La mansion de los muertos vivientes
Candy, Mabel, Lea e Cathy, quattro ragazze in vacanza si recano in un hotel delle Canarie per passare un breve periodo di villeggiatura.
L’hotel è all’apparenza completamente vuoto, gestito da Carlos, un misterioso e sfuggente receptionist e da un giardiniere voyeur.
Le quattro ragazze naturalmente hanno rapporti saffici tra loro e approfittando della totale assenza di gente si espongono generosamente nude ai raggi solari, beandosi dell’apparente calma del luogo.
Accanto all’hotel sorge un misterioso monastero, anch’esso apparentemente disabitato; una delle ragazze, attirata da strane voci che provengono da esso, vi si reca improvvidamente, tant’è vero che viene violentata e uccisa da un gruppo di Templari che abita la costruzione.
Si tratta di monaci colpiti da un’antica maledizione, tra di loro c’è anche Carlos, che vive un’esistenza a metà strada tra il vivente e il non-vivente, una specie di vampiro che al contrario di questi ultimi vive di giorno per trasformarsi in un essere mostruoso di notte.
Ad una ad una le ragazze finiranno uccise, salvo Candy, che dopo aver scoperto che Carlos tiene prigioniera, incatenata per il collo ad un letto la moglie Olivia, finisce per eliminare l’uomo, che ha creduto di vedere in lei la donna che secoli addietro maledisse i templari.
La mansion de los muertos vivientes,opera diretta da Jesus Franco nel 1982, è un horror/erotico ispirato nettamente alle saghe templari ( i famosi resuscitati ciechi) di Amando de Ossorio, un esperimento difficilmente giudicabile del controverso regista spagnolo.
Un film che ha un suo fascino sinistro, sia chiaro; peccato che Franco, come suo solito, privilegi la parte voyuristica del film, puntando sulle ormai tradizionali scene erotiche e che utilizzi per gli effetti speciali ( i volti dei templari) il minimo sindacale, limitandosi a dipingere con il cerone bianco i volti dei monaci.
Il film tuttavia si mantiene su binari standard di decoro, pur non emozionando ne annoiando: un’opera abbastanza piatta, in cui l’unica certezza arriva dalla mano del regista, capace come pochi di “fermare la scena” e impressionarla.
Ma questo ovviamente non può bastare e infatti non basta.
Girare un film con 6/7 attori richiede quantomeno una trama convincente, oltre alla capacità da parte del regista di puntare quanto meno sul dialogo se non su effetti visivi.
Franco non fà nulla del genere, affidando invece alle grazie di una Lina Romay in abbondante sovrappeso il compito di stimolare almeno a livello visivo lo spettatore.
A nulla servono nemmeno le usuali sequenze saffiche, che per una volta prendono il posto di quelle eterosessuali.
La recitazione di conseguenza è affidata ad attrici a cui non è richiesta particolare abilità anche in presenza di dialoghi non impegnativi; difatti ho visto il film in lingua originale con sottotitoli in francese, senza avere particolari problemi di traduzione.
Per quanto riguarda la storia, nulla di nuovo e parecchio di deja vu, con i soliti templari afflitti da una maledizione, il solito sacrificio rituale della ignara donzella capitata li per caso e via discorrendo.
La location non è particolarmente esaltante, visto che alle Canarie ci sono posti di ben altro fascino, ma anche in questo caso il regista ha dovuto arrangiarsi con quello che gli hanno fornito, ovvero un albergo molto simile ad un palazzone di periferia di una nostra metropoli e un mare molto simile a quello di natura vulcanica della Campania.
In ultima analisi, un film che non lascia nessuna sensazione particolare e che scorre senza sussulti verso un prevedibile finale, con l’ultima scena dedicata alla croce del monastero, che campeggia al tramonto in maniera sinistra.
La mansion de los muertos vivientes, un film di Jesus Franco, con Lina Romay, Antonio Mayans, Mabel Escaño, Albino Graziani,Mamie Kaplan, Jasmina Bell, Eva León- Horror, Spagna 1982
Lina Romay – Candy
Antonio Mayans – Carlos Savonarola
Mabel Escaño: Mabel
Albino Graziani: il giardiniere dell’hotel / un templare
Mamie Kaplan: Lía
Jasmina Bell: Caty
Eva León: Olivia
Regia Jesús Franco
Soggetto Jesús Franco
Sceneggiatura Jesús Franco
Produttore Emilio Larraga
Casa di produzione Golden Films, Barcellona
Fotografia Juan Soler (come Joan Almirall)
Montaggio Jesús Franco
Musiche Pablo Villa (= Daniel J. White, Jesús Franco)
La croce dalle sette pietre
Ecco uno dei film più brutti, peggio recitati, più sconclusionati,più imbarazzanti della storia del cinema italiano.
Un esordio con aggettivi dequalificanti, ma assolutamente necessari per inquadrare questa ignobile pellicola da definire zzz movie, quasi una tripla x destinata ad essere un vero e proprio marchio d’infamia.
La croce dalle sette pietre si qualifica già nel sottotitolo con cui venne distribuito, quel Il lupo mannaro contro la camorra che fa tanto racconto del babau al bimbo che non vuol dormire.
La storia è di una semplicità e bruttura disarmanti; Marco è nato da un rapporto sessuale tra sua madre e il diavolo, per cui reca con se un’antica maledizione, ovvero trasformarsi in un lupo mannaro quando ovviamente c’è la luna piena.
Per salvarsi da questa maledizione, Marco porta con se un medaglione a forma di croce, che lo protegge in qualche modo dalla maledizione stessa, ma al solito il medaglione gli viene rubato da alcuni delinquenti, ovviamente a Napoli (e dove se no?).
Per recuperarlo il tapino dovrà combattere nientemeno che contro la camorra, ma avrà fortuna anche perchè così troverà l’amore.
Di per se, raccontata in questo modo, la storia sembrerebbe ridicola ma niente più.
Ma chi non ha visto il film provi a immaginare sequenze dirette in maniera amatoriale, effetti scenici tra i più scarsi immaginabili, con la perla della trasformazione di Marco in Lupo mannaro, forse la sequenza più divertente dell’intera storia del cinema.
A tal proposito ho selezionato proprio i fotogrammi di questa sequenza per mostrare e additare al pubblico ludibrio Marco Antonio Andolfi, regista e attore del film.
Vi renderete conto dell’approssimazione con cui è stato girato il flm stesso, “impreziosito” da altre perle, come gli attacchi del lupo mannaro agli uomini che vogliono impedirgli di recuperare la famosa croce.
Nel marasma generale è coinvolta anche l’attrice francese Annie Belle, quasi incredula di aver accettato di partecipare ad una simile sciocchezza; l’attrice infatti dopo questa pellicola ne girerà solo un’altra, forse consapevole di aver imboccato il tunnel senza uscita dei film da cinema oratoriale.
Finanziato con soldi pubblici, La croce delle sette pietre dimostra come nel 1987 si sprecassero soldi altrimenti utilizzabili in operazioni finanziate senza controllo, che hanno contribuito poi a dilapidare un piccolo patrimonio che avrebbe potuto essere utilizzato per lanciare registi di ben altro calibro e spessore.
Credo che, senza tema di smentite, questo film possa essere annoverato tra quella particolare categoria dei film ultra trash meritevoli di essere visti almeno una volta per capire cosa bisogna evitare quando si gira un film.
Andrebbe proposto infatti al DAMS come testo, decalogo di comportamento per indicare tutto ciò che va evitato in un film.
La croce dalle sette pietre (Il lupo mannaro contro la camorra) , un film di Marco Antonio Andolfi, con Eddy Endolf, Annie Belle, Gordon Mitchell, Paolo Fiorino,Marco Antonio Andolfi Horror,Italia 1987
Marco Antonio Andolfi: Marco Sartori
Annie Belle: Maria
Gordon Mitchell: Black Mass Leader
George Ardisson: Boss
Zaira Zoccheddu: Madame Amnesia
Giulio Massimini: Ministro
Regia Marco Antonio Andolfi
Soggetto Marco Antonio Andolfi
Sceneggiatura Marco Antonio Andolfi
Fotografia Carlo Poletti
Musiche Paolo Rustichelli
Costumi Gilian
Le recensioni appartengono al sito http://www.davinotti.com
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Incredibile: “se non lo vedi, non ci credi”. Ha il primato di passanti che guardano in macchina. Andolfi è protagonista, regista, soggettista, sceneggiatore, montatore e cura gli effetti speciali. La presenza di Ardisson dà al tutto un tono ancor più surreale. Ultimo credito della Zoccheddu (in tenuta iper-troiesca): se ha smesso per il solo timore di poter essere coinvolta, all’epoca, in qualcosa di peggio, si è trattato di un’errata valutazione. Citazioni (volute?) da Il bacio della pantera e Stati di allucinazione.
Incredibile esempio di pressappochismo che riguarda ogni settore della macchina cinematografica: dalla regia (improvvisata e confusa) alla storia (horror, action e “camorra”, con dialoghi sui generis), passando per un trucco che fa apparire i recenti lavori autoprodotti a budget “zero” veri e propri kolossal. Eppure qualcosa da salvare c’è, e sta nella selezione di attori secondari che ricordano tempi migliori del cinema nostrano. Un buon esempio, insomma, al contrario: per imparare cosa si deve evitare di fare in un film…
Uno dei film più brutti e deliranti della storia del cinema, nonché uno dei più trash. Sotto questo punto di vista la pellicola non ha eguali e raggiunge il suo culmine quando il protagonista si trasforma in lupo mannaro. Notevoli sono anche le visioni orrorifiche di cui è preda durante il sonno. La sceneggiatura è un qualcosa di pietoso e grottesco allo stesso tempo, mentre gli attori (ma è giusto chiamarli così?) sono tra i più impresentabili e imbarazzanti di sempre. Insomma, un film che vi farà sbellicare dalle risate dal principio alla fine
Un vero e proprio culto trash che fu girato, ormai più di vent’anni fa, grazie a finanziamenti statali ma che non è praticamente possibile vedere se non scaricandolo da internet. Che dire: il film mantiene tutte le promesse annunciate dalla sua “fama”. Non c’è un solo aspetto da salvare: recitazione, regia, soggetto ed effetti speciali sono indegni di tali nomi, ma come spesso succede quando un prodotto è così mal riuscito riesce a diventare un vero e proprio feticcio per chi ama i film brutti. Invedibile ma anche imperdibile.
Cultone del genere trash. Certo nel cast si conta qualche caratterista (Annie Belle, Ardisson, Mitchell; ci sono pure Piero Vivaldi e Giulio Massimini), ma il resto è una pena assoluta. Recitazione inesistente (e la Zoccheddu dà il meglio di sè), effetti speciali al limite del ridicolo, soprattutto il make-up di Eddy Andolf. Sequenza di torture con mostro oscene! Non vi sono parole per descrivere questa pellicola: vederla è un’esperienza unica.
Notevole trashone italico. La storia è altamente demenziale e il protagonista Andolfi, i dialoghi, gli effetti speciali (incredibile il make up del lupo mannaro) e le scene di sesso sono quanto di più ridicolo si sia mai visto in un horror. Curioso il cast di contorno (Annie Belle, Gordon Mitchell, Giorgio Ardisson) che però in questo caso mette solo tristezza. All’estero gira una versione insertata, a quanto sembra ancora più assurda. Comunque sia, è un film da non perdere.
Oddio! Avete presente il “giornalino di classe” fatto dai bambini alle elementari senza l’intervento della maestra? Ecco, questo film rappresenta a livello tecnico il giornalino di classe del cinema. Un ragazzo ha una maledizione: si trasforma in uomo lupo, ma può evitarla grazie a un particolare medaglione, che però gli viene rubato… dalla camorra!!! Attori lerci, regia, sceneggiatura e effetti speciali fatti in cucina… Un mito del cinema brutto.
Impossible pensare che non sia stato fatto volontariamente così brutto. A confronto Bruno Mattei è David Lynch. Resta il fatto che è un film imperdibile non solo per gli amanti del trash, ma per tutti quelli che, stanchi della comicità becera e caciarona che non fa ridere nessuno, decidano di tuffarsi in questo delirante scherzo della macchina da presa. All’estero gira una director’s cut…
Incredibile: il lupo mannaro vs camorra! È proprio vero: tra un horror e una sceneggiata napoletana. Dirige grazie al finanziamento statale “Eddy Andolf” che è pure protagonista (oltre a tutto il resto) ed è di una inespressività disturbante. E che dire del mitico Gordon Mitchell in quello che forse è il ruolo più inutile della sua filmografia? Incredibile, un tuffo nel folklore napoletano a bordo di una vecchia macchina color cachi tra frasi d’amore, trasformazioni indecenti ed erotismo di serie Z. Di tutto e di più: fino al volto di S. Pietro.
Confesso che adoro i trash italiani. Da Il sesso della strega a Patrick vive ancora passando per Zombi horror e via di seguito. Ma qui siamo in una dimensione diversa, imparagonabile al cinema di serie Z del quale questo film riesce a cogliere pochissimi aspetti caratteristici (qualcosa nei flashback sessuali, per esempio). Il resto della follia risulta anche noioso, senza ovviamente entrare nel merito di un qualsiasi aspetto tecnico o estetico. Inoltre se, come si dice, il film si è giovato pure dei finanziamenti di stato, subentra in più la disapprovazione morale!
Un trashone abominevole che non ha pietà per nulla! La recitazione è agghiacciante, per non parlare del make-up del lupo mannaro. Il dialetto napoletano non aiuta certo nella comprensione del film, che vanta una sceneggiatura colabrodo, non avendo né capo né coda. Uno di quei film orrendi dei quali, una volta iniziata la visione, non si può fare a meno di andare fino in fondo, come quando si vede un gatto schiacciato per la strada e, sebbene sia disturbante, non si riesce a non guardarlo…
Si dice che non c’è limite al peggio, ma in questo caso c’è: davvero difficile pensare che si possa fare un film peggiore di questo. Il protagonista in versione licantropo è qualcosa di imperdibile: completamente nudo tranne una (brutta) maschera sul volto, si muove del tutto ebete emettendo assurdi squittii da topo. La colonna sonora è inesistente, composta solo da patetici effetti sonori probabilmente ottenuti da qualche giocattolo per bambini. Talmente brutto da essere diventato un cult.
Uno dei peggiori horror dello Stivale, di certo il più trash d’Europa. Frasi come “ma ‘sta troia fotte int’al telefono?” o scene come gli scleri del licantropo sono difficili da scordare. Personaggi come Mitchell-sacerdote, Ardisson all’americana e Andolfi restano negli annali. Le voci del doppiaggio fanno venire i crampi allo stomaco per le risate e le espressioni ebeti di Eddy non lascian dubbi: si può parlare di cult movie. Ma almeno ci si diverte parecchio, altro che boiate tipo I fantasmi di sodoma, in cui nemmeno c’è comicità involontaria!
Non prendiamoci in giro: un novellino con una telecamera digitale e due soldi farebbe quasi certamente una cosa migliore di questa roba che nemmeno chiamo film. Andolfi prende letteralmente in mano la situazione e si inventa factotum di questo disastro su pellicola che vanta (vanta?) attori che non recitano e lo fanno pure male, musiche da mal di testa, una storia ai limiti del demenziale ed effetti che chiamarli casalinghi è un eufemismo. Almeno però si ride parecchio.
Il peggior film di tutti i tempi, lo zero cinematografico, non può non essere commentato. Rispetto ovviamente Andolfi come persona, ma questo suo lavoro, favorito anche da aiuti statali, è quanto di più anticinematografico mai apparso sul pianeta Terra. Recitazione, regia, sfx, tutto da dimenticare. Ne esiste anche una seconda versione, con scene in più, chiamata El talisman e pure un seguito. Da notare la presenza di Gordon Mitchell, che c’era pure nel capolavoro Fellini Satyricon… Dalle stelle alle stalle… Un must… del trash.
Mettete assieme attori che più incapaci non si può, effetti speciali dall’incontenibile effetto trash ed elaborate una storia sfrontatamente assurda. Il risultato di questa alchimia sarà una pellicola delle più brutte mai realizzate e proprio per questo imperdibile. Davvero, non c’è nulla che si salva. Consiglio questo film a tutti coloro che hanno bisogno di farsi una risata malsana e isterica.
Sicuramente il film italiano più trash di tutti i tempi. La cosa che sorprende è che questo film fu finanziato dallo Stato, cosa a dir poco utopica al giorno d’oggi! Inutile rimarcare la pochezza del titolo (sia dei mezzi, sia della progressione narrativa). In ogni caso questo “Lupo mannaro contro la camorra” è fonte di fragorose risate, anche dopo più visioni.
Forse è secondo solo a Delirio di sangue di Bergonzelli. È tutto perfettamente poveristico: attori, dialoghi, ambientazioni… e per ultimo, ma non in ordine di importanza, Marco Antonio Andolfi nella parte di se stesso medesimo, una sorta di Pietro Germi dei giorni nostri. Grandioso. Gordon Mitchell si conferma l’attore con la carriera più sconvolgentemente in discesa della storia dell’umanità. Da recuperare senza esitazione.
Bora Bora
Roberto è sposato alla bella Marita, che lo ha piantato in asso ed è andata a vivere in Polinesia, a Bora Bora.
L’uomo decide di andare a riprendersi la moglie, sospinto più che dall’amore, da un senso profondo di possesso e dal suo ego ferito.
Giunto a Bora Bora, l’uomo conosce una affascinante e disinibita guida locale, Susanne, che vive la sua sessualità secondo i costumi del posto, ovvero con molta libertà e mancanza di falsi pudori.
Roberto, dopo lunghe ricerche, trova Marita, che vive felicemente con Manì; la donna, appagata da quello stile di vita che trova rispondente al suo desiderio di libertà rifiuta di ritornare a casa con il marito.
Che dal canto suo si ingegna per tentare di riconquistarla; decide così di costruirsi una capanna in riva al mare e dopo alcuni tentativi riesce a far capitolare la donna, che però non se la sente di troncare il suo legame con il polinesiano
Ma la storia a tre non può funzionare e quando Manì si accorge che Roberto spia e incoraggia la moglie ad avere rapporti sessuali con lui mentre Roberto li guarda, pianta in asso tutto e va via.
I coniugi così possono rientrare assieme a casa, ma Marita avvisa Roberto che è una situazione transitoria….
Bora Bora, diretto da Ugo Liberatore nel 1968 è un film divenuto con il passare degli anni quasi un cult.
Merito principalmente della location assolutamente straordinaria, quell’isola di Bora Bora nell’arcipelago delle Isole della società che negli anni successivi sarebbe diventata sinonimo di paradiso naturale e di bellezza selvaggia.
Il film di Liberatore ha una trama ridotta all’osso, che pasticcia troppo tra l’indagine psicologica sul rapporto perverso che esiste tra i due coniugi, rimasto praticamente inespresso per tutto il film e le azioni degli stessi coniugi, quasi schizofreniche nella loro illogicità.
Vero è che i due appartengono ad una galassia opposta rispetto alla cultura semplice e naturale dei polinesiani ma i contrasti tra le due culture, i due stili di vita sono visti essenzialmente più come uno scontro tra morali sessuali che come un impossibile paragone tra civiltà diametralmente all’opposto.
La prima, quella europea, fatta di tabu e retaggi creati da una società oppressiva, che lega in maniera strisciante l’individuo ai suoi simboli principe, come il denaro, il successo gli agi e le comodità mentre la seconda nello specifico la cultura quasi primitiva e gioiosa polinesiana tesa ad esaltare proprio l’individuo nella sua massima manifestazione di libertà sia morale che eminentemente “fisica” vista la possibilità degli abitanti del posto di vivere a stretto contatto con la natura, seguendo le leggi della natura stessa.
Corrado Pani e Haydee Politoff
Questo contrasto è visto da Liberatore a netto vantaggio dei polinesiani, visti come persone solari e privi dei difetti tipici degli europei; il film difatti esordisce con la caratterizzazione in negativo del personaggio principale del film, quel Roberto che appare immediatamente come arrogante ed antipatico.
La cosa si trascinerà per tutto il film, che dal canto suo scivola lentamente e in maniera abbastanza monotona verso un finale davvero bizzarro, in cui le scelte di Marita appaiono davvero prive di logica.
Bora Bora, come già detto, deve moltissimo della sua fama allo splendido scenario esotico e a quel pizzico di erotismo che il regista riesce a inserire nella pellicola. Non dimentichiamo che siamo nel 1968, che nei film il massimo della trasgressione era composta dalla visione di qualche fugace seno nudo; Bora Bora non fa eccezione alla regola, ma ha quantomeno una trama abbastanza scabrosa e qualche sequenza che per l’epoca può essere davvero definita ardita.
In sostanza un film che visto oggi appare pesantemente datato, con una trama poco lineare almeno nelle motivazioni dei personaggi e con lunghi dialoghi spesso davvero noiosi, mitigati però dallo splendido scenario della perla polinesiana che ci appare in tutto il suo lussureggiante splendore. Seguendo i link a questi indirizzi troverete una versione eccellente digitale del film, in lingua inglese:
https://ultramegabit.com/file/details/GUnExUNqLR8/Bora.part1.rar https://ultramegabit.com/file/details/9E-2jzzn4VA/Bora.part2.rar https://ultramegabit.com/file/details/zUE--f5XYZQ/Bora.part3.rar
Bora Bora, un film di Ugo Liberatore. Con Corrado Pani, Haydée Politoff, Doris Kunstmann Erotico, durata 97 min. – Italia 1968.
Corrado Pani – Roberto
Haydée Politoff – Marita
Doris Kunstmann – Susanne
Rosine Copie – Tehina
Antoine Coco Puputauki – Mani
Regia: Ugo Liberatore
Sceneggiatura: Ugo Liberatore
Prodotto da: Alfredo Bini ,Eliseo Boschi
Muscihe: Piero Piccioni
Cinematography: Leonida Barboni
Editing : Giancarlo Cappelli
Art Direction -Piero Cicoletti
Costumi :Piero Cicoletti
A seguito del divorzio una giovane (ex)sposa raggiunge la Polinesia dove affronta, con naturale slancio, ogni tipo d’avventura erotica. Però i legami sentimentali riaffiorano, ed hanno l’aspetto di un coetaneo indigeno. Il marito, in seguito, la raggiunge sull’isola… Modico per contenuti e piuttosto latteo (non per possenza di mammelle ma per l’effetto indotto alle ginocchia) insolitamente il film di Liberatore raccoglie enorme consenso di pubblico e spiana la strada al filone erotico-esotico. Da ricordare, comunque, i due bravi attori (all’epoca sconosciuti): Corrado Pani e Haydée Politoff.
Si salvano gli splendidi panorami polinesiani e la Politoff che riesce in un certo qual modo ad ispirare simpatia. Per il resto il film è una bufala, sottolinea per l’ennesima volta la presunzione degli europei a voler cambiar vita. Si possono apprezzare le culture altrui ma non si può così semplicemente sputare sulla propria… Abominevole la dissezione della tartaruga, tanto da fare invidia alla versione integrale di Cannibal Holocaust. Solo alla fine vengono svelate le motivazioni dell’abbandono e il film recupera qualcosina.
Fra’ Tazio da Velletri
Fra Tazio da Velletri, un umile e bonaccione frate, ha fama di essere un sant’uomo e un buon guaritore, grazie alla sua conoscenza di erbe medicinali.
Decide quindi di recarsi a casa del gonfaloniere di giustizia di Firenze Lapo per fare il cappellano di famiglia e per portare al servizio dello stesso le sue arti mediche.
Ma non ha fatto i conti con Messer Nuccio de’ Tornabuoni, un tipo allegro sempre a caccia di sottane; Nuccio è invaghito, da tempo, della bella Lisa, moglie del gonfaloniere, ma tenta inutilmente di conquistarla.
L’occasione gli si presenta quando apprende che Lapo ha preso per buone le giustificazioni di sua moglie in merito ad una presunta possessione: sapendo che Fra Tazio deve recarsi a casa del gonfalone, si arma di un saio e si sostituisce all’ignaro Fra Tazio.
Riesce a sedurre l’ambita Lisa, ma esagera tentando di conquistare Gigliola, sorella di Lapo.
Da questo momento iniziano le peripezie di Nuccio, costretto a fuggire inseguito da due “killer” abbastanza pasticcioni allettati dalla taglia di 500 fiorini messa da Lapo sulla testa di Nuccio, mentre il povero Fra Tazio vede salire a dismisura la sua fama, non certo come guaritore, ma come conquistatore di donne.
Nuccio dal canto suo continua a far strage di cuori ( e di corpi), continuando a spacciarsi per il povero frate.
Alla fine, dopo una serie di buffe avventure, i due si ritroveranno proprio a casa di Lapo, dalla quale fuggiranno; Tazio lascerà l’abito talare per fare il contadino, Nuccio assumerà l’identità del frate indossandone il saio per continuare la sua errabonda vita da seduttore.
Fra Tazio da Velletri, diretto da Romano Gastaldi su soggetto di Leo Chiosso e Gustavo Palazio, è un decamerotico tutto sommato ben riuscito, nonostante il cast quasi anonimo e i pochi mezzi a disposizione.
Per una volta la labilità della trama lascia spazio a un racconto privo delle solite volgarità e dei nudi gratuiti caratteristica principale dei prodotti della fortunata serie dei decamerotici.

A sinistra, Christa Linder è Lisa
Le gag sono abbastanza divertenti :” Vade retro, Satana” “De retro? Mah, va bene lo tesso“così come c’è spazio per un incontro tra Nuccio e Dante Alighieri, anch’esso in fuga per ben altri motivi.Il film scivola via con buona lena, aiutato principalmente dalla simpatia dei due attori che si dividono la scena, il vero Fra Tazio interpretato da Remo Capitani e lo spassoso Glauco Onorato che interpreta il rivale Nuccio.
Certo, le gag sono quelle tipiche di questo fortunato filone, ma sono decisamente meno volgari della maggior parte dei prodotti simili: le due attrici che interpretano le belle Lisa e Ginevra, rispettivamente la tedesca Christa Linder e Margaret Rose Keil sono come al solito un bel vedere, anche se in questo caso si spogliano davvero poco.
Un film che gioca le sue carte sulla misura: la regia doveva essere affidata ad Aristide Massaccesi, ma il regista piantò in asso il tutto e così Gastaldi potè portarlo a compimento.
Come già detto, un prodotto un tantino superiore alla media, con qualche trovata ben riuscita e con qualche risata che sorge spontanea sopratutto grazie all’espediente della sostituzione di persona.
Nel film c’è anche un piccolo spazio per Luciana Turina, la cantante che in questo caso utilizza un accento pugliese assolutamente irresistibile.
Da rivalutare.Il film è disponibile su You tube all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=YsOiryjFUuY in una versione più che discreta.
Fra’ Tazio da Velletri, un film di Romano Gastaldi (Romano Scandariato). Con Glauco Onorato, Remo Capitani, Margaret Rose Keil, Linda Sini, Dada Gallotti, Christa Linder, Luciana Turina, Claudia Bianchi
Comico, durata 92 min. – Italia 1974.
Remo Capitani – Fra’ Tazio da Velletri
Glauco Onorato – Nuccio de’ Tornabuoni
Christa Linder – Madonna Lisa
Margaret Rose Keil – Ginevra
Edmondo Tieghi – Lapo De’ Pazzi
Linda Sini – Cosima De’ Pazzi
Luciana Turina – La locandiera
Dada Gallotti -Cinzia
Eva Maria Gabriel – Ragazza nella stalla
Claudia Bianchi – Gigliola
Pietro Ceccarelli – Galliano
Regia Romano Gastaldi/Romano Scandariato – Joe D’Amato (non accreditato)
Soggetto Leo Chiosso, Gustavo Palazio
Sceneggiatura Leo Chiosso, Gustavo Palazio
Produttore Oscar Santaniello – Taro Film
Fotografia Remo Grisanti
Montaggio Adriano Tagliavia
Musiche Carlo Savina
Scenografia Osanna Guardini
Costumi Osanna Guardini
Decamerotico scritto da Chiosso e Palazio di livello niente male per quasi un’ora, segnalandosi così fra i meno peggio nel genere. Merito di una sceneggiatura talora frizzante, con alcuni tocchi addirittura eleganti (notevole l’incontro fra il finto Tazio e l’Alighieri), capace di allusioni lessicali divertenti, neppure troppo volgari. Brodo molto allungato, quasi tedioso, nell’ultimo terzo. Tolti Onorato e la veterana Sini (che mostra le poppe), la recitazione degli attori più presenti è molto mediocre. Location tipiche per il genere (Gubbio, assurdamente spacciata per Firenze) e per la decade (cascate del Treja).
Decamerotico uscito nella fase terminale del genere, che risente del cambio di regia: iniziato da Massaccesi venne portato a compimento da Scandariato (già seconda unità per Sollazzevoli Storie…) a causa di insorti contrasti con la produzione. Glauco Onorato (celebre per lo spot delle pagine gialle e voce frequente di buon doppiatore) riveste i panni dello squinternato cacciatore Nuccio Tornaquinci, che si appropria dell’identità di Fra’ Tazio per meglio adagiarsi (causa possessione) tra le braccia della bella (maritata) Monna Lisa (C. Linder).
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Fraulein in uniforme
A fine 1944, la situazione militare della Germania presenta tutte le caratteristiche di una disfatta, nonostante i proclami di Berlino e del Fuhrer; dalla capitale tedesca arriva l’ordine di mobilitazione generale per tutte le persone abili alla guerra, incluse le donne.
Felix Khun, funzionario medico onesto e scrupoloso, visita una gran quantità di donne, scartando coloro che ritiene inabili alla guerra, suscitando però le ire dei suoi superiori che hanno bisogno ad ogni costo di carne da macello.
Felix viene quindi rimosso dal suo incarico e inviato al fronte, mentre le sue due belle figlie, Margareth e Eva vengono inviate al fronte orientale, ormai in ritirata ed esposto in prima linea alla reazione nemica.
Mentre Margareth viene spedita in posto avanzato per le trasmissioni, Eva finisce nella contraerea.
Margareth si trova agli ordini di una superiore ormai fuori di testa, che parla di principi morali proprio mentre con l’esempio fà tutt’altro, promuovendo la promiscuità tra i suoi soldati, quasi tutte donne.
Eva invece finisce per essere violentata da un suo superiore; durante un attacco aereo rimane ferita e si ritrova spaesata ad errare per i boschi vicini, prima di essere riconosciuta e catturata dai soldati tedeschi.
La situazione militare precipita, così ben presto Felix si ritrova a dover fronteggiare il nemico praticamente da unico ufficiale responsabile, vista la fuga di molti superiori. Riuscirà a salvare le sue figlie e le radiotelegrafiste dall’avanzata nemica, liberandole dalle voraci mani dei russi….
Fraulein in uniforme, diretto nel 1973 da Erwin Dietrich, è un film bellico a sfondo nettamente erotico, nonostante una certa pretestuosità della trama e l’utilizzo di mezzi che generalmente venivano lesinati in questo genere di pellicole.
Il regista infatti è autore di una serie di pellicole che già dal titolo lasciano presagire il loro contenuto, come Le insaziabili voglie della ragazza con la Roll Royce,Giochi proibiti al sexy shop ,Adolescenza morbosa.
Beninteso, non è affatto un cattivo prodotto, anzi; c’è una certa cura per la fotografia, la sceneggiatura presenta almeno una trama credibile mentre tanti altri prodotti del genere erano realizzati alla men peggio e con pochissime idee.
C’è spazio anche per una storia rosa tra il partigiano e la bella Eva, storia destinata a finire tragicamente.
Ovviamente la parte del leone la fanno le splendide protagoniste del film, che sono davvero uno spettacolo per gli occhi.
Nessuna di esse eccelle per particolari doti recitative, ma in fondo al regista e al produttore non era di certo un’esigenza primaria.
Quello che và elogiato del film è il tentativo, riuscito, di evitare la volgarità eccessiva, le sequenze “ginecologiche” fini a se stesse o gli espedienti tipici del genere nazisploitaion, gli eros svastica che di là a poco avrebbero conosciuto una effimera stagione di successo.
In Fraulein in uniforme manca sia la componente ferocemente sadica, lo splatter fine a se stesso sia la componante erotica spinta alle etreme conseguenze.
Il prodotto finale, pur nei limiti di un film assolutamente privo di velleità, per una volta può essere segnalato come gradevole.
Fräulein in uniforme, un film di Erwin Dietrich. Con Carl Möhner, Elisabeth Felchner Titolo originale Eine Armee Gretchen. Erotico, durata 90 min. – Germania 1973.
Elisabeth Felchner – Marga Kuhn
Karin Heske – Eva Kuhn
Renate Kasché – Ulrike von Menzinger (as Renate Kasche)
Carl Möhner – Dr. Felix Kuhn
Helmut Förnbacher – Hauptmann Mannteufel
Alexander Allerson – Oberst Stett
Hasso Preiß – Maggiore
Birgit Bergen – Zugleiterin
Milan Beli – Aljoscha
Anne Graf – Untergauführerin Stein
Klaus Knuth – Ufficiale della Gestapo
Elke Boltenhagen – Claudia
Michel Jacot – Ufficiale
C’è un fantasma nel mio letto

Adelaide e Camillo, giovane coppia in viaggio di nozze, mentre percorre di sera una strada inglese finisce per perdere l’orientamento.
Si recano quindi nella locanda di un vicino paesino, gestita da un manesco oste e dalla procacissima moglie, che consigliano loro di cercare rifugio in un castello vicino.
Seguendo il consiglio, la coppia si reca al Black Castle dove viene accolta da una dama discendente del Barone Archibald Trenton che accetta di fornire loro una camera per la notte.
Ma all’interno del castello si aggira il fantasma libertino di Archibald Trenton, antico proprietario del castello stesso, che ha l’abitudine di insidiare tutto ciò che ha una gonna.
Grazie all’aiuto del fido Angus, un ex apprendista del dottor Frankenstein che gli prepara filtri e pozioni, il Barone riesce a sabotare la prima notte del povero Camillo.
Il fantasma infatti si gode le grazie della bella Adelaide; ma per errore un filtro eccitante e rinvigorente finisce per essere somministrato al povero Camillo,

Vincenzo Crocitti e Lilli Carati
che eccitato “spingarda” tutto ciò che gli capita a tiro, dalla moglie alla dama factotum del castello passando anche per la cameriera.
Nel frattempo Angus gioca un brutto scherzo al fantasma, che è costretto a rientrare tra i ranghi, ovvero a prendere posto nel ritratto che campeggia nell’ingresso del castello.
La scena si trasferisce nuovamente sulla strada buia che Adelaide e Camillo stavano percorrendo: l’uomo ha frenato di colpo e ha battuto la testa contro il parabrezza.
Morale: tutto è stato solo un brutto sogno.
C’è un fantasma nel mio letto, regia di Claudio De Molinis è una commediaccia sexy/comica datata 1981, in cui vengono riproposte battutacce, scherzi e volgarità tipiche delle commediole B movie che avevano caratterizzato gli anni precedenti.
Fra spingardate, beffe goliardiche, gli immancabili peti e trivialità, si assiste ad una stanca replica di situazioni già viste troppe volte nel corso degli anni precedenti.
A nulla vale la simpatia dell’immancabile Renzo Montagnani e del compianto Vincenzo Crocitti: il film è davvero scadente, nonostante qualche trovata che riesce comunque a strappare un sorriso.
Il guaio è che tutto ha il sapore stantio del deja vu; Lilli Carati è svagatissima, probabilmente era già alle prese con i problemi che in seguito la porteranno ad avere grossi guai con la droga, mentre il resto del cast è praticamente umiliato in parti di contorno, inclusa Luciana Turina costretta a fare la cameriera che subirà gli assalti dell’assatanato Camillo.
Film costato due soldi, ma che ebbe curiosamente un discreto successo.
Merito probabilmente della presenza di Montagnani, che stava ancora sfruttando l’onda lunga delle varie commedie sexy interpretate a dozzine nei due anni precedenti.
Il film è disponibile in un’ottima versione digitale all’indirizzo: http://www.youtube.com/watch?v=B4EvUNnMK64
C’è un fantasma nel mio letto, un film di Claudio De Molinis. Con Lilli Carati, Vincenzo Crocitti, Renzo Montagnani, Luciana Turina,Vanessa Hidalgo, Guerrino Crivello
Commedia, durata 94 min. – Italia 1980.
Lilli Carati – Adelaide Ferretti
Renzo Montagnani – Archibald Trenton
Vincenzo Crocitti – Camillo Fumagalli
Vanessa Hidalgo – Meg
Guerrino Crivello -Angus
Alejandra Grepi – Baronessa
Giacomo Assandri -Terence
Luciana Turina – Josephina
Regia Claudio Giorgi
Soggetto Luis María Delgado e Jesús R. Folgar
Sceneggiatura Giovanni Simonelli
Casa di produzione Telecinema 80 e Victory Films
Distribuzione (Italia) Cinedaf
Fotografia Raúl Pérez Cubero
Montaggio Giorgio Serrallonga
Effetti speciali Marco Bernardo
Musiche Piero Umiliani
Scenografia Gonzalo García Flaño
Costumi Susanna Micozzi
Trucco Marisa Marconi

Il cast spagnolo ha il viso che fa pensare alla corrida e fanno gli inglesi, la Carati arriva vergine al matrimonio dopo un lustro di fidanzamento, la cena britannica è tutta tricolore, il baronetto declama Petrarca… Quanto detto già fa capire che siamo di fronte a una tremenda commediaccia, che di buono ha solo l’amato castello di Balsorano, la simpatia di Crocitti e il corpo della Carati. Tutto il resto, Montagnani compreso, è tremendo. Come se non bastasse, è il trionfo della ripetitività. L’ispirazione fantasmerotica “alta” rimanda a Wilde, col romanzo breve “Il fantasma di Canterville”, già fonte di film.
Adelaide (Lilli Carati) e Camillo (Vincenzo Crocitti) sono una giovane coppia di sposi in viaggio di nozze in Inghilterra. Rimasti a piedi a causa d’un incidente riparano, come ospiti, per passare la notte nel castello dei nobili Trenton. Da costoro apprendono che l’antenato Archibald (Renzo Montagnani) infesta, da spettro, la magione ed è ancora legato ai piaceri carnali, tanto che arriva a possedere, in più contesti, la bella sposina. Non a caso l’erotomane fantasma è morto singolarmente: alla 7a prestazione sessuale! Insipida coproduzione italo spagnola, assai mediocre per realizzazione…
Estenuante, tarda commedia sexy di ambientazione gotico-grottesca con vaghi rimandi a Per favore non mordermi sul collo! e a Rocky Horror Picture show. Noioso, grossolano, ripetitivo, con il pur bravissimo Montagnani condannato a replicare quasi in eterno il suo ruolo di donnaiolo impenitente. La male assortita coppia di coniugi è composta da Crocitti e dalla Carati.
Commediola col bravo Montagnani che interpreta il fantasma sporcaccione del titolo. Molto interessante per la sexy Lilli Carati, che si segnala con un suo bagno di schiuma nella vasca. Mediamente divertente. Possiamo citare scene come quelle del “palpamento ectoplasmico” a tavola, con la Carati convinta che sia il marito a farlo.
Mamma mia… film davvero scialbo, salvo appena la stupenda ambientazione e la Carati che è sempre un belvedere. Il resto del cast è davvero deprimente. Mediocre Crocitti, Montagnani peggio pure… insomma non ci siamo proprio (anche se la commedia sexy ha toccato livelli più bassi… vedi Vedova del trullo e similari).
Discreta commediola ravvivata sopratutto da qualche gag azzeccata e da una coppia d’attori (Montagnani e Crocitti) talmente male assortita da risultare divertente. Al solito bella, ma come attrice non lascia certo un ricordo indelebile, la Carati. Regia meno che mediocre.
Deliziosa commedia leggermente in ritardo rispetto al big bang del genere “scollacciato”, con una Lilli Carati ormai prossima alla svolta hard nonchè alla dipendenza da eroina (lo attestano le interviste promozionali, tra cui quella tristemente storica a “TG L’una”). Il film si prende gioco delle atmosfere tipiche dell’horror gotico, con un Montagnani scatenatissimo mattatore e Crocitti nel ruolo dell’imbambolato di turno, che rivedremo in Attila. Non è l’apoteosi della comicità, ma i fan di Montagnani e della Carati gradiranno sicuramente.
Penosa parodia di Rocky Horror in versione commediaccia, per nulla ravvivata da una sceneggiatura noiosa e ripetitiva e da una regia piatta come un marciapiede. A dare il colpo di grazia ci pensano poi un Montagnani ormai alla frutta e un insopportabile Crocitti. Un po’ meglio il cast femminile: la Carati fa visivamente ancora la sua figura (ma quanto a recitazione…), la Turina è simpatica e le due spagnole Vanessa Hidalgo e Alejandra Crepi sono abbastanza intriganti. Le mura di Balsorano assistono ancora una volta con paziente rassegnazione.
Un apprezzato professionista di sicuro avvenire
Un flashback iniziale: l’avvocato Vincenzo Artuni sta per andare a letto, dove lo attende la moglie Lucetta. In lontananza si ode il suono di una sirena e Vincenzo sembra scosso dalla cosa.
La scena cambia e ci troviamo all’interno di una chiesa, sul pavimento della quale giace il corpo di don Marco, giovane parroco della chiesa stessa. Accanto a lui la cassetta delle elemosina, derubata del suo contenuto.
La storia prosegue in presa diretta alternando flashback al presente; Vincenzo è un giovane professionista molto ambizioso, che ha sposato la bella e ricca figlia di uno speculatore edile.
Il giorno delle nozze, durante il quale il suocero ha fatto sfoggio di ricchezza in modo molto cafone, Vincenzo si appresta a consumare le nozze con Lucetta.

Vincenzo e Lucetta, Lino Capolicchio e Femi Benussi
Ma l’uomo sembra avere evidenti problemi con il sesso.
Dopo due lunghi anni di matrimonio, durante i quali Vincenzo ha fatto strada, non è ancora arrivato il tanto sospirato erede, così l’avvocato si ritrova a dover rendere conto della cosa al suocero, che invece aspetta solo l’arrivo di un bebè.
Alle strette, Vincenzo decide di rivolgersi all’amico Don Marco, il quale, vincolato dalla tonaca, non potrà mai raccontare quello che ha appreso dall’amico. Il quale, però, gli chiede qualcosa che va oltre sia l’amicizia sia i doveri che Don Marco ha verso la sua fede, ovvero di mettere incinta Lucetta.
Dopo un drammatico colloquio tra i due, Don Marco rompe gli indugi e accetta di avere rapporti con la stessa Lucetta, previa somministrazione di un narcotico che impedisca alla donna di vedere chi sarà il padre del bambino.
Così avviene, ma le cose sono destinate a prendere una strada tragica.
Don Marco, scoperti i piaceri della carne, entra in una profonda crisi di vocazione e decide di lasciare la tonaca, cosa che getta nello sconforto Vincenzo, che teme che un giorno Marco possa vantare diritti sul nascituro o peggio raccontare la storia come in realtà si è svolta.
Durante un drammatico faccia a faccia in chiesa, Vincenzo colpisce con un candeliere l’amico, uccidendolo sul colpo.
Dopo di che, simulando una rapina, si allontana dalla scena del crimine.
Vincenzo poi ha un colpo di fortuna:un disoccupato, Nicola Parrella, lo sequestra mentre è in un autobus e lo trascina nella sua baracca, sperando che il gesto possa sollecitare le autorità ad un atto che risolva i suoi problemi.
L’avvocato decide così di seminare indizi a carico del Parrella; arriva anche a gettare l’arma del delitto nel canale vicino la baracca nella quale l’uomo vive con la moglie e i suoi due figli.
Ma commette un errore, perchè inavvertitamente perde un fazzoletto insanguinato con le sue iniziali.
Nicola Parrella però non è uno stupido, tutt’altro: riesce a rendersi conto di come si siano svolti realmente i fatti e ottiene un colloquio sull’impalcatura di una casa in costruzione.
Nicola propone a Vincenzo uno scambio; lui si assumerà la responsabilità dell’omicidio e in cambio l’avvocato assicurerà un futuro dignitoso alla sua famiglia.
Vincenzo accetta e Nicola finisce in galera, pagando per un delitto che non ha commesso.
Un apprezzato professionista di sicuro avvenire, datato 1971, è l’ultimo film( il 13°) diretto da Giuseppe De Santis, il regista dei celebri Ossessione e Riso amaro ed arriva a sette anni di distanza da Italiani brava gente.
E’ un buon film, un giallo con forti connotazioni sociali, ma anche sfortunato perchè non incontrò un gran successo di pubblico, cosa che costrinse il regista laziale ad abbandonare i set cinematografici.
Eppure il film non è affatto malvagio, anche se risente di una sceneggiatura alle volte confusa e farraginosa.
Fatali, a mio giudizio, sono due componenti del film che non vennero apprezzati: l’uso del flashback, che porta avanti e indietro la storia creando anche parecchia confusione e la recitazione oltre le righe di Lino Capolicchio.
Due elementi determinanti a ben vedere; i momenti in cui Vincenzo ricorda gli episodi così come sono avvenuti sono corredati da una recitazione che porta Capolicchio a usare troppa energia nel tratteggiare il personaggio di Vincenzo, con il risultato di rendere tutto troppo artefatto.

La drammatica sequenza del rapporto tra don Mario e una Lucetta inconsapevole
A contro bilanciare l’eccesso di zelo di Capolicchio c’è la recitazione misurata di Riccardo Cucciolla, che interpreta Nicola Parrella, l’emigrato meridionale con un gran cervello ma con ben poca fortuna.
Cucciolla, barese di nascita, usa fluidamente il dialetto pugliese riuscendo quindi a dare il massimo della credibilità al suo personaggio.
Bene anche Femi Benussi, che però ha oggettivamente un problema, quello cioè di essere terribilmente sexy e anche un tantino inadatta al ruolo della moglie ingenua “che non ha mai visto un uomo nudo”, come racconta il personaggio Lucetta durante uno dei primi incontri con Vincenzo.
La Benussi però avrebbe benissimo fatto dannare un santo, per cui è comprensibile la sua scelta quando la storia arriva nel suo punto culmine, il momento in cui Don Marco salta il fosso e si congiunge carnalmente con la moglie dell’amico, arrivando poi alla decisione fatale di abbandonare la tonaca dopo la scoperta della bellezza di quell’atto d’amore, pur consumato senza la collaborazione della donna.
Se il film affronta marginalmente il problema dell’integrazione dei lavoratori del sud, affidando a Cucciolla/Nicola Parrella il compito di illustrare amaramente gli aspetti dell’emigrazione, lo si deve alla decisione del regista di mostrare la carriera, per certi versi sgradevole, di Vincenzo, un uomo senza grossi scrupoli, che per la carriera e per i soldi non esita a compiere una serie di misfatti che lo degraderanno moralmente sempre più.
Fino alla decisione finale di mandare in carcere un innocente pur di salvaguardare la propria onorabilità e la propria posizione, già ampiamente compromessa dal dubbio legame con il suocero, palazzinaro un tantino mafioso e dagli oscuri interessi.
Un film in chiaro scuro, ma con una sua drammaticità ben esaltata dalla fotografia di Carlo Carlini; curiosa la scelta di utilizzare la Carmina Burana di Orff nelle sequenze iniziali, che, unite al crepuscolo, danno un’idea abbastanza originale di un dramma che sta per compiersi. Tuttavia molto meglio la versione orchestrale che venne utilizzata dieci anni dopo nell’Excalibur di Boorman.
Tra gli attori vanno segnalate vecchie glorie del cinema anni 40 e 50 come Yvonne Sanson, Andrea Checchi e Massimo Serato, protagonisti della stagione del cinema dei telefoni bianchi; bene inoltre un intenso Robert Hoffman nel ruolo di Don Marco.
Un apprezzato professionista di sicuro avvenire,un film di Giuseppe De Santis. Con Femi Benussi, Yvonne Sanson, Andrea Checchi, Robert Hoffman, Riccardo Cucciolla,Ivo Garrani, Lino Capolicchio, Nino Vingelli, Massimo Serato, Vittorio Duse, Sergio Serafini, Lina Alberti, Enrico Papa, Luisa De Santis
Drammatico, durata 129 min. – Italia 1972.
Lino Capolicchio – Vincenzo Arduni
Femi Benussi – Lucetta
Riccardo Cucciolla – Nicola Perella
Robert Hoffmann – Don Marco
Andrea Checchi – Padre di Vincenzo
Ivo Garrani – Padre di Lucetta
Yvonne Sanson – Madre di Lucetta
Nino Vingelli – Maresciallo
Pietro Zardini – Giacomo il sacrestano
Massimo Serato – Il cardinale
Vittorio Duse – Padre di Don Marco
Luisa De Santis – Moglie di Nicola
Regia Giuseppe De Santis
Soggetto Giuseppe De Santis, Giorgio Salvioni
Sceneggiatura Giuseppe De Santis, Giorgio Salvioni
Fotografia Carlo Carlini
Montaggio Adriano Tagliavia
Musiche Maurizio Vandelli
Scenografia Giuseppe Selmo, Enrico Checchi
Le recensioni appartengono al sito http://www.davinotti.com
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Alcuni snodi che definire romanzeschi è usare un eufemismo comprimono il livello della trama e, di conseguenza, del film, che resta però interessante in molte sue componenti, a partire da ambientazioni azzeccate e dalla scelta dei Carmina Burana come accompagnamento musicale. I personaggi principali sono tutti un po’ sopra le righe (ad eccezione di Hoffman, che è fin troppo composto), per cui la palma va alla splendida compostezza del grande Andrea Checchi. Medio, ma con un suo specifico perché: l’amore per i film italiani degli Anni Settanta.
Un avvocato (Lino Capolicchio), coniugato con donna benestante (Femi Benussi), non riesce a dare corso al rapporto intimo e per avere un figlio ricorre all’aiuto d’un prete. Ma quando quest’ultimo vuole abbandonare la veste, l’impotente lo uccide e tenta di invischiare, nel delitto, uno straccione innocente (Riccardo Cucciolla). Discreta prova (l’ultima purtroppo) di regia per Giuseppe De Santis che realizza un film decadente, tragico e dalle atmosfere talvolta deprimenti. Ottimo l’apporto dato da un cast convincente e calato nella parte.
Avvocato rampante uccide un prete, il suo migliore amico, e tenta di addossare la colpa a un poveraccio. Ma… Singolarissimo finale di carriera per il vecchio De Santis (curiosamente accreditato come “direttore artistico”), con un film giocato su più registri, dal grottesco al giallo al cinema di denuncia, e costruito su un complesso meccanismo di flashback a incastro. Magari poco verosimile, ma certamente audace, non stupisce che sia praticamente scomparso. Attori ben in parte, Capolicchio di rara laidezza (e sì che… ). Da vedere.
I continui rimbalzi tra presente e passato allacciano spunti delle pregresse esperienze neorealiste di De Santis – le miserie proletarie di Cucciolla – alle nuove tendenze del cinema dei primi Settanta, incline sia al discorso politico-civile-giudiziario su esempio di Petri che a quello sessuale nelle sue componenti esibizionistiche (le rigogliose nudità della Benussi), patologiche (l’impotenza di Capolicchio) e religiose (i dubbi di Hoffmann): l’esito è torbido e disarmonico, ma non privo di ambizione e fascino. Nella scena del battesimo, apparizione lampo della polselliana Stefania Fassio.
Non mi è piaciuto per niente. Attori orrendi (salvo solo Cucciolla), in particolare Capolicchio qui è a livelli di rara incapacità, trama banale e dialoghi da far accapponare la pelle (la seduta comunale quando discutono degli alberi sembra un litigio da osteria…).
Scoprire di essere impotenti ed aver paura di perdere tutto, oltre la propria dignità, anche la posizione sociale acquisita con un matrimonio “alto” e cercare di far tutto per evitare che questo accada. Capolicchio, perfetto nel suo ruolo in grado di cogliere e trasmettere le sfaccettature del suo personaggio, in una trama romanzata in cui anche un prete viene descritto (antisegnanamente per i tempi) con le debolezze di un uomo. Il tessuto ideologico della pellicola è forte e inusuale per i tempi in cui è stato realizzato. Da vedere.
Può una trama degna di un fotoromanzo assurgere al livello di atto d’accusa nei confronti della morale cattolica borghese? Sì, se sviluppata con estro talmente visionario e grottesco da sembrare ambientata ai tempi del Fascismo pur senza esserlo! L’ultimo film di un regista da cui non ti aspetteresti niente del genere. Ha ragione chi vi ha visto un parallelo con Petri. La vena allucinata della riuscita struttura a flashback è ben valorizzata dalla colonna sonora psichedelica di Maurizio Vandelli (all’epoca ancora nelle fila dell’Equipe 84).
Film interessante, racconta la storia di un giovane avvocato di umili origini, che sposa la bella figlia di un costruttore molto “introdotto” e sfrutta la posizione sociale del suocero per fare carriera, professionale e politica. La sua vita sarebbe perfetta, se non si mettesse in mezzo la morte del suo migliore amico sacerdote… L’intreccio tra denuncia del malcostume politico e sociale, morbosità coniugali e segreti familiari è sviluppato in modo originale, anche se alcuni passaggi risultano un po’ forzati. Capolicchio è quasi apprezzabile.
Le regine dei sogni anni 70 oggi
Nei vari forum o siti che si occupano di cinema capita spesso di imbattersi in domande del tipo “ma che fine ha fatto quell’attrice? ” oppure “ma oggi com’è diventata? ” .
Curiosità legittima specie quando l’attrice, la starlette o la semplice meteora è scomparsa nel nulla, ritirandosi a vita privata o cambiando completamente lavoro.
Paradossalmente di alcune di esse che occupavano le prime pagine dei giornali specializzati o di quelli scandalistici, non solo non si hanno più notizie, ma mancano anche documentazioni fotografiche recenti.
Che fine ha fatto Anita Strinberg, la bellezza nordica dagli occhi di ghiaccio, com’è diventata? Cosa fanno Marilu Tolo, Femi Benussi e Leonora Fani, Lara Wendel e Susan Scott?
Nonostante le mie lunghe ricerche in rete, alcune di loro sembrano davvero essere scomparse nel nulla.
Mancano non solo notizie biografiche, ma anche foto recenti.
Sembrerebbe che alcune abbiano volutamente staccato la spina, quasi che il cinema fosse stato, per loro, solo un passaggio, una tappa; incuranti della curiosità dei loro fans, vivono esistenze lontanissime dai riflettori.
C’è chi come Marco Giusti è riuscito a contattare alcune di loro, riproponendo nella trasmissione Stracult il loro passato cinematografico, con preziose testimonianze su un mondo ormai quasi completamente dimenticato, quello che si muoveva dietro le quinte del tanto celebrato cinema italiano degli anni settanta. Opera meritoria e lodevole, perchè ha fatto riemergere dalle nebbie del passato splendide attrici come Susan Scott o starlette come Rita Calderoni, ottime comprimarie come Gabriella Giorgelli….
E ci sono anche riviste come Nocturno che negli ultimi 10 anni hanno contribuito a far conoscere alle nuove generazioni tutta una serie di attori e attrici ormai confinate nel limbo, riroponendo il tesoro composto da centinaia di film completamente dimenticati.
Questa prima parte di questa galleria è dedicata ad alcune splendide protagoniste di quel cinema: alcune di loro mostrano gli inclementi segni del tempo, altre si sono trasformate in mature e affascinanti signore.
Tutte però conservano quel fascino che ha incantato intere generazioni, che ci ha fatto sognare, commuovere divertire.
Se qualche lettore avesse foto recenti, notizie di alcune attrici di cui da tempo non si parla più, può contattarmi o tramite gli appositi commenti in fondo alla pagina o tramite mail.
Sarà mia premura aggiornare immediatamente questa galleria, che prossimamente avrà una seconda parte.
Questa galleria non può non partire da una delle più belle e affascinanti star degli anni settanta, ancora oggi donna dal gran fascino: Orchidea De Santis
La regina del film sexy anni settanta, ancor oggi donna bellissima: Edwige Fenech
Era una delle più simpatiche e sexy star, interprete di film come Femina ridens: Dagmar Regine Hader, in arte Dagmar Lassander
Un personale mito, forse la più affascinante in assoluto: Nieves Navarro, conosciuta in Italia come Susan Scott
Non conosciutissima, ma interprete di diversi film di genere: Olga Bisera
Divenne famosissima da noi con Operazione San Gennaro e in seguito con Quando le donne avevano la coda: Senta Berger
Era l’interprete di 5 bambole per la luna d’agosto e di tanti altri film; è rimasta una gran bella signora Ely Galleani
Cantante di buon successo, passata poi alla commedia sexy all’italiana, interprete di film come La supplente, Ecco lingua d’argento: ultima a destra, Carmen Villani
Un’altra interprete molto famosa nel decennio settanta; la bionda e ancor oggi affascinante Barbara Bouchet
Esordì come fotomodella e poi come attrice di fotoromanzi; ha lavorato in film western, in commedie sexy e in thriller. Beba Loncar
Sempre bellissima, affascinante, La ragazza dalla pelle di luna, oggi produttrice di successo: Zeudi Araya

Attrice molto brava e preparata, indimenticabile protagonista nel film Novecento di Bertolucci: Stefania Casini
Il fascino e la bellezza intramontabile di una delle più brave attrici del cinema italiano, interprete di film come Profumo di donna: Agostina Belli
Attrice versatile, ha interpretato film di diverso genere, come thriller, western, gialli e alcune commedie sexy: Janet Agren
Sempre invidiabilmente giovane, Martine Brochard
Una delle attrici americane più attive in Italia: Carroll Baker
L’altra reginetta del cinema sexy italiano, Gloria Guida
La reginetta dei decamerotici, Gabriella Giorgelli
Un altro personale mito, l’affascinante Erika Blanc
Una delle attrici più versatili in assoluto, Rosalba Neri
La reginetta della commedia sexy balneare, Annamaria Rizzoli
Riemersa dopo un lunghissimo silenzio, Rita Calderoni
Hardcore
La vicenda è ambientata nel Michigan.
In una piccola comunità in cui tutti si conoscono, retta da un perbenismo non solo di facciata ma elevato a sistema sociale, vive l’imprenditore Jake Van Dorn con la figlia adolescente Kristen.
La piccola comunità ha un senso religioso molto profondo, e infatti vediamo sin dall’inizio i vari componenti partecipare a funzioni religiose e a pranzi in comune.
La giovane Kristen non sembra avere particolari problemi così suo padre, quando la ragazza deve partire per un incontro religioso in California, non si oppone.
Ma dopo la partenza, Kristen smette di dare sue notizie e ben presto suo padre inizia ad allarmarsi.
Jake inizia quindi le sue ricerche, senza però approdare a nulla.
Così, convinto anche da suo cognato assume Andy Mast, uno scafato investigatore privato per trovare sua figlia.
Dopo alcuni giorni Jake riceve una telefonata di Andy, che lo convoca a Los Angeles; l’uomo ha trovato tracce della ragazza.
Andy porta Jake in una saletta dove si proiettano film a luci rosse e dopo averne vinto le resistenze iniziali, proietta un film in super 8 nel quale la giovane Kristen è protagonista di un rapporto sessuale con due uomini.
Lo choc per Jake è fortissimo; decide quindi di mettersi alla ricerca della ragazza aiutato da Andy, ma ben presto scoppia un profondo diverbio tra i due.
Andy infatti ha i suoi metodi di investigazione e al puritano Jake la cosa non và giù.
Così Van Dorn si trasferisce in California di persona e inizia una lunga ricerca in un mondo squallido, quello composto da tutto il mercato del sesso, che lo porterà a scoprire la degradazione dell’essere umano attraverso il mercimonio dei corpi, della dignità stessa di coloro che ne fanno parte.
Dopo alcune vicende, Jake conosce la giovane prostituta Niki, che in qualche modo riesce ad aiutarlo nelle ricerche.
Jake, che si è finto un produttore di film a luci rosse, alla fine riesce a trovare la giovane Kristen, che non è stata rapita come l’uomo credeva, ma che si è allontanata dal padre stanca del suo bigottismo, del rapporto troppo freddo che esisteva tra i due e sopratutto perchè priva di una propria identità personale.
Nel drammatico finale, dopo un colloquio chiarificatore con sua figlia durante il quale l’uomo ammette i suoi sbagli, i due vanno via assieme.
Ma Jake farebbe una brutta fine non fosse per Andy, che nonostante non sia più alle dipendenze di Jake, lo segue salvandogli la vita uccidendo un losco pappone che gestiva la vita di Kristen e di altre sfortunate ragazze.
Hardcore, diretto nel 1978 da Paul Schrader, è un’avvincente film in stile quasi documentaristico.
La vicenda di Jake e di sua figlia Kristen infatti ben presto diventano quasi un pretesto per mostrare lo squallido sottobosco del mondo del porno, del mercato del sesso in tutte le sue numerose manifestazioni.
Il viaggio che fa Jake Van Dorn, un’anima quasi candida in un mondo in cui la perversione morale fa da sfondo alla mercificazione del corpo, al baratto di qualsiasi tipo di dignità per un piccolo mucchio di dollari, è un viaggio diretto verso l’inferno.
Un inferno popolato da giovani allettate dai guadagni facili, da ragazzi che si vendono per pochi soldi, da ragazze costrette a mostrarsi nude e in posizioni sconce all’interno di piccolo locali mal illuminati, nei quali i voyeur di turno infilano gettoni per far assumere alle ragazze all’interno posizioni erotiche particolari.
Hardcore è anche una galleria di volti, di locali, di miseria.
Lo stesso Andy, lo scaltro investigatore che Jake assume, approfitta senza scrupolo delle ragazze che contatta alla ricerca di Kristen, entrando a far parte anche lui di quel miserabile mondo che ruota attorno al mondo della prostituzione.
Si, perchè in realtà proprio di prostituzione si tratta.
La vendita del corpo non avviene solo nel contatto diretto tra chi vende il proprio corpo e chi lo affitta ma anche tra chi assiste alla proiezione di un film porno e la pellicola stessa, perchè dietro quel film porno c’è un mondo privo di scrupoli e di una morale di riferimento, in cui la dignità della persona viene totalmente cancellata, in cui solo il corpo diventa protagonista.
Un qualcosa da vendere, da affittare.
Memorabile la scena in cui Jake, sempre alla ricerca di Kristen, è costretto ad assistere ad uno snuff-movie, uno di quei film in cui la donna protagonista viene seviziata e poi uccisa, il tutto sotto l’occhio freddo di una telecamera.
Jake, che rappresenta il cittadino qualunque, quello che vive e lavora in un’esistenza forse grigia, ma dignitosa, è di fatto una figura estremizzata volutamente da Schrader.
Che preferisce un’anima totalmente candida, rinchiusa in un mondo che ignora totalmente le insidie e i pericoli della vita al di fuori della propria comunità.
Un mondo puritano che arriva a scontrarsi frontalmente con una realtà fatta di squallore ad un livello assolutamente inimagginabile per chi vive protetto nel proprio mondo fatto di cose semplici, di valori condivisi come la famiglia, le riunioni durante le feste, le preghiere.
Un mondo bigotto, sicuramente, ma dai fortissimi valori morali.
Il viaggio all’inferno di Jake si conclude positivamente, ed è questo il messaggio del film.
Si può uscire dall’inferno, ma per una ragazza strappata al quotidiano degrado morale ce ne sono tante che consumano la loro vita e la bruciano dietro il miraggio del denaro facile.
Come Niki, la giovane prostituta che si illuderà di poter uscire da quel tunnel quando conoscerà Jake; un’illusione, davvero, perchè lei è ormai fuori dal mondo “civile” e Jake è un universo totalmente alieno per lei.
Davvero un bel film, quindi, aiutato anche dalla maiuscola prova di George C. Scott, che sembra essere nato per intepretare l’uomo della middle class immerso all’improvviso in una realtà assolutamente sconosciuta, inimmaginabile.
Scott quindi si muove per tutto il film con un’aria smarrita assolutamente consona al personaggio che interpreta; bene anche Peter Boyle nel ruolo di Andy, il navigato e opportunista investigatore privato.
Il ruolo marginale in assoluto lo interpreta Ilah Davis, ovvero quello di Kristen.
La ragazza è una meta, che sembra irragiungibile e come tale rimane nell’ombra fino alla fine, quando ha anch’essa il suo momento di gloria nel corso del drammatico colloquio con il padre.
Il ruolo lo interpreta bene così come brava è Season Hubley, la giovane prostituta Niki.
Un film davvero interessante, dalle tematiche forti.
Tutto il viaggio nel perverso e osceno mondo dell’hardcore, del sesso, è illustrato senza alcuna malizia. Sono davvero poche le scene di nudo, perchè il tutto è lasciato all’immaginazione dello spettatore.
Hardcore, un film di Paul Schrader, con George C. Scott, Peter Boyle, Season Hubley, Dick Sargent,Leonard Gaines, Dave Nichols, Gary Graham,Larry Block, Ilah Davis. Drammatico, Usa 1978
George C. Scott: Jake Van Dorn
Peter Boyle: Andy Mast
Season Hubley: Niki
Dick Sargent: Wes DeJong
Leonard Gaines: Ramada
Dave Nichols: Kurt
Gary Graham: Tod
Larry Block: Det. Burrows
Marc Alamo: Ratan
Ilah Davis: Kristen Van Dorn
Regia Paul Schrader
Soggetto Paul Schrader
Sceneggiatura Paul Schrader
Fotografia Michael Chapman
Montaggio Tom Rolf
Musiche Jack Nitzsche
Scenografia Paul Sylbert
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“Cosa succede se un rispettabile padre di famiglia è costretto per motivi familiari a confrontarsi con il sordido mondo del cinema pornografico? A questa domanda risponde il film di Paul Schrader, in cui si rappresenta una vera e propria discesa agli inferi del protagonista. Ma in tutto il film la contrapposizione tra moralità e depravazione permea la vicenda, inserita peraltro in un’efficace contesto ambientale.
Dramma a “forti tinte” al quale – in seguito – parecchie altre pellicole faranno riferimento (in maniera più o meno velata). Il regista di Taxi Driver (altro titolo indimenticabile) prima di rimanere coinvolto in blandi remake di horror psicologici (Il Bacio della Pantera, 1982 e Exorcist: The Beginning, 2005) ha girato film estremamente interessanti, avvalendosi – come in tal caso – d’attori di classe (George C. Scott) in grado di conferire (umana) sofferenza ai personaggi, spaventosamente simili ai nostri vicini di casa…
Forse il miglior lavoro di Paul Schrader, autore di tormentata religiosità, questa discesa agli inferi di uno straordinario, intensissimo George C. Scott è un film che non si dimentica. Nel suo crescendo (o meglio, sprofondando) in atmosfere di sempre maggior squallore, solitudine, disperazione, ben rese dalla fotografia aderente, non centra forse tutti i bersagli prefissati, ma scuote, disturba, interroga.
A partire da un certo momento della storia, la pellicola sembra essere una sorta di Taxy driver in tono minore e, fatte le dovute proporzioni, l’efficacia nel descrivere una società malata che affoga nel vizio e nella perversione è molto simile. Otima la regia di Schroeder così come pure buona la sceneggiatura. Bravo come sempre ma soprattutto credibilissimo George C. Scott nell’incarnare un padre che scopre gradualmente e sempre più inorridito la spirale perversa di cui la figlia è caduta vittima. Da riscoprire e rivalutare.
Decisamente un bel film. Ottimo il contrasto tra l’atmosfera invernale e rassicurante della prima mezz’ora e il clima morboso (alla Taxi driver, anch’esso sceneggiato da Schrader) che si respira nel resto del film. La storia è intensa e appassionante, peccato solo per il finale non all’altezza. Ottimo il personaggio di Van Dorn, perfettamente impersonato da un bravissimo George C. Scott che offre una recitazione alla stesso tempo intensa e misurata. Buono anche il resto del cast. Abbastanza efficace la colonna sonora. Consigliatissimo.
Per raccogliere un fiore caduto nel fango, bisogna sporcarsi le mani. Jake, padre di famiglia, onesto nel suo rigore integralista, deve confrontarsi non tanto con il male, quanto con l’ambiguità di un certo mondo, o del mondo in genere, tanto più grande della sua cittadina del Michigan. In una California luminosa e feroce, nell’underground del porno, Jake si scopre sia vincitore che sconfitto quando si volta ancora a guardarli, tutti gli altri fiori nel fango. Film molto datato ma ancora suggestivo, peccato per il finale affrettato e forzato.
Un film che affronta il problema degli adolescenti che, per una sorta di ribellione (in questo caso dovuta alle abitudini religiose, calviniste per la precisione) sono portati a compiere scelte estreme. La pellicola rende alla perfezione, grazie alla bravura degli attori, l’idea del genitore prostrato davanti alla piega degli eventi ma con una voglia di chiarezza e riscatto che George C. Scott trasmette magistralmente. Tutto fa riflettere sull’educazione trasmessa ai figli e le conseguenze negative che possono derivarne sotto forma di “sorprese”.”
Io Emmanuelle
“Acquistate tre saponette per cento lire”
E’ lo slogan che ascolta una bellissima e annoiatissima donna da una radio che le ronza affianco, mentre dorme completamente nuda coperta solo da un lenzuolo verde.
Si vede anche sul balcone del suo elegante appartamento mentre giace sull’asfalto, coperta anche li dal lenzuolo verde.
Inizia così Io Emmanuelle, con dialoghi scarni , anzi, monologhi irritanti, di Ginette, amica di Emmanuelle, la protagonista annoiata. Proviamo a descrivere il film in presa diretta, da spettatore che fa la radiocronaca scritta (un non sense, lo so) di quello che scorre sotto i suoi occhi.
La splendida Erika Blanc
La donna gira nervosamente la manopola di sintonizzazione della radio, che trasmette, con monotonia, la notizia di un bonzo che si è dato alle fiamme, le ultime dal Vietnam, dove infuria la guerra, mentre ossessivamente una voce ripete lo slogan delle tre saponette.
La macchina da presa indugia sugli splendidi occhi di Emmanuelle (Erika Blanc), sul corpo, la segue mentre nuda sale una scala (senza ovviamente inquadrarla mai per intero, siamo nel 1969).
Sono passati circa 10 minuti dall’inizio del film, e un senso di noia mortale sembra pervadere già lo spettatore.
Ed è solo il prologo, perchè la sensazione si trasformerà ben presto in una certezza assoluta.
Altri 5 minuti in cui seguiamo la protagonista andare a spasso per la città, e finalmente dopo 18 minuti! di film ascoltiamo la sua voce dire:”Mio caro cretino professore,ascoltami: sono stufa di sapere che ho bisogno di te”.
Il che è una liberazione, perchè la terribile sensazione di aver perso il senso dell’udito si sta accompagnando a quella più grave di vivere un incubo.
Mentre la solita voce fuori campo continua a proporre le maledette “tre saponette”, Emmanuelle si reca a trovare un tizio, che la accoglie come una vecchia amica.
E’ un logorroico e snob signore di mezz’età, che però resta senza parole quando Emmanuelle gli dice, brutalmente “Ti prego, fammi fare l’amore”
Ora, qualsiasi essere normale che si senta chiedere da un pezzo di donna come la Blanc una cosa del genere come minimo avrebbe dapprima una sincope, e in seguito si lancerebbe lancia in resta (scusate la similitudine da trivio); difatti l’uomo, dopo l’iniziale imbarazzo e dopo un “non ti credo”, impalma in senso biblico la donna, che comunque non sembra apprezzare più di tanto.
Difatti prima di andar via Emmanuelle brucia alcune pagine del libro che l’uomo stava scrivendo, segno inequivocabile che il rapporto è stato scadente.
Dopo di che la insoddisfatta Emmanuelle si reca da un altro amico, un venditore di reggiseni alle prese con una cliente elefantiaca e incontentabile;anche in questo caso, la donna ha un rapporto veloce e inconcludente.
Uscita dall’atelier dell’amico, Emmanuelle sale sulla moto di un giovane cappellone, che si rivelerà essere una specie di hippy pazzoide e cannato all’ennesima potenza;dopo aver fumato un maxi spinello, la donna fugge ancora.
Incontrerà poi un maturo signore in cerca di avventure,una lesbica con la quale avrà un muto scambio di segnali e un incontro ravvicinato in un cesso con tanto di rifiuto da parte della nostra eroina,un giornalista preoccupato più della madonnina che porta al collo che dall’atto sessuale con la sua compagna, nuovamente il cappellone hippy….
Insomma, un tour de force erotico che la lascerà ancor più annoiata di prima.
Io Emmanuelle, diretto da Cesare Canevari nel 1969 è un film mortalmente noioso; non fosse per la splendida protagonista, Erika Blanc, sarebbe da piantare in asso dopo venti minuti di visione.
A parte la raffinata fotografia, si salva pochissimo o niente; la trama in pratica è inesistente o quasi, giocata tutta sull’insoddisfazione della protagonista, una donna che cerca nel sesso un appiglio ad una vita che le appare vuota.
Il che verrà replicato all’infinito negli anni successivi, quando l’erotismo diverrà fatalmente valvola di sfogo, modo per realizzarsi,soddisfazione di istinti primari al confine con la bestialità per passare a fonte di vita o oggetto proibito e via dicendo.
Canevari ha l’unico merito di aver anticipato i tempi proponendo un soggetto molto scabroso per l’epoca.
Siamo a fine anni sessanta, non dimentichiamolo, e le forbici della censura agivano con una forza e una velocità degne di miglior causa.
Ma resta l’unico merito del regista, che tenta inutilmente di abbellire il quadro donandogli una patina di intellettualismo che alla fine riesce solo a indispettire lo spettatore.
Sprecato oltre ogni ragionevole necessità il cast, che include la citata Blanc, che fa il suo con inappuntabile professionalità, la Sannoner, validissima attrice di teatro finita per chissà quale motivo in questa pochade, Adolfo Celi e Paolo Ferrari, entrambi attori di indiscusso pregio che mostrano tutta la loro perplessità per un soggetto in cui evidentemente non credevano mantenendo il minimo sindacale della recitazione.
Un film davvero brutto, quindi, appesantito da situazioni surreali o tragicomiche, come il momento di intimità di Emmanuelle con Sandri in cui quest’ultimo è preoccupato più che dal rapporto con la splendida donna che ha nel letto dall’aver smarrito una catenina.
Il livello è quindi questo, e quello che da più fastidio è la pretenziosità con cui il film cerca di prendersi sul serio.
Il tema sonoro centrale è di Mina,ed anche questo era evitabilissimo.
Io Emmanuelle, un film di Cesare Canevari. Con Erika Blanc, Adolfo Celi, Paolo Ferrari, Milla Sannoner, Sandro Luporini, Lia Rho Barbieri
Drammatico, durata 96 min. – Italia 1969.
Erika Blanc – Emmanuelle
Adolfo Celi – Sandri
Paolo Ferrari – Raffaello
Sandro Korso – Il capellone
Lia Rho-Barbieri – Anita
Ben Salvador – Phil
Milla Sannoner – Ginette
Regia: Cesare Canevari
Soggetto: Cesare Canevari
Romanzo: Emmanuelle Arsan
Musiche:Gianni Ferrio
L’eroina eponima, sempre in cerca di nuove esperienze sentimental-sessuali, è qui affidata alla rossa Erika Blanc, che si concede generosamente in eleganti nudi. Meritevoli soprattutto lo stile registico di Canevari, a base di zoom e primi piani, il montaggio di Messeri e la fotografia di Catozzo. I dialoghi sono pressochè superflui…
Pura tecnica fine a sé stessa. Rappresentare la noia di vivere senza diventare noiosi è molto difficile, ed infatti tolte poche sequenze si assiste ad un’inerte rappresentazione dell’andirivieni di Erika Blanc per Milano mentre si abbandona più volte alle braccia del primo venuto. Di sostanza, insomma, neanche a parlarne… ed i dialoghi sono spesso irritanti. Un film che dimostra ampiamente i suoi 40 anni, purtroppo.
Film noiosissimo che di erotico ha davvero poco. Salvo solo le atmosfere e le ambientazioni tipicamente anni sessanta. Discreta colonna sonora, pessimo tutto il resto; pare che questo film anticipi la fortunata serie con la Crystal, senza ovviamente raggiungerla né sfiorarla in quanto a qualità. Mediocre.
Pellicola per certi versi paradigmatica del cinema erotico anni ’60: sesso castigatissimo di cui fatichiamo a comprendere lo scandalo, dialoghi inascoltabili che tradiscono una attaccamento di fondo agli antichi “valori” che si pretende di sovvertire; ma d’altre parte anche velleità semiautoriali, intellettualismi alienati (o manierismi psichedelici travestiti da tali) nell’uso del montaggio e della musica. La Blank, raramente protagonista, si segue volentieri. Bel quadretto d’epoca, benché immaginario, anzi: sull’immaginario di un’epoca.





























































































































































































































































