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La vallee

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Tre anni dopo il lusinghiero successo di More, il regista di origini iraniane Barbet Schroeder gira La vallee, cambiando completamente registro al genere di film e passando quindi ad un atipico road movie ma utilizzando ancora la musica dei Pink Floyd a supporto della pellicola. Una presenza discreta, forse troppo quella dei Pink Floyd, che appaiono con la loro musica solo per brevi sequenze e che verrà raccolta, insieme ai frammenti di More nell’album Oscured by clouds
Schroeder, regista anticonformista e sperimentale, sempre alla ricerca di soluzioni visive di profondo impatto, sceglie questa volta di utilizzare una sceneggiatura stringatissima, usandola solo come linea guida di quello che sarà il viaggio di una donna in un territorio vergine, la nuova Guinea, alla ricerca di una valle inesplorata ed abitata da nativi che non hanno mai conosciuto l’uomo bianco.
Su questa struttura semplice, che ricorda un po La montagna incantata o uno dei tanti film d’avventura a sfondo esotico, Schroeder innesta la storia di Viviane, moglie del console in Australia, donna ricca e molto annoiata che per sfuggire alla monotonia della sua vita decide di intraprendere un lavoro particolare, ovvero occuparsi della vendita di oggetti esotici o comunque rari.

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Sarà durante la ricerca di un rarissimo uccello tropicale che Viviane incontrerà dei giovani hippy che rincorrono il sogno di trovare una valle mai esplorata dall’uomo, che peraltro non figura su nessuna mappa, essendo coperta perennemente da nubi.
Unitasi al gruppo, Viviane vivrà un’avventura straordinaria, fra paesaggi incontaminati e bellezze naturali da lasciare senza fiato; sarà per lei un’occasione di crescita coronata alla fine dall’incontro con la tribù indigena dei Mapuga e dalla visione della tanto agognata valle.
Storia di un viaggio, storia marginale di una donna e ancor più marginalmente di un gruppo di giovani hippy e principalmente storia di un paradiso selvaggio, quello della Nuova Guinea.
Storia di un fotografo,Néstor Almendros, che cattura l’anima selvaggia e lussureggiante della Nuova Guinea con un’abilità unita ad un romanticismo sorprendenti;magicamente le montagne e le valli, gli alberi e i fiori fino alla tribù Mapuga sembrano acquistare una dimensione fiabesca accompagnate dalla discretissima colonna sonora dei Pink Floyd.

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L’esperienza di vita dell’oziosa e annoiata Viviane diventa un viaggio alla ricerca di una dimensione spirituale che finirà per essere immensamente più appagante della vita precedente, del suo legame con un marito ricco ma perennemente assente, dell’adagio nelle mollezze tipiche della civiltà occidentale.
La donna scoprirà una diversa spiritualità, legata in maniera arcana alla natura, così come fanno i Mapuga, che vivono solo con quello che la natura fornisce loro.
Per Viviane sarà una scoperta in tutti i sensi: ne gioverà anche la sua sessualità.
Fare l’amore tra i giganteschi alberi della foresta vergine, fra lussureggianti piante e in mezzo ad un verde accecante le restituirà anche la pace dei sensi, le restituirà una sessualità completa e appagata.
Quando il gruppo si avvia alla ricerca della valle, sa benissimo che nessuno è mai tornato da quel viaggio:al termine dello stesso si ipotizza che possa esserci un pericolo mortale, ma in realtà il vero pericolo fin irà per essere la ricerca stessa, perchè la diversa dimensione di vita, la spiritualità finalmente appagata trasformeranno il viaggio stesso nell’approdo verso un eden che non si può più abbandonare.
Schroeder dirige quindi un film che viaggia sul doppio binario della ricerca dell’assoluto rappresentato da un ritorno arcaico ad uno stile di vita primordiale e quello della ricerca di se stessi.
Grazie alla citata fotografia di Almendros, alla bravura principalmente dell’attrice francese Bulle Ogier, che diverrà in seguito sua moglie, il regista costruisce un film denso di fascino e mistero che non potrà non lasciare colpito lo spettatore.

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Qualche anno prima Walkabout di Roeg e qualche anno dopo Picnic ad Hanging Rock viaggeranno sullo stesso tema, riproponendo cioè paesaggi selvaggi e natura incontaminata, una ricerca dell’uomo verso la sua essenza più totale, priva degli orpelli della civiltà occidentale.
La vallee non ha mai avuto incredibilmente una versione doppiata in italiano, pur essendo stato riproposto in digitale.Tuttavia le versioni presenti in rete, in lingua inglese, presentano la possibilità dei sotto titoli in italiano e occorre quindi adeguarsi. La versione migliore che ho trovato è in streaming all’indirizzo http://www.nowvideo.at/video/bddaab030bf40 con una discreta qualità digitale e dei sottotitoli non invadenti.Attenzione ai fastidiosissimi pop up, che dovrete chiudere prima di poter finalmente visionare il film. Vi consiglio, nella scelta del sito di streaming, lo share di Nowvideo presente nell’elenco.

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La vallée
Un film di Barbet Schroeder. Con Bulle Ogier, Jean-Pierre Kalfon, Michael Gothard, Jérôme Beauvarlet, Monique Giraudy Drammatico, durata 100′ min

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Bulle Ogier … Viviane
Jérôme Beauvarlet … Yann
Monique Giraudy … Monique
Michael Gothard … Olivier
Jean-Pierre Kalfon … Gaetan
Valérie Lagrange … Hermine

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Regia Barbet Schroeder
Sceneggiatura Barbet Schroeder, Paul Gégauff
Produttore Michel Chanderly, Stéphane Tchagadjieff
Casa di produzione Les Films du Losange, SNC
Distribuzione (Italia) Rarovideo
Fotografia Nestor Almendros

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L’opinione del Morandini dal sito http://www.mymovies.it

Viviane moglie del console di Francia a Melbourne, si unisce a una spedizione che intende scoprire una valle sconosciuta. Attratta dal suo capo, ne diventa l’amante e con lui s’inizia ai riti indigeni, affronta varie peripezie e scala alcune montagne finché, stremati, i due scoprono la valle. In bilico tra finzione e documentario, influenzata dall’ideologia hippy di moda negli anni ’60, questa ricerca di una felicità mitica ha scrittura di taglio contemplativo, ritmo lento, assidua attenzione alla bellezza dei paesaggi. Fotografia (Cinemascope): Nestor Almendros. È uno dei tanti film estremi dell’irregolare Schroeder. Si è spinto sino a 4000 m d’altezza nella Nuova Guinea, fra tribù che non avevano mai visto una donna bianca, con una troupe ridotta al minimo, senza jeep né elicotteri.

L’opinione di Fauno dal sito http://www.davinotti.com

A parte la bellissima fotografia ha ben poco… La colonna sonora è molto limitata e non ha certo l’impatto che ha avuto quella di More, ma quel che è peggio è che il film è povero di contenuti… d’accordo le piume degli uccelli rari e le danze tribali, l’amore libero… ma si affrontano poco e con molta poca tenacia lo spirito, la mentalità hippy, l’emotività per quello che si va a scoprire… sembra una pura e semplice escursione alla Ambrogio Fogar: tutti sono sfiniti, allo stremo e d’improvviso ecco la vallata e la fine del film. Manca la carica!

L’opinione di Kotrab dal sito http://www.filmtv.it

Curioso film figlio del suo tempo e finanche suggestivo: ambientato in Nuova Guinea, una donna è alla ricerca di piume di uccelli esotici, incontra due ragazzi e una ragazza dediti all’amore libero e in cerca di una misteriosa valle da cui nessuno pare essere tornato in quanto sito del Paradiso. Il viaggio però si rivela ambiguo: è veramente un cammino iniziatico, a contatto con la “naturalità” dei popoli indigeni, o solo turismo modaiolo? Il film di Schroeder è discreto, interessante e ben fotografato (vedi l’incipit), ma che a volte si perde in lungaggini poco incisive. Interessante un dialogo in cui si mettono in risalto le possibili contraddizioni del rapporto tra gli occidentali e gli indigeni, in cui si crede di trovare la risposta alla fuga dall’Occidente non vedendo le sottili, nascoste insidie di un modo di vivere lontano dal nostro

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Obscured by Clouds – 03:05 (Waters, Gilmour) – Strumentale.
When You’re In – 02:31 (Waters, Gilmour, Wright, Mason) – Strumentale.
Burning Bridges – 03:30 (Wright, Waters) – Voce di Gilmour e Wright.
The Gold It’s in the… – 03:08 (Gilmour, Waters) – Voce di Gilmour.
Wot’s… Uh the Deal – 05:09 (Gilmour, Waters) – Voce di Gilmour
Mudmen – 04:18 (Wright, Gilmour) – Strumentale.
Childhood’s End – 04:33 (Gilmour) – Voce di Gilmour.
Free Four – 04:16 (Waters) – Voce di Waters.
Stay – 04:07 (Wright, Waters) – Voce di Wright.
Absolutely Curtains – 05:51 (Waters, Gilmour, Wright, Mason) – Strumentale

David Gilmour – chitarra e voce
Roger Waters – basso e voce
Richard Wright – tastiere e voce
Nick Mason – batteria
Musiche Pink Floyd

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Maggio 9, 2014 Pubblicato da: | Drammatico | , | Lascia un commento

Una stagione all’inferno

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A sedici anni Arthur Rimbaud è un giovane ribelle, che detesta i lacci della società e delle sue istituzioni, con in testa la famiglia. E’ anche un poeta, Rimbaud, che scrive poesie fuori dai canoni estetici vigenti e subito dopo essersi diplomato con il massimo dei voti, decide di mollare diploma e famiglia, per dedicarsi anima e corpo alla poesia.
Siamo nel pieno dei ferventi rivoluzionari, in Francia; è in pieno fermento l’esperienza della comune e Rimbaud sposa la causa dei comunardi oltre che aderire ad una nuova corrente poetica ed artistica, quella dei simbolisti.
In questo modo conosce un altro poeta, Paul Verlaine, con il quale stringe un’amicizia che sfocia in vero e proprio amore.
Verlaine, sposato, per il giovane Rimbaud lascia la moglie e prende a vagabondare con lui per l’Europa.
Ma le cose fra i due non vanno bene, e dopo che Rimbaud viene ferito da Verlaine, geloso di lui, lascia l’amante deciso a trasferirsi altrove.
In piena crisi poetica, Rimbaud si fa assumere da una compagnia che traffica in Africa con schiavi e armi; il poeta conosce Menelik, il ras etiopica e a lui inizia a fornire armi.

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Contemporaneamente conosce la bellissima Gennet, una donna abissina che da quel momento in poi non lo abbandonerà più;una ferita alla gamba, che si trasformerà in cancrena lo obbligherà a rientrare a Parigi, che lui ama e detesta al tempo stesso, ma…
Una stagione all’inferno, diretto da Nelo Risi nel 1971 riprende nel titolo il capolavoro del poeta Arthur Rimbaud, del quale il film racconta una biografia molto romanzata e non priva di inesattezze.
Il libro, che in qualche modo segna l’addio definitivo di Rimbaud alla poesia, ritenuta incapace di cambiare il mondo, in realtà non ha nulla a che vedere con il titolo del film, che è puramente indicativo dell’argomento trattato.
Il film infatti racconta l’amicizia e l’amore di Rimbaud per il poeta Paul Verlaine, le loro crisi personali culminate in un rapporto affettivo e amoroso che si sciolse drammaticamente quando Verlaine sparò due colpi di pistola verso Arthur Rimbaud, che rimase ferito leggermente ad un polso.

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Verlaine venne arrestato e nonostante Rimbaud non lo denunciasse, venne comunque condannato a due anni di galera; il film prosegue narrando la vita di Rimbaud in Africa, tra l’Etiopia e l’Abissinia , l’incontro fondamentale con la bella Gennet e infine la malattia che lo porterà alla tomba a soli 37 anni, cinque anni prima dell’amico, mentore e amante Verlaine.
Un film decisamente interessante, pur nei suoi errori e nel freddo formalismo che troppo spesso si affaccia nel film, compensato però da una regia attenta e puntuale, da location assolutamente affascinanti, con le lunghe pianure e le savane africane a farla da padrone.
Risi privilegia il dialogo e la storia drammatica che lega i due grandi poeti maledetti, anche se mette a fuoco principalmente il personaggio di Rimbaud del quale segue le vicende personali.
Spazio anche alla storia d’amore fra il poeta e la nativa Gennet, che amorevolmente assisterà durante tutta la sua permanenza sul continente africano di Rimbaud.
Sicuramente bravi gli attori protagonisti; bravo Terence Stamp nel ruolo tormentato di Arthur Rimbaud, bene anche Jean Claude Brialy nei panni dell’amico Paul Verlaine ma la vera sorpresa è Florinda Bolkan, che si conferma attrice di razza, oltre che splendida creatura nel ruolo di Gennet.Reduce dal grandissimo successo riscosso con Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, regia di Elio Petri (1970) e l’anno precedente con Metti, una sera a cena, regia di Giuseppe Patroni Griffi (1969) l’attrice brasiliana è nel momento magico della sua carriera, che incontrerà un altro grande successo l’anno dopo, con quell’Anonimo veneziano, regia di Enrico Maria salerno che la consacrerà stella di prima grandezza.Molto belle le musiche di Jean Michel Jarre.
Un film sicuramente da rivalutare e che purtroppo per oltre quarant’anni è rimasto completamente nascosto; oggi grazie all’edizione in dvd è possibile finalmente rivederlo.

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Chiunque voglia vederne una copia molto ben ridotta digitalmente deve solo andare ai seguenti link e scaricare le due parti che lo compongono, unendole poi con 7 zip o con Winrar : https://ultramegabit.com/file/details/gp-HIsQ9i8I/Una70stag.part1.rar e https://ultramegabit.com/file/details/5Gkt0ctCMKk/Una70stag.part2.rar

Una stagione all’inferno
Un film di Nelo Risi. Con Pier Paolo Capponi, Florinda Bolkan, Jean-Claude Brialy, Terence Stamp, Nike Arrighi, Attilio Dottesio, Archie Savage, Sergio Serafini, Lorenzo Piani, Vittorio Fanfoni, Bruno Cattaneo, Giuseppe Maffioli, Patrizia Valturri, Gabriella Giacobbe Drammatico, durata 130′ min. – Italia 1971.

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Terence Stamp … Arthur Rimbaud
Jean-Claude Brialy … Paul Verlaine
Florinda Bolkan … Gennet

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Regia Nelo Risi
Soggetto Arthur Rimbaud
Sceneggiatura Giovanna Gagliardo
Fotografia Aldo Scavarda
Montaggio Roberto Perpignani
Musiche Maurice Jarre

L’opinione del Morandini

Vita e morte di Jean-Arthur Rimbaud (1854-1891), leggendario giovane poeta francese, dai suoi rapporti con Paul Verlaine al traffico d’armi nell’Etiopia di Menelik. N. Risi è un regista colto, ma gli manca la stoffa del narratore di razza per fare del poeta Rimbaud un vero personaggio. Ambiziosa, impudica, scombinata biografia in confezione raffinata.

 

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Maggio 7, 2014 Pubblicato da: | Drammatico | , , | Lascia un commento

Il giustiziere della notte

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Nel 1971 il regista Don Siegel diresse Ispettore Callaghan, il caso Scorpio è tuo, primo film ad istituzionalizzare la violenza come antidoto all’esplodere della stessa violenza usata dalle gang criminali che infestavano le metropoli americane.Una violenza di un poliziotto che ritiene il sistema troppo morbido nell’affrontare il problema della criminalità dilagante, che ingenerò una montagna di critiche verso Siegel e marginalmente verso Clint Eastwood accusato di condividere con il regista una visione “fascista” della società, in cui l’occhio per occhio dente per dente sembra essere l’alternativa vincente contro la criminalità.
Nel 1974 Michael Winner riprende in qualche modo il tema, accusando ancora una volta la polizia di essere troppo tenera verso i criminali e paventando l’uso della giustizia privata come unico antidoto all’esplodere della violenza criminale nelle città.

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Il giustiziere della notte esce in un periodo difficile per gli Usa;la guerra nel Vietnam, lo scandalo Watergate hanno creato un clima difficile e le tensioni sociali esplodono con guerre tra gang, con la mafia che controlla i traffici illeciti, bande che scorazzano per i quartieri di New York,Los Angeles o San Francisco e la polizia in netta difficoltà stretta tra leggi iper garantiste e laccetti giuridici che di fatto ne limitano il raggio d’azione.
Winner coglie i segnali che arrivano dalla società civile e con intelligenza va a riprendere il romanzo Death wish di Brian Garfield uscito nel 1972;nasce così Il giustiziere della notte, un film che andando al di la degli indubbi meriti diverrà un cult e creerà un grosso interrogativo sul quale dibatteranno per mesi mass mediologi, critici e giornalisti e cioè se la violenza privata debba o no essere legittimata di fronte a evidenti carenze della legge.
Il film racconta le vicende dell’architetto Paul Kersey, un pacifico e anonimo cittadino a cui dei delinquenti uccidono la moglie Joanna e violentano e traumatizzano la figlia Carol.Dopo il funerale della moglie, e dopo aver visto sua figlia portata via verso un istituto per cure psichiatriche Kersey capisce che la polizia poco può fare per fermare la violenza che dilaga nelle strade.

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Dopo un viaggio in Arizona e dopo aver ricevuto in regalo una pistola non registrata, una calibro 32, Kersey decide di agire e si trasforma in un implacabile giustiziere.
Da quel momento l’uomo è ricercato dalla polizia, che teme fenomeni di emulazione e trasformato invece in un eroe dalla popolazione, che vede in lui la ribellione alle frustrazioni quotidiane subite dai malviventi.
Alla fine Kersey uccide due malviventi ma viene ferito da un terzo e finisce in ospedale, dove viene raggiunto dal tenente Briggs che gli comunica l’impunità dai crimini in cambio dell’allontanamento dalla città.
Kersey accetta e parte per Chicago…

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Quattro sequel, Il giustiziere della notte 2 (diretto da Winner),il 3 diretto ancora da Winner, il 4 diretto da J. Lee Thompson e infine il quinto e ultimo sequel diretto da Allan Goldstein, che testimoniano il gran successo di questo film autenticamente precursore di un genere che ebbe molte imitazioni, quasi sempre però di bassa lega così come furono decisamente inferiori i sequel al primo capitolo.
Winner sceglie Charles Bronson, già scritturato per L’assassino di pietra e per Professione assassino, volto scolpito nella pietra, come protagonista del film e colpisce nel segno; Bronson da vita ad un personaggio di grande spessore, che diverrà un mito.
Un film non esente da pecche, che però si segue con grande piacere anche per il ritmo serrato che Winner imprime al film;il regista, scomparso nel 2013 a 77 anni ha mano ferma e grande capacità di sintesi cosa che rende il film, pur nell’ambito del poliziesco, uno dei prodotti migliori mai diretti.Il film è disponibile in streaming all’indirizzo http://www.cineblog01.tv/il-giustiziere-della-notte-1974/ in una buona qualità.

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Il giustiziere della notte

Un film di Michael Winner. Con Charles Bronson, Hope Lange, Vincent Gardenia, William Redfield Titolo originale Death Wish. Drammatico, durata 93 min. – USA 1974

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Charles Bronson: Paul Kersey
Hope Lange: Joanna Kersey
Stuart Margolin: Aimes Jainchill
Edward Grover: tenente Briggs
Vincent Gardenia: Ispettore Frank Ochoa
Gregory Rozakis: Spraycan
Jeff Goldblum: assalitore #1
Christopher Logan: assalitore #2
Kathleen Tolan: Carol Toby
Fred J. Scollay: Procuratore distrettuale
Steven Keats: Jack Toby

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Regia Michael Winner
Soggetto Brian Garfield
Produttore Dino De Laurentiis
Casa di produzione Paramount Pictures
Fotografia Arthur J. Ornitz
Montaggio Bernard Gribble
Musiche Herbie Hancock

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Giuseppe Rinaldi: Paul Kersey
Rosetta Calavetta: Joanna Kersey
Pino Colizzi: Aimes Jainchill
Cesare Barbetti: tenente Briggs
Antonio Guidi: Ispettore Frank Ochoa
Michele Gammino: assalitore #1
Manlio De Angelis: assalitore #2
Micaela Esdra: Carol Toby
Alessandro Sperlì: Procuratore distrettuale
Massimo Turci: Jack Toby

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L’opinione di sasso67 dal sito http://www.filmtv.it

Difficile stabilire se nella scelta finale della polizia, che – analizzate le statistiche da cui risulta che per l’azione del giustiziere è crollato il tasso di criminalità a New York ma si è anche creato un pericoloso fenomeno di emulazione – decide di non arrestare il cittadino Kersey siano ravvisabili le caratteristiche del fascismo. Forse, analizzando bene i fenomeni, non è così, perché se fascismo è organizzare le squadracce (o le ronde, che anche qui da noi qualcuno malvestito di verde aveva proposto), questo è proprio ciò che le autorità di pubblica sicurezza newyorkesi vogliono evitare, mentre il loro obiettivo è quello di restaurare, per quanto possibile, il binomio “legge e ordine”, che è più probabilmente carattere distintivo di una destra occidentale talvolta intransigente ma non fascista. E del resto il rispetto della legge è proprio ciò per cui la polizia in senso lato è stata (o sarebbe stata) inventata.
Di sicuro quello di Winner, che trova in Bronson una perfetta icona, è comunque un attacco virulento alla sinistra imbelle degli obiettori di coscienza (lo dico dal loro punto di vista, in quanto anch’io sono obiettore di coscienza all’uso delle armi), per certi versi narrativamente squilibrato. Ora, è pur vero che a un certo punto, armato della sua calibro 32 l’ingegner Kersey si aggira di notte nei posti più malfamati in cerca di feccia umana (lo dico ancora nell’ottica degli autori del film) da abbattere, ma che davvero tutti questi criminali – nella cui maggioranza hanno i tratti inconfondibili dell’immigrato portoricano, con la chioma simil Jackson 5 – cerchino di rapinare proprio uno con la faccia poco raccomandabile di Charles Bronson mi sembra poco credibile: si vede che non erano mai andati al cinema.
L’attore d’origine lituana incarna perfettamente l’uomo che, a causa di un trauma subito (l’iniziale scena di violenza ha una sua efficace e stilizzata brutalità, che fa pensare quasi alle analoghe sequenze di Arancia meccanica, depurate però del loro aspetto operistico), impugna la pistola per “ripulire” la città e diventa, da questo momento in poi una vera icona, vicina al Clint Easwood dell’ispettore Callaghan. Seguiti e parodie (una anche con Franco Franchi: Il giustiziere di mezzogiorno) ne scolpiscono la mitologia

L’opinione di Angelheart dal sito http://www.filmscoop.it

Il primo film e portavoce assoluto sul vigilantismo e la giustizia fai da te.
Violento, cupo e cattivissimo (la sequenza dello stupro lascia ancora a bocca aperta) con un protagonista perfetto ed un’atmosfera newyorkese talmente lurida e malsana da indurre anche il più coraggioso a barricarsi dentro casa. La critica sociale che si porta dietro è ancora potente ed ahimè più attuale che mai (qui da noi in particolare non si sente parlar d’altro dalla cronaca) tuttavia soffre non poco del peso degli anni, di un ritmo spesso soporifero soprattutto nella parte centrale, e di certi passaggi ripetitivi e poco credibili (il protagonista esce praticamente ogni sera in cerca di guai, ma i guai sembrano venire incontro sempre e solo a lui anche quando è tranquillo).Ad ogni modo rimane una pietra miliare del genere, uno dei film più brutali degli anni 70, e l’apripista per una serie di sequel ed imitatori di alta e bassa lega.

L’opinione di galbo dal sito http://www.davinotti.com

Tra i primi e migliori esempi di un filone fortunatissimo (quello degli uomini comuni che si vendicano dei torti subiti) è stato (in parte giustamente) considerato a lungo un film reazionario. Si tratta però sopratutto un esempio di action molto ben realizzato (il montaggio ed alcune delle riprese più animate sono eccellenti), interpretato da un’attore (Bronson) che è diventato un tutt’uno col personaggio, tanto da essere oggi identificato quasi esclusivamente con questo.

L’opinione di Herrkinski dal sito http://www.davinotti.com

Tralasciando le solite discussioni sul presunto “fascistismo” della storia, questo classico della coppia Winner/Bronson è un eccellente thriller urbano, dai risvolti drammatici. Verosimile e ancora non esagerato come accadrà in alcuni dei sequel, il film è girato molto bene e presenta molte sequenze interessanti anche visivamente. Privo di americanismi inutili e di spettacolarizzazioni hollywoodiane, duro, lucido e concreto. Bronson diventerà una vera e propria icona (a ragione) grazie a questo ruolo. Da vedere!

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Maggio 4, 2014 Pubblicato da: | Drammatico | | 2 commenti

Il pornografo (Inserts)

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Hollywood,anni 30
L’avvento del sonoro ha praticamente stroncato il cinema muto, relegando in soffitta anche parte dei personaggi che si muovevano attorno all’industria cinematografica del muto stesso.
Boy Wonder, che era a suo tempo un personaggio molto stimato del muto ed un valente regista è ora costretto a vivacchiare girando squallidi film porno nel suo appartamento,trasformato in un set cinematografico; tra i personaggi che lavorano nei suoi film ci sono l’ex diva Harlene e Rex, un attore senza un dollaro e gay.
Mentre è impegnato nelle riprese di un filmino, a casa di Boy arriva un losco produttore legato alla mafia, Big Mac, che tra l’altro si occupa di fornire droga ad Harlene.
La donna ormai schiava delle droghe, finisce per morire di overdose cosa che costringe Rex e Big Mac a portare via il cadavere; in casa di Boy resta Cathy Cake, amante di Big Mac e sopratutto ansiosa di entrare nel mondo del cinema, pur se dalla porta meno onorevole.
Cathy insiste per essere la protagonista del film e alla fine Boy accondiscende; tra i due scoppia una passione improvvisa, che però vede Boy infatuarsi della donna, cosa non ricambiata perchè in realtà a Cathe interessa solo entrare nel mondo del cinema.

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L’arrivo improvviso di Big Mac sconvolge i piani dei due; l’uomo, che sospetta immediatamente il rapporto appena nato tra Boy e Cate, decide di ritirare il suo appoggio finanziario al film e si porta via la recalcitrante Cathe.
Per Boy è una disfatta totale; alla porta si presenta un attore, un certo Clark Gable che vorrebbe proporgli di girare un film di quelli veri con lui, ma ormai Boy è moralmente a terra e decide di vendere la sua casa, che verrà abbattuta lasciando il posto ad una autostrada…
Inserts, ,diretto nel 1975 dal regista esordiente John Byrum che cura anche soggetto e sceneggiatura del film, malamente tradotto in italiano con il titolo di Il pornografo è un’acuta e malinconica, oltre che corrosiva analisi del mondo della celluloide.
Vizi, debolezze, falsi miti, pregiudizi, egoismo arrivismo finiscono per essere e diventare i difetti analizzati dal regista con una attenzione e cura (oltre che con uno stile aggressivo e senza mediazioni) che mettono a fuoco quello che realmente c’è dietro lo scintillante mondo del cinema.
Per la sua analisi Byrum sceglie la strada più difficile, ovvero ambienta la storia in una stanza e la analizza i personaggi, praticamente tutti perdenti o negativi della pellicola, trattando la stessa come un pezzo teatrale, usando in pratica l’impianto stesso di una piece teatrale e usando quindi i tempi, i dialoghi e le atmosfere tipiche della rappresentazione teatrale.

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Ne vien fuori un ritratto convincente e crudele di alcuni personaggi alla deriva, ognuno spinto da motivazioni diverse e con diverse aspettative tutte legate al mondo del cinema, che Byrum mostra come una fabbrica di incubi, più che di sogni.
Dalla sfortunata Harlene, attrice di una certa fama che ha lavorato con De MIlle e Von Stroheim allo stesso Boy, piccola stella del muto per finire con Cathe, i personaggi della pellicola sono frammenti di stelle cadenti, ormai indissolubilmente legati ad un mondo che dietro le luci nasconde tutto il peggio dei difetti umani.
Qui Byrum usa il bisturi e l’accetta, alternando graffi e fendenti, mostrando cioè un mondo dissoluto in cui l’arrivismo e il cinismo sono comandamenti essenziali per farsi strada.
Lo stesso personaggio ambiguo di Cathe mostra questa dicotomia: la donna appare come arrivista e cinica salvo poi assumere i contorni di un personaggio da tragedia greca quando la storia si avvierà fatalmente verso un finale triste e malinconico, nel quale la speranza di redenzione, forse più teorica che realmente pratica, dei protagonisti stessi mostra impietosamente l’impossibilità di uscire alla fabbrica dei sogni e dal suo mondo menzognero.
Il contrasto fra sogni e realtà è davvero stringente:l’idea di cinema, di successo dei protagonisti si scontra con la squallida realtà di un set in cui la fama, la carriera passano attraverso la tristezza di quello che circonda gli stessi protagonisti, ovvero il sudicio set di un film porno.

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Se c’è un appunto da muovere a Byrum riguarda l’uso di dialoghi a tratti artefatti; ma del resto per un film girato in pochi metri quadri, con cinque attori a reggere una storia moralmente disordinata probabilmente non è lecito attendersi di più.
Tutti gli attori del cast si muovono all’unisono, da grandi professionisti, anche se sia Dreyfuss che la Harper, ottimi ed espressivi interpreti appaiono un po troppo giovani per le loro parti, che avrebbero dovuto prevedere attori più in la negli anni.
Peccati veniali, per fortuna, perchè il film regge ottimamente e si lascia guardare con piacere.

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Un film di John Byrum. Con Richard Dreyfuss, Jessica Harper, Bob Hoskins Titolo originale Inserts. Drammatico, durata 117′ min. – Gran Bretagna 1975.

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Richard Dreyfuss: Baby Prodigio
Jessica Harper: Cathy Cake
Bob Hoskins: Big Mac
Veronica Cartwright: Harlene
Stephen Davies: Rex

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Regia John Byrum
Soggetto John Byrum
Sceneggiatura John Byrum
Produttore Davina Belling, Harry Benn, Clive Parsons
Distribuzione (Italia) Indipendenti Regionali Orange, General video
Fotografia Denys N. Coop
Montaggio Michael Bradsell
Musiche Will Hudson

L’opinione di Stuntman miglio dal sito http://www.filmtv.it

Baby prodigio è il soprannome di un geniale regista di cinema muto oramai caduto in disgrazia. Schiavo dell’ alcol e delle proprie paranoie, è ridotto a girare inquietanti film porno nella propria abitazione assieme ad un’ attrice eroinomane e ad uno squattrinato attore gay. A produrli è un losco individuo mezzo gangster e mezzo imprenditore di nome Big Mac che sogna proprio di aprire una catena di fast-food. Durante le riprese di un film, la protagonista femminile muore per overdose e a sostituirla sarà la nuova fiamma del produttore che, pur di entrare a far parte del mondo di celluloide, è disposta a qualsiasi cosa. Questa è grosso modo la trama di quest’ interessante esordio di John Byrum che s’ insinua dietro le quinte di Hollywood e ne immortala gli aspetti più ambigui e corrotti. Girato in un unico ampio interno e strutturato come un’ opera teatrale, “Il pornografo” è una pellicola che ben inquadra i lati peggiori della cosiddetta fabbrica dei sogni parlando di vizio, arrivismo, pregiudizio, ipocrisia, ed egoismo. Diretto con estro e dotato di uno script intelligente e tagliente è inoltre un ottimo banco di prova per un ancora giovane Richard Dreyfuss che offre un’ interpretazione decisamente convincente.
L’opinione di B.Legnani dal sito http://www.davinotti.com

La cosa più curiosa è che Dreyfuss e la Harper sono fuori ruolo (troppo giovani entrambi anagraficamente e/o visivamente), ma sono così bravi (il doppiaggio è pure perfetto) che si riece ad accettarli senza particolare fatica. Ottima la Cartwright, eccessivo il personaggio di Hoskins. Unità di luogo e – quasi – di tempo e di azione in un film particolare, che indaga su creazione e distruzione delle persone operate dal cinema, su confusione fra realtà e finzione e su copertura e inversione del ruolo nei rapporti interpersonali. Bel film

L’opinione di Pigro dal sito http://www.davinotti.com

Ottimo esordio registico, e coraggioso: con soli cinque attori, è un film “aristotelico” con unità di tempo e luogo, il salone-set del regista decaduto costretto a fare pellicole porno. Il ritratto del fallito si mescola con quello del rampantismo industriale del produttore che sogna autostrade e con quello della carne da macello, più o meno astuta: attorucoli che sognano fama e denaro. Più che sul cinema è un film sul rapporto che si ha con l’idea di successo, e dunque una fotografia amara sulla nostra contemporaneità.

L’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com

Kammerspiel tra dramma e commedia, ingenuità e malizia, rivestito da uno scenario sudicio e cadente: lo squallido mondo dei filmini porno è il cascame della corrotta ed effimera reggia hollywoodiana, che prima crea talenti, poi – spietatamente – li isola e li distrugge. Dialoghi ricchi e vivaci con un quintetto di ottimi protagonisti: l’impotente ed alcolizzato Dreyfuss, l’attrice al tramonto Cartwright, il rampante gay Davies, il cinico e tonitruante Hoskins, la gracile e curiosa Harper dai nivei microseni.

L’opinione di Buiomega71 dal sito http://www.davinotti.com

Straordinario e feroce film “da camera”, forse tra i più belli degli anni 70, che racconta, senza falsi moralismi, la caduta di un regista di film muti con l’avvento del sonoro. Immenso Richard Dreyfuss nella parte del regista (che chiama le gambe delle donne velate con le calze di nylon, “carne in incarto trasparente”), disilluso e cinico. Adorabile Jessica Harper, post Fantasma del palcoscenico e pre Suspiria e come attrice decaduta e svampita, la Veronica Cartwright di Alien. Purtroppo John Byrum è sparito nel nulla. Da recuperare.

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Maggio 2, 2014 Pubblicato da: | Drammatico | , | Lascia un commento

Un amore oggi

Un amore oggi locandina

Tra il finire degli anni sessanta e i primi anni settanta apparvero sugli schermi diversi film assolutamente anticonvenzionali, con tematiche differenti ma accomunati dal desiderio, da parte dei registi, di raccontare in modo alternativo la società, l’amore, la vita matrimoniale, coinvolgendo cioè tutti i capi saldo su cui la società stessa si fonda.
Film come Calamo, Un attimo di vita e altri raccontavano in modo diverso e sopratutto con stili completamente diversi la realtà, spesso in maniera confusa ma quantomeno difformi dagli standard abituali.
Un amore oggi, diretto da Edoardo Mulargia nel 1970 prova a raccontare una storia d’amore alternativa, quella tra due persone con un vissuto triste alle spalle, che si incontrano, si innamorano e alla fine vedranno i loro destini cambiati irreversibilmente.

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Lui è Albert, un fotografo e reporter tormentato dai traumi subiti nell’infanzia e che ha visto aggravare le cose dalla sua esperienza lavorativa in Vietnam mentre lei, Myra,che vive in una strana comunità hippy ha a sua volta visioni e ricordi di sua madre morta ad Auschwitz.
I due si innamorano, si prendono, si amano ma l’amore non basta a salvarli da un passato tanto triste.
Mille difetti e pochi pregi per questo inusuale viaggio tra le personalità devastate di due personaggi che vivono il presente senza riuscire a liberarsi di un passato triste;i condizionamenti che provengono dai loro ricordi sono talmente radicati in loro da impedire anche ad un sentimento totalizzante come l’amore di fugare le nubi che costantemente avvolgono le loro menti.

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Sostanzialmente il film di Mulargia, passato dai western a questo che è un film difficilmente classificabile appare come un guazzabuglio disarmonico di situazioni ed emozioni.
Appesantito da fastidiosissime voci fuori campo che cercano di far luce sui passati oscuri dei protagonisti, mozzato brutalmente in alcuni passaggi da flashback inopportuni e insistiti, Un amore oggi risente anche di un peccato originale che inficia da subito la credibilità del film.
Mulargia affida a Juliette Mayniel, all’epoca trentaseienne, la parte di Myra che la massimo nel film dovrebbe averne meno di trenta; la Mayniel è vistosamente troppo matura e sopratutto è poco credibile il personaggio di una donna di quell’età che vive come una hippy la sua vita, mescolata a quella di un gruppo di strani personaggi che evidentemente rappresentano la ribellione di un gruppo di giovani borghesi alla società.

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Tra le poche cose buone c’è da rilevare una certa freschezza innovativa nell’uso quasi schizofrenico della macchina da presa e per contraltare all’età vistosamente avanzata della Mayniel, l’indubbio fascino dell’attrice moglie dell’attore Vittorio Gassman che nelle sequenze finali mozza il fiato con la corsa sulla spiaggia, completamente nuda, sequenza però ripresa in modo tale da lasciar intravedere piuttosto che essere esplicita, tributo pesante alla censura dell’epoca.
Un amore oggi è quindi una pellicola che richiede un grosso sforzo per essere seguita compiutamente e non è detto che alla fine ne valga la pena; troppi dialoghi, spesso pallosi, voce fuori campo invasiva e sopratutto recitazione piatta e poco incisiva da parte di tutto il cast rendono indigesta la pellicola stessa.
Da salvare quindi ci sono solo le intenzioni di Mulargia, la bellezza statuaria della Mayniel, l’ambientazione marina della storia e pochissimo altro.

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Film tra l’altro assolutamente dimenticato e mai più rieditato in digitale; in rete è presente una versione molto scadente del film che è scaricabile (sempre con le stesse avvertenze, di cancellare il film dopo la visione per i motivi banali che ho più volte espresso) all’indirizzo http://wipfiles.net/mpnreyvn1xa2.html.
Ricordo comunque che essendo il file superiore ad 1 giga dovrete creare un account fittizio per effettuare il download.

Un amore oggi
Un film di Edoardo Mulargia, con Juliette Mayniel,Gino Lavagetto,Mirella Pamphili,Ugo Adinolfi Drammatico, Italia 1970

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Juliette Mayniel … Myra / Helena
Gino Lavagetto … Albert Hart

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Regia; Edoardo Mulargia
Sceneggiatura:Edoardo Mulargia
Produzione:Giorgio Marzelli
Fotografia:Antonio Modica
Montaggio:Gino Caccianti
Production Design : Gianfrancesco Ramacci
Costume Design : Anna Maria Albertelli

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L’opinione di Ilgobbo dal sito http://www.davinotti.com

Incredibile esito dell’incontro fra Mulargia e il cinema sessantottesco: Vietnam ed Auschwitz, hippies stracciaculi che citano Timothy Leary e stereotipatissima vicenda di educazione repressiva raccontata fuori campo, pazzeschi momenti “onirici” e dialoghi devastanti, la Mayniel bona ma palesemente stagionata per la parte, morriconismo di riporto nelle musiche. Insomma, una follia – e una delizia! Preferiamo il Mulargia western, ma questo ha da esser visto per poterci credere.

L’opinione di Renato dal sito http://www.davinotti.com

Film bizzarro, difficile da catalogare. In due parole una tormentata storia d’amore sullo sfondo di una comunità hippy romana; ovviamente gli hippy sono visti “à la Mulargia”, cioè in modo mooolto pittoresco. In ogni modo il film ha un suo fascino particolare, non assomigliando a nessun’altro che abbia mai visto. Forse l’insistito ricorso alla voce off (che non dà pace per tutti i 90 minuti) contribuisce più di altri elementi a rendere la visione una specie di “esperienza mistica”… provare per credere.
L’opinione di Dusso dal sito http://www.davinotti.com

Inaccettabile pellicola di Mulargia che come lato positivo ha una bella colonna sonora e la Mayniel che corra nuda spesso sulla spiaggia ma poco credibile nel ruolo di una hippie, visto che all’epoca era già sui 36. Difficile giudicare un film quasi interamente girato in una tenda su una spiaggia con lui e lei che parlano in modo pazzesco e come se non bastasse è sempre presente una voce fuori campo a ricordarsi il passato del protagonista… Squallidi poi alcuni flashback.

L’opinione di Ronax dal sito http://www.davinotti.com

Fotoreporter tormentato dalla guerra e dai ricordi di un’educazione repressiva e hippy che convive col fantasma della madre uccisa a Auschwitz si incontrano e si amano. Date le premesse, è chiaro che finirà male. Goffo tentativo autoriale di Mulargia, non privo però di un suo fascino retrò, con gli hippies che leggono Timothy Leary, i titoli dei giornali sul Vietnam o l’invasione della Cecoslovacchia, gli incubi psichedelici dei protagonisti. La Mayniel corre su e giù per la spiaggia, nuda o avvolta da tuniche e parei deliziosamente vintage.

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aprile 29, 2014 Pubblicato da: | Drammatico | , | Lascia un commento

Una donna come Eva

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Una casalinga un po frustrata, ormai ridotta alla stregua di una sguattera che vive una vita piatta, barcamenandosi tra il menage famigliare, i figli, la casa da pulire.
Una casalinga qualsiasi, quindi.
Che però vedrà la vita cambiare radicalmente durante un viaggio in Francia, dove conosce la giovane Liliane, una ragazza indipendente e sopratutto agli antipodi dal suo stile di vita.
Una donna dalle idee assolutamente femministe, che vive la sua libertà come condizione irrinunciabile.
Tra la tradizionalista Eve e la emancipata Liliane scoppia una passione tumultuosa, che porta Eve a prendere coscienza del suo stato e a decidere di lasciare il marito per riacquistare la sua libertà.

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Ma a questo punto la donna è costretta ad una dura battaglia legale per ottenere l’affidamento dei figli che il marito chiede esclusivamente per se.
Poichè lo stesso ha deciso di intraprendere una relazione con una vecchia amica di Eve ed essendo quest’ultima legata ad una relazione considerata proibita,i giudici decidono l’affidamento dei figli al marito della donna.
Che si batte come una fiera per i propri diritti, che cozzano però contro i pregiudizi di una società solo all’apparenza libera ma nella realtà dei fatti profondamente omofoba.
Finale amarissimo.
Diretto nel 1979 da Nouchka van Brakel, regista olandese alla sua prima opera tradotta in italiano, Una donna come Eva, traduzione letterale del titolo d’uscita del film in Olanda Een vrouw als Eva racconta una vicenda complessa di amore lesbico tra una donna sposata e una dalla vita completamente opposta, con conseguenti problematiche legate più al personale delle due protagoniste che alle conseguenze pratiche di un amore visto comunque come amorale dalla società olandese,pur all’avanguardia nelle conquiste sociali e civili.

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E’ proprio il sentimento anti omosessuale o meglio anti lesbico, i pregiudizi che esso suscita ad essere uno dei due temi portanti del film,che finisce però per affrontare un altro tema scottante, quello del futuro dei figli di una coppia tradizionale che si scioglie e l’affidamento da definire degli stessi figli una volta che la madre degli stessi sceglie un’unione non tradizionale.
Il film verte proprio su questo, sull’impossibilità da parte della società di accettare come normale un legame lesbico, tanto da elevarlo al rango di famiglia.
La durissima battaglia legale tra Eve e il marito è il terreno di scontro di due concezioni antitetiche della famiglia, con scontata predilezione per quella fatta da un uomo e una donna.
Il punto cruciale del film diventa proprio il momento in cui il marito di Eve annuncia al giudice la possibilità di un matrimonio per dare ai figli una famiglia classica, in netto contrasto con la relazione impossibile e non riconosciuta (almeno all’epoca) tra Eve e Liliane.

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Finisce in maniera scontata: i giudici optano per l’affidamento al marito, che garantisce ai figli la sicurezza sociale di un matrimonio fra due esseri umani di sesso diverso, in perfetta linea con quanto sia le leggi che la morale corrente proteggono ed esaltano.
Inutile la battaglia di Eve, che in questo non è minimamente supportata da Liliane, che è attratta da Eve e non di certo dai suoi figli.
Film amaro e lucido, interpretato da due attrici bravissime e anticonformiste come Monique Van de Ven e Maria Schneider, che rendono particolarmente vividi i loro personaggi, consegnando due ritratti di donne assolutamente particolari.
Monique Van de Ven, l’Eve del film, passa da una condizione di vita tradizionale, in cui contano solo i figli da accudire, la casa e l’asservimento al marito ad una condizione totalmente opposta, che passa attraverso una relazione lesbica che la donna vive con amore ma anche con la spada di Damocle dell’affetto che prova per i figli, un legame simbiotico che non è annullabile da nulla, nemmeno dall’amore.
Liliane è invece una donna libera, senza legami, che si infatua di Eve ma non al punto di condividere la battaglia che l’amante farà per la custodia dei figli.

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Le due attrici mostrano quindi in modo esemplare le due personalità dissimili, caratterizzandole in maniera pressochè perfetta.
Brava la regista Nouchka van Brakel nel cogliere dettagli, nell’esaltare l’amore tra le due donne (anche in senso biblico) ma sopratutto capace di cogliere le problematiche della vita di Eve lanciando al tempo stesso una specie di guanto di sfida alla morale corrente della società.
Un film purtroppo quasi introvabile nella versione italiana, che circola solo sui p2p peraltro in versione non completa.

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Una donna come Eva
Un film di Nouchka Van Brakel. Con Maria Schneider, Peter Faber, Monique Van De Ven, Marijke Merckens Titolo originale A Woman Like Eve. Drammatico, durata 93 min. – Olanda 1979

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Monique van de Ven … Eve
Maria Schneider … Liliane
Marijke Merckens … Sonja
Peter Faber … Ad
Renée Soutendijk … Sigrid
Anna Knaup … Britta
Mike Bendig … Sander
Truus Dekker … La mamma
Helen van Meurs …L’avvocato
Karin Meerman …Una zia
Theo de Groot … Zio
Trudy de Jong … Un’altra zia
Marjon Brandsma … Margreet
Elsje Scherjon … Assistente sociale

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Regia: Nouchka van Brakel
Soggetto:Nouchka van Brakel, Judith Herzberg
Produzione:Matthijs van Heijningen
Musiche:Laurens van Rooyen
Fotografia:Nurith Aviv
Montaggio:Ine Schenkkan
Art direction:Inger Kolff

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L’opinione di Maso dal sito http://www.filmtv.it

Sfiora il cult movie questo intenso film olandese in cui Monique Van de Ven interpreta il ruolo della Eva del titolo, sposata e turbata madre di due figli, che durante la visita
ad una comunità hippies in Francia scopre la sua sessualità nascosta in seguito all’incontro con Lilianne, Maria Schneider, che è una ragazza senza radici e già conscia del proprio essere.
La prova delle due attrici è da elogiare, e regge la difficile rappresentazione di una passione inaspettata tutta al femminile in cui le scene di nudo esplodono senza censure virtuosistiche ed i corpi di Monique e Maria possono fondersi senza inibizioni visto che entrambe sono due fuoriclasse del nudo disinvolto e sfrontato; allo stesso tempo riesce a raccontare la sociopatia della protagonista costretta alla rottura con il marito e a scendere a compromessi per non perdere i suoi figli mancando ai doveri di una madre, una scena e una battuta in particolare mi hanno sempre colpito
in questo film: nella casa barcone dove stanno trascorrendo il week end Lilianne è seccata dalla presenza dei figli di
Eva e le dichiara “Amo te non i tuoi figli” a sottolineare una personalità che non vuole dare chance alla stabilità e ostenta ancora un fiero femminismo.
La regia della Van Brakel non si discosta dal tono drammatico, realistico della storia e non è quindi particolarmente memorabile ma nello scavo dei
caratteri ha avuto la mano felice, favorita ovviamente dalla presenza di due icone come la Schneider: attrice non eccezionale ma mitica e maledetta e la Van de Ven più equilibrata, molto bella e capace nella recitazione.

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aprile 23, 2014 Pubblicato da: | Drammatico | , , | Lascia un commento

La monaca di Monza

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Versione romanzata (un po troppo) dello scandalo che coinvolse Suor Virginia Maria, al secolo Marianna de Leyva y Marino e il suo amante,il conte Gian Paolo Osio e che Alessandro Manzoni avrebbe immortalato nel suo immortale I promessi sposi.
Diretto nel 1969 da Eriprando Visconti, nipote del celebre Luchino, La monaca di Monza racconta in modo sommario e storicamente poco attendibile la vicenda che coinvolse Suor Virginia e Osio, suo amante e nel film suo stupratore prima e innamorato poi.
Una relazione proibita che nei fatti storici durò almeno 10 anni e che vide il conte Osio mantenere la sua relazione peccaminosa con Virginia dapprima e poi con altre tre sorelle poi, relazione dalla quale nacquero due figli, il primo dei quali morto dopo il parto.
Da questi fatti storici Visconti romanza la realtà, immaginando che a madre superiora di un convento di Monza dia rifugio al conte Osio, braccato dalle autorità.
Qui il violento e seduttore Osio stupra la superiora, che però si lega a lui diventando l’amante del conte e mettendo alla luce un figlio con la complicità tacita delle suore.

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Visconti riprende quindi lo scandalo scoppiato agli inizi XVII secolo per girare un’opera senza infamia e senza lode, nella quale latitano oltre alla credibilità storica il ritmo e la dinamica.
Tutto il film si riduce infatti ai rapporti controversi tra i due amanti impossibili, mostrandoci un conte Osio stupratore dapprima e convinto innamorato poi e basandosi principalmente sugli aspetti morbosi della vicenda.
Stretto tra la logica commerciale e la necessità di dover creare un prodotto che riuscisse a superare gli scogli della censura, Visconti si barcamena e accontenta i suoi produttori dando un senso morboso all’operazione che compie senza però spingere tantissimo sulle scene erotiche proprio per evitare le forbici censorie.
Siamo nel 1969 e il moralismo dell’ente censorio è pronto ad abbattersi sulle pellicole più scabrose; l’argomento poi è di quelli tosti per cui dal punto di vista dei produttori la paura è ben comprensibile.
Tuttavia Visconti esagera con la travisazione storica:le figure di Virginia e Osio escono completamente differenti dalla realtà storica, così come inventata di sana pianta è il racconto dello stupro.
A questo proposito apro una parantesi.

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Dai resoconti storici sappiamo, dagli atti del processo che si tenne contro Marianna de Leyva che la donna, dopo un inizio burrascoso dei suoi rapporti con lo scapestrato conte Osio, allacciò con esso una relazione peccaminosa, che vide coinvolte a vario modo in una torbida partouze due consorelle del convento, Suor Ottavia e Suor Benedetta.
Per ben 11 anni il gruppo si macchiò di crimini orrendi, che probabilmente però vennero perpetrati dal conte Osio; la prima vittima fu suor Caterina, una religiosa che, scoperta la tresca, aveva deciso di parlarne ed in seguito altre persone, coinvolte in vario modo vennero eliminate fisicamente.
Tuttavia alla fine lo scandalo scoppiò con la conseguenza che Virginia venne condannata ad essere murata viva in una cella di un metro per te, con un’unica presa d’aria, nella quale l’ex religiosa visse per 13 anni, fino al perdono che le venne concesso e che le permise di vivere fino alla sua morte da religiosa.

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Il conte Osio pagò duramente i suoi misfatti.
Condannato a morte, riuscì a rifugiarsi presso una famiglia, che però lo uccise e lo decapitò.
Tornando alla pellicola,non potendola giudicare in modo troppo severo perchè comunque Visconti mostra doti più che sufficienti, guidando con equilibrio le varie componenti che permettono la realizzazione di un film , quindi fotografia, montaggio ecc. possiamo elogiare senza riserve il cast,composto da ottimi attori che svolgono in modo impeccabile le parti loro assegnate.
Molto brava e sopratutto raffinata Anne Heywood, dai lineamenti aristocratici e dai movimenti altrettanto nobili,bene anche Tino Carraro,Carla Gravina e Antonio sabato e tutti gli atri caratteristi inclusa una giovanissima Rita Calderoni.
Musiche discrete di Ennio Morricone.
La monaca di Monza è un film reperibile, in ottima qualità, sui p2p.

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La monaca di Monza – Una storia lombarda
Un film di Eriprando Visconti. Con Luigi Pistilli, Antonio Sabato, Anne Heywood, Hardy Krüger, Caterina Boratto, Giovanna Galletti, Giulio Donnini, Maria Michi, Carla Gravina, Renzo Giovampietro, Tino Carraro, Laura Belli, Michel Bardinet, Rita Calderoni, Francesco Carnelutti Drammatico, durata 102′ min. – Italia 1969.

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Anne Heywood … Virginia de Leyva
Hardy Krüger … Padre Paolo Arrigone
Antonio Sabato …Il conte Giampaolo Osio
Anna Maria Alegiani … Suor Ottavia Ricci
Margarita Lozano … Suor Benedetta Homati
Giovanna Galletti …Suor Angela Sacchi
Caterina Boratto … Suor Francesca Imbersaga
Renzo Giovampietro … Vicario Saraceno
Laura Belli … Suor Candida Colomba
Maria Michi … Suor Bianca Homati
Michel Bardinet … Giovanni degli Hortensi
Pier Paolo Capponi … Conte Taverna
Francesco Carnelutti …Cantastorie
Tino Carraro … Monsignor Barrea
Giulio Donnini … Molteno
Carla Gravina … Caterina da Meda
Luigi Pistilli … Conte Fuentes

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Regia Eriprando Visconti
Soggetto Eriprando Visconti, Giampiero Bona
Sceneggiatura Eriprando Visconti, Giampiero Bona
Produttore Silvio Clementelli
Casa di produzione Clesi Cinematografica
Fotografia Luigi Kuveiller
Montaggio Sergio Montanari
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Flavio Mogherini

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L’opinione di mm40 dal sito http://www.filmtv.it

Curiosa l’idea di mettere in scena le vicende della monaca di Monza ricostruite attraverso gli atti del processo che vide protagonista la donna, che ricorda l’idea di Dreyer per La passione di Giovanna d’Arco; partendo da quanto riportato nel libro di Mario Mazzucchelli Una storia lombarda e con una sceneggiatura del regista e di Gian Piero Bona, ecco che per l’ennesima volta nel cinema italiano torna sul grande schermo la controversa figura protagonista anche de I promessi sposi manzoniani (ci avevano già pensato in passato Gallone, Pacini e altri ancora). Il problema principale è che il ritmo latita, i dialoghi sono un pochetto artificiosi e – anche per i due motivi appena riportati – la fredda impostazione della narrazione pare più adatta a uno sceneggiato televisivo o a un fotoromanzo che a un film vero e proprio; non sono comunque male le scelte del cast, che vedono impiegata nel ruolo centrale Anne Heywood e, al suo fianco, Hardy Kruger, Antonio Sabato, Margherita Lozano e Caterina Boratto (e in una particina c’è anche la futura diva di Z-movies Rita Calderoni). Non essendo ancora nell’era dello sdoganamento del sesso al cinema, l’erotismo piuttosto forte che la storia sottende è comunque castigato; le scene di Flavio Mogherini funzionano così come la colonna sonora di Ennio Morricone e a completare un cast tecnico di prima qualità troviamo i costumi di Danilo Donati, la fotografia di Luigi Kuveiller e il montaggio di Sergio Montanari.

L’opinione di Ilgobbo dal sito http://www.davinotti.com

Torbido conventuale diretto dal duca di Modrone nipote di Luchino conte di Lonate Pozzolo, lontanissimo dal Manzoni (qui la sventurata risponde sempre e volentieri) ma aderente alla verità storica dell’amour fou fra suor Virginia de Leyva e lo scopereccio Giampaolo Osio. Malgrado le aspirazioni alte e la notevole caratura della compagine tecnica l’insieme, fra pulsioni erotiche e secentesche cupezze ecclesiastiche, è più in zona fotoromanzo nero che affresco in costume. Non è necessariamente un difetto.

L’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com

Anche in questa ricostruzione delle sventure di Marianna de Levya e Giampaolo Osio il cinema di Visconti jr. pencola tra logica commerciale e libera autorialità; ovvero, resta incerto tra distendersi sull’epidermide sensazionalistica e morbosa della vicenda (lussurie, intrighi, scandali e supplizi da romanzo d’appendice) o inciderla con il ricorso a fonti storiche dirette e le raffinatezze estetiche ereditate da zio Luchino. Interpretazioni nella media, con balzi di Carraro e della Gravina. Al cantastorie Carnelutti il regista affida il proprio amore per la natia terra lombarda.

L’opinione di Lucius dal sito http://www.davinotti.com

La storia la conosciamo: le debolezze della carne, che si fanno ancora più eclatanti quando si indossa un abito religioso. La pellicola è lenta e lontana dalla perfezione stilistica dello zio Visconti. Non basta mettere in scena torture corporali per placare il desiderio di possedere l’aitante playboy, così come ispirarsi al capolavoro I diavoli di Ken Russell per realizzare un’opera degna di restare nella memoria dello spettatore. Fallisce perfino Morricone con la sua patetica melodia, mentre resta l’erotismo libidinoso. Anticlericale e morboso.

 

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Bibliografia:
Roberto Gervaso, La monaca di Monza. Venere in convento, Bergamo, Bompiani, 1984
Mario Mazzucchelli, La monaca di Monza, Dall’Oglio editore, 1962
G. Farinelli ed E. Paccagnini, Vita e processo di suor Virginia Maria de Leyva, Monaca di Monza, Milano, Garzanti, 1989

La monaca di Monza foto Virginia de Leyva

Suor Virginia in un dipinto d’epoca

La monaca di Monza foto Gian Paolo Osio

Gian Paolo Osio

La monaca di Monza foto convento Madonna delle Grazie a Monza

Foto d’epoca del Convento delle Grazie a Monza

La monaca di Monza foto arcivescovo Federico Borromeo

L’arcivescovo Borromeo,che istituì il processo a Suor Virginia

aprile 22, 2014 Pubblicato da: | Drammatico | , , , | 1 commento

La mano spietata della legge

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Una storia truce, di quelle sporche in tutti i sensi.
La mano spietata della legge, diretto da Mario Gariazzo con sceneggiatura dello stesso regista, uscito nelle sale nel 1973 è uno dei polizieschi più duri e violenti nel suo genere, costruito attorno ad un canovaccio che vede tutti i topos classici del polizziottesco all’italiana riuniti per creare una pellicola che parla allo stesso tempo di mafia, vendette, poliziotti corrotti, potere politico altresi in collusione con la mafia e un poliziotto dai modi ruvidi e sbrigativi ma fondamentalmente onesto, che pagherà il suo impegno con la perdita della fidanzata e il trasferimento in altra sede quando si avvicinerà troppo agli intoccabili che muovono le file della storia.
Gariazzo dirige con mano ruvida ma sicuramente efficace un film che non presenta le tradizionali fughe in auto e l’altrettanto tradizionale inseguimento in auto; ma la storia ha ugualmente momenti molto forti, fra i quali spicca la famosa sequenza nella quale compare una fiamma ossidrica, manovrata dal glaciale Klaus Kinski che brucia letteralmente con una fiamma ossidrica le parti intime del malcapitato di turno, interpretato dal bravissimo Luciano Rossi

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Il sunto della trama: mentre è in ospedale, piantonato dai poliziotti, il mafioso Esposito viene raggiunto ed eliminato da uno spietato killer.Le indagini sono seguite dal commissario Gianni De Carmine, che capisce di trovarsi di fronte al classico regolamento di conti.
Ma nel corso delle indagini stesse, tutti i testimoni e i protagonisti legati alla vicenda vengono eliminati mentre De Carmine, che ha problemi con i suoi superiori per i metodi troppo spicci con i quali opera si rende conto che all’interno della polizia c’è qualcuno che fornisce informazioni alla banda responsabile degli omicidi.
Nonostante venga anche catturato e sottoposto ad un duro pestaggio, De Carmine ostinatamente prosegue nelle sue indagini ma si avvicina troppo al livello più alto degli oscuri personaggi che sono dietro la vicenda.
La conseguenza sarà l’eliminazione della sua sfortunata fidanzata e infine, per fermarlo definitivamente, il suo trasferimento ad un altro commissariato.

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Il regista piemontese Mario Gariazzo dirige quello che sarà il suo miglior film a due anni di distanza dal western Aquasanta Joe e prima di dirigere il discreto horror L’ossessa; è il periodo migliore del regista che non sarà mai più, in futuro, così felice nell’assemblaggio di un film sicuramente ruvido ma costruito con discreta abilità.
Se è vero che la pellicola non presenta certo una sceneggiatura innovativa, Gariazzo supplisce a ciò con una storia violenta, ben costruita e sopratutto ottimamente interpretata.
Non a caso tra i protagonisti troviamo attori eclettici come Klaus Kinski e Philippe Leroy, che anticipa in qualche modo il personaggio del poliziotto duro e intransigente che sarà la caratteristica, per esempio, dei personaggi interpretati da Maurizio Merli.

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Accanto alla coppia troviamo anche Cyril Cusack, che l’anno successivo lavorerà ancora con Gariazzo nel “lagrima movie” Il venditore di palloncini oltre al bravissimo Sergio Fantoni e a due belle attrici, la futura principessa Ruspoli Pia Giancaro e la futura signora De Benedetti Silvia Monti.
Fausto Tozzi e Luciano Rossi fanno, al solito, parti minori; belle le musiche di Stelvio Cipriani.
Negli angusti limiti del film d’azione, senza grandi pretese di approfondimento dei temi affrontati (collusione potere mafia ecc.),La mano spietata della legge si rivela un discreto prodotto che si lascia guardare con piacere.
Purtroppo non posso segnalare link del film guardabili in streaming; tuttavia il film stesso è reperibile sui p2p in un’ottima qualità audio-video

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La mano spietata della legge
Un film di Mario Gariazzo. Con Klaus Kinski, Philippe Leroy, Silvia Monti, Fausto Tozzi, Maria Pia Giancaro, Guido Alberti, Tony Norton, Sergio Fantoni, Rosario Borelli, Valentino Macchi, Marino Masé, Cyril Cusack, Lincoln Tate, Lorenzo Fineschi, Luciano Rossi Poliziesco, durata 100′ min. – Italia 1973.

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Philippe Leroy: commissario Gianni De Carmine
Silvia Monti: Silvia
Klaus Kinski: Vito Quattroni
Fausto Tozzi: Nicolò Patrovita
Tony Norton: commissario D’Amico
Guido Alberti: Prof. Palmieri
Pia Giancaro: Lilly Antonelli
Denise O’Hara: Elsa Lutzer
Rosario Borelli: Salvatore Perrone
Marino Masè: Giuseppe Di Leo
Lincoln Tate: Joe Gambino
Cyril Cusack: Giudice

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Regia Mario Gariazzo
Soggetto Mario Gariazzo
Sceneggiatura Mario Gariazzo
Casa di produzione Difnei Cinematografica
Distribuzione (Italia) Overseas Film Company
Fotografia Enrico Cortese
Montaggio Alberto Gallitti
Musiche Stelvio Cipriani
Scenografia Antonio Visone
Costumi Lorenzo Baraldi
Trucco Euclide Santoli, Cesare Paciotti

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1 La mano spietata della legge
2 Momenti per amare
3 Caccia urbana
4 Con sentimento
5 Amore per lei
6 Attesa drammatica
7 Amore per lei (chitarra)
8 Con sentimento (bossa)
9 Attimi d’amore
10 Relax in the swimming pool
11 Amore per lei (vers. pianoforte)
12 Una giornata triste
13 Relax in the swimming pool (shake)
14 Attimi d’amore (vers. con tastiere)
15 Violenza
16 La mano spietata della legge (finale)

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L’opinione di Ezio dal sito http://www.filmtv.it

Secondo la mia opinione uno dei polizieschi migliori degli anni sattanta.Intrighi finanziari e corruzione,non si salva nessuno ,nemmeno la polizia con i suoi vertici.Un Leroy teso e violento che le prende e le da ma alla fine deve alzare bandiera bianca.Anche le attrici sono tutte funzionali e danno alla pellicola una spruzzata di sesso ai punti giusti,funzionali alla pellicola.Vero cinema “bis” realizzato da Gariazzo un regista da rivalutare che ha saputo dare al film tensione dall’inizio alla fine.Piccola gemma

L’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com

Esce a breve distanza dagli esempi di Castellari, Martino e Guerrieri, condividendo con essi i meriti di apripista del poliziesco all’italiana nato dopo il la di Vanzina e l’apocalittico quadro di un paese in balìa di poteri occulti che penetrano anche tra le forze dell’ordine. L’attenzione si sposta dal contesto urbano – di fatto irrilevante – alla figura del commissario di ferro, realisticamente ritratto nei suoi travagli interiori da un Philippe Leroy sanguigno e manesco. Cast gremitissimo e svolgimento secco e senza intoppi per una delle migliori regie di Gariazzo.

L’opinione di Bruce dal sito http://www.davinotti.com

Poliziesco duro e puro, con nessuna concessione alla battuta facile né allo spettacolo fine a se stesso. Violento e brutale, sullo stile di Di Leo, non a caso citato spesso nel film. Risulta lento e macchinoso, specie nella prima parte. Alcune sequenze rasentano il sadismo, con Klaus Kinski che non dice una sola parola ma non si dimentica. Grandissima interpretazione di Philippe Leroy nelle parti del commissario-pugile, duro e puro. Di sicuro non divertente, ma è da vedere.

Dal sito http://www.pollanetsquad.it

“Ancora un poliziesco all’italiana che, pur ricalcando gli schemi che contraddistinguono il genere, si fa apprezzare per un’inconsueta incisività di esposizione capace di conferire a fatti e personaggi il più efficace ritratto. […] Un po’ troppo accentuati, forse, gli episodi di violenza il che, tuttavia, è giustificato dalla trama stessa. Buona quindi la regìa di Mario Gariazzo cui va il merito, anche, di aver caratterizzato a dovere i personaggi […].”

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aprile 19, 2014 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , | Lascia un commento

Fatevi vivi, la polizia non interverrà

Fatevi vivi la polizia non interverrà locandina

Luisa Bonsanti, figlia di un ingegnere, viene rapita sotto gli occhi della prostituta Marisa e di alcuni involontari passanti
L’ingegner Bonsanti informa del rapimento il commissario Caprile mentre la banda che ha rapito la piccola Luisa, che risponde agli ordini dell’uomo che è dietro al sequestro chiamato il Maestro discute sull’entità del riscatto da chiedere per la liberazione della stessa Luisa.
La polizia non ha altra pista se non quella di Marisa, l’unica fonte attendibile per capire chi si nasconda dietro il rapimento.

Così, in attesa di una telefonata da parte dei rapitori, la polizia perde tempo inutilmente in quanto la donna sembra essere del tutto all’oscuro non avendo potuto vedere i rapitori, coperti da cappucci.
Il commissario Caprice ha dei sospetti sul più importante mafioso della zona, Don Francesco, che però si dichiara completamente estraneo alla faccenda: l’uomo infatti, pur non potendo escludere la partecipazione di qualche suo uomo all’azione criminale, dichiara con forza di avere un codice morale che gli impedisce di utilizzare donne e bambini come vittime di sequestri o di atti criminosi.
Ed è proprio il mafioso a individuare, dopo una serie di avvenimenti, il luogo dove il misterioso maestro ha posto la sua base operativa; Don Francesco uccide il maestro e dopo aver liberato la piccola Luisa fornisce anche le indicazioni per ritrovare i soldi del riscatto.

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Fatevi vivi la polizia non interverrà è un poliziesco girato nel 1974 da Giovanni Fago, qui al suo primo (ed anche unico) poliziesco dopo aver girato tre western, il più famoso dei quali O Cangaçeiro (1970) interpretato da Thomas Milian aveva ottenuto un buon riscontro al box office.
Il film non ha particolari motivi di interesse, essendo un poliziesco abbastanza tradizionale, uno dei tanti prodotti del genere che affollarono le sale cinematografiche nella parte centrale degli anni settanta.
Ha però dalla sua l’ambizione di radiografare uno dei temi più scottanti della cronaca nera dell’epoca, ovvero la piaga dei sequestri di persona, utilizzando questa volta la novità del sequestro di una bambina.
L’indagine socio politica sulla storia, l’intreccio tra malavita e forze dell’ordine e altri possibili sviluppi della tematica restano però delle pie illusioni, in quanto il film non si scosta mai da una certa banalità di fondo, che si registra sopratutto nei dialoghi evidentemente artefatti e superficiali.

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Però il film ha dalla sua qualche buona iniziativa, ha una buona fotografia e un certo senso del ritmo e sopratutto vede tra i protagonisti un ottimo cast di attori sicuramente espressivi.
Pur non scendendo mai sul terreno della denuncia e non approfondendo mai la tematica del rapimento come espressione del disagio sociale degli anni di piombo, il film ha un suo decoro e quanto meno ha un buon ritmo e sopratutto non scende mai sul terreno della bassa macelleria, uno degli espedienti più usati nel genere poliziesco.
Come dicevo, il film ha un cast di ottimo livello che include il qui legnoso Henry Silva (il commissario Caprice), generalmente utilizzato come cattivo in molte produzioni e questa volta nei panni del commissario intelligente, acuto; Philippe Leroy, sempre moderato ed elegante nei panni del Maestro, deux ex machina organizzatore del rapimento,Gabriele Ferzetti, il mafioso dal rigido codice morale e le due presenze femminili, Lia Tanzi e Rada Rassimov, la prima nei panni della prostituta Marisa e la seconda in quelli di Marta.

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Fago dirige un film tutto sommato godibile, senza grossi scatti ma anche senza vistose cadute di tensione.
Nessuna indicazione, purtroppo, su siti che permettano una visione in streaming del film; unica possibilità, il download del film, rigorosamente in lingua inglese, al link http://k2s.cc/file/2f2b1878fa5dc/Ki74nap.rar
Fatevi vivi, la polizia non interverrà
Un film di Giovanni Fago. Con Henry Silva,Gabriele Ferzetti, Rada Rassimov, Philippe Leroy, Loris Bazzocchi,Pino Ferrara, Renato Pinciroli, Calisto Calisti, Bruno Boschetti, Luciano Bartoli, Rosita Torosh, Gianfranco Barra, Omero Antonutti, Lia Tanzi, Armando Brancia, Fausta Avelli, Franco Diogene Drammatico, durata 90 min. – Italia 1974.

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Fatevi vivi la polizia non interverrà banner protagonisti

Henry Silva: Commissario Caprile
Rada Rassimov: Marta
Philippe Leroy: il professore
Gabriele Ferzetti: Frank Salvatore
Franco Diogene: Nino
Lia Tanzi: Marisa
Calisto Calisti: mafioso
Marco Bonetti: rapitore
Pino Ferrara: Mercuri
Armando Brancia: avvocato
Loris Bazzocchi: mafioso
Paul Muller: Jimmy
Fausta Avelli: Luisa Barsanti
Luciano Bartoli: Pino

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Regia Giovanni Fago
Sceneggiatura Adriano Bolzoni, Giovanni Fago
Musiche: Piero Piccioni
Montaggio:Alberto Gallitti
Fotografia:Roberto Gerardi
Casa di produzione Produzioni Associate Delphos

 Fatevi vivi la polizia non interverrà banner recensioni

L’opinione del sito http://www.pollanetsquad.it

“Nonostante il titolo, il nuovo film di Giovanni Fago non si allinea pedissequamente dietro gli ormai tanti dedicati alla polizia italiana con non sempre chiare moralità politiche. “Fatevi vivi la polizia non interverrà” ha ambizioni sensibilmente maggiori del consueto, se non altro perché cerca di armonizzare due temi: da un lato la radiografia di un kidnapping; dall’altro un’indagine sui rapporti tra legge e mafia. Ciò detto, va anche subito aggiunto che tali ambizioni rimangono campate in aria, più annunciate che realizzate. Ma resta almeno al film un certo sapore di denuncia non velleitaria né qualunquista. E gli argomenti sfiorati hanno pur sempre il pregio di una drammatica attualità. […] Fago ha narrato in modo sufficientemente interessante pur se, tra le molte fila dell’intreccio, non sempre ha scelto e seguito le più significative, preferendo anzi spesso le più facili e spettacolari: col risultato di dover poi colmare certi vuoti psicologici mediante didascaliche battute che alla lunga non salvano i personaggi da una fondamentale banalità. […] “

L’opinione di Undjing dal sito http://www.davinotti.com

Il “maestro” (Philippe Leroy) dispone il sequestro della figlia di un ingegnere, convogliando le indagini della polizia – guidata da un monocorde Henry Silva – sulla banda capeggiata da Frank Salvatore (Gabriele Ferzetti). Confuso poliziesco maldiretto da un cineasta attivo su altri fronti: melodrammi (Il maestro di violino) e spaghetti western di terz’ultima generazione (Per 100.000 dollari t’ammazzo). Il film azzarda un sottotesto tipico dei tardo-polizieschi, ovvero la collaborazione tra le forze dell’ordine e alcune frange della malavita. Cast notevole, ma mal gestito.

L’opinione di Gestarsh99 dal sito http://www.davinotti.com

Gli echi di Milano odia risuonano ai confini svizzeri in più punti: il rapimento della pargola di famiglia abbiente; la gang di cani sciolti invisi alla malavita locale; il barcone-rifugio nascosto in un anfratto lacustre; il “colombesco” Henry Silva, stavolta passivissimo. Fago se la prende molto comoda, con l’azione ben chiusa in un cassetto e nonostante gli eventi di sangue stila un dramma poliziesco dai toni pacati e sereni. Pellicola semplicissima, di innocente linearità: non annoia e scivola via pacifica tra ampi interni lussuosi, eleganti facciate architettoniche e gli splendidi scorci naturali comensi.

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aprile 16, 2014 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , , , , | Lascia un commento

Sedicianni

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Francesca è una sedicenne che, come le ragazze della sua età, smania dalla voglia di diventare grande.
E’ figlia di Giorgio, uno scrittore di una certa fama e di Mara; ma i due ormai sono profondamente distanti l’uno dall’altra e Mara si è rifatta una vita sentimentale accanto a Sergio.
Quando la donna va a vivere a casa di quest’ultimo, Francesca accoglie la novità malvolentieri.
Inoltre la ragazza si rivela gelosa delle attenzioni che Sergio rivolge alla madre e si mostra sempre più incline a bruciare le tappe, spinta sopratutto dall’esempio delle amiche che alla sua età hanno già un ragazzo e dei rapporti sessuali.
Inevitabilmente la ragazza sceglie, come prima esperienza, quella proibita con Sergio; con malizia e con lentezza stende la sua tela attorno all’uomo, che alla fine cede.

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Per Mara sarà una scoperta dolorosissima…
Modestissima commedia a sfondo sexy travestita da dramma medio borghese e adolescenziale questo Sedicianni, film diretto da Tiziano Longo nel 1973.
Su un plot estremamente semplice che avrebbe permesse un’indagine ben più approfondita sulle tematiche adolescenziali, sui turbamenti dell’età e sulle problematiche relative alle prime esperienze di vita di un sedicenne, Longo costruisce una pellicola che sceglie la via più facile, ma anche meno approfondita per illustrare i pruriti di una ragazzina che soffia l’amante alla mamma un po per gelosia e un po per affermare la sua sessualità finalmente espressa.
Tutto il film è costruito attorno al personaggio di Francesca, che sembra essere rappresentato con il triste clichè, tante volte ripetuto, della ragazza senza scrupoli che afferma in ogni modo la sua sessualità, questa volta a scapito della madre, che a sua volta resta un personaggio inespresso così come inespressi restano i personaggi di contorno della pellicola.

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Ad essere rappresentata è sopratutto la voglia, quasi animalesca della ragazza che, irretita dai discorsi di un’amica, ormai non sogna altro che di diventare adulta anzi tempo.
Ma lo fa non emancipandosi dal punto di vista intellettuale, bensi meramente fisico:è la sessualità il mezzo con cui Francesca cerca un inserimento nel mondo dei grandi, mostrando però un chiaro e forte contrasto con i mezzucci ai quali ricorre per sedurre l’amante di sua madre, meschino obiettivo di una lotta tutta in famiglia per accalappiarsi le grazie del maschio dominane.
La pellicola scorre quindi fra le pieghe più epidermiche della storia, mostrando appena possibile sia la relazione sessuale tra Mara e Sergio sia quella successiva fra Francesca e Sergio stesso, con buona pace sia della profondità della storia e a tutto scapito di un’indagine sul mondo in cui vivono i personaggi.
Appare chiaro così da subito che a Longo interessa l’aspetto morboso della storia e lo si capisce benissimo quando francesca mette in mostra tutte le armi di seduzione di cui dispone per raggiungere il suo scopo, ovvero sottrarre alla madre le grazie dell’amante.

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Per buona parte della pellicola così assistiamo ai tentativi della ragazza di coinvolgere Sergio nei suoi piani, con tanto di esposizione di mutandine e coscette, seni adolescenziali e allusioni sia a parole che puramente fisiche.
Alla fine, quando il micro dramma familiare è consumato, si assiste alla scena madre, quella in cui Mara becca la figlia a letto con l’amante.
In alcune pellicole scoppia la tragedia, con tanto di vendetta ma in questo Sedicianni si va verso lo scioglimento del dramma in maniera canonica, ovvero con Mara che piange nello scoprire di avere una rivale sotto lo stesso tetto, una rivale con la quale non può competere.
Il dramma è compiuto, il film finisce e allo spettatore resta solo un pugno di mosche, ovvero l’aver visto una pellicola insulsa e anche poco soddisfacente dal punto di vista erotico. L’unica fortuna di Longo è l’aver utilizzato per il film due ottime protagoniste femminili, ovvero Ely Galleani (che interpreta Francesca) e Eva Czemerys (che interpreta Mara), che in qualche modo sopperiscono alla banalità del soggetto grazie alla credibilità delle loro interpretazioni.
La Galleani ha evidentemente il phisique du role, visto il suo corpo efebico, il suo sguardo e il suo volto da adolescente mentre la Czemerys è una sicurezza, capace com’è l’attrice di dare dignità a qualsiasi ruolo venga chiamata.Poco più che decente la prestazione di Giorgio Ardisson che interpreta il papa di Francesca mentre in grosso, grossissimo imbarazzo è Anthony Steffen, sopratutto nelle scene d’amore con Eva Czemerys.
Tiziano Longo è al suo primo, vero lungometraggio e mostra evidenti limiti che saranno parzialmente corretti con i sei film che dirigerà successivamente, tra i quali i perlomeno discreti Lo stallone e La profanazione e il buon risultato ottenuto con Mala amore e morte.

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Il resto del film mostra evidenti limiti di budget, che costringono il regista a sacrificare location e tutto il resto, con dilungamenti inopportuni dei dialoghi e eccessivo protrarsi di alcune scene.
Film senza grosse ambizioni e quindi film dal risultato povero e decisamente sciatto.
Il film è praticamente scomparso dalla circolazione e non è editato in digitale.
Ne esiste tuttavia una copia di pessima qualità, ricavata da una VHS polverosa e piena di graffi a questo indirizzo: http://wipfiles.net/saiae0375c1i.html
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Un film di Tiziano Longo. Con Anthony Steffen, Eva Czemerys, Ely Galleani, Giorgio Ardisson, Carla Mancini Drammatico, durata 93 min. – Italia 1974.

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George Ardisson … Giorgio
Eva Czemerys … Mara
Anthony Steffen … Sergio
Ely Galleani … Francesca
Danika La Loggia … Sandra
Carla Giarè … Patrizia

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Regia:Tiziano Longo
Sceneggiatura:Piero Amati,Tiziano Longo,Bruno Torregiani
Produzione:Lucio Giuliani
Musiche:Stefano Liberati ,Elio Maestosi
Fotografia:Roberto Girometti
Montaggio:Mario Gargiulo
Allestimento set:L. Galli
Costumi:Gisella Longo

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L’opinione del sito http://www.filmtv.it

Francesca, sedici anni, ha preso male il divorzio dei genitori e soprattutto il nuovo compagno della madre, Sergio. Nella nuova situazione poi Francesca ha una gran voglia di fare la sua prima esperienza sessuale. Il partner più disponibile per l’operazione sarà proprio Sergio. Pessimo. Solita commedia sexy travestita da dramma psicologico. Gli attori sono inetti.

L’opinione di B.Legnani dal sito http://www.davinotti. com

Mediocre polpettina erotico-sentimentale, con una quasi diciassettenne tutto pepe, gelosa del nuovo compagno della madre. Finirà come ovvio. Filmetto senza pretese, con dialoghi mediocri, con pochi mezzi, con location raccogliticce e con tante soluzioni di comodo. Recitazioni così così. Il migliore è Steffen. Non male la Czemerys, impegnata in un ruolo prevalentemente drammatico.

L’opinione di Undying dal sito http://www.davinotti. com

Francesca (una incantevole Ely Galleani) è un’adolescente maliziosa e perversa, che non esita a fare torto alla piacente madre (Eva Czemerys), seducendo nientemeno che il suo amante (Anthony Steffen). Riuscirà nel suo intento, ma a caro prezzo. La famiglia (poco) cristiana dell’epoca è qua rappresentata anticipando noti cliché, purtroppo mal orchestrati da una regia distratta, una sceneggiatura poco curata (soprattutto nei dialoghi) e scenografie molto modeste. Certo: il cast fa il suo effetto, ben reso dall’avere piazzato accanto l’allora ventenne Galleani alla più matura Czemerys…

L’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti. com

Nel mare magnum del lolitismo italiano si perde questo dozzinale e sbrigativo prodotto, povero nei mezzi e incapace di slanci drammatici. L’obiettivo ronza attorno alla Galleani, sbirciandola sotto la gonna e inquadrandone i pallidi seni o le terga velate da mutandine sempre sul punto di scivolare giù e la Czemerys viene definita ad un certo punto una “gatta in calore”, alludendo ad un suo film di due anni prima. Steffen non si stacca dall’espressione rigida e intontita dei suoi western; in sordina Ardisson.

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aprile 14, 2014 Pubblicato da: | Drammatico | , , | Lascia un commento