanza un frigo che custodisce gelosamente tanto da tenerlo chiuso a chiave.
Deciso a scoprire cosa essa conservi all’interno Robert apre il frigo è ha la macabra sorpresa di rinvenire la testa mozzata del suo vecchio amante Fred.
Sconvolto Robert…….

Macabro è un film del 1980, diretto da Lamberto Bava, figlio del grande Mario, che si era fatto le ossa collaborando sia con il padre sia con Dario Argento.
Sfruttando un ottimo soggetto scritto dai fratelli Avati, dallo stesso Lamberto e da Roberto Gandus il giovane regista ottiene un prodotto molto interessante, che si inquadra nel genere horrorifico/thriller, con suggestioni sia del cinema del padre che di quelle di Argento.
La storia è sicuramente nuova e racconta il percorso di vita di una donna, Jane, che agli inizi ci appare solo come una persona che ha una relazione adulterina e che vedrà sconvolta la sua esistenza dalla duplice tragedia che sia abbatte su di lei, causata dalla gelosia della figlia Lucy che uccide suo fratello annegandolo e che subito dopo è causa involontaria della morte dell’amante della madre.
L’infelice Jane finisce in un manicomio e chiaramente, come vedremo nel corso del film, non supererà mai il trauma ricavato accentuando anzi in maniera esponenziale la mania per il suo amante che si rivelerà fatale per tutti i personaggi della vicenda.
Pur con pochi attori e con pochi soldi, Bava costruisce un film molto interessante, psicologicamente equilibrato e sopratutto basato più sulla suggestione del racconto che sugli elementi splatter che si riducono a poche sequenze, ovvero quella dell’incidente stradale, la morte del piccolo Michael e sull’impressionante verosimiglianza del capo mozzato di Fred, appassionatamente baciato da Jane.

I due amanti adulteri

Il finale è di stampo apocalittico e non lascia spazio all’happy end così amato da molti registi degli anni settanta.
Bava firma quindi un film molto interessante pur in un periodo in cui il cinema italiano è di fatto in una narcosi profonda; il film scorre alla perfezione, carico di tensione com’è, una tensione generata dall’atmosfera rarefatta creata dal regista romano, che dimostra di aver appreso appieno gli insegnamenti del padre.
Mario Bava aveva permesso solo a suo figlio Lamberto di girare qualche scena dei suoi ultimi lavori, e proprio Lamberto aveva messo mani a quello che era stato l’ultimo lavoro del grande Mario, quel La venere d’Ile girato per la tv e che non aveva riscosso molto successo.

Il bagno di Jane

Necrofilia…
Mario Bava riuscì a vedere il film del figlio e morì due mesi dopo l’uscita nelle sale di Macabro.
Aiutato dalla puntuale e rigorosa fotografia di Franco Delli Colli, Bava costruisce un film senza cedimenti aiutato anche dalle buone performance dei protagonisti, ovvero Bernice Stegers (Jane), peraltro poco sfruttata nel cinema, di Stanko Molnar (Robert) che appare spaesato proprio come dovrebbe essere il difficile personaggio di un non vedente e di Veronica Zinny (Lucy).

Il mortale incidente
Il soggetto del film probabilmente venne adattato da un fatto di cronaca nera realmente accaduto; Bava conduce lo spettatore per mano attraverso una storia morbosa, ai confini della follia con evidenti riferimenti necrofili e con un occhio al cinema fantastico adattando quindi quella che è una storia di malattia mentale presa di peso dalla cronaca ad immagini molto affascinanti.
Colonna sonora adeguata, con un sax in sottofondo che rende morbosa la pellicola; il termine esatto sarebbe malata, vista la particolare patologia di Jane…
Un film da riscoprire, accolto all’epoca della sua uscita con lusinghieri commenti e oggi divenuto un piccolo cult.

Robert sta per fare una terribile scoperta…

L’orribile segreto di Jane
Macabro
Un film di Lamberto Bava. Con Stanko Molnar, Bernice Steegers, Roberto Posse, Veronica Zinny- Horror, durata 89 min. – Italia 1980.









Bernice Stegers: Jane Baker
Stanko Molnar: Robert Duval
Veronica Zinny: Lucy Baker
Roberto Posse: Fred Kellerman
Ferdinando Orlandi: Mr. Wells
Fernando Pannullo: Leslie Baker
Elisa Kadigia Bove: Mrs. Duval

Regia Lamberto Bava
Soggetto Antonio Avati, Pupi Avati, Lamberto Bava, Roberto Gandus
Sceneggiatura Antonio Avati, Pupi Avati, Lamberto Bava, Roberto Gandus
Produttore Antonio Avati, Gianni Minervini
Casa di produzione A.M.A. Film, Medusa Distribuzione
Fotografia Franco Delli Colli
Montaggio Piera Gabutti
Effetti speciali Tonino Corridori, Angelo Mattei
Musiche Ubaldo Continiello
Scenografia Katia Dottori
Costumi Katia Dottori
Trucco Alfonso Cioffi



FBI e la banda degli angeli (Big bad mama)

America, anni 20
Wilma McClatchie e le sue due giovani figlie Polly e Billie Jean attraversano gli Usa in lungo e in largo usando per vivere sistemi illegali.
Le tre donne infatti rapinano, estorcono e alle volte uccidono per procurarsi denaro, che sistematicamente utilizzano per darsi alla bella vita.
Al terzetto si aggiunge anche William, che diventa dapprima l’amante di Wilma e in seguito delle due ragazze.

Angie Dickinson
Le quali non hanno alcuna regola morale, essendo vissute in compagnia di una donna, Wilma, avida e spregiudicata.
Attraverso varie vicissitudini, seguiamo il quartetto attraverso scorribande durante le quali il gruppo si macchia di tutti i crimini possibili.
Sulle loro tracce c’è l’FBI che ha l’ordine di catturare il gruppo usando anche le maniere forti.
Quando al gruppo si aggiungerà Fred Diller, un vagabondo sedotto dalle ragazze, la situazione esploderà.
Raggiunti in un casolare, il gruppo viene fatto bersaglio di una grandinata di colpi sotto i quali perisce William, che ha nel frattempo ucciso Diller responsabile di averli traditi.
Wilma con le figlie riesce miracolosamente a fuggire, ma sulla strada….

FBI e la banda degli angeli, strana traduzione del titolo originale Big bad mama, ovvero la grande mamma cattiva è un curioso on the road movie sullo stile di Bonnie and Clyde, ovvero un gangster movie a cui si aggiungono connotazioni prese da altri generi cinematografici.
Il film è molto veloce e le azioni delittuose del gruppo si succedono senza sosta, attraverso una descrizione, per forza di cose sommaria, di una campagna americana com’era negli anni 20.
L’elevato ritmo del film giova alla scorrevolezza dello stesso, a tutto scapito però della profondità psicologica dei personaggi e principalmente a scapito della comprensione di ciò che spinge Wilma e le sue figlie a compiere azioni delittuose.
Wilma Mc Clatchie ci appare come una donna avida e senza scrupoli, assolutamente amorale tanto da accettare che le figlie si spartiscano il suo amante; nulla sappiamo del suo passato, nulla sappiamo di cosa la spinge a rubare, uccidere e delinquere.


Le due figlie di Wilma appaiono ancor meno caratterizzate: di loro vediamo solo azioni criminali, assistiamo al loro genuino entusiasmo quando fuggono da un crimine appena commesso oppure quando seducono l’amante della madre o il nuovo compagno di delitti, quel Diller che sarà la causa principale della loro fine.
Wilma è principalmente una rapinatrice; che sia una banca o un ricevimento, un tavolo da gioco o altro non ha nessuna importanza.
Se occorre, sa usare la pistola o il mitra, come ogni buon gangster che si rispetti.
Non ha motivazioni politiche, non ha ideologie.


Quello che fa è conseguenza della sua indole, non di una scelta motivata.
Consecutivamente accanto a lei agiscono le due giovani figlie, che appaiono altrettanto prive di una coscienza sociale o di una morale di fondo.
Se il diabolico trio femminile è poco delineato nelle motivazioni delle gesta che compie, ancor meno lo è la coppia di uomini che sia aggiungerà al terzetto.
Sono due criminali di piccolo taglio e come tali non hanno neanche loro una storia alle spalle, degna di essere raccontata.
Steve Carver, regista del film datato 1974 predilige quindi l’azione a tutto il resto, condendo il film quà e là di scene erotiche peraltro non accentuate; quello che conta sono le sparatorie, le fughe, le truffe e a margine il sesso.
Che vede coinvolte le tre donne in triangoli pericolosi, dove però i sentimenti non esistono con conseguente buona pace delle stesse, che così possono spartirsi i partner senza gelosie.
Se vogliamo quindi l’amoralità è il vero anello di congiuzione della storia, che però come dicevo agli inizi è essenzialmente un action movie senza nessuna velleità socio/culturale.

Steve Carver, che aveva diretto con buona mano il peplum erotico La rivolta delle gladiatrici (The arena) è regista superficiale ma abile nell’intuire i gusti di un pubblico abituato a film poco profondi ma veloci e d’azione.
Big bad mama conferma questa sua vocazione attraverso la descrizione delle avventure delle tre donne e attraverso sequenze tutto sommato godibili.


Memorabile quella in cui le due ragazze con fare malizioso mettono in mostra parte delle loro grazie durante un convegno di veterani di guerra, oppure la sequenza che vede protagonista Wilma che si intrufola in una festa Vip per derubare i notabili del posto. Molto bella anche la sequenza finale dell’assalto dell’FBI al fienile dove il gruppo ha trovato riparo.
Per quanto riguarda il cast, nulla da eccepire: molto brava e affascinante Angie Dickinson nel ruolo di Wilma, molto bene Susan Sennett e Robbie Lee che interpretano de due figlie di Wilma, bene anche William Shatner che riesce a liberarsi dell’ingombrante figura del comandante dell’Enterprise.
Un film di buon livello che se non lascia tracce profonde riesce in qualche modo a far passare due ore piacevoli incollati allo schermo.

F.B.I. e la banda degli angeli
Un film di Steve Carver. Con Tom Skerritt, Angie Dickinson, Susan Sennett, William Shatner, Robbie Lee Titolo originale Big Bad Mama. Action movie, durata 83′ min. – USA 1974











Angie Dickinson … Wilma McClatchie
William Shatner … William J. Baxter
Tom Skerritt … Fred Diller
Susan Sennett … Billy Jean
Robbie Lee … Polly
Noble Willingham … Zio Barney
Dick Miller … Bonney
Tom Signorelli … Dodds
Joan Prather … Jane Kingston
Royal Dano … Reverendo Johnson
John Wheeler … L’avvocato
Ralph James … Lo sceriffo
Sally Kirkland … La donna di Barney

Regia Steve Carver
Sceneggiatura William W. Norton, Frances Doel
Produzione Roger Corman
Musiche David Grisman
Cinematography Bruce Logan
Montaggio Tina Hirsch







La collegiale

Raggiunta la maggiore età la giovane Daniela abbandona il college dove è rimasta a studiare per alcuni anni e torna a casa.
L’impatto con la famiglia però si rivela durissimo: dal padre alla matrigna, nella casa dei suoi vige una moralità degna di Sodoma e Gomorra.
Suo padre Carlo infatti trascura tutto impegnato com’è ad accumulare denaro, non accorgendosi nemmeno che la sua seconda moglie (la matrigna di Daniela) passa il suo tempo cornificando il marito, che sua zia Emy fa ancora di peggio saltando in tutti i letti possibili e che suo cugino, per completare l’edificante quadretto famigliare, è un ricattatore.
Per Daniela la situazione è davvero imbarazzante e dopo poco decide di adeguarsi in qualche modo all’andazzo della casa, accettando la corte del giardiniere di casa, Marco.


Sarà con lui che Daniela sceglierà di allontanarsi in cerca di aria pulita.
Se non è certo l’originalità il tema portante del film La collegiale, regia di Gianni Martucci, va riconosciuta a questo film una mancanza di volgarità tipica delle commedie sexy scollacciate degli anni settanta.
Costruito attorno ad un cast di qualche pretesa, il film di Martucci, uscito nel 1975 e quindi nell’ultimo anno di grande affluenza ai botteghini pur essendo infarcito delle solite nudità proposte ad ogni occasione utile, mantiene un certo decoro nei dialoghi e nelle situazioni ad alto calore erotico.
C’è un tentativo appena abbozzato di critica sociale, all’istituzione della famiglia e alla solita morale di provincia ma è solo un timido e velleitario tentativo.

Martha Katherin

Sofia Dionisio
Il film infatti non esce mai dai binari rigorosi della commedia spinta, pur mantenendo come dicevo prima un decoro che in altre produzioni del genere è mancato del tutto.
I dialoghi non sono eccelsi ma nemmeno imbarazzanti e qualche situazione muove al sorriso; sembra di assistere ad una prosecuzione del film La minorenne, uscito l’anno prima per la regia di Amadio con protagonista Gloria Guida.
Il livello della pellicola è praticamente lo stesso, ma questa volta nel film di Martucci quanto meno ci si bea gli occhi.


Femi Benussi
Se le protagoniste sono la sorella minore di Silvia Dionisio, Sofia e Martha Katherin alla sua prima ed ultima comparsa in un film, c’è la presenza di una splendida Femi Benussi ad alzare il livello qualitativo almeno a bellezza corporea.
L’attrice friulana, splendida trentenne, è uno spettacolo per i sensi e compare più svestita che con i panni addosso.
Ad interpretare il ruolo di Marco (il giardiniere) troviamo l’ex fidanzato d’Italia Mario Castelnuovo,che nel 1975 si dedicò anima e corpo alle partecipazioni a film del filone commedia sexy (ricordiamo i vari Amore mio spogliati… che poi ti spiego! ,Quella età maliziosa e l’ottimo thriller Nude si muore).
L’attore lombardo è impegnato a guadagnarsi la pagnotta e si vede; questo è il suo penultimo ruolo in un film sexy, visto che negli anni successivi si dedicherà anima e corpo agli sceneggiati tv, forse meno remunerativi dal punto di vista economico ma sicuramente più appaganti professionalmente.

In quanto a Martucci, la sua è una regia più che dignitosa, nella quale il regista milanese evita di calcare la mano sui soliti stereotipi della commedia sexy puntando ad un intrattenimento che non scivoli nel trash.
Il suo è un esordio dietro la macchina da presa, la prima delle cinque regie globali che lo vedranno protagonista, prima dell’ultimo capitolo firmato nel 1988 con I frati rossi.
Un film ormai sepolto in un cassetto, La collegiale.
Tuttavia può capitare di rivederlo trasmesso dalle private; in questo caso scegliete di vederlo, quanto meno per rifarvi gli occhi con delle bellezze femminili che non usavano silicone o altri trucchi per mostrarsi più appetibili.
La collegiale
Un film di Gianni Martucci. Con Femi Benussi, Nino Castelnuovo, Silvia Dionisio, Marta Katherin,Franco Diogene Erotico, durata 97 min. – Italia 1975.








Nino Castelnuovo: Marco
Martha Katherin: Daniela De Marchi
Sofia Dioniso: Marta De Marchi
Franco Diogene: Carlo De Marchi
Femi Benussi: Emy
Franco Merli: Stefano
Sergio Di Pinto: hippy

Regia Gianni Martucci
Produzione Giuliano Simonetti
Soggetto Gianni Martucci
Sceneggiatura Piero Regnoli
Musiche Berto Pisano
Cinematography Fausto Rossi
Montaggio Bruno Mattei
Costumi Elena De Cupis
Tony Arzenta
Tony è un killer e nel suo mestiere è il migliore, preciso, silenzioso, implacabile. Ma la sua nuova natura di pater familia, gli impone di smettere. Guardare il piccolo dormire dopo aver tolto la vita a qualcuno, è una doppiezza che non gli attiene più; quella pallottola che prima o poi sarebbe diretta a lui, che non era mai stato un problema prima, adesso avrebbe il peso di una tragedia troppo grande. E allora ha deciso: un ultimo lavoro e poi fuori. Ma l’organizzazione per la quale ha lavorato fin’ora, una sorta d’internazionale del crimine in odore di mafia, non accetta dimissioni: Arzenta sa troppo e non può certo andarsene via così senza pagarne pegno.
Ed il pegno è alto, altissimo: ancora una volta, la propria stessa vita. Il conto che sarà costretto a pagare è, però, se possibile, ancora più salato. Dentro l’auto caricata di tritolo non salirà lui, vittima designata, ma sua moglie e suo figlio, la morte dei quali, contravvenente anche lo stesso codice “etico” della mala, scatenerà la sua contro-vendetta. Una gara venatoria in cui i ruoli di cacciatore e preda si ribalteranno continuamente.
Alain Delon e Nicoletta Machiavelli
Mai arretrerà dal compito che si è dato: uccidere uno ad uno i vertici dell’organizzazione. Quando si piegherà ad una trattativa, mosso dalle garanzie di una tregua riferite per mezzo dell’amico parroco, è la fine. Una fine sbrigativa e beffarda.
Il plot del film è essenzialmente tutto qui. Come nelle parole dello stesso sceneggiatore, Roberto Gandus, è il canovaccio trito e ritrito del tipo che vuole abbandonare il giro ma glielo impediscono. Ed è vero.
Ma Tony Arzenta vive d’altro ed è qualcosa che va aldilà e lo pone al di fuori del genere a cui è eletto, grosso modo il poliziottesco di quegli anni. E’ quella nota dolente che attraversa tutto il film, già da prima che il dramma si compia, che segna il volto di Tony sin dalle prime inquadrature. Poiché se Simenon, per tramite di Maigret, ebbe a dire che “Non esistono vittime e carnefici ma solo vittime“, allora Tony è già morto da tempo e quell’ultimo omicidio su commissione, è vissuto da lui come un ultima violenza a se stesso ed ai suoi cari.
Mentre in casa si festeggia il compleanno del figlio, con il fare dell’impiegato consapevole di star perdendo momenti fondamentali della sua vita per un lavoro che non ama, Arzenta si appresta a raggiungere il condannato a morte come se il condannato fosse lui stesso. Sui titoli va L’appuntamento di Ornella Vanoni. Forse è un allusione ai trascorsi della cantante nota anche per le cosiddette “canzoni della mala”;
Carla Gravina
forse scelta per la profonda milanesità dell’interprete ad aprire un film profondamente meneghino come questo. Oltretutto contribuisce a datare gli eventi, è il 1973, oltre che a commentare per contrasto la tensione statica che prelude all’atto violento che sta per compiersi, dà la misura dell’anomala quotidianità di quella che è una persona qualunque, con “l’autoradio” ed il “mangianastri”, sintetizza il senso della vicenda ed anticipa gli eventi: la vita di Tony, da quel momento sarà segnata da una serie di appuntamenti con un destino che non darà tregua.
Tessari, regista robustissimo, qui, secondo il sottoscritto, al suo apice, rende omaggio al polar francese. Riprende Il clan dei siciliani di Verneuil e lo ibrida a Frank Costello faccia d’angelo.
Di fatto, sembra prendere il samurai di Melville trasponendolo in Italia, qualche anno dopo, con i segni del tempo, inteso più che altro come accumulo di amare esperienze giacchè Delon invecchia come il vino buono, che ne solcano il viso e ne incupiscono lo sguardo. Ridefinisce le coordinate spostandone l’accento sulla componente emotiva, laddove il noir d’oltralpe raffreddava e stilizzava i sentimenti.
Silvano Tranquilli
Il percorso (de)formativo insito in pellicole come lo stesso Frank Costello, costruito come progressivo mutamento esistenziale del personaggio centrale, viene vissuto qui in modo estremamente doloroso: la perdita; la paura d’immaginarsi una nuova vita così profondamente lontana da quella precedente; l’oblio di se, nel rintanarsi nella solitudine della propria casa a macerare la pena nei ricordi, ad osservare i giocattoli del figlio, nello sfogliare l’ultimo libro letto dalla moglie.
I limiti del film vanno ricercati proprio nell’obiettivo che si è posto (il polar all’italiana); nei riferimenti troppo alti, un po’ pretenziosi, troppo al di sopra delle sue effettive possibilità.
Dove gli snodi drammaturgici avrebbero imposto una maggiore concentrazione, tutto viene risolto in azione, se non in ironia. Il ché smorza nettamente la tensione e la stessa visione viene, per questo, condizionata da aspettative puntualmente tradite. Ma, basta cambiare prospettiva e il film riconquista tutta la sua forza: è un thriller tutto italiano che della grammatica francofona assume soltanto i tratti essenziali e li sintetizza ulteriormente in un soggetto più ruvido ma più sentimentalmente coinvolgente.
Per Arzenta, così come per Costello alla rottura dello schema rigidissimo entro il quale si muove, non può corrispondere seguito. E questo Delon lo fa presagire fin dai primi momenti, perchè, dall’attore immenso che fu, non interpreta, ma diviene il suo personaggio. Lo trascina, sequenza dopo sequenza, vivendolo fino in fondo, restituendo ogni sua pena in modo che più verosimile non potrebbe essere. Non si abbandona mai alla disperazione ma la introietta, rielaborandola in una vendetta silenziosa ed inarrestabile. Una vendetta che lo porterà sino a Copenaghen dove l’organizzazione è impegnata in un summit. E’ lui motore e fulcro della meccanica narrativa.
Lungo il percorso, affiorano gli stralci della sua vita nella forma di passate conoscenze: come Domenico (Marc Porel) che pagherà cara la sua amicizia; Sandra (Carla Gravina) che lo affiancherà sino alla fine e Dennino (Giancarlo Sbragia) che lo aiuterà, invece, durante la trasferta danese ma del quale traspare da subito la natura ambigua.
Richard Conte e Umberto Orsini
Presenze che, insieme ai genitori, costruiscono con pochi segni la complessità di una figura che affianca la mietitura di anime a rapporti profondi e legami potenzialmente indissolubili.
Tony Arzenta vive di momenti, d’immagini, di concitate scene d’azione che sono tra le migliori mai realizzate in Italia. Così come più che efficaci sono le veloci sequenze in auto, dalle riprese oblique,
dal veloce montaggio alternato e dai carrelli Kubrickiani che anticipano Tony sotto i portici o tra i corridoi del residence. Vi sono attimi di estrema tensione (Tony, a Copenaghen, che, fuori dalla pensione, accompagna la prostituta nella piazza deserta pur consapevole del rischio d’agguato) e momenti di attesa leoniana (l’introduzione in casa di Cutitta o il matrimonio della figlia di Nick sul finale).
A sinistra: Corrado Gaipa
La fotografia dipinge quadri pop di grande profondità e contribuisce fortemente a trasmettere quel senso di amara desolazione che stringe il protagonista, attraverso espedienti di rara forza sintetica; come la zoomata a scatti, sul protagonista seduto in fondo, attraverso le aperture del corridoio di casa. O le riprese dell’accumulo di oggetti, dei resti di cibo e bevande che sottolineano in un attimo lo scorrere del tempo come da insegnamento del maestro Hitch (vedi La finestra sul cortile). Per non dire del campionario di modelli estetici vintage di cui il film diventa, inconsapevolmente, manifesto, rivisto a quarant’anni di distanza. Quando il filmare insistentemente abiti, architetture, interni, dischi, ecc., fu probabilmente un vezzo, anche piuttosto diffuso nel cinema del tempo e non solo italiano, di rendere tributo alla propria contemporaneità. Ed anche in questo il referente diretto restano le immortali geometrie di Frank Costello.
A reggere il tutto contribuisce un vero e proprio dream team di caratteristi del cinema del tempo: oltre a Richard Conte e Umberto Orsini, Roger Hanin, Carla Calò, Silvano Tranquilli, Rosalba Neri, il grande Lino Troisi, Erika Blanc, Anton Diffring, i succitati Porel, Sbragia e Gravina. Facce note dietro le quali si celava un immenso lavoro d’artigianato che ha reso Tony Arzenta, con le sue mille sbavature, le sue altrettante ingenuità (soprattutto nei dialoghi) ed incoerenze (perchè Sandra dovrebbe farsi il viaggio da Milano alla Sicilia senza mai risistemarsi capelli e trucco dopo essere stata picchiata?) tra i migliori esempi del cinema di genere di quei tempi.
Si, ma a quale genere apparterrà un film come questo?
Tony Arzenta (Big Guns)
Un film di Duccio Tessari. Con Alain Delon, Roger Hanin, Marc Porel, Carla Gravina, Richard Conte, Nicoletta Machiavelli, Guido Alberti, Ettore Manni, Silvano Tranquilli, Carla Calò, Giancarlo Sbragia, Umberto Orsini, Rosalba Neri, Erika Blanc, Corrado Gaipa, Loredana Nusciak, Nazzareno Zamperla, Anton Diffring, Lino Troisi Titolo originale Big Guns. Drammatico, durata 113′ min. – Italia, Francia 1973.
Alain Delon: Tony Arzenta
Richard Conte: Nick Gusto
Carla Gravina: Sandra
Marc Porel: Domenico Maggio
Roger Hanin: Carrè
Nicoletta Machiavelli: Anna Arzenta
Lino Troisi: Rocco Cutitta
Silvano Tranquilli: Montani
Corrado Gaipa: Padre di Tony
Umberto Orsini: Avvocato Isnello
Giancarlo Sbragia: Luca Dennino
Erika Blanc: Prostituta
Loredana Nusciak: L’amante di Gesmundo
Regia Duccio Tessari
Sceneggiatura Franco Verucci, Ugo Liberatore e Roberto Gandus
Produttore Luciano Martino
Fotografia Silvano Ippoliti
Montaggio Mario Morra
Musiche Gianni Ferrio
Scenografia Lorenzo Baraldi
Costumi Danda Ortona
Trucco Mario Van Riel
L’anno del dragone


Siamo nel 1985 e sono passati 5 anni dall’ultima regia di Michael Cimino, quel “I cancelli del cielo” che ha di fatto significato il fallimento per la United Artist.
La gloriosa casa di produzione che aveva prodotto capolavori come Oltre il giardino, Tornando a casa, Quinto potere ed altri aveva chiuso i battenti, strangolata dai costi di produzione del film costato quasi 45 milioni di dollari e che aveva incassato la miseria di 3 milioni.
Cimino è quindi diventato un nome poco gradito ai produttori, nonostante avesse firmato nel 1978 il celebre Il cacciatore; è la Dino De Laurentis production a dare una chance al regista americano e il regista di New York ne approfitta per stendere, con l’aiuto di Oliver Stone, la sceneggiatura di L’anno del dragone, riducendo per lo schermo un romanzo omonimo di Robert Daley.
Con un’incoscienza davvero unica, Cimino decide di affidare le due parti principali a Mickey Rourke e Ariane Koizumi; Rourke ha un buon passato, ma non è ancora famoso mentre Ariane Koizumi è praticamente una sconosciuta.
Il rischio di un altro flop costoso è quindi dietro l’angolo.


Viceversa, Cimino mostra di essere un talento naturale del cinema, ad onta delle poche regie fatte, solo 8 in tutto.
Se I cancelli del cielo, che pure era un grande film si era scontrato con una serie di problemi e alla fine era andato incontro al disastro ai botteghini, sorte diversa arride a L’anno del dragone che non solo si rivela un ottimo investimento ma che mette d’accordo critica e pubblico.
Cosa davvero rara per un film violentissimo e sorretto da una sceneggiatura tutto sommato abbastanza banale.
Eppure L’anno del dragone piace, a tratti entusiasma anche con i limiti di una storia già vista altre volte.
La storia narra le vicende di un Capitano di polizia di origini polacche, Stanley White chiamato dai suoi superiori ad un compito davvero difficile; mettere un freno alla dilagante violenza che spira sul quartiere cinese di Chinatown, dove la malavita organizzata ha creato un impero criminale che gode di oscure connivenze e che detta la sua legge spietata sugli abitanti del quartiere.
Stanley è un pluridecorato della guerra del Vietnam ed è tornato dalla “sporca guerra” con un odio mortale e inestinguibile nei confronti dei musi gialli, odio reso ancora più acuto dal ritiro americano che di fatto ha sancito la fine della guerra e la conseguente umiliazione americana.

Il Capitano si trova a dover fronteggiare da subito la guerra scatenata da quelle che sembrano giovani bande di delinquenti che hanno assassinato il capo della principale organizzazione criminale di Chinatown.
Le sue convinzioni sulla colpevolezza della popolazione amricanizzata di origine asiatica ben presto vengono smentite dai fatti; Stanley deve ricredersi perchè la responsabilità è della mafia di Chinatown, mimetizzata dietro la facciata per bene dei ristoranti, delle lavanderie, di quel mondo che ruota attorno al commercio e al turismo.
Stanley si ritrova anche con il matrimonio in crisi; la moglie, stufa dei suoi metodi violenti lo abbandona e lui cerca rifugio in un rapporto professionale prima, sentimentale poi con la bella giornalista Tracy Tzu, un’idealista innamorata del proprio lavoro e che vorrebbe cambiare lo status quo generatosi nel quartiere cinese.



La lotta di Stanley contro il crimine si trasforma in una crociata personale sanguinaria, violenta.
Pur di sconfiggere il nemico, Stanley adotta metodi violentissimi che ben presto portano alla morte i suoi collaboratori, facendogli perdere anche i gradi e la fiducia dei superiori che in qualche modo sono conniventi con i mafiosi, un pò perchè corrotti un pò perchè considerano il tutto come una faccenda interna al quartiere….
Come dicevo all’inizio, L’anno del dragone ha una trama tutto sommato poco affascinante; quello che più conta, per Cimino, è la messa in pratica di un teorema che l personaggio Stanley White fa suo, ovvero alla violenza si risponde con una violenza ancor superiore.

Il film, in questo modo, perde qualsiasi connotazione di denuncia sociale o filosofica, trasformandosi in una sarabanda di colpi di scena, di violenza inusitata mostrata allo spettatore in tutte le salse possibili.
Agguati, omicidi, sparatorie e inseguimenti finiscono per farla da padrone e le uniche pause del film diventano quelle dedicate alla relazione tra Stanley e la moglie o quelle con la sua nuova fiamma, Tracy che in fondo è l’unica che alla fine gli resta vicino.
Questo però non significa assolutamente che il film sia superficiale o peggio, un accozzaglia di morti ammazzati e di sparatorie.
Cimino riesce a mostrare il lato oscuro di Chinatown, quel mondo a se stante che si illude di potersi gestire da solo e quindi di poter agire aldilà della legge. Emerge uno spaccato fatto di violenza e sopraffazione in cui la responsabilità va ascritta anche alla corruzione di parte della polizia della città, che quando non è connivente assiste senza muover dito ai fatti generando così il clima che Chinatown è costretta a respirare.

Attorno troviamo la malavita internazionale legata alle triadi che gestiscono il mercato della droga e della prostituzione, del lavoro schiavistico e della tangente e di tutta la fenomenologia criminale comune purtroppo a tutte le mafie.
L’atmosfera del film appare stridente; la fotografia vira spesso tra luci abbaglianti e scenari plumbei, come la storia che scorre sotto gli occhi dello spettatore.
Il cast lavora con un sincronismo impressionante, seguendo le evoluzioni della storia ad una velocità che coinvolge lo spettatore fino all’ultimo fotogramma.
Il merito principale va ascritto a Mickey Rourke che disegna un personaggio indimenticabile, probabilmente il meglio riuscito nella sua carriera accanto a quello di Angel nel film Angel heart ascensore per l’inferno.
La faccia da duro e dannato, i metodi bruschi e spicci, la capacità di usare una straordinaria mimica facciale nel passare da espressioni ironiche a quelle da autentica faccia da schiaffi contribuiscono a rendere indimenticabile il personaggio di Stanley White, tanto che alla fine ci si chiede se l’attore quasi newyorkese in fondo non sia davvero nell’intimo come il personaggio interpretato.


Bravissima la sconosciuta Ariane Koizumi alle prese con il ruolo della giornalista dal volto pulito, l’idealista Tracy Tzu.L’attrice americana, nonostante l’ottima interpretazione, non riuscirà a trovare spazio ad Hollywood, limitandosi a lavorare solo in King of New York di Abel Ferrara e in Skin art di W. Blake Herron prima di scomparire del tutto.
Ancora una volta, un’attrice dalle ottime doti ignorata dalla mecca del cinema!
Il resto del cast fa la sua parte con diligenza e bravura; da segnalare l’ottimo John Lone (che rivedremo l’anno successivo in L’ultimo imperatore di Bertolucci, nel ruolo principale di Pu Yi) che verrà ingiustamente escluso dal premio Oscar (L’ultimo imperatore ne vinse 8)

L’anno del dragone
Un film di Michael Cimino. Con Mickey Rourke, John Lone, Ariane, Dennis Dun, Victor Wong,Jack Kehler, Eddie Jones, Fabia Drake, Caroline Kava, Desmond McNamara, Ariane Koizumi, Ray Barry, Lenny Termo, Tony Lip, Joey Chin, Hon Lam Baau, Rosa Ng, K. Dock Yip, Daniel Davin, Mark Hammer, Gerald Orange, Paul Lee, Chim Sum Lee, Keenan Leung, Jeff Khowong, Jerry Chan, Jerry Chang, Gardell Tung, Johnny Shia, Doreen Chan, Aileen Ho, Lisa Lee, Steven S. Chen, Paul Scaglione, Joseph Bonaventura, Jilly Rizzo, Mei Sheng Fan, Harry Yip, Lin Ngan Ng, Raymond J. Barry, Tisa Chang, Janice Wong, James Scales, Way Dong Woo, Jimmy Sun, Judy Dennis, Jadin Wong, Lucille D’Agnillo, Susan Ricketts, Emily Woo, Rudy Ugland Titolo originale Year of the Dragon. Drammatico, durata 136 min. – USA 1985.







Mickey Rourke: Stanley White
John Lone: Joey Tai
Ariane Koizumi: Tracy Tzu
Leonard Termo: Angelo Rizzo
Raymond J. Barry: Louis Bukowski
Caroline Kava: Connie White
Eddie Jones: William McKenna
Joey Chin: Ronnie Chang
Victor Wong: Harry Yung
Dennis Dun: Herbert Kwong

Regia Michael Cimino
Soggetto Robert Daley (romanzo)
Sceneggiatura Michael Cimino, Oliver Stone
Produttore Dino De Laurentiis
Fotografia Alex Thomson
Montaggio Noëlle Boisson, Françoise Bonnot
Musiche David Mansfield
Scenografia Wolf Kroeger

Ferruccio Amendola: Stanley White
Massimo Giuliani: Joey Tai
Isabella Pasanisi: Tracy Tzu
Maria Pia Di Meo: Connie White




Nerosubianco


Nerosubianco è un non-film.
Ed è l’espressione migliore di un regista, Tinto Brass, che ha vissuto due vite cinematografiche completamente dissimili fra loro.
Girato nel 1969, quando ancora l’eco del sessantotto si udiva nella musica come nel cinema, nella letteratura e nel teatro, Nerosubianco appartiene, come dicevo all’inizio alla categoria dei non film, ovvero di opere che usano il linguaggio cinematografico e le immagini non per creare un racconto visivo di una storia ma più semplicemente come assemblaggio di immagini e suoni, un vero caleidoscopio dove alla fine capita di trovarci di tutto.
Da Ho Chi Min a Hitler, da Mussolini alla London beat, dal surrealismo pittorico a Duchamp, da Warhol ai manifesti della pop art in Nerosubianco appare di tutto in una carrellata da mal di testa con accennato il discorso sulla sessualità di coppia che entrerà poi come costante delle opere del regista veneziano fino al teorema (discutibile) del tradimento come salvezza della coppia.

Anita Sanders
Il tutto imbastito attorno al nucleo centrale del non- film, la storia di una moglie insoddisfatta, Barbara, che in vacanza a Londra viene seguita costantemente da un uomo di colore col quale avrà una breve avventura sessuale che le permetterà di tornare tutta felice tra le braccia del marito.
Mentre scorrono le immagini, il beat dei Freedom accompagna Barbara in una peregrinazione vorticosa in una Londra che appare vitale e intellettualmente esplosiva nella quale la donna si imbatte di volta in volta nell’oratore di Hyde Park piuttosto che in una pubblicità della Coca Cola, mentre sullo schermo alla rinfusa scivolano vorticosamente immagini di fucilazioni e di guerra, bombardamenti ed esecuzioni di massa, terribili foto provenienti da Auschwitz e didascalie nelle quali compare per esempio il motto “So extra is extra” scritto con una decina di erre.

Barbara si agira stupita e interessata fra giovani che portano sul volto i colori degli hippy che suonano musica beat (sempre con l’accompagnamento immancabile della musica dei Freedom) in una Londra che assomiglia ad un carosello impazzito di suoni e colori.
Brass naturalmente non perde occasione per lanciare la sua filosofia anarcoide come modello di riferimento; in una parte del film vediamo un prete agitare un cartello con scritto “Proibito” mentre con voce assolutamente seria da predicatore dice “Incoraggiare la gente a fare l’amore è proibito perchè è pericoloso, non è invece proibito ancorchè ancor più pericoloso incoraggiare la gente a fare la guerra: perciò da questo momento invece delle immagini pericolose proibite delle scene d’amore vi mostreremo immagine pericolose ma non proibite di scene di guerra”
Questa visione ironica e sbeffeggiatrice, che poi diverrà il marchio di fabbrica personalissimo del regista veneto si mescola immediatamente ad immagini di nudo e di sesso (ovviamente molto caste) accompagnate dal feroce confronto con scene di morte.
Dall’impiccagione di una gerarca nazista (presumibilmente avvenuta dopo Norimberga) alle foto dei disgraziati deportati ebrei dei lager, nudi in maniera oltraggiosa e sopratutto senza quasi più carne addosso si passa alle immagini della guerra del Vietnam e di bombardamenti aerei sulle città.


Tutto diventa eccessivo e vorticoso, tanto che ad un certo punto l’overdose di immagini ottiene un effetto di saturazione a cui si aggiunge l’implacabile musica beat che fa da sottofondo, creando i presupposti perchè lo spettatore molli la pellicola e si dedichi ad altro.
Il ritmo aumenta ad un tale livello che le immagini degli scempi della guerra (cadaveri di bambini, di povera gente torturata, di vittime dei bombardamenti) sembrano diventare una cosa sola.
L’orrore sembra dissolversi proprio perchè mostrato ad una velocità pazzesca, quasi una forma di riavvolgimento della memoria mostrata con l’avanzamento veloce su un video registratore.
Se Nerosubianco ha un fascino è proprio da cercarsi in questi frammenti, ovvero nell’esatto momento in cui Brass fa cinema sperimentale mischiando con abilità consumata tutti i modelli di riferimento della società fine anni sessanta mostrando i totem della civiltà e l’immagine storica più famosa della guerra, l’esplosione atomica di Hiroshima.

La storia della inibita Barbara, che alla fine decide di concedersi la scappatella con l’uomo di colore senza nome che la segue come un’ombra finisce per diventare un film nel film, una parte coerente in un mare di incoerenza rappresentato dalle visioni di coppie che fanno l’amore in un parco e dipinti surrealisti che mostrano raffigurazione della morte, di uomini bendati come mummie, scheletri ecc.

C’è una sequenza che probabilmente colpisce lo spettatore più delle altre; una sequenza degna del peggior film splatter, con l’aggravante che in questa serie di immagini in movimento non c’è nulla di inventato.
La macchina da presa segue freddamente, in un bianco e nero d’epoca sgranato e saltellante, lo scarico di un camion colmo di cadaveri ridotti ad ossa e pelle.
I corpi, presi come sacchi della spazzatura vengono gettati in una fossa comune, ammonticchiati come stracci mentre altri corpi ancora seguono senza posa: è una sequenza da orrore senza fine, una parte della nostra storia che ci avvicina all’oscurità più assoluta, quell’oscurità che il nazismo ha interpretato come il buio della mente e della cultura.
E poi le immagini tristissime dei sopravvissuti di Hiroshima, bambini senza più pelle e dagli occhi smarriti e persi nel nulla.
Ecco, Brass nel suo furore amplifica e sbatte in prima pagina, sotto gli occhi dell’inorridito spettatore tutto il peggio del passato dell’umanità per poi tornare alle immagini di Barbara in giro per Londra; quasi a voler dare un colpo anche alla botte, ecco scorrere le immagini di medaglie russe e di contestazioni anti guerra nel Vietnam, di un oratore che esalta Che Guevara e quelle di Castro che arringa la folla a Cuba.


Barbara intanto, con il suo sguardo curioso, sembra passeggiare fra le vetrine luccicanti di un mega negozio che espone merce di provenienza non identificabile.
Alla lunga però questo inestricabile guazzabuglio di immagini, suoni, colori e orrori finisce per stancare ed è per questo che di Nerosubianco resta solo il frastuono di fondo.
Va dato atto a Brass di aver avuto coraggio nello sperimentare; dopo il thriller Col cuore in gola il regista veneto si avventura in un progetto che probabilmente lo appaga dal punto di vista dei risultati e che avrà un seguito beffardo e iconoclasta nel 1980, quando girerà Action.
Nerosubianco è quindi un manifesto programmatico sull’anarchia che però nasce e muore nell’arco delle due ore di proiezione del film stesso.

Dopo questo film Brass girerà altri film coraggiosi come L’urlo, Dropout e La vacanza prima di arrivare alla svolta di Salon Kitty, in cui la summa teorica del suo pensiero finisce per mescolarsi inestricabilmente con l’erotismo che da allora in poi diverrà una specie di ossessione per il regista veneto.
Oggi un film come questo sarebbe assolutamente e totalmente improponibile; nessun produttore sano di mente finanzierebbe un’opera così al di fuori degli schemi.
A fine anni sessanta invece era possibile coniugare la creatività con la sperimentazione, c’era il coraggio di percorrere strade alternative.
Il merito di Nerosubianco, film eccentrico e fuori schema è essenzialmente questo aldilà del fatto che possa o no piacere.
Nerosubianco
Un film di Tinto Brass. Con Anita Sanders, Nino Segurini, Terry Canter, Terry Carter Commedia, durata 76′ min. – Italia 1969.









Anita Sanders: Barbara
Terry Carter: l’americano
Nino Segurini: Paolo
Bobby Harrison: (come Freedom)
Mike Lease: (come Freedom)
Ray Royer: (come Freedom)
Steve Shirley: (come Freedom)

Regia Tinto Brass
Soggetto Tinto Brass
Sceneggiatura Tinto Brass, Francesco Longo, Giancarlo Fusco
Produttore Dino De Laurentiis
Casa di produzione Lion Film
Fotografia Silvano Ippoliti
Montaggio Tinto Brass
Musiche Freedom
Scenografia Peter Murray
Costumi Giuliana Serano, Piero Gherardi


Lobby card americana con il titolo Black on white

Lobby card inglese con il titolo Attraction

Copertina del vinile con la soundtrack del film

Fotogramma del cineracconto del film


Foto pubblicitarie del film


Due foto di scena dell’attrice Anita Sanders

Flano americano del film
Violentata sulla sabbia

Vanina e Juliette sono due giovani amiche che si recano in Sardegna in vacanza.
Ma Vanina non riesce a rilassarsi nemmeno in vacanza: nella sua mente, come in un incubo, scorrono di continuo le immagini di quando era piccola e assistette impotente allo stupro con conseguente omicidio della madre.
Il drammatico episodio ha ovviamente lasciato degli strascichi, che condizionano la vita della ragazza.
Giunte in paese, le ragazze devono fare i conti con la mancanza di soldi a cui si aggiunge la cronica mancanza di alloggi poichè siamo in piena estate e il posto pullula di turisti.
L’unica opportunità di alloggio è la casetta dimessa di un pescatore locale, che naturalmente non rimane indifferente davanti alle grazie delle due donne.
Per Vanina tuttavia il trauma subito è diventato un’autentica ossessione, tanto da farle desiderare di provare la stessa esperienza della madre, ovvero essere violentata per liberarsi dai suoi fantasmi.

Una giovanissima Carole Andrè è Vanina
Cosa che puntualmente avverrà e alla fine Vanina, finalmente guarita, finirà le vacanze e tornerà a casa con la fedele amica.
Trama a dir poco ridicola e farsesca, quella di Violentata sulla sabbia, opera seconda (ed ultima) di Renzo Cerrato, che nel 1968 aveva diretto il discreto Niente rose per OSS 117.
Qui invece siamo di fronte ad un film eccessivamente verboso, con una trama discutibile rimaneggiata da un romanzo di André Pieyre de Mandiargues, che può essere visto solo per due motivi.


Il primo dei quali è la presenza di Carole Andrè, la leggendaria Perla di Labuan del Sandokan televisivo, bellissima e seducente dall’alto dei suoi 18 anni; l’altro è lo splendido scenario naturale della Sardegna, fatto di distese di sabbia incontaminate e mare dai colori cangianti tra il verde smeraldo e l’azzurro cobalto.
Il resto è solo confusione, dialoghi davvero difficili da digerire e la continua preparazione di Vanina al suo personale colpo di teatro, quando cioè alla fine, dopo aver predisposto con accuratezza lo scenario della violenza carnale che deve subire, ottiene ciò che vuole in riva al mare e di sera, mentre un’insopportabile voce fuori campo ci esplica sui pensieri segreti della ragazza.
L’unico vero motivo di interesse diventa così l’assistere alle evoluzioni psicologiche di Vanina, che includono una performance fisica in cui cosparsa di vernice dorata (in pura imitazione 007 Goldfinger) si sdraia su un letto spiata morbosamente dal suo futuro amante di una sera.


La splendida location sarda (l’oscurità dei fotogrammi è naturale)
Sbaglia chi crede di trovarsi ad un film erotico, perchè di eros non c’è nemmeno l’ombra e la Andrè si mostra davvero con parsimonia.
Un film sciatto, quindi, che non riveste alcun particolare interesse se non dal punto di vista naturalistico e paesaggistico.
E’ bello vedere la Sardegna di inizi settanta incontaminata e non ancora aggredita dal turismo di massa e dalla cementificazione.


In quanto al cast attoriale, detto che la Andrè è bella da vedere e tutto sommato non recita affatto male si può accennare davvero di sfuggita al resto del cast che include il compianto Angelo Infanti (scomparso ad ottobre 2010), Bruno Alias, Tiberio Murgia, Kiki Caron e Marisa Solinas.
Ottima la fotografia, discreto il tema musicale, mentre la location è l’incantevole Siniscola nella frazione di Santa Lucia, nelle Baronie in Sardegna.
Violentata sulla sabbia
Un film di Renzo Cerrato. Con Angelo Infanti, Marisa Solinas, Carole André, Giustino Durano, Kiki Caron, Pietro Tordi, Tiberio Murgia Drammatico, durata 92 min. – Italia 1971











Carole Andrè- Vanina
Kiki Caron- Juliette

Regia Renzo Cerrato
Soggetto André Pieyre de Mandiargues
Sceneggiatura Giovanni Simonelli
Pierluigi Ciriaci
Casa di produzione Comacico
Milvia Cinematografica
Fotografia Edmond Séchan
Montaggio Raimondo Crociani
Musiche Gianfranco Plenizio

Bubù

La bella e giovane Berta lavora in una filanda, sognando come tutte le ragazze della sua età solamente un amore e una vita tranquilla.
Crede di realizzare i suoi sogni il giorno che incontra Bubù, un giovane che dice di lavorare come fornaio.
Ma Bubu non ha alcuna voglia di lavorare e dopo aver fatto facilmente breccia nel cuore della ingenua Berta, la convince a prostituirsi con la scusa che in questo modo avranno presto i soldi per sposarsi.
Berta, innamorata, accondiscende e da quel momento diventa una delle tante ragazze parigine costrette a vendere il proprio corpo per una manciata di denaro.
La vita avvilente che fa la convince sempre più a cercare di uscire dal tunnel nel quale si è infilata e la cosa sembra diventare possibile quando Bubù viene arrestato; Berta, che nel frattempo ha conosciuto tra i suoi clienti il timido Piero, sogna di potersi rifare una vita con lui. Per qualche tempo il sogno sembra potersi realizzare perchè la ragazza torna ad essere una ragazza qualsiasi, innamorata del suo uomo e che fa le cose più innocenti, come una passeggiata o mangiare in compagnia un gelato.
Ma Bubu esce dal carcere e…..

Tratto dal romanzo di Charles-Louis Philippe dal titolo Bubu di Montparnasse e ridotto per lo schermo da Mauro Bolognini nel 1971, Bubu è un film che ricalca quasi fedelmente il romanzo originale dal quale si distingue solamente in qualche cosa che non aggiunge o toglie nulla all’originale scritto da Philippe nel 1901
Un film raffinato, come del resto nella tradizione del regista toscano, che nei due anni precedenti alla realizzazione di questo film aveva diretto il protagonista principale, l’attore Massimo Ranieri, in due film di buon successo, ovvero Metello e Imputazione di omicidio per uno studente.
Bolognini ricostituisce quindi la coppia Massimo Ranieri-Ottavia Piccolo, che così buona prova di se aveva dato in Metello, uno dei grandi successi della stagione 1970 e affida loro i due personaggi chiave della storia, ovvero il timido e impacciato Piero e la ingenua e sprovveduta Berta.

Ottavia Piccolo

Massimo Ranieri e Gigi Proietti
Attorno alle vicende dei due impossibili amanti, Bolognini ricrea l’atmosfera di una Parigi degli inizi 900 vista nei suoi angoli più autenticamente popolari; la tintoria, i boulevard secondari, la squallidissima stanza o le stanze sempre disadorne nelle quali la sventurata Berta riceve i suoi amanti di un’ora si aggiungono ad una visione di una Parigi non di certo da cartolina, come del resto appariva nel romanzo di Phlippe.
E’ questa una delle caratteristiche principali del film di Bolognini, del resto sempre attento nel corso della sua carriera nell’offrire allo spettatore una visione del contesto storico e sociale quanto più aderente possibile all’evento narrato.
Come in Metello o in L’eredità Ferramonti o in Per le antiche scale, l’ambiente finisce per avere una predominanza fortissima;


ma ovviamente il tutto si amalgama nella storia raccontata che ha, al centro dell’attenzione, la vita dei personaggi che animano il film.
In questo caso i personaggi focalizzati e raccontati sono tre; il primo è il classico ragazzo da mauveais rue, il fornaio Bubu, lo squallido corruttore della giovane Berta.
Un uomo privo di ogni regola morale, poco o per nulla attratto dal lavoro che scopre come svangare la giornata nel momento in cui conosce la timida Berta.
La quale è la classica ragazza del proletariato che altro non sogna che l’amore e la famiglia.
Una ragazza già consapevole che nel suo strato sociale altre scelte di vita non sono possibili e che quindi accetta con fatalità la sorte che le viene dalla sua estrazione popolare.
Per amore Berta sceglierà di assecondare lo scaltro Bubu, che le promette il matrimonio ma che la convince anche ad abbreviare i tempi per raggiungerlo nel modo più veloce possibile, ovvero inducendo la disgraziata ragazza alla prosituzione.


Così Berta finisce per diventare una donna perduta, una prostituta che passa da cliente a cliente per racimolare i soldi che il furbo Bubu comunque le estorce e che ben presto si mostrerà per quello che è nella realtà, un pappone che ha scoperto come vivere comodamente senza lavorare.
Il sogno di Berta quindi si dissolve ma riacquista forza il giorno che il suo sfruttatore finisce in prigione; l’affetto sincero di Piero, che la ama e vorrebbe trascinarla fuori dal fango nel quale è caduta sembra davvero essere in grado di compiere il miracolo.
Ma il destino di Berta è segnato e il finale, amarissimo, mostrerà come il sogno della ragazza e di tante altre sue coetanee sia destinato a restare tale.
Accanto alle squallide vicende di Bubu e Berta, appena nobilitate dall’amore disinteressato di Piero, si muove un mondo sordido e corrotto, una Parigi letteralmente divisa in due: da un lato gli eleganti lungo Senna e i giardini curatissimi, la borghesia che sfoggia vestiti eleganti e cappellini, ombrelli finemente ricamati e carrozze, dall’altro le condizioni di vita miserabili del proletariato, lo squallore che diventa emblema assoluto di una classe sociale.
Accanto alla descrizione accurata di Bolognini, vero punto di forza del film che si muove su una sceneggiatura lineare e semplice vincolata com’è dal romanzo breve di Philippe va segnalata la prova maiuscola dei due attori principali.
Ottavia Piccolo, bellissima e intensa, è una Berta credibilissima, quasi francese nel suo essere così naturalmente inserita nella struttura portante del film, quel mondo proletario che ne esalta la virginea bellezza che verrà deturpata proprio dal mondo nel quale vive e dal quale non c’è via d’uscita.

Molto bravo anche Massimo Ranieri, attore credibilissimo capace di dare un’aria di pulizia ad un personaggio che in fondo richiedeva solo questo, ovvero essere in contrasto palese con il mondo sordido nel quale vive Berta.
L’attore napoletano conferma quindi la sua abilità istrionica, così come molto convincenti sono le altre interpretazioni degli altri personaggi del film, a partire da quella dello squallido Bubu interpretato da Antonio Falsi e quella di Gigi Proietti, questa volta sacrificato in un ruolo secondario.

Splendida la fotografia di Guarnieri, adeguate le musiche di Rustichelli.
A margine mi preme sottolineare una cosa, ovvero l’accoglienza fredda, quasi snob riservata al film alla sua uscita.
Il che evidenzia un aspetto paradossale della cinematografia dell’epoca; se si snobba un film di ottima fattura come questo, vuol dire che la critica cinematografica dell’epoca era davvero abituata troppo bene, forse complice la grande statura del cinema italiano dell’epoca, che sfornava capolavori e ottimi prodotti a getto continuo.
Gli ipercritici di allora potessero fare un raffronto con la qualità del cinema degli ultimi vent’anni rivaluterebbe il 50% di ciò che venne all’epoca ingiustamente denigrato.

Bubù
Un film di Mauro Bolognini. Con Ottavia Piccolo, Gianna Serra, Luigi Proietti, Massimo Ranieri, Jole Silvani, Marcella Valeri, Brizio Montinaro, Antonio Falsi, Nike Arrighi Titolo originale Bubu. Drammatico- durata 99′ min. – Italia 1971.









Massimo Ranieri… Piero
Ottavia Piccolo … Berta
Antonio Falsi … Bubu
Gigi Proietti … Giulio

Regia: Mauro Bolognini
Sceneggiatura: Mauro Bolognini, Mario di Nardo,Giovanni Testori
Romanzo: Charles-Louis Philippe
Produzione: Manolo Bolognini .
Musiche: Carlo Rustichelli
Montaggio: Nino Baragli
Fotografia: Nino Baragli
Costumi: Piero Tosi


E sul corpo tracce di violenza

Una giovane provinciale francese, Anne Marie, alla ricerca di un lavoro che le dia indipendenza economica e che la appaghi accetta l’invito di una sua amica parigina, Giulia e fa un provino come indossatrice.
Anne Marie è una bella ragazza e supera brillantemente la prova, iniziando a lavorare anche all’estero. A Londra la ragazza posa nuda per un servizio fotografico, incappando nel reato di oscenità. Processata, Anne Marie viene multata; durante un party alla donna viene rimproverata la cosa, e la ragazza decide di andarsene con Mark Desade principalmente per sfuggire ai sorrisetti ironici dei presenti alla festa.
Ma sarà una decisione fatale.
Mark infatti, dopo una cena, la convince a seguirlo a casa sua in campagna dicendole che avrà modo così di conoscere la sua famiglia.

L’umiliante ispezione corporale

L’amica di Anne Marie, Julie (l’attrice Ann Michelle)
E’ una trappola: a casa di Mark la attende un destino terribile, comune ad altre ragazze.
In casa Desade (questo il nome della famiglia, decisamente allusivo) è stato costituito un tribunale assolutamente illegale.
La mamma di Mark, una ex secondina di un carcere cacciata per aver abusato del suo potere agisce in combutta con suo marito Bayley (un giudice cieco in pensione) arrogandosi il diritto di giudicare donne che hanno in qualche modo violato la legge e che da quest’ultima sono state condannate a pene troppo miti, secondo l’irrazionale pensiero di Margareth Desade.
Nella casa, trasformata in una prigione dalle regole severissime, la donna agisce come una kapò nazista; le ragazze detenute sono sottoposte ad una disciplina ferrea e punite alla minima mancanza.


Nelle leggi non scritte della casa, ma esposte con durezza alle prigioniere, c’è un decalogo che prevede punizioni sempre più pesanti in caso di violazione del regolamento.
Si passa infatti, come avrà modo di sperimentare Anne Marie sulla sua pelle, da punizioni corporali (riduzione del cibo, fustigazione ecc.) alla pena capitale in caso di più violazioni delle regole.
La caparbia Anne Marie, ribelle e insofferente a quelle che considera leggi arbitrarie viene alla fine condannata a morte.
Riesce a fuggire, ma si affida alla persona sbagliata.
L’uomo che la raccoglie infatti la riporta alla villa, convinto che questa sia una casa di cura privata.
Anne Marie riesce a contattare Giulia che accorre prontamente con il suo compagno; ma gli avvenimenti precipitano.
Giulia è catturata dalla terribile famiglia, Anne Marie finisce per essere impiccata ma è in arrivo la giusta punizione per i Desade.
Dopo una lite furibonda, Mark viene ucciso da sua madre che subito dopo, sconvolta, si suicida.
Tony, il compagno di Giulia, arriva alla villa con la polizia che può solo liberare le ragazze recluse e arrestare l’ultimo componente della famiglia, il vecchio giudice.
Un buon prodotto, questo E sul corpo tracce di violenza, titolo un pò strambo visto che nell’originale inglese si chiama The house of whipcord, diretto dal regista inglese Peter Walker.

Il film scorre con notevole tensione sorretto da una discreta sceneggiatura e dall’indubbio mestiere di Walker, noto in Italia per La casa del peccato mortale, L’allegro college delle vergini inglesi, per Chi vive in quella casa? e per La casa dalle ombre lunghe ; dopo la parte introduttiva, che racconta brevemente l’antefatto della vita della protagonista Anne Marie, il film sale di livello sia come interesse sia come tensione.
Dal momento dell’arrivo della ragazza a casa Desade è un crescendo di suspence, anche perchè, chi non ha letto la trama, non riesce a capire bene cosa stia per accadere.
Le cose diventano chiare con l’introduzione del personaggio chiave del film, la diabolica e inflessibile signora Margaret; una donna repressa, come scopriremo, che conduce una sua personale battaglia contro quella che considera l’amoralità dei costumi delle sue vittime, delle quali diventa carceriera e poi carnefice, arrogandosi un diritto che a suo giudizio le deriva dalle sentenze pronunciate dal giudice Bayley, suo marito.
Casa Desade così si trasforma in un carcere degno del più buio medioevo, con la famiglia Dessart trasformata in un tribunale dell’Inquisizione.
Con molta furbizia e mestiere, Walker semina qua e la qualche nudo femminile, poco funzionale a tratti alla storia raccontata; un espediente classico per strizzare l’occhio al pubblico più lubrico, che però funziona vista l’assenza (o quasi) di scene erotiche o di sesso.
La tensione resta alta per tutto il film e il finale è in linea con il racconto. La ricostruzione psicologica dei personaggi è abbastanza accurata così come una sottile denunica sul sistema giudiziario inglese.

Mark, l’adescatore

Spietate punizioni
Tornando al film, la protagonista muore pagando colpe inesistenti, se non quelle di aver tenuto testa caparbiamente alla volontà distruttiva di Margaret, ma i colpevoli finiranno per pagare lo stesso prezzo.
A salvarsi sarà solo il vecchio giudice cieco, docile strumento nella mani della diabolica Margaret che però pagherà un prezzo adeguato ai suoi misfatti, con un omicidio perpetrato ai danni di suo figlio e conseguente suicidio, che restano una delle cose migliori del film.
Il cast merita la sufficienza, con la bella Penny Irving che interpreta Anne Marie e Ann Michelle che interpreta Giulia misurate ed efficaci.
Molto bene Barbara Markham, l’auto proclamatasi carnefice di colpevoli che esistono solo nella fantasia malata della donna, così come bene lavora Patrick Barr, il giudice.

L’aguzzina

L’arrivo della polizia
Uscito nel 1974, E sul corpo tracce di violenza passò quasi inosservato per riscuotere qualche anno dopo un discreto successo.
I motivi sono da cercare nell’abbondanza di titoli usciti negli anni d’oro del cinema mondiale, fertili sia dal punto dei biglietti staccati al botteghno sia dal punto di vista strettamente qualitativo dei prodotti offerti.
Il film è stato rieditato in digitale, per cui chi vuole può gustarsi la visione di un prodotto che non deluderà di certo.
…E sul corpo tracce di violenza
Un film di Peter Walker. Con Patrick Barr, Barbara Marham, Penny Irving, Ann Michelle-Titolo originale House of Whipcord. Drammatico, durata 102 min. – Gran Bretagna 1974. –









Penny Irving …Anne Marie
Barbara Markham … La signora Wakehurst
Patrick Barr … Il giudice Bailey
Ray Brooks … Tony
Ann Michelle … Julia
Sheila Keith … Walker
Dorothy Gordon … Bates
Robert Tayman … Mark E. Desade
Ivor Salter … Jack
Karan David … Karen
Celia Quicke … Denise
Ron Smerczak … Ted
Tony Sympson … Henry
udy Robinson … Claire
Jane Hayward … Estelle
Celia Imrie … Barbara

Regia: Pete Walker
Sceneggiatura: David McGillivray e Pete Walker
Produzione: Pete Walker
Musiche: Stanley Myers
Cinematography: Peter Jessop
Montaggio: John Black





























































