Violentata sulla sabbia

Vanina e Juliette sono due giovani amiche che si recano in Sardegna in vacanza.
Ma Vanina non riesce a rilassarsi nemmeno in vacanza: nella sua mente, come in un incubo, scorrono di continuo le immagini di quando era piccola e assistette impotente allo stupro con conseguente omicidio della madre.
Il drammatico episodio ha ovviamente lasciato degli strascichi, che condizionano la vita della ragazza.
Giunte in paese, le ragazze devono fare i conti con la mancanza di soldi a cui si aggiunge la cronica mancanza di alloggi poichè siamo in piena estate e il posto pullula di turisti.
L’unica opportunità di alloggio è la casetta dimessa di un pescatore locale, che naturalmente non rimane indifferente davanti alle grazie delle due donne.
Per Vanina tuttavia il trauma subito è diventato un’autentica ossessione, tanto da farle desiderare di provare la stessa esperienza della madre, ovvero essere violentata per liberarsi dai suoi fantasmi.

Una giovanissima Carole Andrè è Vanina
Cosa che puntualmente avverrà e alla fine Vanina, finalmente guarita, finirà le vacanze e tornerà a casa con la fedele amica.
Trama a dir poco ridicola e farsesca, quella di Violentata sulla sabbia, opera seconda (ed ultima) di Renzo Cerrato, che nel 1968 aveva diretto il discreto Niente rose per OSS 117.
Qui invece siamo di fronte ad un film eccessivamente verboso, con una trama discutibile rimaneggiata da un romanzo di André Pieyre de Mandiargues, che può essere visto solo per due motivi.


Il primo dei quali è la presenza di Carole Andrè, la leggendaria Perla di Labuan del Sandokan televisivo, bellissima e seducente dall’alto dei suoi 18 anni; l’altro è lo splendido scenario naturale della Sardegna, fatto di distese di sabbia incontaminate e mare dai colori cangianti tra il verde smeraldo e l’azzurro cobalto.
Il resto è solo confusione, dialoghi davvero difficili da digerire e la continua preparazione di Vanina al suo personale colpo di teatro, quando cioè alla fine, dopo aver predisposto con accuratezza lo scenario della violenza carnale che deve subire, ottiene ciò che vuole in riva al mare e di sera, mentre un’insopportabile voce fuori campo ci esplica sui pensieri segreti della ragazza.
L’unico vero motivo di interesse diventa così l’assistere alle evoluzioni psicologiche di Vanina, che includono una performance fisica in cui cosparsa di vernice dorata (in pura imitazione 007 Goldfinger) si sdraia su un letto spiata morbosamente dal suo futuro amante di una sera.


La splendida location sarda (l’oscurità dei fotogrammi è naturale)
Sbaglia chi crede di trovarsi ad un film erotico, perchè di eros non c’è nemmeno l’ombra e la Andrè si mostra davvero con parsimonia.
Un film sciatto, quindi, che non riveste alcun particolare interesse se non dal punto di vista naturalistico e paesaggistico.
E’ bello vedere la Sardegna di inizi settanta incontaminata e non ancora aggredita dal turismo di massa e dalla cementificazione.


In quanto al cast attoriale, detto che la Andrè è bella da vedere e tutto sommato non recita affatto male si può accennare davvero di sfuggita al resto del cast che include il compianto Angelo Infanti (scomparso ad ottobre 2010), Bruno Alias, Tiberio Murgia, Kiki Caron e Marisa Solinas.
Ottima la fotografia, discreto il tema musicale, mentre la location è l’incantevole Siniscola nella frazione di Santa Lucia, nelle Baronie in Sardegna.
Violentata sulla sabbia
Un film di Renzo Cerrato. Con Angelo Infanti, Marisa Solinas, Carole André, Giustino Durano, Kiki Caron, Pietro Tordi, Tiberio Murgia Drammatico, durata 92 min. – Italia 1971











Carole Andrè- Vanina
Kiki Caron- Juliette

Regia Renzo Cerrato
Soggetto André Pieyre de Mandiargues
Sceneggiatura Giovanni Simonelli
Pierluigi Ciriaci
Casa di produzione Comacico
Milvia Cinematografica
Fotografia Edmond Séchan
Montaggio Raimondo Crociani
Musiche Gianfranco Plenizio

Bubù

La bella e giovane Berta lavora in una filanda, sognando come tutte le ragazze della sua età solamente un amore e una vita tranquilla.
Crede di realizzare i suoi sogni il giorno che incontra Bubù, un giovane che dice di lavorare come fornaio.
Ma Bubu non ha alcuna voglia di lavorare e dopo aver fatto facilmente breccia nel cuore della ingenua Berta, la convince a prostituirsi con la scusa che in questo modo avranno presto i soldi per sposarsi.
Berta, innamorata, accondiscende e da quel momento diventa una delle tante ragazze parigine costrette a vendere il proprio corpo per una manciata di denaro.
La vita avvilente che fa la convince sempre più a cercare di uscire dal tunnel nel quale si è infilata e la cosa sembra diventare possibile quando Bubù viene arrestato; Berta, che nel frattempo ha conosciuto tra i suoi clienti il timido Piero, sogna di potersi rifare una vita con lui. Per qualche tempo il sogno sembra potersi realizzare perchè la ragazza torna ad essere una ragazza qualsiasi, innamorata del suo uomo e che fa le cose più innocenti, come una passeggiata o mangiare in compagnia un gelato.
Ma Bubu esce dal carcere e…..

Tratto dal romanzo di Charles-Louis Philippe dal titolo Bubu di Montparnasse e ridotto per lo schermo da Mauro Bolognini nel 1971, Bubu è un film che ricalca quasi fedelmente il romanzo originale dal quale si distingue solamente in qualche cosa che non aggiunge o toglie nulla all’originale scritto da Philippe nel 1901
Un film raffinato, come del resto nella tradizione del regista toscano, che nei due anni precedenti alla realizzazione di questo film aveva diretto il protagonista principale, l’attore Massimo Ranieri, in due film di buon successo, ovvero Metello e Imputazione di omicidio per uno studente.
Bolognini ricostituisce quindi la coppia Massimo Ranieri-Ottavia Piccolo, che così buona prova di se aveva dato in Metello, uno dei grandi successi della stagione 1970 e affida loro i due personaggi chiave della storia, ovvero il timido e impacciato Piero e la ingenua e sprovveduta Berta.

Ottavia Piccolo

Massimo Ranieri e Gigi Proietti
Attorno alle vicende dei due impossibili amanti, Bolognini ricrea l’atmosfera di una Parigi degli inizi 900 vista nei suoi angoli più autenticamente popolari; la tintoria, i boulevard secondari, la squallidissima stanza o le stanze sempre disadorne nelle quali la sventurata Berta riceve i suoi amanti di un’ora si aggiungono ad una visione di una Parigi non di certo da cartolina, come del resto appariva nel romanzo di Phlippe.
E’ questa una delle caratteristiche principali del film di Bolognini, del resto sempre attento nel corso della sua carriera nell’offrire allo spettatore una visione del contesto storico e sociale quanto più aderente possibile all’evento narrato.
Come in Metello o in L’eredità Ferramonti o in Per le antiche scale, l’ambiente finisce per avere una predominanza fortissima;


ma ovviamente il tutto si amalgama nella storia raccontata che ha, al centro dell’attenzione, la vita dei personaggi che animano il film.
In questo caso i personaggi focalizzati e raccontati sono tre; il primo è il classico ragazzo da mauveais rue, il fornaio Bubu, lo squallido corruttore della giovane Berta.
Un uomo privo di ogni regola morale, poco o per nulla attratto dal lavoro che scopre come svangare la giornata nel momento in cui conosce la timida Berta.
La quale è la classica ragazza del proletariato che altro non sogna che l’amore e la famiglia.
Una ragazza già consapevole che nel suo strato sociale altre scelte di vita non sono possibili e che quindi accetta con fatalità la sorte che le viene dalla sua estrazione popolare.
Per amore Berta sceglierà di assecondare lo scaltro Bubu, che le promette il matrimonio ma che la convince anche ad abbreviare i tempi per raggiungerlo nel modo più veloce possibile, ovvero inducendo la disgraziata ragazza alla prosituzione.


Così Berta finisce per diventare una donna perduta, una prostituta che passa da cliente a cliente per racimolare i soldi che il furbo Bubu comunque le estorce e che ben presto si mostrerà per quello che è nella realtà, un pappone che ha scoperto come vivere comodamente senza lavorare.
Il sogno di Berta quindi si dissolve ma riacquista forza il giorno che il suo sfruttatore finisce in prigione; l’affetto sincero di Piero, che la ama e vorrebbe trascinarla fuori dal fango nel quale è caduta sembra davvero essere in grado di compiere il miracolo.
Ma il destino di Berta è segnato e il finale, amarissimo, mostrerà come il sogno della ragazza e di tante altre sue coetanee sia destinato a restare tale.
Accanto alle squallide vicende di Bubu e Berta, appena nobilitate dall’amore disinteressato di Piero, si muove un mondo sordido e corrotto, una Parigi letteralmente divisa in due: da un lato gli eleganti lungo Senna e i giardini curatissimi, la borghesia che sfoggia vestiti eleganti e cappellini, ombrelli finemente ricamati e carrozze, dall’altro le condizioni di vita miserabili del proletariato, lo squallore che diventa emblema assoluto di una classe sociale.
Accanto alla descrizione accurata di Bolognini, vero punto di forza del film che si muove su una sceneggiatura lineare e semplice vincolata com’è dal romanzo breve di Philippe va segnalata la prova maiuscola dei due attori principali.
Ottavia Piccolo, bellissima e intensa, è una Berta credibilissima, quasi francese nel suo essere così naturalmente inserita nella struttura portante del film, quel mondo proletario che ne esalta la virginea bellezza che verrà deturpata proprio dal mondo nel quale vive e dal quale non c’è via d’uscita.

Molto bravo anche Massimo Ranieri, attore credibilissimo capace di dare un’aria di pulizia ad un personaggio che in fondo richiedeva solo questo, ovvero essere in contrasto palese con il mondo sordido nel quale vive Berta.
L’attore napoletano conferma quindi la sua abilità istrionica, così come molto convincenti sono le altre interpretazioni degli altri personaggi del film, a partire da quella dello squallido Bubu interpretato da Antonio Falsi e quella di Gigi Proietti, questa volta sacrificato in un ruolo secondario.

Splendida la fotografia di Guarnieri, adeguate le musiche di Rustichelli.
A margine mi preme sottolineare una cosa, ovvero l’accoglienza fredda, quasi snob riservata al film alla sua uscita.
Il che evidenzia un aspetto paradossale della cinematografia dell’epoca; se si snobba un film di ottima fattura come questo, vuol dire che la critica cinematografica dell’epoca era davvero abituata troppo bene, forse complice la grande statura del cinema italiano dell’epoca, che sfornava capolavori e ottimi prodotti a getto continuo.
Gli ipercritici di allora potessero fare un raffronto con la qualità del cinema degli ultimi vent’anni rivaluterebbe il 50% di ciò che venne all’epoca ingiustamente denigrato.

Bubù
Un film di Mauro Bolognini. Con Ottavia Piccolo, Gianna Serra, Luigi Proietti, Massimo Ranieri, Jole Silvani, Marcella Valeri, Brizio Montinaro, Antonio Falsi, Nike Arrighi Titolo originale Bubu. Drammatico- durata 99′ min. – Italia 1971.









Massimo Ranieri… Piero
Ottavia Piccolo … Berta
Antonio Falsi … Bubu
Gigi Proietti … Giulio

Regia: Mauro Bolognini
Sceneggiatura: Mauro Bolognini, Mario di Nardo,Giovanni Testori
Romanzo: Charles-Louis Philippe
Produzione: Manolo Bolognini .
Musiche: Carlo Rustichelli
Montaggio: Nino Baragli
Fotografia: Nino Baragli
Costumi: Piero Tosi


E sul corpo tracce di violenza

Una giovane provinciale francese, Anne Marie, alla ricerca di un lavoro che le dia indipendenza economica e che la appaghi accetta l’invito di una sua amica parigina, Giulia e fa un provino come indossatrice.
Anne Marie è una bella ragazza e supera brillantemente la prova, iniziando a lavorare anche all’estero. A Londra la ragazza posa nuda per un servizio fotografico, incappando nel reato di oscenità. Processata, Anne Marie viene multata; durante un party alla donna viene rimproverata la cosa, e la ragazza decide di andarsene con Mark Desade principalmente per sfuggire ai sorrisetti ironici dei presenti alla festa.
Ma sarà una decisione fatale.
Mark infatti, dopo una cena, la convince a seguirlo a casa sua in campagna dicendole che avrà modo così di conoscere la sua famiglia.

L’umiliante ispezione corporale

L’amica di Anne Marie, Julie (l’attrice Ann Michelle)
E’ una trappola: a casa di Mark la attende un destino terribile, comune ad altre ragazze.
In casa Desade (questo il nome della famiglia, decisamente allusivo) è stato costituito un tribunale assolutamente illegale.
La mamma di Mark, una ex secondina di un carcere cacciata per aver abusato del suo potere agisce in combutta con suo marito Bayley (un giudice cieco in pensione) arrogandosi il diritto di giudicare donne che hanno in qualche modo violato la legge e che da quest’ultima sono state condannate a pene troppo miti, secondo l’irrazionale pensiero di Margareth Desade.
Nella casa, trasformata in una prigione dalle regole severissime, la donna agisce come una kapò nazista; le ragazze detenute sono sottoposte ad una disciplina ferrea e punite alla minima mancanza.


Nelle leggi non scritte della casa, ma esposte con durezza alle prigioniere, c’è un decalogo che prevede punizioni sempre più pesanti in caso di violazione del regolamento.
Si passa infatti, come avrà modo di sperimentare Anne Marie sulla sua pelle, da punizioni corporali (riduzione del cibo, fustigazione ecc.) alla pena capitale in caso di più violazioni delle regole.
La caparbia Anne Marie, ribelle e insofferente a quelle che considera leggi arbitrarie viene alla fine condannata a morte.
Riesce a fuggire, ma si affida alla persona sbagliata.
L’uomo che la raccoglie infatti la riporta alla villa, convinto che questa sia una casa di cura privata.
Anne Marie riesce a contattare Giulia che accorre prontamente con il suo compagno; ma gli avvenimenti precipitano.
Giulia è catturata dalla terribile famiglia, Anne Marie finisce per essere impiccata ma è in arrivo la giusta punizione per i Desade.
Dopo una lite furibonda, Mark viene ucciso da sua madre che subito dopo, sconvolta, si suicida.
Tony, il compagno di Giulia, arriva alla villa con la polizia che può solo liberare le ragazze recluse e arrestare l’ultimo componente della famiglia, il vecchio giudice.
Un buon prodotto, questo E sul corpo tracce di violenza, titolo un pò strambo visto che nell’originale inglese si chiama The house of whipcord, diretto dal regista inglese Peter Walker.

Il film scorre con notevole tensione sorretto da una discreta sceneggiatura e dall’indubbio mestiere di Walker, noto in Italia per La casa del peccato mortale, L’allegro college delle vergini inglesi, per Chi vive in quella casa? e per La casa dalle ombre lunghe ; dopo la parte introduttiva, che racconta brevemente l’antefatto della vita della protagonista Anne Marie, il film sale di livello sia come interesse sia come tensione.
Dal momento dell’arrivo della ragazza a casa Desade è un crescendo di suspence, anche perchè, chi non ha letto la trama, non riesce a capire bene cosa stia per accadere.
Le cose diventano chiare con l’introduzione del personaggio chiave del film, la diabolica e inflessibile signora Margaret; una donna repressa, come scopriremo, che conduce una sua personale battaglia contro quella che considera l’amoralità dei costumi delle sue vittime, delle quali diventa carceriera e poi carnefice, arrogandosi un diritto che a suo giudizio le deriva dalle sentenze pronunciate dal giudice Bayley, suo marito.
Casa Desade così si trasforma in un carcere degno del più buio medioevo, con la famiglia Dessart trasformata in un tribunale dell’Inquisizione.
Con molta furbizia e mestiere, Walker semina qua e la qualche nudo femminile, poco funzionale a tratti alla storia raccontata; un espediente classico per strizzare l’occhio al pubblico più lubrico, che però funziona vista l’assenza (o quasi) di scene erotiche o di sesso.
La tensione resta alta per tutto il film e il finale è in linea con il racconto. La ricostruzione psicologica dei personaggi è abbastanza accurata così come una sottile denunica sul sistema giudiziario inglese.

Mark, l’adescatore

Spietate punizioni
Tornando al film, la protagonista muore pagando colpe inesistenti, se non quelle di aver tenuto testa caparbiamente alla volontà distruttiva di Margaret, ma i colpevoli finiranno per pagare lo stesso prezzo.
A salvarsi sarà solo il vecchio giudice cieco, docile strumento nella mani della diabolica Margaret che però pagherà un prezzo adeguato ai suoi misfatti, con un omicidio perpetrato ai danni di suo figlio e conseguente suicidio, che restano una delle cose migliori del film.
Il cast merita la sufficienza, con la bella Penny Irving che interpreta Anne Marie e Ann Michelle che interpreta Giulia misurate ed efficaci.
Molto bene Barbara Markham, l’auto proclamatasi carnefice di colpevoli che esistono solo nella fantasia malata della donna, così come bene lavora Patrick Barr, il giudice.

L’aguzzina

L’arrivo della polizia
Uscito nel 1974, E sul corpo tracce di violenza passò quasi inosservato per riscuotere qualche anno dopo un discreto successo.
I motivi sono da cercare nell’abbondanza di titoli usciti negli anni d’oro del cinema mondiale, fertili sia dal punto dei biglietti staccati al botteghno sia dal punto di vista strettamente qualitativo dei prodotti offerti.
Il film è stato rieditato in digitale, per cui chi vuole può gustarsi la visione di un prodotto che non deluderà di certo.
…E sul corpo tracce di violenza
Un film di Peter Walker. Con Patrick Barr, Barbara Marham, Penny Irving, Ann Michelle-Titolo originale House of Whipcord. Drammatico, durata 102 min. – Gran Bretagna 1974. –









Penny Irving …Anne Marie
Barbara Markham … La signora Wakehurst
Patrick Barr … Il giudice Bailey
Ray Brooks … Tony
Ann Michelle … Julia
Sheila Keith … Walker
Dorothy Gordon … Bates
Robert Tayman … Mark E. Desade
Ivor Salter … Jack
Karan David … Karen
Celia Quicke … Denise
Ron Smerczak … Ted
Tony Sympson … Henry
udy Robinson … Claire
Jane Hayward … Estelle
Celia Imrie … Barbara

Regia: Pete Walker
Sceneggiatura: David McGillivray e Pete Walker
Produzione: Pete Walker
Musiche: Stanley Myers
Cinematography: Peter Jessop
Montaggio: John Black






Diabolicamente…Letizia
I coniugi Michela e Marcello Martinozzi, pur amandosi, hanno un problema di coppia.
I due infatti non possono avere figli e nonostante consultino medici specializzati devono rassegnarsi all’idea di non riuscire a diventare genitori.
Michela decide così di recuperare dal collegio sua nipote Letizia, che alla morte della sorella di Michela venne affidata ad un istituto privato, dove però la ragazza è cresciuta sviluppando un odio feroce per tutti.
Dotata di notevoli facoltà paranormali, Letizia arriva nella villa dei coniugi Martinozzi, dove ben presto sfogherà i suoi istinti repressi.
La ragazza dapprima seduce suo zio e il domestico di casa Martinozzi, il giovane Giovanni, poi, non paga, seduce la domestica Giselle e infine anche sua zia Michela.
Franca Gonella
Con il ricatto ordito con un invisibile personaggio che fotografa i momenti di intimità dei vari personaggi della casa, Letizia semina rancore e provoca, grazie alle sue facoltà paranormali, la morte in rapida successione dei domestici Giovanni e Giselle e infine degli zii.
Ma quando Letizia resta padrona della situazione, ecco comparire il misterioso uomo nell’ombra: è il direttore del collegio, che era suo amante e che aveva permesso alla ragazza di sviluppare le doti paranormali di cui era in possesso.
Scontro finale tra i due….
Diabolicamente… Letizia, film diretto da Salvatore Bugnatelli su sceneggiatura dello stesso regista e di Lorenzo Artale è un giallo con elementi paranormali uscito nelle sale italiane nel 1975, nell’ultimo anno quindi del boom cinematografico che aveva caratterizzato il finire degli anni 60 e gli inizi dei settanta.

Bugnatelli, che nella carriera diresse solo altre 4 pellicole dirige un film tutto sommato dignitoso, a patto di sorvolare sulla assurdità della trama nella sua componente principale, ovvero la decisione della coppia Michela -Marcello di adottare una nipote di vent’anni, lasciata a marcire in un collegio e riesumata quando è ormai una donna, che ovviamente è sexy e arrabbiata nera con l’umanità.
Lo svolgimento del film punta più sull’aspetto morboso dei rapporti che l’avvenente fanciulla allaccerà con tutti i componenti della casa che sul passato della ragazza o sulle motivazioni psicologiche dei gesti che la stessa compirà, ma questa è una delle caratteristiche di molti gialletti degli anni settanta, girati senza mezzi e spesso anche senza idee.
Letizia, la protagonista, finisce per intrufolarsi in tutti i letti dei vari abitanti della casa, creando lo scompiglio e seminando ovviamente zizzania.
Magda Konopka
Non sfuggirà alla “diabolica” Letizia nemmeno sua zia, fotografata e ricattata nell’intimità.
Una situazione, quella del ricatto fotografico, ampiamente utilizzata in film antecedenti all’opera di Bugnatelli, come il ben più riuscito Le foto proibite di una signora per bene; qui l’elemento di novità è solo nella mano (che resta nell’ombra) dell’autore degli scatti.
Il cast non presenta personaggi di spicco: Gabriele Tinti, Gianni Dei e Magda Konopka erano dei discreti caratteristi ma nulla più.
Il ruolo più importante è affidato alla sexy starlette Franca Gonella, specializzata in ruoli erotici in film dai titoli abbastanza esplicativi, come i decamerotici L’Aretino nei suoi ragionamenti sulle cortigiane, le maritate e… i cornuti contenti,…E si salvò solo l’aretino Pietro con una mano avanti e l’altra dietro o Quando i califfi avevano le corna ; la Gonella fa il suo con discreti risultati, grazie anche alla sua prorompente carica erotica.
Nel film infatti proprio l’erotismo assume un aspetto determinante; la protagonista Letizia usa le armi della seduzione per il suo scopo principale, la vendetta.
Gabriele Tinti
E poichè la Gonella è davvero un bel vedere ecco che almeno da questo punto di vista qualche sobbalzo c’è.
Meno sono quelli legati all’altro aspetto della trama, ovvero la vendetta e i conseguenti effetti speciali che sono ridotti al minimo sindacale.
Un film senza infamia e senza lode, con ritmi molto bassi e con l’unico colpo di scena che troviamo solo nel finale del film.
Decisamente troppo poco, in effetti.

Diabolicamente… Letizia
Un film di Salvatore Bugnatelli. Con Gabriele Tinti, Franca Gonella, Xiros Papas, Magda Konopka,Gianni Dei– Giallo/Erotico, durata 92 min. – Italia 1975.
Magda Konopka … Micaela Martinozzi
Franca Gonella … Letizia
Gabriele Tinti … Marcello Martinozzi
Gianni Dei … Giovanni
Giorgio Bugnatelli …Il bambino-cameriere
Ada Pometti … Signora Minoldi
Cesare Di Vito … Il commisario
Xiro Papas … Il misterioso ricattatore
Angelo Rizieri … Minoldi
Regia: Salvatore Bugnatelli
Sceneggiatura: Salvatore Bugnatelli,Lorenzo Artale
Musiche: Giuliano Sorgini
Montaggio: Remo Grisanti
Editing: Piera Bruni, Gianfranco Simoncelli
La minorenne
Turbe adolescenziali di Valeria, ragazza di buona famiglia che è tormentata ( o forse anche oniricamente compiaciuta) da sogni erotici estremi; le cose per lei non cambiano nemmeno in un collegio di suore, visto che i sogni continuano.
Nella vita cosciente Valeria è una ragazza qualsiasi, alle prese con i problemi delle adolescenti; sogna l’amore pulito e persone di cui fidarsi, ma inevitabilmente va incontro a delusioni.
Gloria Guida
A casa la situazione è ancora peggiore: suo padre è un industrialotto mentre la sua seducente madre è una casalinga che non disdegna avventure extra coniugali, come del resto il marito. A completare il poco edificante quadretto di famiglia ci si mette il fratello, un tipaccio che non esita a mostrare Valeria nuda agli amici (mentre naturalmente si fa il bagno).
Così Valeria è costretta a sorbirsi delusioni di ogni genere, poichè si muove in un ambiente che ha dei limiti morali molto marcati e nei quali il suo desiderio di purezza si infrange come un onda sullo scoglio.

Ma alla fine, dopo esperienze e inevitabili delusioni, anche per lei arriverà il coronamento dei sogni amorosi.
A La minorenne, diretto da Silvio Amadio nel 1974 va riconosciuto un solo merito: quello di aver lanciato la allora sconosciuta Gloria Guida e di averla svelata (anche in senso biblico) come attrice di filmetti sexy e come bellezza ruspante dal fisico appetitoso.
Di per se il film infatti non presenta alcun motivo di interesse; la trama è assolutamente inconsistente, i dialoghi sono a dir poco imbarazzanti e la velatissima critica sociale finisce per essere sommersa da un contesto generale nel quale predomina la noia.
Si passa dai sogni erotici di Valeria, che variano dallo stupro di gruppo al sogno ad occhi aperti che vede protagonista il medico che visita le studentesse del convitto di suore dove studia la ragazza per concludersi con le squallide visioni degli amici di suo fratello, che la espone inconsapevolmente nuda agli amici allupati.
Va da se che con queste premesse il film non può che collocarsi nel largo spazio in cui finirono tantissimi prodotti del periodo centrale degli anni settanta, quando i registi scoprirono che con due lire era possibile creare dei filmetti fatti in casa e raggranellare un bel pacco di milioni.
Silvio Amadio, regista di Frascati morto nel 1995 si era fatto una robusta fama di regista specializzato in commedie sexy a basso costo;
suoi erano prodotti come …E si salvò solo l’aretino Pietro con una mano avanti e l’altra dietro, Come fu che Masuccio Salernitano, fuggendo con le brache in mano, riuscì a conservarlo sano del florido filone dei decamerotici o thriller pruriginosi come Alla ricerca del piacere e Il sorriso della iena.
In questo film Amadio si limita a guadagnarsi la pagnotta sfruttando al meglio le notevoli doti fisiche di Gloria Guida, ancora fisicamente acerba ma già in possesso di quelle caratteristiche che finiranno per risultare determinanti nella sua carriera.
Ed è proprio l’attrice meranese l’unico motivo di interesse del film; la sua forte presenza scenica fa in qualche modo dimenticare i farneticanti dialoghi di cui è costellata la pellicola, che in alcuni momenti risultano talmente pretestuosi da innervosire lo spettatore.
Perchè girare una commediola sexy in cu tutto è scopertamente e smaccatamente chiaro e contemporaneamente strizzare l’occhio ad una denuncia dei mali della borghesia se non si vuole scavare in profondità?
Poichè le scenette sexy, i sogni erotici hanno la meglio su tutto il resto appare chiaro come la sceneggiatura dell’ineffabile Piero Regnoli punti solo ed esclusivamente agli istinti pruriginosi dello spettatore con buona pace di tutto il resto.
Regnoli ha sceneggiato oltre un centinaio di film i cui titoli dicono tutto sulla sua chiamiamola specializzazione cinematografica: si va dal mitico Elena si, ma di Troia a Quella età maliziosa passando per Le dolci zie, L’educanda e tantissimi altri prodotti della commedia sexy italiana.
Una sceneggiatura a due mani fatta da Amadio e Regnoli quindi era garanzia di morbosità, cosa che puntualmente venne applicata e sfruttata in La minorenne, a cui si può alla fine riconoscere l’unico punto di forza di una bellissima fotografia e una discreta base musicale opera di Pregadio.
In definitiva, filmetto senza pretese e senza nemmeno la presenza di attori di qualche carisma, fatta salva la comparsata di Corrado Pani impegnato a rastrellare qualche soldo senza eccessiva fatica.
La minorenne
Un film di Silvio Amadio. Con Gloria Guida, Corrado Pani, Fabrizio Moroni, Rosemarie Dexter, Giacomo Rossi Stuart, Giulio Donnini, Marco Guglielmi, Gabriella Lepori, Mario Garriba, Luciano Rossi Erotico, durata 89 min. – Italia 1974.
Gloria Guida: Valeria
Corrado Pani: l’artista alternativo
Silvio Spaccesi: lo zio sacerdote di Valeria
Giacomo Rossi Stuart: l’amico cinico di famiglia
Marco Guglielmi: padre di Valeria
Nino Scardina: l’assistente dello zio sacerdote
Regia Silvio Amadio
Sceneggiatura Silvio Amadio, Pietro Regnoli
Fotografia Antonio Maccoppi
Montaggio Silvio Amadio
Casa di produzione Domizia
Musiche Roberto Pregadio
Un uomo chiamato cavallo

A caccia nel West con tre suoi dipendenti, il lord inglese John Morgan viene attaccato nel suo accampamento mentre fa il bagno nel fiume.
A sferrare l’attacco è un gruppo di Sioux del capo Mano gialla, che dopo aver ucciso i tre collaboratori di Morgan legano quest’ultimo con un giogo e lo trascinano, nudo com’è verso il loro accampamento.
Qui Morgan viene affidato alla anziana moglie di Mano gialla e da quest’ultima deriso e destinato a lavori pesanti e umilianti.
Lo choc per l’aristocratico è fortissimo; abituato a comandare e ad essere servito si trova ora a dover fare cose che non si è mai sognato di far prima, mentre la tribù non perde occasione per deriderlo.

I Sioux deridono l’uomo bianco

“Io sono un uomo”
Per fortuna di Morgan all’interno del villaggio Sioux vive Batise, un mezzosangue figlio di un francese e di una Sioux, che sembra pazzo da legare; in realtà Batise è tutt’altro che matto e ha solo finto di esserlo, conoscendo il profondo rispetto che i nativi hanno per i malati di mente, considerati sacri a Manito.
Con l’aiuto di Batise Morgan, che ora è diventato Shunka Wakan, ovvero cavallo in lingua Sioux, inizia a capire quel mondo così alieno dalla sua cultura che rappresenta l’universo Sioux.
Dopo aver compreso che tutti i tentativi di fuga sono completamente inutili, Morgan inizia ad apprendere la lingua nativa e a sognare di poter finalmente essere considerato non più Shunka Wakan, il cavallo destinato solo a lavori pesanti, ma un uomo.
Dopo un lungo periodo in cui John Morgan si integra quanto può nel mondo Sioux arriva il giorno in cui finalmente può dare prova di essere un uomo; l’occasione capita quando riesce ad uccidere due ladri di cavalli Shoshone e a scalparli.
Guadagnatosi così un minimo di rispetto, Morgan decide di fare il passo successivo, diventare a tutti gli effetti un Sioux per poter sposare anche la bella Tortora bianca, figlia del capotribù.

Morgan osserva di nascosto il bagno di Tortora bianca
Viene così sottoposto alla terribile prova del dolore, quella che i nativi fanno per dimostrare di essere passati nell’età adulta; appeso a due ganci conficcati nella pelle del petto e sollevato per qualche metro da terra, Morgan riesce in qualche modo a sopportare il terribile dolore e da quel momento diventa un Sioux, essendosi guadagnato la stima della tribù.
Sposa quindi la sua amata Tortora bianca e per qualche anno vive con lei un matrimonio felice, allietato anche dalla nascita di due figli. L’orgoglioso e sprezzante lord inglese si è tramutato in un Sioux vero e proprio, che vive secondo le leggi della natura e collabora con quella che è a tutti gli effetti una grande famiglia.
Un giorno però una banda Shoshone attacca il villaggio per razziarlo; nonostante la tattica militare di Morgan e la terribile battaglia vittoriosa contro i predoni, pur vincendo i Sioux scoprono di aver pagato un prezzo altissimo in vite umane.
Il prezzo più pesante lo paga proprio John Morgan che piange la morte dei due esseri a cui voleva più bene, Batise e Tortora bianca, che era incinta.

Morgan e Tortora bianca sono marito e moglie
Con la morte nel cuore, John Morgan seppellisce amico e moglie e mestamente, raccolte alcune cose, fa ritorno in Inghilterra.
Un uomo chiamato cavallo (A Man Called Horse) per la regia di Elliot Silverstein è un film di capitale importanza tra quelli dedicati ai pellerossa e quindi, in senso più generico, all’intera cinematografia della frontiera e del selvaggio West.
Con Il Piccolo grande uomo di Arthur Penn e Soldato blu di Ralph Nelson il film di Silverstein racconta in modo totalmente differente la storia dei nativi americani, i pellerossa, quasi sempre dipinti nei film del passato (fatte salve onorevoli eccezioni) come selvaggi e brutali, crudeli e sterminatori.
La verità storica sulla cultura nativa viene ripresa da questi tre film in maniera profondamente differente; nel caso di Il Piccolo grande uomo si assiste finalmente al tramonto del mito dell’epopea del West, mostrato in tutte le angolazioni. La molla del guadagno ad ogni costo, della violenza come strumento di conquista ha finalmente la giusta collocazione mostrando come i pionieri non si fecero alcuno scrupolo nel distruggere la cultura nativa, sterminando i pellerossa e attribuendo loro misfatti che in realtà erano solo una forma di autodifesa.

Richard Harris
Soldato blu di Nelson va oltre, raccontando tramite la descrizione del vergognoso massacro di Sand Creek la vera morale dei bianchi conquistatori, pronti al massacro per i loro loschi interessi.


Prove d’amore tra Morgan e Tortora bianca
Un uomo chiamato cavallo si pone in qualche modo a metà strada tra i due film citati, che gli sono superiori per spessore anche se non per efficacia e capacità di raccontare una storia dalla parte dei pellerossa.
Il film è decisamente un ottimo prodotto, confezionato splendidamente sopratutto nella parte che riguarda la ricostruzione storica della vita di un villaggio Sioux, riportata con molt fedeltà e dovizia di particolari assolutamente aderenti a quella che era la vita dei Sioux stessi.
Ma manca di profondità, accentrato com’è attorno alle vicende di John Morgan, che finisce per attirare l’attenzione e distogliere invece la stessa da un discorso più profondo sui nativi.
Che vivevano in profonda simbiosi con la natura, rispettandone gli equilibri; basti ricordare la storia di Buffalo Bill, grande uccisore di bufali all’inizio della sua carriera e convertitosi in seguito. I Sioux e gli altri nativi uccidevano solo il quantitativo di animali minimo per la sussistenza mentre i bianchi si rendevano responsabili di orribili massacri, assolutamente ingiustificati con migliaia di carcasse di bufali e bisonti lasciate a marcire senza scopo alcuno se non quello del divertimento puro.

Il consiglio dei Sioux
Tutto questo è presente in Il piccolo grande uomo e in parte in Soldato blu, mentre in Un uomo chiamato cavallo predomina l’interesse per la vicenda umana di John Morgan; va anche detto che il film è tratto da un racconto e che quind la sceneggiatura ha dovuto muoversi su binari obbligati.
Probabilmente il romanzo di Dorothy M. Johnson da cui è tratto il film si dispiegava nel modo in cui poi Silverstein ha tradotto in linguaggio cinematografico le parole della Johnson; dico probabilmente perchè non ho letto il romanzo della stessa.

L’attacco dei predoni Shoshone
Tuttavia, nonostante questa pecca di profondità poco evidente il film ha il grosso merito di essere ben girato, di affascinare con una location selvaggia e di essere interpretato benissimo.
Bisognerà aspettare Balla coi lupi per ritrovare un film così attento ai dettagli; l’altro grosso merito del film è l’aver valorizzato l’elemento storico, come accennavo prima.
Il villaggio Sioux, i loro canti e i loro balli, le loro attività mostrano un’attività di documentazione molto ampia e sicuramente resa visivamene con indubbie capacità da Elliot Silverstein, l’oggi ottantacinquenne regista di Boston autore di Cat Ballou.
Grande interpretazione del personaggio di John Morgan da parte di Richard Harris, il compianto attore scomparso nel 2002 autore di una performance indimenticabile.
Harris passa, nella sua recitazione, attraverso i vari stadi dell’avventura che vive da aristocratico con la puzza al naso a parte integrante della tribù Sioux; il completamento e la maturazione di Morgan sono mostrati con bravura e capacità, tanto da diventare un caso di perfetta identificazione attore/ personaggio.
Il successo di Un uomo chiamato cavallo spinse l’attore inglese, nel 1976, a interpretare nuovamente John Morgan nel primo dei due sequel dedicati a quella che divenne una mini saga che includeva La vendetta dell’uomo chiamato cavallo e nel 1983 Shunka Wakan. Sia La vendetta dell’uomo chiamato cavallo di Irvin Kershner che Shunka Wakan di John Hough non ebbero un grosso riscontro ai botteghini; la storia di Silverstein mal si prestava ad un sequel, essendo scomparsi nel film tutti i principali protagonisti della storia, ovvero Batice e Tortora bianca.
Da segnalare nel film anche le ottime prove dei due principali comprimari, ovvero Batice interpretato molto bene da Jean Gascon e Tortora bianca interpretata dalla bellissima Corinna Tsopei, che se da un lato è una pellerossa davvero anomala, dall’altro riesce a dare credibilità ad un personaggio che lei, troppo raffinata, sembrava incapace di poter incarnare.

Corinna Tsopei, Tortora bianca

I Sioux piangono i loro morti dopo la battaglia
Uno dei film più interessanti della cinematografia dedicata ai pellerossa, quindi; con Un uomo chiamato cavallo per un attimo spariscono gli stereotipi dei “bianchi buoni e indiani cattivi“, dell'”arrivano i nostri” per lasciare posto ad una visione più attenta e storicamente valida delle vicende dei nativi stessi.
Un film che vale sicuramente una visione anche alla luce del buon ritmo e del fascino che il film riveste.
Un uomo chiamato cavallo
Un film di Elliot Silverstein. Con Richard Harris, Judith Anderson, Jean Gascon, Manu Tupou, James Gammon, Corinna Tsopei, Dub Taylor, William Jordan, Eddie Little Sky, Michael Baseleon, Lina Marin, Tamara Garina, Terry Leonard Titolo originale A Man Called Horse. Western, durata 114′ min. – USA 1970.


Un aristocratico inglese nel selvaggio West

Morgan fa il bagno nel fiume prima di essere catturato

La prova del dolore

Ultimi momenti di felicità e tranquillità

L’addio a Tortora bianca

Richard Harris … John Morgan
Judith Anderson … Buffalo Cow Head
Jean Gascon … Batise
Manu Tupou … Mano gialla
Corinna Tsopei …Tortora bianca
Dub Taylor … Joe
James Gammon … Ed
William Jordan … Bent
Eddie Little Sky … Aquila nera
Michael Baseleon …Lungo piede
Lina Marín … Thorn Rose
Tamara Garina … Donna alce
Iron Eyes Cody …Uno stregone
Tom Tyon …L’uomo della medicina

Regia Elliot Silverstein
Soggetto Dorothy M. Johnson
Sceneggiatura Jack DeWitt
Montaggio Philip W. Anderson, Michael Kahn
Musiche Lloyd One Star, Leonard Rosenman


Copertina della soundtrack del film

Locandina del primo sequel





Lobby card del film

La bellissima Corinna Tsopei

Il celebre fotogramma della prova del dolore

Foto pubblicitaria del film

Foto di scena
Korang, la terrificante belva umana
Il dottor Krallman,padre del giovane Julio, sa che suo figlio ha poche settimane di vita in quanto affetto da leucemia. Decide così di tentare un esperimento impossibile, ovvero trasfondere nelle vene del ragazzo del sangue di gorilla conscio che una terapia normale non salverebbe la vita al giovane.
Naturalmente per pompare il sangue nelle vene non basta un cuore umano ma ci vuole quello di un gorilla; così il dottore si procura un primate e procede con l’operazione.

Che però non solo non sortisce gli effetti voluti, ma trasforma il ragazzo in un’orribile creatura metà uomo e metà gorilla.
Da quel momento Julio inizia a seminare sangue nella città, sopratutto a spese di giovani donne che lo attirano anche sessualmente (sic!)
Il dottor Krallman tenta di sottoporre Julio ad un trapianto da un essere umano e per far ciò non esita a sacrificare la vita di una ragazza.
Non ottiene alcun risultato e Julio continua a seminare la morte: nel frattempo però un detective, fidanzato con una lottatrice di wrestling entrata nel mirino della mostruosa creatura riesce a bloccare il giovane in un palazzo.
Qui Julio vistosi braccato rapisce una bambina e si rifugia sul tetto, ma l’intervento del padre permetterà alla piccola di salvarsi.
La terrificante creatura morirà così sotto i colpi della polizia.
Antenato dei moderni slasher/splatter, Korang la terrificante bestia umana non può essere in alcun modo giudicato con un metro di giudizio moderno, altrimenti finirebbe massacrato e condannato all’oblio.
Poichè in tempi non molto lontani si sono visti film come Il lupo mannaro contro la camorra, occorre essere indulgenti e guardare ad un cinema pionieristico come quello in questione con benevolo giudizio finale.
Certo che questo film diretto da René Cardona, autore di film come La terrificante notte dei robot assassini e di I sopravvissuti delle Ande oltre che di almeno 140 film di vario genere sfiora il trash e il ridicolo in più occasioni. Cosa centri nell’edizione italiana il nome Korang dato al povero Julio è un mistero assoluto dei distributori italiani, che tradussero il titolo originale Night of the bloody apes in Korang, nome mai pronunciato nel film.
Un pò Frankenstein, un pò King Kong e un pò chissà cos’altro, il film di Cardona è a tratti imbarazzante, sopratutto nelle parti che richiedono l’apporto di effetti scenici che latitano del tutto fatta salva la sequenza per stomaci forti dell’asportazione del cuore del gorilla, che a quanto pare venne filmata dal vero per dare un tocco di realismo al film.

Non sò se questa storia sia vera o no, tuttavia è l’unico momento in cui lo spettatore salta sulla poltrona; per il resto si assiste ad un film che altro non è che un ensemble di varie situazioni già viste altre volte, con il finale clonato da King Kong.
Quando si hanno pochi soldi, un budget risicato e una sceneggiatura che fa più acqua di uno scolapasta non resta altro da fare che piazzare quà e là qualche bellezza discinta che corre urlando o mostare qualche ettolitro di simil sangue e il gioco è fatto.
Gli amanti del genere splatter storceranno il naso, ma in effetti di più da questo film non era lecito pretendere.
Ora, se come già detto la storia è abbastanza banale, vedere recitare gli attori da z movie ingaggiati per il film è impresa non da poco.
José Elías Moreno, che interpreta il dottor Krallman, è il meno peggio; del resto nel corso della sua carriera l’attore messicano ha interpretato quasi 200 film (quasi tutti i sudamerica, peraltro) e qualcosa signficherà pure.
Sul resto del cast meglio stendere un pietosissimo lenzuolo.
Recuperato ultimamente in versione dvd, può essere visto solo se veramente si è appassionati di b movie e di film di un passato davvero remoto.
Korang, la terrificante bestia umana
Un film di Renè Cardona. Con Armando Silvestre, Norma Lazareno, José Elias Moreno, Carlos Lopez Moctezuma, Noelia Noel,Gina Morell, Augustin Martinez, Gerardo Zapeda, Xavier Rizzo, Juan Fava Titolo originale La horripilante bestia humana. Horror, durata 83 min. – Spagna 1969.
José Elías Moreno … Dr. Krallman
Carlos López Moctezuma … Goyo
Armando Silvestre … Arturo Martinez
Norma Lazareno … Lucy Ossorio
Agustín Martínez Solares ..Julio Krallman (come Agustin Mtz. Solares)
Regia: René Cardona
Sceneggiatura: René Cardona Jr, René Cardona
Produzione: Guillermo Calderón, Alfredo Salazar
Musiche: Antonio Díaz Conde
Editing: Jorge Bustos
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Un medico, straziato dalle condizioni di salute del figlio, affetto da leucemia e destinato ad una morte precoce, ha la bella trovata di utilizzare il cuore (ed il sangue) di un gorilla. Ne consegue che l’ammalato passa dalla padella alla brace, con l’aggravante di assumere atteggiamente irrazionali e “bestiali”. Uccide chi incontra sul suo cammino e scatta -come una molla- adosso alla discinte fanciulle che incontra qua e là… A parte due stomachevoli sequenze di trapianto del cuore, il film pende continuamente tra ilarità ed illogicità…
Appena si vede per la prima volta il volto dell’uomo gorilla, il ridicolo fa il suo ingresso nella pellicola, anche se già quando inquadrano un orango all’inizio, che una volta narcotizzato si trasforma in gorilla, si inizia a sentire odore di pagliacciata. Comunque, a difesa della pellicola, bisogna dire che, se non altro, il chirurgo tenta più volte di dare delle spiegazioni che giustifichino la mutazione (assurde, ma almeno denota sbattimento dello sceneggiatore). In più, le operazioni sono quasi splatter (apertura toracica e cuore in mano). Aggiungiamo poi 2 tette e un culo…Vedibile.
Folle filmetto perennemente sul filo del ridicolo, molto divertente nel mescolare un’atmosfera da fanta-horror di serie b anni 50 con tocchi da exploitation, con nudi a buon mercato e splatter tanto estremo quanto mal realizzato (fatta eccezione per gli inserti dell’operazione, presi da chissà dove ma sicuramente non ricostruiti). Fotografia luminosa alla Lewis, cast (naturalmente) mediocre, dialoghi (naturalmente) ridicoli. Diverse le perle trash: il make-up dello scimmione, il finale lacrimoso, alcuni effettacci splatter. Brutto ma godibile.
Da vedere in versione rigorosamente uncut, per non perdersi le truci scene di operazioni a cuore aperto e i vari assassinii gore del mostro, abbastanza audaci per l’epoca, seppur materiati da SPFX caserecci. A parte queste cose, il film non è certo granchè e il ridicolo involontario è sempre dietro l’angolo, vista anche l’esiguità dei mezzi (il make-up del mostro è comico); tuttavia una fotografia competente e una regia diligente ne fanno un filmetto non disprezzabile, che ispira una certa simpatia al fan dell’exploitation. Mitico il titolone.
Visionato in versione integrale, il film è anche duretto. Certo il gore/splatter è un po’infantile, escludendo le scene del trapianto, davvero impressionanti. Il mostro umano è perennemente a caccia di donne da stuprare e uomini da massacrare, in tutti i modi, da vero gorilla (ma per favore!). Colpisce al collo, negli occhi ed arriva a decapitare, a suo modo. Mi è piaciuta anche la strana atmosfera anni 60, improvvisamente infranta dai nudi molto audaci, per l’epoca. Le scene iniziali dei combattimenti, rendono l’insieme ancora più intrigante ed originale.
Quando eravamo ragazzini, questo film veniva citato (forse soltanto in virtù del suo titolo pittoresco e spesso a sproposito, magari senza averlo veramente visto) quale primo esempio che ti veniva in mente in tema di “it’s so bad that it’s good”. Quasi un gemello del precedente “La terrificante notte dei robot assassini”, ispirato da una serie di fonti eterogenee (da “Balaoo” di Gaston Leroux, a Konga e persino, Ricerche diaboliche di Arnold), è in realtà una perfetta pellicola da drive-in, una pietra miliare del B-movie Made in Mexico.
Grande trashata della serie “so bad it’s so good” che si regge su una trama demenziale che comunque fa della poca pretenziosità un punto di forza. Il film è una sarabanda di donnine nude (e wrestler vestite!) sangue finto e squartamenti. Finti non sembrano i filmati dalla sala operatoria, girano voci secondo cui sono scene reali… La valutazione sarà necessariamente negativa, ma non male…
Capolavoro assoluto! Un medico trapianta il cuore di un gorilla al figlio gravemente malato, che guarisce ma (effetto collaterale) si trasforma lui stesso in un cattivissimo gorillone e inizia a mietere vittime (ovviamente meglio se giovani e femmine). A tutto questo aggiungete le “solite” lottatrici di catch, truculenza assortita e anarchia narrativa: otterrete un caposaldo del bis; eccessivo e divertentissimo, oltre che deliziosamente camp.
Ridendo e scherzando

Ridendo e scherzando è un film del 1978, strutturato in 5 episodi con tematica identica, ovvero il tradimento coniugale.
Il primo episodio, intitolato “Nozze d’argento“, vede protagonista un maturo notaio a cui vien fatta trovare in camera da letto dell’albergo Aurora una gigantesca scatola regalo, all’interno della quale c’è una splendida ragazza vestita da coniglietta. Dopo i dubbi iniziali, il notaio decide di “usufruire” del regalo, ma dopo aver consumato si vede piombare in casa un commissario mandato su denuncia della suocera preoccupata dalla mancanza di notizie sulla figlia.

Luciano Salce e Licinia Lentini, protagonisti del primo episodio

Stefano Satta Flores
Trasportato in commissariato sotto gli occhi esterrefatti dei vicini, viene raggiunto dalla moglie che è in realtà colei che gli ha fatto il regalo.
Finirà a ceffoni tra i due coniugi e l’ignaro cameriere ai piani dell’albergo Aurora che si era offerto di accompagnare la signora Procaccini, moglie del notaio in Questura.
Il secondo episodio è intitolato “Corpi separati“, e vede protagonista un contrabbandiere di sigarette napoletano, Michele Sintona,tifosissimo della squadra della sua città che si appresta ad andare allo stadio per seguire l’evento sportivo; confuso per un banale caso di omonimia per il famoso banchiere Sindona, bancarottiere ricercato da diversi corpi di Polizia, si vede piombare in casa Digos, servizi segreti ed antiterrorismo. Riuscirà a cavarsela solo facendo fare una lite furibonda ai tre graduati che comandano i rispettivi corpi.
Il terzo episodio, “Per favore ammazzami il marito” vede protagonista una bella americana dell’Oregon stanca della volgarità del marito. La donna decide di usare il cameriere di casa per procurare un incidente al marito, ma tutti i tentativi saranno vani. Alla fine la donna si riconcilierà con il marito sotto gli occhi attoniti del cameriere.

Macha Meril
Il quarto episodio è “Melodramma della gelosia“, con protagonista un bancario innamorato follemente della moglie e gelosissimo, che però, per tenere su il menage famigliare, è costretto ad assumere un attore che di volta in volta interpreti un personaggio diverso, un fantomatico amante della moglie che alla fine viene scovato dal marito geloso.
L’ultimo episodio, “Costi quel che costi” è incentrato invece sulla figura di un portinaio di uno stabile lussuoso, nel quale vive una splendida donna con il geloso marito.



La stupenda Orchidea De Santis
Il portiere scoprirà che la donna si prostituisce per 300.000 lire, e fattesele prestare dal marito della donna, approfitta delle grazie della stessa dicendo poi al marito cornuto che ha restituito i soldi che lui gli ha prestato proprio alla moglie.
Ridendo e scherzando è un film del 1978, diretto da Vittorio Sindoni (che qui si firma come Marco Aleandri) che vorrebbe ricalcare la commedia sexy all’italiana senza innestare nessuna innovazione, anzi, sfruttando quelle che erano le caratteristiche peggiori della commedia stessa, ovvero trama esile basata su sketch, dialoghi infarciti di volgarità e qualche spruzzatina di erotismo come collante del tutto.

A sinistra, Gino Bramieri
Il regista utilizza un cast di assoluto buon livello, che include Luciano Salce e Didi Perego con Licinia Lentini (primo episodio) , Stefano Satta Flores (secondo episodio) Macha Meril, Fiorenzo Fiorentini e Carlo Hinterman (terzo episodio) Walter Chiari, Enrico Simonetti e Olga Karlatos (quarto episodio), Gino Bramieri e Orchidea De Santis (quinto episodio)
Un cast all star che finisce malauguratamente in una commedia debolissima e stramba, in cui è difficile trovare un solo momento in cui si riesca se non a ridere almeno a sorridere e che si regge solo sulla simpatia e professionalità dei vari interpreti.

Un’altra bellissima dello schermo, Olga Karlatos con il compianto Walter Chiari
A parte la banalità assoluta della sceneggiatura, tutti gli episodi sono debolissimi e basati solo su equivoci visti e rivisti, su battute scontatissime e sul triste corollario del peggio delle commedie pecorecce italiche, con tanto di parolacce e ceffoni, doppi sensi et similia.
Tutti gli episodi sono molto al di sotto della sufficienza, ma a voler sceglierne uno, si può optare per il meno peggio ovvero l’ultimo, che vede protagonisti Gino Bramieri e Orchidea De Santis.
Mentre l’attore milanese dimostra di essere presente solo per guadagnarsi il pane, la splendida attrice pugliese quanto meno, nel grigiore generale, appare in tutta la sua superba bellezza.
L’episodio con Salce è deprimente, quello con Stefano Satta Flores (vi compare una giovane Maurisa Laurito) inguardabile, poco più su quello con la Meril (anch’essa bellissima), catastrofico e sconclusionato quello con protagonisti Chiari, una bellissima Karlatos e il compianto maestro Enrico Simonetti.
Il film ebbe uno scarso successo alla sua uscita nelle sale cinematografiche italiane e la cosa è facilmente comprensibile; quando un film che ha un titolo esplicito come Ridendo e scherzando non riesce nemmeno a far sogghignare si è fallito l’obiettivo primario.
In aggiunta, quando si usano solo i classici stereotipi come il tifoso napoletano contrabbandiere e furbo che conclude con un triste “Forza Napoli” urlato verso gli spettatori, il marito geloso che trova l’amante della moglie nell’armadio ( o tristemente appeso ad un lampadario!) vuol dire che si è di fronte ad una preoccupante mancanza di idee.
Un vero peccato, perchè con un cast di questo tipo di poteva tirar fuori ben altro film.
Ridendo e scherzando
Un film di Marco Aleandri. Con Walter Chiari, Orchidea De Santis,Olga Karlatos,Fiorenzo Fiorentini,Gino Bramieri, Macha Méril, Luciano Salce,Stefano Satta Flores, Didi Perego, Licinia Lentini, Enrico Simonetti
Commedia, durata 94 min. – Italia 1978









Episodio 1, “Nozze d’argento”
Luciano Salce … Il notaio
Licinia Lentini …. La coniglietta
Didi Perego ….. signora Procaccini, moglie del notaio
Episodio 2, “Corpi separati”
Stefano Satta Flores … Michele Sintona
Marisa Laurito …. La moglie
Episodio 3, “Per favore ammazzami il marito”
Macha Meril … La signora americana dell’Oregon
Carlo Hinterman …. Il marito
Fiorenzo Fiorentini … Il domestico
Episodio 4, “Melodramma della gelosia”
Walter Chiari … Il marito geloso
Olga Karlatos …La moglie
Enrico Simonetti … Il finto amante
Episodio 5, “Costi quel che costi”
Gino Bramieri … Il portinaio
Orchidea De Santis … La squillo

Regia : Vittorio Sindoni
Sceneggiatura : Marco Aleandri
Musiche: Enrico Simonetti
Casa di produzione: Megavision FilmTV
Fotografia : Alfio Contini
Il plenilunio delle vergini

Spinto dalla personale ossessione di ritrovare il mitico anello dei Nibelunghi, il professor Franz Schiller si reca in Transilvania, dove la leggenda narra che esso sia custodito in un castello.
Munito di un amuleto che dovrebbe fargli da salvacondotto (un amuleto egizio), Franz fà tappa in una locanda dove però viene derubato dell’amuleto.
Il furto è opera della Contessa Dollingen De Vries, la bella e affascinante castellana che custodisce il misterioso anello, che permette di dominare le persone e assicura anche l’immortalità.

Rosalba Neri

La pericolosa Contessa però è anche un temibile vampiro e la donna, dopo aver sedotto il debole professore, lo vampirizza e lo tramuta quindi in uno della sua specie.
Sulle tracce di Franz si mette il gemello Karl che arriva al castello proprio mentre sta per cadere il Plenilunio delle vergini; durante questo periodo, che si verifica ogni 50 anni, la Contessa avvalendosi del potere dell’anello soggioga delle ragazze (cinque), destinate ad essere sacrificate in messe nere.

Con l’aiuto di Tania, una bella ostessa che Karl ha conosciuto nell’osteria dove aveva dimorato Franz, l’uomo riesce dopo alcune avventure a recuperare l’amuleto e nel corso di una dura battaglia elimina uno dopo l’altro i custodi del castello ed è costretto ad uccidere anche suo fratello per levargli di dosso la maledizione di essere un vampiro, quindi un immortale.
Ma per una fatale imprudenza Karl metterà l’anello nella tomba del fratello, permettendo così a suo fratello di rinascere, alla contessa di vampirizzare Tania che così alla fine vampirizza Karl chiudendo il cerchio.
Trama abbastanza scontata, low budget che più basso non si può e sangue finto a fiumi caratterizzano quest’opera di Luigi Batzella/Paolo Solvay/Ivan Kathansky/Paul Selvin/Paul Hamus/Dean Jones, regista con più pseudonimi che film all’attivo.

Il plenilunio delle vergini è il classico horror di casa nostra, girato come molti altri prodotti del genere thriller/horror nel mitico castello di Balsorano che ha visto fra le sue antiche mura registi alle prese con film a basso costo, come il decamerotico Metti lo diavolo tuo ne lo mio inferno, il musicarello Lady Barbara, il psicologico Esotika, Erotika, Psicotika, il thriller/horror La sanguisuga conduce la danza o l’erotico/satanico Malabimba.

Opera come dicevo di Luigi Batzella, autore di film esecrabili come La bestia in calore , Kaput lager – gli ultimi giorni delle SS e Nude per Satana, è un film che presenta come unici punti di forza una fotografia accettabile e la presenza della sfinge italiana, come soprannominata all’estero la nostra affascinante Rosalba Neri.
Se il film mantiene un minimo di interesse lo si deve proprio alla presenza dell’attrice di Forlì, molto generosa nel mostrare le sue forme perfette anche se spesso colorate da tonnellate di un liquido rosso che assomiglia vagamente al sangue.
Segno che la produzione aveva davvero le lire contate, cosa che si riscontra del resto nella povertà francescana deI costumi e in quella davvero desolante degli effetti speciali.


Se il film non attira più di tanto, stante anche le varie peripezie di Batzella che ogni tanto parte per la Tangente con la sceneggiatura, finendo per travolgere di ridicolo quel poco che si potrebbe salvare, si va nel comico verò e proprio di fronte alla recitazione a dir poco parrocchiale dell’attore Mark Damon che resta in scena a lungo nel doppio ruolo di Franz/Karl.
Legnoso, inespressivo e monocorde Damon finisce per rendere l’atmosfera ancor più stravagante in modo tale che alla fine anche il debole colpo di scena finale (la mano che si erge dalla tomba) diviene un espediente ridicolo, tanto che in alcune versioni del film non è presente.

Il plenilunio delle vergini o anche The devil’s wedding night esce nel 1973, ovvero in un periodo in cui la censura iniziava a mollare lentamente la presa; Batzella ovviamente ne approfitta elargendo a piene mani eros un tanto al chilo e scene di nudo, inclusi rapporti saffici e eterosessuali.
La vera protagonista resta la Neri, donna sensuale e misteriosa quel tanto da raffigurare con una certa aderenza il personaggio della Contessa De Vries; Rosalba Neri del resto era una vera specialista del genere come testimoniato dalle sue partecipazioni a film come L’amante del demonio e La figlia di Frankenstein.
Nel cast tecnico figura anche come operatore e co-regista l’inossidabile Aristide Massaccesi, anche se non accreditato.
Il resto del cast attoriale non merita nemmeno la citazione di prammatica, tanto si esprime su livelli bassi.
Un film quindi pesanemente datato e che può valere la visione solo nel caso si voglia arricchire la propria conoscenza della filmografia di Rosalba Neri, perchè in quanto al resto….
Il plenilunio delle vergini
Un film di Paolo Solvay. Con Mark Damon, Rosalba Neri, Esmeralda Barros, Stefano Oppedisano,Giorgio Dolfin, Gengher Gatti Horror, durata 85 min. – Italia 1973.









Mark Damon … Karl e Franz Schiller
Rosalba Neri … La Contessa Dolingen de Vries
Esmeralda Barros … Lara
Xiro Papas … Il vampiro mostro
Gengher Gatti … L’uomo misterioso
Enza Sbordone … Tania l’ostessa
Carlo Gentili … L’oste
Giorgio Dolfin … Un frequentatore dell’osteria
Stefano Oppedisano …. Un frequentatore dell’osteria

Regia: Luigi Batzella
Sceneggiatura: Ian Danby,Alan M. Harris,Ralph Zucker
Produzione :Ralph Zucker
Fotografia: Aristide Massaccesi (anche co- rega non accreditata)
Montaggio: Piera Bruni,Gianfranco Simoncelli
Musiche: Vasili Kojucharov
Scenografie: Carlo Gentili






La ragazza di nome Giulio
Un film controverso, La ragazza di nome Giulio. Tratto dall’omonimo romanzo di Milena Milani , uscito nel 1964 e subito sequestrato per oltraggio al pudore, costò alla sua autrice un processo che in prima battuta la vide condannata a sei mesi di reclusione mentre il libro finì per essere ritirato dal commercio, salvo poi l’anno successivo vedere ribaltata la sentenza perchè vennero riconosciuti, al romanzo stesso meriti artistici.
Il perchè del furore iconoclasta della censura sta tutto nella storia che racconta la Milani ovvero quella di Giulio, ragazza di ottima famiglia che viene iniziata al sesso dalla sua governante, scoprendo in seguito non solo di non essere capace di provare piacere, ma di non sapere amare.
Una tematica forte, per un’Italia ancora bacchettona, quella che copriva le gambe delle gemelle Kessler e di Abbe Lane, un’ Italia in pieno boom economico ma dalla morale ristretta, pesantemente condizionata da valori etici trasmessi in primis dalla chiesa.
Silvia Dionisio
Quando il regista Tonino Valerii prese in mano il soggetto e decise di ridurlo cinematograficamente i tempi erano cambiati; l’Italia era diventata adulta dopo il 68 che aveva pesantemente modificato il concetto di morale e dopo il punto di svolta coinciso con l’autunno caldo, le lotte operaie e sopratutto la strage di Piazza Fontana che traghettò il paese negli anni di piombo.
Valerii, regista capace e intelligente, scelse di non modificare sostanzialmente l’assetto del libro, riproponendo la storia di Giulio e adattandola sulle caratteristiche di Silvia Dionisio, la giovane protagonista del film.
La storia narra le vicende di una giovane che, in memoria di suo padre, ha scelto di chiamarsi Giulio.
Un nome maschile, che sembra già presagire una difficoltà di contatti con il mondo femminile; cosa che puntualmente si avvererà quando Giulio verrà iniziata (un po volontariamente, un po no) ai piaceri saffici da Lia, la governante di casa. Giulio non è protetta abbastanza nella fase più delicata della sua vita, nel passaggio cruciale dall’adolescenza alla maturità.
Sua madre Laura è una donna sempre indaffarata e dal carattere frivolo, così Giulio si ritrova in balia della governante, che la seduce.
Ma l’influenza di Lia non è solo sessuale; la donna plagia Giulio mettendola in guardia dal pericolo rappresentato dagli uomini, descritti come esseri brutali interessati solo al sesso e incapaci di sentimenti.
Il celebre soprano Anna Moffo
Il tempo passa e Giulio si lega controvoglia a Lorenzo, un giovane timido e riservato.
Ma la ragazza vuol provare a costruire un rapporto con gli uomini, così un giorno, seguendo la sua nuova cameriera la spia mentre ha un rapporto carnale in riva al mare.
Dopo di che corteggia il giovane fidanzato di quest’ultima, Amerigo, per sedurlo e scoprire così l’amore eterosessuale.
Ma l’esperienza con il giovane meccanico, così differente da lei per cultura e ceto sociale si dimostra fallimentare; lungi dal provare piacere Giulio si convince di non essere capace nemmeno di amare.
L’incontro con un prete lascia i problemi inalterati e Giulio sceglie di concedersi ad altri uomini per pura scommessa con se stessa; nemmeno l’incontro con Franco, un giovane pittore che le presenta la sua ex amante e governante Lia risolve i problemi psicologici di Giulio che alla fine compirà un gesto estremo.
Ucciderà colpendolo nelle parti intime un occasionale amante con il quale, inutilmente, ha tentato di avere un rapporto.
Valerii cerca di descrivere le ansie e le pulsioni di Giulio attraverso un’opera d’ambientazione, in cui il morboso (rappresentato da Lia), l’amore (il giovane Lorenzo), la sessualità pura (Amerigo) vengono descritti in maniera altalenante.
La bellissima e giovane Silvia Dionisio, algida e fredda come il marmo, sembra incarnare perfettamente lo spirito confuso di Giulio, alla ricerca di una difficile identità sia sessuale che psicologica.
Ma se il personaggio di Giulio è ben caratterizzato dalla bellissima e capace attrice romana, il film in se mostra preoccupanti sbandamenti e strappi nella sceneggiatura; i turbamenti di Giulio, così ben descritti nel libro finiscono per essere accantonati a tutto vantaggio della storia, che ci mostra il percorso di vita della ragazza attraverso tutti i fallimentari incontri e le altrettanto fallimentari esperienze che collezionerà prima del finale drammatico, in cui la sua incapacità di relazionarsi sentimentalmente e sessualmente esploderà in un omicidio che ha del rituale, con quelle coltellate studiate a tavolino (Giulio ha un coltello negli stivali, quindi medita l’omicidio) inferte all’incolpevole vittima proprio nelle parti intime, quasi a suggellare il rapporto di odio della ragazza.
Che appare affetta da un’autentica fobia per il fallo maschile, originata in parte dall’educazione sentimentale di Lia, la governante che non si fa scrupoli di sedurla e iniziarla all’omosessualità.
Il rapporto saffico tra Giulio e Lia
Il film pertanto ondeggia, si barcamena, rischia di affondare e alla fine si salva perchè Valerii è un professionista, perchè nel cast ci sono fior di caratteristi e perchè la trama sostanzialmente ha un fascino che vira dal morboso al drammatico.
Purtroppo alcune sequenze del film sono davvero noiose; l’ossessiva ricerca della propria sessualità porta Giulio attraverso situazioni descritte con una lentezza spesso esasperante, così come poco convincente appare l’alternarsi tra il dramma esistenziale di Giulio e il modo in cui l’affronta.
C’è da dire però che in qualche modo Valerii riesce ad esprimere ciò che circonda la ragazza attraverso immagini a tratti equilibrate; il complesso rapporto con la madre praticamente assente e troppo presa da se stessa, con il fidanzato troppo serio, con un mondo rigidamente costruito sul mito di se stesso come quello della buona borghesia sono descritti in maniera diseguale ma non priva di fascino.
Anna Moffo
Ma si ferma tutto qui; nel film come già detto manca profondità al personaggio di Giulio, che paradossalmente è ottimamente recitato dalla Dionisio che però alla fine trasmette solo gelo.
Ben diversa la prestazione attoriale della grande soprano Anna Moffo, attrice molto espressiva e donna dal fascino sottilmente morboso e sensuale.
Nei panni di Lia, la Moffo da corpo ad un personaggio credibile e ben tratteggiato, riuscendo alla fine vincitrice da un ipotetico confronto con Silvia Dionisio.
Bene anche Esmeralda Ruspoli, che interpreta la madre di Giulio, donna troppo presa dal suo ruolo sociale e dal suo egoismo per interessarsi alle vicende personali di quella sua strana figlia mentre nel cast troviamo anche ottimi attori come Malisa Longo
Malisa Longo
(la splendida cameriera a cui Giulio ruba temporaneamente il fidanzato), Gianni Macchia che veste i panni di Franco il giovane pittore che inutilmente proverà a costruire un rapporto con Giulio mentre in parti marginali compaiono Riccardo Garrone, che interpreta il ginecologo che Giulio interpella per scoprire eventuali problemi fisici e Umberto Raho, il prete che lungi dal risolvere i problemi della ragazza le creerà ancor più confusione e che la destabilizzerà ulteriormente.
Piccolo spazio per John Steiner, che interpreta Luciano e che compare verso la fine, giusto in tempo per pagare incolpevolmente il fio di essere uomo; Giulio lo ucciderà simbolicamente e fisicamente, incapace com’è di trovare un equilibrio impossibile.
In sostanza il film di Valerii vale una visione, sopratutto perchè ci mostra un tentativo coraggioso di uscire dagli schemi e raccontare una storia di omosessualità e frigidità in un periodo storico in cui questi argomenti erano tabù. Bella la fotografia e la location, una Venezia discreta e inquadrata lo stretto necessario; per una volta la meravigliosa città veneta non assurge al ruolo di protagonista assoluta ma resta in disparte, quasi sonnacchiosa a fare da semplice sfondo al dramma esistenziale di Giulio.
La ragazza di nome Giulio è disponibile in divx su You tube al link http://www.youtube.com/watch?v=47RpJxCl2Ag
La ragazza di nome Giulio
Un film di Tonino Valerii. Con Malisa Longo, Gianni Macchia, Silvia Dionisio, Anna Moffo, Esmeralda Ruspoli, Riccardo Garrone, Ivano Staccioli, Umberto Raho, Roberto Chevalier, John Steiner, Raul Martinez, Livio Barbo Drammatico, durata 103′ min. – Italia 1970.
Silvia Dionisio … Giulio
Anna Moffo ….Lia, la governante
Gianni Macchia … Franco
Esmeralda Ruspoli … Laura, madre di Giulio
Maurizio Degli Esposti … Lorenzo
John Steiner … Luciano
Livio Barbo … Amerigo
Roberto Chevalier … Camillo
Malisa Longo …. La cameriera
Riccardo Garrone….Il ginecologo
Umberto Raho …Il prete
Ivano Staccioli … Il professore
Regia Tonino Valerii
Romanzo Milena Milani
Sceneggiatura Marcello Coscia,Bruno Di Geronimo,Mauro Di Nardo,Francesco Mazzei
Produzione: Francesco Mazzei
Musiche: Riz Ortolani
Montaggio: Stelvio Massi
Editing: Franco Fraticelli
“Da molto tempo io avevo deciso questa cosa.
L’avevo decisa, ma non lo sapevo; come del resto non sapevo nemmeno che razza di cosa era. Io continuavo a fare quello che fanno tutti, come mangiare, dormire, vestirmi, passeggiare e parlare e anche innamorarmi.
Il venticinque agosto di quest’anno è successo che io ho capito questa cosa. Racconterò tutto di questo venticinque agosto. È una giornata che è stata lunga, piena di avvenimenti. Può darsi che questo racconto sul venticinque agosto di quest’anno mi occupi molto tempo.
Io concepisco le cose brevi, che si risolvono con facilità. Le conclusioni ritardate mi hanno sempre fatto rabbrividire.”





























































































































