Un posto ideale per uccidere
Non c’è niente di peggiore per un regista di dover preparare un film basato su una sceneggiatura precisa e doverlo poi stravolgere per esigenze di produzione, che spesso hanno una logica stringente legata al botteghino o, in alcuni casi, alla necessità di evitare il fallimento di un film per colpa della morale pubblica o della censura.
E’ quello che accade a Umberto Lenzi nel 1971, quando gira Un posto ideale per uccidere (An ideal place for a murder); nelle intenzioni del regista toscano e dei co-sceneggiatori Lucia Drudi Demby e Antonio Altoviti la storia doveva narrare le vicende di due ragazzi danesi in viaggio in Italia che per sbarcare il lunario facevano spaccio di droga.
Viceversa, la produzione per problemi legati alla censura e alla paura di fare fiasco al botteghino con una storia di droga, obbligò il regista a trasformare i due giovani in venditori di foto sexy.
Lenzi mandò giù la cosa ma inevitabilmente finì per non credere più nel suo film, tanto da fargli dire in seguito che il film stesso era una porcheria e che il disastro ai botteghini era in pratica già nelle premesse.
Dick e Ingrid scattano foto osè (anche qui la Muti ha come controfigura Antonia Santilli)
In realtà il film non è affatto brutto, come l’iper critico Lenzi volle far credere, e lo scarso risultato in tema di biglietti venduti ebbe sicuramente altri fattori scatenanti.
In primis lo scarso fascino di una storia in cui l’elemento giallo/thriller non è supportato da sangue, omicidi ed effetti splatter, poi i soliti insondabili motivi per cui presso il pubblico alcune storie facevano presa ed altre no.
La vicenda inizia con i due protagonisti, i giovani danesi Dick Butler e Ingrid Sjoman che varcano la frontiera italiana (lasciando allo stupefatto doganiere un opuscolo con foto pornografiche) diretti in Toscana.
Qui Ingrid tenta di mollare delle sue foto sexy, scattate in una cabina fotografica, a un maturo signore che in realtà è della polizia.
Portati in questura, i due vengono redarguiti e subito dopo liberati, ma sono senza soldi e con la loro spider a corto di benzina.
Così il loro viaggio termina davanti ad una lussuosa villa, dove vediamo Dick tentare di rubare dal serbatoio di un auto della benzina; ma il giovane viene sorpreso sul fatto dalla padrona di casa, la signora Barbara Slesar moglie di un diplomatico.
La donna decide di donare ospitalità alla coppia di giovani che ovviamente accettano; quello che non possono sapere è che Barbara Slesar ha appena ucciso suo marito e ne ha nascosto il corpo in una vettura in garage.
La diabolica donna ordisce un piano per appioppare il delitto ai due ragazzi; nel frattempo si concede anche una scappatella con Dick suscitando l’ira di Ingrid.
Ma alla fine i due ragazzi scoprono il piano della donna, ma sfortunatamente per loro le cose si incastrano in maniera diabolica, tanto che devono ancora una volta fuggire.
Sulla strada, dopo essersi fermati a fare un bagno, vengono intercettati dalla polizia e nel disperato tentativo di fuggire finiscono giù per una scarpata perdendo la vita. La signora Slesar così ha ottenuto quello che voleva.
Nessuna scena di sangue, nessun omicidio, se non quello del signor Slesar che peraltro vediamo già cadavere nel bagagliaio dell’auto.
Siamo di fronte quindi ad un dramma giocato sulla tensione e sulla caratterizzazione dei tre personaggi principali.
Se Ingrid e Dick ci appaiono come due hippy giramondo, liberi sessualmente e liberi sopratutto da vincoli logistici o famigliari, la signora Slesar è la classica borghese annoiata che approfitta biecamente della presenza dei due giovani per concedersi sia una fugace avventura con Dick sia (cosa ben più importante) per rifilare loro l’omicidio del marito.
E il caso vuole che alla fine il delitto paghi, visto che i due giovani periscono e la donna venga salvata proprio dall’incidente mortale in cui incappano Dick e Ingrid che non potranno così raccontare la loro versione dei fatti.
Un film interessante, aldilà delle valutazioni personali di Lenzi; se la trama non presenta particolari elementi di novità, vista l’eliminazione del discorso droga che probabilmente avrebbe arricchito la storia di implicazioni socio-culturali, Lenzi dirige con mano ferma un cupo dramma in cui alla mancanza di azione si sostituisce la buona caratterizzazione dei personaggi.
Una buona metà e più del film si svolge all’interno di casa Slesar, con alcuni momenti davvero felici; la scoperta del cadavere del diplomatico da parte dei due giovani, la felice scena del tentativo di tortura di Barbara da parte di Dick, la movimentata notte in cui i due giovani sono costretti a fuggire e infine l’inseguimento mortale sono scene ben dirette e di un certo pathos.
Nel cast troviamo tre attori che svolgono egregiamente i ruoli a loro assegnati; bene lo scanzonato Ray Lovelock, molto bene la giovane e affascinante Ornella Muti nei panni di Ingrid, bene la Papas in quello di Barbara.
Per quanto riguarda la Muti, c’è una curiosità da rimarcare; le fugaci scene di nudo che la vedono protagonista in realtà vennero girate con l’ausilio di una controfigura.
L’attrice romana all’epoca in cui venne girato il film non aveva ancora 16 anni e quindi venne sostituita da Antonia Santilli, attrice di buone qualità che però nel corso della sua carriera non ebbe molta fortuna, finendo per interpretare una decina di film tra il 1972 e il 1974, tra i quali i decamerotici Fratello homo sorella bona,Decameroticus e Boccaccio.
Le musiche del film, discrete, sono del compianto Bruno Lauzi mentre la produzione è del grande Carlo Ponti che in seguito ad una lite con Lenzi non affidò più sue produzioni al regista toscano.
Sicuramente un film sottovalutato, che invece vale davvero una visione, sopratutto oggi che il film stesso è stato rieditato in versione digitale.
Un posto ideale per uccidere
Un film di Umberto Lenzi. Con Irene Papas, Ornella Muti, Ray Lovelock, Jacques Stany,Umberto Raho, Calisto Calisti, Umberto D’Orsi, Franco Ressel, Sal Borgese, Ugo Adinolfi, Michel Bardinet Poliziesco, durata 90 min. – Italia 1971.
Ornella Muti
Ray Lovelock
Irene Papas
Irene Papas: Barbara Slesar
Ornella Muti: Ingrid Sjoman
Ray Lovelock: Dick Butler
Michel Bardinet: Baratti
Jacques Stany: Ufficiale di polizia
Calisto Calisti: Ispettore di polizia
Antonio Mellino:Agostino
Sal Borgese: amico di Agostino
Regia Umberto Lenzi
Soggetto Umberto Lenzi
Sceneggiatura Umberto Lenzi, Lucia Drudi Demby, Antonio Altoviti
Produttore Carlo Ponti
Fotografia Alfio Contini
Montaggio Eugenio Alabiso
Musiche Bruno Lauzi
Uomini che odiano le donne
Mikael Blomkvist è un giornalista d’assalto che lavora per la rivista Millenium, specializzata nella denuncia di ciò che accade nel modo dell’alta finanza e dell’imprenditoria.
Il giornalista raccoglie prove sulle attività criminose del potente Wennerstroem, un grosso industriale ma ben presto capisce di essere finito in trappola.
La corte svedese infatti lo condanna per calunnia a sei mesi di prigione e all’ammenda di 150.000 corone.
Mikael decide così di dimettesi dal suo ruolo all’interno di Millenium; ma inaspettatamente viene contattato dal legale del ricchissimo uomo d’affari Henrik Vanger che lo invita ad Hedestad ospite del magnate svedese che vuole proporgli un lavoro particolare.
Harriett, misteriosamente scomparsa 40 prima
La bravissima Noomi Rapace è l’enigmatica Lisbeth
Nel frattempo, parallelamente, seguiamo le vicende di Lisbeth Salander, una giovane hacker dall’aspetto punk che è stata incaricata proprio dal legale di Vanger di scavare nel passato di Blomkvist per vedere se l’uomo è moralmente pulito oppure no.
La ragazza, che ha alle spalle un passato oscuro, riesce a penetrare nei dati e nel pc del giornalista e da quel momento sviluppa un interesse morboso per l’uomo e per le sue indagini.
La ragazza ha anche perso la tutela dell’avvocato che dispone dei suoi soldi; l’uomo è stato colpito da un ictus e il nuovo legale ricatta la ragazza sessualmente per assicurarle i suo soldi.
Una relazione fugace per Mikael
Attimi di tregua per i due impossibili amanti
Mikael, arrivato a Hedestad, scopre che Henrik Vagner vuole incaricarlo di un’indagine ai limiti dell’impossibile, rintracciare cioè la nipote dell’uomo, Harriet Vanger, scomparsa 40 anni prima in maniera assolutamente misteriosa.
Benchè scettico, Mikael accetta l’incarico e si trasferisce a Hedestad in una depandance della casa di Vagner e inizia le sue indagini avendo per le mani solo un diario della scomparsa Harriet e una foto della ragazza stessa.
Lisbeth intanto riesce con uno stratagemma a liberarsi della scomoda tutela del lubrico legale, umiliandolo e ricattandolo con un filmato in cui vene ripreso mentre la violenta.
Sempre accedendo all’insaputa di Mikael all’interno del suo hard disk, la ragazza scopre l’incarico e i primi timidi progressi dell’uomo nelle indagini sulla scomparsa di Harriet.
Mikael nel frattempo è riuscito con un’intuizione a scovare in alcuni archivi i fotogrammi dei momenti che precedono la scomparsa della ragazza; da quel momento gli eventi incalzano, perchè nel diario di Harriet il giornalista ritrova una sequenza di 5 sigle accompagnate da numeri, cosa che lo porta a credere che si tratti di numeri di telefono.
La relazione saffica di Lisbeth
E’ Lisbeth a venire inaspettatamente in suo aiuto, rivelandogli via mail che si tratta di versetti della Bibbia; grazie all’aiuto del legale di Vagner, Mikael rintraccia la ragazza e da quel momento le loro strade si incrociano fatalmente.
I due, nonostante l’evidente ostilità del clan Vagner, poco alla volta riescono a identificare tutti i frammenti del puzzle, arrivando così all’orribile segreto della famiglia e quindi a scoprire cosa realmente è accaduto a Harriet.
Uomini che odiano le bionde è un film recente, datato 2009, diretto dal regista Niels Arden Oplev di origine danese alla sua quinta prova cinematografica; il film è il primo di una trilogia con sceneggiatura tratta dal ciclo di romanzi di Stieg Larsson, scrittore e giornalista svedese scomparso nel 2004 a soli cinquant’anni e prima che la sua serie romanzesca Millenium arrivasse al grande successo di pubblico negli anni tra il 2008 e il 2010, con quasi 30 milioni di copie vendute.
Lisbeth subisce la violenza del tutore
Il film di Oplev riprende quindi integralmente il primo capitolo della saga romanzesca di Larsson, che avrà altre due riduzioni cinematografiche nel 2009 con i sequel La ragazza che giocava con il fuoco e La regina dei castelli di carta.
Oplev cerca di mantenersi fedele al romanzo, ma per forza di cose è costretto ad omettere alcuni passaggi, tra i quali quello importante della relazione tra Mikael e Erika Berger e di quella tra lo stesso Mikael e Cecilia Vanger.
Il discorso è sempre il solito, ovvero l’enorme difficoltà di tradurre letteralmente un romanzo, che per forza di cose è più descrittivo in un film della durata di 2 ore.
Oplev riesce tuttavia a condensare bene l’atmosfera cupa e claustrofobica del romanzo, dando alla pellicola però più un taglio da noir/thriller che da film introspettivo e di denuncia delle violenze a cui vengono sottoposte quotidianamente le donne.
Il film è abbastanza scorrevole, anche se con qualche pausa di troppo che però finiscono per rendere più affascinante l’atmosfera e più spasmodica l’attesa per la soluzione dell’enigma, che si rivelerà in tutto il suo orrore nella parte più veloce del film, il concitato finale nel quale Mikael scampa alla morte grazie all’aiuto determinante di Lisbeth.
Alcuni passaggi del film sono abbastanza forti, come il primo contatto fra Lisbeth e il nuovo tutotre che la ricatta e la costringe prima a del sesso orale e poi la violenta per quasi due ore prima di pagare un durissimo prezzo alla sua libidine. Splendida infatti la sequenza che vede la vendetta di Lisbeth che sodomizza l’uomo con un vibratore e poi lo tatua sul petto con frasi oscene.
Molto ben descritto è anche lo strano rapporto che si instaura tra Mikael, affascinato dal carattere selvaggio e dall’alone di mistero che circonda la ragazza e Lisbeth stessa, che sarà assolutamente determinante in due casi.
Nel primo quando troverà la chiave nascosta del diario di Harriet, nel secondo quando identificherà il misterioso assassino e i veri motivi della sparizione di Harriet, grazie anche alla collaborazione dell’intelligente e intuitivo giornalista. Lisbeth salverà da morte certa Mikael e gli restituirà la dignità in un finale forse un tantino affrettato in cui però c’è un chiaro accenno ad un futuro sequel del film.
Affascinante il paesaggio svedese, fatto di panorami innevati e foreste, con la bellissima sequenza dell’arrivo di Mikael a Hedestad che attraversa in auto ripreso dall’alto, un panorama mozzafiato e dalla selvaggia bellezza.
Chiunque abbia letto il o i romanzi e provi a fare paragoni tra gli uni e il film sicuramente proverà un pizzico di delusione perchè l’atmosfera del romanzo effettivamente è più coinvolgente.
Ma non va dimenticato che i personaggi che noi leggiamo nei romanzi spesso li idealizziamo in maniera diversa da come vengono poi realmente proposti, per cui probabilmente sarà lo spettatore che non ha avuto a che fare con i romanzi della serie Millenium quello che apprezzerà maggiormente il film.
Il segreto inconfessabile
La furia di Lisbeth
Punto di forza del film è la perfetta compenetrazione dell’attrice Noomi Rapace con il personaggio volutamente ambiguo, oscuro ma anche affascinante di Lisbeth; l’alone dark e punk che contraddistingue il personaggio letterario è riportato fedelmente dall’attrice, che è al suo primo vero film da protagonista.
Molto bene anche Michael Nyqvist che interpreta il tenace e incorruttibile Mikael Blomkvist, l’uomo dall’intuito formidabile che contribuirà con la sua ostinazione in maniera determinante alla soluzione del caso.
Un thriller con connotazioni noir, quindi, molto ben diretto e con una sceneggiatura solida. Il resto del cast contribuisce a renderlo ancor più affascinante, grazie ad interpretazioni sobrie e misurate.
Un film da non perdere.
Uomini che odiano le donne
Un film di Niels Arden Oplev. Con Michael Nyqvist, Noomi Rapace, Lena Endre, Sven-Bertil Taube, Peter Haber,Peter Andersson, Marika Lagercrantz, Ingvar Hirdwall, Björn Granath, Ewa Fröling, Per Oscarsson, Michalis Koutsogiannakis, Annika Hallin, Sofia Ledarp, Thomas Köhler, Gösta Bredefeldt, Reuben Sallmander, David Dencik, Stefan Sauk, Gunnel Lindblom, Georgi Staykov
Titolo originale Män Som Hatar Kvinnor. Thriller, durata 152 min. – Svezia, Danimarca 2009.
Noomi Rapace
Il tatuaggio di Lisbeth
L’agenda di Harriett
Morte di un assassino
Lisbeth salva miracolosamente Mikael
Michael Nyqvist: Mikael Blomkvist
Noomi Rapace: Lisbeth Salander
Lena Endre: Erika Berger
Sven-Bertil Taube: Henrik Vanger
Peter Haber: Martin Vanger
Marika Lagercrantz: Cecilia Vanger
Tehilla Blad: Lisbeth Salander bambina
Björn Granath: Ispettore Morell
Ingvar Hirdwall: Dirch Frode
Peter Andersson: Bjurman
Michalis Koutsogiannakis: Dragan
Ewa Fröling: Harriet Vanger
Gunnel Lindblom: Isabella Vanger
Gösta Bredefeldt: Harald Vanger
Stefan Sauk: Hans-Erik Wennerström
Jacob Ericksson: Christer Malm
Sofia Ledarp: Malin Eriksson
David Dencik: Janne
Georgi Staykov: padre di Lisbeth
Julia Sporre: Harriet Vanger giovane
Regia Niels Arden Oplev
Soggetto Stieg Larsson (romanzo)
Sceneggiatura Nikolaj Arcel, Rasmus Heisterberg
Produttore Søren Stærmose
Distribuzione (Italia) BiM Distribuzione
Fotografia Erik Kress
Montaggio Anne Østerud
Musiche Jakob Groth
Scenografia Niels Sejer
Costumi Cilla Rörby
Trucco Jenny Fred
Doppiatori:
Francesco Prando: Mikael Blomkvist
Federica De Bortoli: Lisbeth Salander
Alessandra Korompay: Erika Berger
Locandina originale del film
Il romanzo di Larsson da cui è tratto il film
Locandina internazionale
Quando l’amore è sensualità
Figlia di una contessa e orfana di padre, Erminia Sanfelice è una giovane molto inibita e tormentata dalla madre che vuol darla in sposa per trovare qualcuno che rimetta in sesto le sostanze di famiglia.
Supinamente Erminia accetta di andare in sposa ad Antonio, un ricchissimo industriale della carne che ha fatto fortuna proprio con il commercio della stessa.
Ma per lei i problemi nascono da subito; Erminia è molto pudica, non ha alcuna esperienza in campo sentimentale e sopratutto non ama il rozzo e sanguigno marito.
Così tra i due si crea da subito un muro di incomunicabilità, che porta Erminia a non consumare nemmeno il matrimonio.
Inutilmente la contessa Giulia tenta di accomodare le cose e nemmeno l’intervento del parroco ottiene nulla; Erminia è sempre più riluttante ad accettare il dovere coniugale e il marito.
Così prende una decisione drastica.
Molla tutto e si trasferisce a Piacenza da sua sorella Angela.
Anche qua però Erminia incontra dei problemi; tanto è inibita e timida lei, tanto sua sorella è diametralmente differente come carattere.

Espansiva e vulcanica, Angela vive una vita sentimentale e sessuale decisamente promiscua, tanto che Erminia medita di andarsene.
Tuttavia poichè l’alternativa è quella di tornare a casa, Erminia in qualche modo si lascia coinvolgere dal ritmo frenetico della vita di sua sorella.
Nel frattempo Antonio, privo della moglie, riprende la sua vita di Don Giovanni che culmina in un rapporto semi incestuoso con sua suocera Giulia, che ne diviene l’amante.
La matura contessa,travolta dalla sensualità primitiva di Antonio, si lascia andare; ma è in agguato un colpo di mano del destino, perchè Erminia, che ha deciso di tornare a casa, sorprende i due amanti e….
A sorpresa, Quando l’amore è sensualità, film diretto da Vittorio De Sisti nel 1973 mostra di staccarsi dal novero delle commedie sexy sia per la trama drammatica sia per la sceneggiatura che privilegia il tono serioso della vicenda narrata piuttosto che la sua componente scabrosa.
Se la sceneggiatura sembra forzata e incline a privilegiare l’aspetto pecoreccio del triangolo mamma-figlia-marito di quest’ultima, De Sisti evita di spingere l’acceleratore sul morboso privilegiando la trattazione delle psicologie dei personaggi.
Intendiamoci, nulla di trascendentale ma per una volta la componente erotica e morbosa lascia il passo al dramma che i protagonisti vivono nella vicenda.
Le storie intrecciate di Giulia, donna tormentata dai problemi economici ma anche e sopratutto da una sessualità frenata e nascosta che si rivelerà solo nel rapporto semi incestuoso con suo genero e quella di Erminia, donna altrettanto inibita e frigida che scoprirà in parte un mondo alieno come la sua sessualità quando incanterà suo cognato, si mescolano a quelle di due figure in qualche modo all’opposto esatto della coppia madre e figlia.
Antonio infatti è un tombeur de femmes, un gallo ruspante che vive una sessualità sfrenata e insaziabile un pò come la cognata Angela, che all’opposto di Erminia è donna libera e dai costumi sessualmente aperti.
La solita casualità vuole che proprio Antonio e Angela, che n qualche modo sarebbero fatti l’uno per l’altra non si incontrino, mentre l’uomo finirà per consolare la sua repressa suocera, scatenando però così un dramma famigliare che culminerà nel momento in cui Erminia sorprenderà suo marito e sua madre a letto assieme.
Storia pruriginosa, quindi, ma narrata con un certo stile.
Vittorio De Sisti ha sempre diretto con garbo i film che ha avuto per le mani; non dimentichiamo per esempio uno dei migliori decamerotici, Fiorina la vacca oppure Lezioni privare o La supplente va in città.
Certo, siamo comunque in presenza di un dramma configurabile nell’ambito della commedia sexy, non fosse altro per la presenza di diverse scene di nudo che però una volta tanto sono funzionali alla storia raccontata.
Decisamente ben assortito il cast che vede la presenza di Francoise Prevost nel ruolo della contessa Giulia, interpretato con garbo e misura, di Agostina Belli sempre affascinante nel ruolo della inibita Erminia, di Eva Aulin in quello per lei quasi naturale di Angela, ragazza senza tabù che sa godersi la vita e infine di Gianni Macchia nel ruolo di Antonio, il lussurioso marito di Erminia ed amante di Giulia.
Grazie ad una fotografia molto curata e a dialoghi non banali, Quando l’amore è sensualità si presenta quindi come un film dignitoso, che si avvale anche di una morbida soundtrack firmata dal maestro Morricone.
Un film che andrebbe riscoperto e che dovrebbe aver avuto un edizione digitalizzata.
Femi Benussi
Quando l’amore è sensualità
Un film di Vittorio De Sisti. Con Françoise Prévost, Femi Benussi, Agostina Belli, Gianni Macchia,Umberto Raho, Rina Franchetti, Giovanni Petrucci, Vittorio Fanfoni, Ewa Aulin, Rossella Bergamonti, Giovanni Rosselli, Monica Monet Erotico, durata 93 min. – Italia 1973.
Françoise Prévost
Gianni Macchia
Eva Aulin
Agostina Belli: Erminia Sanfelice
Francoise Prevost: Giulia Sanfelice
Gianni Macchia: Antonio
Eva Aulin: Angela
Umberto Raho: il sacerdote
Regia: Vittorio De Sisti
Sceneggiatura:Vittorio De Sisti, Luigi Russo
Montaggio: Aldo De Robertis
Fotografia: Angelo Curi
Musiche: Ennio Morricone
Il cinema e i tabù: l’incesto

I tabù da infrangere, da esporre, da analizzare, da proporre in maniera esplicita e no.
I tabù intesi anche come quel complesso di norme morali che regolano la convivenza tra le genti, visti principalmente come un ostacolo alla libertà, quand’anche freni allo sviluppo, ad una morale più elastica. Sin dagli esordi del cinema registi e produttori hanno esplorato quel confine sottile che separa il lecito dall’illecito, sia a livello morale sia a livello legislativo, andando a sondare il complesso di leggi che regolano l’equlibrio spesso instabile della morale corrente.
Negli anni sessanta sembra scatenarsi di colpo la corsa ad infrangere i tabù più inviolabili, riferiti spesso al complesso di norme che regolano la sessualità, oltre che ovviamente i rapporti con la sfera della cultura in genere, che sia religiosa o civile.
Uno dei tabù più frequentemente affrontato è quello dell’incesto, spesso con film mediocri, poco propensi a scendere in profondità, limitati alla parte epidermica del problema.
Open my hearth
Angeli e insetti
Altro tabù con cui il cinema si è confrontato è quello dell’omosessualità maschile o femminile, spesso con opere coraggiose, altrettanto spesso osteggiate perchè non in linea con la morale corrente.
Per quanto riguarda il tema incesto oggi e il complesso che regola i rapporti tra consaguinei, va fatta una distinzione che ormai è usuale quando si parla di temi inerenti la sessualità, ovvero la scelta di affrontare il problema dal punto sociale e umano, quindi scavando nei perchè l’incesto stesso sia un tabù, le conseguenze spesso tragiche a cui vanno incontro le persone che lo infrangono e la parte prettamente voyeuristica dello stesso tabù, ovvero la maniera assolutamente superficiale di raccontare queste storie, utilizzando l’aspetto morboso delle storie stesse, attraverso l’utilizzo di immagini o situazioni a scopo puramente sensazionalistico.
Magda Kokopka nel thriller incestuoso Diabolicamente Letizia
In poche parole c’è una differenza davvero abissale tra pellicole come Addio fratello crudele di Patroni Griffi, che racconta una storia molto difficile nei rapporti fra tue fratellastri e pellicole come Grazie nonna, appartenenti più al filone della commedia sexy più becera che ad un cinema di tipo documentaristico o teso allo svisceramento del problema.
Uno dei primi film a parlare di incesto, ovvero del rapporto anche carnale che si sviluppa tra una zia e suo nipote è Grazie zia, film d’esordio di Salvatore Samperi, datato 1968.
Nicholson e la Dunaway nello splendido Chinatown di Roman Polanskj
Un’opera coraggiosa, realizzata in bianco e nero in cui viene raccontato il rapporto tra Lea e suo nipote Alvise, che si snoderà attraverso una storia dai risvolti dramatici, fino alla conclusione decisamente tragica.
Sempre negli anni sessanta, precisamente nel 1969, un’opera di Lucio Fulci, Beatrice Cenci, affronta dal punto di vista storico, con ottima aderenza alla stessa materia, il dramma della sventurata Beatrice figlia di Francesco Cenci, probabilmente costretta a cedere alla violenza del genitore e che finirà decapitata per aver organizzato l’omicidio del padre.
Nel 1971 è Louis Malle a raccontare la morbosa storia di una madre che avrà rapporti sessuali con il figlio in Soffio al cuore; un film in cui l’incesto finisce per essere sfrondato dalla sua aura di mistero e tabù, per diventare un percorso accidentale nella vita dei due protagonisti.
Mastroianni e la Kinskj in Cosi come sei
Ci sono anche incesti possibili e non verificati, che lasciano spazio all’interpretazione dello spettatore sulla possibilità o meno che il tabù venga infranto; è il caso di Cosi come sei, di Alberto Lattuada, storia di un maturo architetto che avrà una relazione con quella che potrebbe essere sua figlia; nel film il rebus non viene risolto, lasciando il tutto in sospeso.
In questo caso il fascino morboso del peccato, della moralità infranta resta aleatorio, con buona pace di tutti.
L’incesto è anche il tema di L’eredità Ferramonti, film molto efficace di Mauro Bolognini, diretto nel 1975, che racconta del tobido rapporto tra un suocero e la sua bellissima nuora, che avrà, anche in questo caso una conclusione tragica.
Storia molto morbosa, ma con un incesto molto alla lontana è La seduzione, di Fernando Di Leo, che questa volta racconta la storia di un uomo amante della figlia e della di lei madre; lo svolgimento e il finale sono ovviamente drammatici, come del resto la stragrande maggioranza dei finali delle pellicole con questo tema.
Close my eyes, inedito in Italia
Ornella Muti in Appassionata
E’ come se queste storie avessero bisogno di un finale purificatore, nel quale i peccatori scontino l’azzardo delle loro relazioni proibite con la morte o la follia.
In Non commettere atti impuri,un film di Giulio Petroni, l’incesto tra uno zio perbenista e la sua nipotina finta santarellina è visto più come un’ipocrita espressione di perbenismo che come un peccato contro la morale; in questo caso il tabù è meno importante delle convenzioni sociali, di quel voler apparire ad ogni costo per bene mentre si nasconde, dietro la facciata della rispettabilità, vizio e “peccato”.
Nel film La luna, di Bernardo Bertolucci il tema viene vissuto con un estraneante senso di incomunicabilità, espresso attraverso immagini fredde e raccontato attraverso una storia per molta parte scarsamente comprensibile; in questo caso l’incesto si consuma tra una donna, un’attrice e il suo giovane figlio, con grossi problemi di comunicabilità.
Due grandi attrici in due film “difficili”: Catherine Deneuve in Pola X…
… e Julianne Moore in Savage Grace
Il ragazzo, preda dell’eroina, verrà salvato dalla madre proprio con un atto incestuoso, con un gesto che sembra riportare il giovane alla realtà dalla quale voleva fuggire.
Ma non tutto il cinema affronta il tema con la serietà dovuta ad un aspetto della sessualità che scuote dalle radici convinzioni profonde e paure inconsce.
Spesso il tema viene affrontato nella sua dimensione più goliardica, quasi scherzosa, facendo passare in secondo piano tutte le implicazioni psicoanalitiche, eliminando alla radice il problema del tabù secolare.
Negli anni settanta, infatti, qualche film della commedia sexy gioca proprio con questo tema trasformandolo quasi in una barzelletta, alle volte sconcia, spesso becera.
La bravissima Jill Clayburgh in La luna di Bertolucci
Si pensi al film di Mattei Cuginetta amore mio, con Ria De Simone, tutto incentrato sulle nudità ben esposte delle protagoniste, oppure al film di Lado, datato 1974 La cugina, con protagonisti Dayle Haddon e Massimo Ranieri, storia di due cugini che si sentono attratti l’uno dall’altro sin da piccoli, ma che consumeranno l’incesto solo dopo che la donna sarà andata sposa ad un ricco nobile.
Ancora più leggero e scanzonato è Le dolci zie, di Mario Imperoli, storia boccaccesca di tre zie di diversa età che circuiscono un giovane, di nome Libero, sottraendolo al nonno anticlericale e comunista, e che svezzeranno il giovane in tutti i sensi.
In questo genere di film il tabù incesto praticamente non esiste; tutto sembra surreale, predomina quasi l’aspetto favolistico della narrazione, come nel film Peccati in famiglia, di Bruno A. Gaburro, in cui il tabù stesso finisce per diventare quasi normalità.
In alcuni casi si scava nel passato, rivisitando con molta fantasia le storie di eroine del passato; una delle più saccheggiate, ingiustamente diffamate per via di una fama largamente immeritata guadagnata attraverso i secoli è Lucrezia Borgia.
Lisa Gastoni in Grazie zia di Samperi
Un esempio è Lucrezia giovane, di Luciano Ercoli, in cui la donna è vista come una spietata maliarda che per ambizione sedurrà sia suo padre che suo fratello; un pò quello che accade nei Racconti immorali di Borowczyck, dove ancora una volta Lucrezia attraverso rapporti incestuosi placa la sua sete di potere ( e in parte la sua lussuria) o in Le Notti Segrete di Lucrezia Borgia, di Roberto Montero, operazione smaccatamente commerciale permeata da un erotismo di grana grossa.
Uno dei film più crudi sull’incesto è Charlotte forever, diretto da Serge Gainsbourg nel 1986, storia crudele di un rapporto tempestoso tra un padre e sua figlia, legati a doppio filo dalla tragedia che ha sconvolto le loro vite la morte della moglie di lui e madre di lei mentre uno dei film più curiosi sul tema è Byleth il demone dell’incesto, storia horror dell’insana passione di un giovane per sua sorella, culminato in un giuramento di sangue tra i due fratelli che avrà tragiche conseguenze.
Molte pellicole affrontano il tema creando attorno ad esso trame improbabili o comunque semplicemente raffazzonate alla meglio, come nel caso di Uccidi,uccidi ma con dolcezza (in origine My lovers my son) diretto da John Newland, che racconta l’insana passione di una madre per il figlio adolescente, vicenda che finirà tragicamente con la morte del padre del ragazzo.
Anthony Quinn e Dominique Sanda in L’eredità Ferramonti
Questa è una delle costanti della quasi totalità dei film riguardanti l’incesto: i protagonisti, afflitti dai sensi di colpa finiscono per uccidere o per perire tragicamente, quasi ad espiare il terribile peccato commesso.
La morale è insita quindi in ogni pellicola; non si sfugge al castigo per aver violato una legge morale cardine.
Fa nulla che scavando nella storia si incontrino esempi lampanti di relazioni incestuose spesso incoraggiate come durante l’epoca dei faraoni, quando per preservare la purezza della razza e per impedire “contaminazioni” della divinità del faraone erano frequentissimi i matrimoni in famiglia mentre nella stessa Bibbia invece l’incesto è narrato per descrivere l’atto incorso tra le figlie di Lot e il padre stesso subito dopo la fuga da Sodoma e Gomorra.
Il drammatico Addio fratello crudele di Giuseppe Patroni Griffi
In alcuni casi l’incesto nasce da violenza personale, come in La caduta degli dei; nel film Martin von Essenbeck stupra sua madre Sophie per liberarsi da un’influenza che il giovane trova ormai nefasta con conseguenze drammatiche. La donna infatti entrerà in uno stato catatonico prima della morte mediante suicidio.
Scorrendo qua e la gli almanacchi del cinema, troviamo film di valore molto differente fra loro come Pola X (1999) diretto da Leos Carax che racconta della passione improvvisa e irrefrenabile fa un giovane e la sua sorellastra (con tanto di epilogo drammatico), il bellissimo Zona di guerra, del quale ho parlato recentemente e che narra la drammatica vicenda di un padre che stupra la figlia più grande e in seguito anche la neonata che ha appena avuto, un film crudele e durissimo, forse il più teso e il più difficile da vedere.
L’incesto nella commedia sexy: Simonetta Stefanelli in Peccati in famiglia
My sister my love
Ancora, Savage Grace (2007) diretto da Tom Kalin, drammatica storia di una donna alla ricerca di un posto nella società bene che frequenta e del suo tormento interiore che la porterà a sedurre suo figlio; si parla di incesto, ma in modo trasversale nel capolavoro di Polanski Chinatown. Nel film il detective Jake “J.J.” Gittes scopre la vera natura che legava Evelyn Cross Mulwray a suo padre, che originerà un finale tragico e amarissimo.
Altri film che parlano di incesto sono Butterfly – Il sapore del peccato (1982), che racconta la storia di un guardiano accusato di aver avuto rapporti con sua figlia, un film demolito e sbertucciato dalla critica tanto da aggiudicarsi ben 6 Razzie awards per il peggior film dell’anno, Appassionata (1974) di Gianluigi Calderone che narra del rapporto che si viene a creare tra un dentista e la sua figliola sedicenne che sostituisce nel letto la madre e l’amica che aveva avuto una fatua relazione con lo stesso, Close my eyes (disponibile solo in lingua originale) storia di una passione che travolge fratello e sorella che sono stati separati alla nascita e che procurerà loro grossi guai, l’ottimo La bestia nel cuore della Comencini che narra l’opera di rimozione della violenza subita dal padre da parte di una donna che alla morte dei genitori rivivrà il trauma subito (anche da suo fratello) e della difficoltà di convivere con questa tragedia.
Film che in qualche modo parlano di storie di incesto sono anche Wide Sargasso Sea-Fiamme di passione (1993), Clement (2001), Geminis (2005), Il giardino di cemento (1993),Tenere cugine (1980); film che in maniera diversa affrontano l’argomento, in parte o con sceneggiature studiate ad hoc.
Tenere cugine, di David Hamilton
Come abbiamo visto, l’incesto non è un argomento di nicchia, tutt’altro; se negli anni sessanta il tabù era stato affrontato in modo molto marginale, almeno da Hollywood e dalle principali produzioni mondiali, negli anni settanta e maggiormente in seguito l’argomento è diventato se non frequente almeno abitudinario, contribuendo in qualche modo ad affrontare l’incesto non più solo come un oscuro tabù ma come una problematica diffusa molto più di quello che la società può immaginare.
La cronaca ha finito per fornire molteplici soggetti, facendo apparire la realtà molto più incredibile della finzione.
La cognatina
Il giardino di cemento
Wide Sargasso sea
L’incesto nella storia: Lucrezia giovane
Le dolci zie
Butterfly
Vaghe stelle dell’orsa
Segreti
Edwige Fenech in Grazie nonna
Charlotte forever
Byleth il demone dell’incesto
Ritorno a Brideshead
Il lenzuolo viola (Bad timing)
Una storia d’amore (possibile o impossibile, sarà lo spettatore a decidere) tra una splendida donna libera, indipendente e disinibita e un insegnante di psicanalisi nell’università di Vienna.
E’ proprio nella città austriaca che si evolve il rapporto di coppia tra lei, Milena e lui, Alex: diversi come il giorno e la notte eppure attratti l’uno dall’altro per le insondabili questioni alchemiche dell’amore.
Non potrebbero apparire più differenti di così, Milena ed Alex: lei rifiuta ogni impegno sentimentale, fiera com’è della propria indipendenza e della propria libertà mentre lui, Alex, vuole il rapporto stabile ed esclusivo, sogna una donna al suo fianco probabilmente anche succube della sua personalità che oscilla paurosamente tra la normalità e la paranoia.
Così, quando vediamo Milena su un letto di ospedale in lotta tra la vita e la morte dopo essersi apparentemente avvelenata con un’overdose di farmaci, seguiamo con estremo interesse le indagini dell’ispettore Netusil che vuol vederci chiaro in quello strano tentativo di suicidio.
Harvey Keitel
Il comportamento di Alex, quando viene interrogato, è estremamente sfuggente tanto da indurre Netusil a stringere l’uomo in un angolo.
Così, attraverso una serie infinita di flashback, apprenderemo la verità sulla storia d’amore e morte tra Milena e Alex…
Dipinto cinematograficamente come una serie di quadri di Klimt o di Egon Schiele, ossessionato da musiche bellissime composte da Keith Jarrett, degli Who e di Billie Halliday Il lenzuolo viola, film del 1980 diretto dal controverso maestro Nicholas Roeg, è un viaggio movimentato e complesso nei meandri della psiche di due personaggi in cerca di se stessi e di un rapporto con gli altri che finiscono per fagocitarsi e invischiarsi in una relazione torbida e inestricabile.
Quando Roeg dirige Il lenzuolo viola (Bad timing) ha alle spalle 4 film di per se memorabili anche se in modo molto differente; L’uomo che cadde sulla Terra, A Venezia… un dicembre rosso shocking, Walkabout-L’inizio del cammino e Sadismo sono di per se autentiche perle in quattro generi cinematografici completamente diversi. Dei primi tre film ho già parlato, esaltando i virtuosismi dietro la macchina da presa di Roeg, che aveva alle spalle quasi vent’anni da assistente operatore.
Art Garfunkel
La svolta che Roeg da al cinema consiste in un uso quasi psichedelico della MDP unita a sceneggiature completamente innovative, con dialoghi scarni o quasi inesistenti (come in Walkabout) e con una potenza visiva davvero sorprendente.
Con Il lenzuolo viola Roeg torna al cinema 5 anni dopo lo straordinario successo di pubblica ( e in parte) di critica ottenuto da L’uomo che cadde sulla terra; questa volta la scelta è sul rapporto di coppia, un rapporto che ci appare subito minato alle fondamenta.
Troppo diversi i personaggi, troppo particolare la psicologia di Alex, pericolosamente in bilico tra la depravazione morale e un assolutismo affettivo che a ben guardare ha delle origini patologiche.
Eppure l’inizio può sembrare rassicurante, con il primo incontro (il primo?) tra Alex Linden e Milena Flaherty, che guardano un Klimt che riflette oro mentre la morbida musica di Tom Waits pian piano si dissolve.
Subito dopo tutto viene spazzato via.
Il suono triste di una sirena lacera la notte; all’interno dell’ambulanza Mlena sembra respirare sempre più debolmente mentre Alex è stranamente freddo e distaccato.
Iniziano una serie di flashback che ci illuminano parzialmente sul passato della coppia, ma quanto vediamo è realmente accaduto o è la proiezione mentale di ciò che loro vorrebbero fosse accaduto?
Il film ruota attorno a questa ambiguità di fondo, così come ambiguo ci appare da subito Alex, quando in ospedale è raggiunto da Netusil, un poliziotto freddo e capace che inizia ad interrogare il glaciale professore di psicanalisi.
Così finalmente vediamo frammenti di verità, a partire dalla festa in cui Mlena e Alex sono rimasti folgorati l’uno dall’altra.
Seguiamo anche i pensieri di Milena, donne pericolosamente vicina all’alcolismo, una donna libera e disinibita che però nasconde probabilmente una grande insicurezza di fondo.
Mentre Netusil indaga, seguiamo anche il torbido rapporto che si instaura tra Milena e Alex, la sua gelosia crescente, le sue piccole manie sessuali.
Vediamo anche Alex scoprire che la donna è sposata con un uomo che non ama più, dal quale lui vorrebbe farla divorziare.
Forzature, piccoli drammi, incomprensioni che diventano sempre più ampie, incolmabili.
Il lenzuola viola è quindi un noir assolutamente atipico, perchè la sua struttura è quella ad incastro, un gioco di scatole cinesi in cui la verità sembra essere celata in qualche scatola successiva; ogni volta che se ne apre una, ecco il rimando alla prossima e così quasi fino all’infinito.
Per costruire il suo rompicapo, Roeg aveva bisogno di un cast che esprimesse compiutamente il carattere “labirintico” dei due principali protagonisti e così il regista londinese scelse due attori non di primissimo piano;
per il ruolo complesso di Milena ecco Theresa Russell, bellissima ed enigmatica attrice californiana al suo primo ruolo importante e Art Garfunkel, molto più conosciuto in ambito musicale ma autore fino ad allora di due apparizioni davvero notevoli nei film di Mike Nichols Comma 22 e Conoscenza carnale. Garfunkel, inspiegabilmente sottovalutato da Hollywood ripaga Roeg con un’interpretazione magistrale del personaggio paranoico di Alex mentre la futura signora Roeg è una piacevolissima sorpresa. Aldilà della seducente bellezza del volto e del suo fisico praticamente perfetto, la Russell consegna un ritratto memorabile della sfortunata Milena Flaherty giocando splendidamente sull’ambiguità del personaggio e in definitiva facendo esattamente ciò che Roeg voleva, mantenere cioè il personaggio in un limbo immateriale in cui la psicologia di Milena risulti inafferrabile o comunque che appaia come uno specchio dai moltissimi riflessi.
Theresa Russell
Bravo anche Harvey Keitel che interpreta l’implacabile Netusil, l’uomo deputato a incastrare le tessere del mosaico con pazienza infinita e con intuizione.
Parlavo prima della controversa uscita del film, a cui la critica ha riservato elogi senza fine o stroncature inappellabili.
Valga per tutte la recensione sintetica che dice “Un film malato fatto da malati per i malati...” di un non meglio identificato critico americano,
mentre stranamente Morandini parla di un film “Affascinante, intrigante, ai limiti del Kitsch“. Ugualmente diviso il pubblico, ma non poteva essere diversamente.
Un film molto complesso, forse troppo.
Innegabilmente però tutti lodano la splendida fotografia di Roeg, l’ambientazione decadente in una Vienna misteriosa e le intepretazioni degli attori citati.
Ci sono quindi tutti i motivi per immergersi in una pellicola che potrà non piacere ma che non lascerà assolutamente indifferenti.
Il lenzuolo viola
Un film di Nicolas Roeg. Con Art Garfunkel, Harvey Keitel, Theresa Russell, Denholm Elliott, Daniel Massey,Dana Gillespie, William Hootkins, Eugene Lipinski, George Roubicek, Stefan Gryff, Sevilla Delofski, Robert Walker, Gertan Klauber, Ania Marson, Lex van Delden Titolo originale Bad Timing. Drammatico, durata 129 min. – Gran Bretagna 1980.
Art Garfunkel … Alex Linden
Theresa Russell … Milena Flaherty
Harvey Keitel … Ispettore Netusil
Denholm Elliott … Stefan Vognic
Dana Gillespie … Amy Miller
William Hootkins … Col. Taylor
Eugene Lipinski …Poliziotto dell’ospedale
George Roubicek …Primo poliziotto
Stefan Gryff …Secondo poliziotto
Sevilla Delofski …Receptionist ceco
Robert Walker … Konrad
Gertan Klauber …L’infermiere nell’autoambulanza
Ania Marson … Dr. Schneider
Lex van Delden …Giovane dottore
Regia: Nicolas Roeg
Produzione: Jeremy Thomas
Sceneggiatura: Yale Udoff
Musiche: Richard Hartley
Cinematography: Anthony B. Richmond
Editing : Tony Lawson
Registrazioni in studio: Picture Company
Distribuzione: Rank Organisation
La prima notte di quiete
Valerio Zurlini è stato uno dei registi più delicati e poetici della cinematografia italiana.
La morte lo ha colto nel 1982 a soli 56 anni, quando era nel pieno della maturità artistica e stranamente era assente dal cinema da diverso tempo.
La prima notte di quiete, da lui diretto nel 1972, è un film di straordinaria intensità e drammaticità, girato come un noir esistenzialista che sembra andare oltre gli schemi rigidi di un genere abbracciandone diversi e trasformatosi nel corso degli anni a venire in un vero e proprio cult indicativo di un’epoca in cui registi coraggiosi non avevano alcuna paura a mettere in scena temi scomodi o pericolosi dal punto di vista commerciale.
Questo film è un viaggio introspettivo e attento alla ricerca di un uomo che sembra scampato suo malgrado all’affondamento di una nave nella quale era imbarcato come passeggero solitario e assente, quasi un’ombra scampata già in precedenza a qualcosa di indefinito e misterioso che lo ha segnato per sempre.
Alain Delon e Lea Massari
Un viaggio fatto con perizia, attraverso immagini delicate e malinconiche, avvolte in una sottile nebbiolina che sembra simboleggiare un passato sconosciuto e un divenire che seguiamo con interesse mentre osserviamo il professor Daniele Dominici lasciarsi vivere in una Rimini tetra e uggiosa, popolata da un’umanità a tratti insopportabile nei suoi difetti e nelle sue alienazioni.
Chi è Daniele?
E’ un post sessantottino, a giudicare dal look trasandato.
Oppure è un seguace di Beaudelaire e di Rimbaud, visto che gira sempre infagottato in un cappotto, ha la sigaretta tra le labbra dalla quale sembra non aspirare, ha la barba lunga di qualche giorno e l’aspetto triste e malinconico.
Insegna letteratura, e tra i suoi alunni l’unica ad incuriosirlo perchè un po gli assomiglia è l’enigmatica e sfuggente Vanina.
Alida Valli
L’approccio di Daniele con la società riminese è quanto di più superficiale possa esistere: si limita a frequentare un gruppo che divide le sue nottate tra gioco d’azzardo e droga, tra alcool e interminabili sedute al tavolo verde in fumose stanze.
Del gruppo fanno parte l’amante di Vanina, Gerardo Pavani, un piccolo gangster e Giorgio, uomo sensibile e colto che maschera i suoi pregi dietro una patina di superficialità.
Tra Daniele e Vanina poco alla volta sembra nascere qualcosa; i due condividono la passione per l’arte e sentono fortissima l’attrazione reciproca.
Una sera, a casa di Giorgio, per rompere la noia viene proiettato un filmino amatoriale nel quale la protagonista è Vanina.
La ragazza è ripresa nei momenti di una sua vacanza a Venezia; ad un certo punto, nel filmino, compare la ragazza completamente nuda e a questo punto Vanina interrompe la proiezione e scappa via.
Invano Daniele la cerca in classe e fuori. La ragazza sembra svanita nel nulla.
La cerca a casa sua dove incontra la madre, una donna dura come l’acciaio che l’invita perentoriamente a scordarsi sua figlia e contemporaneamente mette in crisi il rapporto che lo lega a Monica, la donna che per dieci anni lo ha seguito ed amato arrivando ad abbandonare la famiglia per lui.
Lea Massari
Daniele è anche un mistero per Giorgio, l’unico che sembra legato a lui da un rapporto d’amicizia;quando Giorgio rinviene casualmente una raccolta di poesie di Daniele dedicate ad una ragazza morta suicida, chiede all’amico il perchè del titolo della raccolta stessa, La prima notte di quiete.
Evasivamente, Daniele risponde che La prima notte di quiete è quella in cui finalmente si dorme sereni, senza sogni.
Alla fine è Vanina a mettersi in contatto con lui.
I due trascorrono una notte d’amore in una casa in riva al mare, dove però giunge Gerardo.
L’uomo per vendicarsi racconta il sordido passato di Vanina: la ragazza veniva venduta da sua madre a clienti facoltosi e fra i suoi amanti c’erano anche le donne del gruppo frequentato da Gerardo e Giorgio.
Daniele scopre di amare quella ragazza sfortunata e progetta la fuga con lei.
Ma è destino che le cose debbano andare in maniera molto differente.
Il finale è ovviamente drammatico, così come drammatico è lo svolgimento della storia e drammatica è la vicenda umana di Vanina, una ragazza dal passato terribile.
Vittima di una madre degenerata e di un gruppo di depravati, Vanina a perso molte delle illusioni e la sua ingenuità in età giovanile, in quell’età in cui si coltivano sogni che purtroppo l’alba dissolverà impietosamente.
La scoperta del passato della ragazza è una delle chiavi di volta del film, anche se non la più importante.
Il personaggio centrale è comunque Daniele, l’uomo dal passato oscuro che serba sorprese all’amico Giorgio in un finale in cui finalmente la sua figura emerge dalla nebbia per restituirci la sua autentica dimensione.
Non voglio parlare proprio del finale, lasciando allo spettatore il compito di seguire fino alla fine il percorso umano di Daniele, che alla fine si staglia su tutto nella sua esatta dimensione umana.
Se la figura di Vanina poco a poco scompare, lasciando spazio proprio alla vicenda umana di Daniele, vediamo apparire sullo sfondo il ritratto di una società provinciale sordida e amorale.
Così la vicenda umana di Daniele incrocia fatalmente la Rimini dei vitelloni nullafacenti, impegnati in serate vuote e vacue come i loro discorsi.
E’ una Rimini viziosa e oziosa, quella della buona società.
Una società in cui valori fondamentali come amicizia e rispetto sono cose senza pregio alcuno, in cui dominano i personali egoismi e le meschinerie, l’appagamento del proprio ego e delle proprie depravazioni.
Daniele attraversa come un fantasma la vita delle due principali istituzioni sociali, ovvero la scuola e le relazioni pubbliche.
Agli studenti insegna senza entusiasmo, quasi disilluso sia dal suo ruolo sia dalla responsabilità di dover trasmettere il sapere a dei giovani che sembrano interessati ad altro mentre nella vita mondana è attorniato da persone che non stima, fatta eccezione per Giorgio.
Ma anche Daniele ha da farsi perdonare e lo scopriamo man mano che la storia segue i binari paralleli del suo quotidiano; il rapporto con Monica, la sua donna, finisce per lacerarsi senza un vero perchè. Forse è monotonia, forse è il nuovo amore per Vanina, fatto sta che anche lui non si esime dall’atto moralmente riprovevole di tradire la sua donna.
La vita di Daniele, quella di Vanina, quella di Giorgio e degli altri: vite vissute all’ombra di una cittadina, Rimini, malinconicamente immersa in un’atmosfera addormentata e molle.
Una Rimini uggiosa e plumbea in perfetta linea con i caratteri dei personaggi.
In perfetta sintonia con la storia raccontata.
Su questo film di Zurlini ci sarebbe da dire ancora tantissimo, tante sono le riflessioni che pone la storia e il percorso umano di Daniele.
Il regista bolognese crea un film indimenticabile costruito abilmente anche nel cast, che vede una maiuscola prestazione attoriale da parte di Alain Delon.
L’attore francese è nel periodo migliore della sua carriera; ha appena interpretato il personaggio di Jean nello splendido noir francese L’evaso e di li a poco avrebbe interpretato film di ottimo livello come L’assassinio di Trotzky, Due contro la città e Toni Arzenta.
Delon dimostra ancora una volta di essere un grande attore, particolarmente a suo agio nei ruoli drammatici, dando vita alla caratterizzazione tutt’altro che semplice di Daniele.
Al suo fianco, la quasi esordiente Sonia Petrova che interpreta Vanina.
L’attrice francese è una piacevole sorpresa, anche se la sua carriera successiva non la valorizzerà quanto avrebbe meritato.
Nel cast troviamo un ottimo Giancarlo Giannini nel ruolo dell’amico Giorgio, una intensa e sempre affascinante Lea Massari nel ruolo di Monica, la solita sicurezza rappresentata da Adalberto Maria Merli nei panni di Gerardo e ancora due grandissimi come Salvo Randone e Alida Valli.
Piccole parti per alcune attrici che avranno una discreta visibilità nel corso degli anni successivi, ovvero Olga Bisera, Patrizia Adiutori, Krista Nell e la brava Nicoletta Rizzi.
Il tema portante del film è la splendida Domani è un altro giorno di Ornella Vanoni, mentre sicuramente affascinanti sono le musiche di Nascimbeni.
La prima notte di quiete è un grandissimo film che trasmette emozioni; in una personalissima classifica tra i primi venti film italiani di sempre lo inserirei senza dubbio alcuno.
La prima notte di quiete
Un film di Valerio Zurlini. Con Giancarlo Giannini, Alain Delon, Lea Massari, Alida Valli, Renato Salvatori, Adalberto Maria Merli, Sonia Petrova, Salvo Randone, Sandro Moretti, Krista Nell, Fabrizio Moroni, Nicoletta Rizzi, Roberto Lande, Patrizia Adiutori, Carla Mancini Drammatico, durata 132 min. – Italia 1972.
Alain Delon: Daniele Dominici
Sonia Petrova: Vanina Abati
Giancarlo Giannini: Dott. Giorgio Mosca, detto “Spider”
Lea Massari: Monica, compagna di Dominici
Adalberto Maria Merli: Gerardo Pavani
Salvo Randone: il preside
Alida Valli: Marcella Abati
Renato Salvatori: Marcello
Nicoletta Rizzi: Elvira
Regia Valerio Zurlini
Soggetto Valerio Zurlini
Sceneggiatura Enrico Medioli, Valerio Zurlini
Produttore esecutivo Averroè Stefani
Casa di produzione Mondial TE.FI., Roma – Adel Films (Alain Delon), Parigi
Distribuzione (Italia) Titanus
Fotografia Dario Di Palma
Montaggio Mario Morra
Musiche Mario Nascimbene
Scenografia Enrico Tovaglieri
Costumi Luca Sabatelli
Trucco Amato Garbini
Il flano del film
La bellissima copertina della soundtrack del film
La locandina della versione spagnola del film
Son de mar
Prologo:
un piccolo alligatore giace spiaggiato, mosso blandamente dalle onde, mentre il corpo in smoking di un uomo, dal viso coperto dai fluenti capelli, galleggia a pelo d’acqua. Su tutto ciò che vedremo, da ora, incomberà la tragedia: il suono del mare è un omerico richiamo esiziale. Introdotto dagli immortali versi dell’Eneide virgiliana, Ulyses un giovane insegnante di lettere, bello e dall’aria stazzonata, arriva in una mediterranea cittadina della costa spagnola. Qui, prende posto in una pensione dove fa conoscenza con Martina, la figlia del proprietario. Ed è subito attrazione ed è subito amore, nonostante le continue avances che il ricco palazzinaro Sierra le rivolge. Ma i sentimenti tra i due giovani sono puri come il cristallo, tanto da farli convolare a nozze e avere un figlio.
Tutto si sviluppa serenamente: lui le legge l’Odissea, lei cura la casa.L’invito ad una festa da parte di Sierra, incrociato casualmente da Martina per strada, sarà la causa del tracollo. Durante il party, il ricco ospite tenterà nuovamente un approccio con la ragazza, ma ne verrà respinto. Dal canto suo, il bel professore, non esita a flirtare con una sconosciuta.Tornati a casa, lui giocherella malinconicamente con la fede che forse si è appesa al dito troppo frettolosamente. Che il mondo dorato e libertino dell’ex rivale lo abbia messo di fronte alle sue reali inclinazioni? O è scosso da uno strano luttuoso presagio? Lei gli chiede conferma del suo amore. La risposta è sibillina: “Ti pescherò un tonno…” per provarglielo.Ma dal mare Ulyses non tornerà mai. La barca s’infrangerà sugli scogli ed il suo corpo non verrà più ritrovato.Quattro anni dopo Martina è la donna di Sierra. Questi è, si, uomo spregevole, ma anche mosso da sentimenti profondi e tratta il bambino ormai cresciuto, teneramente, come fosse suo.Lei trascorre il suo tempo oziando, tra un tuffo in piscina, un tailleurs griffato, centri estetici e palestra.
Una misteriosa telefonata, però, scuote ancora una volta la vita della donna. Ulyses, novello Odisseo, dopo un lungo peregrinare per i mari del mondo è tornato e vuole rivederla. Ha finto la sua morte per scappare dal giogo di una vita che non gli corrispondeva più, ma ora non riesce a fare a meno della sua Penelope. I due diventano amanti, anche se adesso tutto è diverso: nulla sembra rimanere dell’amore semplice e puro di un tempo, null’altro che sesso consumato in una serie di fugaci incontri.
Come in una favola, lei lo nasconde in una torre segreta, all’ultimo piano di un palazzo vuoto, requisito dalla magistratura, di proprietà del suo nuovo compagno. Lui l’attende, sempre più insofferente alla clandestinità, per poi unirsi a lei. E l’altro, amaramente, fiuta il tradimento e soffre le pene d’amore. Non senza, però, meditare vendetta.La triangolazione non può che far trascendere gli eventi ed una volta saliti sulla barca, luogo di uno dei loro primi incontri, il (melo)dramma non può che compiersi puntualmente.
E’ l’ultimo film di Luna, tratto dall’omonimo romanzo di Manuel Vicent, ad essere stato distribuito in Italia e inteso comunemente come erotico, più per il curriculum del suo autore che non per ciò che realmente mostra. Se per erotico s’intende, infatti, un cinema che ricerca la sublimazione dell’ appagamento dei sensi o che affronta lo spettatore usando la provocazione come strumento d’elezione, allora è ai primi lavori del regista catalano che bisogna risalire. Qui tutto è raggelato, distante, impalpabile, anche le sequenze più ardite. Ed anche in quel caso tutto è più suggerito che mostrato realmente. Qualche nudo e un quid realistico, non riescono a rompere l’atmosfera sempre ovattata che pervade il film.
Un film imperfetto, che vacilla e frana in più di un’occasione, sotto il peso della sua ingombrante pretenziosità. La storia tra i due protagonisti, interpretata come ideale Odissea dell’amore e della morte (binomio classico della poetica del regista), pur essendo molto intrigante, non riesce ad essere espressa adeguatamente. Lieve all’inizio, anche sensibile, accesa da tocchi sensuali; torbida in seguito, ma non abbastanza però, sottilmente malata, quando l’unico mezzo per ristabilire una relazione tra i due protagonisti resta solo il corpo. In realtà in entrambi i casi le psicologie dei personaggi non si muovono dalla superficie; i loro atteggiamenti, le loro scelte, non sono sufficientemente supportate da una scrittura adeguata. Ciò a scapito della drammaticità e della tensione. E ancora, aldilà dell’indiscussa avvenenza di entrambi, cosa terrebbe insieme Martina e Ulyses? Quale profondo sentimento li legherebbe così indissolubilmente fin oltre la soglia della vita? Cosa porta Martina ad abbandonare le sue ritrovate sicurezze e, soprattutto, il figlio, per un uomo che le ha fatto credere di esser morto per sfuggire alle sue responsabilità e che le si ripresenta davanti dopo tanto tempo senza addurre alcuna valida spiegazione? Niente, sembrerebbe.
I passi dell’Eneide e dell’Odissea che la voce di Ulyses recita fuori campo, hanno valore prolettico e scandiscono l’avvicendarsi degli eventi. Ma col trascorrere dei minuti perdono peso e recitati a Martina, come motore dell’estasi amorosa, scadono in nient’altro che un giochetto di coppia. Un vezzo intellettuale. Anche certi espedienti simbolici ed allusivi, come gli slip gocciolanti o i colori accesi (rosso, viola, verde) che risaltano il corpo della ragazza sulla neutralità degli sfondi, sono, se non grossolani, incapaci comunque di andare oltre il semplice estetismo.Si direbbe un disastro, ma Luna ha mestiere e stile da vendere, anche nei suoi eccessi peggiori. I buoni propositi, molti, si arenano ma alla pellicola non si può negare un fascino particolare. Certi momenti sono resi esteticamente in modo eccellente. Le scene, invero alquanto sensuali, nella caverna o l’affondamento della barca, sono molto suggestive e ben realizzate. Il personaggio di Martina, come si rivela nella prima parte del film, è schietto e pulito e crea una certa empatia con lo spettatore. Le sue corse in bicicletta ed i primi approcci col futuro marito/amante, sono i momenti migliori dell’intero film, resi con una partecipazione malinconica e quasi commossa. In seguito la sua personalità diventa incomprensibile… ma tant’è: nel bene e nel male è lei a catalizzare l’intera narrazione. La figura della ragazza semplice, travolta e corrotta dagli eventi è un cliché Luniano; vedi, non ultimo, lo scellerato “Bambola” che ha messo a serio rischio la carriera del regista. Così come lo sguardo sulla società iberica, qui rivolto al problema della speculazione edilizia.
Leonor Watling è carina (anche se a volte a me ricorda Debora Serracchiani), è la ragazza in coma di Parla con me di Almodovar, fa un buon lavoro e come risoluta giovane di provincia è molto credibile. Tutto l’interesse di Luna sembra rivolto a lei. Forse unicamente a lei.
Jordi Molla è, come sempre, totalmente imbalsamato. Fernandez ha un’unica espressione, ma funziona, tanto da ricevere uno dei due premi Goya vinti dal film (l’altro è andato alla sceneggiatura), malgrado il suo personaggio, che pure è centrale nella vicenda, sia davvero una figurina bidimensionale.La fotografia di José Luis Alcaine, tecnico preferito dal regista, è incantevole e supporta magistralmente la rarefazione che avvolge il racconto, con i suoi colori tenui e chiari, freddissimi ma molto contrastati. Il suo occhio rende il mare una sorta di personaggio aggiuntivo e i paesaggi profondi e tangibili. Per non dire di quell’immagine di Martina, di estrema pacatezza e sottilissima sensualità, che la ritrae distesa seminuda sul letto, intenta a mordicchiare un’arancia: rimane impressa nella mente come un’icona.Insomma, un racconto complicato, dagli equilibri lievissimi, che avrebbe necessitato di una maggiore attenzione e nel quale Luna, ad anni luce di distanza dalle aggressioni visive dei suoi esordi e lontano anche dai suoi lavori più riusciti, mostra un’incertezza di grande suggestione.Da segnalare, infine, la colonna sonora curata della band inglese dei Piano Magic: straniante, avvolgente, perfetta.
di Alessio Bosco
Son de mar
Un film di Bigas Luna. Con Leonor Watling, Jordi Mollà, Eduard Fernández, Sergio Caballero, Neus Agulló,Pep Cortés, Juan Muñoz- Drammatico, durata 102 min. – Spagna 2001
Jordi Mollà: Ulises
Leonor Watling: Martina
Eduard Fernández: Sierra
Neus Agulló: Roseta
Ricky Colomer: Abel
Pep Cortés: Basilio
Sergio Caballero: Xavier
Carla Collado: donna in rosso
Juan Muñoz: preside
Regia Bigas Luna
Soggetto Manuel Vicent (romanzo)
Sceneggiatura Rafael Azcona
Produttore Andrés Vicente Gómez
Casa di produzione Lola Films
Fotografia José Luis Alcaine
Montaggio Ernest Blasi
Effetti speciali Reyes Abades
Musiche Piano Magic
Scenografia Pierre Thévenet
Costumi Macarena Soto
Trucco Mariló Osuna
Il padrino
Quando i dirigenti della Paramount, la grande casa di produzione cinematografica americana fondata da Zukor acquisirono i diritti del romanzo di Mario Puzo Il padrino non immaginavano certo che avrebbero incontrato tante difficoltà per ridurre il romanzo stesso prima in una sceneggiatura e poi in un film sul quale aveva deciso di scommettere con molta audacia.
La genesi di una delle opere cinematografiche più famose della storia, che ebbe anche due sequel e che si trasformò contemporaneamente in una delle saghe più belle della storia del cinema e in un’operazione commerciale di straordinario successo, è quanto di più complesso si possa immaginare.
Robert Evans, il capo indiscusso della Paramount chiamò alcuni registi famosi offrendo loro di dirigere il film con un budget notevole, segno che la casa di produzione credeva fermamente nel progetto.
Marlon Brando
Inaspettatamente registi del calibro di Sergio Leone, Elia Kazan, Arthur Penn e Costa Gavras declinarono gentilmente l’invito; il genere mafia movie era ancora considerato poco appetibile e fondamentalmente dequalificante per un regista di fama, così l’incredulo Evans dopo aver scartato il grande Peckinpah, che voleva libertà d’azione ma che aveva anche problemi gravi a livello psicologico (abusava di farmaci e whisky) puntò su Francis Ford Coppola, un regista praticamente sconosciuto che aveva alle spalle solo 4 film peraltro diretti in un arco temporale di 8 anni.
La scelta dell’attore protagonista si rivelò ancora più difficile; Coppola ovviamente voleva fare a modo suo mentre i vertici della Paramount avevano idee differenti.
Alla fine la spuntò Coppola, che dovette scontrarsi con collaboratori e dirigenti; in effetti la scelta di Marlon Brando era molto rischiosa in quanto il grande attore di Omaha non aveva certo l’età per interpretare il patriarca della famiglia Corleone, Don Vito.
Alcune sedute di trucco e dell’ovatta infilata nella bocca trasformarono Brando nella maschera divenuta poi celebre.
Altrettanto laboriosa fu la scelta del resto del cast; per il ruolo di Michael, figlio di Don Vito, si scatenò una vera guerra tra il regista e la produzione.
Ma Coppola, per sua e nostra fortuna difese a spada tratta le sue scelte e chiamò l’illustre sconosciuto Al Pacino per ricoprire il ruolo delicatissimo di Michael.
L’attore di New York aveva all’attivo solo un paio di partecipazioni, la seconda delle quali era stata quella in Panico a Needle Park; Coppola testardamente andò avanti e completò il cast con Robert Duvall,James Caan, Diane Keaton e con gli altri attori che grazie al successo di Il padrino ebbero una visibilità internazionale senza precedenti.
Come sappiamo, il film fu un successo assolutamente straordinario, tanto che il film vinse tre Oscar su 11 nomination (Miglior film, Miglior attore protagonista per Marlon Brando, Migliore sceneggiatura non originale per Francis Ford Coppola e Mario Puzo), si aggiudicò 4 Golden Globe e in Italia due David di Donatello.
Tutto il mondo applaudì un film tecnicamente perfetto splendidamente recitato e appasionante come pochi.
Avvenimento più unico che raro, Il padrino fu salutato da larga parte della critica come uno dei film più importanti della storia del cinema, cosa poi amplificata negli anni successivi dalla costruzione di un mito che vede il film di Coppola come una delle opere imprescindibili della cinematografia di tutti i tempi.
Ma quali sono i meriti effettivi del film di Coppola, perchè ha avuto tanta fama e perchè ha affascinato generazioni di spettatori?
In primis il merito fondamentale va a Coppola, capace di ricavare dal romanzo di Puzo un affresco vivo e affascinante sull’America degli anni 40 (con incursioni nel passato e quindi all’origine del fenomeno della criminalità organizzata), realizzato tramite una storia senza cedimenti e senza pause.
Un film che dura 175 minuti, un’eternità cinematograficamente parlando ma che passano in un lampo, tante e tali sono le situazioni e le storie intimamente collegate che fanno del Padrino il classico film che tiene incollati alla poltrona.
Poi la grandissima resa del cast, che Coppola fortissimamente volle e che rispose con caratterizzazioni rimaste nella storia del cinema, a partire da quella di Marlon Brando che diventò un autentico mito grazie alla maschera di uomo duro, di criminale ma con tanto di codice d’onore.
La mafia uccide, la mafia significa traffici illeciti e tutto il peggio che ciò comporta, ma Don Vito Corleone appare quasi un eroe nella sua capacità di rifuggire quando può dall’uso della violenza. Crede nell’amicizia, nella famiglia e gestisce i suoi affari senza crudeltà inutili.
E’ un malvivente, ma di quelli che riescono anche a suscitare simpatia.
Simonetta Stefanelli
E Brando trasforma il suo personaggio in qualcosa di vivo e pulsante, un personaggio negativo che però ha dei valori che la sua famiglia in qualche modo rispetta e venera.
Accanto a lui si muovono gli altri protagonisti della saga, ovvero il cinico Michael, dapprima riluttante e poi braccio destro fedele del padre e suo vendicatore nonchè suo sostituto alla guida della famiglia.
Al Pacino diventa anch’esso un simbolo e da quel momento diverrà uno degli attori più stimati di Hollywood, tanto da essere in seguito definito uno degli attori più importanti della storia stessa del cinema.
A differenza di Brando, Pacino avrà modo di rinverdire la sua fama anche grazie ai due successivi sequel che porteranno a compimento la saga della famiglia Corleone.
Un altro protagonista importantissimo, anche se in un ruolo leggeremente defilato è Robert Duvall, quel Tom Hagen che è il braccio nell’ombra del Padrino, il figlio adottato che venera Don Vito e che in seguito mostrerà tutto l’affetto per la famiglia Corleone diventando il braccio destro di Michael.
Ancora, c’è James Caan, il figlio prediletto del boss, irruento e così differente dal padre e da Michael e che finirà ucciso coinvolgendo proprio Michael in una guerra che non avrebbe voluto. Bravissimo, Caan, nel mostrare forza e testardaggine; è violento e testone, ribelle ma anche profondamente legato a quel padre che non condivide la sua maniera di gestire gli affari ma che lo adora senza riserve.
Diane Keaton
La famiglia Corleone è composta anche da Connie Corleone, interpretata splendidamente da Talia Shire (Tania Rose Coppola, sorella del regista), la donna che per prima si sposa con l’uomo che tradirà la famiglia e che morirà per ordine di Michael, da Fredo che è il vero punto debole della famiglia.
Fredo è un giovane con qualche problema, timido e privo della forza di carattere che è a caratteristica del padre e dei suoi fratelli; John Cazale, che interpreta Fredo riserva al suo personaggio quell’aria spaurita che sarà la caratteristica peculiare nel secondo film della saga, quando troverà la morte per ordine del fratello Michael.
La famiglia Corleone è questa, ma attorno ad essa ruotano altri personaggi che in un modo o nell’altro finiranno per condividerne le sorti; c’è Kay Adams, compagna di studi di Michael che lo sposerà e gli darà un figlio, interpretata da una bellissima Diane Keaton, c’è Apollonia, prima moglie di Michael, da quesi sposata in Sicilia e morta in un attentato esplosivo.
Apollonia è interpretata dalla bella Simonetta Stefanelli, che resta in scena poco tempo ma che dette vita al personaggio forse più rimpianto dagli spettatori, la giovane e ingenua ragazza siciliana che sposa il suo amore e che finisce per morire in maniera assurda e tragica.
Ci sono ancora tanti personaggi che costellano la storia, ma occorrerebbe uno spazio enorme per descriverli tutti.
Perchè la caratteristica del Padrino è proprio quella di mostrare uno spaccato di vite che ruotano attorno alla famiglia Corleone; dal boss rivale Sollozzo (il trafficante) a Tattaglia, un altro boss rivale passando per Clemenza (amico di Don Vito) e per Carlo Rizzi (il marito di Connie).
Personaggi che si muovono sullo sfondo di una New York malavitosa e violenta, nella quale anche la polizia ha i suoi problemi, tra mele marce come il capitano ucciso da Michael e le tangenti che vengono pagate agli agenti per chiudere un occhio.
Se vogliamo, un altro dei pregi del film è proprio la capacità descrittiva di un ambiente in cui convivono tante realtà in modo precario e in equilibrio instabile; c’è la lotta tra bande, ci sono omicidi per il controllo del territorio e degli affari più loschi mentre si affaccia prepotente il bussines dei bussines, l’affare del secolo ovvero il traffico e lo spaccio della droga.
James Caan
In un mosaico così organico come può mancare una colonna sonora adeguata?
Il motivo portante del film, opera del maestro Nino Rota, è avvolgente e sinuoso e finisce per diventare immediatamente riconoscibile, un autentico marchio di fabbrica che finirà per diventare anch’esso un best sellers.
A ben guardare Il padrino è il più italiano dei film di Hollywood e non solo perchè parla di mafia e di una famiglia italiana.
Coppola è italo americano, essendo figlio di una famiglia di origini lucane, Mario Puzo lo è anche lui perchè la sua famiglia è di origini campane, così come italianissimo è il maestro Nino Rota; di origini italiane è Al Pacino, italo americano è Lombardi che è direttore degli effetti speciali.
Il plot del film è conosciutissimo per cui è perfettamente inutile riassumere una trama che ormai tutti conoscono nei minimi dettagli.
Val la pena invece ricordare che Coppola in fase di sceneggiatura con l’ovvia consulenza di Puzo decise di sveltire la trama del film eliminando alcune cose presenti nel romanzo, come il piano ideato da Don Vito per far rientrare suo figlio Michael dall’esilio siciliano in seguito all’omicidio del Capitano di polizia, la parte dedicata al tormentato matrimonio tra Kay e Michael con la breve separazione tra i due coniugi, il personaggio di Jules, nuovo compagno di Connie e altre parti descrittive giudicate cinematograficamente poco proponibili.


Il Padrino, come dicevo agli inizi, è un affresco grandioso e affascinante; Coppola, dopo il grande successo del film si vide immediatamente proporre un sequel e due anni dopo lo realizzò, centrando un altro successo di portata planetaria.
Il padrino – Parte II (The Godfather: Part II), realizzato nel 1974 non solo si rivelò un successo ma superò come riconoscimenti il film precedente, vincendo 6 Oscar su 11 nomination. Coppola bissò l’Oscar alla regia centrando un record che sarà uguagliato solo da Il signore degli anelli, vincere cioè due Oscar consecutivi con il film pilota e poi con il sequel.
A 16 anni di distanza, nel 1990 venne girata la parte finale della saga, Il padrino – Parte III (The Godfather: Part III) : il film ebbe successo, ma inaspettatamente venne bocciato alla notte degli Oscar, dove su 7 nomination non portò via nemmeno un premio. La giuria scelse come film dell’anno Balla coi lupi, che fece incetta di premi proprio a spese del capitolo conclusivo della saga del Padrino.
Oggi il primo film di Coppola sulla famiglia Corleone è considerato, dall’American Film Institute come il terzo film statunitense più importante della storia, dietro Casablanca e Quarto potere.
Il padrino
Un film di Francis Ford Coppola. Con Marlon Brando, James Caan, Al Pacino, Robert Duvall, Diane Keaton,
Richard Castellano, Sterling Hayden, John Marley, Richard Conte, Al Lettieri, Abe Vigoda, Talia Shire, Gianni Russo, John Cazale, Julie Gregg, Tony Giorgio, Salvatore Corsetto, Rudy Bond, Cardell Sheridan, Vito Scotti, Angelo Infanti, Alex Rocco, Franco Citti, Richard Bright, Corrado Gaipa, Victor Rendina, Saro Urzì, Simonetta Stefanelli, Jeannie Linero, John Martino, Tere Livrano, Al Martino, Salvatore Corsitto, Ardell Sheridan, Lenny Montana, Morgana King
Titolo originale The Godfather. Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 175 min. – USA 1972.
Marlon Brando: Don Vito Corleone
Al Pacino: Michael Corleone
James Caan: Santino Corleone
Robert Duvall: Tom Hagen
Diane Keaton: Kay Adams
Talia Shire: Constanzia Corleone
John Cazale: Fredo Corleone
Richard Castellano: Peter Clemenza
Abe Vigoda: Salvatore Tessio
Sterling Hayden: Mark McCluskey
Al Lettieri: Virgil Sollozzo
Gianni Russo: Carlo Rizzi
Corrado Gaipa: Don Tommasino
Al Martino: Johnny Fontane
John Marley: Jack Woltz
John Martino: Paulie Gatto
Lenny Montana: Luca Brasi
Richard Conte: Emilio Barrese (Barzini)
Alex Rocco: Moe Greene
Salvatore Corsitto: Amerigo Bonasera
Julie Gregg: Sandra Corleone
Simonetta Stefanelli: Apollonia Vitelli
Saro Urzì: Sig. Vitelli
Angelo Infanti: Fabrizio il Pastore
Franco Citti: Calò
Regia Francis Ford Coppola
Soggetto Mario Puzo (romanzo)
Sceneggiatura Mario Puzo, Francis Ford Coppola
Produttore Albert S. Ruddy
Casa di produzione Paramount Pictures
Fotografia Gordon Willis
Montaggio William Reynolds
Peter Zinner
Effetti speciali Paul J. Lombardi
Musiche Nino Rota
Scenografia Dean Tavoularis
Costumi Anna Hill Johnstone
Giuseppe Rinaldi: Don Vito Corleone
Ferruccio Amendola: Michael Corleone
Pino Colizzi: Santino Corleone
Cesare Barbetti: Tom Hagen
Mario Laurentini: Peter Clemenza
Elio Zamuto: Salvatore Tessio
Riccardo Cucciolla: Fredo Corleone
Vittoria Febbi: Kay Adams
Rita Savagnone: Connie Corleone
Gino Donato: Mark McCluskey
Arturo Dominici: Virgil Sollozzo
Michele Gammino: Carlo Rizzi
Sergio Graziani: Jack Woltz
Gigi Reder: Paulie Gatto
Guido Celano: Luca Brasi
Arturo Dominici: Amerigo Bonasera
Donatella Gambini: Apolonnia Vitelli
Incipit del romanzo di Puzo
Amerigo Bonasera sedeva nella III Sezione Penale della Corte di New York in attesa di giustizia; voleva vendicarsi di chi aveva tanto crudelmente ferito sua figlia e, per di più, tentato di disonorarla.
Il giudice, un uomo servero dai lineamenti pesanti, si arrotolò le maniche della toga nera, come se intendesse punire fisicamente i due giovanotti in piedi davanti al banco. Il suo viso esprimeva freddamente un maestoso disprezzo. In tutto questo, tuttavia, c’era qualcosa di falso che Amerigo Bonasera intuiva, ma non comprendeva ancora.
“Avete agito come la peggior specie di degenerati” disse aspramente il giudice. Sì, sì, penso Amerigo Bonasera. Animali. Animali. I due giovanotti, capelli lucidi tagliati a spazzola, viso tutto acqua e sapone in atteggiamento di umile contrizione, chinarono il capo in segno di sottomissione.
Il giudice continuò: “Avete agito come bestie selvagge in una giungla e siete fortunati di non aver abusato di quella povera ragazza, altrimenti vi avrei mandato in prigione per vent’anni”. Fece una pausa e gli occhi sotto le sopracciglia straordinariamente folte ebbero un lampo furtivo verso il volto olivastro di Amerigo Bonasera; poi li abbassò su un cumulo di rapporti mensili di libertà sulla parola che aveva davanti. Aggrottò le sopracciglia e si strinse nelle spalle, come per mostrarsi convinto suo malgrado. Parlò di nuovo.
“Tuttavia, grazie alla giovane età, al fatto che siete incensurati e appartenete a famiglie rispettabili, dato che la legge nella sua magnanimità non cerca vendetta, io con questa sentenza vi condanno a tre anni di reclusione. Condanna con la libertà condizionale.”
– Sonny Corleone: Hai saputo? Il Turco vuole trattare. Bella faccia di corno, quel figlio di puttana! Ieri sera la presa nel culo e oggi vuole trattare.
– Michael Corleone: Cos’ha detto?
– Sonny Corleone: E che deve dì? Piripì, perepè, perepà, perepù; vuole che mandiamo Michael a sentire le sue proposte. E fa sapere che l’offerta sarà così buona, che non potremo rifiutare
Per la giustizia dobbiamo andare da don Vito Corleone.
Quando colpiscono, colpiscono quelli che amiamo.
La droga deve essere controllata come un’industria per mantenerla rispettabile! Non la voglio vicino alle scuole. Non la voglio in mano ai bambini! Questa è un’infamità. Nella mia città limiteremo il traffico ai negri e alla gente di colore. Tanto sono bestie, anche se si dannano peggio per loro.
“Santino… vieni qua! Ma che fai Oh. Il tuo cervello che si è rammollito a furia di correre appresso a quella… a quella li? Mai dire a una persona estranea alla famiglia quello che c’hai nella testa.”
Michael Corleone:”Mio padre non è diverso da qualunque altro uomo di potere, da qualunque abbia responsabilità di altri uomini. Come un senatore, un presidente”
Kay Adams:”Non vedi come è ingenuo quello che dici?”
Michael Corleone:”Perchè?”
Kay Adams:”Senatori e Presidenti non fanno ammazzare la gente”
Michael Corleone:”Chi è più ingenuo Kay?”
Coffy
Coffy di Jack Hill, con protagonista Pam Grier è probabilmente il film più famoso della Blaxploitation, il genere cinematografico ideato agli inizi del decennio settanta per catturare l’attenzione del pubblico afroamericano.
Il termine Blaxploitation nasce dalla fusione di black (nero) ed exploitation (sfruttamento) ed è un genere che tende a riportare in maniera cruda e visivamente molto forte problematiche relative alla condizione di vita della gente di colore in America.
Un genere poco amato dai critici perchè caratterizzato ( a loro modo di vedere) da un’assoluta mancanza di contenuti a tutto vantaggio di scene di violenza o di sesso: un’accusa in parte vera ma che non deve far dimenticare come molti di questi film nascessero da storie quotidiane di emarginazione e razzismo, a cui la gente di colore reagiva a volte in maniera violenta.
Coffy riassume in se tutti gli stereotipi del genere, partendo da una storia di violenza per raccontare la violenza stessa usata dalla protagonista per vendicare la sorella morta a causa di un’overdose di eroina mal tagliata.
Ad interpretare il personaggio della dura vendicatrice di colore Coffy viene chiamata Pam Grier,
che aveva già lavorato con Hill in due film del filone WIP, Women in prison, altro genere molto popolare tra il finire degli anni 60 e gli inizi dei 70.
I due film, ovvero Sesso in gabbia e The big bird cage avevano lanciato la prorompente sensualità e perchè no, valorizzato anche le capacità interpretative della Grier che si era fatta un nome.

Ma è grazie anche alla blaxploitation che Pam Grier consolida la sua fama: l’attrice di colore diventa una specie di simbolo per gli afroamericani che da quel momento fanno la fila per vedere i suoi film.
La trama di Coffy è molto semplice e lineare; racconta le vicende di un’infermiera che per vendicare sua sorella non esita ad entrare nel mondo pericoloso e violento degli spacciatori di droga di colore.
La donna dapprima aggancia un potente boss offrendogli il suo corpo e poi gli fa saltare il cervello.

E’ l’inizio di una vendetta che Coffy porterà avanti fra mille difficoltà, durante il compimento della quale vedrà anche il suo fidanzato poliziotto rimanere ferito in maniera grave con conseguente coma.
A completare la serie di ostacoli posti sul suo cammino arriverà anche la sua cattura da parte di King George, magnaccia e sfruttatore che incarna il peggio degli istinti criminali.
Vestito di rosso, agghindato come un damerino e coperto di catene d’oro, King George rappresenta quella classe di delinquenti emergenti che una volta arricchiti non esitano a mostrare tutto il loro sadismo e la frustrazione repressa sfogandola sulle vittime occasionali che incrociano le loro vite.
Coffy finirà proprio nelle grinfie dell’uomo e ne sperimenterà il sadismo fino alla conclusione, ovviamente all’insegna dell’happy end.

Film violento e veloce, basato sul ritmo e sorretto da una sceneggiatura accettabile, Coffy è un film piacevole aldilà delle evidenti forzature del regista che estremizza le situazioni e i dialoghi per imprimere ritmo al film stesso.
La Grier caratterizza molto bene il ruolo della vittima prima e vendicatrice poi che riscatta la dignità della sorella infliggendo un duro colpo al mercato dello spaccio cittadino.
Alcune sequenze che la vedono protagonista si ricordano a lungo, come quella in cui si accapiglia con le prostitute invitate ad una festa da King George o come quelle in cui sopporta le torture del gangster.
Il finale forse poteva essere scritto meglio pur lasciando inalterato l’happy end, ma la logica di questi film era quella di accontentare una fascia particolare di pubblico per cui va bene così.
Molto ben fatta la colonna sonora che segue nei momenti topici il film e che accompagna lo spettatore tra la visione di un cervello schizzato sulla parete e il seno prorompente della Grier non lesinato; la soundtrack è opera dell’afroamericano Roy Ayers.
Coffy è diventato nel tempo una sorta di piccolo cult non solo per la gente di colore, ma anche per il resto del pubblico; ad esserne influenzato è stato anche Quentin Tarantino, che non ha mai nascosto la sua ammirazione per la blaxploitation tanto da girare proprio con la Grier il film Jackie Brown, che ha di fatto rinverdito la fama della brava attrice americana.

Il regista Hill conferma le sue doti di artigiano di valore con una regia attenta e anche furba in cui cura tutto, dal soggetto alla sceneggiatura fino alla direzione del film stesso; inserisce quà e là qualche seno in più, pesta il piede sull’ acceleratore della violenza ottenendo così un prodotto che di certo non sfigura.
Bene anche il resto del cast.
Coffy
Un film di Jack Hill. Con Pam Grier, Brooker Bradshow, Robert Doqui, Bill Elliott Drammatico, durata 91 min. – USA 1973.
Pam Grier: Coffy
Booker Bradshaw: Howard Brunswick
Robert DoQui: King George
William Elliott: Carter
Allan Arbus: Arturo Vitroni
Sid Haig: Omar
Barry Cahill: McHenry
Lee de Broux: Nick
Ruben Moreno: Ramos
Lisa Farringer: Jeri
Carol Locatell: Priscilla
Linda Haynes: Meg
John Perak: Aleva
Mwako Cumbuka: Grover
Morris Buchanan: Sugarman
Regia Jack Hill
Soggetto Jack Hill
Sceneggiatura Jack Hill
Produttore Robert Papazian, Salvatore Billitteri
Casa di produzione American International Pictures
Fotografia Paul Lohmann
Montaggio Chuck McClelland
Effetti speciali Jack DeBron
Musiche Roy Ayers
Scenografia Chuck Pierce
La rossa dalla pelle che scotta
John Ward è un pittore di qualche talento, ma perennemente in bolletta; vive ad Istanbul e tira avanti alla men peggio vendendo ad antiquari e collezionisti alcuni dipinti che ritraggono la sua vulcanica ed esuberante amante soprannominata “La rossa” per via della splendida chioma.
La donna a modo suo lo ama, accettando anche di posare nuda per alcune sue creazioni, ma è anche estremamente volubile, tanto da concedersi avventure con un gallerista, con un giovane che conosce a mare e che seduce, con un cacciatore…

Poco alla volta, grazie anche ai sensuali quadri che Ward realizza, lo stesso acquisisce una certa fama, ma nel frattempo la rossa diventa sempre più insofferente del legame con il pittore. Con il suo amante, il cacciatore, progetta una fuga ma il giorno prima di mettere in atto i suoi propositi, viene uccisa da John.
Il quale da quel momento entra in una pericolosa crisi personale, acuita dalla presenza in casa di una bambola a grandezza naturale che gli ha regalato un hippy conosciuto casualmente.
La bambola diviene quindi per John simbolo della moglie perfetta, quella che ama e resta in un angolo in attesa di suo marito: la dissociazione del pittore tra la realtà e la fantasia lo porta a vedere la bambola viva tanto che lo stesso John alla fine non distingue più la realtà dal mondo perfetto che si è creato.
Tuttavia per lui sta arrivando la resa dei conti, perchè….
Krista Nell
Erika Blanc
Bizzarro, a tratti palesemente sconclusionato pur tuttavia non privo di felici trovate La rossa dalla pelle che scotta è un thriller psicologico girato da Renzo Russo nel 1972, con l’ausilio di due attori di indiscusso talento come Farley Granger e Erika Blanc.
Se Granger, scomparso l’anno scorso, è sobrio ed elegante nella sua performance recitativa è dalla Blanc che arriva l’ennesima conferma.
La stupenda attrice lombarda incarna in modo assolutamente straordinario sia la donna reale ed affascinante che John Ward ama alla follia sia la bambola tramutatasi in donna reale sotto l’effetto della psiche alterata del pittore.
Erika Blanc è aiutata sia dalla sua bellezza assolutamente particolare sia dal suo talento così poco sfruttato per film più “importanti”; la rossa che interpreta può diventare il sogno proibito non solo del pittore ma anche dello spettatore, ammaliato dal suo volto non bellissimo ma espressivo e seducente e da un corpo voluttuoso e sensuale, anche se non da vamp.
La Blanc è misurata e seducente, vulcanica e piena di vita e poi, al tempo stesso, misteriosa e sottomessa quando si trasforma da bambola in incarnazione reale dei sogni del suo assassino, il pittore John.
Se i due attori sono davvero all’altezza della situazione, lo stesso non può dirsi per la sceneggatura del film di Russo che a tratti è scoordinata e senza un logico filo conduttore.
L’altalenanza delle situazioni, l’immagine di disordine psicologico di Ward sono un autobus che va e viene, sorretto da un ritmo a sua volta non continuo;
tuttavia la mano di Russo è indubbiamente abile e maschera le pecche e le lacune della sceneggiatura.
Molto ben fatte sono le scene che includono i dialoghi tra la rossa e John, quelle in cui il pittore si appresta a ritarre la sua sensualissima compagna: la mano c’è ed appare strano che questo sia l’ultimo film al quale abbia lavorato.
Da allora in poi infatti il nome del regista e sceneggiatore scompare da qualsiasi produzione cinematografica.
Tornando al film, una delle cose migliori è la sequenza in cui John uccide con quattro colpi di coltello la rossa, che spira tra le braccia del pittore chiedendo “Perchè,John?” e con John stesso che vede per terra la famosa bambola, che riappare poco dopo dietro la porta di casa, in una delle scene meno comprensibili del film.
In ultima analisi, un film che possiede in egual misura pregi e difetti, questi ultimi racchiusi tutti nei punti deboli evidenzati prima.
In ultimo ricordo che di questo film, ad oggi non esiste una versione italiana in dvd, motivo per il quale ho dovuto recuperare le immagini da una vecchia VHS.
La rossa dalla pelle che scotta
Un film di Renzo Russo. Con Krista Nell, Farley Granger, Erika Blanc, Venantino Venantini,Giorgio Dolfin Drammatico, durata 91 min. – Italia 1972.
Farley Granger: John Ward
Erika Blanc: La rossa, la bambola
Venantino Venantini: Il cacciatore
Regia Renzo Russo
Sceneggiatura Renzo Russo
Produttore Mario Maestrelli
Casa di produzione SaNa Film
Distribuzione (Italia) Rasfilm
Fotografia Luciano Trasatti
Montaggio Attilio Vincioni
Trucco Angelo Roncaioli































































































































































































































































