Paranoia
Un grave incidente automobilistico costringe la bella e affascinante Helene a dover rinunciare alle corse; rimasta anche senza soldi, accetta riluttante di passare un breve periodo di ferie nella villa spagnola dell’ex marito, Maurice, che nel frattempo ha sposato Costance, una donna più anziana di lui, con una figlia ma sopratutto con tanti, tanti soldi. Al suo arrivo nella splendida villa della donna, Helene scopre che è stata proprio la ricca Costance che ha insistito per averla come ospite; la donna ha in mente un piano.
Servirsi di Helene come esca per sedurre l’ex marito, portarlo ad una gita in barca e sopprimerlo. La donna, sicura delle infedeltà del marito ha organizzato il tutto per liberarsi di un uomo che ormai disprezza, e propone ad Helene l’omicidio di Maurice, promettendo alla stessa una lauta ricompensa in cambio del suo aiuto. Il giorno dell’agguato arriva, e Maurice, Costance e Helene salgono in barca e si dirigono al largo.
a all’ultimo momento Helene non se la sente di uccidere l’uomo; Maurice colpisce Costance con il fucile subacqueo e la uccide, e getta il corpo in mare. La polizia prende per buona la versione dei due ex coniugi, ma a sospettare l’omicidio ecco che arriva Susan, figlia di Costance. La ragazza mostra di sapere cosa è successo, ma ecco il colpo di scena; Helene si accorge che Maurice e Susan hanno una relazione, e che è questo il vero motivo per cui Costance aveva deciso di uccidere Maurice.
Ma i due amanti diabolici hanno progettato tutto e si sbarazzano anche di Helene. Il piano è perfettamente riuscito, ma ecco la sorpresa finale.
Diretto da Umberto Lenzi, Paranoia, film del 1970, è un avvincente e credibile thriller, giocato molto sugli sguardi, sugli atteggiamenti, sulla psicologia dei vari personaggi, interpretati davvero bene dal ben assortito cast, che comprende la bellissima Carroll Baker nel ruolo della sventurata Helene, di Jean Sorel nel ruolo di Maurice, della Proclemer in quello di Costance, per finire con Marina Coffa, star dei fotoromanzi Lancio, assolutamente a suo agio nel ruolo di Susan.
Un film di ottima fattura, che chiude il trittico di Lenzi iniziato con l’ottimo Orgasmo e proseguito un tantino meno bene con Cosi dolce così perversa. Sorretto da un’incalzante colonna sonora, Paranoia si lascia guardare fino alla parola fine, grazie ad una trama non banale, a quel tocco di torbido erotismo, mai volgare, che aggiunge un’atmosfera morbosa al film, che si avvale di una sceneggiatura una volta tanto esente da buchi visibili, anche se tendente in maniera pericolosa al semplicismo.. Bella sicuramente la location, la splendida Palma di Maiorca. Un film sicuramente ancora oggi vedibile.
Il film è ora disponibile su Youtube all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=xj4ifiT6XUg in un’ottima versione digitale.
Paranoia – un film di Umberto Lenzi , con Carroll Baker; Jean Sorel; Marina Coffa; Anna Proclemer; Alberto Dalbes 1970
Carroll Baker: Helen
Jean Sorel: Maurice Sauvage
Luis Dávila: Albert Duchamps
Alberto Dalbés: Dr. Harry Webb
Marina Coffa: Susan Sauvage
Anna Proclemer: Constance Sauvage
Lisa Halvorsen: Solange (con il nome Liz Halvorsen)
Manuel Díaz Velasco: Miguel
Jacques Stany: James
Rossana Rovere: Infermiera
Calisto Calisti: Dottore
Alfonso de la Vega: Chauffeur
Regia Umberto Lenzi
Soggetto Marcello Coscia, Rafael Romero Marchent
Sceneggiatura Marcello Coscia, Rafael Romero Marchent, Marie Claire Solleville
Casa di produzione Día P.C., Eagle, Medusa Produzione, Tritone Cinematografica
Fotografia Guglielmo Mancori
Montaggio Enzo Alabiso, Stanley Frazen, Antonio Ramírez de Loaysa
Musiche Gregorio García Segura, Nino Rota
Le dolci zie
Il giovane Libero ( omen nomen), cresciuto dal nonno comunista sfegatato e anticlericale in modo patologico, convivente con una donna di malaffare, viene sottratto alla custodia di quest’ultimo e affidato alle zie. Fiorella, Benedetta e Nini, le tre sorelle, zie di Libero, sono un tantino bigotte, ma con l’arrivo del giovane Libero, iniziano a guardare alle cose del sesso con occhi diversi.
Per il giovane, e per le tre zie, arriverà un vento di novità,naturalmente a base di sesso. Commediola erotica abbastanza insulsa, Le dolci zie si segnala solo per il cast, davvero notevole, che annovera la grande Marisa Merlini, la zia più anziana, Fiorella, che si segnala anche per una fugace scena di nudo balneare, con tanto di seni esposti per pochi secondi, per la partecipazione della conturbante Pascal Petit,la zia Benedetta, per la presenza di Femi Benussi, bellissima e simpatica come sempre, nel ruolo della zia Nini, scultrice ingenua ( forse nemmeno troppo).

Femi Benussi vista attraverso il classico buco nella serratura…

..e Pascal Petit vista sotto la classica doccia
Nel cast c’è anche la bellissima Orchidea De Santis, questa volta nel ruolo di una procace contadinella, oltre a Patrizia Gori, la ragazza saputella e impicciona che alla fine cederà anche lei al fascino del giovane Libero. Il nonno mangiapreti è interpretato da Pupo De Luca, mentre, epr il resto, il film è da dimenticare. Qualche nudo, qualche situazione scabrosa e null’altro.
Orchidea De Santis
Non fosse per le bellezze femminili, unica cosa decente della pellicola, il film andrebbe annoverato tra i più brutti del decennio settanta.
Le dolci zie, un film di Mario Imperoli. Con Marisa Merlini, Femi Benussi, Pascale Petit, Jean-Claude Verné, Mario Maranzana, Patrizia Gori, Orchidea De Santis
Erotico, durata 110 min. – Italia 1975.
Marisa Merlini … Fiorella
Femi Benussi … Mimì
Pascale Petit … Benedetta Chiappalà
Mario Maranzana …Lo zio
Jean-Claude Vernè … Libero
Orchidea de Santis …La contadinella
Patrizia Gori … Anna
Pupo De Luca … don Fiorello
Regia: Mario Imperoli
Sceneggiatura: Mario Imperoli
Produzione:Enzo Boetani,Giuseppe Collura
Musiche: Nico Fidenco
Fotografia: Fausto Zuccoli
Montaggio:Otello Colangeli
Giovannona Coscialunga disonorata con onore
Un industriale veneto, La Noce, possiede una fabbrica di formaggi in Sicilia, che ha il grave problema di inquinare un fiume vicino lo stabilimento. L’industriale, uno strano tipo a mezza strada tra l’affarista senza scrupoli e il traffichino, aiuta anche una cittadina di ragazzi, con il beneplacito di un prelato altrettanto poco affidabile. L’industriale, che teme la legge anti inquinamento , che se applicata lo porterebbe dritto in carcere, decide di rivolgersi all’onorevole Pedicò, altro traffichino che è solito dispensare favori a chiunque gli ceda la propria moglie per soddisfare la propria erotomania.
Ma La Noce ha un problema; la moglie è tutto tranne che una bella donna, inoltre è una bigotta con ferrei principi morali. Sarà Mario, segretario dell’industriale, ad avere l’idea che può salvare capra e cavoli; sostituire la moglie di La Noce con una prostituta occasionale, circuire l’onorevole e ottiene il beneplacito.
Così Mario ingaggia la bella Coco, prostituta da statale, ignorante e anche ingenua, come sostituta della moglie di La Noce; ma durante il viaggio da Roma alla Sicilia prima, e nella villa dell’onorevole poi, accadono una serie di errori di persona, di equivoci, per i il piano alla fine salta. Sarà il protettore di Giovannona alias Coco ad approfittare della situazione, mentre per Mario si apre la carriera di sfruttato. Finale amarognolo.
Giovannona Coscialunga disonorata con onore, diretto da Sergio Martino nel 1973, ad onta di un titolo assolutamente infelice, è in realtà una gradevole commedia di costume, ben diretta e con un cast nutrito di ottimi attori; c’è Vittorio Caprioli, nel ruolo dell’onorevole erotomane Pedicò, la sempre bellissima e seducente Edwige Fenech in quello di Coco, la candida prostituta protagonista dell’intreccio, Pippo Franco in quello del ragionier Mario, che finirà per diventare un pappone, oltre al bravo Gigi Ballista, alla splendida Patrizia Adiutori, e agli onnipresenti Francesca Romana Coluzzi, Riccardo Garrone e Vincenzo Crocitti.
Una commedia in alcuni tratti anche divertente, lontana dalle commediole erotiche e sexy che di li a poco invaderanno lo schermo.
Giovannona Coscialunga disonorata con onore, un film di Sergio Martino. Con Vittorio Caprioli, Edwige Fenech, Pippo Franco, Adriana Facchetti, Riccardo Garrone,Nello Pazzafini, Sandro Merli, Armando Bandini, Sandro Dori, Gigi Ballista, Vincenzo Crocitti, Patrizia Adiutori, Gino Pagnani, Carla Mancini
Commedia, durata 94 min. – Italia 1973.
Edwige Fenech: Giovannona Coscialunga in arte Cocò
Pippo Franco: Ragionier Mario Albertini
Gigi Ballista: Commendatore La Noce
Riccardo Garrone: Robertuzzo
Francesca Romana Coluzzi: Mary
Vittorio Caprioli: Onorevole Pedicò
Sandro Merli: Mons. Alatri
Danika La Loggia: Signora La Noce
Adriana Facchetti: Segretaria di Pedicò
Armando Bandini: passeggero gay nel treno
Vincenzo Crocitti: controllore del treno
Sandro Dori: Matto e cieco sulla Maserati
Gino Pagnani: Autista carro Funebre
Patrizia Adiutori: Luisella
Francesco D’Adda: Mons. Alatri
Carla Mancini: impiegata della società delle “accompagnatrici”
Luigi Leoni: Segretario di Mons. Alatri
Nello Pazzafini: Franceschino
Regia Sergio Martino
Soggetto Tito Carpi, Marino Girolami Francesco Massaro Luciano Martino
Sceneggiatura Mariano Laurenti Sergio Martino Francesco Milizia,
Carlo Veo, Franco Mercuri
Fotografia Stelvio Massi
Montaggio Attilio Vincioni
Musiche Guido De Angelis Maurizio De Angelis
Scenografia Giovanni Natalucci
L’uomo, la donna e la bestia-Spell dolce mattatoio
Questo film di Alberto Cavallone, diretto nel 1977, è uno dei prodotti più affascinanti e meglio riusciti nella storia del cinema italiano. Visionario, naif, innovativo, iconoclasta, Spell, dolce mattatoio, titolo che si addice ben più del brutto L’uomo la donna e la bestia, rappresenta un’autentica oasi di novità in un periodo, quello sul finire degli anni settanta, poco affascinante e davvero poco interessante cinematograficamente, vissuto attraverso una serie di pellicole dozzinali, quasi tutte erotiche, oppure del decadente filone della commedia all’italiana.
Un film difficile, caleidoscopico, in cui le storie dei vari protagonisti si sommano, si intrecciano, attraverso una visione della società, e in particolare della provincia italiana, caustica e rivoluzionaria. Un film che si articola in più fasi, visibile attraverso diverse chiavi di lettura, attraverso le storie di comuni cittadini di una qualsiasi città della provincia italiana, quella operosa ma anche puritana, baciapile e sottilmente lussuriosa, viziosa e moralistica. Storie di gente comune, come comune è la famiglia che all’improvviso vive come una tragedia la scoperta che la figlia minore (“è ancora una bambina!” grida la madre) è incinta.
Tragedia che diverrà davvero tale quando la ragazza griderà alla madre l’atroce verità; il genitore del bambino altro non è che suo padre. Una storia comune anche quella del contadino perennemente ubriaco, che torna a casa e pretende di trovare sua moglie pronta a soddisfarlo, ma che riceve, per contro, un netto rifiuto.
I personaggi sono tutti credibili nelle loro debolezze, nella loro umanità disumanizzata, alle volte priva di morale, alle volte dai ferrei principi. C’è il comunista deluso, che ha la moglie pazza ed erotomane; c’è la prostituta che si da a tutti, che però resta incantata dal personaggio assolutamente fuori contesto del vagabondo un giovane che sembra Gesù, che seduce candidamente le mogli degli altri, e che sembra guardare, estraneo, quel mondo in miniatura retto da regole mutuate dal mondo vero, quello sicuramente più grande, che però si muove attorno alle stesse leggi, immutabili nel tempo.
Cavallone usa più il linguaggio delle immagini che i dialoghi; immagini spesso anche forti, ai limiti del guardabile. Come le scene di sesso tra il macellaio e i quarti di bue, apologo forse oscuro della sessualità spinta allo stremo, o della società borghese, vallo a capire; come la terribile scena finale, in cui la moglie pazza, durante un rapporto erotico, espleta i propri bisogni corporali sul partner, soffocandolo con gli escrementi, prima di uccidere con le forbici il marito.
O ancora la scena in cui un giocatore di biliardo infila una delle palle lanciandola con la stecca nella vagina della prostituta. Un film che dilata i suoi tempi, trasformandosi, di volta in volta, in un sogno o in un incubo, in qualcosa di onirico, in un impeto che assomiglia tanto al surrealismo pittorico.
Un film che vive sui due piani canonici, realtà e sogno, senza che nessuna delle due situazioni sembri prevalere sull’altra. Inizio sacro, fine profana, con quell’orgia di suoni e colori, parossistica nel suo erotismo sfrontato. Una provocazione, senza dubbio, ma estremamente affascinante. Un film visto da pochi, ma che andrebbe rivalutato proprio nell’ottica della sua assoluta originalità.
L’uomo, la donna e la bestia-Spell dolce mattatoio, un film di Alberto Cavallone. Con Jane Avril, Paola Montenero, Martial Boschero, Angela Doria,Monica Zanchi
Erotico, durata 90 min. – Italia 1977
Jane Avril: Rosanna
Angela Doria: la prostituta
Martial Boschero: il comunista
Josiane Tanzilli: Clara
Antonio Mea: Alfonso, il macellaio
Paola Montenero: Luciana
Aldo Massasso: Ernesto, il padre di Giulia
Macha Magall: Maria
Stefania Spugnini: Giulia
Monica Zanchi: Sabina
Regia Alberto Cavallone
Sceneggiatura Alberto Cavallone
Produttore Stefano Film
Fotografia Giovanni Bonicelli
Montaggio Alberto Cavallone
Anita Cacciolati
Musiche Claudio Tallino
Scenografia Joseph Teichner
Trucco Angelo Fava
Il solco di pesca
Cosa sia il solco di pesca è lasciato alla fervida immaginazione dello spettatore; qualora lo stesso non fosse abbastanza smaliziato, diremo che si tratta del sedere femminile, elevato al rango di feticcio in puro stile Tinto Brass in questo film del 1975, diretto da Maurizio Liverani, alla sua seconda e ultima prova da regista, e verrebbe da dire, fortunatamente.
La storia inzia con il giovane ex seminarista Davide, che dopo aver scelto la strada della laicità, si improvvisa fotografo. In questo modo fa conoscenza con la giovane, bella e disinibita Vivien, donna sposata ad un attore cinematografico. Innamorato dei glutei femminili, il giovane Davide coinvolge la vogliosa Vivien nel suo gioco preferito.
Tra i due scoppia una torrida passione fatta di estasi e sensi, che con il protrarsi del tempo finisce per giungere a noia a.d entrambi; a quel punto Davide punta la giovane servetta di casa, attratto anche in questo caso dal solco di pesca (in verità davvero bello) della ragazza. Tuttavia Tonina, che è vergine, non vuole sacrificare la sua verginità, così con sommo gaudio di Davide, i due trovano una soluzione che possiamo definire, di compromesso.
Il marito di Vivien all’improvviso si scopre geloso, e caccia di casa la donna, che si rifugia dall’amante. Il quale, alla fine, decide di tornare in convento, dove porterà la sua strana passione verso altre mete, in questo caso un ambiguo frate. Tonina si concede al massaggiatore di Vivien, mentre quest’ultima si consola assumendo una nuova colf.
Filmetto dalla chiara matrice erotica, Il solco di pesca si segnala per la la noia quasi insopportabile che assale dopo pochi minuti, quando diventa chiaro che il film è il classico espediente per mostrare le nudità della Brochard e sopratutto di Gloria Guida; basato su una sceneggiatura approssimativa, il film mostra, fotogramma dopo fotogramma, una povertà quasi imbarazzante di idee, affidandosi ad una trama tanto pruriginosa quanto banale.
I personaggi hanno uno spessore estremamente limitato, così alle povere attrici altro non resta da fare che seguire diligentemente il copione, mettere in mostra il solco di pesca e arrivare alla ingloriosa fine, quando, in maniera quasi boccaccesca, i assiste all’improbabile ritorno di Davide tra le mura conventuali, in un ancor più improbabile amorazzo questa volta di stile omosex.
Martine Brochard
Le due attrici, la bella Martine Brochard, alle prese con le profferte pseudo artistiche del seminarista/fotografo, mostrano tutto il loro splendore, che effettivamente resta un gran bel vedere; se c’è una scena da ricordare, è quella in cui la Brochard presta le sue natiche per una serie di tatuaggi/timbri, mentre Gloria Guida, che sfodera un doppiaggio in bolognese quasi surreale, è l’altra cosa per la quale il film potrebbe valere una visione.
Il solco di pesca, un film di Maurizio Liverani. Con Gloria Guida, Martine Brochard, Emilio Cigoli, Alberto Terracina, Diego Ghiglia, Andrea Camilleri
Erotico, durata 90 min. – Italia 1976

Martine Brochard … Viviana
Gloria Guida … Tonina
Alberto Terracina …Davide
Diego Ghiglia … Marito di Viviana
Roy Bosier … Masseur
Rita Corradini … Amica di Viviana
Emilio Cigoli …Zio di Davide
Regia Maurizio Liverani
Sceneggiatura Maurizio Liverani
Produttore Tino Biasia (produttore associato)
Casa di produzione Top International Films
Distribuzione (Italia) Indief
Fotografia Angelo Bevilacqua
Montaggio Giuseppe Giacobino
Musiche Teo Usuelli
Scenografia Antonio Visone
Costumi Rita Corradini
Trucco Stefano Trani
Oh, mia bella matrigna!
Luigi, un professore universitario, resta vedovo dopo un incidente stradale, nel quale muore la giovane moglie. L’uomo ha un figlio, Claudio, che si gode la vita, tra donne e bisbocce varie. Un giorno Luigi, colto da improvvisa passione per la bella e seducente Laila, la corteggia e la sposa. La coppia si installa ovviamente nell’appartamento di lui, nel quale abita il giovane Claudio.

Sabina Ciuffini, la bella matrigna
Ben presto tra la giovane matrigna e Claudio, complici le continue assenze del professore, scoppia la fatidica scintilla. I due prendono ad amarsi, ma la presenza di Luigi diventa ben presto troppo ingombrante. Così i due amanti decidono di eliminarlo fisicamente, simulando un incidente, ma durante le prove generali dell’omicidio, qualcosa non funziona, e Laila rimarrà folgorata nella vasca da bagno.
Filmetto senza pretese, diretto da Guido Leoni nel 1976, Oh mia bella matrigna nelle intenzioni dei produttori e del regista avrebbe dovuto lanciare la carriera cinematografica di Sabina Ciuffini, all’epoca valletta del popolare Mike Bongiorno e del suo seguitissimo Rischiatutto. Scommessa persa per due motivi: Sabina Ciuffini, pur carina e simpatica, non possedeva le necessarie doti d’attrice, e nel film, una commediola erotica con qualche pretesa di essere un thriler o quanto meno un dramma famigliare, aldilà dei seni esposti con generosità, altro non mostra.
Il secondo, sicuramente più valido motivo, consiste nell’estrema insulsaggine della trama, trita e ritrita, nell’ambientazione quasi sempre casalinga del film, con scene ripetute degli amori tra Claudio e Laila, peraltro non condite dal solito erotismo sfacciato, ma limitato a qualche inquadratura del bel corpo della Ciuffini. Probabilmente per evitare fatidiosi problemi con la Rai, della quale era dipendente, forse anche per non guastare quella ua fama di ragazza libera ma non troppo, di fidanzatina degli italiani, la Ciuffini non girò nemmeno una scena senza slip, con risultati anche paradossali e divertenti; in una scena in cui fa la doccia, mostrando scarso senso per l’igiene, non si toglie gli slip!!!
Aldilà della battuta, Oh mia bella matrigna non si segnala per nessun merito particolare; film abbastanza noioso, dalla trama scontata, giocato sul rapporto peraltro visivamente molto casto tra Claudio e Laila, non ha dalla sua nemmeno una recitazione di livello. A parte il povero Ronet, che sembra capitato sul set di un film con soggetto fantascientifico, nulla resta nella memoria dello spettatore. Forse un senso di liberazione alla comparsa della fatidica scritta Fine
Oh, mia bella matrigna!, un film di Guido Leoni. Con Maurice Ronet, Sabina Ciuffini, Gianfranco De Angelis, Gloria Piedimonte, Crippy Yocard
Drammatico, durata 94 min. – Italia 1976.

Maurice Ronet: Luigi
Sabina Ciuffini: Lalla
Gianfranco De Angelis: Claudio
Gloria Piedimonte: Elvira, la domestica
Crippy Yocard: Cochi

Regia Guido Leoni
Soggetto Luigi Angelo
Sceneggiatura Guido Leoni,Sandro Leoni
Fotografia Romolo Garroni,Claudio Carradori
Montaggio Angelo Curi,Maria Pia Appetito
Musiche Renato Serio,Guido Leoni,Carol Hill
Scenografia Giacomo Calò Carducci
Il comune senso del pudore
Il comune senso del pudore è un film del 1975, diretto da Alberto Sordi, strutturato in 4 episodi.
Nel 1° episodio, protagonista lo stesso Sordi, Giacinto, un operaio, decide di andare a cinema con sua moglie; attirato da un titolo ambiguo, finisce per capitare su una pellicola a luci rosse, con grosso imbarazzo della moglie. Nonostante vaghi con la stessa alla ricerca di un film decente, si imbatterà solo in pellicole sexy se non hard; tuttavia, in qualche modo, la moglie di Giacinto ne subirà il perverso fascino.
Philippe Noiret
Il 2° episodio un giovane intellettuale idealista viene assunto in qualità di direttore di una rivista pornografica; la cosa gli porterà indubbi vantaggi, ma anche un mandato di cattura per una serie di reati contro la morale. Tutto sommato la cosa non gli dispiacerà, essendo fortemente convinto di svolgere un ruolo di paladino della libertà di costume.

La sequenza divertente della fuga dal set di Dagmar Lassander
Nel 3° episodio la moglie di un feroce nemico della stampa porno, un pretore tutto d’un pezzo, ma fondamentalmente ipocrita, scoprirà proprio nelle letture porno qualcosa che le servirà per riattivare il rapporto con il marito.
Il 4° episodio vede protagonista un’attrice, pluri premiata, che sul set di un film rifiuta categoricamente una scena ardita, mettendo in crisi sia la produzione, sia il produttore stesso, che nel film ha puntato anche soldi che non aveva. L’intervento di una serie di persone, un sacerdote, uno psicologo e altri, riporterà il tutto a posto.
Alberto Sordi e Rossana Di Lorenzo
Florinda Bolkan e Cochi Ponzoni
I quattro episodi, tutti legati al tema sesso, al comune senso del pudore, come cita il titolo, vorrebbero essere nelle intenzioni dell’attore romano una messa alla berlina di situazioni e morale predominanti nella società; il tutto commentato e illustrato con ironia e a volte con sarcasmo. In realtà alla fine vien fuori un prodotto molto modesto, illuminato solo a tratti dalla presenza dei volenterosi attori presenti, Philippe Noiret, Claudia Cardinale, Silvia Dionisio, Dagmar Lassander. Troppo fragili gli episodi, troppo poco approfondita la parte di denuncia, a tutto scapito della profondità del film, che appare più un assieme di macchiette e di gag che una fustigazione del costume.
Gli episodi non sono nemmeno male; gradevole per esempio quello con protagonista Sordi e l’inseparabile moglie cinematografica, Rossana Di Lorenzo, alle prese con una serie di pellicole dal chiaro sapore osceno. Divertente, per esempio, la parte ambientata in un cinema durante la visione di una pellicola in cui la protagonista sta per esibirsi in uno spettacolo osceno con un cavallo. Gradevole anche l’episodio con protagonista la Lassander e Noiret, mentre gli altri due soffrono delle incertezze della sceneggiatura. Sordi è sicuramente stato un grandissimo attore, spesso a disagio però nelle vesti di regista, per una certa tendenza alla superficialità, per l’innato senso del satirico veloce, poco approfondito.
Claudia Cardinale
Il comune senso del pudore, un film di Alberto Sordi. Con Claudia Cardinale, Alberto Sordi, Florinda Bolkan, Philippe Noiret, Cochi Ponzoni,Michele Malaspina, Giacomo Furia, Renzo Marignano, Gisela Hahn, Ugo Gregoretti, Dagmar Lassander, Silvia Dionisio, David Warbeck
durata 130 (123) min. – Italia 1976.
Alberto Sordi: Giacinto Colonna
Cochi Ponzoni: Ottavio Caramessa
Florinda Bolkan: Loredana Davoli
Claudia Cardinale: Armida Ballarin
Philippe Noiret: Giuseppe Costanzo
Rossana Di Lorenzo: Erminia Colonna
Silvia Dionisio: Orchidea
Giò Stajano: fotografo di moda
Renzo Marignano: regista del film Lady Chatterley
Giacomo Furia: direttore di produzione del film Lady Chatterley
Dagmar Lassander: Ingrid Streissberg
Pino Colizzi: Tiziano Ballarin
Ugo Gregoretti: primo critico
Giulio Cesare Castello: secondo critico
Marina Cicogna: una consulente
Gisela Hahn: Ursula Kerr
Horst Weinert: direttore dell’hotel
Manfred Freyberger: marito di Ingrid
David Warbeck: Mellors (nel film Lady Chatterley)
Franca Scagnetti: cameriera trattoria
Jimmy il Fenomeno: sé stesso
Enrico Marciani: direttore cinema Jolly
Macha Magall: la contessa
Regia Alberto Sordi
Soggetto Rodolfo Sonego, Alberto Sordi
Sceneggiatura Rodolfo Sonego, Alberto Sordi
Produttore Fausto Saraceni
Fotografia Luigi Kuveiller, Giuseppe Ruzzolini
Montaggio Tatiana Casini Morigi
Musiche Piero Piccioni
Scenografia Francesco Bronzi, Piero Poletto, Luciano Puccini
Costumi Bruna Parmesan
L’opinione di B.Legnani dal sito http://www.davinotti.com
Filmetto senza picchi, un po’ tirato via, qua e là prolisso. La cosa più sorprendente sono le scene piuttosto spinte che Sordi e la moglie vedono nei vari cinema. La ragazza che (qualcosa si vede, qualcosa si intuisce) è protagonista dell’ippofilo film “La cavalcata” (che non esiste) è Macha Magall, che ha fatto il vero La Bestia in calore, con Salvatore Bàccaro. Resta il dubbio se lo stesso Sordi abbia diretto questa scena (e pure quella dell’altro ipotetico film, “Il romanzo di una novizia”).
L’opinione di Ryo dal sito http://www.filmtv.it
Purtroppo in questo film, come in molti altri di Sordi regista, c’è tutta la mediocrità di un attore che è stato un importante strumento d’indagine della società dei suoi tempi in mano a registi di grande calibro e che ha avuto la presunzione di proseguire questa grandiosa opera di satira e di analisi da solo. Ma quale abisso tra il prima e il dopo. L’ampiezza di respiro di certi suoi film come “Il Medico della Mutua”, dove attraverso Sordi venivano analizzate le viscere della società post-industriale e come i cambiamenti politici, economici e tecnologici interagissero con le pulsioni profonde del popolo italiano, è soppiantata da una banalizzazione di fenomeni che avevano una ragione d’essere (in questo caso, la liberazione sessuale, i mutamenti post ’68, etc) e che li rende grotteschi. In questo modo, come con Sordi regista accadrà in seguito, Il film, specie il primo episodio, è peggiore degli aspetti peggiori della società che critica, perchè non riesce a trovare una ragione d’essere, perchè tutto sembra avvolto in una nube di irrazionalità e inspiegabilità, perchè critica svolte ragionevoli e sembra accettare (forse nel tentativo di bilanciare) autentici errori epocali, perchè l’analisi si ferma talmente in superficie che i grandi quadri d’insieme, le visioni macroscopiche dei suoi film da attore, appaiono nostalgicamente lontani. Peccato.
L’opinione Il Dandy dal sito http://www.davinotti.com
Forse è l’ultimo film in cui il Sordi regista ha ancora veramente qualcosa da dire e il suo “qualunquismo” (deboluccio l’episodio del Cochi Ponzoni scrittore) non è ancora squalificato dallo scarto generazionale che lo relegherà nella nostalgia: qui è contemporaneo e ancora graffiante (spassosissimo l’episodio con Philippe Noiret produttore, mentre quello con la Cardinale moglie di un giudice censore vale soprattutto come documento d’epoca). Il meglio è ovviamente l’episodio con Sordi attore: “Allora noi ve salutamo, annamo ar cinema”…
Sorbole che romagnola
Orietta, una giovane romagnola, si trova immischiata in una storia di conti da pagare per colpa dell’agenzia turistica per la quale lavora. Così , in cerca di un lavoro con cui poter rimediare i soldi che le servono, decide di stazionare sul posto. Qui la gente del luogo è ,al solito, provinciale e bacchettona, i notabili e non hanno come unica occupazione e svago la frequentazione di una bella e formosa mondana, che si divide equamente fra personaggi in vista e carabinieri, commercianti e professionisti.
Ria De Simone è la mondana del paese
Orietta decide di cercarsi un lavoro, così trova un posticino in una sartoria, gestita da una vedova che ha un nipote, Giorgio; ma la ragazza deve misurarsi subito con un problema. Le donne del posto hanno la pretesa di vestire bene e di essere contemporaneamente magre ed attraenti. E poichè viceversa sono quasi tutte sovrappeso, alla furba Orietta viene in mente un’idea: trasformare la sartoria in un centro estetico, con l’aiuto del giovane Giorgio che sta studiando per diventare allenatore, e che quindi ha conoscenze di medicina e di corpo umano.
Maria Rosaria Riuzzi è Orietta
La cosa funziona, e ben presto le donne della cittadina affollano il centro in cerca della bellezza e della magrezza perdute. Il centro prospererà, le donne del paese, ridiventate magre, belle e sexy riconquisteranno le attenzioni dei mariti, e Orietta, che finalmente conquista il cuore di Giorgio, troverà l’amore, mentre la mondana del paese, restata disoccupata, partirà verso altre destinazioni.
Diretto nel 1976 da Alfredo Rizzo, Sorbole che romagnola è un film da definire balneare; di erotico ha poco, visto che le scene di nudo sono limitate alle generose e abbondanti forme della solita Ria De Simone, davvero bella, e di Maria Rosaria Riuzzi, diametralmente opposta nella sua scheletrica magrezza. Non è nemmeno un film comico, visto che le situazioni illustrati si prestano più alla commedia che alle risate, mentre il cast, che presenta anche il cameo di Raffaele Pisù nel ruolo del parroco, annovera un giovanissimo Massimo Ciavarro fresco fresco del successo ottenuto come attore di fotoromanzi e null’altro. Un prodotto comunque discreto, una volta tanto privo delle solite volgarità tipiche di certa commedia scollacciata del periodo.
Ria De Simone: la mondana e i suoi clienti
Sorbole che romagnola, un film di Alfredo Rizzo. Con Maria Rosaria Riuzzi, Massimo Ciavarro, Milly Corinaldi, Mario Pisu,Carlo Rizzo, Luciano Pigozzi, Galliano Sbarra, Luca Sportelli, Marina Pierro,Ria De Simone
Erotico/commedia, durata 90 min. – Italia 1976.
Maria Rosaria Riuzzi … Orietta
Ria De Simone … Isotta
Massimo Ciavarro … Paolo
Luciano Pigozzi … Direttore Hotel
Luciana Luppi … Moglie del direttore
Regia: Alfredo Rizzo
Sceneggiatura: Alfredo Rizzo,Piero Regnoli
Musiche;Ubaldo Continiello
Fotografia:Aldo Greci
Il commissario Pepe
Siamo nella provincia veneta, a Bassano del Grappa, paese che non viene menzionato mai nel film, ma riconoscibile dalle immagini. Il commissario Pepe, arguto e tranquillo funzionario di polizia, si è adattato in qualche modo ai ritmi della vita di provincia, anche sul lavoro. Routine di ordinaria amministrazione, la sua, in una cittadina in cui sembra non accadere mai nulla, e in cui il massimo della turbativa dell’ordine pubblico sembra essere rappresentato da qualche ubriaco e dalla figura ambigua di un reduce di guerra, privo delle gambe, che sembra essere a conoscenza dei segreti intimi degli abitanti.
Un giorno al commissario arriva l’ordine di indagare su alcuni fatti che hanno a che fare con la morale pubblica; a malincuore Antonio Pepe inizia le indagini, scoprendo che sotto la quiete della cittadina si agitano turpi vizi, storie boccaccesche, prostituzione e persino atti di pedofilia e omosessualità.
Lo sconcertato commissario, che ha una relazione segretissima con Matilde, una bella ragazza del posto, si imbatte in Silvia, una studentessa minorenne legata ad uno squallido personaggio che si prostituisce un pò per noia e un pò per amore, in una suora che ha atteggiamenti lesbici nei confronti di una sua allieva, in una nobildonna che organizza strani festini, nella sorella di un collega della polizia che fa una vita mondana,
industriali che frequentano minorenni e dulcis in fundo, scopre che Matilde, la sua donna, in realtà durante le assenze per lavoro, a Milano, posa per delle foto pornografiche con il soprannome di Yolanda. L’amareggiato commissario, che ha raccolto un sostanzioso dossier sui vizi della cittadina, parla con il suo superiore, che lo invita a fare piazza pulita solo dei pesci piccoli, risparmiando notabili e persone in vista, per non turbare l’ordine sociale e sopratutto per evitare, in campagna elettorale, un grosso scandalo.
Una mattina Pepe, recatosi davanti alla locale chiesa, vede entrare tutti i personaggi coinvolti nello scandalo per partecipare alla messa; appare chiaro che i potenti hanno una vita regolamentata dall’ipocrisia. Commettono i peggiori peccati, salvo poi confessarsi e riprendere tutto come prima. Pepe, che dovrebbe a questo punto mandare sotto processo i piccoli, probabilmente i meno colpevoli, sceglie di non scegliere; brucia il dossier raccolto faticosamente, rassegna le dimissioni e si reca a prendere Matilde dalla stazione.
Ma quando arriva il treno, lui non aspetta la donna: si incammina triste e solitario sul viale della stazione, rivlge un’occhiata alla camera e con sguardo triste e malinconico dice ” E voi? Siete tutti leoni? ”
Il commissario Pepe, film del 1969 diretto da Ettore Scola è uno splendido affresco della vita di provincia, quella provincia italiana laboriosa ma anche viziosa sotto il suo manto di perbenismo; è una denuncia, amara e malinconica, del sistema di potere che garantisce ai forti l’impunità su qualsiasi cosa, che sia un reato morale o più grave.
Antonio Pepe, che ha una dignità, una moralità adattabile si, ma scevra da compromessi, alla fine sceglie la via più difficile, quella di non scegliere, lasciando al suo sostituto il compito di riaprire le indagini o far finta di nulla. Dovrà essere lui, il suo successore a decidere, commenta amaro nel finale: se sarà peggiore di lui dovrà accettare quello che lui non ha voluto subire , incriminerà i pesci piccoli salvando i potenti; se sarà migliore di lui farà quello che lui non ha avuto il coraggio di fare, cioè incriminare tutti senza favoritismi.
Antonio Pepe è interpretato in maniera ineguagliabile da Ugo Tognazzi, che presta il suo volto, la sua recitazione, al malinconico personaggio di Scola; malinconico si, ma anche arguto, ironico ,a tratti sarcastico. Interpretazione tra le migliori in assoluto di un grande attore, capace di cogliere le minime sfaccettature dei personaggi. Altrettanto brava è Silvia Dionisio, giovanissima, che interpreta la equivoca studentessa Silvia, così come brava è Marianne Comtell, che interpreta Matilde, fidanzata all’apparenza perbenista del commissario.
Cameo per Rita Calderoni, la giovane circuita dalla sua superiora, e per Elsa Vazzoler, nel ruolo di una simpaticissima mondana in pensione. Il film è tratto dal romanzo omonimo di Ugo Facco de La Garda, e a distanza di 40 anni è godibile come quando uscì.
Il commissario Pepe,un film di Ettore Scola. Con Ugo Tognazzi, Giuseppe Maffioli, Silvia Dionisio, Marianne Comtell, Elsa Vazzoler,Pippo Starnazza, Gino Santercole, Dana Ghia, Elena Persiani, Rita Calderoni
Commedia, durata 107 min. – Italia 1969.
Ugo Tognazzi: Antonio Pepe
Giuseppe Maffioli: Nicola Parigi
Silvia Dionisio: Silvia
Tano Cimarosa: agente Cariddi
Marianne Comtell: Matilde Carroni
Dana Ghia: Suor Clementina
Elsa Vazzoler: vecchia prostituta
Véronique Vendell: Maristella Diotallevi
Rita Calderoni: Clara Cerveteri
Elena Persiani: Marchesa Norma Zaccarin
Pippo Starnazza: ubriacone
Gino Santercole: Oreste
Nogara Gervasio: Barista dell’hotel
Regia Ettore Scola
Soggetto Ugo Facco De La Garda, Ruggero Maccari, Ettore Scola
Sceneggiatura Ruggero Maccari, Ettore Scola
Produttore Pio Angeletti, Adriano De Micheli
Fotografia Claudio Cirillo
Montaggio Tatiana Casini Morigi
Musiche Armando Trovajoli
Costumi Gianni Polidori








































































































































































































































































