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Io e Caterina

Io e Caterina locandina

Enrico Menotti, uomo d’affari italiano, ha una vita famigliare abbastanza problematica.
Ha una moglie, Marisa, con la quale vive un menage di coppia basato sul completo disinteresse, mentre ha come amante la bella segretaria Claudia.
Se Marisa lo tormenta da un lato con la sua presenza ossessionante, Claudia gli rimprovera le scarse attenzione che le dedica.
Così, durante un viaggio negli Usa, Enrico si confida con l’amico Arturo, rivelandogli tutti i problemi che ha con le donne che frequenta.
Arturo gli fa conoscere Catherine, un robot che svolge tutti i lavori in casa dell’uomo; l’automa non solo governa la casa senza discutere, è obbediente e silenziosa, una specie di donna-schiava sotto forma elettronica.

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Edwige Fenech è Elisabeth

Enrico decide così di acquistare un esemplare di robot domestico, che battezza Caterina; i primi tempi di coabitazione tra l’uomo e l’automa sono addirittura idilliaci, tanto che Enrico si sbarazza in rapida successione prima della moglie, poi della cameriera e infine dopo una lite originata da uno scambio di regali, anche dell’asfissiante amante.
Ma le cose iniziano lentamente a cambiare; il robot Caterina all’inizio si mostra impeccabile, poi inizia ad assumere comportamenti quasi umani.

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Alberto Sordi è Enrico

Si lamenta di essere sola e chiede ad Enrico di poter stare in sua compagnia mentre l’uomo la sera assiste ai programmi televisivi.
Il tanto agognato sogno di indipendenza di Enrico va in frantumi quando l’uomo incontra Elisabeth, una ex dipendente di sua moglie.
Da vero viveur, Enrico corteggia la splendida donna e alla fine riesce a convincerla a seguirlo a casa.
Ma l’ostilità di Caterina diventa immediatamente lampante; il robot assume caratteristiche quasi umane, mostrando gelosia e ostilità.
Così la sera quando il robot si accorge che Elisabeth intende passare la notte nel letto di Enrico, devasta la casa provocando la fuga della donna.

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Enrico si rende conto di aver sostituito le “sue” donne con un essere meccanico che lo tratta da padrone riverendolo e servendolo in ogni cosa, ma anche rendendolo prigioniero di una situazione non dissimile da un matrimonio umano.
Alberto Sordi regista valeva sicuramente molto meno del Sordi attore, e lo dimostra compiutamente con questo film del 1980, che segue la mediocre partecipazione alla regia nel film Dove vai in vacanza?, nel quale aveva diretto il segmento Le vacanze intelligenti.
Io e Caterina, pur avendo una trama di qualche interesse, sicuramente inusuale nel descrivere il rapporto tra uomo e donna sotto forma di robot, ma in questo caso talmente umanizzata da averne praticamente tutti i difetti tipici (o almeno imputati) della donna, finisce per diventare una fiera paesana non solo di luoghi comuni ma anche sonnolenta e sciatta.
Sordi tira fuori un film debolissimo, con una tematica di fondo che definire detestabile è davvero riduttivo; un maschilismo bieco e assolutamente non condivisibile permea ogni singola scena del film.

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Il robot Caterina

Le donne che vi vengono descritte sono gelose e possessive, grette e anche poco intelligenti, a cominciare dalla moglie, descritta come un essere avido e senza sentimenti passando per l’amante e finendo con Elisabeth, donna senza cervello ma dalle forme sinuose, tipico esempio di oca buona per una notte sola.
Ed è questo a irritare principalmente nel film, questo atteggiamento maschilista davvero inqualificabile, portato all’esasperazione nella simbologia robot donna/donna umana, quasi che il fatto di essere femmina implichi necessariamente una predisposizione “genetica” ad alcuni difetti.

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A parte il maschilismo imperante, il film è lento, non ha ritmo ed è assolutamente privo anche di humour, a meno che non si voglia considerare umorismo il rapporto di schiavitù che viene a crearsi tra i due universi, l’uomo e il robot e lo svolgimento dello stesso, con la fase penosa della distruzione della casa da parte di Caterina ormai diventata un totem, un feticcio femminile che  incarna tutti gli pseudo vizi che vengono spesso imputati alle donne.

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La tradizionale doccia di Edwige Fenech

Il tutto diventa così un mortificante esempio di cinema visto con un’ottica assolutamente fuorviante, quella di un Sordi misogino e antifemminista davvero sorprendente in un uomo che amava l’universo femminle e che ne vantava le qualità.
Un film quindi non solo povero di idee e discutibile nella tematica di base ma anche irritante come i suoi personaggi.
Non si salva davvero nessuno, a partire da Arturo, il primo dei maschilisti interpretato da un Rossano Brazzi poco convincente per passare a Catherine Spaak, che riesce però a rendere davvero odioso il personaggio di Claudia amante di Enrico.
Sordi è piatto e monotono, mentre la Fenech quanto meno è in smagliante forma fisica e lo dimostra nelle scene di nudo sotto la doccia, spiata dall’enigmatica Caterina che non ha ancora mostrato la sua ostilità verso la “rivale”.
Un film in cui davvero non si salva nulla, da evitare in tutti i modi.

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Io e Caterina,un film di Alberto Sordi. Con Alberto Sordi, Rossano Brazzi, Catherine Spaak, Edwige Fenech, Valeria Valeri, Elisa Mainardi, Victoria Zinny, Ugo Bologna, Sandra Mantegna, Andy Miller, Fiorella Buffa, Danuta Chwalek, Andrea Gracco, Susan Scheerer, Daniela Caroli
Commedia, durata 105 min. – Italia, Francia 1980.

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Alberto Sordi    …     Enrico Menotti
Edwige Fenech    …     Elisabeth
Catherine Spaak    …     Claudia Parise
Valeria Valeri    …     Marisa Menotti
Rossano Brazzi    …     Arturo
Ugo Bologna    …     Passeggero dell’aeroplano
Elisa Mainardi    …     Teresa
Victoria Zinny    …     Susan
Fiorella Buffa    …     Femminista
Susan Scheerer    …     Pamela

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Regia di Alberto Sordi
Scritto da Rodolfo Sonego e Alberto Sordi
Prodotto da Raimondo Castelli , Gianni Hecht Lucari e Alberto Sordi
Musiche originali di Piero Piccioni
Fotografia di Sergio D’Offizi
Montaggio di Tatiana Casini Morigi
Scenografie di Lorenzo Baraldi
Arredatore Osvaldo Desideri
Costumi di Bruna Parmesan
Effetti speciali di Giovanni Corridori e Germano Natali

Io e Caterina locandina lc

Le recensioni qui sotto appartengono al sito http://www.davinotti.com

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Una delle prove più opache del Sordi attore e regista, del quale inizia a vedersi un accenno di parabola discendente. La storia del robot che sostituisce in un colpo tutte le figure femminili della vita è buona, ma la sceneggiatura non la sfrutta adeguatamente, facendone derivare così una sorta di parabola maschilista, dalla facile quanto scontata morale. Sordi e simpatico, ma ciò non basta a salvare il film dal naufragio.

Il robot io ce l’ho e tu no. Parafrasando un altro film con la Spaak, la storiella è tutta qui. Il solito maschio italiano sordiano, che come noto ce lo meritiamo, alle prese con le donne che lo scocciano. Allora si compra un robot-domestica che si umanizza e diventa gelosa. Ritmo zero, gag invecchiatissime, il Sordi declinante e trombonesco delle peggiori occasioni, che recita dal suo piedistallo. Era scarso allora, rivisto oggi è francamente terribile.

Gli Anni Ottanta di Alberto Sordi si aprono con un film che definisco “conservatore” ed ovviamente maschilista (ma è una costante per Albertone…). L’idea della donna robot che sostituisce quella in carne ossa è geniale, anche se messa in scena in quel periodo sembrava quasi una risposta arrogante al pensiero femminista del decennio precedente; forse Sordi arriva un po’ tardi sull’argomento, visto che eravamo già ampiamente in periodo “riflusso”. Il film lo amo, perché amo Sordi e mi riconosco in molti suoi pensieri e movenze. Ottima, come sempre, la musica di Piero Piccioni.

Nonostante una brillante idea, la donna robot, che verrà più volte ripresa in futuro e nonostante l’Albertone nazionale, la Fenech ed una splendida Spaak, il film ha ben poco da dire. Cosa se ne ricorda? Un po’ di gigioneggiamenti del nostro, due bellissime donne, battute e situazioni mal sfruttate ed una colonna sonora orecchiabile, per quanto scioccherella. Perderselo non sarebbe un peccato!

Un vero peccato che Sordi si sia fatto prendere dalla megalomania, perché anche in questo film (tutt’altro che memorabile) vederlo recitare è sempre piacevole (benché sia sempre lo stesso Sordi, in fondo). Il problema è che alla fine il film si riduce a questo: una macchina da presa che segue Sordi per novanta minuti, scadendo forse nel puro autocompiacimento. La morale sordiana, poi, non è certo un mistero e, considerando che si parla del 1980, la sua posizione sulle donne pare “leggermente” anacronistica.

L’idea era buona, ma la realizzazione è scaduta in maniera farsesca e carente. Una robottina che sostituisce la donna nelle faccende domestiche senza avere pretese di sorta, ma il robot mostra gelosia ed impedisce al suo padrone avventure galanti con scontati risultati. Sordi aveva da tempo perso la vena creativa e lo ribadisce in questa pellicola, in cui vorebbe scavare nella psicologia femminile ma scade nel qualunquismo più assoluto.

Certo: la satira qui è banalotta e il ruolo della donna (siamo nel 1980) in anni immediatamente post-femministi viene dileggiato in modo superficiale. Tuttavia Sordi è abilissimo nel reggere praticamente da solo il peso di tutto il film, con la vicenda che si svolge quasi interamente nella lussuosa casa tra lui e la donna-robot. A sprazzi il protagonista, che si atteggia a maturo dongiovanni e uomo di mondo, lascia trasparire la malinconia del vivere da solo e senza veri affetti. Tardosordiano.

Caterina, una donna robot e dunque oggetto, è il sogno del Dottor Menotti che con una sola manovra si disfa di tutte le donne della sua vita che gli chiedono troppo. La sceneggiatura di Sonego sembra restare buona solo in potenza, Sordi regista non ne eleva il soggetto e il film arriva ad occupare una posizione mediocre nella sua  filmografia, sia per uno stile un po’ anonimo sia per la facile lezioncina sul maschilismo e la donna oggetto.

febbraio 12, 2011 Pubblicato da: | Commedia | , , , | Lascia un commento

I buchi neri

I buchi neri locandina

Il giovane Adamo torna nella sua terra natia, la Campania, in seguito alla morte della madre.
Adamo ha problemi di identificazione sessuale, è un giovane all’apparenza privo di forti emozioni o di interessi, tant’è vero che quando un suo amico d’infanzia gli offre un lavoro abbastanza umile, lui accetta con indifferenza, solo per riempire le giornate.
Inizia quindi un monotono andirivieni su uno scassatissimo camion carico di banane marce; ogni tanto Adamo si ferma e spia un gruppetto di prostitute mentre lavorano.
Le donne hanno vari problemi; una di esse è monca, un’altra ha seri problemi psichici, un’altra ancora è muta…un universo miserabile, quindi, a cui non sfuge nemmeno Angela, una del gruppo che un giorno durante un rapporto con un cliente rischia di essere rapinata.
E’ Adamo a salvarla, e da quel momento tra i due nasce uno strano rapporto.
Lei è una donna affamata di affetto, lui in fondo è un voyeur autoerotista, che prova piacere solo nello spiare sia Angela che le amiche.

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Vincenzo Peluso è Adamo

I buchi neri 9Iaia Forte è Angela

Angela accetta quella strana condizione che viene a crearsi fra loro, confondendola con un rapporto di coppia che in realtà non esiste.
La donna però inizia ad essere turbata e provare uno strano piacere nel sapere che Adamo la gura, così le cose sembrano avere un senso pur in un rapporto assolutamente innaturale.
Adamo stringe amicizia con la sorella di Adelmo, l’amico di infanzia che gli ha trovato il lavoro miserabile che l’uomo fa, e Adelaide (la donna) scopre di essere incinta del suo fidanzato, che nel frattempo è sparito.
Adamo viene arrestato, ma Angela non interviene.

I buchi neri 2

Nel frattempo accadono eventi inspiegabili.
Un uovo gigante si materializza su una delle colline vicino i luoghi dove le prostitute incontrano i loro clienti; la prostituta con problemi psicologi scopre di aver avuto, per la prima volta, le mestruazioni, la muta ricomincia a parlare, la monca recupera le mani e l’ultima delle donne riceve finalmente la risposta tanto attesa dal fidanzato rinchiuso in carcere.
L’ultimo strano evento riguarda Angela: vede una gallina diventare di colpo tutta bianca, e vede anche apparire e scomparire Adamo da getti di vapore, si vede aprire le gambe e avvolgere la realtà in nuvole di vapore….
Tutto ciò che accade quindi non è da considerarsi un evento miracoloso, ma una rinascita, una specie di rigenerazione della vita e degli eventi.

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Film disomogeneo e di difficile comprensione, con elementi metaforici ostici e girato quasi con stile surrealista, in bilico tra il cinema pasoliniano dal quale riprende la naturalità e la tragica condizione del proletariato e quello di Bunuel, visionario e quasi allucinato, I buchi neri di Pappi Corsicato non lascia assolutamente indifferenti.
E’ un cinema assolutamente differente dal tradizionale, quello di Corsicato.
L’introduzione di elementi visivamente così dissimili fra loro, l’uso delle allegorie e delle metafore, le citazioni classiche e i riferimenti ad una realtà che molti ignorano conferisce al film un’impronta di surrealismo che ricorda una tela di Dalì.
Un quadro d’insieme che il regista monta e realizza con alcune imperfezioni e sopratutto con poca fluidità in alcuine parti.
Ma il risultato finale è di gran fascino e assolutamente innovatore.

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A rendere il film credibile e sopratutto visivamente accettabile contribuisce certo l’utilizzo di un gruppo di attori malleabili e dalle ottime doti; sicuramente da applausi sono le interpretazioni dei due protagonisti principali, Iaia Forte, Vincenzo Peluso che trasmettono un senso di fatale.
Corsicato ambienta alcune scene nella campagna Campana e sono sicuramente quelle di maggior respiro; il contrasto tra le messi dorate, il sole caldissimo e le scene di quotidiana umiliazione delle prostitute rendono il quadro d’insieme fortemente incisivo.
Accennavo prima ad una certa disomogeinità del film.

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Il difficile discorso intrapreso dal regista teso a staccare un discorso di denuncia sociale a tutto vantaggio della fantasia più estrema ( emblematico il viaggio sott’acqua dei due protagonisti o anche l’allegoria centrale della gallina) riesce davvero di difficile comprensione per chi non riesca a raccogliere i numerosi riferimenti ai miti antichi o alle civiltà primordiali.
Ma fa parte del fascino di questo film che resta un’opera assolutamente innovativa, fuori da tutti gli schemi e da tutti gli stereotipi.
I buchi neri, un film di Pappi Corsicato. Con Iaia Forte, Vincenzo Peluso, Marinella Anaclerio, Manuela Arcuri,Giovanni Grasso, Cristina Donadio, Fiorenzo Serra, Tosca D’Aquino, Antonio Pennarella, Ninni Bruschetta, Maurizio Bizzi, Lorenzo Crespi, Commedia, durata 92 min. – Italia 1995.

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Iaia Forte    …     Angela
Vincenzo Peluso    …     Adamo
Marinella Anaclerio    …     La muta
Manuela Arcuri    …     Adelaide
Anna Avitabile    …     La Favorita
Maurizio Bizzi    …     Chirone
Lorenzo Crespi    …     Adelmo

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Regia     Pappi Corsicato
Soggetto     Pappi Corsicato
Sceneggiatura     Pappi Corsicato
Produttore     Maurizio Amati
Fotografia     Italo Petriccione
Musiche     Pappi Corsicato
Costumi     Pappi Corsicato

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Pappi Corsicato perennemente in bilico fra genio trash e trash e basta ci dona, qui, la sua gemma par excellance. I buchi neri sono una summa di idiozia, assurdità e miseria. Sono poetici scampoli di disperazione ed emarginazione eppur non hanno rima, eppur suonano barzellette da bar. Un film non semplice, a tratti veramente pessimo, che si lascia, tuttavia, guardare. Genialmente improponibili le musiche che accompagnano le scene. Uno sguardo, con la giusta propensione, lo consiglierei… Quasi.

Divertente, irriverente, grottesco quanto basta, “I buchi neri” di Corsicato è un film assolutamente da vedere. Amaro e verace allo stesso tempo, fonde il neorealismo al cinema almodovariano. Sequenze impossibili da dimenticare per un lungometraggio in cui il regista ha curato anche le musiche e le scenografie. È bello avere un film italiano così amabile.

L’unico film di Corsicato che mi sia piaciuto. Marginalità varie trasfigurate in mitologia pop, miseri amori e misere vite che attendono la loro palingenesi, forse attendono di essere inghiottiti dai buchi neri per annullare la loro materialità, per tornare alla purezza delle origini, all’infanzia del mondo. Caotico e citazionista, non sempre raffinato, ma autentico.


I buchi neri banner citazioni

Ma il bambino è suo? No, perchè non hanno mai avuto rapporti, lei è ancora vergine.

-Io all’amore no ci credo….- “Dici così perchè il fidanzato ancora non ce l’hai” – Si, il fidanzato, uno che ti punta la pistola addosso e non ti vuole nemmeno guardare in faccia!-

febbraio 9, 2011 Pubblicato da: | Commedia | , | Lascia un commento

Quelle strane occasioni

Quelle strane occasioni locandina

Quelle strane occasioni e un film del 1976 strutturato in tre episodi diretti da tre ottimi registi italiani, ovvero Nanni Loy, Luigi Magni e Luigi Comencini.
Tre episodi in bilico tra la tradizionale commedia all’italiana e la commedia sexy, a cui strizza l’occhio in particolare l’episodio 1, diretto da Nanni Loy ma non firmato dal regista, sicuramente a disagio sia per la tematica trattata sia per le scene di nudo presenti nello stesso episodio.

Episodio 1, Italian Superman

Quelle strane occasioni 9Paolo Villaggio e Valeria Moriconi

Giobatta è uno sfigato venditore di castagnaccio, da lui soprannominato kastanjakken, che ha scelto l’Olanda per vendre il suo prodotto, con ben scarsi risultati.
L’uomo è sposato con Gabriella italiana come lui, che con Giobatta divide una misera abitazione ricavata in un barcone ancorato in uno dei canali di Amsterdam.
Nonostante la buona volontà, Giobatta fatica a sbarcare il lunario; ma una sera le cose cambiano radicalmente.
Un gruppo di teppisti lo deruba, ma durante la perquisizione corporale a cui viene sottoposto lo sventurato italiano, uno dei rapinatori si rende conto che Giobatta ha una dote molto particolare, ovvero è un superdotato sessualmente.

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Così Giobatta viene trasportato di peso dal proprietario di un locale notturno dove si esibiscono coppie in live show, spettacoli in cui una coppia si produce in performance sessuali dal vivo.
Giobatta fa credere alla moglie di aver venduto tutti i suoi prodotti alla regina d’ Olanda, ma dopo qualche giorno le sue bugie vengono clamorosamente a galla.
Gabriella infatti, abituata a spremere sessualmente come un limone il marito, si rende conto che l’uomo non riesce più ad accontentarla.
Così dopo averlo seguito, scopre la verità sul lavoro dell’uomo.

Quelle strane occasioni 2

Ne segue una furibonda lite, durante la quale Giobatta fa presente alla moglie la loro nuova situazione economica; la coppia infatti ora ha una nuova lavatrice, la tv a colori, vive decisamente meglio rispetto al passato, ai giorni in cui Giobatta era costretto a vendere qualche pezzo di castagnaccio.
La donna così decide di diventare lei la partner del marito nei live show, ma Giobatta, intimidito dalla presenza della moglie, non riesce a ripetere gli exploit precedenti.
Malinconicamente, sarà costretto a fare il portiere e a reclamizzare la moglie che si esibisce con un forzuto turco.

Episodio 2, Il cavalluccio svedese.

Quelle strane occasioni 4
Jinny Steffan
è Cristina

Antonio è un professionista dalla mentalità molto retrograda; è sposato con la bellissima Giovanna della quale è gelosissimo e ha una figlia, Paola, che controlla in maniera addirittura ossessiva.
L’ipocrita equilibrio della famiglia, in cui madre e figlia sono costrette a vivere, nascondendo la loro vita privata ad Antonio, viene rotto definitivamente da Cristina.
La ragazza, figlia di un collega con cui Antonio ha lavorato in Svezia, amico anche di Giovanna, arriva all’improvviso in casa di antonio proprio mentre madre e figlia sono assenti.

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Olga Karlatos è Giovanna

La ragazza, disinibita e sfrontata, rivela la sera durante la cena che da piccola aveva preso una cotta per Antonio.
Così la notte, complice un furioso temporale, la ragazza si infila nel letto di Antonio.
Al risveglio l’indomani Antonio riceve la telefonata di Paola, che sentendo rispondere al telefono Cristina e sentendo il padre ansimante, mangia la foglia e racconta al padre di essere rimasta a casa di un suo amico.
Antonio è costretto così a ingoiare il rospo; l’uomo infatti ha raccontato a Cristina l’esatto opposto sui rapprti esistenti in famiglia.
La ragazza, credendo che la famiglia sia disinibita come la sua, racconta ad Antonio che suo padre ha avuto una breve ma intensa relazione con Giovanna.
Al ritorno della moglie, l’evidente malumore di Antonio si manifesta in un laconico “io faccio finta di non sapere, ma quando voglio so tutto”

Episodio 3, L’ascensore.

Quelle strane occasioni 15 Alberto Sordi

Quelle strane occasioni 3Stefania Sandrelli è Donatella

Siamo a Roma, in un torrido week end di ferragosto, in uno stabile elegante della città si incontrano casualmente Mons.Ascanio, in visita alla sua amante (una bellissima vedova) e Donatella, una avvenente abitante dello stabile.
I due prendono l’ascensore, che durante la salita si blocca.
Nonostante i due prigionieri chiedano ripetutamente aiuto, nessuno ascolta l’appello.
Così alla fine anche se a malincuore Mons. Ascanio e Donatella sono costretti a coabitare in attesa di soccorsi.
Che però non arrivano; complice lo spazio ristretto in cui i due sono costretti a vivere, accade il fattaccio.
I due verranno liberati solo dopo molte ore; Ascanio così può raggiungere la sua amante, alla quale raccomanda di cambiare le molle del letto, perchè Donatella sa che in casa della donna arriva un misterioso amante con il quale la bella vedova si da alla pazza gioia.

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Nino Manfredi

I tre episodi, molto diversi tra loro, ma con una sola tematica di fondo, il sesso visto come elemento aggregante ma anche discriminante e soggetto ideale per un discorso molto vario sull’ipocrisia e perbenismo che circonda la materia, possono essere considerati  gradevoli, anche se siamo lontani da discorsi impegnati sulla reale portata del problema.
Sicuramente il più riuscito è Italian superman, diretto da Nanni Loy, non tanto per la tematica trattata, quanto per le situazioni paradossali in cui vengono a trovarsi i coniugi protagonisti dello sketch.
Ottimo Paolo Villaggio, anche se per l’ennesima volta il suo personaggio è troppo simile a Fantozzi mentre sicuramente scalore desta la parte della bravissima valeria Moriconi alle prese con un personaggio scabroso.
L’attrice esibisce splendidi nudi, anche se non viene mai ripresa in primo piano; bene anche Flavio Bucci, che compare nei panni del direttore del locale porno.

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Di buona fattura l’episodio 2, Il cavalluccio svedese, diretto da Luigi Magni con mano leggera e piglio ironico.
Nei rapporti tra la famiglia Pecoraro il regista inserisce l’elemento sessuale come discriminante dei rapporti interni alla famiglia stessa; l’ipocrisia che vi regna non troverà soluzione nemmeno nel finale, quando Antonio scoprirà come le due donne di casa in realtà abbiano una doppia vita.
Paola è la figlia ribelle, Giovanna la moglie adultera; entrambe però probabilmente hanno una giustificazione per le loro gesta, ovvero quella gelosia morbosa che attanaglia Antonio.
Il discorso non è ampliato, ma l’episodio è più girato tra le righe che esplicitamente.
Bene sicuramente Manfredi, bellissima la Karlatos.
Luigi Comencini è il regista del terzo episodio; riesce ad imbastire un sottile e amaro apologo sull’ipocrisia attraverso i dialoghi che intrecorrono tra Alberto Sordi e Stefania Sandrelli, gli ottimi protagonisti dell’episodio stesso.
Regia asciutta, divertita: Comencini non si sforza troppo affidando ai due attori il compito di alleggerire l’atmosfera claustrofobica dell’episodio stesso, tutto girato in un ascensore.
In ultima analisi un film di discreto livello, godibile, ben recitato .

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Quelle strane occasioni, un film di Luigi Comencini, Luigi Magni. Con Nino Manfredi, Valeria Moriconi, Paolo Villaggio, Alberto Sordi, Stefania Sandrelli, Olga Karlatos, Beba Loncar, Giovannella Grifeo
Commedia a episodi, durata 115 min. – Italia 1976.

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Quelle strane occasioni banner protagonisti

Episodio 1:

Paolo Villaggio    …     Giobatta
Lars Bloch… Gestore locale
Valeria Moriconi    … Gabriella moglie di giobatta
Flavio Bucci    …     Réné Bernard il direttore del locale

Episodio 2:

Nino Manfredi    …     Antonio Pecoraro
Olga Karlatos    …     Giovanna
Giovannella Grifeo    …     Paola
Jinny Steffan    …     Cristina

Episodio 3:

Alberto Sordi    …     Mons. Ascanio La Costa
Stefania Sandrelli    …     Donatella
Beba Loncar    …     Vedova Adami

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Regia     Luigi Comencini, Nanni Loy, Luigi Magni
Soggetto     Sergio Corbucci, Rodolfo Sonego
Sceneggiatura     Leo Benvenuti, Piero De Bernardi, Rodolfo Sonego
Produttore     Fausto Saraceni
Fotografia     Armando Nannuzzi, Claudio Ragona, Aldo Tonti
Montaggio     Nino Baragli, Franco Fraticelli, Ruggero Mastroianni
Musiche     Piero Piccioni

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Non visto per oltre un trentennio: potevo tranquillamente allungare il periodo. Pessimo l’episodio con Villaggio (male sfruttata la Moriconi). Mediocre quello, telefonato, con Manfredi (si salvano le dinamiche dei primi minuti: poi, se non ci fosse il protagonista a usare con maestrìa tempi e espressioni, sarebbe inguardabile). Mediocre pure quello con Sordi, che esagera, salvandosi solo nella “confessione” e nel finale, con biglietto da visita e teoria del libero arbitrio.

Tre episodi di qualità altalenante, anche se – in generale – realizzati con certa cura. Mattatore dell’intera operazione è Nanni Loy, all’opera con Villaggio per dare corso al segmento più divertente e riuscito (Italian superman). Segue il peggior pezzo della trilogia (Il cavalluccio svedese), nel quale Manfredi non viene valorizzato come meriterebbe. A finire un Sordi monotematico, limitato da una sceneggiatura contenuta a causa di una location quasi claustrofobica (L’ascensore). Si ricorda, però, di quest’ultima parte l’affascinante presenza della Sandrelli, in un ruolo “perturbante”.

Tre episodi: il superdotato Villaggio in versione pornocomica (regia di Loy, non firmata); l’architetto Manfredi insidiato da una giovane svedese (Magni); il monsignore Sordi chiuso in ascensore con una spregiudicata ragazza (Comencini). Nel complesso il film è piuttosto scarso nonostante i tre pezzi da novanta coinvolti. L’episodio migliore rimane, nonostante tutto, il terzo, in cui Sordi può disegnare sottilmente un altra maschera delle sue, senza la grossolanità del primo o la piattezza del secondo.

Una commedia non troppo riuscita e assai poco originale: l’episodio con Villaggio è volgare e fantozziano, quello di Manfredi scontato e senza mordente. Decisamente meglio l’ultimo, “L’ascensore”, con un Sordi monsignore alle prese con una scosciatissima e vacanziera Stefania Sandrelli.

Viste le firme e gli interpreti a disposizione una cocente delusione. Di risate, infatti, se ne fanno poche e la colpa non è solo degli attori un po’ sottotono ma anche e soprattutto di una sceneggiatura bolsa e poco originale priva di verve e di mordente. Non è certo inguardabile ma avrebbe potuto essere ben altro.

Commedia ad episodi non eccelsa ma neppure disprezzabile. Il top è raggiunto dall’episodio di Nino Manfredi, divertente e non volgare, con la splendida Jinny Steffan a fare da spalla. Dalle parti della sufficienza gli altri due: risicata nel caso di “Italian superman”, poco più che una barzelletta, abbondante, in “L’ascensore”, un po’ prolisso ma con qualche trovata niente male. In ogni caso bravissimi i tre protagonisti (anche se Villaggio non fa che riproporre il suo solito personaggio in stile Fantozzi) e ottima la fotografia. Si può vedere.

Un tris di episodi natalizi (cinepanettone ’76) a mio parere ben confezionati, grazie anche alla presenza di attori di peso ed anche a una manifestazione di erotismo per i tempi piuttosto esplicita. Il primo episodio con Villaggio, (Italian superman) è un mio piccolo culto ed è molto divertente, ma il secondo con Manfredi (il cavalluccio svedese) è il mio preferito, poiché il suo sottile umorismo romanesco qui trova la massima espressione. Il terzo episodio con Sordi, (L’ascensore) è curioso ed eroticamente stuzzicante.

febbraio 7, 2011 Pubblicato da: | Commedia | , , , , , , , , | 2 commenti

La segretaria privata di mio padre

La Segretaria privata di mio padre locandina

Ersilia Ponziani, moglie del commendator Armando, a capo di una ben avviata fabbrica di prodotti chimici e diventata la consorte dell’industriale dopo esserne stata la segretaria.
Conoscendo perfettamente il punto debole del marito, le donne, Ersilia decide di fare terra bruciata attorno all’uomo, assumendo come segretaria dell’uomo l’orrida Amelia e piazzando nella fabbrica dell’uomo lavoratrici scelte con molta cura, in base al loro scarso fascino o addirittura bruttezza.
Così, all’interno della splendida villa sul lago di Como, dove i coniugi vivono con il figlio Franco, tutto fila liscio fino al giorno in cui i due hanno un incidente automobilistico, nel quale rimangono feriti e costretti a dover rimanere a letto.
Per Ponziani la situazione è un problema; non può infatti vedere la sua affascinante amante Ingrid, che l’uomo mantiene in un albergo cittadino.

La Segretaria privata di mio padre 6

Ma in aiuto arriva inaspettatamente Mingozzi, un chimico che ha l’ambizione di diventare il braccio destro di armando nella direzione della fabbrica.
Mingozzi offre la sua splendida fidanzata Luisa come segretaria scatenando in casa Ponziani il putiferio.
Armando, infatti, sempre molto sensibile alle grazie femminili, cerca in tutti i modi di sedurre la donna, che ha anche altri spasimanti, ovvero il figlio di Armando e il domestico.

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Una bellissima Maria Rosaria Omaggio è Luisa

Così, mentre i tre galletti di casa cercano di ingraziarsi la donna, Luisa briga per conquistare l’amore proprio di Franco.
Naturalmente ci riesce e per convincere i futuri suoceri molto riluttanti all’unione tra i due giovani, spinge fra le braccia di Ersilia un suo amico e tra le braccia di Armando la bella Ingrid, che così viene assunta nella villa in qualità di nuova segretaria.
La segretaria privata di mio padre, film del 1976 diretto da Mariano Laurenti su sceneggiatura di Milizia è una commedia sexy ( a torto definita erotica) come innumerevoli altre del decennio settanta.
Costruita attorno alla fresca bellezza di Maria Rosaria Omaggio e a quella di Anita Strindberg (parecchio defilata in un ruolo secondario), può essere definita una commedia piacevole, priva quasi totalmente delle immancabili volgarità che costellavano i prodotti del genere.

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Nelle due foto: Anita Strindberg è Ingrid

Il compito di creare gag divertenti è affidato ad un tris di attori collaudatissimo e protagonista di una serie impressionante di prodotti clone, ovvero Renzo Montagnani (il Don Giovanni di casa), Alvaro Vitali e Enzo Cannavale.
I tre svolgono il loro compitino con sufficienza, aiutati anche dall’estrema semplicità sia della trama che dai dialoghi abbastanza banali; tuttavia non essendoci le solite volgarità e trivialità, il prodotto finale della loro recitazione è accettabile.

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Discreta anche Maria Rosaria Omaggio, bella e affascinante anche dal punto di vista fisico.
Unico neo, una certa inespressività del volto.
Ersilia Ponziani è interpretata dalla bravissima Giuliana Calandra, che alla fine si consolerà tra le braccia di Oscar, ovvero Alvaro Vitali promosso seduta stante autista della famiglia.
Un filmetto gradevole, quindi, con una bellissima location, ambientata sul lago di Como.

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La segretaria particolare di mio padre, un film di Mariano Laurenti, con  Renzo Montagnani, Maria Rosaria Omaggio, Stefano Patrizi, Giuliana Calandra, Enzo Cannavale, Rina Franchetti, Anita Strindberg, Alvaro Vitali
Commedia sexy, durata 91 min. – Italia 1976.

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Maria Rosaria Omaggio     … Luisa
Renzo Montagnani … Armando Ponziani
Stefano Patrizi … Franco Ponziani
Alvaro Vitali …     Oscar
Anita Strindberg  … Ingrid
Aldo Massasso      … Dottor Mingozzi
Giuliana Calandra …Ersilia Ponziani
Enzo Cannavale  … Giuseppe

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Regia: Mariano Laurenti
Sceneggiatura: Francesco Milizia
Produzione: Pietro Innocenzi, Luciano Martino
Editing: Alberto Moriani

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febbraio 5, 2011 Pubblicato da: | Commedia | , , , , , , , , | 2 commenti

La compagna di banco

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Nel solito liceo della Puglia, ancora una volta quello di Trani, arriva Simona figlia di un industrialotto settentrionale che produce salumi.
L’arrivo della ragazza mette naturalmente in subbuglio la classe, che si divide al solito tra chi le mette subito gli occhi addosso, ovvero l’immancabile playboy Mario e le compagne di classe che invece vedono in lei una pericolosa rivale nella conquista del cuore di Mario.
Le ragazze mettono subito in guardia, in maniera interessata la giovane Simona, descrivendo Mario come un seduttore incallito.

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Lilli Carati è Simona

Inizia così il solito gioco della parti, con i due ragazzi impegnati nelle schermaglie dell’amore, mentre altri personaggi si muovono sullo sfondo, come Ilario Cacioppo, professore ambito dalla gigantesca e manesca prof.Marimonti.
Tra un equivoco e l’altro, alla fine si arriverà al tradizionale happy end.

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Scialba commedia sexy diretta da Mariano Laurenti, uno specialista del genere autore di La Liceale Nella Classe Dei Ripetenti (1978), L’Insegnante Va In Collegio (1978),La Liceale Seduce i Professori (1979) ecc. La compagna di banco, girato nel 1977 è forse la cosa peggiore diretta dal regista romano, questa volta alle prese con un copione rabberciato e sopratutto con attrici che non hanno il fascino della Fenech, abituale protagonista dei film di Laurenti.

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Nikky Gentile è Elena Mancuso

Ci sono, è vero, i soliti protagonisti della commedia sexy, ovvero Lino Banfi, Alvaro Vitali, Gianfranco D’Angelo e l’immancabile Francesca Romana Coluzzi; ma c’è anche, nel ruolo di protagonista, una svogliata e inespressiva Lilli Carati alle prese con un personaggio debolissimo e poco interessante scenicamente.

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Francesca Romana Coluzzi è la Professoressa Marimonti

Così la commediola si trascina svogliatamente tra gag viste mille volte e una storia debolissima che finisce per annoiare mortalmente lo spettatore; gli unici momenti divertenti, se tali vogliamo definirli, sono quelli affidati a Banfi, perso dietro le affascinanti forme di Nikki gentile, che interpreta la moglie di un losco e gelosissimo mafiosetto di provincia.
La stessa Carati, esposta generosamente, non appare nella sua migliore forma fisica e alla fine le uniche cose degne di nota sono essenzialmente logistiche.
Splendida la location, vista altre volte ma sempre piena di fascino, la romanica Trani che appare in tutto il suo fascino anche un pò misterioso.

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Alvaro Vitali è Salvatore

La compagna di banco 12Lino Banfi è Teo D’Olivo

Il resto è noia di prim’ordine, con attori alle prese con ruoli tagliati con l’accetta e con gag che non convincono, inclusa la solita presenza della manesca professoressa e degli altrettanto soliti alluppati compagni di classe della protagonista.
Un film debolissimo e arruffato, da dimenticare in fretta.
La compagna di banco, un film di Mariano Laurenti. Con Lino Banfi, Lilli Carati, Francesca Romana Coluzzi, Gianfranco D’Angelo, Alvaro Vitali, Giacomo Furia, Linda Sini, Rosario Borelli, Gigi Ballista, Paola Maiolini, Stefano Amato, Brigitte Petronio
Commedia, durata 85 min. – Italia 1977.

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A sinsitra, Brigitte Petronio

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Lilli Carati – Simona Girardi
Gianfranco D’Angelo – Professor Ilario Cacioppo
Alvaro Vitali – Salvatore
Antonio Melidoni – Mario D’Olivo
Lino Banfi -Teo d’Olivo
Francesca Romana Coluzzi -Professoressa Marimonti
Gigi Ballista -Girardi
Stefano Amato – Martocchia
Ermelinda De Felice – Giuditta
Nikki Gentile -Elena Mancuso
Paola Maiolini -Vera
Brigitte Petronio – Mirella
Susanna Schemmari -Vera

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Regia     Mariano Laurenti
Soggetto     Franco Mercuri, Francesco Milizia
Sceneggiatura     Franco Mercuri, Francesco Milizia
Fotografia     Pasquale Rachini
Montaggio     Alberto Moriani
Musiche     Gianni Ferrio

Le recensioni qui sotto appartengono al sito http://www.davinotti.com

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La Carati, prima di cedere alla depravazione (droga & porno) non solo era dotata di una bellezza incantevole, ma riusciva pure a dare un tocco di grazia alle sue interpretazioni, come si può notare dalle (poche) commedie sexy che ha interpretato. In questo film la sceneggiatura non valorizza il suo personaggio, puntando l’attenzione su Vitali e D’Angelo (gravissimo errore). Risollevano le sorti del film le sequenze incentrate sul personaggio Teo d’Olivo (Banfi) nei panni del sarto perduto dietro alle perfette forme di Elena (Nikki Gentile).
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Piacevole. Una commedia scolastica meno scollacciata della media, nonostante la presenza di nomi di punta del genere come D’Angelo, Vitali, Banfi, Amato. Gags goliardiche ma insolitamente pulite, nudi femminili di gran classe (la Carati, ma anche la Maiolini, la Petronio, la Gentile), un tocco di romanticismo e un inciso fuori tema sul cinema (la figura del regista squattrinato). Azzeccatissimi i ruoli minori: dalla coppia altolocata Ballista-Sini alla ciclopica Coluzzi, passando per il mafioso e gelosissimo Borelli e il frastornato commissario Furia.

Commedia scollacciata-scolastica settantiana che si avvale della presenza cult di Lilli Carati e questo vale il prezzo del biglietto. Tuttavia c’è di più: dei bravi caratteristi ed il sempre efficace Lino Banfi con battute divertenti, anche se contate. Bella la colonna sonora.

Un film da mal di testa non fosse che io sono un veneratore del pube di Liliana Caravati; girato in quel delle Puglie, come sempre, è la solita collezione di frizzi&lazzi&scorregge (vittima designata in particolare D’Angelo, sempre insediato dalla Romana Coluzzi). A far da gentile contorno la bellezza da escort girl dell’indimenticata Nikki Gentile, di Cavvallina memoria. I belli del film (Carati e fidanzato) sono, come sempre, antipatici.

Se si eccettua la storiella d’amore, con momenti patetici a dir poco e se si esclude il bamboccione co-protagonista e si apprezza la bellissima Lilli allora si potrà passare una buona serata, altrimenti… Io non l’ho trovato insostenibile, anzi, mi sono anche fatto un paio di risate. C’è del nudo ma non esagerato. Si può vedere senza dubbio!

Mariano Laurenti tenta la commedia cercando di affidare un ruolo da protagonista a una bella ragazza come Lilli Carati, che si rivela però incapace di suscitare l’interesse del pubblico (colpa del suo personaggio inutile). Il resto infatti è tutto sorretto (ma neanche bene) da squallide e ripetive gag tra Gianfranco D’Angelo e Alvaro Vitali, i quali interpretano rispettivamente un professore e un bidello, riciclando scene già viste nelle commedie ambientate a scuola. Lino Banfi, però, ha un ruolo simpatico, seppur marginale.

Opera che ho un po’ rivalutato in negativo. il motore comico poggia su Vitali e D’Angelo (bah!), che non reggono la scena a dovere a causa di gag davvero poco riuscite. Non eccellono Vitali, la Carati, Melidoni e la Coluzzi, bensì Paone, la De Felice, Furia e Banfi (che hanno indegnamente ridotto a un cameo di un sarto, in verità molto ben caratterizzato come del resto tutti). Grazie agli ultimi tre, infatti, la scena al commissariato è un piccolo saggio di bravura. Trionfano le pubblicità (non solo liquori). Ottimi i momenti con la Gentile. **

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gennaio 28, 2011 Pubblicato da: | Commedia | , , , , , , | 4 commenti

Gegè Bellavita

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Agata e Gennaro sono una coppia con 9 figli; lei lavora e sfacchina da mattina a sera per tirare avanti la famiglia mentre lui è decisamente uno scioperato, che non ama per nulla il lavoro.
Il motivo principale per cui Agata tiene accanto a se il marito consiste nella straordinaria vigoria fisica dell’uomo, unita ad un particolare anatomico che l’uomo ha in abnorme dotazione.

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Flavio Bucci e Lina Polito sono Gennaro e Agata

Ma Gennaro non soddisfa solo la moglie; molte inquiline dello stabile, scoperte le sue doti, lo attirano con mille pretesti.
Alla lunga Agata si rende conto della situazione, ma decide di sfruttarla a vantaggio della famiglia.
Organizza così incontri a pagamento tra le voraci inquiline dello stabile nel quale lavora come portiera e il marito mandrillo.
Che un giorno scopre il quaderno in cui Agata registra i proventi delle prestazioni fornite dall’uomo.
Offeso nell’amor proprio, Gennaro fugge di casa chiedendo asilo al nobile Attanasi, il quale glielo concede essendo attirato dalla prestanza fisica di Gennaro.

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La situazione però non può durare, essendo Gennaro attratto inesorabilmente dal sesso femminile.
Così, con buona pace di tutti, l’uomo ritorna da sua moglie.
Gegè Bellavita, film datato 1979, è un brutto passo falso di Pasquale Festa Campanile, regista di ottime doti che nel passato aveva fornito prove molto più convincenti di questa scialba commedia sexy appartenente all’agonizzante filone ormai superato e accantonato dopo i fulgori degli anni precedenti.
Il soggetto è ampiamente sfruttato e Festa Campanile, che cerca di usare le armi del grottesco e dell’ironia, si impantana con un soggetto debolissimo.
A parte questo, il film è infarcito dei consueti clichè sulla napoletanità, ovvero la moglie che vede e tace e finisce per sfruttare la situazione a suo vantaggio,

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il maschio scioperato che si fa mantenere dalla moglie, lo stesso maschio latino ringalluzzito da doti sessuali molto “espressive” che utilizza imparzialmente con la moglie e le inquiline dello stabile.
E’ Flavio Bucci, attore di ottime qualità a incarnare il gallo meridionale, e se la scelta si rivela poco felice non è certo per la mancanza di professionalità dell’attore, che svolge il suo ruolo con la consueta bravura, quanto piuttosto per la poco probabile meridionalità dello stesso.

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Accanto a lui si muovono però ottimi caratteristi, come Pino Caruso (Il duca Attanasi) e Enzo Cannavale, in una delle sue repliche infinite del napoletano amico fidato del protagonista.
I ruoli femminili sono affidati a Ria De Simone, Maria Pia Conte, a Miranda Martino, Laura Trotter, a Lina Polito, bravissima nel ruolo di Agata, moglie di Gennaro e a Maurisa Laurito oltre che alla solita nudissima Marina Hedman.

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Un film decisamente in tono minore, volgarotto e poco interessante, a cui viene a mancare clamorosamente anche l’arma della risata, proprio per l’equivoco di fondo creato dall’ambiguità della commedia, poco grottesca e ancor meno ironica.

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Pasquale Festa Campanile, che veniva dall’ottima prova del suo unico thriller, Autostop rosso sangue e dal discreto Cara sposa incappa in un autentico infortunio, cosa che prima o poi accade nella carriera di un ottimo regista.
Gegè Bellavita,un film di Pasquale Festa Campanile. Con Miranda Martino, Enzo Cannavale, Flavio Bucci, Pino Caruso, Lina Polito, Salvatore Billa, Laura Trotter, Marisa Laurito,Ria De Simone,Maria Pia Conte
Commedia, durata 105 min. – Italia 1979

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Flavio Bucci     …     Gennaro Amato
Lina Polito    …     Agatina
Ria De Simone    …     Pupetta
Maria Pia Conte    …     Mercedes
Laura Trotter    …     Adelina
Miranda Martino    …     Rosa
Marisa Laurito    …     Carmen
Enzo Cannavale    …     Amico di Gennaro
Marina Pagano    …     Lisetta
Pino Caruso    …     Il Duca Attanasi
Gabriella Di Luzio    …     Prostituta

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Regia     Pasquale Festa Campanile e Neri Parenti aiuto regista
Soggetto     Pasquale Festa Campanile
Sceneggiatura     Pasquale Festa Campanile, Ottavio Jemma
Produttore     KORAL CINEMATOGRAFICA
Fotografia     Silvano Ippoliti
Montaggio     Alberto Gallitti
Musiche     Riz Ortolani

gennaio 19, 2011 Pubblicato da: | Commedia | , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Il Marchese del Grillo

Il marchese del Grillo locandina

Siamo nei primi anni dell’ottocento, la vicenda è ambientata a Roma durante il pontificato di Pio VII.
Il marchese Onofrio, appartenente alla nobile casata dei Del Grillo, divide il suo tempo fra burle feroci e un dolce far niente.
Vittima dei suoi scherzi sono un pò tutti quelli che lo circondano, ma il suo bersaglio principale è Papa Pio VII, che ha per lui un evidente debole.

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Papa Pio VII, Paolo Stoppa

Così Onofrio si diverte a burlare, anche in maniera feroce coloro che in qualche modo frequenta, come il povero Aronne Piperno, che realizza per Onofrio dei mobili e al momento di essere pagato si vede denunciato alle autorità.
Per colmo di sventura, lo sfortunato ebreo viene anche condannato dalla corte alla quale si rivolge: Onofrio, come confesserà al Papa, ha corrotto un pò tutti solo per dimostrare che in realtà la giustizia non esiste.

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I due volti del grande Alberto: Gennarino il carbonaro ….

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… e il Marchese Onofrio del Grillo

I suoi scherzi sono leggendari: si va da quello cattivissimo di lanciare monete roventi alla plebaglia che si raduna nel cortile del suo palazzo alla beffa che gli costa quasi il carcere, far suonare le campane a morto in città, quasi fosse scomparso il Papa, all’allontanamento della sorella che aveva chiesto un posto più consono per suo marito.
Arriverà anche per Onofrio il momento in cui gli scherzi lasceranno il posto al rischio della decapitazione; il Papa restituirà con gli interessi tutti gli scherzi fin là ricevuti mandando sul patibolo quello che crede sia il marchese Del Grillo.
Ma anche questa volta il nobile riuscirà a beffare il Papa mandando sul patibolo un disgraziato carbonaro che gli assomiglia come una goccia d’acqua.
Ovviamente il carbonaro non verrà giustiziato perchè il Papa sospenderà l’esecuzione, avendo nelle intenzioni solo la voglia di spaventare Onofrio Del Grillo.
Monicelli dirige un Alberto Sordi in stato di grazia nel 1981 in questa opera dal titolo eloquente, Il Marchese Del Grillo, quasi a indicare l’assoluto protagonista del film, che è l’attore romano che da vita ad una delle sue caratteristiche maschere.
Un film che da subito ottiene incassi eccezionali, piazzandosi a fine anno dietro soltanto al solito Celentano protagonista di Innamorato pazzo, venne accolto in maniera difforme dalla critica.
E va detto subito che molte perplessità dei critici stessi avevano ragione d’essere: aldilà della goliardia che contraddistingue il personaggio di Onofrio del Grillo, la sua affascinante carognaggine, la sua maschera romana a metà strada tra il popolare e il nobile sprezzante, quello che non convince è in primis l’eccessiva lunghezza del film dilatata oltre il consentito e il sopportabile usando come riferimento una trama che in pratica non esiste.
Perchè il vero, assoluto protagonista resta Onofrio/Sordi, che caratterizza all’estremo l’ignavia, la supponenza, la maleducazione e l’arroganza del nobile senza però supportarla con una fustigazione della classe nobiliare, o anche con una condanna dei modi oltraggiosi con cui il Marchese tratta gli altri.

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La cantante e attrice francese Olimpia, amante di Onofrio (l’attrice Caroline Berg)

Anzi.
Monicelli sembra strizzare l’occhio alla commedia umoristica più disimpegnata, estranenandosi completamente da qualsiasi condanna degli eccessi di Onofrio, che in fondo è figlio di quella classe nobiliare che tante responsabilità ebbe nel triste periodo della Roma papalina, quella del Papa re, del potere temporale nettamente predominante su quello spirituale.
Alla fine infatti il film sembra più un red carpet per l’attore romano, che grazie alla sua verve, alla sua capacità d padroneggiare il dialetto in maniera impareggiabile, rende il prodotto finale più simile ad una galleria comica che ad un’opera organica.

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Faustina, l’attrice Angela Campanella (“ma che dormi tutta ignuda?”)

Sordi oscura tutti, perchè è addosso a lui che è cucito il personaggio del marchese ignavo e fancazzista, che si fa beffe di tutto, dall’autorità costituita alla famiglia, dal potere religioso agli amici.
Un personaggio, quello di Onofrio, che si fa perdonare proprio per la straordinaria caratterizzazione di Sordi: i suoi scherzi di pessimo gusto, le sue battute discutibili come la celebre   “Ah… Mi dispiace, ma io so’ io, e voi nun siete un cazzo!” sarebbero diventate imperdonabili in bocca a chiunque se non fosse stato per il Sordi quasi mefistofelico che si cala nei panni di Onofrio in maniera simbiotica.
Poichè all’Albertone si perdona tutto, si arriva a godere degli scherzacci che Onofrio fà, compreso quello crudele fatto ad Aronne Piperno.
Tutto ciò però alla fine probabilmente non basta.
L’Onofrio di Monicelli sembra da un lato voler ridicolizzare il potere, dall’altro usarlo solo per il suo divertimento.
La sua condanna del potere è essenzialmente goliardica, perchè in fondo quello è il suo mondo; lo prende in burla ma ci vive dentro, e ci vive comodamente.
Non va dimenticato però che nelle intenzioni di Monicelli probabilmente non c’era la denuncia di un sistema, quanto una sua raffigurazione ironica e goliardica.
Con questa chiave di lettura il film funziona nei limiti sopra descritti; la comicità, a tratti, è irresistibile, grazie anche al bel cast allestito dal maestro Monicelli.
Spicca su tutti Paolo Stoppa il pontefice Pio VII.

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La celebre sequenza dello strip di Olimpia

Storicamente però Monicelli prende un abbaglio, usando il dialetto romano in bocca ad un pontefice che era di nascita cesenate.
Altri interpreti sono uno straordinario Flavio Bucci, che veste i panni di Don Bastiano uno spretato diventato un brigante e dal quale ascoltiamo probabilmente le uniche veementi accuse all’apparato ecclesiastico; poi citerei ancora Marc Porel nei panni del capitano francese Blanchard, Marina Confalone, ovvero la sorella Camilla afflitta da una pesante alitosi, Giorgio Gobbi ovvero Ricciardo domestico tuttofare e compagno di avventure di Onofrio.
Ancora, in ruoli minori citerei Elena Fiore, Sal Borgese, Leopoldo Trieste.
Ben curata la fotografia, così come i costumi, del resto uno dei marchi di fabbrica di Monicelli, mentre per le location il regista utilizza alcuni espedienti per raffigurare per esempio la dimora romana di Onofrio del Grillo, che in realtà è Palazzo Pfanner situato in Lucca e per l’occasione mascherato per nascondere il magnifico panorama della città toscana;le scene ambientate nel teatro, nel quale assistiamo alla perormance dei “castrati”, come li chiama Onofrio in realtà non è a Roma ma è il bellissimo teatro di Amelia, in Umbria.

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Onofrio del Grillo con il fido servitore Ricciotto

In ultimo vorrei fare un paragone ( quasi improponibile) tra questo film e un’altra opera diretta nel 1977 da Luigi Magni, In nome del papa re, anch’essa ambientata nella Roma papalina anche se temporalmente distante circa sessantanni, visto che la storia di Magni si volge verso la fine del potere temporale e racconta delle ultime esecuzioni avvenute proprio nella Roma del papa re.
Se i due film hanno la stessa ambientazione, quasi lo stesso uso ossessivo del dialetto, descrivono una corte papale poco spirituale e troppo terrestre, differiscono enormemente proprio per la carica di denuncia che contengono.
Appena abbozzata nel film di Comencini, vibrante e durissima nel film di Magni.
Che da questo punto di vista risulta di gran lunga più interessante del film di Monicelli.
Ma probabilmente è voler cercare un termine di raffronto assolutamente improponibile.
Monicelli girà un film comico con venature sulfuree, e in fondo centra l’obiettivo.

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L’esecuzione di fra Bastiano, uno straordinario Flavio Bucci

Il marchese del Grillo, un film di Mario Monicelli. Con Alberto Sordi, Caroline Berg, Andrea Bevilacqua, Flavio Bucci, Giorgio Gobbi,Cochi Ponzoni, Marc Porel, Paolo Stoppa, Marina Confalone, Isabel Linnartz, Elena Daskowa Valenzano, Pietro Tordi, Angela Campanella, Isabella De Bernardi, Gianni di Pinto, Salvatore Jacono, Ivan de Paolo, Camillo Milli, Elisa Mainardi, Jacques Herlin, Elena Fiore, Riccardo Billi, Leopoldo Trieste, Renzo Rinaldi, Tommaso Bianco
Commedia, durata 133 min. – Italia, Francia 1981.

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Sal Borgese, il baro

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Flavio Bucci

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Paolo Stoppa

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Alberto Sordi: Onofrio del Grillo/Gasperino il carbonaio
Caroline Berg:  Olimpia
Andrea Bevilacqua:  Pompeo
Riccardo Billi: Aronne Piperno
Isabella De Bernardi: figlia di Gasperino il carbonaio
Elisa Mainardi: Moglie di Gasperino il carbonaio
Flavio Bucci:  Don Bastiano
Giorgio Gobbi:  Ricciotto
Cochi Ponzoni: conte Rambaldo
Marc Porel: capitano Blanchard
Paolo Stoppa: papa Pio VII
Camillo Milli: il cardinale Segretario di Stato
Leopoldo Trieste: don Sabino
Marina Confalone: Camilla del Grillo
Isabelle Linnartz:  Genuflessa del Grillo
Elena Daskowa Valenzano: la Marchesa del Grillo
Pietro Tordi: Mons. Terenzio del Grillo
Angela Campanella: Faustina
Elena Fiore: madre di Faustina
Tommaso Bianco: l’amministratore dei del Grillo
Gianni Di Pinto: Marcuccio
Jacques Herlin:Rabet
Salvatore Jacono:  Bargello
Renzo Rinaldi: il commissario pontificio
Sal Borgese: il giocatore d’azzardo


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Regia     Mario Monicelli
Soggetto     Bernardino Zapponi, Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Mario Monicelli, Tullio Pinelli
Sceneggiatura     Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Mario Monicelli, Tullio Pinelli, Alberto Sordi
Produttore     Luciano De Feo
Casa di produzione     Opera Film Produzione
Fotografia     Sergio D’Offizi
Montaggio     Ruggiero Mastroianni
Musiche     Nicola Piovani
Scenografia     Lorenzo Baraldi
Costumi     Gianna Gissi
Trucco     Giancarlo De Leonardis
Sfondi     Canale Monterano, Roma

Le recensioni appartengono al sito http://www.davinotti.com

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Lentissima pellicola, che si riscatta qua e là con alcune trovate e, specialmente, con la maestrìa che Sordi sa mettere in ogni parola(ccia), in ogni cenno, in ogni movimento. Ma, tolto il suo genio, resta poco sugo, perché le cose buone ci sono, ma sono diluitissime. Alla fin dei conti si apprezzano di più le apparizioni di Paolo Stoppa, papa tanto indimenticabile quanto poco prolisso. Solo sufficiente.

Il film funziona come ritratto della nobiltà romana in un’epoca particolare e corrotta, come quella dello stato pontificio. Da questo punto di vista è esemplare la figura del protagonista, interpretato da un Alberto Sordi in forma, che ne fa un ritratto che è nello stesso tempo cinico e bonario, recitando anche il ruolo del popolano sosia del marchese. Buone la ricostruzione scenografica e la regia di Monicelli (è uno dei suoi ultimi grandi film), così come la caratterizzazione dei personaggi “minori” (specie il papa Stoppa e il bandito Bucci).

Aristocratico imbelle e beffardo impegnato in stupide burle nella Roma papalina dell’800. Commedia scanzonata, costruita su misura per Sordi, che si diverte in un personaggio della mitologia romanesca. Ma non sono esenti dal divertimento (loro e nostro) il sornione Stoppa e lo stralunato Bucci. Carino, simpatico, a tratti arguto nella critica (anche esplicita) a tutte le nobiltà conquistate per nascita anziché sul campo, il film è godibile e ben fatto, anche se non si può certo annoverare tra quelli memorabili.

Sordi è perfettamente a suo agio con un simile personaggio e, indubbiamente, si vede. Ed è soprattutto grazie a lui e a Stoppa (il papa, che però non si vede molto), che la pellicola merita di essere vista, nonostante il ritmo altalenante e i momenti non sempre felici (a volte arranca e c’è una certa pesantezza, che però viene attenuata dalla freschezza della recitazione dei protagonisti). Sforbiciandolo qua e là sarebbe stato sicuramente un buon film, mentre così, pur non essendo male, finisce per stancare un po’.

Onofrio del Grillo è un vitellone ante litteram, nobilastro papalino sfaccendato, che passa il suo tempo a organizzare scherzi, persino alle spalle del Papa. Sordi lo incarna perfettamente, concedendosi anche una divagazione nella parte del povero carbonaio. Il film è divertente e alcuni momenti sono molto azzeccati, ma nel complesso si sente aria di smobilitazione, la fine di un attore che da lì in poi farà poco. La morale di fondo, se di morale si può parlare, è comunque discutibile.

Davvero non male. Sordi è l’ottimo marchese del Grillo, nobile che passa sopra ai sottoposti con una facilità sconcertante. Monicelli ci offre una notevole commedia con alcuni momenti davvero divertenti. Ottimi Stoppa papa e Bucci criminale; c’è pure il povero Marc Porel nel ruolo di un francese. Buono il tema musicale.

Romanità becera, forse eccessivamente istrionica e volta al divertimento più che ad una ricostruzione storica della Roma che fu; tuttavia Sordi, con il suo cinico sarcasmo e la rappresentazione del pressapochismo, ha saputo conquistare. Merito di una vicenda divertente e ben costruita, dove l’Albertone nazionale sfoggia le sue battute (tra cui spicca l’eterna “perché io so io e voi nun siete un cazzo…”). Fu un successo al cinema, riconfermato poi dai sempre ottimi ascolti nelle innumerevoli messe in onda televisive.

Il Marchese del grillo è un nobile decaduto, ma piuttosto avido e opportunista, che gioca brutti scherzi alle persone. Un ruolo su misura per Alberto Sordi che, nonostante alcuni buchi di sceneggiatura, ci sguazza dentro con bravura. Commedia che varia dal grottesco al melodrammatico e si lascia guardare.

Uno dei film che Monicelli ricorda meno volentieri e ci credo! Il grande regista, di solito attento a coniugare il tenore di commedia ad un’idea di coscienza civile o di analisi di caratteri e che ci aveva presentato grandi affreschi corali (unico tra i nostri a fare film con “multiprotagonisti”), racconta la storia sgradevole di un opportunista antipatico, infingardo, i cui difetti, italianissimi, vengono quasi definiti eroici o perlomeno sdoganati dalle non sempre felici battute di un Sordi odioso.

Ultimo exploit attoriale e di incassi di Sordi prima del malinconico declino. La trama combina la quintessenza del personaggio con elementi da teatro antico (lo scambio con il sosia). Qualche volgarità e al solito un po’ di misoginia non scalfiscono il divertimento che la pellicola vuole trasmettere. Rimaste nell’immaginario alcune celeberrime scene e alcune battute.

Certo non il miglior Monicelli, ma con un Sordi (sdoppiato) strepitoso. La trama è curata (per quanto giochi sull’equivoco del doppio già caro ai greci) e i dialoghi sono a tratti decisamente piacevoli. Affresco del tempo non poi così falsato, anzi. La pellicola è venata da cinismo e un’amara ironia di fondo. Potrebbe esser un’efficace allegoria dei tempi moderni. Attori comprimari assolutamente all’altezza.

Divertente pellicola che vede protagonista uno scatenato Sordi. Monicelli dirige con scioltezza e lascia che a giostrarsela sia un Sordi davvero perfetto per il ruolo. È lui che con le sue battute e i suoi lazzi a rendere la pellicola memorabile. Da ricordare sopratutto i suoi duetti con l’altrettanto memorabile Paolo Stoppa e la ormai mitica battuta “Io so’ io e voi non siete un…”.

Il marchese del Grillo, burlone e irriverente nei confronti di tutto e tutti (Papa compreso), è il personaggio/caricatura della nobiltà italiana del periodo Napoleonico. Gli piace farsi scherno della legge e delle regole: una volta dimostrato il suo assioma, è disposto a tornare sui suoi passi e risarcire i malcapitati e involontari attori dei suoi “giochi”. Metafora dell’uomo alla ricerca della propria identità. Monicelli mette in mostra un mondo malato.

Forse l’ultima grande interpretazione del grande Alberto. Monicelli costruisce un film sulle capacità recitative dell’attore romano con trovate e gag memorabili. Gli scherzi del Marchese e l’ubiquità con il carbonaro Gasperino fanno ridere con gusto. Sordi non si risparmia e costruisce un personaggio guascone ed irriverente che si diverte a cozzare contro i pregiudizi del tempo. Da vedere più volte per carpire quell’indolenza romana sempre pronta alla battuta.

Splendido collage di gag e goliardate varie con un Sordi ultra-mattatore nel ruolo del nobile dedito agli scherzi ed ogni sorta di divertimento; ma si apprezzano anche i momenti più seri, come l’impiccagione del bandito-cangaceiro o la lunga gag sulla morte della giustizia. Non un capolavoro assoluto, ma un ottimo esempio di commedia all’italiana.

Personaggio perfetto per un Sordi che esprime al meglio la sua bravura e il suo essere romano. Il nobile nella Roma papalina all’inizio del 1800 e al servizio di Papa Pio VII (l’ottimo Paolo Stoppa) passa il tempo tra divertimenti e scherzi ai danni di personaggi del popolino, costretti a subire il nobile intoccabile, che si fa beffe anche della giustizia. A non rendere del tutto negativa la figura del marchese sono le sue intelligenza e coscienza delle azioni che commette, a dimostrazione che nella società vince sempre il più forte. Buona la regia.

Splendida interpretazione di Sordi per un Marchese che veramente non si dimentica. Gag strepitose, battute azzeccate. Assolutamente divertente. A fare da cornice c’è una Roma dei primi dell’Ottocento. Da ricordare le scene con Don Bastiano e quelle con la strega.

Ultima grande (a mio avviso) interpretazione di un Sordi in formissima e gigioneggiante sorretto dalla regia del maestro Monicelli, alterna trovate divertentissime a momenti un po’ più spenti ma mai noiosi. Ottimo il cast di supporto in cui figura anche un Marc Porel che purtroppo morirà di lì ad un paio di anni. Citazione per un Paolo Stoppa perfetto con la sua “maschera” nei panni del Papa Pio VIII.

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Il marchese del Grillo foto 1
Il teatro di Amelia, nel quale recita e canta Olimpia

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La Galleria Pannini di Villa Grazioli a Grottaferrata, luogo nel quale Onofrio incontra i mendicanti

Il marchese del Grillo foto 3
Il teatro di Marcello a Roma

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Palazzo Pfanner a Lucca, la dimora di Onofrio

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La loggia dei Cavalieri di Rodi a Roma

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Il Casale di via delle Pietrische a Manziana, nel quale si ferma Onofrio

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Le rovine di Monterano, rifugio del frate/brigante Bastiano


Il marchese del Grillo banner citazioni

Guarda a quei castrati, come je girano le palle

Quanno se scherza bisogna esse seri

Se tu parli male del papa, io rido..se io parlo male de Napoleone tu ti incazzi..et voilà la diffèrence!!!

Che ci volete fare: io so io, e voi non siete un cazzo!

Cia l’alito che ammazza le mosche al volo…MACERATA sarebbe la distanza giusta pe non sentilla piu’….

Il marchese del grillo non chiede mai sconti paga o non paga e io nun te pago!…ma tutto Aronne mio tanto comincio a dì che nell’armadio che tu hai costruito io c’ho sbattuto un ginocchio che me sò fatto pure male non è una buona ragione questa?

Ecchime ma’, ammazza come sei rinseccolita sembri un tizzo de carbone nera nera…
“Ma cosa sono queste confidenze?”
A ma’ te stavo a saluta’ mica te stavo a da un calcio n’culo

Tu sei giudeo, l’antenati tua hanno messo in croce nostro Signore…. posso esse ancora un pò incazzato pe sto fatto!?

Mia cara Olimpia, mettete ‘n pompa, che quel grillaccio del Marchese sempre zompa! Chi zompa allegramente bene campa.

Rimane sempre er mistero però che te te spogli in camera da figlia e poi vieni a scopaà in camera da madre….dimme te….

Ter fortunato che t’ho trovato in compagnia del marchese; perché sennò a te, se ti pigliavo da solo ti sisitemavo: ti schiaffavo quattro chiodi e ti mettevo in croce qua sopra. Così t’imparavi a rispettare Dio, la Madonna e i santi. E fatevi il nome del Padre, porca puttana.

Adesso, pure io posso perdonare che mi ha fatto male: in primis, al Papa, che si crede il padrone del cielo, in secundis, a Napulioune, che si crede il padrone della Terra, e per ultimo al boia, qua, che si crede il padrone della morte, ma soprattutto, posso perdonare a voi, figli miei, che non siete padroni di un cazzo!

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dicembre 28, 2010 Pubblicato da: | Commedia | , , , , , , , , , | 4 commenti

Volere Volare

Volere volare locandina

Maurizio è un giovane e timidissimo collezionista di rumori, nonchè doppiatore di cartoni animati e a tempo perso rumorista per film porno.
Suo fratello infatti gestisce una ditta che si occupa proprio di doppiaggio di questo particolare genere di pellicole.
La vita del giovane va fatalmente a incorciarsi con quella della stravagante Martina, un’assistente sociale impegnata con gente dalle particolarissime condizioni più psicologiche che sociali.
Assiste infatti, a turno, una coppia di squinternati gemelli architetti affetti da voyeurismo; lei li accoglie in casa completamente nuda e fà assistere all’impassibile duo a tutte le fasi della sua vestizione.
Non solo; tra i particolari pazienti c’è anche un cuoco con l’hobby di trasformarla di volta in volta in un piatto diverso (nella scena principale Martina viene ricoperta di cioccolato fondente), c’è un tassista esibizionista e spericolato, c’è un segretario che utilizza la fotocopiatrice per copiare particolari anatomici femminili e via dicendo.
Martina prova subito attrazione per lo strano Maurizio, e decide di accettare un invito a cena da parte sua.
Ma durante la cena, Maurizio si rende conto che il suo corpo sta trasformandosi in un cartoon; le sue mani, infatti, si staccano da corpo e iniziano una vita a se stante.

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I due architetti gemelli che osservano in silenzio Martina

L’uomo fugge, ma attratto da Martina, accetta un nuovo invito a cena della donna; lei reca con se la sua amica Loredana, una ragazza alla ricerca di un uomo ricco mentre lui porta con se suo fratello.
Maurizio vede completare la sua trasformazione mentre è davanti ad uno specchio: ora è completamente un cartone e come tale apparirà a Martina nelle sequenze finali.
La donna, nonostante tutto, resta con lui.

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La divertente sequenza del cuoco fissato con le decorazioni dal “vivo”

Volere Volare, diretto da Maurizio Nichetti nel 1991 è un film che integra figure umani e interagisce con i cartoon, anche se in maniera estremamente limitata.
Infatti solo nella parte finale, quando la figura di Maurizio si trasforma velocemente in un cartoon, assistiamo a qualche effetto di interazione sulla falsariga di Roger Rabbit.
Ovviamente l’intento del film è completamente diverso da quello di Zemeckis: siamo di fronte ad una storia d’amore, anche se bizzarra e ad un discorso di più ampio respiro che però resta allo stato latente.

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Maurizio Nichetti, regista e attore nel film

Il film soffre di una carenza di sceneggiatura credibile, incentrato com’è nel mostrare la vita di Maurizio, alle prese con il suo lavoro di collezionista/raccoglitore di suoni.
Più divertente, anche se estremamente surreale, la parte che riguarda Martina, alle prese con strambi personaggi che farebbero la felicità di uno psichiatra: divertenti sopratutto le fasi che vedono la donna alle prese con i due gemelli guardoni, con i coniugi tendenzialmente necrofili e con Maurizio, con il quale ha un rapporto che definire stralunato è davvero limitativo.
Per buona parte del film assistiamo ai goffi tentativi di Maurizio di agganciare la donna, ai suoi ancor più stravaganti tentativi di raccogliere suoni particolari (divertente la scena della culla, con la madre che esce da un negozio e si trova davanti un microfono che sembra un’arma extraterrestre)

La parte migliore è ovviamente quella finale, ma giunge troppo tardi, anche se il film resta comuqnue gradevole.
Nichetti occupa troppo la scena mentre la Finocchiaro, stralunata al punto giusto è la migliore è più credibile.
Costretta dalla sceneggiatura a girare quasi sempre nuda, se la cava con eleganza pur essendo agli antipodi rispetto ad una delle tante stelline dai corpi rifatti e dalle forme abbondandi.

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La trasformazione completa è avvenuta

Magrissima, senza seno, la Finocchiaro è davvero la donna qualunque messa in scena e inseguita da un essere assolutamente comune (anche se non proprio un esempio di normalità) come Maurizio.
Nel cast figurano anche un giovane Patrizio Roversi, già incline alla pancetta ma assolutamente simpatico, la bella Mariella Valentini e Renato Scarpa.
Se non è una pellicola memorabile, Volere Volare riesce però a non annoiare e strappa qualche sorriso grazie alla surrealità di alcune scene.

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La più divertente è il doppiaggio del film porno che Maurizio fa associandogli una colonna sonora di suoni assolutamente incongrui con una pellicola di tale fatta, così come ben riuscita è la sequenza finale con Maurizio ormai ridotto ad un cartoon che volteggia per la stanza in preda all’eccitazione (ancora Roger Rabbit)
All’inizio del film, quando in casa di Martina arrivano i due gemelli guardoni, si ascolta in sottofondo la musica che introduceva in Tv i film di Alfred Hitchcock…

Volere volare, un film di Maurizio Nichetti, Guido Manuli. Con Mariella Valentini, Maurizio Nichetti, Angela Finocchiaro, Patrizio Roversi, Remo Remotti, Massimo Sarchielli, Lydia Biondi, Renato Scarpa, Osvaldo Salvi, Mario Gravier, Luigi Gravier, Enrico Grazioli, Mario Pardi
Commedia, durata 95 min. – Italia 1991.

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L’inizio della trasformazione

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Le mani diventano autonome…

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Patrizio Roversi è Patrizio

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Angela Finocchiaro e Mariella Valentini

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Volere volare banner ersonaggi

Ianniello Amerigo : il cacciatore del film porno
Lidia Biondi : necrofila
Nathalie Brandenburg : ragazza 4 doppiatrice del film
Adriana Canese : terza ragazza film porno
Andrea Cavalli : primo cameriere
Valeria Cavalli : passante
Laura Celoria : seconda ragazza film porno
Rocco Cosentino : secondo commesso ferramenta
Sergio Cosentino : primo commesso ferramenta
Stefano Dondi : secondo cameriere
Angela Finocchiaro : Martina
Luigi Gravier : architetto gemello 1
Mario Gravier : architetto gemello 2
Enrico Grazioli : tassista sadico
Patrizia Guzzi : ragazza film porno
Aldo Izzo : secondo cliente ferramenta
Franco Maino : primo cliente ferramenta
Riccardo Magherini : cliente negozio spose
Maurizio Nichetti : Maurizio
Pierluigi Nobile : capo cameriere
Francisca Oehme : ragazza doppiatrice film porno
Rosanna Olmo : ragazza doppiatrice film porno
Mario Pardi : rapinatore masochista
Remo Remotti : professore bambino
Patrizio Roversi : Patrizio
Osvaldo Salvi : necrofilo
Massimo Sarchielli : cuoco
Renato Scarpa : impiegato fotocopie
Maria Rosaria Secci : cliente negozio spose
Regina Stagnitti : prima ragazza film porno
Giuseppe Tosca : terzo cliente ferramenta
Simone Triet : ragazza doppiatrice
Mariella Valentini : Loredana

Volere volare banner cast

Regia: Maurizio Nichetti e Guido Manuli
Soggetto: Duccio Faggella, Maurizio Nichetti e Guido Manuli
Prodotto da: Silvio Berlusconi, Mario Cecchi Gori, Vittorio Cecchi Gori, Ernesto Di Sabro
Musiche: Manuel De Sica, Peter Westheimer
Film Editing : Rita Rossi
Costumi: Maria Pia Angelini

Le recensioni appartengono al sito http://www.davinotti.com

TUTTI I DIRITTI RISERVATI

Buona idea, registi adorabili, interpreti all’altezza (Finocchiaro impagabile e Valentini che rifà la Quattrini), ma risultato inferiore all’attesa. Troppo lunga la premessa, perché il film quasi comincia solo con la cena a 4. Non che prima nulla sia successo, ma le lateralità al filo conduttore, magari graziose, l’hanno indebolito, affievolendo così la presa sullo spettatore. Peccato. Mille citazioni: Ratataplan, The fly, Telefoni bianchi, Blow out, Halloween 3, Roger…

Viaggia a briglia sciolta la fantasia di Maurizio Nichetti, tanto da trasformare il protagonista di questo film nella figura libera e fantasiosa per eccellenza, un cartone animato. Film a tecnica mista come avviene spesso per i film americani è un’opera dalle tante trovate visive, ma non è altrettanto brillante in fase di sceneggiatura, nella quale, oltre alla trovata iniziale, succede poco o nulla, nonostante lo sforzo del suo autore e la bravura e simpatia degli interpreti.

Certo non è un film dal ritmo vertiginoso, ma rimane bello da seguire anche con le sue pause. Al di là del discorso tecnico, che comunque funziona a dovere, c’è da dire che Nichetti e Guido Manuli hanno sviluppato il film a partire da un’idea intelligente; in più si ride, magari non a crepapelle ma si ride. Nichetti come attore è bravo, ma la Finocchiaro qui è suprema, sia nuda che vestita. Remo Remotti riprende quasi il personaggio che aveva in Sogni d’oro.

Tentativo italiano non del tutto riuscito di coniugare cinema d’animazione ed attori in carne ed ossa. L’idea non sarebbe malvagia ma a mancare sono la sceneggiatura (troppo debole), il ritmo (poco scoppiettante) e conseguentemente il divertimento. Nichetti e la Finocchiaro sono simpatici ma il meglio è rappresentato proprio dagli aspetti tecnici della pellicola.

Commedia simpatica e intelligente anche se la trama tende troppo al favolistico. Gli spunti vengono essenzialmente dalle performance di Nichetti e della Finocchiaro, il contorno vale poco. Lui fa il rumorista di cartoni animati ed è divertente vederlo all’opera con gli attrezzi del mestiere. Lei fa l’assistente sociale senza troppe inibizioni. Quando si incontrano, lui comincia a immedesimarsi in un cartone. Peccato che siamo già verso la fine della pellicola. Brava lei, anche in salute, mentre Nichetti al centro della scena dopo un po’ stanca.

La Finocchiaro è pagata per soddisfare le perversioni della gente, Nichetti è un doppiatore di cartoni animati che va in giro a campionare nuovi suoni; le vite dei due si uniscono ma proprio nel momento in cui Nichetti si sta per trasformare in un cartone animato. Film lento, con trovate che non fanno ridere, con la Finocchiaro quasi sempre mezza nuda neanche fosse un sex symbol, Nichetti ripetitivo e stancante. Storia con poco senso. Belli gli effetti visivi nonostante gli anni passati, ma nel contesto è tutto un po’ squallido e poco divertente.


 

dicembre 6, 2010 Pubblicato da: | Commedia | , , , | Lascia un commento

L’infermiera di notte

Nicola Pischella è un noto dentista con uno studio in una cittadina del sud della Puglia; esuberante, l’uomo ha un’amante fissa e spesso cerca l’avventura facile con qualche sua cliente particolarmente disponibile.
L’uomo ha anche moglie e figlio; mentre la prima, Lucia, è sempre sul chi vive conoscendo la vivacità del marito, il figlio Carlo sembra non aver ereditato la passione del padre per le gonnelle.
Carlo infatti dedica quasi tutto il suo tempo allo studio.

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Gloria Guida è Angela

La routine famigliare viene devastata dall’improvviso arrivo di Saverio Baghetti, zio della moglie di Nicola, che apparentemente sembra essere in fin di vita.
Nicola e Lucia lo accolgono con calore essendo l’uomo ricchissimo e sperando ovviamente in un lascito a loro favore; per vegliare sull’uomo viene anche assunta una giovane e affascinante infermiera, Angela Della Torre, che viene ben presto insidiata dagli uomini di casa.

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Sia Nicola, sempre irresistibilmente attratto dalle donne, sia l’anziano e finto moribondo Saverio infatti attentano alle virtù della spigliata ragazza, ma l’unico a goderne i favori alla fine sarà proprio Carlo che farà breccia nel cuore di Angela grazie anche alla sua riservatezza.
Intanto in casa Pischella lo zio Saverio sembra alla ricerca di qualcosa; quel qualcosa è un diamante dal valore immenso che il vero Saverio ha nascosto in un lampadario che ora è in casa dei Pischella.

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L’uomo che ha assunto l’identità dello zio Saverio è in effetti un volgare ladro, di nome Alfredo che ha appreso dal vero Saverio dell’esistenza del favoloso diamante.
Dopo varie peripezie, sarà proprio Carlo a beffare tutti e a impadronirsi del diamante, che andrà a godersi con la bella Angela.
L’infermiera di notte, film del 1979 diretto da Mariano Laurenti, autore di diversi “classici” della commedia sexy come Il vizio di famiglia, Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda, La bella Antonia, prima Monica e poi Dimonia, L’insegnante va in collegio ecc. è un film che non si discosta molto dagli altri prodotti seriali girati nel periodo di massimo fulgore del genere, che ebbe un notevole successo negli anni a cavallo tra il 1975 e il 1980.
E’ anche uno dei pochi prodotti di discreto livello della commedia sexy, ormai in fase di stanca e sopratutto in fase di ripetitività infinita.

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Se la trama non è particolarmente originale, il film si segnala quanto meno per una certa eleganza formale e per la mancanza dei soliti elementi pecorecci; ci sono i canonici nudi femminili, affidati alle bellissime interpreti del film, ovvero Gloria Guida, Paola Senatore, Annamaria Clementi, ma non sono mai volgari.
Il cast è costituito da molti dei caratteristi che fecero la fortuna del genere; si va da Lino Banfi, il solito impenitente donnaiolo anche un tantino sfigato alla professionale Francesca Romana Coluzzi, passando per Mario Carotenuto, il furfante che si introduce in casa Pischella per rubare il diamante all’immancabile Alvaro Vitali che interpreta l’allupato Peppino,braccio destro di Nicola.

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Nel cast c’è anche l’immancabile Jimmy il Fenomeno; la location è sicuramente da apprezzare, una Puglia da cartolina incluso il ristorante Grotta Palazzese di Polignano, celebre per la sua magnifica veduta sulle scogliere della ridente cittadina in provincia di Bari.

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L’infermiera di notte, un film di Mariano Laurenti. Con Gloria Guida, Leo Colonna, Alvaro Vitali, Mario Carotenuto, Paola Senatore,Lino Banfi, Francesca Romana Coluzzi, Lucio Montanaro
Commedia sexy, durata 95 min. – Italia 1979.

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L'infermiera di notte banner protagonisti

Lino Banfi    …     Nicola Pischella
Gloria Guida    …     Angela Della Torre
Alvaro Vitali    …     Peppino
Leo Colonna    …     Carlo Pischella
Mario Carotenuto    …     Zio Saverio / Alfredo
Annamaria Clementi    …     Moglie del pugile
Lucio Montanaro    …     D.J.
Ermelinda De Felice    …     Regina, la Cameriera
Vittoria Di Silverio    …     Zia di Angela
Jimmy il Fenomeno    …     Postino
Francesca Romana Coluzzi    …     Lucia moglie di Nicola
Paola Senatore    …     Zaira amante di Nicola

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Regia: Mariano Laurenti
Sceneggiatura: Mariano Laurenti, Franco Milizia
Musiche: Gianni Ferrio
Costumi: Silvio Laurenzi
Editing: Alberto Moriani

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La Guida è splendida, il film molto meno. Per arrivare a 90’ Gloria canta e balla. La storia (di Milizia e di Laurenti) è poca cosa. La “vis” del film sta tutta in un grande Lino Banfi, visto che Carotenuto ha meno spazio e meno battute. La Senatore e la Clementi si spogliano e basta. Trionfo di Pejo, J&B, Fernet Branca, Punt e Mes. Come se non bastasse, sugli scudi una discoteca di Ceglie ed un ristorante di Polignano…

Commedia sexy all’italiana di media qualità (a firmarne la regia non è Sergio Martino, ma nemmeno Michele M. Tarantini). Come sempre a tenere dèsta l’attenzione e smuovere qualche spontanea risata è l’inimitabile Banfi prima maniera (qui nei panni di “dentista” sui generìs), mentre l’occhio trae giovamento dalle perfette curve dell’acerba Gloria Guida (memorabile la scena con il termosifone e Banfi nascosto alla finestra). Resta titolo dignitoso, in grado di divertire per 90 minuti, al quale la Guida ha posto (come sugli altri) il vèto assoluto.

Bella prova di commedia erotica italiana: vivacissima, senza inutili volgarità, ideale per una serata divertente e serena. La Guida, la Senatore e la Clementi sono al top della bellezza, affiancate da un impareggiabile terzetto di caratteristi (Banfi, Carotenuto, Vitali), cui si aggiunge la simpatia della Coluzzi.

Riuscita commedia di Laurenti con la Guida a spogliarsi e la coppia Banfi-Vitali che provvede alla parte comica (ma non dimentichiamo il grande Mario Carotenuto). Il meccanismo funziona bene, sono poche le digressioni inutili (giusto le canzoni della bionda protagonista in discoteca), mentre il dentista perennemente “ingriféto” interpretato da Banfi resterà uno dei suoi ruoli memorabili… Lo strano intreccio da giallo che accompagna la storia principale poteva anche essere evitato, a mio avviso.

Non basta piazzare un pur volenteroso e scoppiettante Banfi come baricentro e sperare/aspettare che attorno alle sue prestazioni il film si faccia da sé. Un film è fatto anche di cura registica, di una sceneggiatura, di idee e di un ritmo capace di scandirle e sostenerle; tutte cose che a Laurenti paiono volare parecchi metri sopra la testa quando prova a dirigerne uno. Per chi è di facilissimi contentini.

Commedia sexy esemplare, per tempi comici e tecnica. Mai volgare e tenuta benissimo nonostante la semplicità dello spunto, ha un parco attori in stato di grazia, soprattutto Banfi e Carotenuto, capaci di veri pezzi di bravura, così come il regista Laurenti, che inanella disinvolto sequenze perfette, arrivando addirittura a far fare un campo-controcampo tra Banfi e Leo Colonna che parlano tra loro agli attori stessi, cambiando la loro posizione durante il dialogo. Gloria Guida non si discute, una dea, e in più canta la cultissima “La musica è”.

Commedia scollacciata infermieristica che appartiene all’ultimo periodo in cui la stessa ebbe popolarità. Banfi divertente, ma tutto sommato riprende il suo solito repertorio alla “Totò della Puglia”; in ogni caso tiene in piedi il film. Carotenuto simpatico, ma il suo personaggio appare stucchevole e fine a se stesso. Bellissima ed in doppia versione infermiera-diva della disco Anni Settanta la Guida, qui nelle ultime apparizioni nella commediaccia di serie B prima dell’imminente incontro con Dorelli e relativo avanzamento alla commedia di serie A.

Sicuramente non uno dei nostri migliori film scollacciati. Tutto il film si sorregge sulle spalle di Banfi che, pur in forma, propina i suoi soliti tic e giochi di parole, pur tuttavia senza annoiare. La Guida è meno genuina e simpatica del solito e questo stona. Carotenuto non brilla come altrove così come Vitali. La Senatore in gran forma! I siparietti musicarelli della Guida, ripeto qui spocchiosa oltre modo, suonano molto come un tentativo di allungare la minestra! Vedibile ma nulla più!

Divertente commedia sexy, forse la migliore del periodo. Diretta dall’esperto Laurenti con mano felice, si avvale di un copione leggero ma abile nell’evitare i cliche del genere, con battute e situazioni azzeccate e un cast particolarmente affiatato. Banfi e Vitali sono in grande spolvero, Carotenuto è immenso come sempre, la Coluzzi esilarante, la Guida splendida come non mai. Grande apparizione del mitico Jimmy Il Fenomeno.

Gente che scappa dagli armadi e da sotto ai letti, quindi ancora una inutile storiella d’amore tra la bellissima Guida all’apice del successo (anche se sensualmente vale di piu la sempre nuda Clementi) e il giovane sfigato di turno come contorno a gag spesso efficaci e comunque con meno volgarità del solito; non molti caratteristi minori (si segnalano graziosi Jimmy Fenomeno e Lucio Montanaro) ma ancora è Lino Banfi il motore umoristico, ciò per cui il film vale la pena d’esser visto; Vitali incassa schiaffi da far concorrenza a Bombolo…

Tre lampi: Carotenuto a letto che tenta di sedurre la bellissima Guida, Banfi che anela alla medesima cosa, Origene Soffrano alias Jimmy il fenomeno che fa il postino alquanto ottusetto. Ecco in estrema sintesi la pellicola, condita di erotismo raffinato, beandosi della grazia ed eleganza di una sensuale Gloria Guida e della vis comica di un “zio” Lino sempre in forma (non fisica!) perfetta. Da vedere assolutamente.

Paninazzo iperfarcito:c’è un intrigo truffaldino, un flirt tra ragazzi, una gara di ballo, un’esibizione canora della Guida, un’amante trascurata che cornifica Banfi con Vitali, la moglie del pugile che vuole cornificare il marito col figlio di Banfi… Ma soprattutto c’è Banfi, e le scene cult sono poi solo tre: Banfi e il portalettere, Banfi e il trucchetto della stufa, Banfi che tenta di sedurre Vitali che si è travestito da Guida. Carotenuto è un po’ sacrificato. Molto divertente, nell’insieme.

Esagererò evidentemente, ma lo trovo uno dei più alti esempi di commedia sexy e sicuramente la miglior commedia di Laurenti (o quasi). Pochi i motivi ma importanti: si ride a crepapelle (al contrario delle altre commedie dove più che altro si SORRIDE), Banfi (che tira in ballo Santi e Madonne in ogni occasione) ci dà una delle sue performances più memorabili, l’uso dell’erotismo è sublime e la Guida ci regala una delle sue prove d’attrice migliori. Il resto del cast segue senza brillare (ma Carotenuto è sempre bravo). Donne bellissime. Da vedere!

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novembre 29, 2010 Pubblicato da: | Commedia, Erotico | , , , , , , , | 1 commento

Fra’ Tazio da Velletri

Fra Tazio da Velletri locandina

Fra Tazio da Velletri, un umile e bonaccione frate, ha fama di essere un sant’uomo e un buon guaritore, grazie alla sua conoscenza di erbe medicinali.
Decide quindi di recarsi a casa del  gonfaloniere di giustizia di Firenze Lapo per fare il cappellano di famiglia e per portare al servizio dello stesso le sue arti mediche.

Fra Tazio da Velletri 2

Ma non ha fatto i conti con Messer Nuccio de’ Tornabuoni, un tipo allegro sempre a caccia di sottane; Nuccio è invaghito, da tempo, della bella Lisa, moglie del gonfaloniere, ma tenta inutilmente di conquistarla.
L’occasione gli si presenta quando apprende che Lapo ha preso per buone le giustificazioni di sua moglie in merito ad una presunta possessione: sapendo che Fra Tazio deve recarsi a casa del gonfalone, si arma di un saio e si sostituisce all’ignaro Fra Tazio.
Riesce a sedurre l’ambita Lisa, ma esagera tentando di conquistare Gigliola, sorella di Lapo.

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Da questo momento iniziano le peripezie di Nuccio, costretto a fuggire inseguito da due “killer” abbastanza pasticcioni allettati dalla taglia di 500 fiorini messa da Lapo sulla testa di Nuccio, mentre il povero Fra Tazio vede salire a dismisura la sua fama, non certo come guaritore, ma come conquistatore di donne.
Nuccio dal canto suo continua a far strage di cuori ( e di corpi), continuando a spacciarsi per il povero frate.
Alla fine, dopo una serie di buffe avventure, i due si ritroveranno proprio a casa di Lapo, dalla quale fuggiranno; Tazio lascerà l’abito talare per fare il contadino, Nuccio assumerà l’identità del frate indossandone il saio per continuare la sua errabonda vita da seduttore.

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Margaret Rose Keil è Ginevra

Fra Tazio da Velletri, diretto da Romano Gastaldi su soggetto di Leo Chiosso e Gustavo Palazio, è un decamerotico tutto sommato ben riuscito, nonostante il cast quasi anonimo e i pochi mezzi a disposizione.
Per una volta la labilità della trama lascia spazio a un racconto privo delle solite volgarità e dei nudi gratuiti caratteristica principale dei prodotti della fortunata serie dei decamerotici.

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A sinistra, Christa Linder è Lisa

Le gag sono abbastanza divertenti :” Vade retro, Satana” “De retro? Mah, va bene lo tesso“così come c’è spazio per un incontro tra Nuccio e Dante Alighieri, anch’esso in fuga per ben altri motivi.Il film scivola via con buona lena, aiutato principalmente dalla simpatia dei due attori che si dividono la scena, il vero Fra Tazio interpretato da Remo Capitani e lo spassoso Glauco Onorato che interpreta il rivale Nuccio.

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Certo, le gag sono quelle tipiche di questo fortunato filone, ma sono decisamente meno volgari della maggior parte dei prodotti simili: le due attrici che interpretano le belle Lisa e Ginevra, rispettivamente la tedesca Christa Linder e Margaret Rose Keil sono come al solito un bel vedere, anche se in questo caso si spogliano davvero poco.
Un film che gioca le sue carte sulla misura: la regia doveva essere affidata ad Aristide Massaccesi, ma il regista piantò in asso il tutto e così Gastaldi potè portarlo a compimento.

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Come già detto, un prodotto un tantino superiore alla media, con qualche trovata ben riuscita e con qualche risata che sorge spontanea sopratutto grazie all’espediente della sostituzione di persona.
Nel film c’è anche un piccolo spazio per Luciana Turina, la cantante che in questo caso utilizza un accento pugliese assolutamente irresistibile.
Da rivalutare.Il film è disponibile su You tube all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=YsOiryjFUuY in una versione più che discreta.

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Fra’ Tazio da Velletri, un film di Romano Gastaldi (Romano Scandariato). Con Glauco Onorato, Remo Capitani, Margaret Rose Keil, Linda Sini, Dada Gallotti, Christa Linder, Luciana Turina, Claudia Bianchi
Comico, durata 92 min. – Italia 1974.

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Fra Tazio da Velletri banner personaggi

Remo Capitani – Fra’ Tazio da Velletri
Glauco Onorato – Nuccio de’ Tornabuoni
Christa Linder – Madonna Lisa
Margaret Rose Keil – Ginevra
Edmondo Tieghi – Lapo De’ Pazzi
Linda Sini – Cosima De’ Pazzi
Luciana Turina – La locandiera
Dada Gallotti -Cinzia
Eva Maria Gabriel – Ragazza nella stalla
Claudia Bianchi – Gigliola
Pietro Ceccarelli – Galliano

Fra Tazio da Velletri banner cast

 

Regia     Romano Gastaldi/Romano Scandariato – Joe D’Amato (non accreditato)
Soggetto     Leo Chiosso, Gustavo Palazio
Sceneggiatura     Leo Chiosso, Gustavo Palazio
Produttore     Oscar Santaniello – Taro Film
Fotografia     Remo Grisanti
Montaggio     Adriano Tagliavia
Musiche     Carlo Savina
Scenografia     Osanna Guardini
Costumi     Osanna Guardini

Decamerotico scritto da Chiosso e Palazio di livello niente male per quasi un’ora, segnalandosi così fra i meno peggio nel genere. Merito di una sceneggiatura talora frizzante, con alcuni tocchi addirittura eleganti (notevole l’incontro fra il finto Tazio e l’Alighieri), capace di allusioni lessicali divertenti, neppure troppo volgari. Brodo molto allungato, quasi tedioso, nell’ultimo terzo. Tolti Onorato e la veterana Sini (che mostra le poppe), la recitazione degli attori più presenti è molto mediocre. Location tipiche per il genere (Gubbio, assurdamente spacciata per Firenze) e per la decade (cascate del Treja).

Decamerotico uscito nella fase terminale del genere, che risente del cambio di regia: iniziato da Massaccesi venne portato a compimento da Scandariato (già seconda unità per Sollazzevoli Storie…) a causa di insorti contrasti con la produzione. Glauco Onorato (celebre per lo spot delle pagine gialle e voce frequente di buon doppiatore) riveste i panni dello squinternato cacciatore Nuccio Tornaquinci, che si appropria dell’identità di Fra’ Tazio per meglio adagiarsi (causa possessione) tra le braccia della bella (maritata) Monna Lisa (C. Linder).

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novembre 16, 2010 Pubblicato da: | Commedia | , , , , | Lascia un commento