Rena Niehaus
Nella storia cinematografica di Rena Niehaus, attrice tedesca nata a Oldenburg nel dicembre del 1954 l’elemento fondamentale sembra essere la casualità, che l’ha portata per caso a diventare dapprima modella per delle foto pubblicitarie prima e di moda in seguito, per poi finire sugli schermi, in alcune produzioni molto interessanti concentrate negli anni 70, quando ha lavorato con Lattuada e Eriprando Visconti oltre che con Ugo Liberatore e altri. Sono 12 i film interpretati da Rena, girati tra il 1975 e il 1993, dieci dei quali sono racchiusi nel periodo 1975-1979

Con Cochi Ponzoni in Cuore di cane
Rena Niehaus si avvicina al mondo dello spettacolo attraverso la fotografia; contattata da un fotografo tedesco mentre era a Monaco di Baviera, diventa modella di una pubblicità creata per una nota casa di sigarette.
La sua particolare fisionomia, il volto non bellissimo ma espressivo vengono notate da Alberto Lattuada, che la scrittura per il film Cuore di cane.

Con Domenico Modugno in Il maestro di violino
Rena ha un temperamento volitivo, è affascinata da nuove eperienze e sopratutto vede nel cinema un modo per avvicinare altra gente, conoscere posti; così gira contemporaneamente alcuni film, come I baroni, di Gian Paolo Lomi, accanto a Turi Ferro, Vittorio Caprioli e Andrea Ferreol, in cui è una ragazza svedese che capita casualmente in una città del sud e fa innamorare pazzamente un maturo benestante, interpretato da Turi Ferro, Un amore targato Forli, di Sesani , nel quale interpreta Giorgia, la spregiudicata studentessa che riesce a sedurre un giovane musicista riminese e Il maestro di violino, nel quale è Laura, la bella e sensibile figlia di una famiglia di mecenati, che finirà per avere una storia d’amore con il suo insegnante di violino, il maturo Giovanni.
Un film creato su misura per sfruttare il successo commerciale dell’omonima canzone di Domenico Modugno, che nel film interpreta proprio Giovanni. Se la canzone è l’amaro epilogo di una carriera di primissimo livello per il grande Mimmo, il film è un trampolino di lancio per Rena, che mostra una buona padronanza delle scene e ottime doti recitative. Arriva così Cuore di cane, il film che Lattuada gira riprendendo un romanzo di Bulgakov, autore tra l’altro di Il maestro e Margherita; il film, pur non riscontrando successo di pubblico, viene ben giudicato dalla critica. Rena vi interpreta Zoja, fidanzata di Poligràph Poligràphovic, l’uomo a cui sono stati trapiantati gli organi di un cane.

Rena Niehaus in Nero veneziano
Rena lavora, in questo film, con un cast eccellente, nel quale spiccano Max Von Sidow, Eleonora Giorgi, Cochi Ponzoni e Mario Adorf. Il successo arriva con La orca, di Eriprando Visconti, nipote del celebre Luchino. Il suo è il ruolo principale, quello di Alice, una ricca studentessa sequestrata da balordi, che riuscirà a far innamorare di se il meno sveglio dei suoi sequestratori, Michele (interpretato da Michele Placido), e che ucciderà proprio mentre sta per essere liberata dalla polizia, coperta, nel suo gesto, da un commissario che le vuole risparmiare altri dolori. In La orca Rena Niehaus interpreta perfettamente il contraddittorio personaggio di Alice, accettando anche un ruolo abbastanza scabroso.
Una donna di seconda mano
Nel 1977 Pino Tosini la scrittura per il discontinuo Una donna di seconda mano, dramma famigliare, nel quale è Simona, fidanzata di Luca, che la violenta, portandola ad accettare la corte del maturo Augusto, zio del suo fidanzato e amante di sua madre. Alla fine dello stesso anno Visconti decide di riprendere il film La orca dal punto esatto in cui finisce e ne fa un sequel, Oedipus orca, con Rena che riveste nuovamente i panni della giovane Alice, che ritorna a casa convinta che suo padre non abbia fatto nulla per liberarla. Nel film, la ragazza si convince che l’uomo non sia il vero padre, scopre che la madre, quando lei era stata concepita, aveva avuto un amante e dopo aver scoperto che quest’ultimo potrebbe essere il suo vero padre, lo seduce. Il film non ha la carica del primo capitolo, La orca, e passa abbastanza inosservato.


Due fotogrammi da Una donna di seconda mano
Il film successivo è un piccolo gioiello; si tratta di Nero veneziano, misconosciuto thriller con connotazioni horror, disprezzato dalla critica; in realtà è un buon prodotto, girato in una Venezia livida, che mescola abilmente suspence e mistero. Il ruolo di Rena, quello della giovane Christine che diventerà madre di un bambino frutto della sua relazione con il demonio, la mostra sempre più matura e padrona dei suoi mezzi recitativi. Un film in cui la Niehaus, come racconterà in un’intevista, si trova a gestire un difficilissimo rapporto con Liberatore, il regista, perfezionista maniacale.
Voglia di donna
Siamo sul finire degli anni settanta, e Rena gira Voglia di donna, pessima commedia ad episodi di Bottari, nonostante il film presenti un buon cast; Gianni Cavina, Laura Gemser, Carlo Giuffré, Rena Niehaus, Luciano Salce, Ilona Staller, Gabriele Tinti sono i compagni d’avventura di questa pellicola, in cui la Niehaus è Luisa, fidanzata di Paolo, che gelosissimo del datore di lavoro della donna, un notaio, cerca di registrare i due amanti, e che finirà per perdere la fidanzata.
Nero veneziano
Per quanto abbia una discreta fama, Rena Niehaus non ama molto il mondo del cinema, che considera falso e ipocrita; cosi, dopo aver girato Ciao Cialtroni, film passato inosservato, sotto la regia di Danilo Rossini, si allontana dal cinema. Torna a Oldenburg, dove diventa agente di commercio; rientra in Ialia per riprendere il suo lavoro di attrice nel 1988, a distanza di 9 anni dal suo ultimo film.
Ma il cinema non concede ai suoi protagonisti licenze o ripensamenti; il pubblico dimentica in fretta, crea nuovi beniamini, così Rena deve accettare una piccola parte in Arabella,l’angelo nero di Stelvio Massi. Lavorerà,per l’ultima volta, nel 1993 in Il ritmo del silenzio, di Marfori, anche questo passato assolutamente inosservato.
Finisce così la carriera di Rena Niehaus, brava attrice ma poco malleabile, assolutamente non incline ad accettare le leggi del cinema; come da lei stessa raccontato in una lunga intervista, il suo carattere poco docile, la sua caparbietà, l’abitudine tutta interna al mondo del cinema di valutare le persone per il loro aspetto fisico, senza badare molto al carattere e alle attitudini delle persone, le creò grossi problemi, portandola ad un progressivo allontanamento dalle scene.
Cuore di cane
La orca
Voglia di donna
Il ritmo del silenzio (1993)
Arabella l’angelo nero (1989)
Ciao cialtroni! (1979)
Voglia di donna 1978
Nero veneziano 1978
Oedipus orca (1977)
Una donna di seconda mano (1977)
Cuore di cane (1976)
La orca (1976)
Maestro di violino (1976)
Un amore targato Forlì (1976)
I baroni (1975)
Novecento
Un gigantesco affresco, che copre quasi 50 anni della storia italiana, dal 1900 alla fine della seconda guerra mondiale, con la liberazione dal fascismo.
Questo è Novecento, uno dei capolavori assoluti della storia del cinema italiano, uno dei primi cinque, senza dubbio.Un’opera corale, che racconta attraverso le vite di Alfredo Berlinghieri, figlio di Giovanni e nipote di Alfredo, grande proprietario terriero dell’Emilia e Olmo Dalcò, figlio di Rosina e di nessun padre, o di cento, racconta dicevo le loro vite ma sopratutto racconta la miseria e le difficoltà di vita dei contadini agli inizi del secolo, le sperequazioni, le prime lotte operaie e le prime rivendicazioni sindacali, insomma tutto il contesto storico politico dell’Italia pre fascista.
Burt Lancaster è il Nonno Alfredo Berlinghieri, il proprietario terriero
Una storia che inizia appunto con l’amicizia impossibile tra il ricco Alfredo e il contadino Olmo, i loro sogni e le loro vite parallele ma inevitabilmente e indissolubilmente legate , i loro amori, le loro delusioni.
In mezzo, tante vite parallele e contingenti: quella di Alfredo Berlinghieri , l’uomo che da il via alla saga, duro ma giusto, ricco ma rispettoso dei sacrifici dei suoi contadini. Quella di Giovanni, figlio minore di Alfredo , bramoso di ricchezza, assolutamente contrario a qualsiasi concessione ai contadini di una parvenza di dignità, quella di Attila Melanchini, il fattore crudele, bieco, come l’ideologia che finirà per rappresentare.
Romolo Valli: Giovanni, figlio minore di Alfredo
Roberto Maccari è Olmo da ragazzo
Sono solo alcuni dei personaggi che si muovono nel film, i più rappresentativi, ma che si collegano ad altri ugualmente importanti in una storia che li coinvolge tutti, comparse o protagonisti di primo piano di una tragedia, che allo stesso tempo è semplicemente la semplice vita di gente che si è trovata a vivere un’epoca di grandi cambiamenti storico politici.
Così prendono vita personaggi sullo sfondo di uno scenario grandioso, come Ada Fiastri Paulhan, moglie di Alfredo, giovane idealista innamorata del marito, che però lascerà incolpandolo di essere indifferente di fronte alla brutalità del fascismo, o come quello di Anita Furlan, moglie di Olmo donna istruita, una rarità per la civiltà contadina dell’epoca, che dedica il suo tempo all’istruzione dei piccoli, ma anche dei grandi, che cerca di spiegare ai contadini, che accettare supinamente il volere dei padroni significa consegnarsi allo sfruttamento e all’ignoranza.
Stefania Sandrelli è Anita, Gerard Depardieu è Olmo
Al centro, Robert De Niro è Alfredo
Ci sono poi i personaggi negativi, cattivi in assoluto, incapaci del minimo senso di umanità, vere e proprie Erinni, come Regina, figlia di Amelia , sorella di Eleonora moglie di Giovanni, il padre di Alfredo e quindi sua cugina, vittima ma anche complice dello spietato e abietto Attila, del quale diverrà complice nei più odiosi delitti.
Tanti personaggi, legati l’un l’altro da vincoli di parentela, di amicizia , di semplice conoscenza, che si muovono in quel mondo rurale primitivo, che vive a contatto della natura, che segue l’evolversi delle stagioni, retto da un’ordine quasi feudale, con il ricco destinato ad una vita facile e il povero costretto secolarmente a vivere solo di quel poco che la terra da lui lavorata produce.
Stefania Casini è Neve, la lavandaia
Bertolucci intreccia tutte queste vite, creando, attraverso 320 minuti di gran cinema, una storia potente come poche, magnificamente illustrata da una fotografia che sembra seguire l’alternanza delle stagioni; ma l’indubbio talento, il saper dirigere con mano svelta, l’aiuto di una sceneggiatura di prim’ordine, a cui collaborarono lo stesso Bernardo, suo fratello Giuseppe e Franco Arcalli, da soli non sarebbero bastati se lo stesso regista non avesse scelto un cast assolutamente straordinario per mettere in scena una rappresentazione credibile.
Dominique Sanda è Ada Fiastri Paulhan, moglie di Alfredo
Così sceglie con acume e affida il compito più difficile, quello di interpretare Alfredo e Olmo, a un giovane Robert De Niro e a Gerard Depardieu. I due lavorano talmente bene che ben presto i personaggi che interpretano divenatno, per lo spettatore, quasi dei volti amici. Si parteggia per loro e si arriva ad odiare i perfidi Attila e Regina, due splendidi attori come Donald Sutherland e Laura Betti.
Laura Betti è Regina, figlia di Amelia
Donald Sutherland è Attila Melanchini, il fattore
Accanto a loro Burt Lancaster e Sterlin Hayden, credibilissimo nel ruolo del contadino dei Berlinghieri, Leo Dalcò, il bravissimo Romolo Valli nel ruolo di Giovanni e Alida Valli Stefania Sandrelli, la maestrina che sposerà Olmo e la bellissima, seducente Dominique Sanda, Ada, la moglie di Alfredo. Un cast strepitoso,; così come di grandissimo livello è la fotografia di Storaro.Alla fine, dopo oltre 5 ore di film, si resta con il rimpianto che tutto sia finito con quella scena finale dei due amici che, ormai anziani, continuano a litigare come quando erano bambini.
Novecento, un film di Bernardo Bertolucci. Con Gérard Depardieu, Robert De Niro, Burt Lancaster, Sterling Hayden, José Quaglio, Stefania Sandrelli, Dominique Sanda, Donald Sutherland, Romolo Valli, Alida Valli, Stefania Casini, Francesca Bertini, Paul Branco, Anna Maria Gherardi, Paolo Pavesi, Tiziana Senatore, Liu Biosizio, Roberto Maccanti, Allen Midgette, Laura Betti, Ellen Schwiers, Maria Monti, Antonio Piovanelli, Anna Henkel, Werner Bruhns, Giacomo Rizzo Drammatico, durata 315 min. – Italia 1976.
Robert De Niro: Alfredo Berlinghieri, figlio di Giovanni e Eleonora
Gérard Depardieu: Olmo Dalcò, figlio di Rosina
Burt Lancaster: Nonno Alfredo Berlinghieri, il proprietario terriero
Donald Sutherland: Attila Melanchini, il fattore
Dominique Sanda: Ada Fiastri Paulhan, moglie di Alfredo
Alida Valli: Ida Cantarelli Pioppi
Sterling Hayden: Leo Dalcò, contadino dei Berlinghieri
Stefania Sandrelli: Anita Furlan, moglie di Olmo
Werner Bruhns: Ottavio, figlio maggiore di Alfredo
Laura Betti: Regina, figlia di Amelia
Ellen Schwiers: Amelia, sorella di Eleonora
Anna Henkel: Anita, figlia di Olmo
Romolo Valli: Giovanni, figlio minore di Alfredo
Stefania Casini: Neve, la lavandaia
Francesca Bertini: Suor Desolata, sorella di Alfredo
Anna Maria Gherardi: Eleonora, moglie di Giovanni
Paolo Pavesi: Alfredo da ragazzo
Tiziana Senatore: Regina da bambina
Paulo Branco: Orso, figlio maggiore di Leo
Giacomo Rizzo: Rigoletto, il servo gobbo
Antonio Piovanelli: Turo Dalcò
Liù Bosisio: Nella Dalcò
Maria Monti: Rosina Dalcò, nuora di Leo
Roberto Maccari: Olmo da ragazzo
José Quaglio: Aranzini, un proprietario
Pippo Campanini: Don Tarcisio
Patrizia De Clara: Stella
Fabio Garriba: Contadino all’esecuzione di Attila
Sergio Serafini: Un giovane fascista
Carlotta Barilli: Una contadina
Allen Midgette: Vagabondo che scagiona Olmo
Odoardo Dall’Aglio: Oreste Dalcò
Salvatore Mureddu: Capo delle guardie rege
Catherine Kosac: Tondine
Mimmo Poli: Fascista alla riunione in chiesa
Clara Colosimo: La donna che accusa Olmo
Angelo Pellegrino: Il sarto
Pietro Longari Ponzoni: Pioppi
Regia Bernardo Bertolucci
Soggetto Franco Arcalli, Bernardo Bertolucci, Giuseppe Bertolucci
Sceneggiatura Franco Arcalli, Bernardo Bertolucci, Giuseppe Bertolucci
Produttore Alberto Grimaldi
Casa di produzione Produzioni Europee Associati, Les Productions Artistes Associees, Artemis Film
Distribuzione (Italia) 20th Century Fox
Fotografia Vittorio Storaro
Montaggio Franco Arcalli
Effetti speciali Bruno Battistelli, Luciano Byrd
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Maria Paola Maino, Gianni Quaranta, Ezio Frigerio
Costumi Gitt Magrini
Trucco Paolo Borselli, Iole Cecchini, Giannetto De Rossi, Fabrizio Sforza, Maurizio Trani
Olmo Dalcò, il figlio di Rosina (Gérard Depardieu)
I fascisti non sono mica come i funghi, che nascono così, in una notte. No. I fascisti sono stati i padroni a seminarli: li hanno voluti, li hanno pagati. E coi fascisti i padroni hanno guadagnato sempre di più, al punto che non sapevano più dove metterli, i soldi. Così hanno inventato la guerra , ci hanno mandato in Africa, in Russia, in Grecia, in Albania, in Spagna…ma chi paga siamo sempre noi.
Alfredo Berlinghieri, il figlio di Giovanni e Eleonora (Robert De Niro)
Dei contadini ce n’è bisogno, se no la terra va in malora. Ma il padrone? A cosa serve il padrone?
Ada Fiastri Paulhan, la moglie di Alfredo (Dominique Sanda) e Alfredo Berlinghieri, il figlio di Giovanni e Eleonora (Robert De Niro)
Mio padre ha disegnato la testa del re sui biglietti da dieci: così abbiamo sempre vissuto tra i soldi senza mai averne. Sono orfana. Tre anni fa i miei ebbero la bella idea di organizzare una spedizione alpinistica per milionari e sono scomparsi in un crepaccio sul Monte Bianco. Morti com’erano vissuti: al di sopra dei loro mezzi
Anita Foschi (Stefania Sandrelli)
Donne, l’avete sentito il padrone? La colpa è dei nostri uomini perché sono andati in guerra a farsi accoppare. La colpa è dei braccianti perché non solo lavorano, ma vogliono anche farsi pagare. La colpa è tutta nostra, che abbiamo fame, e ci viene il gozzo e la pellagra. Ed è ancora colpa nostra se ci muoiono due figli su tre. Al padrone gli va ancora bene se prendiamo un po’ del nostro grano e gli lasciamo il resto, per il momento.
Leo Dalcò, il contadino dei Berlinghieri (Sterling Hayden) e Olmo Dalcò, il figlio di Rosina (Gérard Depardieu)
Dalcò Olmo! Olmo, adesso che sei grande..vieni avanti! Ricordati questo: imparerai a leggere e a scrivere, ma resterai sempre Dalcò Olmo, figlio di paesani, andrai a fare il soldato, girerai il mondo, e dovrai anche imparare ad ubbidire, prenderai moglie, eh? ..E faticherai per tirare su i figli… Ma cosa resterai sempre?
Dalcò Olmo!
Dalcò Olmo, paesano! Avete sentito? Niente preti in questa casa.
Alfredo Berlinghieri, il proprietario terriero (Burt Lancaster)
Quando la festa sta per finire, di’ che sono morto. Digli che sono morto, ma che continuino a ballare.
Leo Dalcò, il contadino dei Berlinghieri (Sterling Hayden) e Alfredo Berlinghieri, il proprietario terriero (Burt Lancaster)
Forse la verità è che quando un uomo non fa niente per tutta la vita, ha troppo tempo per pensare.
Atto I: in una fattoria dell’Emilia crescono insieme Olmo, figlio di contadini, e Alfredo, erede del padrone, nati nello stesso giorno del 1900. Dopo i primi scioperi nei campi e la guerra 1915-18, il fascismo agrario dà una mano ai padroni. I due giovani si sposano. Atto II: negli anni ’30 le strade di Olmo e Alfredo si separano. Il primo, vedovo, fa il norcino e continua la lotta; il secondo si rinchiude nel privato. Il 25 aprile 1945 si processano i padroni, e i due si ricongiungono. Fondato sulla dialettica dei contrari: è un film sulla lotta di classe in chiave antipadronale finanziato con dollari americani; cerca di fondere il cinema classico americano con il realismo socialista sovietico (più un risvolto finale da film-balletto cinese); è un melodramma politico in bilico tra Marx e Freud che attinge a Verdi, al romanzo dell’Ottocento, al mélo hollywoodiano degli anni ’50. Senza evitare i rischi della ridondanza, Bertolucci gioca le sue carte sui due versanti del racconto.
L’opinione di Tony Montana dal sito http://www.mymovies.com
Al ritiro del premio Oscar al miglior attore non protagonista, per la sua interpretazione del boss mafioso Don Vito Corleone, Robert De Niro, non è presente. Corre l’anno 1974, e il giovane attore italoamericano, fra la lavorazione del secondo episodio de Il padrino e quella di un altro capolavoro del cinema, Taxi Driver si pone un film più impegnativo, serio e difficile, ovvero 1900, del regista Bernardo Bertolucci, appena uscito dallo scandalo di Ultimo tango a Parigi con un magistrale Marlon Brando nei panni di un uomo di mezza età sessualmente frustrato. Le riprese di Novecento avvennero in Emilia Romagna, nello stesso periodo in cui Pier Paolo Pasolini stava girando Salò e le 120 giornate di Sodoma. L’impresa di Bertolucci era colossale, difficilissima, a tratti umanamente impossibile, centrata sul tentativo di raccontare cinquant’anni di storia italiana vista con gli occhi di due uomini, uno, Alfredo ( De Niro ), figlio di ricchi proprietari terrieri, e l’altro, Olmo ( Depardieu ), umile contadino, partigiano e infine liberatore comunista dei contadini. Il film, originariamente pensato per la televisione, raggiunse infine una durata eccessiva di oltre cinque ore e venti, proiettato in America in versione ridotta a tre ore e mezza e non ben accolto, e in Italia diviso di due puntate da due ore e quaranta ciascuna, con enormi consensi da parte di critica e pubblico. Il cast rende ancora più ambizioso il film, a parte Depardieu e De Niro si contano Stefania Sandrelli, Alida Valli, Donald Sutherland, Dominique Sanda e altri. I vari contrasti con il regista e la troupe, portarono De Niro ad una recitazione media, che gli impedì di mostrare le sue doti attoriali al massimo livello. Caso diverso per Depardieu che si dimostra un’autentica rivelazione e firma così una delle migliori performance della sua carriera. Il film, in tutta la sua complessiva lunghezza, riesce tuttavia ad essere di grande e incisivo impatto. La trama, come già detto, ripercorre i primi cinquant’anni italiani del Novecento, raccontando le lotte proletarie, la Grande Guerra, il ventennio e la violenza fascista, la Seconda Guerra Mondiale, la Resistenza e la Liberazione. A questa trama complessa si intrecciano anche le storie personali dei personaggi a cui si legano anche le loro storie d’amore tra Olmo e Anita, Alfredo e la bellissima Ada, la perversa passione fra la cugina di Alfredo, Regina e il diabolico squadrista Attila, oltre che l’amore-odio fra i due protagonisti. Oltre che la lunghezza – però non si poteva raccontare una storia come questa senza sfiorare la durata da kolossal -, il film è ricordato per picchi di regia di altissimo livello, e le scene da antologia, come il ballo di Dominique Sanda che si finge cieca, il lavoro dei contadini, oppure il lunghissimo processo finale ( 15 minuti di pellicola! ), passando per scene emotivamente più cruente che fecero scattare l’occhio vigile della censura come quella in cui il fascista Attila, dopo aver violentato un bambino, lo scaraventa contro un muro spezzandogli la testa, la scena in cui il medesimo personaggio fa strage dei comunisti sotto una pioggia fangosa, passando per la scena quasi pasoliniana, in cui Depardieu e De Niro vengono masturbati da una prostituta epilettica, senza alcuna censura visiva oltre ad altre scene di violenza. Tutto il film è un affresco grandioso. Straordinario uso delle stagioni che accompagnano gli eventi storici in parallelo alle stagioni della vita: inverno, pioggia e gelo nel periodo del fascismo più torbido e ostile con i protagonisti in balìa dei problemi della vita adulta e una primavera solare e rigogliosa nel giorno della sospirata liberazione così come per la loro infanzia, e la colonna sonora di Ennio Morricone che con tratti da melodramma verdiano sottolinea i passaggi più drammatici della sceneggiatura, permette a Bertolucci di tratteggiare un film unico e per certi versi straordinario. Si rivela con forza espressiva il gusto del regista per l’immagine filmata su modello di opere pittoriche. Il fascismo per Bertolucci è la violenza al servizio dei padroni, una bestia feroce al guinzaglio della borghesia o -meglio ancora usando le parole con cui Regina presenta Attila -: “il cane da guardia” del padronato. Uno degli ultimi fuochi del cinema italiano che conta, troverà pochi anni dopo il suo doppio speculare nell’Albero degli zoccoli di Olmi. Lunghissimo (ma non poteva essere altrimenti), vale soprattutto per i momenti in cui racconta la storia attraverso la collettività; nei momenti intimi tende più al Bertolucci decadente, forse morboso, certamente borghesissimo. Oltre che grande rievocazione storica, comunque, è anche un ottimo esempio di come il cinema possa descrivere il suo tempo: nelle cornici iniziali e finali, se guardate con attenzione, si trovano tutti gli anni Settanta, e forse il finale conciliatorio è spiaciuto per questo. Al di là del discorso ideologico, c’è il miracoloso equilibrio tra la ricchezza spettacolare e quella ideologica, con buona pace di quelli che credono invano di capire qualcosa di cinema e poi si liquefanno per Fulci.
L’opinione di bradipo68 dal sito http://www.filmtv.it
Il film venne diviso in due parti per esigenze commerciali ma è innegabile che tra prima e seconda parte ci siano delle differenze ben tangibili.A mio parere mentre per la prima parte possiamo tranquillamente parlare di capolavoro qui la situazione è diversa perchè pur avendo iniziato nel sentiero tracciato dalla prima parte poi in questa seconda parte il lirismo che prima attenuava le istanze politiche viene irrimediabilmente meno in favore della drammatizzazione.L’ideologia diventa protagonista di un processo al padrone che diventa un vero e proprio gioco al massacro,una lotta senza quartiere il cui esito sarà una sconfitta per tutti.Ma qui proprio per affannarsi a spiegare le ragioni delle parti in causa il film arriva a essere didascalico.Nella seconda parte accanto a De Niro e Depardieu assumono importanza fondamentale i personaggi di Attila e Regina(Sutherland e Betti) autori di azioni diaboliche e che incarnano con feroce parossismo due figure di malvagi assoluti lontani da qualsiasi tipo(e volontà) di redenzione.Dopo l’ideologia nel finale si apre al sogno,al canto popolare, alle sequenze di massa che sembrano prese dal cinema russo degli anni d’oro del muto.Comunque sia l’atto secondo è una chiusura degnissima di una saga familiare raccontata con grande partecipazione perchè se Bertolucci non riesce a ripetere quel miracolo narrativo della prima parte è per eccesso di zelo filologico, è per generosità illustrativa,è per rendere perfettamente comprensibile tutto quello che gli si è agitato dentro per decenni.L’Emilia riportata da Bertolucci è parente stretta con quella reale pur non sentendo Bertolucci il bisogno insopprimibile di verosimiglianza.Bertolucci esplora vari generi dal racconto corale contadino fino al melodramma lacerante.E comunque ci regala una delle prove autoriali italiane più impressionanti.
“Metafora d’un mezzo secolo, con cui Bertolucci esercita il diritto di trasfigurare in visione l’idea che a torto o a ragione se ne è fatta, non importa molto se ‘Novecento’ è meno fedele alla storia di quanto si potrebbe pretendere da un documentario. Preme invece che abbia una sua tenuta fantastica, una sua magnificenza di romanzo fiume per immagini, una potenza di chiaroscuro che esprime la drammaticità degli eventi, e sia pure melodrammaticità, vista la destinazione popolare dell’opera.” (Giovanni Grazzini – Cinema ’76).”Gratificato di un budget favoloso (10 miliardi, si dice), questo film-fiume si presenta con l’appariscenza di risultati tecnici proporzionali all’accolta di interpreti e di specialisti dei vari rami: la fotografia, l’interpretazione, l’ambientazione, la musica, e così via, sono perciò di notevole livello. Ciò nonostante, prescindendo dalle carenze tematiche, si ha l’impressione che la colossale impresa ecceda di molte ore le sue possibilità di presa. Infatti, se efficaci risultano alcune pagine di pittura villereccia o di spaccato borghese, la reiterazione delle stessa sa di pleonasmo, di didatticismo ad oltranza, di sproloquio comiziale e persino di furbizia commerciale. Assai più deludente, poi, è l’esame contenutistico dell’opera che, in definitiva, riteniamo mancare a qualsiasi ipotetico obiettivo per totale mancanza di equilibrio. Se vuol essere soltanto la descrizione del mondo contadino della Bassa Emilia, lo coglie nelle deteriori manifestazioni di un folklore rude e sboccato; ma lo trascura nelle ricchezze di genuinità, genorosità, spessore umano e pudore. (Segnalazioni Cinematografiche, vol. 82, 1977)”Un film di rilievo, ma non riuscito. Un film dove ci sono delle pagine molto belle, di un lirismo e di un’umanità singolari ma dove, nel contempo, non si sente l’empito della sinfonia nibelungica, l’assieme armonico di un tessuto narrativo corale, senza sbavature”.

Santuario delle Grazie di Curtatone
Cimitero vecchio di Poggio Rusco

Azienda agricola Corte delle Piacentine
Confessione di un commissario al Sostituto Procuratore della Repubblica
Il Commissario Giacomo Bonavia, un onesto e disilluso funzionario di polizia, tenta da anni inutilmente di incastrare il boss mafioso Ferdinando Lomunno, responsabile tra l’altro della morte del sindacalista Giampaolo Rizzo, amico dello stesso commissario. Non potendo incriminarlo, perchè ogni volta che è arrestato Lomunno riesce ad uscire pulito dalle inchieste, Bonavia decide di far uscire dal carcere Michele Lipuma, fratello di Serena, ex amante di Lomunno, nemico giurato dello stesso.
Martin Balsam
Marilù Tolo
L’uomo, travestito da poliziotto, tenta di uccidere Lomunno a colpi di mitra, ma riesce soltanto a uccidere le sue guardie del corpo, prima di essere ucciso a sua volta. Delle indagini viene informato il Sosituto procuratore della Repubblica Traini, che ben presto entra in rotta di collisone con il commissario. In un crescente clima di sospetti tra i due, il Procuratore inizia a indagare sul commissario, che a sua volta arriva a far mettere sotto controllo il telefono del Procuratore, servendosi del suo fido aiutante Michele.
Franco Nero
La tensione tra i due arriva al massimo quando il Procuratore, che sta indagando sull’intreccio tra i tre killer morti, e gli affari poco puliti a cui non sono estranei il Sindaco, un onorevole e un presidente di bana, decide di sospendere il Commissario dal suo incarico, dopo aver scoperto che lo stesso sta coprendo Serena Lipuma, ora vittima designata di Lomunno, in quanto al crrente di troppi segreti. Sospeso, il commissario decide di farsi giustizia da se: armato di una pistola entra in un ristorante e con un solo colpo fredda Lomunno.
Luciano Catenacci
Il Commissario viene arrestato, proprio mentre Traini è arrivato a scoprire tutti i protagonisti dell’intreccio mafia-politica-affari. Serena viene rapita e uccisa, perchè il suo nascondiglio viene scoperto dalla mafia grazie all’aiuto di Malta,, Procuratore della Repubblica. Il Commissario Bonavia paga con la vita il suo coraggio, ucciso da due killer in carcere, ma Traini, deciso ad andare a fondo, si reca da Malta.
Il film si interrompe quà, lasciando presagire un’indagine sul Procuratore capo.
Confessione di un Commissario di Polizia al Procuratore della Repubblica, film del 1971 diretto da Damiano Damiani, è un ottimo prodotto, dal ritmo serrato e dalla trama scorrevole. Il contrasto tra i due protagonisti, Traini e Bonavia viene abilmente montato e esacerbato dai reciproci sospetti, come nella memorabile scena in cui i due si scambiano reciproche accuse.
C’è tensione, nel film, c’è denuncia, c’è ritmo, e sopratutto c’è un cast assolutamente perfetto, che interpreta i vari personaggi con professionalità e abilità. Bravissimo Martin Balsam, il Commissario Giacomo Bonavia, un uomo integerrimo che inutilmente cercherà di far capire a Traini che i metodi della giustizia alle volte devono essere sorpassati da sitemi più duri. Bene anche Franco Nero, nel ruolo dell’onesto, ma testardo Traini, così come bravissima è Marilu Tolo nel ruolo di Serena
Gran cast di caratteristi, che include Claudio Gora, il Procuratore della Repubblica Malta, Arturo Dominici, il losco avvocato della mafia Canistraro, Luciano Catenacci, il boss Ferdinando Lomunno, Giancarlo Prete, il sindacalista Giampaolo Rizzo. Un film a metà strada tra la denuncia e il poliziesco classico, che fa passare due ore in un nulla.
Confessione di un Commissario di Polizia al Procuratore della Repubblica, un film di Damiano Damiani. Con Claudio Gora, Marilù Tolo, Martin Balsam, Arturo Dominici, Franco Nero.Nello Pazzafini, Calisto Calisti, Sergio Serafini, Giancarlo Prete, Bruno Boschetti, Giancarlo Badessi, Adolfo Lastretti, Luciano Lorcas, Giuseppe Alotta, Wanda Vismara, Michele Gammino Poliziesco, durata 103 min. – Italia 1971.
Franco Nero … Il sostituto Procuratore Traini
Martin Balsam … Commissario Bonavia
Marilù Tolo … Serena Li Puma
Claudio Gora … Il Procuratore capo Malta
Luciano Catenacci Ferdinando Lomunno
Giancarlo Prete … Giampaolo Rizzo
Arturo Dominici … Canistraro
Michele Gammino Gammino
Adolfo Lastretti … Michele Li Puma
Nello Pazzafini … Il detenuto del manicomio
Calisto Calisti … Il mafioso
Adele Modica … Lina Paladino
Dante Cleri … Usher
Roy Bosier … Giuseppe Lasciatelli
Regia Damiano Damiani
Soggetto Damiano Damiani, Fulvio Gicca Palli
Sceneggiatura Damiano Damiani, Salvatore Laurani
Produttore Mario Montanari, Bruno Turchetto
Casa di produzione Euro International Film, Explorer Film ’58
Fotografia Claudio Ragona
Montaggio Antonio Siciliano
Musiche Riz Ortolani
Scenografia Umberto Turco
Macchie solari
Simona, giovane e bella dottoressa, lavora in un obitorio; la donna sta scrivendo la sua tesi sui suicidi, che proprio nei giorni in cui è al lavoro per completare la stessa tesi, sembrano aumentare dtrammaticamente, in concomitanza del forte aumento del fenomeno delle macchie solari. Simona, che è figlia dell’antiquario Gianni, un impenitente e incallito donnaiolo, è in preda ad un forte esaurimento nervoso; il suo unico conforto è il boy friend Edgardo, fotografo ed appassionato di corse in auto.
Il giovane le è vicino nonostante le crisi di nervi della ragazza, che spesso, anche nei momenti d’intimità, è incapace di lasciarsi andare. A sconvolgere ancor più il fragile equilibrio di Simona arriva la strana morte di Betty, una avvenente americana che sarebbe dovuta divenire la moglie di suo padre. Il fratello di Betty,Paul, un ex pilota di rally ora sacerdote, convinto che la morte della sorella non sia accidentale, ma di origine oscura, inizia ad indagare, coinvolgendo anche Simona.
Le cose si complicano ulteriormente con la caduta di Gianni, il padre di Simona, da una finestra, che porta la ragazza a sospettare anche del sacerdote. In realtà le cose sono molto più complesse di quel che appaiono; in un clima di sospetti, in cui Simona sembra perdere completamente il senno, complici anche le visioni che la perseguitano, il sacerdote riuscirà a trovare il bandolo della matassa, giungendo a scoprire i motivi per cui Betty è stata uccisa, con relativo colpevole, e salvando così la vita anche a Simona.
Macchie solari, diretto da Armando Crispino nel 1974, pur avendo una trama non sempre limpida, pur essendo pericolosamente in bilico tra horror, thriller e romanzo senza per questo essere nulla dei tre, si fa seguire con piacere, anche se soltanto a tratti. Le scene iniziali, per esempio, destabilizzano lo spettatore, giocate come sono tra la realtà (quella dei suicidi), la visione (i morti che riprendono vita nell’obitorio) e la via di mezzo, gli incubi onirici di Simona.
Per quasi tutto il film il clima di sospetti che si addensa su tutti i personaggi giova alla tensione narrativa, anche se in alcuni momenti le scene sembrano accavallarsi senza soluzione di continuità. Il finale tutto sommato è in linea con il racconto, anche se il colpevole finisce per essere chiaro molto prima della parola fine. Sicuramente lodevole la prova di Mimsy Farmer, una delle attrici più brave nell’interpretare i ruoli di donna dalla fragile psiche, cosa che ha fatto più volte, come per esempio in Il profumo della signora in nero, in Gatto nero, in Quattro mosche di velluto grigio.
Bravi anche Ray Lovelock, nel ruolo dell’ambiguo fotografo e amante di Simona, Massimo Serato, perfetto e credibile play boy, mentre molto forzata appare la recitazione di Barry Primus in quella del sacerdote Paul, troppo forzata e sopra le righe. Un thriller discontinuo, che però ha dalla sua un’atmosfera morbosa, quasi malata,con quel suo ondeggiare tra reale e sogno; il tutto è accompagnato dal gradevole tema musicale scritto dal maestro Morricone.
Macchie solari, un film di Armando Crispino. Con Mimsy Farmer, Barry Primus, Ray Lovelock, Massimo Serato, Eleonora Morana, Ernesto Colli, Angela Goodwin
Thriller, durata 100 min. – Italia 1975.
Mimsy Farmer: Simona Sana
Barry Primus: Father Paul Lenox
Ray Lovelock: Edgar
Carlo Cattaneo: Lello Sana (con il nome Carlo Cataneo)
Angela Goodwin: Daniela
Gaby Wagner: Betty Lenox
Massimo Serato: Gianni Sana
Ernesto Colli: Ivo
Leonardo Severini: Custode
Eleonora Morana: Eleonora
Antonio Casale: Ispettore Silvestri
Giovanni Di Benedetto: Capo Coroner
Maria Pia Attanasio: Aunt Elvira
Pier Giovanni Anchisi: Archivista presso il Museo Criminale (con il nome Piero Anchisi)
Pupino Samona: Medico con la barba (con il nome Pupino Samonà)
Sergio Sinceri:
Bruno Alias: uomo al ristorante(non accreditato)
Antonio Anelli: uomo, nella hall dell’hotel(non accreditato)
Massimo Ciprari: spettatore alla corsa automobilistica (non accreditato)
Cindy Girling: cadavere biondo (non accreditato)
Carla Mancini: Infermiera (non accreditato)
Giulio Massimini: Cameriere (non accreditato)
Alessandra Vazzoler: cadavere grasso (non accreditato)
Luciano Zanussi: Medico all’autopsia (non accreditato)
Regia Armando Crispino
Sceneggiatura Armando Crispino, Lucio Battistrada
Produttore Leo Pescarolo
Casa di produzione Clodio Cinematografica
Fotografia Carlo Carlini
Montaggio Daniele Alabiso
Musiche Ennio Morricone
Costumi Mario Ambrosino
Trucco Renzo Francioni
Un dolce viaggio
Due amiche poco più che trentenni, un viaggio alla riscoperta del loro rapporto di se stesse, delle loro vite. Lucie e Helene, due donne diverse ma in fondo complementari. La prima dopo una lite furibonda con il marito, decide di andare a trovare la sua amica sposata e madre di due figli, alla ricerca di un un po di affetto e comprensione, quelle cose che ormai le mancano.
Troverà l’una e l’altra cosa proprio in Helene, grazie anche ad un viaggio dolce (quello che ispira il titolo) attraverso la pigra e sonnolenta, luminosa e affascinante campagna francese, che finirà per alimentare le confidenze tra le due amiche, attraverso il ricordo dei bei giorni dell’infanzia.
Dominique Sanda
Un’atmosfera galeotta, che favorirà anche una strana atmosfera tra le due; un viaggio che porterà proprio Helene a decidere di tornare a casa, salvo poi tornare sui suoi passi di fronte ad una atmosfera familiare apatica e noiosa. Ora è Helene ad avere bisogno di Lucie, ed è anche l’occasione per tentare di rifare il dolce viaggio.
Film particolare, intriso di malinconia, di esasperante lentezza descrittiva, di fascino leggermente morboso e di erotismo sottile, di commozione sull’onda dei ricordi e molto altro.
Principalmente un film in soggettiva, dove il dialogo, i silenzi, sostituiscono movimenti, dove gli sguardi prevalgono sui discorsi, in cui le due protagoniste, le intense Geraldine Chaplin che interpreta Lucie e Dominique Sanda che interpreta Helene sono impegnate a confrontarsi con se stesse, con i loro ricordi e con le loro sensazioni.
Michel Delville struttura il film in un continuum sequenziale: l’incontro, il viaggio, le parole, l’amicizia e un pizzico di sensualità, poi l’addio e il nuovo incontro sono un’unica tappa di un percorso che porta le due donne a concepire la vita con una scala di valori e di emozioni che escludono i rispettivi partner, a tutto vantaggio di una relazione amichevole che diventa anche amorosa. Le due donne si comprendono a meraviglia, molto più di quello che possono e fanno i coniugi.
Geraldine Chaplin
Lo stesso Delville ha molti pregi, nella direzione del film; il principale, è quello di non aver mai calcato la mano sull’erotismo che permea sottilmente la pellicola, rendendo il film memorabile per sensualità.
Il tratteggio delle due figure assume contorni che variano senza soluzione di continuità tra ricordi veri e inventati, così come i giochi sottilmente maliziosi (memorabile la sequenza in cui la Sanda fotografa la Chaplin in campagna) restano sospesi come sogni, contornati da ricordi che si mescolano di continuo.
In definitiva, un film morbido, sensuale, delizioso.
Da assaporare, come la dolce campagna francese, come la morbida fotografia, come le intense interpretazioni di due ottime attrici.
Un dolce viaggio, un film di Michel Deville. Con Geraldine Chaplin, Dominique Sanda, Jacques Zabor Titolo originale Le voyage en douce. Commedia, durata 98 min. – Francia 1979.
Dominique Sanda Hélène
Geraldine Chaplin Lucie
Jacques Zabor Denis
Jean Crubelier L’uomo della casa
Valerie Masterson La cantante
Cécile Le Bailly Marie
Jacqueline Parent Mathilde
Jacques Pieiller Pinson
Françoise Morhange La nonna
Frédéric Andréi Il giovane dell’hotel
Christophe Malavoy L’uomo del treno
André Marcon … L’uomo del concerto
Robin Camus … Lucas
Regia:Michel Deville
Sceneggiatura:Michel Deville
Produzione:Maurice Bernart
Musiche:Catherine Ardouin
Fotografia:Claude Lecomte
Montaggio:Raymonde Guyot
Mimsy Farmer

Mimsy Farmer, americana di Chicago, dov’è nata nel febbraio del 1945, è stata una delle attrici più capaci arrivate in italia agli inizi degli anni settanta, quando venne chiamata da Dario Argento per interpretare il ruolo di Nina nel suo Quattro mosche di velluto girigio. Mimsy aveva 26 anni, ma alle spalle già una carriera consolidata, avendo esordito all’età di 17 anni in alcune produzioni americane per la Tv, come “My Three Sons” ,”The Adventures of Ozzie & Harriet” e sopratutto in due grandi successi arrivati anche in Italia, Perry Mason e Lassie.
In Italia arriva dopo aver girato Riot of sunset strip, Devil angels al fianco di Cassavetes, in The wild racers e sopratutto More, film in cui interpreta la giovane Estelle, memorabile sopratutto per la celebre colonna sonora dei Pink Floyd. Gli spettatori italiani la apprezzano anche in due fortunate produzioni, Michele Strogoff, corriere dello zar e Quando il sole scotta, in inglese Road to Salina, scabrosa storia in cui interpreta Billy, una ragazza che in passato aveva avuto una relazione incestuosa con il fratello che poi aveva ucciso.
Il ruolo che le consegna la fama anche da noi è il citato Quattro mosche di velluto grigio, diretto da Dario Argento nel 1971, in cui Mimsy Farmer interpreta Nina, la psicotica moglie di Roberto, che alla fine risulterà essere la vera e insospettabile assassina di una serie di delitti. Non è particolarmente bella, Mimsy, ma ha fascino e un carisma magnetico; corpo esile, anzi minuto, è lontana anni luce dal prototipo della vamp. Ma riesce a supplire con doti recitative eccezionali a quanto le manca sul piano fisico.
In poco tempo gira alcuni ottimi lavori, come Corpo d’amore di Fabio Carpi, La vita in gioco di Mingozzi accanto al sex symbol Helmut Berger, l’ottimo Il maestro e Margherita, di Petrovic, tratto dal famoso romanzo di Bulgakov, nel quale interpreta splendidamente Margaretha, la moglie di un poliziotto innamorata dello scrittore Maksudov.
Mimsy in 4 mosche di velluto grigio
L’opera successiva ,Il camino, film del 1973 diretto da Jorge Darnell passa quasi inosservata,pur vantando nel cast Fernando Rey e Luigi Pistilli; tuttavia ottiene un altro buon successo personale lavorando con Delon e Jean Gabin in Due contro la città, opera discontinua di Josè Giovanni, in cui è la donna di Gino, un ex carcerato che finirà per essere ghigliottinato solo per aver ucciso un poliziotto che lo tormentava sadicamente.La Farmer dimostra di essere un’attrice completa, assolutamente adatta ai ruoli drammatici, in possesso di una mimica facciale che le permette di rendere al meglio i personaggi più complessi.

Mimsy Farmer in Spencer mountain
E’ il caso di Silvia Hacherman , personaggio principale di Il profumo della signora in nero di Barilli, uno dei film più originali del cinema italiano; il complesso personaggio di Silvia, dottoressa ossessionata dal ricordo della propria madre vista in un incontro sessuale molto crudo, dal quale esce con problemi piscologici che la porteranno sull’orlo della pazzia, mostra la maturità raggiunta. Confermata da Allonsanfant, film dei fratelli Taviani, in un altro ruolo drammatico, quello di Francesca, che riporta il nobile Fulvio sulla strada degli alti ideali rivoluzionari della carboneria, che rinnegherà tradendo i suoi compagni.

Il profumo della signora in nero
Siamo nel 1974, e l’attrice continua a interpretare parti drammatiche: la successiva è nel film La polizia indaga: siamo tutti sospettati di Michel Wyn, in cui interpreta Candice, una giovane uccisa casualmente in Francia. Il 1975 segna il ritorno della Farmer ai film di ambientazione thriller; è il caso del film di Crispino Macchie solari, opera molto discussa in cui è ancora una volta una dottoressa, Simona, coinvolta in una brutta storia di omicidi in una città in cui si abbatte un’improvvisa serie di allucinanti delitti, che le autorità attribuiscono alle macchie solari del titolo.

Uno dei suoi primi lavori, il geniale More
Nei successivi due anni la Farmer lavora in Morire a Roma (La vita in gioco) di Giuseppe Mingozzi, pressochè ignorato dal pubblico e in Il sapore della paura di Leroy, un insolito film in cui interpreta Helen, una ragazza che finirà per diventare la preda di un gruppo di rispettabili notabili del posto, che dopo averla violentata la faranno morire tra le sabbie mobili.
Per rivedere sul grande schermo la Farmer, bisognerà attendere il 1977, quando interpreterà il ruolo di Giulia in Antonio Gramsci: i giorni del carcere, diretto da Lino Del Fra; nel 1978 lavora in L’amant de poche di Bernard Queysanne, film mai distribuito in Italia, in Ciao maschio di Ferreri e in Concorde affaire, diretta da Deodato.
E’ proprio nel 1979 che la Farmer decide di accettare nuovamente ruoli televisivi, per cui la troviamo in Martin Eden, di Giacomo Battiato, ripreso dal famoso romanzo di Jack London, nel quale è Lizzie, al fianco di Delia Boccardo e Capucine e subito dopo in un’altra fiction (oppure sceneggiato Tv, com’erano chiamate all’epoca le produzioni di telefilm televisive), Il treno per Istambul, regia di Mingozzi, al fianco di William Berger e Stefano Satta Flores.
Mimsy Farmer in due fotogrammi tratti da Macchie solari
Ovviamente non dimentica il cinema, e ancora una volta lavora in un thriller, Gatto nero, di Lucio Fulci, tratto da un romanzo di Poe in cui interpreta Jill, una fotografa che rischierà di morire sepolta viva, e che sarà salvata proprio da un gatto nero. Alternando lavori in tv e al cinema, la Farmer mostra un eclettismo che ha pochi riscontri nel mondo del cinema; cosi alle produzioni tv alterna lavori selezionati, come La ragazza di trieste, il dramma di Pasquale Festa Campanile nel quale è al fianco, anche se in una parte secondaria, di ben Gazzarra e Ornella Muti, per poi passare a Don Camillo, nel quale per la prima volta si trova sul set di un film con risvolti comici, un remake del vecchio successo interpretato dagli indimenticabili Gino Cervi e Fernandel;

Con Lee Van Cleef in Arcobaleno selvaggio
in questo caso ci sono Terence Hill e Colin Blakely, e il risultato è davvero modesto. Torna in Tv, nel 1984, per La bella Otero, di José María Sánchez, che schiera attori di gran livello, come Ángela Molina, Harvey Keitel, Aurore Clément, Luciano Salce, Vittorio Caprioli,Gigi Proietti,Gianni Cavina,Lina Sastri, mentre al cinema la vediamo in La mort de Mario Ricci , Il quartetto Basileus , Arcobaleno selvaggio.
Pian piano l’attrice inizia a diradare gli impegni cinematografici e televisivi; trasferitasi in Francia, si appassiona alla scultura e alla pittura, anche per merito di Francis Poirier,lo scultore che diventerà suo marito. Interpreta qualche altro film, come La ragazza dei lilla, di Flavio Mogherini, nel 1985, Un foro nel parabrezza di Sauro Scavolini e Sensi, lavoro brutto e scoordinato di Gabriele Lavia.
Nel 1987 lavora in Camping del terrore di Deodato, brutto e pasticciato thriller, in Poisons, di Pierre Maillard, in Il segreto dell’uomo solitario, di Ernesto Guida e nei lavori Tv Sei delitti per padre Brown, prima di chiudere definitivamente con il cinema e la stessa tv nel 1991, con la fiction Safari diretta da Roger Vadim. Da quel momento in poi Mimsy Farmer si dedicherà anima e corpo alla scenografia, lavorando principalmente in Francia, ma non solo: Troy, Marie Antoinette, La fabbrica di cioccolato sono soltanto alcuni dei film ai quali ha partecipato come realizzatrice di sculture utilizzate poi in scena.
Un’attività che la bravissima attrice svolge a tempo pieno, avendo ormai accantonato da tempo i set cinematografici che l’avevano vista protagonista di tanti film importanti.
Sensi
La traque
Antonio Gramsci: i giorni del carcere
Three sons
Michele Strogoff corriere dello zar
Les suspect
La ragazza di Trieste
La polizia indaga,siamo tutti sospettati
Hot road to hell
Questa nostra estate
Riot on Sunset strip
Hot roads to hell
Due fotogrammi tratti dallo sceneggiato Martin Eden
Les pieds poussent en novembre
La vita in gioco
La ragazza dei lilla
La polizia indaga
La morte di Carlo Ricci
Killico il pilota nero
Il segreto dell’uomo solitario
Facce senza dio
Don Camillo
Die wolfin
Ciao maschio
Camping del terrore
Arcobaleno selvaggio
Quando arriva il giudice
Morire a Roma
Camino-La faccia violenta di New York
Devils angels
Il segreto dell’uomo solitario 1988
Poisons (1987)
Camping del terrore (1987)
Her Fragrant Emulsion (1987)
Sensi (1986)
Un foro nel parabrezza (1985)
La ragazza dei lilla (1985)
Fratelli (1985)
Arcobaleno selvaggio 1984
La mort de Mario Ricci (1983)
Il quartetto Basileus (1983)
Don Camillo (1983)
La ragazza di Trieste (1982)
Black Cat (Gatto nero) (1981)
Même les mômes ont du vague à l’âme (1980)
La légion saute sur Kolwezi (1980)
Concorde Affaire ’79
Ciao maschio 1978
L’amant de poche 1978
Antonio Gramsci: i giorni del carcere (1977)
Il sapore della paura 1975
Morire a Roma (1975)
Macchie solari (1975)
La polizia indaga: siamo tutti sospettati (1975)
Allonsanfàn (1974)
Il profumo della signora in nero (1974)
Les mille et une mains (1974)
Due contro la città 1973
Camino-La faccia violenta di New York (1973)
Il maestro e Margherita (1972)
La vita in gioco (1972)
Corpo d’amore (1972)
4 mosche di velluto grigio (1971)
Quando il sole scotta 1970
Strogoff (1970)
More (1969)
The Wild Racers (1968)
Devil’s Angels (1967)
Riot on Sunset Strip (1967)
Hot Rods to Hell (1967)
Bus Riley’s Back in Town (1965)
Una bella governante di colore
Simone Sallusti, figlio di Nicola, un industriale donnaiolo, ha, come il padre, la fissa delle donne. Per cui si getta su tutte le gonnelle che capitano in famiglia, rappresentate da colf molto disponibili, che alla fine restano incinte. Intanto il padre, che ha una relazione appassionata e intensa con Santina, un’affascinante ricercatrice, assistente di un mezzo pazzo scienziato, il professor Klipper,
decide di cercare una colf che possa sfuggire alle lubriche mire del figlio. la individua in Myriam, una bella ragazza di colore. L’espediente sarà perfettamente inutile, perchè il giovane metterà incinta anche quest’ultima, con il risultato di vedersi costretto, dal padre, a mettere la testa a partito e sposarla.
Ma Simone sarà capace di tenere a freno i suoi appetiti? Film del 1976, diretto da Luigi Russo, esperto in regia di decamerotici (sono suoi parti I racconti di Canterbury N. 2 ,Il decameron No. 3 – Le più belle donne del Boccaccio,Decameron No. 2 – Le altre novelle di Boccaccio e futuro regista di Pensione amore servizio completo e Quando l’amore è sensualità) non smentisce la fama di regista dedito a pruderie erotico/comiche, confermando la prima delle sue attitudini e smentendo clamorosamente la seconda.

Due attrici a confronto: Orchidea De Santis e Ines Pellegrini
In questo Una bella governante di colore, infatti, aldilà della preziosa presenza di Orchidea De Santis, all’apice della sua bellezza, latita tutto, dal divertimento all’interesse. A parte le trivialità tipiche dei film di questo genere, le battute comiche sono limitate agli incontri tra Nicola, interpretato dal solito simpaticissimo Montagnani e Santina, il personaggio interpretato dall’affascinante attrice pugliese.
Il resto del film, escludendo il ruolo della Merlini, che inutilmente si sforza di dare dignità alla storia, è di una noia abissale, vista anche l’assoluta inconsistenza della trama. Ad aggravare le cose si aggiungono la surreale partecipazione di D’Angelo, costretto ad interpretare un ruolo francamente tremendo, quello dello scienziato fuori di zucca, la partecipazione di Ines Pellegrini, espressiva come una lapide tombale e del giovane Jean Claude Vernè, assolutamente insipido in un ruolo già di per se deprimente, quello del galletto Simone.
Alla fine i titoli di coda scorrono liberatori; così ci si ricorda di questa bruttissima pellicola solo per la già citata Orchidea De Santis, che da sola vale il prezzo del biglietto ( o del noleggio), questa volta più che per l’interpretazione, peraltro dignitosa, pe la quantità di epidermide mostrata. Poichè è sempre un gran bel vedere, alla fine le si perdona tutto, anche in virtù dei suoi duetti con Montagnani, l’altro motivo per cui si potrebbe vedere questo film. Si potrebbe, appunto; è meglio evitarlo, comunque, ameno che una sera non si abbia bisogno di farsi una dormita anticipata.
Una bella governante di colore, un film di Luigi Russo, con Orchidea de Santis,Renzo Montagnani, Ines Pellegrini, Jean-Claude Vernè, Carlo Delle Piane, Marisa Merlini, Gianfranco D’Angelo, Gaia Russo Italia 1976

La solita splendida Orchidea De Santis
Renzo Montagnani è Nicola Sallusti
Ines Pellegrini è Myriam
Jean-Claude Vernè è Simone Sallusti
Orchidea de Santis è Santina
Carlo Delle Piane è Pasquale – Il fratello di Aspasia
Marisa Merlini è Aspasia – moglie di Nicola
Gianfranco D’Angelo è il Professor Klipper
Regia Luigi Russo
Soggetto Paolo Belloni, Luigi Russo
Sceneggiatura Marino Onorati, Luigi Russo
Produttore Luigi Mondello
Casa di produzione Daino Film
Fotografia Mario Capriotti
Musiche Gianfranco Plenizio
Scenografia Giorgio Desideri
Costumi Alberto Tosto
Trucco Andrea Riva
Grazie nonna
Prima di morire, il signor Persichetti sposa la bella e procace Marijuana; a lei lascia una cospicua eredità. Un giorno la bella e piacente vedova arriva in Italia per conoscere la famiglia del marito, composta dall’ingegner Pino (Enrico Simonetti), dal figlio Giorgio e dall’altro rampollo dell’uomo, Carletto (un giovane Giusva Fioravanti).
Convinto di trovarsi di fronte una vecchia e poco interessante signora, l’ingegnere manda il giovane carletto ad accogliere la donna, proveniente dal Venezuela. Carletto, con sorpresa, si trova davanti la splendida Marijuana, Decide di nascondere la cosa ai famigliari, che però ben presto scoprono l’identità della donna, che da quel momento diventa la preda ambita dei maschi di casa.
Ma Marijuana, un osso duro, tiene a bada tutti e alla fine si concede solo al giovane Carletto, per poi riprendere la strada di casa, lasciando il giovane, ora erudito ai piaceri della carne, alla sua fidanzatina. Commedia scollacciata e becera, Grazie nonna si ricorda solamente per la presenza della bella Fenech, specializzata in commedie sexy; è anche l’ultimo film interpretato da Valerio Fioravanti, noto più in là per cronache giudiziarie.
Nel cast ci sono anche il maestro Simonetti, assolutamente sprecato e Gianfranco D’Angelo. Film soporifero, decisamente da evitare.
Grazie nonna, un film di Franco Martinelli, con Fabrizio Cardinali, Gianfranco D’angelo, Valeria Fabrizi, Edwige Fenech, Giusva Fioravanti, Graziella Mossini, Enrico Simonetti, Italia 1975
Enrico Simonetti: Ing. Pino Persichetti
Edwige Fenech: Marijuana Persichetti
Graziella Mossini: Marinella
Giusva Fioravanti: Carletto
Valeria Fabrizi: Celeste, la governante
Gianfranco D’Angelo: Fra’ Domenico
Fabrizio Cardinali: Giorgio, il figlio più grande
Regia Franco Martinelli
Soggetto Marino Girolami
Sceneggiatura Romano Scandariato, Marino Girolami
Produttore CPM Cinematografica S.r.L.
Casa di produzione Panoramica Eastmancolor
Distribuzione (Italia) Fida
Fotografia Salvatore Caruso
Montaggio Eugenio Alabiso
Musiche Enrico Simonetti
Quante volte…quella notte

La giovane e bella Tina conosce il playboy Gianni mentre è al parco con il suo cane; l’uomo la invita a casa sua e la ragazza accetta. Una volta a casa del giovane, Tina vede lo stesso uscire dalla sua stanza con addosso solo un paio di slip; l’uomo tenta di abusare della ragazza, che però scappa e si rifugia dalla madre, che sembra però più preoccupata del vestito rovinato che della disavventura della ragazza.
Gianni, invece, si reca in un night, dove ci sono gli amici Duccio,Sergio e pino, ai quali racconta una diversa versione dei fatti; Gianni è riuscito a sedurre la bella Tina, che ha accettato volentieri le sue avance. All’incontro tra i due giovani ha assistito il portiere di uno stabile vicino, che racconta all’amico lattaio un’altra versione ancora, ovvero che i due hanno condotto in casa con loro Esmeralda e Giorgio, avendo poi con gli stessi un incontro erotico con scambio delle coppie.
Uno psicanalista, ultimo in ordine cronologico, da a sua volta una versione dei fatti differenti. Ma le cose come sono andate davvero, quella notte?
Mario Bava trasforma, nel 1969, una visione un tantino allucinata e pirandelliana e la imprime su celluloide, spiazzando lo spettatore che alla fine non sa bene cosa sia accaduto realmente ai protagonisti della storia. Qual’è la vera versione dei fatti? Chi ha sedotto chi e come sono andate le cose? Ha ragione Tina a sostenere di essere stata violentata oppure ha ragione Gianni nel dipingere la donna come una mantide ninfomane? Oppure ha ragione il portiere, testimonio estraneo ai fatti? O ancora la versione effettiva è quella dello psicanalista?
Bava ovviamente lascia tutto in sospeso; e il film, alla fine, diventa un autentico quiz per lo spettatore, che non ha capito in realtà cosa ha visto, se delle versioni differenti della stessa storia, quindi soggette a interpretazioni psicoanalitiche oppure a un divertissement del regista, che sembra giocare con le atmosfere torbide del film, introducendo personaggi sfuggenti, in un film che alla fine appare confuso e privo di forza, a tratti anche scombinato.
Quante volte, quella notte ebbe grossi problemi di censura, con la conseguenza di uscire nelle sale qualche anno più tardi; il motivo è da ricercare nelle immagini di nudo della bella Daniela Giordano, che interpreta Tina in maniera lodevole. E alla fine è proprio la Giordano l’unico elemento positivo di un film con poco fascino, nel quale però la mano di Bava si sente, quantomeno nelle immagini che a tratti sembrano surrealistiche.
Se l’atmosfera latita, la storia non incanta, quantomeno ci si consola con le sequenza di nudo (molto, ma molto castigate) della giovane e bella Daniela Giordano.Assolutamente incolore la prova di Brett Hasley; in una sequenza compare la giovane Brigitte Skay, interprete del film Isabella duchessa dei diavoli. E anche lei, va detto, è un bel vedere.
Brigitte Skay
Quante volte quella notte, un film di Mario Bava. Con Daniela Giordano , Pascale Petit, Brett Halsey, Dick Randall. Brigitte Skay, Calisto Calisti, Valeria Sabel, Rainer Basedow, Michael Hinz
Erotico, durata 90 min. – Italia 1976 (1969).
Daniela Giordano: Tina
Brett Halsey: Gianni
Valeria Sabel: Sofia
Michael Hinz: Sergio
Rainer Basedow: Pino
Dick Randall: Duccio
Pascale Petit: Esmeralda

Regia Mario Bava
Soggetto Charles Ross
Mario Moroni
Sceneggiatura Charles Ross
Mario Moroni
Produttore Alfred Leone
Casa di produzione Delfino Film (Roma)
Fotografia Antonio RInaldi
Montaggio Otello Colangeli
Musiche Coriolano Gori
A.A.A. massaggiatrice bella presenza offresi

Cristina, una bella e disinibita ragazza, in rotta per motivi economici con la sua famiglia, va a stabilirsi a casa dell’amica Paola, una studentessa. Mentre sua madre accetta con rassegnazione la cosa, suo padre, amareggiato, si interroga sulle motivazioni che hanno spinto Cristina a tale decisione.
In realtà Cristina agisce senza motivazioni precise: o meglio, una motivazione è quella del denaro, difatti appena arrivata a casa di Paola, decide di mettere un annuncio su un giornale. AAA massaggiatrice bela presenza, esperta, offresi; è questo il testo dell’annuncio, a cui risponde un giovane culturista, che però equivoca sulla cosa.
Offre infatti alla ragazza un posto come massaggiatrice per sua madre. Sarà Oskar, una specie di piccolo bullo di periferia a offrire a Cristina la possibilità di incontri remunerativi. da quel momento la ragazza inizia a lavorare sul serio, ma ben presto, uno dietro l’altro, i suoi clienti finiscono ammazzati. Sarà un solerte commissario a venire a capo della catena di omicidi.
Diretto da Demofilo Fidani nel 1972, AAA massaggiatrice bella presenza offresi è stato per anni un titolo di culto, passato solo sporadicamente, agli inizi degli anni ottanta, sui canali privati regionali.E , a guardare bene, per validi motivi. Il film è brutto in maniera tale da essere difficilmente recuperabile in una qualsiasi delle sue peculiarità; la recitazione è approssimativa, le scene dei crimini sono totalmente senza pathos, la storia è sgangherata e senza un filo conduttore.
Ad aggravare le cose, la protagonista principale, una giovanissima Paola Senatore, appare quasi spaurita, così come il cast che compone il film, nel quale, inspiegabilmente, anche i buoni caratteristi Manni, Prete e Ross recitano con tale approssimazione da far credere che l’effetto squallore generale fosse studiato a tavolino. Sicchè la scena finale, girata sul ponte Flaminio, con la Senatore che passeggia affranta in pelliccia bianco e nera, arriva come la manna dal cielo, a chiudere un film francamente impresentabile. Incredibilmente, nel cast c’è spazio per la diva anni 50 e sessanta Yvonne Sanson, che ci mette la sua professionalità e buona volontà per rendere credibile il personaggio della madre di Cristina, Impresa inutile, ovviamente. Da segnalare la presenza della splendida Simonetta Vitelli nel ruolo di Paola e null’altro.
AAA massaggiatrice bela presenza offresi,di Demofilo Fidani con Paola Senatore, Simonetta Vitelli, Yvonne Sanson, Hunt Powers (Jack Betts), Howard Ross (Renato Rossini), Giancarlo Prete, Franco Ressel, Jerry Colman, Mario Valdemarin, Raffaele Curi, Enzo Pulcrano, Carlo Gentili, Ettore Manni, Armando Bottin, Giorgio Gravina, Luciano Conte 1972


Paola Senatore … Cristina Graziani
Simonetta Vitelli … Paola
Jerry Colman … Franco – amico di Paola
Raffaele Curi … Marco – amico diCristina
Carlo Gentili … Santino
Ettore Manni … Commissario
Jack Betts … Enrico Graziani
Giancarlo Prete … Cliente di Cristina
Franco Ressel … D’Angelo
Mario Valdemarin … Fabretto
Howard Ross … Oskar

Regia Demofilo Fidani
Soggetto Demofilo Fidani
Sceneggiatura Mila Vitelli, Demofilo Fidani
Casa di produzione Tarquinia Internazionale Cinematografica
Fotografia Aldo Giordani, Roberto Bruni
Montaggio Piera Bruni, Gianfranco Simoncelli
Musiche Lallo Gori
Tema musicale il brano Circus mind è eseguita dal complesso Mack Sigis Porter Ensemble
Trucco Corrado Blengini






























































































































































































































































































