Lo stallone
Cupo, fosco dramma famigliare diretto da Tiziano Longo nel 1975, su un soggetto sceneggiato da Paolo Barberio, Tiziano Longo e Piero Regnoli. Daniela, una bella ragazza unica figlia di una coppia borghese, è morbosamente attaccata al padre Guido.
Gianni Macchia
Lo lega a lui un affetto che sfocia in patologico, una sorta di complesso di Edipo al femminile; quando la ragazza incontra Valerio, un giovane artista senza un soldo, moralmente ambiguo e libertino, architetta un piano per sbatterlo nelle braccia della mamma Francesca, una donna ancora piacente, che ricorda con nostalgia i tempi in cui il marito la desiderava ancora. Francesca assiste anche ad un amplesso tra la figlia e il giovane pittore, restandone fortemente turbata. Si offre al marito, che però è distratto ed immerso nei suoi pensieri. Così quando accetterà la corte interessata del giovane, riscoprirà il piacere dei sensi.

Giorgio Ardisson (Guido) e Dagmar Lassander (Francesca)
Il marito accortosi della relazione, reagisce in maniera contraria ai desideri della figlia Daniela: guarda dapprima con distacco alla cosa, per poi prenderla come un diversivo erotico, che riaccende in qualche modo i suoi sensi sopiti, ridando slancio in questo modo alla relazione con la moglie.Ma le cose sono destinate a precipitare. La relazione tra Francesca e Valerio è ormai ad un punto di non ritorno, e quando Daniela se ne rende conto, prima che i due possano fuggire assieme, come hanno progettato, uccide i due amanti.
Lo stallone è un film giocato sul dramma borghese che coinvolge le vite dei protagonisti, l’attempato Guido, interpretato da Giorgio Ardisson, uomo freddo e distante dal suo ruolo istituzionale di amante e marito di Francesca, Dagmar Lassander, donna borghese ancora piacente, trascurata e quindi vulnerabile alle attenzioni maschili, da quella di Daniela, Annarita Grapputo, bella e morbosa ragazza legata da un affetto non propriamente filiale nei confronti del padre.
E in ultimo dalla figura di Valerio, artista a tempo perso, interpretato dal bel tenebroso Gianni Macchia, autentico perno della storia, inusuale menage a quattro con protagonisti che non suscitano in realtà grandi simpatie, persi come sono dietro meschine lotte per appagare le loro morbosità. Il film, non brutto, cerca in qualche modo di accennare alle psicologie dei personaggi, perdendosi spesso nella descrizione degli incontri erotici dei protagonisti, basandosi più che altro sulle numerose scene di nudo del film stesso, in cui predomina la figura di Francesca, a tratti ambigua, in bilico tra il legame con il marito, che all’inizio la trascura e la respinge per scoprire in seguito un morboso interesse quando la donna si sarà concessa all’amante, arrivando a spiare con un binocolo i loro incontri erotici.
Francesca è interpretata da una Dagmar Lassander magrissima, quasi anoressica, brava comunque a dare credibilità al suo personaggio, esprimendo il tormento di una donna che si vede sfiorire senza alcuna attenzione da parte dell’uomo che ha sposato tanti anni prima. Brava anche Annarita Grapputo, nel ruolo di un personaggio che definire morboso è riduttivo, quella Daniela che si spingerebbe volentieri sui sentieri proibiti dell’incesto.
Nota di merito anche per Ardisson e Macchia, i due amanti della donna, per un film che tutto sommato ha un suo interesse, anche se, come già detto, giocato troppo sull’aspetto sesso e meno su quello psicologico.
Lo stallone, un film di Tiziano Longo del 1975, con Stefano Amato, George Ardisson, Annarita Grapputo, Dagmar Lassander, Gianni Macchia, Domenico Palma. Prodotto in Italia. Durata: 85 minuti.
Annarita Grapputo: Daniela
Gianni Macchia: Valerio
Dagmar Lassander: Francesca
Giorgio Ardisson: Guido
Regia Tiziano Longo
Soggetto Piero Regnoli
Sceneggiatura Tiziano Longo, Piero Regnoli, Paolo Barbario
Produttore Lucio Giuliani
Fotografia Antonio Maccoppi
Montaggio Mario Gargiulo
Musiche Stefano Liberati, Elio Maestosi
Scenografia Franco Bottari
Costumi Liliana Calli
Quell’età maliziosa
Napoleone è un pittore, che un giorno decide di fuggire dalla sua vita, divenuta inutilmente complicata, sentimentalmente instabile anche per colpa di una fidanzata spaventosamente chiacchierona. Decide quindi di cambiare lavoro e ambiente, e si reca sull’isola d’Elba, e qui si presenta alla proprietaria di una villa, proponendosi come manutentore dei giardini.
Napoleone, Nino Castelnuovo e la conturbante Paola, Gloria Guida
La donna, una piacente signora con una figlia poco più che adolescente, lo assume, e da quel momento per il povero Napoleone iniziano i guai. La donna lo provoca in tutti i modi, facendosi vedere nuda, e lo stesso fa la maliziosa figlia, Paola, che approfitta del giovane pittore/giardiniere per esporgli le proprie grazie, in un gioco sottilmente erotico.
Anita Sanders
Le cose però sono destinate a precipitare e a volgere nel dramma; un giorno Paola invita Napoleone ad una passeggiata sulle colline dell’isola. Qui, al solito, si spoglia completamente; ma questa volta andrebbe incontro ad un brutto destino non fosse per la presenza proprio di Napoleone; un pescatore, che ha visto la ragazza nuda, stesa sotto il sole, la assale,e la ragazza per difendersi.lo colpisce con un sasso, rompendogli il cranio. Napoleone, accorso, va in cerca di qualcosa per curare l’uomo, che nel frattempo muore.
La mamma di Paola, accorsa, getta il cadavere dell’uomo in mare, e costruisce delle prove che incolpino ingiustamente il povero Napoleone qualora il delitto venga scoperto. Al pittore non resta altro da fare che fuggire ancora, meditando sul suo destino tanto simile a quello dell’illustre predecessore che portava il suo nome.
Commedia erotica in bilico tra il sexy e il drammatico, Quell’età maliziosa, film del 1975 diretto da Silvio Amadio si divide nettamente in due parti, coincidenti grosso modo con i due tempi canonici dello stesso;
ad un primo tempo scanzonato, malizioso e in qualche modo irriverente, segue una seconda parte drammatica, che culmina nell’omicidio del pescatore, passando attraverso i classici e pruriginosi fotogrammi della Sanders (la madre di Paola) e quelli con protagonista una bellissima e sexy Gloria Guida (Paola), attraverso sequenze in cui predomina un certo gusto ricercato per l’ambientazione (mare e colline dell’isola d’Elba), scene anche scanzonate (il palpeggiamento di Paola nell’autobus), la seduzione con rifiuto dell’amplesso (la madre di Paola).
Qualche caduta di tensione, tutto sommato non determinante; ben delineato il personaggio di Napoleone, un perdente su più fronti, interpretato con professionalità da Nino Castelnuovo, bene anche la maliziosa figura di Paola, interpretata dalla solita, finta ingenua Gloria Guida, che comunque ben tratteggia il personaggio della ragazza provocante e finta pudica. Un film di discreta fattura, lento quanto basta, erotico solo in alcune sequenze, il che lo discosta in qualche modo dall’abbondante produzione cinematografica a sfondo sexy.
Quell’età maliziosa,un film di Silvio Amadio. Con Nino Castelnuovo, Gloria Guida, Anita Sanders, Andrea Aureli, Mimmo Palmara
Drammatico, durata 93 min. – Italia 1975.
Gloria Guida: Paola
Nino Castelnuovo: Napoleone
Anita Sanders: madre di Paola
Mimmo Palmara: il pescatore spagnolo
Andrea Aureli: il patrigno di Paola
Regia Silvio Amadio
Soggetto Silvio Amadio
Sceneggiatura Piero Regnoli, Silvio Amadio
Casa di produzione Domizia Cinematografia
Fotografia Antonio Maccoppi
Montaggio Silvio Amadio
Musiche Roberto Pregadio
Scenografia Saverio D’Eugenio
L’ingenua
Questa volta, in questo particolare caso, ovvero la recensione del film L’ingenua, opera datata 1975 e diretta da Gianfranco Baldanello, occorre rendere giustizia al merito e riconoscere ai critici l’aver visto giusto sul giudizio da dare alla pelliccola: trama arruffata, a tratti raffazzonata, battutine e situazioni pecorecce, inconsistenza totale di un minimo di credibilità della pellicola stessa, tanto che parlare di trama riesce davvero difficile.

La bellissima Orchidea De Santis
Un film che sarebbe da bocciare in toto, non fosse per la presenza di due attrici diversissime tra loro, una delle quali nobilita in qualche modo la pellicola, l’altra che è occupata a mostrare quasi esclusivamente le sue doti fisiche, e che con la recitazione ha davvero poco a che fare. Sto parlando della solita inappuntabile e professionale Orchidea De Santis e della futura pornostar Ilona Staller,
alias Cicciolina, qui alle prese in un ruolo leggero, tanto leggero da risultare impalpabile. Una differenza che è l’unica cosa che si nota nel film, di una pochezza addirittura imbarazzante. Non fosse per la presenza dell’attrice pugliese, che ci mette la solita professionalità, unita questa volta a qualche scena di nudo un tantino ardita, che è comunque sempre un bel vedere, di questo film non si parlerebbe nemmeno.
Ma nella rivalutazione di alcune carriere cinematografiche, come quella di Orchidea De Santis e di alcune sue colleghe che hanno interpretato tanti film negli anni settanta, queste prove vanno rimarcate, proprio per sottolineare le capacità di recitazione spesso dimenticate. La trama, come già detto, non ha molta importanza, visto che alla fine non ci si ricorda nemmeno di cosa parlava il film, tuttavia la accenno brevemente.
I protagonisti della storia sono un giovane, un tantino tonto e ingenuo, oppresso da una fidanzata fin troppo vivace, una coppia di freschi coniugi che scoprono da subito i piaceri dell’adulterio e del tradimento, una giovane commessa all’apparenza ingenua, ma in realtà furba come una volpe, una soubrette del varietà e una villa, oggetto di desideri e anche di una truffa ben congegnata.
Tra palpate sotto il tavolo ( la Staller con le natiche palpeggiate in puro stile Rossati, scena ripresa pari pari e senza pudore dal bel film dello stesso regista, La nipote), battute in veneto che non strappano sorrisi, becere e triviali, la solita improponibile Ilona Staller che parla un misto di padovano/veneziano, per lo meno doppiata egregiamente, il film scivola nella noia più assoluta, rallegrato, e si far per dire, dalle splendide nudità della De Santis e da quelle della Staller, che se nel confronto perde nettamente,
hanno il pregio di stimolare quantomeno l’istinto da guardone dello spettatore. Il nulla più assoluto, quindi, e salvata la De Santis, salvato il solito Daniele Vargas, possiamo consegnare ai posteri una commediola appartenente al genere pecoreccio della commedia sexy.
L’ingenua,un film di Gianfranco Baldanello. Con Daniele Vargas, Giorgio Ardisson, Ilona Staller, Ezio Marano.
Enzo Spitaleri, Orchidea De Santis
Erotico, b/n durata 93 min. – Italia 1976.

Daniele Vargas e Ilona Staller
Ilona Staller: Angela
George Ardisson: Piero Spazin
Daniele Vargas: Luigi Beton
Ezio Marano: Cornelio
Orchidea De Santis: Susy
Regia Gianfranco Baldanello
Soggetto Giacomo Gramegna
Sceneggiatura Giacomo Gramegna
Casa di produzione Winston
Fotografia Romano Scavolini
Musiche Carlo Savina
Solamente nero

Stefano e Paolo sono due fratelli, molto uniti ma diversissimi tra loro; il primo, Stefano, è un docente di matematica, il secondo un sacerdote. Accogliendo l’invito di Don Paolo, Stefano, che ha dei problemi di esaurimento nervoso, si reca presso un’isola della laguna di Venezia, nella canonica del fratello.
Qui ben presto Stefano si rende conto che il posto è il meno adatto per curarsi; difatti suo fratello è oggetto di una serie di lettere anonime, oltre che della chiara ostilità di un gruppo di persone dedite a strani riti, sedute spiritiche in primis, condotti da una fattucchiera equivoca, a cui partecipano il Conte Mariani, l’ostetrica Nardi, il dottor Aloisi. Sull’isola, Stefano conosce una giovane e bella arredatrice, Stefania, con la quale lega immediatamente e avvia una relazione. Stefano inizia ad indagare sull’origine e sulle motivazioni delle misteriose lettere minatorie, scoprendo da subito che tutto sembra ricondursi alla morte di una ragazza, avvenuta anni prima.

Stefania Casini nel ruolo di Stefania

Massimo Serato è il Conte Mariani
Ma l’arrivo di Stefano mette in moto un meccanismo mortale; ad uno alla volta vengono uccisi, in sequenza, il Conte Mariani, omosessuale e vizioso, che ha una relazione con un giovanissimo, seguito subito dopo dalla morte della madre di Sandra, dalla morte del dottor Aloisi e da quella della fattucchiera, oltre che dalla morte misteriosa dell’ostetrica.
Il tutto sembra motivato da una sete di vendetta, ma in realtà le cose stanno differentemente. sarà grazie ad una vecchia macchina per scrivere, con un difetto di scrittura di un carattere, che Stefano riuscirà a far combaciare tutti gli eventi, giungendo alla scoperta dell’imprevedibile verità.

Stefania Casini e Lino Capolicchio
Solamente nero, film del 1978 diretto da Antonio Bido, è un solido giallo con venature noir, basato su una trama e una sceneggiatura credibili, una volta tanto non fondato su sangue e omicidi a gogo. Immerso nell’atmosfera cupa e quasi decadente della laguna veneta, il film si regge con credibilità grazie alle performance dei vari attori. Bravissimo Lino Capolicchio, che tratteggia la figura tormentata di Stefano da par suo, dandogli spessore e credibilità, così come brava è Stefania Casini nel ruolo di Stefania, bella e dotata di un magnetismo che portano lo spettatore a simpatizzare immediatamente con il suo personaggio. Altrettanto bravi sono due personaggi fondamentali per l’economia della storia,
ovvero Massimo Serato, vecchia gloria del cinema italiano nel ruolo dell’ambiguo conte Mariani, e Juliette Meyniel, come al solito perfetta caratterista nel ruolo della fattucchiera. Un film che non ha ritmi eccelsi, e che proprio in virtù di questa lentezza sembra voler approfondire i dettagli, le atmosfere, cercando di recuperare un tipo di cinema che sia un’assieme di più componenti, non soltanto l’effetto brivido momentaneo o l’uccisione brutale tout court. Anche il finale risulta particolarmente ben costruito, credibile.
Belle le musiche di Stelvio Cipriani, che contribuiscono ad incupire la già tetra atmosfera del film, che ha una location assolutamente in tema con il film.
Solamente nero, un film di Antonio Bido. Con Massimo Serato, Craig Hill, Stefania Casini, Lino Capolicchio,Laura Nucci, Alfredo Zammi, Luigi Casellato, Sonia Viviani, Juliette Meyniel
Giallo, durata 106 min. – Italia 1978.
Lino Capolicchio: Stefano D’Arcangeli
Stefania Casini: Sandra Sellani
Craig Hill: Don Paolo
Massimo Serato: conte Mariani
Juliette Mayniel: sig.ra Nardi
Laura Nucci: matrigna di Sandra
Attilio Duse Sciascia: Gasparre, il sacrestano
Gianfranco Bullo: figlio della Nardi
Luigi Casellato: sig. Andreani
Alfredo Zammi: commissario di polizia
Alina De Simone: Medium (con il nome Alicia Simoni)
Emilio Delle Piane
Sonia Viviani: sig.na Andreani
Sergio Mioni: dr. Aloisi
Fortunato Arena: Antonio, l’oste (non accreditato)
Antonio Bido: uomo al cimitero (non accreditato)
Regia Antonio Bido
Soggetto Antonio Bido, Domenico Malan
Sceneggiatura Marisa Andalò, Antonio Bido, Domenico Malan
Casa di produzione Produzioni Atlas Consorziate, Webi di Erwin Wetzl e Antonio Bido
Fotografia Mario Vulpiani
Montaggio Amedeo Giomini
Musiche Stelvio Cipriani (eseguite dai Goblin)
Costumi Ferroni
Trucco Massimo Giustini
Miranda
Una giovane, prosperosa e vogliosa locandiera della bassa Padania, Miranda, sposata ad un uomo che non ha più fatto ritorno a casa sulla fine delle seconda guerra mondiale, agli inizi degli anni cinquanta deve badare alla sua taverna e a difendersi dagli assalti degli uomini della zona, attirati dal fare decisamente libertino delle donna, dal suo status di donna al momento single e sopratutto dalle sue prosperose forme.
Miranda non si fa mancare nulla, in effetti: ha un amante pressoche fisso, Berto, con il quale però ha un rapporto soddisfacente solo dal punto di vista fisico. Ogni tanto si concede anche qualche fantasia erotica, molto concreta, con un antifascista in pianta stabile, un anziano e danaroso viveur che la riempie di regali e soldi; ha anche qualche avventura erotica con un americano, del quale ad un certo punto sembra quasi innamorata e infine, come se non bastasse ammicca anche al giovane Toni, cameriere nella sua locanda, che in realtà è l’unico che sembra nutrire verso la procace Miranda un sentimento legato non solo al sesso.
Così Miranda si concede con molta libertà al gineceo maschile, attraverso molteplici incontri sessuali, fino al giorno della partenza, in rapida successione, di tutti i suoi amanti. Solo allora rivaluterà al meglio la figura del cameriere Toni, l’unico che forse la ama davvero, si concederà a lui e deciderà di sposarlo, avendo appreso la notizia della morte del marito avvenuta al fronte.
Quando Tinto Brass, nel 1985, dirige Miranda, ha da tempo smesso di girare film provocatori in senso positivo, innovativi nella tematica e nella direzione tecnica. Dopo La chiave, scopre la presa che il film erotico sconfinante a tratti nell’hard ha su un certo pubblico, ne approfitta e ammanisce loro quello che vogliono.
Sceglie così un’attrice di qualche talento, nota sopratutto per le misure fisiche e per essere assolutamente disinibita davanti all’obiettivo, Serena Grandi, e la fa protagonista di una commedia pruriginosa, fintamente libertaria e moralmente discutibile. Ad una prima lettura ingenua, sembrerebbe che il personaggio di Miranda sia il prototipo della donna libera e emancipata, quella che sceglie il compagno o i compagni con cui vivere. In realtà, a parte la generosissima esposizione delle grazie della Grandi, le scene erotiche a volte molto spinte, nel film predomina quasi totalmente la parte voyeuristica,con lunghe parti della pellicola occupate nello svelare i frequenti accoppiamenti dell’ineffabile locandiera, che si concede avventure a tutto spiano, sempre pronta a spogliarsi e a mostrarsi nature, o in posizioni quanto meno sconce, come quando orina davanti all’americano. Film i giudicabile sulle tematiche proposte, proto femministe, proprio per la propensione a dare in pasto al pubblico l’aspetto erotico della vita della protagonista, Miranda gode comunque di una buona ambientazione, di un’impeccabile fotografia e di una cura quasi eccessiva dei particolari.
Peccato che questi particolari siano principalmente anatomici; la macchina da presa indugia tantissimo sulle rotondità della Grandi, sulle sue attività in camera da letto e fuori, sul pube generosamente esposto e su pruderie proposte con costanza dal regista. Non è più il Brass anni settanta, e fortunatamente non è ancora il Brass anni 90 e successivi; c’è ancora una cura formale, e un erotismo di facciata, ma curato.
Miranda, un film di Tinto Brass. 1985, con Serena Grandi, Andrea Occhipinti, Franco Interlenghi, Andy J. Forest, Franco Branciaroli, Malisa Longo, Laura Sassi, Isabelle Illiers, Luciana Cirenei. Prodotto in Italia. Durata: 93 minuti.
Serena Grandi: Miranda
Andrea Occhipinti: Berto
Franco Branciaroli: Toni
Franco Interlenghi: Carlo
Andy J. Forest: Norman
Regia Tinto Brass
Soggetto Carlo Goldoni
Fotografia Silvano Ippoliti, Erico Menczer
Montaggio Tinto Brass
Musiche Riz Ortolani
Bilitis

Bilitis, film del fotografo inglese David Hamilton, diretto nel 1976, è ricordato oggi principalmente per per la colonna sonora accattivante e sottilmente maliziosa di Francis Lai, per la fotografia patinata e raffinata dello stesso Hamilton, piena di effetti flou e immersa in atmosfere quasi malinconiche. Il film viceversa è debole, costruito su una trama molto banale, e gioca tutte le sue carte sui rapporti saffici della protagonista, Bilitis, e sui suoi sfortunati amori.
Bilitis, adolescente appena uscita dal collegio, è una ragazza dalla sessualità abbastanza incerta: all’interno del college ha infatti avuto un’equivoca relazione con una sua amica, fatta di sguardi teneri e di ambigue carezze. Decide di passare le vacanze con un’amica più grande di lei, Melissa, ragazza sposata con un uomo brutale, dai modi violenti, Pierre.
Durante il soggiorno, la ragazza reincontra una sua fiamma, un giovane fotografo di nome Lucas, del quale probabilmente è innamorata. Un giorno per motivi banali Bilitis litiga con il giovane, e mentre Pierre è all’estero con la sua amante, si lascia andare ad un rapporto saffico con l’amica Melissa, stanca e nauseata dalle maniere del marito, e alla ricerca di dolcezza.
Il rapporto tra le due però sta stretto a Bilitis, la cui sessualità propende più verso gli uomini che per le donne; così la ragazza decide di adoperarsi per colmare il vuoto affettivo di Melissa, e cerca di procurarle un’amante. Le presenta Lucas e come sempre succede, la scintilla dell’amore e dell’attrazione scocca tra i due, con la conseguenza che la giovane Bilitis finirà a piangere da sola, privata sia dell’amore di Lucas che dell’affetto e amicizia di Melissa.
Questa trama, riassunta al massimo, mostra come in effetti il film si basi su una storia abbastanza scontata; il vero obiettivo di Hamilton i mostra da subito lampante, cioè catturare l’attenzione degli spettatori attraverso la morbosità del rapporto ambiguo di Bilitis dapprima con la sua amica di collegio, e in seguito nell’insofferenza del rapporto saffico con Melissa. L’erotismo patinato, da rivista di lusso, ammorbidito dai contorni tenui della fotografia, non suscita particolare interesse, perchè le pose della bellissima Patty D’Arbanville sembrano talmente studiate da risultare finte fin nel midollo.
Così il film si trascina stancamente, e in maniera anche abbastanza noiosa, fino alla fine, tra un erotismo dvvero di facciata, giovani ninfette esposte come quadri post impressionisti in una nebbia artificiale costruita con l’effetto flou della camera di ripresa, con filtri color nebbia che sembrano far diventare rarefatte le immagini, i loro contorni e la stessa storia. Che dovrebbe apparire come sospesa, una sorta di favola moderna crudele, ma che ottengono il contrario dell’effetto voluto, annoiando lo spettatore, che ha un leggero sobbalzo solo quando sullo schermo compare la lolita di turno o in presenza delle scene saffiche, peraltro, va detto, prive di volgarità. Un film abbastanza inutile, in definitiva, proprio nella sua ambigua descrizione dei personaggi, delle loro psicologie.
Bilitis, un film di David Hamilton. Con Bernard Giraudeau, Patti D’Arbanville, Mona Kristensen
Erotico, durata 95 min. – Francia 1976.
Patti D’Arbanville … Bilitis
Mona Kristensen … Melissa
Bernard Giraudeau … Lucas
Mathieu Carrière … Mikias
Gilles Kohler … Pierre
Irka Bochenko … Prudence
Madeleine Damien … Nanny
Camille Larivière … Susy
Catherine Leprince … Helen
Regia: David Hamilton
Sceneggiatura: Robert Boussinot ,Catherine Breillat,Jacques Nahum
Romanzo: Pierre Louÿs,”Les chansons de Bilitis”
Produzione: David Hamilton,Sylvio Tabet
Musiche: Francis Lai
Montaggio:Henri Colpi,Claire Painchault
Fotografia:Bernard Daillencourt
Evelyn Stewart
Sono oltre sessanta i film interpretati dalla italianissima Ida Galli, che nel corso della sua trentennale carriera, iniziata nel 1960 all’età di 18 anni ( è nata a Sestola nell’aprile del 1942) ha più volte cambiato il suo nome, passando dall’italianissimo nome di battesimo di Ida a Arianna Galli, passando in seguito all’iberico Isli Oberon, all’anglo sassone Priscilla Steele per giungere infine a Evelyn Stewart, che è lo pseudonimo, il nome d’arte che ha in effetti usato maggiormente, con tutte le varianti del nome, Eveline, Evelin,Ewelyn, Evelyne e via dicendo.

Evelyn Stewart in una scena di Il Gattopardo
60 film sono un bel patrimonio, in effetti, per una donna bella ma lontana dai canoni estetici della vamp tutta curve e sorrisi, dalla pin up o dalla fatalona. Ida, o Evlyn, ha basato il successo della sua carriera sulle spiccate doti interpretative, che l’hanno portata a passare attraverso vari generi cinematografici, come il peplum, il thriller all’italiana, la commedia e anche svariati western, oltre a piccole partecipazioni in film importanti, quali La dolce vita di Fellini, con la particina della debuttante dell’anno o Il gattopardo di Visconti, nel quale era Carolina.

Due fotogrammi da Il medaglione insanguinato

Quel maledetto giorno di fuoco
Evelyn esordisce nel 1960 nel film Messalina venere imperatrice, di Cottafavi, con lo pseudonimo Arianna Galli, girando successivamente nel breve arco di 5 anni, 10 film, alcuni dei quali molto noti, come Fantasmi a Roma di Pietrangeli, film molto bello costruito attorno ad un cast fantastico, che comprendeva Mastroianni, Eduardo de Filippo, Gassman, Sandra Milo e Tino Buazzelli, o come il citato Gattopardo.

Nel film Il dolce corpo di Deborah
Di questo periodo sono Une fille pour l’etè, Le italiane e l’amore di Baldi, i due peplum Ercole al centro della terra, per la regia di Mario Bava, nel quale Evelyn è la dea Persefone e Il crollo di Roma, di Margheriti, accanto ad un’altra stellina nascente, Maria Grazia Buccella. Nel 1963 la troviamo sul set di La frusta e il corpo, di Mario Bava, con lo pseudonimo Isli Oberon; nel 1964 è nel cast del peplum Roma contro Roma, prima di interpretare alcuni western di buona fattura, come Un dollaro bucato, nel ruolo di Judy, moglie di Giuliano Gemma, girato per la prima volta con quello che sarà il suo nome d’arte più conosciuto, Stewart, seguito da Gli eroi di fort Worth, questa volta con lo pseudonimo Priscilla Steele.

Evelyn è Lisa Baumer in La coda dello scorpione
Altri western di questo periodo sono Adios gringo e Sette magnifiche pistole, che propongono una Stewart in possesso di un’ottima padronanza della mimica facciale, che la rende adatta, duttile a qualsiasi interpretazione. Non ha quasi mai un ruolo da protagonista, è vero, forse perchè non è una bellezza selvaggia, vistosa. Ma è una buona caratterista, impiegabile in qualsiasi ruolo, e lo dimostra nel film Le piacevoli notti, di Armando Crispino, nel ruolo di Angelica e al fianco di un ottimo cast: Gassman,Tognazzi, la Lollobrigida, Proietti, sono solo alcuni degli attori di questo piacevole lavoro.

Evelyn Stewart con Jennifer O’Neil nello splendido Sette note in nero
L’estrema duttilità di Evelyn si concretizza in una serie di comparsate in film di diversa fattura e tematica: arrivano così le partecipazioni a Missione speciale Lady Chaplin, il western Django spara per primo, Rififi ad Amsterdam, Il giardino delle delizie, Assasination, Il suo nome gridava vendetta. Nel 1969, quindi alle soglie dei fatidici anni settanta, epoca d’oro per il cinema italiano, la Stewart allarga ancora di più le sue partecipazioni a film di generi diversi, entrando nel cast di Il medico della mutua, grande successo di cassetta realizzato da Zampa grazie ad un grandissimo Alberto Sordi, mentre interpreta il ruolo di Suzanne nel film Il dolce corpo di Deborah, nel quale per la prima volta lavora accanto a Carroll Baker, di Romolo Guerrieri.

Nel film Un bianco vestito per Marialè

Una farfalla con le ali insanguinate
In un solo anno entra nei cast di film diversi tra loro: i western Tre croci per non morire, Quel maledetto giorno di fuoco, il drammatico Strada senza uscita, i film di guerra La battaglia d’Inghilterra, La battaglia del deserto e Il prof. Dott. Guido Tersilli, primario della clinica Villa Celeste convenzionata con le mutue, altro grande successo personale di Alberto Sordi. Gli anni settanta vedono Evelyn impegnata in molte produzioni, legate sopratutto al genere western e a quello che diverrà il genere portante di tutto il decennio, il thriller all’italiana. Oltre a Ciakmull, Concerto per pistola solista, Le regine, I quattro pistoleri di Santa Trinità, Evelyn recita in alcuni tra i più importanti thriller del decennio. Guardiamoli in dettaglio:
– Una farfalla dalle ali insanguinate, di Diccio Tessari, costruito attorno alla figura di un misterioso killer che alla fine sarà il solito insospettabile, in cui Evelyn è Maria, l’affascinante moglie di un giornalista accusato degli omicidi.
– La coda dello scorpione, di Sergio Martino, ottimo thriller in cui è la signora Baumer, la presunta vedova di un uomo d’affari che intasca una grossa somma dall’assicurazione sulla vita del marito, morto in un incidente aereo, e che verrà uccisa proprio per quei soldi. Nel film è nuovamente accanto a Anita Strindberg;
– Quando Marta urlò dalla tomba, di Francisco Lara Polop, produzione italo-spagnola nel quale interpreta Martha, nipote di una donna morta in un incidente automobilistico e che sarà la chiave di una storia abbastanza confusa, che terminerà con il solito bagno di sangue finale;
– Il coltello di ghiaccio, di Umberto Lenzi, nel ruolo di Jenny, una giovane e bella cantante lirica uccisa in circostanze misteriose

Evelyn nel film Il coltello di ghiaccio
– Un bianco vestito per Marialè, di Romano Scavolini, nel ruolo di Marialè, una donna prigioniera di suo marito, in un film gotico/giallo in cui l’unica cosa davvero buona è la sua superba interpretazione;

Ancora da Una farfalla con le ali insanguinate
– Il medaglione insanguinato, di Massimo Dallamano, buon giallo in cui è Jill, tata di una bambina traumatizzata dalla morte in un incendio della madre, segretamente innamorata del padre della bambina, e che, ancora una volta, finirà uccisa.
–Sette note in nero, di Lucio Fulci, splendido noir, uno dei migliori del decennio, nel ruolo di contorno di Gloria, sorella del marito della protagonista, Jennifer O’Neil
Tutti lavori in cui la professionalità di Evelyn emerge a dispetto della qualità delle pellicole, e che la portano a girare un mucchio di film, come Il giustiziere sfida la città e Napoli spara, del filone poliziottesco, lo storico La badessa di Castro, il western Lo chiamavano tressette, l’insipido Povero Cristo, il futurista e misconosciuto Le orme, di Luigi Bazzoni, una delle opere più visionarie e interessanti del cinema italiano, penalizzato da una distribuzione assurda. Un caleidoscopio cinematografico, in cui l’attrice mostra sempre più le sue sorprendenti doti da camaleonte della recitazione.
Tuttavia siamo anche nel periodo in cui la crisi del cinema inizia a farsi sentire,e in cui le produzioni italiane sono sempre più orientate al nuovo genere che va imponendosi nelle sale, la commedia sexy. Evelyn, poco incline a mostrarsi nuda, sceglie di stare lontana da queste produzioni, con il risultato di veder diradare le chiamate dei registi. Dal 1976 in poi, infatti, lavorerà ancora in Le due orfanelle, Il grande attacco, con una lunga pausa che durerà fino al 1982, con il ritorno sul set nel film Una di troppo, di Pino Tosini, al fianco di Dalila Di Lazzaro.
E’ in pratica la fine della carriera cinematografica di Evelyn, che ricomparirà sugli schermi nel pessimo Fratelli d’Italia, nel 1989, film diretto dall’ineffabile duo fratelli Vanzina, in Arabella l’angelo nero, di Stelvio Massi e negli anni novanta in Con i piedi per aria e nel suo ultimo film ufficiale, Baby on board del 1991, che chiude di fatto la sua lunga ed esemplare carriera.
Evelyn Stewart in Il delitto del diavolo-Le regine
Se dovessi definire con una sola parola la carriera di Evelyn Stewart userei il termine professionale; lungi dal puntare sulle comunque indubbie doti fisiche, l’attrice ha privilegiato sempre la recitazione, la personalità, la preparazione, cosa che le ha permesso di resistere alle varie mode cinematografiche e sopratutto a lasciare davvero un bel ricordo di se; lontana dai riflettori, dagli scandali, dalle copertine con le foto nude ammiccanti, dai paginoni centrali di Playmen o Playboy, Evelyn ha puntato, vincendo, sulla professionalità e la discrezione.
Un non personaggio, quindi, che ha lasciato cinematograficamente davvero molti rimpianti.
Sette magnifiche pistole
Quel maledetto giorno di fuoco
Povero Cristo
Napoli spara
La frusta e il corpo
Il suo nome gridava vendetta
Il grande attacco
Il giustiziere sfida la città
Roma contro Roma
Ercole al centro della terra
Il giardino delle delizie
Fantasmi a Roma
Assassination
Le orme
Il medico della mutua
Sette magnifiche pistole
Missione speciale Lady Chaplin
I quattro pistoleri di Santa Trinità
Rififi ad Amsterdam
Le due orfanelle
La badessa di Castro
Gli eroi di Fort Worth
Roma contro Roma
Il crollo di Roma

Grazie Signore p.
Quando Marta urlò dalla tomba
Perchè uccidi ancora
La battaglia del deserto
Il professor Guido Tersilli
Arabella l’angelo nero
Messalina venere imperatrice
La dolce vita
Nel blu dipinto di blu
Baby on Board (1991)
Arabella l’angelo nero (1989)
Fratelli d’Italia (1989)
Una di troppo (1982)
Il grande attacco (1978)
Sette note in nero (1977)
Napoli spara (1977)
Le due orfanelle (1976)
Per amore (1976) (uncredited)
Il giustiziere sfida la città (1975)
Il medaglione insanguinato (1975)
Le orme (1975)
Povero Cristo (1975)
Cagliostro (1974)
La badessa di Castro (1974)
Lo chiamavano Tresette… giocava sempre col morto (1973)
Küçük kovboy (1973)
Un bianco vestito per Marialé (1972)
Il coltello di ghiaccio (1972)
Quando Marta urlò dalla tomba (1972)
Grazie signore p… (1972)
La coda dello scorpione (1971)
I quattro pistoleri di Santa Trinità (1971)
Una farfalla con le ali insanguinate (1971)
Le regine (1970)
Concerto per pistola solista (1970)
Ciakmull – L’uomo della vendetta (1970)
La battaglia del deserto (1969)
Il prof. Dott. Guido Tersilli, primario della clinica Villa Celeste convenzionata con le mutue (1969)
La battaglia d’Inghilterra (1969)
Strada senza uscità (1969)
Quel caldo maledetto giorno di fuoco (1968)
Tre croci per non morire (1968)
Il dolce corpo di Deborah (1968)
Il medico della mutua (1968)
Il suo nome gridava vendetta (1968)
Assassination (1967)
Moresque: obiettivo allucinante (1967)
Il giardino delle delizie (1967)
Rififí ad Amsterdam (1967)
Django spara per primo (1966)
Missione speciale Lady Chaplin (1966)
Le piacevoli notti (1966)
Sette magnifiche pistole (1966)
Adiós gringo (1965)
Gli eroi di Fort Worth (1965) (come Priscila Steele)
Perché uccidi ancora (1965)
Un dollaro bucato (1965)
Roma contro Roma (1964)
La frusta e il corpo (1963) (come Isli Oberon)
Il gattopardo (1963)
Madame Sans-Gêne (1962)
Il crollo di Roma (1962)
Ercole al centro della terra (1961)
Legge di guerra (1961)
Fantasmi a Roma (1961)
Le italiane e l’amore (1961)
Une fille pour l’été (1960) (come Arianna Galli)
La dolce vita (1960)
Messalina Venere imperatrice (1960) (come Arianna Galli) )
Lo squartatore di New York
Inizio dalla fine; questo film di Lucio Fulci è una delusione. Divenuto un cult per motivi abbastanza misteriosi, per altro; forse sarà stata la concomitanza di due elementi di cui il film abbonda, il connubio sempre valido sesso-violenza, forse l’atmosfera cupa e morbosa in cui il film è immerso, un’atmosfera malata, reale, forse la combinazione di questi fattori più altri, inspiegabili.
Fatto sta che il film, con il passare degli anni, è diventato quasi il simbolo della produzione di un regista tra i più bravi e tecnicamente dotati del cinema italiano. E allora perchè parlo di delusione? Semplicemente perchè la sceneggiatura è molto lacunosa, la recitazione a tratti irritante (vedere il pessimo Andrea Occhipinti, per esempio), perchè aldilà dello splatter tutto appare preso per i capelli, messo assieme alla rinfusa con un risultato finale di dubbia validità.
Partiamo dall’inizio, e dalla scena che da il via al film; un uomo, che gioca con il suo cane sulle rive dell’Hudson, fiume di New York, si vede riportare la mano di un cadavere. E’ quello di una donna, che è stata orrendamente sventrata. Il tenente Williams non dedica molto tempo alla cosa, perchè, come fa notare all’anatomo patologo, “a New York muoiono assassinate 10 persone al giorno e sette sono donne “.
Poco tempo dopo tocca ad una studentessa finire massacrata, all’interno di un ferry boat; abbiamo già una prima descrizione dell’assassino, che parla in falsetto, con la voce di Paperino. Questo secondo omicidio, avvenuto con le stesse modalità del primo, porta il tenente Williams a sospettare dell’esistenza di un serial killer. Mentre è a letto con Kitty, una prostituta, il tenente riceve una telefonata del misterioso assassino, che lo sfida annunciandogli, sempre parlando in falsetto con la irritante voce di Paperino, una serie di omicidi.
Il tenente decide così di consultare uno psicologo, l’ambiguo dottor Davis, che però si limita ad annunciargli l’impossibilità, visti gli elementi in mano al tenente, di identificare in qualche modo la causa scatenante degli omicidi. L’assassino si rifà vivo poco dopo; in un quartiere a luci rosse, una donna, Jane, assiste ad uno spettacolo porno. Al suo fianco c’è un uomo misterioso, con la mano destra priva di due dita.
La donna si masturba durante l’esibizione degli attori, e subito dopo l’assassino colpisce ancora, uccidendo con una bottiglia la ragazza protagonista del live show erotico. Jane, sempre alla ricerca di forti emozioni, sobillata anche dal marito, si reca in un quartiere abitato da ispanico americani, dove cerca di concedersi un’altra delle sue trasgressioni. Qui però viene umiliata da due giovani portoricani, e la donna fugge.
Nel frattempo Faye, una brillante studentessa, viene molestata e inseguita in metro da un uomo con la mano mancante di due dita. Si rifugia, dopo una corsa, in un cinema, dove viene aggredita dal misterioso serial killer; la donna riesce a sfuggire all’attacco e si risveglia in ospedale, con il tenente Williams che le chiede spiegazioni. La ragazza fornisce al tenente la descrizione dell’uomo on le due dita in meno, e in tal modo da il via alle indagini che ora hanno qualcosa di concreto su cui muoversi.
Intanto Jane ha agganciato il misterioso uomo dalla mano monca; lo segue in un albergo e si fa legare ad un letto. Ma alla fine dell’amplesso, mentre l’uomo dorme, ascolta il comunicato della polizia, con quella che è la descrizione del killer presunto. La donna si libera e fugge, ma viene uccisa in albergo. La polizia identifica l’uomo dalla mano monca: è Mikos Scellenda, erotomane e modello di foto porno.
Scatta la caccia, che però porta ad una scoperta inaspettata. L’uomo viene rinvenuto cadavere 8 giorni dopo. Nel frattempo il misterioso killer si è fatto beffe del tenente, portandolo ad una cabina telefonica nella quale ha attivato un registratore, mentre nel frattempo fa ascoltare in diretta a Williams le fasi delle sevizie e della successiva morte di Ketty, la prostituta che il tenente frequenta.
Mi fermo qui con la descrizione della trama, perchè da questo punto in poi l’assassino è facilmente identificabile. Non c’è un vero colpo di scena finale, perchè negli ultimi minuti si intuisce il finale, anche se mancano le motivazioni degli omicidi. La trama, fin quà, pur tra vari contorcimenti, ha retto. Non regge il finale, frettoloso e a tratti inverosimile, così come sono inverosimili alcune scene, Una, in particolare, ha anche del comico: Faye viene inseguita in una metro deserta ( a New York!), dal misterioso uomo con la mano monca.

Non solo: quando la ragazza esce dalla stazione della metro, è inseguita per le strade sempre dallo stesso uomo, e durante il lungo percorso non si vede un’anima viva in giro. A parte queste incongruenze, appare forzatissimo l’inserimento del personaggio di Jane, la ninfomane a caccia di emozioni, così come appare inspiegabile per lunghi tratti la figura di Mikos, che agisce evidentemente per conto del serial killer, ma la cui figura non è mai centrata nelle motivazioni dei suoi comportamenti, nè lo sarà in seguito. A tratti la mano del regista è sicura, ferma; a tratti è impacciata, colpa probabilmente dei buchi della sceneggiatura, colpa della voglia di stupire attraverso scene splatter che in seguito saranno ampiamente sforbiciate dai censori. Il film, violentemente pessimista e cinico, rischia il naufragio in vari punti, concludendosi poi in maniera frettolosa. Aiutano poco po le performance degli attori, fra i quali si possono segnalare, come degne di menzione, quelle di Howard Ross e di Alessandra Delli Colli. Poco credibili quelle di Malco, che interpreta lo psicologo, quella di Jack Hedley nel ruolo del tenente Williams e sopratutto quella di Andrea Occhipinti, personaggio chiave della storia, fidanzato di Faye, interpretata da un’incerta Almanta Keller.Tante ombre, poche luci.

Fulci ha già superato, nel 1982, data di uscita di Lo squartatore di New york, la sua fase più creativa. D’ora in poi girerà film di modesto livello, con l’unica eccezione del durissimo e crudo Gatto nel cervello. Film per fulciani accaniti, quindi, coloro che perdonano tutto ad un regista entrato con questo film nella parte meno importante della sua luminosa carriera.
Lo squartatore di New York, un film di Lucio Fulci. Con Jack Hedley, Howard Ross, Almanta Keller, Andrea Occhipinti, Daniela Doria, Paolo Malco,Zora Kerova, Alessandra Delli Colli, Cinzia De Ponti Thriller, durata 92 min. – Italia 1982.
Jack Hedley: Tenente Williams
Howard Ross: Mikos Scellenda
Andrea Occhipinti: Peter Bunch
Alessandra Delli Colli: Jane Lodge
Paolo Malco: Dottor Davis
Daniela Doria: Kitty
Zora Kerowa: donna del sexy show
Lucio Fulci: funzionario di polizia
Urs Althaus: uomo del sexy show
Cinzia De Ponti: studentessa
Almanta Keller: Fay Majors
Regia Lucio Fulci
Soggetto Gianfranco Clerici, Vincenzo Mannino, Lucio Fulci
Sceneggiatura Gianfranco Clerici, Vincenzo Mannino, Lucio Fulci, Dardano Sacchetti
Produttore Fabrizio De Angelis
Casa di produzione Fulvia Film
Fotografia Luigi Kuveiller
Montaggio Vincenzo Tomassi
Musiche Francesco De Masi
Scenografia Massimo Lentini
Costumi Massimo Lentini
Trucco Manlio Rocchetti, Luigi Rocchetti, Rosario Prestopino (assistente), Franco Di Girolamo (assistente)

















































































































































































































































































































