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Le scomunicate di San Valentino

Le scomunicate di San Valentino locandina 1

Due innamorati, Lucita De Fuentes e Esteban Albornoz vorrebbero convolare a nozze, ma l’antica rivalità che divide da generazioni le due famiglie li separa. Denucniato all’inquisizione come assassino, Esteban viene inseguito e quasi catturato da alcuni soldati. Ferito, trova rifugio in un convento, quello di San Valentino, lo stesso nel quale è stata rinchiusa la sventurata Lucita.

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Il convento è retto da una badessa molto più simile ad un demonio che ad una santa donna; Encarnation, infatti, regge con pugno di ferro il convento stesso, applicando con crudeltà metodi disumani di correzione. Aiutato dal fedele custode del monastero, Joaquin, che lo nasconde all’interno della sua abitazione, Esteban riesce a vedere la sua amata. Ma non ha fatto i conti con la diabolica Encarnation, che scopre la presenza dell’uomo nel convento.

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Jenny Tamburi (Lucita)

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Appresa la loro storia d’amore, la badessa, che si è invaghita del giovane, uccide una consorella e accusa Lucita del delitto. Portata davanti all’inquitore De Mendoza, la ragazza viene sottoposta a tortura, ma nonostante venga appesa per i polsi e martoriata, non confessa un delitto che non ha commesso, e viene quindi condannata ad essere bruciata sul rogo a Siviglia.

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Nel frattempo Esteban si fa sedurre da Encarnation, con il chiaro scopo di scoprire il vero colpevole dell’omicidio; è il fedele Joaquin a svelare il mistero al giovane, pagando però con la vita la sua devozione. Esteban, messosi d’accordo temporaneamente con il padre di Lcita, e dimenticati i rancori, penetra nel convento per liberare la ragazza. Non ci riesce, ma il gioco diEncarnation viene scoperto: la donna, con la collaborazione di alcune suore, ha fatto uccidere diversi amanti, i cui corpi vengono recuperati dai soldati assieme al corpo dello sfortunato Joaquin.

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Francoise Prevost, la Badessa

De Mendoza, inflessibile, condanna tutte le occupanti del monastero ad essere murate vive, con l’intenzione di coprire lo scandalo. Ma Esteban minacciando un inquistore scopre che anche Lucita è all’interno del monastero, e che la notizia della sua morte è falsa.

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Aiutato dagli uomini di De Fuentes, penetra nel monastero e libera Lucita, mentre Encarnation, consapevole comunque della sua fine, decide di uccidersi con il pugnale che aveva usato in passato contro le sue vittime. L’inviato personale del papa, l’inquisitore generale di Spagna, rimette tutto in ordine: solo alcune monache verranno sottposte a giudizio e rimuove De Mendoza dal suo incarico. Esteban e Lucita possono così intraprendere la loro nuova vita.

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Sorprendentemente per un film appartenente al genere conventuale, ci troviamo davanti ad un discreto prodotto, una volta tanto supportato da una buona trama e sopratutto poco incline alle solite perversioni sessuali mostrate a tuto spiano. La storia c’è, si sviluppa abbastanza armonicamente e si lascia seguire, grazie anche all’abile regia di Sergio Grieco, che diresse questo film nel 1973. Buono il cast, nel quale spiccano un ottimo Corrado Gaipa nel ruolo del fanatico De Mendoza, una discreta Francoise Prevost in quello della badessa e della giovanissima Jenny Tamburi, a suo agio nel recitare la parte di Lucita.

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Franco Ressel è De Fuentes, il padre di Lucita, mentre un più che discreto Paolo Malco è Esteban, anche se tendente ad essere troppo monocorde. Piccola parte anche per Adriana Facchetti, una delle caratteriste più utilizzate nel cinema anni 70. Film senza grosse pretese, ma godibile.

Le scomunicate di San Valentino, un film di Sergio Grieco. Con Françoise Prévost, Franco Ressel, Corrado Gaipa, Paolo Malco,Jenny Tamburi, Adriana Facchetti, Calisto Calisti, Dada Gallotti, Bruna Beani, Aldina Martano Drammatico, durata 91 min. – Italia 1973.

 

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Françoise Prévost … La badessa
Jenny Tamburi … Lucita
Paolo Malco … Esteban
Franco Ressel … Don Alonso
Corrado Gaipa … Padre Onorio
Pier Giovanni Anchisi … Isidro
Aldina Martano … Sorella Rosario
Bruna Beani … Josefa

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Regista:Sergio Grieco
Sceneggiatore:Sergio Grieco
Produzione:Gino Mordini
Musiche originali:Coriolano Gori
Fotografia:Emore Galeassi
Montaggio:Mario Gargiulo
Scenografie:Antonio Visone
Direttore di produzione:Massimo Alberini

luglio 22, 2009 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , , | 4 commenti

Beffe licenze et amori del Decamerone segreto

Il grande poeta Cecco Angiolieri, autore del “Sì fossi foco arderei lo mondo”  è trasformato in questo film del filone decamerotico, datato 1973, in un omologo poeta senza alcuna credibilità storica o riferimento accettabile alla sua vita. Nel film il poeta, diventato parte integrante della compagnia itinerante di Camillo, un ingenuo teatrante, gira in lungo e in largo la penisola, come cantastorie e clown. Naturalmente Cecco è un impenitente seduttore di leggiadre fanciulle, e alle sue mire non sfugge nemmeno la moglie di Camillo, la bella Dinda.

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Inventando un sacco di storie, Cecco riesce a prendere il posto del capo comitiva Camillo nel suo talamo nuziale, godendosi le fresche grazie di Dinda fino a quando la donna non resta incinta. Giunto in una cittadina di provincia in cui l’autorità è rappresentata da uno scadente poeta, Gianni , Cecco, dopo aver ottenuto la possibilità di impiantare la compagnia e tenervi delle rappresentazioni, seduce la giovane Tessa, moglie di Gianni.

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Ma il poeta è anche un furbo matricolato, con la vocazione alle beffe, anche le più atroci: riesce a far prostituire persino la madre superiora del monastero della cittadina, madre Lucrezia, costringendo la povera donna a sostituirsi alla tenutaria dello stesso. Alla fine il perfido Cecco, di beffa in beffa, convincerà Lucrezia, divenuta sua amante, ad ospitare il figlio nato dall’unione con Dinda, in attesa che il solito scemo, Camillo, non lo accolga come figlio legittimo.

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Orchidea De Santis

Filmetto senza qualità particolari, infarcito dai soliti doppi e tripli sensi, con immancabile stuolo di donnine seminude e discinte raccattate per mettere in scena una pellicola incolore e insapore. Anche le due protagoniste più conosciute, Orchidea de Santis e Malisa Longo, alla fine naufragano, non per demerito loro, nella pochezza di questa stanca ripetizione del già visto sequel delle novelle boccaccesche, ancora una volta prese in pretesto per esibizioni, peraltro gradite, di ettari di tette e natiche.

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Beffe licenze et amori del Decamerone segreto, un film di Walter Pisani. Con Orchidea De Santis,Malisa Longo, Patrizia Viotti, Antonella Patti, Giacomo Rizzo, Carla Mancini, Claudia Bianchi, Renzo Rinaldi
Commedia, durata 85 min. – Italia 1973.

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Dado Crostarosa: Cecco
Malisa Longo: Suor Lucrezia
Giacomo Rizzo: Camillo
Orchidea De Santis: Dinda
Patrizia Viotti: Tessa
Claudia Bianchi: Fiammetta
Renzo Rinaldi: Gianni Lotteringhi
Carla Mancini: Suora
Josiane Tanzilli: Suora

Regia Giuseppe Vari
Soggetto Giovanni Boccaccio, Antonio Racioppi, Gastone Ramazzotti
Sceneggiatura Antonio Racioppi, Gastone Ramazzotti
Casa di produzione Corinzia
Fotografia Carlo Cerchio
Montaggio Manlio Camastro
Musiche Mario Bertolazzi
Scenografia Osanna Guardini

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luglio 21, 2009 Pubblicato da: | Erotico | , , , , | 2 commenti

Interno di un convento

Interno di un convento locandina

Dalla prima inquadratura, un giovane robusto che trasporta a spalle un quarto di bue destinato alle suore di un convento umbro, appare chiaro il tema di quest’opera di Borowczyk: furia iconoclasta anti religiosa, confortata dall’esposizione di preziose tazzine per il cioccolato, the e tutto il necessario per una sontuosa colazione. Un convento? Si, popolato da bellissime suore, quasi tutte di buona famiglia, probabilmente contro la loro volontà; l’interno del convento, la sua vita quotidiana, regolata dalle rigide regole della mortificazione dei desideri e dei piaceri, si mostra in tutta la sua contraddittorietà attraverso le pulsioni sessuali delle suore,

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represse da una badessa che cerca disperatamente di dirigere quello che solo esternamente sembra un luogo di meditazione e preghiera. Le estasi mistiche di alcune suore fanno da contraltare ad atti di autoerotismo, relazioni saffiche e incontri con uomini esterni al convento. La naturale sessualità, repressa dalle circostanze, si esalta attraverso lettere scritte da una suora da un immaginario amante, dalla masturbazione con un fallo di legno con su un’ immagine sacra da parte di un altra, dal suono quasi orgiastico di un violino, il tutto condito da auto palpeggiamenti, sguardi al proprio corpo che pulsa per la sessualità repressa. Il convento è quindi un ricettacolo più che di vizi, di desideri carnali inespressi.

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Mortificare la carne, costringere ragazze nel fiore degli anni a una vita di reclusione e di privazione di quelle che sono le necessità fisiologiche del corpo è sintomo di crudeltà. In parte, è questo il messaggio che il regista lancia, imbastendo attorno a questo tema la storia di Clara, sorpresa dalla badessa mentre è con il suo amante. Il tutto finirà nel sangue e con uno scandalo prontamente messo a tacere, come racconta la stringata nota finale, facendo riferimento anche ad un’opera di Stendhal.

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Se le intenzioni di Borowczyk sono quelle della denuncia dl potere religioso capace di soffocare anche i primari istinti umani, va detto che in questo film rimangono puramente nelle intenzioni. Pur non essendo un film erotico, proprio per la mancanza di situazioni atte a generare u interesse di questo tipo, il regista punta troppo sui piaceri sessuali, quelli auto erotici delle suore, anche se va detto che non indulge mai troppo nelle scene, salvo nella già descritta sequenza della masturbazione della suora. Il film scivola lentamente, e anche in maniera abbastanza noiosa, verso la parte finale, che invece accelera troppo il ritmo, con il risultato di rendere l’opera inorganica a sfilacciata.

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Certo, le immagini sono al solito raffinatissime, nel consueto stile di Borowzik, con il classico effetto flou sparato ad ogni scena. Ma il risultato finale è abbastanza deludente, e il film rimane per la maggior parte un’incompiuta. In alcuni casi l’estasi mistica delle religiose è poco credibile, e si esplicita in immagini che lasciano il dubbio, concreto, di un’attenzione voyeuristica sospetta. Ben altre per aveva girato Borowczyk per non sospettare un’operazione meramente commerciale, destinata più che ad una denuncia dell’oppressione religiosa, presente per esempio in ben altro stile nel film La bestia, ad una bassa speculazione sul solito tabù del sesso, argomento quasi principe nella produzione del regista.

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Molte più ombre che luci, quindi. Anche se qualche sequenza è al solito un piccolo gioiello: le scene iniziali nel giardino sono raffinate, così come di grande impatto è l’intera sequenza del funerale della badessa con la scoperta dei cadaveri di altre due religiose. Ma non bastano a salvare il film da un’aurea mediocrità; opinione largamente condivisa dai censori, che mutilarono il film proprio da quelle che sono le scene forse più illuminanti per capire il discorso fatto dal regista. Alla fine l’esercizio di stile è apprezzabile solo in quanto tale, così come del film si possono salvare le interpretazioni di Marina Pierro e Olivia Pascal e sopratutto di Gabriella Giacobbe,

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che interpreta con gran misura il personaggio della badessa Orsini, vittima sia del suo zelo religioso sia della lussuria di Suor Clara, una misurata Ligia Branice. Si segnala anche Howard Ross nel ruolo di Rodrigo Landiani e dell’ottimo Mario Maranzana in quello dello sventurato padre confessore, l’unico a non capire per intero quale sia davvero il problema delle suore, e che simboleggia la religiosità stupida e ottusa, quella che attribuisce al demonio ogni atto fatto in contrapposizione ai dettami della chiesa.

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Interno di un convento,un film di Walerian Borowczyk. Con Marina Pierro, Howard Ross, Mario Maranzana, Licia Branice, Gabriella Giacobbe, Gina Rovere, Loredana Martinez, Paola Morra, Stefania D’Amario, Olivia Pascal, Romano Puppo
Erotico, durata 95 min. – Italia 1978. –

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Ligia Branice: suor Clara
Howard Ross: Rodrigo Landriani
Marina Pierro: suor Veronica
Gabriella Giacobbe: badessa Flavia Orsini
Rodolfo Dal Pra: vescovo
Loredana Martínez: suor Martina
Mario Maranzana: padre confessore
Alessandro Partexano: Silva

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Regia Walerian Borowczyk
Fotografia Luciano Tovoli
Montaggio Walerian Borowczyk
Musiche Sergio Montori

luglio 20, 2009 Pubblicato da: | Erotico | , , , | 2 commenti

Così dolce, così perversa

 Jean è un industriale sposato con Danielle, moglie algida e insoddisfatta del legame con il marito; che ha una relazione con la moglie di un collega. Classico triangolo amoroso, quindi. Un giorno Jean conosce l’inquilina del piano di sopra, Nicole, una splendida donna bionda, che Jean scopre ben presto essere perseguitata da Klaus, uomo malvagio e violento.

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Jean si innamora ben presto, ricambiato, della splendida Nicole, mentre Danielle segue le avventure del marito con freddezza. La relazione tra i due è turbata però dalle intrusioni del manesco Klaus, tanto che un giorno arriva la resa dei conti. Salito nell’appartamento di Nicole, dal quale provengono urla disperate delle donna, Jean si trova davanti Klaus. Durante la colluttazione, l’uomo colpisce a morte Jean con un coltello, e poi, aiutato da Nicole, carica il corpo dell’industriale in un auto, che viene condotta fino ad una scarpata.

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Qui viene gettata, e la macchina distrugge completamente le prove del delitto. Klaus e Nicole sono quindi complici, e hanno architettato il tutto con un fine preciso: impossessarsi delle sostanze dell’uomo. La vera ispiratrice del delitto è però Danielle, che aveva deciso di liberarsi del marito, con la complicità di Nicole, sua amante.

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Ma Nicole, diabolicamente, fa credere alla donna che il marito sia ancora vivo, portando la donna all’esasperazione. Sarà Klaus a uccidere anche Danielle, e i due amanti a questo punto, riscosse le azioni di Jean, possono prendere il largo. Ma…..

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Così dolce così perversa è parte della trilogia sexy diretta tra il 1968 e il 1971 da Umberto Lenzi, e segue Orgasmo, precedendo l’ultimo film del trittico, Paranoia. Tra i tre film è sicuramente il più debole, pur contando su un cast di ottimo livello: colpa di una sceneggiatura abbastanza improvvisata, di un ritmo decisamente troppo lento e sopratutto di una trama confusa e poco credibile, nonostante gli attori ci mettano tanta buona volontà per cercare di rendere il prodotto dignitoso.

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Abbastanza inusuale il finale, che sembrerebbe suggerire un sequel, cosa che però non avvenne. Così dolce così perversa sconta anche una parte iniziale di trenta minuti abbondanti in cui non solo non accade nulla, ma si assiste alla rappresentazione di un normale dramma borghese, con i soliti coniugi annoiati che frequentano il solito club per ricconi a parlare del vuoto più assoluto.

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Manca tensione, così come manca l’azione, il che finisce per ridurre di molto le già scarse potenzialità della pellicola; a poco serve la buona prova della sexy e seducente Carroll Baker, nelle vesti della perfida Nicole e di Erika Blanc in quelle della tormentata Danielle. Nel cast c’è un Jean Louis Trintignant svogliato, mentre c’è spazio per l’affascinante Helga Linè nel ruolo dell’amante di Jean. Il film ebbe comunque una buona accoglienza dal pubblico, anche se la critica rimase molto fredda; all’estero il film, chiamato So sweet…so perverse, venne ugualmente ben accolto, contribuendo a rinsaldare la fama di Lenzi.

Così dolce così perversa, un film di Umberto Lenzi. Con Jean-Louis Trintignant, Horst Frank, Carroll Baker, Erika Blanc, Dario Michaelis, Renato Pinciroli, Luca Sportelli, Beryl Cunningham Giallo, durata 92 min. – Italia 1969.

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Carroll Baker: Nicole Perrier Helga Liné: Helena Horst Frank: Klaus Jean-Louis Trintignant: Jean Reynaud Erika Blanc: Danielle Irio Fantini: ospite alla festa Ermelinda De Felice: proprietaria dell’hotel Giovanni Di Benedetto: sig. Valmount Renato Pinciroli: portiere Gianni Pulone: il fotografo Lucio Rama: ospite alla festa Luigi Sportelli: ospite alla festa Beryl Cunningham: spogliarellista Paola Scalzi: amica di Helena Dario Michaelis: commissario di polizia Alessandro Tedeschi: uomo della commissione

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Regia Umberto Lenzi Soggetto Luciano Martino Sceneggiatura Ernesto Gastaldi, Massimo D’Avack Produttore Mino Loy, Luciano Martino, Jean Paul Bertrand Fotografia Guglielmo Mancori Montaggio Eugenio Alabiso Musiche Riz Ortolani Costumi Giovanni Naitano

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luglio 19, 2009 Pubblicato da: | Thriller | , , , | 3 commenti

Atti impuri all’italiana

Atti impuri all’italiana locandina

Nel centro termale di Montecatini muore il vecchio medico condotto, e a sostituirlo arriva, per la felicità dei pazienti, una giovane e disinibita dottoressa. Con la presenza dell’affascinante medico in gonnella, l’ambulatorio riprende vita: da luogo sporco, polveroso, gestito dal povero e anziano ciondolo, si trasforma ben presto in punto di ritrovo di uomini e donne della cittadina.

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Dagmar Lassander

La vera malattia dei pazienti sembra essere più una sorta di sessualità repressa piuttosto che una malattia organica, e Elia, la dottoressa, con i suoi metodi innovativi e anticonformisti, ben presto riscuote uno straordinario successo. La sua simpatia contagia tutti, anche il parroco, che arriva a difenderla anche in pubblico, quando la dottoressa viene attaccata da un consigliere comunale. Il parroco, spalleggiato dal sindaco, riesce ad evitare l’allontanamento della dottoressa, con buona pace di tutta la cittadina.

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Elia, che soggiorna a casa del sindaco, riesce anche a facilitare le nozze della figlia dello stesso sindaco con il figlio di un accanito rivale politico dello stesso. Alla fine la disinibita dottoressa convolerà a giuste nozze con il sindaco, un donnaiolo impenitente, e in occasione di una vacanza fatta per incontrare il figlio dello stesso sindaco, si concederà anche un’avventura con lo stesso.

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Atti impuri all’italiana, diretto da Oswald Bray, pseudonimo dell’italianissimo Oscar Brazzi, è il classico prodotto post metà anni settanta del filone commedia sexy all’italiana. Imbastito attorno ad una trama quasi inesistente, il film ruota sulla figura di Dagmar Lassander, al solito bella e molto disponibile nel mostrare le sue grazie; una delle scene cult del film è la passeggiata con le natiche in fuori per il paese, in seguito ad una burla fatta dal figlio del sindaco.

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Stella Carnacina

Il resto scorre via senza infamia e senza lode, con tutti i luoghi comuni stereotipati del paesino sessualmente represso, con contorno di bellone, in questo caso la Lassander, Stella Carnacina, la figlia del sindaco, Isabella Biagini e Cristina Minutelli, che interpreta il ruolo della domestica svampita e disponibile. Film abbastanza noioso, anzi, molto: pochi mezzi, dialoghi scontati. Maurizio Arena, il sindaco, è in palese difficoltà in un ruolo che vorrebbe essere comico, e che non richiede abilità particolari in ambito recitativo, e che invece cerca di migliorare dando spessore ad un personaggio che non ne richiede.

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Una delle cose insopportabili del film è la presenza di un gruppetto di marmocchi petulanti e noiosi, che finiscono per indisporre quanti cercano di trovare un appiglio per salvare un film di per se noioso e bolso.

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Atti impuri all’italiana, un film di Oswald Bray. Con Stella Carnacina, Dagmar Lassander, Maurizio Arena, Isabella Biagini, Ghigo Masino
Erotico, durata 95 min. – Italia 1976.

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Maurizio Arena … Gedeone
Dagmar Lassander Élia Bonvicini
Stella Carnacina Rosalba
Cristina Minutelli … Cameriera di Gedeone
Ghigo Masino … Don Firmino

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Regia: Oscar Brazzi
Sceneggiatura:Oscar Brazzi
Musiche:Adalberto Bettini
Fotografia:Maurizio Gennaro
Montaggio:Giancarlo Venarucci

luglio 18, 2009 Pubblicato da: | Erotico | , , , , | Lascia un commento

Basta guardarla

Basta guardarla locandina

Mentre è in campagna a lavorare, la giovane Enrichetta vede arrivare da lontano un’auto che si dirige verso il vicino paese; a bordo c’è Silver Boy, ballerino e comico a capo di una piccola compagnia d’avanspettacolo, specializzata in rappresentazioni dedicate alla provincia. La giovane segue la compagnia in paese, e grazie all’aiuto di un ballerino gay, che ricopre vari ruoli nella compagnia, riesce ad ottenere un’audizione. La ragazza, dopo una seduta dal parrucchiere, ben truccata, si rivela essere una gran bella donna, tra l’altro anche dotata dal punto di vista artistico.

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Mariangela Melato

Ribattezzata Erika, la ragazza deve guardarsi dall’invidia della prima donna dello spettacolo, Marisa Del Sol, che vede progressivamente oscurarsi il suo ruolo ma non solo; Silver boy inizia a valutare Enrichetta/Erika anche dal punto di vista personale. Durante un acquazzone estivo, la coppia rimane isolata in un fienile, ed è l’occasione giusta per Silver boy per gustare le grazie di Erika, segretamente attratta, sin dal primo incontro, dalla personalità dell’uomo. “Questo non è amore, ma febbre dei sensi”, mormorerà un po delusa la ragazza durante l’incontro con Silver boy…..

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Carlo Giuffrè è Silver boy

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  Maria Grazia Buccella

Basta guardarla 2

All’interno della compagnia, intanto, Marisa Del Sol trama vendetta, e riesce a far cacciare Erika convincendo Silver boy che la ragazza, destinata a sostituirla nella prima di uno spettacolo, di un suo presunto tradimento. Erika, allontanata dal gruppo, non senza rimpianti della maggior parte degli attori, trova lavoro, e la sua fortuna, entrando nella compagnia di Farfarello e di Pola Prima, un gruppo di ben altra fama e rilevanza di quello di Silver boy.

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Pippo Franco

Basta guardarla 13

Ben presto Erika Rikk, come è stata ribattezzata diventa la star dello spettacolo, nonostante un tentativo di boicottaggio della solita infida Marisa, che una sera cerca di aizzare contro di lei il pubblico. Nel frattempo Silver boy, che ha capito la vera natura dell’attrazione che provava verso Erika, va  a trovare la ragazza, impelagandosi nella rissa scoppiata nel teatro. Quando Erika apprende da Pola che l’uomo è in ospedale, ferito, non esita a lasciare tutto e tutti, abbandonando la sua carriera per amore di Silver Boy.

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Enrichetta/Erika è interpretata da Maria Grazia Buccella

Basta guardarla è un film importante; diretto da Luciano Salce nel 1971, è un commosso ritratto di un mondo, quello dell’avanspettacolo che calca i teatrini di provincia, in rapida e definitiva dissoluzione. E’ uno sguardo ironico e tenero rivolto ad un mondo semplice, in cui dominano i sentimenti, sia in positivo che in negativo. Amicizia, amore, ma anche rivalità e gelosie: un microcosmo complesso in cui gravitano esistenze da veri vagabondi, hobos di quella che era la più antica forma di teatro itinerante, che dispensò cultura e divertimento in tutta quella provincia che altrimenti non avrebbe mai conosciuto tante opere minori solo nella fortuna che ebbero.

Basta guardarla 12 Franca Valeri interpreta Pola Prima

Basta guardarla 14Il curioso effetto fotoromanzo inserito da Salce nel film

Salce usa un linguaggio visivo e uditivo di facile impatto, caratterizzando i suoi personaggi anche all’eccesso, quasi fossero l’esaltazione di vizi e virtù. C’è il Silver boy cantante melodico e discreto cabarettista che pensa di essere un playboy e che alla fine cederà proprio all’amore, c’è Erika che rappresenta la volontà di affermazione, ma anche la saldezza dei giusti valori, quelli forti. C’è la gelosia e l’invidia, rappresentata dalla perfida Marisa e l’amicizia spontanea, quella del ballerino gay Danilo.

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E ci sono molti altri personaggi, tutti con difetti e pregi, portati spesso all’eccesso, in una volontà ironica, quasi sarcastica, di descrivere un mondo così lontano da quello comune. Uno sguardo finalmente ironico al punto giusto su uno spaccato d’umanità per lo più sconosciuto, che si anima e prende forma anche attraverso la scelta, da parte di Salce, di inserire nella pellicola sequenze di stampo fotoromanzesco. Qualche riga sul cast, che è di assoluto livello.

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– Bella, brava e svampita al punto giusto Maria Grazia Buccella, che purtroppo mai più in carriera riuscirà ad eguagliare la misura del personaggio Erika, ingenua ma tenace, dai sani principi morali;

-assolutamente perfetto Carlo Giuffrè, un Silver Boy che ad un tratto fa quasi tenerezza nella sua canagliesca, ma simpatica parodia del capo comico, sbruffone e esagerato.

-brava Mariangela Melato, agli esordi sugli schermi, nel ruolo di Marisa Del Sol, la perfida e intrigante rivale di Erika;

– Irresistibile Pippo Franco nel ruolo di Danilo, il ballerino gay dal gran cuore, che prende a benvolere Erika e che involontariamente ne decide il futuro;

– Ottimo Luciano Salce, nel ruolo di Farfarello, capo comico dalla comicità greve, finto donnaiolo;

-Bravissima, la solita sicurezza, Franca Valeri nei panni di Pola Prima, stella al tramonto del varietà, capace però di mettersi da parte al momento giusto, e sopratutto capace di pronunciare le parole giuste al momento giusto nei confronti di Erika.

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Luciano Salce

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Film davvero bello, che andrebbe riesumato proprio per guardare, anche con un briciolo di malinocnia, ad un mondo oggi completamente scomparso, tra tanti rimpianti.

Basta guardarla, un film di Luciano Salce. Con Maria Grazia Buccella, Umberto D’Orsi, Luciano Salce, Mariangela Melato, Riccardo Garrone, Franca Valeri, Pippo Franco, Spiros Focas, Carlo Giuffrè, Dino Curcio, Pinuccio Ardia, Loredana Berté.Commedia, durata 106 min. – Italia 1971.

Maria Grazia Buccella: Enrichetta
Carlo Giuffré: Silver Boy
Mariangela Melato: Marisa do Sol
Spiros Focás: Fernando
Pippo Franco: Danilo
Franca Valeri: Pola Prima
Luciano Salce: Farfarello
Riccardo Garrone: Impresario Pelliconi

Regia Luciano Salce
Soggetto Jaja Fiastri
Sceneggiatura Steno, Luciano Salce, Jaja Fiastri
Casa di produzione Fair
Distribuzione (Italia) Interfilm
Fotografia Aiace Parolin
Montaggio Marcello Malvestito
Musiche Franco Pisano
Tema musicale Tre rose
Scenografia Luciano Spadoni
Costumi Luca Sabatelli

Basta guardarla locandina wallpaper

Basta guardarla foto 1

luglio 17, 2009 Pubblicato da: | Commedia | , , , , , | 4 commenti

Alle dame del castello piace molto fare quello

Alle dame del castello locandina

Strampalata storiella che, come suggerisce perfettamente il titolo, è ambientata in un castello teutonico, popolato di dame vogliose e, pruriginose e disponibili. Nella dimora del conte Roland e di sua moglie Eugénie convergono alcuni signorotti invitati dall’anfitrione di casa; fra essi ci sono Loewensdhal, un ricco banchiere e la sua bella moglie Isabelle, oltre al solito avventuriero scarso a denari ma ricco di inventiva, Manuel,

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anch’egli in graziosa compagnia. Lo scaltro Manuel approfitta subito delle grazie apertamente disponibili di Isabelle, al solito mal maritata e felicissima di far becco l’odiato marito. Il banchiere, per altro, dubita fortemente delle scarse virtù coniugali della moglie, e irrompe nelle camere della donna.

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Ma quest’ultima, ovviamente scaltra come una volpe, grazie all’aiuto della padrona di casa e dell’immancabile servetta ruffiana, riuscirà a capovolgere la frittata, facendo passare il marito come adultero e finendo quindi per passare per donna tradita al cospetto di tutti, con il chiaro intento di chiedere un ricco divorzio.

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Più famoso per il titolo che per altro, Alle dame del castello piace molto fare quello, distribuito anche con il titolo più esplicito di Piacere di donna, qualche anno dopo la sua uscita sul mercato tedesco, avvenuta nel 1967, ebbe un certo, marginale successo grazie alla fama ottenuta, nel frattempo, da Edwige Fenech, che in questo film si mostra spessissimo nuda, contribuendo in qualche modo a risollevare un film che altrimenti è di una modestia senza pari.

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Qualche nudo (parecchi) da parte delle procaci attrici scelte dalla produzione, scenette saffiche, poche risa e tanta noia caratterizzano un film spesso inserito, a torto, nel filone decamerotico, che invece verrà inaugurato quattro  anni più tardi dall’involontario apripista pasoliniano, il Decameron. Diretto da Josef Zachar, è un film davvero poco originale, che tra l’altro circola ancora in un mediocre riversaggio, e che quindi diventa di ancor più difficile lettura, visto che basa quel poco che possiede sulle grazie femminili e sui costumi. Praticamente tutti sconosciuti gli attori, il che non è una grande perdita; l’unica perdita, purtroppo, è il tempo perso nel guardarlo. Escludendo, of course, la Edwige, che da sola vale sempre il prezzo del biglietto.

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Alle dame del castello piace molto fare quello, un film di Josef Zachar. Con Sieghardt Rupp, Michaela May, Angelica Ott, Gustav Knuth, Edwige Fenech
Commedia, durata 88 min. – Germania 1967

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Edwige Fenech: Felicita
Gustav Knuth: uomo dei panini
Sieghardt Rupp: Manuel Da Silva
Angelica Ott: Sophie
Michaela May: Contessa Annette

Regia Joseph Zachar
Fotografia Kurt Junek
Montaggio Traude Krappl-Maas
Musiche Claude Alzner
Scenografia Kurt Nachmann

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luglio 16, 2009 Pubblicato da: | Erotico | , | Lascia un commento

Caligola

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Caio Cesare Augusto Germanico detto Caligola, imperatore romano, visto da Tinto Brass, da Gore Vidal e da Bob Guccione, o meglio, alla fine, visto non si sa bene da chi, come testimonia la vita cinematografica di questa pellicola, una delle più tormentate nella storia del cinema. Un film che in teoria doveva raccontare la vita e gli eccessi dell’imperatore romano che successe a Tiberio, e che alla fine si trasforma in un film che varca i labili confini tra il cinema d’autore e il cinema hard, grazie allo scempio che ne fece Bob Guccione, il produttore americano di Penthouse, che alla fine prese in mano la produzione del film, costringendo Vidal e Brass a sconfessare anche le parti da loro rispettivamente sceneggiate e dirette.

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Peter O’Toole, Tiberio 

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 Malcom Mc Dowell, Caligola

Per rendersi conto del guazzabuglio inestricabile in cui si venne a trovare la produzione, basti pensare che ne circolarono diverse versioni, dalla più corta, quella di 105 minuti, che non contiene le scene famigerate delle varie orge. Tra tagli, censure, ripensamenti, l’opera appare quasi incomprensibile; vista nella versione integrale non si discosta poi molto da un banale film hard, in quella ridotta ci si rende conto di come sia l’eccesso la chiave di volta del film.

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Adriana Asti, Ennia 

La storia narra la vicenda di Caligola, partendo quando era ancora in vita Tiberio; un Tiberio dissoluto, affetto da malattie ripugnanti della pelle, e che in pratica diventa il primo maestro di Caligola, che provvederà ( falso storico) a farlo assassinare da Macro, il suo fedele pretoriano. In questa prima parte del film domina già l’eccesso, con scene forti di orge di cui si circonda Tiberio, uomini, donne e ragazzini esposti come quadro di contorno della vita quotidiana dell’imperatore, a cui fa da contraltare il saggio Nerva, che sceglierà anche lui di morire suicida. Salito al potere, Caligola mette in mostra tutta la sua ferocia; stupra una coppia di nobili al loro banchetto nuziale, poi fa assassinare il fido Macro,

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Helen Mirren è la sacerdotessa Caesonia

mentre mantiene un’unione incestuosa con sua sorella Drusilla, l’unica donna che abbia poi veramente amato. La seconda parte del film indulge sulle scene più forti e al tempo stesso più lussuriose e sfrenate: Caligola, impazzito, secondo la personale visione del regista, anzi sarebbe meglio dire i registi, si dedica alle attività più folli, inclusa la decisione di far prostituire le mogli dei senatori, o quella di nominare senatore il proprio cavallo. In mezzo, la macchina mieti teste e le orge più sfrenate, la decisione di sposare Caesonia, la sacerdotessa delle vestali, che erano vergini e consacrate agli dei, e infine la pazzia totale, esplosa con la morte di Drusilla, che culmina con un atto di necrofilia. Il tutto giunge all’epilogo con la morte di Caligola, organizzata dai suoi pretoriani su istigazione dei senatori.

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Da prendere con le molle o da bocciare tout court: non ci sono altre scelte possibili, per un film esagerato, kitsch, aberrante, oltraggioso. La cosa che sorprende di più è sicuramente il cast, che è di assoluto prim’ordine: c’è un diabolico, irriverente Peter O’Toole nei panni di Tiberio,Malcom Mc Dowell, il leggendario Alex di Arancia meccanica in quella di Caligola, c’è There ann Savoy, assolutamente libertina nella parte di Drusilla, Helen Mirren in quella di caesonia e ancora Adriana Asti nella parte di Ennia,

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Leopoldo Trieste, John Gielgud in quella di Nerva, Uno stuolo di attori assolutamente sprecato, alla luce di quanto reso in definitiva dal film. E viene da chiedersi cosa abbiano pensato quando poi, alla fine, rimaneggiamento dopo rimaneggiamento, aggiunta dopo aggiunta, si sono trovati davanti ad un film che mescola tutto l’hard possibile, depravazioni incluse.

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Caligola, un film di Tinto Brass. Con Leopoldo Trieste, Adriana Asti, Peter O’Toole, John Gielgud, Malcolm McDowell,Therese Ann Savoy, Donato Placido,Helen Mirren
Storico, durata 124 min. – Italia, USA 1979-1984

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Caligola banner protagonisti

Malcolm McDowell: Gaio Cesare Germanico, detto Caligola
Teresa Ann Savoy: Drusilla
Guido Mannari: Macro
John Gielgud: Nerva
Peter O’Toole: Tiberio
Giancarlo Badessi: Claudio
Bruno Brive: Gemello
Adriana Asti: Ennia
Leopoldo Trieste: Charicle
Paolo Bonacelli: Cassio Cherea
John Steiner: Longino
Mirella Dangelo: Livia
Helen Mirren: Cesonia
Richard Parets: Ministro
Paula Mitchell: Subura Singer
Osiride Pevarello: Gigante
Donato Placido: Proculo
Anneka Di Lorenzo: Messalina
Lori Wagner: Agrippina

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Regia Tinto Brass, Bob Guccione (non accreditato) e Giancarlo Lui (non accreditato)
Sceneggiatura Gore Vidal e Masolino D’Amico (versione originale)
Bob Guccione, Giancarlo Lui e Franco Rossellini (versione del 1984)
Produttore Franco Rossellini e Bob Guccione
Casa di produzione Penthouse Films International e Felix Cinematografica
Fotografia Silvano Ippoliti
Montaggio Nino Baragli, Russell Lloyd (non accreditato) e Enzo Micarelli (versione 1984)
Effetti speciali Franco Celli e Marcello Coccia
Musiche Paul Clemente e Renzo Rossellini (versione 1984)
Scenografia Danilo Donati
Costumi Danilo Donati (non accreditato)
Trucco Giuseppe Bachelli

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L’opinione del Morandini

La vita forsennata, le azioni crudeli, l’incesto con la sorella Drusilla, le follie e la morte violenta di Caio Cesare Augusto Germanico detto Caligola (12-41 d.C.), secondo l’ottica di Svetonio, lo storico più maligno e meno attendibile dei tempi greco-romani, e quella dell’americano Gore Vidal: un bambino che si trova in mano il mondo, non sa cosa farsene e vi sfoga i suoi istinti distruttivi. Girato nel ’76, montato nel ’77, sconfessato da Vidal, rinnegato da Brass, oggetto di risse e liti giudiziarie a catena, proiettato qua e là per l’Italia nel novembre del ’79, sequestrato, rimontato nel 1984 da Franco Rossellini. Impossibile stabilire quale sia l’edizione originale tra le tante di varia lunghezza (156′, 147′, 105′) distribuite nel mondo. In quella dell’84, pur purgato delle sue immagini più crude, rimane una sagra di Kitsch fantapornosadomasolatino dove la fantastoria si coniuga con il cinema delle luci rosse e quello della violenza. Con molti miliardi e il talento di Danilo Donati, scenografo e costumista, Brass s’è preso per Stroheim e, passando attraverso il Fellini – Satyricon, ha dato fiato alle trombe dell’iperbole sessuale, al gusto un po’ svaccato della provocazione, alla sua libertaria e sgangherata polemica contro il potere. Ma non mancano né frammenti suggestivi né pagine efficaci.
L’opinione di B.Legnani dal sito http://www.davinotti.com

Indecifrabile. Momenti altissimi (formidabili la parte dedicata alla visita a Tiberio e la macchina decapitatrice) convivono con altri che suscitano perplessità (l’interminabile post-mortem di Drusilla): forse la cosa non deve stupire, perché quando si punta sull’eccesso basta un nonnulla per rovinare l’effetto. Le note traversìe l’hanno, temo, fatta qua e là da padrone. Storicamente non è attendibile (basti pensare alla qui irrisa figura di Claudio), ma certo non si è voluto fare della Storia. Le scene hard sono fatte molto bene. Invalutabile.

L’opinione di Bullseye dal sito http://www.davinotti.com

Incredibile. Se da un lato esiste il rammarico di non poter vedere il progetto originario di Brass (regista che amo molto), resta comunque la gioia per un capolavoro dell’eccesso che valica tutti i confini, dal teatro shakespeariano al cinema underground, dal kolossal-blockbuster all’exploitation più eccessiva e senza limiti, dall’hard di classe al cinema d’autore. Un viaggio indimenticabile nell’eccesso con reminescenze fellinian-viscontiane. Solo negli anni Settanta si potevano realizzare film così. Capolavoro.

L’opinione di ezio dal sito http://www.filmtv.it

Devo rivedere il giudizio sul film visto finalmente in versione integrale di 155 minuti dvd Minerva.Sconclusionato fino all’eccesso ma terribilmente pulp….c’e’ di tutto …evirazioni,orgasmi,scene hard,pissing,violenze di ogni tipo ….tutto quello che un pazzo come Caligola gli passava per la mente e interpretato in modo “divino” da Malcolm McDowell.Scenografie e recitazioni teatrali e sicuramente assieme a quello di Joe D’Amato (comunque diverso) sono le migliori versioni “trash” dei vari e numerosi Caligola.Insomma c’e’ di che da divertirsi per gli amanti del genere….gli altri si astengano.

L’opinione di elly dal sito http://www.filmscoop.it

CALIGULA: la pellicola più scandalosa e controversa mai fatta prima del 1979 e che ancora oggi ha il suo grande effetto sul pubblico, un kolossal italiano di tutto rispetto, un capolavoro del genere!
Angosciante, macabro, grottesco, a volte davvero ripugnante e vomitevole trova la sua massima espressione nei PP delle parti intime, nelle angoscianti penetrazioni e sverginazioni, nei delicati tocchi e nelle malformazioni fisiche, nelle orge e nell’arte del fellatio ambientato in una monumentale ricostruzione dell’antica Roma con bellissimi costumi e una fotografia stupenda.
CALIGULA ricorda vagamente FELLINI SATYRICON, non è un caso che il direttore artistico sia Danilo Donati che fa di questo film una sublime creazione, come detto in precedenza la fotografia, le scenografie, i costumi, sono di una bellezza unica, dove si scorge anche nel più piccolo (decori, accessori,) una grande manodopera e un magnifico accostamento tra buon gusto, arte e colori.
Ma forse quello che colpisce di più oltre a tutti gli aspetti visivi e cinematografici è il cast, un grandissimo cast composto da O’toole, Mirren, Gielgud, ma quello che di certo eccede è Mcdowell a dir poco fantastico. Mcdowell, già affermato in ARANCIA MECCANICA, meriterebbe l’oscar per questa sua splendida prova e invece l’elite critica se n’è semplicemente sbattuta. Il ruolo che gli deve tanto “riconoscimento” è quello di Caligula, folle, infantile, immorale, portato all’autocompiacimento, tiranno, amante dell’endoismo, espressioni e sguardi che non dimenticheremo facilmente come lo stesso personaggio e quella danza imbarazzante che lo accompagna per tutto il film. Caligula in sè è un personaggio capriccioso, perverso, che si diverte nel far giustiziare chi gli sta attorno, ma in un certo senso Drusilla, la sorella di cui è innamorato profondamente, lo tiene buono. E sarà proprio al momento della morte di Drusilla che Caligula andrà fuori di testa definitivamente, anche se nella sua pazzia ad un certo punto riesce a intravedere la verità: il mondo che lo circonda gli appare per ciò che è, e cioè un mondo malato, fatto di nobili annoiati e pervertiti, dove il buon senso è ucciso dall’istinto umano. Anche se a pensarci bene ognuno di noi ha un Caligula dentro di sè, tutti noi abbiamo una certa mostruosità pari al suo livello, capita che i nostri sogni rispecchino questo stile di vita, in fondo non siamo così diversi, l’unica cosa diversa è che noi, a differenza sua, sopprimiamo i nostri istinti per svariate ragioni.
Di scene da raccontare c’è ne sarebbero a bizzeffe, ma forse quella che merita un piccolo spazio è una di quelle che furono censurate negli USA nella seconda versione già censurata in precedenza e che nella versione completa è stata diretta da Guccione e da Lui, la scena delle lesbiche che fu tra l’altro la consacrazione di due grandi attrici del genere e non: Anneka Di Lorenzo e Lori Wagner. In effetti è veramente erotica, tendente al met-art direi, però arte questa è e non andrebbe affatto toccata!
Nel film viene trattata la sessualità così come la vediamo, così com’è non solo perché Brass ha voluto spingersi sull’erotico ma anche perché il piacere sessuale così come lo intendiamo noi e come lo hanno inteso molte culture di tutti i tempi non è lo stesso che percepivano gli antichi greci. Per loro non esisteva maschio e femmina, i due erano una cosa sola o meglio strumenti materiali per la ricerca di un piacere, da quello più frivolo a quello più febbrile, nell’antichità quelli che noi oggi cataloghiamo come eterosessuali, omosessuali, “trans”, travestiti, ermafroditi, non esistevano, non c’era questa distinzione, erano tutti bisessuali, questo probabilmente trova la sua origine dal teatro che ha tutto quel processo dietro (il travestimento, la catarsi). Sinceramente mi è dispiaciuto che questo modo di pensare e di vivere si sia perso, catalogare le persone per quello l’orientamento sessuale (come se scegliere chi scoparsi fosse na religione!) e il modo in cui si raggiunge il piacere (scambisti, sadomaso, misstress, orge, menate a trois, feticisti,..) significa assopire l’istinto dell’uomo non per ragione ma per religione, infatti il perché questo endoismo greco-latino sia finito è molto semplice: la sua fine è avvenuta quando la religione cristiana ha conquistato l’europa, la sostituzione del profano con il sacro, e guardate un po’, si torna al discorso teatro!
La pellicola non è solo un film erotico che vuole impressionare ma ha anche momenti abbastanza drammatici, che staccano per alcuni minuti l’atmosfera del film, come per esempio la scena dove la sorella del protagonista muore o in quella finale dove sua figlia viene uccisa sbattendole la testa sui gradini con un colpo secco, i corpi che rotolano giù dalla gradinata insieme al sangue lavato con l’acqua con estrema indifferenza, il cavallo bianco, a cui era tanto affezionato, nitrisce e un PP del suo volto, con quegli occhi azzurri senza vita danno un loro particolare senso di drammaticità, forse un senso di tristezza, pena per questo povero uomo.
Ascesa e decadimento di un personaggio storico, film chiave nella filmografia brassiana in quanto segna l’inizio di un nuovo Tinto che fa all-in d’ora in avanti sull’erotismo lasciandosi alle spalle il tanto amato e splendido periodo anarchico-surreale.

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luglio 15, 2009 Pubblicato da: | Erotico | , , , | Lascia un commento

Kitty Tippel …quelle notti passate sulla strada

Kitty è una ragazza poverissima, che vive nella realtà disagiata di una Amsterdam spaccata in due tra ricchi troppo ricchi e poveri abbruttiti dalle privazioni; siamo sul finire dell’ottocento, e il quadro d’assieme della vicenda mostra lo stridente contrasto tra la ricca e agiata borghesia olandese e la realtà fatta di spirito di sopravvivenza, di abiezione morale e di voglia di riscatto che serpeggia nello strato più basso della popolazione, quello che sopravvive ai margini dell’opulenta società

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Kitty, che è una ragazza volitiva, sogna un futuro diverso per se, che non sia quello della sua famiglia, con una sorella che si prostituisce e un padre inetto e ubriacone. La giovane tenta la via del riscatto diventando dapprima la modella di un pittore, che la violenterà privandola della verginità, poi l’amante di un vecchio banchiere, e infine, dopo una serie di peripezie, che la porteranno a degradarsi finendo sul marciapiede, conoscerà un ricco rivoluzionario, che si innamorerà di lei e le permetterà di leggere, studiare e imparare, alzandola di livello sociale e permettendole un riscatto che altrimenti la ragazza non avrebbe mai conosciuto.

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La malattia di Kitty

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Kitty Tippel, di Paul Verhoeven, film del 1975, è una splendida storia strutturata quasi fosse una fiction; con una sceneggiatura elaborata da una serie di racconti tratti dalle opere di Neel Doff, che visse una storia praticamente identica all’eroina dei suoi racconti, il film si  muove in una Amsterdam contraddittoria, come contraddittori sono i protagonisti della vicenda, con l’unica eccezione di Kitty, una donna che non vuole arrendersi alla convenzione sociale che impone alle donne povere e senza istruzione una vita da vivere e spendere ai margini della società.

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E’ proprio Amsterdam l’altra protagonista, illuminata da una fotografia assolutamente straordinaria, capace di cogliere, pur in una ricostruzione posteriore, il fascino di una città cosmopolita da sempre, proprio per questo pulsante e contraddittoria. Una città vista attraverso veri e propri dipinti fotografici, una fotografia che si può tranquillamente definire impressionista. La vicenda di Kitty diventa a questo punto la storia del riscatto sociale, della sfida alle convenzioni, la storia della volontà di una donna, una vicenda proto femminista, che il regista olandese segue con attenzione,

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Monique Van De Ven è Kitty Tippel

attraverso una cura quasi maniacale dei dettagli, non risparmiando anche scene disturbanti, come quella in cui Kitty e la sua famiglia, intenti a mangiare il loro misero pranzo, devono assistere all’espletamento delle funzioni corporali della sorella di Kitty, in una casa tugurio in cui la privacy è un miraggio. Un’altra scena vede la deflorazione della sventurata e ingenua Kitty da parte di un sedicente pittore, avvenuta mentre la ragazza è intenta in un gioco infantile di ombre cinesi. Tutto contribuisce a rendere visivamente aggressiva l’opera di Verhoeven;

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l’ambientazione, la storia di Kitty, i personaggi spesso crudeli, con un livello di moralità prossimo allo zero. Un film davvero bello, che all’epoca della sua uscita passò non pochi guai con la censura, non tanto per le scene abbastanza crude portate sullo schermo, bensì per il tema scabroso, per quella descrizione così cruda e realistica della borghesia, vista come ricettacolo di tutti i vizi.

Straordinaria l’interpretazione di Monique Van De Ven, che mostra una Kitty che passa attraverso le esperienze peggiori mantenendo comunque un candore invidiabile. Kitty Tippel è uno dei film più interessanti degli ultimi trent’anni, e francamente sconcerta l’oblio a cui è stato condannato; le stesse tv non passano mai questa pellicola scomoda, puntando su più rassicuranti film barzelletta, che hanno il pregio di non far pensare.

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Kitty Tippel…quelle notti passate sulla strada, un film di Paul Verhoeven . Con Monique Van De Ven, Andrea Domburg, Hannah De Leevwe, Ian Blaaser, Eddy Brugman
Titolo originale Keetje Tippel. Drammatico, b/n durata 107 min. – Paesi Bassi 1975.

Monique van de Ven … Keetje Tippel
Rutger Hauer … Hugo
Andrea Domburg …Madre di Keetje
Hannah de Leeuwe … Mina
Jan Blaaser … Zio di Keetje
Eddie Brugman … Andre
Peter Faber … George
Walter Kous … Pierre
Fons Rademakers …Klant

Regia: Paul Verhoeven
Sceneggiatura: Neel Doff,Gerard Soeteman
Produzione: Rob Houwer
Musiche: Rogier van Otterloo
Fotografia: Jan de Bont
Montaggio: Jane Sperr

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luglio 14, 2009 Pubblicato da: | Drammatico | , | 2 commenti

I viaggiatori della sera

I viaggiatori della sera locandina

Orso scoppiato, nome d’arte di Galli, un maturo Dj, e Niky, sua moglie, hanno raggiunto i 50 anni. In virtù delle leggi esistenti nel loro futuristico paese, devono lasciare l’attività, la casa e la famiglia, per recarsi un un villaggio residenziale nel quale soggiornare durante la vecchiaia. In realtà tutti gli over 50 vengono inviati nel villaggio per essere, uno dopo l’altro, eliminati fisicamente, tramite un gioco crudele che assomiglia al mercante in fiera.

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Ugo Tognazzi è Orso

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Ornella Vanoni è Niky

Niky e Orso partono così da casa loro in compagnia dei freddi, gelidi figli Anna Maria e Francesco, con il fglio di Anna Maria, Gian Luca. L’arrivo nel villaggio crea due diversi stati d’animo nei coniugi; mentre Orso in qualche modo si rassegna alla situazione, Niky decide di staccarsi da tutto quello che era il bagaglio di esperienze, cose e affetti che aveva nella vita fuori dal villaggio. Così si lascia andare a esperienze sessuali con un giovane addetto del villaggio prima, e con un vecchio conoscente poi.

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Ferito, Orso reagisce intrecciando a sua volta una relazione con la giovane Ortensia, anche lei addetta alla sorveglianza. Ma Ortensia è anche un’appartenente ad una organizzazione segreta che ha lo scopo di salvare gli “anziani”, e che infatti salva proprio Orso da una morte sicura. Viceversa il tragico gioco del mercante in fiera destina alla crociera della morte, come viene chiamato il premio in palio per i vincitori, proprio Niky.L’organizzazione prepara una fuga in massa di anziani, ma tutto sarebbe vanificato se non fosse per l’intervento di Orso che, distraendo il personale, rapisce suo nipote Gian Luca. L’uomo porta il nipotino in giro per un vecchio e polveroso museo, spiegando al bambino, con voce ironica, ma velata di tristezza, com’era anni addietro la vita degli esseri umani. Ma il bambino, forse per gioco, forse no, giocando con la rivoltella del nonno, lo uccide.

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Tratto dall’omonimo romanzo di Umberto Simonetta, I viaggiatori della sera, diretto da Ugo Tognazzi nel 1979, è un crudele, nichilista apologo sulla vecchiaia. Ricorda, in alcune parti, il futuristico La fuga di Logan, almeno nella parte che riguarda il gioco scelto come metodo di selezione dei condannati a morte, che nel caso del film diretto da Michael Bay era il Carrousel, e che invece in questo film è un ben più banale e atroce mercante in fiera.

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Corinne Clery è Ortensia

Un film drammaticamente tetro, intervallato soltanto da qualche breve battuta di Orso, un superbo Ugo Tognazzi, che ha come compagna, nel film, una insospettatamente brava Ornella Vanoni, asciutta e cupa, in perfetta sintonia con il dramma a cui assistiamo. Un film non perfettamente riuscito, sopratutto nelle parti in cui Tognazzi si lascia prendere la mano da un eccesso di stigmatizzazione della società in cui vivono i personaggi, senza approfondire in alcun modo i perchè delle scelte dei giovani, che rinunciano sic et simpliciter, di colpo, al patrimonio di conoscenze, di saggezza degli anziani.

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Che poi, in effetti, anziani non sono, come dimostra il limite dei 50 anni in base al quale si viene destinati alla morte sicura. Viiceversa riuscita è proprio la parte che riguarda i rapporti tra i giovani, visti in un’ottica fredda, quasi allucinata, in cui emergono ritratti di personaggi aridi, distaccati, quasi gelidi nei loro comportamenti inumani, simboleggiati per esempio dai due figli della coppia, ansiosi di liberarsi di quello che per loro è diventato un evidente epso. La disinibita, spontanea Niky, naturista convinta, oppure Orso, che usa termini “volgari e beceri”, come tiene a sttolineare Anna maria, sono, nel film, i residui di un mondo dissolto.

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Il mondo dei giovani è fatto di rapporti interpersonali assolutamente distaccati: fanno sesso come delle macchine, non hanno emozioni, accettano come una Nemesi il dover trapassare a miglior vita alla soglia dei 50 anni. Viene da chiedersi, però, quanto abbiano contribuito i loro genitori, se la colpa sia solo della società, o piuttosto se non ci sia una grossa parte di responsabilità degli stessi. Domande che non trovano ovviamente risposte, visto che il film si muove in una direzione ben precisa, il racconto del percorso di Niky e Orso, un percorso che si concluderà tragicamente.

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Il finale lascia comunque aperto uno spiraglio di speranza: Orso rinuncia alla sua vita, in fondo, pur di lasciare una speranza al gruppo di Ortensia, una giovane che non vuole il mondo in cui è costretta a vivere, che non accetta lo status quo. Da segnalare infine la buona prova di Corinne Clery nel ruolo di Ortensia.

In definitiva un gran bel film, asciutto e teso, in cui ad alcune carenze strutturali Tognazzi sopperisce con un insospettato mestiere, dirigendo bene i vari attori e sopratutto dando ritmo e sostanza al racconto.

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I viaggiatori della sera,

un film di Ugo Tognazzi. Con Ugo Tognazzi, Ornella Vanoni, Roberta Paladini, Leonardo Benvenuti, William Berger, Corinne Cléry, Pietro Brambilla, Manuel De Blas, José Luis Lopez Vazquéz, Deddi Savagnone, David Fernandez
Fantastico, durata 111 min. – Italia, Spagna 1979.

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Ugo Tognazzi: Orso
Ornella Vanoni: Nicki
Corinne Clery: Ortensia
Roberta Paladini: Anna Maria
Pietro Brambilla: Francesco
José Luis López Vázquez: Simoncini
William Berger: Cochi Fontana
Manuel de Blas: Bertani
Deddi Savagnone: Mila
Leo Benvenuti: Zafferi
Davide Fernández: Anton Luca

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Regia Ugo Tognazzi
Soggetto Umberto Simonetta (romanzo)
Sceneggiatura Ugo Tognazzi, Sandro Parenzo
Musiche Xavier Battles,Toti Soler
Fotografia Ennio Guarnieri
Montaggio Nino Baragli

luglio 13, 2009 Pubblicato da: | Drammatico | , , , | 5 commenti