Fraulein in uniforme
A fine 1944, la situazione militare della Germania presenta tutte le caratteristiche di una disfatta, nonostante i proclami di Berlino e del Fuhrer; dalla capitale tedesca arriva l’ordine di mobilitazione generale per tutte le persone abili alla guerra, incluse le donne.
Felix Khun, funzionario medico onesto e scrupoloso, visita una gran quantità di donne, scartando coloro che ritiene inabili alla guerra, suscitando però le ire dei suoi superiori che hanno bisogno ad ogni costo di carne da macello.
Felix viene quindi rimosso dal suo incarico e inviato al fronte, mentre le sue due belle figlie, Margareth e Eva vengono inviate al fronte orientale, ormai in ritirata ed esposto in prima linea alla reazione nemica.
Mentre Margareth viene spedita in posto avanzato per le trasmissioni, Eva finisce nella contraerea.
Margareth si trova agli ordini di una superiore ormai fuori di testa, che parla di principi morali proprio mentre con l’esempio fà tutt’altro, promuovendo la promiscuità tra i suoi soldati, quasi tutte donne.
Eva invece finisce per essere violentata da un suo superiore; durante un attacco aereo rimane ferita e si ritrova spaesata ad errare per i boschi vicini, prima di essere riconosciuta e catturata dai soldati tedeschi.
La situazione militare precipita, così ben presto Felix si ritrova a dover fronteggiare il nemico praticamente da unico ufficiale responsabile, vista la fuga di molti superiori. Riuscirà a salvare le sue figlie e le radiotelegrafiste dall’avanzata nemica, liberandole dalle voraci mani dei russi….
Fraulein in uniforme, diretto nel 1973 da Erwin Dietrich, è un film bellico a sfondo nettamente erotico, nonostante una certa pretestuosità della trama e l’utilizzo di mezzi che generalmente venivano lesinati in questo genere di pellicole.
Il regista infatti è autore di una serie di pellicole che già dal titolo lasciano presagire il loro contenuto, come Le insaziabili voglie della ragazza con la Roll Royce,Giochi proibiti al sexy shop ,Adolescenza morbosa.
Beninteso, non è affatto un cattivo prodotto, anzi; c’è una certa cura per la fotografia, la sceneggiatura presenta almeno una trama credibile mentre tanti altri prodotti del genere erano realizzati alla men peggio e con pochissime idee.
C’è spazio anche per una storia rosa tra il partigiano e la bella Eva, storia destinata a finire tragicamente.
Ovviamente la parte del leone la fanno le splendide protagoniste del film, che sono davvero uno spettacolo per gli occhi.
Nessuna di esse eccelle per particolari doti recitative, ma in fondo al regista e al produttore non era di certo un’esigenza primaria.
Quello che và elogiato del film è il tentativo, riuscito, di evitare la volgarità eccessiva, le sequenze “ginecologiche” fini a se stesse o gli espedienti tipici del genere nazisploitaion, gli eros svastica che di là a poco avrebbero conosciuto una effimera stagione di successo.
In Fraulein in uniforme manca sia la componente ferocemente sadica, lo splatter fine a se stesso sia la componante erotica spinta alle etreme conseguenze.
Il prodotto finale, pur nei limiti di un film assolutamente privo di velleità, per una volta può essere segnalato come gradevole.
Fräulein in uniforme, un film di Erwin Dietrich. Con Carl Möhner, Elisabeth Felchner Titolo originale Eine Armee Gretchen. Erotico, durata 90 min. – Germania 1973.
Elisabeth Felchner – Marga Kuhn
Karin Heske – Eva Kuhn
Renate Kasché – Ulrike von Menzinger (as Renate Kasche)
Carl Möhner – Dr. Felix Kuhn
Helmut Förnbacher – Hauptmann Mannteufel
Alexander Allerson – Oberst Stett
Hasso Preiß – Maggiore
Birgit Bergen – Zugleiterin
Milan Beli – Aljoscha
Anne Graf – Untergauführerin Stein
Klaus Knuth – Ufficiale della Gestapo
Elke Boltenhagen – Claudia
Michel Jacot – Ufficiale
Au pair girl (Le femmine sono nate per fare l’amore)
Quattro ragazze provenienti da diverse nazioni (Svezia, Danimarca, un posto non specificato dell’Asia e dalla Germania) giungono in Inghilterra per lavorare come ragazze alla pari.
Randi, Anita, Nan-Lee e Christa avranno storie differenti; Randi, la tedeschina, è destinata ad essere ospitata da una ricca famiglia, ma avrà diverse peripezie.
Il rampollo della famiglia va a prenderla in aeroporto con tanto di Rolls, ma durante il ritorno a casa si ritrovano con una gomma a terra e devono riparare in un fienile. Qui la ragazza finisce in un abbeveratoio, finisce per strapparsi un vestito e i due decidono di andare in giro in città (dopo che hanno riparato l’auto) per trovare dei vestiti di ricambio. Finiranno in uno studio di un fotografo pazzo che utilizzerà la ragazza per un servizio senza veli.
Nan-Lee, anch’essa ospite di una ricca famiglia, avrà l’ingrato compito di svezzare il rampollo di famiglia, vergine e inibito,
mentre la biondissima Anita, la più disinibita del gruppo, viene ospitata in una casa abitata da due anziani coniugi.
La metterà a soqquadro con la sua vitalità e con i suoi costumi liberi, prima di finire nel letto di un ricco arabo, letto da quale fuggirà inseguita dal maturo signore.
L’ultima delle quattro, Christa, sarà quella che farà l’esperienza peggiore, perchè si incapriccerà di un musicista e perderà la sua verginità, mentre il musicista si consolerà subito dopo con una disponibile cantante.
Le quattro ragazze, dopo le avventure che hanno vissuto, si ritrovano all’agenzia di collocamento con il loro piccolo bagaglio di esperienze.
Au pair girl, (Le femmine sono nate per fare l’amore) diretto da Val Guest nel 1972, è una commedia tipicamente british nell’ambientazione, nel racconto, nello humour, decisamente incomprensibile per noi italiani.
A parte le gag, che davvero fanno sorridere poco, sono le situazioni surreali in cui vengono a trovarsi le quattro protagoniste a lasciare di stucco.
Randi, interpretata da Gabriella Drake, riesce in pochi minuti a far danni e a infilarsi in una situazione tragicomica (in verità più tragica che comica); entra in un fienile, sale su una soffitta, cade in un abbeveratoio, si strappa i vestiti e naturalmente rompe l’anima a Malcom, il ragazzo che è andato a prenderla,
per trovare dei nuovi vestiti, con il risultato che dopo una breve ricerca finiranno sul set improvvisato di un fotografo di spot pubblicitari, in cui la ragazza, senza fare una piega verrà impegata (naturalmente nuda) per una pubblicità di un alcolico. Avrà poi la pessima idea di indossare i gioielli di famiglia dello sfortunato Malcom, cosa che provocherà l’ovvio allontanamento da casa.
Nan Lee, interpretata malamente da Me Me Lai è invece la solita anima pia che si sacrifica per erudire il pupo ricco e nobile assolutamente all’oscuro di cose che riguardano il sesso; le sequenze che la vedono protagonista sono le più penose per il pesante debito che ha l’attrice con la recitazione.
Anita ha appena il tempo di arrivare a casa dei coniugi che dovranno ospitarla che inzia il suo eprsonale show, entra in camera da letto, si spoglia nuda davanti all’imbarazzata e anziana padrona di casa, corre a farsi una doccia, compare nuda davanti al padrone di casa, si infila nel letto di un arabo ( molto inglese poco arabo) che vuole naturalmente farle la festa e fugge a tutta velocità, il tutto naturalmente senza una logica e senza un dialogo degno di essere riportato: Naturalmente verrà sbattuta fuori di casa per essere tornata fuori dall’orario consentito!
L’ultima protagonista, Christa, una finta ingenua (almeno dall’espressione), finisce nel letto di un cantante, dopo aver schivato avance di vario tipo da loschi figuri incontrati nel locale nel quale suona colui che le strapperà la poco difesa verginità.
Film imbarazzante per la pochezza assoluta sia della trama, praticamente inesistente, sia per la recitazione davvero parrochhiale di tre delle quattro protagoniste.
A salvarsi è la sola Gabriella Drake, il tenente Gay Ellis della fortunata serie UFO; bella e sexy, l’attrice inglese si fa apprezzare sopratutto per lo splendido fisico, mostrato in più occasioni come mamma l’ha fatto.
Stendiamo un pietosissimo velo invece su Me Me Lai, trasportata fuori dai film che l’hanno resa nota, i cannibal movie e incapace di mostrare quel minimo sindacale di recitazione che valga un contratto cinematografico.
Anche l’attrice di Burma si segnala solo per alcuni nudi nelle sequenze che la riguardano, le meno numerose; evidentemente il regista scelse di tenerla in scena il meno possibile, per non ridicolizzare un film di per se abbastanza scarso.
Astrid Frank, bionda e ben fatta fisicamente recita come se stesse girando un filmino in famiglia; l’unica differenza con quest’ultimo consiste nel fatto che l’attrice gira perennemente nuda.
E’ sicuramente un bel vedere, ma le sue gag nel film sono da oratorio e degne di un filmato amatoriale.
L’ultima attrice presente nel film è Nancy Wait, che nel corso della sua carriera girerà ltri due o tre film; il che è comprensibile alla luce dell’assolta mancanza di qualsiasi capacità recitativa.
Au pair girl è solo una festa per gli occhi ( i nudi sono davvero tanti) e per il revival ambientale che presenta; abiti, scarpe, acconciature sono un festival anni settanta, che visti oggi lasciano un sapore amarognolo di nostalgia.
Detto questo c’è ben poco da aggiungere.
Per un italiano vedere una commedia come questa significa davvero rimpiangere l’ultimo dei decamerotici al risparmi girati negli anni settanta. Curiosamente, questo genere di film ebbe un grosso successo in Inghilterra, ed ebbe numerosi imitatori.
Au pair girl (Le femmine sono nate per fare l’amore) un film di Val Guest, con Gabriella Drake, Me Me Lai, Astrid Frank, Nancy Wait, Erotico, Inghilterra 1972
Astrid Frank – Anita Sector
Johnny Briggs – Malcolm
Gabrielle Drake – Randi Lindstrom
Me Me Lai – Nan Lee
Nancie Wait – Christa Geisler
Joyce Heron – Mrs. Stevenson
Daphne Anderson -La signora Howard
Geoffrey Bayldon – Il signor Howard
Roger Avon -Rathbone
Rosalie Crutchley – Lady Tryke
Harold Bennett -Lord Tryke
Julian Barnes – Rupert
John Le Mesurier – I signor Wainwright
Richard O’Sullivan – Stephen
Derek Gray – Il contadino
Regia: Val Guest
Sceneggiatore: David Adnopoz,Val Guest,David Grant
Produzione:Guido Coen,Kenneth Shipman
Musiche:Roger Webb
Fotografia:John Wilcox
Montaggio:John Colville
I sette magnifici cornuti
I sette magnifici cornuti del titolo sono i sette protagonisti maschili,tutti alle prese con mogli adultere per vari motivi; il film è diviso in sette episodi, che raccontano le gesta in verità poco nobili dei protagonisti.
Primo episodio: due sposi in viaggio di nozze, Gasparino e Mafalda, arrivano a Roma. Spaesati, vengono addocchiati da alcuni loschi figuri, che offrono all’uomo una somma di denaro esorbitante (un miliardo) per permettere ad un fantomatico riccone di godere delle grazie di Mafalda. I due, alla fine, accettano e Mafalda viene sedotta in un auto. Verranno pagati, ma con denaro falso e la donna finirà malinconicamente a battere il marciapiede.
Secondo episodio: Wolfang Von Kraut, un folle inventore tedesco, sogna gesta erotiche sempre più spinte con sua moglie. Così programma un computer- robot per farsi aiutare, con il risultato che il robot prenderà il suo posto, mentre il cornuto viene spedito sulla luna.
Terzo episodio: Liberati è il proprietario di una fabbrica di oli di semi. E’ sposato, ma non riesce ad avere figli. Consultato un urologo, apprende di essere lui ad essere impotente e impossibilitato a procreare.Spinto da sua moglie, una donna bruttina e scheletrica, cerca in tutti i modi un sostituto, ma ognuno di essi, per un motivo o l’altro fallisce. Così alla fine assolda un disoccupato a digiuno da diversi giorni che durante l’amplesso ci rimane secco.
Il cameriere dell’hotel in cui alloggia la coppia, che ha assistito al tentativo di occultare il cadavere dell’uomo, in cambio del silenzio chiede a Liberati di diventare suo socio. Il finale è indecifrabile, perchè si vede inquadrata la moglie di Liberati armata di pistola sparare probabilmente ai due uomini.
Quarto episodio:un edicolante, che sogna di poter ampliare la sua edicola, ha bisogno di un autorizzazione speciale. Per poterla ottenere, spinto dalla moglie, studia un ricatto ai danni di un onorevole. Ma l’uomo e la moglie sono in combutta e hanno una tresca, così il piano del giornalaio va a farsi benedire.
Quinto episodio: un cinema proietta Ultimo tango a Parigi. Di fronte alla sala c’è una macelleria, e un macellaio che sogna di ripetere le prodezze erotiche di Marlon Brando, senza sapere che la moglie se la intende con un lavorante della macelleria.
Sesto episodio: un vigile urbano, Benito, totalmente dedito al lavoro, multa impietosamente tutti coloro che contravvengono alla morale pubblica. Ma un giorno, in un parco, ha la sgradita sorpresa di trovare sua moglie a bordo di una 500, occupata in atti che possiamo immaginare.
Settimo e ultimo episodio: Antonio ha problemi di sesso (è un erotomane) e si rivolge ad una sessuologa, che naturalmente soddisfa carnalmente. Tornato a casa scopre la moglie con un uomo, rinchiuso in un armadio.
La donna e l’amante sono la soluzione ai suoi problemi di sesso con la donna, così Antonio brinda con i due amanti.
I sette magnifici cornuti, film del 1974 diretto da luigi Russo è uno squallido sotto prodotto della commedia sexy; i sette episodi sono imbarazzanti nel loro squallore e nella loro bruttezza, mancando sia l’ironia che un minimo di satira di costume, oltre ad essere deprimenti dal punto di vista della comicità.
Forse l’unico su uno standard accettabile è il primo, quello che vede protagonisti i due sposini siciliani, interpretati da Femi Benussi e Tiberio Murgia;gli altri si distinguono solo per la volgarità e per l’assoluta mancanza di idee.
Spiace vedere dei professionisti come Carlo delle Piane, Oreste Lionello, la stessa Benussi, Didi Perego o Luciano Pigozzi sprecare il loro talento in un’opera assoltamente indegna.
Per quanto riguarda Russo, autore di altri B movies della commedia sexy come Morbosità, La nuora giovane ecc, mostra una sconsolante mancanza di idee, che si traduce in un film di rara bruttezza e noioso in modo sconfinato.
Ultimo appunto: a parte la Benussi, di un altro pianeta rispetto alle protagoniste del film, c’è da chiedersi perchè mai non siano state scelte delle attrici con un minimo di fascino e sensualità invece delle varie Luciana Scalice ecc. che popolano malamente il film.
Decisamente sconsigliato e da evitare a tutti i costi.
I sette magnifici cornuti un film di Luigi Russo. Con Femi Benussi, Carlo Delle Piane, Tiberio Murgia, Didi Perego,Oreste Lionello, Eolo Capritti, Luciano Pigozzi, Enzo Liberti, Luciana Scalise
Commedia, durata 94 min. – Italia 1974.
Femi Benussi – Mafalda, la sposina e La moglie del giornalaio (epis. 1 e 4)
Vincenzo Crocitti- Liberati (epis.3)
Carlo Delle Piane – Wolfang Von Kraut (epis.2)
Elena Fiore – Prostituta (epis.1)
Oreste Lionello L’erotomane (epis.7)
Tiberio Murgia – Gasparino (epis.1)
Didi Perego- La psicanalista (epis.7)
Luciano Pigozzi- L’amante (epis. 7)
L’adolescente (di Alfonso Brescia)
Vito e Grazia, due siciliani, hanno in comune un obiettivo, sposarsi.
L’uomo perchè mira a trovare una donna possibilmente facoltosa, la donna perchè costretta dal padre a lavorare nella farmacia di famiglia senza possibilità di vivere la propria vita.
Così fatalmente Vito rivolge le sue attenzioni proprio sulla donna, che naturalmente accetta la corte dell’uomo, anche perchè legata ad un uomo sposato; Grazia spera così di essere libera di poter frequentare il suo amante.

Una splendida Daniela Giordano è Grazia
Dopo un incontro compromettente in un albergo,organizzato furbescamente dalla donna e conclusosi con uno scandalo (la donna esce completamente nuda per i corridoi dell’albergo) Vito è “costretto” a sposare Grazia , dopo che Don Salvatore,il padre, muore per un attacco cardiaco quando la donna racconta la sua avventura.
I novelli sposi così prendono a vivere insieme, ma lo sventurato Vito scopre ben presto che la moglie non ha alcuna intenzione di consumare il matrimonio, adducendo la scusa del trauma subito alla morte del padre.
Tuttavia i due riescono a trovare un modus vivendi accettabile; mentre Vito si consola con la bella segretaria del suocero, Grazia riprende la sua relazione con l’amante.
Un giorno,a casa dei due coniugi, arriva la nipote di Grazia, la bella Serenella.
Vito si ritrova così in casa un’autentica lolita che con molta malizia lo provoca in continuazione; la ragazza ha però un obiettivo ben preciso, ovvero scatenare uno scandalo in cui vengano coinvolti i due coniugi, in modo da poter ereditare i beni del defunto Don Salvatore.
Con delle manovre furbissime, la ragazza riesce a coinvolgere in uno scandalo i due coniugi, in un finale in cui tutti i protagonisti si ritrovano faccia a faccia, per la resa dei conti.
Al povero Vito non resta altro da fare che lasciare con le pive nel sacco la moglie e la casa in cui viveva.
L’adolescente, per la regia di Alfonso Brescia, è una commedia sexy del 1976, inquadrabile nel filone “parentale”, quello per intenderci a cui appartengono film come Peccati in famiglia, La nipote, Grazie nonna ecc.Un film senza nessuna dote particolare eccezion fatta per il cast di buon livello che vi partecipa; si va dalla splendida Daniela Giordano, che interpreta Grazia alla nipotina Sonia Viviani, volto d’angelo su corpo da peccatrice, che dà corpo al personaggio di Serenella, l’adolescente furba come una volpe; ancora, in un ruolo marginale, Dagmar Lassander, la segretaria del vecchio farmacista, Tuccio Musumeci, che interpreta lo scalognato Vito e infine Aldo Giuffrè, il maresciallo dei carabinieri del paese “dove non succede mai niente”e infine Malisa Longo, quasi irriconoscibile, nel ruolo della dottoressa femminista e lesbica Frau Marlene.
Basato su una trama scontatissima,L’adolescente gioca tutte le sue carte sulla presenza scenica delle belle protagoniste, nude quanto basta per dare un tocco di erotismo ad una vicenda senza alcun mordente o interesse.
Brescia, nelle cui corde sicuramente non c’era la commedia brillante, fatica non poco a dare interesse al film, che scivola malinconicamente tra battute scontate e situazioni già viste molte volte.
In sostanza, una commedia quasi indistinguibile dalla marea di altri prodotti che popolarono gli schermi negli anni settanta.
L’adolescente, un film di Alfonso Brescia. Con Tuccio Musumeci, Daniela Giordano , Sonia Viviani, Dagmar Lassander,Aldo Giuffré, Giacomo Furia, Malisa Longo, Maria Bosco
Commedia, durata 92 min. – Italia 1976.
Tuccio Musumeci -Vito Gnaula
Daniela Giordano- Grazia Serritella
Sonia Viviani-Serenella
Marcello Martana -Appuntato Bragadin
Giacomo Furia-Il notaio
Raffaele Sparanero -Antonio
Franca Scagnetti -Carmeluzza
Malisa Longo-Frau Marlene
Dagmar Lassander-Katia Solvj
Aldo Giuffrè-Maresciallo dei carabinieri
Regia: Alfonso Brescia
Sceneggiatura:Alfonso Brescia, Aldo Crudo,Aldo Crudo,Piero Regnoli
Musiche:Alessandro Alessandroni
Fotografia:Silvio Fraschetti
Montaggio:Liliana Serra
Art Direction:Mimmo Scavia

Curiosa commediaccia Anni Settanta, che alterna cose basse a cose non disprezzabili. Notevoli Musumeci e la stupenda Daniela Giordano (mai vista così brava), leziosa la Viviani, diabolicamente angelica. Ruolo cospicuo per la Scagnetti e apparizione per Giacomo Furia! Finché il film ha una sua originalità (i primi 30’) pare pure fresco, poi cala molto, perdendosi in ampie parentesi che paiono destinate solo al metraggio (nel duetto Giuffrè-Musumeci si notano la bravura dei due e la sostanziale inutilità del siparietto) e in deus ex machina assai improbabili. Guardabile.
È inutile girarci intorno: il soggetto viene dal celebre libro di Nabokov (forse più che dal film diretto da Kubrick), ma la sceneggiatura è firmata da Piero Regnoli e la regia da Alfonso Brescia con conseguenze non trascurabili sul piano dei contenuti, privati di ogni stimolo riflessivo. Per fortuna c’è Sonia Viviani (all’epoca appena maggiorenne), Serenella di nome e di fatto, attorniata da caratteristi di classe e da altre due notevoli bellezze (Malisa Longo e Dagmar Lassander). A patto di scollegare il cervello, ci si diverte parecchio.
Film curioso che punta tutto sulla bellissima Sonia Viviani (sfruttata poco dal nostro cinema a mio parere), allora diciottenne. Trama particolare, non è certamente un capolavoro ma non mi sento di stroncarlo. Contando poi la qualità delle commedie sexy di quegli anni… diciamo che una sufficienza piena ci sta.

La professoressa di scienze naturali
In un liceo, un incidente avvenuto in laboratorio mette fuori causa per parecchio tempo la titolare della cattedra, prof.ssa Mastrilli.
In sua vece arriva una giovane insegnante, che ovviamente è molto più giovane e avvenente della sua collega, anzianotta e bruttina.
La bellezza e il fascino della giovane insegnante,Stefania, non mancano di ammaliare i ragazzi della scuola ma non solo.
A palpitare sono anche i cuori di alcuni genitori, ovviamente maschi, ma colui che riesce a rapire il cuore della ragazza ( e non solo) è Andrea figlio del farmacista del paese, sposato ad una specie di ninfomane.
A corteggiare la ragazza c’è anche il solito vitellone ricco, che alla fine impalma la giovane insegnante, che però altrettanto ovviamente non rinuncia all’amore clandestino con Andrea.
Adriana Facchetti e Ria De Simone
Solita trama per il solito film appartenente al fertile filone ambientato nel mondo della scuola, comprendente insegnanti e supplenti, ripetenti e presidi, liceali e quant’altro.
La professoressa di scienze naturali è in pratica indistinguibile da tanti prodotti clone, che vertono sulle trite e ritrite beffe scolastiche, su amori sospirati di alunni nei confronti di insegnanti avvenenti o viceversa di splendide studentesse innamorate di insegnanti belli e improbabili.
Lilli Carati (Stefania) spiata con un periscopio artigianale
A variare il tutto c’è il cast, che di volta in volta propone caratteristi e bellone di turno; in questo caso abbiamo Lilli Carati, assolutamente monocorde e inespressiva nel ruolo della professoressa Stefania.
Come ebbe a dire un salace critico, la Carati ha due espressioni; una con il vestito l’altra senza, parafrasando Sergio Leone.
L’altra bellezza è la sfortunata Ria De Simone; nel film è Immacolata (ma guarda un pò) Balsamo, moglie assolutamente poco fedele, incapricciata di Genesio, ovvero Gianfranco D’Angelo, che è il commesso della farmacia del marito.
Attorno ruota il solito cast di caratteristi, con in testa il solito inossidabile Mario Carotenuto, per una volta nel ruolo non usuale di un prete, Don Antonio, oltre ad Alvaro Vitali, il solito liceale scorretto, Adriana Facchetti, l’insegnante sostituita per la gioia dei suoi alunni dalla procace Stefania, eppoi Serena Bennato, Angela Doria e Gianfranco Barra, Giacomo Rizzo e il solito playboy da strapazzo Michele Gammino.
Le gag sono sempre le stesse, e passano indifferentemente dal liceale allupato che sbircia le gambe generosamente esposte della professoressa sotto la cattedra alla partita di calcio, questa volta sostenuta tra una rappresentanza maschile e una femminile, con tanto di energumeno in gonnella di stazza poderosa e tette d’acciaio.
Scene d’amore acquatico tra Andrea e Stefania, scene da voyeur con Peppino (Alvaro Vitali) e Andrea (Marco Gelardini) impegnati a spiare la solita professoressa che fa il bagno nuda, questa volta con un periscopio di preparazione artigianale.
Per una volta non trionfa l’amore ma le corna, ed è l’unica novità di un film assolutamente anonimo, come anonima è la regia di Michele Massimo Tarantini, regista a cui si devono altre perle come La poliziotta fa carriera (1975) ,L’insegnante viene a casa (1978), L’insegnante al mare con tutta la classe (1979) , La dottoressa preferisce i marinai e Giovani, belle… probabilmente ricche (1982).
Film in cui resta davvero poco da ricordare, visto che latitano anche le battute, quelle cioè che assieme ai nudi delle attricette di turno attiravano il pubblico degli affezionati.
La professoressa di scienze naturali, un film di Michele Massimo Tarantini. Con Lilli Carati, Alvaro Vitali, Ria De Simone,Adriana Facchetti, Giacomo Rizzo,Michele Gammino, Mario Carotenuto, Gastone Pescucci, Gianfranco Barra, Gino Pagnani, Gianfranco D’Angelo, Serena Bennato
Erotico, durata 90 min. – Italia 1976.
Lilli Carati … Stefania Marini
Michele Gammino … Barone Fifì Cacciapuopolo
Alvaro Vitali … Peppino Cariglia
Giacomo Rizzo … Professor Straziota
Ria De Simone … Immacolata Balsamo
Gianfranco Barra … Preside
Gastone Pescucci … Nicola Balsamo
Adriana Facchetti … Prof. Mastrilli
Serena Bennato … Ernesta
Angela Doria … Graziella
Gino Pagnani … Cliente della farmacia
Marco Gelardini … Andrea Balsamo
Gianfranco D’Angelo … Genesio
Mario Carotenuto … Don Antonio
Regia: Michele Massimo Tarantini
Sceneggiatura: Francesco Milizia, Marino Onorati e Franco Mercuri
Produzione: Luciano Martino
Musiche: Alessandro Alessandroni
Editing : Daniele Alabiso
Costumi : Rosalba Menichelli

Mediocre commedia scoreggiona, con una Carati molto statica. Qualche risatina la strappa, ma troppo spesso si cade nell’infimo (o giù di lì). Per gli affezionati del genere va sottolineato che Carotenuto NON fa il preside (è il prete) e che D’Angelo NON fa l’insegnante (è il commesso della farmacia)! Si arriva all’ora e mezzo inserendo cosucce banali (come Pagnani in farmacia) o tremende (come la partita di calcio). La domestica Ernesta è la Bennato, la Regina dell’atroce Biancaneve e Co.
Dopo averla vista in Di che segno sei? dell’anno precedente, Tarantini ha il merito (intuitivo) di notare, nella genuina bellezza della Carati, che il suo fisico si presta bene a lanciare nel fervido panaroma delle sexy commedie una nuova “impiegata”: la Professoressa del titolo. Per il resto la pellicola soffre della mancanza di veri attori e si sorregge (poco) unicamente sulla presenza di caratteristi noti per le loro comparsate (Gianfranco Barra, Gino Pagnani, Adriana Facchetti). Su D’Angelo e Vitali meglio stendere un velo pietoso.
Grossolana commedia sexy apparentata al filone scolastico dal quale assume gli immancabili Vitali, D’Angelo, Carotenuto, Gammino, Barra. L’unico appeal è la presenza della Carati, la bellissima insegnante del titolo ovviamente concupita da alunni e colleghi. Il resto è insopportabile squallore, che raggiunge il punto più basso nella De Simone trasformata in… pastasciutta. Finale “cornuto”.
Il canovaccio è sempre lo stesso di tutti i film di questo genere, ovvero la solita bella (in questo caso la Carati) e poi tutta una serie di macchiette (Vitali, D’Angelo e così via). Però, a differenza di altri film dello stesso tipo, fa ridere molto meno e le grazie della Carati non bastano a risollevare il film. Le battute di Vitali e D’Angelo risultano essere delle discrete freddure. Per i fan della Carati e niente di più.
Metti lo diavolo tuo ne lo mio inferno
Ricciardetto è un giovane, sfrontato e incallito donnaiolo di professione pittore.
Ricevuto l’incarico dal podestà del paese di ritrarre la bella moglie di costui, Violante, Ricciardetto si dedica anima e corpo, e con molto entusiasmo, al lavoro ricevuto.
Ma il giovane non si occupa di sedurre soltanto donzelle e dipingere; è sempre alla ricerca di un sistema per far rivivere il suo borgo, e renderlo di conseguenza meta di transito per pellegrini e viandanti.
L’occasione arriva in concomitanza con l’avvio dell’anno santo, proclamato da Bonifacio VIII; il paese di Ricciardetto rischia di essere tagliato fuori dalle rotte di pellegrinaggio, a tutto favore del paese vicino, concorrente di
quello del giovane pittore.
Margaret Rose Keil
Ricciardetto, astutamente, distrugge il ponte che collega il paese rivale, costringendo i viandanti a dover passare obbligatoriamente per quello del pittore.
La mossa gli vale la gratitudine dell’intera popolazione, e la fama del pittore dongiovanni cresce.
Ma l’ultima avventura, proprio con la moglie del podestà, rischia di privarlo del bene a cui più tiene, la virilità.
L’uomo infatti, da sempre convinto della fedeltà della bella moglie, lo scopre in flagrante adulterio proprio con donna Violante.
Ricciardetto viene condannato quindi ad essere evirato, e sarà l’intervento di una dama, incapricciatasi del pittore, a salvare gli attributi dello stesso.
Metti lo diavolo tuo ne lo mio inferno appartiene, come si deduce anche dal titolo, alla folta schiera dei decamerotici.
Questa volta il regista, Bitto Albertini,specializzato in B movies, evita il solito saccheggio di pseudo novelle di Boccaccio e basa tutta la storia sulle avventure in salsa erotica di Ricciardetto, maldestramente interpretato da Antonio Cantafora.
Raccattato un cast di belloccie disponibili a mostrare quello che all’epoca si poteva mostrare, misurato in centimetri di epidermide (siamo nel 1973), Albertini affida le varie parti femminili ad attrici poco note come Margaret Rose Keil,Piera Viotti, Melinda Pillon, la bionda e ben fatta per la verità Madonna Violante.
Film ovviamente senza pretese, da inquadrare nella solita ottica del filmetto di grana grossa, Metti lo diavolo tuo ne lo mio inferno è in pratica assolutamente indistinguibile dalla marea di film cloni che caratterizzarono la vasta produzione dei decamerotici.
Ancora una volta la cosa migliore è la location, ovvero il più volte utilizzato Castello di Balsorano,in provincia dell’Aquila, generalmente utilizzato proprio per la sua bellezza e per i dintorni davvero spettacolosi.
Girato in tre settimane, un autentico record, il film si avvale delle vignette iniziali di Mordillo, che ovviamente non compare con il suo nome e delle musiche di Stelvio Cipriani, che fornisce la base agli stornelli dell’attore Musy, impegnato in battutacce sconce e pecorecce che non meritano nemmeno di essere citate.
Metti lo diavolo tuo ne lo mio inferno, un film di Bitto Albertini. Con Antonio Cantafora, Margaret Rose Keil, Luca Sportelli, Fortunato Arena, Mimmo Baldi,Piera Viotti, Melinda Pillon Erotico, durata 93 min. – Italia 1972.


Antonio Cantafora … Ricciardetto
Melinda Pillon … Monna Violante
Margaret Rose Keil … Amalasunta
Piera Viotti … Monna Elisa
Renate Schmidt … La Taverniera
Mario Frera … Frate grasso
Mimmo Baldi … Martuccio
Luca Sportelli … Geppino
Mario De Vico … Cardinale

Regia Bitto Albertini
Sceneggiatura Bitto Albertini, Marino Onorati
Produttore Wolfranco Coccia
Fotografia Pier Luigi Santi
Montaggio Bitto Albertini
Musiche Stelvio Cipriani
Costumi Adriana Spadaro
Decameron proibitissimo-Boccaccio mio statte zitto
Mentre a Firenze infuria la peste, un gruppo di persone, giovani e ragazze, si rifugia in una villa, dove il solito cantastorie, per rallegrare l’ambiente, racconta alcune novelle con protagonisti mariti cornuti, frati gaudenti e mogli furbe.
Nella prima novella raccontata, donna Piccarda, una splendida contadina (con spiccato accento napoletano), decide di beffare frate Pasquale, il solito frate puttaniere che la insidia da tempo.
La donna, aiutata dai fratelli, riesce a farsi sostituire da una sua sguattera brutta come un debito; Piccarda, mandato a chiamare il vescovo, fà sorprendere l’ignaro Pasquale fra le braccia della cameriera, con ovvie risate sotto i baffi degli autori della beffa.
La seconda novella racconta di come Guidobaldo venga beffato da uno spasimante della moglie; l’uomo manda una zingara a vaticinare a Guidobaldo la morte se solo si avvicina carnalmente alla moglie.
Guidobaldo così fa giacere lo spasimante con la moglie; l’uomo finge di essere morto, e viene quindi trasportato nel bosco.
Li viene raggiunto dalla zingara che incassa il premio pattuito.
Nella successiva, un povero fraticello conosce una bella campagnola e per poter giacere con lei, la introduce nel convento vestita da frate.
Ma il priore scopre il tutto, e fingendo di indignarsi, costringe il fraticello alla penitenza mentre lui si gode le grazie della ragazza.
La quarta novella vede protagonista madonna Brunetta.
La donna è afflitta dalla gelosia del marito, ma trova il modo di farlo cornuto; scoperta una parete di mattoni che divide la sua camera da quella di un pittore, finge di volersi confessare e racconta al marito, che si spaccia per un frate, di essere visitata ogni notte proprio da un altro frate.
Il marito monta la guardia davanti casa, mentre si scatena il diluvio: madonna Brunetta invece si gode la sua notte d’amore con il pittore.
La penultima novella vede un giovane nobile rapinato di tutto, incluso i vestiti, dai briganti; l’uomo viene accolto dalla bella moglie di un contadino e naturalmente se la gode.
Il marito, scoperto l’inganno, viene denudato dalla moglie e arrestato dai soldati.
L’ultima novella racconta della beffa ordita da un servitore ai danni del barone Agilulfo, che ovviamente ha una bellissima moglie.
Il servitore riesce a introdursi nel letto della moglie del barone, ma quest’ultimo per identificare colui che gli ha insidiato la moglie, gli taglia un ciuffo di capelli.
Il giorno dopo tutto è pronto per l’esecuzione del furbo servitore, il quale però, nella notte, ha fatto tagliare i capelli ai suoi colleghi.
Decameron proibitissimo-Boccaccio mio statti zitto appartiene alla florida serie dei decamerotici, ai quali non aggiunge nulla; siamo di fronte alle solite beffe che con Boccaccio nulla hanno a che vedere.
Il pretesto è il solito, ovvero mostrare quanta più epidermide possibile delle attricette che costellano il film.
Il regista,Franco Martinelli, porta sullo schermo un soggetto di Bruno Corbucci, creando una serie di novelle che quanto meno sono sgangherate in maniera inferiore rispetto a tanti titoli similari.
Nel cast figurano Malisa Longo, la moglie di Agilulfo, Riccardo Garrone, il conte Guidobaldo, Letizia Lehir, la moglie di quest’ultimo, Franco Agostini, che interpreta Rufolo, il racconta storie, Gianni Musy, che interpreta Agilulfo. Piccola parte per la immancabile Carla Mancini, in una delle sue innumerevoli interpretazioni di una cameriera.
Donna Piccarda, la protagonista della prima novella, ciuramente la più riuscita è la bella Krista Nell; piccolo cameo per Maurizio Merli, Pupo De Luca è Fra Pasquale, che passerà un’ora di passione con Adriana Facchetti, imbruttita più del solito.
Null’altro da aggiungere su un film senza infamia e senza lode.
Decamerone proibitissimo – Boccaccio mio statte zitto, un film di Franco Martinelli. Con Franco Agostini, Enzo Andronico, Alberto Atenari, Bruna Beani, Adriana Facchetti, Riccardo Garrone, Krista Nell, Sergio Serafini, Galliano Sbarra, Maurizio Merli, Malisa Longo, Carla Mancini, Leonora Vivaldi
Erotico, durata 92 min. – Italia 1972.
Franco Agostini … Rufolo da Chioggia
Enzo Andronico … Gervasio
Bruna Beani … Brunetta
Antonio Cantafora … Fra’ Domenico
Fortunato Cecilia … Giannozzo
Marzia Damon … Martina
Adriana Facchetti … Ciuda la serva
Riccardo Garrone … Guidobaldo
Ennio Girolami … Rinaldo
Letizia Lehir … Contessa Floriana
Carla Mancini … La cameriera della Baroness Elena
Maurizio Merli … Cecco amico di Rinaldo
Gianni Musy … Barone Agilulfo
Krista Nell … Donna Piccarda
Memè Perlini … Guido
Sergio Serafini … Rainero
Mauro Vestri … Amico di Rainero
Eleonora Vivaldi … Marcolfa
Malisa Longo … Baronessa Elena
Salvatore Baccaro … Brigante
Pupo De Luca … Fra’ Pasquale
Jess Hahn … Priore
Regia Franco Martinelli
Soggetto Mario Amendola dalle novelle del Decameron di Giovanni Boccaccio
Sceneggiatura Bruno Corbucci
Casa di produzione Claudia Cinematografica
Distribuzione (Italia) Fida Cinematografica
Fotografia Remo Grisanti
Montaggio Carlo Reali
Musiche Roberto Pregadio
Scenografia Antonio Visone
Patrick vive ancora
Un gruppo eterogeneo di persone converge nella clinica del professor Herschell; sono stati convocati dallo stesso tramite una lettera arrivata personalmente a ciascuno di essi.
Nella clinica arriva David Davis, un giovane cupo e solitario, scostante, Lindon e Cheryl Kraft, una coppia divisa da una differenza d’età notevole, Peter e Stella Randolph, un’altra coppia con problemi, legati sopratutto all’alcolismo della donna.
Quello che gli ospiti della splendida clinica, che consiste in una villa arredata in maniera faraonica ed immersa nel verde, è che il professor Herschell li ha convocati per vendicare l’incidente che è quasi costato la vita a suo figlio Patrick,colpito alla testa da una bottiglia lanciata da un pulmanino.
Il giovane, rimasto paralizzato nel suo letto, grazie all’aiuto del padre ha sviluppato potentissime facoltà medianiche, che ha utilizzato per rintracciare le persone che quel giorno erano sulla strada dell’incidente.
Ed è grazie a queste che il giovane inizia a far strage tra gli ospiti della villa, non risparmiando nemmeno la domestica della villa.
Le morti si susseguono in maniera brutale;Lindon muore nella piscina bruciato da una formidabile scarica, David morirà appeso ad un uncino, mentre Stella verrà uccisa in maniera orrenda da un lungo tubo di metallo, un vero e proprio spiedo che la trapasserà partendo dalle parti intime.
Anche Meg, la domestica, viene uccisa da un assalto dei cani della villa che la sbranano.
A organizzare il tutto è Herschell, che decide anche la morte di Lidia; ma la ragazza è legata in maniera inspiegabile a Patrick, e quando l’uomo tenterà di ucciderla, Patrick reagirà uccidendo il padre.
Horror stravagante; utilizzo un eufemismo per etichettare un film molto, molto brutto, sceneggiato da cani e con una storia già improbabile in partenza e che diventa man mano che la pellicola prosegue nel suo implacabile svolgimento, aggrovigliata e assurda, tanto da sfociare spesso nel ridicolo.
Un horror tra l’altro ammantato di sesso, in una misura molto, molto elevata; spesso si sfiora ( o si supera) anche il confine del soft, come nel caso della sequenza in cui Lidia si sdraia sul lettino in camera di Patrick e si masturba per alcuni minuti con voluttà, ripresa in primo piano dal regista.
Patrick vive ancora, che segue il più fortunato film Patrick, girato nel 1978 dal regista Franklin, è opera bislacca e sconclusionata.
Penalizzato da errori di tutti i generi, oltre che sfortunatamente assistita da un cast deficitario; alcune scene e alcune situazioni sono ai limiti della follia, come la scena della piscina oppure quella estremamente trash della morte di Stella/Mariangela Giordano, trafitta da uno spiedo di un metroa partire dalla vagina, spiedo che arriva poi verso l’alto senza uccidere la malcapitata, il tutto tra rumori che ricordano lo sguazzare dei porci in un letamaio.
Difficile trovare qualcosa per cui giustificare la visione di quest’incubo cinematografico; siamo di fronte al trash più spinto, con una storia che fa acqua da tutte le parti e che si conclude in maniera comica, con la fine scritta sugli occhi di un Patrick immobile.
Proprio l’interpretazione di Patrick, affidata a Gianni Dei, resta l’unica cosa da salvare; l’attore non fa nulla, ed è la scelta migliore; fra tutte, la sua è un’interpretazione da oscar, vista l’isteria che sembra colpire gli altri attori dello sventurato cast.
Malissimo la pur brava Mariangela Giordano, 43 anni compiuti quando girò il film, costretta a girare nuda quasi sempre; l’attrice ha ancora un fisico apprezzabile, ma si ritrova a dover interpretare un ruolo scadente, che vede tra l’altro la morte del personaggio in maniera bizzarra.
La povera Giordano si ritrova così a dover morire a gambe aperte, senza mutande e ripresa da vicino da una macchina da presa guardona.
C’è anche la soubrette Carmen Russo, tra le protagoniste; prova da dimenticare, perchè anche lei è travolta dalla pochezza del personaggio.
Naturalmente nudi a profusione anche per lei, così come per la Veneziano, che interpreta la domestica Meg.
La parte più osè è riservata ad Andrea Belfiore, starlette che in seguito ha fatto ben poco; probabilmente la sequenza della scena autoerotica vedeva l’utilizzo di una controfigura, ed è anche l’unica parte del film che qualcuno finisce per ricordare.
La regia è di Mario Landi, regista anche Tv e di buon livello, che aveva diretto proprio per il piccolo schermo I racconti del maresciallo, la serie di Maigret, la miniserie “Nessuno deve sapere” e che invece al cinema si era distinto, sopratutto prima di questo film, per altre produzioni davvero sconcertanti, come Giallo a Venezia e Le impiegate stradali – Batton Story.
Insomma, trash a tutto spiano; un film che possiamo collocare accanto a pietre miliari come La bestia in calore oppure Incontri molto ravvicinati del quarto tipo.
Siamo nel 1980… e si vede, accidenti se si vede.

La morte di Meg, Anna Veneziano
Patrick vive ancora,un film di Mario Landi. Con Gianni Dei, Sacha Pitoëff, Carmen Russo, Paolo Giusti, Franco Silva, Maria Angela Giordano, John Benedy, Anna Veneziano
Horror, durata 90 min. – Italia 1980
Sacha Pitoëff … Professor Herschell
Gianni Dei … Patrick Herschell
Mariangela Giordano … Stella Randolph
Carmen Russo … Cheryl Kraft
Paolo Giusti … David Davis
Franco Silva … Lyndon Kraft
John Benedy … Peter Suniak
Anna Veneziano … Meg
Regia Mario Landi
Sceneggiatura Piero Regnoli
Produttore Gabriele Crisanti
Casa di produzione Stefano Film
Fotografia Franco Villa
Montaggio Mario Salvatori
Musiche Berto Pisano
Scenografia Giovanni Fratalocchi
Costumi Itala Giardina
Trucco Vincenzo Napoli, Rosario Prestopino

“Prodotti come questo meritano l’attenzione di ogni cultore del cinema “bis”. Per la loro sfrontatezza, per la superficialità con la quale trattano questioni profonde (un individuo in stato comatoso, ma che presta molta attenzione alle forme di Carmen Russo) e per come (ingenuamente) mettono in cantiere una serie di efferati (sino al ridicolo) atti di violenza gratuita. Il regista, non a caso, è lo stesso di Giallo a Venezia ed il tenore “artistico” è dello stesso livello. Nel cast anche Mariangela Giordano e Sacha Pitoeff (Inferno).
Pseudo-remake italico di Patrick, che assieme ad altri titoli come Trhauma e La bimba di Satana vince la palma di peggiore film horror italiano di tutti i tempi: ripugnante per scenografie sciatte, dialoghi insulsi, recitazione inesistente ed effettacci splatter d’infimo gusto che lo accomunano all’altrettanto disastroso Giallo a Venezia, sempre firmato Landi. Come spesso capita in questi casi, l’unica soddisfazione si trae da nudi integrali delle donne del cast: alle già rodate Giordano e Russo non è da meno la bellissima Andrea Belfiore (non accreditata), qui al suo esordio cinematografico.
Terrificante horror italiano che scopiazza senza pudore il già sopravvalutato film austrialiano Patrick (di cui vorrebbe essere un sequel apocrifo) e che non presenta nessun motivo di interesse se non, ovviamente per i loro fan, le copiose scene di nudo in cui la Russo e la Giordano mostrano generosamente le proprie grazie. Per il resto nulla da segnalare. Pessimo. Una perla del trash italico. Gli appassionati del genere gioiranno.
Della serie “se non lo vedi non ci credi”. Questo spin-off dell’originale Patrick australiano, ormai assurto a cult-movie da ogni estimatore del cinemabis mondiale, è un prodotto tremendamente amatoriale, che ricorda subito l’altrettanto trash Le notti del terrore (cifrate cast, produzione, musiche, location e capirete perché). Sceneggiatura precaria, sequenze assurde, omicidi trucissimi ma con SPFX orribili, dialoghi improponibili, nudi gratuiti, lunghe sequenze in cui non accade nulla, musica da film fantascientifico anni ’50. Inimitabile!
In ambito comico, insieme all’irresistibile Le porte dell’inferno, il film trash perfetto. Le mie scene cult: Patrick di fronte alla macchina, gli tirano qualcosa in faccia e lui si abbarbica a terra tutto insanguinato. Dialogo nella villa: “Lyndon Cough, ma che diavolo ci fa qui? Non punta a diventare primo ministro?”, “Mi dispiace ma non mi sono mai interessata di politica…”. Detta così non farà neanche ridere, ma vi assicuro che l’estemporaneità e la gratuità della risposta nel film, è quanto di più comico il cinema non-comico abbia mai offerto.
Mitico! Se preso col piglio giusto questo film diverte tantissimo. Gli attori non sono il massimo, le battute sono orride (“io scopo donne, non bottiglie di whisky”) e gli effetti speciali risibili (gli occhi di Gianni Dei!) ci sono solo donne seminude e scene splatter, eppure, ripeto, questo film ha una sua bellezza.
Che sia l’horror preferito dai nudisti? A parte gli scherzi, nel genere non fa minimamente paura; a vincere è la noia, con queste persone che prima di crepare esplorano ogni stanza accompagnate da suoni tipo theramin portati all’eccesso che fanno venire il mal di testa, ed assurdi occhioni lampeggianti; solo lo splatter è salvabile: poco ma efficace. Il resto è tutto uno squallore imbarazzante: pessime interpretazioni, trama in bilico, odiose musiche e la continua esposizione di nudità. Sconclusionato ed assurdo, è tutto trane che stimolante.
Una bottiglia gettata da una auto colpisce e paralizza il povero Patrick, ma il padre saprà come vendicarsi. Il puro trash italico prende forma in un tipico stracult da vedere a tutti i costi, ma solo nella versione integrale. Infatti le scene madri possono essere orrendamente mutilate dalla censura e qui non si capisce cosa sia successo alla povera Giordano, davvero maltrattata in ogni maniera. Il basso tenore complessivo della pellicola è secondo solo al mitico Il sesso della strega, ove troviamo l’adeguato Gianni Dei, da giovanotto. Il J&B è ovunque.
“Trash” è nuovamente l’urlo di battaglia di quest’altro prodotto della premiata ditta Dei-Giordano. Sarebbe un remake di Patrick, ma gli esiti sono tragicomici, a partire dal cast femminile, buono solo a mostrarsi nudo (ben venga!) e a esprimersi con dialoghi semplicemente osceni. Ridicole le scene splatter (brutti gli SFX) e improponibili la musica di Pisano (che ricorda L’esorcista) e la sceneggiatura. Più che un horror pare un pornazzo sottotono. Basteranno la buona location gotica (!?) ed un’encomiabile fotografia a risollevarlo?
Seguito apocrifo dell’australiano Patrick. Del primo riprende praticamente tutto, riciclando tra l’altro alcune scene (quella della macchina da scrivere, ad esempio). In ogni caso il film è uno spettacolo per gli occhi, non tanto da film horror ma quanto per le risate che provocherà. La recitazione è ai minimi storici e ogni pretesto è buono per mostrare le poppe di Carmen Russo e della Giordano. Questo, insieme ad una discreta dose di splatter, lo rende comunque un classico per una serata in compagnia all’insegna del trash.”
“Ti stai comportando da mignotta” (Franco Silva)
“Mi fai schifo, tu non sei che un piccolo uomo…” (Carmen Russo)
“Io di solito scopo donne, non mi piacciono le bottiglie di whisky” (Paolo Giusti)
“Con la droga sei diventato frocio” (Mariangela Giordano)
“Crepa da sola mignotta” (Paolo Giusti)
“Beh… lui è un manichino, lei una vacca” (Mariangela Giordano)
Il porno shop della settima strada
Siamo a New York; due rapinatori entrano in un negozio, rapinano l’incasso e fuggono.
Quello che non sanno è che l’esercizio è controllato dalla mafia, che notoriamente non ama gli sgarbi.
Così sulla pista dei due rapinatori si muovono due sicari, incaricati di fare giustizia.
Rico e Bob, uno psicopatico, in fuga dai due che li tallonano entrano in un porno shop gestito da Lorna; quello che i due non sanno è che sono caduti dalla padella nella brace, perchè la donna è anche l’amante di un boss della mala.
I due decidono di fuggire portandosi dietro la donna, che durante una breve sosta riesce a lasciare una banconota in una toilette, nella quale indica dove sta andando.
Il terzetto, a cui si aggiunge un uomo di colore, arriva così in un villino che deve servire da base temporanea, ma lo trovano occupato da tre studenti, due ragazze un ragazzo.
Per i tre giovani, ma sopratutto per le due ragazze, Faye e Lola, inizia un autentico incubo, perchè Bob con le minacce cerca in ogni modo di violentarle.
Ma nel villino arrivano i sicari della mafia, che hanno seguito la pista della banconota; i due rapinatori riusciranno a fuggire, con l’aiuto anche dell’uomo di colore, ma senza il bottino.
Faye, la ragazza più ingenua del gruppo di studenti, li deruba abilmente.
Il porno shop della settima strada,diretto nel 1979 da Aristide Massaccesi con l’abitudinario pseudonimo di Joe D’Amato, appartiene al genere thriller-sexy, e risulta operazione tutto sommato discreta, nonostante il cast di basso profilo utilizzato.
Se la storia non è una novità (sembra di vedere un clone di L’ultima casa a sinistra, del quale prende anche un’attrice protagonista dello stesso film Brigitte Petronio), D’Amato cerca con la sua indubbia maestria di mettere abbondanti pezze quà e là, per tappare più che altro i buchi prodotti dallo scarso budget, che impediscono ua cura maggiore.
I personaggi agiscono per puro istinto, e lo si nota da subito; aldilà della rapina ad un locale controllato dalla mafia, errore assolutamente imperdonabile, i due rapinatori sembrano seguire più l’istinto bestiale che la logica.
Finiscono così per farsi irretire dalla scaltra Lorna, che ne uscirà pulita e sopratutto dalla finta ingenua Faye, che befferà tutti sottraendo il malloppo tanto gelosamente difeso.
Nel film, in cui abbondano come al solito nei film di Massaccesi le scene sexy, vennero inserite scene hard, provocando lì’indignazione di Annamaria Clementi, l’attrice che ricopre il ruolo di Lorna, con conseguente causa alla casa di produzione.
Qualche brivido quà e là, causato da scene davvero osè, come la sequenza del biliardo, in cui Bob gioca a biliardo spedendo le palle numerate tra le gambe spalancate della giovane Faye, presa di petto dal film di Avallone Spell-Dolce mattatoio, in cui la “buca” era la govane Monica Zanchi e qualche buona inquadratura non riescono però a sollevare il film da una lentezza che appare costruita proprio per mancanza di una sceneggiatura più elaborata.
Il cast si arrangia; tutto sommato discreta la prova della Clementi, bene Ernesto Colli nel ruolo del folle Bob e poco più che sufficiente la Petronio, al suo ultimo film; la fotografia è all’altezza, per un film che può valere una visione.
Il porno shop della settima strada, un film di Joe D’Amato, con Annamaria Clementi, Brigitte Petronio, Maximilian Vhener,Ernesto Colli Italia 1979, Thriller
Annamaria Clementi: Lorna
Brigitte Petronio: Faye
Maximilian Vhener: Rico
Peter Outlaw:
Christian Borromeo: Frank
Ernesto Colli: Bob
Regia Joe D’Amato
Soggetto Aristide Massaccesi, Tito Carpi
Sceneggiatura Aristide Massaccesi, Tito Carpi
Produttore Aristide Massaccesi, Oscar Santaniello
Casa di produzione Kristal Film
Fotografia Enrico Biribicchi
Montaggio Vincenzo Vanni
Musiche Bruno Biriaco
Scenografia Bartolomeo Scavia
“L’Ultima Casa a Sinistra rivisitata in versione erotica: l’impiegata del Porno Shop (Annamaria Clementi nel ruolo di Lorna) viene rapita per essere sottoposta ad una lunga serie di sevizie perpetrate da un gruppo di malfattori. Dovrà passare la notte in compagnia di altre vittime (Brigitte Petronio e Christian Borromeo) costrette a compiere atti forzati di sesso. A dispetto del titolo il porno (dosato) compare solo nella versione hard, con inserti posticci (ad esempio il blow job di Annamaria all’interno del negozio). Buon thriller-erotico.
Hard leggero con velleità di R&r che però suonano frustrate da una esagerata staticità e poca cura dei particolari. Un paio di guizzi nella figura dello schizzato che gioca a biliardo e nella massima di uno dei rapitori “si guadagna più con una pistola che con tre lauree”. Tra le presenze femminili si ammira la Clementi. La parte thrilling scorre via senza lasciar traccia, anzi è risibile.
Tra gli erotici “d’annata” di D’Amato, sicuramente uno dei migliori, se non IL migliore. In realtà, nonostante le scene prettamente sexy siano abbastanza numerose (la versione insertata ha anche qualche timida scena hard), il film è un thriller claustrofobico, in cui la psicologia dei personaggi (vittime e carnefici) viene ben esaminata, seppur con qualche ingenuità. Il tutto sa molto di fumettone pulp anni ’70, di quelli vietati ai minori, tutto sesso, violenza, battute da duri, rapine e via dicendo, il che non è necessariamente un male!
Bel film di D’Amato; se si tolgono i due rapinatori (uno sembra davvero un maniaco sessuale, l’altro non convince per niente) e i mafiosi (per nulla convincenti), rimane un mediocre ma nonostante tutto gradevole erotico-azione. Le parti hard sono falsissime e prese da porno autentici, mentre ci sono alcune scene erotiche molto belle. Finale a sorpresa.
Si parte da una buona, anzi ottima idea. Dal pornoshop, con ricchi elementi per stuzzicare la fantasia del pervertito, fino alla casa/prigione, con sindrome di Stoccolma incorporata. L’ambiente di genere 70/80, metropolitano a stelle e strisce, fa il suo sporco effetto, ma forse gli aspetti positivi finiscono qui. I personaggi, nonostante ci provino con tutte le loro forze, restano lontani dall’esprimere quella suprema malvagità necessaria in ogni R&r che si rispetti. L’atmosfera è opaca, non malata, mentre gli inserti hard peggiorano soltanto le cose.
Rape & revenge duro e crudo, che però non aggiunge nulla a un genere già saturo. Allungato con inserti hard, visibilmente controfigurati, che spezzano la monotonia di dialoghi fumettistici e surreali, ma la parte thriller è troppo sciatta e anche il colpo di scena finale lascia indifferenti. Ernesto Colli, caratterista specializzato in ruoli da mattacchione, è come non mai valorizzato (o mortificato, fate voi) nel ruolo del demenziale maniaco. Non inguardabile, ma lontano da quella fusione di erotismo e thriller di Emanuelle e Francoise.”

















































































































































































































































