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Arma da taglio (Prime cut)

Il Boia La Vittima e l'Assassino (Prime Cut) locandina 6

Mary Ann (un uomo, nonostante il nome femminile) è un commerciante di carne bovina di Kansas city, indebitato per una grossa somma con la mala di New York.
Quando l’organizzazione criminale della grande mela invia degli esattori per riscuotere il debito, Mary Ann senza nessuno scrupolo, aiutato da suo fratello Weenie , ammazza gli esattori e li invia sotto forma di salsicce a New York.
Così l’organizzazione decide di utilizzare le maniere forti e invia questa volta Nick Devlin, un duro che svolge i lavori sporchi per l’organizzazione.
Devlin arriva a Kansas city e trova i fratelli Mary Ann e Weenie impegnati nella vendita del bestiame;nel capannone in cui si svolgono le trattative, Nick trova anche delle ragazze giovanissime nude e mescolate al bestiame, vendute come animali ai cow boy e mercanti della zona.

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Devlin le libera e porta via con se Poppy, una delle ragazze; da quel momento la lotta fra l’esattore di New York e Mary Ann si trasforma in una guerra senza pietà…
Duro e violento, Arma da taglio è un gangster movie diretto da Michael Ritchie nel 1972, distribuito in America con il titolo di Prime cut, ovvero primo taglio, un riferimento al lavoro del protagonista del film, che in pratica è un macellaio e grossista di carne.
Un film con due sequenze memorabili: la prima è quella in cui Devlin incontra per la prima volta Poppy mentre giace con la sua amica completamente nuda sulla paglia all’interno di un corral, tra il bestiame e i compratori completamente indifferenti alla cosa.La seconda è quella del celebre inseguimento tra gli immacolati e floridi campi di grano, con le spighe alte che però non servono a nascondere completamente la fuga di Nick Devlin e di Polly.
Basterebbero queste due sequenze a ricordare il film, ma c’ è ben altro in questa pellicola diretta da Ritchie,che torna a dirigere Gene Hackman dopo il grande successo ottenuto dal suo primo film come regista,quel Gli spericolati del 1969 che annoverava tra gli interpreti anche Robert Redford.
Ma è tutto il girato ad avere il sapore del prodotto rifinito e di gran respiro; Ritchie utilizza spesso la macchina da presa per inquadrare i grandi paesaggi di Kansas city, con predilezione per i campi, per i fenomeni atmosferici e per le campagne americane.

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Questa ambientazione ben si sposa, con la sua placida e morbida tranquillità con l’apparente controsenso delle scene d’azione che si susseguono come esplosioni improvvise e su tutto vanno aggiunte le interpretazioni magistrali del cast, prima fra tutte quella di Lee Marvin.
L’attore newyorkese interpreta il killer Devlin dandogli un taglio di elegante e implacabile durezza; elegante perchè Nick non è un killer qualsiasi, ma ha un suo codice d’onore, veste con raffinatezza e non usa la violenza in maniera cieca e incontrollata.Marvin ha la faccia da duro, ma anche da duro buono, di quelli che sono burberi ma hanno anche un cuore,Ed infatti il personaggio interpretato da Marvin è esattamente così, disposto a rischiare la vita per salvare la sfortunata Polly.

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Che è interpretata dall’esordiente Sissy Spacek, qui nella sua prima parte da protagonista dopo l’esordio (non accreditato) nel film di Paul Morrissey Trash i rifiuti di New York.L’attrice texana interpreta perfettamente l’adorabile Polly mentre da incorniciare è la prova di Gene Hackman , mai più così carogna in un film.
Sicuramente un buon prodotto, che avrebbe però richiesto qualche minuto in più di girato per delineare meglio i personaggi; probabilmente qualche taglio effettuato dalla produzione ridusse il tempo totale della pellicola con risultati nefasti.
Il film è disponibile in un’ottima riduzione all’indirizzo http://www.cineblog01.tv/arma-da-taglio-1972/

Arma da taglio
Un film di Michael Ritchie. Con Lee Marvin, Gene Hackman, Angel Tompkins, Sissy Spacek Titolo originale Prime Cut. Drammatico, durata 86 min.Usa 1972

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Lee Marvin: Nick Devlin
Gene Hackman: Mary Ann
Sissy Spacek: Poppy
Gregory Walcott: Weenie
Angel Tompkins: Clarabelle
Janit Baldwin: Violet

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Regia Michael Ritchie
Sceneggiatura Robert Dillon
Produttore Joe Wizan
Produttore esecutivo Kenneth L. Evans
Casa di produzione Cinema Center Films
Fotografia Gene Polito
Montaggio Carl Pingitore
Effetti speciali Logan Frazee
Musiche Lalo Schifrin
Scenografia Bill Malley
Costumi Patricia Norris
Trucco Salli Bailey

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L’opinione di sasso 67 dal sito http://www.filmtv.it

Film durissimo, ai limiti della sgradevolezza, diretto dall’allora giovane e promettente Michael Ritchie (a cui si deve, sempre nel 1972, “Il candidato”, con Robert Redford). “Arma da taglio” ha una durata insolitamente breve, forse dovuta ai numerosi tagli censori (chi di taglio ferisce di taglio perisce…) che ha dovuto subire sia nel paese d’origine che in Italia. Quello del macellaio Mary Ann (chissà come mai un nome da donna…) è probabilmente uno dei personaggi più abietti mai recitati da Gene Hackman, che fa commercio di carne non soltanto animale, poiché nei recinti delle stalle tiene anche delle orfanelle nude che vende ai suoi luridi clienti. Per di più, l’abietto macellaio, si fa beffe del fratellone ritardato, che alla fine tenta di pugnalare il killer Nick brandendo una salsiccia. Film metaforico della violenza che pervade la società americana (non per caso la donna di Mary Ann, precedentemente fidanzata con Nick, si chiama Clarabelle, come la mucca di Topolino), “Arma da taglio” contiene almeno un paio di sequenze girate magistralmente, come la sparatoria tra i girasoli e l’inseguimento della mietitrebbiatrice nel campo di grano. La ventitreenne Sissy Spacek compone un personaggio di adolescente un po’ ingenua e un po’ perversa.
L’opinione di Patrick78 dal sito http://www.davinotti.com

Autorevolissimo film diretto da Michael Ritchie in stato di grazia che attinge alla grande dal miglior cinema di Don Siegel e realizza un capolavoro intriso di violenza e azione in cui svettano le prove magistrali di Marvin e Hackman. Tutto inizia quando un killer (Marvin) viene mandato in Kansas dall’Organizzazione per riscuotere del denaro che un locale imprenditore e proprietario di un mattatoio (Hackman) si rifiuta di consegnare. Molte le scene d’impatto (la trebbiatrice che insegue Marvin e Spacek!), notevole la colonna sonora di Lalo Schifrin.

L’opinione di buiomega71 dal sito http://www.davinotti.com

Piccolo cult di un regista che poi dirigerà (quasi) solamente commedie. Un indimeticabile e trucidissimo Gene Hackman, quasi “cannibalico” nella sua statura di boss, un granitico Lee Marvin e una parata di belle fanciulle (dove spicca una giovanissima Sissy Spacek), “schiave” di Hackman. Ottimi momenti di azione, un po’ di violenza e scene estrapolate dal mattatoio di Hackman. Il film è conosciuto anche come “Il boia, la vittima e l’assassino” (e con questo titolo venne editato in vhs dalla Gvr). Ripescato, solo ora, in dvd.

L’opinione di mister.steed dal sito http://www.gentedirispetto.com

E’ difficile da definire: è un gangster movie un po’ grottesco che ha il suo maggior pregio nella regia di Ritchie (ottima in diversi punti, su tutti il bellissimo inseguimento nel campo di grano) e nelle interprietazion degli attori ma che tuttavia sconta diversi difetti di sceneggiatura, con personaggi non sufficientemente approfonditi, lasciando un vago senso di incompiutezza. Inoltre il mix tra il taglio leggero dato al film e l’efferratezza di alcune scene non è troppo ben amalgamato, come invece riuscì a Tarantino ne Le Iene: il sogno sarebbe vederne un remake curato da Quentin, però col cast originale e non con attori di oggi Forse in questo caso se il film fosse durato un tantino di più il risultato finale ne avrebbe giovato. In linea di massima mi sento di condividere il giudizio dato da Kezich ai tempi dell’uscita del film, che potete leggere nel secondo link che ho postato. Primo film della all’epoca 23enne Sissy Spacek. Colonna sonora di Lalo Schifrin. Ottima la fotografia di Gene Polito.

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aprile 12, 2014 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , | Lascia un commento

Bersaglio di notte

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Sono passati cinque anni dal grandissimo successo ottenuto nel 1970 con Piccolo grande uomo; Arthur Penn è ormai, per l’industria di Hollywood, una sicurezza.
Film come La caccia (1966), Gangster story (1967) e Alice’s Restaurant (1969) lo hanno lanciato come regista affidabile, capace e sopratutto eclettico.
Bersaglio di notte (Night move), uscito nelle sale nel 1975, è un altro passo determinante nella carriera del regista di Philadelphia;è la volta del thriller poliziesco, quasi un vero e proprio noir, teso e cupo, girato con lo stile nervoso e duro tipico di Penn.
Il protagonista della vicenda è Harry Moseby,un passato da giocatore di football ora investigatore privato dalla vita problematica, che ormai si occupa principalmente di storie legate a divorzi.
Contattato da una ex stella del cinema, Harry accetta l’incarico di ritrovare la sedicenne Danny, scomparsa da casa ormai da quasi un mese; le sue indagini lo portano a scoprire che Danny non è affatto scomparsa ma vive con il patrigno in Florida.

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La ragazza è andata via da casa perchè odia sua madre; durante una escursione in mare e l’esplorazione di un relitto aereo, la ragazza scopre all’interno dello stesso il corpo senza vita di Marv Ellman,suo amico.
Sembra una disgrazia, ma così non è.
Poco tempo dopo anche Danny muore improvvisamente e Harry inizia a pensare che le due morti siano in qualche modo collegate e che quindi non si tratti di disgrazie.
Le indagini del detective portano a galla un traffico di opere d’arte, e Harry dovrà non solo districarsi tra i delitti che verranno compiuti ma sarà alle prese anche con la sua vita privata e con il tradimento della moglie.
Finale amaro.
Buon ritmo, colpi di scena e un andamento serrato: sono questi gli elementi che caratterizzano Bersaglio di notte, retto magnificamente anche dalla maschera cinica e malinconica di Gene Hackman che da vigore e umanità al personaggio di Harry Moseby,uomo in crisi non solo professionale ma anche privata.

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Penn disegna un personaggio che non è quello tradizionale dell’investigatore bravo e tutto d’un pezzo che generalmente risolveva i crimini che gli venivano affidati, retaggi di un passato cinematografico in cui il buono fa giustizia dei cattivi, bensì un uomo che si trova coinvolto in una storia che appare fuori dalla sua portata, anche perchè distratto dai problemi personali, con una moglie adultera e un lavoro che è ormai solo un ripiego.
E’ proprio questa la caratteristica peculiare del film, che gioca le sue carte sul tormento esistenziale del detective imerso in una storia che alla fine lo dovrebbe veder coinvolto solo per lavoro e che invece diventa una questione personale e che avrà un finale una volta tanto senza happy end, nero e disperato.
La figura del detective finisce per assomigliare e si fonde con le vicende della società, con il tramonto dell’american way of life, del sogno americano:Harry diventa il paradigma dell’americano che si riscopre solo, alle prese con una società che ha lasciato dietro le spalle il suo glorioso passato e ora si trova alle prese con problemi enormi, mentre Harry deve affrontare i suoi fantasmi personali proprio mentre è alle prese con un caso difficile, in cui niente è come sembra e in cui a fare da contrappeso c’è anche una situazione personale privata precaria, con i punti fermi della sua vita diventati all’improvviso instabili.

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Penn descrive tutto ciò con abilità, consegnandoci un noir di rara efficacia proprio nella descrizione di personaggi e situazioni, cose che spesso nei thriller del periodo erano sacrificate a tutto vantaggio dell’azione.
Profondità, quindi, analisi dei personaggi con sullo sfondo un America inquieta e in trasformazione.
Per quanto riguarda il cast, tutti da elogiare, a partire dalla giovane ed affascinante Melanie Griffith, acerba ma sicuramente in grado di esprimere doti recitative di rilievo.
Bella la fotografia crepuscolare per un film da elogiare in blocco.
Film purtroppo molto raro e che è praticamente impossibile da trovare in rete nella versione italiana

Bersaglio di notte
Un film di Arthur Penn. Con Edward Binns, Susan Clark, Gene Hackman, Jennifer Warren, Harris Yulin, James Woods,Melanie Griffith Titolo originale Night Moves. Giallo, durata 99′ min. – USA 1975.

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Gene Hackman: Harry Moseby
Susan Clark: Ellen Moseby
Jennifer Warren: Paula
Edward Binns: Joey Ziegler
Melanie Griffith: Delly Grastner
John Crawford: Tom Iverson
Harris Yulin: Marty Heller
Kenneth Mars: Nick
Janet Ward: Arlene Iverson
James Woods: Quentin
Anthony Costello: Marv Ellman
Dennis Dugan: ragazzo

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Regia Arthur Penn
Sceneggiatura Alan Sharp
Produttore Gene Lasko, Robert M. Sherman
Distribuzione (Italia) Warner Bros.
Musiche Michael Small
Fotografia Bruce Surtees

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L’opinione del sito http://www.mediacritica.it

(…) Nella carriera di Arthur Penn, Bersaglio di notte si inserisce tra i due grandi western con cui il regista americano ha contributo al rinnovamento e alla rilettura del genere [stiamo parlando di Piccolo grande uomo (1970) e Missouri (1976)]: pur non memorabile come i due film citati, ma comunque stabile su livelli decisamente più che buoni, Bersaglio di notte contribuisce allo stesso modo al rinnovamento e alla rilettura più critica e malinconica, e meno mitica, del genere noir e della figura archetipa del detective privato.
In questo modo, può essere considerato parte di un’ideale trilogia, insieme ai capolavori Il lungo addio di Robert Altman e Chinatown di Roman Polanski, girati nel biennio precedente. In queste tre opere, sotto certi punti di vista diverse ma tutte mediacritica_bersaglio_di_notte1ademitizzanti e malinconiche, la figura dell’investigatore privato è da un lato moralmente e fisicamente più sfaccettata e non più “tutta d’un pezzo”, e dall’altro diventa incapace di comprendere i casi e le vicende in cui è coinvolto, diventando pedina inconsapevole di processi sfuggenti e più grandi di lei, capendo troppo tardi, quando non ha più modo di intervenire, le dinamiche di cui è vittima stessa. (…)

L’opinione di edmond90 dal sito http://www.filmscoop.it

Uno dei film chiave della cinematografia americana anni’70.
Dopo Il lungo addio(73′)e Chinatown(74′),prosegue in un certo senso la rivisitazione del poliziesco da parte dei registi della New Hollywood,in questo caso proprio ad opera di Arthur Penn,che di questo strsaordinario movimento era stato l’ideale capofila con Gangster Story(’67).
E’la storia di Harry Moseby,ex giocatore di football e ora detective profondamente insoddisfatto,e della sua ricerca di identita’,simbolo di un america ancora profondamente scioccata dal Watergate e minata dal profondo nel substrato sociale.
E chi altri se non Gene Hackman,il perdente per antonomasia degli anni’70 e protagonista l’anno prima di un altro straordinario affresco di paranoia americana(La Conversazione)poteva interpretarlo,con la sua gigantesca personalita’?
Ma,seppur straordinario,il film non si regge tutto su Hackman,ma si avvale di un cast molto pertinente,ricordiamo la giovanissima e gia bellissima Melanie Griffith e James Woods,della splendida fotografia di Bruce Surtees e ovviamente dell’ineguagliabile stile di Arthur Penn,che sfrutta un banale intreccio poliziesco(all’apparenza)per la sua personalissima visione di un mondo in crisi e del caos che vi regna.
Magistrali le sequenze acquatiche.
L’opinione del sito http://www.effettonotteonline.com

(…) Bersaglio di notte, girato da Arthur Penn nel 1975, è un film difficile, che rispecchia le difficoltà di un momento particolare della storia americana: il dopo-Nixon. Una complessità, tuttavia, splendidamente oscurata, nascosta, quasi sommersa: ci sembra sempre di comprendere qualcosa, una qualche verità, che nell’attimo dopo però inesorabilmente ci sfugge. Non è l’intrigo a complicare le cose. Il film è complesso innanzitutto nello stile, nello sviluppo della trama, nelle conclusioni. Complesso nella radicalità con cui affronta le tematiche esistenziali, il problema della verità, il senso della perdita e della sconfitta. Bersaglio di notte non offre altro che ambiguità: nulla viene esplicitamente dichiarato, nessun problema viene enunciato, e la sconfitta stessa non è ufficializzata. Ma nella figura di Harry, il protagonista, l’investigatore privato, l’uomo moderno intravede lo spettro delle sue più inquietanti preoccupazioni, di una disperazione che non ha più nulla di tragico, ma che anzi è sempre più fusa con una torbida piattezza emotiva, con una muta indifferenza. Gene Hackman interpreta con dedizione quasi scolastica, e anche con un raro talento, la strana discesa verso la nullificazione, sentimentale e intellettuale, discesa che si fa ancora più drammatica perché sospinta da una fievole speranza, immancabilmente disillusa.(…)

 

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aprile 11, 2014 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , , , | 2 commenti

Therese and Isabelle

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Sul filo della memoria, una storia d’amore tra due donne, il rimpianto, la fine irrimediabile di un periodo della vita e in qualche modo la constatazione che la giovinezza è ormai perduta.
Sono alcuni dei temi toccati da Therese and Isabelle, film diretto nel 1968 da Radley Metzger che racconta in un vivido bianco e nero una storia d’amore tra due donne, Therese e Isabelle unite per un breve periodo dal sentimento più forte e divise poi dal destino.
Parlavo di filo dei ricordi, perchè il film si apre proprio con una passeggiata in un parco di Therese, che vent’anni dopo aver visto per l’ultima volta il college in cui ha passato la sua giovinezza rivive in flashback i suoi diciassette anni, l’arrivo nel college stesso dove è stata portata da sua madre, alle prese con un nuovo matrimonio.
Qui, dopo un difficile periodo di ambientamento, la vita di Therese aveva intrapreso i binari della solitudine e della malinconia fino al giorno in cui aveva conosciuto la bellissima Isabelle, una ragazza piena di vita, solare e ribelle al tempo stesso.

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Le due ragazze avevano da subito stretto amicizia, attratte l’una dall’altra non solo dalla simpatia; ben presto infatti il loro rapporto era sfociato nella fisicità,con tanto di innamoramento.Ma nonostante i giuramenti sull’amore terno che le due ragazze si faranno, le loro strade alla fine si divideranno per sempre.
Therese and Isabelle è un film particolarmente curato; Metzger, che nel futuro si dedicherà a prodotti caratterizzati da un uso massiccio dell’erotismo che spesso sconfinerà nella pornografia bada moltissimo ai particolari, creando un’atmosfera malinconica che ben si addice alla storia che narra.
In effetti il film, pur trattando un argomento scottante come i rapporti saffici tra le due giovani protagoniste della storia, non eccede in morbosità lasciando tutto su un piano meramente epidermico, evitando cioè di sconfinare nel solito erotismo buttato giù alla ben e meglio.
Probabilmente in ciò influisce l’annata di produzione della pellicola; siamo infatti nel 1968 e le forbici censorie di mezzo mondo sono pronte a colpire i film con contenuti scabrosi, con ovvi rischi di snaturare completamente il senso dei film proposti.

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Qui Metzger invece privilegia l’ambientazione e il dialogo, aiutato anche dalla potenza del bianco e nero che ben si presta alla storia narrata; pur tuttavia commette un grave errore che inficia parzialmente il tutto.
Sceglie infatti come protagoniste due attrici che non hanno l’età giusta per interpretare le due adolescenti Therese e Isabelle;Essy Persson (Therese) ha infatti al momento delle riprese 27 anni mentre Anna Gael (Isabelle) ne ha 25.
Troppi per due ragazze che nel film hanno 17 anni e che vengono invece portate sullo schermo da due attrici brave si, ma anagraficamente troppo distanti dai loro personaggi con il rischio, poi concretizzatosi, di rendere poco credibili i personaggi.
Inficiato da questo non trascurabile particolare, il film per fortuna conta su una fotografia assolutamente perfetta, su una sceneggiatura ben scritta e su momenti di interesse, come quelli che illustrano il tormentato rapporto tra Therese e sua madre, che approfondisce quindi il personaggio principale del film.Più sfumata la personalità di Isabelle, che appare come una ragazza ribelle e forse più immatura dell’amica, come dimosterà nell’episodio cruciale del film, la squallida avventura nella camera d’albergo.

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Metzger l’anno successivo dirigerà Camille 2000 e in successione Esotika Erotika Psicotika, due film che hanno un’accurata confezione e contano ancora su un erotismo patinato e non volgare.Solo 7 anni dopo aver diretto questo film, approderà al porno, con quel The image che comunque avrà il merito di essere ben costruito e sicuramente molto meglio confezionato di tanti tristi film in copia carbone con inserti real core.
Tornando al film, vanno comunque elogiate le due protagoniste citate, la Persson e Anna Gael che riescono ad esprimere al meglio il disagio adolescenziale delle due protagoniste alle prese con una storia d’amore che purtroppo non avrà un futuro.
Purtroppo il film è estremamente raro nella sua versione italiana, anche perchè arrivò sui nostri schermi qualche anno dopo la sua uscita cinematografica;chi ha qualche dimestichezza con l’inglese può vederlo seguendo questo link: https://archive.org/details/ThereseAndIsabelle

Therese and Isabelle
Un film di Radley Metzger,con Essy Persson,Anna Gael, Barbara Laage,Anne Vernon,Simone Paris,Rémy Longa,Maurice Teynac Drammatico, 1968 Francia/Gb/Olanda durata 118 minuti

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Essy Persson … Thérèse
Anna Gaël … Isabelle
Barbara Laage … Thérèse adulta
Anne Vernon … Le Blanc
Simone Paris … La direttrice
Maurice Teynac … Mons. Martin
Rémy Longa … Pierre
Nathalie Nort … Renee
Darcy Pulliam … Agnès
Suzanne Marchellier … Germain
Bernadette Stern … Françoise

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Regia:Radley Metzger
Romanzo:Violette Leduc
Sceneggiatura:Jesse Vogel
Musiche:Georges Auric
Fotografia:Hans Jura
Montaggio:Humphrey Wood
Costumi:Roxane Vaisborg

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L’opinione di Undjing dal sito http://www.davinotti.com

Una donna, in età avanzata, torna a visitare la scuola che ha frequentato in gioventù. Mentre passeggia all’interno dei corridoi deserti ricorda, con lucida memoria, eventi legati all’adolescenza con particolari piccanti sul rapporto saffico che ha vissuto, inatteso, con una compagna di classe. Delicato erotico, nello stile di Metzger, che gira un film dall’atmosfera rarefatta e quasi onirica, ambientato all’interno dell’abbazia di Royaumont (40 miglia a nord di Parigi). Stilizzato, quasi romantico con tendenza al melodramma.

L’opinione di kotrab dal sito http://www.filmtv.it

Radley Metzger gira un film abbastanza ambizioso e legato ai suoi tempi: la storia d’amore tra le due ragazze deve restare naturalmente segregata all’interno del college femminile in cui è ambientata, e qualche scena di nudo avrà forse avuto noie all’epoca, ma oggi è del tutto naturale.
Il film tutto sommato non è male, gode di un approccio delicato, malinconico e tenero al tema, nella sua essenzialità formale non è esente da qualche raffinatezza che però alle lunghe ingabbia un pò la struttura (i flashback montati con un certo gusto nel girovagare della protagonista, tornata dopo anni a vedere il collegio, come la buona fotografia e le essenziali scenografie). Peccato per la voce fuori campo che interviente a volte nei momenti meno opportuni, e per le protagoniste un pò impacciate

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aprile 9, 2014 Pubblicato da: | Drammatico | , , | Lascia un commento

Domenica maledetta domenica

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Bob Elkin, giovane, affascinante, di professione designer e scultore;Daniel Hirsh, maturo dottore di origine ebrea, elegante e raffinato oltre che colto e infine Alex Greville, bella e seducente consulente finanziaria divorziata.
Hanno in comune una relazione “scandalosa”, perchè Bob Elkin, il più giovane dei tre, ha una relazione sia con il dottore sia con la donna.
Ma Bob non si lega fino in fondo ne al suo maturi amante e nemmeno alla donna; Daniel e Alex soffrono della situazione ma non hanno altra alternativa che accettare gli scampoli d’affetto che l’uomo da loro.
Ma arriva il giorno in cui Bob decide di andar via dalla città, verso New York, dove ha la possibilità di far conoscere le proprie doti.Incurante dei danni profondi che rischia di infliggere alle due persone che loro malgrado amano quel giovane un po vanesio, Bob sceglie di non scegliere e abbandona al loro destino Daniel e Alex.

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Da un soggetto di Penelope Gilliatt che ne cura anche la sceneggiatura, John Schlesinger reduce dai fasti e dai successi di Un uomo da marciapiede ricava Domenica maledetta domenica (Sunday bloody sunday) e fa centro ancora una volta, dirigendo un film tenero e struggente, un autentico gioiello che entra di diritto nella leggendaria Hall of fame dei Cento film britannici pù belli di tutti i tempi, la BFI 100 che la British Film Institute nel 1999 stilò con un grande sondaggio fra esperti ed appassionati.
Domenica maledetta domenica racconta in modo intimista un insolito triangolo amoroso tra due uomini e una donna; capovolgendo gli stilemi classici dei due uomini innamorati di una donna, Schlesinger propone un triangolo che vede invece protagonista un giovane e superficiale scultore alle prese con la passione che suscita nei suoi due maturi amanti, portando sullo schermo la passione proibita che travolge Daniel per Bob, con la celebre scena del bacio gay tra i due che suscitò scandalo.
Eppure il film non ha un solo momento di morbosità:tutto è giocato sul filo dei sentimenti, quelli che portano i due maturi amanti di Bob a cercare in ogni modo di legare a loro il giovane, in un tentativo impossibile di recuperare, con i sentimenti, parte della loro giovinezza perduta.
Bob, per Alex e Daniel, rappresenta in qualche modo proprio questo, la primavera dei sentimenti, che i due protagonisti vivono in maniera assolutamente differente.

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Daniel è assolutamente convinto che Bob sia l’ultima chance ma è anche altrettanto convinto che non potrà tenerlo legato a se ancora molto, mentre Alex tenta di lottare in tutti i modi per difendere quel legame che l’età anagrafica sembra condannare irreversibilmente.
In un gioco di frasi non dette, di espressioni, di sguardi e di sentimenti contrastanti, l’impossibile triangolo evolve fatalmente verso il finale inevitabile, dove l’addio di Bob assume le caratteristiche di un addio ai due amanti ma anche la fine di una stagione delle loro vite, la fine di molti sogni effimeri e sopratutto la fine delle illusioni.
A nulla vale il tentativo estremo dei due di dividersi il frivolo Bob, una rinuncia triste al senso di appartenenza che è una delle basi di un rapporto d’amore:anche questo estremo sacrificio sarà inutile e i due maturi amanti del giovane dovranno tornare malinconicamente alle loro vite, lasciando da parte per sempre quella breve stagione intensa che il giovane Bob ha illuminato per breve tempo.
Il tutto sullo sfondo di famiglie ormai in profondo mutamento, un’indagine su quello che ormai le famiglie stesse non condividono più e che invece anelano a cambiare.
Lo sguardo di Schlesinger si posa, infatti,sulla famiglia borghese a cui appartiene Alex e quella ben più tradizionale a cui appartiene il dottore, mostrandone i comportamenti, le regole di vita e passioni, ormai al capolinea:la società cambia e con essa cambiano i valori, cambia la morale.

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Cosa pensare infatti di un legame gay tra un giovane ed un uomo ormai di terza età? E cosa pensare del legame tra una donna avanti negli anni e lo stesso giovane?
Non sono nuove sfide che la società propone a se stessa?
Il costume evolve irrimediabilmente e con esso cadono anche tabù e principi.
Un unione omosessuale, all’epoca assolutamente proibita, esce allo scoperto e diventa naturale; se tutto si conclude è perchè uno dei due partner non ha profondità di sentimenti, non certo perchè la passione è proibita e da vivere nei conflitti di colpa.
Così Schlesinger sdogana in largo anticipo uno dei temi odierni della vita sociale, il diritto alla sessualità indipendentemente dal sesso di appartenenza; l’orientamento sessuale non è più un tabù così come un legame tra una donna molto più in avanti del partner non lo è più da un pezzo.
Con delicatezza e malinconia, il regista disegna tre figure assolutamente diverse tra loro, mostrandone le diverse sfumature di carattere, di sentimenti, di cultura.
Lo fa con un linguaggio in cui la malinconia alla fine prevale su tutto il resto, con un senso di abbandono e di rimpianto che coinvolge non solo i personaggi, ma anche le loro anime.
Grandissimi i due interpreti maggiori, Peter Fynch e Glenda Jackson, due attori che avrebbero meritato l’Oscar per l’intensità con la quale riescono a rendere i loro personaggi.
Molto bene anche Murray Head, mentre nel film compare anche Daniel Day Lewis in una parte microscopica, quella di un giovane teppista.
Valanga di premi pr il film:il Golden Globe 1972 per miglior film straniero in lingua inglese,i 5 Premi BAFTA 1972 per miglior film, miglior regista, miglior attore (Peter Finch), migliore attrice (Glenda Jackson), miglior montaggio e infine anche il david di Donatello per il miglior regista straniero sono il degno riconoscimento ad un film assolutamente da vedere per ricordare un’epoca che, lentamente, ci ha traghettato verso quella moderna attraverso mille contraddizioni.

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Un film di John Schlesinger. Con Peter Finch, Glenda Jackson, Murray Head, Bessie Love, Peggy Ashcroft,Tony Britton, Maurice Denham, Vivian Pickles, Frank Windsor, Thomas Baptiste, Richard Pearson, June Brown, Hannah Norbert, Harold Goldblatt, Marie Burke, Daniel Day-Lewis Titolo originale Sunday, Bloody Sunday. Drammatico, durata 110′ min. – Gran Bretagna 1971.

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Peter Finch: Dr. Daniel Hirsh
Glenda Jackson: Alex Greville
Murray Head: Bob Elkin
Peggy Ashcroft: Mrs. Greville
Tony Britton: George Harding
Maurice Denham: Mr. Greville

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Regia John Schlesinger
Soggetto Penelope Gilliatt
Sceneggiatura Penelope Gilliatt
Fotografia Billy Williams
Montaggio Richard Marden
Musiche Ron Geesin
Scenografia Luciana Arrighi, Norman Dorme

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L’opinione del sito http://www.cinematesionline.it

(…) Tre cavie, un tempo, un luogo: ovvero un esperimento. Si assiste ad una rappresentazione sotto il vetrino lucido di un microscopio, o tra le pareti di un terrario. C’è un po’ del neorealismo, del cinema di Cassavetes, un po’ del Free Cinema al quale Schlesinger ha sempre negato di appartenere, e molto di vero. Perché il regista coglie, all’interno di una realtà sociale, una realtà mentale, un clima. La critica ha parlato di tre sguardi, tre punti di vista (si veda il bel saggio di Salizzato).
In realtà, forse, sarebbe più giusto parlare di un solo essere a tre occhi, tanto le focali si compenetrano, e comunque tutte concorrono a delineare il generale e lento trascorrere del tutto. Daniel è il più anziano dei tre. L’età, il ruolo sociale (è medico, e proprio da una visita medica la vicenda prende inizio), lo fanno equilibrato e quasi stoico, nella sopportazione, mitemente rassegnata, di un non-destino, che è solo il lasciarsi trascorrere, e attraversare, dal tempo. Si prenda la sua omosessualità: è vissuta con rigore, ma senza eccessi, e nel rispetto. Il ritorno di fantasmi – si veda la scena in cui incontra un suo ex amante – lo trova preparato. Ma quanta tristezza si cela dietro la sua scorza di forza. Alex è il perno sul quale ruota il dubbio esistenziale. Ha forse scelto, o forse si è fatta scegliere, e condizionare dalla vita, ma è già alla seconda possibilità: dopo un divorzio, dopo le dimissioni dal proprio lavoro, che rassegna nel primo rullo del film, vive conscia solo del suo essere ad limine. Questo spiega il suo rapporto con Bob, e la storia di sesso, con un barlume illusorio di affetto, con un suo cliente. Un confine che separa l’ansia e la rabbia con uno strato di sola carta velina. (…)

L’opinione di Steno 79 dal sito http://www.filmtv.it

Raffinato film intimista diretto dal regista John Schlesinger dopo il grande successo commerciale e gli Oscar vinti con “Un uomo da marciapiede”. Si tratta di un insolito triangolo sentimentale mantenuto da un giovane artista insoddisfatto con due relazioni in parallelo, una con una divorziata quarantenne incapace di accontentarsi della precarietà del loro rapporto, l’altra con un maturo medico ebreo, ormai rassegnato a perderlo. E’ un film più incentrato sui personaggi e lo studio delle loro relazioni che non su una trama particolarmente sviluppata: Schlesinger gioca spesso sul non-detto, sulle emozioni trattenute, su sguardi carichi di significati nascosti, dove il ruolo degli attori risulta di estrema importanza. A questo proposito, sia Glenda Jackson che Peter Finch offrono interpretazioni di grande ricchezza nel disegno psicologico dei personaggi, misurate e molto credibili, mentre il giovane Murray Head, che mi risulta fosse soprattutto un cantante, non regge il confronto coi due mostri sacri della scena inglese ed appare, nel complesso, piuttosto limitato come attore. A livello di regia, il montaggio ellittico e alcuni flashback quasi subliminali li ho trovati generalmente interessanti; solo a tratti risultano leggermente superflui, come nel flashback innescato dal mancato incidente della bambina, in cui la Jackson si ricorda del pericolo delle bombe sperimentato durante la sua infanzia, e che ho trovato un pò didascalico. Tuttavia, in generale la mano di Schlesinger è molto felice, sa dare il giusto ritmo interno alle sequenze, sa conferire un adeguato risalto figurativo a molte situazioni, ad esempio nella lunga scena del rito ebraico del Bar Mitzvah. La veterana caratterista del cinema inglese Peggy Ashcroft appare come madre della Jackson in una sola scena, con un discorso all’insegna della necessità di un certo compromesso in campo sentimentale che mi ha abbastanza colpito (dice alla figlia amareggiata: “Tesoro, tu ti affretti sempre a rinunciare perchè non riesci ad ottenere tutto… ma il “tutto” non esiste… bisogna accontentarsi!) Curiosa l’idea di accompagnare molte scene a livello sonoro con un brano del “Così fan tutte” di Mozart, ripetuto molte volte, che si rivela singolarmente in accordo con le atmosfere della storia. Un ringraziamento all’amico Maso che mi ha ricordato il valore di questa pellicola con un suo intervento in una mia play: l’ho rivisto con piacere.

L’opinione di amterme63 dal sito http://www.filmscoop.it

Una parte del film è comprensibile solo se rapportata all’anno di uscita (1971), un’altra invece appartiene ai sentimenti universali di ogni esistenza umana. Le due cose si amalgano benissimo e formano un piccolo gioiello visivo che ancora a 40 di distanza incanta e lascia il segno.
La parte che appartiene all’epoca di uscita è quella che ritrae in maniera quasi distaccata e oggettiva (senza prendere diretta posizione) un mondo completamente cambiato e radicalmente differente dal passato. A questo tema appartiene il ritratto di una famiglia aperta e anticonvenzionale, dove non esiste disciplina, ordine o misura e dove tutti fanno quello che gli pare, con i bambini che crescono “liberi” e che addirittura “fumano” e svolgono ruoli da grandi. C’è certamente una certa dose di ironia e quasi di satira in questa visione un po’ paradossale, uno sguardo un po’ scettico e distaccato, non certo “approvante”.
Del resto anche l’immagine della famiglia “tradizionale” non fa bella figura. I genitori di Glenda Jackson hanno ormai solo l’apparenza della solidità e rettitudine di principi che individuava l’istituto della famiglia borghese fino agli anni 60. Svelano adesso la verità di una vita arida e senza amore, anche se l’abitudine ancora li tiene insieme e forse è diventata una specie di necessità irrinunciabile. La famiglia ebraica del dottore è invece legata da cerimonie e convenzioni, certamente vuote e inutili ma che rimangono come ossatura e punto di riferimento (i ricordi e la nostalgia dell’infanzia).
Tutto è visto come bianco e nero allo stesso tempo. Le istituzioni tradizionali falsificavano e imprigionavano ma almeno riempivano, esistevano e impedivano di esaminare a fondo la verità dietro l’apparenza: l’immanenza della solitudine.
Ed è quello che devono affrontare quelli che hanno scelto la “nuova” via della libertà completa dell’individuo. Si vuole essere quello che si è, seguire il proprio mutevole istinto? Ok, ma allora bisogna cedere a compromessi, rinunciare a possedere una persona e a disporne come uno vuole. Bisogna accontentarsi e non disperarsi se in agguato c’è la solitudine e il vuoto. La realtà è questa e se si è deciso di prenderla per quello che è va affrontata con dignità e coraggio, anche se è difficile, tanto difficile rimanere soli.
Schlesinger ci offre uno splendido e elegante ritratto di vita borghese e una disamina interiore molto sincera e profonda sull’amore, che ancora tocca profondamente l’animo di chi guarda.
Ciò che all’epoca fece scandalo (la confidenza amorosa fra due uomini) oggi appare in tutta la sua naturalezza e “normalità” e questo è il grande merito del film, quello di saper ritrarre l’epoca del film con l’occhio di chi vede l’essenza e non la superficie esterna.
E’ questa la parte più viva del film, quella che fa dimenticare la mancanza di trucchi filmici come suspence, azione, tensione, ecc… La “pazienza” viene decisamente ripagata.

L’opinione di stefania dal sito http://www.davinotti.com

Non è la bisessualità il tema di questo film: qui si parla soprattutto di fragilità mascherate da anticonformismo, di persone così affamate d’amore da accontentarsi delle briciole, persone che vogliono credersi indipendenti, e sono soltanto smarrite. Ma forse possono ancora cambiare qualcosa, magari approfittando di una delle loro tante maledette domeniche… Una Londra crepuscolare, non più swinging da un pezzo, che ripete stancamente i suoi rituali a base di “pot parties”, che vive senza più gioia i suoi liberi, ma difficili, amori. Da recuperare.

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aprile 8, 2014 Pubblicato da: | Drammatico | , , | Lascia un commento

Un attimo di vita (La sensualità è un attimo di vita)

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Difficile da catalogare, difficile da comprendere:La sensualità è un attimo di vita, o anche semplicemente Un attimo di vita di Dante Marraccini assomiglia molto più ad una piece da teatro d’avanguardia che ad un film.
Colpa ( o merito) della mancanza assoluta di una trama, di dialoghi spesso astrusi o al limite del comprensibile e sopratutto oscuri e eccessivamente verbosi.
Un film che è una stranezza completa, fatto di sequenze spesso caotiche e senza logica apparente, eppure con un certo fascino visivo legato proprio al caleidoscopio di immagini che sembrano un non sense, affiancate l’una all’altra e cariche di simbolismi difficilissimi da afferrare.
Per certi versi, Un attimo di vita assomiglia ad alcuni film avanguardistici di fine anni sessanta, quelli in cui si sperimentava liberamente, senza farsi intrappolare da copioni o sceneggiature, girati con due soldi e lasciati spesso volutamente privi di trama, quasi a voler sottolineare, nel loro caos, l’identica situazione della vita sociale, il fervore a anche la confusione di un momento storico dinamico e irripetibile, un coacervo di aspirazioni e lotte che saranno l’impronta lasciata dalla vita e dalla cultura di quegli anni straordinari.

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Parlavo di un certo fascino delle immagini, che si lega volutamente agli scenari che il regista utilizza e dei dialoghi spesso incomprensibili anche perchè slegati dalla logica visiva delle immagini che scorrono sullo schermo e che iniziano da subito a calare lo spettatore in una realtà estraneata sin dalle prime sequenze.
Un uomo e una donna corrono nudi sulla spiaggia e si accorgono che in lontananza qualcuno si è avvicinato alla loro jeep; lo raggiungono e lo sconosciuto, senza motivo apparente, colpisce la donna e getta tutto il contenuto della jeep sulla sabbia.
In precedenza la macchina da presa ha indugiato sul volto del giovane nudo e della ragazza stesa accanto a lui, fra piccoli cumuli di rifiuti e copertoni lasciati in bella mostra sulla spiaggia.
Che sia casuale o no, la scena rimanda allo sfacelo della società dei consumi, ma potrebbe trattarsi solo di pura combinazione:fatto sta che il film, da questo momento in poi perde anche la linearità e il dinamismo coordinato per diventare un happening di situazioni assolutamente incomprensibili anche nella loro logica di base.
“E quello da dove salta fuori?”
“Non lo conosco, ma sarà una nostra impressione”
” Forse è un residuato della contestazione”
“Sarà come dici tu,per me è uno che ci vuole fregare”

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Queste poche battute sono già paradigmatiche di quello che accadrà successivamente;i due giovani si avvicinano allo sconosciuto che colpisce la ragazza al volto e dice “Guardatemi bene voi, due: io sono uno che prende quanto trova e ciò che gli serve“, mentre la donna, completamente nuda lo guarda con il volto serio e gli risponde ” Nessuno ti impedisce di inventare, fa parte del gioco,ma non sperare di condizionarci, sei troppo emotivo per reggere un confronto
Il giovane prende le chiavi dell’auto e le consegna allo sconosciuto, che di rimando dice in modo sibillino:”Mi dai le chiavi, dai le chiavi ad uno che non ha il tempo di ascoltare la morale degli altri” e poco dopo “Io sono la vita
Queste frasi sconnesse, senza apparente logicità temporale saranno d’ora in poi la costante del film, unite a immagini che apparentemente mal si conciliano vista la confusione e lo scoordinamento che le legano le une alle altre.
Così vedremo lo sconosciuto accompagnare i due giovani in un villaggio, dove ci sono altri giovani silenziosi vestiti di bianco:l’uomo incontra nuovamente la ragazza della spiaggia che gli dice “Ti avevo sconsigliato di venire, qui non c’è spazio per gli altri, noi siamo diversi e tu appartieni alla normalità
Le scene si susseguono l’una dietro l’altra, mostrandoci i giovani alle prese con un gruppo di persone adulte (i loro genitori) e la loro fuga da essi, lo svaligiamento di una boutique con conseguente sottrazione di capi di vestiario che i giovani indosseranno la sera con un rito collettivo sulla spiaggia e via dicendo.

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Poichè non c’è una trama, ed apparentemente nemmeno una logica, tutto sembra assolutamente preda del caso e volutamente provocatorio;la fuga dei giovani dagli adulti può simboleggiare l’incapacità storica di dialogo tra le generazioni o anche il rifiuto da parte dei giovani stessi di adeguarsi al conformismo dei genitori o tutte e due le cose al tempo stesso.
Fatto sta che il simbolismo diventa via via sempre più ermetico e lo sforzo dello spettatore per seguire una parvenza di logicità in quello che vede è degno di Tantalo.
Dalla sequenza all’interno di una specie di locale notturno al viaggio in un peschereccio fino all’attacco allo sconosciuto con mazze da baseball, tutto assume i contorni indistinti del simbolismo più esasperato, con rari dialoghi che diventano ancora più ermetici.
Il finale del film, che si veste inaspettatamente di color giallo lascia ancor più attoniti, perchè chiude una storia inespressa in modo assolutamente imprevedibile.
Spiazzante.
E’ il termine che più si avvicina nell’intento di provare a dare una definizione di questo film, che sembra più una slide in movimento di immagini simili a quadri astratti che a qualcosa di coerente.
Ancor più difficile è l’interpretazione di quello che è il “messaggio” del film, la sua tematica di fondo e in ultimi termini la sua logica.

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Se fate un giro in rete, alla ricerca di recensioni del film, non ne troverete una sola che accenni in qualche modo ad un sunto lineare del film, proprio per l’impossibilità di riassumere il tutto in poche righe che abbiano il sapore della logica.
Così Un attimo di vita diventa un’esperienza visiva e uditiva di indubbio fascino ma che necessita anche di molta pazienza, così come suggerito da un utente del Davinotti, Fauno, che dice testualmente: “Il miracolo del regista sta nella realizzazione di un film pieno di simbolismi e di concetti astratti impersonato da attori reali più che mai e non con l’uso del solito staticismo ascetico o delle lunghe inquadrature, ma con un dinamismo quasi da film d’avventura. Si vede che è degli anni ’70. La prima volta è molto meglio fissare e interpretare le immagini e i dettagli, senza cadere nel tranello di scervellarsi subito sui dialoghi volutamente arzigogolati e che saranno invece ben afferrati a una visione successiva. Uno dei tre film della mia vita!”
Senza voler sposare la frase finale del commento, suggerisco la visione di questo film ad un pubblico davvero paziente.

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Per quanto riguarda il cast,degne di nota le interpretazioni di Gabriele Tinti, forse una delle più intense e difficili dell’attore nella sua carriera,qui nei panni dello sconosciuto, di Gianni Dei, della bellissima e arcigna (in questo film) Margaret Lee e di due brave e affascinanti attrici come Orchidea De Santis (che interpreta una madre!) e di Rita Calderoni.Il film ebbe noie con la censura e venne bloccato prima di essere finalmente dissequestrato (leggere a tal proposito l’articolo di un giornale dell’epoca nella sezione foto)
Il film di Marraccini è praticamente irreperibile, anche se è possibile procurarsi una versione perfetta ridotta dal Dvd del film;seguendo questo link http://wipfiles.net/53r8s6wam8vd.html è possibile accedere alla versione stessa.
Il problema è che si può scaricare solo con un account premium, ovviamente a pagamento.
Sul mulo è presente la stessa versione, ma al momento disponibile per meno del 60%, per cui occorre attendere i tempi tecnici di caricamento dello stesso.

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Un attimo di vita
Un film di Dante Maraccini. Con Gabriele Tinti, Margaret Lee, Gianni Dei, Rita Calderoni,Orchidea De Santis Titolo originale La sensualità è un attimo di vita. Drammatico, durata 90 min. – Italia 1976

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Margaret Lee: la ragazza
Gabriele Tinti:lo sconosciuto
Gianni Dei.il ragazzo
Rita Calderoni: una ragazza
Orchidea De Santis:una madre

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Regia Dante Marraccini
Sceneggiatura Dante Marraccini
Fotografia Aldo Greci
Montaggio Dante Maraccini

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L’opinione di Davide Pulici dal sito http://www.nocturno.it

Comincia con Gianni Dei e Margaret Lee, nudi come vermi, su una spiaggia, che incontrano Gabriele Tinti. Chi siano esattamente gli uni e l’altro è difficile capirlo, prima che dirlo. Tinti dovrebbe simboleggiare l’uomo comune, della strada, mentre gli altri due appartengono a una comunità di giovani – vestiti di bianco, in un villaggio anch’esso tutto bianco (Sperlonga); ma poi si vestiranno di nero – che sembrano vivere in una dimensione puramente mentale, fuori dal tempo e dallo spazio comuni: forse un esilio scelto, forse una condanna imposta dalla società. I ragazzi (tra i quali ci sono pure Rita Calderoni e la c.s.c. Ada Pometti) guidano poi l’ospite attraverso una sorta di viaggio iniziatico, declamando strani filosofemi e sperimentando situazioni altamente non-sense. Con finale tragico. Qui sì che si ha davvero l’impressione di aggirarsi in un milieu polselliano. Tra l’altro, anche se Marraccini non ricorda il particolare, uno dei personaggi si chiama proprio Polselli: è una sorta di faccendiere, che incontriamo nel contesto di un campo di finocchi (nel senso di gay), ingaggiato dai genitori di Margaret Lee per riportargli la figlia. Questi ultimi sono borghesi benpensanti, che in privato coltivano il piacere delle ammucchiate e vivono in una casa senza pareti, in mezzo a un prato: la madre è Orchidea De Sanctis! E non è che una delle innumerevoli stranezze che popolano una pellicola indefinibile e inclassificabile, figurativamente non malvagia ma dove l’erotismo, che potrebbe giustificare l’operazione, è minimo – il perché della “sensualità” aggiunta al titolo suonerebbe dunque incoerente, se non fosse che in una scena Marraccini sostiene di avere avuto noie con la censura perché, abbracciando un’attrice, un personaggio le insinuava un dito nel sedere. Il regista, che è un formidabile narratore di se medesimo, racconta che il critico Guglielmo Biraghi, da lui interrogato dopo la visione del film, sostenne sic et simpliciter di non averci capito nulla. Mentre una semplice commessa, fuori dal cinema, ebbe a dire che per lei il messaggio era invece chiarissimo.

L’opinione di renato dal sito http://www.davinotti.com

Si parte subito bene, con 5′ di dialoghi incomprensibili ed i mega-capezzoli della bella Margaret Lee. Poi si comincia a capire qualcosa, solo ogni tanto, ma il film resta bizzarro e direi anche forzato; comunque non direi che sia noioso, come invece temevo all’inizio. Purtroppo però la Lee non si spoglia più fino alla fine, a differenza della Calderoni che ci regala una specie di crisi isterica in barca con tentativo di suicidio annesso. Una stramberia che si può vedere, insomma.

L’opinione di iochisono dal sito http://www.davinotti.com

Una sorta di “teatro d’avanguardia” filmato, di cui resta oscura la trama. Inizia oltre qualunque confine del cult: Gianni Dei e Margaret Lee corrono nudi come vermi sulla spiaggia (lui col pistolino ballonzolante). Poi arriva Tinti con una Jeep. Dialoghi polselliani. Poi i due vengono inglobati in una specie di compagnia teatrale errante, corrono, si spogliano e si rivestono, fanno cose strane, viaggiano per terra e per mare. Mah! Da notare la presenza di Rita Calderoni e di un personaggio chiamato “Polselli”. Ma ce l’avranno avuto un copione?

L’opinione di deepred89 dal sito http://www.davinotti.com

Completamente insensato, quasi senza trama (solo un vago intreccio giallo alla fine) e ovviamente senza la minima logica, composto quasi interamente da un insieme di scenette allegoriche (si punta in maniera fin troppo evidente sul colore degli abiti) tra l’erotico e il grottesco. Bellissimo vedere come tutti (e ripeto, tutti!) i dialoghi del film, dal primo all’ultimo, non dicano altro che assurdità. Cast curiosamente ricco, ma con una sceneggiatura del genere serve a poco e orecchiabile colonna sonora. Per amanti del trash e del bizzarro.

L’opinione di Ronax dal sito http://www.davinotti.com

Oscurissima stramberia tardosessantottesca che mischia ambizioni surrealiste alla Cavallone e dialoghi farneticanti alla Polselli conditi con qualche svolazzamento fellineggiante. Girato con mezzi di fortuna, privo di trama e di logica, è un susseguirsi di quadretti da teatro dell’assurdo intercalati da qualche modesto intermezzo erotico. All’inizio incuriosisce, ma doppiata la metà comincia ad annoiare. Intervistato da Nocturno, Marraccini lo considera poco meno di un capolavoro e si atteggia a genio incompreso. Ai posteri l’ardua sentenza.

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aprile 6, 2014 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , , | Lascia un commento

Le sorelle

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Diana lavora come traduttrice;ma il lavoro la stressa, così pianta tutto, sale su un treno e si avvia a incontrare sua sorella Martha che non vede da due anni.
L’incontro con Martha è affettuoso e tenero; la donna sembra felice, vive in una grande casa circondata dalle cose che desidera di più ed è sposata con Alex, che è l’uomo che ogni donna sogna. Pieno di attenzioni, delicato e innamorato di sua moglie, Alex è un coltivatore di fiori rari ed esotici.
Da subito però si capisce che tra Diana e Martha c’è qualcosa di inespresso, di sospeso nel passato: attraverso alcuni flashback intuiamo qualcosa di morboso, di ossessivo che Diana provava per sua sorella.
La sera, un altro indizio mostra che probabilmente la vita di Martha non è così felice come appare: durante un rapporto con Alex, la donna sembra quasi triste e inappagata, mentre l’uomo la guarda tristemente.
Ancora un flashback ci riporta al passato, ad una sera di pioggia in cui Martha, spaventata, si è rifugiata nel letto di Diana, che l’ha abbracciata e poco dopo baciata con sospetta passione.

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L’indomani Alex, Diana e Martha vanno sulla spiaggia, lungo le rive della quale Martha scatta alcune foto; in una di esse però Diana sotto gli occhi della sorella bacia appassionatamente Alex, mettendo i coniugi in palese imbarazzo.
Nel frattempo Diana conosce Dario, il giovane cugino di Alex, che sembra molto colpito dalla donna, che invece non sembra affatto interessata alla corte che timidamente e in seguito apertamente, Dario le fa.
Martha intanto conferma che il quadretto idilliaco mostrato alla sorella ha almeno una profonda incrinatura;la donna infatti ha una relazione sessuale con il giardiniere della tenuta in cui vive, cosa della quale probabilmente Alex è a conoscenza.
Diana si sente sempre più attratta da sua sorella, forse agganciata a quel passato dal quale Martha è invece fuggita.
Alex inizia a sospettare che Diana non sia venuta solo per affetto verso sua sorella ed esterna la cosa a Dario, invitandolo a lasciare con lui le due donne da sole, in modo da permettere loro di chiarirsi.
Durante un drammatico colloquio, Martha rimprovera a sua sorella di averla cambiata in modo irreversibile e le confessa di esser scappata da lei per paura di ciò che si era creato fra di loro.
Finale intenso e drammatico.

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Film cupo, caratterizzato da scarni dialoghi e lunghe inquadrature in cui a parlare sono i volti dei protagonisti, Le sorelle è un film di ottima fattura, ben recitato e sopratutto splendidamente fotografato.
Un film lento e introspettivo, senza accelerazioni, che trae la sua forza proprio dalla capacità delle due attrici protagoniste, le sorelle del titolo, che si guardano, cercano nei volti sentimenti e cose non dette, espressioni di stati d’animo che la mente alle volte non riesce a controllare.
Le sorelle, di Roberto Malenotti, può essere distinto in due parti ben precise; la prima, che dura per quasi tre quarti di film, che ci mostra attraverso un uso sapiente e non invasivo del flashback il morboso rapporto che Diana ha creato e Martha subito nel passato.
Un passato che le due donne si ritrovano ad affrontare e che Diana capisce essere diventato imbarazzante ed ingombrante nel presente di Martha, che scopriamo avere un rapporto profondo eppure non totale con Alex, uomo buono e gentile che probabilmente sa della relazione della moglie con il giardiniere e che pure tollera per amore.
Relazione che Martha ha probabilmente allacciato solo per trovare quel piacere sessuale che evidentemente non riesce a trovare completamente in e con Alex e che ha le sue radici nel rapporto proibito vissuto nel passato con Diana.

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Che viceversa non solo non ha legami,ma che ha conservato in se il ricordo della passione proibita per Martha e dalla quale non può e non vuole scappare.
Il finale, drammatico e assolutamente coerente con quanto narrato porta a galla una verità che peserà fino all’ultima inquadratura del film.
Che ha un suo fascino, nonostante la lentezza e i dialoghi lasciati spesso interrotti, a tutto vantaggio delle espressioni, delle cose che si vorrebbero dire e delle cose non dette.
Le sorelle è il primo dei due lungometraggi diretti da Roberto Malenotti, che in seguito, a distanza di ben 15 anni dirigerà Cenerentola 80, un riadattamento dignitoso in chiave moderna della celebre favola dei fratelli Grimm.
In questo film Malenotti mostra buona mano e indubbia capacità di direzione degli attori, che del resto sono ottimi professionisti, a cominciare dalla fascinosa e enigmatica Nathalie Delon, che interpreta Diana per passare a Susan strasberg, bella e intensa protagonista nel ruolo di Martha.
Molto bene i due “maschietti” del cast, il rodato Massimo Girotti che è la consueta garanzia di recitazione sobria e inappuntabile e un giovane Giancarlo Giannini alle prese con il personaggio di Dario l’unico forse a non essere abbastanza approfondito.
Il film non delude;appaiono davvero ingenerose le critiche che molti hanno rivolto a questo film, che invece mostra molto garbo nel trattare un argomento scabroso come l’incesto suggerito tra le due sorelle senza usare minimamente il morboso, ne nelle scene ne con nudi che sarebbero apparsi una concessione ai guardoni delle’poca,
Ad avercene di film trattati con tale delicatezza, oggi.
Per quanto riguarda la reperibilità, purtroppo non o trovato versioni in italiano sulla rete, ma sul mulo è disponibile una splendida versione in divx con dei colori praticamente perfetti e un audio unico, una delle cose migliori nelle quali sono incappato ultimamente.

Le sorelle

Un film di Roberto Malenotti. Con Giancarlo Giannini, Massimo Girotti, Nathalie Delon, Susan Strasberg,Lars Block, Attilio Dottesio Drammatico, durata 91 min. – Italia 1969

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Susan Strasberg: Marta
Nathalie Delon: Diana
Massimo Girotti: Alex
Giancarlo Giannini: Dario

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Regia:Roberto Malenotti
Soggetto Renzo Maietto Alex Fallay
Distribuzione:Euro International Film
Sceneggiatura Brunello Rondi Roberto Malenotti
Fotografia Giulio Albonico Sebastiano Celeste (operatore)
Musiche Giorgio Gaslini
Montaggio Antonietta Zita
Scenografia Luciana Marinucci
Arredamento Giorgio Bertolini
Costumi Luciana Marinucci

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L’opinione di Il gobbo dal sito http://www.davinotti.com

Spalleggiato da Rondi, Malenotti vorrebbe antonioneggiare, se non addirittura bergmaneggiare. Ma non è roba per lui e rimane in superficie. Una superficie pregevole, però, di ottima resa figurativa e con discrete atmosfere, sebbene di quando in quando rovinate da sciocchezzuole (tipo il rasoio elettrico col filo più lungo della storia del cinema). Molto bella la Delon. Passabile.

L’opinione di Il koreano dal sito http://www.davinotti.com

Se i primi dieci minuti possono definirsi la materializzazione di un colpo di genio, non altrettanto si può dire dei rimanenti novantanove: un fotoromanzo dai colori intensi, in cui la psicologia dei quattro personaggi protagonisti va a farsi benedire per lasciar spazio ad una scadente morbosità da libro erotico. Un punto di partenza per il giovane Giannini e un punto d’interruzione per Malenotti, che rimarrà inattivo per circa quindici anni. Notevole, a tratti, il commento musicale di Gaslini.

L’opinione del sito http://www.imilleocchi.com

Azzardiamo un’attribuzione a Brunello Rondi, per una proiezione che vuole inserirsi nella riscoperta a tappe del regista, anche in occasione dell’uscita di un volume cui abbiamo collaborato. Questo film con la splendida accoppiata di Susan Strasberg e Nathalie Delon è tutto fuorché quel banale pre-soft che a molti apparve. La musica di Giorgio Gaslini ben lo lega alla coeva regia Le tue mani sul mio corpo e indica che Rondi era anche qui più che solo sceneggiatore. Viatico alle successive tappe di una serie “erotica”, esige che l’opera dell’autore si sottragga agli equivoci (compreso quello dei recuperi trash).

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marzo 30, 2014 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , | Lascia un commento

The witch who come from the sea

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The witch who come from the sea è un film praticamente sconosciuto in Italia, non avendo mai avuto una distribuzione regolare e sopratutto non essendo stato mai doppiato nella nostra lingua.
Il che è un vero peccato, trattandosi di una pellicola originale e dalle tematiche interessanti, oltre ad essere un film ben girato e ottimamente recitato.
Diretto dal regista Matt Cimber, questo film ha avuto una vita cinematografica travagliata sopratutto in Europa, finendo per essere inserito in Inghilterra dall’United Kingdom Department of Public Prosecutions nella lista dei suoi 74 video nasties, cosa che per anni ha limitato la visibilità alla sola proiezione domestica.
The witch who come from the sea è indiscutibilmente un film forte, ma non di certo in modo tale da finire all’indice;probabilmente a influire sulla decisione dell’organo deputato al controllo della morale in Inghilterra fu più la tematica dell’incesto legata a qualche scena splatter che la sua violenza conclamata e che in realtà appare davvero blanda.
Una storia complessa legata principalmente alla figura di una donna, Molly, che nel corso del film impariamo a conoscere come persona fortemente, emotivamente disturbata, da qualcosa che diverrà chiaro solo alla luce degli episodi di violenza che ne caratterizzeranno le azioni.
Il film si apre con una donna, Molly, che passeggia sua una spiaggia con i suoi due nipotini Tripoli e Todd;seduta sulla riva, la donna ammira due vigorosi uomini intenti a svolgere attività ginniche ma all’improvviso l’idilliaco quadretto è sconvolto da due apparizioni violente, quella del ginnasta bianco morto e appeso alle parallele alle quali l’uomo si sta esercitando e quella dell’uomo di colore al quale esce del sangue dagli occhi.

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Sono frammenti di una visione, due morti che troveranno compimento nella realtà poco più avanti.
Tornata a casa Molly racconta ai due ragazzini la storia di suo padre, un capitano disperso in mare; questo provoca la reazione di sua sorella che smentisce la visione idilliaca di Molly, secondo la quale il padre era un uomo coraggioso e gentile.A suo vedere e secondo la realtà il padre era un uomo violento e alcolizzato.
E’ il secondo segnale diretto che arriva su Molly; le visioni della donna sulla spiaggia, il quadretto romantico costruito attorno alla figura di suo padre sembrano essere una proiezione di una personalità dissociata, avulsa dalla realtà, quella insomma di una donna che si è rifugiata in un mondo immaginario per sfuggire ad una squallida realtà.
Il giorno dopo Molly porta i due sportivi in una camera d’albergo, mostrando disponibilità ad un rapporto a tre; i due uomini, convinti di partecipare ad un gioco erotico si lasciano legare al letto.
La scena muta radicalmente e ritroviamo Molly a letto con il suo datore di lavoro, Long John, proprietario del bar in cui la donna lavora.

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I telegiornale informa della morte violenta dei due atleti che abbiamo visto prima sulla spiaggia e poi nella camera d’albergo, in compagnia della donna; i corpi dei due sono stati rinvenuti privi dei genitali.
In un alternarsi di flashback che sembrano frutto della fantasia ma che in realtà altro non sono che proiezioni reali della distorta mente di Molly vediamo la donna uccidere con un pezzo di vetro Billy Batt ,una star del cinema durante una festa che l’uomo ha dato a casa sua.
Ancora una volta Molly si risveglia nel letto di Long John; la donna è coperta di sangue, ma non ricorda nulla di quanto accaduto.
Cosa provoca nella donna questo discostamento dalla realtà? Perchè Molly rifiuta la realtà e si rifugia in un mondo dorato dal quale però è implacabilmente strappata per essere riportata alla vita reale, nella quale è indubbiamente un’assassina?

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Scopriamo così che tutto è nascosto nel passato terribile di Molly; da ragazzina aveva rapporti sessuali con suo padre e durante uno di questi l’uomo era rimasto folgorato da un infarto.
La mente di Molly aveva rimosso coscientemente tutto, ma nei meandri della mente qualcosa riportava sistematicamente a galla quei ricordi rimossi, portandola contemporaneamente a “vedere” le punizioni che implacabilmente impartiva ai suoi occasionali amanti.
L’ultimo flashback ci mostra i sogni della ragazza, che naviga con una zattera in un mare tranquillo verso una libertà che purtroppo esiste solo in una parte della sua mente.
The witch who come from the sea è decisamente un bel film, anche se necessita di una certa dose di pazienza per seguire le evoluzioni della mente dissociata di Molly, che trasporta lo spettatore qua e la fra la realtà e la fantasia, attraverso continui flashback che distorcono la realtà stessa, perfino colori e suoni, quasi siano proiezioni ideali ma al tempo stesso da incubo di quello che si agita nella sua mente.

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Momenti topici e rivelatori del film si susseguono a momenti in cui il presente della donna sembra quasi indicare come Molly possa essere una donna qualsiasi, con relazioni pubbliche forse un po scandalose comunque nei limiti di una presunta normalità.
I flashback però ci trasportano all’interno di quella che è una realtà all’apparenza confusa, ma che assume un carattere chiaro e definito nel momento in cui si apprende cosa nasconda realmente il passato di Molly.
Curiosa è la scena in cui Molly decide di farsi tatuare da un suo vicino, un tipo dalla faccia patibolare che le inciderà sul corpo una sirena enorme, che parte dai seni per arrivare al pube, un chiaro simbolo di seduzione.
L’attrattiva principale del film è proprio questa, quell’andirivieni continuo fra realtà e fantasia che sembrano diventare inestricabili, interrotto solo da qualche frammento in cui Molly rivede se stessa ragazzina e che sono rivelatori del suo terribile passato.
Il titolo del film è spiegato in un fase del film, quella in cui Billy Batt, incuriosito da Molly ha un dialogo con lei:
“”Chi è lei?”chiede Billy
“Sono una strega che è venuta dal mare.” risponde Molly
“Lei non è una strega, lei è bellissima.” ribatte Billy
“Sono Venere “Venus”.
«Perché è venuta fuori dal mare ?” chiede sorpreso Billy”
“Venere nacque nel mare.” ribatte Polly
“Perché?”
“Suo padre era un dio, gli hanno tagliato le palle, il suo sperma è caduto in mare e Venere era li’ “

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Gran merito della riuscita e della credibilità del personaggio di Molly va attribuita alla performance di Millie Perkins, l’attrice che interpreta la protagonista del film; con una recitazione nervosa, quasi paranoica, la Perkins crea le premesse di un personaggio indecifrabile, che porta lo spettatore a interrogarsi di continuo sul suo stato di salute mentale.
Un film come dicevo agli inizi assolutamente unico, che purtroppo non ha nessuna traduzione in italiano; chiunque abbia dimestichezza con la lingua inglese può cimentarsi nella visione dello stesso al link http://3film.net/6619-the-witch-who-came-from-the-sea.html dove c’è una versione decorosa dello stesso, avvisando i lettori che purtroppo il sito ha al suo interno delle immagini porno, ma che il film non ha per fortuna alcun inserto extra che lo renda indegno di essere guardato.

The witch who came from the sea
di Matt Cimber, con Millie Perkins,Lonny Chapman,Vanessa Brown,Peggy Feury,Jean Pierre Camps,Mark Livingston,Rick Jason Drammatico Usa 1976 durata 83 minuti

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Millie Perkins: Molly
Lonny Chapman: Long John
Vanessa Brown: Cathy
Peggy Feury: Dora
Jean Pierre Camps: Todd
Mark Livingston: Tripoli
Rick Jason: Billy
Stafford Morgan: Alexander McPeak
Richard Kennedy: Homicide detective
George ‘Buck’ Flower: Detective Stone
Roberta Collins: Clarissa
Stan Ross: Jack Dracula
Lynne Guthrie: Carol
Barry Cooper: Newcomer
Gene Rutherford: Sam ‘The Electric Man’ Waters
Jim Sims: Austin Slade
Sam Chu Lin: Lettore notiziario
Anita Franklin: TV Commercial Girl
John Goff: Padre di Molly
Verkina: Molly giovane

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Regia Matt Cimber
Sceneggiatura Robert Thom
Produttore Jefferson Richard
Fotografia Dean Cundey
Musiche Herschel Burke Gilbert

 

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marzo 26, 2014 Pubblicato da: | Drammatico | , | Lascia un commento

Tranquille donne di campagna

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Pianura padana, un anno indeterminato durante il ventennio fascista.
Guido Maldini, uomo violento e fascista convinto è l’amministratore della villa e dei beni della cugina Floriana, una attrice di operette benestante economicamente.
Nella dimora di campagna, con l’uomo, vivono sua moglie Anna, i figli Alberto ed Elisa, la cameriera Aida.
Tutta la famiglia ruota attorno alla figura di Guido, che tratta in maniera sprezzante il nucleo famigliare, a cominciare dalla moglie Anna che umilia costringendola a degradanti rapporti sessuali per finire con Alberto, un giovane che vive all’ombra di suo padre, che disprezza e che è ricambiato nel sentimento da Guido che lo considera solo un debole ed un vigliacco.
Guido esercita un potere assoluto su tutti i componenti della famiglia; oltre ad Anna e Alberto, anche la cameriera Aida, che ha un debole per Alberto è costretta a rapporti sessuali con l’uomo, che insidia anche sua cugina Floriana e che non disdegna puntate nel lupanare del paese, nel quale porta anche suo figlio Alberto che, non pronto e schifato dall’esperienza, vomita addosso ad una prostituta.

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Alberto così sogna di fuggire dalla casa, ma è davvero un debole succube di suo padre.
Tenta anche di ucciderlo ma gli va male, costringendo suo padre ad una reazione violenta.
Ma la situazione precipita con l’arrivo nella villa di sua cugina Gloria, che ha da quando erano ragazzi un debole per lui; i due ragazzi si innamorano e Gloria è l’unica ad affrontare Guido e dirgli senza mezze misure cosa pensa di lui.
La reazione dell’uomo è violenta: davanti a suo figlio Alberto, gridando “ti faccio vedere io cosa si fa con le donne“, l’uomo stupra Gloria senza che il ragazzo, paralizzato dall’orrore ma anche sottomesso e soggiogato dalla volontà del padre possa reagire.
Gloria, che invano ha chiesto aiuto ad Alberto, lascia schifata la casa.
Ma quest’ultimo episodio ha colmato la misura e guidate da Floriana le donne della casa decidono di prendere l’iniziativa; durante la festa di compleanno di Floriana, fanno ubriacare Guido e lo portano nella stalla, dove lo attende la morte…

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Tranquille donne di campagna è un mediocre film che vorrebbe illustrare un quadretto famigliare borghese e bucolico analizzando le vicende di un gruppo di congiunti assoggettati al carattere dispotico del classico padre padrone dai mezzi autoritari.
Non a caso la vicenda si svolge durante l’era fascista, ma nel film, aldilà dell’illustrazione del carattere violento di Guido e della remissibilità dei vari personaggi che gli ruotano attorno non si va.
Abbondano invece gli stereotipi e le frasi maschiliste, le situazioni erotiche e le scene scabrose, anche se quanto meno non esposte con sfacciata disinvoltura.
La storia potrebbe anche reggere non fosse per il tono di imperdonabile leggerezza e di mancanza assoluta di profondità nel delineare i caratteri dei protagonisti che il film, pervicacemente, porta avanti fino alla fine.
Claudio Giorgi (che si firma Claudio De Molinis), il regista del film dirige il suo penultimo film; la sua carriera dietro la macchina da presa si chiuderà l’anno successivo con il pessimo C’è un fantasma nel mio letto.
Incapace di costruire un’atmosfera credibile attorno ai personaggi, Giorgi si limita ad osservarne le mosse indulgendo spesso sull’aspetto più pruriginoso della storia, ovvero dando largo spazio alle voglie malsane del padre padrone Guido, che dipinge in maniera rozza ed eccessiva.

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L’uomo appare infatti più come un animale da riproduzione, mosso dagli istinti che come un essere umano; i suoi modi sono da schiavista, attorno a lui non c’è un minimo di affetto ma solo paura e cieca obbedienza.
E la cosa ci può anche stare, non fosse per la caratterizzazione estremamente negativa degli altri personaggi, che appaiono deboli in maniera patologica.
La riprova è la sequenza finale, con lo stupro di Gloria, l’unica a mettere in discussione i suoi metodi.
La scena drammatica della violenza sulla ragazza vede come protagonista in negativo il giovane Alfredo, che guarda quasi impassibile la scena senza muovere un dito.
Colpa anche dell’assoluta rigidità recitativa di Christian Borromeo, l’attore che interpreta Alberto, che i più ricorderanno per le scialbe prestazioni in film pure di discreto livello come Ritratto di borghesia in nero,La casa sperduta nel parco o tenebre.
Il volto immobile di Borromeo è una delle caratteristiche negative del film, cosi come negativa è la mancanza totale di tensione; sembra che più che ad un dramma si stia assistendo ad una commedia bucolica a sfondo erotico, con qualche nudo assolutamente gratuito, con protagonista la bella e prosperosa Serena Grandi, qui al suo secondo film nell’annata 1980, dopo il controverso Antropophagus di Massaccesi.

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Giorgi sfrutta nel peggiore dei modi un cast di ottimo livello, che comprende un Philippe Leroy poco convincente nel ruolo del bestiale Guido, una bravissima Carmen Scarpitta nel ruolo di Floriana prima succube e poi ispiratrice del complotto che porterà alla morte di Guido, Rossana Podestà, lei si davvero brava nel disegnare il ruolo di Anna come quello di una donna completamente asservita al suo ruolo di moglie che non discute mai la volontà del marito, vera schiava senza catene dell’ortodossia maschilista della società fascista.
Molto bene Silvia Dionisio, interprete del ruolo di Gloria, unico personaggio con una personalità delineata e controcorrente; l’attrice, che all’epoca delle riprese aveva ventinove anni, risulta credibilissima in un ruolo che ne richiede diversi di meno.
Bene anche Serena Grandi, mentre Silvano Tranquilli fa poco più di una comparsata nel film.
Poche suggestioni quindi e poco ritmo.
Un filmf orse non bruttissimo, ma di certo con scarso appeal.
Il film è disponibile in un’ottima versione, completa e finalmente, una volta tanto, con una buona qualità visiva e audio su You tube, all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=HoTGql5W67Y

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Un film di Claudio De Molinis. Con Philippe Leroy, Carmen Scarpitta, Silvia Dionisio, Serena Grandi,Rossana Podestà, Silvano Tranquilli, Elisa Mainardi, Mario Maranzana, Christian Borromeo, Antonio Serrano Drammatico, durata 91 min. – Italia 1980.

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Silvia Dionisio … Gloria
Philippe Leroy … Guido Maldini
Carmen Scarpitta … Floriana
Christian Borromeo … Alberto
Rossana Podestà … Anna Maldini
Germana Savo … Elisa
Serena Grandi … Aida
Silvano Tranquilli … Il prefetto
Mario Maranzana … Il medico
Daniel Gohl … Antonio
Elisa Mainardi … Nena

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Regia: Claudio Giorgi (come Claudio De Molinis)
Sceneggiatura:Giancarlo Corsoni ,Nicola Fiore,Mario Sigmund
Fotografia:Emilio Loffredo
Montaggio:Alessandro Lucidi
Costumi:Chiara Ghigi

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L’opinione di ezio dal sito http://www.filmtv.it

Storia ambientata in una tenuta di campagna che si puo’ tranquillamente collocare nel trash.E’ un misto di dramma e timido erotismo con un Leroy che tiranneggia dall’inizio alla fine.Esordio di Serena Grandi che e’ anche l’unica che si mostra integralmente nuda nel film.Distribuito nella collana dvd della Cinekult.

L’opinione di D-fens dal sito http://www.gentedirispetto.com

Film piacevole anche se un po’ lento, del resto ricalca lo scorrere della bucolica vita di campagna. Assai maliziosa l’operazione packaging della Cinekult, che mette in copertina la Grandi nonostante abbia un ruolo del tutto secondario, per di più ricorrendo ad una foto che nulla ha a che vedere col film (nel quale la Grandi è al quasi debutto ed è quindi più giovane e acerba). Pure dentro la confezione del dvd, un’altra (celebre) foto della Grandi la ritrae sostanzialmente nuda mentre offre le terga, altra immagine completamente decontestualizzata. Insomma, un’operazione per fans della Grandi. La versione del film però pare essere integrale almeno.
Bellissima la Dionisio, contraltare poetico e delicato delle altre donne di campagna, ben più ruspanti. Leroy dà una prova da Oscar, in America avrebbe certamente vinto qualcosa. Interessanti i momenti onirici di Christian Borromeo (il figlio di Leroy nel film), che spesso svelano assai di più dei dialoghi tra i personaggi. Impagabile pure l’intervista a Leroy negli exra del dvd, nella quale l’attore si lancia in improbabili celebrazioni della sua giovane vita on the road, fino quasi a commuoversi quando parla dello Yanez di Sandokan, del quale si riteneva praticamente una sorta di reincarnazione.

L’opinione di B.Legnani dal sito http://www.davinotti.com

Film di livello piuttosto basso , ma non privo di una certo decoro nella sua povertà di mezzi. Siamo nell’estate del 1936: non avendo modo per rappresentare efficacemente l’epoca, si sceglie di ambientare il tutto in campagna, ove bastano vestiti e pettinature per dare una patina al tutto. Benché i personaggi siano un po’ tagliati con l’accetta, la corretta scelta degli interpreti aiuta ad arrivare in fondo senza problemi, nonostante una certa lentezza in alcune fasi della vicenda. Alcune situazioni erotiche paiono predisposte per l’uso di inserti hard con altri interpreti.

L’opinione di Undying dal sito http://www.davinotti.com

Ambientato nel critico periodo del fascismo, narra delle tragicomiche (dis)avventure di Guido Maldini, agiato possidente di una tenuta “bucolica” (come titolo suggerisce) nelle campagne padane. La personalità dispotica ed il carattere introverso lo mettono in cattiva luce, tanto da spingere i familiari a desiderarne la morte. Commedia che si tinge di dramma, piuttosto mal diretta anche se presenta un cast interessante. Il regista è lo stesso di C’è un fantasma nel mio letto. Serena Grandi è irriconoscibile.

L’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com

Dietro il fuorviante titolo da commedia scollacciata c‘è un erotico-drammatico in perenne fase di stallo, che si rigira monotono su conflitti edipici dentro la leziosa cornice campagnola dell’Italia fascista. Sempre versatile e professionale, Leroy scolpisce il ritratto di un autentico rifiuto del genere maschile (un padre-padrone reazionario, guerrafondaio, manesco e puttaniere); effimere la Podestà e la Dionisio, più incisive l’istrionica Scarpitta e la supponente Savo.

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Christian Borromeo

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Silvano Tranquilli

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Silvia Dionisio

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Philippe Leroy

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Serena Grandi

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Rossana Podestà

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Carmen Scarpitta

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marzo 23, 2014 Pubblicato da: | Drammatico, Erotico | , , , , , , | Lascia un commento

La fabbrica delle mogli (The Stepford wives)

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Cosa può fare una coppia che trova ormai asfissiante l’aria della grande mela, che non ne può più dell’inquinamento e della vita alienante della metropoli?
Può e deve scegliere di allontanarsi da essa e ricostruire una vita a dimensione più umana.
Ed è quello che fanno l’avvocato Walter Eberard, la moglie Joanna ed i due figli Ami e Kim; Joanna, che in fondo è il personaggio principale del film, è una fotografa che vendicchia qualche sua foto ad un’agenzia, ed è anche perplessa su quel cambio radicale di vita.
L’arrivo nel quieto paese di Stenford conferma tutti i suoi dubbi; l’atmosfera è da paradiso terrestre, tutti sono educati e gentili, forse troppo.
Ben presto Joanna si rende conto che l’aria di Stenford è troppo bella e perfetta per essere il coronamento dei sogni della sua vita, mentre suo marito Walter sembra immediatamente integrarsi alla perfezione.
Joanna non riesce a legare con le donne del posto; l’unica vera disponibilità ad un rapporto profondo sembra arrivare da Bobby, una donna sposata con figli giunta poco tempo prima a Stenford.

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Inutilmente le due donne cercano di ambientarsi nella comunità; troppo riservate, perfette e sottomesse ai loro mariti appaiono le donne del posto, quasi delle appendici dei coniugi, sempre pronte ad accudirli in un modo che alle due donne appare davvero esagerato.
Ogni sforzo di Joanna e Bobby per tentare di risvegliare un minimo di indipendenza nelle donne di Stepford risulta vano: simili a robot domestici le “Stepford wives”, le mogli di Stepford vivono un vita all’ombra dei loro mariti, mute e perfette, servizievoli ma anche disumane.
Quando poi anche Bobby all’improvviso cambia, i sospetti di Joanna sulla ridente Stenford crescono a dismisura.
Bobby si trasforma e si integra nella comunità in modo sospetto, diventando anch’essa una bambola sottomessa al marito.

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Cosa nasconde la serenità, la perfezione di Stepford?
L’attore, regista, sceneggiatore e produttore inglese Bryan Forbes adatta per il grande schermo The Stepford wives, un romanzo scritto nel 1972 da Ira Levin (lo stesso scrittore di Rosemary’s baby), trasponendolo in maniera molto fedele e restituendo tramite il film l’atmosfera minacciosa e da incubo del romanzo, sospesa tra l’incanto della comunità di Stepford e l’aleggiare di un pericolo imminente.
La fabbrica delle mogli,titolo che in qualche modo rivela un finale a sorpresa (ma non più di tanto) è un film complesso ben aldilà della storia narrata senza fronzoli sia da Ira Levin che da Forbes.
In esso si mescolano temi complessi, come un anti femminismo di fondo che in pratica era latente in molte società avanzate culturalmente, il mito della donna automa, servizievole e bella, l’angelo del focolare che molti uomini desideravano in luogo della complessità femminile, fatta di rivendicazioni per un posto in società non più subalterno all’uomo e temi come l’emancipazione sessuale ecc.

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Il tutto visto attraverso gli occhi di una coppia all’apparenza perfetta, che a sua volta viene inserita in una società perfetta, in cui l’uomo ha la massima libertà d’azione e la donna è sempre bella e curata, bada alla famiglia e alla casa e quindi vive in perfetta simbiosi con la famiglia, della quale alla fine però è più donna di servizio, cameriera ecc. che elemento pensante e dotato di individualità.
Non a caso il film mostra da subito l’evidente disparità di forma mentis dei due coniugi; Walter sembra integrarsi immediatamente nella società perfetta e idilliaca di Stepford mentre Joanna prova da subito repulsione per l’ordinamento perfetto ma al tempo stesso maschilista della società in cui si è trovata a vivere.
Non a caso Joanna è una donna con una certa indipendenza, anche economica, che le deriva dal suo essere fotografa: è una donna emancipata, che non riesce in alcun modo ad integrarsi in un ambiente in cui le mogli appaiono prive di individualità, sottomesse a riti arcani e mai tramontati che vedono la stanca ripetizione di gesti sempre uguali, come il cucinare, tenere ordinata la casa, insomma tutti quei gesti che la storia ha consegnato come marchio di fabbrica all’essere donna.
Come può, quindi, una donna così indipendente integrarsi in una comunità fatta da persone di ambo i sessi che rappresentano degli stereotipi anche fisici di quello che sono i peggiori difetti umani, ovvero il maschilismo e dall’altra parte l’essere completamente subalterni alla cosa?

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Non può ed infatti già da subito la sua presenza nella comunità sembra essere quella di un corpo estraneo.
Con lo scorrere del film assistiamo anche ad una virata ampia della pellicola stessa; la bucolica e ridente atmosfera di Stenford inizia a stemperarsi e a diventare via via più minacciosa, man mano che Joanna avanza nella comprensione dei riti e delle regole che guidano la comunità.
Fino alla terribile scoperta finale.
Film quindi più complesso delle apparenze, La fabbrica delle mogli: una storia che può appartenere al genere fantasy o anche a quello thriller e giallo se vogliamo fino al “the end” che sa tanto di horror sf.
Bryan Forbes dirige con mano ferma un buon cast nel quale spicca la protagonista principale, l’affascinante Katharine Ross, dalla recitazione asciutta e senza fronzoli.
Bene tutti gli altri, a cominciare dalla bella e simpatica Paula Prentiss.
La fabbrica delle mogli è un film di difficile reperibilità nella rete, le varie versioni che si trovano sono tutte ottime qualitativamente ma in lingua originale.

La fabbrica delle mogli
Un film di Bryan Forbes. Con Paula Prentiss, Katharine Ross, Nanette Newman, Peter Masterson, Tina Louise, Carol Eve Rossen, William Prince,Carole Mallory, Toni Reid, Judith Baldwin, Barbara Rucker, George Coe, Franklin Cover, Robert Fields, Kenneth McMillan, Patrick O’Neal, Marta Greenhouse, Simon Deckard Titolo originale The Stepford Wives. Drammatico, durata 115′ min. – USA 1975.

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Katharine Ross: Joanna Eberhart
Peter Masterson: Walter Eberhart
Paula Prentiss: Bobbie Markowitz
Nanette Newman: Carol Van Sant
Tina Louise: Charmaine Wimpiris
Carol Eve Rossen: Dr. Fancher

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Regia Bryan Forbes
Soggetto Ira Levin (dall’omonimo romanzo)
Sceneggiatura William Goldman
Produttore Edgar J. Scherick
Produttore esecutivo Gustave M. Berne, Roger M. Rothstein
Fotografia Enrique Bravo Owen Roizman
Montaggio Timothy Gee
Musiche Michael Small
Scenografia Gene Callahan
Costumi Anna Hill Johnstone
Trucco Andy Ciannella

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L’opinione di bradipo 68 dal sito http://www.filmtv.it

Ho visto La donna perfetta di F.Oz con la Kidman prima di questo e devo dire che questo mi ha colpito molto di piu’.Mentre nel film di Oz era tutto affidato al sarcasmo e all’estetica alla desperate housewives(anche cromaticamente)qui il tono è molto piu’serio tra il gotico e l’horror e mette una discreta angoscia addosso.Trovarsi in un paese popolato di mogli robot(la mia non sarebbe tanto d’accordo e neanche i nostri figli)è uno spunto decisamente interessante,quello che manca qui probabilmente è un pochino di sintesi in piu’perche’ il tutto risulta un po’ annacquato dall’eccessiva lunghezza…..

L’opinione di projectpat dal sito http://www.filmscoop.it

Un bel prodotto cinematografico (Ne è stato fatto nel 2004 un remake con Nicole Kidman, dal titolo “La Donna Perfetta”). Il messaggio che trasmette è originale e analizzabile sotto molti punti di vista a mio parere, crudo, inimmaginabile perchè non te l’aspetti di certo; per spiegarlo nel miglior modo possibile, bisognerebbe di sicuro guardare ai fatti storici di quel tempo (il movimento femminista è forse l’evento più importante). Non saprei di quali altre parole usufruire per descrivere la morale (anche perchè non è facile commentare proprio la pellicola in generale), vi dico solo che nel finale resterete a bocca aperta. Mi dispiace, ma non vi anticipo nulla.
Certo, c’è sempre di mezzo il fattore noia (qualche taglietto mi sarebbe piaciuto). Ma è un film che non lascia indifferenti, bello davvero.

L’opinione di homesick dal sito http://www.davinotti.com

Per i due terzi l’opera di Forbes si adagia su ambienti assolati e situazioni conviviali, addensando solo negli ultimi venti minuti il senso di inquietudine e claustrofobia che il visionario capolavoro di Polanski – di cui condivide medesima paternità letteraria ma se ne differenzia per un complotto dalle mire societarie più concrete – creava direttamente o allusivamente sin dall’inizio. Irresistibile per dolcezza e solarità rispecchiate anche dalla mise estiva, la Ross ha in serbo un nudo in trasparenza per un sottofinale da incubo che prelude ad un risveglio ancor più raggelante e distopico.
L’opinione di buiomega71 dal sito http://www.davinotti.com

Straordinario apologo fantascientifico/femminista, che parte in sordina e lancia messaggi inquietanti e disturbanti, per poi manifestarsi, in tutto il suo orrore, nel terrificante e agghiacciante finale. La lentezza di alcuni passaggi fa crescere la tensione e Forbes andrebbe adorato solamente per questo fantahorror che colpisce come una pugnalata! Paranoie Polanskiane in un contesto Crichtoniano. Altro tassello fondamentale del cinema di fantascienza degli anni settanta.

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La signora incaricata del Benvenuto a Te, sessant’anni almeno, ma efficiente nel darsi un aspetto giovane e vivace (capelli arancione, labbra scarlatte, abito giallo sole), rivolse a Joanna uno scintillio di occhi e denti: Vi piacerà stare qui, sicuro! Una cittadina simpatica con gente simpatica! Non avreste potuto fare scelta migliore! La sua borsa di pelle marrone, a tracolla, era enorme, vecchia e consunta; ne trasse, consegnando il tutto a Joanna, bustine di latte in polvere, minestre liofilizzate, una mini-scatoletta di detersivo biodegradabile, un libretto di buoni sconto validi in ventidue negozi del luogo, due saponette, dei fazzoletti deodoranti…

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marzo 21, 2014 Pubblicato da: | Drammatico | , , | 2 commenti

L’uomo venuto dalla pioggia

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Una mattinata di pioggia battente in una tranquilla cittadina francese.
Siamo sulla costa e da un autobus scende un uomo; completamente bagnato dalla pioggia, l’uomo si muove indifferente stringendo a se una borsa.
Intanto Melancholie, una giovane e bella donna si agghinda per diventare più sexy e più bella.
La donna è in attesa del marito, al quale vuole riservare una giornata speciale.
A casa, Melancholie all’improvviso sente che c’è qualcosa che non va.
Un attimo dopo un uomo con il volto coperto da una calza la assale, la violenta dopo averle legato i polsi.
Melancholie vorrebbe avvisare la polizia ma qualcosa nel suo passato (che scopriremo in seguito) le impedisce di muoversi; resasi conto che l’uomo è ancora presente in casa sua, Melancholie afferra un fucile e dopo un drammatico faccia a faccia lo uccide sparandogli con una doppietta e poi finendolo a colpi di remo.

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Faticosamente, dopo essersi liberata dal corpo dell’uomo, Melancholie cerca di riprendere la sua esistenza normale; ma è in arrivo un altro uomo misterioso che sembra sapere tutto di lei, oltre che sospettare che la donna nasconda qualcosa.
Poco alla volta il rapporto tra la donna e il misterioso individuo evolve, portando alla luce il segreto che la donna custodisce e che coinvolge il suo oscuro passato mentre l’uomo, che in realtà è un agente segreto, invece di denunciarla la proteggerà. Ma da cosa?
Trama aggrovigliata per un film che si muove su più binari, senza mai imboccarne decisamente uno; un po giallo, un po noir, un po dramma, L’uomo venuto dalla pioggia (Le passager de la pluie) di Renè Clement è un film di sicuro fascino anche se nettamente diviso in due.
Ad ua prima parte misteriosa e coinvolgente segue una seconda dall’andamento più descrittivo in cui i dialoghi tra Melie (il diminutivo adottato dalla donna) e Dobbs, l’agente segreto che per buona parte del film non sapremo cosa realmente voglia, prendono il posto e rubano la scena all’atmosfera cupa che aveva caratterizzato la pellicola nella prima mezzora.

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Proprio nella seconda parte, infatti, lo strano gioco che l’agente Dobbs ingaggia con la donna si dilunga un po troppo, anche se man mano che la pellicola avanza vengono chiariti i dubbi e gli avvenimenti prendono una strada più comprensibile.
Vengono così al pettine nodi irrisolti come la presenza del misterioso stupratore nella cittadina, il passato di Melie, il ruolo dell’antipatico e scostante marito di quest’ultima, infine i veri motivi che hanno portato Dobbs a giocare come un gatto con il topo con Melie.
Finale a sorpresa e in linea con quanto raccontato.
Va detto che se Clement avesse tenuto il ritmo della prima parte e tagliato qualche minuto, il film sarebbe stato più scorrevole, ma alla fine il risultato è più che dignitoso.
Lo spaccato della cittadina e quindi della vita di Melie, che si è quasi nascosta all’ombra della quiete forse un tantino ipocrita ma decisamente rassicurante della vita provinciale assieme alle atmosfere di sospetto sono la cosa migliore del film.

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Che può essere guardato anche attraverso angolature più ampie, indubbiamente, ma che alla fine riportano la storia a quello che è in realtà, un giallo in cui la morale potrebbe essere “non importa cosa hai fatto e come tenti disperatamente di nasconderti, perchè il tuo passato e le tue azioni alla fine ti presenteranno il conto”
Marlene Jobert, splendida e tormentata, delinea perfettamente il personaggio misterioso e complesso di Melancholie, donna all’apparenza solare ma internamente fragile e insicura, afflitta da un passato rimosso e che le presenterà il conto alla fine mentre un enigmatico, granitico Charles Bronson è Dobbs, l’agente segreto incaricato di scoprire cosa sia accaduto all’uomo che ha stuprato Melie e gli eventuali appoggi che l’uomo aveva sia nel passato (scopriremo perchè Dobbs inseguiva lo stupratore), sia nel presente (il vero ruolo del marito di Melie)

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Un film che Clement gira in doppia versione, una per il mercato di lingua anglofona una per il mercato francese.
Avendo visto quest’ultima, non posso pronunciarmi su quella in lingua inglese davanti alla quale molti critici hanno storto il naso, probabilmente per i tagli effettuati in fase di montaggio.
Bella la fotografia e le musiche di Francis Lai, bella e suggestiva l’ambientazione; purtroppo il film non è di facile reperibilità in italiano, pur essendo lo stesso passato varie volte in tv.

L’uomo venuto dalla pioggia

Un film di René Clément. Con Gabriele Tinti, Charles Bronson, Marlène Jobert Titolo originale Le passager de la pluie. Giallo, Ratings: Kids+13, durata 119′ min. – Francia 1970

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Charles Bronson: colonnello Harry Dobbs
Marlène Jobert: Mélancolie Mau
Gabriele Tinti: Tony Mau
Jill Ireland: Nicole
Jean Gaven: Ispettore Toussaint
Jean Piat: M. Armand
Corinne Marchand: Tania
Annie Cordy: Juliette
Ellen Bahl: Madeleine Legauff

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Regia René Clément
Sceneggiatura Sébastien Japrisot, Lorenzo Ventavoli
Produttore Serge Silberman
Casa di produzione Greenwich Film Productions Medusa Produzione
Fotografia Andréas Winding
Montaggio Françoise Javet
Musiche Francis Lai
Scenografia Pierre Guffroy
Costumi Rosine Delamare
Trucco Jacqueline Pipard

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L’opinione del Morandini

Un uomo aggredisce una donna e la violenta. Lei lo uccide, butta il cadavere in mare e pensa di averla fatta franca. M. Jobert è brava, C. Bronson ha grinta, la regia di Clément è brillante, ma come giallo è macchinoso, come dramma psicologico non convince. L’atmosfera c’è, la suspense anche. 

L’opinione del sito http://www.cangaceirocinema.blogspot.it

(…) René Clemént è raffinitissimo tessitore di trame noir dall’aspetto surreale e provocatorio come riconfermerà in Delitto in Pieno Sole,Crisantemi per un Delitto e Unico indizio: una sciarpa gialla. Già dai primi minuti di film,introdotti da una citazione da Alice Nel Paese delle Meraviglie,Clemént mette il veto sulle sue intenzioni di divagare su terreni astratti e sconosciuti. (…)

L’opinione di sasso 67 dal sito http://www.filmtv.it

Un po’ giallo e un po’ nero, il film scorre via discretamente diretto, ma alquanto confuso nella sceneggiatura. Sebbene riservi qualche colpo di scena (niente di che saltare sulla sedia, comunque) e una trama parecchio complicata, raramente il film di Clément coinvolge o sconvolge. Anche i risvolti psicoanalitici risultano piuttosto fini a sé stessi. L’unico punto di forza e Marlène Jobert, innocente e bugiarda, vittima e carnefice (e viceversa), mentre a me sembra che si amalgami poco con il cinema francese la faccia di pietra di Charles Bronson.

L’opinione di crimson dal sito http://www.filmscoop.it

I primi minuti, almeno fino all’omicidio, sono eccellenti. Poi il film cala alla distanza, tra pochi sussulti e un rapporto tra i due protagonisti che diventa stancante. Se non altro c’è il grosso merito di saper costruire una tensione non indifferente attorno alla figura del marito della protagonista.
Accettabile la prova di Bronson, ottima la Jobert.

L’opinione di cotola dal sito http://www.davinotti.com

Discreto thriller (tratto da Simenon) che a dispetto dei ritmi piuttosto dilatati risulta essere notevolmente avvincente grazie ad una buona sceneggiatura che crea un bel clima di crescente tensione e curiosità, sciogliendo gradualmente la matassa dell’intrigo e riservando più di un colpo di scena (riuscito). Non un capolavoro, ma una visione la merita.

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marzo 20, 2014 Pubblicato da: | Drammatico | , , , | Lascia un commento