Gegè Bellavita
Agata e Gennaro sono una coppia con 9 figli; lei lavora e sfacchina da mattina a sera per tirare avanti la famiglia mentre lui è decisamente uno scioperato, che non ama per nulla il lavoro.
Il motivo principale per cui Agata tiene accanto a se il marito consiste nella straordinaria vigoria fisica dell’uomo, unita ad un particolare anatomico che l’uomo ha in abnorme dotazione.

Flavio Bucci e Lina Polito sono Gennaro e Agata
Ma Gennaro non soddisfa solo la moglie; molte inquiline dello stabile, scoperte le sue doti, lo attirano con mille pretesti.
Alla lunga Agata si rende conto della situazione, ma decide di sfruttarla a vantaggio della famiglia.
Organizza così incontri a pagamento tra le voraci inquiline dello stabile nel quale lavora come portiera e il marito mandrillo.
Che un giorno scopre il quaderno in cui Agata registra i proventi delle prestazioni fornite dall’uomo.
Offeso nell’amor proprio, Gennaro fugge di casa chiedendo asilo al nobile Attanasi, il quale glielo concede essendo attirato dalla prestanza fisica di Gennaro.
La situazione però non può durare, essendo Gennaro attratto inesorabilmente dal sesso femminile.
Così, con buona pace di tutti, l’uomo ritorna da sua moglie.
Gegè Bellavita, film datato 1979, è un brutto passo falso di Pasquale Festa Campanile, regista di ottime doti che nel passato aveva fornito prove molto più convincenti di questa scialba commedia sexy appartenente all’agonizzante filone ormai superato e accantonato dopo i fulgori degli anni precedenti.
Il soggetto è ampiamente sfruttato e Festa Campanile, che cerca di usare le armi del grottesco e dell’ironia, si impantana con un soggetto debolissimo.
A parte questo, il film è infarcito dei consueti clichè sulla napoletanità, ovvero la moglie che vede e tace e finisce per sfruttare la situazione a suo vantaggio,
il maschio scioperato che si fa mantenere dalla moglie, lo stesso maschio latino ringalluzzito da doti sessuali molto “espressive” che utilizza imparzialmente con la moglie e le inquiline dello stabile.
E’ Flavio Bucci, attore di ottime qualità a incarnare il gallo meridionale, e se la scelta si rivela poco felice non è certo per la mancanza di professionalità dell’attore, che svolge il suo ruolo con la consueta bravura, quanto piuttosto per la poco probabile meridionalità dello stesso.
Accanto a lui si muovono però ottimi caratteristi, come Pino Caruso (Il duca Attanasi) e Enzo Cannavale, in una delle sue repliche infinite del napoletano amico fidato del protagonista.
I ruoli femminili sono affidati a Ria De Simone, Maria Pia Conte, a Miranda Martino, Laura Trotter, a Lina Polito, bravissima nel ruolo di Agata, moglie di Gennaro e a Maurisa Laurito oltre che alla solita nudissima Marina Hedman.
Un film decisamente in tono minore, volgarotto e poco interessante, a cui viene a mancare clamorosamente anche l’arma della risata, proprio per l’equivoco di fondo creato dall’ambiguità della commedia, poco grottesca e ancor meno ironica.
Pasquale Festa Campanile, che veniva dall’ottima prova del suo unico thriller, Autostop rosso sangue e dal discreto Cara sposa incappa in un autentico infortunio, cosa che prima o poi accade nella carriera di un ottimo regista.
Gegè Bellavita,un film di Pasquale Festa Campanile. Con Miranda Martino, Enzo Cannavale, Flavio Bucci, Pino Caruso, Lina Polito, Salvatore Billa, Laura Trotter, Marisa Laurito,Ria De Simone,Maria Pia Conte
Commedia, durata 105 min. – Italia 1979
Flavio Bucci … Gennaro Amato
Lina Polito … Agatina
Ria De Simone … Pupetta
Maria Pia Conte … Mercedes
Laura Trotter … Adelina
Miranda Martino … Rosa
Marisa Laurito … Carmen
Enzo Cannavale … Amico di Gennaro
Marina Pagano … Lisetta
Pino Caruso … Il Duca Attanasi
Gabriella Di Luzio … Prostituta
Regia Pasquale Festa Campanile e Neri Parenti aiuto regista
Soggetto Pasquale Festa Campanile
Sceneggiatura Pasquale Festa Campanile, Ottavio Jemma
Produttore KORAL CINEMATOGRAFICA
Fotografia Silvano Ippoliti
Montaggio Alberto Gallitti
Musiche Riz Ortolani
L’inizio del cammino- Walkabout
Deserto australiano.
Un automobile si ferma; a bordo ci sono un uomo, sua figlia e suo figlio.
L’uomo, in maniera assolutamente imprevedibile, cerca di sparare ai figli, poi in un impeto autodistruttivo, da fuoco all’auto e si suicida.
Per il ragazzo e la ragazza sembra l’inizio della fine; in che modo è possibile, per due bianchi senza esperienza, giovanissimi, senza alcun mezzo di sussistenza sopravvivere alla natura ostile che li circonda?
Eppure per loro c’è un filo d’Arianna o se vogliamo un’ancora di salvezza; è rappresentata da un giovane aborigeno, che sta facendo un percorso iniziatico per diventare un adulto.
Sarà il giovane a insegnare loro come sopravvivere in quel mondo quasi alieno, accompagnandoli in un viaggio pericoloso, fino ad una soluzione finale assolutamente innovativa nella sua tragicità.
L’inizio del cammino (Walkabout) è il primo film interamente girato da Nicholas Roeg, ed arriva dopo la co regia di Performance (Sadismo); rappresenta principalmente una straordinaria opera di esordio per le molte innovazioni apportate, a cominciare dall’uso assolutamente anticonvenzionale della macchina da presa, che vede l’uso virtuoso dello zoom catturare primi piani di animali, di parti di natura che circondano i tre viaggiatori del deserto.
Un film che si può definire in qualche modo psichedelico, rapportandolo naturalmente all’anno della sua uscita, quel 1971 che fu così fertile di innovazioni sia in campo cinematografico che musicale, solo per citare due parti artistiche complementari.
Roeg, grande esperto di fotografia, utilizza tutti i virtuosismi di sua conoscenza, applicandoli in maniera didascalica a tutto ciò che capita nel mirino della sua Mdp; il risultato è di gran qualità, perchè aumenta la vivacità di un film altrimenti statico, girato com’è in un deserto affascinante e pieno di colori come quello australiano ma per forza di cose immoto.
A questo va aggiunto ovviamente anche il discorso portato avanti da Roeg, che non si limita al solo sfoggio di abilità tecnica, ma che lancia coraggiosamente un parallelo quasi impossibile tra la vita a contatto della natura del giovane Walkabout e la vita civile o presunta tale, rappresentata dai due giovani occidentali che nel corso della lunga traversata del deserto avranno modo di comparare le loro esistenze fino ad allora regolate proprio dai simulacri della civiltà a cui appartengono, come l’auto, la tv piuttosto che l’energia elettrica o altro.
Saranno proprio i due giovani ad uscire profondamente e per certi versi in maniera irreversibile cambiati dall’esperienza vissuta.
Potenza del deserto, potenza di un ritorno alla natura, quella stessa natura a cui l’uomo ha rinunciato per vivere tra gli agi e le comodità che si è costruito.
Un film davvero particolare, quindi, che gioca le sue carte attraverso la capacità di Roeg di riprodurre visivamente e attrarre lo spettatore con i fantastici colori del deserto, con quella natura selvaggia e primitiva che il giovane aborigeno rispetta ma non teme.
Che si mantiene in equilibrio proprio nel rapporto, abbastanza problematico, tra i due universi differenti a cui appartengono i giovani; in effetti il problema della comunicazione da subito sembra impossibile, ma alla fine diventa davvero relativo.
C’è un modo di esprimersi universale che permetterà al giovane aborigeno e alla ragazza senza nome i comunicare in modo più totale che con le parole.
In fondo il messaggio di Roeg è anche questo.
Walkabout, L’inizio del cammino,un film di Nicolas Roeg. Con Jenny Agutter, David Gulpilil, Lucien John Titolo originale Walkabout. Drammatico, durata 95 min. – Australia 1971.

Jenny Agutter: Ragazza
Luc Roeg: Ragazzo bianco
David Gulpilil: Ragazzo di colore
John Meillon: Uomo
Robert McDarra: Uomo
Peter Carver: No Hoper
John Illingsworth: Giovane
Hilary Bamberger: Donna
Barry Donnelly: Scienziato australiano
Noeline Brown: Scienziato tedesco
Carlo Manchini: Scienziato italiano
Regia: Nicholas Roeg
Sceneggiatura: Edward Bond
Prodotto da: Anthony J. Hope
Musiche: John Barry
Editing: Antony Gibbs, Alan Pattillo
Una storia ambigua
La contessa Anna è una donna bella, ricca ma insoddisfatta.
Sposata con Romano Guerrieri, fascista convinto e gerarca fedelissimo del duce, divide il suo tempo fra la noia e il dolce far nulla.
Nella villa di proprietà dei coniugi vive anche la giovane Marisa, figlia della coppia, anch’essa molto insoddisfatta e sopratutto molto viziata.
La ragazza, per ingannare il tempo, non trova niente di meglio da fare che spogliarsi impudicamente sapendo di essere spiata dal giardiniere della villa.
In questo teatrino morboso e moralmente degradato si inserisce all’improvviso il giovane Stefano, che arriva nella villa su invito di suo zio Romolo, che spera di procurargli un lavoro nella capitale.
Il giovane ben presto scopre di essere arrivato in un posto simile ad un bordello; infatti sia sua zia Anna, sia sua cugina Marisa, iniziano una lenta opera di seduzione.
E’ sopratutto sua zia Anna a provocarlo in mille modi, arrivando a farsi fotografare nuda pur di eccitare il povero nipote.
Nel frattempo anche Marisa mette in mostra le sue arti da ammaliatrice, spinta sopratutto dallo spirito di emulazione che prova nei confronti della madre.
Tra le due inizia così una competizione sfrenata, il tutto naturalmente all’oscuro di Romolo sempre più indaffarato con la politica e poco attento a quello che accade sotto il suo naso.
Marisa prova nei confronti del cugino sentimenti contrastanti.
Da un lato il ragazzo la attrae, dall’altro la donna è presa anche dai suoi particolari vizi, come la droga e la relazione lesbica con l’amica/amante Titti.
Dopo un lungo tira e molla le cose arrivano alla conclusione; Anna finalmente si concede al giovane Stefano, per poi trattarlo con molta freddezza dopo aver avuto da lui quello che voleva, mentre Marisa gli confessa di essersi innamorata di lui.
Il giovane prende la decisione migliore fuggendo lontano dalla casa dello zio, in cui l’amoralità sembra essere una vera e propria ragione di vita.
Mario Bianchi dirige nel 1986 Una storia ambigua, film scopertamente erotico in cui la trama è essenzialmente scarna, a tutto vantaggio di situazioni scabrose e nudità femminili generosamente esposte.
Le due principali protagoniste, Minnie Minoprio che interpreta la contessa Anna e Beba Balteano, che interpreta l’amorale Marisa sono impegnate in un duello fatto con le natiche e con i seni, il tutto in luogo di un duello recitativo.
Così, mentre sullo schermo si moltiplicano le scene scabrose, il film scorre monotonamente verso la conclusione, tra la noia e gli sbadigli.
Beba Balteano
Costruito attorno al successo televisivo di Minnie Minoprio, che di li a poco avrebbe posato per scatti decisamente erotici per una nota rivista solo maschile, Una storia ambigua non ha alcun pregio rimarcabile.
La storia è trita e ritrita, costruita attorno al conflitto madre/figlia risolto come al solito a colpi di amplessi mentre la sceneggiatura rimane piatta e senza lampi.
Mario Bianchi, autore tra l’altro di film come La Cameriera Nera (1976),Chiamate 6969: Taxi Per Signora (1981), Margot La Pupa Della Villa Accanto (1983) e del successivo Riflessi Di Luce (1987) gioca le sue carte solo sul sesso, ammiccando al pubblico voyeur e scontentando ovviamente chi si aspettava un dramma di ben altro taglio.
A peggiorare le cose c’è una Minnie Minoprio decisamente sotto il minimo sindacale recitativo; la soubrette mostra tutti i suoi limiti e sopratutto evidenzia un netto declino fisico (all’epoca del film la Minoprio aveva 44 anni).
A questo Bianchi cerca di porre rimedio utilizzando la macchina da presa da lontano, evitando zoom che avrebbero solo messo in risalto smagliature e cellulite dell’attrice.
La cosa più triste, in questi casi consiste nel dover parlare di questi dettagli da rotocalco rosa; ma davvero c’è ben poco da evidenziare di una pellicola della metà degli anni 80, forse il periodo più buio della storia del cinema italiano.
A voler salvare qualcosa, si può scavare parecchio e valutare pochissimo sopra la sufficienza la fotografia.
Ben poca cosa, ovviamente.
Guardarsi una pellicola per ammirare una buona sala di posa e un discreto operatore fotografico è molto ma molto triste.
Una storia ambigua, un film di Mario Bianchi. Con Minnie Minoprio, Piero Gerlini, Gabriele Cori, Gabriele Gori Commedia erotica, durata 90 min. – Italia 1986
Minnie Minoprio … La Contessa Anna Guerrieri
Gabriele Gori … Stefano
Beba Balteano … Marisa
Piero Gerlini … Romano
Paolo Merosi … Spacciatore
Regia: Mario Bianchi
Sceneggiatura: Piero Regnoli
Musiche: Carlo Mezzano
Editing: Cesare Bianchini
Il bacio della pantera
C’è un’antica maledizione su Irene.
Su di lei e su suo fratello Paul; entrambi non possono vivere una vita normale, sono destinati a congiungersi carnalmente solo tra di loro per poter perpetuare la loro specie.
Infatti, se uno dei due avesse un rapporto sessuale con un estraneo, si trasformerebbe in una pantera assetata di sangue.

Nastassja Kinski è Irene Gallier
Ma dei due fratelli, solo Paul è consapevole della cosa, Irene infatti ha completamente rimosso dalla sua coscienza le sue origini.
I due hanno vissuto una vita distanti l’uno dall’altra, complice il suicidio dei genitori.
Irene però ha dentro una spinta irrefrenabile alle sue origini; trascorre molto del suo tempo allo zoo cittadino, dove un giorno finisce per conoscere fatalmente Oliver, il custode dello stesso, e altrettanto fatalmente finisce per innamorarsene.
Quando la donna viene raggiunta dal fratello, apprende la terribile verità su se stessa e su Paul: i due possono avere soltanto rapporti incestuosi.

Malcolm McDowell è Paul Gallier
Quando Paul tenta di avere un rapporto con altre donne, ecco che i scatena la maledizione; per poter tornare umano deve obbligatoriamente uccidere.
Irene rifugge dal rapporto con il fratello ma l’amore per Oliver è più forte di qualsiasi freno.
Così sceglierà, per vivere accanto all’uomo che ama, di diventare una pantera dopo aver finalmente fatto l’amore con Oliver.
Subito dopo, la donna, ormai trasformata in pantera, si farà rinchiudere docilmente nello zoo.
Diretto da Paul Schrader nel 1982, Il bacio della pantera è un rifacimento dell’omonimo film di Jacques Tourneur del 1942, che tanto successo aveva avuto grazie alla trama intrigante e agli stupefacenti (per l’epoca) effetti speciali che mostrava.
Il film di Schrader, regista di due ottimi film come American Gigolo e Hardcore, punta decisamente sull’horror, stravolgendo in qualche modo la trama originale, per evitare sopratutto improponibili confronti tra i due film.
Nasce così una pellicola i cui ad una buona tensione si aggiungono effetti speciali all’avanguardia, il tutto condito da un’atmosfera torbida e sensuale assolutamente assente nel film di Tourner.
Merito principale della buona riuscita del film va ascritto alla bella interpretazione di Nastassja Kinski, reduce dal buon successo del dramma Tess girato sotto la regia del compagno dell’epoca, Roman Polanskj.
La Kinski mette in mostra una interpretazione asciutta e senza sbavature, esaltata dalla sua innata sensualità che alla fine diventa un valore aggiunto per il film stesso.
Le scene di sangue, pur molto cruente, non sono virate allo splatter, ma mantengono un’essenzialità lodevole.
Se il film, all’epoca della sua uscita, venne sottovalutato lo si deve principalmente al periodo storico che il cinema stava vivendo, con una crisi abbastanza evidente ai botteghini.
Un vero peccato, perchè Il bacio della pantera ha un’atmosfera tutta speciale, torbida e morbosa, che conferiscono al film una sorta di oscura patente di dannazione che meritano sicuramente la sua visione.
Bravo Malcom Mc Dowell, l’ex teppista di arancia meccanica nei panni di Paul, personaggio a cui l’attore conferisce una dolente carica di umanità, in evidente contrasto con l’assassino efferato che diventa nel corso del film.
Un assassino costretto però ad agire per una spinta insopprimibile, quella maledizione che lo porterà ad una triste fine.
In fondo Schrader mostra di avere pietà per i suoi personaggi, che agiscono in virtù di leggi alle quali non possono opporsi.
Bene il resto del cast, la fotografia, a tratti valore aggiunto della pellicola e le splendide musiche di Giorgio Moroder e David Bowie.
Il bacio della pantera,un film di Paul Schrader. Con Nastassja Kinski, John Heard, Malcolm McDowell, Annette O’Toole, Ruby Dee,Ed Begley jr, Scott Paulin, Frankie Faison, Ron Diamond, Lynn Lowry, John Larroquette, Tessa Richarde, Berry Berenson, Fausto Barajas
Titolo originale Cat People. Fantastico, durata 118 min. – USA 1982.
Nastassja Kinski: Irene Gallier
Malcolm McDowell: Paul Gallier
John Heard: Oliver Yates
Annette O’Toole: Alice Perrin
Ruby Dee: Female
Ed Begley Jr.: Joe Creigh
Scott Paulin: Bill Searle
Frankie Faison: Detective Brandt
Ron Diamond: Detective Ron Diamond
Lynn Lowry: Ruthie
John Larroquette: Bronte Judson
Tessa Richarde: Billie
Patricia Perkins: Taxi Driver
Berry Berenson: Sandra
Fausto Barajas: Otis
John H. Fields: Massage Parlor Manager
Emery Hollier: Yeatman Brewer
Stephen Marshal: Moonie
Robert Pavlovich: Ted
Julie Denney: Carol
Regia Paul Schrader
Soggetto DeWitt Bodeen
Sceneggiatura Alan Ormsby
Produttore Charles W. Fries
Produttore esecutivo Jerry Bruckheimer
Casa di produzione Universal, RKO Pictures
Fotografia John Bailey
Montaggio Jacqueline Cambas, Jere Huggins, Ned Humphreys, Bud S. Smith
Effetti speciali Albert Whitlock
Musiche Giorgio Moroder
Tema musicale Putting Out the Fire (musica di Giorgio Moroder, testi di David Bowie)
Scenografia Ferdinando Scarfiotti, Edward Richardson
Costumi Daniel Paredes
Trucco Leonard Engelman
Le recensioni appartengono al sito http://www.davinotti.com
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Pur se non priva di situazioni vigorose (la trasformazione, le immagini del passato…), la pellicola non apporta nulla di veramente nuovo rispetto al film degli Anni Quaranta. Inoltre il finale è eccessivamente prolisso e disperde la carica che aveva, un po’ faticosamente, accumulato. Guardabile e nulla più.
Remake di un capolavoro (diretto da Jacques Tourneur nel lontano 1942), riuscito solo a metà grazie alla magnetica colonna sonora di Giorgio Moroder (per il quale si è aggiudicato il Golden Globe) ed alla capacità visionaria di Schrader, che si sbizzarrisce nella composizione di splendide soggettive ed inquadrature “pittoriche”. Anche la scelta di attribuire il ruolo di Irena a Nastassja Kinski infonde ulteriore motivo d’interesse. Il versante negativo è dato dalla mal sviluppata (e confusionaria) sceneggiatura e dai grossolani spfx…
Remake del capolavoro di Tourner. Premesso che i due film sono imparagonabili (il secondo ne uscirebbe con le ossa frantumate) va detto che Schrader realizza una pellicola interessante soprattutto per le buone atmosfere. Altalenante nel ritmo e nella qualità è comunque un lavoro di buona fattura. Bellissima la Kinski così come la pantera in cui si trasforma a causa della maledizione. Naturalmente se cercate le suggestioni dell’originale è meglio che lasciate perdere.
Come nelle storie d’amore che contano, quello che importa è la sostanza e non la forma: e se la forma è una pantera nera si tratta di un vero problema. La drammaticità del divieto di amare (eccetto persone delle propria famiglia… felinesque) è vissuta da Natasja/Irina in modo triste e melanconico, rendendo il suo personaggio molto leggiadro e allo stesso tempo felino. McDowell matto come al solito.
Un horror urbano, con ottimi apici di delirio e sessualità morbosa. Piuttosto che sfruttare tutta la tecnologia disponibile negli anni 80, Schrader filtra effetti speciali e colpi di scena (altrimenti piuttosto banali) dilatando l’orrore in maniera impeccabile. Nastassja Kinski, che durante la mutazione rivela un’impressionante somiglianza con l’illustre genitore diretto da Herzog, sprigiona sensualità a non finire. McDowell è un Nicholson che purtroppo rimarrà per sempre associato al solo “drugo” di Arancia Meccanica. Musiche di Moroder e Bowie.
7 scialli di seta gialla
Un pianista cieco, il professor Peter Oliver, un ispettore di polizia, Iansen e una serie di oscuri omicidi che hanno per teatro il laboratorio sartoriale e di mode di Françoise Ballais.
Questi gli ingredienti di questo giallo, che vede l’ispettore Iansen alle prese con un assassino insospettabile e inafferrabile.
Quando nell’atelier di Francoise muore la bella indossatrice Paula, l’ispettore incaricato delle indagini dirige i suoi sospetti sul pianista cieco, Peter, che aveva una relazione con la modella.
Ma i suoi sospetti si incentrano anche sul marito di Francoise,Victor Morgan, che aveva una relazione con la donna e che veniva ricattato da un uomo che aveva scattato delle foto compromettenti della loro relazione.
Un nuovo omicidio scombussola tutto; a morire è il misterioso ricattatore, e subito dopo toccherà ad altre persone cadere vittime della follia omicida della misteriosa mano.
Sarà proprio Peter a indirizzare Iansen sulla pista giusta…

La sequenza dell’omicidio sotto la doccia
Diretto da Sergio Pastore nel 1972, Sette scialli di seta gialla si inserisce nel florido filone delle pellicole cloni del grande successo di Argento L’uccello dalle piume di cristallo; tuttavia il maggior tributo il film lo paga al film del 1971 di Argento Il gatto a nove code, dal quale riprende il personaggio del cieco investigatore.
Non è certo l’unico elemento di somiglianza con i film di Argento; a ben guardare Pastore saccheggia tutto ciò che può dalla cinematografia del brivido.
C’è la scena dell’omicidio sotto la doccia, ripresa da Psycho, c’è l’ambientazione alla Bava di Sei donne per l’assassino…. c’è solo da divertirsi a cercare le similitudini che sono tante e anche abbastanza chiare.
Il film in se non è nemmeno malvagio, anche se alcuni colpi di teatro sono davvero tirati per i capelli; tuttavia la trama ha una sua ragione d’essere e si mostra abbastanza intricata.
Sergio Pastore, regista di opere abbastanza anonime come Crisantemi per un branco di carogne ,Il diario proibito di Fanny, girati sul finire degli anni sessanta, ha qui la grande occasione, grazie sopratutto al buon cast assemblato per questo film. Dirige con mano scaltra ma è evidente che si tratta di un onesto artigiano e nulla più; eppure gli strumenti c’erano, a cominciare dal parterre degli attori, che include Anthony Steffen, che interpreta con sufficiente bravura il ruolo del pianista cieco, proseguendo poi con Sylva Koscina, nel ruolo di Francoise, con Annabella Incontrera, sempre algia e bellissima, con Giacomo Rossi-Stuart, che interpreta Victor ovvero il marito di Francoise…
Il film va contestualizzato anche nel periodo storico; siamo agli inizi degli anni settanta, il cinema tira come una locomotiva lanciata a folle corsa e si moltiplicano le produzioni di ogni genere.
Il thriller è uno dei generi più saccheggiati, e alla luce di questo si può capire come le produzioni offrissero regie anche ad onesti mestieranti come Pastore.
C’è qualche spruzzatina di eros, qualche delitto efferato, insomma ci sono tutti gli ingredienti del genere, mentre va segnalata la scena dell’omicidio sotto la doccia, una delle più efferate viste nei film italiani, con tanto di rasoio che taglia nella carne attorno ai seni e al corpo nudo della vittima.
Leggendo quà e là in rete le recensioni al film, mi è capitato di trovare giudizi durissimi e sprezzanti su questo prodotto: critiche troppo severe, perchè come già detto pur non essendo un prodotto riuscito, Sette scialli di seta gialla può essere visto senza gridare allo scandalo.
A patto di sorvolare su alcune incongruenze, su qualche pecca recitativa e su una regia abbastanza piatta.
Sette scialli di seta gialla, un film di Sergio Pastore. Con Annabella Incontrera, Sylva Koscina, Anthony Steffen, Renato De Carmine,Giacomo Rossi Stuart, Umberto Raho, Lorenzo Piani, Shirley Corrigan
Thriller/Giallo, durata 108 min. – Italia 1972.

Anthony Steffen – Peter Oliver
Sylva Koscina – Françoise Ballais
Giovanna Lenzi – Susan Leclerc
Renato De Carmine – Ispettore Jansen
Giacomo Rossi-Stuart – Victor Morgan
Umberto Raho – Burton
Annabella Incontrera – Helga Schurn
Romano Malaspina – Harry
Isabelle Marchall – Paola Whitney
Imelde Marani – La ragazza di Harry
Liliana Pavlo – Wendy Marshall
Shirley Corrigan – Margot Thornhill
Regia: Sergio Pastore
Sceneggiatura: Sandro Continenza, Sergio Pastore e Giovanni Simonelli
Prodotto da Edmondo Amati, Maurizio Amati
Musiche::Manuel De Sica
Costumi:Vincenzo Tomassi
Doppiatori:
Sergio Graziani: Anthony Steffen
Rita Savagnone: Sylva Koscina
Sergio Tedesco: Umberto Raho
Pino Colizzi: Giacomo Rossi Stuart
Maria Pia Di Meo: Shirley Corrigan
Flaminia Jandolo: Annabella Incontrera
Vittoria Febbi: Lilliana Pavlo
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Accettabile giallo con pesanti richiami argentiani. La storia non fila via logica (perché scappare dall’ospedale? perché lasciare l’indirizzo della vetreria?) ed ha uno spieghino finale oscuro, oltre ad infrangere una regola del giallo. Il film però si lascia guardare, con molto debito verso i bei colori e gli interni fotografati da Mancori, talora con effetti optical e quadri di Mondrian. La Incontrera, volto lungo, altero, incavato, è perfetta icona lesbica. C’è Imelde Marani che puttaneggia.
Premesso che resta – tutt’oggi – da chiarire se Pastore ha diretto o meno questo contorto (e poco efficace) giallo, quello che più rimane impresso è un finale al cardiopalma, che nasce come emulativo di Psycho (delitto nel bagno), ma è di una ferocia (considerato il periodo) davvero estrema. Per il resto crolla l’impianto narrativo per l’insolito (ed impossibile) modus operandi del killer, che si avvale di scialli avvelenati e gatti! Il Sette del titolo va in coda alla “miniserie” di gialli con titolo numerico stile Sette Cadaveri per Scotland Yard (che sono poi 9!)
La caccia alla smagliatura nel copione dei thriller all’italiana (ma non solo, anche celebrati pseudo-campioncini alla Seven non sono da meno) è uno sport in fin dei conti un po’ sterile: il giallo tricolore è questione di look, e da questo punto di vista il film di Pastore tutto sommato tiene botta, specie nella parte finale, dal rendez-vous nel cantiere in avanti. Certo non tutto fila liscio. Bravo Steffen (ma molto merito va a Sergio Graziani che lo doppia), improponibile la pettinatura di Rossi Stuart. Non male, dopotutto.
Remake non dichiarato di 23 passi dal delitto, con l’aggiunta di contrafforti argentiani (il meccanismo de L’uccello dalle piume di cristallo) e baviani (l’ambientazione nel corrotto mondo della moda di Sei donne per l’assassino). La sceneggiatura, grossolana e con non poche incongruenze, vanta qualche sequenza thrilling ben riuscita (la vetreria, la doccia di Psyco, il cieco Steffen braccato in casa sua dall’assassino) e la trovata degli scialli è originale benché improbabile. Gradevoli musiche di De Sica.
Una delle perle del trash all’italiana (soprattutto per la parte finale), che proprio per questo ha uno stuolo di fan “urlanti”, che lo considerano un film di culto. In realtà non si capisce il perché, visto che come giallo è davvero mediocre. La regia, infatti, è a dir poco claudicante (ma anche a questo proposito c’è chi pensa che Pastore sia un vero regista e per giunta bravo!) e sulla sceneggiatura meglio tacere. Un po’ meglio la situazione sul versante attori e colonna sonora, ma non basta.
Thrillerone bigio e monotono, la cui inesorabile seriosità spinge a rivalutare il brio di cose che ci parvero di insuperabile bruttezza. Pastore cita a spromba tutto ma non produce un’idea buona e originale che sia una: l’atelier è baviano, il canto dell’uccello argentiano, la cecità anche, l’unico guizzo di truculenza splatter è hitchcockiano (però che fegato!), il gatto ha una coda e tanto basta. Il movente dell’assassino è più imperscrutabile di quello di Pastore. Atmos-fear ce n’è pochina. Soporifero.
Ennesimo giallo che si rifà, in modo più che abbondante, alla celebre trilogia degli animali di Dario Argento. Il film non riesce ad emergere dalla massa di prodotti analoghi del periodo e risulta potabile solo per gli ultra-appassionati del genere. Particolarmente fantasioso, e per questo anche molto improbabile, il modus operandi dell’assassino. Come spesso in pellicole di questo tipo la logica è molto traballante.
Buon appartenente al giallo argentiano, con un ottimo cast su cui spiccano decisamente Anthony Steffen nel ruolo del pianista cieco che indaga e la bella Sylva Koscina superba, ma le bellezze femminili (Annabella Incontrera, Shirley Corrigan) non mancano così come i bravi attori (Rossi Stuart). Il tema musicale di Manuel De Sica è accattivante, l’omicidio finale della Corrigan è davvero inusuale per l’epoca. Non un capolavoro (con spiegone finale molto tirato per i capelli) ma piace.
Giallo italiano piuttosto mediocre. Il ritmo è lento, gli attori poco memorabili e le musiche non troppo entusiasmanti. Si salvano solo la buona fotografia e un omicidio (alla Psycho) piuttosto violento. Per il resto un film decisamente evitabile, solo per appassionati.
Onesto giallo italico di ambientazione nordeuropea. I richiami ad altri film ed in special modo ai primi gialli di Argento sono evidenti, tuttavia Pastore riesce a confezionare un prodotto decoroso e a mio avviso avvincente. La vicenda è concettualmente inverosimile, ma scandita da un’ottima ritmica degli eventi e da un’interpretazione degli attori più che dignitosa. Prodotto destinato a “cinemini” di periferia; ecco un buon motivo per amarlo!
Tra la miriade di imitazioni argentiane degli Anni Settanta, si inserisce questo film di Pastore. A parte l’accumulo di citazioni da altre pellicole del genere (a partire dal protagonista cieco e curiosone, preso di peso da Il gatto di Argento), il film scade spesso nella noia e non è riscattato neanche dalla violenza, visto il basso tasso di splatter. Si salva giusto l’omicidio sotto la doccia (unica scena veramente truce) e qualche buon momento di tensione negli ultimi venti minuti. Interpreti accettabili, sceneggiatura claudicante. Improbabile.
Personaggi bidimensionali come quelli dei fumetti cui parrebbe tratto, che fingono di suonare il piano e cenano all’Hilton, posseggono case con splendidi armamentari vintage e frequentano lisergici atelier. Ecco un motivo valido per guardare questo film: farsi un’idea dell’immaginario lounge-chic che impazzava nelle fantasie italiche, fra sigarette accese in ogni dove e pruriginosi scandali sessuali. La storia è striminzita (il mantello? il gatto?), ma il film ha una sua soporifera fragranza che sa d’innocenza e di cinema con le sedie in legno.
Bistrattato da molti e esaltato da altri. Si tratta di un giallo comunque guardabile, interpretato bene da un gradevole cast. A parte il ridicolo finale (che in parte ricorda quello di Sotto il vestito niente) il film si lascia guardare. Un po’ improbabile la storia del gatto, ma tant’è. Ottime le musiche. Diverse scopiazzature dai film di Argento. Quasi tre pallini.
Film noioso, che si perde più volte nel tentativo di richiamare classici argentiani, facendolo in maniera sconclusionata e poco efficace. La trama è artificiosa e priva di tensione, i delitti (a parte un po’ di gore finale) sono piatti ed architettati in maniera poco credibile. Tra i thriller dell’epoca certamente uno dei più scadenti, rischiarato da una scena finale da deja-vu, ma efficace.
Pastore si butta sul giallo argentiano, con tutti i crismi del genere, attingendo non poco dal Maestro stesso, così come da altri (il film nel film è “Una lucertola dalla pelle di donna” di zio Lucio). Ma, a parte un po’ di confusione nell’esposizione, va detto che non confeziona un affatto un brutto film. Certo, nulla di trascendentale, ma l’omicidio cruento nella parte finale, con accanimento sul corpo indifeso della vittima alza la media… Rossi Stuart meglio di un monoespressivo Steffen. Molti i nudi. VM 14
Discreto thriller dalle incontrovertibili derivazioni, ma onestamente palesate, senza dissimulazioni di sorta. Quello che personalmente ho trovato fuori luogo, è la modalità principale con la quale vengono uccise le malcapitate: troppo improbabile. La storia è carina, con lo svolgimento regolare frutto di una tecnica sobria, senza troppe pretese (saggia decisione evitare di strafare). Particolare la location in Copenaghen, ma forse Milano o Roma avrebbero caricato meglio la natura di genere. Attori bellissimi e musiche adeguate, con un finalone inaspettato.
Thrillerino che si basa su presupposti abbastanza improbabili e attinge senza ritegno dai successi argentiani del periodo (L’uccello dalle piume di cristallo, Il gatto a nove code…). Violenza e tensione latitano. Film non proprio noioso ma che ristagna nella mediocrità fino all’intenso, violento (finalmente) finale. Non brutto, ma decisamente evitabile.
Tra i vari gialli, giallacci e giallini Anni Settanta, mi sembra il peggiore che ho visto. A parte l’affastellamento, senza nessuna ironia, di citazioni da altri film del periodo, a parte il movente dei delitti, che proprio non sta né in cielo né in terra… ma è proprio noioso, non c’è un momento di vera tensione. E poi, ci vuole coraggio per trattare così l’unico personaggio al quale ci eravamo veramente affezionati. E ci vuole coraggio per far spogliare la Koscina per farle mostrare un lato B da massaia sedentaria…
Veramente inguardabile. Nonostante sia un patito dei gialli italiani Anni Settanta, questo è proprio brutto. Copia e incolla spunti e trama da destra e da sinistra, non intriga, non scorre, con attori incapaci e personaggi senza alcun interesse. Un disastro. Starsene alla larga!
Culto a causa di diversi record: il maggior numero di citazioni da altri gialli, la “scena della doccia” più gore, il modus operandi più contorto e improbabile, il fermo-immagine finale più ridicolo (eppure…). Però oltre questo è anche un giallo onestissimo, che non si limita a seminare false piste per confondere lo spettatore ma gli offre anche la possibilità di indovinare il colpevole con un particolare rivelatore (occhio all’automobile). Regìa assai meno sciatta di quanto sembri, buona prova anche per Steffen (altrove spesso cane).
Sembra davvero un fumettone per via di costumi, design, tecnica di omicidio indiretta e solo in apparenza avveniristica, per il fatto che un’attrice la faccian tanto bella per accopparla in seguito così crudelmente… per il bianco e nero della doccia che qui centuplica la suggestione, stessi due colori che contraddistinguono i mantelli. Davvero un caso? Interessante, ma non grintoso al punto da far decollare l’entusiasmo di chi lo vede.
Inutile far notare quanto l’influenza del Darione nazionale contamini ogni passaggio di questo ennesimo titolo “numerologico”. Un buon giallo comunque, in cui spadroneggiano primi piani fuorvianti e disonesti zoom sugli sguardi torvi e sospettosi di alcuni degli interpreti. Differentemente dal solito, Anthony Steffen mostra davvero un raro stato di grazia con la sua perfetta immedesimazione nei panni del compositore cieco. A tratti allucinato, il film di Pastore presenta inoltre la sequenza forse più splatter mai vista sino ad allora su schermo.
Una volta fatta l’abitudine “visiva” ai fantastici abiti e pettinature dell’epoca, di questo film resta ben poco di godibile. La trama è abbastanza piatta e banale e il cosiddetto colpo di scena finale sembra creato più per dare la colpa al personaggio meno sospettabile di tutti che per seguire un vero filo logico. Imbarazzanti e rigidi i due protagonisti maschili.
Derivativo, eccessivamente derivativo questo giallo a tinte forti dove non si sa dove finisca la citazione e inizi la scopiazzatura spudorata. Inizialmente sembra partire bene, con un misterioso metodo di uccisione, ma quando inizia a delinearsi il quadro si scade nell’assurdo e nel ridicolo. Menzione speciale all’omicidio nella doccia preso da Psyco ma più sanguinoso (in bene) e alla pietosa sequenza finale assieme a quella dell’attentato nella fabbrica (in male).
Giallo che più derivativo non potrebbe essere: in effetti se ci mettiamo ad elencare i riferimenti ad altre pellicole rischiamo di non finirla più. Ttuttavia Pastore propone anche un paio di idee originali: l’ambientazione danese e il complesso modus operandi dell’assassino, che qui si serve, appunto, degli scialli del titolo intrisi di una sostanza che attira e scatena un gatto dagli artigli avvelenati. Buon ritmo, qualche momento di tensione e un omicidio sotto la doccia di inaudita violenza, ma la soluzione convince poco. Non male il cast.
Prende da Argento, da Bava, da 23 passi da un delitto e finisce con una splendida uccisione sotto la doccia degna di Psyco. Siamo nel ’72, siamo nel bel mezzo del giallo all’italiana e del successo di Darione; Pastore si permette di emulare e rubare senza vergogna. E tutto sommato gli si perdona tutto. Il giallo non è poi pessimo, soffre delle classiche ingenuità e carenze sia di budget sia di sceneggiature. Offre la solita fotografia di quegli anni e costumi e scenografie disgustosamente pacchiane. Steffen è una garanzia, il Fonda italiano
Sesso in testa
Diana, studentessa in sociologia è arrivata al gran giorno, la tesi di laurea.
Si presenta così davanti ai suoi esaminatori che la attendono al varco, in un’aula universitaria stracolma di curiosi.
Sono tutti là per ascoltare l’argomento della tesi, che è assolutamente inusuale, ovvero il sesso, visto attraverso le abitudini degli italiani.
A tal fine Diana, per meglio documentarsi, si è prostituita raccogliendo bizzarrie e perversioni di tutti coloro che ha incontrato.
L’argomento pruriginoso ovviamente scandalizza la commissione, nella quale c’è anche un sacerdote, ma nonostante tutto, grazie anche ai buoni uffici del presidente della stessa, Diana può dibattere la sua tesi.
Così racconta i vari incontri che ha avuto, nel corso dei quali si è imbattuta; si va dalla lesbica che paga ma non consuma al mafioso che la paga per gemere di piacere mentre i suoi uomini ascoltano fino ad un onorevole beccato dalla moglie in una camera d’albergo e costretto ad assistere ad un rapporto sessuale tra lei e un cameriere dell’albergo stesso, che si fingeva omosessuale per meglio muoversi nell’ambiente equivoco.
Ancora, c’è la beffa ordita da un idraulico che fa credere a Diana di volerla pagare un mucchio di soldi mentre invece utilizza il denaro che doveva restituire alla mamma di Diana oppure un pervertito che fa interpretare a Diana la parte della figlia perchè segretamente innamorato della stessa.
Dopo la lunga esposizione delle sue avventure, Diana corona il suo sogno laureandosi a pieni voti.
Sergio Ammirata, famoso più come caratterista che come regista, dirige nel 1975 questa strana commedia sexy cercando di darle una patente di credibilità a livello documentaristico, non dimenticando però l’aspetto comico delle storie che racconta.
In effetti il film è una via di mezzo tra il documentario, vista la sua struttura ad episodi e il film comico stesso, come testimoniato da alcune gag che costellano il film.
Se il prodotto finale è un pò debole, lo si deve proprio all’equivoco generato dal regista, che cerca sempre di spacciare per verità e per realtà gli incontri della furba Diana che, con la scusa dell’inchiesta, alla fine incassa qualche soldo oltre a gratificanti incontri osè, come quello con il compaesano che la befferà clamorosamente.
Tuttavia il film non è da gettare, merito anche di qualche trovata ingegnosa e sopratutto del buon cast allestito dalla produzione; molti i caratteristi presenti, ovvero Lino Banfi che interpreta il presidente della commissione, replicando il ruolo del pugliese allupato e grammaticalmente scorretto che tanta fortuna gli diede.
Un Banfi con tanto di basettoni anni settanta che facevano commissario di pubblica sicurezza, off course; tra i protagonisti troviamo Aldo Giuffrè nei panni di uno spassoso gangster/mafioso preoccupato della sua virilità, un favoloso Tino Scotti nei panni dell’onorevole fedifrago cornificato dalla moglie sotto i suoi occhi, Didi Perego nei panni di una componente della commissione, poi ancora Oreste Lionello,Gigi Ballista,Mario Carotenuto,Toni Ucci, Gastone Pescucci…
La protagonista è Pilar Velasquez, bella in maniera eccessiva ma poco dotata dal punto di vista comico, tanto da sembrare un pesce fuor d’acqua.
Un film che ha qualche momento egregio, non eccessivamente scollacciato, ma che ebbe tuttavia qualche problema con la censura, in particolare con l’episodio della lesbica, senza tuttavia essere sequestrato.
In fondo il sesso, vero argomento del film, è trattato con leggerezza e senza gli abituali amplessi mostrati in tutte le salse, il che vale al film stesso una valutazione di sufficienza.
Sesso in testa, un film di Sergio Ammirata. Con Mario Carotenuto, Didi Perego, Pilar Velasquez, Oreste Lionello,Toni Ucci, Aldo Giuffré, Lino Banfi, Gastone Pescucci, Salvatore Billa, Ugo Fangareggi, Lorenzo Piani, Gigi Ballista, Gino Santercole, Liliana Chiari, Liana Trouché, Sergio Ammirata, Luigi Leoni
Commedia, durata 91 min. – Italia 1974.
Pilar Velázquez …Diana Tornetti
Didi Perego – Membro della commissione d’esame
Mario Carotenuto …Il commendatore incestuoso
Toni Ucci – Lanfranco Ceccarelli
Tino Scotti – Onorevole Totuccio Angeletti
Ugo Fangareggi – L’uomo di Avellino
Oreste Lionello … Epifanio
Gigi Ballista… Padre di Carletto
Gastone Pescucci …Prete
Lino Banfi … Presidente della commissione
Aldo Giuffrè …Frank Innamorato il mafioso
Sergio Ammirata … Lucio
Gino Santercole…Fidanzato di Diana
Regia: Sergio Ammirata
Sceneggiatura: Sergio Ammirata, Marino Onorati
Produzione: Armando Novelli, Rodolfo Puttignani
Musiche: Roberto Pregadio
Editing: Amedeo Giomini
Le recensioni appartengono al sito http://www.davinotti.com
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Che Di Leo non l’abbia firmato non dice tutto, perché è ancora peggio del previsto. La protagonista Pilar Velázquez, dall’angosciante inespressività, contribuisce all’affondamento. Si guarda fino in fondo solo per avere il piacere di vedere caratteristi adorabili, chiamati però a ruoli miseri. Non accreditati si riconoscono Ric e Gian (manco una battuta), Omero Capanna, Franca Scagnetti, Fernando Cerulli e (se non sbaglio, nel ruolo di Conigliaro) il fantozziano Pietro Zardini.
Una studentessa è impegnata a comporre una tesi sulla prostituzione per la laurea in psicologia. Per rendere più credibile il suo scritto si getta all’interno del giro. Curiosa pellicola caratterizzata da discreti interpreti (Giuffrè, Lionello, Carotenuto, Ballista e, ovviamente, Banfi) ma blanda nei contenuti comici, mentre presenta intermezzi erotici più spiccati (per l’epoca). Esilarante la sigla di chiusura cantata da Banfi -in stato “onirico”- mentre sogna di trovarsi nei panni di uno scolaretto sedotto da una formosa maestra.
Una tesi di laurea sulla prostituzione esposta sotto forma di brevi episodi, resi ancor più divertenti dalla partecipazione dell’allegra brigata di attori e caratteristi che attornia la bellissima Velàzquez: da Banfi, che commenta stupefatto, a Jimmy il Fenomeno in una metacinematografica epifania, passando per la Perego, Ammirata, Lionello, Giuffrè, Carotenuto, Ballista, Scotti. Il regista Fernando Di Leo compare addirittura due volte: prima in un poster accanto alle facce di Brando e Delon, poi come giornalista mentre intervista un gruppo di passeggiatrici. Rigorosamente scacciapensieri.
Non passa settimana che non lo trasmettano nelle privatine. Mi ha incuriosito l’apparizione di un sosia di Di Leo; ma è Di Leo!!! Il film è terrificante senza alcun appello. Vari sketches illustrano i racconti tratti dalla esposizione della tesi della Velasquez, inespressiva ma bella gnocca. Una specie di Decamerone miserrimo. Stravagante la battuta metacinematografica su Jimmy il fenomeno. Ad avvalorare la regia di Di Leo ci sarebbero i nomi di Franco Villa (fotografia) Ammirata e Banfi (presenti anche in Colpo in canna).
L’idea di una piacente universitaria (bellissima la Velázquez, ma troppo fredda e inespressiva per essere una protagonista) che discute una tesi sul sesso non è male come base di una commedia sexy italiana, non fosse altro che è sfruttata malissimo; con i compagni e i presenti in aula che ridacchiano inutilmente e le battute dei professori che non fanno ridere. Tra barzellette e siparietti si salva come è solito in queste commedie Banfi, ma ahimè anche lui qui non è al top (come nessuno del resto) e il finale in cui canta ha dello squallido.
Fotocopiando un modulo tipico del pornosoft italiano e tedesco primi Anni Settanta, il film mette in scena la solita studentessa “bona” impegnata nella solita ricerca scientifica “dal vivo” su prostituzione, comportamenti sessuali, perversioni e via dicendo. Il risultato è la solita deprimente farsaccia, becera e qualunquista, che non fa ridere proprio nessuno. Oltre alla bella ma insulsa Pilar Velasquez, vecchie e nuove (per i tempi) glorie si agitano senza costrutto. L’ha diretto Ammirata o Di Leo? Che importa, tanto fa pena lo stesso.
Riflessi di luce
Federico Brandi, un compositore di buon livello, vive in una splendida villa crogiolandosi nei ricordi fra i quali ha prevalenza quello del drammatico incidente in cui ha perso l’uso delle gambe, rimanendo confinato su una sedie a rotelle.
L’altro motivo per cui Federico prova un astio senza fine verso gli altri è il ricordo della splendida moglie Chiara morta annegata abbastanza banalmente mentre si bagnava in un lago.
Le lunghe ore solitarie, i sospetti che prova verso la sua nuova compagna Marta lo spingono a scrivere una specie di lettera confidenziale a Lorenzo, un suo vecchio amico, nella quale esterna il suo dolore e la sua rabbia per la vita a metà che è costretto a portare avanti.
Nella villa ci sono anche l’affascinante figlio ventenne Marcello e la sua segretaria Giorgia; l’ostilità dell’uomo verso l’esterno aumenterà esponenzialmente quando si renderà conto che la moglie Marta ha intrecciato una relazione incestuosa con il figlio, oltre che sollazzarsi in giochi saffici con la segretaria.
Nel frattempo Marcello allaccia casualmente una relazione con la bella Gaia, durante una delle prove che fa per diventare un fantino.
Tutto si dipana lentamente verso il finale, durante il quale Marta apprende dalla lettera che ha scritto quest’ultimo dell’infinito amore che il compositore prova ancora per la moglie defunta e….
Pasticciaccio erotico di bassa lega,infarcito di dialoghi piatti come un elettroencefalogramma fatto ad una gallina con la meningite, Riflessi di luce è uno di quei filmacci a metà strada tra il soft core e il porno che abbondarono nella produzione cinematografica di fine anni 80.
Periodo nel quale è drammaticamente evidente la crisi del cinema, acuita anche dalla mancanza di soggetti validi oltre che di materia prima, ovvero spettatori paganti nelle sale.
Diretto da Mario Bianchi, Riflessi di luce esce nelle sale nel 1988 e propone un cast raccattato alla bene e meglio, nel quale l’unico a mantenere un livello appena sufficiente è Gabriele Tinti, che tre anni più tardi, nel 1991 sarebbe scomparso prematuramente all’età di 59 anni.
L’attore riesce in qualche modo a dare credibilità al personaggio tormentato di Federico, l’unico ad essere dotato di un qualche spessore; e vista l’unione sentimentale con Laura Gemser, sua compagna di vita nella realtà e nel film moglie del protagonista, ecco che le uniche scene credibili si rivelano proprio quelle che vedono protagonisti i due coniugi separati da un destino crudele.
Il resto del cast mostra un pressapochismo, una mancanza dei fondamentali recitativi a dir poco penosa.
Si passa da una scialba Pamela Prati, totalmente inespressiva tranne quando appare senza veli fino a Loredana Romito, altra attrice di scarsissime qualità fino a Jessica Moore, carina ma anch’essa scarsamente dotata (dal punto recitativo).
Proprio nel punto esplicitato tra parentesi sta il succo del film: siamo di fronte ad una robusta esposizione di parti intime,natiche e seni conditi da diverse sequenze lesbiche e poco più.
Si fa davvero fatica a sopportare i dialoghi insulsi con cui il regista cerca di dare un’aura di credibilità al film.
Che resta quello che è, ovvero un melodramma erotico che avrebbe avuto qualche ragione d’essere negli anni settanta, periodo in cui si solleticavano gli istinti più bassi della platea, non di certo alla fine degli anni 80.
Detto questo, non resta altro da fare che sconsigliare la visione del film, molto caldamente.
Per una volta, concordo pienamente con il lapidario giudizio del Morandini, di solito poco affidabile in molte recensioni.
“Vietato ai minori di 18 anni, sconsigliabile ai maggiori.”
Una pietra tombale decisamente condivisibile.
Riflessi di luce, un film di Mario Bianchi. Con Loredana Romito, Laura Gemser, Pamela Prati, Gabriele Tinti, Gabriele Gori Drammatico, durata 90 min. – Italia 1988.


Pamela Prati … Marta
Gabriele Tinti … Federico Brandi
Loredana Romito … Giorgia
Gabriele Gori … Marcello Brandi
Laura Gemser … Chiara
Jessica Moore … Gaia

Regia: Mario Bianchi
Sceneggiatura: Francesco Valitutti
Musiche: Gianni Sposito
Editing: Cesare Bianchini
Costumi: Maurizio Fiorelli
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Capisco che la Pamela sia una splendida donna ma questo film è una vaccata inguardabile. Eppure sono arrivata alla fine… nonostante gli allenamenti a cavallo e i “virtuosismi” shakespeariani del giovine Michele. Ho capito l’indefinibile ruolo della Romito (a parte mostrarsi ignuda) solo a visione ultimata, il finale è patetico ed è un complimento. Solo per coraggiosi o fan motivati della Pamela Prati.
Lentissimo filmetto adriatico, di sconcertante povertà, ad esclusione di qualche maschera di Gabriele Tinti che, a confronto degli altri, pare Marlon Brando. Soggetto di tre righe, sceneggiatura cui deve dar manforte il tirare in lungo ogni situazione per fare metraggio. La povertà di mezzi si vede sin dalla “folle” caduta della motociclista. E che dire dell’allenamento per il Gran Premio d’ippica? Fra le donne la più brava è la Moore, la più sensuale la Romito, la più banale la Prati, primo nome dei crediti. Dialoghi sconcertanti. Insalvabile.
Mario Bianchi tra un porno doc (“Belve del Sesso”, 1987) ed un porno choc (“Giochi bestiali in famiglia”, 1990), ricorda la discendenza nobile (Roberto Bianchi Montero è il padre) per cui rientra in carreggiata, ma ha perso il senso del ritmo e, soprattutto, ha sbagliato “corsia”. Con una 500 infila l’autostrada. Questo è un film drammatico, lievemente erotico (in particolare grazie alla sola presenza fisica di Pamela Prati e Loredana Romito), pesantemente malfatto. Si inizia dalle scarse locations, per proseguire con una regia disattenta ed un plot striminzito, ricco di stereotipi…
Terribile drammone a tinte erotiche realizzato maldestramente e con una povertà di budget impressionante. Bianchi sperava forse di rientrare nel cinema non-hard, ma non credo sia riuscito a raccogliere nella sale più di qualche spicciolo. Il povero Tinti sprofonda in questo ignobile abisso chiudendo malamente la sua carriera, stessa cosa per Laura Gemser che si limita ad apparire in sogno. In carne ed ossa si vede invece Pamela Prati che insieme a Loredana Romito e alla sedicente Jessica Moore regala rari momenti di innocuo eros pseudpatinato.
Dramma erotico borghese come tanti altri ne erano stati fatti negli anni precedenti: un vedovo in crisi e ossessionato dal ricordo della moglie morta, un figlio degenere, una segretaria lesbica… Motivo d’interesse la presenza dell’ottimo Tinti – sempre serio professionista – la bellezza della Prati, della Romito e della Moore; la Gemser compare in flashback. Finale riconciliante.
Alquanto mediocre film erotico-drammatico che si distingue per la scarsezza degli attori (salvo solo il buon Gabriele Tinti) e per l’assurdità di alcune scene (l’allenamento a cavallo). Nel finale il film vira bruscamente verso il sentimentale, sembra di assistere quindi a un misto di generi, peccato il risultato sia un po’ indigesto. Belli comunque alcuni paesaggi.
Mi avvicinai a questa pellicola con la speranza di poter vedere un thrillerino di quelli tipici “de noantri”, con qualche piccata erotica e un retrogusto delinquenziale di thanatos. Invece, se il primo aspetto, pur non eccellendo, non lascia nemmeno a bocca asciutta (la Prati e la Moore valgono ogni visione, a prescindere in my opinion), il secondo manca del tutto, in quanto vi è sì un sottotesto serioso ma al massimo di natura drammatica. Pertanto, lo si guardi solamente se interessati alla prima delle due partes…
I Tudors
I Tudors è una serie televisiva creata nel 2007 e basata sulla storia della vita di Enrico VIII Tudor.
La serie, composta di quattro stagioni per complessive 38 puntate, racconta la vita del re dal matrimonio con Caterina d’Aragona fino a poco prima della sua morte, attraverso il suo regno caratterizzato da eventi drammatici, come lo scisma dalla chiesa romana che portò alla nascita della chiesa anglicana, fino alle guerre che l’energico sovrano intraprese contro la Francia, passando per le sue note vicissitudini matrimoniali culminate in sei matrimoni che nello sceneggiato hanno parte predominante.

Maria Doyle Kennedy è Caterina d’Aragona
Uno sceneggiato girato con molta cura, almeno dal punto di vista delle location, dei costumi e delle ambientazioni storiche, ma molto inesatto dal punto di vista dei riferimenti storici effettivi, con alcune inesattezze davvero sorprendenti.

Sam Neill è Thomas Wolsey, Jonathan Rhys Meyers è Enrico VIII
Storia molto romanzata del sovrano inglese, quindi, con particolare accento e attenzione agli intrighi di corte, ai suoi rapporti tempestosi con la chiesa romana, passando per il suo rapporto di amicizia con Wolsey, il suo primo ministro, poi caduto in disgrazia, con Tommaso Moro, giustiziato per ordine del re per non aver voluto giurare fedeltà allo stesso dopo lo scisma con la chiesa romana e infine con Thomas Cromwell, il più odiato dei suoi primi ministri.
La prima stagione, composta di dieci puntate, racconta dello sfortunato matrimonio di Enrico con Caterina d’Aragona, donna che appare pia e prigioniera di un destino avverso, così come lo stesso Enrico alla fine si convincerà di aver attirato su di se qualche maledizione sposando la vedova di suo fratello.
Caterina, che non riesce a dare al re l’agognato figlio maschio, ad un certo punto diventa un peso per il sovrano, che la trascura dedicandosi alle dame della sua corte.
Inizia così una serie tempestosa di relazioni extraconiugali, avvenute tutte sotto gli occhi impotenti della regina, culminate con l’avventura consumata con Bessie Blount, dalla quale avrà un figlio che chiamerà Henry.
La donna viene mandata in un monastero per dare alla luce il figlio e vediamo Enrico darsi subito da fare per rimpiazzarla;
grazie a Francesco I di Francia, conosce la figlia dell’ambasciatore inglese alla corte francese Bolena, uomo molto ambizioso che non esita a sacrificare sua figlia Mary per ingraziarsi il re.
Il quale poco dopo si incapriccia di Anna Bolena, splendida secondogenita dell’ambasciatore, con la quale vorrebbe convolare a nozze.
Ma Enrico dovrà scontrarsi con due ostacoli insormontabili: la volontà di sua moglie Caterina, cattolicissima e assolutamente non disposta a concedere il divorzio e sopratutto la volontà di Clemente VII di impedire tale atto, anche per motivi politici, visto che Caterina era zia del grande re Carlo V.
La prima stagione si chiude quindi con l’esecuzione di Thomas Wolsey, reo di non aver saputo o potuto strappare il consenso a Roma per il divorzio.
Nella seconda stagione viene dato largo spazio alle manovre della Bolena per arrivare a coronare il suo sogno, diventare la legittima consorte del re; la Bolena scampa anche ad un tentativo di omicidio al quale non è estraneo il nuovo capo della chiesa di Roma, Paolo III.
La Bolena resta incinta, e da alla luce una bambina, la futura regina Elisabetta I, con gran dispiacere del re, che sogna sempre l’erede maschio.
Nel frattempo accadono diversi eventi di portata storica; stanco dell’atteggiamento del papa, Enrico decide lo scisma da Roma, creando una chiesa riformata, la chiesa anglicana.
Sposa la Bolena e fa giustiziare il suo vecchio amico e consigliere Tommaso Moro, reo di non aver accettato di giurare fedeltà a Enrico come capo della chiesa riformata.
Nel frattempo il volubile Enrico si innamora della bella Jane Seymour, mentre Caterina d’Aragona, circondata solo dall’affetto dei suoi fedelissimi muore lontano da Enrico.
Quando la Bolena scoprirà l’adulterio, per lo shock subito perderà il bambino che aspettava, segnando così la propria sorte; la volubile e frivola regina verrà così giustiziata all’età di 29 anni dopo essere stata rinchiusa nella torre di Londra.
La terza stagione si apre con il matrimonio, il terzo, tra Enrico VIII Tudor e Jane Seymour, mentre l’Inghilterra è scossa dalla riforma anglicana, propiziata anche dall’atteggiamento del primo ministro Thomas Cromwell, che spoglia i monasteri dai loro beni, diventando di fatto l’uomo più potente d’Inghilterra dopo il re.
Nel frattempo la gracile Jane muore dopo aver dato alla luce il tanto atteso erede maschio, Edoardo, lasciando il re costernato.
Dopo qualche anno, Enrico sposa Anna di Cleves, seguendo il consiglio di Cromwell; matrimonio sbagliato e infelice, una mossa che costerà la testa al ministro, giustiziato davanti a suo figlio.
L’ultima stagione racconta del legame del re con la giovanissima Caterina Howard, che, da stolta ragazzina qual’è, fa venire a corte il suo amante, con la logica conseguenza che il re, informato della cosa, la fa giustiziare assieme all’amante.
Enrico sta diventando vecchio e i fantasmi del passato lo tormentano; quando parte per la guerra in Francia, nomina suo figlio Edoardo erede legittimo, seguito dalla figlia Mary (avuta da Caterina) e da Elisabetta, figlia della Bolena.
Dopo aver sposato Catherina Parr, il re si prepara a fare testamento; un giorno, davanti al famoso ritratto che Holbein gli fece, si rende conto che la sua vita è agli sgoccioli.
Uno sceneggiato, come già detto, che risente di alcuni rilevanti errori storici, che però ha dalla sua una raffinatezza e una capacità di raccontare le trame e gli intrighi della corte inglese del tempo del grande re Tudor fatta con molta ricercatezza.
Enrico VIII è visto in tutta la sua sensualità, quella stessa che lo trascinò in innumerevoli avventure sentimentali, dalle quali però ricavò anche moltissime delusioni, le più rilevanti delle quali ad opera di Anna Bolena e sopratutto di Caterina Howard, che ebbe la sfrontatezza di tradirlo sotto i suoi occhi.
Il cast dello sceneggiato si avvale anche di attori di ottima resa, come Jonathan Rhys Meyers, che interpreta il sanguigno Enrico VIII con molta abilità, come Sam Neill, ottimo davvero nel ruolo di Thomas Wolsey, il cardinale amico del re da lui fatto giustiziare, come Nathalie Dormer, assolutamente splendida nel ruolo della
cinica Anna Bolena, figura però molto discussa storicamente, spesso demonizzata dagli astorici aldilà dei suoi indubbi demeriti.
Da segnalare anche Jeremy Northman nel ruolo di Tommaso Moro, Marie Doyle Kennedy in quella di Caterina d’ Aragona, e le guest star, ovvero Max Von Sidow che interpreta Otto Waldburg, Peter O’Toole che interpreta Paolo III.
Diamo un’occhiata ad alcune evidenti incongruenze dello sceneggiato:
Caterina d’Aragona aveva appena 5 anni più di Enrico, al momento del matrimonio, ma appare molto più anziana di lui. In questo caso Jonathan Rhys Meyers sembra più suo figlio che il marito; lo stesso errore avviene con la Bolena, che sembra avere la stessa età di Enrico, mentre aveva la metà esatta degli anni del re.
La figura del padre di Anna, l’ambasciatore Bolena, sembra quella di un congiurato che attenti alla vita del re; in realtà l’uomo fu sempre grande amico di Enrico.
Maria, figlia di Enrico, era di fatto la legittima erede al trono, essendo stata la primogenita del re.
A Jane Seymour non fu assolutamente praticato un cesareo per far nascere il figlio Edoardo; questa pratica era poco usata in quanto con il cesareo veniva automaticamente condannata a morte la madre.
– Ci sono poi molte incongruenze nei vestiti, negli alloggiamenti del papa, negli interni di San Pietro oltre a parecchie inesattezze sulla descrizione dei personaggi, come la già citata Anna Bolena, che fu oggetto di una spietata campagna denigratoria.
I Tudors, un film di Ciaran Donnelly, Steve Shill, Brian Kirk, Alison MacLean, Michael Hirst. Con Jonathan Rhys-Meyers, Henry Cavill, Natalie Dormer, Nick Dunning, Maria Doyle Kennedy.
James Frain, Padraic Delaney, Jeremy Northam, Jamie Thomas King, John Kavanagh, Anthony Brophy, Sam Neill, Callum Blue. Formato Serie TV, Titolo originale The Tudors. Drammatico, – Irlanda, Canada, USA 2007.
Jonathan Rhys Meyers è Enrico VIII d’Inghilterra
Maria Doyle Kennedy è Caterina d’Aragona
Charles Brandon, I duca di Suffolk
Gabrielle Anwar è Margaret Tudor, regina del Portogallo
Joely Richardson è Caterina Parr
Jos Stone è Anna di Cleves
Nick Dunning è Thomas Boleyn, I conte del Wiltshire
Peter O’Toole è Papa Paolo III
Sam Neill è il Cardinale Thomas Wolsey, arcivescovo di York
Jeremy Northam è Tommaso Moro

Tamzin Merchant è Catherine Howard
Thomas Cromwell, I conte di Essex
Anita Briem è Jane Seymour
Enrico VIII d’Inghilterra Jonathan Rhys Meyers
Caterina d’Aragona Maria Doyle Kennedy
Anna Bolena Natalie Dormer
Jane Seymour Anita Briem
Anna di Cleves Joss Stone
Caterina Howard Tamzin Merchant
Caterina Parr Joely Richardson
Charles Brandon, I duca di Suffolk
Thomas Cromwell, I conte di Essex
Cardinale Thomas Wolsey, arcivescovo di York Sam Neill
Tommaso Moro Jeremy Northam
Thomas Howard, III duca di Norfolk Henry Czerny
Sir Anthony Knivert Callum Blue
Conte di Shrewsbury Gavin O’Connor
Thomas Wyatt Jamie Thomas King
Thomas Boleyn, I conte del Wiltshire Nick Dunning
Thomas Cranmer, arcivescovo di Canterbury Hans Matheson
Edward Seymour Max Brown
Filippo, Duca di Baviera Colin O’Donoghue
Arcivescovo Stephen Gardiner Simon Ward
Margaret Tudor, regina del Portogallo Gabrielle Anwar
Jane Howard Slaine Kelly
Principessa Maria Blathnaid McKeown
Sarah Bolger
Papa Paolo III Peter O’Toole
Jane Boleyn, viscontessa di Rochford Joanne King
Catherine Willoughby Brandon, Duchessa di Suffolk Rebekah Wainwright
Anne Stanhope Emma Hamilton
Sir Francis Bryan Alan van Sprang
Otto Truchsess von Waldburg Max von Sydow
Robert Aske Gerard McSorley
Cardinale Reginald Pole Mark Hildreth
Lord Darcy Colm Wilkinson
Henry Howard David O’Hara
Joan Bulmer Catherine Steadman
Thomas Culpeper Torrance Coombs
Roberto Gammino: Enrico VIII
Francesco Meoni: Charles Brandon
Giorgio Lopez: Card. Thomas Bowley
Giorgio Scipioni: Anthony Knivert
Domitilla D’Amico: Anna Bolena
Massimiliano Virgilii: Duca di Norfolk
Francesca Fiorentini: Caterina d’Aragona
Stefano Mondini: Tommaso Bolena
Riccardo Rossi: George Bolena
Vittorio De Angelis: Tommaso Moro
La storia di Anna Bolena,nobildonna divenuta regina sia per scelta che per calcolo politico del padre, Lord Boleyn, è un’altra storia dai contorni tragici, un’altra storia di donne destinate a subire un destino inumano,vittime sia della ragion di stato sia della cieca ottusità di chi era deputato a viverle accanto.
Forse anche il suo destino era già scelto dal giorno in cui le fu impedito di sposare l’uomo che aveva scelto, suo cugino il Conte di Ormande; i motivi non li sapremo mai, ma è probabile che non fosse estraneo alla decisione suo padre, che aveva per lei altre mire.
Anna era una ragazza dal temperamento romantico, dolce; una donna che i posteri denigrarono a bella posta, ancora una volta per motivi abietti.
Era una cristiana devota, anche se ciò non le impedì di vivere una situazione sentimentale complicata, con una relazione dalla quale nacque una figlia.
Ma era una relazione importante.
Il suo compagno era nientemeno che Enrico VIII Tudor, re d’Inghilterra, che all’epoca dei fatti era sposato con Caterina d’Aragona; la figlia che nacque dall’unione era colei che sarebbe arrivata dopo un’aspra lotta con Maria Stuart al trono d’Inghilterra: Elisabetta I Tudor, la regina vergine.
Anna arrivò a corte come damigella d’onore di Caterina d’Aragona, donna ancora molto bella, ma sfiorita e intristita da sei gravidanze di cui una sola portata a termine,quella dalla quale nacque Maria Stuart,che i sudditi avrebbero ribattezzato,una volta divenuta regina, Maria la sanguinaria.
In breve tempo intrecciò una relazione con il focoso re, che ormai sopportava poco la regina Caterina, incapace, secondo la spietata legge dinastica,di dare all’Inghilterra e al re un erede maschio.
Enrico nel 1533 annunciò alla corte e al popolo l’intenzione di divorziare da Caterina d’Aragona, ufficialmente proprio per la mancanza di un erede maschio; notizia che mise in subbuglio sia le corti europee che il papa.
Caterina era zia di Carlo V, il quale aveva un’influenza rilevante sulle decisioni papali.
Clemente VII, all’epoca capo della cristianità, tentò di mediare e chiamò a Roma Wolsey, primo ministro in carica, affidandogli l’incarico di portare la causa davanti a un tribunale ecclesiastico inglese.
Ma la forte pressione di Carlo V decise gli eventi successivi; la chiesa inglese rifiutò la ratifica del divorzio,ed Enrico VIII forte dell’appoggio della maggior parte dei nobili, decise la separazione della chiesa inglese da quella romana.
Era lo scisma anglicano, con il quale Enrico VIII stabiliva, una volta per tutte, la superiorità dello stato sulla chiesa.
Anna Bolena, nel frattempo, era rimasta incinta.
Con una cerimonia segreta il re la sposò,tenendo segreta la notizia, in attesa dell’evoluzione della sua situazione matrimoniale con Caterina d’Aragona.
Che come abbiamo visto,determinò la riforma protestante in Inghilterra, quando Enrico VIII ruppe gli indugi e annunciò le sue nozze con Anna Bolena.
L’incoronazione avvenne in un’atmosfera surreale; sia il popolo che i nobili, accolsero freddamente la nuova sovrana,che invece portò a corte una ventata di freschezza, rompendo il rigido cerimoniale, organizzando feste e facendo da mecenate a poeti e studiosi.
L’idilio con Enrico VIII durò poco.
L’erede maschio tanto voluto dal re non arrivò, Anna ebbe tre gravidanze interrotte, di cui l’ultima fu un vero parto, con il bimbo,il tanto atteso maschio, che nacque morto.
Il volubile Enrico nel frattempo aveva intrecciato una nuova relazione,con una dama di Caterina prima e di Anna Bolena poi, Jane Seymour.
Cosa accadde nell’ultimo periodo del 1536,tre anni dopo le nozze con Anna, è ancora oggi materia di studio e presenta troppi lati oscuri per tentare un’analisi approfondita.
I fatti dicono che un delatore informò il re di un tradimento di Anna,consumato, cosa gravissima, con il fratello di Anna, George Rochford.
A questa pesantissima accusa, si aggiunsero quelle di aver avuto altre quattro relazioni extraconiugali,con Henry Norris, Francis Weston e William Brereton, tre giovani nobili della corte e con un palafreniere,oltre che aver cospirato con loro per assassinare il re e di aver praticato la stregoneria.
Accuse infamanti,portate avanti senza uno straccio di prova, ma soltanto con la delazione e il pettegolezzo..
L’accusa più grave e turpe fu quella di aver concepito con il fratello il bambino nato morto.
Anna si difese disperatamente, ma capì subito che il suo destino era segnato; dei suoi ultimi giorni ci resta il resoconto del suo carceriere, al quale confidò di essere assolutamente innocente e di essere certa di essere accolta in paradiso.
Il 19 maggio 1536 Anna,vestita di nero,dignitosa e composta, salì sul patibolo preparato per lei nella Torre di Londra.
Con voce ferma disse ad alta voce di essere innocente delle colpe imputategli,si inginocchiò con grazia e pregò per il marito.
Un attimo dopo un colpo di spada le recise il collo.
Aveva 29 anni,e aveva regnato per tre.
Ventiquattrore dopo la sua morte,Enrico VIII annunciò il futuro matrimonio con Jane Seymour.
Per quanto gli storici abbiano cercato traccia di documenti che provassero almeno uno dei capi d’imputazione rivolti ad Anna,nulla è mai venuto a galla.
Anna Bolena fu vittima di una congiura di corte,una corte che non l’aveva mai amata,e che non la pianse,accogliendo come nuova regina la damigella Jane.
Che regnò meno di un anno,e morì dando alla luce l’unico figlio maschio che Enrico VIII avrebbe avuto, il futuro Edoardo VI
Che a sua volta regnò pochissimo e che venne fatto giustiziare quando aveva solo 16 anni.
I ritratti delle sei mogli di Enrico VIII

La prima moglie, Caterina D’Aragona (1485-1536)

La seconda moglie, Anna Bolena (1507-1536)

La terza moglie, Jane Seymour (1509-1537)

La quarta moglie, Anna di Cleves (1515-1557)

La quinta moglie, Catherine Howard (nascita incerta tra il 1520-1525 morta nel 1542)

La sesta e ultima moglie, Catherine Parr (1512-1548)
Il Marchese del Grillo
Siamo nei primi anni dell’ottocento, la vicenda è ambientata a Roma durante il pontificato di Pio VII.
Il marchese Onofrio, appartenente alla nobile casata dei Del Grillo, divide il suo tempo fra burle feroci e un dolce far niente.
Vittima dei suoi scherzi sono un pò tutti quelli che lo circondano, ma il suo bersaglio principale è Papa Pio VII, che ha per lui un evidente debole.
Così Onofrio si diverte a burlare, anche in maniera feroce coloro che in qualche modo frequenta, come il povero Aronne Piperno, che realizza per Onofrio dei mobili e al momento di essere pagato si vede denunciato alle autorità.
Per colmo di sventura, lo sfortunato ebreo viene anche condannato dalla corte alla quale si rivolge: Onofrio, come confesserà al Papa, ha corrotto un pò tutti solo per dimostrare che in realtà la giustizia non esiste.

I due volti del grande Alberto: Gennarino il carbonaro ….

… e il Marchese Onofrio del Grillo
I suoi scherzi sono leggendari: si va da quello cattivissimo di lanciare monete roventi alla plebaglia che si raduna nel cortile del suo palazzo alla beffa che gli costa quasi il carcere, far suonare le campane a morto in città, quasi fosse scomparso il Papa, all’allontanamento della sorella che aveva chiesto un posto più consono per suo marito.
Arriverà anche per Onofrio il momento in cui gli scherzi lasceranno il posto al rischio della decapitazione; il Papa restituirà con gli interessi tutti gli scherzi fin là ricevuti mandando sul patibolo quello che crede sia il marchese Del Grillo.
Ma anche questa volta il nobile riuscirà a beffare il Papa mandando sul patibolo un disgraziato carbonaro che gli assomiglia come una goccia d’acqua.
Ovviamente il carbonaro non verrà giustiziato perchè il Papa sospenderà l’esecuzione, avendo nelle intenzioni solo la voglia di spaventare Onofrio Del Grillo.
Monicelli dirige un Alberto Sordi in stato di grazia nel 1981 in questa opera dal titolo eloquente, Il Marchese Del Grillo, quasi a indicare l’assoluto protagonista del film, che è l’attore romano che da vita ad una delle sue caratteristiche maschere.
Un film che da subito ottiene incassi eccezionali, piazzandosi a fine anno dietro soltanto al solito Celentano protagonista di Innamorato pazzo, venne accolto in maniera difforme dalla critica.
E va detto subito che molte perplessità dei critici stessi avevano ragione d’essere: aldilà della goliardia che contraddistingue il personaggio di Onofrio del Grillo, la sua affascinante carognaggine, la sua maschera romana a metà strada tra il popolare e il nobile sprezzante, quello che non convince è in primis l’eccessiva lunghezza del film dilatata oltre il consentito e il sopportabile usando come riferimento una trama che in pratica non esiste.
Perchè il vero, assoluto protagonista resta Onofrio/Sordi, che caratterizza all’estremo l’ignavia, la supponenza, la maleducazione e l’arroganza del nobile senza però supportarla con una fustigazione della classe nobiliare, o anche con una condanna dei modi oltraggiosi con cui il Marchese tratta gli altri.

La cantante e attrice francese Olimpia, amante di Onofrio (l’attrice Caroline Berg)
Anzi.
Monicelli sembra strizzare l’occhio alla commedia umoristica più disimpegnata, estranenandosi completamente da qualsiasi condanna degli eccessi di Onofrio, che in fondo è figlio di quella classe nobiliare che tante responsabilità ebbe nel triste periodo della Roma papalina, quella del Papa re, del potere temporale nettamente predominante su quello spirituale.
Alla fine infatti il film sembra più un red carpet per l’attore romano, che grazie alla sua verve, alla sua capacità d padroneggiare il dialetto in maniera impareggiabile, rende il prodotto finale più simile ad una galleria comica che ad un’opera organica.
Faustina, l’attrice Angela Campanella (“ma che dormi tutta ignuda?”)
Sordi oscura tutti, perchè è addosso a lui che è cucito il personaggio del marchese ignavo e fancazzista, che si fa beffe di tutto, dall’autorità costituita alla famiglia, dal potere religioso agli amici.
Un personaggio, quello di Onofrio, che si fa perdonare proprio per la straordinaria caratterizzazione di Sordi: i suoi scherzi di pessimo gusto, le sue battute discutibili come la celebre “Ah… Mi dispiace, ma io so’ io, e voi nun siete un cazzo!” sarebbero diventate imperdonabili in bocca a chiunque se non fosse stato per il Sordi quasi mefistofelico che si cala nei panni di Onofrio in maniera simbiotica.
Poichè all’Albertone si perdona tutto, si arriva a godere degli scherzacci che Onofrio fà, compreso quello crudele fatto ad Aronne Piperno.
Tutto ciò però alla fine probabilmente non basta.
L’Onofrio di Monicelli sembra da un lato voler ridicolizzare il potere, dall’altro usarlo solo per il suo divertimento.
La sua condanna del potere è essenzialmente goliardica, perchè in fondo quello è il suo mondo; lo prende in burla ma ci vive dentro, e ci vive comodamente.
Non va dimenticato però che nelle intenzioni di Monicelli probabilmente non c’era la denuncia di un sistema, quanto una sua raffigurazione ironica e goliardica.
Con questa chiave di lettura il film funziona nei limiti sopra descritti; la comicità, a tratti, è irresistibile, grazie anche al bel cast allestito dal maestro Monicelli.
Spicca su tutti Paolo Stoppa il pontefice Pio VII.

La celebre sequenza dello strip di Olimpia
Storicamente però Monicelli prende un abbaglio, usando il dialetto romano in bocca ad un pontefice che era di nascita cesenate.
Altri interpreti sono uno straordinario Flavio Bucci, che veste i panni di Don Bastiano uno spretato diventato un brigante e dal quale ascoltiamo probabilmente le uniche veementi accuse all’apparato ecclesiastico; poi citerei ancora Marc Porel nei panni del capitano francese Blanchard, Marina Confalone, ovvero la sorella Camilla afflitta da una pesante alitosi, Giorgio Gobbi ovvero Ricciardo domestico tuttofare e compagno di avventure di Onofrio.
Ancora, in ruoli minori citerei Elena Fiore, Sal Borgese, Leopoldo Trieste.
Ben curata la fotografia, così come i costumi, del resto uno dei marchi di fabbrica di Monicelli, mentre per le location il regista utilizza alcuni espedienti per raffigurare per esempio la dimora romana di Onofrio del Grillo, che in realtà è Palazzo Pfanner situato in Lucca e per l’occasione mascherato per nascondere il magnifico panorama della città toscana;le scene ambientate nel teatro, nel quale assistiamo alla perormance dei “castrati”, come li chiama Onofrio in realtà non è a Roma ma è il bellissimo teatro di Amelia, in Umbria.

Onofrio del Grillo con il fido servitore Ricciotto
In ultimo vorrei fare un paragone ( quasi improponibile) tra questo film e un’altra opera diretta nel 1977 da Luigi Magni, In nome del papa re, anch’essa ambientata nella Roma papalina anche se temporalmente distante circa sessantanni, visto che la storia di Magni si volge verso la fine del potere temporale e racconta delle ultime esecuzioni avvenute proprio nella Roma del papa re.
Se i due film hanno la stessa ambientazione, quasi lo stesso uso ossessivo del dialetto, descrivono una corte papale poco spirituale e troppo terrestre, differiscono enormemente proprio per la carica di denuncia che contengono.
Appena abbozzata nel film di Comencini, vibrante e durissima nel film di Magni.
Che da questo punto di vista risulta di gran lunga più interessante del film di Monicelli.
Ma probabilmente è voler cercare un termine di raffronto assolutamente improponibile.
Monicelli girà un film comico con venature sulfuree, e in fondo centra l’obiettivo.

L’esecuzione di fra Bastiano, uno straordinario Flavio Bucci
Il marchese del Grillo, un film di Mario Monicelli. Con Alberto Sordi, Caroline Berg, Andrea Bevilacqua, Flavio Bucci, Giorgio Gobbi,Cochi Ponzoni, Marc Porel, Paolo Stoppa, Marina Confalone, Isabel Linnartz, Elena Daskowa Valenzano, Pietro Tordi, Angela Campanella, Isabella De Bernardi, Gianni di Pinto, Salvatore Jacono, Ivan de Paolo, Camillo Milli, Elisa Mainardi, Jacques Herlin, Elena Fiore, Riccardo Billi, Leopoldo Trieste, Renzo Rinaldi, Tommaso Bianco
Commedia, durata 133 min. – Italia, Francia 1981.
Alberto Sordi: Onofrio del Grillo/Gasperino il carbonaio
Caroline Berg: Olimpia
Andrea Bevilacqua: Pompeo
Riccardo Billi: Aronne Piperno
Isabella De Bernardi: figlia di Gasperino il carbonaio
Elisa Mainardi: Moglie di Gasperino il carbonaio
Flavio Bucci: Don Bastiano
Giorgio Gobbi: Ricciotto
Cochi Ponzoni: conte Rambaldo
Marc Porel: capitano Blanchard
Paolo Stoppa: papa Pio VII
Camillo Milli: il cardinale Segretario di Stato
Leopoldo Trieste: don Sabino
Marina Confalone: Camilla del Grillo
Isabelle Linnartz: Genuflessa del Grillo
Elena Daskowa Valenzano: la Marchesa del Grillo
Pietro Tordi: Mons. Terenzio del Grillo
Angela Campanella: Faustina
Elena Fiore: madre di Faustina
Tommaso Bianco: l’amministratore dei del Grillo
Gianni Di Pinto: Marcuccio
Jacques Herlin:Rabet
Salvatore Jacono: Bargello
Renzo Rinaldi: il commissario pontificio
Sal Borgese: il giocatore d’azzardo
Regia Mario Monicelli
Soggetto Bernardino Zapponi, Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Mario Monicelli, Tullio Pinelli
Sceneggiatura Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Mario Monicelli, Tullio Pinelli, Alberto Sordi
Produttore Luciano De Feo
Casa di produzione Opera Film Produzione
Fotografia Sergio D’Offizi
Montaggio Ruggiero Mastroianni
Musiche Nicola Piovani
Scenografia Lorenzo Baraldi
Costumi Gianna Gissi
Trucco Giancarlo De Leonardis
Sfondi Canale Monterano, Roma
Le recensioni appartengono al sito http://www.davinotti.com
TUTTI I DIRITTI RISERVATI
Lentissima pellicola, che si riscatta qua e là con alcune trovate e, specialmente, con la maestrìa che Sordi sa mettere in ogni parola(ccia), in ogni cenno, in ogni movimento. Ma, tolto il suo genio, resta poco sugo, perché le cose buone ci sono, ma sono diluitissime. Alla fin dei conti si apprezzano di più le apparizioni di Paolo Stoppa, papa tanto indimenticabile quanto poco prolisso. Solo sufficiente.
Il film funziona come ritratto della nobiltà romana in un’epoca particolare e corrotta, come quella dello stato pontificio. Da questo punto di vista è esemplare la figura del protagonista, interpretato da un Alberto Sordi in forma, che ne fa un ritratto che è nello stesso tempo cinico e bonario, recitando anche il ruolo del popolano sosia del marchese. Buone la ricostruzione scenografica e la regia di Monicelli (è uno dei suoi ultimi grandi film), così come la caratterizzazione dei personaggi “minori” (specie il papa Stoppa e il bandito Bucci).
Aristocratico imbelle e beffardo impegnato in stupide burle nella Roma papalina dell’800. Commedia scanzonata, costruita su misura per Sordi, che si diverte in un personaggio della mitologia romanesca. Ma non sono esenti dal divertimento (loro e nostro) il sornione Stoppa e lo stralunato Bucci. Carino, simpatico, a tratti arguto nella critica (anche esplicita) a tutte le nobiltà conquistate per nascita anziché sul campo, il film è godibile e ben fatto, anche se non si può certo annoverare tra quelli memorabili.
Sordi è perfettamente a suo agio con un simile personaggio e, indubbiamente, si vede. Ed è soprattutto grazie a lui e a Stoppa (il papa, che però non si vede molto), che la pellicola merita di essere vista, nonostante il ritmo altalenante e i momenti non sempre felici (a volte arranca e c’è una certa pesantezza, che però viene attenuata dalla freschezza della recitazione dei protagonisti). Sforbiciandolo qua e là sarebbe stato sicuramente un buon film, mentre così, pur non essendo male, finisce per stancare un po’.
Onofrio del Grillo è un vitellone ante litteram, nobilastro papalino sfaccendato, che passa il suo tempo a organizzare scherzi, persino alle spalle del Papa. Sordi lo incarna perfettamente, concedendosi anche una divagazione nella parte del povero carbonaio. Il film è divertente e alcuni momenti sono molto azzeccati, ma nel complesso si sente aria di smobilitazione, la fine di un attore che da lì in poi farà poco. La morale di fondo, se di morale si può parlare, è comunque discutibile.
Davvero non male. Sordi è l’ottimo marchese del Grillo, nobile che passa sopra ai sottoposti con una facilità sconcertante. Monicelli ci offre una notevole commedia con alcuni momenti davvero divertenti. Ottimi Stoppa papa e Bucci criminale; c’è pure il povero Marc Porel nel ruolo di un francese. Buono il tema musicale.
Romanità becera, forse eccessivamente istrionica e volta al divertimento più che ad una ricostruzione storica della Roma che fu; tuttavia Sordi, con il suo cinico sarcasmo e la rappresentazione del pressapochismo, ha saputo conquistare. Merito di una vicenda divertente e ben costruita, dove l’Albertone nazionale sfoggia le sue battute (tra cui spicca l’eterna “perché io so io e voi nun siete un cazzo…”). Fu un successo al cinema, riconfermato poi dai sempre ottimi ascolti nelle innumerevoli messe in onda televisive.
Il Marchese del grillo è un nobile decaduto, ma piuttosto avido e opportunista, che gioca brutti scherzi alle persone. Un ruolo su misura per Alberto Sordi che, nonostante alcuni buchi di sceneggiatura, ci sguazza dentro con bravura. Commedia che varia dal grottesco al melodrammatico e si lascia guardare.
Uno dei film che Monicelli ricorda meno volentieri e ci credo! Il grande regista, di solito attento a coniugare il tenore di commedia ad un’idea di coscienza civile o di analisi di caratteri e che ci aveva presentato grandi affreschi corali (unico tra i nostri a fare film con “multiprotagonisti”), racconta la storia sgradevole di un opportunista antipatico, infingardo, i cui difetti, italianissimi, vengono quasi definiti eroici o perlomeno sdoganati dalle non sempre felici battute di un Sordi odioso.
Ultimo exploit attoriale e di incassi di Sordi prima del malinconico declino. La trama combina la quintessenza del personaggio con elementi da teatro antico (lo scambio con il sosia). Qualche volgarità e al solito un po’ di misoginia non scalfiscono il divertimento che la pellicola vuole trasmettere. Rimaste nell’immaginario alcune celeberrime scene e alcune battute.
Certo non il miglior Monicelli, ma con un Sordi (sdoppiato) strepitoso. La trama è curata (per quanto giochi sull’equivoco del doppio già caro ai greci) e i dialoghi sono a tratti decisamente piacevoli. Affresco del tempo non poi così falsato, anzi. La pellicola è venata da cinismo e un’amara ironia di fondo. Potrebbe esser un’efficace allegoria dei tempi moderni. Attori comprimari assolutamente all’altezza.
Divertente pellicola che vede protagonista uno scatenato Sordi. Monicelli dirige con scioltezza e lascia che a giostrarsela sia un Sordi davvero perfetto per il ruolo. È lui che con le sue battute e i suoi lazzi a rendere la pellicola memorabile. Da ricordare sopratutto i suoi duetti con l’altrettanto memorabile Paolo Stoppa e la ormai mitica battuta “Io so’ io e voi non siete un…”.
Il marchese del Grillo, burlone e irriverente nei confronti di tutto e tutti (Papa compreso), è il personaggio/caricatura della nobiltà italiana del periodo Napoleonico. Gli piace farsi scherno della legge e delle regole: una volta dimostrato il suo assioma, è disposto a tornare sui suoi passi e risarcire i malcapitati e involontari attori dei suoi “giochi”. Metafora dell’uomo alla ricerca della propria identità. Monicelli mette in mostra un mondo malato.
Forse l’ultima grande interpretazione del grande Alberto. Monicelli costruisce un film sulle capacità recitative dell’attore romano con trovate e gag memorabili. Gli scherzi del Marchese e l’ubiquità con il carbonaro Gasperino fanno ridere con gusto. Sordi non si risparmia e costruisce un personaggio guascone ed irriverente che si diverte a cozzare contro i pregiudizi del tempo. Da vedere più volte per carpire quell’indolenza romana sempre pronta alla battuta.
Splendido collage di gag e goliardate varie con un Sordi ultra-mattatore nel ruolo del nobile dedito agli scherzi ed ogni sorta di divertimento; ma si apprezzano anche i momenti più seri, come l’impiccagione del bandito-cangaceiro o la lunga gag sulla morte della giustizia. Non un capolavoro assoluto, ma un ottimo esempio di commedia all’italiana.
Personaggio perfetto per un Sordi che esprime al meglio la sua bravura e il suo essere romano. Il nobile nella Roma papalina all’inizio del 1800 e al servizio di Papa Pio VII (l’ottimo Paolo Stoppa) passa il tempo tra divertimenti e scherzi ai danni di personaggi del popolino, costretti a subire il nobile intoccabile, che si fa beffe anche della giustizia. A non rendere del tutto negativa la figura del marchese sono le sue intelligenza e coscienza delle azioni che commette, a dimostrazione che nella società vince sempre il più forte. Buona la regia.
Splendida interpretazione di Sordi per un Marchese che veramente non si dimentica. Gag strepitose, battute azzeccate. Assolutamente divertente. A fare da cornice c’è una Roma dei primi dell’Ottocento. Da ricordare le scene con Don Bastiano e quelle con la strega.
Ultima grande (a mio avviso) interpretazione di un Sordi in formissima e gigioneggiante sorretto dalla regia del maestro Monicelli, alterna trovate divertentissime a momenti un po’ più spenti ma mai noiosi. Ottimo il cast di supporto in cui figura anche un Marc Porel che purtroppo morirà di lì ad un paio di anni. Citazione per un Paolo Stoppa perfetto con la sua “maschera” nei panni del Papa Pio VIII.

Il teatro di Amelia, nel quale recita e canta Olimpia

La Galleria Pannini di Villa Grazioli a Grottaferrata, luogo nel quale Onofrio incontra i mendicanti

Palazzo Pfanner a Lucca, la dimora di Onofrio

La loggia dei Cavalieri di Rodi a Roma

Il Casale di via delle Pietrische a Manziana, nel quale si ferma Onofrio

Le rovine di Monterano, rifugio del frate/brigante Bastiano
Guarda a quei castrati, come je girano le palle
Quanno se scherza bisogna esse seri
Se tu parli male del papa, io rido..se io parlo male de Napoleone tu ti incazzi..et voilà la diffèrence!!!
Che ci volete fare: io so io, e voi non siete un cazzo!
Cia l’alito che ammazza le mosche al volo…MACERATA sarebbe la distanza giusta pe non sentilla piu’….
Il marchese del grillo non chiede mai sconti paga o non paga e io nun te pago!…ma tutto Aronne mio tanto comincio a dì che nell’armadio che tu hai costruito io c’ho sbattuto un ginocchio che me sò fatto pure male non è una buona ragione questa?
Ecchime ma’, ammazza come sei rinseccolita sembri un tizzo de carbone nera nera…
“Ma cosa sono queste confidenze?”
A ma’ te stavo a saluta’ mica te stavo a da un calcio n’culo
Tu sei giudeo, l’antenati tua hanno messo in croce nostro Signore…. posso esse ancora un pò incazzato pe sto fatto!?
Mia cara Olimpia, mettete ‘n pompa, che quel grillaccio del Marchese sempre zompa! Chi zompa allegramente bene campa.
Rimane sempre er mistero però che te te spogli in camera da figlia e poi vieni a scopaà in camera da madre….dimme te….
Ter fortunato che t’ho trovato in compagnia del marchese; perché sennò a te, se ti pigliavo da solo ti sisitemavo: ti schiaffavo quattro chiodi e ti mettevo in croce qua sopra. Così t’imparavi a rispettare Dio, la Madonna e i santi. E fatevi il nome del Padre, porca puttana.
Adesso, pure io posso perdonare che mi ha fatto male: in primis, al Papa, che si crede il padrone del cielo, in secundis, a Napulioune, che si crede il padrone della Terra, e per ultimo al boia, qua, che si crede il padrone della morte, ma soprattutto, posso perdonare a voi, figli miei, che non siete padroni di un cazzo!
Spiando Marina
Nel passato di Mark Derrik, ex poliziotto della squadra narcotici di Miami c’è una tragedia immensa; ha perso la moglie e il figlio, trucidati da una banda di mafiosi legati al traffico internazionale di droga.
Mark, che tempo addietro si è fatto corrompere proprio dalla principale banda che operava nel campo degli stupefacenti, è stato scoperto e mandato sotto processo.
Per evitare una condanna pesantissima, aveva svelato nomi e identità della banda, ottenendo così in cambio l’impunità.
Ingaggiato per diventare il killer del capo della banda mafiosa che gli ha sterminato la famiglia, Mark arriva a Buenos Aires per compiere la sua missione.
Si installa quindi in un elegante appartamento che diventa la sua base operativa.
Dall’appartamento adiacente però arrivano spesso gemiti e lamenti di una donna; Mark scopre che la protagonista di perversi giochi erotici è una splendida ragazza, Marina Valdez, coinvolta in giochi estremi sadomaso con quelli che all’inizio sembrano essere degli sconosciuti.
Attratto irresistibilmente dalla appariscente ragazza, Mark inizia così a spiarla, scoprendone i giochi viziosi.
La vede anche amoreggiare con un serpente; sarà proprio il serpente la causa del loro incontro, che si trasformerà ben presto per Mark in una torrida relazione.
Anche perchè il caso vuole che l’amante di Marina sia i realtà il suo bersaglio….
Sergio Martino, autore di alcuni interessanti thriller targati anni settanta come Lo strano vizio della Signora Wardh , La coda dello scorpione, Tutti i colori del buio,Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave e I corpi presentano tracce di violenza carnale gira nel 1992 usando lo pseudonimo di George Raminto questo thriller soft core lontanissimo da quei film citati prima che si erano distinti ia per la buona tenuta della trama sia per la cura con cui erano stati girati.
Con Spiando Marina il regista cerca di cavalcare l’onda del pruriginoso tout court, usando come interprete principale la prosperosa Deborah caprioglio, che due anni prima aveva conosciuto una larga ntorietà grazie al film di Tinto Brass Paprika.
Il prodotto finale è decisamente scialbo, debolissimo sia nella trama che nello svolgimento, con un colpo di scena finale che è ampiamente previsto, vista l’assoluta e pretestuosa inconsistenza della trama stessa, avviluppata attorno alle morbide e abbondanti forme della Caprioglio.
Che naturalmente è inquadrata sopratutto nel suo punto forte, quel seno abnorme che ne fece la fortuna nel brassiano Paprika.
A parte qualche metro quadro di capezzoli e di pube, il film non presenta alcun elemento per cui valga la pena esser visto.
Inutilmente il mestierante Martino punta la cinepresa sul torbido, usando anche un serpente per turbare lo spettatore:nulla di nuovo comunque, visto che l’ineffabile Jonas Reiner ci aveva provato ben 12 anni prima usando un pitone in una scena al calor bianco nel film Libidine, con protagonista l’ex bambina prodigio Cinzia De Carolis,
accompagnata nell’occasione dalla porno star Marina Frajese e dall’ex trans Ajita Wilson.
Il film si sviluppa quindi monotonamente attorno al rapporto che viene a stabilirsi tra Marina e Mark, insistendo ovviamente proprio sulla parte più voyeuristica.
Alla fine la noia assale come un narcotico lo spettatore; siamo ormai nel periodo di massima crisi del cinema italiano, con prodotti come questo destinato solamente a solleticare gli istinti meno confessabili dello spettatore.
Da dimenticare quasi tutto.
Anzi, toglierei il quasi e direi che a predominare in assoluto è lo squallore.
Non c’è nulla da salvare, in realtà: la recitazione non raggiunge nemmeno l’insufficienza, location e fotografia sono da minimo sindacale.
Se a qualcuno alla fine Spiando Marina è anche piaciuto, beh, buon per lui.
Il cinema non è assolutamente questo.
Spiando Marina, un film di George Raminto (Sergio Martino). Con Debora Caprioglio, Leonardo Treviglio, Steve Bond,Raffaella Offidani– Erotico, durata 97 min. – Italia 1992.
Debora Caprioglio – Marina Valdez
Steve Bond – Mark Derrick
Sharon Twomey – Irene
Leonardo Treviglio – Hank
Pedro Loeb – Steinberg
Raffaella Offidani -Prostituta
Martín Coria – Indio
Roberto Ricci- Killer
Regia: Sergio Martino
Sceneggiatura: Sergio Martino e Piero Regnoli
Musiche: Luigi Ceccarelli
Editing: Alberto Moriani
Costumi: Silvio Laurenzi
Le recensioni appartengono al sito http://www.davinotti.com
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Disastroso tentativo di commistione fra noir ed erotico, con dialoghi tremendi (presumibilmente regnoliani) e recitazione davvero mediocre di tutti, con la vistosa eccezione della Caprioglio, che è addirittura agghiacciante. Il tutto in una desolante povertà di luoghi e di idee, qualora si escluda il primo dei colpi di scena, peraltro rovinato da quelli (telefonatissimi) successivi, fino al grottesco finale strisciante. Il cinema e la logica sono i grandi assenti. Nel grande vuoto, per di più, la musica apppare invadente.
Ammettiamolo una buona volta: l’erotismo non sempre (o non solo) è dato da due tette al vento ed un (pur bel) paio di chiappe in bella vista. La Caprioglio veniva dal brassiano Paprika e, a suo modo, era famosa. Ma non è (meglio era) quella bellezza in grado di affascinare, apparendo troppo “terrena” e spesso volgare. Per il resto Martino è un regista in grado di dare ritmo al film, inserendo un intermezzo noir (il poliziotto ed il mafioso) ed utilizzando un discreto reparto musicale a cura di Luigi Ceccarelli.
Questo disastroso thriller erotico firmato da Martino (con cognome anagrammato…) si basa tutto sulla bellezza della brassiana Caprioglio, che concede un amplesso dopo l’altro, inframmeazandoli con una recitazione imbarazzante. Colpi di scena finale; blandi richiami a 9 settimane e a Orchidea selvaggia e qualche flashback, con svogliate scene di sparatorie. I tempi dei gialli martiniani Hilton-Fenech sono solo un ricordo…
Noioso e stucchevole thriller blandamente erotico firmato con uno pseudonimo da un Martino che forse si vergognava del lavoro svolto e che qui raggiunge uno dei punti più bassi della sua carriera. Inutile, infatti, cercare il più piccolo briciolo di tensione o di sensualità. L’unica cosa che abbonda è la noia.
“Se mi dai un colpo con quelle tette mi ammazzi”. Eddie Murphy (in Una poltrona per due) aveva già scritto la recensione di questo film. Considerato il differenziale di reddito, lo pregherei di lasciarmela usare senza esigere copyright. La storia in sé non è nemmeno male, con l’ex cop corrotto costretto a fare l’assassino a contratto in Sudamerica. Però la comanda è chiara: dateci dentro con la Debbborahhh (con l’acca). Il ½ in più lo metto solo perché non sono insensibile al tipo fisico in questione. Il resto è tragicommedia.
Orrido. D’accordo che la Caprioglio è un belvedere indiscutibile (anche se a me qui risulta leggermente acerba), ma da Sergio Martino ci si aspetterebbe qualcosa di più. Come tutti i film da lui diretti dagli Anni Ottanta, un altro film orrendo. Dedicato ai vouyeristi convinti.
Da un maestro del thriller all’ italiana una schifezza senza arte né parte. Riflette in pieno lo squallore del cinema italiano Anni Novanta; la bella Caprioglio allora in auge non basta a salvare questa squallida pellicola. Trama poco originale, che mi ricorda il bruttissimo Sensi.
Banalissimo sul versante thriller e risibile su quello erotico. Scialbo, finto, patetico pseudo film girato da un Martino che nulla può più chiedere alla propria carriera. Egli, infatti, ha dato il meglio di sè in anni passati, sopratutto con Banfi. Imbarazzante a dir poco il cast. La Caprioglio è bellissima ma in quanto a recitare è meglio stendere un velo pietoso. E cosi gli altri. Da evitare.

























































































































































































































































