Il profumo della signora in nero
Un regista pittore, una trama complessa, dark ma alo stesso tempo affascinante e misteriosa, un’attrice tra le più brave nel genere thriller, una colonna sonora sinuosa, lenta, affascinante e avvolgente, una fotografia che sembra presa di petto da tele espressioniste; mescoliamo tutto e avremo un risultato cinematografico di eccellenza, un’opera tra le più affascinanti e complesse del cinema degli anni settata.
La storia di Silvia, una giovane dottoressa in chimica, sospesa tra normalità e follia, in un complesso gioco di luci e ombre, dove è difficile capire cosa sia la realtà, se poi di realtà si può parlare, è un pretesto; il pretesto per affrontare, visivamente, un gioco di luci, di ombre, di penombre.
Barilli ha una concezione del cinema raffinata come una tela metafisica; ogni singolo fotogramma del film va analizzato e metabolizzato, inserito in un contesto globale che alla fine va rismontato, perchè porta a infinite vie, non a una soluzione univoca. Così, la trama portante, ovvero il trauma subito da Silvia, che ha assistito da piccola ad una torbida scena di sesso tra la mamma e il compagno, finisce per mescolarsi al complotto che sembra stringere come un laccio la ragazza, con quei volti che si sovrappongono; gli africani, la medium cieca, il vicino di casa che da ai suoi gatti da mangiare cibo con dentro un sito umano.

La causa scatenante del trauma di Silvia
Un complotto che però immaginiamo, ma del quale non abbiamo certezza; perchè la mente di Silvia vacilla, ondeggia, come quel volto di donna che ogni tanto appare, come un profumo che lo spettatore non può immaginare, perchè il cinema non ha una memoria olfattiva, ma che sembra aleggiare nei fotogrammi, quasi a rendersi tangibile.
Mimsy Farmer è Silvia, Lara Wendel è la bambina misteriosa
Cosa è reale e cosa no, in questo film? Forse è reale l’africano, che con tono serio dapprima e scherzoso alla fine, dice “Laggiù nel nostro paese esistono ancora alcune sette che ogni anno scelgono delle vittime a loro insaputa. Con fatture terribili e pratiche demoniache li portano alla follia…e alla morte. E’ una sfida alla morte, all’occulto, alle tenebre e la vittima morirà con un antico sacrificio. Occorre tempo… e pazienza… per entrare in un cervello. E’ una prova di forza mentale dell’uomo contro la sua debolezza. Ah ah ah ah! Le ho fatto paura? Stavo solo scherzando, signorina Silvia….”
Così come reale (forse) è il vecchio amante della mamma, che la segue fino alla vecchia casa dove abitava da bambina, che cerca di stuprarla, e che Silvia uccide con un colpo di sasso alla testa. Di reale ad un certo punto sembra esserci solo la follia che possiede come un demone, minuto dopo minuto, la fragile mente di Silvia, catapultandola attraverso esperienze, visioni, incontri, che sembrano frutto del sogno, o, specularmente della dimensione dell’incubo. Questa è solo una delle chiavi di lettura del film; ognuno può in effetti leggerci quello che crede, guardare ad esso come il semplice racconto della deriva della personalità della protagonista, oppure vederci un thriller un tantino elaborato e forse incomprensibile.
Ma nessuno può dire di restare deluso dall’accavallarsi delle immagini, costruite con arte e perizia, e rese scenograficamente con grande abilità e mestiere. semplicemente perfetta è Mimsy Farmer, grande attrice alle prese con un ruolo complicatissimo e di difficile resa. Compito svolto alla perfezione, perchè è proprio il personaggio di Silvia a creare inquietudine, sorpresa, sgomento. Un personaggio inafferrabile, perso in un mondo inaccessibile, siderale.
Un film bello, straordinariamente bello; i pochi ad averlo stroncato sono i soliti scribacchini che al cinema andavano a sorbirsi film cecoslovacchi con sottotitoli in coreano. Quelli, cioè, che dal cinema ricavano l’unica cosa che per loro conta davvero: uno stipendio. Un cenno agli attori, tutti in stato di grazia; l’enigmatico Mario Scaccia, il perfido e laido Orazio Orlando, la bella Carla Mancini, sempre ad alto livello nelle sue interpretazioni. E poi lei, la citata Farmer; non bella, ma magnetica e felina come poche altre.
Il profumo della signora in nero, un film di Francesco Barilli. Con Mario Scaccia, Mimsy Farmer, Maurizio Bonuglia, Orazio Orlando,Carla Mancini, Renata Zamengo, Nike Arrighi
Drammatico, durata 101 min. – Italia 1974.
Mimsy Farmer: Silvia
Renata Zamengo: sua madre
Maurizio Bonuglia: Roberto
Mario Scaccia: Rossetti
Orazio Orlando: Nicola
Carla Mancini: Elisabetta
Luigi Antonio Guerra: suo collega
Donna Jordan: Francesca
Lara Wendel (accreditata come Daniela Barnes: bimba
Margherita Horowitz (non accreditata): Signora Lovati
Regia Francesco Barilli
Sceneggiatura Francesco Barilli, Massimo D’Avack
Produttore Euro International Film
Distribuzione (Italia) Euro International Film
Fotografia Mario Masini
Musiche Nicola Piovani
Scenografia Franco Velchi
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Notevole opera prima, pittoricamente impeccabile e capace di momenti finissimi (la Farmer che scrive con grafìa infantile fa venire i brividi): imperdibile. Bellissima la colonna sonora di Piovani. Il favoloso palazzo in cui abita la Farmer è a Roma, in Piazza Mincio. Questo di Barilli è uno dei film in cui il ruolo di Carla Mancini è visibilissimo.
Leggenda vuole che il soggetto di questo “gioiello” del brivido italiano nasca da una reale esperienza (sei mesi vissuti in Congo) del regista: esperienza maturata perché inizialmente Barilli fu scritturato per la sceneggiatura de Il paese del sesso selvaggio (poi diretto da Umberto Lenzi). Su commissione l’autore modificò l’idea iniziale basata su un soggetto “impegnato” a favore di un “dramma” ispirato a Rosemary’s Baby. Da segnalare la presenza del bravo caratterista Mario Scaccia. Ottimo.
Non solo è ossessionata da cupi ricordi dell’infanzia che si materializzano attorno a lei, ma c’è un qualche strano complotto che la circonda. Film inquietante, calato in un’atmosfera di mistero che la rivelazione finale genialmente accresce anziché sciogliere. Un mistero che avvolge ogni persona, ogni luogo e ogni oggetto, grazie a una notevole sensibilità registica che sa ben miscelare visioni, suoni, presenze (con un’efficace Mimsy Farmer ben spalleggiata dal resto del cast) in un malsano ritmo avvolgente. Un’ottima opera prima.
Elegante, raffinato thriller psicologico-cannibalico, debitore di Polanski (l’edifico e i condomini à la Rosemary’s Baby), ma anche creditore (il pre-finale, che precorre L’inquilino del terzo piano). La Farmer è protagonista nel ruolo che le riesce meglio, grazie al suo volto angelico-demoniaco e l’ottimo Scaccia è inquietante nella sua affabilità. La Farmer da piccola è interpretata da una biancovestita e “baviana” Lara Wendel.
Splendido thriller, di chiara matrice polanskiana, con venature horror e finale gustosamente grandguignolesco. Il film ha un ritmo che, sebbene non sia teso e frenetico, avvolge lentamente lo spettatore tessendo attorno a lui una ragnatela vischiosa da cui è impossibile liberarsi. Barilli è anche molto bravo nel creare un clima di crescente mistero attorno alla protagonista che, gradualmente accerchiata, sprofonderà sempre più in un baratro di orrore fino allo sconvolgente ed inaspettato finale. Una piccola perla da non mancare assolutamente.
Buon esordio cinematografico di Francesco Barilli, indubbiamente debitore verso Roman Polanski, che a suo tempo fu massacrato dalla critica ufficiale. Il ritmo lento non impedisce alla pellicola di creare un buon clima di tensione e l’interpretazione di Mimsy Farmer è degna di nota. Da segnalare la bellissima fotografia ad opera di Mario Masini. Purtroppo Barilli dopo questo film firmò solo Pensione paura per poi sparire praticamente dalla circolazione. Merita sicuramente almeno una visione.
Macabro e poetico. Barilli confeziona con cura un bell’horror-thriller molto psicologico, dove realtà e finzione si mescolano, senza rinunciare a momenti splatter (il finale da inserire negli annali tra i finali più inquietanti). Brava la Farmer, notevole anche Scaccia, parti molto più visibili del solito per i due CSC, la Mancini e Guerra. Da citare la scena nella casa abbandonata. Molto bello, buone musiche. Consigliato.
Ottimo film. La regia è straordinaria e riesce a creare un clima onirico e sottilmente angosciante, aiutata della bellissima fotografia. Peccato soltanto per la totale mancanza di ritmo, che spesso porta alla noia. Nell’ultimo quarto d’ora comunque siamo dalle parti del capolavoro. Bravissima Mimsy Farmer e ottima la colonna sonora. Da vedere sicuramente.
Un filo di tensione caratterizza la pellicola ma alla lunga è troppo labile per far veramente presa. Complice una direzione degli attori poco brillante (la stessa Farmer percorre l’intero film con poca convinzione). Barilli ha il merito di non sconfinare nell’effettaccio e tentare piuttosto una strada psicologica, ma lo fa senza graffiare e perdendosi su elementi poco credibili tipo la magia nera. Meritano invece le musiche di Piovani e la scelta degli ambienti. Polanski rimane lontano.
Interessante anche se con un leggerissimo velo di “fuffa” questo horror che di Argento non ha quasi nulla. Siamo, come tutti dicono, dalle parti di Polanski ma nessuno ricorda Repulsion, che c’entra molto con la paranoia della Farmer. Graficamente ad altissimi livelli, malinconico come pochi thriller italiani, grazie alle belle musiche di Piovani, in cui Morricone si fonde al suo stile placido e melanconico che troveremo in Moretti. Sì, la sceneggiatura è improbabile, ma il fascino c’è tutto e i tempi morti sono una marcia in più. Interessante, suggestivo.
Thriller psicologico molto lento quasi cadenzato e soprattutto angosciante, anche se non va mai a culminare nella paura vera e propria. La protagonista è azzeccata nel ruolo della donna fragile e repressa, tutto il cast di contorno invece non ha molta importanza, se non quando i nodi verranno al pettine. Sceneggiatura contorta, probabilmente va interpretata; finale spiazzante assolutamente non prevedibile.
Notevole horror, pesante e malsano, psicologico… anzi di più. La mente è vittima e cerca di difendersi fino alla fine dagli attacchi del male, sempre più ardito e diabolico nella sua azione. Le implicazioni sociali sono irrilevanti, mentre il contrasto tra il moderno vissuto e l’antico tenuto in sordina, ma pronto a manifestarsi a preparazione ultimata, è davvero ben esplicitato. Il finale è molto originale, lascia stupefatti e nega tutte le supposizioni elaborate durante la visione. Menzione speciale per Mimsy Farmer, specialissima per Jho Jhenkins.
Una Roma estiva, semideserta, uno splendido palazzo liberty al Coppedé, la bellezza diafana e ambigua di Mimsy Farmer, una storia di traumi sepolti, paranoia e vampirismo. Un po’ lento all’inizio, poi si rimane piacevolmente avvolti nell’annebbiamento dei confini tra passato e presente, tra realtà e incubo, tra persecutori e vittime… Echi polanskiani evidenti, ma declinati in maniera originale in un ottimo psico-thriller-horror.
Come esordio è senz’altro formidabile. La fotografia e i colori sono bellissimi. Il soggetto è sicuramente originale e distante dalle mode del periodo. Buone anche le interpretazioni. Eppure nell’insieme qualcosa non mi convince: la storia non appassiona, troppo cerebrale e poco credibile. Complessivamente risulta un po’ forzato, anche nella soluzione finale.
Sinistro e visionario (emblematica la citazione di Alice nel paese delle meraviglie), trova in inattese scene d’orrore il corrispettivo della sua morbosità psicologica. Penalizzato dal famoso confronto con Polanski, ma Barilli sembra averne pienamente personalizzato la poetica: tant’è che se i rimandi a Rosemary’s baby sono riconoscibilissimi, qui addirittura si anticipano alcune suggestioni de L’inquilino del terzo piano. Cast azzeccato, musiche stupende, set naturali: un film straordinario.
Protagonista è la meravigliosa Mimsy Farmer nei panni di Silvia Hacherman, una giovane donna fragile ed un poco paranoica ossessionata dal ricordo della madre, morta in circostanze che per buona parte del film appaiono misteriose. La narrazione sembra procedere con una certa lentezza, quasi alla Polanski, ma il finale dà un senso a questa scelta. L’elegantissima regia del poco prolifico Barilli, interpreti di contorno azzeccatissimi e una confezione di buon taglio fanno il resto.
Ottimo esordio alla regia per l’attore Francesco Barilli, che punta troppo in alto sbirciando su Rosemary’s Baby ma dimostrandosi comunque indubbiamente all’altezza. Buona la direzione del cast, con un ottimo e sornione Scaccia e una bravissima Farmer sanguinaria ma infantile al tempo stesso che compie un percorso psicologico interessante. Tanta la suspence, soddisfacenti le scene di sangue e letteralmente sbalorditiva la fotografia; peccato per la scarsa sceneggiatura. Uno dei migliori horror italiani. Voto: ****.
La prima volta che lo vidi ne rimasi scioccato, infino impietrito. Poi, rivedendolo, mi accorsi di come questo capolavoro acquistasse i toni di una terrificante fiaba nera (la Farmer e lei stessa bambina – Lara Vendel – che non a caso leggono Alice nel paese delle meraviglie). La Roma agostiana e disabitata, poi, aumenta l’angoscia. Credo che Barilli avesse in testa l’Images altmaniano arrivando, quasi, ad eguagliarlo. Il finale, poi, è qualcosa di veramente terrificante e scioccante. Uno dei migliori horror degli anni ’70, italiani e non.
Non può non rimandare per molti versi a Polanski questa pellicola eppure, nonostante il suo evidente debito verso tale regista, riesce ad acquistare una dimensione tutta sua grazie a una protagonista in parte (una discreta Mimsy Farmer), uno score musicale appropriato e atmosfere estremamente ambigue e sottilmente angosciose. La storia regge bene nonostante qualche pesantezza qua e là e il finale, per quanto enigmatico, sferra un colpo di frusta allo spettatore.
Opera prima di Barilli e del Maestro Nicola Piovani. Formidabile. Uno degli horror italiani più affascinanti di sempre, ben diretto e con una fotografia che per certi aspetti sembra anticipare le cromìe di Tovoli in Suspiria; in molti frangenti sembra di essere dentro un quadro… Angosciante, claustrofobico, malsano, inquietante. Il ritmo è lento e sinuoso come un serpente e aumenta d’intensità negli ultimi meravigliosi 20 minuti che conducono lo spettatore all’incubo di un finale raggelante e indimenticabile. Un film affascinante.
Affascinante nero gotico che vira presto nell’horror, in cui un racconto non nuovissimo, di complotti e vicini, diventa l’occasione per Barilli di un raffinato esercizio di stile, in cui più che l’orrore e la violenza conta la paura strisciante, l’angoscioso isolamento della protagonista coi suoi fantasmi, l’impossibilità – anche per lo spettatore – di conoscere il reale. E che culmina in 20′ finali d’antologia. Adeguata Mimsy Farmer.
Splendido e angosciante, claustrofobico, opprimente e pure esoterico. Un film che mi ha fatto venire spesso i brividi e che lascia l’amaro in bocca per un finale che, candidamente, ammetto di non capire. L’incubo e la malattia mentale dell’ottima Farmer escono fuori piano piano ma sono niente di fronte ai vicini e conoscenti che si dimostreranno ben più efferati di lei.
Maria Baxa

Sono in pochi a ricordare Maria Baxa, attrice nata nella ex Jugoslavia nel 1946, a Belgrado. Un’attrice che ha avuto un momento di notorietà negli anni a cavallo tra il 1971 e il 1979, con due brevi incursioni neli anni 80, quando ha girato gli ultimi due film della sua breve carriera.Sono 20 i film interpretati dalla bella e bionda attrice jugoslava, di cui 15 in Italia, nessuno di essi davvero memorabile. Il suo esordio avviene nel 1971 con una particina nel fil a episodi di Grimaldi Le belve, interpretato da un cast di rilievo, nel quale spiccano Lando Buzzanca, la Benussi e vecchie glorie come la Borboni, Claudio Gora e Tino Carrano.

Due fotogrammi tratti dal film Candido erotico
Nel film Maria Baxa è la moglie di Buzzanca nell’episodio Una bella famiglia, episodio brevissimo, uno sketch.Il fiilm successivo lo interpreta diretta da Vanzina, Steno; è Il terrore dagli occhi storti, debole commedia con protagonista principale Alighiero Noschese, in compagnia di un giovanissimo Enrico Montesano. Di un qualche rilievo, viceversa, è il film di Lizzani Torino nera,del 1972; in questo film la Baxa interpreta Nascarella, una prostituta che farà, assolutamente incolpevole, una brutta fine. Ancora nel 1972 lavora in Joe Valachi, i segreti di cosa nostra, film di Terence Young,con protagonisti Charles Bronson e Lino Ventura.

Con Monica Zanchi in Incontri molto ravvicinati del quarto tipo
Anche in questo caso il ruolo di Donna è solo una piccola parte. Boccaccio, la commedia del 1972 diretta da Bruno Corbucci, film più comico che erotico, è la prova successiva dell’attrice, che interpreta il ruolo di Tebalda. Lo stesso Corbucci la chiama per Il prode Anselmo e il suo scudiero, nuova prova del duo Montesano-Noschese, in cui è Fiammetta, preda ambita del truffaldino Anselmo.

Maria Baxa in Per amore di Poppea
Siamo nel pieno del boom delle commedie erotiche, ma curiosamente la Baxa viene chiamata in produzioni particolari, come quella diretta da Loris Pittoni, Un amore così fragile,così violento, film ispirato ad un romanzo scritto dallo stesso Pittoni. Poi, per tre anni, la Baxa non compare più sugli schermi; tornerà nel 1977 come protagonista del film di Laurenti Per amore di Poppea , nel ruolo della moglie di Nerone, un improbabile Oreste Lionello. La commedia, sgangherata, si segnala solo per le nudità della Baxa.
Torino nera
Nel 1977 arriva lo scabroso ruolo di Veronica, moglie viziosa di un altrettanto vizioso voyeur in Candido erotico, al fianco di Lilli Carati. Il film, diretto da Claudio Giorgi la spinge verso un cinema di nicchia, quello delle commedie erotiche; non fa eccezione il successivo Incontri molto ravvicinati del 4° tipo, autentico trash movie diretto da Gaiazzo, in cui la Baxa è Emmanuelle, una astronoma convinta che esistano forme umane su altri pianeti.
Maria Baxa in Boccaccio
In compagnia della sua domestica si concederà a tre umanoidi, che in realtà sono tre studenti che sfruttano la credulità della donna. E’ uno dei film più bislacchi dell’intera storia del cinema italiano, tanto da diventare autentico fenomeno di culto tra gli amanti del genere. Di altro livello è il successivo Il commissario Verrazzano, regia di Franco Prosperi, film del 1978. In questo film è Cora, cognata di una gallerista che sospetta una morte violenta del marito di Cora. Nel 1979 partecipa alla commedia a episodi Belli e brutti ridono tutti, diretta da Domenico Paolella, al fianco di Walter Chiari e Olga Karlatos.

Maria Baxa in Joe Valachi i segreti di cosa nostra

La Baxa in Il commissario Verrazzano
L’ultimo film degli anni settanta lo interpreta di nuovo sotto la direzione di Paolella; si tratta di Gardenia, il giustiziere della mala, decoroso gangster movie in cui è la donna di Gardenia, un gangster d’onore refrattario ai traffici di droga. Da quel momento la Baxa sparisce dagli schermi; tornerà per una breve parte nel film Russicum i giorni del diavolo di Squitieri, per poi lasciare il mondo del cinema.
Adatta a interpretare parti di contorno, la Baxa non ha mai avuto la grande occasione di recitare da prima donna, fatta eccezione per il modesto Per amore di Poppea. E’ rimasta, quindi, in ruoli secondari, pur essendo in possesso di una notevole bellezza e di non disprezzabili doti artistiche. Con la Loncar, comunque, rimane l’attrice più importante arrivata dai paesi balcanici nel priodo settanta- ottanta, anche se come già detto all’inizio, sono ben pochi a ricordarsi di lei.
Boccaccio
Le belve

Il prode Anselmo e il suo scudiero
Per amore di Poppea
Spogliamoci così senza pudor
Il terrore con gli occhi storti
Un amore cosi fragile,cosi violento
Russicum – I giorni del diavolo (1988)
Gardenia, il giustiziere della mala (1979)
Belli e brutti ridono tutti (1979)
Il commissario Verrazzano (1978
Incontri molto ravvicinati del quarto tipo (1978)
Candido erotico (1977)
Per amore di Poppea (1977)
Un amore così fragile, così violento (1973)
Il prode Anselmo e il suo scudiero (1972)
Boccaccio (1972)
Joe Valachi – I segreti di Cosa Nostra (Italy)
Torino nera (1972)
Il terrore con gli occhi storti (1972)
Le belve (1971)
Non violentate Jennifer
Jennifer, una bella giornalista e scrittrice, sceglie per poter scrivere in santa pace, di recarsi in un posto remoto dell’entroterra americano. Qui ha preso in fitto un magnifico villino che si affaccia su uno specchio d’acqua.Al suo arrivo conosce un meccanico che è contemporaneamente il gestore di una pompa di benzina, ma sembra essere una conoscenza temporanea, e la ragazza si insedia nel posto bucolico.
Ma la pace durerà poco; il gruppo locale di giovani,fra i quali c’è un giovane ritardato, dopo averla seguita, la violenta ripetutamente, dapprima nel bosco, e poi, non contenti, nella sua dimora. Sfuggita miracolosamente alle sevizie, piagata nel corpo e nell’animo, la ragazza si vendicherà atrocemente. Trama scarna, essenziale, per un film violentissimo e assolutamente anacronistico per l’epoca in cui venne girato, il 1978, sopratutto per il tema trattato, lo stupro di gruppo, e maggiormente per la sua scarna essenzialità.
Nel film manca un qualsiasi commento musicale, il cast è ridotto all’osso, e il contrasto tra il paesaggio ridente e tranquillo della campagna e la violenza cieca e brutale che si abbatterà dapprima sulla ragazza e in seguito sul branco appaiono come un uragano su un mare calmo come l’olio. La storia, anche se semplice, all’apparenza, diventa un lungo incamminarsi incontro all’orrore, in un crescendo di violenza raramente riportato con tanta crudezza sullo schermo.
Il tema dello stupro è amplificato da immagini forti, come la sodomizzazione a cui viene sottoposta la ragazza nel bosco, abbarbicata ad una roccia, mentre il branco segue divertito la scena. Non è l’unica immagine forte e disturbante del film; quando Jennifer viene violentata dal più ottuso del gruppo, il giovane fattorino ritardato, si capisce che il regista ha voluto colpire con forza mediante un impatto visivo senza mediazioni. Ed è esattamente quello che vediamo dopo la prima parte di studio, portata avanti con un ritmo volutamente lento, scarno. Lo spettatore non prova eccessiva simpatia per Jennifer perchè il personaggio non è approfondito, di lei non sappiamo nulla, sembra un’anonima figura portata di peso nella storia
Ma nel momento topico del film, la violenza, gli assurdi discorsi fatti dai giovani all’interno di un bar, in cui si mescolano terrificanti stereotipi sulle donne di città, provocatrici e adescatrici, diventano la chiave di lettura dei fatti successivi. C’è un’America bigotta e paesana, provinciale e oscurantista, che probabilmente esisteva in realtà, ad affiorare in tutta la sua insensatezza.
L’evirazione
Con il passare del tempo, assistendo alle sevizie portate ai danni della ragazza, si finisce per parteggiare con essa, si desidera davvero una sua vendetta, che puntualmente arriva. Le scene dell’evirazione del giovane meccanico, le successive uccisioni, feroci e truculente, del branco di lupi assassini, senza pietà e assolutamente privi di una morale sensata, appaiono quasi giustificati agli occhi dello spettatore, che tira un sospiro di sollevo assaporando con Jennifer l’amaro gusto della vendetta.
Non violentate Jennifer ha numerose incongruenze, cadute di ritmo, imperfezioni visive e narrative, oltre che problemi nell’interpretazione dei personaggi, che non appaiono particolarmente ferrati nella recitazione. Tuttavia è un calcio nello stomaco, bene assestato, forse ben aldilà dell’effettiva volontà di Meir Zarchi, il regista. Come già detto, il personaggio di Jennifer non è psicologicamente approfondito, appare privo di una sua identità; tuttavia va riconosciuta a Zarchi la necessità di mantenersi freddo e didascalico nel racconto, quasi il suo non fosse un film, ma un documentario sulla violenza sessuale, brutale e inconcepibile, pur essendo così diffusa, sopratutto oggi. Un film in chiaro oscuro, pur nella sua dignitosa capacità di sollevare il problema stupro; che indulge fatalmente, nella parte finale, su immagini choc, così come erano choc le immagini della violenza sessuale.
Non un qualsiasi film rape and revenge, quindi, ma una storia sulla quale meditare, anche a distanza di 30 anni dalla sua uscita sugli schermi. Un film che ebbe una vita travagliata, con sequestri e bandi in varie parti del mondo, ma che oggi è possibile rivedere; una cosa da fare, non tanto per rivalutare la pellicola, ma per guardare con occhio vigile a quella che sembra purtroppo essere una costante della società, l’incapacità di prendere esempio dagli errori per evitarne il ripetersi degli stessi.
Non violentate Jennifer,un film di Meir Zarchi. Con Camille Keaton, Eron Tabor, Richard Pace Drammatico, durata 93 min. – USA 1978
Camille Keaton: Jennifer Hills
Eron Tabor: Johnny
Richard Pace: Matthew Lucas
Anthony Nichols: Stanley
Gunter Kleemann: Andy
Alexis Magnotti: moglie di Johnny
Tammy Zarchi: figlia di Johnny
Terry Zarchi: figlio di Johnny
Traci Ferrante: cameriera
William Tasgal: facchino
Isaac Agami: macellaio
Ronit Haviv: ragazza del supermercato
Regia Meir Zarchi
Sceneggiatura Meir Zarchi
Produttore Meir Zarchi, Joseph Zbeda
Casa di produzione Cinemagic Pictures
Fotografia Nouri Haviv
Montaggio Spiro Carras (versione internazionale rieditata), Meir Zarchi
Effetti speciali Beriau Picard, William Tasgal
L’eredità Ferramonti

Irene, bellissima e avida figlia di un commerciante romano, ritiratosi in pensione, sposa Pippo Ferramonti, uno dei tre figli di Gregorio Ferramonti, ricco e avaro fornaio romano.La donna, tanto bella d’aspetto, quanto segretamente avida di denaro, ambiziosa e desiderosa di un ruolo sociale più rilevante, da subito si adopera per riportare la pace in famiglia tra il vecchio e testardo Gregorio e i suoi tre figli, il debole Pippo, suo marito, la sorella di Pippo, Teta, sposata ad uno scaltro funzionario statale ed infine l’ultimo figlio, il playboy di famiglia,Mario.

Gigi Proietti interpreta Pippo Ferramonti

Fabio Testi è Mario Ferramonti
Siamo sul finire dell’800, Roma è tutta un cantiere, perchè è la capitale del nuovo regno d’Italia, e Irene non si accontenta della posizione sociale che sta per raggiungere, grazie anche a Paolo, il marito di Teta, che con le sue conoscenze favorisce il cognato Pippo. Così cerca in tutti i modi di avvicinarsi al suocero, che tiene a distanza i figli, non avendo alcuna intenzione di lasciare il suo patrimonio ai tre.

Anthony Quinn è il vecchio Ferramonti
Poco alla volta, la donna, come un ragno, tesse la sua tela; dapprima irretisce il cognato Mario, poi mette in disparte il marito, che inizia a bere, e infine, installatasi a casa del maturo suocero, ne diviene l’amante. Alla morte del suocero, è proprio Irene ad essere nominata erede del vecchio; ma la donna non riuscirà a godersi il frutto della sua trama diabolica e della sua avidità. Mario, che si era davvero innamorato di lei, si uccide sparandosi un colpo di pistola e suo cognato Paolo, che la trascinerà in tribunale, riuscirà a spogliarla legalmente dell’eredità.
Dramma storico in costume diretto da Mauro Bolognini nel 1976, L’eredità Ferramonti è un film a tinte cupe, basato su una storia ricca di avidità, egoismo e tradimenti. I personaggi del film sono quasi tutti visti in luce negativa, a cominciare dal debole e pusillanime Pippo (Gigi Proietti),passando per il vecchio Ferramonti, il solito grande Anthony Quinn, e proseguendo con l’amorale e vizioso Mario, Fabio Testi, per finire con le due protagoniste femminili del film, l’arrivista Teta,
Adriana Asti è Teta Ferramonti
una brava Adriana asti e infine l’anima della storia, la cinica, amorale Irene, interpretata dalla bellissima Dominique Sanda. Sullo sfondo, si agita l’Italia dell’unificazione, con tutti i suoi traffici economici, con il bussiness della ricostruzione o meglio, della costruzione dell’identità nazionale, fatta di strade e scuole, uffici e palazzi, con il carico di corruzione che inevitabilmente portò con se.
Un film che riesce a calamitare l’attenzione degli spettatori, pur nei limiti di una denuncia di un mondo, quello della piccola borghesia, che appare alle volte troppo forzato o caratterizzato da una visione eccessivamente di color cupo. Bolognini ricava comunque dal romanzo di Chelli un soggetto interessante, svolgendo il suo compito con la solita eleganza, coadiuvato dal cast citato che appare ben assortito e sopratutto in gardo di non caratterizzare troppo i personaggi.
Impeccabile la fotografia di Ennio Guarnieri, così come delicata e adatta appare la colonna sonora del solito Ennio Morricone.Un plauso in particolare per Dominique Sanda, dal volto angelico, che trasmette questa sua caratteristica al personaggio ambiguo e amorale di Irene , rendendo particolarmente credibile lo stesso.
L’eredità Ferramonti, un film di Mauro Bolognini. Con Fabio Testi, Adriana Asti, Anthony Quinn, Dominique Sanda, Paolo Bonacelli, Luigi Proietti, Harold Bradley, Rossana Di Lorenzo, Rossella Rusconi, Harald Bromley, Silvia Cerio, Maria Russo, Simone Santo
Drammatico, durata 118 min. – Italia 1976.

Gigi Proietti: Pippo Ferramonti
Anthony Quinn: Gregorio Ferramonti
Fabio Testi: Mario Ferramonti
Dominique Sanda: Irene Carelli Ferramonti
Adriana Asti: Teta Ferramonti Furlin
Paolo Bonacelli: Paolo Furlin

Regia Mauro Bolognini
Soggetto Gaetano Carlo Chelli (romanzo)
Sceneggiatura Sergio Bazzini, Roberto Bigazzi e Ugo Pirro
Fotografia Ennio Guarnieri
Montaggio Nino Baragli
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Luigi Scaccianoce, Bruno Cesari
Costumi Gabriella Pescucci
Trucco Giuseppe Capogrosso, Massimo De Rossi
L’etrusco uccide ancora
Jason, archeologo americano, fa una scoperta importante mentre è in Umbria, nelle vicinanze di Spoleto: una tomba etrusca con un dipinto murario raffigurante Thuculcha, dio etrusco dell’oltretomba, mentre è in procinto di uccidere una giovane coppia. Contemporaneamente, nella vicina Spoleto, sta per iniziare il festival dei due mondi, in cui sono presenti dei conoscenti di Jason.
C’è Nikos Samarakis, direttore d’orchestra, la bella moglie Myra, (vecchia compagna di Jason ed ex amante), il figlio Igor e il coreografo Stephen. Poche ore dopo la scoperta della tomba, due giovani che erano intenti ad amoreggiare vengono uccisi ferocemente all’interno della stessa.
La presenza di un paio di scarpe di colore rosso, usate generalmente dalle ballerine, spinge l’incaricato delle indagini, il commissario Giuranna a sospettare dapprima del coreografo Stephen, e in seguito proprio di Jason. Ma un nuovo omicidio ingarbuglia ancora di più le indagini; a cadere questa volta sotto i colpi del misterioso assassino è Igor che si era appartato in una stalla con la fidanzata Giselle.
Il giovane, benchè ferito, riesce a sopravvivere, mentre la ragazza muore. Il commissario interroga il giovane, nella speranza di ricavare degli indizi utili alle indagini, ma Igor non è in grado di fornirli. A questo punto il maggior sospettato è proprio Jason, che in passato, durante una lite, aveva cercato di uccidere la sua ex amante Myra, attuale compagna dell’anziano direttore d’orchestra.
Ipotesi che si rivela infondata, nel momento esatto in cui il custode della necropoli e la sua giovane compagna vengono brutalmente assassinati. A risolvere il caso, apparentemente, arriva la morte di Nikos, che presenta però dei lati oscuri. Jason, infatti, non crede alla confessione lasciata dal direttore d’orchestra, e arriverà alla soluzione del caso,e ad identificare l’insospettabile colpevole.
L’etrusco uccide ancora, film del 1972 diretto da Armando Crispino, è un solido giallo, con elementi thriller, ben recitato e con poche lacune nella sceneggiatura; girato a poco più di un anno dal thriller di Argento L’uccello dalle piume di cristallo, appare come un giallo canonico senza glielementi splatter di molta produzione successiva. Ambientato in un’Umbria magnifica, in una Spoleto che appare arcana e misteriosa, il film si regge benissimo grazie anche alla sequenza logica degli avvenimenti, alla sottile opera psicologica che Crispino segue senza sbavature, assecondato anche da un cast di sicuro livello, con Alex Cord a interpretare Jason, l’archeologo ex alcolizzato, che appare tormentato dai fantasmi del passato e dalla relazione con Myra, una bella e brava Samantha Eggar, poco sfruttata, misteriosamente, dal cinema italiano.
Nel film appaiono anche, in ruoli minori, la caratterista Carla Mancini, Wendi D’Olive e il bravo e sfortunato Enzo Cerusico, in una parte minore, quella dell’assistente di Jason. Buona la scelta di utilizzare il requiem di Verdi nel momento topico del film, mentre se qualche appunto va mosso, riguarda il tentativo non riuscito di crispino di voler ad ogni costo creare suspence, mentre sarebbe stato meglio non calcare troppo la mano, lasciando alle immagini il compito di illustrare le varie fasi della storia.
In definitiva, comunque, siamo di fronte ad un buon prodotto, che ebbe un lusinghiero successo di pubblico, anche se limitato ad esso. I critici, infatti, mossero molti appunti ad una sceneggiatura vista come lacunosa, e alla recitazione che molti trovarono approssimativa.
L’etrusco uccide ancora, un film di Armando Crispino. Con John Marley, Enzo Cerusico, Alex Cord, Samantha Eggar,Enzo Tarascio, Nadia Tiller, Horst Frank, Daniela Surina, Mario Maranzana, Cinzia Bruno, Wendy D’Olive, Carla Mancini, Rodolfo Bigotti
Giallo, durata 105 min. – Italia 1972.
Alex Cord: Jason Porter
Samantha Eggar: Myra Shelton
John Marley: Nikos Samarakis
Nadja Tiller: Leni Samarakis
Enzo Tarascio: IL’ispettore Giuranna
Horst Frank: Stephen
Enzo Cerusico: Alberto
Carlo De Mejo: Igor Samarakis
Daniela Surina: Irene
Vladan Milasinovic: Otello
Christina von Blanc: Velia
Mario Maranzana: Sergente.Vitanza
Wendy D’Olive: Giselle
Pier Luigi D’Orazio: Minelli
Ivan Pavicevac: Poliziotto
Cinzia Bruno: Motociclista
Rodolfo Bigotti: Motociclista
Carla Mancini
Rosita Torosh
Alessandro Angeloni
Pietro Fumelli
Carla Brait: Danzatrice
Regia Armando Crispino
Soggetto Bryan Edgar Wallace
Sceneggiatura Lucio Battistrada, Armando Crispino e Lutz Eisholz
Produttore Artur Brauner
Casa di produzione Central Cinema Company Film
Fotografia Erico Menczer
Montaggio Alberto Gallitti
Musiche Riz Ortolani
Scenografia Giantito Burchiellaro
Costumi Luca Sabatelli
Il caso Venere privata
Il giovane rampollo di una famiglia bene, David, incontra una ragazza; lei, Alberta, dopo la fugace avventura, chiede la giovane di portarla con se, perchè sente di essere in pericolo. Ma David, appagato da quella che per lui è una semplice avventura, la scarica.
Il giorno dopo il cadavere della ragazza viene ritrovato in un campo, e da quel momento il giovane si lascia andare, preda dei rimorsi, convinto anche di essere in qualche modo responsabile della morte di Alberta. Diventa così dipendente dall’alcool, tanto che un medico, Lamberti, decide di aiutarlo ad uscire dal tunnel nel quale David si è infilato.
Contemporaneamente Lamberti svolge delle indagini per suo conto, scoprendo che la giovane morta aveva accettato di farsi fotografare nuda d un misterioso personaggio. Aiutato da Livia, una delle amiche di Alberta, Lamberti riesce ad identificare il misterioso maniaco, salvando grazie anche a David, la giovane Livia dalla stessa sorte capitata ad Alberta.
Il maniaco morirà per mano di Davide. Tratto da un romanzo di Giorgio Scerbanenco Venere privata, scritto nel 1966, Il caso Venere privata diretto dal regista francese Yves Boisset è un giallo abbastanza tradizionale, girato con mestiere e indubbia abilità, anche se difetta di profondità e pathos. Prodotto in Francia nel 1970, presenta una deliziosa Raffaella Carrà, non ancora diventata soubrette di fama in un ruolo abbastanza scabroso, una giovanissima Agostina Belli in una particina e la splendida futura conduttrice di Discoring, Vanna Brosio, in una piccola parte ambientata in discoteca.
Bravo Bruno Cremer, futuro Maigret, circondato però da attori mediocri, per un film che non lascia tracce profonde, perchè si limita ad essere un noir d’ambiente, senza spessore psicologico nei personaggi. Da sottolineare la bella prestazione del solito Adorf, anche se limitata a pochi minuti d’apparizione.
C’è grossa discrepanza tra il romanzo di Scerbanenco e il film, e non poteva essere altrimenti; tutta la carica feroce, la scabrosità del romanzo risultano nel film ammorbidite , colpa probabilmente della sceneggiatura, mirata ad aveitare possibili problemi con la censura. Curiosa la parte con la Carrà, in evidente imbarazzo nel posare nuda davanti al fotografo maniaco, incatenata.
Il libro di Scerbanenco
Il caso Venere privata,un film di Yves Boisset. Con Renaud Verley, Bruno Cremer, Marianne Comtell, Raffaella Carrà, Claudio Gora,Marina Berti, Agostina Belli, Vanna Brosio
Titolo originale Cran d’arrêt. Giallo, durata 90 min. – Francia 1970.
Bruno Cremer: Duca Lamberti
Renaud Verley: Davide Auseri
Marianne Comtell: Livia Ussaro
Mario Adorf: il fotografo
Raffaella Carrà: Alberta Radelli
Marina Berti: sorella di Alberta
Claudio Gora: questore Luigi Càrrua
Jean Martin: il maggiordomo
Rufus: l’assistente del fotografo
Vanna Brosio: Marilina
Agostina Belli: Mara
Regia Yves Boisset
Soggetto Giorgio Scerbanenco (romanzo)
Sceneggiatura Antoine Blondin, Francis Cosne, Yves Boisset
Produttore Francis Cosne
Fotografia Jean-Marc Ripert
Montaggio Paul Cayatte
Musiche Michel Magne
Costumi John De Vernant
Trucco Vergottini
La ragazza dalla pelle di luna
Un ingegnere, una fotografa affermata di moda; sono una coppia, Alberto e Helen, ma una coppia in profonda crisi. Un giorno ad Helen viene proposto un viaggio di lavoro a Nairobi. La donna chiede ad Alberto di accompagnarla, e seppur riluttante, l’uomo accetta.

Ugo Pagliai è Alberto, Beba Loncar è Helen
Durante uno scalo, Alberto riesce a convincere la donna a prendersi una vacanza; il posto è magnifico, Mahè, nelle Seychelles, e la donna, anche se a malincuore, accetta. All’aeroporto della cittadina, Alberto incrocia, per la prima volta, una bellissima ragazza di colore, Simoa; la reincontrerà in una discoteca e tra loro scatterà immediatamente la scintilla fatale.
La relazione tra i due, intensissima, rigenera completamente l’uomo, mentre Helen, che ben presto si renderà conto della situazione creatasi tra i due, intreccerà una fugace storia con Giacomo, uno scrittore che vive in quel paradiso. Una relazione che lascia entrambi con l’amaro in bocca, mentre anche Alberto si rende conto che la pace, la serenità e la bellezza di quei luoghi sono solo un’illusione, per lui.

Giacomo Rossi Stuart con Beba Loncar
Dopo un drammatico colloquio con la moglie, durante il quale i due si affrontano forse per la prima volta, Alberto e Helen ripartono, probabilmente incontro ad una vita di coppia più serena ed equilibrata.
Diretto con ottima mano da Luigi Scattini nel 1972,La ragazza dalla pelle di luna è un film che si lascia guardare con piacere, per merito di una serie di fattori concomitanti; il primo è sicuramente costituito dal buon cast, con Ugo Pagliai, beniamino del pubblico televisivo dell’epoca nel ruolo di Alberto, della splendida ex attrice di fotoromanzi Beba Loncar, nel ruolo di Helen, e sopratutto della bravissima e sorprendente Zeudi Araya, attrice esordiente lanciata proprio da Scattini.
La stupenda Zeudi Araya
Un altro fattore importante, direi congiunto, è l’abbinamento tra la sontuosa colonna sonora di Piero Umiliani e la location, le Seychelles, con spiagge di sabbia dal color quasi bianco e i paesaggi incontaminati. La fotografia è adeguata, misurata. Un appunto personale, fatto all’epoca e a maggior ragione da farsi oggi, è l’inutile crudeltà mostrata verso i pescecani, attraverso scene che francamente potevano essere risparmiate.
Curiosando per il web, alla ricerca di qualche critica o recensione di questo film, mi sono imbattuto in giudizi poco lusinghieri, in trame raccontate alla meno peggio e sopratutto in vistosi errori nella sinossi del film. Ancora una volta un segno inequivocabile che molti critici tout court i film non l vedevano, ma evidentemente se li facevano raccontare, oppure li criticavano in stile Bignami, facendo il sunto del sunto.
In questo caso non stiamo parlando di un capolavoro della cinematografia, certamente, ma di un’opera dignitosa, con un suo fascino e sopratutto scorrevole. Doti non da poco, vedendo larga parte delle produzioni italiane di quegli anni. Per chiunque volesse approfondire la trama, i dietro le quinte o capirne di più sulla nascita e sullo sviluppo del film, consiglio il blog di Luigi Scattini, all’indirizzo: http://luigiscattini.wordpress.com/ ,utilissimo anche per coloro che non hanno avuto modo, per questioni di età o altro, di conoscere il cinema di un brillante e capace regista.
La ragazza dalla pelle di luna, un film di Luigi Scattini. Con Beba Loncar, Ugo Pagliai, Giacomo Rossi Stuart, Zeudi Araja.
Zeudi Araya.Drammatico, durata 91 min. – Italia 1972
Zeudi Araya: Simoa
Ugo Pagliai: Alberto
Beba Loncar: Helen
Giacomo Rossi Stuart: Giacomo
Fotografia: Nino Borghesi
Montaggio: Luigi Scattini
Musiche: Piero Umiliani
Scenografia: Francesco Calabrese.
Il regista del film, Luigi Scattini
La locandina
Citazioni:
“Ancora: è diventata una parola d’amore.” ( Alberto)
“Vedi, io sono un uomo civile,quindi sono un uomo malato; non posso respirare tanta libertà tutta insieme” (Alberto)
“E’ stato bello, vero? (Helen) – No, ma almeno lo abbiamo pensato (Giacomo)”
Il vizio di famiglia
Appena uscito di prigione, dopo un anno, Giacomo viene avvicinato da una donna, Magda; la donna gli propone un patto. Lui seduce una sua vecchia fiamma, Ines, che ha sposato un ricco industriale,un conte invalido, e la donna gli darà 10 milioni. Giacomo, fingendosi un maggiordomo gay, riesce a farsi assumere dall’industriale, che vive in una magnifica villa.

Orchidea De Santis (Marisa) mentre attende l’uscita di Giacomo dalla prigione
Nella casa, oltre all’industriale, di salute cagionevole e costretto a vivere su una sedia a rotelle, ci sono, nell’ordine: Magda, sorella dell’industriale e suo figlio, un ragazzo con l’hobby delle foto erotiche, sua moglie Ines, una donna dal passato molto equivoco.

Juliette Maynel (Magda) propone a Renzo Montagnani (Giacomo) un patto ambiguo
A loro si aggiungerà Susy, figlia del conte-industriale, frutto della relazione dello stesso con una fiamma giovanile. L’arrivo della ragazza scompiglia i piani di Magda e Ines, intente a farsi la guerra per diventare eredi del patrimonio dell’uomo. La nuova nemica sembra infatti molto temibile, e sopratutto molto scaltra.
Tra i vari componenti della famiglia si intrecciano relazioni pericolose: il maggiordomo Giacomo dapprima seduce la sua vecchia fiamma, Ines, subito dopo la giovane Susy, che si concede anche una scappatella con una cameriera della villa. Ines ha una relazione con il figlio di Magda, mentre quest’ultima, ingannata da Giacomo che finge di non riuscire ad attrarre Ines nella trappola preparata, decide di simulare il rapimento del figlio per costringere il fratello a pagare un riscatto. Il trucco però viene scoperto.
Renzo Montagnani (Giacomo) seduce la sua vecchia fiamma Susan Scott (Ines)
Nel frattempo nella villa arriva una nuova domestica: è Marisa, una prostituta, che è segretamente la donna di Giacomo. Sarà proprio quest’ultima a scompaginare i piani delle tre donne, troppo occupate a farsi la guerra, senza risparmio di colpi bassi di ogni genere.

La prova che Susy è figlia del conte, il neo
Inaspettatamente, Il vizio di famiglia, diretto da Mariano Laurenti nel 1975, si rivela una commedia di discreta fattura; commedia sexy si, ma girata con intelligenza, con una trama godibile e con battute una volta tanto all’altezza della situazione. Sicuramente giova all’impianto narrativo l’ottimo cast messo su dal regista.
A parte il solito Renzo Montagnani, abile come sempre nel ruolo di Giacomo, il furbo maggiordomo fintamente gay, si segnalano, e non solo per le scene di nudo Nieves Navarro, che ormai era diventata famosa come Susan Scott nel ruolo di Ines, la solita splendida Edwige Fenech in quella di Susy, la figlia ritrovata troppo furba, e che finirà gabbata come gli altri, e sopratutto una splendida Orchidea De Santis, nel ruolo di Marisa, colei che scompaginerà i piani delle tre donne seducendo il vecchio conte e facendosi nominare sua erede universale.
Regge bene l’impianto narrativo, basato sulla girandola dei doppi e tripli giochi dei protagonisti, fino al beffardo finale. Da segnalare anche la bella prova di Gigi Ballista, nei panni dell’industriale gaudente, che muore per un accesso di risa durante il pranzo in cui si fa beffe della moglie, della cognata e della figlia.
In definitiva, una buona prova d’orchestra per una commedia sexy strutturata quasi come un giallo, con qualche scena d’erotismo ardita (celebre la sequenza con la Fenech, in bagno, seduta mentre mostra parte delle sue grazie al nipote del conte), e con i nudi della splendida Scott, caratterista molto brava ed espressiva.
Il vizio di famiglia, un film di Mariano Laurenti 1975, con Renzo Montagnani, Gigi Ballista,Orchidea De Santis,Juliette Maynel,Susan Scott,Edwige Fenech
Renzo Montagnani: Giacomo
Edwige Fenech: Suzie
Gigi Ballista: il conte
Nieves Navarro: Ines
Anna Melita: Noemi
Roberto Cenci: Marco
Enzo Andronico: Felice
Orchidea De Santis : Marisa
Regia Mariano Laurenti
Soggetto Marino Onorati, Cesare Frugoni, Gianfranco Couyoumdjian
Sceneggiatura Marino Onorati, Cesare Frugoni, Gianfranco Couyoumdjian
Produttore Gianfranco Couyoumdjian
Casa di produzione Flora
Distribuzione (Italia) Flora
Fotografia Federico Zanni
Musiche Gianni Ferrio
Buio Omega
Francesco è un giovane imbalsamatore, fidanzato con Anna, una graziosa ragazza bionda. Vive in una bella villa, che ha ereditato dai suoi genitori, in compagnia di una balia/governante, Iris, che ha la segreta mira di sposare il giovane per diventare la padrona di casa. Un giorno sembra che il caso dia una mano a Iris; Anna, la fidanzata di Francesco, muore in clinica per un attacco di cuore.

Cinzia Monreale (Anna nel film) in ospedale
Il giovane, inconsolabile, decide di rubarne le spoglie mortali, e si introduce nel cimitero dove viola la sepoltura della ragazza, trafugandone il cadavere per caricarlo su un furgoncino, destinazione la sua villa, dove ha intenzione di imbalsamarne il corpo. Ma le cose non vanno lisce, perchè durante il viaggio di ritorno si imbatte in una ragazza, Ketty, e si addormenta durante il viaggio di ritorno.
Francesco, con una complessa procedura, inizia a lavorare sul corpo di Anna, estraendo dapprima il sangue dal corpo, e infine togliendo tutti gli organi dal suo interno. Durante la procedura di imbalsamazione, Ketty si sveglia e assiste, con raccapriccio, alla macabra operazione. Francesco, la cui mente è ormai ottenebrata dal dolore e dalla follia, la uccide, dopo averle tolto le unghie delle mani. Iris, la governante, che assiste impassibile a tutto, aiuta il giovane a sbarazzarsi del corpo della sventurata autostoppista, che viene smembrata nella vasca da bagno e sciolta con dell’acido, mentre i resti del povero corpo vengono seppelliti in giardino.
Qualche giorno dopo Francesco, mentre fa footing, si imbatte in una ragazza che ha problemi ad una caviglia; la soccorre e la porta con se alla villa. Tra i due scoppia subito la scintilla della passione, e Francesco la porta sul suo letto, dove c’è il corpo mummificato di Anna. La ragazza, inorridita, cerca di scappare, e Francesco uccide anche lei. Con l’aiuto dell’immancabile Iris, Francesco si sbarazza del corpo bruciandolo, mentre l’ultima vittima è ancora viva. Questa volta, però,Iris chiede a Francesco, in cambio del silenzio, di sposarlo.
Il giovane, alle strette, accetta. Durante la festa del fidanzamento, però, appare chiaro che la mente del giovane è ormai sconvolta, e la situazione precipita.Un detective scopre il corpo imbalsamato di Anna e da quel momento……
Buio Omega, diretto da Aristide Massacesi nel 1979, con il suo abituale pseudonimo di Joe D’Amato è un classico horror splatter, con un impianto thriller; è uno dei film più violenti, dal punto di vista visivo, del cinema italiano degli anni settanta, sopratutto in virtù delle scene di sezionamento delle varie vittime di francesco.
Assolutamente degna di menzione la terribile scena dell’imbalsamazione di Anna, girata con un realismo tale da dare l’illusione, allo spettatore, che tutto sia vero. Identico discorso per le violente scene di smembramento dei corpi, in particolare di quello dell’autostoppista, fatta a pezzi in bagno in un mare di sangue.
Scene per stomaci forti sono anche l’addentamento del cuore di Anna, scena che vede Francesco protagonista nel suo delirio ormai totale, oppure quella della selvaggia lotta finale tra Iris e lo stesso giovane, che si conclude con la morte della governante e la scena terribile dell’estrazione degli occhi dalle orbite. Un film molto forte, prototipo degli splatter successivi, a cui molti registi si ispireranno; punti di forza del film sono ovviamente, per gli amanti del genere, le scene descritte, mentre sull’altro piatto della bilancia va messa la recitazione piatta di Kleran Carter, monocorde nelle espressioni. Assolutamente straordinaria invece Franca Stoppi, che disegna una Iris ambigua e cinica, pronta a tutto pur di soddisfare la sua brama arrivistica.
Il film è di buona fattura, con una tensione palpabile, e in fondo può passare anche come la storia di un uomo che ama fino all’impossibile, un uomo che non si arrende nemmeno davanti all’inevitabile. E’ una chiave di lettura che può benissimo integrarsi con la visione di un film cupo, in cui l’estremizzazione delle scene può anche essere considerata corollario del tema centrale, l’amore che non si arrende nemmeno davanti alla morte, l’amore che porta alla follia.
Buio Omega, un film di Joe D’Amato. Con Franca Stoppi, Cinzia Monreale, Kieran Canter, Sam Modesto, Anna Cardini
Horror, durata 93 min. – Italia 1979.
Kieran Canter: Francesco
Cinzia Monreale: Anna/Teodora
Franca Stoppi: Iris
Sam Modesto: signor Kale
Anna Cardini: ragazza che fa jogging
Lucia D’Elia: l’autostoppista
Mario Pezzin: prete
Klaus Rainer: dottore
Walter Tribus: rivenditore
Edmondo Vallini: detective
Simonetta Allodi: ragazza della discoteca
Regia Joe D’Amato
Soggetto Giacomo Guerrini
Sceneggiatura Ottavio Fabbri
Produttore Marco Rossetti, Oscar Santaniello, Silvio Colecchia
Casa di produzione D.R. Mass Communications
Fotografia Aristide Massaccesi
Montaggio Ornella Micheli
Musiche Goblin
Scenografia Ennio Michettoni, Donatella Donati
Costumi Mario Paladini
Trucco Cesare Biseo
La fine dell’innocenza
Una bella ragazza, Anne, orfana sin dall’infanzia, è protetta da un personaggio ambiguo, Michael, dedito a traffici internazionali, che nutre nei riguardi della ragazza losche mire. Quando termina gli studi, Anne è costretta a seguire l’uomo nei suoi spostamenti, uno dei quali la porta ad Hong Kong, dove scopre una realtà a lei sconosciuta.
Inserita in un ambiente equivoco, malsano, la ragazza riesce per un pò di tempo a mantenere un equilibrio, ma subito dopo che Michael viene arrestato dalla polizia, Anne è costretta a subire le attenzioni pressanti di un giocatore, che la violenta. Il trauma subito è profondo, e l’unica che apparentemente è in grado di aiutarla è Linda, la moglie del giocatore. L’aiuto che Linda le offre non è però disinteressato: la donna mostra subito un attaccamento morboso, mentre Anne, conosciuto Phil, se ne innamora.
Ma anche in questo caso l’uomo non è quello che sembra: tutto attorno a Anna sembra muoversi sui binari della perversione, della depravazione morale, così Phil la cede ad un amante di Linda. Sarà l’incontro con un buddista a spingere la ragazza ad allontanarsi dal giro perverso; grazie all’aiuto di Sara, una ragazza che frequenta la compagnia buddista, troverà la forza per dire basta al circolo vizioso di cui è prigioniera, e fuggire così verso la libertà.
Diretto da Massimo Dallamano nel 1976, La fine dell’innocenza è un film a metà strada tra la commedia drammatica e il giallo, con netta propensione a privilegiare l’ambientazione, tuttavia l’ambientazione decadente, viziosa in cui si muove il film appare forzata, così come i personaggi appaiono caratterizzati troppo in negativo. Girato in parte ad Hong Kong, in parte a Roma, il film si avvale di una bella colonna sonora, mentre la protagonista del film, l’attrice francese Annie Belle, è brava e misurata nella sua interpretazione. Da segnalare il cameo di Enrico Beruschi e una insolita Ines Pellegrini nel ruolo della “monaca” buddista.
La fine dell’innocenza,un film di Massimo Dallamano. Con Annie Belle, Ciro Ippolito, Felicity Devonshire, Charles Fawcett,Rik Battaglia, Ines Pellegrini, Linda Ho
Commedia, durata 91 min. – Italia 1976.
Annie Belle: Annie
Ciro Ippolito: Angelo
Felicity Devonshire: Linda
Charles Fawcett: Michael
Al Cliver: Philip
Maria Rohm: Susan
Linda Ho: Genevieve
Charlie Chan Yiu-Lam: Chen
Rik Battaglia: ispettore di polizia
Ines Pellegrini: Sarah
Linda Slade: Caroline
Tim Street: Harry
Ted Thomas: George
Patrizia Banti: Su
Enrico Beruschi: il ciclista guardone
Massimo Dallamano: un uomo in montagna
Regia Massimo Dallamano
Soggetto Massimo Dallamano, Marcello Coscia (Annie Belle e Harry Alan Towers non accreditati)
Sceneggiatura Massimo Dallamano, Marcello Coscia (Annie Belle e Harry Alan Towers non accreditati)
Produttore Fulvio Lucisano, Harry Alan Towers
Casa di produzione Italian International Film, Cobalta Cinematografica, Barongreen
Fotografia Franco Delli Colli
Montaggio Angelo Curi
Musiche Franco Bixio, Fabio Frizzi, Vince Tempera
Tema musicale Annie Belle di Dammico-Bixio-Frizzi-Tempera, cantata da Linda Lee
Scenografia Uberto Bertacca
Costumi Uberto Bertacca
Trucco Oretta Melaranci
Stefano Satta Flores: Angelo
Ada Maria Serra Zanetti: Linda
Renato Turi: Michael
Luigi La Monica: Philip
Angiolina Quinterno: Susan
Solvejg D’Assunta: Genevieve
Vittorio Di Prima: ispettore di polizia
Livia Giampalmo: Sarah
Luciano Melani: Harry
Giancarlo Maestri: George



















































































































































































































































































