Acque profonde (Eaux profondes)
” Non credo di aver tradito Patricia Highsmith. Il libro e il film non sono lo stesso oggetto, hanno un percorso e un destino diverso. Una cosa è un libro, un’altra il film. Sono nati uno e l’altro in tempi diversi, possiamo dire che la genesi è differente. Non hanno lo stesso oroscopo. Se c’è manipolazione nei miei film non è colpa mia. Quando scrivo la sceneggiatura il gioco inizia, mi lascio andare. I miei personaggi mi chiedono di cambiare e io lo faccio.Istintivamente.”
Con queste parole Michel Delville parla della riduzione cinematografica del romanzo Eaux profondes di Patricia Highsmith dal quale nel 1981 il regista francese trae questa affascinante opera, lasciando inalterato il titolo ma modificando profondamente la psicologia dei personaggi.
Un film che sembra un sottile gioco psicologico tra due personaggi, marito e moglie e il gruppo di vicini e amici con i quali interagiscono, che però fanno da contorno visto che i coniugi assumono da subito un’importanza capitale che spinge lo spettatore a cercare motivazioni sul loro strano comportamento.

E infatti è proprio la natura del comportamento dei due coniugi a ben vedere la parte più intrigante del film; il misterioso rapporto tra i due,l’alchimia che c’è tra loro, il gioco perverso che li unisce ma al temo stesso li distingue è una cortina fumogena che Delville esalta fino a rendere la vita coniugale un rebus fatto di tradimenti presunti, di seduzione e alla fine, quando meno te lo aspetti, di morte.
Victor è un creatore di profumi con l’hobby di coltivare lumache ed è sposato con Melanie, una giovane e apparentemente frivola donna con la quale ha avuto una bambina che ora ha dieci anni.
I due vivono nell’isola di Jersey, dove sono ben integrati e hanno una vita sociale intensa.
Che però è alimentata molto più da Melanie che da Victor; è la donna ad essere attratta e affascinata dalla vita sociale, specialmente dagli uomini, con i quali civetta in modo addirittura sfacciato, sotto gli occhi inespressivi del marito che non sembra ferito da questi comportamenti della donna.

Sembra un gioco crudele quello che Melanie opera ai danni del marito, ma le cose stanno veramente così?
Man mano che il film si inoltra nel tempo, il sottile e perfido gioco assume connotazioni molto più complesse; da un lato vediamo Melanie sedurre uno dopo l’altro alcuni giovani conoscenti dall’altro vediamo Victor sempre impassibile; nel suo sguardo non riusciamo a cogliere la realtà dei suoi sentimenti.
E’ ferito dal comportamento della moglie?
Sembrerebbe di si, perchè ad un certo punto le cose cambiano.
Dopo aver messo in guardia gli spasimanti di Melanie,dicendo loro che per la moglie è disposto ad uccidere ( e che lo ha già fatto) all’improvviso Victor agisce mettendo in pratica i suoi ammonimenti.
Annega nella piscina proprio uno di questi e da quel momento le cose cambiano…
Cambiano anche per lo spettatore che inizia a prendere sul serio Victor, personaggio che fino a quel momento è risultato essere un autentico enigma.

A quanto pare la sua apparente docilità nasconde emozioni forti, la sua imperturbabilità è solo di facciata.
Quello che sembrava fino a quel punto un crudele gioco messo in scena dalla volubile Melanie è qualcosa di ben più complesso e forse anche perverso.
Può essere che sia un gioco tra le parti, ovvero che sia Melanie che Victor si comportino nei loro rispettivi modi per un sottile e perverso gioco destinato a tener vivo il rapporto tra la coppia?
Può essere che Melania faccia la femme fatale solo per accontentare il voyeurismo del marito e che costui sia ben felice della cosa?
Lo sapremo, forse,solo alla fine, quando nelle ultime scene accade qualcosa che ovviamente non racconto per non guastarvi la sorpresa.
Si, perchè Acque profonde è un film straordinario, che va guardato fotogramma per fotogramma e che anche dopo la fine lascia un senso di irrisolto che però non deriva dalla qualità del racconto bensi dal bivio in cui le strade divergono ed ognuno è libero di scegliere la strada che preferisce.
Delville ci porta ad un finale enigmatico (fino ad un certo punto però) attraverso un film psicologico il che non significa sbadigli o noia, tutt’altro.

Il regista di Boulogne-Billancourt è un fine indagatore, ironico e sottilmente sarcastico, fine ed elegante, come del resto aveva mostrato nei film fino ad allora diretti, ultimo dei quali Un dolce viaggio,girato prima di questo splendido Acque profonde.
La stessa eleganza formale unita a tanta, tanta sostanza la ritroviamo quindi in questo film, che parte quasi come una commedia, diventa un dramma e vira verso il thriller finendo nuovamente come un dramma.
Davvero da premi Oscar poi le interpretazioni dei due attori protagonisti, Isabelle Huppert e Jean-Louis Trintignant; con la Huppert Delville girerà un altro bellissimo film La lettrice.

Come racconterà Delville in un’intervista,” Isabelle Huppert e Jean-Louis Trintignant non avevano mai lavorato insieme e presto sorse tra loro una complicità che era assolutamente necessaria per la credibilità del film. D’altra parte, mi piacciono i giocatori intuitivi . Con questi, non c’è bisogno di spiegazioni o lunghe ripetizioni . Ho fatto in modo di catturare la loro viva spontaneità di espressione ”
La coppia funziona in maniera perfetta e dona una credibilità del tutto particolare al film, che si avvale inoltre di una splendida fotografia e di una location piena di fascino.
Un film davvero bello.
Del quale esiste una versione italiana, purtroppo di difficilissima reperibilità in rete.
Un film da guardare, da assaporare, da amare.
Acque profonde
Un film di Michel Deville. Con Jean-Louis Trintignant, Isabelle Huppert Titolo originale Eaux profondes. Giallo, durata 94′ min. – Francia 1981.
Jean-Louis Trintignant … Vic Allen
Isabelle Huppert … Melanie
Sandrine Kljajic … Marion
Éric Frey … Denis Miller
Christian Benedetti … Carlo Canelli
Bruce Myers … Cameron
Bertrand Bonvoisin … Robert Carpentier
Jean-Luc Moreau … Joël
Robin Renucci … Ralph
Philippe Clévenot … Henri Valette
Martine Costes … La mamma di Julie
Evelyne Didi … Evelyn Cowan
Jean-Michel Dupuis … Philip Cowan
Bernard Freyd … Havermal
Regia Michel Deville
Soggetto Patricia Highsmith
Sceneggiatura Florence Carez sotto lo pseudonimo Florence Delay, Michel Deville, Cristopher Frank, Patricia Highsmith
Produttore Denis Mermet
Fotografia Claude Lecomte
Montaggio Raymonde Guyot
Musiche Manuel de Falla
L’opinione del Morandini
Nell ‘isola di jersey (Normandia) Vic, dirigente di un’impresa di profumi, è tradito in modo aperto dalla moglie Mélanie che adora finché uccide un suo amante. Il delitto passa per morte accidentale. Ne uccide un altro, ma l’inchiesta si arena. Sotto gli occhi della loro bambina, che assiste ai loro giuochi perversi, i due tornano a vivere insieme. Scritto da Florence Delay, Christopher Frank e da M. De Ville, tratto dal romanzo Deep Water (1957) di Patricia Highsmith. Regia rigorosa, di raffinata morbidezza. J. Trintignant inquietante, I. Huppert magistrale come donna di infantile crudeltà.AUTORE LETTERARIO: Patricia Highsmith
L’opinione del sito http://www.filmtv.it
Tratto da un romanzo di Patricia Highsmith il film di Deville è denso di sfumature e assolutamente non banale.

Vic non ballava mai, ma non per le ragioni che di solito si danno gli uomini che non ballano. Vic non ballava mai semplicemente perché a sua moglie piaceva molto ballare. Cercava di razionalizzare questo suo atteggiamento, ma senza riuscirci, senza riuscire a convincere se stesso nemmeno per un istante, anche se ci provava tutte le volte che vedeva Melinda ballare. Sua moglie era insopportabilmente stupida, quando ballava. Riusciva a fare del ballo una cosa imbarazzante.
Melinda entrava e usciva piroettando dal suo campo visivo, ma lui se ne rendeva conto molto vagamente. Sapeva che si trattava di lei solo per via della familiarità che aveva con ogni minimo dettaglio della sua persona fisica. Alzò con calma il bicchiere di scotch allungato con acqua e lo sorseggiò. Sedeva scomposto, con un‟espressione neutra in faccia, sulla panca imbottita che seguiva i contorni del montante delle scale dei Meller, con gli occhi fissi sul movimento dei ballerini, e intanto pensava che quella sera, appena tornato a casa, sarebbe andato a dare un’occhiata alle cassette di erbe che teneva in garage, per vedere se fossero spuntate le digitali. Stava coltivando parecchi tipi di erbe: ne reprimeva la crescita privandole di metà della luce e dell‟acqua di cui avevano bisogno, allo scopo di intensificarne l‟aroma. Tutti i giorni all‟una, quando tornava a colazione, metteva le cassette fuori al sole, e tornava a riporle nel garage alle tre, prima di andare alla tipografia.
Victor Van Allen aveva trentasei anni, era di statura leggermente inferiore alla media, tendeva a una soda e diffusa rotondità piuttosto che alla pinguedine, e aveva un paio di sopracciglia folte e crespe che sporgevano sopra gli occhi azzurri dall‟espressione innocente. I capelli castani erano lisci, tagliati molto corti, e, come le sopracciglia, folti e tenaci. La bocca era di grandezza normale, ferma, l‟angolo destro solitamente piegato all‟ingiù in un‟espressione di asimmetrica risolutezza o di umorismo, a seconda di come si sceglieva di interpretarla. Era quella bocca a rendere ambigua la faccia di Vic perché era facile scorgervi una certa amarezza, anche dato che gli occhi azzurri, grandi, intelligenti e impassibili non lasciavano assolutamente capire cosa pensasse o sentisse.
Michel Delville,regista del film
Patricia Highsmith,scrittrice del romanzo
Quartet
Parigi, seconda metà degli anni venti.
Marie è la giovane moglie di Stephan, un uomo che vive ai margini della legge ricettando opere d’arte rubate.
Un giorno suo marito viene arrestato e imprigionato e la giovane donna, esauriti i pochi risparmi, si trova a dover abbandonare la camera d’albergo che occupava con suo marito.
Senza mezzi di sussistenza,Marie è costretta ad accettare l’invito di una coppia di ricchi borghesi,Heidler e Lois; lui è un agiato bohemienne che vive di rendita, lei una annoiata pittrice per diletto.
Heidler ha un rapporto perverso con sua moglie; non le nasconde i tradimenti ed infatti è reduce da una relazione terminata drammaticamente in cui la sua amante si è uccisa, il tutto avvenuto sotto gli occhi di Lois, che sembra indifferente alla cosa.

L’invito fatto dalla coppia a Marie non è disinteressato; l’uomo infatti subisce il fascino della giovane Marie e ben presto ne fa la sua amante, convincendola un po con il suo fascino e un bel po con la promessa di occuparsi di lei e di suo marito quando uscirà di prigione.
Marie però non ha affatto dimenticato suo marito, che continua ad andare a trovare tutti i sabati in carcere, professandogli il suo amore incondizionato.
Durante questi incontri la giovane donna assicura la sua fedeltà totale al marito,che però un giorno esce dal carcere e ben presto scopre la natura del suo legame con Heidler.
E’ arrivato il momento, per Stephan,di incontrare i protettori di sua moglie; i quattro si incontrano e Stephan giura di vendicarsi di Heidler.
Ma le cose assumono una piega assolutamente imprevista; Marie lascia Heidler convinta di poter riconquistare suo marito che invece allaccia una relazione con l’amante di un suo compagno di prigionia.
A questo punto Marie è di nuovo sola; abbandonato l’amante, abbandonata dal marito e nuovamente priva di mezzi di sostentamento accetta la corte di un amico di suo marito…

Tratto dall’omonimo romanzo di Jean Rhys e diretto da James Ivory Quartet esce nelle sale nel 1981; film elegante e formalmente inappuntabile possiede tutte le qualità che vengono universalmente riconosciute al regista di Berkley.Una accuratissima ricostruzione ambientale, una raffinata fotografia, un’eleganza formale e ricercata in ogni minimo particolare del film.
Pure Quartet è un film freddo e al tempo stesso stilisticamente impeccabile, con una trama molto semplice che segue le vicende della protagonista principale, Marie e della coppia che la ospita e marginalmente di Stephan,marito di Marie per il quale si parteggia ma solo all’inizio.
L’intreccio di relazioni pericolose tra i protagonisti si scioglie nel finale,quando l’uscita di galera di Stephan chiuderà il cerchio; fino a quel momento il film vive sulla relazione proibita che si stabilisce tra il ricco, annoiato e vizioso Heidler,la sua compiacente moglie Lois e la debole Marie, che pure conserva l’affetto per suo marito.

Ma alla fine a pagare il conto più salato sarà proprio la giovane sposa, perchè dovrà scappare dal triangolo vzioso nel quale si è rinchiusa all’inizio solo per sopravvivere, in seguito anche per il fascino che Heidler esercita su di lei;Stephan conosciuta la natura del rapporto che lega sua moglie a Heidler finirà per scegliere un’altra donna e Marie, rimasta ormai sola senza più i suoi protettori e senza suo marito finirà per accettare la corte di un altro uomo.
Il quartetto quindi si scioglie una volta tanto senza drammi e senza scossoni:ognuno riprende la sua vita, la recita può continuare.
Ivory descrive minuziosamente gli ambienti, fa del suo meglio per fornire le motivazioni delle scelte dei protagonisti;eppure il film resta comunque inerte, freddo e non coinvolgente proprio perchè sono poco coinvolgenti i personaggi, che non ispirano alcun sentimento forte se non quello della curiosità.
Quello che invece colpisce è la ricostruzione della vita parigina sul finire degli anni 20;la seconda guerra mondiale è ancora lunga da venire e la città tentacolare sembra oziosamente sprofondata nell’amoralità.
La coppia Heidler-Lois è composta da due ricchi inglesi che hanno scelto Parigi per vivere di rendita,indolenti pigri ma al tempo stesso perversi e viziosi mentre Stephan e Marie sono l’esatto opposto essendo il primo un rifugiato polacco che vive ai margini della legge e la seconda una provinciale.

Lo scontro tra le due radici culturali avviene sullo sfondo di una Parigi ricca di lustrini e cafè chantant, di luci e tentazioni, di vizio e libertinaggio nascosto tra le pieghe apparenti della città multi culturale e multi etnica.La bella Marie lo scoprirà a sua spese, quando cercando di fare la modella rischierà di finire nella produzione di un film porno.
Un film raffinato e intenso ma poco coinvolgente; esemplificando possiamo paragonare Quartet ad un libro dalla splendida la copertina quindi ma il cui contenuto non seduce.
Il cast invece si muove bene; bravi i quattro protagonisti con una menzione particolare per la Adjani, bravissima nel rendere il personaggio di Marie pieno di sfumature inespresse, quasi priva di una sua volontà precisa e preda sopratutto degli eventi.
Quartet è un film che esiste in digitale e che quindi restituisce splendidamente le morbide atmosfere di Ivory, tuttavia non è di facile reperibilità.
Un film di James Ivory. Con Isabelle Adjani, Alan Bates, Maggie Smith Drammatico, durata 101′ min. – Gran Bretagna, Francia 1981.
Alan Bates: H.J. Heidler
Maggie Smith: Lois Heidler
Isabelle Adjani: Marya Zelli
Anthony Higgins: Stephan Zelli
Pierre Clémenti: Théo il pornografo
Suzanne Flon: Mme Hautchamp
Daniel Mesguich: Pierre Schlamovitz
Sheila Gish: Anna
Armelia McQueen: cantante di night club
Wiley Wood: Cairn
Virginie Thevenet: Mmoiselle Chardin
Daniel Chatto: Guy
Bernice Stegers: Miss Nicholson
Paulita Sedgwick: Esther
Regia James Ivory
Soggetto Jean Rhys (romanzo)
Sceneggiatura Ruth Prawer Jhabvala
Produttore Ismail Merchant, Jean-Pierre Mahot, Humbert Balsan (produttore associato), Connie Kaiserman (produttore associato)
Casa di produzione Merchant Ivory Productions, Lyric International
Fotografia Pierre Lhomme
Montaggio Humphrey Dixon
Musiche Richard Robbins
Scenografia Jean-Jacques Caziot
Costumi Judy Moorcroft
L’opinione di Kotrab dal sito http://www.filmtv.it
E’ il primo Ivory che vedo e sono abbastanza soddisfatto: come dice FilmTv il film è piuttosto algido anche nello stile, ma questo è un punto di forza per un soggetto che altrimenti sarebbe naufragato. Bravissimi attori come la Adjani, Higgins (I misteri del giardino di Compton House), la Smith e Bates sostengono egregiamente la prova.
L’opinione di Lucius dal sito http://www.davinotti.com
Tratto dal romanzo di Jean Rhys, la pellicola di Ivory colpisce in primis per le impeccabili scenografie e per i costumi che danno un cospicuo contributo nel ricreare un’epoca magica come quella degli anni 20. La Adjani, diafana ed eterea, è un’artista che si ritrova a fare i conti con la propria arte e con una situazione economica tipica di tanti grandi artisti, tra incontri sbagliati (finirà anche su un set hard) e rapporti perversi, in un crescendo di situazioni al limite dell’insostenibilità. Finale amaro.
Isabelle Adjani
Maggie Smith
Anthony Higgins
Alan Bates
Amore e rabbia
Agli inizi degli anni cinquanta si diffuse l’idea di creare dei film collettivi, ovvero dei prodotti cinematografici fatti a più mani; due o più registi creavano dei “corti d’autore” di lunghezza variabile in funzione dei cineasti che partecipavano alla costruzione del film stesso,che aveva generalmente una tematica di fondo a cui il regista prescelto partecipava con un suo spezzone.
Nacquero così produzioni più o meno famose e ovviamente più o meno valide dal punto di vista stilistico e narrativo; basti citare Boccaccio ’70 (1962) con 4 registi di casa nostra come Federico Fellini, Mario Monicelli, Vittorio De Sica e Luchino Visconti,Ro.Go.Pa.G. (1963) ancora con 4 registi,Roberto Rossellini, Jean-Luc Godard, Pier Paolo Pasolini e Ugo Gregoretti,Oggi, domani e dopodomani (1965) con 3 registi, Luciano Salce, Marco Ferreri e Eduardo De Filippo oppure Capriccio all’italiana (1968) con ben 6 registi,Mauro Bolognini, Mario Monicelli, Pier Paolo Pasolini, Steno, Pino Zac e Franco Rossi.

Amore e rabbia nasce nel 1969, è strutturato in cinque episodi diretti da grandi maestri del cinema, come Carlo Lizzani,Bernardo Bertolucci,Pier Paolo Pasolini,Jean-Luc Godard e Marco Bellocchio.
La tematica di base è rappresentata da storie tratte dal Vangelo, tant’è vero che il film venne presentato al festival di Berlino con il titolo di Vangelo 70, che includeva la partecipazione di Lizzani, Bertolucci e Pasolini con in più un episodio diretto da Valerio Zurlini, Seduto alla sua destra, che il regista bolognese aveva dedicato alla vita del leader congolese Lumumba.L’episodio era troppo lungo e difatti in seguito diventò un film a se stante e all’opera collettiva Amore e rabbia vennero aggiunti gli episodi diretti da Godard e da Bellocchio.
Gli episodi diventano così 5 che formano la stesura definitiva dell’opera e sono :
–L’indifferenza diretto da Carlo Lizzani
–Agonia, diretto da Bernardo Bertolucci
–La sequenza del fiore di carta diretto da Pier Paolo Pasolini
–L’amore, diretto da Jean-Luc Godard
–Discutiamo, discutiamo, diretto da Marco Bellocchio
Il primo episodio, L’indifferenza diretto da Carlo Lizzani, ci mostra la vita alienante delle metropoli, con un inizio ripreso dall’alto di un probabile tentativo di stupro.
Mentre barboni e senza tetto dormono in pieno giorno sui marciapiede delle città,la gente corre, indifferente a quanto ha sotto gli occhi.C’è un incidente e un uomo chiede aiuto perchè ha una donna ferita in auto ma sarà solo un criminale a dargli una mano e non certo per pietà…
Il secondo episodio, Agonia diretto da Bernardo Bertolucci mostra un gruppo di giovani impegnato in una pratica pseudo religiosa,nella quale ognuno di loro dopo essersi levato in piedi muore senza nemmeno toccarsi, sotto gli occhi di un anziano che osserva trasognato la scena,che si trasforma in una specie di sogno onirico che lo riporta a vedere la scena come parabola di un’esistenza passata passivamente,senza interessi verso gli altri…
Il terzo episodio, La sequenza del fiore di carta diretto da Pier Paolo Pasolini mostra un giovane che gira quasi spaesato per una Roma caotica,mentre sullo schermo immagini in bianco e nero si sovrappongono a quelle del giovane. Riccetto, questo il suo nome, sorride a tutto,con un papavero fra le mani, quasi indifferente all’umanità che vive e pulsa attorno a lui.Quando le immagini della seconda guerra mondiale diverranno più cariche dei tristi simboli della morte, Riccetto sentirà la voce di Dio che gli dirà “morire” e così accadrà, con il giovane steso sull’asfalto con quel suo patetico papavero gigante in mano, colpevole agli occhi di Dio di essere troppo innocente per non aver visto il male attorno a se…
Il quarto episodio, L’amore diretto da Jean-Luc Godard fra scene che riprendono la natura e altre che riprendono mani,braccia e volti parla dell’impossibilità di coniugare rivoluzione e democrazia, la loro impossibile coesistenza con la democrazia nella società moderna,tant’ è vero che persino in amore le differenze tra i due sessi rendono impossibile l’integrazione, cosa simboleggiata dalla separazione dei due protagonisti della storia…
Il quinto episodio, Discutiamo, discutiamo, diretto da Marco Bellocchio riprende alcuni universitari alle prese con i loro programmi politici e con le loro idee.
Il tutto si chiude con una carica della polizia mentre lo schermo diventa gradualmente rosso…
Cinque episodi legati quindi da un filo sottile, molto sottile, completamente diseguali come nella natura della tecnica registica dei cinque cineasti e che risultano, ad una visione odierna pesantemente datati oltre che poco affascinanti dal punto di vista meramente estetico.
L’impossibilità di condensare in pochi minuti qualcosa che richiederebbe molto più spazio e tempo è evidente da subito, anche se il primo episodio, quello diretto da Lizzani in qualche modo coglie nel segno, pur risultando alla fine quasi un mini documentario sull’indifferenza della società moderna verso l’individuo, completamente alienato e perso nel suo personale a tutto scapito del collettivo.

Difficile giudicare invece l’episodio diretto da Bertolucci, criptico e francamente noioso in modo patologico mentre l’episodio migliore, a mio avviso resta quello diretto da Pasolini, con il suo solito stile e con un chiaro messaggio sull’innocenza che nel mondo moderno non può trovare spazio,un peccato originale al quale nulla e nessuno può porre rimedio.Infatti Dio decide di eliminare fisicamente l’anomalia rappresentata da Riccetto, candido simbolo di un’umanità persa nell’alienazione che rifiuta di vedere il mondo attorno a se,un giglio, o meglio un papavero-origami condannato dall’alto a dover aprire obbligatoriamente gli occhi sul quotidiano.
L’episodio diretto da Godard è più irritante che altro;il regista della nouvelle vague si auto compiace della sua direzione senza concedere nulla allo spettacolo visivo, cercando di esprimere solo tecnicamente le sue indubbie qualità di regista ma lasciando viceversa lo spettatore orfano di una benchè minima emozione.Un episodio in cui l’estetica prevale su tutto,quasi un atto auto erotico da parte di un regista che pure la critica ha sempre amato alla follia.

Infine l’episodio di Bellocchio, sperimentale e ironico, girato con illustri sconosciuti e quindi molto simile ad un moderno reality,poco più che un esercizio di stile oggi assolutamente inguardabile.
Amore e rabbia è quindi un opera in cui la disomogeinità rappresenta il filo conduttore ben aldilà di quelle che erano le premesse iniziali.
Per quanto riguarda il cast segnalo la presenza di Milena Vukotic nel ruolo dell’ infermiera nell’episodio Agonia, quello di Nino Castelnuovo (irritante) in Amore, quello di Ninetto Davoli, a mio giudizio il più ispirato in quello dell’episodio La sequenza del fiore di carta
Il film è abbastanza raro in rete; c’è una sua versione con i 5 episodi tutti separati l’uno dall’altro su You tube, purtroppo in inglese.
Amore e rabbia
Un film di Carlo Lizzani, Jean-Luc Godard, Marco Bellocchio, Bernardo Bertolucci, Pier Paolo Pasolini. Con Tom Baker, Julian Beck, Jim Anderson, Judith Malina, Giulio Cesare Castello, Adriano Aprà, Fernaldo Di Giammatteo, Petra Vogt, Ninetto Davoli, Rochelle Barbini, Aldo Puglisi, Christine Guého, Nino Castelnuovo, Marco Bellocchio, Romano Costa Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 100′ min. – Italia 1969.
L’indifferenza:
Tom Baker: l’uomo
Agonia:
Julian Beck: moribondo
Giulio Cesare Castello: prete
Adriano Aprà: chierico
Romano Costa: chierico
Milena Vukotic: infermiera
La sequenza del fiore di carta:
Ninetto Davoli: Riccetto
Rochelle Barbini: piccola bambina
Aldo Puglisi: Dio
L’amore:
Christine Guého: l’attrice
Nino Castelnuovo: il direttore
Catherine Jourdan: spettatrice
Paolo Pozzesi: spettatore
Discutiamo, discutiamo:
Marco Bellocchio: lettore
Regia Marco Bellocchio, Bernardo Bertolucci, Pier Paolo Pasolini, Jean-Luc Godard, Carlo Lizzani
Soggetto Piero Badalassi, Marco Bellocchio, Pier Paolo Pasolini, Bernardo Bertolucci, Jean-Luc Godard, Carlo Lizzani, Puccio Pucci
Sceneggiatura Marco Bellocchio, Pier Paolo Pasolini, Jean-Luc Godard, Bernardo Bertolucci, Carlo Lizzani
Fotografia Alain Levent, Sandro Marcori, Giuseppe Ruzzolini, Ugo Piccone
Montaggio Nino Baragli, Franco Fraticelli, Agnès Guillemot, Roberto Perpignani
Musiche Giovanni Fusco
Scenografia Mimmo Scavia
L’opinione di Terry Malloy dal sito http://www.filmscoop.it
Il film si apre con l’episodio di Lizzani…Il buon samaritano. Tutto senza implicazioni intellettualoidi che francamente fanno svolazzare le palle altamente.
poi in sequenza Bertolucci con un episodio noioso fino all’inverosimile e incomprensibile, Pasolini che riprende in parte il precedente con l’aggravante di essere ancora più astruso e complicato e Godard che si lancia in una metacinematografica operetta sul figliuol prodigo senza cavarci fuori nulla di interessante.
ma poi arriva la svolta…
Bellocchio salva tutto con uno degli episodi più belli che abbia mai visto. “Discutiamo discutiamo” mischia sapientemente ironia, passione politica, analisi accurata e sfondo sociale con un tocco frizzante e divertente che salva in extremis le deludenti prove precedenti.
L’opinione di Darjus dal sito http://www.filmtv.it
Interessante operazione in cui l’intellettualismo di alcuni registi prende il sopravvento sul resto…L’episodio di Lizzani, sebbene piuttosto prevedibile, risulta ben girato (con un montaggio sincopato avanti sui tempi); Bertolucci usa il teatro e il simbolismo estremo, ma il risultato è stucchevole; bello l’episodio di Pasolini, poetico, ma non criptico, sperimentale, ma non assurdo; Godard tenta un audace parallelismo tra la politica e l’amore popolo/borghesia – uomo/donna: splendida la fotografia, noioso il resto; infine Bellocchio non va oltre un semplice documentario sui tipici temi di cui discutono/evano gli studenti universitari. Più utile, al giorno d’oggi come esperimento sociologico su come è cambiata la nostra società e su come certi ideali ora visti come stupidi sogni.
L’opinione di B.Legnani dal sito http://www.davinotti.com
Film sperimentale a episodi, spesso di noia micidiale. Quello di Lizzani non pare granché, ma cresce con… la visione di quello (a me incomprensibile) di Bertolucci e di quello – terribile – di Godard (Castelnuovo che, brandendo un sigaro imperioso, esalta la rivoluzione yemenita fa, non per colpa sua, solo ridere). Il migliore è quello di Pasolini, en plein air, con un “candido” Ninetto Davoli (il titolo “La sequenza del fiore di carta” è un decasillabo perfetto). Quello finale, con Bellocchio e studenti, è un sincero divertissement degli intervenuti, non certo un qualcosa di cinematografico. Fu clamoroso insuccesso di pubblico: non si fatica a crederlo.
L’opinione di Pigro dal sito http://www.davinotti.com
Reintepretazioni evangeliche per un film sperimentale e coraggioso. Poetico e intenso Pasolini sulla responsabilità individuale (bello!). Non male Lizzani sull’indifferenza verso i bisognosi in una frenetica New York. Accettabile la provocazione di Bertolucci con il Living Theatre. Insopportabili Godard e Bellocchio: il primo mortalmente noioso nella metafora politica in forma di rapporto amoroso con pedissequa spiegazione; il secondo presuntuoso e ridicolmente raffazzonato nella rappresentazione filodrammatica della contestazione studentesca.
Ecce Homo- I sopravvissuti
Tre persone si muovono su una spiaggia di sabbia bianchissima:un uomo, una donna e un bambino si stagliano su un panorama silenzioso,con l’unico rumore percepibile che sale dal mare con la risacca delle onde.
I tre formano una famiglia: lui,il padre, è Jean, la donna è Anna sua moglie mentre Patrick e il loro unico figlio e hanno eletto la spiaggia come loro dimora.
Sono infatti, apparentemente,gli unici sopravvissuti ad una spaventosa catastrofe nucleare che ha annientato l’umanità;infatti attorno a loro gli unici segni superstiti della civiltà sono una roulotte che serve a loro da riparo e una Citroen con il cofano aperto che giace malinconicamente su una duna.
La vita dei tre è durissima, le loro giornate sono scandite dalla ricerca del pesce, che sembra essere l’unica fonte di sopravvivenza e dalla vicina città, nella quale Jean ogni tanto si reca per prendere qualche indispensabile oggetto.
Irene Papas e Marco Stefanelli
Per Anna c’è un problema in più legato a Jean; l’uomo infatti in seguito all’esposizione alle radiazioni è diventato praticamente impotente.
Ma un giorno, inaspettatamente,arrivano due uomini, altri due sopravvissuti:si tratta di Len, un uomo che faceva parte dell’esercito e di Quentin, uno spocchioso intellettuale.
Ben presto Jean mostra di non gradire la presenza dei due uomini e a ragione; Len infatti è attratto irresistibilmente da Anna, che da parte sua mostra di non essere indifferente alle sue attenzioni mentre Quentin sembra legare facilmente con il piccolo Patrick.
Quando Jean una mattina si allontana per andare in città, Anna e Len si amano nell’acqua,circondati dalla meravigliosa natura del posto;ma è solo un attimo di spensieratezza perchè Jean,al ritorno,intima ai due uomini di andarsene.
Ner nasce una violenta lite durante la quale Len uccide Jean.
Contemporaneamente Len, che ormai considera Anna la sua donna, costringe Quentin ad allontanarsi dal campo e a vivere in solitudine.
Ma ben presto arriva la resa dei conti.
Quentin, appreso da Patrick che i due vogliono andar via in cerca di un posto migliore, brucia l’unico mezzo di locomozione della coppia suscitando le ire di Len che lo affronta.
Nello scontro a fuoco Quentin uccide Len e l’indomani…

Film post apocalittico che segna l’esordio dietro la macchina da presa di Bruno Gaburro, convertitosi in seguito alla commedia erotica prima, al soft porno poi e infine riciclatosi con qualche successo in tv dove ha diretto qualche tv movie, Ecce homo-I sopravvissuti è una felice opera d’esordio tutta incentrata sulla drammatica storia di cinque persone delle quali alla fine ne sopravviveranno solo due, due maschi che simboleggeranno l’impossibilità di costruire un futuro vista la morte dell’unica donna del gruppo.
Girato su una candida spiaggia, selvaggia e assolata, con soli due emblemi della scomparsa civiltà umana (un auto e una roulotte) come sfondo e le armi a dettare e suggellare la fine delle speranze dell’umanità, Ecce homo è un film totalmente nichilista, che il regista gira con mano ferma e buona scelta dei tempi scenici.
Gabriele Tinti
Nonostante la presenza di soli 5 personaggi,il film regge bene la tensione che Gaburro allunga per tutta la durata del film, che vive principalmente di alcuni momenti topici: la vita della famiglia prima dell’arrivo di Quentin e Len, quella successiva, con la storia d’amore tra Anna e Len e la contemporanea morte di Jean e infine la parte più buia, quella che vede la morte di Len, il suicidio di Anna e la fine delle speranze dell’umanità,simboleggiata dalla passeggiata finale di Quentin in compagnia di Patrick,unico scampato della famiglia alla tragedia che si abbatte su di essa.
C’è spazio per una serie di considerazioni, da parte dello spettatore, sui messaggi che Gaburro semina quà e là con intelligente nonchalance;l’umanità è perita, ma quel che ne resta è comunque figlia di essa e vive delle stesse pulsioni che la hanno portata all’autodistruzione,l’amore può nascere sul dolore e finire in esso senza soluzione di continuità mentre la sequenza finale è quella più tragica e buia, perchè Quentin e Patrick, due uomini, non potranno dare una speranza all’umanità.
Frank Wolff
Molto bene il cast, che regge la tensione e la difficoltà di impegnare un’ora e mezza di film con interpretazioni di ottimo livello;molto bene un irriconoscibile Philippe Leroy che interpreta Jean, splendida e affascinante oltre che bravissima Irene Papas, unico personaggio femminile del film,benissimo anche Frank Wolff nei panni dell’antipaticissimo Quentin e bene anche Gabriele Tinti in quelli di len.Chiude il lotto delle buone interpretazioni quella di Marco Stefanelli nel ruolo di Patrick (l’attore romano, tredicenne all’epoca del film, nello stesso anno girò Tre passi nel delirio e Il pistolero segnato da Dio).
Ecce homo-I sopravvissuti è un film che per oltre 45 anni è rimasto sepolto per riemergere improvvisamente circa un anno fa con un passaggio televisivo;oggi è disponibile in una discreta versione all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=TCTXO4nvjpQ

Ecce Homo – I sopravvissuti
Un film di Bruno Gaburro. Con Irene Papas, Gabriele Tinti, Philippe Leroy, Frank Wolff, Marco Stefanelli Drammatico, durata 90 min. – Italia 1969
Philippe Leroy … Jean
Irene Papas … Anna
Gabriele Tinti … Len
Frank Wolff … Quentin
Marco Stefanelli … Il piccolo Patrick
Regia:Bruno Gaburro
Sceneggiatura:Bruno Gaburro,Giacomo Gramegna
Produzione:Pier Luigi Torri
Musiche:Ennio Morricone
Fotografia:Marcello Masciocchi
Montaggio:Renato Cinquini
L’opinione di mm40 dal sito http://www.filmtv.it
Onore al merito di Gaburro, esordiente totale che si occupa anche della sceneggiatura (insieme a Giacomo Gramegna) e che confeziona con sufficiente cura questo ambizioso lavoro. Ecco homo – I sopravvissuti non è soltanto una parabola nietzschiana (Ecce homo è l’opera-summa del filosofo tedesco), non è solo l’annullamento del cristianesimo in una vampata di nichilismo (le analogie con la favoletta biblica di Adamo ed Eva sono esplicite), ma è anche un discreto ‘pezzo di cinema’, realizzato con pochi attori e altrettanti mezzi, ma innegabilmente funzionante. Per i contenuti il film ricorda da vicino inoltre Il seme dell’uomo, coeva opera di Marco Ferreri (ma, pare di capire informandosi in rete, uscita per seconda) altrettanto disperante sulle sorti di un’umanità sempre più (luci)ferina e allo sbando, moralmente e concretamente, nei singoli gesti quotidiani. Alla fine degli anni Sessanta, complice il movimento di protesta che prese vita attorno al ’68, un lavoro di questo stampo era assolutamente in linea con lo spirito dei tempi; oggi può apparire datato nel suo forzato impianto didascalico, ma ciò che più importa è che l’opera non smette di consegnare il proprio messaggio. Irene Papas viene contesa da Philippe Leroy, Gabriele Tinti e Frank Wolff: difficile obiettare sulle scelte di casting; qualcosina si può ridire invece sul ritmo altalenante della narrazione. Gaburro negli anni seguenti si darà al pornosoft e infine alle candide fiction tv per famiglie, soffocando con forza e in ogni modo le belle speranze suscitate dal suo debutto.
L’opinione di Mirrrko dal sito http://www.davinotti.com
Primo post-atomico del cinema italiano; Gaburro firma la sua prima regia con un film notevole e sopratutto con tematiche lontanissime da quello che farà in futuro. Era il ’69 e andavano di moda i film socio-politici, ma Gaburro pesca a piene mani sopratutto da Nietzsche, sfornando un film pessimista e cinico. Un po’ lento nella parte centrale ma mai noioso. Irene Papas ci regala il suo meglio. Da scoprire.
L’opinione di Fauno dal sito http://www.davinotti.com
Suggestive, anzi incantevoli, parecchie inquadrature, specie quelle della scena d’amore in acqua; molto eloquente e indicativo di bisogno vitale il sentire gli ormoni femminili annusando un foulard… Il film è però scarno di contenuti e quelli presenti sono poco marcati: perfino la denuncia di un uomo finito sulla certezza di una nuova catastrofe non mi ha ispirato o coinvolto particolarmente. La Papas è splendida, Leroy è ottimo ma irriconoscibile, gli altri se la cavano.
I satanici riti di Dracula
Il Professor Van Helsing, studioso addentro alle cose misteriose e ai segreti dell’esoterismo viene contattato da un reparto speciale di Scotland Yard per svolgere una delicata indagine.Si tratta infatti di investigare su una cerchia di uomini potenti della città che frequentano una villa in cui si sospetta accadano strani avvenimenti.
Prima di recarsi nella villa, Van Helsing contatta un suo vecchio amico d’università che risulta essere presente nella lista dei notabili:si tratta del professor Julian Chili,premio Nobel che sta facendo studi su un bacillo in grado di provocare un’epidemia di peste.
La Psychical Examination and Research Group,l’organizzazione a cui fa capo Dracula, il misterioso uomo che guida le fila della stessa in realtà si pone come obiettivo la distruzione dell’umanità;Van Helsing, arrivato nella villa si ritrova a doversi battere contro il vampiro, che dimora nella villa .

Van Helsing,che è accompagnato da sua nipote Jessica viene sconfitto ma qualcosa cambia improvvisamente le sorti del conflitto…
I satanici riti di Dracula è una produzione Hammer del 1973, l’ottava dedicata al celebre personaggio creato da Bram Stoker.
Ormai prigionieri dell’ambientazione gotico/horrorifica di derivazione transilvanica, i dirigenti della Hammer tentano un’improbabile dimensione post moderna, contaminando l’atmosfera tipica dei film vampireschi con una storia elaborata di congiure scientifiche per annientare l’umanità grazie a un mortale bacillo.
La Hammer affida al regista canadese Alan Gibson il compito di dirigere The Satanic Rites of Dracula tradotto poi letteralmente in Italia come I satanici riti di Dracula e contemporaneamente scrittura Christopher Lee per vestire i panni di Dracula e Peter Cushing quelli del suo celebre nemico,Van Helsing.
Non è un caso,ovviamente,visto che Gibson aveva già diretto il precedente film Hammer dedicato al re dei vampiri, quel 1972: Dracula colpisce ancora! che comunque non si era rivelato un grosso successo al box office.

E anche questo film alla fine non si rivelò una mossa vincente:nonostante la presenza del duo Lee-Cushing i risultati al box office furono deludenti.
E non certo per colpa del cast ma per una sceneggiatura molto lacunosa e sopratutto lontana dalle atmosfere tipiche dei film con protagonisti i vampiri.
In pratica la miscela vampiri/sangue/sesso, sostituita dal “terrorismo” batteriologico non funzionò e il pubblico in pratica abbandonò il genere, cosa che fece anche Christopher Lee che,fiutato il cambio di gusto del pubblico, non accettò più ruoli del genere mentre Cushing entrò nel cast di La leggenda dei 7 vampiri d’oro, ultimo film vampiresco della Hammer.

Tornando al film, di vampiresco non rimane quasi più nulla;Gibson sembra più interessato a mostrare un Dracula fiancheggiatore di poteri forti, quasi un epigono di un dittatore pronto a conquistare il mondo non più con i canini ma con un ben più pericoloso e devastante virus che è in grado di eliminare l’umanità.
Per dare un segno di contiguità con il suo precedente 1972: Dracula Colpisce Ancora! il regista riprende alcuni personaggi già presenti nel citato film come l’ispettore Murray e la nipote del professor Lorrimer Van Helsing Jessica.
Dracula non ha più canini e mantello ma veste come un uomo d’affari,i suoi mezzi di conquista sono cambiati;il protagonista è il doppio petto,come in Hanno cambiato faccia di Corrado Farina, splendido apologo del vampirismo del potere che conquista grazie alle armi del consumismo e del lavoro, della pubblicità e della religione.

Il risultato finale è un film non riuscito ma con un suo fascino; la contaminazione fra l’horror tradizionale Hammer e il poliziesco/thiller/fantapolitico ha molte pecche ma è comunque ben diretto e ben recitato.
Bene comunque il cast,impeccabile e bene anche sia la fotografia di Brian Probyn che l’ambientazione;un vero peccato che questo film sia in pratica il canto del cigno della Hammer giunto in un periodo in cui ormai l’horror vampiristico era tramontato come genere.La gloriosa casa britannica,che tanto aveva dato alla cinematografia di genere era ormai giunta al capolinea.

I satanici riti di Dracula
Un film di Alan Gibson. Con Christopher Lee, Peter Cushing, William Franklin, Michael Coles, William Franklyn,Freddie Jones, Joanna Lumley, Richard Vernon, Barbara Yu Ling, Patrick Barr, Richard Mathews, Lockwood West, Valerie Van Ost, Maurice O’Connell, Peter Adair, Maggie Fitzgerald, Pauline Peart, Fionnula O’Shannon, Mia Martin Titolo originale The Satanic Rites of Dracula. Horror, durata 88′ min. – Gran Bretagna 1973
Christopher Lee: Conte Dracula
Peter Cushing: Prof. Lorrimer Van Helsing
Michael Coles: Ispettore Murray
William Franklyn: Torrence
Freddie Jones: Prof. Julian Keeley
Joanna Lumley: Jessica Van Helsing
Richard Vernon: Colonnello Mathews
Barbara Yu Ling: Chin Yang
Patrick Barr: Lord Carradine
Richard Mathews: John Porter
Lockwood West: General Sir Arthur Freeborne
Valerie Van Ost: Jane
Maurice O’Connell: Hanson

Regia Alan Gibson
Soggetto Don Houghton
Sceneggiatura Don Houghton
Casa di produzione Hammer Film Productions
Fotografia Brian Probyn
Montaggio Chris Barnes
Musiche John Cacavas
L’opinione del sito http://www.splattercontainer.com
(…) I Satanici riti di Dracula è la copia quasi perfetta delle tematiche di Hanno cambiato Faccia, il capolavoro di Farina del 1971, un film pregno di importanti messaggi politici. Già da questa sua palese derivazione si comprende come le idee dello script affidate al regista Gibson fossero poche e confuse. Il risultato finale, a discapito di queste premesse, però non è pessimo. Il regista ha sfruttato in maniera ottimale la classica coppia Lee/Cushing con quest’ultimo a reggere quasi da solo tutto il film per colpa di un Lee a tratti leggermente logorato dal suo ruolo. Il mix tra spionaggio e fanta horror tiene sempre alta l’attenzione dello spettatore che è comunque costretto ad affrontare una storia decisamente scontata. Un pizzico di novità ce la fornisce il modo in cui alla fine il bene trionfa sul male; dopo una serie di paletti conficcati tra le tette delle fidanzate di Dracula e una pallottola d’argento che manca il bersaglio non ci si aspetta un’arma così strana come quella usata da Van Helsing per sconfiggere il vampiro. Vi ho rovinato il finale? Dai, non mi dite che non sapevate che alla fine Van Helsing avrebbe vinto?! Siamo salvi.(…)
L’opinione di Thegaunt dal sito http://www.filmscoop.it
Poco soddisfacente questo Dracula adattato ad un contesto più moderno. La trama ha indubbiamente elementi horror, ma l’ossatura principale ricorda più il genere spionistico e fantapolitico. Un mix poco riuscito dove la figura di Dracula perde carisma malgrado Lee e perdipiù penalizzata da una presenza limitata che lo penalizza.
L’opinione di zederfilm dal sito http://www.filmtv.it
Ultimo episodio della saga di casa Hammer sulla figura del Conte Dracula, questo film è considerato dai più un fiasco, principalmente per il fatto di aver portato l’azione ai nostri giorni (così come il precedente 1972 Dracula Colpisce Ancora ): invece il film non è assolutamente male, anzi, è interpretato da un cast di attori eccezionali e bravissimi, ha un inizio sfolgorante quasi da film d’azione e le ambientazioni (anche se non siamo più in Transilvania o nella Londra vittoriana ) sono sinistre e cupe, il che non fa rimpiangere le locations gotiche dei film precedenti. Eccezionali Christopher Lee e Peter Cushing come sempre nei rispettivi ruoli di Dracula e di Van Helsing. Finale memorabile (anche se improbabile). Consigliato ai cultori del genere e agli appassionati di vampiri.
L’opinione di horrormovie.it
Questa volta Dracula si mette a capo di un gruppo di…speculatori edilizi! Il suo vero scopo è quello di riuscire a diffondere sulla terra un morbo letale simile alla peste. Ma, anche stavolta, a rovinare i piani del Principe delle Tenebre ci penserà il suo nemico giurato Van Helsing… Christopher Lee e Peter Cushing si prestano, per l’ennesima volta, ad interpretare i due antagonisti per eccellenza del genere horror Dracula e Van Helsing per questo che è senza dubbio uno dei peggiori e meno riusciti film della Hammer sul mitico Conte. Assolutamente evitabile!
L’opinione di trivex dal sito http://www.davinotti.com
Sorpresa positiva questa produzione Hammer anni 70, in cui vengono sapientemente ed efficacemente coniugati gli “antichi” canoni vampireschi (leggende, croci, pallottole d’argento, etc..) con i “valori” preponderanti del mondo moderno (potere e ricchezza). Il tradizionale vampiro è l’elemento d’unione, poiché viene dal passato per distruggere il futuro (la “morte nera”) per una furibonda “sete” di vendetta. Un po’ splatter, una donna nuda da sacrificare, le donne vampiro incatenate e assetate di sangue… sì, gli anni 70 si fanno proprio vedere!
Relazioni disperate
Siamo nel 1954, la storia si svolge in una cittadina del Kansas, del tutto immaginaria.
Evelyn Wyckoff è una donna sulla quarantina, attraente ma ancora vergine.
E’ una donna insoddisfatta dal punto di vista umano e da quello professionale; insegna nella scuola locale, ma non trova più stimoli nel suo lavoro, nonostante lo stesso sia apprezzato sia dai suoi studenti che dai suoi colleghi.
Il dottor Neal, suo medico personale e più che altro amico è convinto che l’insoddisfazione di Evelyn dipenda principalmente dalla sua vita sentimentale piatta e decide di inviarla, per un consulto, dallo psicologo dottor Steiner.
La cura del dottor Steiner sembra funzionare; lentamente Evelyn inizia ad aprirsi agli altri e inizia una relazione platonica con Ed Eckles, l’autista del bus della cittadina.
Anne Heywood
Donald Pleasance
Ma Ed è già sposato e inoltre appartiene alla classe sociale più bassa,così Evelyn porta avanti il repporto su una base più amichevole che sentimentale fino al giorno in cui l’uomo non si trasferisce in un’altra città lasciando la donna nello sconforto.
Le cose cambiano improvvisamente un giorno in cui Evelyn si è attardata in classe; Rafe,un uomo di colore che pulisce le aule la avvicina facendole proposte oscene e rivolgendosi a lei con gesti inequivocabili.
Sconvolta, Evelyn fugge dalla scuola ma non rivela a nessuno l’accaduto, timorosa dello scandalo.
Ma il giorno dopo accade di peggio; Rafe la trascina all’improvviso su una scrivania e la violenta.
Anche questa volta Evelyn tace ma da quel momento inizia per lei un torbido rapporto con l’uomo, che le usa quotidianamente violenza;ben presto però Evelyn capisce di attendere con eccitazione gli incontri con l’uomo, fino al giorno in cui, mentre consumano uno dei loro rapporti selvaggi, vengono visti da due studenti.

Scoppia lo scandalo e il direttore della scuola le chiede di dimettersi, mentre la cittadina le volta le spalle.
Delusa da se stessa e dall’ambiente che fino a quel momento le era sembrato caldo e accogliente Evelyn entra in una crisi profonda durante la quale medita il suicidio.Ma alla fine la donna recupera la forza e la dignità, lascia la cittadina e va via in cerca di un posto migliore incontro ad una nuova vita.
Tratto dal romanzo Good luck di William Inge e diretto dal regista Marvin J. Chomsky, autore conosciuto per la sua lunga carriera nei tv movie come Hawaii squadra cinque zero,Codice criminale,Lo sceriffo del sud, Relazioni disperate ( nell’edizione originale Good luck Miss Wyckhoff) è un film drammatico giocato su due piani differenti ma anche complementari.Il primo analizza la figura di Evelyn Wyckoff,
donna all’apparenza integrata, rispettata dalla società ma nel privato complessata,isterica e condizionata pesantemente da una vita sentimentale presso che assente mentre il secondo mostra la vita antitetica di Rafe, uno con tanto di laurea ma dalla personalità disturbata,sociopatica, che trova in Evelyn una vittima quasi perfetta.
Infatti tra i due nasce una relazione che vede Evelyn succube dell’uomo di colore, orripilata ma anche irresistibilmente attratta dai modi vioenti di Rafe, del quale dapprima subisce la violenza per poi cedere alla passione insana che l’uomo è riuscito a suscitare in lei.
Sullo sfondo c’è spazio per l’analisi (breve e frettolosa) della vita un po ipocrita e perbenista della provincia americana, in questo caso una località immaginaria non lontana da Wachyta.
L’assieme non è male, la storia c’è ma il tutto è di fattura grossolana e se non ci fosse una bravissima ed espressiva Anne Heywood ad interpretare Evelyn Wickhoff il rischio di un naufragio sarebbe dietro l’angolo; il regista non è certamente un fine psicologo e alcuni passaggi sono davvero trattati con l’accetta, assieme alla blanda stigmatizzazione dell’ipocrisia della provincia americana.

Tuttavia il film scorre abbastanza fluido grazie alla robusta sceneggiatura tratta dal romanzo di Inge;bene la coppia Donald Pleasence,Robert Vaughn, il primo nel ruolo dello psicologo ebreo,il secondo in quello del dottor Neal.Il film è praticamente impossibile da trovare nella versione italiana, mentre è presente in rete in quella originale.
Relazioni pericolose (Good luck miss Wyckoff)
un film di Marvin J. Chomsky,con Anne Heywood,John Lafayette,Donald Pleasence,Robert Vaughn,Earl Holliman,Dorothy Malone,Drammatico Usa 1979
Anne Heywood ….. Evelyn Wyckoff
John Lafayette ….. Rafe Collins
Donald Pleasence ….. Dr. Steiner
Robert Vaughn ….. Dr. Neal
Earl Holliman ….. Ed Eckles
Carolyn Jones ….. Beth
Ronee Blakley ….. Betsy
Dorothy Malone ….. Mildred
Doris Roberts ….. Marie
Dana Elcar ….. Havermeyer
Regia:Marvin J. Chomsky
Produzione: Raymond Stross
Sceneggiatura: Polly Platt
Basato sul romanzo di William Inge
Musiche : Ernest Gold
Fotografia: Álex Phillips Jr.
Distribuito da Bel Air-Gradison Productions
Quando gli uomini armarono la clava e con le donne fecero din don
A parte il titolo,malizioso ma anche volgarotto, Quando gli uomini armarono la clava e con le donne fecero din don si segnala solo per due caratteristiche:la splendida location e il nutrito cast nel quale figurano nomi importanti del cinema di genere che però avrebbero meritato ben altro palcoscenico che questa commedia becera e triviale nata sull’onda del successo per larga parte imprevisto di Quando le donne avevano la coda di Pasquale Festa Campanile.
Nadia Cassini
Film che inaugurò la brevissima stagione del cinema cavernicolo e che ebbe poi un seguito molto più fiacco ( e di minore successo), quel Quando le donne persero la coda uscito nelle sale nel 1972.
Quando gli uomini armarono la clava e con le donne fecero din don, diretto dal pur bravo Bruno Corbucci, che solo un anno prima aveva girato il divertente Il furto è l’anima del commercio?!… è una pellicola praticamente inguardabile, priva del benchè minimo spunto comico che possa strappare un sorriso allo spettatore, infarcita in compenso di trivialità da caserma e di inutili volgarità.
Giocata più sulla avvenenza del pur bravo cast femminile, che dispensa parti anatomiche con generosità (in particolare la Cassini e Lucretia Love) che su un minimo di sceneggiatura che dia corpo alla storia, il film naufraga ben presto trascinandosi stancamente fino all’epilogo, che recita il de profundis con un eloquente “e vissero tutti felici e scontenti”

Molto grave è il riferimento costante del film al Lisistrata di Aristofane, autore glorioso della tradizione greca,qui saccheggiato in un’operazione commerciale senza un minimo di credibilità o di verve comica.
La trama:
le tribu dei cavernicoli e degli acquamanni sono perennemente in conflitto.La prima tribù occupa la terraferma, la seconda abita su palafitte e non passa giorno che non ci siano screzi e battaglie fra loro.
In una delle rare pause del perenne conflitto, il capo dei cavernicoli, il prestante Ari vince dopo una gara la bella Listra, della tribù degli acquamanni.
Alla donna la situazione poi non dispiace molto, essendo Ari un bell’uomo molto versato anche nel talamo.
Ma non c’è tempo per la pace perchè ecco scoppiare un altro conflitto; a questo punto Listra, stanca del continuo guerreggiare delle due tribù che toglie spazio alle faccende di sesso,decide di indire uno sciopero del sesso che trova entusiastiche adesioni presso tutte le donne delle due tribù, anch’esse stanche del dover rinunciare ai piaceri del letto per la vocazione guerrafondaia degli uomini.

Così i due gruppi di donne appartenenti alle due tribù si rifugiano rispettivamente su un monte e su una piccola isola.
La trovata riscuote un successo incredibile;pur di non perdere i piaceri del sesso cavernicoli e acquamanni promettono di mantenere rapporti non più ostili.
Ma l’uomo è nato per la guerra e non per la pace.
Così ben presto le liti riprendono e Ari e Listra, sconsolati, decidono di andare in giro per il mondo alla ricerca di un posto dove vivere in pace e dedicarsi all’amore…
Su una trama così esile era difficile costruire qualcosa di interessante, pure c’era spazio, come nel citato Quando le donne avevano la coda, per battute comiche di ben altro spessore di quelle proposte da Corbucci che spreca letteralmente caratteristi come Caprioli, Giuffrè e Pandolfi umiliandoli con il pronunciare battute sconce e triviali degne della peggior tradizione della commediaccia all’italiana, superate solo come volgarità dalla triste serie dei Pierino.

Listra-Lisistrata è interpretata da Nadia Cassini, che aveva solo due caratteristiche di rilievo:un fisico pressochè perfetto e un posteriore passato agli annali del cinema come uno dei più apprezzati da pubblico maschile. Per il resto,mancando completamente di qualsiasi dote recitativa, la Cassini fa la sua figura nel film visto che la sua presenza è essenzialmente corporea mentre il resto del cast, che include anche Pia Giancaro e Valeria Fabrizi, Antonio Sabato e Gisela Hahn,Elio Crovetto e anche una quasi invisibile Annabella Incontrera si muove a disagio nel guazzabuglio di battutacce e doppi sensi che costellano la pellicola.
Che alla fine risulta irritante oltre che noiosissima.

Nonostante la grancassa pubblicitaria che martellava proponendo il film stesso come il più divertente di sempre,la pellicola fu un mezzo flop, pur in un periodo di vacche grasse del cinema, con una platea sterminata che affollava i cinema sorbendosi ogni tipo di prodotto.
Corbucci tornerà al successo l’anno successivo con il ben più riuscito Boccaccio, progenitore dei decamerotici dalla buona fattura e decisamente più divertente di questa farsaccia di bassa lega.
Il film è disponibile in una versione sufficiente qualitativamente ma in lingua inglese all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=cBe1Zbwxli4
Quando gli uomini armarono la clava… e con le donne fecero din-don
Un film di Bruno Corbucci. Con Antonio Sabato, Elio Pandolfi, Aldo Giuffré, Vittorio Caprioli, Maria Pia Giancaro, Valeria Fabrizi, Gisela Hahn, Nadia Cassini, Lucretia Love, Vittorio Congia Erotico, durata 103′ min. – Italia 1971.
Antonio Sabato e Nadia Cassini
Valeria Fabrizi
Valeria Fabrizi e Gisela Hahn
Pia Giancaro
Lucretia Love
Antonio Sabato
Vittorio Caprioli
Carlo Giuffrè
Antonio Sabàto: Ari
Aldo Giuffré: Gott
Vittorio Caprioli: Gran Profe
Nadia Cassini: Lisistrata
Elio Pandolfi: Lonno
Lucretia Love: Lella
Pia Giancaro: Bea
Renato Rossini: Maci
Valeria Fabrizi: donna dell’arbitro
Gisela Hahn: Sissi
Elio Crovetto: arbitro al torneo iniziale
Regia Bruno Corbucci
Soggetto Massimo Felisatti, Fabio Pittorru, liberamente tratto dalle commedie Lisistrata e Le donne alla festa di Demetra di Aristofane
Sceneggiatura Massimo Felisatti, Fabio Pittorru, Bruno Corbucci
Casa di produzione Empire Films
Distribuzione (Italia) Fida Cinematografica
Fotografia Fausto Zuccoli
Montaggio Vincenzo Tomassi
Effetti speciali Eugenio Ascani
Musiche Giancarlo Chiaramello
Scenografia Nedo Azzini
Costumi Luciana Marinucci
L’opinione di mm40 tratta dal sito http://www.filmtv.it
(…) All’interno della parabola discendente che investì la commedia italiana nel corso degi anni ’70 e ’80 (nei ’90 oramai si era arrivati già sottoterra) ci fu spazio anche per un breve filone ‘cavernicolo’; aperto qualche mese prima da Pasquale Festa Campanile con Quando le donne avevano la coda, trovò seguito anche in questa squallida farsuccia a tinte erotiche, che non risparmia reiterate ostentazioni di posteriori e mammelle femminili ed approfitta di un linguaggio simil-cavernicolo per disseminare oscenità verbali a piene mani. Ma i dialoghi dell’Armata Brancaleone – per rifarsi ad un esempio ben più nobile – erano ben altra cosa, qui siamo nel triviale linguaggio della bettola e le tematiche non vanno praticamente mai oltre a quelle relative alla fornicazione (anche l’anacronistico entusiasmo per la scoperta del petrolio è davvero trovatina sempliciotta e piuttosto magra); sceneggiano il regista, Felisatti e Pittorru, autori di lavori di serie B, con il coraggio addirittura di dichiarare un’improbabile ispirazione derivante dalle commedie Lisistrata e Le donne alla festa di Demetra di Aristofane. La fortuna dei tre sta nel fatto che ormai, nel 1971, gli eredi del commediografo greco sono irreperibili. Vittorio Caprioli, attore di buona caratura, si svende (e talvolta purtroppo lo faceva) in questo prodottaccio insignificante; accanto a lui ci sono Antonio Sabàto, Aldo Giuffrè, Nadia Cassini e Valeria Fabrizi. All’interno della parabola discendente che investì la commedia italiana nel corso degi anni ’70 e ’80 (nei ’90 oramai si era arrivati già sottoterra) ci fu spazio anche per un breve filone ‘cavernicolo’; aperto qualche mese prima da Pasquale Festa Campanile con Quando le donne avevano la coda, trovò seguito anche in questa squallida farsuccia a tinte erotiche, che non risparmia reiterate ostentazioni di posteriori e mammelle femminili ed approfitta di un linguaggio simil-cavernicolo per disseminare oscenità verbali a piene mani. Ma i dialoghi dell’Armata Brancaleone – per rifarsi ad un esempio ben più nobile – erano ben altra cosa, qui siamo nel triviale linguaggio della bettola e le tematiche non vanno praticamente mai oltre a quelle relative alla fornicazione (anche l’anacronistico entusiasmo per la scoperta del petrolio è davvero trovatina sempliciotta e piuttosto magra); sceneggiano il regista, Felisatti e Pittorru, autori di lavori di serie B, con il coraggio addirittura di dichiarare un’improbabile ispirazione derivante dalle commedie Lisistrata e Le donne alla festa di Demetra di Aristofane. La fortuna dei tre sta nel fatto che ormai, nel 1971, gli eredi del commediografo greco sono irreperibili. Vittorio Caprioli, attore di buona caratura, si svende (e talvolta purtroppo lo faceva) in questo prodottaccio insignificante; accanto a lui ci sono Antonio Sabàto, Aldo Giuffrè, Nadia Cassini e Valeria Fabrizi.(…)
L’opinione di marcopolo30 tratta dal sito http://www.filmtv.it
Cosaccia idiota e insulsa, persino per gli standard della commedia Italiana anni ’70. Comunque con un titolo così non è che ci si potesse aspettare chissà cosa. Grande curiosità desta l’aver voluto dare ai cavernicoli un accento simil-ciociaro con tutti i verbi all’infinito, mah! V’è poi un handycap aggiunto chiamato Antonio Sabato, affiancato per l’occasione da nientepocodimenoche Nadia Cassini. Inoltre, non contento di aver prodotto una zozzeria d’infima fattura, Corbucci decide di chiosare il tutto con un bel paio di frasi retorica su guerra, pace e amore. Trash totale.
L’opinione di B.Legnani dal sito http://www.davinotti.com
Pressoché tremendo cavernicolo sull’onda di Quando le donne avevano la coda e sequel . Si resta allibiti nel leggere il cast e nel vederne i desolanti risultati. Primo tempo già brutto, ma guardabile, con crollo nel secondo, ricco di volgarità che neppure fanno ridere. Anche le citazioni da 2001 Odissea nello spazio sono talmente sciatte e mal sfruttate da non riuscire a risollevare un film che vive solo delle forme della Cassini e del volto della Giancaro. Da evitare con massima cura.
L’opinione di Caesars dal sito http://www.davinotti.com
Tremendo. Basta dire che a suo confronto il pur pessimo Quando le donne persero la coda sembra quasi un film da Oscar, per capire il valore artistico di questa pellicola firmata da un mestierante, Bruno Corbucci, che altrove ha fornito risultati ben migliori. Spiace vedere immischiati in simile operazione gente come Caprioli, Pandolfi e Giuffrè. Il povero spettatore che decide di sottoporsi alla visione di questo film potrà comunque almeno rifarsi gli occhi con le forme della Cassini. Un pallino basta e avanza.
L’opinione di Fabbiu dal sito http://www.davinotti.com
È un peccato che un buon cast e valide location siano state sprecate in questo modo. Perché un comico che annoia è proprio grave; credo che volessero inaugurare un nuovo filone, la commedia sexy cavernicola, finito (per fortuna) in tre capitoli. Per forza, non c’è mai un attimo in cui si sorride e il linguaggio pseudo latino risulta stancante (mica come il linguaggio barbaro di Attila con Diego!); la stessa trama semplicissima (libera interpretazione di alcuni classici greci) è un po’ come la seccessione dei plebei sull’Aventino: stancante.
Eutanasia di un amore
Dopo dieci anni di vita insieme,la giovane Sena abbandona apparentemente senza motivi il suo maturo compagno,Paolo, professore universitario over quaranta.
La fine dell’unione non è però senza traumi;Paolo,che sembra aver accettato la fine della relazione con fatalismo,scopre viceversa di sentirsi in qualche modo umiliato e offeso nell’orgoglio dall’abbandono.
E’ anche innamorato di Sena,pur se esternamente Paolo non voglia ammettere la cosa.
Così lascia Firenze e si mette sulle tracce della ragazza per scoprire che è andata a vivere a Versailles;qui scopre che la donna ha un nuovo legame.
Ornella Muti e Toni Musante
Torna deluso a Firenze ma ecco che improvvisamente Sena ritorna; nel chiarimento fra i due c’è spazio per le vere motivazioni del primo abbandono, ovvero l’incapacità di lui di accettare un legame più duraturo e profondo, che veda lo sbocco della relazione nella paternità e quindi in qualche modo in un futuro a dimensione di famiglia. Paolo e Sena decidono di fare un viaggio assieme con annessa una lunga crociera nel mediterraneo.
Ma la scoperta delle motivazioni di Sena, la sua voglia di avere un altro figlio dopo il primo forzato aborto gettano Paolo in una vera crisi esistenziale:l’uomo non è pronto ( e non lo sarà mai) per una paternità, tanto da tentare, auto lesionisticamente, di allontanare da se la presenza di Sena con la breve avventura con la bellissima Silvia.

Tra i due non c’è identità di vedute sul futuro, così, con qualche rimpianto, Sena e Paolo si lasciano per sempre.
Eutanasia di un amore, tratto da un romanzo di Giorgio Saviane e diretto da Enrico Maria Salerno nel 1978 è un melodramma a sfondo sentimentale drammatico che arriva dopo il grande successo di Anonimo veneziano,primo film diretto dietro la macchina da presa dal regista milanese e dopo quello parziale di Cari genitori.
Salerno chiama nuovamente il protagonista di Anonimo veneziano Tony Musante e gli affianca la giovane e bella Ornella Muti, creando così il necessario divario generazionale fra gli attori e ricostruisce in buona parte l’atmosfera malinconica del romanzo di Saviane, tutto incentrato sull’impossibilità di un futuro comune tra i due protagonisti divisi implacabilmente da due desideri antitetici sull’approdo della loro relazione.
Monica Guerritore
Da un lato c’è Paolo, maturo professionista poco incline al rispetto dei ruoli portanti della coppia, dall’altro c’è Sena, giovane ma con un’idea precisa del suo futuro, del suo essere donna che contempla come coronamento la maternità.
I due, pur amandosi, non troveranno un’intesa su questa base e lasceranno morire il loro sentimento, che, come recita il titolo sarà soppresso deliberatamente, un’eutanasia che porrà termine bruscamente all’inevitabile fine scritta proprio dalla diversità di idee sull’amore e sul suo divenire.
Eutanasia di un amore non può essere definito un film riuscito, pur rimanendo,nell’assieme un accettabile prodotto:cosparso e disseminato di lunghi dialoghi, tutto incentrato sulla personalità un tantino schizofrenica del protagonista maschile, il film galleggia e si culla a tratti stancamente sul problematico rapporto di coppia tra Paolo e Sena, un rapporto minato una volta tanto non dalla differenza notevole d’età quanto sul futuro di coppia e sul naturale divenire dell’amore che indubbiamente esiste tra i due.
I temi della libertà individuale, il riserbo di Paolo che vuol tenere nascosta la loro relazione per paura della reazione dei conoscenti e in generale della società che porta la coppia a dividere le proprie vite nel giornaliero in nome del “decoro sociale“, la voglia personale di libertà fuori dagli schemi presenti nel libro sono nel film malcelati quando non nascosti, a tutto scapito della relazione sentimentale che appare predominante.Paolo appare ferito più dall’abbandono tout court che colpito nei sentimenti.

Non è tanto il bisogno d’amore quanto un’egoistica affermazione del proprio io a spingerlo a cercare di riallacciare la relazione con Sena;un atteggiamento ribaltato rispetto allo spirito che muove il protagonista del romanzo.
Salerno di conseguenza tradisce in qualche modo uno dei cardini del romanzo,snaturandolo;un peccato veniale, certo, non mortale, anche perchè nell’economia del film le cose non cambiano.
Film che alla fine può essere giudicato discreto almeno in alcune componenti, fra le quali la bellissima e patinata fotografia opera di Marcello Gatti e le musiche avvolgenti di Daniele Patucchi.
Bene i due protagonisti, Tony Musante e la bella Ornella Muti ai quali vanno aggiunti come personaggi di contorno una bella e splendente Monica Guerritore e Mario Scaccia.
Eutanasia di un amore
Un film di Enrico Maria Salerno. Con Tony Musante, Ornella Muti, Monica Guerritore,Mario Scaccia, Luciano Fineschi, Laura Trotter, Gerardo Amato Drammatico, durata 110′ min. – Italia 1978.
Ornella Muti … Sena
Tony Musante Tony …Paolo Naviase
Monica Guerritore …Silvia
Mario Scaccia …Il dottore
Laura Trotter … Patrizia
Gerardo Amato … Domenico
Umberto Benedetto … Pio
Enrico Bergier … Lorenzo
Regia: Enrico Maria Salerno
Sceneggiatura:Massimo De Rita ,Arduino Maiuri,Enrico Maria Salerno
Soggetto:dal romanzo omonimo di Giorgio Saviane
Musiche:Daniele Patucchi
Fotografia:Marcello Gatti
Production Design:Dante Ferretti
Costume Design:Wayne A. Finkelman
L’opinione di mm40 dal sito http://www.filmtv.it
L’ultimo dei tre film diretti da Enrico Maria Salerno, che è decisamente meglio ricordare come attore, è questo Eutanasia di un amore, lavoro quantomeno trascurabile; un melodrammone più sincero e vivace di Anonimo veneziano (1970), ma sempre piuttosto piatto e convenzionale nell’analisi dei rapporti fra i personaggi: qui fra gli amanti Paolo e Sena come in Cari genitori (1973) fra madre e figlia che allo stesso modo si ritrovavano per riperdersi, dopo essersi di nuovo malintese. Di sensazionale non c’è insomma nulla, tutto procede lungo i melensi binari del fotoromanzo e la prestazione dignitosa di Musante purtroppo non si specchia nella prova traballante della Muti; in ruoli minori anche Mario Scaccia e Monica Guerritore. Soggetto tratto dal romanzo omonimo di Giorgio Saviane e sceneggiatura scritta da Maiuri, De Rita e Salerno stesso, che non compare mai in nessuno dei suoi tre film da regista; musiche enfatiche (forse sarebbe meglio dire: pompose) al punto giusto di Daniele Patucchi; Dante Ferretti si occupa delle scenografie, Marcello Gatti della fotografia. Molti esterni, dialoghi ad alto tasso di zuccherosa drammaticità.
L’opinione di Elio Maraone dal quotidiano “L’Avvenire”del 28 ottobre 1978
“Lo sbaglio maggiore del regista, a nostro avviso, è stato quello di impostare, su un materiale narrativo così mediocre, un’operazione ‘di eleganza’. Anziché cercare di far violenza al testo, di inventargli una corposità, Salerno – pur modificandone in parte il finale – l’ha rispettato come se si trattasse di un ‘classico’. E, con l’aiuto dell’operatore Marcello Gatti, si è messo ad illustrarlo con immagini raffinate, flash-back ricercati, studiatissimi effetti di luminosità, trascurando quella che era forse l’unica via di salvezza, e cioè sommergere il sentimentalismo brodoso in un duro blocco di realismo. Ma ‘commuovere’, invece, si doveva. E allora, dentro la musica strappacuore, gli occhioni gravi di Ornella Muti, i paesaggi romantici e un attore di sorvegliata malinconia come Tony Musante. ‘Eutanasia di un amore’, ovvero il fazzoletto come orizzonte”
L’opinione di Markus dal sito http://www.davinotti.com
Firenze, una coppia: lui (Musante) affascinante professore universitario di mezza età, lei (Muti) una giovane e graziosa insegnante inspiegabilmente inquieta nell’animo, ed è quest’apprensione a turbare il loro rapporto. Salerno indaga sull’amore avvalendosi di dialoghi neo-sofisticati, incantevoli scenografie (nella seconda parte del film ci spostiamo in Sardegna) e uno splendido commento musicale del Maestro Patucchi. Un sentimentale ricercato che attinge al lacrimevole. Per me una manna!
L’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com
Come in Anonimo veneziano c’è un male incurabile, sebbene questa volta a morire sia l’amore, vittima del dissidio tra la sua concezione idealista (Musante) e quella pragmatica (Muti). Ridondante nei dialoghi, pretenzioso nel melodramma (sguardi umidi e corrucciati, languidi addii e inattesi ritorni, scorci romantici, pianoforte strappacuore) e ovvio nelle conclusioni, si risolve nella competente regia di Salerno e nei limpidi paesaggi fotografati da Marcello Gatti. Degli interpreti si ricordano il medico eccentrico e compagnone di Scaccia e il sorriso solare e accattivante della Guerritore.
L’opinione di Didda23 dal sito http://www.davinotti.com
Salerno dirige questa pellicola dalle ambiziose pretese, evidenti soprattutto in fase di scrittura: in effetti i dialoghi sono intrisi di divagazioni e speculazioni filosofiche di basso livello. Il ritmo soporifero e l’evanescenza del racconto fanno dell’opera un possibile antidoto contro l’insonnia. Sulla carta si vorrebbe fare un affresco delle problematiche amorose (l’inconciliabilità di due visioni d’insieme) della borghesia, nei fatti si assiste ad una serie di elucubrazioni mentali sostanzialmente inutili.
L’assassino è al telefono
L’assassino è al telefono, diretto da Alberto De Martino nel 1972 è un giallo/ thriller molto inusuale,nettamente staccato dai numerosi prodotti del genere che fiorirono nel periodo di massimo successo dei thriller seguito al grandissimo successo dell’argentiano L’uccello dalle piume di cristallo, vero capostipite del genere.
Sceneggiato da De Marino con la collaborazione di Renato Izzo, Adriano Bolzoni, Vincenzo Mannino,il film ebbe un’accoglienza controversa a causa del capovolgimento di alcuni capi saldo del genere,in particolare per la lentezza e per lo svolgimento a scatole cinesi tipico dei film di Hitchcock.
Poco apprezzati, in particolare, la trama complessa e l’espediente narrativo usato, ovvero il riemergere lento e dilatato nel tempo dei ricordi della protagonista, che contribuiranno allo scioglimento dell’enigma, con un finale sorprendente ma a detta di molti farraginoso e tirato per i capelli.
Anne Heywood
La storia ha come protagonista Eleonor Loraine, un’attrice compagna di Peter Verwood,scomparso tragicamente in un incidente stradale del quale però la donna non ha alcun ricordo, tanto da aver allacciato una nuova storia conclusasi con il matrimonio con George, suo compagno di lavoro.
La condizione psicologica della donna è aggravata dal fatto di non ricordare neanche gli eventi che l’hanno portata a questo matrimonio;queste continue amnesie, molto lunghe come durata si aggravano un giorno in cui Eleonor si ritrova casualmente di fronte un uomo che sente di conoscere e che contemporaneamente risveglia in lei ricordi terribili sepolti nella mente.
L’uomo responsabile della cosa è in realtà un killer professionista, che è in Belgio (il film è ambientato a Bruges) per compiere un omicidio politico e che è il vero responsabile della morte di Peter.
Insospettito dalla reazione di Eleonor, che sviene quando lo vede,il killer prende a seguire la donna finendo per capire che la stessa sta vedendo riemergere dalle nebbie della memoria gli accadimenti del passato.

Deciso a fermare la potenziale minaccia, il killer progetta il suo assassinio ma miracolosamente la donna riesce a sfuggire ai suoi tentativi;sarà George,il marito di Eleonor a causare involontariamente un’accelerazione decisiva degli eventi.
George apprende dalla sorella di Peter, Margaret, che Eleonor incontrava il suo fidanzato in uno chalet e vi si reca con lei;la donna riacquista la memoria e ricorda così la sequenza degli avvenimenti realmente accaduti durante il presunto incidente, collega il volto misterioso al killer che implacabilmente la segue e arriva ad una verità sconvolgente…
Un gioco di incastri, una verità che emerge dal passato dal passato sotto forma di brandelli che poco alla volta si ricuciono, una soluzione finale imprevista e imprevedibile:questi gli elementi sui quali gioca De Martino per costruire un film che teoricamente dovrebbe portare lo spettatore alla soluzione dell’enigma, costituita dalle vere motivazioni che spingono il killer a dare una caccia senza quartiere.

Siamo lontani,lontanissimi dai thriller truculenti,dalle overdose di sangue e dai cadaveri sparsi come se piovesse;il film ha un andamento quasi trasognato,lento e avvolgente.
Purtroppo alla fine questo diverrà anche un limite,paradossalmente,perchè durante lo svolgimento del film la sensazione di inespresso, incompiuto più di una volta fa capolino sopratutto in alcune sequenze che rimangono inespresse o fumose.
Ma evidentemente l’intenzione del regista è proprio questa, lasciare nel vago lo spettatore, avvolgerlo con la bella colonna sonora di Stelvio Cipriani,la splendida fotografia di Aristide Massaccesi e lasciarlo nel dubbio fino alle sequenze finali.
Un espediente usato molte volte, un’arma rischiosa sopratutto se il film rischia di cedere l’intensità e il pathos a favore della noia, che purtroppo qualche volta affiora.Il flashback, i dialoghi, le cadute di ritmo alla fine hanno un peso predominante e per il film queste caratteristiche, che dovrebbero costituirne il fulcro,l’ossatura centrale restano in buona parte lettera morta.

In sostanza andrebbe sottoscritto il parere del sito http://www.exxagon.it,che dice testualmente:”Tutto il thrilling della pellicola si regge sull’amnesia anterograda della protagonista e quindi sull’impossibilità di inquadrare con precisione i protagonisti portando questi ultimi ad essere potenziali sospetti, nonché a confondere passato con presente, verità e bugia, vita e teatro. Il pezzo del Machbet riesce davvero a confondere le idee dello spettatore. Il problema principale è la noia che si insinua con gran velocità e che rende difficile guardare tutto il film senza farsi avvincere dalla tentazione di premere sul tasto dell’avanzamento veloce. Non c’è vera evoluzione del plot, non c’è suspance, non c’è sangue; c’è solo lo score musicale di Cipriani che viene piazzato ovunque ed un finale che più balordo non si può; il tutto incorniciato dalla fotografia di Aristide Massaccesi”
Un’opinione forse troppo dura, ma che ha molti fondamenti per una pellicola con troppe ambizioni dai risultati incerti.

Nel cast figura Telly Savalas, palesemente inadatto al ruolo mentre la bella e seducente Anne Heywood se la cava molto meglio;in definitiva una pellicola con un suo fascino,che potrete visionare seguendo i link presente in questa pagina:http://rarelust.com/the-killer-is-on-the-phone-1972/
La versione proposta dovrebbe essere in italiano, come indicato nella scheda tecnica.Buona visione, quindi ma ricordatevi sempre che avete un limite temporale, come dice la legge sui diritti d’autore, di 24 ore per farlo.
L’assassino… è al telefono
Un film di Alberto De Martino. Con Telly Savalas, Rossella Falk, Anne Heywood Drammatico, durata 101′ min. – Italia 1972
Telly Savalas: Ranko Drasovic
Anne Heywood: Eleanor Loraine
Osvaldo Ruggeri: Thomas Brown
Giorgio Piazza: George
Willeke von Ammelrooy: Dorothy
Rossella Falk: Margaret Vervoort
Antonio Guidi: Dr Chandler
Roger Van Hool: Peter Vervoort
Ada Pometti: Infermiera
Regia Alberto De Martino
Sceneggiatura Adriano Bolzoni, Alberto De Martino, Renato Izzo, Lorenzo Manning, Vincenzo Mannino
Produttore Aldo Scavarda
Produttore esecutivo Guy Luongo
Casa di produzione Belga Films, Difnei Cinematografico, SODEP
Fotografia Joe D’Amato
Montaggio Otello Colangeli
Musiche Stelvio Cipriani
Costumi Enrico Sabbatini
Doppiatori
Sergio Rossi: Ranko Drascovic
Gabriella Genta: Eleanor Loraine
Carlo Sabatini: Thomas Brown
Dario Penne: Peter Vervoort
L’opinione del sito http://www.horrormovie.it
(…) Film singolare questo giallo diretto da Alberto De Martino. Singolare perchè difficilmente accostabile ai film dello stesso genere che si producevano in Italia a inizio anni ’70 e forse proprio per questo motivo diventato nel tempo oggetto di scherno e indifferenza da parte del pubblico appassionato al thriller italiano d’antàn. Un’operazione d’ostracismo poco condivisibile, però, perchè “L’assassino è… al telefono” ha il pregio di discostarsi dalla massa apparendo così L’assassino è al telefonorelativamente originale e riuscendo a farsi ricordare tra i tanti film dello stesso genere che affollarono gli schermi italiani dell’epoca.
Alberto De Martino scrive la sceneggiatura del film insieme a una considerevole mole di altri nomi: Adriano Bolzoni, Renato Izzo, Lorenzo Manning e Vincenzo Mannino. Troppi, direte voi (e confermo io), ma a dispetto delle aspettative, “L’assassino è … al telefono” ha una coerenza narrativa e un filo logico sorprendenti e ben maggiori di prodotti assimilabili. (…)
L’opinione di thegaunt dal sito http://www.filmscoop.it
Alla base di questo giallo c’è l’amnesia della protagonista e il film, con tutte le sue molteplici divagazioni, ruota attorno a questo stato che confonde la visione perchè lo sguardo di Eleonor coincide con quello dello spettatore. Però una volta intuito l’epilogo con la soluzione finale, il film diventa veramente noioso e inutilmente dilatato ed a poco servono sia l’intepretazione della Haywood, sia il carisma di Savalas fin troppo a zonzo in quel di Bruges. L’assenza di suspence e scene forti influiscono sensibilmente sulla monotonia di un film che scorre senza un vero sussulto.
L’opinione di deepreded89 dal sito http://www.davinotti.com
Siamo dalle parti del thriller hitchcockiano, con vuoti di memoria, complotti e un misterioso sicario (Savalas, la cui credibilità crolla a ogni sua brutta battuta) e nel complesso si sta a galla (movente e lentezze a parte), ma il vero pregio nel film è più nella veste che nel contenuto, con una cappa tetra e autunnale che avvolge le vicende narrate, confermando l’assoluta professionalità di De Martino e dello staff tecnico (citiamo anche le notevoli, seppur un po’ troppo reiterate, musiche di Cipriani). Brava Anne Heywood. Niente male.
L’opinione di Lucius dal sito http://www.davinotti.com
Tra i cloni argentiani questo si traduce in un interessante e sottovalutato giallo con un ottimo cast in cui spicca una concentrata Rossella Falk. La colonna sonora di Cipriani, onnipresente per quasi tutta la durata del film, inebria lo spettatore accompagnando le immagini della pellicola dove è la mente la vera protagonista, una mente che cancella i ricordi rigenerandosi in una dimensione in cui la realtà emerge solo lentamente. La ricostruzione narrativa è perfetta. Rispondi tu al telefono?












































































































































































































































































































