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Diario segreto di un carcere femminile

Diario segreto di un carcere locandina

Daniela Vinci, la donna di Tonino, un trafficante di droga, è arrestata e condotta in un carcere femminile: nell’auto sulla quale viaggiava sono stati trovati 20 kg di bicarbonato in luogo dei venti chili di eroina che doveva trasportare. In carcere la ragazza viene avvicinata da Lilly, che si spaccia per un’assistente sociale, detenuta per aver preso a sberle due agenti. In realtà la donna è figlia di Carmelo Musumeci, un grosso trafficante di droga, accusato proprio di aver fatto sparire i venti chili di eroina sostituendoli con il bicarbonato. l’uomo viene catturato da una banda rivale, e nel tentativo di fuggire,m uore precipitando da un’impalcatura.

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La figlia, all’oscuro di tutto, vive con Daniela la dura realtà del carcere, fatta di umiliazioni e di vicinanza con donne incarcerate per vari reati: c’è Mammasantissima, lesbica e trafficona, che gestisce tutti i movimenti di merce all’interno del carcere, c’è Maria Goretti, una fervente religiosa che ha ucciso il suo violentatore, una piromane, una donna che nella vita civile faceva l’usuraia, una ninfomane e via dicendo.

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Un campionario di società trasferito all’interno di un carcere in cui le condizioni di vita sono molto dure. La povera Daniela, assolutamente all’oscuro dei traffici del suo uomo, viene perseguitata dalle sorveglianti e brutalmente pestata da altre detenute, chiaramente istruite dall’esterno, fino ad essere avvelenata, dopo aver involontariamente fornito a Lilly la giusta traccia. Lilly,

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Le detenute sotto la doccia

che è in carcere sotto copertura, rivela al commissario incaricato delle indagini ciò che ha scoperto, e con lui, dopo essere stata scarcerata, si dirige verso il luogo dove la droga è realmente nascosta. Ma dall’interno del carcere arrivano le contromosse: Daniela muore in seguito all’avvelenamento, e il direttore del carcere, complice della banda rivale di Musumeci, manda una squadra di killer incontro al commissario e Lilly, che moriranno precipitando con l’auto dentro un burrone  a strapiombo sul mare.

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Diario segreto di un carcere femminile, film del 1973, diretto da Rino De Silvestro, è un woman in prison abbastanza anomalo; in primis perchè ha una trama nemmeno tanto mal orchestrata, poi per l’assenza delle solite scene saffiche qui veramente limitate al massimo, nonostante la presenza di un cast femminile in cui le bellezze non mancano di certo, a cominciare da Jenny Tamburi, la sfortunata Daniela, proseguendo poi con Anita Strindberg, che interpreta Lilly, con Eva Czemerys che interpreta Mammasantissima, Valeria Fabrizi, nel ruolo della ninfomane, Olga Bisera in quello della sorvegliante,

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Gabriella Giorgelli in quello dell’usuraia e infine Bedy Moratti in quello della piromane. L’unico ruolo maschile di rilievo lo interpreta Massimo Serato, il direttore del carcere collso con i mafiosi. Un film che spazia in qualche modo oltre i rigidi confini che diverranno l’ambito del genere donne in prigione, rivelandosi alla fine abbastanza gradevole, con una trama credibile e buone interpretazioni, oltre al belvedere offerto dai corpi delle attrici impegnate nelle immancabili docce. Tutto molto castigato per altro, senza le solite morbosità tipiche di tanti altri epigoni del genere.

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Diario segreto di un carcere femminile, un film di Rino De Silvestro, con Anita Strindberg, Bedy Moratti, Carlo Gentili, Cristina Gajoni, Elisa Mainardi, Eva Czemerys, Franco Fantasia, Gabriella Giorgelli, Jane Avril, Jenny Tamburi, Massimo Serato, Olga Bisera, Roger Browne, Rosita Torosh, Umberto Raiho, Valeria Fabrizi,Drammatico 92 minuti, Italia 1974

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Anita Strindberg -Hilda
Eva Czemerys – Mammasantissima
Jenny Tamburi – Daniela Vinci
Cristina Gaioni – La prigioniera religiosa
Bedy Moratti – La prigioniera piromane
Umberto Raho – Avvocato di Daniela
Massimo Serato – Direttore
Elisa Mainardi – Prigioniera
Franco Fantasia- Capo ispettore
Olga Bisera – Gerda, il capo dei secondini
Valeria Fabrizi – Prigioniera napoletana
Paola Senatore – Musumeci
Roger Browne – Ispettore Weil
Rosita Torosh – Una prigioniera


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Regia: Rino Di Silvestro
Prodotto da Giuliano Anellucci , Terry Levene
Musiche: Franco Bixio
Editing: Angelo Curi

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TUTTI I DIRITTI RISERVATI


Ragazza si lascia internare in un carcere alla ricerca di prove che possano scagionare il padre dall’accusa (pilotata) che lo addita quale narcotrafficante; vivrà, da coàtta, esperienze inimmaginabili, condivise suo malgrado assieme alle altre compagne: punizioni corporali, rapporti saffici e umilianti perquisizioni “intime”. In realtà il complotto è guidato dal direttore del carcere. Apripista italiano del famigerato -non meno dell’Eros-Svastika, genere affrontato in seguito dal regista- W.I.P., il film affronta in maniera determinata e con un valido cast il tema della violenza al femminile.

Una strada al maschile (il regolamento di conti tra criminali, le indagini della polizia) e una al femminile (le detenute), dapprima parallele, si avvicinano progressivamente fino a ricongiungersi. Naturale che ’attenzione sia tutta per la variegata (nonché denudata) manovalanza muliebre: la vittima Tamburi, l’infiltrata Strindberg, la mafiosa Czemerys e la sua gelosa amichetta Senatore, la pia Gajoni, la piromane Moratti, le ruspanti Giorgelli e Mongardini, la guardiana Bisera, la ninfomane Fabrizi.

Un film né carne né pesce, a metà tra il poliziesco di maniera e un wip piuttosto blando. Un carico di droga scompare e il boss tampina chi è rimasto in libertà e chi è finita in galera (la compagna del corriere). La trama poliziesca è diluita e scontata, il carcerario finisce a tarallucci e vino. Tra le detenute segnalo la Bedy Moratti ascetica piromane, la Giorgelli bolognese caciarona e soprattutto Olga Bisera la gelida capo-guardie che interpreterà nel 1977 un James Bond (tra l’altro è l’unica a non “svelarsi”..).

Uno dei pochi “Donne In Prigione” che si possa guardare. Scene erotiche al minimo, attrici diciamo “serie” e un poco di trama (che nei film di questo tipo di solito latita); divertentissime le lotte innescate dalla detenuta burina. C’è anche un po’ di “poliziesco-mafia”… Guardabile.

Titolo completamente fuori luogo… Se solo azzardassimo un rapporto con Prigione di donne, questo film perderebbe 20 a 1. Banale la storia parallela della mafia, ridicolmente allo sbando infiltrazioni e complicità. C’è da dire che noi cinefili possiam dilettarci a vedere le nostre beniamine fare a botte, solo che le due protagoniste Strindberg e Tamburi son pessime, la Czemerys è già meglio, mentre al top sono la Moratti e soprattutto Valeria Fabrizi, in una rarissima interpretazione cinematografica. Va anche bene il finale.

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agosto 11, 2009 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , , , , , | Lascia un commento

Pretty baby

Pretty baby locandina

Difficile riunire in un film una critica che sia al tempo stesso positiva e diametralmente opposta; eppure Pretty baby, film del 1978 del grande regista francese Louis Malle, costringe davvero a difficili equilibrismi. Perchè se da un lato non si può non rimarcare la ricerca stilistica e descrittiva, al solito di primissimo livello, tipica di Malle, al tempo stesso si rimane sconcertati dalla mancanza di profondità del film stesso, quasi l’analisi e la descrizione del mondo della prostituzione nell’America anni dieci manchi di una serie di dati oggettivi, finendo invece per arenarsi su quelli soggettivi.

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Interno del bordello

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Susan Sarandon, Hattie

Se da un lato Malle riesce in qualche modo a denunciare l’assenza di valori pregnanti nello squallido sottobosco della prostituzione, pur nobilitata in qualche modo dalla casa chiusa quasi lussuosa in cui è ambientata la vicenda, dall’altro finisce per assomigliare alla fine ad un freddo esercizio di stile, in cui manca una cosa fondamentale, l’anima.

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Hattie e suo figlio

La vicenda si svolge sul finire degli anni dieci, nel secolo scorso; siamo in Louisiana, nel sud degli Stati Uniti, e precisamente a Storyville,quartiere della bassa new Orleans. all’interno del locale bordello, tra le altre occupate, vivono Hattie sua figlia Violet, una dodicenne cresciuta all’interno del bordello stesso, quindi in condizioni morali degradate; la ragazzina non ha la concezione del bene o del male, di ciò che è morale o no. Infatti entra ed esce dalle stanze in cui gli occasionali avventori hanno appena consumato i loro amplessi, mentre lei, indifferente a tutto, serve le prostitute, indossa i loro indumenti, vive cioè una realtà molto lontana da quella che dovrebbe essere quella della sua età.

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Brooke Shields è Violet 

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Assiste anche alla nascita di un fratellino, figlio di chissà chi, e ne diventa, in qualche modo, la madre aggiunta. Un giorno, nel bordello, arriva Bellocq, un fotografo con la fissa di ritrarre prostitute. In particolare, la sua modella diventa Hattie, e Violet, curiosa, inizia con lui uno strano rapporto, tant’è vero che dopo un po il fotografo inizierà a volerle bene. Nel frattempo Violet raggiunge l’età della pubertà, e di conseguenza viene messa all’asta; se la aggiudica per una cifra molto elevata un signore di mezz’età, e la ragazza, superato senza traumi il suo primo contatto sessuale, riprende la vita all’interno del bordello.

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Un giorno ad Hattie capita un colpo di fortuna: il signor Fuller, un ricco parvenu, la chiede in sposa e la porta via. Violet resta nel bordello, ma alla fine si reca da Bellocq, con cui inizia una difficile convivenza. Nel frattempo le leggi cmbiano, e anche la Louisiana decide la chiusura delle case di tolleranza; a Violet non resta altro da fare che accettare la proposta di Bellocq di sposarlo; l’uomo, sinceramente legato alla ragazza, la porta all’altare. Ma un giorno Hattie ricompare, decisa a portare con se Violet; nonostante le proteste di Bellocq, la donna , che ha fatto annullare il matrimonio della figlia perchè avvenuto senza consenso, riesce a portare via con se Violet, che in fondo è contenta così.

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Pretty baby, come già detto, è un esercizio in bello stile; molto raffinata la fotografia, così come l’ambientazione, con il classico pianista di colore a intrattenere gli avventori (una specie di Play it again Sam mutuato da Casablanca), la solita prostituta che sogna il grande colpo, la maitresse cocainomane e quasi tutti gli stereotipi che possono formare l’immaginario di un locale di prostitute. Ben curati i dettagli, e l’eleganza formale del film è assolutamente ineccepibile. Censurabile invece la decisione di Malle di mostrare nuda una dodicenne Brooke Shields, una pessima abitudine che anche alti registi hanno replicato, in un’epoca seconda a nessuno per morbosità. l’interpretazione della Shileds del personaggio di Violet è comunque di buon livello, così come brava è la Sarandon nel ruolo della madre della ragazza, Hattie. Il resto del cast si muove bene, e vale il prezzo del biglietto pagato.

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Pretty baby, un film di Louis Malle. Con Susan Sarandon, Brooke Shields, Keith Carradine, Frances Faye
Drammatico, durata 109 min. – USA 1978.

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Brooke Shields: Violet
Keith Carradine: Bellocq
Susan Sarandon: Hattie
Frances Faye: Nell
Antonio Fargas: Professore
Matthew Anton: Red Top
Diana Scarwid: Frieda
Barbara Steele: Josephine
Seret Scott: Flora
Cheryl Markowitz: Gussie
Susan Manskey: Fanny
Laura Zimmerman: Agnes
Miz Mary: Odette
Gerrit Graham: Highpockets
Mae Mercer: Mama Mosebery
Don Hood: Alfred Fuller
Pat Perkins: Ola Mae
Von Eric Thomas: Nonny
Sasha Holliday: Justine
Lisa Shames: Antonia
Don Lutenbacher: primo cliente di Violet

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Regia Louis Malle
Soggetto Polly Platt, Louis Malle
Sceneggiatura Polly Platt
Produttore Louis Malle, Polly Platt (produttore associato)
Casa di produzione Paramount Pictures
Fotografia Sven Nykvist
Montaggio Suzanne Fenn
Musiche Jerry Wexler
Scenografia Trevor Williams
Costumi Mina Mittelman
Trucco Dave Grayson, Charlene Roberson

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agosto 8, 2009 Pubblicato da: | Drammatico | , , , | 3 commenti

Bella di giorno

Bella di giorno locandina

Sono giovani e belli; lui, Pierre, è un affermato chirurgo innamorato del suo lavoro, lei Severine, è una donna elegante, affascinante. Pierre dedica troppo tempo al lavoro, così Severine inizia a fantasticare strani rapporti sadomasochistici. Un giorno capita per caso davanti alla casa di madame Anais, una maitresse che gestisce una casa d’appuntamenti. Severine, attratta inspiegabilmente da quel mondo così lontano dalla sua vita ordinaria, conosce Anais, ed entra a lavorare come squillo all’interno della casa.

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Jean Sorel e Catherine Deneuve

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Non ha bisogno di soldi, Severine; ma sembra in preda ad un autolesionistico bisogno di punirsi, così come sembra attratta dalla morbosità di quella che diventa ben presto una doppia vita. Bella di giorno, moglie affettuosa e compagna la sera e la notte. Un giorno però le cose cambiano; all’interno della casa d’ appuntamenti Severine conosce Marcel, un bel giovane dal passato e dal presente burrascoso. L’uomo si innamora di lei, e dopo aver appreso che la donna è sposata, cerca di convincerla ad andare a vivere con lui.

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Ma Severine, in fondo, è attratta solo da quell’esperienza assolutamente anticonformista, e rifiuta le avance dell’uomo. Messa alle strette, decide di lasciare per sempre la casa di Madame Anais, Marcel non accetta le cose, e progetta ed esegue un attentato contro Pierre; l’uomo rimane gravemente ferito e menomato, mentre Marcel viene ucciso in uno scontro a fuoco. Sarà un amico di Pierre a rivelare a quest’ultimo la verità sulla moglie, dopo averla incontrata a casa di madame Anais. Luis Bunuel gira nel 1967 questo film incentrato sulla doppia personalità e sulla doppia vita di Severine, una donna all’apparenza frigida, e che si trasforma improvvisamente in una prostituta in un impeto di annullamento della propria personalità.

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Usando i suoi grandi mezzi cinematografici, la sua capacità di scandagliare l’animo umano quasi fosse uno psicanalista e di saper poi proporre in immagini il risultato del suo lavoro, Bunuel elabora splendidamente un film sospeso a tratti tra il reale e l’immaginario, anche se non si addentra nelle motivazioni del comportamento della donna, lasciando evidentemente allo spettatore il compito di analizzare e metabolizzare il tutto. Grazie alla maiuscola prova della Deneuve, che sembra una vergine di ferro nella vita famigliare, mentre si trasforma in un essere ambiguo quando è nella casa d’appuntamenti , il film che come tutte le opere di Bunuel è estremamente descrittivo, scivola congruamente verso il finale, in parte inaspettato.

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Ottime le prove di Francisco Rabal, Michel Piccoli, Geneviève Page, Georges Marchal,Jean Sorel, Pierre Clémenti, Françoise Fabian. Da segnalare sopratutto Jean Sorel nel ruolo di Pierre e il bello e dannato della situazione, Pierre Clementi. Premiato con il Leone d’oro a Venezia, circolò in versione edulcorata,priva della sequenza fondamentale in cui Severine rifiuta di fare la prima comunione, scena che avrebbe permesso agli spettatori di alzare un velo sulle motivazioni del comportamento della donna.

Il film è disponibile in una splendida versione digitale su You tube,all’indirizzo:  http://www.youtube.com/watch?v=4TaRWJKs148

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Bella di giorno, un film di Luis Buñuel. Con Catherine Deneuve, Francisco Rabal, Michel Piccoli, Geneviève Page, Georges Marchal.Jean Sorel, Pierre Clémenti, Françoise Fabian Titolo originale Belle de jour. Drammatico, durata 100 (105) min. – Francia 1967.

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Catherine Deneuve: Severine Serizy / Bella di giorno
Jean Sorel: Pierre Serizy
Michel Piccoli: Henri Husson
Genevieve Page: Madame Anais
Pierre Clementi: Marcel
Françoise Fabian: Charlotte
Macha Méril: Renee
Francisco Rabal: Ippolito
Francis Blanche: sig. Adolphe

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Regia: Luis Buñuel
Soggetto: Joseph Kessel
Sceneggiatura: Luis Buñuel, Jean-Claude Carrière
Fotografia: Sacha Vierny
Montaggio: Louisette Hautecoeur
Scenografia: Robert Clavel

Gabriella Genta: Severine Serizy / Bella di giorno
Luciano Melani: Pierre Serizy
Roberto Villa: Henri Husson
Adriana De Roberto: Madame Anais
Emilio Cigoli: Ippolito
Sandro Merli: sig. Adolphe

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L’opinione del Morandini

Moglie masochista e frigida di un medico parigino, Séverine si prostituisce dalle 14 alle 17 in una casa di appuntamenti, spinta da un ambiguo senso di colpa e da un’ansia di espiazione che non riuscirà a realizzare. Da un mediocre romanzo (1929) di Joseph Kessel, sceneggiato con J.-C. Carrière, Buñuel ha tratto un film soltanto esteriormente “rosa” ed elegante, di struttura binaria, basato sulla doppia personalità della protagonista, la continua oscillazione (e confusione) tra realtà e sogno, il binomio Sade/Freud e quello sessualità/cattolicesimo. Lo governano una geniale ironia e la leggerezza del tocco. Dall’edizione italiana la censura ha tolto 3 brevi scene tra le quali l’importante flashback su Séverine bambina che rifiuta di fare la Prima Comunione. Fotografia di Sacha Vierny. Leone d’oro a Venezia 1967.AUTORE LETTERARIO: Joseph Kessel
L’opinione di Undjing dal sito http://www.davinotti.com

Ispirato ad un romanzo redatto nel 1929 da Joseph Kessel, il film di Buñuel supera di gran lunga il modello di partenza grazie alle sfumature psicologiche d’una protagonista dalla duplice personalità (sublimata dalla dicotomia Sade/Freud): la brava (e bella ma non occorre aggiungerlo) Catherine Deneuve nei panni di Séverine ci induce in uno stato di pietosa compassione; prima masochista, poi spinta da rimorso e senso d’espiazione (che non potrà raggiungere) afflitta da sensi di colpa ed ansia. Girato con garbo, in esatto contrasto di contenuto.

L’opinione di Alessandra Verdino dal sito http://www.mymovies.it
E’ uno dei film che preferisco. La giovane Sévérine, sposata e frigida (perché il marito non sa sbloccarla?) per vincere i suoi complessi di natura sessuale è costretta a recarsi quotidianamente in una casa di appuntamenti di Parigi. A parte l’immensa bravura del regista Luis Bunuel, che gioca sull’alternanza realtà/sogno, ritengo che questo film sia una pietra miliare per comprendere a fondo le donne. In fondo, tutte noi desideriamo staccarci da un’esistenza grigia, e volare via, e avere l’amore di molti uomini. Freud diceva che la nevrosi è causata dal sesso, da come si vede il sesso da bambini e come questo istinto è cresciuto con noi. Ecco una bellissima storia di una nevrosi femminile, causata da un problema sessuale, naturalmente. Come ho già detto, perchè il marito non riesce a sbloccarla? E’ troppo per benino, mentre Sévérine sogna veramente il sesso, che è sì donazione di se stessi, ma che è un istinto a cui non si può e non si deve assolutamente rinunciare. Per questo si ammala, si abbruttisce, desiderando davvero abbruttirsi, coltivando fantasie sado-masochistiche, e gettandosi tra le braccia di chi capita. In fondo, Sévérine vuole solo sentirsi una donna, e sentirsi quindi desiderata ed anche posseduta. Coltiva il sogno, e lo fa diventare realtà, di andare con molti uomini. Lei vuole solo essere amata – ma amata da donna/amante, non da dolce bambolina. Catherine Deneuve, con la sua bellezza eterea, sofisticata ed apparentemente irraggiungibile, è perfetta per questo ruolo. Quest’immagine presupponeva una donna apparentemente morigerata, ma capace di veramente di scatenarsi con gli uomini. Mai scelta è stata tanto azzeccata. Rappresenta bene un certo tipo di donna, e, secondo Freud, come tutte le donne, in fondo, sognano di essere.

L’opinione di Steno79 dal sito http://www.filmtv.it
Il più grande successo commerciale di Bunuel fu questo “Bella di giorno”, inquietante esplorazione dei fantasmi masochisti di una giovane moglie borghese apparentemente candida e virginale, interpretata con sorprendente aderenza e notevole precisione compositiva dalla giovane e ancor bellissima Catherine Deneuve. Affiancato dallo sceneggiatore Jean-Claude Carrière, Bunuel realizza il film con uno stile apparentemente classico, ma in realtà aperto alle suggestioni moderniste, poichè giustappone in una maniera pressochè “invisibile” scene realiste e sequenze oniriche, lasciando sempre trasparire un certo margine di ambiguità dalle immagini. E’ l’adattamento di un romanzo scritto negli anni Trenta da Joseph Kessel, con riferimenti neanche tanto velati alle opere del Marchese de Sade, e con un potere di suggestione “erotica” che spesso deriva da certe allusioni che non vengono mai del tutto chiarite (ad esempio, la misteriosa scatola del cinese), senza mai cadere nei compiacimenti e nelle volgarità di cui abuseranno tanti imitatori dello stile di Bunuel. Opera audace per i tempi in cui fu realizzata, mantiene una perfetta vedibilità a tanti anni di distanza e molto del merito è da attribuire all’affascinante protagonista, ben affiancata da Jean Sorel, Michel Piccoli e Pierre Clementi.

L’opinione del sito http://www.riflessocinefilo.blogspot.it
(…) L’oscillazione tra il sogno e la realtà, l’ordinario e lo straordinario che si fondono assieme fino a confondersi.
Che Bella di Giorno sia un film interessante e dalle molteplici sfaccettature non c’è ombra di dubbio, guardandolo però la cosa che più ha intrigato è stata la simbologia. Il fatto che la maggior parte degli elementi siano predisposti con la sapienza di un gran maestro del surrealismo, capace di mostrare il significato recondito dello spirito umano attraverso oggetti che potrebbero sembrare banali. Ogni simbolo ha evocato significati che hanno a loro volta mostrato sentimenti, schiudendo un labirintico mondo onirico nel quale non si finisce mai di trovare e scoprire.
Séverine (Catherine Deneuve) è una donna insoddisfatta che gli eventi e la banalità della vita borghese hanno reso frigida e distaccata. Nell’estremo tentativo di ritrovare se stessa finirà per prostituirsi e diventerà così Bella di Giorno.
La storia oscilla tra i due mondi, quello onirico della fantasia e del desiderio e quello della realtà, del vivere quotidiano. Buñuel rappresenta così un elemento basilare del surrealismo, quello del sogno inteso come momento di liberazione dove l’essere umano esprime il suo istinto reale, diventando allo stesso tempo luogo di rifugio contrapposto al mondo. Séverine prostituendosi da vita reale ai suoi sogni e attraverso questo comportamento considerato immorale e corrotto cercherà in una sorta di analisi di ritrovare se stessa. La casa di madame Anaïs diventa così una specie di limbo tra il reale e l’irreale. (…)

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agosto 3, 2009 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , , , , | Lascia un commento

Allonsanfan

La fine dell’era napoleonica, con conseguente restaurazione, seguita all’esilio di Napoleone a Sant’Elena è lo sfondo di questo dramma storico diretto nel 1973 dai fratelli Paolo e Vittorio Taviani. Vi si narra la storia di Fulvio Imbriani, nobile italiano aderente alla setta dei Fratelli sublimi, ex appartenente all’esercito napoleonico ed ex giacobino; l’uomo viene rilasciato dopo la prigionia seguita alla fine dell’era napoleonica, rientra in famiglia e sembra intenzionato a dimenticare il passato, godendosi finalmente la famiglia, la bella casa e gli ozi.

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Marcello Mastroianni

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Lea Massari

I buoni propositi di Fulvio vanno a rotoli nel momento in cui, nella sua vita, ricompare la bella Charlotte, la donna con la quale ha avuto una relazione, dalla quale è nato il piccolo Massimo. La donna ha con se una grossa somma, destinata ai patrioti italiani del sud Italia; Fulvio ruba i soldi, con l’intenzione di usarli per il figlio, per garantire allo stesso un futuro di studi e renderlo economicamente indipendente. Eshter, sorella di Fulvio, denuncia il complotto, con conseguente morte della povera Charlotte.

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Bruno Cirino

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Ma la situazione è destinata a complicarsi quando irrompe nella vita di Fulvio la giovane Francesca, che costringe l’uomo a riprendere i contatti con i ribelli, che sognano la liberazione del sud Italia. Fulvio e i ribelli arrivano nel sud, dove ancora una volta si consuma il tradimento del nobile; finale amaro.

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Allonsanfan è un film sul tradimento, sia quello dell’amicizia, quindi umano, sia su quello degli ideali; ideali di giustizia, libertà uguaglianza e pace sociale, che erano stati, almeno nelle intenzioni, il cardine principale su cui si era mossa la rivoluzione francese, e che Napoleone aveva in qualche modo tradito, esportando un’idea di uguaglianza sulla punta delle baionette, finendo per sradicare, in alcuni stati europei, un potere tirannico per sostituirlo con un alto non molto diverso. C’è questo, nel film dei fratelli Taviani, ma non solo.

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C’è un evidente parallelo tra la storia ottocentesca del nostro paese riportata in parallelo con i tempi in cui fu girato il film, la prima parte del decennio settanta, con le sue contraddizioni irrisolte, figlie del decennio sessanta, fatto di speranze disilluse. Un film amaro, in fin dei conti, che simboleggia la fine degli ideali, le speranze disilluse, l’egosimo e molto altro. Grande Marcello Mastroianni nel ruolo di fulvio, l’uomo che tradisce un pò tutti, e alla fine, cosa più importante, tradisce se stesso e i propri vecchi ideali.

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Mimsy Farmer

Molto brave le due interpreti principali femminili, Lea Massari nel ruolo di Charlotte e Mimsy Farmer in quello di Francesca; brava anche Laura Betti, che interpreta Esther, sorella di Fulvio. Asciutta la regia dei fratelli Taviani, il commento sonoro, delicato, è di Ennio Morricone.

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 Claudio Cassinelli

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Allonsanfan, un film  di Paolo Taviani, Vittorio Taviani con Marcello Mastroianni, Lea Massari, Laura Betti, Claudio Cassinelli, Bruno Cirino, Mimsy Farmer
Italia, 1973

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Lea Massari: Charlotte
Mimsy Farmer: Francesca
Laura Betti: Ester Imbriani
Claudio Cassinelli: Lionello
Benjamin Lev: Vanni “Peste”
Renato De Carmine: Costantino Imbriani
Stanko Molnar: Allonsanfan
Luisa De Santis: Fiorella
Biagio Pelligra: il prete
Michael Berger: Remigiano
Alderice Casali: Concetta
Bruno Cirino: Tito
Ermanno Taviani: Massimiliano

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Regia Paolo e Vittorio Taviani
Sceneggiatura Paolo e Vittorio Taviani
Produttore Giuliani G. De Negri
Casa di produzione Una Cooperativa Cinematografica
Fotografia Giuseppe Ruzzolini
Montaggio Roberto Perpignani
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Gianni Sbarra, Adriana Bellone
Costumi Lina Nerli Taviani

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luglio 30, 2009 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , , , | Lascia un commento

Le scomunicate di San Valentino

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Due innamorati, Lucita De Fuentes e Esteban Albornoz vorrebbero convolare a nozze, ma l’antica rivalità che divide da generazioni le due famiglie li separa. Denucniato all’inquisizione come assassino, Esteban viene inseguito e quasi catturato da alcuni soldati. Ferito, trova rifugio in un convento, quello di San Valentino, lo stesso nel quale è stata rinchiusa la sventurata Lucita.

Le scomunicate di San Valentino 12

Il convento è retto da una badessa molto più simile ad un demonio che ad una santa donna; Encarnation, infatti, regge con pugno di ferro il convento stesso, applicando con crudeltà metodi disumani di correzione. Aiutato dal fedele custode del monastero, Joaquin, che lo nasconde all’interno della sua abitazione, Esteban riesce a vedere la sua amata. Ma non ha fatto i conti con la diabolica Encarnation, che scopre la presenza dell’uomo nel convento.

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Jenny Tamburi (Lucita)

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Appresa la loro storia d’amore, la badessa, che si è invaghita del giovane, uccide una consorella e accusa Lucita del delitto. Portata davanti all’inquitore De Mendoza, la ragazza viene sottoposta a tortura, ma nonostante venga appesa per i polsi e martoriata, non confessa un delitto che non ha commesso, e viene quindi condannata ad essere bruciata sul rogo a Siviglia.

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Nel frattempo Esteban si fa sedurre da Encarnation, con il chiaro scopo di scoprire il vero colpevole dell’omicidio; è il fedele Joaquin a svelare il mistero al giovane, pagando però con la vita la sua devozione. Esteban, messosi d’accordo temporaneamente con il padre di Lcita, e dimenticati i rancori, penetra nel convento per liberare la ragazza. Non ci riesce, ma il gioco diEncarnation viene scoperto: la donna, con la collaborazione di alcune suore, ha fatto uccidere diversi amanti, i cui corpi vengono recuperati dai soldati assieme al corpo dello sfortunato Joaquin.

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Francoise Prevost, la Badessa

De Mendoza, inflessibile, condanna tutte le occupanti del monastero ad essere murate vive, con l’intenzione di coprire lo scandalo. Ma Esteban minacciando un inquistore scopre che anche Lucita è all’interno del monastero, e che la notizia della sua morte è falsa.

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Aiutato dagli uomini di De Fuentes, penetra nel monastero e libera Lucita, mentre Encarnation, consapevole comunque della sua fine, decide di uccidersi con il pugnale che aveva usato in passato contro le sue vittime. L’inviato personale del papa, l’inquisitore generale di Spagna, rimette tutto in ordine: solo alcune monache verranno sottposte a giudizio e rimuove De Mendoza dal suo incarico. Esteban e Lucita possono così intraprendere la loro nuova vita.

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Sorprendentemente per un film appartenente al genere conventuale, ci troviamo davanti ad un discreto prodotto, una volta tanto supportato da una buona trama e sopratutto poco incline alle solite perversioni sessuali mostrate a tuto spiano. La storia c’è, si sviluppa abbastanza armonicamente e si lascia seguire, grazie anche all’abile regia di Sergio Grieco, che diresse questo film nel 1973. Buono il cast, nel quale spiccano un ottimo Corrado Gaipa nel ruolo del fanatico De Mendoza, una discreta Francoise Prevost in quello della badessa e della giovanissima Jenny Tamburi, a suo agio nel recitare la parte di Lucita.

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Franco Ressel è De Fuentes, il padre di Lucita, mentre un più che discreto Paolo Malco è Esteban, anche se tendente ad essere troppo monocorde. Piccola parte anche per Adriana Facchetti, una delle caratteriste più utilizzate nel cinema anni 70. Film senza grosse pretese, ma godibile.

Le scomunicate di San Valentino, un film di Sergio Grieco. Con Françoise Prévost, Franco Ressel, Corrado Gaipa, Paolo Malco,Jenny Tamburi, Adriana Facchetti, Calisto Calisti, Dada Gallotti, Bruna Beani, Aldina Martano Drammatico, durata 91 min. – Italia 1973.

 

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Françoise Prévost … La badessa
Jenny Tamburi … Lucita
Paolo Malco … Esteban
Franco Ressel … Don Alonso
Corrado Gaipa … Padre Onorio
Pier Giovanni Anchisi … Isidro
Aldina Martano … Sorella Rosario
Bruna Beani … Josefa

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Regista:Sergio Grieco
Sceneggiatore:Sergio Grieco
Produzione:Gino Mordini
Musiche originali:Coriolano Gori
Fotografia:Emore Galeassi
Montaggio:Mario Gargiulo
Scenografie:Antonio Visone
Direttore di produzione:Massimo Alberini

luglio 22, 2009 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , , | 4 commenti

Kitty Tippel …quelle notti passate sulla strada

Kitty è una ragazza poverissima, che vive nella realtà disagiata di una Amsterdam spaccata in due tra ricchi troppo ricchi e poveri abbruttiti dalle privazioni; siamo sul finire dell’ottocento, e il quadro d’assieme della vicenda mostra lo stridente contrasto tra la ricca e agiata borghesia olandese e la realtà fatta di spirito di sopravvivenza, di abiezione morale e di voglia di riscatto che serpeggia nello strato più basso della popolazione, quello che sopravvive ai margini dell’opulenta società

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Kitty, che è una ragazza volitiva, sogna un futuro diverso per se, che non sia quello della sua famiglia, con una sorella che si prostituisce e un padre inetto e ubriacone. La giovane tenta la via del riscatto diventando dapprima la modella di un pittore, che la violenterà privandola della verginità, poi l’amante di un vecchio banchiere, e infine, dopo una serie di peripezie, che la porteranno a degradarsi finendo sul marciapiede, conoscerà un ricco rivoluzionario, che si innamorerà di lei e le permetterà di leggere, studiare e imparare, alzandola di livello sociale e permettendole un riscatto che altrimenti la ragazza non avrebbe mai conosciuto.

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La malattia di Kitty

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Kitty Tippel, di Paul Verhoeven, film del 1975, è una splendida storia strutturata quasi fosse una fiction; con una sceneggiatura elaborata da una serie di racconti tratti dalle opere di Neel Doff, che visse una storia praticamente identica all’eroina dei suoi racconti, il film si  muove in una Amsterdam contraddittoria, come contraddittori sono i protagonisti della vicenda, con l’unica eccezione di Kitty, una donna che non vuole arrendersi alla convenzione sociale che impone alle donne povere e senza istruzione una vita da vivere e spendere ai margini della società.

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E’ proprio Amsterdam l’altra protagonista, illuminata da una fotografia assolutamente straordinaria, capace di cogliere, pur in una ricostruzione posteriore, il fascino di una città cosmopolita da sempre, proprio per questo pulsante e contraddittoria. Una città vista attraverso veri e propri dipinti fotografici, una fotografia che si può tranquillamente definire impressionista. La vicenda di Kitty diventa a questo punto la storia del riscatto sociale, della sfida alle convenzioni, la storia della volontà di una donna, una vicenda proto femminista, che il regista olandese segue con attenzione,

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Monique Van De Ven è Kitty Tippel

attraverso una cura quasi maniacale dei dettagli, non risparmiando anche scene disturbanti, come quella in cui Kitty e la sua famiglia, intenti a mangiare il loro misero pranzo, devono assistere all’espletamento delle funzioni corporali della sorella di Kitty, in una casa tugurio in cui la privacy è un miraggio. Un’altra scena vede la deflorazione della sventurata e ingenua Kitty da parte di un sedicente pittore, avvenuta mentre la ragazza è intenta in un gioco infantile di ombre cinesi. Tutto contribuisce a rendere visivamente aggressiva l’opera di Verhoeven;

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l’ambientazione, la storia di Kitty, i personaggi spesso crudeli, con un livello di moralità prossimo allo zero. Un film davvero bello, che all’epoca della sua uscita passò non pochi guai con la censura, non tanto per le scene abbastanza crude portate sullo schermo, bensì per il tema scabroso, per quella descrizione così cruda e realistica della borghesia, vista come ricettacolo di tutti i vizi.

Straordinaria l’interpretazione di Monique Van De Ven, che mostra una Kitty che passa attraverso le esperienze peggiori mantenendo comunque un candore invidiabile. Kitty Tippel è uno dei film più interessanti degli ultimi trent’anni, e francamente sconcerta l’oblio a cui è stato condannato; le stesse tv non passano mai questa pellicola scomoda, puntando su più rassicuranti film barzelletta, che hanno il pregio di non far pensare.

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Kitty Tippel…quelle notti passate sulla strada, un film di Paul Verhoeven . Con Monique Van De Ven, Andrea Domburg, Hannah De Leevwe, Ian Blaaser, Eddy Brugman
Titolo originale Keetje Tippel. Drammatico, b/n durata 107 min. – Paesi Bassi 1975.

Monique van de Ven … Keetje Tippel
Rutger Hauer … Hugo
Andrea Domburg …Madre di Keetje
Hannah de Leeuwe … Mina
Jan Blaaser … Zio di Keetje
Eddie Brugman … Andre
Peter Faber … George
Walter Kous … Pierre
Fons Rademakers …Klant

Regia: Paul Verhoeven
Sceneggiatura: Neel Doff,Gerard Soeteman
Produzione: Rob Houwer
Musiche: Rogier van Otterloo
Fotografia: Jan de Bont
Montaggio: Jane Sperr

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luglio 14, 2009 Pubblicato da: | Drammatico | , | 2 commenti

I viaggiatori della sera

I viaggiatori della sera locandina

Orso scoppiato, nome d’arte di Galli, un maturo Dj, e Niky, sua moglie, hanno raggiunto i 50 anni. In virtù delle leggi esistenti nel loro futuristico paese, devono lasciare l’attività, la casa e la famiglia, per recarsi un un villaggio residenziale nel quale soggiornare durante la vecchiaia. In realtà tutti gli over 50 vengono inviati nel villaggio per essere, uno dopo l’altro, eliminati fisicamente, tramite un gioco crudele che assomiglia al mercante in fiera.

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Ugo Tognazzi è Orso

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Ornella Vanoni è Niky

Niky e Orso partono così da casa loro in compagnia dei freddi, gelidi figli Anna Maria e Francesco, con il fglio di Anna Maria, Gian Luca. L’arrivo nel villaggio crea due diversi stati d’animo nei coniugi; mentre Orso in qualche modo si rassegna alla situazione, Niky decide di staccarsi da tutto quello che era il bagaglio di esperienze, cose e affetti che aveva nella vita fuori dal villaggio. Così si lascia andare a esperienze sessuali con un giovane addetto del villaggio prima, e con un vecchio conoscente poi.

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Ferito, Orso reagisce intrecciando a sua volta una relazione con la giovane Ortensia, anche lei addetta alla sorveglianza. Ma Ortensia è anche un’appartenente ad una organizzazione segreta che ha lo scopo di salvare gli “anziani”, e che infatti salva proprio Orso da una morte sicura. Viceversa il tragico gioco del mercante in fiera destina alla crociera della morte, come viene chiamato il premio in palio per i vincitori, proprio Niky.L’organizzazione prepara una fuga in massa di anziani, ma tutto sarebbe vanificato se non fosse per l’intervento di Orso che, distraendo il personale, rapisce suo nipote Gian Luca. L’uomo porta il nipotino in giro per un vecchio e polveroso museo, spiegando al bambino, con voce ironica, ma velata di tristezza, com’era anni addietro la vita degli esseri umani. Ma il bambino, forse per gioco, forse no, giocando con la rivoltella del nonno, lo uccide.

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Tratto dall’omonimo romanzo di Umberto Simonetta, I viaggiatori della sera, diretto da Ugo Tognazzi nel 1979, è un crudele, nichilista apologo sulla vecchiaia. Ricorda, in alcune parti, il futuristico La fuga di Logan, almeno nella parte che riguarda il gioco scelto come metodo di selezione dei condannati a morte, che nel caso del film diretto da Michael Bay era il Carrousel, e che invece in questo film è un ben più banale e atroce mercante in fiera.

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Corinne Clery è Ortensia

Un film drammaticamente tetro, intervallato soltanto da qualche breve battuta di Orso, un superbo Ugo Tognazzi, che ha come compagna, nel film, una insospettatamente brava Ornella Vanoni, asciutta e cupa, in perfetta sintonia con il dramma a cui assistiamo. Un film non perfettamente riuscito, sopratutto nelle parti in cui Tognazzi si lascia prendere la mano da un eccesso di stigmatizzazione della società in cui vivono i personaggi, senza approfondire in alcun modo i perchè delle scelte dei giovani, che rinunciano sic et simpliciter, di colpo, al patrimonio di conoscenze, di saggezza degli anziani.

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Che poi, in effetti, anziani non sono, come dimostra il limite dei 50 anni in base al quale si viene destinati alla morte sicura. Viiceversa riuscita è proprio la parte che riguarda i rapporti tra i giovani, visti in un’ottica fredda, quasi allucinata, in cui emergono ritratti di personaggi aridi, distaccati, quasi gelidi nei loro comportamenti inumani, simboleggiati per esempio dai due figli della coppia, ansiosi di liberarsi di quello che per loro è diventato un evidente epso. La disinibita, spontanea Niky, naturista convinta, oppure Orso, che usa termini “volgari e beceri”, come tiene a sttolineare Anna maria, sono, nel film, i residui di un mondo dissolto.

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Il mondo dei giovani è fatto di rapporti interpersonali assolutamente distaccati: fanno sesso come delle macchine, non hanno emozioni, accettano come una Nemesi il dover trapassare a miglior vita alla soglia dei 50 anni. Viene da chiedersi, però, quanto abbiano contribuito i loro genitori, se la colpa sia solo della società, o piuttosto se non ci sia una grossa parte di responsabilità degli stessi. Domande che non trovano ovviamente risposte, visto che il film si muove in una direzione ben precisa, il racconto del percorso di Niky e Orso, un percorso che si concluderà tragicamente.

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Il finale lascia comunque aperto uno spiraglio di speranza: Orso rinuncia alla sua vita, in fondo, pur di lasciare una speranza al gruppo di Ortensia, una giovane che non vuole il mondo in cui è costretta a vivere, che non accetta lo status quo. Da segnalare infine la buona prova di Corinne Clery nel ruolo di Ortensia.

In definitiva un gran bel film, asciutto e teso, in cui ad alcune carenze strutturali Tognazzi sopperisce con un insospettato mestiere, dirigendo bene i vari attori e sopratutto dando ritmo e sostanza al racconto.

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I viaggiatori della sera,

un film di Ugo Tognazzi. Con Ugo Tognazzi, Ornella Vanoni, Roberta Paladini, Leonardo Benvenuti, William Berger, Corinne Cléry, Pietro Brambilla, Manuel De Blas, José Luis Lopez Vazquéz, Deddi Savagnone, David Fernandez
Fantastico, durata 111 min. – Italia, Spagna 1979.

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Ugo Tognazzi: Orso
Ornella Vanoni: Nicki
Corinne Clery: Ortensia
Roberta Paladini: Anna Maria
Pietro Brambilla: Francesco
José Luis López Vázquez: Simoncini
William Berger: Cochi Fontana
Manuel de Blas: Bertani
Deddi Savagnone: Mila
Leo Benvenuti: Zafferi
Davide Fernández: Anton Luca

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Regia Ugo Tognazzi
Soggetto Umberto Simonetta (romanzo)
Sceneggiatura Ugo Tognazzi, Sandro Parenzo
Musiche Xavier Battles,Toti Soler
Fotografia Ennio Guarnieri
Montaggio Nino Baragli

luglio 13, 2009 Pubblicato da: | Drammatico | , , , | 5 commenti

Le farò da padre

Le farò da padre locandina

Controverso,dibattuto, contestato. Le farò da padre, di Alberto Lattuada, ha il merito di aver prodotto una sequela di plemiche e straschichi critici quasi senza precedenti, in virtù di una trama di per se già scabrosa, su un tema difficile, l’ amore tra una persona “normale” ed una affetta da grave handicap. Un tema inusuale, poco affrontato negli anni settanta, piuttosto pudichi se non ipocriti verso situazioni che uscissero da una perbenista moralità. Lattuada invece affronta il problema alla radice, attraverso immagini anche forti, ma mai morbose, tranne forse in un paio di situazioni che si sarebbero potute evitare. Ma veniamo alla trama.

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Gigi Proietti, l’avvocato Saverio Mazzacolli a cena con Mario Scaccia, Don Amilcare da Layola

Saverio Mazzacolli, avvocato senza scrupoli, rampante, ha messo gli occhi su un’affare miliardario: l’urbanizzazione di un tratto di costa salentina, da destinare a paradiso per le vacanze dei ricchi. Per fare ciò, ha bisogno però di lottizzare i terreni adocchiati, che appartengono alla contessa Raimonda Spina, ricca, ricchissima vedova di un uomo d’affari. Aiutato da un nobile spiantato, ricco solo di blasone, Don Amilcare da Layola, l’avvocato senza scrupoli aggancia la nobildonna e la seduce.

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Therese Anne Savoy, la portatrice d’handicap Clotilde

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Irene Papas, la Contessa Raimonda Spina

Il suo intento è quello di realizzare, con la donna, l’affare agognato. Ma la contessa, scaltra, rifiuta l’offerta, così come rifiuta di sposare l’avvocato. Saverio però non demorde, e decide di colpire la contessa nell’unico punto vulnerabile, sua figlia Clotilde. La ragazza, pur avendo anagraficamente 16 anni, ha un forte handicap psicologico, che le impedisce di parlare; cosa più grave, vive e si comporta come una bimba di 5 anni. Ma ha le pulsioni della sua età, il corpo, gli ormoni, spingono la ragazza, che è priva ovviamente della concezione del peccato, ad un comportamento istintivo e primordiale, in cui anche l’erotismo è un gioco.

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E’ la vecchia governante di casa a frenarne gli impeti, masturbandola, cosa che effettivamente procura nello spettatore un senso di fastidio. Saverio chiede così in moglie Clotilde alla madre, ma la contessa rifiuta di dare alla ragazza qualsiasi sostanza. A questo punto Saverio, con la complicità di Don Amilcare da Layola, simula il rapimento della ragazza, con l’aiuto anche di un geometra viscido come una serpe e della cameriera di Don Amilcare.

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Durante la cattività della ragazza, però, qualcosa cambia in Saverio: l’istintività quasi animale della ragazza, quel suo offrirsi senza pudori o false remore, quella corrente di simpatia che si instaura tra Saverio e Clotilde finiscono per compiere il miracolo. Saverio si innamora della ragazza, ovviamente ricambiato dalla genuina, spontanea creatura senza malizia che è Clotilde. A questo punto Saverio dovrà scegliere: perseguire i suoi fini o seguire l’istino, abbandonandosi a quella storia d’amore assolutamente anticonvenzionale. Sceglierà con il cuore.

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Ci sono più modi per approcciarsi al film di Lattuada: con occhio critico, quindi valutando negativamente il personaggio di Saverio, come in fondo sarebbe giusto che fosse, oppure ponendo l’accento sulla figura di Clotilde, la sua sessualità animalesca, primitiva, vista nell’eccezione negativa, sia come donna che come portatrice d’handicap.

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Grande performance di Therese Ann Savoy nei panni di Clotilde

Sarebbe tuttavia un grosso errore: Lattuada privilegia l’ambiente, la storia d’amore impossibile che si delinea tra Saverio e Clotilde, vista anche come un guanto di sfida alla bigotteria, al senso morale e di pudicizia che affiora nella vita della tranquilla e bolsa borghesia salentina. Il Salento è solo un’immagine figurata, a quel punto, perchè diventa il simbolo di tutta una classe sociale troppo incline all’ essere baciapile e ipocrita.

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Le scene di sesso sono davvero limitate, mentre i nudi di Clotilde trovano giustificazione nello svolgimento del film, nel tentativo di far affiorare un sentimento che nasce proprio da pulsioni primitive, e che si trasforma poi in qualcosa di più profondo, rendendo simpatico anche la canaglia Saverio. Gli attori sono tutti al massimo livello:

– bravo Gigi Proietti a esaltare le doti negative, ma anche poistive alla fine dell’avvocato rampante:

-bravissima Therese Ann Savoy, impeccabile nel ruolo di Clotilde, con quella sua faccia da adolescente dal corpo peccaminoso eppur in questo caso non morboso;

-bravo Mario Scaccia, nel ruolo di Don Amilcare, un nobile spiantato, ancora perso dietro sogni e rimpianti di una nobiltà ormai decaduta, defunta.

-ottima Irene Papas, la contessa Raimonda Spina, che in fondo ama con tutto il cuore quella sua sfortunata figliola. Sfortunata fino ad un certo punto, perhè essa è un giullare di Dio, la creatura perfetta, senza peccato e senza malizia.

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Infine bravo anche Cirino, il viscido geometra, e Lina Polito, Concettina, domestica forse sciocca, ma di quella stoltezza che rende poi grandi. Un film molto bello, per certi versi assolutamente imperdibile.

Le farò da padre, un film di Alberto Lattuada. Con Irene Papas, Mario Scaccia, Isa Miranda, Luigi Proietti.
Therese Ann Savoy, Lina Polito, Bruno Cirino, Clelia Matania, Alberto Lattuada, Mario Cecchi
, Giancarlo Badessi, Daniela Caroli
Commedia, durata 115 min. – Italia 1974.

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Luigi Proietti (Saverio Mazzacolli)
Irene Papas (Raimonda Spina Tommaselli)
Therese Ann Savoy (Clotilde)
Mario Scaccia (don Amilcare de Loyola)
Bruno Cirino (Peppe Colizzi)
Lina Polito (Concettina)
Isa Miranda (zia Elisa)
Clelia Matania (zia Lorè)
Pia Attanasio (nonna Anastasia)
Nona Da Padova (la balia Anna)
Gabriella Cammelli Severi (la cameriera)
Daniela Caroli (Carmela)
Gian Carlo Badessi (don Liguori)

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Regia Alberto Lattuada
Soggetto Bruno Di Geronimo
Sceneggiatura Bruno Di Geronimo, Ottavio Jemma, Alberto Lattuada
Produttore Silvio Clementelli
Casa di produzione Clesi Cinematografica
Fotografia Lamberto Caimi
Montaggio Sergio Montanari
Musiche Fred Bongusto
Scenografia Vincenzo Del Prato
Costumi Marisa Polidoni D’Andrea

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luglio 6, 2009 Pubblicato da: | Drammatico | , , , | Lascia un commento

Il corpo

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Antoine, Madeleine, Princesse e Alain. Quattro storie di perdenti, di persone in fondo negative, nelle loro debolezze e nei loro difetti. Quattro destini segnati, che alla fine riceveranno paghe diverse.

Antoine, un uomo di mezza età, viene aggredito da due persone; in suo aiuto arriva lo sconosciuto Alain, che li mette in fuga. Riconoscente, Antoine offre un lavoro al giovane dopo aver appreso che in pratica è senza soldi e senza una meta.

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Enrico Maria Salerno

Lo porta con se sull’isola dove vive in compagnia di una stupenda ragazza di colore, Princesse. Antoine, che è diviso dall’ex moglie Madeleine, che gestisce un locale di infimo ordine, è un uomo alcolizzato e violento. Princesse spesso è vittima della sua violenza; così, dopo aver all’inizio contrastato la venuta di Alain, finisce per individuare nel giovane l’unica persona che può portarla via dalla sua vita fatta di soprusi e violenza.

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Così si concede al giovane Alain, e con lui inizia a pensare sia ad un futuro lontano da Antoine, sia alla maniera per sbarazzarsi dell’uomo. Ma Antoine, che non ha smesso di frequentare l’ex moglie, affida ad una lettera i suoi timori su un complotto dei due giovani amanti, che affida a Madeleine. Così, un giorno, i due amanti riescono a sbarazzarsi, in maniera casuale, di Antoine, che viene lasciato affogare al largo dell’isola;

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La bellissima Zeudi Araya è Princesse

Madeleine, che è a conoscenza del piano, ricatta il giovane Alain. I due amanti decidono la fuga, e grazie a 2000 dollari trovati tra le cose di Antoine, si dirigono all’aeroporto. Qui una semplice dimenticanza di Alain trasforma tutto in una tragedia: Alain intravede tra la folla Madeleine, e sentendosi chiamare da un poliziotto, che in realtà vuole semplicemente comunicargli qualcosa, pensa di essere stato scoperto e fugge sulla pista di volo, dove viene travolto da un auto. Sconvolta, Princesse va a raggiungerlo, e finisce nello stesso modo. I corpi dei due giovani amanti giacciono così distesi su freddo asfalto dell’aeroporto, uno accanto all’altro.

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Il corpo, diretto da Luigi Scattini nel 1974, chiude la trilogia ideale iniziata con La ragazza fuoristrada e proseguita con La ragazza dalla pelle di luna, che vede nei panni delle tre protagoniste la splendida Zeudi Araya. Ancora una volta la location è esotica; Scattini sceglie l’isola di Trinidad: la trama è intrigante, potremmo definirla come “amore e morte nel giardino degli dei”, vista la bellezza dei paesaggi che fanno da contorno ad una trama, al contrario, virata decisamente al noir. Un film in in cui i personaggi sembrano mossi da un destino tragico sin dalle prime battute, con quel loro essere tutti degli sconfitti.

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E’ uno sconfitto Antoine, alcolizzato e violento, è una sconfitta Madeleine, che vive un’esistenza miserabile dividendosi tra una bettola e uomini che transitano nel suo letto. E’ uno sconfitto Alain, senza meta e senza passato, così come è una sconfitta Princesse, che pure è bellissima  e sensuale. Ma che userà la sua sensualità in maniera sbagliata, finendo per catalizzare tutte le pulsioni negative dei vari personaggi attorno a lei, che diventerà il fulcro del dramma. Un dramma che si intuisce sarà lo sbocco naturale delle loro esistenze, sin da quando i due giovani amanti non progetteranno, infatti, di sbarazzarsi del terzo incomodo, finendo, inconsapevolmente, per favorire i piani di Madeleine, che sarà l’unica a guadagnarci qualcosa, alla fine. Nessun personaggio positivo, quindi, ma uno spaccato di umanità torvo, dolente.

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Due bellezze agli antipodi: Zeudi Araya…..

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…e Carroll Baker

La scelta degli attori si rivela, per Scattini, fondamentale: bravissimo è infatti Enrico Maria Salerno, attore duttile, capace di dare profondità al suo personaggio. Brava anche Carroll Baker, nel ruolo della perfida Madeleine, un’attrice che in Italia, per merito dei nostri registi, ebbe infine il ruolo che meritava.. E brava, naturalmente, la bellissima Zeudi Araya, molto più spigliata rispetto agli esordi, oltre che spettacolosa fisicamente. Viceversa un tantino incolore la prova di Leonard Mann, alle volte in imbarazzo.

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Due parole sulla location. Trinidad appare in una luce diversa, rispetto per esempio allo scenario lussureggiante delle Seychelles di La ragazza dalla pelle di luna. Come suggerisce il regista  nel suo blog (http://www.luigiscattini.wordpress.com), a Trinidad l’atmosfera è ben diversa. E non solo quella del film, immersa sin dall’inizio in un dramma percepibile. Non so quanto il regista abbia voluto e cercato  quel clima grigio, quasi da città del nord Europa che caratterizza il film, fatto sta che Trinidad appare in una luce soffusa, malinconica, con quelle nuvole che errano in un cielo azzurro oscurando il sole, creando un seno di angoscia e partecipazione al dramma delle quattro vite che si andrà via via dipanando.

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Luigi Scattini si conferma regista di classe, fa sinceramente male leggere critiche feroci al suo modo di fare cinema: chiunque abbia visto Il corpo non potrà mai definirlo, alla fine, un film erotico. L’erotismo c’è, ma è usato con leggerezza, non ha nulla di torbido. Viceversa, per parte della critica, diventa l’elemento pregnante dell’opera. Un vero peccato, visto che purtroppo molti spettatori, alla fine, subiscono il condizionamento di gente che il cinema lo conosce solo per sentito dire.

Il corpo,  di Luigi Scattini con Zeudi Araya, Enrico Maria Salerno, Leonard Mann,Carroll Baker

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Il corpo 1

Il corpo banner protagonisti

Carroll Baker … Madeleine
Zeudi Araya … Princess (as Zeudi Araya)
Leonard Mann … Alan
Enrico Maria Salerno … Antoine

Il corpo banner cast

Regia Luigi Scattini
Sceneggiatura Luigi Scattini,Massimo Felisatti,Fabio Pittorru
Musiche Piero Umiliani
Montaggio Antonio Borghesi
Editing Gabriella Zita

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Il corpo locandina 1

Il corpo locandina sound

luglio 4, 2009 Pubblicato da: | Drammatico | , , | 5 commenti

Liberi, armati, pericolosi

Liberi,armati,pericolosi locandina

La giovane Lea si reca in commissariato per denunciare la probabile rapina di tre suoi amici, il biondo, Giò e Luis (quest’ultimo è il suo ragazzo) ai danni di un distributore di benzina nel centro di Milano. Il commissario decide di ascoltare la ragazza, che ha assicurato che i tre non sono pericolosi, e che hanno intenzione di fare la rapina con un’arma giocattolo; così si apposta con i suoi uomini davanti alla stazione di servizio.

Liberi,armati,pericolosi 1
Eleonora Giorgi è Lea

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Thomas Milian

Ma le cose vanno diversamente; il biondo spara sul benzinaio, e nel conflitto a fuoco che segue vengono uccise altre tr persone. I tre riescono a  fuggire, e da quel momento ha inizio una drammatica corsa contro il tempo per fermare i tre giovani delinquenti, che si lasciano alle spalle una lunga scia di sangue. Giò e il biondo rapinano una banca, uccidendo una guardia, e subito dopo si recano da un loro amico, a capo di una gang di giovinastri e assieme progettano un colpo ad un supermercato.

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A sinistra:Max Delys è Luis

Liberi,armati,pericolosi 2Stefano Patrizi è Il biondo

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Qui, subito dopo la rapina, Giò e il biondo massacrano i loro compagni di malefatte, e fuggono verso la campagna, dopo aver prelevato da casa la giovane Lea. Ma la loro fuga termina in un boschetto, dove, dopo aver ucciso una coppia di turisti e un guardiacaccia, vengono circondati dalla polizia, con prevedibile dramma finale.

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Liberi,armati, pericolosi non è un film poliziesco, quanto piuttosto un noir con evidenti intenti moralistici. Ed è quest’ultima prerogativa quella che urta di più nell’economia di un film che già di per se è infarcito di luoghi comuni da vendere. A parte l’assoluta improponibilità della trama, con i tre teppistelli che seminano sangue senza che la polizia possa in qualche modo fermarli, che rapinano una banca gettando poi i soldi della rapina dai finestrini dell’auto in mezzo ad un mercato, quello che urta ancor più sono alcuni dialoghi da far accapponare la pelle.

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Come quello tra il commissario (un Thomas Milian a disagio) e i tre genitori dei ragazzi, ai quali ammanisce una ramanzina degna di miglior causa; altra ridicolaggini del film sono evidenti anche in presa diretta, come la sequenza dell’elicottero che intercetta i giovani in un campo; Luis e Giò sono visibilissimi nella ripresa dall’alto, visto che sono all’interno di una capanna senza pareti. Ebbene, l’elicottero si lascia sviare dal biondo che simula un amplesso con Lea…mentre i due rimangono tranquillamente in bella vista nella capanna.

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Dialoghi surreali a parte, e improbabilità della trama anche, quanto meno ci si consola con le sparatorie a go go, con gli inseguimenti, ben girati, e con il ritmo della pellicola. Perchè, per il resto, tutto è davvero poca cosa. I tre attori, Max Delys (il solito divetto dei fotoromanzi diventato attore), Stefano Patrizi e Benjamin Lev sono davvero espressivi come cariatidi del Partenone. si salva Eleonora Giorgi, sicuramente di ben altro livello rispetto ai tre, e in qualche modo un imbarazzatissimo Thomas Milian, che recita la famosa paternale in modo tanto irruento da renderla ancora più surreale.

Diretto da Romolo Guerrieri, Liberi armati pericolosi è un prodotto tipico del B movie italiano degli anni settanta, pieno di predicozzi, situazioni accennanti alla realtà violenta di quegli anni, sparatorie a volontà, polizia inefficiente, violenza gratuita e tutto il corollario di denunce sulla società degli anni di piombo, viste però con intenti moraleggianti, poco concreti e sopratutto con un linguaggio a tratti becero, a tratti improbabile e sguaiato.

Liberi, armati, pericolosi un film di Romolo Guerrieri. Con Eleonora Giorgi, Benjamin Lev, Thomas Milian, Stefano Patrizi, Max Delys, Venantino Venantini, Salvatore Billa, Gloria Piedimonte, Diego Abatantuono, Giorgio Locuratolo
Poliziesco, durata 91 min. – Italia 1976

Liberi armati pericolosi foto banner PROTAGONISTI

Stefano Patrizi: Mario “il biondo”
Max Delys: Luis
Benjamin Lev: Giò
Eleonora Giorgi: Lea
Tomás Milián: Commissario
Diego Abatantuono: Lucio

Liberi armati pericolosi foto banner cast

Regia Romolo Guerrieri
Soggetto Giorgio Scerbanenco, Fernando Di Leo
Sceneggiatura Nico Ducci, Fernando Di Leo
Produttore Marcello Partinie, Ermanno Curti
Fotografia Erico Menczer
Montaggio Antonio Siciliano
Musiche Enrico Pieranunzi, Gianfranco Plenizio
Scenografia Francesco Cuppini
Costumi Giulia Mafai

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luglio 3, 2009 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , , | 1 commento