La supplente
Solito liceo romano, solito galletto della classe che si spupazza due liceali prima di perdere completamente la testa per la bella e fascinosa Loredana Cataluzzi, insegnante supplente di scienze nominata in loco della titolare della cattedra Teresa Scifuni, considerata dai ragazzi una menagramo di prim’ordine.
Il cambio si rende necessario per la dipartita della Sciguni; così i ragazzi, senza alcun rimpianto accettano ben volentieri la nuova arrivata.
Il povero galletto, un giovinastro di nome Stefano, cerca in tutti i modi di sedurre Loredana, che viceversa lo canzona non alimentando le sue speranze.

Carmen Villani è Loredana Cataluzzi, la supplente
Loredana invece accetta la corte di Cazzaniga, l’insegnante di educazione fisica un tantino spaccone.
Ma il giovane Stefano riesce a mandare a monte i tentativi di “accoppiamento” dei due, chiudendo il docente nei gabinetti di un cinema o facndo suonare l’allarme della sua auto mentre sta consumando finalmente l’atto carnale.
Stefano avrà modo di rifarsi quando corteggerà la bella sorella di Loredana, Sonia, grazie ad un equivoco che si rivelerà prezioso.
A quel punto Loredana, punta nell’amor proprio e vedendosi trascurata, concederà le sue grazie a Stefano.
Nonostante questo verrà rimandato in scienze, oltre che in educazione fisica dal risentito cazzaniga.
Loredana, Sonia e Stefano passeranno così le vacanze in montagna, dove il giovane avrà modo di studiare scienze, anatomia (grazie a Sonia) ed educazione fisica impartita da un bellimbusto muscoloso che servirà anche da passatempo alla volubile Loredana.

Dayle Haddon è Sonia, la sorella di Loredana
Trama decisamente esile al servizio della bellissima e fascinosa Carmen Villani, ormai a tutti gli effetti ex cantante e attrice di film sexy, questa del film La supplente; un film appartenente al genere studentesco, che vanta anche una sfilza di titoli molto simili come La liceale, L’insegnante va in collegio ecc.
La variazione questa volta è solo nell’attrice protagonista, la già citata Villani; gran corpo, seno prosperoso anche se non over size, la Carmen è simpatica e bella.
Null’altro.
Probabilmente inserita in film dal contesto diverso avrebbe avuto un’altra carriera cinematografica, ma evidentemente i registi, come questo Guido Leoni che la dirige nel 1975 in lei vedevano solo il prototipo della vamp e le affidavano unicamente ruoli sexy.

A sinistra si riconosce Ilona Staller
Con le premesse di una sceneggiatura ridotta all’osso e la partecipazione del solo Aldo Giuffrè a tenere alto il livello recitativo, La supplente si segnala solo per qualche scena ardita come quella in cui Stefano si spupazza le due liceali (una delle due è la celebre Ilona Staller alias Cicciolina) e per la fresca bellezza dell’altra attrice protagonista, Dayle Haddon.
Eligio Zamara, che interpreta il focoso Stefano fa il minimo richiesto, anche se va detto che si comprta meglio di altri attori “liceali” comparsi in seguito in altri film; il regista, Guido Leoni ( che nella sua carriera dirigerà 14 film, tra i quali Oh mia bella matrigna e Le seminariste) bada semplicemente a mostrare il meglio della Villani e delle altre ragazze del cast.
La Staller compare per poche sequenze, ovviamente nuda, mentre c’è un piccolo spazio per Gisela Hahn.

Un film non particolarmente interessante, ma nemmeno da gettare in toto; da segnalare anche la colonna sonora, opera del grande Renato Rascel.
Qualche sprazzo di comicità salva il tutto da un naufragio annunciato già dal titolo; questo tipo di pellicole aveva, a metà anni settanta, un pubblico molto limitato.
Il film ebbe un sequel almeno nel titolo, La supplente va in città (1979) con protagonista sempre la Villani nel ruolo di Rubina per la regia di Vittorio De Sisti.
La supplente,un film di Guido Leoni. Con Carmen Villani, Carlo Giuffrè, Dayle Haddon, Eligio Zamara, Ilona Staller, Giacomo Furia, Gastone Pescucci, Gisela Hahn, Gloria Piedimonte
Erotico, durata 95 min. – Italia 1975.
Carmen Villani … Loredana Cataluzzi
Eligio Zamara … Stefano Baldesi
Carlo Giuffrè … Prof.Cazzaniga
Dayle Haddon … Sonia
Alvaro Brunetti … Sergio
Regia: Guido Leoni
Sceneggiatura: Guido Leoni
Musiche: Renato rascel
Editing: Angelo Curi
Giallo a Venezia

Sulla riva di una darsena della Giudecca, a Venezia, ci sono due corpi privi di vita adagiati su un prato: sono quelli di una giovane coppia di sposi, Flavia e Fabio.
Lui è morto a causa di alcune ferite prodotte da un’arma non identificata dall’ispettore che viene chiamato sul posto (si scoprirà in seguito che sono delle forbici), lei è morta annegata.

Leonora Fani (Flavia) e Gianni Dei (Fabio)
A seguire le indagini è chiamato l’ispettore De Paul (o De Pol, questo non è dato a sapersi), un bizzarro tutore dell’ordine con un sorrisino ebete stampato in faccia e con la pessima abitudine di mangiare uova sode ad ogni istante.
Le indagini condotte dal fantomatico ispettore porteranno lo stesso a incrociare le strade di Marzia, di una squillo e quella del disegnatore Bruno, che risulteranno implicati in qualche modo nella vicenda e che faranno una brutta fine.
Si scopre così che l’architetto Fabio era un uomo vizioso oltre ogni limite, affetto però da eiaculazione precoce che costringeva la moglie a rapporti sessuali di ogni tipo con inclusi rapporti occasionali con sconosciuti.
Identificato il presunto assassino, ovvero un giovane segretamente innamorato di Marzia, De Paul ( o De Pol che nel frattempo ha divorato altre uova sode) ha un lampo di genio, ovvero interrogare l’unico che poteva assistere all’omicidio della coppia di coniugi.
E si, perchè è ovvio che i tre delitti compiuti dal giovane appaiono slegati dall’omicidio misterioso dei due coniugi.
Il lampo di genio di De Paul (o De Pol) si rivela vincente: in realtà è stata Flavia a uccidere il marito con un paio di forbici, dopo essere stata violentata (in pieno giorno, naturalmente) da alcuni muratori presumibilmente ubriachi di primo mattino e poi a scegliere il suicidio mediante annegamento, nonostante il tentativo in extremis di Bruno, anche lui innamorato della ragazza.
Sipario.
Giallo a Venezia esce sugli schermi italiani nel 1979 per la regia di Mario Landi in passato ottimo regista televisivo di produzioni ormai storiche come quelle sulle gesta del commissario Maigret, del tenente Sheridan e delle prime fiction Canne al vento e Cime tempestose.
Sciaguratamente, Landi percorre le strade del thriller con esiti assolutamente nefasti per lo spettatore per tutta una serie di motivi.
In primis per colpa di una sceneggiatura demenziale, che fatica a stare in piedi credibilmente per l’improbabile intreccio della vicenda che vede un omicidio suicidio e tre omicidi assolutamente slegati fra loro e senza un vero , poi per la scelta assolutamente ridicola del cast nel quale spiccano in totale senso negativo i due protagonisti ovvero l’ispettore De Paul e l’architetto Fabio rispettivamente interpretati da Jeff Blynn all’epoca piccola star dei fotoromanzi Lancio e da Gianni Dei.

Jeff Blynn, l’ispettore De Paul, alle prese con l’immancabile uovo sodo
Quest’ultimo, che nel corso della sua carriera interpreterà autentiche perle cinematografiche dai titoli emblematici come La cameriera nera, Una vergine in famiglia, Peccati a Venezia e il terribile Patrick vive ancora, del recidivo Landi, fa a gara con Blynn per contendersi la palma di peggior interprete del film.
Inespressivo, molle e a tratti commovente nella sua staticità, Gianni Dei esce vincitore dal confronto solo perchè si spupazza in più occasioni Leonora Fani, che nel film è sua moglie.
La Fani si ritrova nell’ingrato compito di dover rallegrare lo spettatore e grazie a Landi si produce in una performance erotica pressochè indimenticabile: nel film, dopo un amplesso insoddisfacente con il marito, si consola con un atto di autoerotismo seguito nei dettagli dal regista.
Una delle perle del film è la scena in cui Fabio, a tavola con la moglie, inserisce un grissino in una cozza spalancata, in una volgare simulazione ed allegoria del rapporto sessuale.
Ecco, siamo al punto saliente: Landi, alle prese con una sceneggiatura degna del parto di un cervello di una gallina affetta da meningite punta sull’erotismo di bassa lega e su due sequenze slasher molto forti.
La prima vede protagonista la prostituta assassinata con delle coltellate nelle parti intime, la seconda la povera Mariangela Giordano a cui viene segata una gamba da viva.
Come se non bastasse la donna verrà poi surgelata nel frigo dove verrà ritrovata dalla sua cameriera.
Sono scene abbastanza forti e gli amanti del gore si consoleranno almeno con questo.
Sequenza gore
L’assassino amputa la gamba a Marzia, sucecssivamente la rinchiude con l’arto in bella vista nel frigo
Un film assolutamente indecoroso, quindi, che a tratti sembra essere una presa per le natiche dello spettatore, costretto a sorbirsi la recitazione infantile di Blynn a cui deve essere salito il colesterolo di 100 punti, vista la quantità spaventosa di uova trangugiate e a sorbirsi una trama demente.
Il film in pratica dura 5 minuti, quelli iniziali per intenderci; ci sono due corpi morti, nessuno parla e a fare da sottofondo c’è la bella musica di Berto Pisano.
Poi arriva un poliziotto con espressione da ritardato mentale, poi Blynn e scende la notte fonda.
Per rendersi conto dell’assoluta schifezza a cui si rischia di assistere, vi propongo gli unanimi consensi in negativo a questa recensione, tratti dalla “Bibbia” cinematografica degli spettatori Davinotti, che utilizzo spesso proprio per la frequente identità di vedute.Vi accorgerete così che sono stato anche troppo tenero nei confronti del film.
Da vedersi solo se si è autenticamente masochisti.
Il film è ora disponibile su Youtube all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=T20uGUaTop8 in una qualità tutto sommato discreta.

L’omicidio seguito dal suicidio di Flavia
Giallo a Venezia,un film di Mario Landi. Con Leonora Fani, Gianni Dei, Jeff Blynn, Mariangela Giordano, Eolo Capritti
Poliziesco, durata 92 min. – Italia 1979.
Jeff Blynn….Ispettore De Paul
Leonora Fani… Flavia
Gianni Dei… Fabio
Mariangela Giordano…Marzia
Regia Mario Landi
Produttore Gabriele Cristiani
Casa di produzione Stefano film
Fotografia Franco Villa
Montaggio Mario Salvatori
Musiche Berto Pisano
Le recensioni qui sotto appartengono al sito http://www.davinotti.com
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Tremendo giallo sul Canal Grande, che mescola vaporetti stracolmi a turpi effettacci finendo con l’essere un’esperienza strana, di serie Y, ma da fare. Disinibite la Fani e la meno giovane Giordano. Cast secondario preso chissà dove, ma il peggiore di tutti è Jeff Blynn, chiamato scherzosamente “Maigret” da Capritti perché il regista è Mario Landi, che a lungo aveva diretto Cervi per la tv.
Allucinato giallo, che merita d’esser visto per la sua “eccentricità”. Sulla linea di Patrick vive ancora, per intendersi, siglato dallo stesso Mario Landi. L’estremità di contenuti (sul versante sleazy) rimanda ai contemporanei fumetti per adulti (Storie Blu, Terror, Oltretomba). La sceneggiatura delirante passa in secondo piano, di fronte ad una messa in scena povera e confusa, rappresentata da attori ed attrici allo sbando. Il gore eccessivo sfuma, spesso, nel grottesco per via dell’approssimazione di effetti (poco) speciali. Un caposaldo del cattivo gusto della serie “so bad it’s so good”.
Inenarrabile schifezza, che raggiunge vette inarrivate di orrore non tanto negli splatterosissimi delitti quanto nei plurimi e polimorfi accoppiamenti Dei-Fani, e nel vomitevole ingozzamento di uova sode di Blynn. Ovviamente ha tutti gli ingredienti del culto trash (c’è anche Vassili “Spirito Santo” Karis!), per cui sopravviverà a molti migliori. Sigh. Maigret, dal suo appartamento, scuote il testone bofonchiando.
Discontinuo e raffazzonato. Una trama gialla decisamente blanda cede presto il passo ad un erotismo ai limiti dell’hard con protagoniste le nudissime Leonora Fani e Mariangela Giordano. Gli omicidi sono tutti estremamente cruenti: spiazzanti quello con la benzina e soprattutto quello, molto insistito, con la sega elettrica il cui effetto gore rimanda alle pellicole di H.G. Lewis. Trashissimo Gianni Dei, che si atteggia a star.
Ingenuo gialletto che spinge decisamente sul lato erotico. La storia in sé non sarebbe nemmeno malaccio (psicologia spicciola sulle perversioni sessuali a parte) se il ritmo non fosse fin troppo spezzettato dalle tante sequenze di nudo con la Fani e la Giordano. Blynn e Capritti poi sono forse i due poliziotti più improbabili del cinema italiano, ma tra un paio di scene splatter e qualche bell’esterno lagunare si può dire che il film non annoia lo spettatore. Facile dimenticarlo in fretta, in ogni modo.
Film di rara bruttezza e cretineria, costellato di personaggi di una stupidità indicibile. Più che un thriller una sorta di soft-core con parentesi gialle. In ogni caso la noia regna incontrastata. Inoltre gli attori fanno a gara a chi è peggio ma su tutti spiccano un patetico Gianni Dei ed un Jeff Blynn che è semplicemente ridicolo e ripete sempre la stessa battuta: “Peggio per lui o lei” a seconda del sesso della persona cui si riferisce. Porcate così è difficile vederle. Solo per gli amanti del brutto.
Bruttissimo e noiosissimo giallo di fine Anni Settanta. La trama è quasi inesistente e viene presto sostituita da numerosissime scene di sesso (parecchio spinte) e qualche scena splatter (molto violente, ma realizzate malissimo), tra le quali va citata quella dell’omicidio col seghetto. Il protagonista Jeff Blynn (che nel film non fa altro che mangiare uova sode), una specie di clone mal riuscito di Maurizio Merli, non si può vedere, e Gianni Dei ci fa come al solito la figura dello stupido.
Incredibile trashata. Incerto sulla direzione da prendere, soft-core audace o giallo con picchi gore, il regista opta per un mix delle due cose, con una propensione alla lungaggine nelle scene erotiche (noiosissime e tristissime). Le parti gore sono notevoli, ma non bastano a sollevare dalla tremenda mediocrità questo pasticcio. Venezia non è mai stata fotografata in modo così anonimo e gli interpreti sono agghiaccianti, tra un Gianni Dei patetico e una Leonora Fani dal deretano cellulitico (per non parlare degli altri). * 1/2 per il gore.
Film “gemello diverso” di Patrick vive ancora, propone ancora una volta sesso spinto e violenza, qui talmente esagerati da risultare ridicoli (la gamba della Giordano e l’uomo carbonizzato). Ottimo Gianni Dei nella parte di un vizioso tossicomane, perfetta la Fani nel ruolo di vittima sacrificale. Comica la trovata del commissario che gira con delle uova sode nei jeans…
Film davvero deprimente e difficile da vedere fino in fondo. Quando ci si rende conto che le goffe scene di sesso (mal pensate e recitate) prendono quasi tutto il tempo di durata della pellicola, è troppo tardi. Si può quindi cercare di restare a guardare in attesa di qualcosa da salvare, ma è tutto inutile. Il film appare dilettantesco in tutti i suoi aspetti, il direttore della fotografia forse era rimasto a terra quando la troupe aveva preso il vaporetto e le scene di Venezia visibili sembrano tratte da un documentario amatoriale. Repellente.
La classificazione internazionale è già un commento: eurotrash-eurosleazy. La versione visionata (brasiliana) è indicata come la più uncut, indugiando maggiormante sulle scene di sesso (volgarissime) e trovando la massima rappresentazione dello squallore in un breve momento hardcore maschile (all’interno del cinema). Il Dei è scatenato! Un maniaco totale, drogato ed esaltato esibizionista (e alla fine pure vouyeur). Tutto questo film è improntato al profilo del disgusto, massificando i personaggi e le loro azioni. Obiettivo raggiunto**!
Un lungometraggio banale e perverso, da vedere solo per chi ama Venezia e i film lì ambientati (fra l’altro se ne vedono solo scorci), il film è un giallo caratterizzato da punte di una morbosità e di un vuojerismo, non soliti. L’attore protagonista, non nuovo a queste “sconcezze” (vedi Manhattan gigolò) si trova completamente a suo agio in prodotti di tale livello. Alcuni delitti sono feroci, specialmente quello della prostituta a cui vengono infilate le forbici nella vagina. Da vedere e dimenticare.
Non sono amante di questo genere di film (non mi riferisco ai gialli veri, quelli mi piacciono), anche quando sono fatti bene. “Giallo a Venezia” l’ho voluto vedere solo per la presenza di Leonora Fani, che mi era molto piaciuta in Nenè. Se non altro ho avuto una conferma: gli attori (escludendo i mostri sacri) sono più o meno bravi a seconda di come vengono diretti e di quello che sono costretti a fare su certi set. Il film non lo commento, se però lo si guarda con la predisposizione al riso, sono sicuro che il divertimento è assicurato.
Più erotico che thriller, lo si dice di tanti gialli: ma questo è veramente squallido come un porno senza sesso esplicito. Un paio di omicidi particolarmente truculenti non risollevano l’attenzione e si sdrammatizzano da soli per l’improponibilità degli effetti. Venezia è praticamente assente dopo la cartolina dei titoli. Dei e la Fani bisseranno in Peccati a Venezia.
Sia la versione integrale che quella tagliata mi son piaciute. È un film un po’ paradossale, ma non è assolutamente un serie Z. La sorpresa vera è il non collegamento tra i due avvenimenti, mentre ogni personaggio, ad iniziare dal commissario, esprime al meglio i propri sentimenti, tanto che alla fine non ci si accorge di aver visto uno slasher. Eccellente anche Gianni Dei, il quale non è mai normale in alcun film. Abbastanza attendibile il movente… per gente pazza. Superba la colonna sonora. Che dire… per me vale.
Brutto di brutto. Sciatterie e superficialità su ogni fronte, dalla recitazione (e dire che la Fani, pur se giovanissima all’epoca, solitamente è un ottima attrice!) alla storia e alla fotografia (che trasforma la bella Venezia in uno squallido porto marino), creando buffi eccessi di trash. Tutto all’insegna del cattivo gusto, il quale ci è dato soprattutto dall’estremizzare le scene di sesso (comunque softcore) con amplessi e giochi sadomaso a tutto spiano. Lo splatter non è realizzato male, ma stona molto, data la piattezza generale. Voto: *.
Una Venezia irriconoscibile (da sembrare quasi una oscura località affacciata sul Bosforo) fa da sfondo a questo filmaccio immondo. Landi si impegna, con cocciutaggine inspiegata, nel realizzare un prodotto il meno artistico e fine possibile: tecniche registiche e bella recitazione cedono il posto a sciatteria, approssimazione, interpreti ridicoli e tragicomiche morbosità da sottoriviste di quart’ordine. Le scene sanguinose, seppur crudissime, sono imbastite alla meno peggio, mentre le musiche di Pisano risultano totalmente fuori contesto. Escrementizio.
Filmetto che mischia splatter e porno soft in una Venezia irriconoscibile. Gli attori recitano da cani, i poliziotti sono tra i più sgangherati della storia. Anche lo studente-maniaco che non si priva mai di un paio di enormi occhiali scuri fa piuttosto ridere. A cercare di salvare il salvabile numerosi ed evitabili amplessi, un commissario che divora uova sode e il suo vice che a tratti sembra un Kojak di serie Z…
Più soft-core che giallo questo film è un supercult. Avete notato che per essere un “raro” è stato visto da molte persone? Una ragione ci sarà pure, no? La mia è che per gli amanti del trash più trashofilo è da antologia. Il film omaggia i vari generi Anni 70: il poliziottesco (il commissario sorta di cugino alla lontana di Merli), l’erotico (scene erotiche che ricoprono la maggior parte dei tempi del film per sprofondare in un soft-core che si trasformerà in hard negli anni vicini a venire), lo splatter: scene splatter alla Fulci.
Incommentabile “giallo” fine Anni Settanta. Praticamente un lento film porno-thriller che non arriva mai al dunque. Jeff Blynn, il commissario di turno nonché mix tra un tardo Maurizio Merli e un giovane Claudio Caniggia, si limita a sfoderare un umorismo da “La settimana enigmistica”, inframezzato da scorpacciate di uova sode che tiene sempre pronte nel taschino della giacca. Gianni Dei, nella parte dell’erotomane tossicodipendente, raggiunge forse il picco più alto della sua carriera dopo la performance in Patrick vive ancora. Imperdibile.
Oggettivamente è terribile, soggettivamente lo adoro. Vero esempio di “Z-movie” tutto italiano, patetico quanto geniale nel suo saper essere perfettamente ridicolo. I seguaci della Fani e della Giordano, indubbiamente, lo ricorderanno a vita. Dei è la caricatura di se stesso, quindi anche lui è memorabile a prescindere! Ho letto che in Germania è stato bandito per anni, ma in quegli anni è stato fatto comunque di peggio. Cinema popolare, assolutamente “low-cost”… sarebbe impensabile, oggi, fare un film simile!
Emanuelle, perchè violenza alle donne?
Durante uno dei suoi tanti viaggi in giro per il mondo per realizzare servizi fotografici di vario genere, Emanuelle si ferma in un albergo dove viene salvata da un tentativo di violenza sessuale da Malcom, un funzionario di un’agenzia governativa che si occupa di aiuti ai paesi poveri; i due fraternizzano ma devono lasciarsi per i rispettivi impegni.
Nella hall, Emanuelle incontra la sua vecchia amica Cora, anch’essa impegnata in un difficile reportage; la donna infatti sta girando per il mondo allo scopo di documentare la condizione femminile e la violenza esercitata a tutte le latitudini sulle donne.

Laura Gemser, la reporter Emanuelle
Sarà proprio Emanuelle a scoprire come il lavoro di Cora sia attuale e terribilmente pericoloso; mandata in India per un servizio fotografico e documentaristico su una specie di santone che propaganda una strana religione sui rapporti sessuali e sul sistema per renderli infiniti, Emanuelle lo sbugiarda pubblicamente, ma prima di tornare in patria ha modo di consolarsi con una giovane e bella ragazza, Mary.
Emanuelle, notoriamente bisessuale, ha una breve relazione con la ragazza, che le racconta una terribile storia di soprusi e violenze subite.
Riagganciata Cora, decide di accompagnarla nel viaggio che la donna sta facendo per documentare le violenze.
Giunte a Roma, le due amiche hanno modo di mettersi nei guai, mentre indagano su una misteriosa organizzazione che rapisce giovani ragazze per destinarle ai bordelli dell’estremo oriente; Cora ed Emanuelle però vengono rapite e farebbero una brutta fine se non venissero salvate in extremis da Jeff, un amico della reporter.

Brigitte Petronio, la giovane Mary
Ma la banda non ha intenzione di mollare e riesce ad arrivare nuovamente a Cora, che viene seviziata e violentata da alcuni adepti dell’organizzazione.
Nonostante tutto, Cora riparte per l’Oriente sempre accompagnata dall’inseparabile reporter, che vivrà con lei una nuova pericolosa avventura, prima di tornare a casa e scoprire che anche negli States il fenomeno è purtroppo diffusissimo.
Emanuelle perchè violenza alle donne?, distribuito negli Usa con il titolo più appropriato di Emanuelle Around the World, è il quarto film della serie dedicata alla bella reporter di colore Emanuelle ed è il terzo diretto da Aristide Massaccesi che ancora una volta usa il suo nome d’arte Joe D’Amato.
Il successo delle sue due pellicole precedenti, Emanuelle nera – Orient Reportage (1976) e Emanuelle in America (1976) permise a Massaccesi l’utilizzo di un budget più ampio, che il regista romano utilizzò principalmente per rendere ricche le location, trasportando la protagonista, l’affascinante venere nera Laura Gemser attraverso tre continenti ovvero Europa, America e Asia e ben quattro metropoli, come Roma, New York, Hong Kong e Nuova Delhi.
Il meccanismo è lo stesso dei due film precedenti, quindi una miscela di erotismo e violenza nella quale si inserisce il classico “pistolotto” moraleggiante che però suona tanto come espediente per accalappiare gonzi.
Questa volta D’Amato affianca alla Gemser oltre alla Schubert la giovane Brigitte Petronio, l’occasionale amante saffica immancabile nei film della serie Emanuelle nera (ricordiamo la Galleani e la De Selle, per esempio)
Film diretto con una certa cura e attenzione ai particolari, Emanuelle perchè violenza alle donne? ha il grosso demerito di cambiare spesso e caoticamente la storia, rendendola quanto meno improbabile e sopratutto farraginosa e tirata per i capelli.
Ma al solito D’Amato non sembra affatto preoccupato di dare un senso alla sceneggiatura, quanto mostrare visivamente il solito campionario di scelleratezze unite ad un erotismo molto pronunciato, vero trademark del regista.
La violenza la fa da padrona, così come l’eros; al solito, il film ebbe due versioni, una più pulita e l’altra con inserti hard core abbastanza mediocri.
La versione “pulita” ebbe comunque grossi problemi con la censura per la presenza delle famose scene di violenza e delle scene dell’orgia, anche prive degli inserti erotici.
Per quanto riguarda il cast, gli attori fanno con diligenza la loro parte.
Bene come al solito la Gemser, non ancora caratterizzata da quel dimagrimento che in seguito le dette un’aria sofferente e patita; la sua Emanuelle è conturbante e sexy, la sua capacità recitativa resta sufficiente.
Molto bene anche Karin Schubert che interpreta Cora.
La sequenza dello stupro sembra quasi reale, e dispiace pensare che Karin che pure era una buona attrice abbia poi sceso la china così velocemente e in maniera così traumatica.
Spazio anche alla bionda ed efebica Brigitte Petronio, starlette poco valorizzata che nel film interpreta la giovane Mary, che ha subito sul suo corpo la violenza maschile e che ha una breve ed intensa relazione saffica con Emanuelle, così come apprezzabile è Ivan Rassimov una volta tanto non penalizzato dal solito ruolo del duro e cattivo. Così così George Eastman nel ruolo del guru fregnone, bene Gianni Macchia in quello dell’emiro che salva da una brutta fine Emanuelle.
Se il film non è da annoverare tra i film indimenticabili, ha dalla sua tuttavia qualche buon guizzo, a patto di chiudere un occhio sull’abitudine di Massaccesi di voler ad ogni costo strizzare l’occhio al messaggio moralistico del film.
Se si vuol fare un’opera di denuncia,non la si costella di scene erotiche fine a se stesse.
Il solito vizio del regista romano, costretto a ciò anche dalla furbizia dei produttori che, afferrato il filone giusto, non chiedevano altro al regista che usare il suo indubbio talento per agganciare una parte di pubblico poco interessato ai discorsi sociali e molto più ai nudi femminili e alle atmosfere torbide.
Emanuelle: perché violenza alle donne? un film di Joe D’Amato. Con George Eastman, Don Powell, Karin Schubert, Ivan Rassimov, Laura Gemser, Gianni Macchia, Marino Masé, Paola Maiolini, Brigitte Petronio
Erotico, durata 90 min. – Italia 1977.
Laura Gemser: Emanuelle
van Rassimov: Malcolm Robertson
Karin Schubert: Cora Norman
Don Powell: Jeff Davis
George Eastman: il guru
Brigitte Petronio: Mary
Al Thomas: eunuco
Aristide Massaccesi: Caleb
Marina Frajese: partecipante all’orgia
Rick Martino: partecipante all’orgia
Regia Joe D’Amato
Soggetto Maria Pia Fusco
Sceneggiatura Maria Pia Fusco
Produttore Fabrizio De Angelis
Casa di produzione Embassy Productions S.p.A.
Distribuzione (Italia) Fida Cinematografica
Fotografia Aristide Massaccesi
Montaggio Vincenzo Tomassi
Musiche Nico Fidenco
Scenografia Maurizio Dentici
Le recensioni qui sotto appartengono al sito http://www.davinotti.com
TUTTI I DIRITTI RISERVATI
Terza pellicola del ciclo dedicato alla disinibita reporter, qui in viaggio per il globo terracqueo tra Stati Uniti, Italia e Hong Kong, impegnata a sventare un traffico “internazionale” di schiave bianche, spesso sottoposte a vere e proprie sessioni di tortura. Nel suo peregrinare svergogna, per tramite del proprio corpo, un falso santone indiano, ideatore/propugnatore del coito prolungato. Forse il più maschilista/cinico (e pornografico) dell’intera serie, curiosamente sceneggiato anche da mano femminile.
Buon film del filone esotico/erotico di Emanuelle, la splendida Laura Gemser… La trama è suppergiù sempre quella, con la bella fotoreporter giramondo coinvolta in qualche losco intrigo più grosso di lei. Ovviamente è tutto un pretesto per mostrare scene erotiche, e per i mercati esteri anche hard-core. Un prodotto comunque più che dignitoso, che non annoia ed anzi fa passare i canonici 90 minuti in tutta tranquillità. Certo, con Joe D’Amato alla regia almeno un momento splatter non poteva mancare… e difatti non manca: vedere per credere.
Così così. Le scene erotiche sono ottimamente realizzate e quelle di tortura sono molto efficaci. Peccato che questi due elementi, uniti, finiscano per stonare. La sceneggiatura è mediocre come al solito, ma la buona regia di Massaccesi riesce a salvare il salvabile. Non male il cast: bellissima come sempre la Gemser, stesso discorso per la Schubert, bravo Rassimov e cultissimo George Eastman. Splendida la colonna sonora, la migliore realizzata per la serie insieme a quella di Emanuelle in America.
Le pericolose scorribande erotiche per il mondo di una famosa reporter, implicata in pericolosi giri d’affari fatti sulla pelle delle donne. Costumi, scenografia e fotografia (ovviamente..) di gran classe, sceneggiatura così così.. A volte la confusione si trasforma in noia e il prodotto perde carattere. Scene erotiche ben fatte, moderatamente spinte, con un paio di inserti hardcore marginali e piuttosto inutili (almeno nella versione visionata). La componente violenta scaturisce potente e in alcune occasioni davvero estrema, ma stiamo parlando del D’Amato!
Interessante. Questo personaggio di reporter-detective che indaga sul fenomeno della tratta delle bianche calza a pennello a una donna come Emanuelle, la cui concezione del sesso -ludica e scanzonata- è effettivamente agli antipodi rispetto ad ogni forma di violenza o di mercimonio. Dunque, è una storia che ha una buona coerenza interna. Le locations (Roma, la Thailandia, l’India, New York) sono ben utilizzate: Paese che vai usanza che trovi, soprattutto rispetto agli usi e costumi sessuali! Non monotono, buone musiche e, complessivamente, ottimo look!
IL titolo è chiaro, ma quello inglese (“The degradation of Emanuelle”) lo è ancora di più: sulla falsariga del precedente seguiamo la fotoreporter Emanuelle sulle tracce di un esclusivo mercato nero di sfruttamento delle donne. Autentiche perle del trash massaccesiano, su tutte la scuola di sesso diretta dallo scaricatore di porto Eastman nei panni di un improbabilissimo guru indiano (che predica il ritardo dell’orgasmo ma al dunque non si trattiene manco lui). Sul piano erotico/hard aumenta la vena sgradevole. Interessante e ben realizzato.
Visto nella versione hard del dvd polacco (meno completo, pare, di quello della Severin). Pellicola gradevolissima con la splendida Laura Gemser e una buonissima regia di Joe D’Amato. A dispetto di altri titoli del filone, nonostante la trama sia semplice qui (almeno io) ho trovato un po’ di confusione nel finale e quindi non sono rimasto del tutto soddifatto. Meglio altri capitoli della saga.
In questo episodio la bella Emanuelle, con la scusa dei reportage scandalistici, crea un’alleanza di ferro con la giornalista Cora Norman (una divina Karin Schubert) e riesce a sgominare una banda internazionale di farabutti dedita alla tratta delle bianche, da Roma ad Hong Kong. Nel mezzo una love story con un diplomatico Rassimov, una puntatina in India per toccare con mano le teorie sul coito prolungato di un presunto santone (un mitico Montefiori!) e nel finale uno stupro a New York. Vedibile ma poco coinvolgente rispetto ad altri capitoli.
Il più fresco, colorato e scanzonato della serie di Emanuelle. Memorabile il “guru” interpretato da Luigi Montefiori, ma ci sono anche altri momenti molto divertenti e nel complesso il film non risulta noioso pur essendo privo degli eccessi che fanno storia visti in “in America” e nel successivo “e gli ultimi cannibali”. Il film, co-sceneggiato da Maria Pia Fusco, ha anche un certa dignità sul piano della denuncia sociale, pur diluita nella commercialità e nell’eros venduto al chilo tipico delle opere del buon Massaccesi.


Penombra
Carlotta è la bella e insoddisfatta moglie di Osvaldo Raininger, un ricco proprietario terriero che la donna ha sposato senza amore, solo perchè rappresentava un valido partito.
L’uomo la strappa alla vita di città, confinandola in una splendida dimora di campagna, dove la donna si annoia mortalmente.
L’unico diversivo è rappresentato dalle avventure saffiche con la procace cameriera Carolina; altro svago della donna è il gioco del baccarat.
E sarà proprio il gioco a causarne la rovina; conosciuto il giovane e affascinante Alexis, che si finge uno sprovveduto al tavolo verde, la donna cade in una trappola tesa dallo stesso Alexis e da un infido banchiere.
I due, in combutta, fanno perdere alla donna un’ingente somma di denaro, facendole firmare un pagherò
Il banchiere con il titolo in mano si reca da Osvaldo, per costringerlo a vendere le sue terre.
Nel frattempo Carlotta vive un’intensa passione proprio con l’uomo che è stato la sua rovina; ma quando si rende conto della situazione, decide di ucciderlo, attirandolo in campagna.
Ma è proprio Carlotta a morire, durante una collutazione.
L’inconsolabile Osvaldo, legato da morboso affetto alla moglie, trova un fascio di lettere scritte dalla gemella della moglie,Maria, che vive confinata in convento.
Decide così di conoscerla, e quando fa l’esperienza resta turbato oltre modo, perchè la donna è la copia esatta della defunta moglie.
Riesce a convincerla a seguirla nella sua tenuta, dove Maria ben presto si rende conto che Osvaldo è ossessionato dalla memoria della moglie; la costringe infatti a vestirsi come lei e infine la costringe ad atti auto erotici mentre lui la spia da un’apertura in una libreria.
La situazione cambierà radicalmente quando nella tenuta arriva il nipote di Osvaldo e il suo precettore; quest’ultimo si innamora perdutamente di Maria, ricambiato.
Durante un loro convegno d’amore Osvaldo, che li spia dal solito posto, ha un malore e muore.
I due sono così liberi di andarsene.
Penombra, diretto da Bruno Gaburro nel 1986, riprende in toto la trama di Maladonna e in parte quella di Malombra, diventando una specie di trait d’union tra i due film citati, non aggiungendo nulla se non qualche scena erotica ai due film precedenti.
La storia è praticamente identica, la location anche, gli attori sono sempre gli stessi; quella di Gaburro è quindi un’operazione commerciale volta a sfruttare la fama della Senatore, che nel 1985 aveva interpretato Non stop-Sempre buio in sala, film hard con la quale la bella attrice romana aveva dato un taglio al suo passato di attrice sexy, qualche volta contornato da buone prove in film discreti.
E’, come già detto, un’operazione smaccatamente commerciale; la fama della Senatore era ormai legata a quel film hard che aveva girato per necessità, schiava com’era della tossicodipendenza.
Questo film, che è poco più di un film erotico, senza sconfinamenti nell’hard, curiosamente è il migliore dei tre, ammesso che si possa fare una graduatoria di merito tra film che utilizzano senza scrupoli l’erotismo per imbastire attorno una storia credibile.
La fotografia è la stessa dei film precedenti, ma la storia ha quantomeno una sua logica, che mancava sia in Maladonna che in Malombra.
Il tema della follia di Osvaldo è finalmente chiaro, mentre nei due film precedenti era rimasto abbastanza confuso, così come il tema del “doppio”, ovvero della doppia vita di Carlotta e Maria viene finalmente spiegato.
Certo, il film non brilla per ritmo, recitazione o altro.
Tuttavia non è un prodotto da gettare via, perchè una sua eleganza formale ce l’ha.
E a differenza di Maladonna e di Malombra, la parte erotica che interpreta la Senatore è sicuramente più soft; da dimenticare lo squallido siparietto erotico con protagoniste le due giovani monache.
In ultimo segnalo le amene recensioni che girano sul web relative a questo film; molto probabilmente sono davvero pochi coloro che lo hanno visto, visto i riassunti assolutamente improbabili della trama.
Penombra, un film di Bruno Gaburro (Alex Romano). Con Paola Senatore, Maurice Poli, Marcella Petri Erotico, durata 90 min. – Italia 1985.
Paola Senatore … Maria / Carlotta
Maurice Poli … Osvaldo Raininger
Marcella Petrelli … Suora
Carmen Di Pietro … Suora
Domiziano Arcangeli … Alexis
Stefano Alessandrini … Mario Raininger
Claudia Cavalcanti … Carolina – cameriera
Paola Corazzi … Claudia Carli
Scilla Jacu … Teresa
Gino Milli … Massimiliano Renda
Jacques Stany … Tesser
Regia: Bruno Gaburro
Sceneggiatura: Piero Regnoli
Editing: Alessandro Lucidi
Musiche: Stelvio Cipriani
Produzione: G.Buricchi per Leo
Distribuzione: Play time
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Pazzesco (e geniale) assemblaggio con: a) sunto di Maladonna; b) una decina di minuti di raccordo; c) sunto di Malombra. Purtroppo il succo qui non è meglio del tutto, anzi: si nota con chiarezza che c’è un netto sbilanciamento di personaggi (la cameriera è la Cavalcanti nella prima parte, la Jacu nella seconda…). Da notare poi, in questo film ambientato nell’Ottocento, l’esilarante apparizione di una penna biro (da Maladonna), il che la dice lunga sul livello dell’opera.
Estremo esempio di riciclaggio (Malombra + Maladonna), operato senza colpo ferire, aggiungendo brevi raccordi di girato ex-novo onde spacciare per altro una serie di nudi – già offerti, ossia “usati” ed “abusati” – audaci ma senza anima. Per l’occasione la Senatore si sdoppia, nel duplice ruolo di sorella ora buona (con e senza U) ora perversa (ma sempre “buona senza U”). Amplessi a go-go, lesbismo in prima fila, ed una (mal)riuscita atmosfera goticheggiante (ma nient’affatto godereccia) provocata dalla decadente ambientazione rétro. Gaburro, dato l’eccelso risultato, sigla come Alex Romano.
Riciclaggio dei due precedenti titoli della trilogia di Gaburro (Malombra e Maladonna), ottenuto ricucendo, con un breve segmento di raccordo girato ex novo, le sintesi del secondo e del primo film. Quindi una ripetizione di atmosfere, scene e dialoghi, con protagonisti la coppia Senatore-Poli, assolutamente priva di utilità ed interesse (se non filologico); peraltro nel segmento di raccordo la Senatore appare pochissimo…
La ragazzina

Monica è una bellissima ragazza sedicenne, sogno proibito dei suoi coetanei ma non solo.
Nella zona di Lignano Sabbiadoro tutti conoscono quella ragazza così bella e all’apparenza disponibile.
Il più assiduo nel farle la corte è Leo, che però ha anche un secondo fine; il giovane infatti rimedia ragazzine ai maturi signori della zona, che “recluta” subito dopo averle sedotte.
Monica però ha altre mire; è segretamente attratta dal suo professore di storia dell’arte, che contemporaneamente ha una relazione con la bella moglie di un ricco avvocato.
Gloria Guida è Monica
Il quale a sua volta ha messo gli occhi su Monica e si rivolge a Leo per tentare di avere il suo sogno proibito; finale che accontenta tutti.
Trama esilissima per un film davvero debole, quella di La ragazzina, film diretto da Mario Imperoli nel 1974.
Il regista dirige la sexy star Gloria Guida alla sua prima apparizione cinematografica; la diciannovenne attrice di Merano è bella e sexy, ma anche decisamente acerba a livello recitativo e lo dimostra in questo esordio in cui non è neanche aiutata da una trama convincente.

Nei due fotogrammi, Colette Descombes, Sandra
Se il ruolo di minorenne ninfetta sembra cucito sulla sua pelle, la Guida, aiutata anche da un corpo voluttuoso e peccaminoso diventa l’ideale sexy dello spettatore, ma nient’altro.
Chi si reca a vedere film come questo lo fa solo per la sua presenza, vista la scadente qualità della pellicola e l’imbarazzante esiguità della trama.
Forse è vero che la Guida da sola valesse il prezzo del biglietto, ma viene da chiedersi anche il perchè di scelte così penalizzanti a livello di sceneggiatura.

Questo film non si segnala per alcuna dote, visto che non presenta alcun elemento di interesse ne tantomeno un cast che possa risollevare il prodotto finale.
A parte la Guida, nel film compaiono illustri carneadi come Colette Descombes e gli inespressivi Andrés Resino e Gianluigi Chirizzi.
Così alla fine si va via dal cinema ( o più frequentemente dalla visione televisiva) con un senso insopprimibile di noia; una sensazione che si ripeterà spesso davanti alla visione di buona parte delle commedie sexy degli anni settanta, rabberciate sia nel cast che nelle sceneggiature.
Mario Imperoli, regista di mediocre valore, destinato anche a scomparire prematuramente nel 1977 a soli 46 anni, non si segnala per nessun merito particolare.

L’unico film più o meno passabile lo girerà l’anno successivo; si tratta di Le dolci zie, altro prodotto della comedia sexy all’italiana.
Null’altro da segnalare, se non il velleitario tentativo da parte del regista di “colorare” con un accento critico il dorato e ipocrita mondo della provincia italiana.
Il tutto senza nerbo e senza vera convinzione, in fondo.

La ragazzina, un film di Mario Imperoli. Con Colette Descombes, Gloria Guida, Audres Resino, Paolo Carlini Erotico, durata 90 min. – Italia 1974.











Gloria Guida … Monica
Colette Descombes … Sandra Moroni
Andrés Resino …Prof. Bruno De Angelis
Gianluigi Chirizzi …Leo
Paolo Carlini … Avv. Massimo Moroni

Regia :Mario Imperoli
Sceneggiatura: Arpad DeRiso, Mario Imperoli
Musiche: Nico Fidenco
Editing: Sandro Lena
La locandina tedesca
La soundtrack del film
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La ragazzina (una sedicenne) del titolo è talmente graziosa che genera, tra i compagni di scuola e, non di meno, tra gli insegnanti, una certa rivalità, dettata dal desiderio di poterne entrare in “buona grazia”. Al di là dell’acerba e genuina bellezza della Guida, qua allo zenit della forma fisica, il lavoro di Imperoli non rifuge dal dramma, ben espresso in un finale con risvolti dalle tinte “maledette”. Il film, pur modesto, ha inoltre il pregio di “codificare” e lanciare (e a suo modo segnare) il ruolo che poi la bella attrice sarà costretta a ricoprire, ex novo, in rapida successione.
Modesto e superficiale, sia nelle scene erotiche che nella descrizione delle frivolezze dell’ozioso mondo borghese. Esordio di un’adolescenziale Guida in questo film di Imperoli dedicato alla scoperta della femminilità, subito presa di mira dalle voglie dei soliti personaggi infami ed approfittatori. La Guida condivide i suoi nudi con quelli della conturbante e bellissima Descombes. Imperoli saprà fare molto meglio l’anno dopo con Blue jeans.
Una storia piuttosto stereotipata sull’impatto di una fanciulla in fiore su una piccola comunità borghese, girata senza troppi vezzi formali, è il pretesto per lanciare la splendida Gloria Guida che in quegli anni muove i primi passi inematografici. Imperoli, come negli stessi anni Amadio, le cuce addosso il ruolo della giovane moderatamente estroversa e ribelle (oltre che nuda), nel contesto di un blando film erotico adolescenziale. È un cliché da cui Gloria non saprà quasi mai affrancarsi, anche perché raramente avrà l’opportunità di farlo.


Decameron 3 (L’ultimo Decameron – Le più belle donne del Boccaccio)
Il Decameron n. 3 è strutturato, come la maggior parte dei decamerotici, in diversi episodi raccontati da due giovani itineranti.
Le storie in questione sono sette.
Primo episodio
La splendida Monna Filippa, accusata di adulterio per essere stata trovata in un letto con l’amante messer Lazzarino, viene tradotta davanti ad un giudice (che presiede il tutto in una taverna appoggiato ad una botte); la donna, emulando la mitica cortigiana Frine, senza dire una parola si tira giù la veste rimanendo completamente nuda davanti al giudice e ai presenti e mostrando il motivo per cui aveva fatto becco il marito, tra l’altro piccolo di statura e bruttissimo.Nel finale del film, verrà assolta per evidenti ragioni.

Antonella Murgia è Monna Filippa
Secondo episodio
Siamo a Napoli, e messer Ricciardo, invaghito della bella Catella, riesce con uno stratagemma a farle credere che il marito le metta le corna.
Così la invita in un posto appartato, dicendole che là troverà il marito.
La donna si reca sul posto, dove al buio pensa di sostituirsi all’amante del marito: ma a godersi le grazie della donna è il furbo Ricciardo, che alla fine si rivela alla stessa.
Terzo episodio
La bella Lidia brama d’amore e di voglia per un contadino alle dipendenze di suo marito, Pirro.
Il giovane però è molto fedele al suo padrone e non intende mancargli di rispetto.
Ma più della fedeltà potè la carne, e i due con un’abile stratagemma riescono a congiungersi sotto gli occhi del marito, facendogli credere che quel che vede non è reale.

Carla Mancini è Lusca, la domestica di Lidia
Quarto episodio
L’insaziabile madonna Isabella si sollazza con Leoncino, un giovane della città.
Messer Lambertuccio, un altro dei suoi amanti, arriva nel momento meno opportuno e così Isabella è costretta a far salire Leoncino sul baldacchino del letto e a soddisfare le voglie dell’uomo.
All’improvviso, terzo incomodo ecco arrivare il marito della donna.
Lambertuccio, con prontezza di spirito si catapulta in cortile con un coltello in mano, gridando “se lo trovo lo ammazzo” mentre il giovane vien fuori dal suo nascondiglio fingendosi tutto impaurito.
L’ingenuo marito di Isabella lo consola e lo accompagna a casa.
Quinto episodio
Francesca è rimasta vedova da pochissimo.
Sposata ad un uomo anziano, brama di recuperare il tempo perso, così escogita uno stratagemma che eviti le malelingue della città.
La donna troverà non uno, ma tre uomini e si consolerà tra le braccia dell’ultimo conosciuto.
Femi Benussi è Madonna Isabella
Sesto episodio
Madonna Lucrezia è sposata ad un uomo geloso in maniera patologica, che la costringe a vivere da reclusa in una camera da letto recintata da inferriate e chiusa a doppia mandata da una pesante porta di legno.
In soccorso della donna arriva un giovane che la vede attraverso un finestrino e che pratica una feritoia nel muro.La donna, per stornare i sospetti del marito, gli confessa di essere visitata la notte da un prete della quale lei si è innamorata.
Furibondo, il marito veglia fuori dalla porta non sapendo che Lucrezia e il suo amante nel frattempo si divertono nel letto della donna stessa.
Settimo e ultimo episodio
Un frate elemosiniere mentre è in giro per la questua, si imbatte in una contadinella che raccoglie cicorie in un campo.
Convince l’ingenua ragazza a seguirlo al convento dove ovviamente la seduce. Ma il frate non ha fatto i conti con il superiore, che si accorge della cosa.

Enzo Robutti, il marito geloso e Marina Malfatti, la moglie furba
Solo che, invece di rimproverare il confratello, decide di dividere la ragazza con lui..
Il finale del film rivela quello che accade a Monna Filippa, protagonista del primo episodio: la donna convince il giudice di essere troppo bella per essere trascurata dal marito e viene quindi assolta fra il gaudio dei presenti, mentre uno dei giovani che illustrano gli episodi scopre che il suo compagno in realtà è una splendida fanciulla.
Diretto da Italo Alfaro nel momento del massimo fulgore dei decamerotici, Decameron 3 conosciuto anche come L’ultimo Decameron – Le più belle donne del Boccaccio è uno dei decamerotici meno volgari e scollacciati, ma anche contemporaneamente uno di quelli in cui è praticamente impossibile farsi scappare un sorriso. Se le storie sono raccontate con una certa eleganza, tranne le solite cadute di gusto come quella dell’episodio con protagonista la ragazza e il priore in cui c’è il seguente dialogo surreale: “Padre, ma poi me la date la cicoria?” “Mi dispiace figliola, non ho cicoria ma il cicorione”, manca completamente la risata, quella che generalmente era il motivo fondamentale (non l’unico ovviamente) per vedere questi film.

Angela Covello, la contadinella in cerca di cicoria
Va anche detto che per una volta le scene sexy sono molto limitate e decisamente non volgari; superbo il gineceo femminile, con alcune tra le più belle attrici del genere come Femi Benussi e Angela Covello mentre per la prima volta si ammira una grande del teatro italiano, Marina Malfatti.
Un film quindi di livello appena sufficiente, almeno riguardo allo standard del prodotto decamerotico, in cui quà e là ci sono da rimarcare alcune cose degne di nota, come la colonna sonora dei Cugini di campagna ma anche, in negativo, il contrabbasso che perseguita lo spettatore dall’inizio della pellicola alla fine.
L’episodio migliore a mio giudizio è il sesto, con protagonista la magnifica Marina Malfatti, gli altri di un pelino oltra la sufficienza.
Decameron 3, un film di Italo Alfaro, con Femi Benussi, Angela Covello, Beba Loncar, Antonella Murgia, Marina Malfatti, Pier Paola Bucchi, Giovanni Elsner, Roy Bosier, Alberto Atenari, Letizia Liehir, Carla Mancini, Carlo Simoni, Fausto Tommei. Genere commedia erotica, anno 1972
Pier Paola Bucchi La giovane che narra la storia
Giovanni Elsner … Il giovane che narra la storia
Roy Bosier … Il giudice
Antonella Murgia … Madonna Filippa
Alberto Atenari … Ricciardo
Letizia Lehir … Madonna Catella
Beba Loncar … Madonna Lidia
Carla Mancini … Lusca
Carlo Simoni … Pirro
Fausto Tommei … Nicostrato
Femi Benussi … Madonna Isabella
Franco Alpestre … Lambertuccio
Rosita Torosh … Madonna Francesca
Ernesto Colli … Renutio
Guerrino Crivello … Alessandro
Marco Mariani … Baldino
Melù Valente … La cameriera di francesca
Marina Malfatti … Madona Lucrezia
Gino Milli … Filippo, amante di Lucrezia
Enzo Robutti … Marito di Lucrezia
Angela Covello … La contadinella
Franco Angrisano Il priore
Luigi Montini … Frate Enrico
Linda Sini … Cameriera di Isabella
Regia di Italo Alfaro
Sceneggiatura di Luigi Russo
Prodotto da Enzo Boetani, Giuseppe Collura
Fotografia di Giuseppe Pinori
Editing : Adriano Tagliavia
Trucco : Emilio Trani
La ragazza del vagone letto
Un treno corre sui binari; all’interno degli scompartimenti c’è il solito campione di varia umanità.
C’è Giulia, una bella e affascinante prostituta, che per agganciare i clienti si serve dell’aiuto dell’amico capotreno, c’è Anna con suo marito, con il quale vive un momento di profonda crisi,.
Ancora, ci sono la signora Mary, affetta da una grave malattia accudita amorevolmente dal marito,la famiglia Sino composta da marito moglie e dalla giovane figlia di costoro ovvero la bella Elena, alla quale il padre è legato in maniera ossessiva.
In ultimo ci sono due uomini completamente diversi fra loro, sia come carattere sia come ruolo: Pierre è un detenuto, ammanettato e scortato da un poliziotto ligio al suo dovere.
A questo gruppo di persone si aggiungono tre teppisti, David , Elio e Nico che ben presto mostrano di non aver alcuna intenzione di far viaggiare tranquillamente gli occupanti del treno.
Iniziano a molestare a turno tutti gli occupanti del treno e alla fine riescono anche ad appropriarsi della pistola del poliziotto che scorta Pierre e da quel momento gli occupanti degli scompartimenti precipitano in un incubo.
La prima a pagare le conseguenze dell’incauto gesto del poliziotto, che si è fatto derubare dell’arma di ordinanza è Giulia, che viene costretta a prostituirsi gratuitamente con i viaggiatori, mentre Anna viene portata in una toilette e violentata dai teppisti.
La signora anziana, già gravemente malata, muore per un arresto cardiaco mentre anche la giovane Elena è costretta a subire le attenzioni del gruppo.
La situazione precipita, ma a risolvere il tutto ci penserà proprio l’unico vero prigioniero del treno, il detenuto Pierre che coraggiosamente affronterà i tre.
Riuscirà a vincere la partita e probabilmente anche a trovare l’amore nella riconoscente Giulia.

Pallido e sciatto clone di L’ultimo treno della notte, La ragazza del vagone letto esce nel 1979 e mescola con furbizia alcuni stilemi del genere Thriller/giallo con l’erotismo più smaccato.
Il prodotto che ne consegue è un film barboso e poco credibile, oltre che mal recitato e dall’esito finale scontatissimo.
I tre teppisti in puro stile Arancia meccanica terrorizzano gli sventurati passeggeri, ma sembrano più in preda a frenesie sessuali che a raptus di violenza.
Così tra una sodomizzazione e uno stupro, tra dialoghi ferocemente stupidi e imbarazzanti colloqui tra i protagonisti, il film scivola nella noia più assoluta verso l’happy end con i colpevoli puniti con la morte e i vari protagonisti che possono ritornare alla vita di tutti i giorni.
La banalità viene assunta quindi a emblema finale di un film davvero brutto e incolore, che il regista Ferdinando Baldi, autore di una sfilza di film poco interessanti non riesce in alcun modo a vivacizzare nè rendere interessante alcun passo del film stesso.
Davvero poca cosa anche il cast, in cui l’unica a recitare su un livello appena sotto la sufficienza è Silvia Dionisio; tutti gli altri protagonisti o vanno oltre le righe o sono autori di una prova opaca e senza mordente.
Tra di essi c’è Zora Kerova, inespressiva e da ricordare solo per i numerosi nudi esposti, oltre a Venantino Venantini autore di una prova piatta come poche.
Un film da scansare assolutamente, anche perchè privo di qualsiasi interesse che non siano le generose nudità delle protagoniste.
E’ davvero difficile ambientare un film su un treno, location claustrofobica come poche; per poter dare un senso di oppressione occorre però avere ritmo, senso del colpo di scena, attori all’altezza.
Poichè a La ragazza del vagone letto manca in assoluto tutto ciò….
La ragazza del vagone letto, un film di Ferdinando Baldi. Con Venantino Venantini, Carlo De Mejo, Silvia Dionisio, Werner Pochat, Zora Kerova, Andrea Scotti, Giancarlo Maestri, Antonio Maimone, Gino Milli
Drammatico, durata 93 min. – Italia 1979.
Silvia Dionisio – Giulia
Werner Pochath – David
Zora Kerova – Anna
Gianluigi Chirizzi -Peter
Carlo De Mejo – Ernie
Giancarlo Maestri – Il poliziotto
Fausto Lombardi Fausto Lombardi …
Gino Milli – Il capotreno
Antonio Maimone – Il signor Hobbes
Roberto Caporali – Il padre di Elena
Gianfranca Dionisi – La madre di Elena
Rita Livesi – La signora Mary
Fiammetta Flamini – Elena
Venantino Venantini – Michele
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Tre delinquenti spadroneggiano su un treno facendo brutto e cattivo tempo. Il controllore gestisce anche un extra: Giulia (Silvia Dionisio) piacevole ragazza ospite fissa d’un vagone letto che a pagamento non disdegna compagnia. Anna (Zora Kerowa) è la prima a subire l’attacco di due scalmanati erotomani che saranno contrastati nel loro folle piano di supremazia da un prigioniero politico. Debitore sino all’osso del più raffinato e significativo L’Ultimo Treno della Notte, il film di Baldi (girato back to back con La Compagna di Viaggio) spinge molto (ma con semplicità) sul pedale dell’erotismo.
Sgangherato thriller ferroviario scritto da Montefiori probabilmente dopo un viaggio su un diretto Milano-Reggio Calabria, e regia (?) di un Baldi ben lontano dai suoi fasti western. Attori cagnacci in confezione da tv-movie di Reteitalia che fu, sprecate la Dionisio e la Kerowa che dice scemenze stile Giovanna Melandri, improbabilissimo Carlo De Mejo come vigoroso copulatore che si fa tutte e tre le donne (di cui due consenzienti) potabili del vagone. In mancanza della TAV, ci si affida al telecomando.
Maldestro e povero di idee. Un rape and revenge che si rifà all’ottimo L’ultimo treno della notte, ma che sceglie di concentrarsi sul sesso spinto e sulle solite violenze teppistiche, perpetrate da tre balordi guidati da Pochat, da sempre specializzato in ruoli da psicopatico. La vendetta – messa a punto da un improbabile Chrizzi, con la sua faccia da chierichetto in licenza – è debole e quasi sempre mostrata off-screen. Discrete le musiche di Giombini.
Un filmetto. Le intenzioni di critica alla borghesia sono velleitarie mentre il regista si dedica con impegno decisamente maggiore a mostrare le grazie delle sue attrici. Però c’è da dire che le scene erotiche sono lunghe e spesso francamente noiose… insomma un film evitabile. Certo, la Dionisio è sempre la Dionisio.
Baldi indugia molto sull’erotismo e presenta poca violenza, forse con un pizzico in più il film sarebbe potuto migliorare un pochino. Non che la visione sia impossibile, il film scorre, ma probabilmente questo titolo è il più debole del genere. E poi la tematica della borghesia ricca e corrotta peggio dei 3 criminali era già stata molto abusata all’epoca. Cast ottimo, in compenso, con un Pochat in parte (forse anche troppo). Se siete appassionati del genere gradirete, ma non è un capolavoro.
Sexploitation decisamente modesto che tenta di rifarsi a L’ultimo treno della notte risultando, però, di livello assolutamente non paragonabile a quello del notevole film di Lado. Qui la confezione è decisamente poco curata, la trama e i dialoghi sono decisamente mediocri, così come gli attori (l’unico minimamente espressivo è Carlo De Mejo che, però, è totalmente fuori parte) e il tutto è sorretto (si fa per dire) delle nudità delle attrici. Molto sesso, pochissima violenza, ma nel complesso non ci si annoia eccessivamente.
Un film piuttosto mediocre, ma la cosa sconcertante è il montaggio che davvero non aiuta a risollevare il film dalla noia assoluta. Gli attori fanno del loro peggio, ma certamente con quei testi perfino Robert De Niro avrebbe sfigurato! Scene a carattere sexy piuttosto frequenti, ma a parte la bellezza della “cerbiatta” Silvia Dionisio, rimane poco. Evitabile, ma una certa fama di culto (trash) lo ha ottenuto.
Nonostante lo sceneggiatore Luigi Montefiori sostenga di essersi ispirato a tutt’altro, è palese l’influenza di L’ultimo treno della notte di Lado su questo film di Baldi, tanto da sfiorarne il plagio. Ancora borghesucci sessualmente viziosi, delinquenti che prendono in ostaggio un vagone pieno di gente, ancora stupri e violenze assortite. Ma purtroppo manca il cinico realismo e la brutalità del film di Lado e Baldi sembra più interessato a girare un soft-core. Tuttavia il cast non è male (ottimi Pochat e De Mejo) e il ritmo è discreto. **
Mamma mia! A parte le belle Dionisio e Kerowa c’è davvero poco da salvare in questo film più simile a un porno-soft che a un “violenza e vendetta”. Le scene di violenza sono poche, in compenso il film si concentra sui rapporti sessuali: uno ottenuto col ricatto e due consenzienti o quasi. Ignobile.
Che noia ragazzi, nemmeno le scene di nudo (noiose ed improbabili pure quelle) risollevano questa pellicola del buon Baldi. Attori che a mio modo di vedere non sono affatto adatti al ruolo assegnato, fatta eccezione solo per Werner Pochat. Ma chi l’ha girata questa pellicola, Blindman?
I vizi non appartengono solo ai banditi: è un po’ questa la morale (banale) che Baldi ci vuol raccontare. Un film scritto da Eastman e messo in scena su 2-3 vagoni letto di un treno a lunga percorrenza. Il riferimento, non velato, è ad Aldo Lado e al suo capolavoro L’ultimo treno della notte. Qui si rimane nell’ambito del b-rape’n’revenge, senza toccare quei tasti di ribellione interna che animarono Enrico Maria Salerno. Come sempre, bellissima Silvia Dionisio (e anche Fiammetta Flamini).
Filmaccio. Copia l’idea de L’ultimo Treno della Notte senza avere la minima ispirazione, forza e tensione. Manca tutto: la recitazione, la sceneggiatura, la violenza… Unica certezza è la ripresa notturna del passaggio del treno, riproposta ossessivamente ogni tre minuti, a nascondere l’imbarazzo del regista quando non sa più cosa proporre o far dire agli interpreti. Resta qualche ripresa insistita da porno soft. Terribile.
Rape & revenge piuttosto brutto dove, purtroppo, si indugia troppo sul lato rape e poco su quello revenge. Più di metà del film infatti indugia sulle violenze, principalmente sessuali, perpetrate da tre balordi su ogni donna presente sul treno del film. Il finale che dovrebbe suggellare gli stilemi del genere con una gran vendetta sui tre malandrini viene trattato in maniera troppo sbrigativa. Peccato… Da vedere solo per la presenza delle belle Kerowa e Dionisio.
Una storia ambigua
La contessa Anna è una donna bella, ricca ma insoddisfatta.
Sposata con Romano Guerrieri, fascista convinto e gerarca fedelissimo del duce, divide il suo tempo fra la noia e il dolce far nulla.
Nella villa di proprietà dei coniugi vive anche la giovane Marisa, figlia della coppia, anch’essa molto insoddisfatta e sopratutto molto viziata.
La ragazza, per ingannare il tempo, non trova niente di meglio da fare che spogliarsi impudicamente sapendo di essere spiata dal giardiniere della villa.
In questo teatrino morboso e moralmente degradato si inserisce all’improvviso il giovane Stefano, che arriva nella villa su invito di suo zio Romolo, che spera di procurargli un lavoro nella capitale.
Il giovane ben presto scopre di essere arrivato in un posto simile ad un bordello; infatti sia sua zia Anna, sia sua cugina Marisa, iniziano una lenta opera di seduzione.
E’ sopratutto sua zia Anna a provocarlo in mille modi, arrivando a farsi fotografare nuda pur di eccitare il povero nipote.
Nel frattempo anche Marisa mette in mostra le sue arti da ammaliatrice, spinta sopratutto dallo spirito di emulazione che prova nei confronti della madre.
Tra le due inizia così una competizione sfrenata, il tutto naturalmente all’oscuro di Romolo sempre più indaffarato con la politica e poco attento a quello che accade sotto il suo naso.
Marisa prova nei confronti del cugino sentimenti contrastanti.
Da un lato il ragazzo la attrae, dall’altro la donna è presa anche dai suoi particolari vizi, come la droga e la relazione lesbica con l’amica/amante Titti.
Dopo un lungo tira e molla le cose arrivano alla conclusione; Anna finalmente si concede al giovane Stefano, per poi trattarlo con molta freddezza dopo aver avuto da lui quello che voleva, mentre Marisa gli confessa di essersi innamorata di lui.
Il giovane prende la decisione migliore fuggendo lontano dalla casa dello zio, in cui l’amoralità sembra essere una vera e propria ragione di vita.
Mario Bianchi dirige nel 1986 Una storia ambigua, film scopertamente erotico in cui la trama è essenzialmente scarna, a tutto vantaggio di situazioni scabrose e nudità femminili generosamente esposte.
Le due principali protagoniste, Minnie Minoprio che interpreta la contessa Anna e Beba Balteano, che interpreta l’amorale Marisa sono impegnate in un duello fatto con le natiche e con i seni, il tutto in luogo di un duello recitativo.
Così, mentre sullo schermo si moltiplicano le scene scabrose, il film scorre monotonamente verso la conclusione, tra la noia e gli sbadigli.
Beba Balteano
Costruito attorno al successo televisivo di Minnie Minoprio, che di li a poco avrebbe posato per scatti decisamente erotici per una nota rivista solo maschile, Una storia ambigua non ha alcun pregio rimarcabile.
La storia è trita e ritrita, costruita attorno al conflitto madre/figlia risolto come al solito a colpi di amplessi mentre la sceneggiatura rimane piatta e senza lampi.
Mario Bianchi, autore tra l’altro di film come La Cameriera Nera (1976),Chiamate 6969: Taxi Per Signora (1981), Margot La Pupa Della Villa Accanto (1983) e del successivo Riflessi Di Luce (1987) gioca le sue carte solo sul sesso, ammiccando al pubblico voyeur e scontentando ovviamente chi si aspettava un dramma di ben altro taglio.
A peggiorare le cose c’è una Minnie Minoprio decisamente sotto il minimo sindacale recitativo; la soubrette mostra tutti i suoi limiti e sopratutto evidenzia un netto declino fisico (all’epoca del film la Minoprio aveva 44 anni).
A questo Bianchi cerca di porre rimedio utilizzando la macchina da presa da lontano, evitando zoom che avrebbero solo messo in risalto smagliature e cellulite dell’attrice.
La cosa più triste, in questi casi consiste nel dover parlare di questi dettagli da rotocalco rosa; ma davvero c’è ben poco da evidenziare di una pellicola della metà degli anni 80, forse il periodo più buio della storia del cinema italiano.
A voler salvare qualcosa, si può scavare parecchio e valutare pochissimo sopra la sufficienza la fotografia.
Ben poca cosa, ovviamente.
Guardarsi una pellicola per ammirare una buona sala di posa e un discreto operatore fotografico è molto ma molto triste.
Una storia ambigua, un film di Mario Bianchi. Con Minnie Minoprio, Piero Gerlini, Gabriele Cori, Gabriele Gori Commedia erotica, durata 90 min. – Italia 1986
Minnie Minoprio … La Contessa Anna Guerrieri
Gabriele Gori … Stefano
Beba Balteano … Marisa
Piero Gerlini … Romano
Paolo Merosi … Spacciatore
Regia: Mario Bianchi
Sceneggiatura: Piero Regnoli
Musiche: Carlo Mezzano
Editing: Cesare Bianchini
Riflessi di luce
Federico Brandi, un compositore di buon livello, vive in una splendida villa crogiolandosi nei ricordi fra i quali ha prevalenza quello del drammatico incidente in cui ha perso l’uso delle gambe, rimanendo confinato su una sedie a rotelle.
L’altro motivo per cui Federico prova un astio senza fine verso gli altri è il ricordo della splendida moglie Chiara morta annegata abbastanza banalmente mentre si bagnava in un lago.
Le lunghe ore solitarie, i sospetti che prova verso la sua nuova compagna Marta lo spingono a scrivere una specie di lettera confidenziale a Lorenzo, un suo vecchio amico, nella quale esterna il suo dolore e la sua rabbia per la vita a metà che è costretto a portare avanti.
Nella villa ci sono anche l’affascinante figlio ventenne Marcello e la sua segretaria Giorgia; l’ostilità dell’uomo verso l’esterno aumenterà esponenzialmente quando si renderà conto che la moglie Marta ha intrecciato una relazione incestuosa con il figlio, oltre che sollazzarsi in giochi saffici con la segretaria.
Nel frattempo Marcello allaccia casualmente una relazione con la bella Gaia, durante una delle prove che fa per diventare un fantino.
Tutto si dipana lentamente verso il finale, durante il quale Marta apprende dalla lettera che ha scritto quest’ultimo dell’infinito amore che il compositore prova ancora per la moglie defunta e….
Pasticciaccio erotico di bassa lega,infarcito di dialoghi piatti come un elettroencefalogramma fatto ad una gallina con la meningite, Riflessi di luce è uno di quei filmacci a metà strada tra il soft core e il porno che abbondarono nella produzione cinematografica di fine anni 80.
Periodo nel quale è drammaticamente evidente la crisi del cinema, acuita anche dalla mancanza di soggetti validi oltre che di materia prima, ovvero spettatori paganti nelle sale.
Diretto da Mario Bianchi, Riflessi di luce esce nelle sale nel 1988 e propone un cast raccattato alla bene e meglio, nel quale l’unico a mantenere un livello appena sufficiente è Gabriele Tinti, che tre anni più tardi, nel 1991 sarebbe scomparso prematuramente all’età di 59 anni.
L’attore riesce in qualche modo a dare credibilità al personaggio tormentato di Federico, l’unico ad essere dotato di un qualche spessore; e vista l’unione sentimentale con Laura Gemser, sua compagna di vita nella realtà e nel film moglie del protagonista, ecco che le uniche scene credibili si rivelano proprio quelle che vedono protagonisti i due coniugi separati da un destino crudele.
Il resto del cast mostra un pressapochismo, una mancanza dei fondamentali recitativi a dir poco penosa.
Si passa da una scialba Pamela Prati, totalmente inespressiva tranne quando appare senza veli fino a Loredana Romito, altra attrice di scarsissime qualità fino a Jessica Moore, carina ma anch’essa scarsamente dotata (dal punto recitativo).
Proprio nel punto esplicitato tra parentesi sta il succo del film: siamo di fronte ad una robusta esposizione di parti intime,natiche e seni conditi da diverse sequenze lesbiche e poco più.
Si fa davvero fatica a sopportare i dialoghi insulsi con cui il regista cerca di dare un’aura di credibilità al film.
Che resta quello che è, ovvero un melodramma erotico che avrebbe avuto qualche ragione d’essere negli anni settanta, periodo in cui si solleticavano gli istinti più bassi della platea, non di certo alla fine degli anni 80.
Detto questo, non resta altro da fare che sconsigliare la visione del film, molto caldamente.
Per una volta, concordo pienamente con il lapidario giudizio del Morandini, di solito poco affidabile in molte recensioni.
“Vietato ai minori di 18 anni, sconsigliabile ai maggiori.”
Una pietra tombale decisamente condivisibile.
Riflessi di luce, un film di Mario Bianchi. Con Loredana Romito, Laura Gemser, Pamela Prati, Gabriele Tinti, Gabriele Gori Drammatico, durata 90 min. – Italia 1988.


Pamela Prati … Marta
Gabriele Tinti … Federico Brandi
Loredana Romito … Giorgia
Gabriele Gori … Marcello Brandi
Laura Gemser … Chiara
Jessica Moore … Gaia

Regia: Mario Bianchi
Sceneggiatura: Francesco Valitutti
Musiche: Gianni Sposito
Editing: Cesare Bianchini
Costumi: Maurizio Fiorelli
Le recensioni appartengono al sito http://www.davinotti.com
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Capisco che la Pamela sia una splendida donna ma questo film è una vaccata inguardabile. Eppure sono arrivata alla fine… nonostante gli allenamenti a cavallo e i “virtuosismi” shakespeariani del giovine Michele. Ho capito l’indefinibile ruolo della Romito (a parte mostrarsi ignuda) solo a visione ultimata, il finale è patetico ed è un complimento. Solo per coraggiosi o fan motivati della Pamela Prati.
Lentissimo filmetto adriatico, di sconcertante povertà, ad esclusione di qualche maschera di Gabriele Tinti che, a confronto degli altri, pare Marlon Brando. Soggetto di tre righe, sceneggiatura cui deve dar manforte il tirare in lungo ogni situazione per fare metraggio. La povertà di mezzi si vede sin dalla “folle” caduta della motociclista. E che dire dell’allenamento per il Gran Premio d’ippica? Fra le donne la più brava è la Moore, la più sensuale la Romito, la più banale la Prati, primo nome dei crediti. Dialoghi sconcertanti. Insalvabile.
Mario Bianchi tra un porno doc (“Belve del Sesso”, 1987) ed un porno choc (“Giochi bestiali in famiglia”, 1990), ricorda la discendenza nobile (Roberto Bianchi Montero è il padre) per cui rientra in carreggiata, ma ha perso il senso del ritmo e, soprattutto, ha sbagliato “corsia”. Con una 500 infila l’autostrada. Questo è un film drammatico, lievemente erotico (in particolare grazie alla sola presenza fisica di Pamela Prati e Loredana Romito), pesantemente malfatto. Si inizia dalle scarse locations, per proseguire con una regia disattenta ed un plot striminzito, ricco di stereotipi…
Terribile drammone a tinte erotiche realizzato maldestramente e con una povertà di budget impressionante. Bianchi sperava forse di rientrare nel cinema non-hard, ma non credo sia riuscito a raccogliere nella sale più di qualche spicciolo. Il povero Tinti sprofonda in questo ignobile abisso chiudendo malamente la sua carriera, stessa cosa per Laura Gemser che si limita ad apparire in sogno. In carne ed ossa si vede invece Pamela Prati che insieme a Loredana Romito e alla sedicente Jessica Moore regala rari momenti di innocuo eros pseudpatinato.
Dramma erotico borghese come tanti altri ne erano stati fatti negli anni precedenti: un vedovo in crisi e ossessionato dal ricordo della moglie morta, un figlio degenere, una segretaria lesbica… Motivo d’interesse la presenza dell’ottimo Tinti – sempre serio professionista – la bellezza della Prati, della Romito e della Moore; la Gemser compare in flashback. Finale riconciliante.
Alquanto mediocre film erotico-drammatico che si distingue per la scarsezza degli attori (salvo solo il buon Gabriele Tinti) e per l’assurdità di alcune scene (l’allenamento a cavallo). Nel finale il film vira bruscamente verso il sentimentale, sembra di assistere quindi a un misto di generi, peccato il risultato sia un po’ indigesto. Belli comunque alcuni paesaggi.
Mi avvicinai a questa pellicola con la speranza di poter vedere un thrillerino di quelli tipici “de noantri”, con qualche piccata erotica e un retrogusto delinquenziale di thanatos. Invece, se il primo aspetto, pur non eccellendo, non lascia nemmeno a bocca asciutta (la Prati e la Moore valgono ogni visione, a prescindere in my opinion), il secondo manca del tutto, in quanto vi è sì un sottotesto serioso ma al massimo di natura drammatica. Pertanto, lo si guardi solamente se interessati alla prima delle due partes…






























































































































































































