Tre donne immorali?
Film in tre episodi con protagoniste tre donne e ambientato in tre epoche distinte.
Il primo episodio vede protagonista Margherita Luti, la Fornarina amata da Raffaello Sanzio da Urbino, uno dei massimi pittori della storia dell’arte.
Raffaello, che è a Roma per lavorare su incarico di papa Giulio II, conosce casualmente la bella Margherita mentre dipinge tra le rovine dei fori imperiali.
La donna ha una relazione con Tommaso, un giovane garzone, ma, lusingata sia dalla fama che dal fascino di Raffaello, ben presto ne diviene l’amante nonche la musa ispiratrice di alcuni dipinti.

Marina Pierro è Margherita Luti, la Fornarina
Ambiziosa, Margherita non si limita però a sedurre il celebre pittore; ben presto accetta la corte anche di un ricco e vizioso banchiere, al quale caverà un occhio con un trucco diabolico, mantiene la sua relazione con Tommaso e si divide anche con il pittore.
La donna inizia a mettere assieme una fortuna, e ben presto si sbarazzerà dei suoi amanti, avvelenando anche il celebre pittore.
Il secondo episodio vede protagonista Marceline, una giovane un tantino svampita che divide il suo tempo tra fantasie erotiche e il suo coniglio Fiorello; la ragazza prova per il candido animaletto qualcosa che va oltre il semplice amore per gli animali. Trattata in famiglia da sciocca e derisa per quella sua passione infantile per Fiorello, Marceline accetta incurante rimproveri e sberleffi.
Un giorno sua madre uccide il coniglio e lo serve a tavola; per la ragazza è un colpo durissimo e medita la vendetta.
Si fa così violentare da uno stalliere di colore, che per paura di uno scandalo si suicida; dopo di che, tornata a casa, si arma di un grosso coltello e massacra sia la madre che il padre.
Il terzo episodio, brevissimo, vede protagonista Marie, una donna che viene sequestrata a scopo di estorsione da un malvivente.
Quest’ultimo chiede un riscatto, che viene portato, sul luogo dello scambio, da un dobermann di proprietà della donna.
Il cane assale sia il rapitore che il marito della donna, evirandoli entrambi, dopo di che, soddisfatto, si lascia “consolare” e “premiare” dalla padrona.
Film al solito molto elegante visivamente, corredato dalla fotografia preziosa che riporta quasi magicamente alle epoche descritte nel film, ovvero il 500, l’800 e l’epoca contemporanea, Tre donne immorali è un gradevole esercizio di Borowczyck, quasi calligrafico nella sua struttura.
Il regista, che veniva dalla controversa prova di La marge (Il margine), film molto contestato dalla critica, ritrova i fasti delle sue opere precedenti più celebrate, ovvero La bestia e I racconti immorali, del quale in qualche modo riprende la struttura.
Le tre donne, protagoniste del film, appaiono come tre eroine del male (come del resto evidenziato nel titolo originale, Les heroines du mal) con motivazioni che ne riscattano in qualche modo le gesta; Margherita è una donna che non esita ad approfittare della sua potente carica erotica per piegare gli uomini alla sua volontà, opponendosi quindi ai voleri di chi in realtà la considera come un oggetto di piacere; è lei a scegliere, è lei a manipolare gli uomini, per raggiungere i suoi scopi.
Marceline appare come un personaggio stravagante; ossessivamente attratta dal suo bianco coniglietto, che finisce per diventare compagno sia di confidenza che di svaghi sessuali al limite del lecito, reagisce come una furia quando il suo piccolo protetto, con il quale ha costruito un mondo a se stante, viene barbaramente ucciso dalla madre e per colmo di sfida servito a tavola.
La crudeltà dei genitori, che la sbeffeggiano, verrà punita nel modo più duro; la ragazza si trasforma in una vendicatrice implacabile, mietendo tre vittime nel raggio di una notte.
Una figura di donna la cui moralità sembra diventare improvvisamente inesistente; così come sembra essere priva della stessa Marie, la protagonista dell’ultimo episodio, il più breve e sicuramente il meno riuscito.
Se si capisce la gioia con la quale accetta la liberazione dal suo carceriere con la conseguente evirazione, non si capisce la stessa gioia quando il cane riserva lo stesso trattamento al marito della donna, che pure si era impegnato per liberarla.
Il tabù dell’eros è liberalizzato al massimo; autoerotismo, zoofilia, accoppiamenti multipli…. tutto è portato, dal regista, ai margini del lecito; ma il film non ha praticamente nulla di erotico, vista la sua propensione a trattare le immagini quasi fossero dei quadri infiniti riproposti fotogramma dopo fotogramma.
Come sua abitudine, con la doverosa eccezione di La marge, in cui il regista scritturò Sylvia Kristel, Borowczyck utilizza attori poco conosciuti, lasciando a Marina Pierro, già protagonista di Interno di un convento, il ruolo di attrice protagonista di quello che è l’episodio più riuscito, il primo.
La morbida bellezza della Pierro, che interpreta la Fornarina dona un’aura del tutto particolare al personaggio stesso; sembra quasi di vedere, in lei, la reincarnazione del personaggio di Margherita Luti.
Che però è storicamente travisato; lungi dall’essere una donna amorale, la Luti fu la compagna e probabilmente anche la sposa del celebre urbinate; una compagna discreta e innamorata, tanto da voler finire i suoi giorni in convento in seguito alla prematura scomparsa di Raffaello, come ho raccontato nell’articolo a lei dedicato sul blog http://www.paultemplar.wordpress.it.
Ma l’intento di Borowczyck non è quello di rappresentare una realtà storica, peraltro appena accennata con sottile ironia nelle parti che descrivono la corte papale e la figura stessa di Giulio II: per il regista sono centrali le tre eroine del male, le tre donne che rivendicano, con le loro gesta, un’indipendenza e un diritto a non essere considerate oggetti.
Un film molto accattivante, quindi, con buoni momenti e con la parte finale poco riuscita.
Ma un film sicuramente elegante ed affascinante.

Tre donne immorali?,un film di Walerian Borowczyk. Con Marina Pierro, Pascale Christophe, Gaëlle Legrand, François Guétary, Arsan Fall Titolo originale Les héroines du mal. Drammatico, durata 109 min. – Francia 1979.
Episodio Margherita
Marina Pierro: Margherita Luti
François Guetary: Raffaello Sanzio
Gérard Falconetti: Tomaso
Jean Martinelli: il papa
Roger Lefrere: Michelangelo
Noël Simsolo: Giulio Romano
Jean-Claude Dreyfus: Bernardo Bini
Philippe Desboeuf: il dottore
Episodio Marceline
Gaëlle Legrand: Marceline
Hassan Fall: Petrus
Episodio Marie
Pascal Christophe: Marie

Regia Walerian Borowczyk
Soggetto Walerian Borowczyk, André Pieyre de Mandiargues
Sceneggiatura Walerian Borowczyk
Fotografia Bernard Daillencourt
Montaggio Walerian Borowczyk, Cadicha Bariha
Musiche Olivier Dessault, Philippe d’Aram
Suor Emanuelle
La giovane figlia di un borghese viene sorpresa in atteggiamenti saffici con la matrigna. Monica, questo il nome della ragazza, è di costumi liberi e facili, così suo padre prudentemente decide di mandare la scapestrata figliola in convento, per ricevere un’educazione migliore, convinto anche che dietro le mura del convento stesso la ragazza metterà un freno ai suoi istinti.
La spedisce così in una località dell’Italia centrale, dove la ragazza viene presa in custodia da due suore, una delle quali, Emanuelle, ha un passato da dimenticare,pieno zeppo di avventure sessuali oltre i limiti del consentito.
Emanuelle, suora di colore, ben presto si trova a disagio con quella creatura amorale che le è stata affidata; Monica le ricorda un passato che lei ha cercato di dimenticare chiudendosi dietro le mura rassicuranti del convento.
La donna inizia così a fantasticare sulle avventure della ragazza, e finirà per dimenticare i buoni propositi e lascerà il convento.
Diretto da Joseph Warren (pseudonimo di Giuseppe Vari) nel 1977, Suor Emanuelle appartiene anche se solo per il titolo alla fortunata serie legata indissolubilmente alla presenza scenica di Laura Gemser, che per una volta lascia il nume D’Amato , ma non suo marito Gabriele Tinti, per girare un film senza nessuna dote, appartenente al florido filone del cinema erotico tout court.
Molte scene saffiche, molti nudi, e la Gemser relegata quasi in un ruolo secondario, oscurata dalla figura di Monica Zanchi, vera starlette del film; quest’ultima, reduce dalla buona prova nel film Spell, dolce mattatoio di Avallone, ha qui la possibilità di avere un ruolo da protagonista.
Ma il film è davvero debole, costruito com’è attorno a visioni erotiche senza una trama di supporto, per cui la Zanchi, oltre a mostrare generosamente il suo corpo, non va oltre una piatta recitazione come del resto richiesto dal copione.
Giuseppe Vari, regista con alle spalle una trentina circa di pellicole, nessuna delle quali memorabili, affida alla presenza scenica essenzialmente corporea di Laura Gemser, di Monica Zanchi e di Dirce Funari le chance di successo della pellicola, che ebbe un discreto riscontro di pubblico, sopratutto all’estero grazie al solito espediente dell’inserimento di scene hard all’interno della pellicola.
Il che rimane l’unico vero motivo per vedere un film essenzialmente noioso, privo di sorprese e sopratutto abbastanza scontato, se si eccettua un finale almeno un po più vivace, con un colpo di scena che solleva la pellicola dall’algida mediocrità che la contraddistingue.
La Gemser, al solito molto bella e misteriosa, è un tantino a disagio; probabilmente la mancanza dietro la macchina da presa di D’Amato le toglie spontaneità; un breve cenno sulla bella e affascinante Dirce Funari, una vera meteora del cinema, che svolge diligentemente il ruolo della matrigna di Monica.

Suor Emanuelle ,un film di Joesph Warren (Giuseppe Vari), con Laura Gemser,Giuseppe Tinti, Monica Zanchi, Dirce Funari, Patrizia Sacchi,Vinja Locatelli. Erotico, Italia 1977. Durata 92 minuti


Laura Gemser: Suor Emanuelle
Gabriele Tinti: Renè
Monica Zanchi: Monica Cazzabriga
Dirce Funari: matrigna di Monica
Patrizia Sacchi: Anna
Vinja Locatelli: suor Nanà
Rick Battaglia: commendatore Cazzabriga

Regia: Joseph Warren
Soggetto: Mario Gariazzo, Ambrogio Molteni, Gerolamo Collogno
Sceneggiatura: Marino Onorati
Fotografia: Guglielmo Mancori
Montaggio: Giuseppe Vari
Musiche: Stelvio Cipriani
Scenografia: Roberta Tomassetti
Produttore: Mario Mariani

Malombra
In una bella villa in campagna vivono Osvaldo e la sorella della moglie, morta anni addietro, molto somigliante alla defunta; nella casa arriva il giovane Mark, nipote di Osvaldo, in compagnia del suo precettore, che ben presto si trova ad essere conteso tra una bella ragazzotta del posto e una domestica dai facili costumi, che finisce per sedurre il precettore.
Nella villa, di notte, al suono di un carillon, Mark vede passeggiare con un candelabro in mano una misteriosa figura vestita di nero; il giovane la segue e la vede spogliarsi e concedersi piaceri auto erotici.
La donna non è altri che la sorella della defunta proprietaria di casa, che per compiacere il cognato, che vive nel ricordo della figura della moglie, è costretta a indossare i suoi abiti e a prodursi in giochi erotici sotto gli occhi dell’uomo, che la osserva dalla sua stanza grazie ad una apertura praticata nella stanza.
La donna racconta tutto all’istitutore di Mark, del quale nel frattempo si è innamorata; ad aiutare i due amanti arriva l’improvvisa morte del padrone di casa, colpito da un infarto.
A godere di tutto è Mark, il giovane nipote, che vende tutto per andare a folleggiare a Parigi; nel frattempo si gode le grazie della bella campagnola.
Scompaginato, mal recitato e decisamente noioso questo Malombra, che nel titolo echeggia il famoso romanzo di Fogazzaro; ma, a parte l’ambientazione, il film non ha assolutamente nulla a che vedere con il romanzo.
Si tratta, infatti, di una commedia erotica soft core, una delle tante che negli inizi degli anni ottanta popolarono lo schermo, cercando di riproporre i fasti della commedia sexy in versione più spinta.
E difatti del film altro non resta che la performance di Paola Senatore, ormai al tramonto sia come attrice che fisicamente.
A farla da padrone è la noia, che regna sovrana per tutto il film; a parte l’improbabilità della storia, con il cognato che costringe la sorella della moglie a sottili giochi erotici senza peraltro spingersi oltre, a stupire è l’assoluto vuoto dei personaggi, che non solo non hanno spessore,
ma recitano in maniera dilettantesca, in una pochade grezza e priva di qualsiasi valore, fatto salvo il buon lavoro svolto con la fotografia, che quantomeno tenta di adeguarsi al periodo storico in cui è ambientato il film.
I dialoghi sono lenti e prevedibili, mentre la trama, a cui il regista Bruno Gaburro tenta di dare un tocco di imprevedibilità inserendo il misterioso personaggio che gira di notte con il candelabro in mano, perde ogni interesse man mano che il film stancamente procede sui binari del già visto.
Così la parola fine arriva come un sollievo, con le ultime scene dedicate alla metamorfosi del giovane Mark, che si trasforma da timido e impacciato ragazzotto in gaudente viveur.
Un film da scansare, decisamente, per i motivi esposti e anche per evitare improvvisi appisolamenti fuori orario.
Malombra, un film di Bruno Gaburro,con Paola Senatore, Maurice Poli, Scilla Jacu, Stefano Alessandrini, Gloria Brini, John Miles, Ludovico Floris, Alice Adams, Henry Luciani,Italia 1984, Erotico
Paola Senatore: Zia Carlotta
Maurice Poli: Osvaldo
Scilla Jacli: Teresa, la cameriera
Stefano Alessandrini: professor Massimo Renda

Regia Bruno Gaburro
Soggetto Antonio Fogazzaro (romanzo Malombra)
Fotografia Pasquale Fanetti
Montaggio Alessandro Lucidi
Musiche Michele Zanoni
Una donna allo specchio
Mini recensione per un film su cui davvero c’è ben poco da dire. Mentre a Ivrea sta per svolgersi il tradizionale carnevale, con conseguente battaglia a colpi di arance, nella città arrivano, separatamente, Fabio e Manuela.
Lui lavora al sud, ed è arrivato nella città solo per svagarsi, lei è una bella donna, alla ricerca di evasione.
Tra i due scoppia irrefrenabile la passione, che si traduce in incontri amorosi al calor bianco; entrambi sanno che la loro storia non potrà avere un futuro, pertanto si lasciano andare all’estasi dei sensi, confessandosi reciprocamente segreti e abbandonandosi all’eros.
Arriva la fine della tre giorni, e tra i due, com’era nell’ordine delle cose stabilito all’inizio, la storia ha termine; i due si separano senza ripensamenti.
Trama scarna ed essenziale, per questo film di Paolo Quaregna, sceneggiato con Fabio Carlini, Barbara Alberti e uscito nelle sale nel 1984.
Una donna allo specchio è un film monotono, a cui è difficile riconoscere un solo merito, se non quello di aver portato sullo schermo le abbondanti forme della Sandrelli; il resto è noia allo stato puro,apparendo come un’operazione commerciale seguita al clamoroso successo del brassiano La chiave.
Se la Sandrelli ci mette la sua professionalità e la sua matura e sensuale bellezza, Marzio Honorato appare un pesce fuor d’acqua, anche in palese disagio nelle torride scene di sesso, che però di erotico hanno poco essendo glaciali come un iceberg.
I momenti migliori del film sono quelli che vedono protagonisti gli “arancieri” impegnati in una folle battaglia, gli unici che si divertono nel film.
Pellicola scarna, poco interessante, che avrebbe potuto essere girata anche in mezz’ora, vista la pochezza della trama e del resto.
Unica vera menzione di merito per la splendida colonna sonora di Gino Paoli.
Una donna allo specchio,un film di Paolo Quaregna. Con Stefania Sandrelli, Marzio Honorato, Paolo Quaregna Erotico, durata 93 min. – Italia 1984.
Stefania Sandrelli: Manuela
Marzio Honorato: Fabio

Regia Paolo Quaregna
Sceneggiatura Barbara Alberti, Fabio Carlini, Paolo Quaregna
Produttore Enzo Gallo
Casa di produzione Grandangolo Soc. Cooperativa a.r.l.
Fotografia Claudio Cirillo
Montaggio Antonio Siciliano
Musiche Gino Paoli
Scenografia Elio Micheli
Costumi Vera Cozzolino
Trucco Giancarlo Marin
La vergine, il toro e il capricorno
Gianni Ferretti, architetto di grido e marito della splendida Giulia, seduce tutte le donne che gli capitano a tiro; un giorno, ospite di un amico nella sua villa, ha un rapporto con la moglie del proprietario, la Signora Scapicolli, nella vasca da bagno.
Giulia, insospettita dal comportamento del marito, che la sera accampa scuse per non avere rapporti con lei, lo segue nella notte e attraverso il buco della serratura scopre l’adulterio.
Il giorno dopo, davanti agli amici esterrefatti, si denuda, prende per mano un ospite inglese e si rinchiude nel garage della villa, simulando di avere un rapporto con l’uomo.
Disperato, Gianni promette alla moglie di non tradirla più, ma dopo poco tempo ci ricasca con la sua dattilografa, Enrica.
E’ Luisa, un’amica di Giulia, ad avvisare la donna della nuova infedeltà del marito.
Giulia, a questo punto, pianta tutto e si rifugia ad Ischia, dove ben presto la sua bellezza miete le prime vittime; a farne le spese è Felice Spezzaferri, un playboy di provincia, che tenta in tutti i modi di sedurre Giulia.
Nel frattempo Gianni sta cercando disperatamente la moglie, e dopo una serie di disavventure, scopre che anche Enrica, la segretaria, lo tradisce; con l’inganno riesce a sedurre Luisa, facendosi dire il nascondiglio della moglie.
Che nel frattempo si è consolata con Patrizio, un giovane mantenuto da una turista; quando Gianni arriva, non può far altro che accettare la situazione.
Sul traghetto che riporta i coniugi a casa Gianni ha però modo di agganciare proprio l’ex donna di Patrizio.
Luciano Martino dirige, nel 1977, La vergine il toro e il capricorno film appartenente as usual al genere sexy- commedia; lo fa con una storia assolutamente scontata, fatta dal classico binomio corna/bellona di turno; la musa questa volta è Edwige Fenech, affiancata da un cast notevole di caratteristi.
Ma la storia, già di per se banalissima, perde ulteriore consistenza per la mancanza di gag, nonostante nel cast figurino i migliori protagonisti della commedia sexy, ovvero Alvaro Vitali, Mario Carotenuto, Alberto Lionello, Aldo Maccione…..

Ria De Simone, la Signora Scapicolli
A parte le rituali docce della Fenech (cronometrati 3 minuti buoni di docce, su un totale di 90 minuti di pellicola!) il film si segnala solo per l’uso del turpiloquio, assolutamente ingiustificato, e per le nudità molto abbondanti della Fenech, questa volta affiancata anche dalla brava Lia Tanzi; il resto è davvero poca cosa, a partire dallo scontatissimo tema delle corna, passando per l’immancabile guardone con binocolo che spia la provocante Giulia e Luisa, per finire al belloccio di turno, Ray Lovelock, che riesce a godersi tanto ben di Dio alla faccia del marito becco e anche contento.
Il cast, alle prese con una commedia spompata in partenza, si arrangia come può, mancando questa volta il pezzo forte del genere, ovvero la battuta sarcastica; qui predomina la battuta da caserma, tipica dei Pierini che arriveranno di la a poco.
Così appaiono decisamente sprecati Lionello e Maccione, la Bisera e la De Simone, Carotenuto e Vitali, la Tanzi e la stessa Fenech, la Schurer, Garrone e tutto il resto del notevole cast; un film che non prende mai, che parte in sordina e termina anche peggio.
Un esempio di battute che circolano nel film: ” Scrivi, dattilografa: sei la mia puttanografa“; il livello ahimè è questo….
Trovo molto pertinenti questi due sintetici commenti, che condivido appieno, presi il primo dal Davinotti e il secondo dal Morandini:
“Ho visto questo film quasi senza nemmeno accennare un mezzo sorriso. Purtroppo i meccanismi comici sono un po’ troppo forzati e vaghi, poco definiti; la colpa è più che altro di una sceneggiatura troppo ripetitiva e allungata all’infinito: una semplice storiella di corna che sarebbe potuta durare la metà. Alvaro Vitali, poi, compare pochissimo e si limita a diventare rosso in faccia ripetendo l’adagio “Che Bona-che Bona”. Film pessimo, più che una commedia è una storiella scema con sequenze di nudo.”
“Tradita a ripetizione dal marito, speculatore edilizio, la bella Giulia decide di rendergli la pariglia. Farsa imperniata ossessivamente sul tema delle corna con dialoghi di programmatico cattivo gusto.”
Edwige Fenech e Lia Tanzi
Il film è disponibile su You tube,in una versione accettabile qualitativamente all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=Zpm7PEM-qhc
La vergine, il toro e il capricorno, un film di Luciano Martino Con Edwige Fenech, Aldo Maccione, Alberto Lionello, Ugo Bologna, Riccardo Garrone, Cesarina Gheraldi, Adriana Facchetti, Mario Carotenuto, Tiberio Murgia, Fiammetta Baralla, Erna Schurer, Ray Lovelock, Pinuccio Ardia, Gianfranco Barra, Gabriella Lepori, Giacomo Rizzo, Lia Tanzi, Alvaro Vitali, Olga Bisera, Laura Trotter, Anna Melita, Michele Gammino
Erotico, durata 90 min. – Italia 1977.
Edwige Fenech … Gioia Ferretti
Alberto Lionello … Gianni Ferretti
Aldo Maccione … Felice Spezzaferri
Olga Bisera … Enrica
Alvaro Vitali … Alvaro
Erna Schürer … Tourist with Patrizio
Michele Gammino … Raffaele
Mario Carotenuto … Pietro Guzzini
Giacomo Rizzo … Peppino Ruotolo
Fiammetta Baralla … Aida, la cameriera
Gianfranco Barra … Alberto Scapicolli
Lars Bloch … Professore mericano
Sabina De Guida … Marchesa
Ria De Simone … Signora Scapicolli
Adriana Facchetti … Moglie di Guzzoni
Riccardo Garrone … Il marito di Enrica
Cesarina Gheraldi … Zoraide, la madre di Gianni
Gabriella Lepori … La segretaria di Gianni
Patrizia Webley … Moglie di Raffaele
Lia Tanzi … Luisa
Ray Lovelock … Patrizio Marchi
Dante Cleri … Venditore di gelati
Sofia Lombardo … Un’altra segretaria di Gianni
Regia Luciano Martino
Soggetto Luciano Martino
Francesco Milizia
Sceneggiatura Cesare Frugoni
Luciano Martino
Francesco Milizia
Fotografia Giancarlo Ferrando
Montaggio Eugenio Alabiso
Musiche Franco Pisano
Ilsa la belva delle SS
Capostipite del florido filone dei film nazisploitation, Ilsa la belva delle SS è qualcosa di ben diverso da un film; mancando nello stesso una trama organica, potrebbe passare per un documentario sulle atrocità naziste, non fosse per tutta una serie di particolari che lo rilegano, a buon diritto, tra i film trash erotico/splatter, che è poi il traguardo a cui puntò il regista dello stesso, Don Edmonds, regista e attore americano che nel corso della sua carriera di cineasta ha all’attivo solo poche pellicole.
Dyanne Thorne è Ilsa
Ilsa è un contenitore di orrori mescolati in tutte le salse, che punta principalmente sulla dettagliata descrizione per immagini di torture e efferatezze ai danni del solito gruppo di malcapitate; in questo caso le stesse finiscono in un campo comandato dalla spietata Ilsa, che sperimenta sulle prigioniere la resistenza al dolore. Per fare questo non esita a praticare torture inimmaginabili sulle povere cavie, sottoponendole a prove devastanti, come la penetrazione con falli elettrificati e altre raffinatezze che vengono mostrate allo spettatore.
Il tentativo, molto maldestro, di mascherare una sorta di parata di belle donne discinte sottoposte a sevizie sessuali e fisiche
come documentazione degli orrori nazisti inizia da subito, quando immagini in bianco e nero del fuhrer introducono alla vicenda, con il solito sbarco dai camion delle prigioniere che vengono immediatamente denudate e sottoposte alle abominevoli ispezioni corporali.
Fin qui le cose vanno abbastanza bene anche dal punto di vista storico; era prassi consolidata, nei campi, quella di controllare detenuti e detenute per evitare che persone infette potessero contagiare, più che gli altri detenuti, le guardie stesse dei lager.
Dopo poco però ci si rende conto di dove il film vada a parare: iniziano le torture ai danni delle prigioniere, torture sadiche senza giustificazioni, che vedono le malcapitate bollite vive, ustionate a morte, penetrate con falli elettrificati, frustate fino alla morte mentre l’ineffabile Ilsa si sollazza con i prigionieri maschi, che poi evira senza pietà.
Se la figura di Ilsa ricorda quella di Ilse Koch, la cagna di Buchenwald, lo fa solo negli aspetti più deliranti della pur triste vicenda della kapò del campo di Buckenwald; è tutto da dimostare che la mente perversa della donna abbia poi davvero ideato torture fini a se stesse, per il solo gusto sadico di praticarle.
Cosi il film si snoda attraverso le dettagliate torture, storie appena abbozzate delle vite delle stesse nei campi, mentre si sofferma con compiacimento sulle perverse figure delle carceriere, che frustano senza pietà mentre sono completamente discinte, sempre desiderose di obbedire, con voluttà, agli stravaganti ordini della direttrice del campo.
Che mantiene anche buone relazioni diplomatiche con i suoi superiori, come dimostrato quando arriva un gerarca nazista per ispezionare il campo, e viene sedotto dalla ineffabile Ilsa.
In questo caso anche le alte sfere appaiono come un branco di ipodotati atti solo alle perversioni personali; il gerarca chiederà ad Ilsa non un normale rapporto fisico, ma di farsi orinare addosso!
Il film quindi si snoda attraverso immagini più o meno crude, fino alla parte finale, che vede le donne del campo reagire e prendere possesso dello stesso, fino all’inevitabile arrivo di una colonna militare mandata a far pulizia per evitare che le truppe alleate trovino traccia degli orrori perpetrati nel campo stesso.
E’ la fine di Ilsa, che viene giustiziata da un ufficiale tedesco mentre è legata ad un letto è attende di essere liberata; ovviamente due prigionieri sono riusciti a fuggire, in modo da poter raccontare quanto effettevamente accaduto.
Inutile dire che Ilsa la belva delle SS è un film senza alcun valore ne storico ne cinematografico; la recitazione degli attori è assolutamente approssimativa, a cominciare da quella della prosperosa Dyanne Thorne, volto e sguardo da nazista ma espressiva come un cocomero. Il resto del cast è assemblato secondo criteri rigorosamente fisici; vengono privilegiate comparse prosperose, che possano in qualche modo attrarre l’occhio concupiscente dello spèttatore.
Il resto, come ampiamente detto, è un campionario di orrori gratuiti.
Il film, che è girato in pratica in due baracche ricostruite e in un laboratorio di tortura che sarà il centro di molte produzioni simili, arriva al finale senza aver mostrato alcunchè di rilevante.
La Thorne, che si mostra ardimentosa negli amplessi con i prigionieri, mostra con parsimonia il suo prosperoso petto, che in pratica fu l’unico vero motivo del suo successo (davvero molto limitato) cinematografico.
Inaspettatamente per gli stessi produttori, il film ebbe un discreto successo, tanto da convincere gli stessi a produrne altri; il che, visto il finale di Ilsa la belva delle SS, che vede la morte della donna, fu davvero una forzatura , sopratutto alla luce dello squallore assolto dei sequel.
Ilsa la belva delle SS, un film di Don Edmonds. Con Dyanne Thorne, Gregory Knoph, Tony MumoloTitolo originale Ilsa, She-Wolf of the S.S.. Erotico, durata 90 min. – USA 1973.
Dyanne Thorne: Ilsa
Gregory Knoph: Wolfe
Tony Mumolo: Mario
Maria Marx: Anna
Nicolle Riddell: Kata
Jo Jo Deville: Ingrid
Sandy Richman: Maigret
George Flower: Binz
Regia Don Edmonds
Soggetto Jonah Royston
Sceneggiatura Jonah Royston
Produttore David F. Friedman
Produttore esecutivo Karl Bergen
Casa di produzione Aeteas Filmproduktions
Distribuzione (Italia) Anchor Bay Entertainment
Fotografia Glenn Roland
Montaggio Kurt Schnit
Trucco Joe Blasco
Senza buccia
Quattro amici trascorrono le vacanze estive alle isole Eolie in Sicilia.
Sono i due fratelli Giuliano e Nora, ricchi e annoiati ragazzi della Lombardia bene, Barbara la fidanzata di Giuliano e il giovane e timido Daniele.
Quest’ ultimo è il classico ragazzo disinibito solo a parole; in realtà è ancora a digiuno di donne, un pò per la timidezza e un pò perchè sembra imbranato.
Lo dimostra il fatto che Nora, stufa di attendere il primo passo del giovane, molla tutto e se ne va con degli amici.
Il terzetto superstite un giorno incontra casualmente in mare una coppia di giovani scandinavi rimasti in panne con la loro barca; i due, naturisti convinti, accettano l’invito di Giuliano di aspettare nella villa dei suoi genitori l’arrivo di qualcuno che possa sistemare la loro imbarcazione.
Per Barbara, la ragazza di Giuliano, iniziano i problemi; Trella, la ragazza scandinava, va in giro nuda tutto il tempo e su di lei alla fine mette gli occhi il suo fidanzato.Barbara arriverà a tentare il suicidio, mentre nel frattempo nella villa arriva un’amica della famiglia di Giuliano; è Adriana, una bella e affascinante donna, che ben presto diventa l’ossessione di Daniele.
Il giovane si innamorerà perdutamente della donna, che gli cederà prima di tornarsene a casa.
Senza buccia,di Marcello Aliprandi, ricavato da una sceneggiatura di Ugo Liberatore, è un banale filmetto senza grosse pretese; già il titolo è indicativo di dove si voglia andare a parare, ovvero in una mega sfilata di nudi integrali, una volta tanto anche maschili.
La storia è ovviamente quanto di più banale si potesse immaginare, ed è sviluppata senza grossa fantasia, anche perchè francamente c’era ben poco da inventari, oltre alla solita avventura del ragazzo con la donna matura e la solita bega amorosa tra fidanzati, questa volta culminata con un tentativo di suicidio.
Tra le protagoniste femminili, ovvero Lilli Carati, che è Barbara, Ilona Staller, che interpreta Trella e la Olga Karlatos, che interpreta Adriana, l’unica a mantenere un livello decoroso di recitazione è proprio quest’ultima, che è anche l’unica a mantenere la buccia.
La stessa Karlatos è di gran lunga più seducente, vestita, della Staller e della Carati nude; va da se che la Staller figura praticamente solo come nudo itinerante, vista la sua assoluta mancanza di espressività.
Il film è girato nello splendido scenario dell’isola di Vulcano, nelle Eolie; mare stupendo e natura lussureggiante, che finiscono per essere uno dei motivi di interesse della pellicola.
Per quanto riguarda i tre attori maschi, ovvero Maurizio Lupi, Juan Carlos Naya, Maurizio Interlandi, stendiamo un velo pietoso; a parte l’imbarazzante difficoltà di interpretazione, i tre sono molto a disagio nel ruolo dei naturisti.
Aliprandi, che veniva dal discreto successo del thriller soprannaturale Un sussurro nel buio mostra evidenti limiti con il genere erotico;siamo nel 1979, e tornerà sul set con il discreto Morte in Vaticano.
Senza buccia, un film di Marcello Aliprandi, con Lilli Carati, Olga Karlatos, Ilona Staller, Maurizio Lupi, Juan Carlos Naya, Maurizio Interlandi, Taida Urruzola, Miki Vouk Erotico, Italia 1979
Olga Karlatos … Adriana Berri
Juan Carlos Naya … Daniele
Maurizio Interlandi … Giuliano
Taida Urruzola … Nora
Miki Vouk … Bjorn
Ilona Staller … Trella
Lilli Carati … Barbara
Maurizio Lupi … Maurizio
Regia Marcello Aliprandi
Soggetto Ugo Liberatore
Sceneggiatura César Fernández Ardavín
Fotografia Raúl Pérez
Montaggio Giorgio Serrallonga
Musiche Pino Donaggio
Scenografia Fernando Imbert
Costumi Jaime Pérez Cubero
Fraulein Kitty

Durante l’occupazione nazista della Francia, nel 1943, i capi delle SS per spiare ufficiali e semplici graduati dell’esercito, allo scopo di individuare spie o semplici insoddisfatti del regime, organizzano un bordello ambulante, utilizzano un treno diretto in Germania, che riporta a casa i militari.
L’organizzazione del tutto è affidata a Kitty Ackermann, una spietata prostituta, che non esita a far uccidere coloro che in qualche modo si macchiano di colpe più o meno gravi nei confronti del Reich. Kitty, amante del maggiore Franz Holbach, usa il pugno di ferro: ama anche sedurre i giovani soldati, eliminandoli subito dopo.
Tra le ragazze del treno, ingaggiate per tenere occupati piacevolmente i militari, c’è Liselotte, una giovane tedesca che lavora anche come spia; il suo compito è esattamente lo stesso di Kitty, solo che agisce per motivi diametralmente opposti. Lei deve individuare, infatti, tutti coloro che per un motivo o per l’altro, sono stanchi del regime nazista, per farli diventare cospiratori in clandestinità. La ragazza si innamora, ricambiata, proprio del maggiore Holbach, che è ormai disilluso dalla politica nazista, e che aderisce ben presto alle idee della ragazza.
Durante il viaggio, il convoglio viene attaccato dai clandestini, mentre è ancora in territorio francese: i due amanti tentano così la fuga, ma vengono raggiunti dalla spietata Kitty, che uccide con un colpo di pistola Liselotte. Un partigiano fa giustizia.
Fraulein Kitty (conosciuto anche come Elsa fraulein SS ) è un film da inserire nel genere nazisploitation, anche se diverge dalla totalità del filone d’appartenenza per la mancanza di cruente scene di tortura, tipiche dei film che caratterizzarono questo specifico genere.
Una spruzzata di sesso, qualche scena di nudo, e un teno che corre per le campagne della Francia, un pizzico di suspense legata ai giochi clandestini dei partigiani da un lato e dagli spioni di Fraulein Kitty Ackermann dall’altro e poco più.
Evidente il tributo al più celebre Salon Kitty di Tinto Brass, film capostipite (involontario) del florido filone nazi; sin dal titolo il richiamo all’opera di Brass, datata 1975, Fraulein Kitty ricalca pedissequamente Salon Kitty. C’è l’ex prostituta che gestisce il tutto, con la differenza che in salon Kitty la maitresse non era in uniforme; c’è la centrale di ascolto usata non per ricatto ma solo come arma difensiva.
Ci sono i buoni (Liselotte, il maggiore), i cattivissimi, ovvero la Kitty Ackermann: tutto secondo copione per un film che non presenta particolari motivi di interesse, vista la trama molto scontata, i dialoghi abbastanza monotoni e la parata di bellezze scarmigliate.
Unico vero motivo di interese del film è la presenza della bellissima Malisa Longo, attrice di buone qualità spesso relegata in ruoli di secondo piano: in Fraulein Kitty ha la parte della protagonista, e la rende bene, facendosi apprezzare anche per la florida bellezza, esposta con generosità.
Nella mediocrità più aurea il resto del cast, che comprende il poco espressivo Olivier Mathot, il tormentato Holbach, Claudine Beccarie, destinata ad una poco onorevole carriera nel cinema porno e la bella Patrizia Gori, un’altra attrice dalle discrete doti poco utilizzate nel cinema o meglio, mal sfruttate.
La regia di Patrice Rhomm, regista presso che sconosciuto ai più, è piatta e uniforme, senza alcun guizzo creativo. Rhomm, che diresse il duo Longo- Gori anche in Helga la lupa di Spilberg, diresse giusto qualche filmetto senza particolari ambizioni
Fraulein Kitty, un film di Patrice Rhomm, con Claudine Beccarie, Patrizia Gori, Malisa Longo, Jules Mathau, Pamela Stafford,Olivier Mathot, Italia 1977


Malisa Longo … Kitty-Elsa Ackermann
Olivier Mathot … Maggiore Frantz Holbach
Patrizia Gori … Liselotte Richter
Pamela Stanford Gundrun, la cantante
Claudine Beccarie
Erik Muller
Rudy Lenoir … Generale von Glück
Jean Le Boulbar … Werner
René Gaillard … Mheim
Thierry Dufour … Disertore
Nadine Pascal
Roger Darton … Heim
Daniel White … Ufficiale al piano
Dany Chennevieres
René Douglas … Ufficiale Ss

La signora gioca bene a scopa?
Michele è un commerciante di scarpe, napoletano trapiantato in Emilia, con due debolezze: il gioco e le donne. Il primo dei due vizi, il poker, è responsabile del suo temporaneo tracollo economico. Il suo socio, Peppino, non manca di fargli notare la ormai drammatica situazione economica in cui versa; a questo punto Michele è costretto a ricorrere alle armi della seduzione, riallacciando la precedente relazione con la pittrice Giulia. Grazie alla donna, Michele riesce a sedurre la ricca sorella Monica, un’allevatrice di polli; ma la situazione si ingarbuglia quando a casa di Monica e Giulia, dove ormai Michele si è trsaferito come amministratore delle due donne, arriva uno scrittore di libri erotici, Alberto, con la moglie Eva.
Quest’ultima, una tedesca che riesce a far l’amore solo sotto l’acqua, dapprima tratta con disprezzo Michele, per poi diventare un’insaziabile amante. Stretto nel giro a tre, Michele ben presto mostra la corda e decide di correre ai ripari. Riesce con uno stratagemma a insinuare nei letti delle due il suo commesso Peppino, un giovane timido ma molto dotato (sessualmente) L’espediente ha successo, e Tonino diventa immediatamente l’amante delle due donne. Ma la cosa si rivela un’arma a doppio taglio per Michele: il giovane, infatti, lo soppianta ben presto, ma non solo. Eva, di cui ormai Michele è quasi innamorato, dopo avergli soffiato i soldi frutto di un’epica notte d’amore con le due sorelle, fugge piantando sia lui che il marito Alberto.
Edwige Fenech
Michele è alla disperazione, ma accade un imprevisto; Tonino non regge al super lavoro con le due sorelle e muore d’infarto. Michele può così riprendere il suo posto tra le due donne. Film diretto da Giuliano Carnimeo nel 1974, La signora gioca bene a scopa? è la classica commedia sexy di metà anni settanta, con qualche nudo (qui affidato a Edwige Fenech), qualche lazzo volgarotto e qualche battuta anche simpatica. Se il film non si distacca dal filone delle commedie per palati grossolani, quantomeno ci si rifà gli occhi con qualche scena di nudo, peraltro molto castigata, della sempre splendida Fenech, che questa volta parla con un buffo accento inglese. Il cast è fatto da ottimi caratteristi e vede la presenza anche di Carlo delle Piane, che interpreta il commesso Tonino, che pagherà la sua avidità con un infarto, di Carlo Giuffrè, nei panni del playboy Michele, di Didi Perego e Franca Valeri,
rispettivamente le due sorelle Monica e Giulia, di Enzo Cannavale, al solito a suo agio nei panni di spalla, questa volta di Giuffrè, infine di Gigi Ballista, Gervasio, colui che spenna sistematicamente Michele e di Oreste Lionello, simpatico nel ruolo del marito di Eva. Film senza grossi meriti, ma nemmeno con grossi demeriti, qualche battuta la risata la strappa anche se, come già detto, siamo nell’ambito della commedia sexy più disimpegnata.
La signora gioca bene a scopa? un film di Giuliano Carnimeo. Con Edwige Fenech, Didi Perego, Franca Valeri, Carlo Giuffrè, Adriana Facchetti, Oreste Lionello, Enzo Cannavale, Enzo Andronico, Vittorio Fanfoni, Gigi Ballista, Enzo Robutti, Carla Mancini, Lia Tanzi, Commedia, durata 90 min. – Italia 1974
Carlo Giuffrè … Michele Cammagliulo
Edwige Fenech … Eva
Didi Perego … Monica
Franca Valeri … Giulia Nascimbeni
Carlo Delle Piane … Tonino
Lia Tanzi … Marisa
Gigi Ballista … Gervasio Caminata
Oreste Lionello … Alberto
Enzo Cannavale … Peppino
Adriana Facchetti … Giuditta
Enzo Andronico … Dottore
Enzo Robutti … Primo Guendalini
Regia: Giuliano Carnimeo
Sceneggiatura: Tito Carpi, Carlo Giuffrè
Prodotto da : Gianfranco Couyoumdjian, Luciano Martino
Editing: Eugenio Alabiso
Costumi: Rosalba Menichelli
Direzione musicale: Alessandro Alessandroni
Art department: Antonio Visione
Il miele del diavolo
Storia di un tormentato rapporto di coppia tra lei, Cecilia, una giovane poco più che ventenne e lui, Gaetano, un giovane musicista appassionato di sax. Tra i due la personalità dominante è quella di Gaetano, giovane perverso e amorale, che non disdegna rapporti gay ed è sempre alla ricerca di variazioni sessuali per accontentare le proprie perversioni. La ragazza accetta, non senza grossi problemi psicologici, questo rapporto di sudditanza, fatto di umiliazioni sessuali, di giochi erotici che vanno oltre i suoi tabu.
Una mattina, mentre Cecilia e Gaetano sono su una moto, avviene un incidente, causato dal giovane che costringe la ragazza al solito degradante gioco erotico; Gaetano urta la testa e viene ricoverato d’urgenza in ospedale.
Qui viene sottoposto ad una delicatissima operazione chirurgica al cranio, effettuata dal dottor Guido, un playboy di mezz’età sposato con Carole.
La donna, stanca dei continui tradimenti del marito, è sul punto di chiedere il divorzio. Guido, così, in uno stato d’animo alterato, si appresta a operare Gaetano.
Il giovane muore sotto i ferri, con grande dolore della sua compagna; Cecilia, convinta che le responsabilità della morte vadano attribuite al dottor Guido, riesce a circuirlo i qualche modo, lo sequestra e lo confina in una villa, vigilata anche da un cane feroce, Black.
Qui Cecilia sottopone il povero dottore ad una serie interminabile di giochi perversi e umilianti: si spoglia davanti alui, provocandolo per poi negarsi, picchia Guido costringendolo a mangiare nella ciotola del cane, restituendo quindi all’incolpevole dottore tutte le umiliazioni che aveva subito da Gaetano.
Ma la ragazza non ha la vocazione della carnefice: poco alla volta inizia a guardare Guido con occhi diversi, forse capendo come il suo precedente ruolo di vittima nel rapporto con il musicista fosse stato in realtà un capitolo da chiudere al più presto, e che la morte di gaetano, lungi dall’essere una tragedia, si era rivelata per lei una liberazione.
La ragazza inizia ad amare il dottore, e dopo averlo liberato, decide di avere con lui una storia d’amore.
Sindrome di Stoccolma , sadismo, masochismo, rapporti erotici malati: Il miele del diavolo, lavoro softcore di Lucio Fulci, parte già con il piede sbagliato, compiacendosi in maniera morbosa nell’esplicitazione di scene erotiche e perverse. Basti pensare alla sequenza del sax, utilizzato da Gaetano in modo improprio sul corpo della donna.
Fulci, che aveva collaborato anche al film La gabbia, altro pessimo prodotto tirato su alla rinfusa da Patroni Griffi, sceglie la scorciatoia di un erotismo quasi esplicito, al servizio di una storia malata con un’ambientazione morbosa che però non buca mai, trasformandosi in una squallida esibizione del corpo della protagonista, Bianca Marsillach, bello da vedere e nulla più.
Il mestiere del regista, sicuramente mostrato meglio in altre occasioni nel Miele del diavolo non va oltre una mediocre ambientazione, quindi espressa attraverso luoghi e situazioni al limite del surreale, mentre tutta la storia scorre in maniera sempre più improbabile, fino al finale spiazzante con la vittima e il carnefice che scelgono l’amore dopo aver sperimentato la sua negazione, ovvero l’umiliazione e il sesso drogato e sfrenato.
A parte la Marsillach generosamente nuda, il cast sembra lavorare al di sotto del minmo sindacale; breve parte per Corinne Clery, anche lei in costume adamitico e prestazioni dei due attori principali, Halsey e Madia incolori.
Film da dimenticare, quindi, sopratutto per la morale che se ne ricava alla fine, dopo aver sopportato un’ora e mezza di esibizioni soft core di nudità e perversioni, tra l’altro nemmeno troppo spinte e quindi poco apprezzabili anche dagli inguaribili guardoni ammalati di sado masochismo.
Il miele del diavolo, un film di Lucio Fulci. Con Corinne Cléry, Brett Halsey, Blanca Marsillach, Stefano Madia Erotico, durata 82 min. – Italia 1986


Regia: Lucio Fulci
Soggetto e sceneggiatura: Jaime Jesús Balcázar,Lucio Fulci,Ludovica Marineo,Vincenzo Salviani
Fotografia: Alejandro Ulloa
Montaggio: Rita Antonelli,Vincenzo Tomassi
Scenografia: Marta Caveza
Sonoro: John Gayford,Bruno Moreal,Claudio Pochini
Musica: Claudio Natili
Produzione: Vincenzo Salviani

Regia Lucio Fulci
Soggetto Ludovica Marineo, Vincenzo Salviani, Jesus Balcazar, Lucio Fulci
Sceneggiatura Ludovica Marineo, Vincenzo Salviani, Jesus Balcazar, Lucio Fulci
Produttore Franco Casati, Sergio Martinelli, Vincenzo Salviani
Casa di produzione Selvaggia Film, Balcazar s.a.s.
Fotografia Alessandro Ulloa
Montaggio Vincenzo Tomassi
Musiche Claudio Natili
Scenografia Marta Caveza
Trucco Joaquin Navarro
























































































































































































































































