Brogliaccio d’amore
Un momento che sembra all’improvviso spazzare via certezze e punti fermi, una vita tranquilla e probabilmente monotona, senza acuti.
E’ quello che sta vivendo l’ingegner Giacomo, un maturo uomo senza legami, abituato alla routine di una vita da scapolo in cui si muovono delle figure senza però incidere nel presente.
Stanco di tutto questo, Giacomo decide di dare un taglio netto al passato recidendo i legami con il quotidiano fatto di lavoro, amici e di donne; una roulotte, una penna e un diario è in effetti quello che gli serve e caricata un po di roba ecco che inizia l’avventura di Giacomo.
Ha deciso di scrivere, di raccontare se stesso e la sua vita e per farlo si stacca da tutto e si dirige verso il sud.
Ma ha anche bisogno di capirsi e per farlo ha bisogno di qualcuno che lo stia a sentire, che possa in qualche modo essere uno specchio vivente che ascolti e possibilmente non giudichi.

Questo specchio si incarna in Roberta, una donna con un passato da prostituta e ora diventata una escort al servizio di uomini maturi in crisi di identità come Giacomo.
Il viaggio verso sud diventa rivelatore e si mostra sotto una luce diversa da quanto preventivato dall’uomo;Roberta è una donna complessa, intelligente e sensibile e ben presto è l’amore a far capolino.
Lui si innamora di lei, lei si innamora di lui.
Nel frattempo il suo diario cresce in dimensioni e un giorno Giacomo decide di leggere a Roberta quello che ha scritto; con la sensibilità di un elefante Giacomo ha però espresso giudizi sprezzanti sulla donna e Roberta, ferita da tanto egoismo e supponenza lo lascia a meditare sui suoi errori.
Brogliaccio d’amore è un film del 1976 ormai completamente dimenticato e non senza ragione; ampolloso, verboso e caratterizzato principalmente da un andamento lento come una lumaca, il film diretto da Decio Silla che trasporta sullo schermo una sceneggiatura in cui lo stesso Silla ha messo mani con l’aiuto di altri quattro collaboratori (Gilberto Squizzato, Luisa Montagnana, Tullio Nemi Cheli) è un prodotto ben recitato ma nulla più.
La storia trita del maturo borghese in crisi è uno degli espedienti più usati del cinema anni 70 e questo film nulla aggiunge ai tanti ritratti di uomini al bivio che sono stati disegnati in quel periodo.

Come generalmente avviene in prodotti dalle tematiche simili, Silla cerca di intellettualizzare la storia, finendo per rendere il film pesante e indigesto, mitigato da un finale amaro che quanto meno ci risparmia il lieto fine.
Il regista di Tortona, qui alla sua prima e ultima opera cinematografica non lascia alcun segno, nonostante abbia avuto per le mani, in quest’opera, due attori bravissimi e espressivi come Enrico Maria Salerno e Senta Berger.
Che nonostante la fragilità del soggetto ce la mettono tutta, ammortizzando l’effetto noia che deriva dalla verbosità eccessiva dei dialoghi, dalla mancanza di movimento di cui il film soffre e dalla prevedibilità di quanto scorre sullo schermo.
La coppia Salerno-Berger funziona, indubbiamente, quello che non funziona è l’atmosfera da road movie autobiografico che non solo non ha fascino, ma che diventa con il passare dei minuti una palude di noia e di già visto, il tutto condito da musiche assolutamente inadeguate e da conversazioni che stimolano (più che un eventuale dialogo post film) una bella dormita sul divano, rimpiangendo il tempo passato a guardare un’opera francamente barbosa oltre il limite consentito.

Motivo per il quale il film non ebbe nessun successo e sparì letteralmente dallo schermo per essere riesumato raramente da qualche tv in cerca di tappi per riempire la programmazione notturna.
Film da dimenticare, quindi, a meno che non si voglia assistere ad una prova maiuscola di recitazione, fornita da due grandi interpreti come Enrico Maria salerno e Senta Berger.
Troppo poco però per valere una visione.
Film praticamente introvabile in rete; esiste però una versione decente sul mulo, con una buona qualità audio video.
Brogliaccio d’amore
Un film di Decio Silla. Con Enrico Maria Salerno, Senta Berger, Paolo Carlini, Marisa Valenti, Lorenzo Fineschi Drammatico, durata 94 min. – Italia 1976.
Enrico Maria Salerno … Giacomo
Senta Berger … Roberta
Paolo Carlini … Pierino
Marisa Valenti … Patrizia
Regia: Decio Silla
Sceneggiatura:Gilberto Squizzato, Luisa Montagnana, Tullio Nemi Cheli, Decio Silla
Musiche:Giuseppe Cremante
Fotografia:Lamberto Caimi
Montaggio:Enzo Monachesi
Art Direction : Mimmo Scavia
Costume Design :Lia Francesca Morandini
L’opinione di Il gobbo dal sito http://www.davinotti.com
Esiziale quanto misconosciuto detrito del filone sentimental-borghese, con dialoghi di inenarrabile ampollosità recitati (non senza convinzione, va ammesso) da un Salerno sdrucito in cerca di sè stesso (il guaio è che si trova) e una Senta Berger (laudata semper) improbabilissima ex-mignotta, fra musiche terrificanti (che vanno da “Marina” a una pantomima di “Europa”) e preoccupantissime mises del buon Enrico Maria. Fantastica, fra le varie amenità, la scena coi tossici moribondi raccattati sul ciglio della strada.
L’opinione di Markus dal sito http://www.davinotti.com
Il film è palloso e non ha ritmo (cosa più grave), con la presenza di ottimi attori che risollevano la pellicola. Il film si fa fatica a seguire, sostanzialmente perché è un guazzabuglio di conversazioni lunghe ed estenuanti, che oserei definire “parapsicologiche” nel senso barboso del termine. Ottima la musica di Giovanni Cremante, in cui spicca il pezzo funky che accompagna la Berger nella scena del mercato. Una pellicola rara.
L’opinione del sito http://www.gentedirispetto.com
Ho visto questo film di genere sentimentale-psicologico.
A mio avviso, il film resta in piedi grazie alla bravura del grande Salerno e alla bellezza della Berger.
La storia risulta piuttosto ingarbugliata e difficilmente credibile ed un po’ di ritmo in piu’, non avrebbe guastato: infatti nell’insieme risulta piuttosto noioso, forse per questo, al cinema nel 1976, passò quasi inosservato.
Il vestito (The dress)
Se dovessi attribuire un ipotetico premio al film più bizzarro, enigmatico e surreale che abbia visto nella mia vita, Il vestito, opera del 1996 del regista olandese Alex van Warmerdam si disputerebbe sicuramente la volata finale.
De Jurk,titolo originale della pellicola, tradotta fedelmente in inglese come The dress e altrettanto fedelmente nella versione italiana in Il vestito è una di quelle opere che non solo sconcerta, ma ti porta a fare elucubrazioni più o meno serie sul senso di quello che si è visto; e quello che capita nel film ha allo stesso tempo fascino e mistero, che permeano la pellicola intrisa di uno humor nerissimo e spesso intraducibile con la parola.
Un humor che ha del fantastico e al tempo stesso dello estraneante, una visione che solo il termine surreale può rendere appieno.

Guardare Il vestito significa immergersi in un mondo spiazzante, quasi fiabesco eppure a tratti terribilmente reale, come una favola dall’andamento macabro che finisce lasciando irrisolti tutti i temi di partenza, ammesso poi che un tema vero esista e non sia semplicemente un pretesto per una visione quasi in slide di una serie di immagini caotiche, unite però da un disegno che nel corso della pellicola appare quasi chiaro.
Quasi.
Perchè il sospetto, dopo la visione del film, è che tutto sia più un gioco che un discorso logico o meno sulla casualità delle cose; il che comunque è del tutto riduttivo, alla fine, perchè il film sembra sfuggire a qualsiasi analisi logica, tendendo conto sopratutto del suo andamento schizofrenico.

Come si evince dal titolo, il protagonista è un vestito; un capo d’abbigliamento brutto e kitsch, se vogliamo con quella sua colorazione assurda, con quelle foglie stampate casualmente su tutta la sua lunghezza, un abito che insomma una donna italiana non metterebbe mai addosso nemmeno in casa e nemmeno in caso d’emergenza.
Viceversa nel film l’orribile vestito sembra dotato quasi di una sua volontà o quantomeno sembra scatenare, in chiunque ne abbia contatto, una qualche forma di follia.

L’inizio del film ci mostra l’origine del vestito stesso; Cremer, disegnatore per un produttore di tessuti, ritenuto dal suo direttore troppo avveniristico nelle sue opere, crea una fantasia particolare, ovvero un tessuto stampato in un orribile color azzurro con delle foglie marroni disegnate alla rinfusa.
Sembrerebbe una provocazione ed invece ecco quello che non ti aspetti.
Al direttore la fantasia piace e se ne decide l’utilizzo in larga scala.
Fin qua sembra tutto regolare ma ecco iniziare le stranezze; il designer dell’azienda caccia di casa la compagna che lo ha sorpreso con una gigantesca scrofa in casa e deve allontanarsi nuda dalla casa stessa mentre è insultata dall’uomo sotto lo sguardo di un terrorizzato postino che assiste di nascosto alla scena.
Intanto il vestito viene consegnato alle varie boutique e su una di queste, che espone il vestito in vetrina,capita lo sguardo di una casalinga che lo compra e lo porta a casa.Il tempo di indossarlo ed ecco che dei rapinatori entrano in casa della donna.

Inizia così una sequenza folle di avvenimenti, perchè il vestito, steso dal marito della casalinga ad asciugare, finisce per volare via ed atterrare vicino al capanno di un giardiniere, che lo porta dalla domestica della casa in cui lavora.
La domestica lo indossa e poichè il suo compagno è un’artista, ecco che viene immortalata in un quadro dallo stesso;da qui in poi la storia diventa frenetica, mostrando i passaggi del vestito e le vicissitudini, tutte negative, che vivranno le persone che entreranno in contatto con l’abito.
In una sarabanda di situazioni paradossali, vedremo la compagna dell’artista trovarsi un uomo nel letto, che la convincerà ad avere una relazione con lui; dalla donna, che subirà in seguito attenzioni non desiderate da parte del conducente di un autobus finirà, dopo essere passato per una lavanderia addosso ad una ragazza e poi…
Dotato quasi di una volontà propria, il malefico capo d’abbigliamento sconvolgerà le vite di coloro che lo indossano, segnandone in qualche modo la vita almeno nel momento del contatto.

Come dicevo all’inizio, è pressochè impossibile ( ed anche inutile) cercare di capire le vere motivazioni che spingono Alex van Warmerdam a mettere in piedi un film in cui anche i dialoghi appaiono slegati dalle situazioni; il paradosso, l’estremo sono sempre dietro l’angolo e il vestito, che sembra influenzare così negativamente le vite di coloro che ne subiscono l’influsso nefasto finisce per assomigliare ad un destino implacabile che decide di attraversare le vite dei protagonisti.
Il simbolo diventa quindi intelleggibile,di impossibile decifrazione anche se non privo di un lugubre fascino.
Il punto di collegamento è semplicemente la sequela di sventure che colpisce chiunque indossi o semplicemente brami l’orrido capo.

Ironia e tenerezza, sarcasmo e malinconia, il regista olandese non fa mancare nulla, anche se alla fine il quadro d’assieme appare un po incoerente e spezzettato.Tuttavia la pellicola ha un fascino sottile, ed il vero peccato è che non esista in rete una sua versione in italiano.
E’ possibile invece visionare la pellicola in lingua originale e con sottotitoli in inglese; può valerne la pena a patto di seguire i dialoghi e le scene come tanti quadri d’assieme a tratti incoerenti, sicuramente spesso incomprensibili ma dal fascino davvero sottile.
http://viooz.co/movies/21214-the-dress-de-jurk-1996.html
Il vestito
Un film di Alex Van Warmerdam. Con Henri Garcin, Khaldoun Elmecky, Frans Vorstman, Ingeborg Elzevier, Margo Dames,Peter Blok, Jacob Derwig, Rudolf Lucieer, Maike Meijer Titolo originale De Jurk. Commedia, durata 98′ min. – Paesi Bassi 1996.
Henri Garcin: Van Tilt
Ariane Schluter: Johanna
Alex van Warmerdam: De Smet
Ricky Koole: Chantalle
Regia Alex van Warmerdam
Sceneggiatura Alex van Warmerdam
Fotografia Marc Felperlaan
Montaggio René Wiegmans
Musiche Vincent van Warmerdam
Scenografia Jorrit Korstenhof
L’opinione di viagem dal sito http://www.filmscoop.it
Non un film, un gioco!
Una sceneggiatura assurda e una comicità perversa tra abusi, coincidenze e sfortune. Esemplare la scena dell’enorme scrofa che esce dalla casa per un tentativo andato a male di “sesso alternativo”. Raccapricciante la colonna sonora: i tocchi di contrabbasso segnalano l’arrivo di un’imminente violenza o abuso.
In tutto questo un vestito che non finisce di portar rogna a chi ne viene in contatto, non da ultimo a chi lo ritrae, passando di mano in mano in un’amena cittadina di provincia olandese.
Memorabile!
L’opinione di supadany dal sito http://www.filmtv.it
Un film completamente rimosso (non mi capita quasi mai di non trovare nemmeno un opinione per un film di circa quindici anni fa, soprattutto se di origine “festivaliera”) che, con un fare prevalentemente scanzonato (almeno inizialmente), fotografa un mondo senza apparenti speranze.
L’oggetto del contendere è un colorato vestito (peraltro tutt’altro che bello da vedere), complicato fin dalla sua gestazione, scaturita da una semplice copia e da successivi litigi vari tra l’”ideatore” e l’impresario che lo deve produrre.
Va da sé che porterà rogne senza fine per tutti i suoi sfortunati possessori.
Le caratteristiche più interessanti del film sono il tono sarcastico, che il regista adopera per raccontare questa storia di (macabra) fantasia (o semplicemente triste realtà?), e gli incroci che i vari passaggi di proprietà causeranno.
Infatti tutte le persone che ne entreranno in possesso saranno destinate ad incontrare i medesimi personaggi sul loro tragitto e a dover affrontare guai di diversa natura.
Storia anomala (anche poco omogenea che vira in corso d’opera), una scheggia impazzita, il vestito non manca mai, ma poi i veri protagonisti sono altri.
Personaggi alla deriva esistenziale, senza un reale sbocco alla loro esistenza.
Se vi capita (non saprei come, l’ho rivisto in un vhs da far incrociare gli occhi, non esiste in dvd, ed in tv non so se sia mai passato e tanto meno se passerà, ma un modo prima o poi capita, se non è già capitato), guardatelo e fate i vostri conti.
Per me è talmente coraggioso e visionario nella sua essenza, da farsi perdonare più di un passaggio farraginoso.
L’opinione di Daniela dal sito http://www.davinotti.com
Il disegno di un tessuto per abiti (foglie su fondo blu), usato per fabbricare un vestito estivo, ha uno strano potere: affascina gli uomini e li spinge a possedere le donne che indossano di volta in volta l’abito, riadattato in varie foggie, che si tratti delle mogli o di perfette sconosciute, indipendentemente all’età e dall’avvenenza di ciascuna. Un carosello di personaggi ora caustico ora lieve, attraversato da un vento di follia, per un film olandese bizzarro, difficilmente catalogabile, interessante anche se non del tutto riuscito.
Giallo napoletano
Un intrigo complicatissimo che vede un professore d’orchestra famosissimo, una registrazione compromettente che potrebbe rovinarlo, la sua bella moglie di colore e poi 3 vittime, un mucchio di milioni, una splendida infermiera e infine un insegnante di mandolino classico e un padre spendaccione e giocatore d’azzardo.
Sono gli elementi con cui gioca Sergio Corbucci nel 1979 con questo suo Giallo napoletano, coinvolgendo in questa divertente e gustosa commedia un cast assolutamente all star, con la presenza contemporanea di attori del calibro di Marcello Mastroianni, Ornella Muti, Renato Pozzetto, Michel Piccoli, Zeudi Araya, Capucine , Peppino De Filippo, Elena Fiore, Peppe Barra in una sarabanda di colpi di scena, omicidi, tradimenti amore ed altro.
Il protagonista principale è Raffaele Capece, insegnante di mandolino che si è dovuto ridurre a suonare nei ristoranti per colpa del padre, che gioca a tutto quello che c’è da giocare perdendo sistematicamente i soldi che il figlio racimola faticosamente.
Raffaele, con i capelli perennemente arruffati ha anche un problema fisico, un piede zoppo che lo costringe da piccolo ad un’andatura claudicante.

Eppure, nonostante questo, l’uomo riuscirà ad avere due avventure galanti con le due più belle protagoniste del film, la bella infermiera Lucia e la splendida moglie del direttore d’orchestra Victor Navarro, ovvero Elizabeth.
La storia comincia con una serenata che Raffaele è costretto a fare sotto il balcone di un hotel, per saldare uno dei debiti contratti dal padre; durante questa serenata Raffaele assiste ad un omicidio e da quel momento verrà coinvolto in una girandola di situazioni a tratti surreali a tratti pericolose, nel corso delle quali sfiorerà la morte.
Con l’aiuto di Lucia Raffaele arriverà a districare la matassa, non prima di aver visto morire alcune persone, fra le quali anche un usuraio che lo taglieggiava.
E alla fine la sua arguzia lo porterà, involontariamente, a diventare milionario.
Giallo napoletano è una commedia classica, con qualche elemento thriller ma principalmente comica; per certi versi ricorda il fortunato La donna della domenica, che lo stesso Mastroianni aveva interpretato nel 1975 con la regia di Luigi Comencini

Una commedia a tratti surreale, pervasa da una comicità fine e amena, merito sopratutto della spiccata simpatia che i personaggi di Raffaele e Natale Capece suscitano nello spettatore;il primo, interpretato da un Mastroianni semplicemente perfetto, è un napoletano all’apparenza ingenuo e complessato ma che in realtà ha una forza d’animo e una presenza di spirito invidiabile.Il secondo è un furfante, ma di quelli simpatici; un uomo che vive praticamente alle spalle del figlio sperperando i soldi che costui guadagna al lotto o con altri giochi.L’interpretazione di Luigi De Filippo del personaggio di Natale Capece è una delle cose più divertenti del film.Il grande attore napoletano è qui alla sua ultima interpretazione cinematografica; purtroppo si sarebbe spento l’anno successivo all’età di 77 anni.
Punti di forza del film, oltre alla buona dose di comicità una volta tanto non volgare, è la presenza di attori finalmente degni del loro lavoro.
Bella, misteriosa ed intrigante è Ornella Muti, la Lucia che si rivelerà meno attaccata a Raffaele e molto più al denaro e che invece verrà clamorosamente beffata alla fine.

Poi da segnalare la buona prova di Pozzetto, il classico settentrionale trasportato al sud che tratteggia da par suo, il bravo e misterioso Michel Piccoli che interpreta il musicista Navarro, una bellissima e sempre seducente Zeudi Araya nei panni della moglie di Navarro e ancora Capucine ecc.
Un film accolto tiepidamente da parte del pubblico e ancor più tiepidamente da buona parte della critica, incapace di vedere del buono in una commedia che non ha pretese particolari se non quella di svagare lo spettatore.
E poichè ci riesce bene alla fine quello che conta è raggiunto.
Il film è disponibile in una versione pressochè perfetta all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=M7Vu73XaiMM
Giallo napoletano
Un film di Sergio Corbucci. Con Peppino De Filippo, Renato Pozzetto, Michel Piccoli, Marcello Mastroianni, Ornella Muti, Capucine, Zeudi Araya, Mimmo Poli, Carlo Taranto, Ennio Antonelli, Pietro Ceccarelli, Gianfranco Barra, Elena Fiore, Franco Javarone, Angelo Pellegrino, Tomas Arana Giallo, durata 111′ min. – Italia 1979
Marcello Mastroianni: Raffaele Capece
Peppino De Filippo: Natale Capece
Ornella Muti: Lucia
Renato Pozzetto: Commissario Voghera
Zeudi Araya: Elizabeth
Michel Piccoli: Victor Navarro
Capucine: suor Angela
Tomas Arana: Walter Navarro
Elena Fiore: donna Filomena
Franco Javarone: Gregorio Sella
Natale Tulli: Albino
Peppe Barra: Giardino
Gennarino Palumbo: suonatore ambulante
Franca Scagnetti: donna all’ospedale
Regia Sergio Corbucci
Soggetto Sergio Corbucci
Sceneggiatura Sabatino Ciuffini, Giuseppe Catalano, Elvio Porta
Produttore Achille Manzotti
Fotografia Luigi Kuveiller
Montaggio Amedeo Salfa
Musiche Riz Ortolani
Scenografia Marco Dentici
L’opinione di zombi dal sito http://www.filmtv.it
Corbucci sui titoli di testa ci dice le sue intenzioni col fermo immagini sulle immagini di hitchcock e totò. fare un giallo che insieme ai brividi di paura alterni siparietti comici. per quanto mi riguarda l’intento è riuscito e giallo napoletano è ormai un classico della cinematografia popolare italiana. io poi ci sono particolarmente attaccato, in quanto era uno dei miei preferiti in gioventù, che non vedevo da tempo tra l’altro. ma non penso che la riuscita del film di corbucci sia da attribuire esclusivamente “al cast chilometrico”. innanzitutto è interessante la scelta e la decisione del regista di affondare le origini del mistero nel non lontanissimo passato del paese. un mistero che si dipana piano piano fino al finale debitore di un ben più nobile parente invero, ma che lo omaggia amichevolmente senza la sensazione di plagio decidendo di far emergere un omicidio che si pensava e credava sepolto nel passato. un passato che ha deciso di riemergere grazie ad un cattivo rapporto genitoriale, incitato dalla vendetta più che trentennale nato da un amore e un affetto tradito. quindi non solo l’avidità di una progenie corrotta nel corpo, ma un senso di vendetta corrotta anch’esso ma nello spirito, dalla mancanza di giustizia. poi naturalmente come non citare il cast, veramente stellare. dal protagonista indimenticabile di marcello mastroianni, assolutamente a suo agio nei panni del maestro di mandolino raffaele capece, ad un’ornella muti che si è doppiata da sè con accento partenopeo e che ci regala uno stacco di coscia tra i più belli nel mondo di celluloide. dal gregorio sella di franco javarone al caratterista che interpreta l’inquietante ‘a bbestia. musica di riz ortolani che ha saputo creare un pezzo(quello del ricatto) che inquieta e fa malinconia allo stesso momento. per me un pezzo importante del nostro cinema.
L’opinione del sito http://www.ilmiovizioèunastanzachiusa.wordpress.com
(…) Simpatica e riuscita commistione tra il giallo e la commedia ottimamente diretta da Sergio Corbucci che, un anno dopo “La mazzetta”, torna nuovamente a girare un suo film a Napoli. Il cast è assolutamente strepitoso, a partire da un ottimo Marcello Mastroianni (che si esprime in un dialetto napoletano più che credibile) al quale si affiancano stelle di prima grandezza quali la bellissima Zeudy Araya, Michel Piccoli e Ornella Muti. Abbiamo inoltre un brillante Renato Pozzetto nei panni del commissario e il grande Peppino De Filippo, qui alla sua ultima interpretazione (morirà l’anno dopo), più un nutrito stuolo di facce napoletane assolutamente meravigliose (citiamo per tutti il criminale Franco Javarone e il sessualmente ambiguo biscazziere Peppe Barra). In questo film vediamo una Napoli diversa, una Napoli stranamente poco solare e molto cupa che fa da sfondo ad una storia intricatissima fatta di ricatti e omicidi; d’altronde Corbucci stesso ci introduce al racconto mostrando, nei titoli di testa, un cartellone sul quale campeggiano affiancati i volti di Alfred Hitchcock e di Totò, quasi a simboleggiare le due anime e le due facce della medaglia della città stessa. Perfino il mandolino, visto solitamente come simbolo culturale e di allegria, diventa invece veicolo di morte in una girandola di colpi di scena (forse nel finale anche troppi).(…)
L’opinione di motorship dal sito http://www.davinotti.com
Godibile commedia intrisa di giallo, diretta con energia e maestria da Sergio Corbucci. Stellare il cast: si va da un Mastroianni in formissima e bravissimo (come sempre) passando per un superbo Piccoli e un surreale, divertente Renato Pozzetto fino alle splendide Ornella Muti e Zeudy Araya (quest’ultima più convincente della Muti quanto a recitazione). Tanti caratteristi, tra cui la Scagnetti e Iavarone e ultima apparizione dell’immenso Peppino De Filippo. Assolutamente da non perdere.
Shirley Valentine – La mia seconda vita
Liverpool, Inghilterra.
Shirley Valentine Bradshaw, quarantaduenne sposata con Joe e con due figli consuma le sue giornate in un monotono andirivieni tra le faccende domestiche e l’amica del cuore Jane.
Una vita piatta, quella di Shirley, in cui tutto quello che fa non è apprezzato da nessuno:la donna non è nemmeno ascoltata in famiglia e spesso si ritrova a fare dei desolanti monologhi con se stessa.
Quando Jane vince un viaggio per due in Grecia, nella stupenda isola di Mykonos, Shirley chiede all’amica di poterla accompagnare nel viaggio.
Le due donne arrivano così in Grecia, ma a sorpresa Shirley lascia da sola l’amica per conoscere ed esplorare l’isola.
E’ il primo momento in cui la donna, finalmente sola, si libera dalle responsabilità della famiglia e dagli obblighi monotoni della routine quotidiana;
Shirley apprezza sia la selvaggia bellezza dell’isola sia il comportamento riservato e rispettoso della gente che la abita e non esita a litigare con una coppia inglese che ne denigra invece la spontaneità.
Shirley conosce Costas, un affascinante proprietario di un ristorante con il quale, dopo un giro in barca galeotto, intreccia una fugace storia d’amore.
Arriva il momento della ripartenza, ma la donna decide di restare sull’isola; si reca quindi da Costas per chiedergli un lavoro, ma trova l’uomo già alle prese con la nuova vittima da adescare.
Per Shirley la cosa non ha alcuna importanza mentre Costas, spaventato da quella che all’inizio crede sia una richiesta di relazione, si defila con evidente imbarazzo.
Ora Shirley è finalmente libera, ha trovato una nuova dimensione di se stessa e decide di non rispondere ai numerosi tentativi della famiglia di riportarla indietro.
E’ proprio da Mykonos che ripartirà la sua nuova vita e …
Shirley Valentine- La mia seconda vita è una deliziosa commedia a metà strada tra il romantico e l’introspettivo diretta da Lewis Gilbert, che riprende un soggetto teatrale di Willy Russell, di largo successo in Inghilterra.

Il regista londinese, conosciuto dal grande pubblico per aver diretto tre film della serie Agente 007 (Agente 007 – Si vive solo due volte,La spia che mi amava e Moonraker – Operazione spazio) riduce per lo schermo la piece teatrale, utilizzando per il ruolo di interprete principale del personaggio di Shirley Valentine l’attrice Pauline Collins che aveva interpretato lo stesso ruolo a teatro e che quindi aveva grande dimestichezza con il personaggio.
Ne vien fuori una commedia garbata e gradevole, giocata tutta sulla voglia di riscatto e indipendenza di Shirley, donna vicina alla mezza età confusa anonimamente nella massa delle casalinghe inglesi, quelle per la cronaca tutte casa e famiglia, spesso utilizzate dai componenti delle stesse come donne di servizio a cui dedicare poco più di uno sguardo.
Shirley all’apparenza è una donna succube del suo ruolo e dei suoi affetti; ma la vacanza in Grecia diventa per lei occasione di riscatto e permette alla sua vera personalità di emergere prepotentemente.
La sua nuova vita inizierà proprio in un’isola greca, selvaggia e lussureggiante come i nuovi desideri di libertà della donna, che infrangerà tutti i tabu degli archetipi famigliari, attraverso l’esplorazione anche della propria sessualità vincolata al legame matrimoniale, attraverso la brevissima relazione con il playboy locale, quel Costa che si rivelerà essere un uomo in fondo non diverso da suo marito.

La voglia di riscatto e di affermazione di Shirley però è così determinata che non può essere certo fermata da un inciampo casuale come un breve flirt; la donna sceglierà autonomamente una vita finalmente diversa.
Grazie alla bravura di Pauline Collins,conosciuta sopratutto in Inghilterra per la sua partecipazione a Su e giù per le scale (Upstairs, Downstairs) serie TV del 1971, il film si aggiudica il British Academy of Film and Television Arts (BAFTA) che va proprio all’attrice di Exmouth per la miglior protagonista femminile.
Lo spessore, la simpatia e la verve data al personaggio di Shirley valgono alla Collins la nomination all’Oscar del 1991 dove solo una grandissima Jessica Tandy interprete di A spasso con Daisy le sbarra la strada verso un meritato Oscar.
Il film otterrà anche la nomination per la miglior canzone ,The Girl Who Used to Be Me composta da Marvin Hamlisch, Alan e Marilyn Bergman.
Il resto del cast, essenzialmente in ombra rispetto alla protagonista principale, si muove decorosamente.
Bene Tom Conti nel ruolo dello sciupa femmine locale Costas Caldes e Alison Steadman in quello di Jane.
Pur trattandosi di una commedia deliziosa, il parere dei critici appare controverso e incline alla bocciatura verso un film che invece è gradevole e scorrevole;il solito ineffabile Morandini parla di un film “che tenta di dare l’acqua della vita alla riduzione furbesca di L. Gilbert che spalma il testo di miele.”
Secondo il New York Times “ il film rivela la debolezza della sceneggiatura di Mr. Russell come se un assistente maldestro di un mago avesse puntato il dito contro una botola segreta. La Collins porta tanta energia e calore al ruolo come sempre, ma sullo schermo la forza della sua performance è frantumata per essere tagliata in piccoli pezzi, scollegati ”
Ancora più severo il Chicago Sun-Times che definisce il film “un dramma realistico di banalità spaventosa“.
Viceversa Variety ha definito il film “irregolare ma generalmente delizioso e Pauline Collins “irresistibile” mentre con molta più aderenza alla realtà il Washington Post ha definito il film “un piccolo film insolitamente caldo, rilassato … senza stucchevole retrogusto artificialmente zuccherato”

Personalmente è l’opinione che maggiormente condivido, per una commedia tranquilla e rilassante, da vedere in una serata in cui si è in preda di un piccolo attacco di romanticismo.
Il film è praticamente introvabile, vista la scarsa diffusione che ebbe in Italia e non risulta presente in rete se non nella versione in lingua inglese, che segnalo per dover di cronaca all’indirizzo: http://youtu.be/6_IOeOtW7Qs
Shirley Valentine La mia seconda vita
Un film di Lewis Gilbert. Con Tom Conti, Pauline Collins, Bernard Hill Titolo originale Shirley Valentine. Commedia, durata 108′ min. – Gran Bretagna 1989.
Pauline Collins: Shirley Valentine-Bradshaw
Tom Conti: Costas Caldes
Julia McKenzie: Gillian
Alison Steadman: Jane
Joanna Lumley: Marjorie Majors
Regia Lewis Gilbert
Soggetto Willy Russell
Sceneggiatura Willy Russell
Fotografia Alan Hume
Montaggio Lesley Walker
Musiche Willy Russell
Scenografia John Stoll
Mizzzzica… ma che è proibitissimo
Al malcapitato spettatore di Mizzzzica… ma che è proibitissimo dopo cinque-sei minuti di proiezione sorge immediata e spontanea una domanda: ma cosa sto vedendo?
Immaginate poi di dover riassumere una trama inesistente, fatta di sketch idioti da alba del muto, con un tipo imbarazzante che si fa delle domande per strada e sbatte contro il palo di un semaforo, inquadrature del semaforo stesso e spezzoni di scene quanto meno bislacche che si susseguono alternate a scene di una sala di montaggio in cui un arrapatissimo inserviente cerca di guardare le gambe e le mutande di una assistente con tanto di tatuaggio sulla natica,che ovviamente gira per lo studio con un camice bianco, un’espressione ebete e le chiappe di fuori.
Messi assieme quindi minuti e minuti di un film scoordinato e inconcludente e una trama volatile come un gas mefitico ecco cosa resta di questo film del 1983 di Salvatore Bugnatelli, regista di poveri mezzi artistici a cui manca completamente il senso sia della misura che quello dell’originalità tanto d far sorgere spontanea la domanda sul perchè il film non abbia avuto il titolo alternativo di Mizzzzica… ma che è sta schifezza.
Difficile a questo punto cercare di riassumere,con parole logiche, un film che snocciola una sequenza di immagini senza senso girate per metà in uno studio di montaggio, dove il regista vorrebbe spiegarci cosa accade quando si vuol montare un film sexy con degli inserti porno.
Cosa che non si vede perchè il film non solo non mostra nulla, ma la getta in caciara, con inserti di una banalità assoluta che alla fine rendono il film degno di una serie sonora di pernacchie.

Unico motivo per dedicare due minuti alla pellicola è la presenza di Femi Benussi che con quest film, subito dopo il terribile Corpi nudi di Amasi Damiani, decide di chiudere una onorevole carriera iniziata con Pasolini e terminata con Bugnatelli, ovvero una discesa all’inferno degna di Dante.
L’attrice friulana appare nel film per pochi minuti nei panni di una manicure in alcune sequenze che sono esplicitamente copiate da Stangata in famiglia;del resto tra le innumerevoli pecche del film c’è anche l’aver indecorosamente copiato degli sketch, come quelli dello spogliarello ripreso con tecnica alla D’Amato et similia.
Praticamente non c’è altro da dire, visto che è assolutamente inutile parlare del cast fatto da attori peggio che dilettanti; regia dilettantesca e ignobile, tutto il resto è davvero robaccia.
Inutile cercare tracce di questo film in rete mentre è disponibile sul p2p più noto; visione assolutamente sconsigliata.
Mizzzzica… ma che è proibitissimo
di Salvatore Bugnatelli con Femi Benussi,Luciana Frazzetto,Francesco Meli,Tony Morgan,Pippo Pollaci,Zaira Zoccheddu Commedia Italia 1983
Regia Salvatore Bugnatelli
Sceneggiatura Salvatore Bugnatelli
Casa di produzione A.R. Cine International Film
Fotografia Felice De Maria
Montaggio Salvatore Bugnatelli
Musiche Roberto Anselmi
L’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com
L’intento di mostrare quel che accade nella sala di montaggio di un film in cui si insertano scene hard si risolve in poche interazioni tra il regista Bugnatelli e il pubblico che assiste; il resto del tempo è speso in una serie scombinata di sketch da commedia sexy di indescrivibile puerilità. Del tutto inutile l’arrivo di Femi Benussi (doppiata in romagnolo), che non poteva chiudere la sua proficua carriera di starlet in modo peggiore. Proibitissimo? Semmai squallidissimo!
L’opinione di Daidae dal sito http://www.davinotti.com
Sicuramente tra i film più brutti, lenti, noiosi e inutili che mi sia capitato di vedere. Ritmo catatonico, erotismo blando, comicità nulla, mediocre il cast, pessima la regia. Da vedere solo se si è fanatici di cinema e una pellicola vale l’altra.
L’opinione di Geppo dal sito http://www.davinotti.com
Una sorta di commedia erotica molto strana, decisamente inguardabile e che nemmeno diverte, dal ritmo molto lento. È un film scritto e diretto dal catanese Salvatore Bugnatelli che racconta come si gira una pellicola hard rivelando tutti i retroscena che si nascondono durante la preparazione. Poi, nella seconda parte del film, arriva Femi Benussi, ma nemmeno lei riesce ad alzare il livello generale. Tra i protagonisti Luciana Frazzetto (la ricordiamo soprattutto in Cornetti alla crema, dove interpretava una delle fidanzate di Gianni Cavina).

Beati i ricchi
Un contrabbandiere di sigarette e suo cognato vigile urbano; due personaggi del popolo, che sognano qualche lira in più e poco altro.
Geremia, il contrabbandiere, accetta più per fare un piacere ad Augusto, suo cognato, di far passare il confine italo svizzero ad un tipo misterioso che per tale “favore” sborsa un milione di lire.
Ma il tipo incappa in una squadra di finanzieri e si lascia prendere dal panico, sparando addosso ai militari; nel conflitto a fuoco che ne segue l’uomo resta ucciso.

I due cognati scoprono così che l’uomo portava con se delle borse cariche di denaro, oltre due miliardi di lire.
Ovviamente decidono di tenerselo, senza sapere che i soldi appartengono ad un gruppo di notabili, fra i quali un industriale, un banchiere e il sindaco di un paese che avevano deciso di contrabbandare in una banca svizzera il frutto di attività illecite o poco pulite.
Quasi certi che gli autori della sparizione del denaro siano proprio Geremia e Augusto, gli uomini tentano in tutti i modi di riprendersi il malloppo, ma alla fine di alterne vicende, sarà Geremia a beffare tutti…
Beati i ricchi è un film del 1972, diretto da Salvatore Samperi che passa direttamente dal cinema dell’impegno con il quale aveva esordito con pellicole come Grazie zia, Cuore di mamma e Uccidete il vitello grasso e arrostitelo alla commedia all’italiana, dopo la discreta prova fornita con la commedia leggera Un’anguilla da trecento milioni.

Per farlo sceglie una storia abbastanza lineare, sfruttando una sceneggiatura alla quale mette mano anche Aldo Lado; il risultato finale è una commedia garbata, dal ritmo discreto che riesce a strappare qualche risata anche se il tema dei vizietti del mondo borghese, dei suoi affari sporchi e di certi traffici illeciti del mondo industriale e politico potevano sicuramente essere stigmatizzati con più nerbo ed efficacia.
Samperi invece sceglie la strada più semplice, lasciando sullo sfondo la denuncia a favore della commedia, con esiti tutto sommato nemmeno disprezzabili, alla luce delle future regie del cineasta veneto, che l’anno successivo avrebbe diretto il cult Malizia.
Il film gioca le sue carte oltre che sulla storiella del malloppo del quale vengono in possesso i due cognati, sul contrasto fra le loro figure e marginalmente sullo sfondo dei tentativi dei tre notabili di recuperare il denaro perso inopinatamente.
geremia e Augusto appaiono sideralmente differenti come personalità;il primo è fondamentalmente onesto ma anche furbo, il secondo è vanaglorioso, pavido e al tempo stesso avido.

Sarà davvero un miracolo quello che compirà Geremia, nonostante i tentativi dei tre di rientrare in possesso del denaro e la stupidità di suo cognato.
Quest’ultimo, infatti, si lascerà condizionare dai tre furfanti e tenterà di beffare Geremia che a sua volta, da uomo furbo e scaltro, dopo aver messo alla prova sia Augusto sia la ragazza che ama, scoprirà che è meglio non fidarsi di nessuno e ritornerà in Svizzera con il denaro che ha saggiamente nascosto non prima di un piccolo colpo di scena finale.
Una commedia leggera, senza grosse pretese, ma alla fine gustosa; grazie anche all’ottimo cast che Samperi allestisce per il film e grazie anche alla presenza di Lino Toffolo che riesce a rendere il personaggio dello scaltro Geremia al meglio delle sue capacità.

Sempre a suo agio quando deve interpretare popolani e personaggi umili, Toffolo conquista lo spettatore con la sua enorme carica di simpatia.
Viceversa l’altro protagonista, Paolo Villaggio,non ancora diventato Fantozzi, personaggio con cui alla fine diverrà si famoso ma anche simbiotico al punto tale da essere indistinguibile dalla creatura di Salce, è decisamente su uno standard qualitativo meno apprezzabile, in virtù probabilmente dell’estrema antipatia che il personaggio di Augusto suscita.
Bene anche le tre belle protagoniste femminili del film, a cominciare da Sylvia Koscina (la moglie dell’industriale), di Olga Bisera (quella del sindaco) e di Neda Arneric, la bella Lucia amata da Geremia.
Film, in definitiva, non disprezzabile per passare un paio d’ore in totale disimpegno.
E’ possibile visionare il film, in una versione completa e molto buona qualitativamente, all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=EhCNP-I0E_E
Beati i ricchi
Un film di Salvatore Samperi. Con Paolo Villaggio, Sylva Koscina, Lino Toffolo, Enzo Robutti, Piero Vida, Eugene Walter, Gigi Ballista, Olga Bisera, Neda Arneric, Enrica Bonaccorti Commedia, durata 98′ min. – Italia 1972.
Paolo Villaggio: Augusto
Sylva Koscina: La contessa
Lino Toffolo: Geremia
Piero Vida: Il prete
Eugene Walter: Il sindaco
Enzo Robutti: Direttore di banca
Gigi Ballista: Il commendatore
Neda Arneric: La signorina Barti
Enrica Bonaccorti: Adele
Regia Salvatore Samperi
Soggetto Aldo Lado
Salvatore Samperi
Sceneggiatura Alessandro Continenza
Aldo Lado
Salvatore Samperi
Produttore Silvio Clementelli
Fotografia Claudio Cirillo
Angelo Samperi
Montaggio Franco Arcalli
Olga Pedrini
Musiche Luis Bacalov
Scenografia Luciano Spadoni
Costumi Mariolina Bono
L’opinione di Mark 70 dal sito http://www.davinotti.com
Mentre tante boiate ricevono lo status di film di culto dispiace che opere ben più godibili vengano completamente dimenticate: questo è un film che andrebbe riscoperto. Per carità, non c’è da gridare al capolavoro, ma si tratta di un film divertente, con un Villaggio che fa le prove per Fantozzi (nel film il suo personaggio effettivamente è una “merdaccia”) e un Toffolo che regge bene il suo ruolo di protagonista. La parte debole è la satira sociale, con troppi stereotipie luoghi comuni (grottesca la festa con i cattivi in camicia nera).
L’opinione di mm40 dal sito http://www.filmtv.it
Commediola senza grandi idee, basata su una storiella semplice e su personaggi abbastanza trasparenti, forti soltanto delle rispettive interpretazioni. E’ un’opera leggera e nel complesso piuttosto scontata, con qualche accenno di volgarità lieve lieve, tutte caratteristiche che aiutano a capire il momento che sta vivendo i cinema (popolare) italiano; la polemica sociale, sottilissima, sfiora appena il concetto di classe per farne più burletta che riflessione. Villaggio qui è quasi agli esordi nel cinema, ma presto il sodalizio con Salce lo porterà ai fantozziani trionfi; il ruolo principale è però quello di Toffolo, non un cattivo attore, ma sempre un po’ limitato. C’è pure una giovane Enrica Bonaccorti, provocante camerierina sexy (!). Ivano Fossati canta la canzone-tema del film.
L’opinione del sito http://www.filmxtutti.org
Due miliardi di lire in contanti finiscono nelle mani di un contrabbandiere di sigarette _ scarpe grosse e cervello fino _ e di suo cognato, vigile urbano ignobile e leccone. Il primo va in Svizzera col malloppo. Scritto con A. Lade e S. Continenza, montato da F. Arcalli. Buffonesca satira dell’avida e ipocrita borghesia di provincia contrapposta alla sana furbizia degli umili. Samperi e C. lavorano d’accetta, mescolando l’aggressività sessantottina col qualunquismo e un acre anticlericalismo di taglio veneto, esterni in Valgrande

Filmscoop è su Facebook:per richiedere l’amicizia:
https://www.facebook.com/filmscoopwordpress.paultemplar
Vi ricordo di votare per il sondaggio sulle novità da introdurre nel sito!
Una poltrona per due
Louis Winthorpe III e Billy Ray Valentine sono due persone che non hanno nulla in comune.
Il primo è bianco, lavora come agente di cambio, ha una vita brillante, è ricco e frequenta i salotti della Filadelfia bene, ha una fidanzata, una bella casa con tanto di maggiordomo; il secondo è di colore,non ha una fissa dimora e vive per strada dove chiede l’elemosina, fingendo di non avere le gambe perse, a suo dire, in guerra
In comune i due hanno solo il posto in cui le loro vite si intrecceranno, dando il via ad una esilarante e incredibile vicenda che li vedrà coinvolti entrambi con uno scambio di vite completo.
Louis,che lavora per i terribili e avarissimi fratelli Mortimer e Randolph Duke, per un puro caso crede di essere aggredito da Billy Ray;chiama i poliziotti che arrestano quest’ultimo.

Alla scena assistono i due fratelli Duke i quali iniziano una discussione sulle motivazioni che possono portare una persona a delinquere.
Mortimer è infatti convinto che esista una predisposizione genetica alla fortuna o alla tendenza alla vita ai margini della società mentre Randolph ritiene che sia la società a decidere il posto che compete ad ognuno, attraverso le esperienze fatte nell’ambiente in cui si vive.
I due,così, per verificare la bontà delle proprie convinzioni decidono di scommettere un dollaro coinvolgendo gli ignari Louis e Billy Ray.
Louis viene rovinato e vede la sua vita andare in frantumi quando a casa sua viene ritrovata della droga,opportunamente nascosta da un corrotto funzionario al soldo dei Duke; perde così la casa, la fidanzata, il lavoro e tutto quanto aveva costruito mentre Billy Ray ottiene la possibilità di inserirsi nel mondo degli affari.
Qui mostra talento e capacità di adattamento, diventando ben presto una vera celebrità, ma non solo; restituisce una grossa somma di denaro ai fratelli Duke,che per metterlo alla prova avevano finto di perdere.

I ruoli così sono ora capovolti;i due hanno cambiato posto e vita.
L’unica a soccorrere lo sventurato Louis è una candida prostituta,Ofelia, che raccoglie i cocci di quello che era il brillante broker.
Sarà durante una festa che i nodi verranno al pettine;Billy Ray ascolta una conversazione tra i fratelli Duke e capisce di essere stato oggetto di un crudele esperimento.
Rintraccia Louis, che ormai lo odia a morte convinto che l’uomo di colore sia l’artefice della sua rovina e lo convince a passare al contrattacco, costruendo una geniale beffa ai danni dei due avvoltoi della finanza.
Dopo una serie di avventure, i due con l’aiuto di Ophelie e del maggiordomo di Louis riusciranno nel loro intento, rovinando i due uomini e godendosi una meritata vacanza ai Caraibi…
Scritto da Timothy Harris Herschel Weingrod e diretto da John Landis, Trading places ovvero Una poltrona per due nella versione italiana è una commedia brillante del 1983 divenuta in brevissimo tempo un vero e proprio cult.
Grazie ai tempi serrati che Landis assegna alla storia, alla girandola di situazioni al limite del surreale o del paradossale in cui i vari protagonisti della storia vengono a trovarsi, alle esilaranti scene a cui si assiste (memorabile quella del gorilla nel treno prima e al porto poi) e sopratutto allo stato di grazia degli interpreti assistiamo ad una commedia brillante e leggera che a buon diritto può essere inserita fra le più divertenti di sempre.

Bandita la volgarità, Landis suscita il riso coinvolgendo il vero protagonista, il dapprima arrivista e cinico oltre che egoista Louis in un percorso di redenzione che gli farà cambiare vita ma non solo.
In fondo, grazie all’esperimento dei Duke,Louis riprende contatto con una vita più vera e meno frivola, oltre che trovare l’amore nella candida Ofelia, l’unica che si muove a compassione e che sarà il primo tassello della rivincita di Louis.
Memorabile anche il personaggio di Billy Ray, che passa dalle stalle alle stelle, ma che mostrerà il suo vero volto di uomo generoso che solo la vita ha messo ai margini della società fornendo a Louis l’arma per il riscatto, la favolosa beffa giocata ai danni dei Duke.
Che sono i personaggi negativi del film, che può essere definito una favola dall’happy end politicamente corretta con tanto di buoni che sconfiggono i cattivi, in un ribaltamento di ruoli che forse potrà apparire ingenuo ma che ha tutte le premesse e la conclusione proprio nell’evolversi della storia.
Che è praticamente una commedia con visibili riferimenti al cinema di Blake Edwards, ma anche originale e sopratutto irresistibile nei tempi comici.
Landis, reduce dallo straordinario successo dell’ancor più straordinario Un lupo mannaro americano a Londra (An American Werewolf in London) del 1981 e dopo l’esperimento di Coming soon, il documentario che montava i trailer di vecchi film gialli e thriller del passato, dirige una commedia beffarda, esilarante, politicamente scorretta almeno fino al finale, dai tempi praticamente sincroni come un orologio svizzero.
Il colpo di genio assoluto poi lo ha quando chiama due attori assolutamente irresistibili ad interpretare Louis e Billy Ray, ovvero Dan Aykroyd e Biilly Murphy.
Dan Aykroyd era diventato in pochissimo tempo un’autentica star; grazie allo straordinario successo di film come The Blues Brothers dello stesso John Landis (1980), di I vicini di casa (Neighbors) per la regia di John G. Avildsen (1981) e sopratutto grazie anche alla sua partecipazione allo sfortunato 1941 – Allarme a Hollywood (1941) per la regia di Steven Spielberg (1979).
Nel film si ritrova a prestare il volto ad un personaggio double face, quel Louis che compie un percorso di redenzione passando da uno pseudo paradiso ad un autentico inferno, prima di ritrovare un senso alla sua vita grazie al provvidenziale aiuto di Billy Ray.

Aykroyd, faccia da schiaffi tenera e duttile ricambia Landis con un’altra prestazione magnifica.
Cosa che del resto fa Eddie Murphy,il Billy Ray del film, ovvero il mendicante dal cuore tenero ma dal cervello formidabile che non solo dimostra come non sia l’abito a fare il monaco, ma che si può mantenere una coerenza e una purezza di sentimenti anche quando all’improvviso la tua vita cambia trasportandoti in alto.
Murphy era reduce dallo straordinario successo del personaggio interpretato nel suo film d’esordio del 1982, quel Reggie Hammond che Hill gli aveva assegnato nel bellissimo 48 ore che di colpo aveva proiettato l’attore di Brooklin nel firmamento delle stelle hollywoodiane.
Murphy ha la faccia da schiaffi, è tenero e cinico al tempo stesso, conosce a menadito i tempi della comicità e li presta completamente a Landis che così riesce ad imbastire la commedia perfetta.
Quella che fa ridere, commuovere e perchè no, anche sognare.

Non vanno dimenticati, nel cast, i personaggi di contorno che poi in realtà tali non sono, importanti nella misura in cui dterminano i tempi del film e sopratutto l’andamento della storia, ovvero una seducente Jamie Lee Curtis nel ruolo di Ofelia,due grandi dello schermo come Ralph Bellamy e Don Ameche, rispettivamente nei ruoli di Randolph e Mortimer Duke, i due squali della finanza che giocano con le vite degli altri dall’alto della loro favolosa ricchezza e che di colpo verranno sbattuti sul lastrico a meditare sui danni che la cupidigia e l’arroganza possono provocare.
Una poltrona per due è quindi una commedia perfetta; i piccoli errori, le sbavature sono assolutamente fisiologiche e non influiscono in maniera alcuna nel film per cui non è il caso di analizzarli.
Inutile dire che è un film trasmesso praticamente ogni anno, quasi sempre in concomitanza con le feste di natale.E’ comunque visibile in streaming all’indirizzo http://www.cineblog01.net/una-poltrona-per-due-1983/
Una poltrona per due
Un film di John Landis. Con Dan Aykroyd, Ralph Bellamy, Don Ameche, Eddie Murphy, James Belushi, Jamie Lee Curtis, Paul Gleason, Philip Bosco, Denholm Elliott, Alfred Drake, Kristin Holby, Bo Diddley, Giancarlo Esposito, Maurice Woods, Richard D. Fisher Jr, Jim Gallagher, Anthony DiSabatino, Bonnie Behrend, Sunnie Merrill, James Newell, Mary St. John, Bonnie Tremena, David Schwartz, Tom Degidon Titolo originale Trading Places. Commedia, durata 116′ min. – USA 1983.
Dan Aykroyd: Louis Winthorpe III
Eddie Murphy: Billy Ray Valentine
Ralph Bellamy: Randolph Duke
Don Ameche: Mortimer Duke
Denholm Elliott: Coleman
Jamie Lee Curtis: Ophelia
Paul Gleason: Clarence Beeks
Frank Oz: poliziotto corrotto
James Belushi: Harvey (l’uomo travestito da gorilla)
Bo Diddley: proprietario di un monte dei pegni
Regia John Landis
Soggetto Timothy Harris, Herschel Weingrod
Sceneggiatura Timothy Harris, Herschel Weingrod
Fotografia Robert Paynter
Montaggio Malcolm Campbell
Musiche Elmer Bernstein
Mauro Gravina: Louis Winthorpe III
Tonino Accolla: Billy Ray Valentine
Sergio Fiorentini: Randolph Duke
Carlo Reali: Mortimer Duke
Paolo Buglioni: Coleman
Simona Izzo: Ophelia
Paolo Poiret: Clarence Beeks
Renato Cortesi: Harvey
Ludovica Modugno: Penelope
Se la merda avesse un valore i poveri nascerebbero senza buco nel culo (Billy Ray Valentine)
Siamo davanti al maiale che dà del porco alla colomba. (Louis rivolto a Ray)
Randolph… come Randolpho Valentino! (Billie Ray Valentine)
Quando ero piccolo, per fare l’idromassaggio sparavo certe bombe dentro la vasca! (Billie Ray Valentine)
Pensa alla grande, sii ottimista! Non dare mai segni di debolezza, mira sempre dritto alla gola. Compra a poco e vendi a molto. La paura è un problema che non ti riguarda! (Louis Winthorpe III)
Non puoi andare in giro a gambizzare la gente con un fucile a canne mozze solo perché sei incazzato con loro. (Billy Ray Valentine)
Voglio che il mercato venga riaperto adesso, ritrascini qui dentro tutti gli agenti! Rimetta subito in funzione quelle macchine! Rimetta subito in funzione quelle macchine! (Mortimer Duke)
Tu entri avendo mezzo milione in germogli di soia e un attimo dopo i tuoi figli non hanno nemmeno le scarpe! (Louis Winthorpe III)
Voglio un avvocato! C’è un avvocato qui dentro?”. “Volete che vi rompa qualcos’altro?”. “…e tutto questo per via di un terribile orrendo negro!” (Louis Winthorpe III)


L’opinione di Supadany dal sito http://www.filmtv.it
Commedia esemplare, un cult che non perde minimamente smalto anche a distanza di anni e dopo tante visioni (rimane un must in televisione ogni volta che arriva Natale).
Un meccanismo perfetto generato da una regia che sa imprimere un ritmo vincente scandito da una valanga d’idee brillanti e da un cast che si muove con preziosa dimestichezza producendo un’alchimia tra le parti (rampolli e vecchi mestieranti) assolutamente fulminante in tutte le sue connotazioni.
I fratelli Duke (Don Ameche e Ralph Bellamy) sono due avari riccacci senza tanti scrupoli tanto da mettere sulla strada il loro rampollo Louis (Dan Aikroyd) per sostituirlo col barbone Billy Ray Valentine (Eddie Murphy) per una semplice scommessa tra i due (per giunta di un misero dollaro, d’altronde tanto son ricchi quanto avari).
L’obiettivo è vedere quanto conta l’abito, ma il perdente designato non ci sta e con l’aiuto della prostituta Ophelia (Jamie Lee Curtis), ma dopo un po’ anche dello stesso Valentine, farò di tutto per rovesciare il gioco contro i due sadici finanzieri.
Un gioco al massacro in salsa estremamente comica,servito su di un piatto d’argento da un John Landis in formissima (per chi scrive trattasi del suo capolavoro) ed apparecchiato da un cast che si muove con grande brillantezza, all’interno del quale è arduo scegliere tra gli sfavillanti giovani ed i beffardi anzianotti.
Le battute sono molteplici (cadono come pioggia battente) e spesso sono vere e proprie gemme fulminanti, tanto che si ride tantissimo e senza sosta.
In più il film si avvale, oggi come ieri di un tessuto sociale riuscito ed interessante, insomma i ricconi manipolatori di vite e destini (nel film direttamente su due uomini, ma indirettamente anche sui risparmiatori, arrivando ad oggi vi ricorda qualcosa?) hanno sempre giostrato a loro piacimento i fili della società, certo quelli di ieri non riescono, neppure con tutto l’impegno, ad assomigliare agli squali di oggi.
Insomma questa commedia è un vero e proprio gioiello di comicità sempre in bilico col demenziale, ma troppo intelligente per arrivarci completamente, sbeffeggiando anzi un mondo che se la ride sempre.
Imperdibile (anche perché è impossibile non vederlo dato che passa in televisione tutti gli anni), per una comicità con pochissimi eguali, ieri o oggi che sia.
L’opinione di chry 2403 dal sito http://www.filmscoop.it
Eccellente film che apparentemente vuole solo far riflettere sulla differenza tra un ricco ed un povero, infatti non è solo nei soldi che si possiede, ma anche dal background culturale in cui si è vissuti, ed è vero perchè chi ha avuto la fortuna di avere una vita piena di occasioni per crescere culturalmente ha molte più possibilità di avere successo.
Il film però dà un altro messaggio, meno appariscente ma altrettanto valido, ovvero mette in risalto il passaggio di consegne, proprio negli anni Ottanta in cui il film è stato girato, tra la vecchia filosofia WASP-centrica (rappresentata dai due Duke) a quella multirazza-centrica (impersonificata dai due giovani Murphy ed Aykroyd).
Da tenere in debito conto anche il messaggio economico finale, ovvero coi derivati si possono fare tanti soldi, ma ci si può anche rovinare, quindi attenzione.
Se parliamo degli attori si arriva all’apoteosi, Eddie Murphy è semplicemente perfetto, non fa una sbavatura che sia una, si cala perfettamente nella parte, semplicemente questi sono i suoi film, se li prende e ci regala interpretazioni stupefacenti.
Purtroppo Dan Aykroyd non è così bravo, ma c’è anche da dire che contro un Murphy così chiunque sfigurerebbe, ma in più di un’occasione è troppo passivo, doveva essere più presente, cosa che ha fatto, ma in poche scene.
Buoni i fratelli Duke Bellamy-Ameche ed il maggiordomo Elliott (perchè non c’è tra gli attori?), mi ha invece deluso Gleason nell’agente corrotto, anche lui come Dan è un pò troppo passivo. Da un cattivo mi aspettavo ben altro.
Nel settore femminile completamente inutile la fidanzata di Winthorpe, mentre la Curtis offre una prestazione decisamente positiva. Quando un’attrice è brava si vede.
Putroppo la trama non è perfetta, ci sono delle imperfezioni che stonano ed una maggiore cura avrebbe potuto rendere il film ancora più memorabile di quello che è.
In ogni caso è un ottimo film, che non stanca mai la visione: passare il Natale/capodanno senza vederlo ormai non è possibile, è fatto esattamente per essere visto per questo periodo dell’anno, anno dopo anno.
L’opinione di Magnetti dal sito http://www.davinotti.com
Questo film ha tutti gli elementi che una commedia dovrebbe avere: è divertente, leggero, scorre senza cadute di tono e con una trama in crescendo fino al lieto fine (ma senza troppe “smielature”). Anche graffiante (pochino, in realtà) nel mettere alla berlina tutto lo spocchioso mondo che gravita intorno agli operatori di borsa (che in questo film speculano sui beni di consumo) paragonati da Billy Rey Valentine (Eddy Murphy) ad allibratori. Belle le immagini di Philadelphia. Atmosfere natalizie.


Filmscoop è su Facebook:per richiedere l’amicizia:
https://www.facebook.com/filmscoopwordpress.paultemplar
Vi ricordo di votare per il sondaggio sulle novità da introdurre nel sito!

L’uomo dal pennello d’oro
13 secondi di tempo: sono quelli che passano fra la prima inquadratura e le prime natiche nude in bella mostra che scopriremo appartenere ad una giovane e bellissima Edwige Fenech.
E’ questo l’inizio di L’uomo dal pennello d’oro, film del 1969 in origine ma uscito in Italia nel 1972 per la regia di Franz Marischka
Un film brutto senza se e senza ma,la cui visione richiede dosi massicce di caffè e sopratutto una grande attenzione alla mascella, possibile preda di crampi a seguito degli sbadigli che la visione stessa comporta.
Franz Marischka, regista scomparso 4 anni addietro alla veneranda età di 90 anni, conosciuto per qualche altro film sgangherato come L’albergo degli stalloni, Giochi erotici in famiglia, Il pornovizietto o La locanda dell’allegra mutanda dirige una storia incentrata su Arcibaldo Spatafora, pittore che vivacchia creando opere pop ottenute con il lancio di colori sulla tela.

Amante della bella vita, gran gozzovigliatore e anche amante delle belle donne Archie è pernnemente in bolletta, tanto da essere in arretrato anche con l’affitto.
Sarà l’amico Eros ha procurargli il successo, grazie alla mostra che organizzano e nella quale, provocatoriamente, Archie si presenta nudo.
Arriva il successo e alla fine anche una cattedra all’università.
Poco altro da raccontare di questo filmaccio che non cerca nemmeno di trovare una giustificazione raccontando il mondo hippy e stravagante dei movimenti artistici di fine anni 60, all’indomani del maggio francese e della nascita del movimento dei figli dei fiori.

Qui tutti i personaggi sono tagliati con l’accetta, del movimento hippy o avanguardistico pittorico c’è solamente la parte necessaria ad imbastire la trama e l’unica cosa che risulta presente in abbondanza è l’esposizione di nudi femminili.
In primis l’esposizione del corpo di Edwige Fenech,all’epoca ventunenne, splendida e affascinante, seguita da una pletora di corpi esposti senza soluzione di continuità.

Null’altro da segnalare, se non la presenza nel film della splendida Marcella Michelangeli.
Chiunque voglia visionare il film può farlo seguendo questo link:http://www.youtube.com/watch?v=0lWdh_6rSjo
Una versione, questa, praticamente perfetta dal punto di vista qualitativo
L’uomo dal pennello d’oro
Un film di Franz Marischka. Con Edwige Fenech, Marcella Michelangeli, Rainer Basedow, Willy Colombini, Calisto Calisti, Enzo Monteduro Titolo originale Der Mann mit dem goldenen Pinsel. Erotico, durata 85′ min. – Germania 1969.
Willi Colombini … Archie
Marcella Michelangeli … Luisa
Edwige Fenech … Hong-Kong
Rainer Basedow … Egon
Luigi Bonos … Taubenheim
Alexandra Marischka …Brunhilde
Calisto Calisti … Console Spüler
Enzo Monteduro … Roger
Ellen Umlauf … La signora Sedlmayer
Loni Heuser Aida Spüler
Dick Randall … Quetsch
Rolf Eden …Console Meier
Regia Franz Marischka
Soggetto Claudio Rainis, Horst Hachler
Sceneggiatura Claudio Rainis, Horst Hachler
Casa di produzione Parnass Hape
Fotografia Klaus Werner
Montaggio Fedora Zincone
Musiche Raimund Rosenberger
Scenografia Hans Zehetner
Costumi Blanda
L’opinione di MM40 dal sito http://www.filmtv.it
Può bastare il fatto che Edwige Fenech, appena ventenne, giri per tutto il film completamente nuda dalla vita in su? Quale che sia la risposta, certo è che quest’Uomo dal pennello d’oro è un lavoruccio di poche pretese, privo di idee significative e di attori di particolare appeal. Forse il suo maggiore fattore d’interesse – se si escludono le nudità della co-protagonista – può essere la critica al movimento artistoide della seconda metà degli anni ’60, visto dall’interno (il film è del ’69); c’è spazio pure per una feroce umiliazione di Yoko Ono e dei suoi tipici ‘happening’ in cui compariva in pubblico dentro ad un sacco nero. In definitiva, se ne può vivere anche senza.
L’opinione di Undjing dal sito http://www.davinotti.com
Da noi è uscito solo nel 1972: in realtà la produzione (italo-tedesca) risale al 1969, pertanto il metaforico titolo può solo trarre in inganno essendo praticamente privo di contenuti che non siano ascrivibili al solito, patetico (e un tantino triste anzichenò) nudo femminile. La trama ruota sulle idee piccanti di un pittore da strapazzo (da cui il titolo) che organizza una strampalata mostra a base di “soggetti” non convenzionali. Poco grottesco, ancor meno comico, per nulla erotico, molto (moltissimo) noioso.
L’opinione di Lucky 78 dal sito http://www.davinotti.com
Vorrebbe essere estroso, dissacrante ed irriverente nei confronti delle classi sociali più in voga alla fine degli anni ’60, ma purtroppo le buone intenzioni rimangono tali e dopo poco il film diventa ripetitivo e noioso, con l’unico pretesto di mostrare le fresche nudità della Fenech e compagnia bella. Insomma un hippy trash che si dimentica subito…

Filmscoop è su Facebook:per richiedere l’amicizia:
https://www.facebook.com/filmscoopwordpress.paultemplar
Vi ricordo di votare per il sondaggio sulle novità da introdurre nel sito!
Boccaccio
Beffe e storie tratte liberamente dal Decameron di Giovanni Boccaccio.
Buffalmacco e Bruno degli Olivieri, due giovani fiorentini scaltri,ordiscono una beffa nei confronti dell’ingenuo Calandrino, allo scopo di estorcergli del denaro;gli vendono una pietra che, a loro dire, ha il potere miracoloso di renderlo invisibile.
Alla bella Monna Lisa fra Ignazio fa credere di essere l’incarnazione in vesti umane del beato Marcuccio;in questo modo potrà godersene le gioie,mentre è intento in un convegno carnale con la donna, Buffalmacco spia i due e quando fra Ignazio ha finito il suo piacevole compito, approfitta anch’esso delle grazie della giovane sposa, mentre Calandrino, credendo di essere invisibile fa lo stesso ma verrà bastonato dal marito della donna.
Altre beffe sono in arrivo per i cittadini, come quella in cui Buffalmacco riesce finalmente a sedurre Fiammetta,la donna della quale si è invaghito; scoperto dopo aver consumato un rapporto con la donna,il giovane viene costretto da Pietro da Vinciolo,marito della donna, a dividere il talamo coniugale,la dove a Buffalmacco verrà riservata una brutta sorpresa.
Enrico Montesano e Silvia Koscina
Bernard Blier e Maria Baxa
A Firenze arriva la peste e i due amici Buffalmacco e Bruno degli Olivieri fuggono dalla città incontrando per strada la Principessa di Chivignì e la sua serva;incontrano anche Lambertuccio da Cecina un capitano di ventura sfuggito dalla città dopo aver tentato di sedurre la bella Ambrogia ed essere stato costretto a sposare la racchia figlia del marito della donna.
Lambertuccio è in compagnia di un uomo, al quale un appestato toglie involontariamente il mantello;in realtà sotto le spoglie del compagno di Lambertuccio c’è la bellissima Belcolore, completamente nuda.Ed è con lei che il capitano di ventura va via.
Antesignano di tutti i decamerotici, Boccaccio, diretto nel 1972 da Bruno Corbucci che scrive anche la sceneggiatura del film con Mario Amendola, si distingue completamente dalla massa quasi informe dei film del genere decamerotico sia per l’eleganza con cui vengono curate le varie componenti del film, ovvero scenografie, costumi e fotografia sia per i dialoghi, meno volgari degli epigoni e sopratutto per la mancanza delle solite scosciate che furono il marchio di fabbrica del florido filone.
Antonia Santilli
Pia Giancaro
Paola Tedesco e Pippo Franco
Le novelle tratte dal Decameron sono raccontate visivamente da Corbucci con brio ed eleganza; si ride finalmente senza la solita grana grossa e senza battute triviali, si assiste alle performance di un gruppo nutrito di attori e di splendide protagoniste che non ebbe in seguito rivali.
Enrico Montesano e Pippo Franco interpretano Buffalmacco e Bruno, i due protagonisti principali attorno ai quali si muovono tutti gli altri, ovvero Fra Ignazio, interpretato da Lino Banfi, Alighiero Noschese che è Lambertuccio da Cecina (Banfi e Noschese, con Montesano saranno protagonisti anche del simpaticissimo Il prode Anselmo),Mario Carotenuto che è il giudice Nicola, il grande Bernard Blier che interpreta il dottor Mazzeo fino ad Andrea Fabbricatore, campione del Rischiatutto televisivo a cui va il ruolo dell’ingenuo Calandrino.
Di primissimo ordine anche il parterre femminile, che include attrici bellissime e di sicuro valore recitativo come Sylvia Koscina (Fiammetta),Isabella Biagini che è Ambruogia, e ancora Maria Baxa,Pia Giancaro,Helene Chanel, Antonia Santilli,Paola tedesco,Pascal Petit.
Un cast prestigioso quindi per un film a tratti molto divertente, una delle cose migliori di quell’anno, eppure penalizzato in seguito dalla mancanza di una distribuzione su supporti digitali.

Infatti il film è rimasto per 40 anni praticamente invisibile, fino all’anno scorso momento in cui è stata realizzata un’edizione digitale del film.
Tuttavia la pellicola non è di facile reperibilità.
Se qualcuno vuole visionarla può scaricare il seguente link: http://wipfiles.net/628rm3dr1bjj.html che contiene una splendida versione del film, ricordando ovviamente che i file sono protetti da diritto d’autore e che devonoe ssere cancellati dopo 48 ore.
Tornando al film, siamo di fronte ad una commedia simpatica e gradevole, che merita sicuramente una visione.
Boccaccio
Un film di Bruno Corbucci. Con Enrico Montesano, Lino Banfi, Sylva Koscina, Alighiero Noschese, Pippo Franco, Andrea Fabbricatore, Guido Celano, Bernard Blier, Franca Dominici, Rosita Pisano, Mario Carotenuto, Andrea Aureli, Giacomo Furia, Mimmo Poli, Nello Pazzafini, Ignazio Leone, Toni Ucci, Isabella Biagini, Hélène Chanel, Gastone Pescucci, Sandro Dori, Pascale Petit, Luca Sportelli, Maria Baxa,Raymond Bussières Commedia, durata 92′ min. – Italia 1972.
Alighiero Noschese: Lambertuccio da Cecina
Enrico Montesano: Buffalmacco
Pippo Franco: Bruno degli Olivieri
Sylva Koscina: Fiammetta
Isabella Biagini: Ambruogia
Raymond Bussières: Cagastraccio
Mario Carotenuto: Giudice Nicola
Bernard Blier: dottor Mazzeo
Pia Giancaro: Monna Lisa
Paola Tedesco : Lidia
Lino Banfi: Padre Ignazio
Andrea Fabbricatore: Calandrino
Pascale Petit: Giletta
Rosita Pisano: Mannocchia, serva di Mazzeo
Sandro Dori: Nicostrato
Maria Baxa: Tebalda
Toni Ucci: Pietro da Vinciolo
Franca Dominici: Perdicca
Luisa Dominici: Belcolore
Guido Celano: messer Anselmo
Andrea Aureli: Maso
Hélène Chanel: Perincipessa di Civignì
Ignazio Leone: il Bargello
Antonia Santilli: donna nella tinozza
Nello Pazzafini: Marito della donna nella tinozza
Gastone Pescucci: Giovanni Cioppolo
Mimmo Poli: Spettatore grasso
Luca Sportelli: Loderinghi
Antonella Santi: donna piccione
Regia Bruno Corbucci
Soggetto Mario Amendola
Bruno Corbucci
Sceneggiatura Mario Amendola
Bruno Corbucci
Produttore Dino De Laurentiis
Distribuzione (Italia) Columbia
L’opinione del Morandini
6 sketch cavati dal Decamerone che hanno per protagonisti Buffalmacco (E. Montesano) e Bruno degli Olivieri (P. Franco), burlatori di Calandrino (A. Fabbricatore) e di altri gonzi. Nel filone dei “decameronidi” uno dei meno trucidi.
L’opinione di Undjing dal sito http://www.davinotti.com
Assieme a Fiorina la vacca uno dei migliori esemplari del filone decamerotico, coniato dal successo pasoliniano (Il Decameron). La valida regia di Corbucci, esperto di commedia all’italiana, è sorretta pienamente dal buon cast, che contempla un convincente (e simpatico) Montesano nel ruolo di Buffalmacco. A margine si fanno notare anche Pippo Franco, Noschese, Lino Banfi ed il celebre vincitore nel Rischiatutto (d’epoca): Andrea Fabbricatore, nei panni di Calandrino, ch’è poi il “legame” di continuità delle varie storie sparpagliate con azzeccato senso del ritmo e dell’ironia. Significativo.
L’opinione di Rfe dal sito http://www.davinotti.com
Uno dei decamerotici migliori, meno rozzi e meno volgari. Un gruppo d’attori mai più visto in un boccaccesco: Pippo Franco, Enrico Montesano, Alighiero Noschese o Lino Banfi sono ben affiatati e divertono. Degne di attenzione soprattutto le belle attrici coinvolte (per fortuna Corbucci si rifiuta intelligentemente di accodarsi al criterio anti-estetico seguito da Pasolini nella Trilogia della vita): Koscina, Biagini, Petit. C’è anche Pia Giancaro, prima di diventare Principessa Ruspoli.
L’opinione di Ronax dal sito http://www.davinotti.com
Decamerotico di classe, girato con buon mestiere da Corbucci che aveva a disposizione mezzi (i soldi di De Laurentiis) nettamente superiori alla media. Partito quasi come un musical, procede con ritmo indiavolato e una notevole cura dal punto di vista scenografico. Montesano fa la parte del leone, ben coaudiuvato da Pippo Franco e da altri valorosi caratteristi, mentre Noschese, insuperabile come imitatore, si conferma un attore piuttosto opaco. Superbo il ricco comparto femminile, cioè la sostanziale ragion d’essere di un film come questo.
L’opinione di motorship dal sito http://www.davinotti.com
Bel decamerotico per nulla volgare e con nudi non esagerati. Inoltre è un film molto divertente, spassoso e diretto davvero molto bene da Corbucci. Incredibile il cast, sia quello femminile (Koscina, Biagini, Petit) che quello maschile, con la coppia Montesano-Noschese (con il primo che domina praticamente la scena) in testa, anche se Pippo Franco e Lino Banfi non sono da meno. Esilarante il finale e simpatiche le canzoncine a mo’ di musical. Da vedere.
L’opinione di tomasmilia dal sito http://www.davinotti.com
Uno dei più fortunati epigoni del Decameron pasoliniano. Grande cast (forse il più ricco per un decamerotico, più comico che erotico) sebbene la trama consista in una decina di novelle (dis) unite tra loro. Pippo Franco e Montesano (istrionico, si esalta tra balli, canti e “parlate”, il gagà) si muovono come Encolpio e Ascilto nel Satyricon petroniano con lo spirito boccaccesco. Sono loro che danno avvio agli scherzi a danno del povero Calandrino (il campione di Rischiatutto, Fabbricatore). Divertenti gli stornelli.
Vi ricordo di votare per il sondaggio sulle novità da introdurre nel sito!

Filmscoop è su Facebook:per richiedere l’amicizia:
Il letto in piazza
Luca Reali è un impenitente donnaiolo che vive in un paese situato sulle rive del Garda.
Scapolo,poco più che quarantenne,ha una passione smodata per l’altro sesso; seduce senza soluzione di continuità tutte le donne che gli capitano a tiro, dalla figlia del farmacista alla figlia del proprietario del bar del paese.
Ogni tanto poi si concede un’avventura con una bella turista di passaggio;tutte le sue prodezze finiscono annotate sul personale diario che Luca scrive, annotando diligentemente i particolari, anche più scabrosi della sua turbolenta vita sentimentale.
Un giorno,tra le turiste di passaggio, capita anche la bella Jenny Milton, ricchissima figlia di un magnate americano.
Luca la salva da un tentativo di suicidio ma questa volta non tenta minimamente di attirarla nel suo gineceo.La ragazza infatti sembra a Luca troppo giovane e per lei sembra sviluppare un sentimento a metà strada tra il protettivo e il paterno.
Rosanna Podestà
Renzo Montagnani
Presto però la ragazza si innamora di lui e in paese si vocifera della cosa;Luca viene incoraggiato in pratica dai notabili del paese a proseguire e possibilmente impalmare la bella ereditiera.
I notabili, infatti, hanno messo gli occhi sul patrimonio della ragazza e intendono sfruttare la cosa per una speculazione che dovrebbe arricchirli tutti.
Ma Luca,che non è affatto un ingenuo, scopre la trama ordita alle sue spalle.
Si vendica salendo sul campanile del paese e leggendo il suo diario al paese allibito;poi decide di fare di testa sua…
Clone di tanti film della commedia sexy italiana ambientati nella “peccaminosa”provincia italiana, Il letto in piazza,diretto da Bruno Gaburro nel 1975 non va aldilà di una superficiale denuncia, decisamente all’acqua di rose,dei vizi della provincia stessa.
Debole almeno nelle tematiche di fondo, il film, che è tratto da un romanzo di Nantas Salvalaggio, veleggia pacificamente tra gli stereotipi della commedia sexy; il protagonista è il solito donnaiolo senza alcuna voglia di mettere la testa a partito, che si muove nel solito gineceo di donne insoddisfatte della propria vita monotona vissuta nel solito paese in cui tutti sanno tutto di tutti e in pratica finisce per diventare l’oggetto del desiderio degli appetiti delle stesse donzelle.
In pratica assolutamente nulla di nuovo.
La sceneggiatura diventa quindi un personale regalo per Renzo Montagnani, uno dei principali alfieri della commedia sexy degli anni settanta; l’attore toscano, replicando per l’ennesima volta il ruolo del galletto nel pollaio, regala la consueta professionalità strappando qualche risata.
Ma null’altro di più, perchè il film è davvero poca cosa;abiurando da subito a qualsiasi tentativo di fare della satira e portando il film sui classici binari della commedia pecoreccia,Gaburro mostra come il suo l’occhio sia puntato totalmente in direzione della biglietteria.
A tal pro spoglia con buona frequenza le belle donne che fanno parte del cast ovvero Sherry Buchanan (Jenny,la bella ereditiera),Rita Silva (la giunonica turista tedesca),Loretta Persichetti.
Per un film senza nessun particolare impegno come Il letto in piazza,Gaburro assembla un cast di caratteristi assolutamente ben nutrito:Gabriele Tinti,Venantino Venantini,Franco Bracardi,Daniele Formica quanto meno danno un tocco di dignità alla pellicola stessa, evitando la palude in cui altri film dello stesso filone non riusciranno a evitare.
Buona parte di questi film, infatti, erano interpretati da attori sotto qualsiasi soglia di decenza e professionalità a livello recitativo, conferendo agli stessi film la patente irreversibile di film di serie Z.
Sicuramente tra questi non va annoverato questo film, che qualche spunto di divertimento riesce ad offrirlo.
Poca cosa,va bene.
Ma a guardare altre pellicole della defunta commedia sexy ci si rende conto che è meglio accontentarsi.
Il letto in piazza può essere annoverato tra i film invisibili; in rete circola solo una pessima versione estratta da una polverosa VHS e in tv non passa praticamente mai.
Il letto in piazza
Un film di Bruno Gaburro. Con Rossana Podestà, John Ireland, Renzo Montagnani, Giuseppe Anatrelli, Gabriele Tinti,Venantino Venantini, Ugo Fangareggi, Giuseppe Maffioli, Giacomo Rizzo, Alberto Squillante, Cinzia Romanazzi, Daniele Formica, Sherry Buchanan, Franco Bracardi, Dino Emanuelli, Salvatore Puntillo Commedia, durata 93 min. – Italia 1975.
Renzo Montagnani … Luca Reali
Rossana Podestà … Serena
John Ireland … Milton
Giuseppe Anatrelli … Lattanzi il farmacista
Franco Bracardi … Adolfo
Sherry Buchanan … Jennifer Milton
Francesco D’Adda … Carluccio ,fidanzato di Marisa
Patrizia De Clara … Sorella di Luca
Emilio Delle Piane … Amilcare Gorgona
Dino Emanuelli … Geometra Trombetta
Ugo Fangareggi … ‘Gandhi’
Daniele Formica … Tondino’ Novati
Giuseppe Maffioli … Beppo
Nando Marineo … Don Alfonso
Loretta Persichetti … Marisa sorella di Beppo
Salvatore Puntillo … Il poliziotto
Giacomo Rizzo … Amico di Luca
Cinzia Romanazzi … Pinotta
Renato Romano … Carabiniere
Rita Silva … La turista tedesca
Gabriele Tinti … Amico di Luca
Regia Bruno Gaburro
Soggetto dal romanzo omonimo di Nantas Salvalaggio
Sceneggiatura Franco Bucceri, Roberto Leoni
Produttore Edmondo Amati
Produttore esecutivo Maurizio Amati
Casa di produzione Flaminia Produzioni Cinematografiche
Distribuzione (Italia) Fida Cinematografica
Fotografia Fausto Zuccoli
Montaggio Vincenzo Tomassi
Musiche Guido De Angelis e Maurizio De Angelis
Scenografia Giovanni Natalucci
Costumi Mariolina Bono
L’opinione di mm40 tratta dal sito http://www.filmtv.it
L’atmosfera incantata del paesello, un microcosmo apparentemente autosufficiente, in cui ogni personaggio ha un ruolo, un’identità ed una serie di tic e difetti ben noti a tutti i compaesani. Ecco tutto ciò che si salva di questo Letto in piazza, tratto dall’omonimo romanzo (1967) del giornalista Nantas Salvalaggio e sceneggiato da Roberto Leoni e Franco Bucceri. Il resto è più aderente allo stile della commedia erotica (nudi e volgarità in quantità, inconsistenza delle psicologie dei personaggi) che alla commedia di costume ambientata in provincia, modello Il commissario Pepe o Signore e signori. Gaburro non è mai stato un regista molto dotato ed il suo maggior successo in carriera sarà il commerciale-balneare e vacuo Abbronzatissimi (1991). La scelta di Montagnani (come sempre costretto ad accettare anche i ruoli peggiori) come protagonista è indiscutibile, dato il tipo di prodotto che si voleva realizzare, ma forse con una trama simile si sarebbe potuto osare qualcosina di più del solito stereotipato viavai di cosce e corna; fra gli altri interpreti anche Rossana Podestà, Giacomo Rizzo, Ugo Fangareggi, Daniele Formica, Franco Bracardi e John Ireland, americano che trent’anni prima recitò con Ford e Hawks, per finire poi in declino la propria carriera. Musiche dei fratelli De Angelis, non fra le loro migliori, ma neppure da buttare.
L’opinione di Homesick tratta dal sito http://www.davinotti.com
Tratto da un romanzo di Nantas Salvalaggio, nulla più di una modesta commedia sugli intrallazzi politici ed erotici di un paese di provincia. La regia di Gaburro è molto debole e l’impennata drammatica messa a punto dalle eccellenti doti attoriali di Montagnani – fino a quel momento sopite dai soliti atteggiamenti di dongiovanni incallito – dura troppo poco. Minimi i contributi dei big (Ireland, Podestà) e dei numerosi caratteristi di contorno, tra i quali si distingue comunque il nullafacente Fangareggi.
L’opinione di Markus dal sito http://www.davinotti.com
Un film centrato specialmente sulla figura di Montagnani, sfruttato però per l’ennesima volta come personaggio di maniera e maniaco del sesso senza impegno sminuendo, di fatto, quella che dovrebbe essere sulla carta una buona pellicola. Un nutrito cast di caratteristi di contorno fa da cornice, ma non aggiunge altro al film (fatto che evidenzia l’incapacità di Gaburro di gestire il materiale a disposizione). Film simpatico, ma che non lascia il segno.








































































































































































































































































































