Salon Kitty
Salon Kitty è il film più controverso di Tinto Brass, girato nel 1975 in due versioni, una per il cinema estero e l’altra per il cinema italiano, vista l’impossibilità di ottenere il visto della censura per un prodotto in cui c’è un’abbondanza di scene ad alto contenuto erotico che sarà superata solo dal Caligola. Va detto subito che Salon Kitty ebbe reazioni assolutamente contrastanti, alla sua uscita, sia dal pubblico che dalla critica specializzata; demonizzato, stronacato, oppure valutato positivamente, pur senza nessun entusiasmo particolare, il film comunque colpì come pochi nel segno, andando a pescare dall’armadio dei ricordi uno degli episodi più oscuri della seconda guerra mondiale, l’esistenza del famigerato Salon Kitty un bordello realmente esistente nella Berlino nazista, nel quale spie del partito nazionalsocialista spiavano i ricchi tedeschi o anche i militari nazisti che lo frequentavano.
Theresa Ann Savoy e Tina Aumont
Basandosi sul romanzo di Peter Narden, e adattandolo allo schermo, con molta libertà, Brass racconta la storia di Kitty Kellermann, cantante, soubrette e artista, nonchè tenutaria della casa di tolleranza Salon Kitty, costretta dal tenente delle SS Wallemberg a licenziare le prostitute che lavorano nel bordello in favore di un gruppo di donne appartenenti per la maggior parte alla Germania bene.
Le donne dopo il reclutamento, vengono costrette a mostrare la loro fede nel nazionalsocialismo addestrandosi nel più turpe dei modi, attraverso cioè una serie di perversioni erotiche degne di una bolgia infernale.
Le donne infatti, allo scopo di valutarne le effettive attitudini, vengono sottoposte a incontri erotici aberranti con nani deformi, uomini senza gambe, ebrei, zingari o costrette ad avere rapporti sessuali con animali, rapporti omosessuali e via dicendo, in un crescendo bestiale di depravazione.
Le ragazze del bordello iniziano così a lavorare, non sapendo, però, che le loro gesta erotiche sono solo un paravento: tutto viene spiato, registrato, al fine di scoprire chi, tra i generali, i militari o i potenti abbia la tendenza o idee diverse da quelle del nazismo.
Margherita, una bella e ricca ragazza tedesca, della quale si è infatuato il tenente Wallemberg, conosce un pilota, Hans Reiter, e se ne innamora; quando scopre che l’uomo è stato impiccato per colpa di Wallemberg, la ragazza decide di vendicarsi.
Con l’aiuto di Kitty e di un italiano, Margherita tende una trappola a Wallemberg, che finisce per fare la fine di molte delle sue vittime; verrà infatti ucciso a colpi di pistola in una sauna.
Film molto crudo sopratutto in alcune scene, davvero al limite del guardabile, Salon Kitty ha alcuni pregi e molti difetti: i pregi sono una fotografia asciutta ed essenziale, che incupisce la storia dando un ulteriore tocco di drammaticità al tutto, una recitazione di ottimo livello del cast, decisamente di qualità, che compone il film.
I difetti, molti, sono evidenziati dall’eccessiva lunghezza del film (almeno nella sua versione integrale), con lunghi dialoghi o scene di sesso portate davvero ai limiti della pornografia; vero è che l’azione in pratica si svolge in un bordello, e che quindi un minimo di realismo è lecito.
Ma Brass indugia troppo nel mostrare le perversioni a cui vengono sottoposte le ragazze dell’aristocrazia tedesca, in particolare nella scena del reclutameno, quando tutte le ragazze vengono convocate in un immenso salone, sotto una gigantesca bandiera con la svastica, e costrette ad avere rapporti con i soldati tedeschi che sono presenti.
Scene che durano diversi minuti, così come durano troppo alcune delle scene girate nelle stanze delle ragazze, con la descrizione delle perversioni dei vari generali e colonnelli; lo spazio dedicato a Margherita, vera protagonista della storia, risulta alla fine marginale, sopratutto alla luce della scarsa profondità data a quello che è il personaggio principale.
I nazisti assomigliano troppo a delle macchiette, cosa che in realtà non erano affatto, purtroppo.
Così alla fine il film sembra piuttosto incoerente, quasi che l’eccesso visivo dell’erotismo sbandierato ogni minuto provochi una specie di overdose nello spettatore.
Brass tenta in qualche modo di distingersi da Visconti e dal suo La caduta degli dei, punando troppo sul lato grottesco, la dove il maestro aveva puntato sul lato tragico del nazismo; alla fine il risultato è altalenante, proprio perchè il film manca di un suo stabile equilibrio.
Scrive Morandini :
“T. Brass cava un film per uomini soli con un apporto figurativo di prim’ordine dove bisogna continuamente levarsi il cappello per salutare il passaggio di Visconti, Bertolucci, Cavani, Chaplin, Barbarella, l’Histoire d’O, Arancia meccanica, Cabaret, persino Freaks e la commedia all’italiana.”
C’è del vero, ma le citazioni, da sole, non bastano.
La Cavani con Portiere di notte aveva puntato sul lato oscuro di un rapporto sado masochistico tra una vittima e il suo ex carnefice, con una profondità ben maggiore di Salon Kitty; del film di Kubrick, citato da Morandini, c’è solo la violenza. Una violenza però che non nasce dalla noia, dalla difficoltà di adeguamento alle leggi sociali o come valvola di sfogo di una società malata, come suggerito da Kubrick.
Quella di salon Kitty è una violenza che nasce dalla perversione, da parte di gente che provocò 50 milioni di morti, mentre nel film gli stessi appaiono come una massa di degenerati, capaci solo di emozionarsi davanti alla sfilata delle truppe (il generale che costringe la prostituta che è con lui a mettersi il suo cappello e scimmiottare Hitler) in maniera buffonesca.
La realtà, che conosciamo, è di ben altra natura.
Un film eccessivo, come del resto nello stile di Brass.
Ma è indubbio che Salon Kitty sia un film che fa dell’eccesso la sua bandiera.
E l’eccesso, cinematograficamente, non è mai la scelta migliore.
Due righe sugli attori: bene Helmut Berger e Ingrid Thulin (scritturati da Brass forse in ossequio al film di Visconti o per mere considerazioni commerciali), brava Teresa Ann Savoy, bene anche Bekim Fehmiu, l’Hans Reiter che verrà impiccato, inappuntabile Steiner; brevi apparizioni per Tina Aumont, Paola Senatore,Rosemarie Lindt e Stefano Satta Flores.
Salon Kitty, un film di Tinto Brass. Con John Steiner, Helmut Berger, Ingrid Thulin, Stefano Satta Flores, Maria Michi, Therese Ann Savoy, Paola Senatore, Tina Aumont, Bekim Fehmiu, Rosemarie Lindt, Gigi Ballista, Clara Colosimo, John Ireland, Giancarlo Badessi, Malisa Longo, Paola Maiolini, Gengher Gatti, Alena Penz, Sara Sperati, Aldo Valletti, Salvatore Baccaro, Luciano Rossi
Drammatico, durata 130 min. – Italia 1975.
Helmut Berger … Helmut Wallenberg
Ingrid Thulin … Kitty Kellermann
Teresa Ann Savoy … Margherita
John Steiner … Comandante SS
Sara Sperati … Helga
Maria Michi … Hilde
Rosemarie Lindt … Susan
Paola Senatore … Marika
John Ireland … Cliff
Tina Aumont … Herta Wallenberg
Alexandra Bogojevic … Gloria
Dan van Husen … Rauss
Stefano Satta Flores … Dino
Bekim Fehmiu … Hans Reiter
Luciano Rossi … Dr. Schwab
Gianfranco Bullo … Wolff
Gigi Ballista … Generale
Margherita Horowitz … Madre di Margherita
Alain Naya … Ufficiale tedesco
Clara Colosimo … Cuoca
Malisa Longo … Kitty Girl
Annie Ross … Kitty Kellermann (voce cantante)
Salvatore Baccaro Prigioniero (uncredited)
John Bartha … Agente Gestapo (uncredited)
Tom Felleghy … Agente Gestapo (uncredited)
Tito LeDuc … Frankie (uncredited)
Pietro Torrisi … Zingaro tatuato (uncredited)
Regia: Tinto Brass
Soggetto: Peter Norden (romanzo), Antonio Colantuoni, Maria Pia Fusco, Ennio De Concini
Sceneggiatura: Tinto Brass, Maria Pia Fusco, Ennio De Concini
Produttore: Ermanno Donati, Giulio Sbarigia (Coralta Cinematografica)
Fotografia: Silvano Ippoliti
Montaggio: Tinto Brass
Musiche: Fiorenzo Carpi, José Padilla, Bruno Nicolai
Scenografia: Ken Adam
Costumi: Jost Jacob,Ugo Pericoli

Sul Davinotti, sito sul quale scrivono appassionati di cinema, ho letto questi commenti che trascrivo:
“Estenuante ed eccessivo (specie nella lunghezza) pasticcio erotico di marca brassiana che sprizza cattivo gusto da tutti i pori. Il “merito”, si fa per dire, è da dividere a metà tra regia e sceneggiatura. Il plot è solo una scusa per mostrare nudità e perversioni assortite oltre che per assecondare il voyeurismo del regista. La rappresentazione dei nazisti poi è oltre modo macchiettistica ed inverosimile. A tratti poi, come spesso accade nei lavori di questo regista, il film è inutilmente volgare e sopra le righe.”
Oppure:
“Orgia di kitsch, feticismo d’accatto e perversioni nazi-sado-maso da banco dei remainders cucite addosso a una trama inconsistente, che diventa risibile quando vuol mostrare la presa di coscienza della puttana innamorata e la conseguente vendetta. Una caduta degli dei for dummies sporcaccioni, in cui sono coinvolti purtroppo attori come Berger e Thulin, anche se è a quest’ultima che si deve l’unico momento da salvare (il ballo double-face) in questa pellicola di rara bruttezza e volgarità.”
L’estate assassina
L’estate assassina è la storia di una vendetta sognata da una donna, compiuta dal di lei marito ed eseguita, portata a compimento con freddezza verso persone che alla fine scopriremo essere innocenti.
Un plot intrigante, quindi, quello di L’etè meurtrier, L’estate assassina, film del 1983 diretto da Jean Becker.
L’azione si svolge in Francia, in una località del sud,in Provenza, nei primi anni settanta. Una strana famiglia arriva in un paese: ne fanno parte una donna di mezz’età,conosciuta come Eva Braun, di origine tedesca, un vecchio su una sedia a rotelle, la bella e misteriosa Elaine, chiamata Elle.
Isabelle Adjani
Elle ha sin da piccola avuto grossi problemi psicologici: la madre le ha raccontato di aver subito violenza da tre camionisti di passaggio, cosa che l’ha fatta crescere rancorosa e colma di vendetta, oltre ad averle causato incubi e problemi esistenziali. Appena arrivata in paese, Elle suscita l’interesse dei giovani locali, ma lei dedica le sue attenzioni ad un giovane meccanico del posto, Florimond, che finirà per sposare. La madre del ragazzo mostra da subito la sua contrarietà: lei aveva tirato su il figlio con molti sacrifici, essendo il padre di Florimond morto da tempo. L’uomo le aveva lasciato, come unica eredità, la casa in cui abita e una vecchia pianola.
In realtà è proprio l’innocuo strumento musicale il vero fulcro della storia; la madre di Elle aveva infatti raccontato molte volte alla figlia di essere stata violentata da tre camionisti che trasportavano una pianola.
Per cui Elle aveva sposato Florimond, figlio di uno dei tre trasportatori, per compiere la sua vendetta. Ma le cose andranno molto diversamente da come architettato dalla ragazza….
Difficile raccontare di più del film senza svelare completamente la trama, tra l’altro molto intricata; la pellicola si distingue inoltre per la complessità della sceneggiatura, basata su un romanzo, oltre che su una capacità di rappresentazione delle immagini ben più importante delle parole.
Quello che più conta, per il regista, è l’ambientazione e la sfaccettatura complessa dei protagonisti del film. Elle, per esempio, appare come una ragazza che persegue, sin dall’inizio, un suo specifico scopo. Scopriremo che questo scopo è la vendetta, che si abbatterà però anche su vittime innocenti.
Un film complesso, non privo di fascino ma anche abbastanza ingarbugliato, che richiede necessariamente molta attenzione nei suoi passaggi cruciali. Gli attori recitano bene, sopratutto Isabelle Adjani, che nel 1983, all’epoca dell’uscita nelle sale cinematografiche di L’estate assassina, aveva lavorato principalmene per la Tv e in qualche film importante come Adele H, Driver e Nosferatu. L’attrice se la cava alla grande, dando un’aria imbronciata, sexy e impenetrabile al personaggio affidatole, Elaine “Elle”, finendo per surclassare i pur bravi compagni di set, fra i quali segnalo Alain Souchon, il Florimond marito della protagonista, Jenny Clève, la madre di Elle, Suzanne Flon,
ovvero la vecchia Nine soprannominata la cognata.
Un film a tratti oscuro, carico di significati simbolici e allegorici, ben resi però visivamente dal regista Jean Becker,in Italia praticamente uno sconosciuto; echi di Hitchcock e musiche particolari pervadono il film, sin dall’apertura, con l’anziano che trascina stancamente la pianola. Da sottolineare anche lo stridente contrasto tra l’atmosfera idilliaca della Provenza francese, con le sue campagne morbidamente abbandonate sotto il sole, e la violenza che si scatenerà a breve, fino alla tragica conclusione.
Film davvero strano, particolare.
L’estate assassina, un film di Jean Becker. Con Isabelle Adjani, Suzanne Flon, Alain Souchon, François Cluzet Titolo originale L’été meurtrier. Drammatico, durata 130 (123) min. – Francia 1983.
Isabelle Adjani … Eliane Wieck ‘Elle’
Alain Souchon … Florimond
Suzanne Flon … Nina , ‘Cognata’
Jenny Clève … Signora Montecciari – la madre di Florimond
Maria Machado … Paula Wieck Devigne , ‘Eva Braun’ – madre di Eliane
Evelyne Didi … Calamité
Jean Gaven … Leballech
François Cluzet … Mickey
Manuel Gélin … Boubou
Roger Carel … Henri alias ‘Henri IV’
Michel Galabru … Gabriel Devigne – padre di Eliane
Marie-Pierre Casey La signora Tussaud
Cécile Vassort … Josette
Edith Scob … La dottoressa
Regia Jean Becker
Soggetto Sébastien Japrisot (romanzo)
Sceneggiatura Jean Becker e Sébastien Japrisot, dall’omonimo romanzo di Sèbastien Japrisot
Fotografia Étienne Becker
Montaggio Jacques Witta
Musiche Georges Delerue
Scenografia Jean-Claude Gallouin
Costumi Thérèse Ripaud
La ragazza di Trieste
Una storia d’amore ai limiti dell’impossibile, quella tra Dino e Nicole. Lui è un maturo disegnatore di fumetti, scapolo impenitente, reduce da una relazione poco convinta con Valeria. Lei è una bellissima ragazza, sfuggente e misteriosa. I due si incontrano casualmente il giorno in cui la ragazza, che sta annegando mentre fa il bagno, viene salvata da tre uomini sulla spiaggia. Dino, attratto dal fascino enigmatico della ragazza decide di conoscerla; dal canto suo Nicole, evidentemente attratta da Dino, non si sottrae .
Andrea Ferreol
Nasce cosi una problematica relazione tra i due; la ragazza è sfuggente, misteriosa e si comporta in maniera assolutamente incoerente. Ha atteggiamenti teneri, ma anche spregiudicati, come quando si mostra completamente nuda ad un cameriere di un residence, sotto gli occhi esterefatti di Dino. Un giorno la ragazza scompare, per poi riapparire adducendo motivi assolutamente risibili al suo comportamento. Sconcertato, Dino decide di andare a fondo e scoprire cosa nasconde la misteriosa Nicole.
Mimsy Farmer
Ornella Muti
Scopre cosi, seguendo le indicazioni di una sua amica, che la ragazza ha dei problemi mentali; è ricoverata infatti in un ospedale psichiatrico, dal quale però è libera di entrare e uscire, secondo le indicazioni del piano terapeutico che segue. Ma un giorno alcune compagne in cura come lei, le usano violenza e da quel momento il fragile equilibrio di Nicole va in frantumi. Nel frattempo la convivenza tra la donna e l’uomo diventa sempre più problematica e Dino, che nonostante tutto ama quella creatura capace di tutto, di gesti teneri ma anche di clamorose piazzate, si trova a dover scegliere tra un futuro incerto con la donna e il suo personale equilibrio psicologico, messo a repentaglio dal comportamento di Nicole.
Sarà proprio quest’ultima a dipanare la matassa; una mattina, mentre sono sulla spiaggia, la ragazza, che si è rasata a zero i capelli, entra lentamente in acqua, e scompare in mare, così come dal mare era apparsa agli occhi di Dino la prima volta, che in questo caso assiste incredulo senza poter agire.
La ragazza di Trieste, diretto da Pasquale Festa Campanile, con sceneggiatura di Ottavio Jemma su soggetto dello stesso regista, è un dramma ben congegnato sulla difficoltà, o anche l’impossibilità dei rapporti tra normalità (il disegnatore Dino, il suo mondo ordinato) e follia (Nicole e la sua spregiudicatezza, le sue bugie ma anche la sua tenerezza).
Solo i folli sanno amare, è la morale del film, è la follia è nella vita di Nicole, che tenta inutilmente di inserirsi in un contesto normale, in cui ci sia spazio per i sentimenti, la sessualità, una normalità che di fatto le è proibita, dal momento che ogni volta che rientra nell’istituto psichiatrico deve fare i conti con le compagne violente o con la realtà opprimente dell’istituto stesso. Eppure tra i due c’è tenerezza: c’è tenerezza e anche amore in Dino, che tenta in tutti i modi di penetrare quella follia che avvolge come un manto nero la mente della ragazza.
Ma la vita spazza via anche i soni più innocenti, così, in un finale tragico e amaro, l’uomo è costretto ad assistere al suicidio della donna, un atto che ammette implicitamente la sconfitta della follia davanti alla normalità, quasi che il gesto della ragazza sia un rassegnarsi a questa impossibilità, quella di riuscire a vivere uno scamplo di vita “normale”
Un bel film, La ragazza di Trieste: dolce a tratti, amaro spesso.
Sicuramente bravi i due attori; Ben Gazzarra interpreta Dino, un uomo in difficoltà nel conciliare il suo essere paurosamente normale con la dolce follia di Nicole, interpretata benissimo da un’intensa Ornella Muti. E stride parecchio il solito, incredibile commento dell’ineffabile Morandini sul film, che riporto senza commenti, vista l’inutilità degli stessi di fronte a giudizi espressi senza alcuna cognizione di fatto:
“Un disegnatore di storie a fumetti alla Crepax s’innamora di una ragazza che entra ed esce da una clinica psichiatrica. Tratto da un romanzo (1982) dello stesso regista, è un melodramma d’amore piatto, mal scritto, ripetitivo. Ornella Muti callipigia è rapata a zero (ma è un trucco). ”
La ragazza di Trieste, un film di Pasquale Festa Campanile. Con Ben Gazzara, Mimsy Farmer, Ornella Muti, William Berger, Consuelo Ferrara, Romano Puppo
Drammatico, durata 108 min. – Italia 1982.
Ben Gazzara … Dino Romani
Ornella Muti … Nicole
Mimsy Farmer … Valeria
Jean-Claude Brialy … Professor Martin
Andréa Ferréol … L’amica Stefanutti
William Berger
Consuelo Ferrara … Francesca
Romano Puppo … Toni
Regia Pasquale Festa Campanile
Soggetto Pasquale Festa Campanile
Sceneggiatura Ottavio Jemma
Fotografia Alfio Contini
Montaggio Amedeo Salfa
Musiche Riz Ortolani
Scenografia Ezio Altieri
Faccia di spia
Faccia di spia, di Giuseppe Ferrara, uscito nelle sale nel 1975, a tutti gli effetti non può essere considerato un vero flm, quanto piuttosto un documentario che spazia tra le nefandezze compiute da apparati segreti, in primis la Cia, nel periodo che va dai primi anni 60 all’epoca in cui fu girato il film. Vengono così ricostruiti, anche se in maniera per forza di cose sommaria, alcuni eventi che hanno caratterizzato la recente storia mondiale, con una parte dedicata anche all’Italia.
Si passa così dall’incidente della baia dei Porci, quando Kennedy autorizzò la disastrosa spedizione che doveva rovesciare Fidel Castro, all’uccisione di Ernesto Che Guevara in Bolivia, con immagini rprese dal vivo (alcune anche abbastanza rare) mescolate ad altre realizzate a colori, nella quale agiscono attori come Mariangela Melato, Giorgio Ardisson, Claudio Volontè; altri spezzoni di film documentano casi spinosi, come quelli di Ben Barka, Debré, Lumumba, con l’onnipresente Cia a muovere in maniera nemmeno tanto occulta i fili delle varie vicende.
La parte centrale del film, la più cruda, riguarda l’uso della tortura nei confronti degli oppositori politici; si assiste ad un tristissimo campionario di violenze, documentate con freddezza, come la violenza subita da una prigioniera in sud America,, costretta a restare nuda in equilibrio su due barattoli taglienti, seviziata poi con morsi e con candele accese vicino ai capezzoli, passando per atrocità di ogni genere, mutilazioni genitali, serpenti vivi inseriti nella vagina di una prigioniera, amputazione di braccia ecc.
Il finale del film è dedicato agli avvenimenti italiani e al caso Allende. Nella parte dedicata all’Italia, assistiamo alla carrellata dedicata ovviamente al caso Feltrinelli e alla sua morte mentre tentava di far saltare un traliccio dell’alta tensione, alla strage di Piazza Fontana, con l’arresto dell’anarchico Pinelli e alla sua successiva, misteriosa morte negli uffici del commissario Calabresi.
E altrettanto ovviamente, all’esecuzione dello stesso commissario e alla strage della Questura di Milano, una delle poche di cui si conosce il colpevole. Il finale del film è dedicato al golpe cileno, di cui si rese protagonista Pinochet; assistiamo all’attacco contro il presidente Allende e alla sua morte. Il finale del film vede un’immagine delle Twin towers gocciolanti sangue; per chi non l’avesse capito, un chiaro segnale sia del pensiero del regista sia una chiara indicazione di responsabilità.
Difficile valutare , dal punto di vista della mera critica cinematografica, un’opera che con il cinema centra molto relativamente.
Il film/documento sembra più un’operazione di denuncia, peraltro abbastanza ben confezionata, anche se apertamente schierata: a questo punto parlare di recitazione o di ruoli degli attori diventa pura accademia.
Segnalo comunque le prove di Mariangela Melato, che interpreta Tania, una rivoluzionaria cubana, di Riccardo Cucciolla, intenso nella sua parte di Giuseppe Pinelli, l’incolpevole anarchico accusato della strage di piazza Fontana. E ancora Dominique Boschero, una sofferta Licia Pinelli,Francesco Rabal nei panni di Mehdi Ben Barka, Claudio Volontè che interpreta il leggendario comandante Ernesto Che Guevara e infine Ugo Bologna nei panni di Salvador Allende e un somigliantissimo Marcello Mando che interpreta il commissario Luigi Calabresi.
Operazione propagandistica a parte, Faccia di spia ricorda in lunghi tratti un altro film documentario degli anni 70, Bianco e nero di Pietrangeli.
Faccia di spia, un film di Giuseppe Ferrara. Con Francisco Rabal, Riccardo Cucciolla, Mariangela Melato, Adalberto Maria Merli, Pietro Valpreda, Giorgio Ardisson, Marisa Mantovani, Gérard Landry, Umberto Raho, Dominique Boschero, Mario Novelli, Lou Castel, Alfredo Pea, Ugo Bologna, Claudio Volonté
Drammatico, durata 115 min. – Italia 1975.
Adalberto Maria Merli … Capitano Felix Ramos
Mariangela Melato … Tania
Francisco Rabal … Mehdi Ben Barka
Riccardo Cucciolla … Giuseppe Pinelli
Pietro Valpreda
Claudio Camaso … Che Guevara (come Claudio Volonté)
George Ardisson … Patrick
Ugo Bologna … Salvador Allende
Dominique Boschero … Licia Pinelli
Lou Castel … Torturatore
Gérard Landry … Mr. Rutherford
Marcello Mando … Commissario Luigi Calabresi
Regia Giuseppe Ferrara
Soggetto Giuseppe Ferrara
Produttore Gigi Martello
Fotografia Mario Masini
Montaggio Rita Algeri, Margerie Friesner
Effetti speciali Rino Carboni
Musiche Manos Hadjidakis
Trucco Otello Fava
L’uomo che uccideva a sangue freddo
Nella clinica del dottor Deviliers convergono una serie di personaggi legati al mondo dell’alta finanza, manager, donne dell’alta borghesia, alla ricerca di una terapia del benessere, che il dottor Deviliers ha esclusivamente creato e introdotto in una clinica bellissima, a due passi dal mare. Tra i clienti della farm c’è anche Hélène Masson, una manager stressata, reduce da problemi sentimentali e di lavoro.
L’interno della clinica è lussuoso, i pazienti vengono trattati con i guanti bianchi; e stranamente a nessuno viene in mente di chiedersi in cosa consista la terapia del dottor Deviliers. Tutti si limitano ad assaporare i benefici della cura stessa: ma all’interno della clinica iniziano a verificarsi fatti strani, come l’apparente suicidio di un amico di Helene, un uomo d’affari gay in pesante crisi finanziaria.
Al tempo stesso i numerosi inservienti sud americani della clinica accusano strani malori, mentre alcuni di loro scompaiono misteriosamente. Helene, che intreccia una relazione con Deviliers, inizia a sospettare che dietro la miracolosa terapia ci sia qualcosa di poco chiaro: così scopre che il dottore stesso non utilizza conigli o pecore per procurarsi il sangue di cui ha bisogno per la terapia, bensi il sangue degli inservienti.
Il diabolico dottore non utilizza solo sangue, ma anche parti di corpo; così Helene, dopo aver inutilmente tentato di mettere sull’avviso gli altri ospiti della clinica, si vede anzi minacciata dagli stessi, che non vogliono assolutamente perdere i benefici ricavati dalla cura stessa. Helene, in un drammatico finale, riesce ad uccidere il diabolico dottore, ma la cosa si trasformerà in un boomerang, per lei. Arrestata, non le viene riconosciuta la legittima difesa, perchè l’inquirente era anche lui tra i clienti della clinica.
Noir d’atmosfera, L’Uomo che uccideva a sangue freddo (Traitement De Choc) è un bel film molto curato, sopratutto nei dialoghi e nei dettagli. Elegante sopratutto nella confezione, aiutato dalle buone prove dei protagonisti, Annie Girardot, in una parte piuttosto scabrosa, che include diversi nudi integrali e Alain Delon, il dottor Deviliers, anche lui alle prese con una inedita scena di nudo in campo lungo, mentre corre sulla spiaggia per aggregarsi ai pazienti della sua clinica che stanno facendo il bagno nudi in mare.
Ben congegnato, con un ritmo adeguato, L’uomo che uccideva a sangue freddo è diretto da Alain Jessua, regista francese non molto conosciuto, assistente però di grandi registi come Ophuls e Carnè, e autore tra l’altro di Jeu de massacre.
L’ uomo che uccideva a sangue freddo,un film di Alain Jessua. Con Alain Delon, Annie Girardot, Robert Hirsch, Michel Duchaussoy, Jean-François Calvé, Jeanne Colletin, Robert Party.
Jean Rouquet, Roger Muni, Anne-Marie Deschott, Jurandir Craveiro, Salvino Di Pietra, Anna Gaylor, Jean Levrans, Joao Pareira Lopez, Jacques Pisias, Jean Raynal, Guy Saint-Jean
Titolo originale Traitement de choc. Drammatico, durata 88 min. – Francia, Italia 1972.
Annie Girardot: Hélène Masson
Alain Delon: Dottor Devilars
Michel Duchaussoy: Dottor Bernard
Robert Hirsch: Jérôme Savignat
Jeanne Colletin: Camille Giovanelli
Jean-François Calvé: René Gassin
Gabriel Cattand: procuratore De Boissière
Robert Party: colonnello de Riberolles
Jean Roquel: Marcel Lussac
Roger Muni: Paul Giovanelli
Lucienne Legrand: Lise de Riberolle
Anne-Marie Deschodt: Henriette Lussac
Jean Leuvrais: il commissario
Anna Gaylor: Denise
João Pereira Lopez : João
Jurandin Craveiro: Manoel

Regia Alain Jessua
Sceneggiatura Alain Jessua, Roger Curel
Produttore Raymond Danon, Jacques Dorfmann
Fotografia Jacques Robin
Montaggio Hélène Plemiannikov
Alla mia cara mamma nel giorno del suo compleanno

Nonostante abbia un’età ormai matura, il Conte Federico è afflitto da più problemi, il principale dei quali è l’affetto smoderato che la madre, l’anziana contessa Mafalda nutre nei suoi confronti. La donna, rimasta vedova, vive nella grande tenuta di famiglia con Didino (il soprannome del povero Federico), accudita da due anziani servitori, Driade e Anchise, sorella e fratello che devono sottostare alle bizzarrie della donna.

Orchidea de Santis , Jolanda, l’amica d’infanzia

Paolo Villaggio ,Conte Fernando , Didino
Nella villa arriva ogni tanto anche lo zio di Fernando, Alberto, che aumenta la confusione dell’uomo sentenziando che è omosessuale. Didino è complessato anche nei rapporti con le donne; vive circondato da immagini porno, acquista delle bambole gonfiabili e sopratutto scatta foto sexy ogni qual volta se ne presenti l’occasione, come nel caso del matrimonio della ua amica di infanzia Jolanda, che da tempo gli fa il filo. E’ proprio al matrimonio di Jolanda che Fernando scatta, nascosto sotto una grata, foto alle donne che passano sopra di lui. I suoi tentativi di approccio con l’altro sesso sono disastrosi, come quello con una prostituta che alla fine si convince che Federico altro non sia che un depravato.
Lila Kedrova, la Contessa Mafalda
Le cose cambiano quando muore accidentalmente Driade; a servizio della contessa arriva una giovane bella ma claudicante, Angela: Fernando inizia a corteggiarla, facendole piccoli regali, e la ragazza mostra ben presto di gradire le attenzioni. Nonostante tutto Fernando continua ad avere un rapporto problematico con l’altro sesso: un giorno, appartatosi con Jolanda, viene visto da Angela in intimità con la neo sposa, e fugge disperato, finendo nelle mani di una coppia di gay che tenta di fargli la festa.
Eleonora Giorgi, Angela
L’affetto per Angela cresce, tanto che l’uomo arriva a regalarle un prezioso smeraldo che appartiene alla madre: la donna, resasi conto della relazione che sta iniziando tra i due, caccia la domestica di casa. Ma Fernando è davvero innamorato di Angela, e per una volta decide di agire di testa sua. Nel giorno del compleanno della Contessa, subito dopo aver soffiato sulle candeline della torta, la stessa Matilde rovescia addosso al figlio la torta. Con la scusa di fargli l’ultimo bagno, la Contessa lo affoga. Angela, che è giù ad attendere in cortile l’arrivo di Fernando, vede uscire dalla finestra un nugolo di bolle di sapone.
Alla mia cara mamma nel giorno del suo compleanno è una commedia agro-dolce, forse più agra, come nello stile del regista, Luciano Salce. Che inizia con questo film la collaborazione con Paolo Villaggio, il Fernando del film; una collaborazione ben riuscita, che continuerà l’anno successivo con lo straordinario successo di Fantozzi. Il ruolo di Angela è coperto dalla bella Eleonora Giorgi, costretta a claudicare per tutto il film; un ruolo anche scabroso il suo, con numerosi nudi. Bravissima Lila Kedrova, la Contessa Mafalda, tiranna del suo figliolo Fernando, che tratta come un bambino delle elementari, rimproverandolo continuamente arrivando a vestirlo da marinaretto.
Piccola parte per Orchidea De Santis, che svolge con la consueta bravura; l’attrice interpreta il ruolo di Yolanda, amica d’infanzia di Fernando, che qualche voce maligna giudica, durante la festa del matrimonio, una ninfomane. Splendida l’interpretazione di Antonino Faà di Bruno nei panni dello zio Alberto, affetto da un tic terrificante, responsabile anche lui dei molti problemi che Federico evidenzia
Una commedia amara, nel consueto stile di Salce, in cui le negatività dei personaggi hanno sempre la meglio sulle doti positive.
Alla mia cara mamma nel giorno del suo compleanno, un film di Luciano Salce. Con Paolo Villaggio, Lila Kedrova, Eleonora Giorgi, Antonino Faa Di Bruno, Orchidea De Santis, Renato Chiantoni, Vittorio Fanfoni, Carla Mancini, Enzo Spitaleri
Commedia, durata 105 min. – Italia 1974.
Paolo Villaggio … Conte Fernando , Didino
Lila Kedrova … Contessa Mafalda
Eleonora Giorgi … Angela
Antonino Faa Di Bruno … Zio Alberto
Renato Chiantoni … Anchise, domestico
Orchidea de Santis … Jolanda, la Sposa
Guido Cerniglia … Gianluca , amico di Federico
Carmine Ferrara … Andrea
Enzo Spitaleri … Fernando, lo Sposo
Jimmy il Fenomeno … Peppe
Vera Drudi … Driade, domestica
Regia: Luciano Salce
Soggetto: Luciano Salce, Massimo Franciosa, Sergio Corbucci
Sceneggiatura: Luciano Salce, Massimo Franciosa, Sergio Corbucci
Casa di produzione: Rusconi
Distribuzione (Italia): CIC
Fotografia: Erico Menczer
Montaggio: Amedeo Salfa
Musiche: Franco Micalizzi
Il montone infuriato

L’irresistibile ascesa di Nicola, un anonimo impiegato di banca, dallo sportello alla ricchezza e al potere.
L’uomo lavora in una banca, e vive in maniera grigia la sua vita; l’unica sua distrazione è l’incontro in un bistrot con l’amico Claude Fabre, scrittore di scarsa fama, con un handicap fisico. A lui racconta il primo gesto anticonvenzionale che fa all’improvviso; agganciare una giovane, Marie Paule, che si rivelerà essere una prostituta.

Jane Birkin interpreta Marie Paule
Incitato da Claude, che vede in lui un fascino particolare, al quale a suo giudizio le donne non possono resistere, Nicola aggancia una splendida signora dell’alta società, Francesca. La donna, sposata con un professionista abbastanza grezzo, cede al fascino di Nicola e allaccia con lui una relazione. Contemporaneamente, sempre seguendo i suggerimenti dell’amico scrittore, si esercita seducendo dapprima una semplice commessa di un grande magazzino, e poi la furba ed esperta Flora, mentre allaccia una relazione amichevole con Madame Hermès, una ricchissima signora anziana che tra le altre cose è proprietaria di un settimanale, il Temoin.
Romy Schneider è Roberte
L’ascesa di Nicola è irresistibile, anche se stressante e faticosa: l’uomo si divide tra Marie Paule, a cui è legato da una relazione sessualmente appagante ma anche da simpatia e affetto, tra Roberte, che in qualche modo lo ama e la intrigante Flora, che gli spalanca il mondo dell’alta società. Ben presto Nicola entra nelle grazie di Julien, un ricco finanziere che ha rilevato da Madame Hermes il settimanale Le temoin, e viene assunto nello stesso, dove si mette in luce, tanto da portare la tiratura dello stesso dapprima a 300.000 copie fino alla soglia del milione. Le cose quindi sembrano andare a gonfie vele.

Jean Louis Trintignant è Nicola
Ma il castello costruito da Nicola, sempre aiutato e consigliato da Claude, inzia a sgretolarsi all’improvviso; dapprima muore la sua amica e protettrice Madame Hermes, che comunque lascia all’uomo in eredità la bellissima villa in cui viveva, poi scoppia la tragedia. Un giorno il marito di Roberte segue la moglie, e proprio mentre è a colloquio con Nicola, le spara uccidendola sul colpo e subito dopo si toglie la vita. Scosso dalla morte di Roberte, Nicola inizia a porsi dei dubbi sul suo comportamento. Claude , proseguendo il suo instancabile percorso di iniziazione dell’amico, gli chiede di sedurre una nota attrice, Shirley Douglas, che Claude ama sin dai tempi dell’adolescenza, quando la donna era una semplice figlia di un farmacista.
Nicola segue al solito i consigli di Claude, ma questa volta non confessa all’amico, sapendo del suo debole per la donna, di essere riuscita a sedurla non tanto con il suo fascino, quanto piuttosto con quattro colonne in prima pagina sul settimanale Temoin e con una costosa collana. Ma Claude intuisce la verità, e deluso, entra in una cabina telefonica e si suicida sparandosi un colpo di pistola in testa. Nicola decide di averne abbastanza: dedica all’amico scomparso la prima pagina del giornale, e si reca da Maire Paule, chiedendole di sposarlo. La donna accetta.
Florinda Bolkan è Flora
Tratto dall’omonimo romanzo di Roger Blondel, Il montone infuriato è un gradevole film di Michel Delville, autore, nel futuro (il film in oggetto è del 1974) di due deliziosi prodotti come Il dolce viaggio e La lettrice.
Un’opera che passa alternativamente dalla commedia alla tragedia, per finire nuovamente in commedia, abbastanza agilmente, grazie anche alle capacità indubbie del bel cast riunito da Delville.
Bravissima e sicuramente sexy è Jane Birkin, che nel film interpreta Marie Paule; misurata, affascinante e al solito splendida è Romy Schneider, che interpreta Roberte. La bisessuale e intrigante Flora è interpretata da un’altra bellezza, Florinda Bolkan. Il personaggio di Nicola è affidato a Jean Louis Trintignant, che appare leggermente imbarazzato; forse, tra gli attori del cast, è quello che appare più a disagio.
Il film, comunque, riesce a restare interessante anche nei lunghi colloqui nel bistrot tra Claude e Nicola, o nei dialoghi tra Francesca e lo stesso Nicola.
Alla fine il discorso portato avanti da Deville, sul denaro, l’ambizione e i guasti che possono prodursi, si può dire riuscito anche se con qualche riserva: troppi personaggi vengono inseriti nel racconto, che a volte sembra diventare confuso. L’arrivismo di Nicola, spronato impetuosamente da Claude, sembra subito più che partecipe: almeno questa è l’impressione che si ricava dal film.
Ma sono peccati veniali in un’opera tutto sommato ben riuscita.
Il montone infuriato, un film di Michel Deville. Con Florinda Bolkan, Jean-Louis Trintignant, Romy Schneider, Jane Birkin, Jean-Pierre Cassel, Estella Blain
Titolo originale Le mouton enragé. Commedia, durata 105 min. – Francia 1973.
Jean-Louis Trintignant … Nicolas Mallet
Jean-Pierre Cassel … Claude Fabre
Romy Schneider … Roberte Groult
Jane Birkin … Marie-Paule
Henri Garcin … Berthoud
Georges Beller … Amico di Marie-Paule
Georges Wilson … Lourceuil
Estella Blain … Shirley Douglas
Florinda Bolkan … Flora Danieli
Dominique Constanza … Sabine
Jean-François Balmer … Vischenko
Michel Vitold … Georges Groult
La femme publique
Andrzej Zulawski dirige, nel 1984, Femme publique, opera complessa a tal punto da risultare indigesta ai più. Ma non ai critici, che generalmente stravedono per i film quasi incomprensibili, e che etichettano come parti geniali opere che francamente lasciano perplessi i poveri spettatori, spiazzati da continui capovolgimenti di situazioni, con immagini che si inseguono senza un filo conduttore, quasi un film nel film.
Femme publique è opera eccessiva; contorta, principalmente.
Ethel, una bellissima modella che spesso posa nuda per guadagnarsi la pagnotta, viene scritturata da un regista per una parte in un film liberamente ispirato ai Demoni, opera letteraria di Dostojevski. Lucas, il regista, si trasforma in una specie di pigmalione, e tenta di modificare sia il carattere che la personalità di Ethel, portandola attraverso un percorso fatto di parole e atti, a quella che lui ritiene la maturazione di un’artista, ovvero la trasformazione della persona in un attore slegato dalla persona stessa, che a questo punto deve annientarsi per lasciare libero sfogo proprio all’artista.
Fin qui la trama sembrerebbe semplice; in realtà tutto si ingarbuglia, perchè compaiono sulla scena un inserviente, profugo cecoslovacco Milan, la cui moglie è stata tempo addietro l’amante di Lucas. Sia la donna, sia Milan che Lucas moriranno in vari modi, così come morirà uno strano cardinale lituano in visita a Parigi: la cosa la apprendiamo dalla tv.
Lo so che riassunta in questo modo la trama sembra surreale; tuttavia il film lo è, surreale, anzi, direi strambo. l’unica cosa davvero comprensibile, almeno nella sua dinamica, è il finale, in cui Lucas improvvisamente sceglie di impiccarsi durante le riprese, quasi a simboleggiare uno dei personaggi dei Demoni.
A questo punto, quando stanno scorrendo i titoli di coda, lo spettatore viene preso dal dubbio: che sia stato preso per i fondelli?
Propendo per una risposta affermativa.
Molti critici, che osannano registi come lo Zulawski di Femme publique, si esaltano davanti a quella che sembra complessità, ma che spesso è solo delirio onanistico. Quello che il regista mostra in questo film sconclusionato e inconcludente, fatta salva la magnifica prestazione di Valerie Kapriskj, che da sola illumina lo schermo. Non tanto per le sue doti interpretative, peraltro eccellenti, quanto per le sue scene di nudo, che sono l’unico vero motivo per sorbirsi due ore di cinema che massacra le parti intime; scene di nudo che fanno venir voglia di cambiare titolo al film trasformandolo in un più consono Femme pubique.
La femme publique, un film di Andrzej Zulawski. Con Lambert Wilson, Valerie Kaprisky, Francis Huster Drammatico, durata 113 min. – Francia 1984.
Valérie Kaprisky … Ethel
Francis Huster … Lucas Kessling
Lambert Wilson … Milan Mliska
Patrick Bauchau …Il padre di Ethel
Giselle Pascal … Gertrude
Roger Dumas … André, il fotografo
Diane Delor … Elena Mliska
Jean-Paul Farré … Pierre
Olivier Achard …primo assistente
Yveline Ailhaud … Rachel
Michel Albertini … Maurice
Marianne Basler … Una giovane anarchica
Lucas Belvaux … François
Regia: Andrzej Zulawski
Sceneggiatura:Dominique Garnier.Andrzej Zulawski
Produzione:René Cleitman
Musiche:Alain Wisniak
Fotografia:Sacha Vierny
Montaggio:Marie-Sophie Dubus
Production Design :Bohdan Paczowski


































































































































































































































































