Vedo nudo

Nel 1969 Dino Risi girò Vedo Nudo, film strutturato in sette episodi, che vanno dal grottesco al comico, sfruttando il gran momento di Nino Manfredi, attore versatile e molto amato dalle platee. Affiancò al comico ciociaro una bellezza algida e particolare, quella di Sylva Koscina, e puntò tutto sul titolo, ammiccante, e su alcune scene furtive di nudo, per veicolare la sua personale visione della società, popolata di mostri, alle prese con le pruderie del sesso, mescolando il tutto con il sarcasmo e l’ironia tipica della sua regia.
Sylva Koscina interpreta se stessa nell”pisodio “La diva“
Il film, diviso in episodi, parte con la bellissima Koscina a interpretare il ruolo di una diva che, preso per strada un ferito, lo accompagna in ospedale, dove tutti la riconoscono, disinteressandosi del povero ferito, con il risultato che lo stesso ci lascerà la pelle.Nel secondo, una contadina si rivolge al giudice per far condannare un suo vicino che ha abusato di una gallina.
Il contadino accusato riesce a dimostrare come la mancanza di alternative lo abbiano costretto al gesto, alimentato dal fatto che la gallina sculettava maliziosamente quando lo vedeva. Il giudice riconoscerà la validità della scusante, condannando il contadino a comprare il pennuto.
Veronique Vendell
Nell’episodio successivo un dipendente postale, segretamente omosessuale, intavola una fitta corrispondenza con un ragioniere di Milano, facendosi credere una donna. Quando l’uomo decide di incontrarlo, lui si finge fratello di Ornella, il suo alter ego femminile. Finirà in maniera ambigua. Il quarto episodio, il più grottesco, vede protagonista un culturista miope, che un giorno, guardando fuori dalla finestra del suo appartamento, vede un corpo nudo in quello che crede l’appartamento di fronte.
Nei due fotogrammi: Daniela Giordano
Si mette gli occhiali per spiare bene, ma alla fine si accorge che quello che sta guardando altro non è che il suo sedere riflesso nello specchio della sua camera. Anche il quinto episodio scivola nel grottesco; una ragazza, sola in casa, apprende dalla radio che un pericoloso serial killer si aggira nella zona.
Quando, il giorno dopo, vede arrivare un uomo con una bottiglia di latte, che assomiglia molto all’identikit del serial killer, decide di concedersi a lui, nella speranza che l’uomo la risparmi, come ha già fatto in un caso. In realtà l’uomo è davvero una persona qualunque, che le ha portato il latte; la ragazza lo scoprirà ascoltando la notizia della cattura del killer alla radio. Nell’episodio numero sei, sicuramente il più debole e meno riuscito, il protagonista è un uomo sposato ad una bella tedesca, che tutte le sere esce di casa misteriosamente.
La moglie sospetta che l’uomo la tradisca, mentre in realtà il marito, raggiunge ogni sera un binario ferroviario, si sdraia dentro di esso e si fa passare il convoglio addosso, eccitandosi solo in questo modo bizzarro. L’ultimo episodio è il più riuscito;un pubblicitario, ossessionato dall’erotismo, finisce per vedere donne nude dappertutto, con conseguenze disastrose per la sua vita; si fa ricoverare in una clinica e all’apparenza, quando ritorna, sembra tutto finito. In realtà, affacciandosi ad una finestra,scopre che ora invece che donne vede uomini nudi.
Vedo nudo,un film di Dino Risi. Con Nino Manfredi, Sylva Koscina, Véronique Vendell, John Karlsen.Umberto D’Orsi, Nerina Montagnani, Daniela Giordano, Bruno Boschetti, Jacques Stany Italia 1969.
Nino Manfredi: Cacopardo / Angelo Perfili / Ercole / il voyeur / operaio dei telefoni / Maurizio / Nanni
Sylva Koscina: se stessa
Enrico Maria Salerno: Carlo Alberto Rinaldo
Nerina Montagnani: contadina
Véronique Vendell: Manuela
Guido Spadea: giudice Di Lorenzo
Daniela Giordano: Luisa
Umberto D’Orsi: Federico
Marcello Prando: Marcello
Luca Sportelli: collega pugliese di Ercole
Lisa Halvorsen: Inge, moglie di Maurizio
John Karlsen: psichiatra
Jacques Stany: infermiere
Jimmy il Fenomeno: paziente nevrotico

Regia Dino Risi
Soggetto Ruggero Maccari, Fabio Carpi, Dino Risi, Bernardino Zapponi
Sceneggiatura Ruggero Maccari, Jaja Fiastri
Produttore Pio Angeletti, Adriano De Micheli
Fotografia Alessandro D’Eva, Erico Menczer
Montaggio Alberto Gallitti
Musiche Armando Trovajoli
Scenografia Luciano Ricceri
Costumi Ezio Altieri

Brancaleone alle crociate

Brancaleone da Norcia è in viaggio con la sua accozzaglia di straccioni e sbandati, diretto verso la Terra Santa per “liberare lo Santo sepolcro”
Ma è destino che la sventurata banda non ci arrivi;attaccato,il gruppo viene sterminato, ad eccezione di Brancaleone che,quando rinviene da un colpo preso in battaglia, resosi conto dell’accaduto, invoca la morte per mettere fino “ a lo disonore mio”
All’improvviso la morte appare davvero, e Brancaleone, spaventato, le chiede una tregua, onde possa riscattarsi dalla sua onta. Si mette in viaggio con una raccogliticcia armata di straccioni, fra i quali c’è un tedesco, Thorz, al quale ha fermato il braccio mentre quest’ultimo si apprestava ad affogare il rampollo infante di un re normanno, una strega, Tiburzia, strappata al rogo, e Pattume, un uomo che si è reso, a suo dire, colpevole di una atto così infame che “orecchie umane non possono udire”
Trascina quest’ultimo dal santo eremita Pantaleo, per chiedere perdono delle malefatte,ma questi,udito l’inconfessabile segreto, inorridisce, e lo stesso pattume viene inghiottito da una voragine. La avventure continuano; l’armata si imbatte in un lebbroso, e accoglie anche quest’ultimo personaggio tra le sue fila; in realtà il lebbroso è una principessa, Berta. Dopo aver incontrato papa Gregorio e il suo avversario, l’antipapa Clemente, e aver diramato la questione con un giudizio di dio, finalmente la strampalata armata si imbarca per la Terra Santa.
Qui Brancaleone consegna il piccolo al padre e viene da questi nominato barone; potrebbe impalmare anche la bella Berta se un incantesimo fatto da Tiburzia non gli facesse perdere il duello decisivo con il campione dei musulmani.
Inferocito, Brancaleone insegue Tiburzia nel deserto, dove però riappare la morte, venuta a reclamare il suo credito. Sarà la giovane strega a salvargli la vita, morendo e liberando così Brancaleone dal suo debito.
Girato nel 1970 da Monicelli, dopo lo straordinario successo di L’armata Brancaleone,del 1966, questo secondo episodio mantiene le promesse del primo, anche se il riscontro del pubblico non fu altrettanto lusinghiero;tuttavia il film fu gradito moltissimo, grazie alla presenza di un cast di livello,con attori caratteristi davvero bravi, come Proietti,Villaggio,la Sandrelli,la Loncar e Adolfo Celi.
Brancaleone alle crociate, Un film di Mario Monicelli. Con Vittorio Gassman, Paolo Villaggio, Adolfo Celi, Stefania Sandrelli, Beba Loncar, Lino Toffolo, Luigi Proietti, Alberto Plebani, Franco Balducci, Gianrico Tedeschi, Renzo Marignano, Sandro Dori, Christian Alegny, Augusto Mastrantoni. Genere Commedia, colore 116 minuti. – Produzione Italia 1970.
Vittorio Gassman: Brancaleone da Norcia
Adolfo Celi: Re Boemondo
Stefania Sandrelli: Tiburzia da Pellocce
Beba Loncar: Berta d’Avignone
Gigi Proietti: Pattume, Colombino
Lino Toffolo: Panigotto da Vinegia
Paolo Villaggio: Thorz
Gianrico Tedeschi: Pantaleo
Sandro Dori: Rozzone
Gianluigi Crescenz: Taccone
David Norman Shapiro: Zenone
Angiola Baggi: Tiburzia de Pellocce
Noemi Gifuni: Berta d’Avignone
Nino Dal Fabbro: Panigotto da Vinegia
Enzo Liberti: Rozzone
Fotografia: Aldo Tonti
Montaggio: Ruggero Mastroianni
Effetti speciali: Armando Grilli
Musiche: Carlo Rustichelli
Scenografia: Mario Garbuglia
“Sono impuro, bordellatore insaziabile, beffeggiatore, crapulone, lesto di lengua e di spada, facile al gozzoviglio. Fuggo la verità e inseguo il vizio.”

“Aiitaaa! Chi ode questo mio richiamo mi soccorra! Ohidimé! Chi me l’avesse detto dover rifar la… la fine dello sòricio [sorcio], nella fonda tenebra! “Opritemi! Traetemi di qua! (Brancaleone rimasto sotto lo scafo ribaltato della nave)”
“Gente mia, dove ne siete? “
“Et così moiano capovolti tutti li scismatici che capovolgono la verità “
“E voaltri, voaltri ignominiosi, come osaste restar vivi tra cotanti morti? Chi vi dette tanto infame coraggio? “
“Panigotto, a ben’anco tu sie verboso alquanto talora sei di bon consiglio, ma ch’io vi ponsi. “
“E facetelo zittire questo pupo, ché qui non si chiude oculo!”
“Et ora pendoliamo fianco a fianco come morte foglie, e lo vento benevolo a tratti un po’ ci ravvicina. “
“Né voglio vedere lacrime, né indugi, né mi dicere volemo restare con te, volemo combattere, volemo questo e volemo quello… “
“Fatevi sotto, fatevi sotto ché non temo anco se arrovesciato!”
“Lo vostro papa dice: pappate, pappate senza tema, ché forse li doni saranno più graditi allo santo cui furono destinati se essi serviranno a satollare otto cristiani affamati. “
“E qual mai potrìa esse lo meo iudicio, che da qua suso ommeni terragni tutti uguarmente brutti io vi contemplo? “
“Non sapio notare! [nuotare] “
“Childericu, figghiu miu, sia rennùta grazia a Diu! Ah Turoni, sitibondu dellu scettro di Boemondu, sii frategghiu miu minori, ma in ferocia sii maggiori! Nì tempesta, nì cicluni, ponnu stare a paraguni col tremuoto dellu cori di un regali genitori, che ritrova il suo picciottu che pensava fosse mottu!”
“Santu cielu! Che vidìa? Chistu non è figghio a mmia!”
“Re Boemondo, scusa se parlo a te da paro a paro, ma lo sdegno meo si esprime rispondendo per le rime. Lo tuo seme è vivo e sano grazie a sette sgorbi e un nano. Ed in premio? Una contea? No! Nemmanco per l’idea! Ardi un foco: per ci dare uno lauto desinare? Nooo! Né pranzi né castella, tu ci abbruci la donzella! Oh nessuno certo è più magnifico d’un re!”
“Un sol grido un solo idioma: scapòma! “

L’opinione di Giudag dal sito http://www.mymovies.com
Brancaleone (Gassman), amareggiato per non esser riuscito ad impedire il massacro dei fedeli guidati da Zenone, stringe un patto con la Morte per riscattare la propria felloneria. Raccimolando nuovamente uno sciame di pezzenti sotto la propria guida si dirige nelle Terre Sante per trovare la sua morte eroica.
Sebbene si avverta lo stacco col primo film, specialmente per la perdita dei personaggi (in particolare Gian Maria Volonté ed Enrico Maria Salerno, sostituito da David Norman Shapiro) Brancaleone alle Crociate regge discretamente la prova, innanzitutto per la bravura di Gassman, ma specialmente grazie
all’ottimo cast: Villaggio, Toffolo, Proietti (che recita nei ruoli della Morte, il santo stilita Colombino e Pattume), Celi e non meno importante Stefania Sandrelli; in più la visione di quel Medioevo pecorone del primo film si fa inesorabilmente più tragica (la ballata degli impiccati, il rogo delle streghe),
ma allo stesso tempo più ricca e varia. La sceneggiatura tuttavia risulta meno compatta e lineare, con alcune parti troppo a sé stanti (la faccenda di Pattume) ed alcuni snodi risolti sbrigativamente come il passaggio frettoloso della scena dall’Italia alla Terra Santa. Ottima colonna sonora.
L’opinione di Jonas dal sito http://www.filmtv.it
Sequel di L’armata Brancaleone, che si concludeva appunto con la partenza dei nostri per la Terrasanta al seguito del monaco Zenone. A parte il protagonista, rispetto al primo episodio la squadra è completamente rinnovata: in particolare va segnalato l’ingresso del soldato vigliacco Paolo Villaggio (col consueto accento da professor Kranz),
del penitente Gigi Proietti e della strega Stefania Sandrelli, mentre Beba Loncar sostituisce Catherine Spaak nel ruolo della biondona oggetto dei desideri maschili. Non cambia invece la sostanza, e il gioco è ormai risaputo, anche se si cerca di rivitalizzarlo con qualche invenzione: la sfida con la Morte in stile Il settimo sigillo,
i discorsi degli impiccati, i dialoghi in ottonari a rima baciata (espediente tirato un po’ troppo per le lunghe).
Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com
Cangaceiro
Così come l’opera prima anche questo è un film soprattutto da ascoltare, carico di nuove peripezie linguistiche che sfociano nella parte con Celi mirabilmente recitata quasi tutta in rima. I dialoghi sono come una linfa vitale che anima una disavventura errabonda episodica e macchinosa, in cui i guizzi divertenti
soffocano tra parentesi stiracchiate francamente noiose (ma il capostipite tutto sommato non era da meno). Gassman ancora sugli scudi rende Brancaleone eroico nel finale desertico e metafisico, mentre la Sandrelli dà freschezza al gruppo.
Gugly
Sequel che come qualità può essere eguagliato al primo film; momenti comici a parte, colpiscono le stoccate all’intolleranza (la caccia alle streghe, l’albero degli impiccati); Gassman si conferma attore “grande” per prestanza fisica, capace di ridursi ad un norcino scalcagnato e sfortunato.
Fra i comprimari la menzione speciale spetta a Celi, che ricorda delle sue origini siciliane per mettere in scena la versione in carne ed ossa dei pupi.
Fabbiu
Brancaleone da Norcia (un teatralissimo Gassman che da la massima prova di se nei monologhi) verso la Terra Santa a capo di un’armata di sfigati: un cieco in groppa a un burbero, un soldato tedesco (Paolo Vilaggio, il minore tra tutti), un peccatore masochista, una strega,
un nano e un “lebbroso” che li segue a debita distanza. Le scenografie sono deliziose e il mix latino-arcaico volgare che contraddistingue la parlata raggiunge apici di genialità assoluta (un po’ meno quando per l’abbondante parte finale diventa tutto in rima). Divertente.
Rambo90
Monicelli si diverte a gettare i suoi “eroi” in imprese ancora più assurde e grottesche che nel prototipo e il risultato è molto divertente, nonostante una durata forse eccessiva. Gassman è grande, ben coadiuvato da un cast completamente rinnovato: Celi che parla in rima,
Villaggio alemanno e un’incantevole Sandrelli sono comprimari di grande spessore (ma anche Proietti che si divide in ben tre parti). Bellissimo da un punto di vista visivo il duello con la morte. Colonna sonora fondamentale.
Jandileida
Stessi pregi e stessi difetti per il Brancaleone che si getta a liberar il sacro sepolcro. Migliora molto la scrittura e la struttura della storia, più omogenea e con l’ottima intuizione, che ricorda la scrittura cortese, di far introdurre i singoli episodi da dei cartelli;
purtroppo però i momenti di stasi permangono e sembra quasi che la maggior cura nello scrivere la storia abbia fatto perdere un po’ della sgangherata freschezza del primo episodio. Insomma, io ho riso pochino ma alcune scene sono ottime (come la lotta con la Morte nel deserto).
Sesso,bugie e videotape

John e Ann sono una coppia apparentemente perfetta. Lui è un brillante avvocato,lei una donna bella e efficiente.Si dedica con una cura maniacale alla pulizia della casa,supplendo,in tal modo,ad una vita sessuale e di coppia che non la soddisfa.In realtà la sua frustrazione sessuale arriva da lontano e John,il marito,alla fine cerca all’esterno quell’appagamento sessuale che non trova in casa.
Andy Mac Dowell è Ann
Così l’uomo finisce per avere una relazione segreta con Cynthia,sorella di Ann,molto diversa da quest’ultima;tanto Ann è perfezionista e frustrata,tanto Cynthia è vulcanica e disinibita.La donna accetta la relazione con il cognato,che appaga entrambi dal punto di vista dei sensi.
Laura San Giacomo è Cynthia
Ma il castello di inganni e di bugie è destinato a crollare il giorno che John incontra Graham,suo amico di anni addietro,anche lui affetto da turbe sessuali,risalenti ad un vecchio amore infantile che lo ha reso incapace di vivere una sessualità normale con una donna.
James Spader è Graham
All’inizio Ann è ostile alla presenza in casa di Graham,ma ben presto finisce con il confidare all’uomo molte delle cose che non racconta al marito;nel frattempo Cynthia,conosciuto Graham,finisce per farsi filmare da lui,che ha come segreto vizio,il riprendere donne in confessioni erotiche e intime. Alla fine tutto crolla; Ann scopre il tradimento del marito con la sorella,John scopre che la moglie si è fatta filmare da Graham,e per vendicarsi gli racconta di aver sedotto il vecchio amore di Graham.
Peter Gallagher è John Mullany
In un finale forse troppo accademico,John lascia Cynthia,che si riconcilia con Ann; quest’ultima scopre la sua femminilità proprio con Graham,che si sbarazza,una volta per tutte,delle videocassette e del suo vizio.E John perde contemporaneamente moglie,amante e un grosso cliente.
Palma d’oro a Cannes nel 1998,il film di Soderbergh,al di là del titolo ammiccante è una riuscita commedia sulle bugie di coppia,sull’uso dei mezzi meccanici che sembrano sostituirsi agli psicanalisti e un buon tentativo di fare un film d’interni.In fondo tutta la pellicola è retta dai quattro attori,basata tutta sul dialogo e sugli sguardi.Molto brava Andy McDowell,così come decisamente calata nella sua parte è Laura San Giacomo.
Sesso bugie e videotape
Un film di Steven Soderbergh. Con Andie MacDowell, Peter Gallagher, James Spader, Laura San Giacomo. Genere Commedia, colore 100 minuti. – Produzione USA 1989.
James Spader: Graham Dalton
Andie MacDowell: Ann Bishop Mullany
Peter Gallagher: John Mullany
Laura San Giacomo: Cynthia Patrice Bishop
Steven Brill: Barfly
Fotografia: Walt Lloyd
Montaggio: Steven Soderbergh
Musiche: Cliff Martinez
Scenografia: Joanne Schmidt
Trucco:Sabrina Lopez, James Ryder
Regia Steven Soderbergh
Soggetto Steven Soderbergh
Sceneggiatura Steven Soderbergh
Produttore John Hardy, Morgan Mason
Casa di produzione Outlaw Productions
Distribuzione (Italia) Life International
Fotografia Walt Lloyd
Montaggio Steven Soderbergh
Musiche Cliff Martinez
Scenografia Joanne Schmidt
Trucco Sabrina Lopez, James Ryder
Chocolat
Vianne Rochet e la figlia di quest’ultima,Anouk,giungono a Lasquenet,un piccolo e sonnolento paese dell’entroterra francese sul finire del 1959;Vianne affitta dalla signora Armande un locale malmesso,e con pazienza lo trasforma in un’accattivante cioccolateria.
La novità non è apprezzata però dal sindaco,una specie di padre-padrone,il conte di Raynaud,che è abituato a farsi obbedire sia dai fin troppo docili abitanti del piccolo paese,sia dal giovane parroco,che gli porta anche i sermoni da correggere secondo le volontà del dispotico conte.
Ma Vianne ha temperamento,e prosegue la sua attività con successo,conquistandosi sia la stima di Armande,che l’affetto della giovane Josephine,in fuga da un marito manesco e succube del conte.Per la gente del posto la cioccolateria diventa un piacevole diversivo,oltre che un luogo per soddisfare i propri vizi di gola.Armande,la proprietaria del locale,affetta da diabete avanzato,e con una figlia formalista e rigidamente moralista,Caroline,confida alla nuova amica i suoi problemi,non ultimo quello di non volersi trasferire in un ospizio per anziani.
Nel frattempo un gruppo di zingari su un barcone,tra i quali c’è Roux,un affascinante e tenebroso gitano,arriva in paese e sconvolge ancor più la quiete del posto;è proprio Vianne la prima ad accogliere i gitani,contro la volontà del solito sindaco.Durante una festa,il marito di Josephine da fuoco ad un barcone,rischiando la tragedia.Tra Roux e Vianne c’è ormai affetto,mentre un giorno il sindaco,ormai sempre più isolato dal resto della popolazione,si introduce nel negozio di Vianne e si rimpinza di dolci.E’ li che la donna lo troverà,addormentato tra cioccolatini e dolci.
Judi Dench è Armande Voizin
Sembra la fine di un brutto sogno per il paese;il sindaco,libero dai complessi di colpa,dal puritanesimo e dai freni inibitori che lo avevano mortificato,sembra pronto a cambiare;persino il giovane parroco smette di portargli i discorsi da correggere e tiene delle omelie finalmente libere.Il paese è pronto al cambiamento,segnato anche dall’amore che ormai sembra unire il giovane Roux e Vianne;la donna smetterà di vagabondare e pianterà le sue radici con la figlia,finalmente libera da fantasmi immaginari.
Tratto dal romanzo omonimo di Joanne Harris,Chocolat si segnala per la grazia e la leggerezza con cui tratta l’argomento del conformismo,della moralità opposta al peccato,in questo caso rappresentato dalla trasgressione più dolce,quella fatta con il cioccolato.Che diventa quindi simbolo di un peccato,quello però più veniale.Un ottimo cast regala due ore di allegria e buon umore con una storia ben congegnata,splendidamente interpretata da attori del calibro della Binoche,di Depp,della Olin,di Molina e sopratutto della Dench,premio Oscar per questo film come attrice non protagonista.
Alfred Molina è il Conte De Reynaud
Chocolat, un film di Lasse Hallström. Con Juliette Binoche, Leslie Caron, Alfred Molina, Johnny Depp, Lena Olin,Peter Stormare, Judi Dench, Carrie-Ann Moss, Antonio Gil, Hélène Cardona, Hugh O’Conor, Harrison Pratt, Gaelan Connell, Elisabeth Commelin, Ron Cook, Aurelien Parent Koenig
Commedia, durata 121 min. – USA 2000.
Juliette Binoche: Vianne
Judi Dench: Armande Voizin
Alfred Molina: Conte De Reynaud
Carrie-Anne Moss: Caroline Clairmont
Johnny Depp: Roux
Lena Olin: Josephine Muscat
Victoire Thibisol: Anouk
Hugh O’Conor: Padre Henri
Peter Stormare: Serge Muscat
John Wood: Guillaume Blerot
Fotografia: Roger Pratt
Montaggio: Andrew Mondshein
Musiche: Rachel Portman
Scenografia: David Gropman
Soggetto: Joanne Harris (romanzo)
Sceneggiatura: Robert Nelson Jacobs
Produttore: David Brown Productions, Fat Free Limited, Miramax
Fotografia: Roger Pratt
Montaggio: Andrew Mondshein
Musiche: Rachel Portman
Scenografia: David Gropman
“Siamo arrivate con il vento del carnevale. Un vento tiepido per febbraio, carico degli odori caldi delle frittelle sfrigolanti, delle salsicce e delle cialde friabili e dolci cotte alla piastra proprio sul bordo della strada, con i coriandoli che scivolano simili a nevischio da colletti e polsini e finiscono sul marciapiedi come inutile antidoto contro l’inverno. C’è un’eccitazione febbrile nella folla disposta lungo la stretta via principale, i colli che si allungano per vedere il carro fasciato di carta crespata, con i suoi nastri svolazzanti e le coccarde di cartoncino.”
Nudo di donna

Sandro, un romano, meccanico, è sposato con la bella Laura,veneziana; i due si trasferiscono a Venezia, dove la donna ha ereditato una libreria di testi antichi dal padre,gestita da un anziano e burbero commesso.
La realtà della città veneta, così distante da quella romana, la difficoltà di ambientazione, l’essere stato trapiantato in un mondo che non gli appartiene, distante anni luce dalla sua cultura popolare crea immediatamente dei grossi problemi all’uomo, e la prima cosa a risentirne è proprio il legame sentimentale con la moglie, simboleggiato dalla scena in cui di due sono a letto e nel momento topico in cui Sandro si addormenta russando tra le braccia della moglie.
Eleonora Giorgi
Un giorno, mentre è nello studio di un fotografo amico della moglie, Sandro vede una foto di una donna nuda, ripresa di spalle; lui crede di riconoscere, nella donna, la moglie. Casualmente, Sandro si imbatte in una prostituta, Riri ,perfettamente identica alla moglie, ma dalle caratteristiche diverse, spigliata, allegra, dai costumi liberi; Riri sembra il completamento di Laura, troppo formale e poco propensa a lasciarsi andare.
Eleonora Giorgi e Nino Manfredi
Inizia con lei, quindi,una relazione appagante, che mette in evidente contraddizione il suo rapporto con la moglie. Con Riri sembra riacquistare giovinezza e voglia di fare, allegria, mentre la Laura che ha sposato gli appare sempre più distante. Ben presto la storia prende sviluppi imprevedibili; quando è con Riri, Sandro crede di intravedere caratteristiche della moglie, quasi che le due donne coesistessero in due universi paralleli, ma confluenti.
Il dubbio: è Laura la donna del misterioso ritratto?
Così,in una serata stupenda, mentre per le strade impazza il carnevale veneziano, Sandro incontra la moglie, vestita a maschera; la donna sembra far coesistere le due entità distinte. E’ un pò Riri, donna fatale e libertina, un pò Laura, donna seria e distante. Ma è Laura oppure no? La donna sembra sparire e lui la rincorre per tutta la notte.
All’alba, dopo una ricerca disperata per le strade di una Venezia incantata, che sembra risvegliarsi da un sonno magico, Sandro incontra la donna mascherata, che lo guarda e gli dice “:Sandro,è il momento di decidere,o scegli me oppure l’altra” Sandro esita per un attimo, la prende per mano e si allontana nell’alba veneziana.
Commedia degli equivoci? Ricerca della perfezione che non esiste? Il finale,decisamente ambiguo, non spiega chi sia realmente la donna; può essere Laura, che ha inscenato quella strana commedia per riconquistare il marito, oppure può essere qualcosa simile ad un sogno, la ricerca spasmodica della parte nascosta che è nelle persone che amiamo.
E’ lo spettatore, quindi, a dare la risposta che più preferisce. Il film,girato da Manfredi in una Venezia sognante e magica, a tratti convince, a tratti no. Più pochade che dramma, lascia incompiute tutte le premesse iniziali, pur catturando l’attenzione grazie a quel sapore magico che si respira per tutta la durata del film. Resta però opera importante, pur molto bistrattata dalla critica proprio per le imperfezioni che mostra; ma ha dalla sua una ricerca curata dell’ambientazione,una Venezia che sembra meno crepuscolare di quella di Nicholas Roeg nel film A Venezia un dicembre rosso shocking.
Il maggior pregio della pellicola è proprio questo,l’aver mostrato una Venezia non turistica, intrigante e misteriosa, sospesa in un sogno. Da segnalare la bravura di Eleonora Giorgi, capace di evidenziare le differenze tra le due donne, Riri e Laura, e di dare loro due personalità complementari ma profondamente diverse. Bravo,al solito Manfredi.
Nudo di donna, un film di Nino Manfredi. Con Nino Manfredi, Jean-Pierre Cassel, Eleonora Giorgi, Carlo Bagno, Donato Castellaneta, Georges Wilson, Giuseppe Maffioli. Genere Drammatico, colore 106 minuti. – Produzione Italia 1981.


Nino Manfredi … Sandro
Eleonora Giorgi … Laura / Riri
Jean-Pierre Cassel … Pireddu
Georges Wilson … Arch. Zanetto
Carlo Bagno … Giovanni
Beatrice Ring … Beatrice
Donato Castellaneta … Ciccio
Toni Barpi … Il barcaiolo
Giuseppe Maffioli … Ubriacone
West Buchanan … Conte Bardolin
Gino Cavalieri … Il Professore

Regia di : Nino Manfredi
subentrato a Alberto Lattuada (non accreditato)
Collaborazioni alla stesura del film:
Silvana Buzzo
Agenore Incrocci
Paolo Levi
Ruggero Maccari
Nino Manfredi
Nino Manfredi
Giuseppe Moccia
Furio Scarpelli
Prodotto da: Franco Committeri
Musiche: Roberto Gatto, Maurizio Giammarco
Editing: Sergio Montanari
Costumi: Luca Sabatelli
Recensioni:
Nudo di donna è un film riuscito: una variazione gustosa sui vecchi temi del doppio (anche Sandro ha dentro di sé la voce d’un altro che lo deride), della duplice natura femminile, del conflitto fra vero e apparente, del sogno maschile d’avere una moglie-puttana, compiuta da Nino Manfredi, interprete e regista, con un’intelligente emulsione di comico e patetico. L’idea portante del film, che lo premia su tutte, è di avere ambientato l’azione nella Venezia del carnevale, in modo da farne la protagonista e di suggerire un continuo rapporto fra l’irrealtà d’un mondo mascherato, che di continuo intralcia le ricerche ansiose di Sandro, e il mistero d’un universo di fantasmi in cui si confondono candore e malizia.
Anche per merito della fotografia di Danilo Desideri, che cattura con grande perizia i colori più segreti di Venezia, della scenografia di Lorenzo Baraldi e dei costumi di Luca Sabatelli, Nudo di donna ci ripaga di molte amarezze ultimamente impartite dal cinema italiano. È fatto con amore, curato nei minimi particolari, attento alla definizione dei caratteri (quasi un duello fra Roma e Venezia), fornito insieme di suspense e svolte farsesche, narrativamente ben congegnato. Con qualche peccato veniale (la pubblicità alle sigarette…), ma ben calibrato nel ritmo, col saliscendi dell’ossessione e le parentesi
tenere, e una vivacità pittoresca nelle scene d’insieme che si trasmette anche a ghiotte figurine di scorcio, caratterizzanti la stramberia di certi veneziani. Punti di forza sono a loro volta gli interpreti: non soltanto lo stesso Manfredi, molto espressivo nel ritratto d’un Sandro che trascorre dal risibile al penoso, ma anche Eleonora Giorgi, la quale copre il doppio ruolo con verosimiglianza fisica e psicologica, rovesciando abilmente le personalità e rivelando qua- e là (oltre un morbido corpo) simpatici chiaroscuri nella recitazione. All’impagabile Carlo Bagno, semplicemente delizioso nella macchietta del vecchio commesso di libreria, si affianca un ben azzeccato George Wilson. Sicché, caso raro, si esce tutti contenti.
Giovanni Grazzini, Il Corriere della Sera, 7 novembre 1981
In una notte di pioggia, dopo aver litigato con la moglie Eleonora Giorgi, Nino Manfredi è andato in giro per Venezia e ha scoperto in un vecchio palazzo una grande fotografia con un nudo di donna. Quella figura, che cela il proprio volto, ha qualcosa di familiare: perciò il protagonista si ostina a scovar fuori la modella. Si tratta di una prostituta tanto somigliante alla Giorgi, che Manfredi non riesce a dissipare il sospetto: la moglie, novella Messalina, ha una doppia vita? Eppure se nel talamo domestico l’uomo era ormai condannato all’impotenza, con la ragazza di strada riesce a imbastire un perfetto dialogo erotico. Che cosa significa? Che era tempo per lui di andarsene da casa e trovare un’altra donna; o semplicemente che doveva imparare a vedere la moglie sotto una luce diversa? Il film non lo dice: preferisce lasciarci nel dubbio dopo averci coinvolti nella giostra del carnevale di Venezia, fra maschere e apparizioni varie. Subentrato ad Alberto Lattuada dopo qualche settimana di riprese (motivo ufficiale: divergenze sullo stile del film), Manfredi si e assunto l’intera responsabilità della realizzazione di un soggetto scritto con Paolo Levi. Come aveva già rivelato nelle sue rare prove precedenti, l’attore possiede buoni estri di cineasta, sa dirigere i compagni (qui ricava il meglio dalla Giorgi, ma fa cesellare -stupendamente da Carlo Bagno un personaggio di libraio), ambienta e narra con proprietà. Nell’insieme, però, Nudo di donna non va oltre il mosaico di reminiscenze cinematografiche, da Buñuel alla Garbo di Non tradirmi con me.
Tullio Kezich, Il nuovissimo Mille film. Cinque anni al cinema 1977-1982, Oscar Mondadori
Il signor Robinson
Un piccolo industrialotto, Robinio, soffocato da una moglie opprimente, parte con la stessa per una crociera. Mentre è in viaggio, sente suonare la sirena dell’allarme, ma credendo che si tratti solo di un’esercitazione, continua tranquillamente a dormire.

La splendida Zeudi Araya è Venerdi

Paolo Villaggio è Robinio-Robi
Non è così, naturalmente, e il risveglio sarà tragicomico; costretto a nuotare, riesce a raggiungere la terra, dove però scopre di essere completamente solo. Hanno inizio così le sue comiche avventure, alle prese con noci di cocco che non si rompono, con la solitudine, con un boomerang che invece di colpire le prede gli ritorna sistematicamente in testa. Alla fine si adatta, in qualche modo, alla solitudine, ma un giorno scopre di non essere solo: sull’isola c’è una bella nativa, che lui battezza venerdi. Vorrebbe approfittare di lei, ma la donna e sacra al dio dell’isola, Marduk, che ogni volta in cui Robinson tenta di toccare la donna, fa tremare l’isola.
La splendida sequenza del bagno di Venerdi
Alla fine arrivano sull’isola altri indigeni, e Robinson e Venerdi vanno nella terra natia della ragazza, dove, per impalmare la sua ambita preda, sarà costretto ad affrontare prove impossibili. Nonostante esca con le ossa rotte dalle prove, il capo concede a Robinson la mano di venerdi; ma quando sembra che tutto debba finire a gonfie vele, Robinson viene raggiunto dalla moglie,che non ha mai smesso di cercarlo, e riportato a casa suo malgrado.
Apologo semiserio della civiltà dei consumi, che travia chiunque vi faccia parte, Il signor Robinson,mostruosa storia d’amor e di avventure (titolo completo del film) si regge su alcune gag simpaticissime di Paolo Villaggio, alle prese con le difficoltà di una vita allo stato brado, e sopratutto sulle grazie, abbondantemente esposte, della bellissima Zeudi Araya.
Da vedere per passare due ore in completo relax.
Il signor Robinson
Un film di Sergio Corbucci. Con Paolo Villaggio, Zeudi Araya, Percy Hogan, Anna Nogara. Genere Commedia, colore 108 minuti. – Produzione Italia 1976.

Paolo Villaggio: Robinio / Robinson
Zeudi Araya: Venerdì
Anna Nogara: Magda
Percy Hogan: Mandingo

Regia Sergio Corbucci
Soggetto Sergio Corbucci, Paolo Villaggio, Castellano e Pipolo
Sceneggiatura Sergio Corbucci, Paolo Villaggio, Castellano e Pipolo
Produttore Franco Cristaldi
Produttore esecutivo Bruno Altissimi
Casa di produzione Vides
Distribuzione (Italia) United Artists
Fotografia Marcello Gatti
Montaggio Amedeo Salfa
Musiche Guido De Angelis, Maurizio De Angelis
Amici miei Atto II
Abbiamo lasciato il gruppo scanzonato e dissacrante di amici alle prese con il funerale del Perozzi e con l’ultima atroce beffa perpetrata ai danni del pensionato. Monicelli,per riprendere il discorso,affida le vicende all’uso sapiente del flashback,e ci mostra i 5 alle prese con le loro vicende famigliari e con nuove,crudeli ma esilaranti beffe.
C’è il Necchi (questa volta impersonato da Renzo Montagnani) alle prese con la sua perenne gelosia;il Perozzi afflitto come al solito dai suoi problemi,tra i quali un figlio serioso e agli antipodi rispetto al padre; il conte Mascetti,nobile decaduto,che cerca di mantenere la sua dignità,e il Sassaroli,il primario annoiato, alla ricerca della botta di vita,oltre al solito Melandri.
Le beffe sono di quelle che fanno epoca,come quando il gruppo fa sgomberare la torre di Pisa con la scusa che è pericolante,mentre loro con dei cavi invitano la gente a tirare per evitare che la stessa cada;c’è l’espediente del conte Mascetti,che abbaglia giovani attricette con fiori e inviti a cena,che dopo la rituale notte di sesso,si trasformano in una fuga ignominiosa dello stesso,senza pagare i conti. C’è la distruzione del paesino,con i nostri che vanno in piccoli paesini della Toscana,vestiti di tutto punto come ingegneri o tecnici e comunicano alla gente che proprio sul paese dovrà passare l’autostrada,con conseguente abbattimento di case,chiese ed edifici.
E c’è anche spazio per lo humour nero e per la commozione,come nel momento in cui il conte Mascetti,adirato con gli amici,viene colpito da un ictus che lo riduce sulla sedia a rotelle; parteciperà ad una gara per paraplegici,dove arriverà ultimo sotto la bandiera pisana,per fare un dispetto ai cittadini di quella città.
Monicelli nel primo film si era divertito con un humour duro e graffiante; nel secondo film affiora invece un pessimismo quasi leopardiano,tutte le zingarate del gruppo di amici diventano più crudeli,una metafora del cupo pessimismo che sembra voler trasmettere il regista attraverso immagini forti,come la già citata corsa di portatori di handicap.
Amici miei II segna la fine della grande stagione della commedia all’italiana,che da quel momento non avrà quasi più spazio al cinema;l’amarezza e la drammatica corrosività di Monicelli,sembrano essere un epitaffio sulla commedia all’italiana,in piena crisi di idee ma sopratutto di interpreti. Il cupo pessimismo del film sembra avvolgere la storia,rendendola sicuramente meno brillante del primo atto,Amici miei,ma sicuramente più tesa ad un’analisi spietata di un periodo,di una generazione in crisi con il rapporto verso l’età e le nuove generazioni.
Amici miei atto secondo,
un film di Mario Monicelli. Con Ugo Tognazzi, Adolfo Celi, Gastone Moschin, Renzo Montagnani, Paolo Stoppa, Franca Tamantini,
Milena Vukotic, Alessandro Haber, Philippe Noiret, Angela Goodwin, Tommaso Bianco, Domiziana Giordano.
Genere Commedia, colore 117 minuti. – Produzione Italia 1982.
* Ugo Tognazzi: Il Conte Mascetti – Raffaello “Lello” Mascetti
* Gastone Moschin: Il Melandri – Architetto Rambaldo Melandri
* Adolfo Celi: Il Sassaroli – Professor Alfeo Sassaroli
* Renzo Montagnani: Il Necchi – Guido Necchi
* Milena Vukotic: Alice Mascetti
* Franca Tamantini: Carmen Necchi
* Marisa Traversi: Anita Esposito, l’amante del Perozzi
* Angela Goodwin: Laura Perozzi
* Alessandro Haber: Paolo, il vedovo
* Domiziana Giordano: Noemi
* Tommaso Bianco: Fornaio
* Paolo Stoppa: Sabino Capogreco, lo strozzino
* Philippe Noiret: Il Perozzi – Giorgio Perozzi
* Fiorentina Bussi: Twister
* Enio Drovandi: Poliziotto
* Maurizio Scattorin: il figlio del Perozzi
Regia Mario Monicelli
Soggetto Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Tullio Pinelli, Mario Monicelli
Sceneggiatura Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Tullio Pinelli, Mario Monicelli
Produttore Luigi De Laurentiis, Aurelio De Laurentiis
Distribuzione (Italia) Filmauro
Fotografia Sergio D’Offizzi
Montaggio Ruggiero Mastroianni
Musiche Carlo Rustichelli
Scenografia Lorenzo Baraldi
Costumi Gianna Gissi
Fare un bel sequel non è da tutti. Il seguito di Amici Miei ci riesce benissimo, inserendo uno splendido Montagnani al posto di Del Prete e trovando un asso di briscola nello strozzino, non disegnato, ma addirittura scolpito, da Paolo Stoppa. Tante scene di culto. Io ne preferisco una solitamente poco citata, benché presa di peso da Causa di divorzio di Fondato: il vigile (Enio Drovandi) che ferma gli amabili Amici e guarda la patente del Necchi. Ovviamente non mancano coloro che, ultra-esagerando, vanno oltre la lettura anti-femminile e parlano di velata omosessualità. Insopportabili.
Il primo Amici miei (una delle ultime grandi commedie italiane) rimane insuperabile; il sequel (pur essendo confezionato con classe, non per niente alla regia rimane il grande Monicelli) non è all’altezza; si tratta di un film spiritoso con trovate talvolta originali, ma lo spirito del primo film si è perduto per sempre. Manca sopratutto il sentimento nostalgico-malinconico che pervadeva il primo film (specie nel finale) anche se gli attori fanno ancora bene la loro parte.
Caposaldo, a tratti persino meglio del primo (Montagnani è un bel valore aggiunto). L’intera sequenza del cimitero, dal fulminante “sbiriguda” con cui Tognazzi inizia la sua tiritera all’efferato duetto Celi-Haber sulla tomba di Agata, “amica e amante impareggiabile”, vale da sola tutta la cinematografia di sedicente comicità toscana dgli ultimi 15 anni.
Ritornano i compagnoni scherzosi di Amici miei, dopo la morte di uno di loro, ma sempre in vena di zingarate (magari in flashback), tra cataclismi (l’alluvione di Firenze) e piccole burlette, in mezzo a drammi familiari o avventure passeggere. Tutto tra spensierata comicità e sottile malinconia. Un buon film, che tiene alto il livello della confezione già acquisito nel precedente lavoro, senza però la sorpresa dell’originalità.
Sono ancora tutti in grande forma i compagnoni, armati di supercazzole e vogliosi di zingarate; e dico proprio tutti, visto che, grazie a voli nel passato, viene anche riesumato (e menomale) il Perozzi. Le gag riuscite si sprecano, passando dalle peggio vigliaccate, ai colpi bassi (come sempre, anche tra loro). Non mancano, comunque, i momenti piuttosto amari (la situazione del conte Mascetti e famiglia). Regge bene fino alla fine, a parte qualche colpo non proprio a segno (l’inesistente spasimante), restando notevole e da vedere.
Seguito che nulla aggiunge né toglie al primo capitolo, ma che può vantare sempre le superlative interpretazioni dei protagonisti e alcune gag ben riuscite (su tutte, quella del cimitero con Haber e quella della torre di Pisa). Ottimo Stoppa nella parte dell’usuraio gabbato. Tra una zingarata e l’altra, torna ad aleggiare l’ombra della morte, che questa volta minaccia Tognazzi.
Di assoluto livello questo secondo capitolo, con la solita amarezza di fondo ad ancora molte scene strepitose. Il film a mio avviso guadagna anche dalla sostituzione del mediocre Duilio Del Prete con l’ottimo Renzo Montagnani, ed anche l’usuraio intepretato da Paolo Stoppa è protagonista di alcuni momenti grandiosi. Forse alcuni passaggi tra il “presente” ed i flashback non sono perfetti, ma che importa. Da vedere anche solo per gli ultimi 5′, che mostrano un Tognazzi da applausi a scena aperta.
Secondo capitolo che presenta tante affinità col primo, al quale in definitiva non aggiunge nulla di nuovo: zingarate di varia natura, una “tonificante” vena di cattiveria e la morte che aleggia in maniera prepotente. Anche il cast (quasi immutato) fa la sua parte. Il divertimento non manca anche se il risultato finale è un passo indietro rispetto al capostipite. Tuttavia il livello è ancora buono.
Secondo atto per i goliardi fuori tempo. Entra Montagnani per Del Prete: ovvio miglioramento, che aumenta il rimpianto per il talento sprecato dall’attore nella sua carriera. La struttura è sostanzialmente la stessa. La morte del Perozzi dà lo spunto, poi si torna alle zingarate, alcune memorabili come la crocefissione e il “rigatino”. Non tutto è di gran gusto (la contorsionista messa in valigia e buttata su un autobus è una trovata esagerata e stupida) e si perde un po’ il senso vero del primo film. Comunque si ride tantissimo.
Mentre il primo capitolo rientra a pieno merito tra i capolavori della “commedia all’italiana”, questo secondo atto risulta un film divertente e nulla più. Rispetto all’originale forse manca la novità delle “zingarate” dei cinque amici ma ancor più manca l’approfondimento psicologico dei protagonisti. Comunque Monicelli è regista intelligente e sa come far funzionare lo spettacolo ed inoltre la sostituzione di Del Prete con Montagnani è sicuramente positiva, così la pellicola risulta molto godibile. Ottimo anche Paolo Stoppa nel ruolo dello strozzino.
Al netto degli anacronismi imposti dalla necessità di ripescare il Perozzi e inserirlo in un flashback della Firenze alluvionata, oltre che di un tono meno introspettivo e più leggero che calza a pennello alla new entry Montagnani, la struttura base del primo film è salva, comprese la burla prolungata (qui al bravo Stoppa, nel primo a Blier) e la morte che aleggia sul finale. Non c’è l’atmosfera del capostipite, si compensa con maggiore cattiveria: gli “zingari” assecondano alla perfezione una sceneggiatura ben congegnata.
Non male. Vi sono numerosi “episodi” divertenti, come per esempio quello dell’alluvione con Moschin che esclama “ma guarda se Dio per salvare la tua verginità doveva inondare Firenze!”, l’usuraio, le foto oscene. Monicelli firma una buona regia. Ottimo il cast d’attori, non solo quelli principali. Godibile.
Decisamente inferiore al primo atto. La comicità diventa più crudele e surreale, e se molte scene sono memorabili altre non riescono a colpire nel segno. Inoltre la storia dopotutto non è che una serie di episodi, e rispetto al numero 1 mancano sia l’approfondimento dei personaggi che la malinconia di fondo. Comunque il cast è sempre straordinario (Montagnani al posto di Del Prete funziona benissimo) e la regia di Monicelli, cinica e sarcastica, funziona ancora alla grande.
Se l’entrata in scena di Montagnani pare funzionare bene e la verve dissacrante del primo episodio non si è smarrita, tuttavia il filo narrativo è meno lineare, sembra adesso di procedere per gag successive. Tra queste mi piace ricordare il figlio del Perozzi a pigione dal Mascetti, l’operazione ai reni dello strozzino, l’alluvione. Più grossolani invece altri passaggi, come quello alla torre di Pisa e la corsa delle carrozzine. I temi di fondo del primo film vengono confermati, ma l’effetto non è più lo stesso.
Secondo atto che si mantiene agli alti livelli del primo per quel che riguarda la comicità delle situazioni, la vincente struttura a flashback, qui utile per ripescare il prezioso Noiret e la prova attoriale dei 5 amici, anche qui spumeggianti, geniali e impagabili (Moschin forse fa sbellicare più di tutti). Ottimo anche il contributo degli sventurati che capitano loro a tiro come Stoppa e uno strepitoso Haber. Monicelli dirige il tutto col piglio giusto. Tanti gli episodi memorabili: al cimitero, l’alluvione, la gravida, il servizio torri…
Sequel delle avventure degli zingari. Si ride parecchio, ma là con una nota malinconica evidente, qui c’è la voglia di costruire scene efficaci tralasciando quasi del tutto (occhio al finale) lo spirito del primo film. Ecco dunque pezzi divenuti celeberrimi: Adelina, Stoppa, la beghina e l’alluvione, la Via Crucis, ecc. ecc. Grandissimo Celi nella parte del cinico (quasi più che nel primo).
Quando il sequel non delude lo spettatore! Qui siamo di fronte ad un capolavoro di cinema comico, o commedia se si preferisce. Qui abbiamo situazioni boccaccesche, scherzi più o meno volgari, e abbiamo anche il cattivo cinismo. Alcune scene sono assolutamente memorabili e non v’è possibilità alcuna di trovar qui un solo punto debole. Attori al top, regia al top, sceneggiatura al top. Insomma un capolavoro. Peccato per l’immensa boiata del terzo capitolo, che quasi danneggia i Monicelliani!
Mentre il primo era un divertente e riuscito misto tra dramma e commedia, in questa seconda puntata è netta la dimensione comica della vicenda. I quattro protagonisti ricordano episodi del passato (che vengono mostrati in flashback e in cui riappare il Sor Perozzi/Noiret) e vivono divertenti avventure nel presente. Il tutto sotto la calibrata regia del maestro Monicelli. Grandissimi una volta di più i protagonisti, con la new entry Montagnani al posto di Del Prete. Raffica di scene memorabili.
Nient’altro che un buon film. La sensazione di già visto è sin troppo pesante, tanto che a tratti sembra di assistere ad un remake più che ad un sequel. Manca completamente l’atmosfera del capostipite e la sostituzione di Del Prete con Montagnani è quasi emblematica delle intenzioni che animano quaesto secondo capitolo: fare ridere, punto. Invece paradossalmente l’effetto comico risulta inferiore al primo capitolo, a causa di situazione esagerate ed una certa grossolanità di fondo.
Bello quanto il primo, in certi momenti anche di più. Montagnani rimpiazza degnamente Del Prete, conferendo alla sua figura da “bottegaio” un’aria più leggera. Questa volta il riso, più che amaro, è nero: nemmeno la morte riesce a dividere i cinque bischeri (vedi la bella idea dei flashback sul Perozzi) e si scherza amabilmente sui cimiteri, sui tradimenti e persino sulle malattie. Il ritmo malin-comico si mantiene sempre su alti livelli.
Per certi versi l’ho trovato addirittura superiore al primo: più ritmo, scherzi più accattivanti e divertenti, Montagnani più in parte di Del Prete, ma la storia è un po’ affaticata con i continui flashback tra passato e presente (che servono a riportare in scena Noiret). Comunque un cult del cinema italiano, pieno di grandi dialoghi e con un cast eccezionale che, oltre ai cinque protagonisti, conta comprimari del calibro di Haber e Stoppa. Imperdibile.
Se nel geniale capostipite veniva voglia di invecchiare, qui si sente forse il peso dell’età. Gli attori non sono più freschi 50enni e la stessa sceneggiatura pare richiamarsi troppo all’originale, quasi per dovere di sequel. Da verificare l’eventuale presenza di errori figli dell’esigenza di spettacolo (il grandioso Sassaroli era già un “amico” con il figlio del Perozzi fanciullo?). Cionondimeno e nonostante la debolezza nell’approfondimento psicologico dei 5, ne risulta una buonissima commedia, arricchita da qualche perla indimenticabile.
Amici miei
Nel 1975 il cinema erotico,sviluppatosi attorno al precursore involontario del genere,il Decameron di Pasolini, mostrava la corda,dopo aver inondato gli schermi con novelle licenziose, monache vogliose e conventi gaudenti, Monicelli proponeva al pubblico quello che diverrà uno dei film più importanti della cinematografia italiana, Amici miei.
Fenomeno di costume, ma non solo; esempio rarissimo di un cinema che sposa alla perfezione il divertimento, anche se in questo caso molto amaro e vestito di malinconia, l’impegno, sottolineato dalla storia di un gruppo di amici che rifiutano il conformismo e che non vogliono invecchiare,e una serie di sentimenti che si avvertono palpabili,fin dalle prime scene.Malinconia, rimpianto,voglia di non cedere alla vecchiaia,ma anche tristezza appaiono elementi di un film che non è e non sarà una sfilata di gag,ma il ritratto,a volte impietoso,a volte sardonico,di personaggi che in fondo ci appaiono patetici,con la loro necessità di esorcizzare il fantasma della vecchiaia.
Il film,che si snoda attraverso le vicende del gruppo di goliardici amici,contrariamente a quanto stabilito dalla legge della commedia all’italiana,non ha l’happy end,anzi,ha un finale assolutamente amaro;e la grandezza di Monicelli,di questo impietoso ritratto di quelli che sono,in fondo,dei naufraghi,acquista ancora più valore,slegato com’è dalla logica del botteghino e dell’incasso.
Quattro amici cinquantenni,goliardici,ironici e dissacratori si muovono in un arco temporale definito tra il decennio 60 e e il 70;c’ è il Perozzi,io narrante del film,che è un giornalista con poca voglia di lavorare,combattuto tra il desiderio di mandare a quel paese la sua famiglia,composta da una moglie e da un figlio di un conformismo addirittura patetico.
C’è il Melandri, architetto, che insegue un sogno femminile irrealizzato,e che per una donna riuscirebbe anche ad abbandonare gli amici; c’è il Necchi,un barista,che appare come l’unico ad avere un centro di gravità,visto che è felicemente sposato,e che gestisce la sala bar con annesso biliardo dove gli amici si riuniscono per sperimentare beffe e burle,o solo per svagarsi dalle loro giornate tristemente uguali;c’è il conte Mascetti,uno strano tipo di nobile che ha gettato al vento la sua eredità e quella della moglie,che vive di prestiti e che comunque mantiene un’aura di nobiltà decaduta,con la sua relazione adulterina con una giovane,
mentre la sua famiglia vive alle soglie del decoro;e infine il professor Sassaroli,che non fa parte del gruppo originario,ma che incuriosito dalla vitalità dei quattro amici ed annoiato dal suo lavoro,ben presto si trasformerà nell’anima del gruppo.I cinque si spingono oltre i limiti della stessa burla,arrivando,nel finale,quando ci sarò la morte del Perozzi,a sbeffeggiare la stessa fine della vita dell’amico,in un impeto che dissacra i fondamenti stessi della vita;inutile ricordare le burle terribili che il gruppo di amici assesta ad una società tetra,buia.
Basti ricordare la scena della stazione,un classico del cinema,in cui il gruppo prende a ceffoni i passeggeri di un treno in partenza,o ancora quella terribile fatta ad un avventore opportunista del bar,a cui vien fatto credere che il gruppo altro non è che una banda di trafficanti,con conseguenze esilaranti nello svolgimento del film.
Monicelli gira un film tecnicamente perfetto,che mescola ironia,tristezza,amarezza,malinconia e la profonde a piene mani in ogni singola inquadratura,con un finale grottesco che esorcizza anche la vecchia con la falce. Amici miei è probabilmente uno dei film più belli della storia del cinema proprio per la mescolanza di tutte queste caratteristiche,ma non solo.Anche per la straordinaria prova del cast,con Philippe Noiret che interpreta splendidamente il Perozzi,con un grandissimo Ugo Tognazzi nel ruolo del conte Mascetti,nobile decaduto ma orgoglioso;con Gastone Moschin,forse il personaggio meno riuscito,più anonimo del gruppo,leggermente infido,quello che in un gruppo non manca mai,nel ruolo del Melandri;un incredibile Adolfo celi,quasi satanico nel ruolo del professor Sassaroli,che ritrova una nuova giovinezza al fianco di quel gruppo di pazzi,ed infine il Necchi,forse un grillo parlante,forse no,l’unico che abbia una parvenza di vita normale,e che difatti rimane ai margini del gruppo.
Un film memorabile,che diventerà la pietra miliare del cinema anni 70,e che rinvigorirà con nuova linfa la stanca commedia all’italiana.
Amici miei
Un film di Mario Monicelli. Con Ugo Tognazzi, Duilio Del Prete, Adolfo Celi, Olga Karlatos, Bernard Blier, Philippe Noiret, Gastone Moschin, Milena Vukotic, Franca Tamantini, Marisa Traversi, Silvia Dionisio, Angela Goodwin, Mauro Vestri, Mario Scarpetta. Genere Commedia, colore 109 minuti. – Produzione Italia 1975.
Ugo Tognazzi: Raffaello “Lello” Mascetti
Gastone Moschin: Rambaldo Melandri
Philippe Noiret: Giorgio Perozzi
Duilio Del Prete: Guido Necchi
Adolfo Celi: professor Alfeo Sassaroli
Bernard Blier: Nicolò Righi
Marisa Traversi: l’amante di Perozzi
Milena Vukotic: Alice Mascetti
Franca Tamantini: Carmen Necchi
Olga Karlatos: Donatella Sassaroli
Silvia Dionisio: Titti
Angela Goodwin: Laura Perozzi
Maurizio Scattorin: il figlio di Perozzi
Mauro Vestri: neurologo
Regia Mario Monicelli
Soggetto Pietro Germi, Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Tullio Pinelli
Sceneggiatura Pietro Germi, Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Tullio Pinelli
Produttore Carlo Nebiolo
Fotografia Luigi Kuveiller
Montaggio Ruggero Mastroianni
Musiche Carlo Rustichelli
Scenografia Lorenzo Baraldi
Costumi Giuditta Mafai
Trucco Franco Di Girolamo
– Anch’io ho sofferto. Ho sofferto come un cane per quasi tre quarti d’ora…
– Cos’è il Genio? È fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità d’esecuzione.
– Sii astuto come un cervo. “Che bischerate tu dici? Il cervo non è astuto. Semmai, astuto come una volpe.”Sì, ma la volpe ‘un c’ha mica le corna.
– Ho incontrato un angelo..”Un angelo maschio o femmina?” Gli angeli non hanno sesso!! “Insomma c’ha le poppe o non c’ha le poppe!??!”
– Quando penso alla carne della mia carne, chissà perché, divento subito vegetariano
– Io restai a chiedermi se l’imbecille ero io, che la vita la pigliavo tutta come un gioco, o se invece era lui che la pigliava come una condanna ai lavori forzati; o se lo eravamo tutti e due.
– Ragazzi, come si sta bene tra noi, tra uomini! Ma perché non siamo nati tutti finocchi?

L’opinione di Simone tratta dal sito http://www.mymovies.com
Signori che dire… Di capolavori nella storia del cinema ce ne sono stati tanti in passato e più che andiamo avanti con le generazioni se ne vedono sempre meno non occorre essere dei geni per capirlo.. Quello che il Maestro Monicelli ci ha regalato è una cultura cinematografica e un insieme di emozioni difficili da dimenticare. Film che richiama una comicità/tragica per il susseguirsi degli eventi, come la morte del Perozzi o il malore del Mascetti e la vita che va avanti come è sempre andata con allegria senza mai prendere tutto sul serio tra risate scherzi battute prese in giro, il tutto legato da una profonda amicizia che ci fa capire quanto è bella la vita. Per finire ringrazio antani come se fosse fochi fatui con saluti bitumati alla redazione.
L’opinione del sito http://www.filmscoop.it
(…) Una nobile macchietta, un perdente dal grande cuore (“Un eroe dei nostri tempi”, “Il Marchese del Grillo”). Questi sono i tratti che caratterizzano la commedia di Monicelli: un’ironia mai fine a sé stessa, che non scade mai nel demenziale, ma che è sempre percorsa da una leggera venatura drammatica. O forse al contrario: una drammaticità che non scade mai nel patetico, ma che viene sempre stemperata nelle tragicomiche vicende dei piccoli grandi eroi nostrani. Personaggi che diventano icone del cinema, resi indimenticabili dalle interpretazioni dei più grandi attori del “gotha” cinematografico italiano: tra gli altri, Totò, Vittorio De Sica, Marcello Mastroianni, Ugo Tognazzi e Alberto Sordi.
Monicelli è da annoverare tra i padri della migliore commedia italiana, un genere a cui il Maestro ha saputo dare un rinnovato lustro, tanto da rendere le commedie italiane note in tutto il mondo. Il suo indiscusso talento e la sua creativa genialità, premiati con numerosi riconoscimenti a livello internazionale, hanno fruttato al regista ben sei nomination agli Oscar. Un livello impensabile per le commedie nostrane d’oggigiorno.
Se il lascito artistico di Monicelli consiste in un’enorme produzione cinematografica (regista di oltre sessanta film, sceneggiatore di un centinaio), il suo lascito morale risiede nello spirito sagace, intelligente ed ottimista con cui abilmente sdrammatizzava ogni situazione. Sul suo sito ufficiale campeggia tutt’oggi una significativa citazione di Sant’Agostino: “Nutre la mente soltanto ciò che la rallegra”.(…)
L’opinione di Fabio1971 dal sito http://www.filmtv.it
Antani come se fosse Mario Monicelli ma anche un po’ Pietro Germi, visto che, se la cirrosi epatica non l’avesse stroncato prima, l’avrebbe girato lui. E allora il primo amico, altro che zingaro, è proprio Monicelli, che non può che ringraziare Germi e gli dedica il film, un Monicelli sul livello della sua grande guerra prematurata e dei soliti tarapii tapiochi anche un po’ ignoti e pure compagni al grido di “Branca, Branca, Branca, leon, leon, leon”. Non mancano un Totò, o un Gassman, o un Sordi, perchè posterdati per due, anzi per cinque, c’è pur sempre un Tognazzi che è molto di più di una supercazzola, anche prematurata, ma sempre come fosse baciato da una grazia nelle sfumature che non è tanto un clacsonare, perchè allora potremmo dire, per il rispetto per l’autorità, che anche soltanto le due cose come vicesindaco, oltre che i supercazzolanti Moschin, Noiret, Del Prete, Celi e lo sventurato Blier, che non hanno di certo perso i contatti col tarapia tapioco. E no, perchè antani come trazione per due anche con cofandina, il disincanto e i toni crepuscolari di un film che insieme a tutti quelli che si erano tanto amati dell’anno precedente sta (e continua a stare) alla commedia italiana degli anni Settanta come i mostri sorpassanti di Risi scappellavano quella dei Sessanta fifty fifty come fosse mea culpa. La cifra stilistica supercazzolata, infatti, sia in Scola che in Monicelli, è la memoria, lo sguardo tarapiocante al passato, l’inadeguatezza al presente, in definitiva la presa di coscienza di una generazione schiava dello sbiriguda veniale, cinico, amaro, soprattutto con ribaltone ma sempre col sorriso sulle labbra, di certo non riconducibile esclusivamente alla goliardia o ad una beffarda trivialità da osteria. Manca ancora la scoliana giornata particolare e poi sulle glorie della commedia nostrana potrà calare finalmente il sipario con la barella anche per due. Aspetti, mi porga l’indice: ecco, lo alzi così, guardi, guardi, guardi, lo vede il dito? Lo vede che stuzzica?
L’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com
Commedia divertentissima ma anche amara e spietata, dove è evidente la mano del Germi più graffiante. Cinque vitelloni che ricorrono a frizzi e lazzi per alleviare incertezze, sofferenze ed insoddisfazioni. Eccellenti tutti gli attori. Ad un certo punto Celi cita il suo Emilio Largo di Thunderball mettendosi una benda sull’occhio. Capolavoro della commedia italiana.
















































































































































































































































































