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Cuore di mamma

Cuore di mamma locandina

Provo ad usare una sola definizione per giudicare Cuore di mamma, film di Salvatore Samperi targato 1968, quindi uscito in piena epoca di contestazione: presuntuoso.
Un film che mette a cuocere mille argomenti, che alla fine non ne concretizza nemmeno uno, Storia slegata, paradossale, giocata su troppi livelli, eccessivamente fumosi e intellettualoidi, con una trama scoordinata e paradossale, un film, insomma, che ha pochi pregi e una marea di difetti.

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Storia che racconta la personale vicenda di Lorenza, impiegata di una libreria, pressochè sempre occupata a seguire i suoi tre figlioli, dei quali il più grande è un autentico teppista, vagamente somigliante ad un nazistello, l’enfant terrible, per esempio, fissato con la superiorità della razza italica (un bambino!), che tenta di lanciare con un razzo rudimentale prima il fratellino in orbita, poi, non riuscendoci, prova con il gatto con il bel risultato di fare esplodere il razzo con dentro la povera bestiola.

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Non solo: il ragazzino terribile incide con un punteruolo le natiche di una giovane domestica, rinchiude in un armadio l’anziana governante, costringendola a denudarsi per uscire dallo stesso. Un campionario di assurdità, che trovano il culmine nell’omicidio del piccolo Sebastiano, affogato nella vasca del bagno. Nel frattempo Lorenza, svagata e preda di un mutismo assoluto (non dirà mai una sola parola nel corso del film), segue un gruppo di terroristi, decisa a saperne di più; conosciutili meglio, ne sposerà la causa, accettando  loro attentati contro il potere borghese.

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Nel frattempo il piccolo nazista di casa uccide la sorellina; non pago, grazie ad una serie di registrazioni, monta su un accusa poco credibile nei confronti della madre. che, dal canto suo, accetta passivamente la presenza dell’ex marito, della sua nuova compagna, la corte della ambigua cognata. Quando l’apatica Lorenza si rende conto del potenziale devastante del figlio, ne provoca la morte, facendolo esplodere con uno dei razzi che il giovinastro aveva assemblato. Dopo di che, incurante del dolore che una madre dovrebbe quantomeno provare di fronte alla perdita di tre figli, va a far esplodere la fabbrica dell’ex marito.

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Apologo confuso, cialtrone e furbetto, Cuore di mamma lascia inespresse tutte le sue eventuali potenzialità, attraverso una narrazione spezzettata, tesa più all’esposizione delle teorie di Samperi sui mali della società che alla costruzione di un modello di riferimento di valori, attraverso una denuncia non fumosa dei famosi mali, ma realistica, obiettiva e oggettiva. Tutto ciò nel film rimane clamorosamente inespresso, e a nulla vale la presenza di una grande Carla Gravina che rende al meglio il pur assurdo personaggio di Lorenza,

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guerrigliera radical chic la cui famiglia finisce per autodistruggersi, quasi un olocausto propugnato da un Samperi che mostra, una volta di più, di essere uno dei registi più insopportabilmente sopravalutati della storia dl cinema. Bene anche Beba Loncar, nei panni dell’ambigua, anche sessualmente, cognata di Lorenza, e bene Leroy, anche se un tantino spaesato, nei panni dell’industriale marito della donna. Un cenno al piccolo protagonista della pellicola, il bambino terribile: riesce ad essere così odioso da meritare un oscar. Un oscar per un film così eccessivo, banale e mal costruito, in effetti, mi sembra un pò troppo.

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Cuore di mamma, un film di Salvatore Samperi. Con Philippe Leroy, Beba Loncar, Carla Gravina, Yorgo Voyagis, Rina Franchetti, Roberto Bruni, Paolo Graziosi, Nicoletta Rizzi, Mauro Gravina, Monica Gravina, Massimiliano Ferendeles, Valentino Orfeo, Sara Di Nepi, Massimo Monaci, Rossano Jalenti, Claudio Dani
Drammatico, durata 92 min. – Italia 1968

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Philippe Leroy: Andrea Franti
Beba Loncar: Magda Franti
Carla Gravina: Lorenza Garroni
Yorgo Voyagis: Carlo
Rina Franchetti: Berta
Nicoletta Rizzi: Eleonora
Monica Gravina: Anna
Mauro Gravina: Massimo
Paolo Graziosi: Mariano
Sara Di Nepi: Rosa

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Regia Salvatore Samperi
Soggetto Sergio Bazzini, Salvatore Samperi
Sceneggiatura Salvatore Samperi
Produttore Doria Cinematografica
Distribuzione (Italia) Cineriz
Fotografia Aldo Scavarda
Montaggio Roberto Perpignani
Musiche Ennio Morricone

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giugno 28, 2009 Pubblicato da: | Drammatico | , , | 6 commenti

La cicala

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Virna Lisi è Wilma nel film La cicala

Lei non ha un nome, tutti la conoscono come “la cicala”, perchè è sempre allegra e ha sempre voglia di cantare. Un giorno il suo destino si lega inesorabilmente  a quello di Wilma Malinverni, una cantante in declino con un passato oscuro, fafto di prostituzione. Wilma arriva nel paese dove abita Cicala, e ne diventa l’amica, subito dopo che la sfortunata cantante viene cacciata dal locale dove si esibisce, perchè il suo repertorio non è più di moda.

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Clio Goldsmith ( a sinistra) è Cicala

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Barbara De Rossi è Saveria

Cicala e Wilma lasciano il paese, con destinazione incerta; tuttavia, mentre sono in un locale notturno, vengono avvicinate da Ulisse, un uomo che possiede una stazione di servizio con annesso bar albergo. Le due donne vanno a lavorare con Ulisse, contribuendo in maniera determinante al successo della stazione di servizio. Così Ulisse, pur venuto a conoscenza del passato turbolento di Wilma, le propone di sposarlo; la donna accetta e i due diventano marito e moglie, mentre la fedele Cicale lavora felice nella stazione. Un giorno, a complicare irrimediabilmente le cose, arriva la figlia di Wilma, Saveria,

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una diciottenne all’apparenza tranquilla. Ben presto la ragazza mostrerà il vero lato oscuro di se stessa; dopo aver assistito ad un breve convegno amoroso della madre con un vecchio spasimante, si concede ad un amico di Ulisse, avventore della stazione di servizio e della sala biliardo Carburo e poi a Cipria, amico anche lui di Wilma. Tra Wilma e Saveria scoppia, improvvisa, la competizione. La madre, dopo aver scoperto la tresca tra Saveria e Cipria, uccide quest’ultimo,e aiutata da Ulisse ne occulta il corpo.

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Ma la situazione è destinata a precipitare; dopo aver notato le occhiate che il marito riserva alla figlia e gli sguardi ammiccanti con cui Saveria ricambia le attenzioni, Wilma decide di uccidersi. Dopo aver scritto una lettera nella quale confessa l’omicidio, si tuffa nelle acque del fiume, e nonostante il disperato tentativo di salvarla di Cicala, annega, proprio mentre un bambino urta involontariamente la scarpa nella quale Wilma aveva deposto la confessione scritta.  Saveria a questo punto, dopo aver sedotto Ulisse, diventa la reale proprietaria della stazione di servizio, che d’ora in poi si chiamerà La regina.

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Saveria seduce Cipria….

La tragedia scoppia improvvisa quando Cicala e Carburo decidono di vendicare la morte di Wilma; sfidato ad una partita di biliardo il pavido Ulisse, Carburo vince la posta, Saveria ; la donna segue Carburo, nel suo camion, mentre Ulisse, riscossosi dal torpore iniziale, insegue la coppia. In un drammatico incidente, Saveria vola fuori dal parabrezza del camion, restando uccisa sul colpo. Cicala decide di lasciare tutto e riprendere la sua vita errabonda.

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La cicala, film del 1980 diretto da Alberto Lattuada, è un film drammatico che ad un certo punto vira decisamente verso il noir; un film in cui si fatica a trovare un personaggio con connotazioni positive, se si esclude il personaggio solare della cicala. Tutti gli altri, a cominciare da Wilma, per finire ai suoi amanti Carburo e Cipria, passando per il marito Ulisse, o peggio, sua figlia Saveria, appaiono come anime quasi nere di una tragedia in cui non ci sono buoni, ma soltanto anime perse.

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Un film immerso in un’atmosfera abbastanza tetra, che lascia presagire, sin dall’inizio, un finale a tinte forti. Sopratutto durante la prima chiacchierata tra Cicala e Wilma, lungo un ponte, durante la quale la ragazza legge la mano di Wilma, e turbata rifiuta di dire cosa vi ha letto. Uno dei tanti simboli di una storia che è una sorta di drammone famigliare, con tanto di rivalità mortale tra madre e figlia, con il regista, il sapiente Lattuada, pronto a descrivere con colori scuri le varie psicologie dei personaggi, aiutato dalla verve degli attori.

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Brava Virna Lisi, una splendida Wilma, brava l’ex attrice di fotoromanzi Barbara De Rossi, fresca e disinibita, assolutamente a suo agio nel descrivere l’angelo dall’anima nera Saveria; bene anche l’ esordiente Clio Goldsmith, unico personaggio in chiaro del film. Forse un po azzardata la scelta di Anthony Franciosa, troppo legato e ingessato per interpretare il personaggio di Ulisse, mentre è sicuramente bravo Renato Salvatori nel ruolo di Carburo. Film molto interessante, da riscoprire. Il film è presente su You tube, in una versione ottenuta dalla tv all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=zS4L6pohOyw

La cicala, un film di Alberto Lattuada. Con Virna Lisi, Anthony Franciosa, Renato Salvatori, Barbara De Rossi, Michael Coby, Clio Goldsmith, Riccardo Garrone, Loris Bazzocchi, Corrado Olmi, Mario Novelli, Mario Maranzana, Antonello Fassari, Serena Grandi Drammatico, durata 100 min. – Italia 1980

Virna Lisi: Wilma Malinverni
Anthony Franciosa: Annibale
Renato Salvatori: Carburo
Clio Goldsmith: Cicala
Barbara De Rossi: Saveria
Aristide Caporale: Bretella
Riccardo Garrone: Ermete

 

Regia Alberto Lattuada
Soggetto Marina Di Leo, Natale Prinetto
Sceneggiatura Alberto Lattuada, Franco Ferrini
Produttore Ibrahim Moussa
Produttore esecutivo Manolo Bolognini; produttore associato: Bianca Lattuada
Casa di produzione NIR Film
Distribuzione (Italia) PIC Distribuzione
Fotografia Danilo Desideri
Montaggio Sergio Montanari
Musiche Fred Bongusto

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giugno 24, 2009 Pubblicato da: | Drammatico | , , , | Lascia un commento

Attenti al buffone

Attenti al buffone locandina

Marcello è un musicista, un po sognatore e un po idealista; possiede un gatto, che curiosamente ascolta rapito la sua musica, e che si chiama Wolfang Amedeo, ha un amico, Lolo, con cui gira il mondo suonando la sua musica e infine ha una moglie, Giulia, che sembra arrabbiata con tutto il mondo, oltre che con lui. I due hanno anche due figli; un giorno mentre Marcello è impegnato in uno dei suoi tanti giri per il mondo, Cesare, soprannominato Ras, un uomo dal passato oscuro, vissuto nelle colonie al tempo del fascismo e sopratutto noto proprio per le sue simpatie nere, dopo aver corteggiato Giulia, riesce a sedurla e a portarla con se.

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Mariangela Melato è Giulia

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Erika Blanc è una delle partecipanti all’orgia

Deciso a farla sua con tutti i mezzi, Cesare riesce grazie a conoscenze e sopratutto grazie alla corruzione, a far annullare il matrimonio di Marcello e Giulia,Cesare però, non pago, decide di umiliare fino in fondo Marcello, offrendogli come risarcimento dell’adulterio, dei soldi.

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Marcello reagisce con calma e ironia alla situazione; decide di entrare al servizio di Cesare, e ben presto, usando le armi dell’ironia, del sarcasmo e del disprezzo celato da un’intelligente satira, riesce  a ridicolizzare il potente Ras, umiliandolo davanti alla pletora di cortigiani di cui Cesare si circondava. Rifiutata la moglie, che stupita dal suo coraggio, le si era offerta, Marcello manda in fumo anche le nozze del ras, consumando fino in fondo la sua vendetta.

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Nino Manfredi

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Una giovanissima Loredana Bertè

Attenti al buffone, di Alberto Bevilacqua, arriva nel 1976, dopo 5 anni dall’uscita del bel Questa specie d’amore, film del 1971, che era seguito allo splendido La Califfa; questa volta non è Tognazzi, come nella Califfa l’attore protagonista, ma un altro grande dello schermo, Nino Manfredi, che interpreta in maniera sorniona e allo stesso tempo sofferta la figura del filosofo Marcello, un uomo che sembra fuori dal tempo, ma che in realtà, sopratutto in quello che è il mondo in cui si trova a vivere, è l’unico a possedere valori forti, un’identità vera e sopratutto una dignità non in vendita. Lui, il maggiordomo di Cesare e Lolo sono, in fondo, le uniche persone umane, reali tra tutte quelle che si muovono nel film.

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Per usare un’espressione di Sciascia, gli altri sono “quaquaraqua”, cortigiani, gente senza dignità o peggio; non ha dignità Cesare (uno splendido Eli Wallach), non ha dignità la debole e frustrata Giulia (una sconcertante e indecisa Mariangela Melato); tutti si muovono come comparse di una farsa. L’unico vero attore è Marcello, uomo candido, ma vero.

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Il film, anche se con qualche caduta di tono, dovuta alla forzatura delle situazioni, spesso sconfinanti nel grottesco, si muove con interesse, anche se alla fine non sembra un’opera davvero compiuta. Nuoce al film la spaccatura troppo netta fra i protagonisti, con Lolo, Marcello e il maggiordomo da un lato, i buoni, e Cesare, Giulia e i cortigiani dall’altra, i cattivi, o peggio, i deboli.

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 Attori comunque all’altezza, come Wallach, davvero bravo nel ruolo dell’arrogante, ma alla fine sconfitto Cesare, un’incerta Mariangela Melato, in evidente disagio nei panni di Giulia, Enzo Cannavale solito grande caratterista nei panni di Lolo. C’è spazio anche per le comparsate di Erika Blanc e della cantante Loredana Bertè, entrambe nei rispettivi ruoli di due partecipanti all’orgia organizzata da cesare, forse la parte meno riuscita del film, ed anche la parte più deprimente.

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Attenti al buffone, un film di Alberto Bevilacqua. Con Nino Manfredi, Mario Scaccia, Eli Wallach, Enzo Cannavale, Mariangela Melato, Franco Scandurra, Ettore Manni, Francisco Rabal, Rolf Tasna, Adriana Innocenti, Valentino Macchi, Giuseppe Maffioli, Erica Blanc, Loredana Berté

Commedia, durata 110 min. – Italia 1975.

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Nino Manfredi: Marcello Ferrari
Mariangela Melato: Giulia
Eli Wallach: Cesare
Mario Scaccia: Salomone
Renzo Marignano: ospite a pranzo
Adriana Innocenti : Jolanda
Ettore Manni : Un amico di Cesare
Erika Blanc : Margot
Enzo Cannavale : Lolo
Loredana Bertè: Una donna all’orgia

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Regia     Alberto Bevilacqua
Soggetto     Alberto Bevilacqua
Sceneggiatura     Nino Manfredi e Alberto Bevilacqua
Fotografia     Alfio Contini
Montaggio     Sergio Montanari
Musiche     Clément Janequin e Ennio Morricone
Scenografia     Pier Luigi Pizzi

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Attenti al buffone locandina 1

giugno 23, 2009 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , | Lascia un commento

Mamma Ebe

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Versione cinematografica della controversa vicenda, finita nelle aule giudiziarie, di Ebe Giorgini, la santona/guaritrice condannata poi in tribunale per aver sfruttato, secondo la sentenza, la credulità di alcune sue protette. Il film inizia con Laura, una giovane seguace di Mamma Ebe, che si rinchiude in una chiesa alla notizia che la donna è stata arrestata, e che minaccia il suicidio se la donna non verrà rilasciata. Si apre così uno squarcio sulla vicenda, che mostra la Ebe in tribunale, accusata di vari reati, con la sfilata consueta di  testimoni della difesa; arrivano così, sulla sedia dei testimoni, la stessa Laura, che inizialmente dubitava della donna, ma che in seguito si dedicherà ad essa anima e corpo, arrivando per lei ad abbandonare la sua famiglia. Sfilano, tra i testimoni a favore, anche un sacerdote, Don Paolo, che ne esalta la figura; arriva anche una ex prostituta, Sandra, che ha subito varie violenze nella casa di Mamma Ebe, ma che per paura paradossalmente ne prenderà le difese.

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Ma arrivano anche testimoni d’accusa, che denunciano il clima di violenza, di sopraffazione, di coercizione fisica e mentale subita dalla santona. E’ il caso di Maria Pia, ex suorina di mamma Ebe, madre di un giovane seminarista, che racconta una storia alternativa, fatta di punizioni corporali, di digiuni impossibili, di docce gelide e di farmaci ipnotici, di violenza sessuale e di intimidazioni e minacce. Chi è allora Mamma Ebe? Una donna denigrata ad arte oppure una squallida approfittatrice delle altrui debolezze? Una santona con doni di guaritrice oppure soltanto una mistificatrice? Il film lascia aperta ogni soluzione, limitandosi a ripercorrere gli avvenimenti e le deposizioni. Mostrando, quà e la, scene di sadismo e di sesso, di violenza morale, psicologica, fino alla decisione finale del tribunale, che condanna la donna a 10 anni di reclusione, poi ridotti ad alcuni da trascorrere agli arresti domiciliari.

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Mamma Ebe, film di Carlo Lizzani girato nel 1985, non verrà di certo ricordato come il suo miglior film; i ritmi sono più quelli della fiction che quelli cinematografici, e l’insistere sulle scabrosità della storia non aggiunge nulla alle deposizioni, finendo per risultare quasi un maldestro tentativo di erotizzare la pellicola e quindi renderla appetibile ad un certo tipo di pubblico.

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Il dubbio che l’operazione sia alla fine prettamente commerciale arriva proprio con la presenza in scena di una Stefania Sandrelli in pieno successo post La chiave, film che ne aveva rilanciato la carriera in chiave pruriginosa; a ciò si aggiungano le scene delle docce gelate, della stessa Sandrelli ripresa più volte nuda e di spalle. Il resto del cast vede protagonisti una giovane Barbara De Rossi, molto convincente, la Di Benedetto, Alessandro Haber e la bravissima Laura Betti. Un film non memorabile, che tuttavia può essere visto nell’ottica del documento su una storia dell’Italia recente.

Mamma Ebe, un film di Carlo Lizzani. Con Ida Di Benedetto, Barbara De Rossi, Cassandra Domenica, Maria Fiore.Laura Betti, Luigi Pistilli, Stefania Sandrelli, Massimo Sarchielli, Paolo Bonacelli, Alessandro Haber, Enzo Robutti, Carlo Monni, Riccardo Rossi, Giuseppe Cederna
Drammatico, durata 103 min. – Italia 1985.

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Berta Dominguez D. (con il nome di Cassandra Domenica): Mamma Ebe
Alessandro Haber: Mario Bonetti
Stefania Sandrelli: Sandra Agostini
Ida Di Benedetto: Maria Pia Sturla
Barbara De Rossi: Laura Bonetti
Laura Betti: Lidia Corradi
Paolo Bonacelli: Don Paolo Monti
Giuseppe Cederna: Bruno Corradi
Carlo Monni: Foschi
Massimo Sarchielli: oste
Luigi Pistilli: Roberto Lavagnino
Maria Fiore: Mara
Enzo Robutti: vescovo

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Regia Carlo Lizzani
Soggetto Gino Capone, Carlo Lizzani
Sceneggiatura Iaia Fiastri, Gino Capone, Carlo Lizzani
Produttore Giovanni Di Clemente
Produttore esecutivo Bruno Ridolfi
Casa di produzione Clemi Cinematografica
Fotografia Romano Albani
Montaggio Franco Fraticelli
Musiche Franco Piersanti
Scenografia Massimo Razzi
Costumi Rita Corradini

Mamma Ebe banner filmscoop
L’opinione di Kovalsky dal sito http://www.filmscoop.it

Da una storia del genere poteva nascere un piccolo capolavoro.
Purtroppo Lizzani da un po’ di anni ha lavorato in televisione, e si vede.
Non pago, sciorina il peggior repertorio di gigionismi ed enfasi delle fiction televisive.
“Mamma Ebe” risulta pertanto patetico sia come tentativo di dramma di denuncia sia come testimonianza dell’evento: a ridosso di tutto cio’, è un campionario ordinario di moralismo, qualcosa di quello che possiamo leggere su “cronaca vera” (la rivista).
Cast ignobilmente sprecato, dalla De Rossi ad Haber alla Sandrelli, con l’eccezione di Laura Betti, che offre un’interpretazione di grande bravura.
I volti “deliranti” delle suorine sono tra le poche eccezioni positive, ma a costo di evocare i risvolti “maligni” del Sacro con il Profano, si rischia di finire nel vortice del passatismo integralista-religioso.
Non era questa l’intenzione, ma i tempi dei “Diavoli” di Ken Russell sono davvero lontani soprattutto in Italia

L’opinione di Lor.cio dal sito http://www.filmtv.it

Un consiglio spassionato: recuperate subito Mamma Ebe. Non perché sia un capolavoro, beninteso, ma per una ragione molto più interessante: è il film più vaporosamente e al contempo essenzialmente kitsch di Carlo Lizzani. Un vero cult, se il tempo non l’avesse relegato alla stanza dei ricordi rimossi. Lizzani, dall’alto della sua esperienza secolare, capì che non si poteva che rappresentare una storia talmente allucinante a cui si stenta a credere nel modo più ovvio possibile: miscelando il ridicolo all’allarmante, il minaccioso al folkloristico, il mistico alla cialtroneria. Ne esce fuori un’inchiesta indiretta (funzionalmente condotta da Alessandro Haber nei panni del padre dell’assatanata Barbara De Rossi) che in realtà è anche un film ad episodi camuffato, nonché un horror sui generis sul quotidiano dell’assurdo, in cui regnano sovrani il distacco quanto l’eccesso in un turbinio di personaggi squilibrati ed esagerati, ma realmente esistiti (e questo è davvero angosciante). A volte davvero non è facile accettare il fatto che tutto ciò che viene raccontato sia successo. La misteriosa Cassandra Domenica impersona la santona con inquietante cinismo: pensare che per questo ruolo affascinante e pericoloso s’era candidato nientepopodimenoche Gian Maria Volonté, e sarebbe stato una meraviglia. Attorno a lei, il coro femminile invasato e redento nel quale non si possono non segnalare Ida Di Benedetto e Laura Betti, quest’ultima impegnata in una delle sequenze più pazzesche all’interno di Villa Ebe, teatro di deliri, sesso e perversioni. Ma la palma della scena più cult se la becca Giuseppe Cederna vestito con i preziosi abiti della Mamma: splendidamente kitsch.

L’opinione di Stefania dal sito http://www.davinotti.com

Instant-movie superficiale e fallimentare: se l’intento era quello di informare sulla vicenda di Ebe Giorgini, manca lo scopo: non si capisce neppure quando, né dove, la vicenda si svolga. L’operosa, ed apparentemente evoluta, provincia toscana del fior fiore degli anni ottanta, tra nuove ricchezze e vecchie superstizioni, non si vede proprio. Se l’intento era addirittura quello di suggerire una riflessione sul vuoto di valori e sulla fame d’assoluto apparentemente saziata da quella specie di Wanna Marchi con le stimmate, peggio mi sento! Haber e la Betti forzati fino al ridicolo. Pessimo.

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giugno 13, 2009 Pubblicato da: | Drammatico | , , , | 6 commenti

L’uomo, la donna e la bestia-Spell dolce mattatoio

L'uomo la donna e la bestia-Spell dolce mattatoio locandina

Questo film di Alberto Cavallone, diretto nel 1977, è uno dei prodotti più affascinanti e meglio riusciti nella storia del cinema italiano. Visionario, naif, innovativo, iconoclasta, Spell, dolce mattatoio, titolo che si addice ben più del brutto L’uomo la donna e la bestia, rappresenta un’autentica oasi di novità in un periodo, quello sul finire degli anni settanta, poco affascinante e davvero poco interessante cinematograficamente, vissuto attraverso una serie di pellicole dozzinali, quasi tutte erotiche, oppure del decadente filone della commedia all’italiana.

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Un film difficile, caleidoscopico, in cui le storie dei vari protagonisti si sommano, si intrecciano, attraverso una visione della società, e in particolare della provincia italiana, caustica e rivoluzionaria. Un film che si articola in più fasi, visibile attraverso diverse chiavi di lettura, attraverso le storie di comuni cittadini di una qualsiasi città della provincia italiana, quella operosa ma anche puritana, baciapile e sottilmente lussuriosa, viziosa e moralistica. Storie di gente comune, come comune è la famiglia che all’improvviso vive come una tragedia la scoperta che la figlia minore (“è ancora una bambina!” grida la madre) è incinta.

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Tragedia che diverrà davvero tale quando la ragazza griderà alla madre l’atroce verità; il genitore del bambino altro non è che suo padre. Una storia comune anche quella del contadino perennemente ubriaco, che torna  a casa e pretende di trovare sua moglie pronta a soddisfarlo, ma che riceve, per contro, un netto rifiuto.

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I personaggi sono tutti credibili nelle loro debolezze, nella loro umanità disumanizzata, alle volte priva di morale, alle volte dai ferrei principi. C’è il comunista deluso, che ha la moglie pazza ed erotomane; c’è la prostituta che si da a tutti, che però resta incantata dal personaggio assolutamente fuori contesto del vagabondo un giovane che sembra Gesù, che seduce candidamente le mogli degli altri, e che sembra guardare, estraneo, quel mondo in miniatura retto da regole mutuate dal mondo vero, quello sicuramente più grande, che però si muove attorno alle stesse leggi, immutabili nel tempo.

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Cavallone usa più il linguaggio delle immagini che i dialoghi; immagini spesso anche forti, ai limiti del guardabile. Come le scene di sesso tra il macellaio e i quarti di bue, apologo forse oscuro della sessualità spinta allo stremo, o della società borghese, vallo a capire; come la terribile scena finale, in cui la moglie pazza, durante un rapporto erotico, espleta i propri bisogni corporali sul partner, soffocandolo con gli escrementi, prima di uccidere con le forbici il marito.

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O ancora la scena in cui un giocatore di biliardo infila una delle palle lanciandola con la stecca nella vagina della prostituta. Un film che dilata i suoi tempi, trasformandosi, di volta in volta, in un sogno o in un incubo, in qualcosa di onirico, in un impeto che assomiglia tanto al surrealismo pittorico.

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Un film che vive sui due piani canonici, realtà e sogno, senza che nessuna delle due situazioni sembri prevalere sull’altra. Inizio sacro, fine profana, con quell’orgia di suoni e colori, parossistica nel suo erotismo sfrontato. Una provocazione, senza dubbio, ma estremamente affascinante. Un film visto da pochi, ma che andrebbe rivalutato proprio nell’ottica della sua assoluta originalità.

L’uomo, la donna e la bestia-Spell dolce mattatoio, un film di Alberto Cavallone. Con Jane Avril, Paola Montenero, Martial Boschero, Angela Doria,Monica Zanchi
Erotico, durata 90 min. – Italia 1977

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Jane Avril: Rosanna
Angela Doria: la prostituta
Martial Boschero: il comunista
Josiane Tanzilli: Clara
Antonio Mea: Alfonso, il macellaio
Paola Montenero: Luciana
Aldo Massasso: Ernesto, il padre di Giulia
Macha Magall: Maria
Stefania Spugnini: Giulia
Monica Zanchi: Sabina

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Regia Alberto Cavallone
Sceneggiatura Alberto Cavallone
Produttore Stefano Film
Fotografia Giovanni Bonicelli
Montaggio Alberto Cavallone
Anita Cacciolati
Musiche Claudio Tallino
Scenografia Joseph Teichner
Trucco Angelo Fava

giugno 3, 2009 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , | 8 commenti

Beatrice Cenci

Lucio Fulci riprende la storia di Beatrice Cenci, nobildonna romana, figlia di un uomo violento, dedito all’alcool e odiato da tutti, a cominciare dalla sua famiglia,e ne fa una saga a tinte cupe, attraverso il racconto dell’omicidio di Francesco Cenci organizzato ed eseguito da Olimpio, valletto personale di Beatrice, di lei innamorato a tal punto da rischiare in prima persona la vita. Siamo negli ultimi anni del 1500, e Francesco Cenci, grazie ad un’interpretazione molto personale di alcune leggi in vigore, approfitta del suo status per abbandonarsi a soprusi di ogni genere, finendo per colpire indiscriminatamente piccoli e grandi proprietari delle terre in cui abita.

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Ma anche il lassismo generale ha un limite, e quando Cenci lo supera, le guardie dello stato pontificio intervengono, spogliandolo di parte dei suoi possedimenti e confinandolo nella tenuta di famiglia. Qui l’uomo si abbandona a gesti di violenza verso i suoi congiunti, al punto che una notte Beatrice, bellissima figlia di Francesco, confidandosi con il suo valletto personale ed amante Olimpio, ottiene da quest’ultimo una promessa; Olimpio ucciderà Francesco, simulando un incidente.

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Il valletto si reca da un noto bandito e lo convince ad eseguire il delitto; il tutto viene portato a compimento una notte in cui Francesco, dopo essersi dedicato ai consueti bagordi, ritorna a casa completamente ubriaco. Il bandito uccide Francesco e Betarice, con l’aiuto della sua famiglia, lo getta da una finestra, simulando un incidente. Ma un servo di Cenci, che ha intuito la verità, informa le autorità con una lettera anonima dell’accaduto, e queste ultime indagano.

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Adrienne La Russa è Beatrice Cenci

Le indagini portano immediatamente al bandito, che ha avuto l’impudenza di girare con il mantello di Francesco, dimostrando anche una disponibilità economica molto sospetta. Questa e altre prove convincono le autorità che dietro la disgrazia in realtà si cela un omicidio, e la famiglia Cenci, con Olimpio, vengono arrestati e sottoposti a tortura. Olimpio resiste eroicamente, e nega la partecipazione dell’amata Beatrice al complotto; lo stesso fa la ragazza, ma sia il fratello che la madre non resistono alla ferocia della tortura e confessano i loro ruoli nella vicenda.

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Beatrice a questo punto cede, e racconta anche alcuni retroscena della vita violenta del padre, inclusa la violenza sessuale subita dallo stesso. Ma è tutto inutile; tutti i protagonisti vengono condannati a morte, una morte orribile. Solo Beatrice verrà condannata ad essere decapitata, senza squartamento. Ma da quel momento inizia la leggenda della martire Beatrice, venerata come una santa dal popolo, che inizierà a fare pellegrinaggio sulla sua tomba.

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Beatrice Cenci, film del 1969 diretto dal maestro Lucio Fulci è un prodotto asciutto, rigoroso, splendidamente ambientato e ottimamente recitato; Beatrice è interpretata da una giovane e affascinante Adrienne La Russa, che purtroppo nel corso della sua carriera non toccherà più il livello di eccellenza di questa interpretazione. Molto bravo anche Thomas Milian nel ruolo di Olimpio; il film è interessante, con il suo alternarsi di passato e presente, e in maniera inusuale, parte dalla fine, dall’attesa della sentenza per ricostruire le fasi delle vite tragiche dei protagonisti. Bravissimo George Wilson, che interpreta in maniera luciferina il torbido personaggio di Francesco, uomo violento e dissoluto.

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Alcuni cenni storici sulla tragica vicenda di Beatrice Cenci, extra film.

Durante il processo a Beatrice e alla sua famiglia,vennero ascoltati testimoni,che confermarono tutto quanto rivelato dagli accusati,gli stupri,le sevizie morali e materiali a cui erano sottoposti.
E forse la sentenza sarebbe stata differente se proprio durante i giorni del processo non si fossero verificati altri casi di parricidio.

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Il papa decise che bisognava dare un esempio forte e definitivo,per porre un freno al dilagare degli omicidi in famiglia;così il tribunale,messo alle strette,condannò tutti alla pena capitale,con l’unica eccezione di Bernardo,che ebbe salva la vita.

L’undici settembre 1599 la carretta con i condannati giunse,stretta tra due ali di folla silenziosa,in piazza Castel Sant’Angelo.

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Fu fatto scendere Bernardo,che venne obbligato ad assistere al supplizio; subito dopo toccò  a Lucrezia, che venne giustiziata dalla mannaia in stato di incoscienza; toccò poi a Beatrice,che con il viso pallido, ebbe tuttavia la forza di ravvivarsi i capelli,in un ultimo gesto di civetteria.

Un attimo dopo,a mannaia del boia troncò la testa della sventurata fanciulla,mentre i due fratelli, Giacomo e Bernardo urlavano per la disperazione.
L’ultimo ad essere decapitato fu Giacomo, che fino all’ultimo gridò che Bernardo era innocente.
I corpi dei condannati restarono sulla piazza fino a tarda notte, come ammonimento,per poi essere rimossi e inviati in vari posti per la sepoltura;Beatrice venne sepolta in un loculo nella chiesa di san Pietro in Montorio.
Nel 1798 Roma era piena di truppe francesi.
Un giorno una delle soldataglie entrò nella chiesa di san Pietro in Montorio,mentre il pittore Camuccino lavorava ad un quadro all’interno della chiesa stessa.

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Dobbiamo alla sua testimonianza se ci è arrivato il racconto dell’ultimo oltraggio subito dalla ragazza.
Sembra che i  soldati  fossero entrati in chiesa, alla ricerca di preziosi.
Aprirono alcune tombe,e fra esse quella di Beatrice Cenci;all’interno rinvennero un piatto d’argento,su cui era appoggiata una sacca nera,che conteneva il capo di Beatrice reciso dalla mannaia;gli uomini portarono via il piatto,non prima di aver gettato tra i rifiuti il cranio della giovane.
Un ultimo oltraggio brutale e gratuito.
La pietà popolare iniziò a fare girare,da allora,una leggenda,che racconta come in alcuni giorni dell’anno sia possibile vedere lo spettro della fanciulla vagare alla ricerca del suo capo.
Un’ultima annotazione riguarda i due boia che eseguirono le condanne dei Cenci;uno di loro si uccise 15 giorni dopo,oppresso dai ricordi e dal rimorso per aver eseguito la condanna;l’altro venne ucciso un mese dopo durante un tentativo di rapina.

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Beatrice Cenci, un film di Lucio Fulci. Con Raymond Pellegrin, Tomas Milian, Antonio Casagrande, Adrienne La Russa,Georges Wilson, Amedeo Trilli, Mirko Ellis, Stefano Oppedisano, Umberto D’Orsi, John Bartha, Ernesto Colli, Massimo Sarchielli
Drammatico, durata 90 min. – Italia 1969.

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Tomás Milián: Olimpio
Adrienne La Russa: Beatrice Cenci
Georges Wilson: Francesco, padre di Beatrice
Mavie: La madre
Antonio Casagrande: Giacomo Cenci, figlio
Umberto D’Orsi: Ispettore
Pedro Sanchez: Il brigante Catalano
Raymond Pellegrin: Cardinale Lanciani
Steffen Zacharias: Prospero Farinacci
Amedeo Trilli: Servo dei Cenci

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Regia Lucio Fulci
Soggetto Roberto Gianviti, Lucio Fulci
Sceneggiatura Roberto Gianviti, Lucio Fulci
Fotografia Erico Menczer
Montaggio Antonietta Zita
Musiche Angelo Francesco Lavagnino, Silvano Spadaccino
Scenografia Umberto Turco
Costumi Mario Giorsi

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Maggio 23, 2009 Pubblicato da: | Drammatico | , , , | Lascia un commento

Cannibal ferox

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Due storie che finiranno per incrociare due destini, quelle di Mike, spacciatore di New York e di un suo amico e quelle di Gloria, studentessa alla vigilia della tesi in antropologia, di Rudy, il suo compagno e della sorella di quest’ultimo, Pat, una ragazza dal passato turbolento. Mike e l’amico sono in fuga, dopo aver trafugato alla banda che gestisce il traffico di droga nel loro quartiere una grossa somma di denaro; si recano in Amazzonia per cercare smeraldi, per racimolare quindi i soldi necessari per coprire la somma ed evitare di essere uccisi.

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Gloria, con l’aiuto di Rudy e Pat, si reca in Amazzonia  per completare la sua tesi sul cannibalismo; la ragazza è convinta che il cannibalismo non esista, che sia solo un’invenzione dei colonizzatori bianchi. Arrivati sul posto, i tre, che hanno dovuto abbandonare la loro jeep, si imbattono in Mike e il suo compagno d’avventura, che stanno fuggendo da un villaggio indios. Mike racconta di essere stato catturato assieme all’amico da una tribù ostile e di essere riuscito a fuggire solo per miracolo.

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Lorraine De Selle (Gloria) e Zora Kerova (Pat)

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Il compagno di Mike, gravemente ferito, necessita di cure, così il gruppo decide di raggiungere il villaggio vicino per curarlo; ma la realtà è ben diversa. Mike, che cercava smeraldi, inferocito dall’assenza di risultati si era lasciato andare a gesti di disumana crudeltà nei confronti degli indios. Aveva evirato uno di loro, e perpetrato autentiche torture su altri. Il compagno di Mike muore, e i quattro vengono fatti prigionieri. Inizierà così per loro un autentico calvario; gli indios infatti si vendicheranno atrocemente.

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Mike, responsabile delle torture inflitte ai nativi, verrà dapprima evirato e in seguito decapitato, Pat verrà appesa per i seni a due uncini e sospesa in aria, finendo per morire dissanguata, mentre Rudy troverà la morte dopo un tentativo di fuga, nel corso del quale verrà ucciso dai morsi dei piranha. A salvarsi miracolosamente sarà la sola Gloria: un nativo, infatti, la libererà, e la ragazza, allo stremo delle forze, sarà raccolta casualmente da due cacciatori di scimmie. Tornata a New York, completerà la sua tesi, mantenendo però l’assoluto segreto su quello che realmente è accaduto nella giungla.

Violentissimo e crudo, Cannibal ferox, film del 1981 diretto con mano ferma da Umberto Lenzi, si basa su una sceneggiatura una volta tanto credibile e coerente, pur nei limiti di un genere, il cannibal movie, che ebbe troppi proseliti dediti all’illustrazione di scene morbose e raccapriccianti. Il film di Lenzi corre spesso su questo filo ambiguo, pur evitando per esempio le solite scene di sesso, questa volta limitate ad un fugace amplesso tra Mike e Pat, basandosi invece su scene splatter davvero forti.

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Impressionante per esempio la scena dell’evirazione di Mike, tanto realistica da apparire vera, così come impressionante è la scena della decapitazione dello stesso, con gli indios che poi si cibano del suo cervello. Cruenta è anche la scena dell’esecuzione di Pat, ripresa per lunghi secondi nella sua agonia, appesa per i seni a due ganci che la porteranno alla morte. Anche se questo film non raggiunge la ferocia di Cannibal holocaust, ne si propone di dare un giudizio sul solito confronto civiltà-primitivi, siamo di fronte ad un prodotto realizzato con cura, pieno purtroppo delle solite, orrende scene di sevizie sugli animali. Particolarmente disturbante quella dell’animaletto ingoiato da un anaconda, un effettaccio di cui davvero non si sentiva la necessità.

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Bene Lorraine De Selle nel ruolo di Gloria, bene anche Zora Kerova in quello di Pat, mentre il ruolo di Mike, ricoperto da Giovanni Lombardo Radice appare ben strutturato e aderente al reale. Non c’è il fascino morboso di Cannibal holocaust, con le famose foto della natura lussureggiante, ma una giungla molto vicina ad uno dei nostri boschi. Lenzi non indugia troppo sulla location, badando di dare al tutto ritmo e velocità. Un film di discreta fattura, quindi, che ebbe comunque grossi problemi di censura legati alle scene splatter.

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Tiepida l’accoglienza della critica, se non addirittura negativa; Lenzi rimarca, senza molta convinzione, la differenza tra una cultura elevata, come quella occidentale e quella nativa, ripercorrendo in pratica il percorso di Deodato con il suo Cannibal holocaust; il risultato è molto edulcorato, proprio perchè il film ha un ritmo diverso, meno attento alle effettive differenze tra le due culture. La stessa soundtrack del film non ha il fascino di quella composta da Riz Ortolani, rimanendo alla fine abbastanza anonima.

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Cannibal ferox, un film di Umberto Lenzi. Con Lorraine De Selle, John Bartha, Brian Redford, Venantino Venantini,Zora Kerova,Giovanni Lombardo Radice
Drammatico, durata 93 min. – Italia 1981

Giovanni Lombardo Radice: Mike Logan
Robert Kerman: Tenente Rizzo
Zora Kerowa: Pat Johnson
Lorraine De Selle: Gloria Davis
Perry Pirkanen: Paul

Regia Umberto Lenzi
Sceneggiatura Umberto Lenzi
Fotografia Giovanni Bergamini
Montaggio Enzo Meniconi
Musiche Budy Maglione

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Maggio 12, 2009 Pubblicato da: | Drammatico | , , , | Lascia un commento

Flavia la monaca musulmana

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Siamo in pieno medioevo, durante le invasioni dei saraceni sulle coste pugliesi. Flavia, una bellissima giovinetta, assiste alla morte di un cavaliere saraceno che le aveva salvato la vita; l’uomo verrà decapitato. Qualche anno dopo la giovane Flavia è costretta ad entrar in convento per volontà del padre, e con lei, come consigliere spirituale, ci sarà un giovane ebreo, Abhram.

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La costrizione, il susseguirsi delle punizioni inflitte alle religiose per reprimerne la sessualità, lo stato di evidente sudditanza in cui versano coloro che hanno dovuto in molti casi non fare, ma subire una scelta, provocano nella giovane Flavia un odio latente contro ciò che il cristianesimo rappresenta. Quando a giungere sulle coste pugliesi sarà un capitano saraceno, Akmed,  Flavia si ribellerà alla sua condizione, e si concederà all’uomo, violando i suoi voti. Lo aiuterà ad espugnare la città, mostrandogli un passaggio segreto, cosa che provocherà uno spaventoso massacro.

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Durante la battaglia Akmed viene ucciso e la religiosa, colpita duramente, cadrà svenuta. Al risveglio, troverà un’armata cristiana, e per Flavia, divenuta assolutamente estranea e insensibile a tutto, ci sarà il supplizio.
Film di notevole interesse, Flavia la monaca musulmana tocca vari temi, spesso senza approfondirli e usando come espressione la violenza delle immagini.

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Uno dei temi portanti è lo stato di costrizione totale delle donne nel medioevo, stato a cui si ribella la giovane Flavia, che in un punto del film fa una tirata proprio contro la situazione sociale delle donne. Altro tema è la religione, mostrata come coercitiva, fanatica, responsabile degli orrori che si scateneranno poi sullo schermo. Basta per esempio guardare le sequenze della giovane monaca che viene orrendamente immersa nel piombo fuso solo per aver ballato la danza delle tarantolate, oppure quelle della violenza su alcune suorine, stuprate senza ritegno sul letame.

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Proprio la violenza delle immagini è la caratteristica fondante del film; non viene risparmiato nulla, nel tentativo palese, da parte di Mingozzi, il regista, di stigmatizzare la violenza stessa dei protagonisti. Cristiani o musulmani, vittime o carnefici, alla fine hanno un alternanza di ruoli in cui ognuna delle parti passa indifferentemente dall’una o dall’altra parte. Se il musulmano uccide e strupra, il cristiano si comporta nello stesso modo.

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Che differenza passa, alla fine, tra coloro che obbligano in nome di Dio le giovani ragazze all’obbligo della fede, alla rinuncia alla sessualità e coloro che uccidono in nome di un altro Dio?

Il contrasto stridente fra le varie tematiche, l’eccesso visivo delle torture, impalamenti e sevizie varie finiscono per essere più in limite del film che un suo pregio. La narrazione diventa cruda, cruenta, attraverso passaggi narrativi esplicitati proprio attraverso la violenza. Un film con molte ambizioni quindi, ma che risente di molti limiti, in primis quello della scarsa profondità data al contesto storico, visto in un ottica eccessivamente negativa. Il medioevo fu un secolo con molti lati oscuri, ma anche con molte luci.

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Se è vero che ci fuono le crociate, la lotta senza quartiere tra Islam e occidente, ci furono anche molti tentativi di integrazione tra le due culture, che nel caso del film vengono completamente dimenticate a tutto vantaggio della brutalità delle immagini. E in qualche momeno affiora il sospetto che le scene di nudo e brutalità sessuale siano state inserite a bella posta, quasi per cercare, creare ad ogni costo lo scandalo. Il risultato ovvio fu una pesante mutilazione del film, che in qualche momento in virtù di questo perde la sua feroce carica visiva.Bene la Bolkan, spesso impenetrabile, come nella scena finale del martirio.

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L’attrice ormai al massimo della maturità recita in un ruolo difficile, scabroso, con sobrietà ed eleganza. Nel cast si segnalano Claudio Cassinelli e la bravissima Maria Casares

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Flavia la monaca musulmana, un film di Gianfranco Mingozzi. Con Florinda Bolkan, Claudio Cassinelli, Maria Casarés, Guido Celano,Ciro Ippolito, Jole Silvani, Spiros Focas, Carla Mancini, Anthony Corlan
Drammatico, durata 100 min. – Italia 1974.

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Florinda Bolkan: Flavia Gaetani
María Casares: sorella Agata
Claudio Cassinelli: Abraham

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Regia Gianfranco Mingozzi
Soggetto Raniero Di Giovanbattista, Sergio Tau, Francesco Vietri
Sceneggiatura Gianfranco Mingozzi, Fabrizio Onofri, Sergio Tau
Fotografia Alfio Contini
Montaggio Ruggero Mastroianni
Musiche Nicola Piovani
Scenografia Guido Josia

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Maggio 10, 2009 Pubblicato da: | Drammatico | , , , | 3 commenti

L’eredità Ferramonti

Irene, bellissima e avida figlia di un commerciante romano, ritiratosi in pensione, sposa Pippo Ferramonti, uno dei tre figli di Gregorio Ferramonti, ricco e avaro fornaio romano.La donna, tanto bella d’aspetto, quanto segretamente avida di denaro, ambiziosa e desiderosa di un ruolo sociale più rilevante, da subito si adopera per riportare la pace in famiglia tra il vecchio e testardo Gregorio e i suoi tre figli, il debole Pippo, suo marito, la sorella di Pippo, Teta, sposata ad uno scaltro funzionario statale ed infine l’ultimo figlio, il playboy di famiglia,Mario.

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Gigi Proietti interpreta Pippo Ferramonti

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Fabio Testi è Mario Ferramonti

Siamo sul finire dell’800,  Roma è tutta un cantiere, perchè è la capitale del nuovo regno d’Italia, e Irene non si accontenta della posizione sociale che sta per raggiungere, grazie anche a Paolo, il marito di Teta, che con le sue conoscenze favorisce il cognato Pippo. Così cerca in tutti i modi di avvicinarsi al suocero, che tiene a distanza i figli, non avendo alcuna intenzione di lasciare il suo patrimonio ai tre.

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Anthony Quinn è il vecchio Ferramonti

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Dominique Sanda  è Irene

Poco alla volta, la donna, come un ragno, tesse la sua tela; dapprima irretisce il cognato Mario, poi mette in disparte il marito, che inizia a bere, e infine, installatasi a casa del maturo suocero, ne diviene l’amante. Alla morte del suocero, è proprio Irene ad essere nominata erede del vecchio; ma la donna non riuscirà a godersi il frutto della sua trama diabolica e della sua avidità. Mario, che si era davvero innamorato di lei, si uccide sparandosi un colpo di pistola e suo cognato Paolo, che la trascinerà in tribunale, riuscirà a spogliarla legalmente dell’eredità.

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Dramma storico in costume diretto da Mauro Bolognini nel 1976, L’eredità Ferramonti è un film a tinte cupe, basato su una storia ricca di avidità, egoismo e tradimenti. I personaggi del film sono quasi tutti visti in luce negativa, a cominciare dal debole e pusillanime Pippo (Gigi Proietti),passando per il vecchio Ferramonti, il solito grande Anthony Quinn, e proseguendo con l’amorale e vizioso Mario, Fabio Testi, per finire con le due protagoniste femminili del film, l’arrivista Teta,

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Adriana Asti è Teta Ferramonti

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una brava Adriana asti e infine l’anima della storia, la cinica, amorale Irene, interpretata dalla bellissima Dominique Sanda. Sullo sfondo, si agita l’Italia dell’unificazione, con tutti i suoi traffici economici, con il bussiness della ricostruzione o meglio, della costruzione dell’identità nazionale, fatta di strade e scuole, uffici e palazzi, con il carico di corruzione che inevitabilmente portò con se.

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Un film che riesce a calamitare l’attenzione degli spettatori, pur nei limiti di una denuncia di un mondo, quello della piccola borghesia, che appare alle volte troppo forzato o caratterizzato da una visione eccessivamente di color cupo. Bolognini ricava comunque dal romanzo di Chelli un soggetto interessante, svolgendo il suo compito con la solita eleganza, coadiuvato dal cast citato che appare ben assortito e sopratutto in gardo di non caratterizzare troppo i personaggi.

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Impeccabile la fotografia di Ennio Guarnieri, così come delicata e adatta appare la colonna sonora del solito Ennio Morricone.Un plauso in particolare per Dominique Sanda, dal volto angelico, che trasmette questa sua caratteristica al personaggio ambiguo e amorale di Irene , rendendo particolarmente credibile lo stesso.

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L’eredità Ferramonti, un film di Mauro Bolognini. Con Fabio Testi, Adriana Asti, Anthony Quinn, Dominique Sanda, Paolo Bonacelli, Luigi Proietti, Harold Bradley, Rossana Di Lorenzo, Rossella Rusconi, Harald Bromley, Silvia Cerio, Maria Russo, Simone Santo
Drammatico, durata 118 min. – Italia 1976.

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Gigi Proietti: Pippo Ferramonti
Anthony Quinn: Gregorio Ferramonti
Fabio Testi: Mario Ferramonti
Dominique Sanda: Irene Carelli Ferramonti
Adriana Asti: Teta Ferramonti Furlin
Paolo Bonacelli: Paolo Furlin

Regia Mauro Bolognini
Soggetto Gaetano Carlo Chelli (romanzo)
Sceneggiatura Sergio Bazzini, Roberto Bigazzi e Ugo Pirro
Fotografia Ennio Guarnieri
Montaggio Nino Baragli
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Luigi Scaccianoce, Bruno Cesari
Costumi Gabriella Pescucci
Trucco Giuseppe Capogrosso, Massimo De Rossi

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Maggio 3, 2009 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , , | 5 commenti

La ragazza dalla pelle di luna

La ragazza dalla pelle di luna locandina

Un ingegnere, una fotografa affermata di moda; sono una coppia, Alberto e Helen, ma una coppia in profonda crisi. Un giorno ad Helen viene proposto un viaggio di lavoro a Nairobi. La donna chiede ad Alberto di accompagnarla, e seppur riluttante, l’uomo accetta.

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Ugo Pagliai è Alberto, Beba Loncar è Helen

Durante uno scalo, Alberto riesce a convincere la donna a prendersi una vacanza; il posto è magnifico, Mahè, nelle Seychelles, e la donna, anche se a malincuore, accetta. All’aeroporto della cittadina, Alberto incrocia, per la prima volta, una bellissima ragazza di colore, Simoa; la reincontrerà in una discoteca e tra loro scatterà immediatamente la scintilla fatale.

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La relazione tra i due, intensissima, rigenera completamente l’uomo, mentre Helen, che ben presto si renderà conto della situazione creatasi tra i due, intreccerà una fugace storia con Giacomo, uno scrittore che vive in quel paradiso. Una relazione che lascia entrambi con l’amaro in bocca, mentre anche Alberto si rende conto che la pace, la serenità e la bellezza di quei luoghi sono solo un’illusione, per lui.

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Giacomo Rossi Stuart con Beba Loncar

Dopo un drammatico colloquio con la moglie, durante il quale i due si affrontano forse per la prima volta, Alberto e Helen ripartono, probabilmente incontro ad una vita di coppia più serena ed equilibrata.

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Diretto con ottima mano da Luigi Scattini nel 1972,La ragazza dalla pelle di luna è un film che si lascia guardare con piacere, per merito di una serie di fattori concomitanti; il primo è sicuramente costituito dal buon cast, con Ugo Pagliai, beniamino del pubblico televisivo dell’epoca nel ruolo di Alberto, della splendida ex attrice di fotoromanzi Beba Loncar, nel ruolo di Helen, e sopratutto della bravissima e sorprendente Zeudi Araya, attrice esordiente lanciata proprio da Scattini.

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La stupenda Zeudi Araya

Un altro fattore importante, direi congiunto, è l’abbinamento tra la sontuosa colonna sonora di Piero Umiliani e la location, le Seychelles, con spiagge di sabbia dal color quasi bianco e i paesaggi incontaminati. La fotografia è adeguata, misurata. Un appunto personale, fatto all’epoca e a maggior ragione da farsi oggi, è l’inutile crudeltà mostrata verso i pescecani, attraverso scene che francamente potevano essere risparmiate.

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Curiosando per il web, alla ricerca di qualche critica o recensione di questo film, mi sono imbattuto in giudizi poco lusinghieri, in trame raccontate alla meno peggio e sopratutto in vistosi errori nella sinossi del film. Ancora una volta un segno inequivocabile che molti critici tout court i film non l vedevano, ma evidentemente se li facevano raccontare, oppure li criticavano in stile Bignami, facendo il sunto del sunto.

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In questo caso non stiamo parlando di un capolavoro della cinematografia, certamente, ma di un’opera dignitosa, con un suo fascino e sopratutto scorrevole. Doti non da poco, vedendo larga parte delle produzioni italiane di quegli anni. Per chiunque volesse approfondire la trama, i dietro le quinte o capirne di più sulla nascita e sullo sviluppo del film, consiglio il blog di Luigi Scattini, all’indirizzo: http://luigiscattini.wordpress.com/ ,utilissimo anche per coloro che non hanno avuto modo, per questioni di età o altro, di conoscere il cinema di un brillante e capace regista.

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La ragazza dalla pelle di luna, un film di Luigi Scattini. Con Beba Loncar, Ugo Pagliai, Giacomo Rossi Stuart, Zeudi Araja.
Zeudi Araya.Drammatico, durata 91 min. – Italia 1972

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Zeudi Araya: Simoa
Ugo Pagliai: Alberto
Beba Loncar: Helen
Giacomo Rossi Stuart: Giacomo

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Fotografia:     Nino Borghesi
Montaggio:     Luigi Scattini
Musiche:     Piero Umiliani
Scenografia:     Francesco Calabrese.

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Il regista del film, Luigi Scattini

 

La locandina

Citazioni:

Ancora: è diventata una parola d’amore.” ( Alberto)

Vedi, io sono un uomo civile,quindi sono un uomo malato; non posso respirare tanta libertà tutta insieme” (Alberto)

E’ stato bello, vero? (Helen) – No, ma almeno lo abbiamo pensato (Giacomo)”



aprile 29, 2009 Pubblicato da: | Drammatico | , , | 3 commenti