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La bambolona

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Giulio Broggini è un avvocato romano;scapolo impenitente e seduttore incallito, l’uomo sembra consumare la propria esistenza tra avventure senza futuro cullandosi pigramente sullo status conquistato.
Un giorno però, fa un incontro destinato a cambiargli la vita;conosce Ivana Scarapecchia, taciturna e ombrosa popolana romana e se ne invaghisce, attratto dal fascino sensuale che la ragazza sembra dispensare a piene mani.
Inizia così un corteggiamento spietato, che però non sembra far breccia nel cuore della donna.
Così da seduttore Giulio si trova a dover vestire i panni del sedotto, ma non solo:la ragazza gli si nega risolutamente e ben presto Giulio decide di puntare anche sul denaro per tentare di espugnare il cuore della ragazza.
Poichè Ivana ha anche due genitori che vegliano su lei come cani su un gregge, decide di presentarsi a loro.

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Ivana sembra assolutamente irraggiungibile, per il povero Giulio;eppure la ragazza è lontana dai suoi canoni estetici, non sembra mostrare alcun interesse verso di lui, lo guarda inespressiva quando lui le parla, si comporta insomma come se Giulio non esistesse.
L’uomo forse non è innamorato di lei, ma si sente attratto da quelle forme piene, giunoniche e sopratutto dal fatto che lei gli resista, cosa che probabilmente non ha mai sperimentato.
Così Giulio finisce per elargirle denaro e regali, fra i quali un prezioso anello con brillanti che la ragazza, perfidamente, dirà con noncuranza di aver smarrito
Ormai preso nella rete dalla ragazza, che è molto più astuta di quel che pare, Giulio perde completamente la testa ma finirà per scoprire amaramente che la ragazza non solo non si concederà, ma che arriverà anche a ricattarlo con la minaccia di averle usato violenza.Ivana infatti è incinta ma non certo di Giulio, al quale non si è mai concessa ma di un giovane fruttivendolo.

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Così Giulio si trova ad dover pagare e rimarrà scornato a meditare sulla propria ingenuità e riprenderà la vita di un tempo.
Nelle ultime scene del film infatti lo vediamo mentre è su un letto con una donna…
Diretto da Franco Giraldi, La bambolona è una gran bella commedia uscita nei cinema con ottimi risultati in termini incassi e lodevoli in quelli di critica nel 1968.
Tratto dal romanzo omonimo di Alba De Cespdes (scrittrice nata a Roma da padre cubano,ambasciatore in Italia e madre romana),il film descrive in maniera accurata e formalmente ineccepibile le vicende amare di un maturo Don Giovanni che finisce nella rete di una furbissima ragazza del popolo, che trova la maniera per sistemarsi sfruttando le debolezze di Giulio, un avvocato che si crede furbo e irresistibile e che invece finirà per ritrovarsi ad essere un burattino nelle mani di una ragazza giovane ma che ha già capito come farsi spazio nella vita.

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Grazie al suo fisico prosperoso, prorompente, Ivana infatti piega alla sua volontà quella del maturo avvocato riuscendo anche nell’impresa di spillargli un mucchio di quattrini senza minimamente concedere all’uomo il frutto del suo desiderio.
Una vendetta che propone il ritratto di una donna consapevole dei propri mezzi, della propria femminilità e che non esita a sfruttarla per motivi forse poco leciti moralmente ma sicuramente corroboranti da quelli finanziari.
Assistiamo quindi ad un ribaltamento dei ruoli rispetto al solito;sparisce il ritratto della popolana sedotta e abbandonata per far spazio a quello di una donna forte sotto la falsa patina della donna apatica.
In realtà Ivana, ad onta della sua età è ben consapevole del fascino che esercita e decide di piegare la volontà dell’avvocato sia per i sui scopi (arricchirsi velocemente) sia per riaffermare in qualche modo, forse in modo oscuro e no del tutto consapevole, il suo ruolo di donna libera padrona del proprio corpo e dei propri sentimenti.
La ragazza infatti prenderà quello che vuole senza concedere nulla in cambio; se per Giulio quella ragazza così lontana dal suo modo, placida e florida rappresenta in qualche modo un amore proibito dalle convenzioni sociali e dalla differenza di ceto sociale, per Ivana Giulio rappresenta solo una miniera alla quale attingere sfruttando quella debolezza tutta maschile verso il sesso “debole”

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Che alla fine risulta essere invece il vero sesso forte.
La bambolona è uno dei capolavori di Ugo Tognazzi, che qui fornisce nei panni dell’avvocato Giulio Broggini un ritratto indimenticabile di quella classe medio borghese che aveva assunto le redini della società durante in boom economico e che ora, quando lo stesso stava miseramente spegnendosi, si apprestava a vivere di rendita sulle posizioni acquisite.
Tognazzi è grandissimo nel tratteggiare la figura antipatica a pelle di un Don Giovanni che per la prima volta deve fare i conti con lo spirito indomito di quella classe popolare, nello specifico tutta al femminile, che inizia a rivendicare un ruolo autonomo nella società.
La figura di Giulio è resa dal grande attore cremonese in modo potente grazie alle sfaccettature che il soggetto del film propone; non è un personaggio monolitico, quello di Giulio e Tognazzi lo rende al meglio, incarnando la figura dello stesso con perizia.
Molto brava anche Barbara Rei, un’attrice all’esordio e che purtroppo non avrebbe avuto un seguito cinematografico se non l’anno successivo e per l’ultima volta in Oh dolci baci e languide carezze di Mino Guerrini.
Una carriera composta solo da due film, quindi finita nel nulla senza motivo conosciuto.
Nel cast compare anche la grande Lilla Brignone, nel ruolo della mamma di Ivana, personaggio avido e odioso reso magnificamente dall’attrice.

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Sicuramente eccellente la regia di Franco Giraldi qui alla sua prima commedia dopo 4 western; il regista firulano dirgerà qualche altro film del genere commedia per poi specializzarsi, a metà degli anni settanta, in fiction televisive fra le quali vanno ricordate L’avvocato Porta e Pepe Carvalho.
La bambolona passa molto raramente in tv; per fortuna è disonibile in rete in una splendida riduzione streaming all’indirizzo http://www.nowvideo.ch/video/77a3b905bc881

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Un film di Franco Giraldi. Con Ugo Tognazzi, Lilla Brignone, Isabella Rei, Filippo Scelzo,Ignazio Leone, Giorgio Arlorio, Susy Andersen, Marisa Bartoli, Margherita Guzzinati, Bruna Beani, Brizio Montinaro Commedia, durata 107′ min. – Italia 1969.

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Ugo Tognazzi: Giulio Broggini
Isabella Rey: Ivana, la bambolona
Corrado Sonni: Rosario Scarapecchia, padre di Ivana
Lilla Brignone: la madre di Ivana
Marisa Bartoli: Luisa
Susy Andersen: Silvia
Margherita Guzzinati: Daria

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Regia Franco Giraldi
Soggetto Alba De Céspedes
Sceneggiatura Ruggero Maccari e Franco Giraldi
Fotografia Dario Di Palma
Montaggio Ruggero Mastroianni
Musiche Luis Enriquez Bacalov
Scenografia Carlo Egidi

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La bambolona banner recensioni

L’opinione di LorCio tratta dal sito http://www.filmtv.it
Un personaggio per niente scontato: un avvocato di grido, con amanti a profusione con fisici da modelle, che si invaghisce di una ragazza pienotta e non esattamente in linea con i suoi canoni di bellezza. Perché? In realtà vorrebbe solo portarsela a letto, ma il signore è più complesso di quanto voglia apparire, e alla fine, da furbo quale si presenta, ci fa la figura del fesso colossale. Nelle mani di Ugo Tognazzi, l’avvocato Giulio Broggini è un mostro in borghese che rivela tutta la falsità del boom economico e del benessere sociale (quindi umano) dell’italiano medio, compromesso dalle conseguenze dei sentimenti ingestibili. Con professionalità e una naturalezza incredibili, Ugo mette a segno un ennesimo capolavoro d’attore che occupa un posto d’onore nel suo personale percorso per singolarità e rarità. Dietro la macchina da presa c’è il dimenticato Franco Giraldi, che trasferisce sul grande schermo un romanzo di Alba De Céspedes, che innesta nel modello della commedia all’italiana (qui soprattutto di costume) elementi inattesi (le proiezioni oniriche di Giulio al cospetto del potentissimo zio della sua amata, alto dirigente del Ministero dell’Interno, con un ambiguissimo rapporto con la nipote) e un tono tutt’altro che banale. La bambolona è una convincente Isabella Rey, qui figlia di due caratteristi infallibili come Lilla Brignone e Corrado Sonni e con una metamorfosi finale da mani nei capelli. Un film poco capito, da recuperare subito.
L’opinione del Morandini
La vita di un avvocato romano scapolo è sconvolta dall’improvvisa passione per una formosa popolana che sotto un’apparente apatia nasconde le unghie di una rapacità perfettamente programmata. Da un romanzo di Alba de Cespedes il sottile e controllato Giraldi ha cavato una commedia di costume che, tra le righe di un intrigo beffardo, cela un’amarezza autentica. La giovane Rei tiene testa a Tognazzi.

L’opinione di Homesick dal sitto http://www.davinotti.com
Commedia di costume tratta dall’omonimo romanzo, pervasa da un’amara ironia sulle brame erotiche e materiali degli italiani. Il superlativo Tognazzi si specializza nel ruolo dell’uomo di mezza età che perde la testa per un’adolescente; l’esordiente Rei in quello della ragazzina abulica e apparentemente ingenua, poi replicato – in una più provocante e grintosa veste hippy – in Oh dolci baci e languide carezze.

L’opinione di Baliverna dal sito http://www.filmtv.it
Sicuramente un bel film, troppo a lungo sottovalutato. Siamo dalle parti de “La voglia matta”, anche se la situazione è molto più elaborata e protratta nel tempo, oltre che negativa per il malcapitato. Come aveva già dato prova nel film di Salce, anche qui Tognazzi ci regala un’ottima interpretazione dell’uomo maturo e con una discreta posizione sociale che si lascia abbindolare e umiliare da una ragazza smorfiosa, che in questo caso lo usa e basta. Da parte di lei non c’è neppure il capriccio, la volubilità, o l’interesse fugace, ma solo l’intenzione di spillargli quattrini. La condiscendenza interessata della ragazza è forse condita solo da una vanità fine a se stessa. Da grande attore qual era, Tognazzi non teme di fare la parte di uno che è divorato dal desiderio – quasi solo sessuale – per una donna, la quale non si concederà mai e lo lascerà a bocca asciutta. Da affermato avvocato a cinico seduttore, lei ne fa il suo pupazzo, il suo zimbello; lo illude, lo usa, lo sfrutta, gli dà uno zuccherino ogni tanto, giusto quanto basta per averlo sempre ai suoi piedi e non farlo scappare. E lui, che smania dal desiderio di averla, ci casca.
Dall’altra parte, Isabella Rei è proprio perfetta per la parte, non so se per natura o per abilità interpretativa. Le sue smorfiette e il suo trattarlo con sufficienza sono ottimi, e sono parte integrante del suo personaggio. La sceneggiatura, poi, le mette in bocca le giuste frasi ambigue e sibilline, di quelle che da una parte concedono dall’altra tolgono. Anche il corpo dell’attrice è molto adatto al suo ruolo. Memorabile, a questo proposito, Tognazzi, il quale, pensando alle sue forme, le suggerisce di mangiare panna, pane e cioccolato… Il poveretto è proprio accecato dalla passione, perché basterebbe che avesse un po’ di buon senso e di dignità per mandarla a quel paese. Quindi è proprio lui che le dà l’opportunità di usarlo come vuole, e non si può certo parlare di una particolare scaltrezza o dissimulazione da parte di lei.
Della regia di Giraldi si può eccepire solo qualche primo piano di troppo. Per il resto è buona e originale. In generale, è un bel film che fa vedere a che abissi di umiliazione e di ridicolo possono portare le passioni storte lasciate a briglia sciolta.

La recensione del sito http://www.filmscoop.it
Giulio Broggini (Ugo Tognazzi), avvocato romano appartenete all’alta borghesia, si invaghisce morbosamente della diciassettenne Ivana (Isabella Rei).Giulio, abituato ad avere sempre tutto e subito, si accorge però che conquistare la ragazza non è poi così semplice…
Tratto dall’omonimo romanzo di Alba De Céspedes del 1967, “La bambolona” è la prima commedia girata da Franco Giraldi. Per la sceneggiatura, il regista triestino si avvale dell’aiuto dell’amico Ruggero Maccari, mentre per le musiche sceglie Luis Bacalov, il quale aveva già collaborato con lui in “Sugar Colt”, e con il quale collaborerà ancora in quasi tutti i film successivi. Il ruolo di protagonista, che inizialmente spettava a Marcello Mastroianni, viene assegnato poi ad un altro grande interprete della commedia all’italiana, Ugo Tognazzi. Isabella Rei, la protagonista femminile, è invece all’esordio assoluto nel cinema.
Siamo alla fine degli anni sessanta, in un periodo in cui la commedia all’italiana attraversa i suoi anni migliori. In particolar modo, ci troviamo in un periodo nel quale i protagonisti delle commedie, nella fattispecie il benestante avvocato Broggini, cercano in tutti i modi di fuggire dal tran-tran del della vita quotidiana cercando sfogo nel sesso. Perfino Giulio, perfettamente a suo agio nei lussi che la sua condizione privilegiata gli consentono (tennis, massaggi, Maserati coupè, feste mondane), si trova al punto di voler inconsciamente qualcosa di diverso, qualcosa di sessualmente diverso. Un uomo abituato ad avere tante donne, tutte bellissime e benestanti, si trova improvvisamente a rincorrere una ragazzina che non ha poi niente di così bello o particolare, ma che ha qualcosa, nell’aspetto fisico abbondante e nel viso a momenti inquietante, che lo attrae morbosamente. Il fatto che la ragazza, poi, si dimostri invero poco disponibile, fa sì che Giulio ne venga attratto ancor di più, ed anzi sia costretto a scendere ad ogni tipo di compromesso per cercare di portarsela a letto. Ivana, che inizialmente avrebbe dovuto essere una semplice preda sessuale, diventa poi una vera e propria fissazione per Giulio, il quale non si accorge, se non alla fine del film, che tra i due la preda è lui.
La tematica del sesso ricorre in tutto il film, e non solo nel rapporto che Giulio ha con Ivana, ma anche nei rapporti che lui ha avuto o ha con altre donne, nonché nell’accenno neanche tanto velato all’omosessualità di Diodeo, il domestico tuttofare del protagonista.
Altra tematica che si riscontra nel film è quella, tipicamente sessantottina, dell’emancipazione femminile. È questo un argomento al quale Giraldi tiene molto e che tratterà poi in molti dei suoi film, primo su tutti “Un anno di scuola”. Non per niente alla fine della storia sarà proprio la donna ad averla vinta, da ogni punto di vista.
Due diversi conflitti si riscontrano tra i protagonisti: uno generazionale ed uno economico-sociale. Giulio vede Ivana come una ragazzina di bassa estrazione sociale ed oggetto di piacere, lei vede lui come un vecchio che le può dare possibilità di riscatto economico. Il riscatto economico, di fatto, si rivelerà poi essere il vero filo conduttore della vicenda.
La conclusione del film, diversamente da quella del libro, vede Giulio tornare alle vecchie abitudini, come se la storia successa con Ivana non gli fosse per niente servita da lezione.
Curiosa l’ultima inquadratura, che si sofferma proprio su Tognazzi il quale, accesosi una sigaretta dopo aver fatto l’amore con una delle solite bionde, guarda in direzione della telecamera attraverso la testiera del letto che ricorda quasi sbarre di una prigione. È probabilmente un modo implicito per spiegare allo spettatore che, in fin dei conti, Giulio non ha per niente cambiato le sue abitudini, anzi, è tornato ad essere prigioniero della stessa vita che faceva prima di incontrare Ivana.
Un elogio particolare va alla scelta delle musiche, a partire dal motivetto che accompagna i titoli di testa e quelli di coda, per giungere al momento più alto del film con l’incedere prepotente de “Il barbiere di Siviglia” nella scena che si svolge a teatro.
Una commedia divertente, mai banale né volgare, a tratti sottilmente astuta, recitata ottimamente da un mostro sacro come Ugo Tognazzi e dalla sorprendente debuttante Isabella Rei.

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Giulio non era abituato a trovarsi in strada a quell’ora. Aveva calcolato che la seduta sarebbe finita verso le otto, se andava bene, invece il costruttore aveva accettato la transazione e lui alle sette era già libero, con l’assegno nel portafogli. D’altronde passava tutto il pomeriggio in ufficio e la lampada accesa sul tavolo gli impediva d’avvedersi che a Roma fa buio molto tardi, alla fine di maggio. Pensò di aver sbagliato, congedando la sua segretaria prima del solito per compensarla delle sere in cui la tratteneva oltre l’orario.
”Papà e mamma sono così; né carne né pesce. Io li odio perchè, quando ero piccola, mi dicevano sempre: copriti, copri la vergogna, tutto era vergogna e porcheria, e poi mi sono accorta che non contavano altro che su quella vergogna, su quella porcheria, per risolvere la vita…Noi sappiamo quello che vogliamo, almeno: vogliamo i soldi. Gigino mi diceva: Un’altra occasione così, non ci capita davvero.”
Le donne sono stupide, altrimenti non sarebbero donne…

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novembre 1, 2013 Pubblicato da: | Commedia | , , | Lascia un commento

Professione bigamo

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Una donna italiana, Teresa e una tedesca, Ingrid: in mezzo lui, Vittorio Coppa che di professione fa il controllore di wagon lit sulla tratta ferroviaria che porta da Roma a Monaco.
Due donne che ritengono, l’una all’insaputa dell’altra, di essere le legittime consorti di Vittorio, che invece divide il suo tempo da marito inappuntabile tre giorni a Roma e tre giorni a Monaco.
E’ un uomo inappuntabile,Vittorio, tanto da risultare quasi un marito perfetto;nessuna delle due donne ha da muovere appunti al comportamento coniugale di Vittorio.
Arriva il giorno in cui anche l’equilibrio coniugale di Vittorio inizia a mostrare le prime crepe.
Parlando con un medico, Vittorio è costretto a rivelare la sua situazione di bigamo a tutti gli effetti;il consiglio del medico è ovviamente quello di sanare la situazione e da quel momento Vittorio inizia a fare degli errori, che solo fortunosamente non si rivelano fatali.

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Ma alla lunga l’intricata situazione si rivela ingestibile per Vittorio e Teresa scopre l’esistenza della rivale in amore;così la donna si precipita a Monaco dove conosce Ingrid e con essa stabilisce un piano d’azione comune.
Le due donne decidono di trascinare Vittorio in tribunale,dove però hanno entrambe un’amara sorpresa;Vittorio non solo è bigamo, ma è sposato legalmente con Assunta,una giovane che ha portato all’altare anni addietro.
Così,dopo aver scontato la pena inflittagli dal tribunale per bigamia, Vittorio è costretto a tornare dalla prima moglie…
Professione bigamo è un film del 1969 da Franz Antel e sceneggiato da ben quattro autori, ovvero Mario Guerra, Gunther Ebert, Kurt Nachmann, Vittoriano Vighi;davvero tanta roba per un film non particolarmente riuscito, una commedia sospesa tra il comico e il surreale, supportata in tutto e per tutto da Lando Buzzanca, che stava imponendosi come rappresentante del gallismo italico.

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Un ruolo che l’attore siciliano avrebbe replicato molte volte nel corso degli anni successivi e che qui si rivela vincente dal punto di vista della caratterizzazione del personaggio.
Altra cosa è la riuscita del film, giocata dal regista di Il trionfo della casta Susanna sulla situazione coniugale del solito gallo italiano che vuol fare il re nel pollaio;mal gliene incoglie visto il finale mentre la prima parte del film si gioca in terra tedesca, con lunghe scene in cui domina il linguaggio quasi maccheronico dei personaggi, che vorrebbe essere comico e che invece finisce per rendersi fastidioso.
A parte questa caratteristica, il film è davvero poca cosa e mostra una serie di stereotipi impressionanti; in un momento storico in cui il movimento femminista si avvia ad avere un ruolo fondamentale nell’evoluzione del costume sociale ecco una storiella imbarazzante che parla di tradimenti famigliari e che mostra situazioni imbarazzanti anche per il modo in cui vengono proposte visivamente.

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A parte la regia, davvero anonima al limite dell’insulso c’è ben poco da salvare, essendo la storia scontata e il divertimento latitante; forse l’unico vero motivo d’interesse è costituito dalla presenza di Raffaella Carrà nelle vesti della vera moglie del protagonista, davvero magra consolazione.
Il film è praticamente introvabile e in rete circolano solo versioni rabberciate e al limite della decenza come visione.

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Un film di Franz Antel. Con Lando Buzzanca, Raffaella Carrà, Terry Torday, Leopoldo Valentini, Anita Durante, Franco Giacobini, Ann Smyrner, Jacques Herlin, Lina Alberti, Rainer Basedow, Peter Weck, Judith Dornys, Andrea Rau Commedia, durata 99′ min. – Italia 1969

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Lando Buzzanca … Vittorio Coppa
Teri Tordai … Ingrid
Raffaella Carrà … Teresa
Peter Weck … Klaus von Weiland
Ann Smyrner … Püppi
Jacques Herlin … Dr. Pellegrini
Edith Hancke … Hausmädchen
Andrea Rau … Marisa
Fritz Muliar … Johann
Rainer Basedow … Alex
Judith Dornys … Luisa
Franco Giacobini … Roberto
Barbara Zimmermann … Tina
Heinz Erhardt … Weichbrodt

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Regia:Franz Antel
Sceneggiatura:Günter Ebert,Mario Guerra,Kurt Nachmann ,Vittorio Vighi
Musiche:Gianni Ferrio
Fotografia:Hanns Matula
Montaggio:Arnfried Heyne,Vincenzo Tomassi

L’opinione del sito http://www.filmtv.it
C’è chi ha “una donna in ogni porto” e chi si accontenta di avere una moglie in ogni stazione: peggio per lui, ma peggio ancora per chi si sorbisce un’ora e mezzo di tresche piccole piccole che fanno ridere pochissimo.

L’opinione del Morandini-dizionario del cinema
Controllore di vagoni-letto della linea Roma-Monaco ha una moglie in ognuna delle due città. Commedia dozzinale, poco efficace sotto il profilo comico-umoristico, impastata di volgarità e di dialoghi sedicenti “coloriti”.

L’opinione di B.Legnani dal sito http://www.davinotti.com
Film lento e macchinoso nella prima parte, che si fa discreto solo quando la situazione del bigamo comincia a precipitare. Il film su questo ferroviere, insomma, parte con un’ora di ritardo. Prima dominano un greve umorismo germanico, una fastidiosa parlata con accento tedesco ed un micidiale festival di dialetti, che spuntano anche nel finale. Tolto Buzzanca, mediocri gli altri. Nei ruoli minori c’è pure Rendine (il Panunzio di Indagine su un cittadino…). Di Antel è meglio il coevo Il trionfo della casta Susanna, anch’esso com la Torday, Herlin e Buzzanca

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ottobre 22, 2013 Pubblicato da: | Commedia | , , | Lascia un commento

Alla bella Serafina piaceva fare l’amore sera e mattina

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Semplicemente abominevole il titolo Alla bella Serafina piaceva fare l’amore sera e mattina, affibbiato da distributori nostrani preoccupati principalmente di cavalcare la prima ondata di film erotici che stavano spopolando nei cinema.
La fiancee du pirate (La fidanzata del pirata), il titolo originale, viene quindi ripreso in maniera maldestra lasciando sottintendere chissà quali piaceri erotici da visionare; in realtà siamo di fronte ad un film che non solo non ha nulla di erotico, ma è una commedia noir che denuncia i vizi privati, la morale piccolo borghese ipocrita e farisea di un piccolo paese della Francia, Tellier, un posto che assomiglia tantissimo alla nostra provincia,che sia al nord o al sud dello stivale.
La storia racconta le vicissitudini di Marie (inspiegabilmente ribattezzata Serafina), una giovane che è arrivata nel lugubre e nebbioso paesino in compagnia della madre;le due donne hanno dovuto far subito i conti con la prepotenza e l’arroganza dei paesani, che le hanno impiegate in lavori umilissimi.Marie ha sperimentato sul suo corpo anche la lussuria dei paesani, costretta a subire avance e umiliata sia nel morale che nel fisico.

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Non sono solo i galletti del paese a insidiare Marie; c’è anche Irene, una lesbica proprietaria terriera che tenta in tutti i modi di concupire la ragazza.
Purtroppo la mamma di Marie viene investita da un trattore guidato dall’autista ubriaco di un nobile del paesino; alla ragazza non resta altro da fare che far trasportare la donna nella misera capanna in cui viveva con la defunta madre, cosa della quale si occupa il gruppetto dei borghesi del posto, fra i quali spiccano la citata Irene, un commerciante, un ragioniere , un farmacista e un bracciante.
Così Marie rimane sola,con l’unica compagnia di un caprone nero e l’amicizia di Andrè, il proiezionista cinematografico di Tellier.
Ma la ragazza cova desiderio di rivalsa e di vendetta.
Così, poco alla volta, seduce il gruppetto di “notabili”, decidendo di farsi pagare per le sue prestazioni.
Gli uomini del gruppo ben presto oltre a tentare di guadagnare i favori sessuali della giovane, prendono a raccontare particolari della loro vita coniugale e Marie diviene padrona dei loro segreti più intimi.

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Con l’aiuto del fido Andrè, Marie si procura un registratore a nastro, sul quale incide la viva voce dei paesani che raccontano le loro storie, non saltando nemmeno il parroco del paese, colui che, come avrebbe detto De Andrè, non “disprezza fra un miserere e un’estrema unzione il bene effimero della bellezza”.
Il momento della vendetta arriva puntualmente:Marie fa in modo di diffondere le registrazioni mentre i protagonisti della vicenda sono in chiesa in compagnia delle mogli.
Scoppia i putiferio, ma la rispettabilità e l’onorabilità dei paesani non può essere violata impunemente;moglie e mariti fanno fronte comune e distruggono la capanna e gli averi della ragazza.
Che però aveva già deciso di andar via; nel finale vediamo la ragazza allontanarsi su una strada solitaria, togliersi le scarpe (uno dei tanti regali ricevuti) e camminare a piedi scalzi verso un futuro difficile e imperscrutabile, ma con una dignità riscoperta.
Marie è finalmente padrona della sua vita.

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Bello, senza se e senza ma Alla bella Serafina;opera prima della regista Nelly Kaplan di origini russe ma nata in Argentina, il film è un noir ambizioso e irriverente,grottesco e cattivo al punto giusto.
La fiancee du pirate, il titolo del film, prende origine dal film che Andrè proietta nei villaggi attorno; sarà anche l’ultima immagine di tellier che Marie porterà con se, perchè troverà uno dei manifesti del film appiccicato su un albero.
E che le ricorderà anche Andrè, l’uomo del quale si è innamorata ma che non è poi così distante dagli altri abitanti di Tellier, un uomo che ha preso alcuni vizi dei paesani, come il tenere un comportamento volgare dopo pranzo o mentre guarda la tv.
Una provincia che corrompe,quindi.
Ed anche una provincia abitata da gente gretta e meschina,caricaturizzata in maniera anche eccessiva se vogliamo; sono tutti brutti, quasi deformi, le donne del paese sono prive di attrattive fisiche, con grandi fianchi e gambe da podista.Lei, Marie, è come un fiore in un letamaio.

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Perchè Tellier è quasi la raffigurazione bestiale di un luogo coacervo di tutti i difetti possibili.
Grazie ad una regia attenta e alla grande interpretazione di una magnifica Bernadette Lafont, Alla bella Serafina si trasforma in una piacevolissima sorpresa;siamo di fronte ad un film fresco e affascinante, proto femminista nelle intenzioni e nello svolgimento, fino al finale assolutamente centrato con la bella Marie che si incammina verso la libertà.
La Lafont, che aveva alle spalle oltre una trentina di film prima di interpretare la pellicola della Kaplan diverrà quasi una presenza istituzionale del cinema francese, arrivando a totalizzare, ad oggi, quasi duecento interpretazioni sia cinematografiche che in originali televisivi.
Un’attrice bella e intensa, che interpreta magnificamente il ruolo malinconico di Marie, vittima del perbenismo e della cieca ottusità di un manipolo di vigliacchi e opportunisti, ma che saprà riscattarsi e riacquistare una propria potente dimensione di donna.
Film affascinante, quindi,accolto alla sua uscita da lodi e acclamazioni, alcune delle quali le riporto di seguito.
“Questo primo film importante di Nelly Kaplan è insolente. (…) E ‘delizierà il pubblico per la sua semplicità, è un film sottile, raffinato per i suoi riferimenti e le sfide che lancia.”
“”Un film di Bunuel, ma diretto da una donna. Ciò significa che il tradizionale martello di Bunuel è sostituito dagli artigli della Kaplan. Ma c’è abbastanza crudeltà per ispirare l’altro e indignarlo. C’è soprattutto un lavoro pieno di linfa,una luce sulla produzione attuale. »
” “L’intelligenza di Nelly Kaplan è di essere riuscita a fare un film d’autore e un film per il grande pubblico, senza volgarità e dando il minimo di poesia mai banale.

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Immagino i volti di coloro che si recarono al cinema attratti dal titolo equivoco sperando di scoprire chissà quali raffinatezze erotiche e che invece si trovarono di fronte un film serio in cui l’erotismo praticamente non esiste, se non sussurrato e mostrato nei limiti rigidi di un film drammatico.
In ultimo segnalo la colonna sonora del compianto George Moustaki, Moi, je me balance cantata da Barbara.
La pellicola della Kaplan è praticamente introvabile in rete in versione italiana; esiste su You tube La fiancee du pirate, in versione originale ma non integrale.
Sono state infatti tagliate alcune sequenze con gli unici nudi della Lafont e la visone è consigliata solo a coloro che conoscono bene la lingua francese.

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Un film di Nelly Kaplan. Con Julien Guiomar, Bernadette Lafont, Jacques Marin, Georges Géret Titolo originale La fiancée du pirate. Commedia, durata 102′ min. – Francia 1969.

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Bernadette Lafont : Marie
Georges Géret : Gaston Duvalier
Michel Constantin : André
Julien Guiomar : Il duca
Jean Parédès : Il signor Paul
Francis Lax : Émile
Claire Maurier : Irène
Pascal Mazzotti :Il parroco Dard
Jacques Masson : Hippolyte
Henry Czarniak : Julien
Jacques Marin : Félix Lechat
Micha Bayard : Mélanie Lechat, detta « La Goulette »
Fernand Berset : Jeanjean
Renée Duncan : Delphine
Gilberte Géniat : Rose
Claire Olivier : la madre di Marie
Louis Malle : Jésus
Claude Makovski : Victor

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Regia : Nelly Kaplan
Sceneggiatura : Nelly Kaplan et Claude Makovski
Adattamento : N. Kaplan et Makovski + Jacques Serguine et Michel Fabre
Dialoghi: Nelly Kaplan et Claude Makovski
Fotografia : Jean Badal
Musiche : Georges Moustaki
Tema musicale : Moi, je m’balance, cantata da Barbara
Suono : Claude Jauvert
Produzione : Cythère Films, Claude Makovski,Moshe Mizrahi

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ottobre 11, 2013 Pubblicato da: | Commedia | | Lascia un commento

Cara sposa

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In una giornata plumbea,in una Milano immersa nella pioggia Alfredo esce dal carcere dove ha scontato quattro anni di galera per aver percosso la moglie;è un piccolo ladruncolo,Alfredo, con poca voglia di lavorare ma ora che è uscito dal carcere medita di tornare da sua moglie e dal suo piccolo Pasqualino.
Ma all’uscita dal carcere, sotto la pioggia,c’è sua moglie Adelina che gli comunica che, stanca delle sue botte, lo lascia.
Ad Alfredo, che comunque è innamorato della moglie, non resta altro da fare che accettare, almeno in apparenza la decisione di Adelina; così torna a casa sua per scoprire che la moglie ha portato via tutto, lasciando la casa desolatamente vuota.
Ritornare alla vita normale presenta dei problemi, per Alfredo;ma grazie anche ad una vicina di casa, Liliana, anche lei una piccola ladruncola riesce in qualche modo a ricominciare.
Ma Alfredo è sempre innamorato della moglie che,mentre Alfredo era in galera, ha allacciato una relazione con Giovannino, un tassista per il quale Adelina forse non prova una passione travolgente, ma che rappresenta un porto sicuro, una figura tranquillizzante.

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L’uomo decide allora di ricostruire un rapporto almeno con il figlio con il doppio scopo di avere informazioni sulla moglie;nel frattempo riprende la vita di prima, occupandosi di piccoli furti e occasionali truffe.
Ricopre Giovannino di regali ma tenta anche di rapire sua moglie; che reagisce in maniera sprezzante lasciando Alfredo solo con i suoi sensi di colpa.
Ma Adelina ha capito che Alfredo, a modo suo la ama;la donna scopre che suo marito dorme con un cuscino che riporta la sua immagine, che l’uomo ha creato mentre era in carcere e la successiva morte della mamma di lui li riavvicina almeno temporaneamente.La donna riprende quindi a frequentarlo nuovamente, diventando una specie di amante di suo marito.
Ma sarà un breve viaggio fatto da Alfredo con suo figlio a rischiare di far scoppiare una tragedia…
Commedia agro dolce a sfondo comico sentimentale, Cara sposa, diretto da Pasquale Festa Campanile è un film del 1977, inquadrabile nell’ormai agonizzante filone della commedia all’italiana.

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Una commedia gradevole e a tratti anche divertente, lieve e leggera, interpretata da un Johnny Dorelli in perfetta forma, che all’epoca del film aveva consolidato la sua fama di attore brillante con ottimi riscontri al box office.
Punti di forza del film sono l’ambientazione proletaria del film stesso,come la scelta del casermone ultra propolare nel quale viveva la coppia e alcune sequenze particolarmente riuscite come quella in cui Adelina, stanca della “persecuzione” del marito, lo attira nella loro vecchia casa e lo tempesta di botte.
Bellissima come sempre Agostina Belli che interpreta il ruolo della moglie di Alfredo, una donna stanca sia dei maltrattamenti del marito sia dell’incapacità da parte dello stesso di vivere una vita ordinaria, meno precaria e ai margini della legge.
Un personaggio che cerca la tranqullità e la serenità tra le braccia del bravo Giovannino, un uomo che è un porto sicuro; ma l’amore e la passione sono sempre gli stessi per quello strano marito accanto al quale la vita era sicuramente più movimentata.
Tranquillità e sicurezza oppure passione e vivere alla giornata?

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Attorno a questo dilemma Adelina vive conflittualmente la propria vita ed in pratica è il tema centrale del film.
Un tema probabilmente banale ma che il regista lucano descrive con leggerezza, senza mai travalicare i limiti della commedia leggera e senza affannarsi a cercare soluzioni soluzioni socio politiche che non vengono affrontate mai, nemmeno marginalmente.
Questa è una storia di sentimenti condita da storie qualunque e da qualche gag divertente,null’altro.
Pasquale Festa Campanile, uno dei più prolifici registi degli anni settanta torna così ai temi preferiti dopo la breve parentesi del film comico/storico affrontato l’anno precedente con Il soldato di ventura e prima dell’unico esperimento di cinema thriller dello stesso anno, rappresentato da quel Autostop rosso sangue che mostrerà la versatilità del regista prematuramente scomparso nel 1986 a 58 anni.
Cast di contorno di ottimo livello, nel quale ogni protagonista fa la sua parte con lodevole diligenza a partire dalla bella e affascinante Marilda Donà, la Liliana del film che ama a modo suo quell’uomo disordinato e irresponsabile così innamorato però della moglie

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Ci sono anche Enzo Cannavale, vicino di casa di Alfredo e Lina Volonghi e infine Mario Pilar, una volta tanto lontano dai ruoli di cattivo che hanno rappresentato la caratteristica della sua carriera.
Menzione d’onore per l’atmosfera a tratti plumbea a tratti malinconica che cattura il regista in una milano vista nella sua anima autenticamente popolare.
Il film ha avuto diversi passaggi in tv ed è oggi edito in digitale; tuttavia in rete esiste solo una versione rippata da una VHS di qualità mediocre e visionabile in streaming con un’agevole ricerca su Google.
Cara sposa
Un film di Pasquale Festa Campanile. Con Johnny Dorelli, Enzo Cannavale, Agostina Belli,Marilda Donà, Lina Volonghi, Guido Verdiani, Carlo Bagno, Livia Cerini Commedia, durata 110′ min. – Italia 1977.

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Johnny Dorelli:Alfredo
Agostina Belli:Adelina
Marilda Donà:Liliana
Mario Pilar:Giovannino

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Regia Pasquale Festa Campanile
Soggetto Franco Verucci
Sceneggiatura Franco Verucci
Fotografia Giuseppe Ruzzolini
Montaggio Mario Morra
Musiche Stelvio Cipriani
Daniele Patucchi
Scenografia Giantito Burchiellaro

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L’opinione di renato dal sito http://www.davinotti.com
Quello che si dice un buon film, tanto per essere chiari. Ottimi sia Johnny Dorelli che Agostina Belli (doppiata, peraltro), buone l’ambientazione milanese e la regìa. Sulla sceneggiatura si può dire che qualche passaggio è risolto forse in modo frettoloso, come quando Dorelli denuncia la moglie e la fa finire in carcere, ma il film non perde punti per questo. Ed il sardonico finale è perfetto per il tono della pellicola, a mio avviso.

L’opinione di willcane dal sito http://www.filmtv.it
Attivissimo come regista,ancor più che come scrittore,Pasquale Festa Campanile ,come Alberto Bevilacqua,realizzò anche qualche titolo di successo,pur essendo sempre considerato un “outsider” al cinema:certo,spesso ha fatto film di qualità discutibile,come questa commediola che regge gran parte del suo peso su Johnny Dorelli,spiantato marito alla riconquista della bella moglie Agostina Belli,fino a rischiare di morire linciato.E’una Milano un pò triste e periferica quella in cui il film si svolge,qualche sorriso viene riscosso dal comunque simpatico protagonista:è che la storia non ha niente di originale,molti degli attori recitano a quella maniera,e il copione non è particolarmente brillante.Un tipico film da seconda visione degli anni Settanta.

L’opinone di Marenco73 dal sito http://www.davinotti.com
Opera singolare e rappresentativa di un regista che ci ha lasciati troppo presto e che aveva tante altre cose da dire. In “Cara sposa” infatti comicità ed amarezza si mescolano. Campanile gioca su temi delicatissimi (il nucleo familiare, il distacco, la gelosia) con mano sincera grazie ad un Dorelli in forma e ad un’Agostina Belli al massimo del suo splendore. Originariamente il progetto era di Ponti e avrebbero dovuto interpretarlo Mastroianni e la Loren. Poi Lombardo cambiò le carte in tavole e l’ambientazione che fa tanto “Romanzo popolare”.

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ottobre 8, 2013 Pubblicato da: | Commedia | , , , , | Lascia un commento

L’amica

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In una Milano borghese e annoiata si intreccia una storia fatta di tradimenti e vendette.
Lisa, ricca borghese sposata con il designer Paolo, scopre che quest’ultimo la tradisce.
Ferita più nell’orgoglio che nell’animo,la donna crea ad arte una relazione con un amante,Franco Raimondi.
Il gioco continua coinvolgendo la migliore amica di Lisa, Carla, che è sposata con un chirurgo; Lisa inventa sempre nuovi particolari che racconta all’amica, ignara del fatto che Carla è davvero l’amante di Raimondi.
Quando Carla inizia a raccontare le storie inventate dall’amica,nel gruppo frequentato dalle due donne tutte iniziano a ridere della cosa, coprendo di ridicolo Lisa.

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 Lisa Gastoni

Che decide di vendicarsi seducendo e abbandonando prima l’amante di carla, poi suo marito e infine il figlio;poi, soddisfatta della raggiunta vendetta, torna a casa tentando di riallacciare i rapporti con il marito.
L’amica esce nelle sale nel 1969, per la regia di Alberto Lattuada; è il momento d’oro del cinema italiano e in primis della commedia, che sia satirica o a sfondo sociale.
Lattuada prende di mira il mondo dorato e pigro della buona borghesia lombarda, raccontando le vicende di una sua appartenente, la viziata e per certi versi amorale Lisa.
Ad una ricostruzione tutto sommato abbastanza puntuale di un mondo molto ipocrita e perbenista dietro la facciata di rispettabilità non corrisponde però un altrettanto riuscito tentativo di delineare i moventi e le psicologie che spingono i vari personaggi della storia alle azioni che compiono.

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Il regista appare molto più interessato ad una descrizione ambientale che ad una personale, che riguardi cioè le motivazioni personali che spingono i diversi protagonisti della storia a fare ciò che fanno.
Così ne risente in qualche modo anche il ritmo del film, che dopo una buona partenza diventa blando prima di accelerare nel finale.
Lo stesso contesto borghese analizzato da Lattuada appare più frivolo e vacuo che immorale; i personaggi sembrano mossi più dall’inerzia che dalla propria volontà, appaiono prigionieri delle convenzioni e le stesse passioni, che dovrebbero risultare violente alla fine sono annacquate sino all’estremo.
Lisa appare come una borghese ansiosa di salvare più l’orgoglio che la sua vita personale; il tradimento dell’amica diventa l’occasione per vendicarsi ristabilendo le regole, assaporando i tradimenti come una sfida a se stessa.
Così, alla fine, tutti ottengono qualcosa perdendo poco o nulla;la mantide Lisa circuisce tutti gli uomini dell’amica, ma non crea nessun danno, perchè alla fine ognuno ritorna a ricoprire il proprio ruolo.

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Non c’è tragedia e non c’è dramma; i personaggi riprendono la vita di tutti i giorni, nascondendosi dietro la rispettabilità e ritornando in ordine alla commedia umana che è in fondo la loro ragione di vita.
In mezzo, una discrezione d’ambiente che alla fine risulta la parte migliore del film; musiche adeguate, arredamenti e acconciature, vestiti e orpelli vari che trionfano su tutto.
L’estetica predomina e travalica il contenuto.
Siamo alla fine degli anni sessanta, c’è stato il 68 ma sembra davvero che sia passato in superficie, senza scalfire minimamente l’inossidabile muro dietro il quale la borghesia sembra trincerata.
Se vogliamo trovare quindi qualcosa di interessante nel film, dovremo accontentarci di quello che diventa a tutti gli effetti un documentario sullo stile di vita di una Milano che ritroveremo pari pari negli anni 80, quando il rampantismo e la Milano da bere sostituiranno di sana pianta l’atmosfera plumbea degli anni settanta, riportando quindi in qualche modo alle atmosfere del film, ad un mondo vacuo e fondamentalmente inoffensivo, in cui la luce delle idee, le stesse ideologie sono quasi un quadro poco interessante destinato ad essere relegato in una soffitta.
Film quindi più d’apparenza che di sostanza.

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Molto interessante invece il cast, che include una brava e affascinante Lisa Gastoni nei panni della borghese Lisa,la ex top model Elsa Martinelli, perfetto esempio di donna borghese e snob nel ruolo di Carla, l’allora star dei fotoromanzi Lancio Marina Coffa recentemente scomparsa a soli 50 anni e un cast maschile di tutto rispetto, che ruota attorno alla figura dell’ape regina Lisa con la quale dovranno fare i conti ( in fondo ben remunerati) e che include Jean Sorel (Franco Raimondi), ovvero l’amante inventato destinato a diventare reale, Gabriele Ferzetti )Paolo Marchesi, marito di Lisa),Frank Wolff (Guido Nervi, marito di Carla) e infine Ray Lovelock (il figlio di Carla)
Decisamente in tema le musiche di Luis Bacalov, destinato nel corso della sua carriera a comporre oltre 150 temi per film e menzione anche per l’ottima fotografia di Sante Achilli.
Il film è passato molto raramente in tv, tuttavia è presente in una versione streaming, peraltro abbastanza mediocre,su un noto sito che potrete reperire facilmente con Google.

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L’amica
Un film di Alberto Lattuada. Con Lisa Gastoni,Gabriele Ferzetti, Frank Wolff, Elsa Martinelli,Jean Sorel, Raymond Lovelock, Marina Coffa, Mita Cattaneo, Sergio Serafini Commedia, durata 105′ min. – Italia 1969.

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Lisa Gastoni: Lisa Marchesi
Gabriele Ferzetti: Mario Marchesi
Elsa Martinelli: Carla Nervi
Jean Sorel: Franco Raimondi
Frank Wolff: Guido Nervi
Ray Lovelock: Claudio Nervi
Marina Coffa: Giovanna

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Regia Alberto Lattuada
Sceneggiatura Alberto Lattuada, Mario Cecchi Gori, Gianni Vernuccio
Fotografia Sante Achilli
Montaggio Sergio Montanari
Musiche Luis Enríquez Bacalov

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L’opinione di sasso67 tratta dal sito http://www.filmtv.it
Storia di un’ingenua moglie borghese, che si fa malandrina per reagire ad una umiliazione subita dalla “migliore amica”. È un film d’altri tempi – oggi nessuno si sognerebbe più di proclamare, come fa il giovane Claudio, che «l’amore è bello con il sole, sotto il cielo!» – ed oggi non fa né caldo né freddo, nonostante che il regista cerchi di far vivere allo spettatore qualche brivido morboso.

L’opinione di mm40 tratta dal sito http://www.filmtv.it
Alla faccia dell’amicizia. Fine, non viene in mente altro, al termine della visione di questo film: centodieci minuti di una piatta storia di adulterio dichiaratamente femministeggiante. Già dal titolo si capisce che si sta parlando al femminile, già dalle prime scene si intuisce che la pellicola non farà altro che rivendicare il ruolo della donna come conquistatrice, tutt’altro che, come ormai in maniera obsoleta inteso, vittima e sottomessa. Ma siamo nel 1969 e tutto ciò non è più una novità: la sceneggiatura firmata dal regista e da Alberto Silvestri e Franco Verucci, da un soggetto di Giovanna Gagliardo e del produttore Mario Cecchi Gori, nasce sorpassata, inattuale, ormai ridondante. Anche l’idea di affidare il ruolo da protagonista a Lisa Gastoni, esperta di simili figure di donne fatali e determinate, non è molto originale: ma perlomeno si può definire perfettamente in parte; fra gli altri interpreti ci sono il sempre piacevole Jean Sorel e altri divi del calibro di Gabriele Ferzetti, Ray Lovelock, Elsa Martinelli e Frank Wolff (in quel periodo quotatissimo nel genere western e appena uscito dall’avventura di C’era una volta il west). L’amica è sicuramente un prodotto figlio del suo tempo: ricorda qualcosa a cavallo fra il primo, psicologico approccio alla lettura della società contemporanea di un Salvatore Samperi (Grazie zia, mica per caso con protagonista la Gastoni, l’anno precedente) e l’imminente invasione del cinema pruriginoso, incastonato di turbe adolescenziali fino all’implosione nel trash di un Mauro Ivaldi (per assonanza, quantomeno, L’amica di mia madre, del 1975). Va infine ricordato che si tratta di un film girato malvolentieri da Lattuada, che non gradì l’imposizione della produzione di ambientare la storia negli ambienti dell’alta borghesia

L’opinione di Galbo tratta dal sito http://www.davinotti.com
Come per molte opere dello stesso genere e realizzate nel medesimo periodo, l’impressione generale è quella di una pellicola un pò invecchiata. La storia è particolarmente anacronistica anche se è apprezzabile (ed abbastanza riuscito) il tentativo del regista di ricostruire l’ambiente borghese nel quale si svolge la vicenda. L’andamento è alquanto noioso, solo in parte ravvivato dalla incisiva prova di parte del cast (la Gastoni in particolare). Buona la colonna sonora.

L’opinione di Giuan tratta dal sito http://www.davinotti.com
C’è qualcosa in questo rarefatto e dimenticato film, qualcosa che ha a che vedere con certo spirito del tempo (gli anni ’60), una specifica classe sociale (la borghesia milanese) e un cinema da noi poco praticato (vengono in mente Godard e Truffaut). La gnomica impassibilità di Lattuada pare far tutt’uno con la vacuità del contesto rappresentato, un milieu (etico ma anche “architettonico”) dal quale Lisa Gastoni (di liquida, inesorabile venustà), sfidata, cerca di emergere, per esserne solo definitivamente fagocitata, infangata e sommersa. Non conciliato.

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settembre 26, 2013 Pubblicato da: | Commedia | , , , | Lascia un commento

Romanzo popolare

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Molta carne al fuoco, di vario taglio e natura, di quella che quando la hai cotta ottieni un risultato finale superiore alle aspettative tenendo conto che le hai mescolate pur cuocendo a tempi diversi.
Una metafora culinaria per indicare Romanzo popolare, opera di Monicelli datata 1974 che riporta il regista romano ai tempi più cari e sopratutto all’uso di quelli che erano i linguaggi in cui si esprimeva meglio, dopo le alterne fortune di film come La mortadella (1971) e Vogliamo i colonnelli (1973)
Come dicevo, i temi sono quelli preferiti da Monicelli, ovvero i racconti socio culturali che questa volta confluiscono in una storia che mescola argomenti complessi, come il divario culturale nord-sud, il rapporto tra lavoratori e fabbrica nei primi anni settanta, il primo timido femminismo “di massa” seguito alle aperture post 68, il profondo modificarsi della cultura stessa e della morale in un paese che si è evoluto industrialmente in maniera confusa e caotica e che ora deve affrontare le mille tematiche e i conflitti sociali aperti dopo l’autunno caldo del 69.

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Monicelli usa tutta la sua umanità, la sua capacità ironica, la sua profonda vena malinconica e nostalgica per raccontare una vicenda semplice solo all’apparenza, perchè in Romanzo popolare confluiscono i temi citati rendendo il film stesso uno spaccato esemplare di un paese che si è trasformato ma che si è evoluto in maniera frettolosa, quasi con troppa fretta dopo anni in cui alla ricostruzione seguita alla sciagurata seconda guerra mondiale è seguito il “rimbocchiamoci le maniche” che portò l’Italia a divenire una potenza mondiale in concomitanza con il boom economico degli anni sessanta.
Un boom a due velocità, in un paese unito geograficamente ma non di certo culturalmente, in cui persistono fortissime diseguaglianze in vari campi.
Il regista romano prende due storie esemplari di due cittadini qualsiasi, le racconta con ironia e molta commozione e alla fine serve un film esemplare, quasi perfetto che è davvero una rappresentazione ideale dei conflitti personali e di coppia con lo sfondo di un paese fortemente contraddittorio sopratutto a livello culturale.

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La storia racconta le vite di Giulio Basletti, prototipo dell’operaio lombardo che lavora in fabbrica, è un attivista di sinistra e nel tempo libero segue la sua squadra di calcio, il Milan e Vincenzina Rotunno, classica bellezza meridionale figlia di un collega di Giulio che lo stesso ha tenuto a battesimo.
Nonostante la differenza di età, Giulio chiede ed ottiene in moglie Vincenzina e dopo i canonici tempi della gravidanza i due diventano genitori di Francesco.
Casualmente, la vita dei due coniugi viene completamente stravolta da un piccolo episodio, il ferimento di Giovanni Pizzullo, un poliziotto meridionale, da parte di un amico di Giulio.
E’ proprio Giulio a difendere il poliziotto riuscendo a coinvolgere la gente del quartiere in un movimento di sdegno per il grave episodio; da quel momento lo stesso Giovanni inizierà a frequentare il gruppo degli amici di Giulio ed è in questo momento che nasceranno i guai.
Perchè dovendosi allontanare da Milano, Giulio al rientro troverà una situazione nuova, alla quale non è assolutamente preparato:tra Vincenzina e Giovanni è scoppiata irrefrenabile la passione.

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Entrato in conflitto con se stesso, con le sue idee e con la sua cultura Giulio cerca di evitare lo strappo con la giovane moglie, mostrandosi uomo di ampie vedute;ma l’arrivo di una missiva anonima lo costringe ad agire.
Così si reca a casa dei due amanti che nel frattempo hanno preso a vivere assieme;scoprirà che è stato Giovanni a scrivere la lettera anonima e nel diverbio che ne segue la giovane Vincenzina, umiliata dall’essere trattata quasi come un oggetto di proprietà da quei due uomini che ha amato in maniera differente, finirà per prendere il piccolo Francesco e piantare in asso i due uomini.
Anni dopo ritroviamo i tre personaggi alle prese con vite differenti; Vincenzina è diventata è ormai una capo reparto e sindacalista nella fabbrica nella quale lavora,Giovanni si è sposato ed ha un figlio mentre Giulio ormai in pensione si dedica al figlio…
Romanzo popolare è un film che spazia attraverso una vasta gamma di sentimenti, grazie al garbo e alla bravura di uno dei più grandi registi del cinema italiano, un Monicelli ironico e malinconico, satirico e descrittivo, spietato ma tenero.
I tre personaggi da lui descritti hanno pregi e difetti delle culture a cui appartengono;sono personaggi popolari, è vero, ma possono assurgere a campione descrittivo di un’intera società, divisa ancora culturalmente da secoli di appartenenza a storie completamente dissimili.

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Qua e la passaggi memorabili, come la splendida scena in cui Giulio e Vincenzina si recano al cinema a vedere un film vietato ai minori di anni diciotto e si vedono respingere all’ingresso da una maschera inflessibile l’indimenticato Beppe Viola) perchè la ragazza è minorenne, nonostante quest’ultima sia visibilmente incinta nonchè sposata.
Ogni tanto Monicelli stiletta, senza però affondare i colpi, restando sempre sui binari del dramma mescolato alla commedia:non è un drammone ma una storia ordinaria, in cui si scontrano culture e modi di vedere e che avranno il loro culmine nella fuga di Vincenzina, ormai cresciuta a tal punto da non accettare più un ruolo subalterno, ne al marito e nemmeno all’amante.
Una storia in cui dramma e commedia si fondono mirabilmente, creando un’alchimia che solo un grande come Monicelli poteva realizzare.
Grande aiuto al maestro romano arriva da Ugo Tognazzi, qui in uno dei ruoli meglio riusciti della sua sfolgorante carriera e da una splendida Ornella Muti, ormai lanciata nell’universo delle star del cinema.Terzo tassello il bravo Michele Placido, che rende credibilissima la maschera del celerino emigrato al nord che però ha conservato tutti i retaggi della cultura d’appartenenza.
Sulle bellissime note di Iannacci, il film si snoda intenerendo e facendo riflettere.
Un esempio di grande cinema, oggi da rimpiangere solamente con i lucciconi agli occhi.

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Un film di Mario Monicelli. Con Ugo Tognazzi, Ornella Muti, Michele Placido, Pippo Starnazza, Alvaro Vitali,Vincenzo Crocitti, Pietro Barreca, Franco Mazzieri, Nicolina Gapetti, Alvato De Vita, Gaetano Cuomo, Gennaro Cuomo, Lorenzo Piani, Carla Mancini Commedia, durata 102′ min. – Italia 1974.

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Ugo Tognazzi: Giulio Basletti
Ornella Muti: Vincenzina Rotunno
Michele Placido: Giovanni Pizzullo
Pippo Starnazza: Salvatore
Nicolina Papetti: moglie di Salvatore

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Regia Mario Monicelli
Soggetto Age, Scarpelli, Mario Monicelli
Sceneggiatura Age, Scarpelli, Mario Monicelli
Produttore Edmondo Amati per Capitolina Produzioni
Fotografia Luigi Kuveiller
Montaggio Ruggero Mastroianni
Musiche Enzo Jannacci
Scenografia Lorenzo Baraldi

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Recensione di Il Morandini dal sito http://www.mymovies.it
Metalmeccanico dell’hinterland milanese, cinquantenne e scapolo, sposa una ragazza del Sud, ma arriva “alla canna del gas” per il dolore quando scopre che l’ha tradito con un poliziotto meridionale e la scaccia. Stanca di essere contesa dai due come una proprietà, la donna comincia, sola col figlioletto, una nuova vita indipendente. Scritta con Age & Scarpelli (con i dialoghi in dialetto rivisti da Enzo Jannacci e Beppe Viola), è una commedia ironica e malinconica che inclina verso il melodramma. I temi che tocca (emancipazione femminile; impatto tra Nord e Sud; omologazione nei comportamenti proletari) ne fanno un tipico film nazional-popolare nel senso migliore. È un eccellente U. Tognazzi, rigenerato dai film di Ferreri, che gli dà l’acqua della vita. Musiche di Enzo Jannacci e grande successo di pubblico.

Opinione di stanley kubrick dal sito http://www.filmtv.it
(…)Romanzo Popolare è uno dei migliori film di Mario Monicelli, recentemente scomparso. Il film è forse quello che parla più dell’amore tra le pellicole del grande regista italiano. Il film si pone di diritto tra il filone à la commedia drammatica degli anni 70, pur parodiando questo decennio di rivolte operaie. Il protagonista è interpretato da un Ugo Tognazzi in gran forma e da una giovanissima Ornella Muti nel suo primo ruolo “spogliato”
Giulio Blasetti è un cinquantenne che sposa una ragazza non ancora maggiorenne, già conosciuta durante il battesimo di quest’ultima. Giulio lavora in una fabbrica e, durante una rivolta, un carabiniere viene colpito da un sasso da uno degli amici di Giulio. Così il carabiniere, Giovanni interpretato da un Michele Placido in stato di grazia, piano piano comincia a inserirsi nella banda capitanata da Giulio. Dopo la morte di una prozia di Vincenzina, la ragazza che ha sposato Giulio, suo marito va ai funerali che si terranno lontano da Milano. Intanto Giovanni comincia a corteggiare Vincenzina e, al ritorno a casa di Giulio, succede il finimondo.Il film è una dichiarazione di amore verso il cinema degli anni 70 da parte del regista. Una dichiarazione forte e chiara a cominciare dalla solita frase che Giulio dice in gran parte del film
“Tanto siamo negli anni 70”
Non a caso anche il film è uscito negli anni 70 e fu uno dei maggiori successi in quella stagione. Gli anni 70 sono uno dei periodi più belli che l’Italia ha attraversato per quanto riguarda produzioni cinematografiche e questo film lo dimostra. Quel decennio è stato anche un decennio felice per la popolazione intera italiana. Oramai la guerra era finita da tempo e tutti erano contenti. Si trovava più facilmente lavoro e tutti erano contenti. Aver vissuto in quel decennio lo considero un pregio per quelli che sono nati nei primi anni 60. Al cinema si andava in tanti a vedere anche un film d’essai. Insomma è stato un bel decennio. Peccato che non ho avuto minimamente l’opportunità di viverlo. Cosa che mi sarebbe piaciuta molto.(…)

Opinione di Mulligan 71 dal sito http://www.filmtv.it
Grande commedia “popolana”, come solo Mario sapeva fare. Un Tognazzi guasconazzo ed eccellente, un’incantevole Ornella Muti, dio se era bella, e una “storiaccia” di gelosia di “ringhiera”, con una Milano che non c’è più, e un contorno di personaggi memorabili. Il grande cinema italiano, quando ancora esisteva.

L’opinione di renato dal sito http://www.davinotti.com
Grandissimo film di Monicelli, al quale non riesco davvero a trovare un difetto che sia uno. Ambientazione e dialoghi sono spettacolari (praticamente ogni volta che Tognazzi apre bocca si ride), la struttura è intelligente ed originale, col protagonista che si mette letteralmente “alla moviola” per enfatizzare i momenti più importanti del racconto; ed in sottofondo una vena di sincera malinconia. Tognazzi monumentale a dir poco, ma anche la Muti (ovviamente doppiata) riesce a rendere con grazia una certa sensuale ingenuità di provincia.

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“Quando la donna vuol smammare, bisogna essere un po’ brillanti: presentarsi a centrocampo e salutare”.
Le trombate totali: “Colpo più, colpo meno, 3002”.
“Dov’è che hai imparato a sparare, nei sottomarini?”
“Segua quel tram!”.
“Io quello? Solo un volto nella folla”.

 

luglio 30, 2013 Pubblicato da: | Commedia | , , , | Lascia un commento

Paolo Barca maestro elementare praticamente nudista

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L’esistenza del giovane Paolo Barca,rampollo dell’aristocrazia lombarda è avvolta nella bambagia, vissuta all’insegna del frivolo e del superfluo.
Paolo è abituato alla massima libertà di costumi, tant’è vero che frequenta un campo nudista e ha una vita sessuale appagante.
Le cose cambiano il giorno in cui apprende di aver vinto un concorso per una cattedra di ruolo in Sicilia;il suo trasferimento a Catania provoca un autentico terremoto sia in città che nella scuola dove si trova a insegnare.
Paolo infatti ha una mentalità aperta e anticonformista, in netta opposizione sia con la cultura tipica del meridione, sia con quella ancor più retrograda del direttore didattico della scuola, Orazio.
Ben presto Paolo diventa oggetto del contendere di colleghe e di altre donne della città, mentre la sua manifesta liberalità di costumi inizia a preoccupare Orazio, che gli contesta sopratutto le lezioni di educazione sessuale che il giovane tiene ai suoi alunni.

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Nonostante questi contrasti, sempre più forti, per Paolo arriva anche un giorno importante, quello in cui allaccia una relazione sentimentale con Giulia, una sua collega.
Non è più tempo ormai di avventure di una notte…
Paolo Barca maestro elementare praticamente nudista esce nelle sale nel 1975, per la regia di Flavio Mogherini.
Siamo in un periodo di estrema liberalizzazione dei costumi in una società che sotto le spinte dei movimenti del 68 prima e di quello femminista poi, ha iniziato un cambiamento epocale anche nella trattazione di uno dei tabù più impressi nella società italiana, quello sessuale.
Il film di Mogherini si inserisce in quel gruppo di pellicole che prendono garbatamente in giro la mentalità chiusa del sud in opposizione a quella ben più aperta del nord, con le debite eccezioni delle province e dei paesi delle stesse, decisamente con morali ben più conservatrici di quelle esistenti nei grossi centri.

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Anche nel film di Mogherini non mancano gli ovvi stereotipi del siciliano oscurantista e sessualmente represso, macho ma al tempo stesso gelosissimo.
Vero è che il film di Mogherini preferisce passare con leggerezza sul tema, affidandosi all’ironia per raccontare il viaggio “alieno” di Paolo in un mondo che sembra essere ad anni luce dal nord invece che a poche centinaia di chilometri.
Se la trappola del qualunquismo è dietro l’angolo, Mogherini sfugge ai luoghi comuni usando i toni quasi della favola, con una leggerezza che fa propendere per la buona fede di un regista impegnato più a far sorridere che a frustare la mentalità misogina e retrograda del sud.
Momenti divertenti, come quelli delle lezioni tenute ai bambini sui più diversi temi della sessualità si alternano a momenti di pausa che rendono il film monotono e pesante nei momenti in cui non compare un Renato Pozzetto che in soli due anni era passato dall’esordio nel buon Per amare Ofelia diretto sempre da Mogherini) al film Due cuori, una cappella di Lucidi interpretato pressochein contemporanea con il film di Mogherini.

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Un Pozzetto meno surreale del solito, che giocherella con il suo personaggio stravagante e anticonformista presta la sua comicità e la sua simpatia ad un film innocuo che comunque si lascia vedere anche in virtù dell’ottimo cast messo su dal regista toscano.
Accanto all’attore varesino compaiono volti come quello di Paola Borboni, che interpreta la zia brontolona e un tantino bigotta,di Valeria Fabrizi (una delle tante avventure di Paolo), di Miranda Martino, di Annabella Incontrera,della splendida Janet Agren che intepreta il vero amore del maestro e di Stefano Satta Flores che si defila in un ruolo ingrato,quello del  Direttore didattico.
Un film probabilmente, nelle intenzioni di Mogherini, molto più incline al satirico di quanto poi effettivamente venuto fuori a montaggio finito, ma che ha dalla sua una discreta freschezza e leggerezza.
Un film anche poco visto sugli schermi, probabilmente a causa del linguaggio tendente in maniera preoccupante allo scurrile di Pozzetto e dei numerosi nudi presenti nel film stesso.
Difficilissima la reperibilità in rete della pellicola, ridotta ad una versione molto brutta ricavata da un passaggio televisivo, mentre non c’è ancora una versione dvd dello stesso.
Discrete le musiche di Riz Ortolani.

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Paolo Barca, maestro elementare, praticamente nudista

Un film di Flavio Mogherini. Con Janet Agren, Renato Pozzetto, Magali Noël, Miranda Martino, Paola Borboni,Liana Trouché, Valeria Fabrizi, Lorenzo Piani, Vittorio Fanfoni, Pinuccio Ardia, Annabella Incontrera, Stefano Satta Flores, Margherita Sala, Nando Villella, Filippo Mattia, Silvia Azzaretto, Fabrizio Mazzotta, Daniele De Paolis Commedia, durata 110′ min. – Italia 1975.

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Renato Pozzetto:Paolo Barca
Paola Borboni:Contessa Felicita Barca nonna di Paolo
Janet Agren:Maestra Giulia Hamilton
Valeria Fabrizi:Signora Manzotti
Magalì Noel:Maestra Rosaria Cacchiò
Miranda Martino:Maestra Assunta Calabrò
Stefano Satta Flores:Direttore didattico
Giuseppe Marrocco Nudista

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Regia Flavio Mogherini
Soggetto Ugo Pirro, Francesco Massaro
Sceneggiatura Flavio Mogherini
Produttore Luigi De Laurentiis
Musiche Riz Ortolani

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L’opinione di Mark70 tratta dal sito http://www.davinotti.com
Giovane, disinibito, nudista, il giovane Paolo Barca viene trasferito da Milano in una scuola di Catania, dove si scontra con la cultura sessuofoba a bigotta del meridione. Pozzetto è bravo e molte scene sono veramente divertenti ma nel complesso la storia è un po’ esile e noiosa: Mogherini forse ambiva a fare un cinema poetico e surreale, alla Fellini (vedi tutti gli inserti onirici o il cavolo nel finale) con il risultato di appesantire inutilmente il film. Nel complesso decoroso.

L’opinione di Will Kane dal sito http://www.filmtv.it
Maestro non per vocazione,ma perchè è l’unico concorso in cui se l’è cavata,il brianzolo Paolo Barca viene mandato in Sicilia,e per via degli argomenti di cui parla sia in classe che fuori,e perchè si è saputo della frequentazione di spiagge per nudisti,diviene rapidamente chiacchierato,e anche desiderato dalle donne del paese:Flavio Mogherini girò questa commedia tutto sommato meno scollacciata di altre coeve,ma anche meno aperta nel messaggio di quanto prometta,con un Renato Pozzetto in piena fase rampante,contornandolo di belle donne come Magali Noel e Janet Agren. Il successo arriso al film,tra i primi dieci incassi del 74/75 ,fu spropositato,e quello che conferma tale constatazione è che questa pellicola si sia praticamente dissolta nel dimenticatoio,e forse è una delle commedie con Pozzetto meno programmate in generale dalla televisione.Il comico,ancora solo grassoccio e non “oversize” come solo qualche anno dopo diverrà,si parla un pò troppo addosso per divertire il pubblico,Magali Noel è sprecata,Janet Agren,pur molto bella,ha un ruolo di cartapesta,e dispiace che un attore valido quale Stefano Satta Flores sia utilizzato in una parte senza spessore:all’epoca Mogherini passava per un regista brillante capace anche di finezze,ma i suoi lavori sono in larga parte dimenticabili,come questo.

L’opinione del Morandini
Milanese frivolo, anticonformista e nudista, va a fare il maestro a Catania e riesce a cambiare qualcosa nella scuola e anche in sé stesso. Se davvero F. Mogherini, aiutato da Ugo Pirro nella sceneggiatura, voleva fare una commedia di costume sull’arretratezza della nostra educazione sessuale, il film ne fa polpette: è una barzelletta da caserma raccontata da un esteta.

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luglio 27, 2013 Pubblicato da: | Commedia | , , , , , , , , , | 1 commento

Grazie signore P.

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Nella magnifica isola di Pantelleria arrivano, per trascorrere un breve periodo di vacanza, due donne affascinanti; Anna ed Eva sono nell’isola motivo di turbamento per il giovane Marco, che vive con sua madre dopo essere rimasto orfano del padre morto qualche giorno dopo le nozze.
Le due donne, disinibite e cacciatrici, decidono di sedurre il ragazzo che però misteriosamente sfugge alle loro attenzioni.
Marco sembra addirittura infastidito dalla loro intraprendenza e così Anna ed Eva decidono di scoprire il motivo di tanta misoginia.
Ben presto appurano che Marco è traumatizzato dal comportamento libertino della madre che, subito dopo l’inattesa morte del marito e dopo la nascita del figlio si è trasformata in una specie di ninfomane insaziabile pronta a concedersi a qualsiasi maschio dell’isola.

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Antonia Santilli

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Evelyn Stewart

Sarà un rito pagano, consumato da Anna ed Eva in una grotta dell’isola a sbloccare Marco, che, dopo l’ingestione di un potente afrodisiaco, nello sfuggire per gioco alle due donne finisce per imbattersi nella madre; il giovane per la sorpresa cade e batte la testa restando esanime.
Lo choc subito nel vedere il figlio sanguinante crea nella madre di Marco un insopprimibile desiderio di cambiare vita.
Da quel momento in poi la donna abbandonerà gli atteggiamenti tenuti sino a quel momento e quando arriverà il giorno della partenza di Anna ed Eva a Marco non resterà altro da fare che ringraziare le due donne per averlo iniziato all’amore fisico, per aver contribuito involontariamente alla conversione della madre e in fondo ad averlo liberato dal suo complesso…

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Grazie signore P. è un film diretto nel 1972 dal regista di origini turche Renato Savino, qui alla sua prima opera dietro la macchina da presa; Savino, nel corso della sua breve carriera da regista dirigerà solo 4 film, nessuno dei quali memorabile ma accomunati da una certa abilità registica e da una buona capacità di assemblare storie non prive di interesse.
Decameron ‘300,Mamma… li turchi! e I ragazzi della Roma violenta sono film diretti con mano agile e il regista inspiegabilmente, nel 1976 abbandona la macchina da presa in concomitanza con l’uscita di I ragazzi della Roma violenta, che è anche l’ultimo film che sceneggerà.
Una prova di buon livello, questa offerta con Grazie signore P.
Il tema a sfumatura edipica, la relazione tra il giovane Marco e le due disinibite amiche lombarde, il trauma subito dalla madre del protagonista non sono certo novità, ma Savino sfugge dalla palude dell’ovvio e del risaputo con una storia raccontata sobriamente e senza indulgenze al morboso che la storia stessa può scatenare.
L’elemento erotico è più di facciata che di sostanza e non è mai volgare.

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Le due protagoniste principali della storia, Antonia Santilli e Evelyn Stewart lavorano con professionalità e certo stride un po il loro affiatamento con quanto dichiarato ai giorni nostri dalla Santilli in una intervista rilasciata a Nocturno:
Se io non ero nessuno, lei era una signora che aveva fatto anche film importanti Evelyn Stewart, Ndr) Con lei ho avuto un pessimo rapporto, era una persona parecchio odiosa, mi umiliava abbastanza. Mi trattava molto male: «Avrai fatto anche l’Università, ma sei proprio ignorante», mi diceva. Pensa te… Con le donne, comunque, a quel che ricordo, sui set non sono mai andata d’accordo. Non certo per colpa mia. Perché forse mi vedevano come una rivale…
Buona la prova offerta da Hiram Keller, il protagonista maschile del film, il giovane che scoprirà il fascino sottile femminile grazie alle due amiche;l’attore americano, che ritroveremo nello stesso anno nel film Il sorriso della iena è misurato e sobrio ed è un vero peccato che dieci anni dopo abbia abbandonato le scene.
La storia è ambientata a Pantelleria, magnifica isola in provincia di Trapani che ha un territorio molto simile ad una località africana, vista anche la vicinanza con il continente nero dal quale dista meno di 70 Km.
Una location naturale selvaggia e affascinante, che dona alla pellicola un sapore esotico e intrigante.
Un film quindi di buona fattura e scorrevole, che però è di difficilissima reperibilità, se non in una riduzione da passaggi televisivi ormai datati.

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In rete infatti è disponibile una versione probabilmente purgata del film molto rovinata che non rende giustizia alla magnifica location e al film stesso.
Purtroppo, in assenza di un’edizione digitale, bisogna accontentarsi…
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Un film di Mauro Stefani (Renato Savino) Con Evelyn Stewart, Hiram Keller, Irina Ross, Umberto Di Grazia Commedia, durata 94 min. – Italia 1972.

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Hiram Keller: Marco
Ida Galli: (con il nome Evelyn Stewart)
Antonia Santilli: (con il nome Irina Ross)

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Regia Renato Savino
Sceneggiatura Renato Savino
Fotografia Silvio Fraschetti
Montaggio Roberto Colangeli

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La recensione del sito cinerepublic.filmtv.it
Un ragazzo ha problemi con il sesso, evidentemente causati da attacchi di ninfomania della madre, sorti nella signora dopo la morte del marito, che spingono la donna tra le braccia di molti uomini (che lei durante l’amplesso chiama con il nome del coniuge defunto), situazione del quale il giovane prova vergogna. L’incontro con due splendide turiste al quale si offre di fare da guida turistica forse potrà guarirlo. Alternando sprazzi di commedia sexy del periodo con seri passaggi drammatici un film molto interessante e ben girato. Suggestive le riprese della ricostruzione del rito dionisiaco nella grotta (per il quale il regista disse di essersi ispirato a leggende del luogo) e da (s)culto la spiegazione fornita da una delle due ragazze del rapporto tra le donne e il sesso (“Se una lo fa per soldi è una prostituta! Se invece lo fa per piacere è una puttana! I due termini sono diversi.”). Inutile quindi che vi spieghi il significato del titolo… Le due belle attrici sono Ida Galli e Antonia Santilli (che si firma con lo pseudonimo Irina Ross). Se la prima è più conosciuta (con il nome d’arte di Evelyn Stewart), la seconda è una delle interpreti del cinema italiano più splendide del periodo (nulla da invidiare alle più famose Fenech, Guida, etc…). Dopo aver saltato il ruolo che inizialmente avrebbe dovuto avere di moglie di Al Pacino in SERPICO, la bellissima Antonia si ritirò dalle scene sposando un dirigente di una compagnia aerea. Questo rimane uno dei film più importanti da lei interpretati (insieme a IL BOSS di Fernando Di Leo) e uno dei principali film scandalosi degli anni ’70. Da (ri)scoprire!!!

L’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com
Trasuda solarità e ottimismo questa vicenda esotico-erotico-edipica sullo sfondo del mare e delle grotte di Pantelleria: non solo per il paesaggio in sé, ma anche per la naturalezza e l’espansività della Galli e della Santilli che, epigone della cosmopolita e libertina Emanuelle, si adoperano con il cuore e con il corpo per guarire i traumi dell’introverso Keller. Purissima arte i ripetuti nudi integrali della Santilli, offerti con la spontaneità tipica del cinema anni Settanta. Aiuto regista, il csc Di Grazia ha il consistente ruolo del bighellone Mimì. Piacevole.

L’opinione di Fauno dal sito http://www.davinotti.com
Credo che per tanti ventenni valga ancora la pena di vederlo, visto che tutte le generazioni son piene di teenager maschili che hanno questa bellezza quasi dannata, perché rovinata da un’infelicità abissale di fondo, il più delle volte causata da un rapporto squilibrato con la madre… Sottolineo che le location siciliane sono magnifiche, ma Savino è un regista crudo, legato all’immediato, a quello che è, e in tal modo se con I ragazzi della Roma violenta riesce a fare un capolavoro assoluto, qui invece manca quella poesia che sarebbe importante…
Musiche Giancarlo Chiaramello

Grazie signore p. Pantelleria, spiagge

 

Una delle splendide spiagge di Pantelleria,location del film

Grazie signore p. Pantelleria, le grotte comunicanti

Le grotte comunicanti di Pantelleria

Grazie signore p. Pantelleria, veduta

Veduta di Pantelleria

luglio 16, 2013 Pubblicato da: | Commedia | , , | 1 commento

Di che segno sei?

Di che segno sei locandina

Film in quattro episodi, con tema portante i quattro gruppi in cui sono divisi i 12 segni astrologici, ovvero acqua,terra fuoco e aria, diretto da Sergio Corbucci nel 1975 girato con un cast all star che racchiude i nomi più importanti della commedia all’italiana degli anni settanta.

Primo episodio,Acqua

Dante è un marittimo che in seguito ad una visita medica crede di essere sul punto di cambiare sesso, ovvero diventare una donna.
La rivelazione gli provoca ovviamente un trauma e Dante tenta il suicidio.In seguito si convince a convivere con la realtà che incombe e si adatta alla cosa, salvo scoprire, dopo varie vicissitudini, che il dottore aveva inopinatamente confuso le analisi.

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Secondo episodio,Aria

Claquette è una donna della Romagna appassionata di ballo, che ha un sogno, comprarsi una Vespa; a tal pro decide di iscriversi ad una gara di ballo per vincere il premio in palio ma il suo compagno di allenamenti e suo partner Lorenzo finisce per rompersi una gamba con il risultato che Claquette è costretta a rivolgere il suo sguardo altrove per trovare un degno sostituto.
Lo individua in Alfredo detto “Fred Astaire”, un ballerino sposato ad una donna che nella vita fa la lottatrice.
Nella gara la coppia dopo aver superato tutte le selezioni arriva a vincere, ma la vittoria dei due sarà amara perchè Alfredo verrà arrestato dalla polizia per tentato omicidio, in quanto l’uomo per sbarazzarsi della gelosa moglie aveva tentato di eliminarla fisicamente.

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Terzo episodio,Terra

Basilio è un operaio edile con un sogno nel cassetto: mettere da parte i soldi per acquistare una tabaccheria e cambiare finalmente vita.
Un giorno, nel palazzo alla cui costruzione sta lavorando vede arrivare il proprietario dello stabile, il conte Leonardo e la sua bellissima amante Cristina; ne rimane così colpito che durante il viaggio di ritorno in treno dimentica di scendere dallo stesso ed è costretto a passare la notte in un’automobile rottamata in una stazione di servizio.
Qui arrivano il conte e Cristina, che ha una disperata voglia di fumare.
Basilio potrebbe cambiar loro i soldi che servono per utilizzare il distributore automatico ma rifiuta prendendosi una piccola rivincita.Arriva anche a rifiutare i soldi che potrebbero servirgli per rilevare la famosa tabaccheria e realizzare il suo sogno.
Il conte e Cristina litigano e il primo, dopo la discussione, pianta l’amante e si allontana. Cristina, pur di avere l’agognata sigaretta si offre a Basilio.
Qualche ora dopo il conte ritorna con in mano una stecca di sigarette e presa Crisitina va via con lei. Basilio ha così perso la sua grande occasione ma ha avuto comunque qualcosa a cui teneva tanto…

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Quarto episodio, Fuoco

Nando è una guardia del corpo che viene assunta dal Commendator Ubaldo Bravetta per vigilare su di lui.L’imprenditore è infatti a rischio rapimento e Nando fa del suo meglio per sventare i presunti tentativi di sequestro a cui crede che Ubaldo sia sottoposto.Non è così in realtà, perchè da quel momento Nando finirà per diventare una spina nel fianco di Ubaldo, malmenando sistematicamente persone innocue o lo stesso imprenditore e scambiando semplici avvenimenti casuali per atti dolosi.Quando viceversa si verificherà il tentativo di sequestro vero, Nando si rivelerà drammaticamente ma anche comicamente inadatto al suo ruolo…

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A fare da collante ai quattro episodi descritti è il tema, assolutamente marginale dei gruppi di appartenenza dei segni astrologici; in realtà l’astrologia centra poco o nulla se non come apologo di un paese in profondo cambiamento, nel quale la lotta politica e sociale, le grandi battaglie civili e i grandi ideali stanno per trasformarsi in un unicum che porterà il paese stesso alla stagione del riflusso.Siamo ancora lontani dagli edonistici anni 80, ma i segnali del cambiamento ci sono, con un paese che inizia a credere nell’oroscopo, nei concorsi a premi, nei giornali pieni di gossip che anticipano i temi portanti degli anni ottanta, quando il paese, stanco di lutti e della triste stagione degli anni di piombo passerà ad un’epoca in cui tutti i valori degli anni settanta verranno dimenticati per lasciar spazio all’arrivismo più rampante ma sopratutto alla voglia sfrenata di dimenticare un passato recente triste e plumbeo.
Ma nel film di Corbucci questi temi si possono osservare solo in trasparenza o quantomeno solo lontanissimi sullo sfondo.
La pellicola è più che altro un tentativo di far sorridere in un momento storico in cui c’è veramente poco da ridere; un tentativo riuscito a metà o meno, perchè la formula del film a sketch funziona marginalmente per la scarsa omogeneità degli episodi e per il loro diverso peso specifico.
Se l’episodio interpretato da Sordi (Fuoco) è probabilmente il più divertente, con l’attore romano che interpreta un personaggio che ricalca quello già interpretato in Un americano a Roma, caciarone e fanfarone, che finisce per stravolgere la vita del suo datore di lavoro salvo consegnarlo poi a coloro che volevano rapirlo, quello con protagonista Pozzetto è ben equilibrato, con altri due grandi protagonisti del cinema italiano, Salce e la Ralli.
E’ un episodio agro/dolce, con protagonista un muratore che rinuncerà al sogno della sua vita per un puntiglio e che ne ricaverà comunque qualcosa in cambio, una notte d’amore con il suo sogno proibito, la bellissima Cristina.
Molto meno riuscito, decisamente anonimo è l’episodio interpretato dal duo inedito Celentano-Melato; la storia non cattura, è fragile e i due protagonisti finiscono ingabbiati nei loro personaggi.
Infine l’episodio con protagonista Villaggio dimostra in maniera lampante come l’attore genovese fosse prigioniero della maschera di Fantozzi; le sue espressioni, le sue battute restano implacabilmente sempre le stesse e finiranno per diventare il suo personale marchio di fabbrica, rendendolo uno degli attori più sopravvalutati della storia del cinema.
Un film in chiaro scuro come pochi, strettamente legato alla sua struttura ad episodi, che non permette un’omogeneità spontanea della storia e che per questioni di tempi cinematografici finisce per mortificare le storie stesse, compresse in spazi temporali ristretti.
Corbucci scrive la sceneggiatura con uno stuolo di amici, come lo stesso Sordi, con Mario Amendola, con Bruno Corbucci ecc.
Alla fine ottiene un prodotto di sicuro successo nazional popolare che si impone anche grazie alla voglia di ridere o quanto meno di sorridere di un paese avvolto da una cappa di piombo.
Corbucci replicherà il tentativo due anni più tardi con esiti ancora inferiori con il film Tre tigri contro tre tigri.
Da segnalare nel cast la presenza di Lilli Carati al suo esordio sullo schermo nel ruolo di una ballerina al fianco di Celentano con cui girerà qualche anno dopo Qua la mano e di Carmen Russo in una brevissima scena durante la quale scende una scalinata con la gonna svolazzante.
Il resto del cast fa il suo.
Il film è passato numerose volte in tv ed è di facile reperibilità in rete.

Di che segno sei?
Un film di Sergio Corbucci. Con Renato Pozzetto, Paolo Villaggio, Alberto Sordi, Luciano Salce, Mariangela Melato, Adriano Celentano, Giovanna Ralli, Ugo Bologna, Barbara Magnolfi, Marilda Donà Commedia, durata 130′ min. – Italia 1975.

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Adriano Celentano: Alfredo Astariti detto “Fred Astaire”
Mariangela Melato: Marietta detta “Claquette”
Paolo Villaggio: Dante Bompazzi
Renato Pozzetto: Basilio
Alberto Sordi: Nando Mericoni
Giovanna Ralli: la contessa Cristina
Luciano Salce: il conte Leonardo
Ugo Bologna: Commendator Ubaldo Bravetta
Massimo Boldi: Massimo
Giuliana Calandra: Maria
Lilli Carati (come Ileana Carati): “Chewingum”
Gil Cagnè: Ballerino
Jack La Cayenne: Enea Giacomazzi detto “Bolero”
Angelo Pellegrino: Lorenzo
Marilda Donà: la cameriera del commendator Brevetta
Shirley Corrigan: segretaria del commendatore
Maria Antonietta Beluzzi: Maria Vincenzoni, detta “King Kong”
Enzo De Toma: un pendolare
Marcello Di Falco: Cosimo, il domestico
Gino Pernice: il Dottore
Luca Sportelli: Il marito “ipotetico” di Bompazzi alla discoteca, che parla con accento siciliano (l’uomo con gli occhiali)
Raffaele Di Sipio: membro della giuria della gara di ballo (l’uomo calvo con il monocolo)
Ettore Geri: Geri
Sofia Dionisio: amante del commendatore
Lello Bersani: Tv reporter
Barbara Magnolfi: ragazza nella sauna
Marcello Tusco: Vice di Bravetti
Lucia Alberti: Sé stessa
Mafalda Berri:
Carmen Russo: ragazza importunata
Eduardo Faietta: Capo dell’organizzazione delle guardie del corpo
Alberto Postorino: funzionario del commendator Ubaldo Brevetta (l’uomo aggredito da Nando Mericoni)
Mauro Misul: Il giudice che telefona alla polizia, spaventato da Nando Mericoni

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Regia Sergio Corbucci
Soggetto Mario Amendola, Franco Castellano, Sabatino Ciuffini, Bruno Corbucci,
Sergio Corbucci, Massimo Franciosa, Giuseppe Moccia, Rodolfo Sonego, Alberto Sordi
Sceneggiatura Mario Amendola, Franco Castellano, Sabatino Ciuffini, Bruno Corbucci,
Sergio Corbucci, Massimo Franciosa, Giuseppe Moccia, Rodolfo Sonego, Alberto Sordi
Produttore Franco Cristaldi
Montaggio Eugenio Alabiso
Musiche Lelio Luttazzi
Scenografia Giantito Burchiellaro

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L’opinione dell’utente Dr.Jerryll tratta da http://www.filmtv.it

A volte si pretende troppo da un film. Questi episodi sono nati per divertire il pubblico e ci riescono. Un poker d’assi della comicità italiana in altrettanti sketch. Villaggio gioca con la sua solita comicità dell’assurdo, quasi kafkiana; Celentano e Pozzetto ripropongono i loro personaggi lunari; Sordi rispolvera efficacemente l’americano di Roma. Proprio questo ultimo episodio è il più riuscito diventando un vero e proprio film nel film. Da rivalutare in fretta!

L’opinione dell’utente B.Legnani tratta dal sito http://www.davinotti.com


Celebre film ad episodi, piuttosto disuguali. Bello quello con Sordi, che rifà l’americano “de Roma”; divertente quello surreale con Pozzetto (in tv viene tagliata una scena con la Ralli, per cui lo spettatore non capisce, nel finale, perché Pozzetto parli di collànt). Più deboli quello con Celentano (nonostante una paio di battute notevoli ed una Lilli Carati in fiore) e quello con Villaggio (nel quale si vedono Carmen Russo e Luca Sportelli, non accreditati).

L’opinone dell’utente Markus tratta dal sito http://www.davinotti.com

Quartetto di episodi con cast di all stars racchiusi in un unico film commercialmente riempi-sala. A parte la confezione puramente commerciale e fine a se stessa, la pellicola, pur in forma discontinua, allieta lo spettatore con quanto di meglio potevano offrire, seppur stancamente, gli attori presenti. L’episodio più ricordato è l’ultimo con Sordi, che fa il verso a se stesso reinterpretando nuovamente il Nando Moriconi di Un americano a Roma. Gli altri episodi sono piuttosto divertenti o quantomeno scacciapensieri. Un po’ datato.

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Marilda Donà

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Giuliana Calandra

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Sofia Dionisio

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Carmen Russo

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Mariangela Melato

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Lilli Carati

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Renato Pozzetto

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Adriano Celentano

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Alberto Sordi

Filmscoop è su Facebook:per richiedere l’amicizia:

https://www.facebook.com/filmscoopwordpress.paultemplar

giugno 18, 2013 Pubblicato da: | Commedia | , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Mimi metallurgico (ferito nell’onore)

Mimi metallurgico locandina 4

Carmelo Mardocheo è un operaio come tanti.
Ha una moglie,un figlio e un lavoro pesante: estrae zolfo e suda, consumando un’esistenza anonima comune a tantissima gente del suo ceto.
Ma Mimi, com’è chiamato Carmelo ha delle idee di sinistra, crede in qualcosa che è un’ideologia primitiva e che gli impedisce di votare per il mafioso candidato alle elezioni politiche che si terranno a breve.
Così, perso il lavoro, è costretto ad emigrare.
Come tanti.
Arriva a Torino dove però trova un uomo che è il sosia di quello che in Sicilia gli ha fatto perdere il lavoro.
Tricarico, questo il suo nome, gestisce un’associazione,i Fratelli Siciliani, che in teoria ha il nobile ideale di aiutare ad integrarsi e a trovare un lavoro agli emigranti siciliani che arrivano nel capoluogo piemontese.

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Mariangela Melato

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Giancarlo Giannini

Mimi non sa che l’organizzazione è in realtà gestita proprio da quella mafia che lui ha tentato di dimenticare con la sua fuga.
Inizia a lavorare come operaio edile, ma ben presto vede un suo amico morire sul lavoro.
L’organizzazione vorrebbe disfarsi del corpo dello sventurato operaio abbandonandolo sul ciglio di una strada, ma Mimi si oppone con l’unico risultato di essere catturato e portato davanti a Tricarico.
Grazie ad una frottola provvidenziale (la parentela con un boss mafioso) viene risparmiato e inviato a lavorare in una fabbrica.
E’ un vero cambiamento questo, per Mimi.

Mimi metallurgico 3

Mimi metallurgico 4

Agostina Belli

Ora non è più un edile, bensì un metallurgico, un operaio di categoria “superiore”.
Ora può professare le sue idee di sinistra, iscriversi al PCI e sopratutto allacciare una relazione sentimentale con la bella Fiore, una donna attivista che lui salva da una squadra fascista.
Con la donna mette al mondo un figlio, ma il destino sembra divertirsi a cambiare le carte in tavola.
Assiste ad un regolamento di conti tra Tricarico e una banda rivale,ma davanti alla polizia che lo interroga assume un atteggiamento omertoso, cosa che gli vale il disprezzo dei compagni di fabbrica.
Ancora una volta casualmente e sempre per opera di tricarico, viene trasferito in Sicilia, ad una raffineria.
Il ritorno a casa è devastante: Mimi scopre che sua moglie è incinta e che il padre del nascituro è un brigadiere.
L’operaio è a un bivio:è cornuto, cosa che nella Sicilia dell’epoca costituisce un’onta da lavare con il sangue ma è anche un uomo che ha vedute diverse dai suoi concittadini.

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Il tempo vissuto al nord lo ha reso moderno, consapevole dei veri valori della libertà individuale.
Ma fondamentale nel suo intimo è ancora un uomo del sud, è geloso e vuole vendicarsi.
Così, con un corteggiamento spietato, seduce la brutta e sgraziata moglie del brigadiere mettendola incinta.
La vendetta si compie quando rivela all’uomo, nella piazza del paese, la verità.
Ma non può gustarsi la sua vendetta perchè un sicario della mafia uccide l’uomo e gli mette in mano la pistola.
Mimi è arrestato: è innocente ma ha ucciso per onore così finisce in carcere.
Ora è davvero un uomo di rispetto e riceve l’appoggio del nuovo boss del paese.
All’uscita dal carcere però Mimi trova ad attenderlo sua moglie con il piccolo nato dalla relazione adulterina con il brigadiere, la moglie di quest’ultimo con i 6 figli che lo chiamano papà e infine Fiore con il loro bambino in braccio.
Quest’ultima lo lascia, delusa dal cambiamento dell’uomo di cui si era innamorata….
Mimi metallurgico ferito nell’onore è un film grottesco, ironico e fondamentalmente tragicomico diretto da Lina Wertmuller nel 1972.
Un film in cui confluiscono felicemente l’impegno e la satira, l’ironia feroce e l’eccesso narrativo che spesso sbocca in un continuum fatto di alternanza di messaggi sociali di denuncia mescolati alla farsa più sfrenata.
Mimi è un personaggio che racchiude in se tutti i vizi e le debolezze, tutti i retaggi della sua terra e della sua cultura mescolati confusamente al desiderio di riscatto da una realtà sociale fatta di sperequazione e ingiustizia che vuole la gente del posto in cui vive schiava dei potentati, dell’onnipresente mafia e del malaffare, simboleggiata dall’onnipresente Tricarico che sarà il suo angelo del male, la vera pietra angolare del suo destino.
Il tentativo di Mimi di elevarsi aldilà del suo ruolo di perdente, stabilito dalla storia e dai poteri forti che condizionano lo sviluppo della società in cui vive è destinato ad essere travolto ingloriosamente.

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Le sue ambizioni vengono frustrate nel momento stesso in cui cede all’ancestrale concezione dell’onore, a quella gelosia irrazionale alla quale tenta invano di sottrarsi, con il tragicomico risultato finale di essere condannato a convivere con il frutto delle sue colpe, con quelle due donne che non ama, con la caterva di figli che non sono suoi rinunciando contemporaneamente all’amore e al frutto dello stesso, a Fiore e al suo piccolo, l’unica cosa che gli interessi veramente.
Lina Wertmuller spazia in lungo e in largo nel film mostrando questo conflitto irrisolto in Mimi, quel suo essere contemporaneamente uomo del sud e ad esso legato e uomo che ha vissuto al nord, quindi sulla via dell’emancipazione dai retaggi della sua terra, mostrando quindi il surreale e grottesco conflitto culturale dell’uomo sotto angolazioni che irrimediabilmente portano Mimi ad essere un personaggio irrisolto, schiavo per sempre delle sue contraddizioni.
Mimi metallurgico è un film spinto alle estreme conseguenze; è un alternarsi continuo di tenerezza e crudele realtà, di sentimenti nobili ed un istante dopo meschini e primordiali.
E’ l’evoluzione continua, seguita dalla profonda involuzione, di un personaggio più da farsa che da tragedia rappresentato da un Mimi che perderà tutte le conquiste ottenute (l’emancipazione, l’amore e la libertà individuale) per colpa della sua irresolutezza e per colpa dell’atavica cultura alla quale appartiene.

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Un film che vive anche delle straordinarie interpretazioni di due grandissimi artisti, Giancarlo Giannini e Mariangela Melato, che qualche anno più tardi torneranno a far coppia sul set sempre diretti da Lina Wertmuller nell’ottimo Travolti da in insolito destino.
Grande, Giannini.
Il personaggio di Mimi è reso indimenticabile attraverso una caratterizzazione piena di tic, nevrosi, passaggi ripetuti sulla maschera del suo volto che di volta in volta assume espressioni sempre consone al personaggio che sta interpretando.
Grande, Mariangela Melato.
Il suo personaggio, a tratti dolente, a tratti orgoglioso, resta scolpito in maniera indelebile nella galleria dei personaggi della storia del nostro cinema.
Per tutti, valga la sequenza finale del film, nel quale vediamo la delusa Fiore scegliere di abbandonare qull’uomo in cui ha creduto perchè l’ha delusa con quel suo abdicare ai principi a cui sembrava tenere tanto.
L’involuzione di Mimi è per lei imperdonabile, ben più dell’adulterio che ha consumato con la moglie del brigadiere.
Lina Wertmuller, tornata alla regia dopo l’esordio folgorante di I basilischi e dopo qualche film che le sono serviti come rodaggio, l’ultimo dei quali era stato Il mio corpo per un poker del 1968, firma un’opera fondamentale del nostro cinema del passato.

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Un film che ha alcuni passaggi davvero felicissimi, come l’indimenticabile sequenza in cui Mimi consuma la sua vendetta con la moglie del brigadiere Finocchiaro, una sequenza in cui resta come un pugno in un occhio l’immagine quasi surreale dell’enorme cellulitico sedere in primo piano di Elena Fiore, che interpreta Amalia Finocchiaro.
Mimi metallurgico è un film trasmesso più volte dalle tv ed è di facile reperibilità nel web; rivederlo è un’occasione per riscoprire un cinema coraggioso e vitale, ormai quasi irrimediabilmente sepolto dalla storia e impossibile da riproporre.

Mimì metallurgico ferito nell’onore
Un film di Lina Wertmüller. Con Giancarlo Giannini, Mariangela Melato, Luigi Diberti, Turi Ferro,Agostina Belli, Tuccio Musumeci, Elena Fiore Commedia, durata 121′ min. – Italia 1972.

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Mimi metallurgico banner personaggi

Giancarlo Giannini … Carmelo Mardocheo detto Mimí
Mariangela Melato … Fiorella detta Fiore Meneghini
Turi Ferro … Don Calogero / Vico Tricarico / Salvatore Tricarico
Agostina Belli … Rosalia Capuzzo in Mardocheo
Luigi Diberti … Pippino
Elena Fiore … Amalia Finocchiaro
Tuccio Musumeci … Pasquale
Ignazio Pappalardo … Massaro ‘Ntoni
Gianfranco Barra … Serg. Amilcare Finnocchiaro
Livia Giampalmo … Violetta, bancarellaia

Mimi metallurgico banner cast

Regia Lina Wertmüller
Soggetto Lina Wertmüller
Sceneggiatura Lina Wertmüller
Produttore Daniele Senatore, Romano Cardarelli
Fotografia Dario Di Palma
Montaggio Franco Fraticelli
Musiche Piero Piccioni
Scenografia Amedeo Fago

Mimi metallurgico banner recensioni

L’opinione dell’utente Homesick tratta da http://www.davinotti. com
Fra numerosi luoghi comuni del mondo siciliano (gelosia, tradimento, onore, il divario rispetto al Nord) si interlineano non trascurabili notazioni politico-sociali sulla mafia e il mondo operaio; è la pellicola simbolo della regista e del suo stile caotico, policromo ed eccessivo, che nell’episodio del coito con la grassona Elena Fiore – ottima esordiente – si accomuna al grottesco immaginario muliebre del collega Fellini. Giannini è ammirevole per versatilità ed impegno artistico e la Melato un talento in piena conferma. Coraggiosa la Belli nell’accettare trucco e parrucca da racchia.

L’opinione del sito http://www.treccani.it
Curiosamente imparentato, nella tematica del ‘richiamo del sangue’, a Mafioso di Alberto Lattuada (1962), il film si sviluppa nel segno dell’eccesso e della ridondanza, di quel grottesco portato alle estreme conseguenze che caratterizzerà buona parte del cinema della regista romana. È un’esuberanza stilistica e linguistica che mescola impunemente generi e sottogeneri ‒ dall’opera lirica al mélo, dal cinema politico alla sceneggiata in un crogiuolo che stravolge i confini beffandosi delle convenzioni. La scelta dell’eccesso provocatorio si esplicita anche nel tratto caricaturale dei personaggi: dal trucco ‘chapliniano’ di Mimì alle figure mostruose di contorno che preparano una delle scene cult del film (l’accoppiamento bestiale fra Mimì e una straripante Elena Fiore), fino alla moltiplicazione di Turi Ferro nei panni dei tanti ‘cattivi’.

L’opinione dell’utente lor.cio dal sito http://www.filmtv.it
Mariangela Melato era un’attrice totale e non trovo altri aggettivi per definire la sua presenza sul grande schermo e sul palcoscenico nell’arco degli ultimi quarant’anni. Naturalmente la sua scomparsa ci addolora. C’è però qualcosa che ci consola quando se ne va un attore o un’attrice di razza: la fortuna del cinema (a differenza, purtroppo, di molto teatro) sta nel lasciare una traccia indelebile, una serie di fotogrammi in successione, un film. Mariangela Melato ha illuminato col suo talento elegante e stratificato alcune delle opere più importanti degli anni settanta ed ottanta e nella memoria collettiva restano sicuramente le collaborazioni con Giancarlo Giannini e Lina Wertmuller. Ricordare un artista attraverso le proprie imprese è quanto di meglio si possa fare per rendere omaggio al suo lavoro, al di là della pur inevitabile retorica della celebrazione. Prendiamo Mimì metallurgico ferito nell’onore: un titolo divenuto proverbiale, un grande successo di pubblico, la consacrazione di una regista la cui fama è superiore all’effettivo valore dei suoi film. È una storia tra la contestazione e il folklore, l’evocazione del comunismo di lotta e la stereotipizzazione dell’influenza del potere mafioso nel Sud, l’amore improvviso e carnale e la vendetta dell’onore perduto, caratterizzata dal tipico stile registico della Lina, scatenato e greve (ancora su discreti livelli, fino al capolavoro Pasqualino Settebellezze: altri dieci anni e sarebbe andata sfortunatamente in caduta libera), con zoom ed effettacci abbastanza adeguati alla brutalità romantica e tempestosa della narrazione. Puntellato dalla potenza musicale di Giuseppe Verdi (in alternanza col brio sarcastico di Piero Piccioni), la Cavalleria Rusticana (echeggiata da uno dei personaggi) in stile Wertmuller vale, forse, più come somma di elementi che come totale organico, perché certamente ci sono sofferenze nell’amalgamare le componenti e nell’asciugare certi passaggi probabilmente verbosi. È entrato nella storia del cinema italiano per il suo tono grottesco (all’epoca inusuale) e per le mastodontiche prove degli attori, capitanati da un Giancarlo Giannini a dir poco strepitoso nei panni del povero Mimì (memorabile l’intermezzo con l’enorme Elena Fiore, sequenza quasi felliniana, buffa e tragica). E Mariangela? È Fiore, la volitiva compagna milanese, che si vota all’amore senza dimenticare la propria identità di genere e la propria coscienza civile: in un film dominato dalla grandezza di Giannini, non di rado riesce a rubargli la scena. O meglio, a condividerla con estro, elasticità e talento. Nel giorno in cui la piangiamo, sarebbe bello ricordarla semplicemente così, un’attrice che ha lasciato una testimonianza fondamentale.

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giugno 2, 2013 Pubblicato da: | Commedia | , , | Lascia un commento