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La mala ordina

La mala ordina locandina

Luca Canali è un magnaccia di piccolo cabotaggio, che vive ai margini della malavita organizzata.
Ha una moglie e una figlia, e vive separato dalla moglie che lavora come parrucchiera.
Gli accade di venir individuato, dal potente capo di una cosca mafiosa americana, come l’autore di un audace colpo ai danni della cosca stessa, depredata dei proventi di un traffico di droga per il valore di svariati miliardi di lire.

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Mario Adorf è Luca Canali

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Woody Strode è Frank Webster

L’uomo viene quindi braccato dai killer mandatigli contro dalla cosca, ma con abilità riesce a cavarsela, tanto che la cosca americana si affida ad una cosca locale quella comandata da don Vito Tresoldi per tentare di punire l’uomo.
Così inizia un’altra dura battaglia, senza esclusione di colpi; il mafioso fa uccidere la moglie e la figlia di Luca, che da quel momento giura vendetta.
E la compie, sterminando la gang del mafioso e uccidendo i due killer americani mandati dalla cosca statunitense.
Fernando Di Leo, dopo il capolavoro Milano calibro 9, prova a rinverdire i fasti del primo capitolo della trilogia del milieu, a cui appartiene questo La mala ordina ,

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Femi Benussi  è Nana

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ylva Koscina è Lucia Canali

diretto dal regista pugliese nel 1972, comprendente anche la parte finale, ovvero Il boss e affidando la parte del protagonista a Mario Adorf, già presente nel film precedente.
Lo fa imbastendo un noir ben dosato, in cui azione e ritmo non mancano; memorabile, ad esempio, la lunga sequenza dell’inseguimento di Luca Canali, appeso ad uno sportello di un furgone al guidatore del furgone stesso, chiuso dalla violenta scena in cui Luca sfonda a testate il parabrezza del mezzo.

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Forse, rispetto a Milano calibro 9, in La mala ordina c’è meno tensione, la sceneggiatura non è brillantissima e manca il personaggio di spicco di Ugo Piazza, sostituito questa volta da un malvivente di mezza tacca, Luca Canali, piccolo magnaccia che saprà districarsi dai guai in cui involontariamente finirà per cacciarsi; pur tuttavia il mestiere di Di Leo c’è tutto, e si materializza in scene davvero ben congegnate, come il citato inseguimento e sopratutto la parte finale, in cui Luca ha la sua vendetta in un cimitero di auto demolite, in cui uccide i due sicari americani.

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Luciana Paluzzi è Eva Lalli

Punto debole del film sono le interpretazioni; se da un lato c’è un ottimo Adorf, abilissimo nel tratteggiare la figura un pò guascona di Luca Canali, all’opposto troviamo un Henry Silva, nella parte di uno dei due gangster americani, impegnato a mostrare un quantomai inopportuno sorriso smagliante, assolutamente non indicato in un film che ha una forte vocazione noir.
Più aderente al personaggio invece è Woody Strode, legnoso e rigido ma quantomeno più credibile.
Le parti femminili sono affidate alle bellssime Luciana Paluzzi, Femi Benussi e Sylva Koscina; la prima se la cava dignitosamente nei panni dell’interprete dei due gangster, che troverà la morte nel convulso finale; Femi Benussi, un’autentica sicurezza, è al solito perfetta nel suo ruolo, che questa volta è quello di una prostituta amica e protetta di Luca.

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Adolfo Celi  è  Don Vito Tressoldi

Infine c’è Sylva Koscina, brava ma troppo elegante e fine per interpretare la moglie di Luca, il piccolo pappone che non ha certo una laurea o una cultura; la Koscina pur professionale, sembra davvero un elemento estraneo al film, con quella sua aria aristocratica inadatta al ruolo di parrucchiera e moglie di Luca.
Qualche errore di troppo, quindi, mascherato comunque dalla solita professionalità di Di Leo, un vero marchio di fabbrica.

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Un film comunque tra i migliori, nel suo genere; non a caso Tarantino lo cita spesso, assieme al resto della trilogia, tra i film che lo hanno impressionato e influenzato maggiormente.
Buone le musiche di Armando Trovajoli; tra le curiosità, la presenza di lara wendel nei panni della figlia di Luca Canali e il doppiaggio di Mario Adorf, affidato al compianto Stefano Satta Flores.

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La mala ordina, un film di Fernando Di Leo, con Mario Adorf, Henry Silva, Woody Strode, Adolfo Celi, Luciana Paluzzi, Franco Fabrizi, Femi Benussi, Gianni Macchia, Peter Berling, Francesca Romana Coluzzi, Cyril Cusack, Sylva Koscina, Jessica Dublin, Omero Capanna, Giuseppe Castellano, Giulio Baraghini, Andrea Scotti, Imelde Marani, Gilberto Galimberti, Franca Sciutto, Ulli Lommel, Vittorio Fanfoni, Giuliano Petrelli,  Pietro Ceccarelli, Pasquale Fasciano, Alberto Fogliani, Giovanni Cianfriglia, Guerrino,Lina Franchi,Lara Wendel

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La mala ordina banner personaggi

Mario Adorf     …     Luca Canali
Henry Silva    …     Dave Catania
Woody Strode    …     Frank Webster
Adolfo Celi    …     Don Vito Tressoldi
Luciana Paluzzi    …     Eva Lalli
Franco Fabrizi    …     Enrico Moroni
Femi Benussi    …     Nana
Gianni Macchia    …     Nicolo
Peter Berling    …     Damiano
Francesca Romana Coluzzi    …     Trini
Cyril Cusack    …     Corso
Sylva Koscina    …     Lucia Canali
Jessica Dublin    …     Miss Kenneth
Omero Capanna    …     Vito’s Goon
Giuseppe Castellano    …     Garagaz
Giulio Baraghini     …     Gustovino
Andrea Scotti    …     Garo
Gilberto Galimberti    …     Vito’s Goon
Franca Sciutto    …     Ballerina
Ulli Lommel    …     Ballerina
Vittorio Fanfoni    …     Uomo di don Vito
Giuliano Petrelli    …     Uomo di don Vito
Pietro Ceccarelli    …     Uomo di don Vito
Pasquale Fasciano    …     Uomo di don Vito

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Regia: Fernando Di Leo
Sceneggiatura: Fernando Di Leo, Augusto Finocchi
Prodotto da: Armando Novelli     .
Musiche: Armando Trovajoli
Effetti speciali: Basilio Patriz
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“Adorfiano ed alterno. Adorf supera se stesso di Milano Calibro 9. Il film no, per snodi di trama assai meno logici rispetto a MC9, che si perdonano perché Adorf è fantastico, la fotografia è un gioiello etc. Si trovano temi presenti nell’opera di Di Leo: le cose che altrove funzionano, pure qui lo fanno egregiamente, mentre ciò che altrove non convince, non convince neppure qui (il mondo giovanile poi ripreso in Avere vent’anni). Inoltre la Dublin non strappa manco un sorriso, analogo risultato del tremendo Colpo in canna.

Tra i migliori esempi di film di genere italiano, ed ottimo esempio di noir, è anche una delle opere migliori di Fernando Di Leo. Girato con grande ritmo non appare mai patinato e artefatto, ma sempre efficacemente realista e spietato, con sequenze d’azione che, sebbene a volte siano un po’ “forzate”, appaiono sempre efficacissime. Ottima la prova del cast (specie del bravo Mario Adorf), così come la colonna sonora.

Il modesto macrò Luca Canali (Adorf) viene utilizzato come capro espiatorio dal padrino Don Vito Tressoldi (Adolfo Celi): a lui è attribuita la mancata consegna di un carico di droga pari a 3 miliardi delle vecchie lire. L’americano Corso (Cyril Cusack), che ha subìto il contraccolpo economico, invia due killer con lo scopo di dare una vistosa lezione al protettore, in colpa di defezione. Eccezionale noir, ispirato alla larga da Scerbanenco, ma frutto d’una sceneggiatura puramente ascrivibile al grande Di Leo (Ingo Hermes è imposto dalla co-produzione tedesca). Adorf domina e buca lo schermo.

Molto convincente Mario Adorf, nel ruolo di un pappone milanese un po’ sbruffone, che viene incastrato dal boss locale. Il film si trasforma quasi subito in una caccia all’uomo, soprattutto quando arrivano i due sicari per eliminare Canali (Adorf). Bravo il protagonista a costruire il personaggio, che da omuncolo dalla lingua lunga si trasforma in vendicatore, quando viene attaccato negli affetti più cari. Nessuna morale. Il boss difenderà nome e credibilità a tutti i costi. Da vedere.

Altro potente capitolo del noir italiano, che rispetto a MC9 appare meno cupo e tragico e più essenziale, lineare ed immediato. L’immenso Adorf tratteggia un macrò leale con gli amici, tenero con la sua famiglia, ma spietato con gli avversari, che vengono abbattuti dalla furia delle sue testate vendicatrici. Silva è insolitamente plastico, esuberante e parolaio e cede la sua granitica impassibilità al collega Strode. Scelta ottimale di volti (Cusack. Celi, Paluzzi, Coluzzi, Fabrizi, Berling…) e attori-stuntmen (Capanna, Galimberti).

Storia di un piccolo macrò della mala milanese che si ritrova braccato da due spietati killer americani senza un motivo apparente… Di Leo, autore anche del soggetto, è bravo nel descrivere con cura la disperata deriva di un uomo finito in un ingranaggio più grosso di lui, gira scene d’azione di tutto rispetto e tratteggia con cura anche i personaggi secondari. Se aggiungiamo l’interpretazione di un eccellente Mario Adorf, credo di aver reso l’idea di un grande film, senz’altro tra i migliori del regista pugliese.

Grandissimo film di Di Leo che ci regala uno dei più straordinari noir italiani di sempre. Livido, violento e spietato come pochi altri e per questo degno di autori più quotati come Don Siegl e Melville. Sceneggiatura tesa e vibrante. Musiche di Trovatoli che si fondono efficacemente con le immagini. Maestosa la prova di Adorf che ci regala uno splendido personaggio ed un finale assolutamente memorabile.

Una partita di eroina rubata, un pesce piccolo a cui addossare la colpa, una vendetta cieca e rabbiosa. Tutti elementi noti al genere noir, che Di Leo usa con mestiere confezionando un altro film “scerbanenchiano” dopo Milano Calibro 9  (curiosamente, quello è il titolo del racconto da cui viene l’idea di partenza del film). Meno intenso e più fiammeggiante, mette in prima linea un grande Mario Adorf, pappone con una sua dignità che non accetta compromessi e si fa giustizia da solo. Qualche tributo al gusto pop dell’epoca. Il finale è eccessivo “


 

 

 

 

 

 

giugno 30, 2010 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , , , , , , , , , | 6 commenti

Le evase, storia di sesso e di violenza

Le evase locandina

Monica Hadler, una terrorista, fugge dal carcere in cui è rinchiusa grazie all’aiuto del fratello Pierre con la compagnia di tre detenute, tutte psicopatiche e condannate a lunghe pene.
Nella fuga, le donne salgono su un pullman che trasporta alcune atlete che devono gareggiare in incontri di tennis; grazie alla segnalazione di una di loro, Terry, si recano ad una villa in cui abita in solitudine un giudice.
Da quel momento la convivenza tra il gruppo di atlete e le ex detenute diventa un tragico ensemble di storie che si intrecciano drammaticamente tra loro; c’è la detenuta lesbica, Diana, che inizia ai piaceri saffici la giovane Claudine, c’è la detenuta alcolizzata e violenta che sfoga i suoi istinti sulle ragazze e via dicendo.

Le evase 3
Lilli Carati

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Ines Pellegrini

Il peggio dell’umanità viene fuori dalla convivenza forzata, ed il giudice non si mostrerà migliore delle detenute.
Monica, con il fratello ferito, tenterà inutilmente di mantenere una parvenza di ordine nella casa, e all’arrivo della polizia, dopo che alcune tra le detenute e le evase sono morte, tenterà la fuga grazie a Terry ma…..
Film che incrocia il filone classico del sexploitation con quello del Wip, women in prison, Le evase , storia di sesso e di violenze ad onta del titolo ammiccante ha una sua dignità confermata dallo svolgimento del film stesso, girato come un action movie con qualche interessante introduzione di elementi di novità, come i dialoghi serrati tra le varie protagoniste.

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Pur non disponendo di un cast di nomi altisonanti, Giovanni Brusadori, qui nella sua unica regia cinematografica, riesce a tenere alta la tensione, attraverso un ritmo serrato e con la descrizione abbastanza accurata delle varie personalità delle protagoniste.
Un film quasi totalmente al femminile, perchè le presenze maschili sono limitate alle figre del fratello della terrorista Monica, a quella dell’autista del pulman e a quella del giudice.
Tre figure minori, delle quali l’unica ad assumere una qualche valenza è quella del giudice, peraltro in una luce molto negativa.

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Tra le figure femminili emerge uno spaccato quasi totale di negatività, nel quale la lotta per la sopravvivenza si mescola all’emergere del peggio che è nascosto in ognuna delle figure; da Monica a terry, da Claudine a Diana, la figura femminile esce quasi a pezzi quando si trova ad essere coinvolta in questioni pure di sopravvivenza; così alla fine, il bagno purificatore di sangue sembra mettere un punto fermo all’intera vicenda, sovrapponendo le figure fra loro senza ch emerga una sola che meriti davvero la salvezza.
Le evase è un discreto film, retto da una buona sceneggiatura e sopratutto, abbastanza sorprendentemente, da una buona recitazione.

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Le attrici del film, quasi tutte di secondo piano se si esclude Llli Carati, svolgono bene il loro compito, agevolate anche dalla location quasi claustrofobica del film, che le costringe a tirar fuori il meglio di se; forse la più spaesata tra tutte è proprio Lilli Carati, inadatta al ruolo di cattiva e palesemente in difficoltà, mentre se la cavano decisamente meglio Ines Pellegrini (Terry), ambigua e infida, Marina Daunia (Diana), la più pericolosa del gruppetto delle evase, lesbica e psicopatica, Zora Kerova (Anna) uno dei pochissimi personaggi non integralmente bacati, Dirce Funari (Claudine), vittima predestinata di Diana, dalla quale è costretta ad accettare un insano rapporto saffico.
Un film non eccelso ma decisamente accattivante, sorretto da una buona tensione, quindi.
Un film da riscoprire.

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Zora Kerova

Le evase – Storie di sesso e di violenze, un film di Conrad Brueghel (Giovanni Brusadori) Con Lilli Carati, Zora Kerowa, Ines Pellegrini, Filippo Degara,Patrizia (Dirce) Funari, Angela Doria, Marina D’Aunia
Drammatico, durata 90 min. – Italia 1978.

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Le evase banner protagonisti

Lilli Carati     …     Monica Hadler
Ines Pellegrini    …     Terry
Marina Daunia    …     Diana
Zora Kerova    …     Anna
Dirce Funari    …     Claudine
Filippo De Gara    …     Pierre
Ada Pometti    …     Erica
Artemia Terenziani    …     Betty
Angela Doria    …      Bionda

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Regia: Giovanni Brusadori
Soggetto: Giovanni Brusadori, George Eastman, Bruno Fontana
Sceneggiatura: Giovanni Brusadori, George Eastman, Bruno Fontana
Produttore: Bruno Fontana, Aldo Maglietti, Dick Randall
Fotografia: Sebastiano Celeste
Montaggio: Pierluigi Leonardi
Musiche: Giuseppe Caruso
Scenografia: Pier Dante Longanesi
Costumi: Vera Cozzolino

Una squadra (sequestrata) di tenniste viene utilizzata come scudo, al seguito d’un gruppo di evase da un carcere. La comitiva di disparate figure femminili finisce per approdare nella villa d’un giudice: ed è all’interno della casa che si consumerà un dramma scandito da atti di violenza e sesso. Pur essendo il classico lavoro sexploitation -con spunto d’avvio a carattere “Women in Prison”- il film può contare su un ottimo cast (oltre alla Carati e alla Funari è da segnalare l’importante presenza di Zora Kerowa, accreditatata come Zora Keer). Dialoghi accurati, poco espliciti e molto intimisti.

Unica regia dell’attore Brusatori, che per l’occasione si firma con uno pseudonimo quasi fiammingheggiante. Dopo una partenza – fuga, ostaggi, contrasti e nefandezze anche tra le vittime e non solo tra le carnefici – davvero potente, il film esaurisce presto le cartucce ripiegandosi su se stesso e terminando con un finale affrettato. La Carati è sotto tono, a differenza della D’Aunia, ringhiante e mascolina, che inizia alle pratiche lesbo l’immacolata Funari. La csc Pometti è cooptata tra le protagoniste.

Ben congegnato nella trama e soprattutto nella varietà/cura dei personaggi, è un film che parte bene e intreccia diverse sottotrame interessanti. Magari troppe, qualcuna infatti non viene chiusa a dovere e il finale è meno incisivo. Violenza e sesso appaiono in dosi contenute ma sono ben gestite e questo pone l’opera oltre la media del genere. Tra gli attori bene il giudice (De Gara) e la detenuta che vuol fare le scarpe alla Carati (una tosta Marina Daunia).

Ecco uno di quei film che partono male ma finiscono bene (nel senso della qualità): inizio tutto da ridere tra terroristi buoni e detenute lesbiche e violente, poi il film si rimette in riga e ci regala una buona ora di tensione e azione. Ottima la Carati, il giudice arrapato e la detenuta lesbica interpretata da un’eccellente Daunia, passabile il resto del cast. Film erotico-azione gustosissimo e da riscoprire.

Forse bisogna vederlo due volte per apprezzarlo bene; la protagonista non spicca sul resto del cast, molto più battagliero. Il film merita un bel voto, in quanto in nessun altro regista, più sponsorizzato e fornito di mezzi, ho visto tirar fuori così bene tutte le componenti più ributtanti della degenerazione e dell’opportunismo, tanto di vittime quanto di carnefici, di fronte all’inevitabile epilogo…

giugno 21, 2010 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , , , , | Lascia un commento

Il tamburo di latta

Il tamburo di latta locandina

Polonia, anni venti.
Oskar nasce dal matrimonio infelice tra sua madre Agnes Koljaiczek e il com
merciante Anselmo Matzerath.
La donna ha una relazione anche con suo cugino Jan Bronski, che potrebbe essere in teoria il padre del bambino.
Il giorno del suo terzo compleanno, Oskar scopre la relazione tra sua madre e Jan, mentre si china sotto un tavolo; disgustato dalla cosa, si avvia verso la cantina e si lascia cadere per le scale.
Da quel momento il piccolo smette di crescere, tra la costernazione dei suoi; la caduta sembra avergli dato anche dei poteri particolari, come la capacità di emettere suoni ad alta frequenza in grado di rompere vetri nel raggio di centinaia di metri.

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Oskar così cresce in un corpo da bambino, rifiutandosi di far parte di quel mondo degli adulti che trova ipocrita e bestiale.
Diventa amico di un discreto corteggiatore di sua madre, l’ebreo Markus, che gli regala un tamburo di latta, dal quale Oskar non si separerà più.
Gli anni passano, con Oskar che è rimasto un bambino, anche se soltanto nel corpo, accettato in quella sua strana situazione da tutti.
E’ il momento delle leggi razziali, così il ragazzino assiste al montare della cieca bestialità nazista, che si materializza nelle odiose leggi anti ebraiche e con la morte del suo amico Markus, che si uccide prima di poter essere deportato in un lager.

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Muore anche sua madre, suicida per non dover mettere al mondo un altro figlio, muore Jan, che viene fucilato a Danzica mentre cerca di resistere all’annessione della Polonia; il mondo degli adulti sta mettendo in mostra il peggio di se, così Oskar, che ha conosciuto il nano Bebra, medita di lasciare casa e girare l’Europa con la compagnia circense dello stesso; nel frattempo suo padre Anselmo prende in casa la giovane Marie, che ha più o meno la stessa età del figlio.
Oskar scopre così le prime pulsioni sessuali, anche se più che turbato ne resta preoccupato.
La ragazza diviene l’amante del padre, e grazie all’involontaria complicità di Oskar, resterà incinta.

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Oskar lascia la casa e si avvia con Bebra verso una lunga tournee europea, durante la quale conosce la nana Roswitha, della quale diventa l’amante; la gioia dei due dura poco, perchè la ragazza morirà durante un bombardamento.
La strana catena di lutti che sembra accompagnare Oskar continua al suo ritorno a casa, proprio mentre la città è liberata dai russi; suo padre viene ucciso da un soldato ancora una volta con la complicità involontaria di Oskar.
Il giorno della sepoltura di Anselmo, getta il suo inseparabile tamburo nella fossa in cui giace la bara del padre, e subito dopo vi si getta dentro, quasi a simboleggiare il suo passaggio all’età adulta.

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La guerra sta finendo e Marie, con Oskar bendato e trasportato in una carriola, si avvia verso il treno, alla ricerca di un difficile futuro.
Il tamburo di latta, del regista tedesco Volker Schlöndorff, adattato per cinema dal romanzo omonimo di Günter Grass è uno straordinario e unico film sull’infanzia, sui traumi della stessa, sul parallelo con il mondo cattivo, malvagio e ipocrita degli adulti.
Un film molto cattivo, in cui affiora la vena intrisa di malinconia del regista, che tratteggia tutta una serie di figure guardate nei loro peggiori difetti; è un mondo da non imitare, quello degli adulti, ed è per questo che Oskar si rifiuta di crescere, di appartenere a quell’universo alieno fatto di tradimenti e bugie, di sesso e violenza.

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Un mondo dal quale il piccolo si isola, proprio mentre sta montando in Germania e in Europa la folla nazista.
Così, accanto alle storie popolari dell’amore tra Jan e Agnes, il loro adulterio al quale Anselmo guarda di straforo, quasi senza interesse, assistiamo al montare della violenza nazista, tra l’avallo acritico della borghesia tedesca e quello del popolo tedesco stesso, irretito ma anche sciaguratamente consapevole degli orrori ai quali stava partecipando.
Il film ha un percorso abbastanza lineare, con scene che sembrano incastrarsi come in un gioco di scatole cinesi; memorabile la sequenza della nascita di Oskar, tratteggiata dalle parole che il piccolo protagonista recita “”Ho visto la luce del mondo sotto forma di due lampadine da 60 watt“, quasi a sottolineare la sofferenza fisica di appartenere ad un mondo che lui percepisce già negativo, quasi in una specie di legame extra uterino.

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Le sequenze a cui assistiamo mettono in luce da subito le debolezze dei protagonisti, visti più nel loro ordinario squallore che nel meglio delle loro inesistenti virtù; il padre infingardo la madre adultera e libertina, il suo amante in copia carbone, anche lui adultero e libertino e via via in un campionario di umanità che sembra quasi assolvere il piccolo Oskar dal suo peccato originale, quello di non voler far parte di quel mondo incomprensibile.
C’è un evidente parallelo tra il piccolo Oskar e la storia della Germania nel ventennio prima della guerra e quella che comunque rialzerà la testa arrivando fino al boom economico.

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La mamma di Oskar, interpretata dalla bravissima Angela Winkler

Anche Oskar, a fine guerra, ritornerà nel mondo degli adulti dal quale è fuggito, ora che tutti i legami di sangue sono scomparsi, quasi a significare una nuova nascita, una verginità intonsa e assoluta.
Un passaggio all’età adulta simboleggiata dalla rinuncia al suo amato tamburo, che lascerà nella fossa con il padre, non prima però di averne regalato uno al suo fratellastro (o figlio?), un chiaro avvertimento su ciò che il bambino dovrà affrontare nel corso della vita.
Non ho letto il libro di Grass, per cui non o quanto differisca dal film; di certo il film ha una sua valenza molto forte;

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Schlöndorff è aiutato, oltre che dal suo eccellente mestiere, da un cast davvero notevole, in cui ogni attore recita la parte della vita.
E’ il caso di Angela Winkler, una Agnes Matzerath libertina, sofferente e gaudente al tempo stesso, donna alle prese con le sue pulsioni carnali e sconvolta da un figlio con il quale ha un legame fortissimo, ma che non riesce a capire fino in fondo; altra perla di bravura quella di Mario Adorf nei panni di Anselmo Matzerath, marito becco anche per scelta, fannullone e opportunista, così come di gran livello la parte interpretata da Charles Aznavour, quella del commerciante di giocattoli ebreo Markus, l’uomo che sceglierà la morte all’ignominia e all’infamia dei campi di concentramento.

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Bene anche Daniel Olbrychski che interpreta Jan, mentre un discorso a parte merita David Bennent,praticamente perfetto nel ruolo di Oskar ; il suo volto mobile esprime di volta in volta innocenze e perfidia, semplicità e stupore.
Un bambino che percorre un mondo che non ama, che impara ad approfittare degli adulti diventando un camaleonte che segue le opportunità che si presentano, comportandosi così come quei grandi che detesta.
Un cenno alla fotografia davvero perfetta e ai costumi, che sembrano tirare di peso lo spettatore immergendolo in quelle atmosfere tristi del periodo pre seconda guerra mondiale.
Un film da non perdere, capace di emozionare e commuovere, un film sull’infanzia vista da un’angolazione davvero speciale.

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Il tamburo di latta,un film di Volker Schlöndorff. Con Mario Adorf, Angela Winkler, David Bennent, Charles Aznavour, Andréa Ferréol, Tina Engel, Daniel Olbrychski, Otto Sander, Wojciech Pszoniak, Joachim Hackethal, Gerda Blisse, Berta Drews, Heinz Bennent, Marek Walczewski, Katharina Thalbach, Mieczyslaw Czechowicz, Fritz Hakl, Mariella Oliveri, Roland Teubner, Ernst Jacobi, Werner Rehm, Ilse Page, Kate Jaenicke, Wigand Witting, Karl-Heinz Tittelbach, Emil Feist, Herbert Behrent, Brunc Thost, Zygmunt Huebner
Titolo originale Die Blechtrommel. Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 142 min. – Germania, Francia 1979.

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Il tamburo di latta banner protagonisti

Mario Adorf     …     Alfred Matzerath
Angela Winkler    …     Agnes Matzerath
David Bennent    …     Oskar Matzerath
Katharina Thalbach    …     Maria Matzerath
Daniel Olbrychski    …     Jan Bronski
Tina Engel    …     Anna Koljaiczek (jung)
Berta Drews    …     Anna Koljaiczek
Roland Teubner    …     Joseph Koljaiczek
Tadeusz Kunikowski    …     Onkel Vinzenz
Andréa Ferréol    …     Lina Greff
Heinz Bennent    …     Greff
Ilse Pagé    …     Gretchen Scheffler
Werner Rehm    …     Scheffler
Käte Jaenicke    …     Mutter Truczinski

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Regia Volker Schlöndorff
Soggetto Günter Grass
Sceneggiatura Jean-Claude Carrière, Franz Seitz, Volker Schlöndorff, Günter Grass
Produttore Franz Seitz
Casa di produzione Franz Seitz Film, Bioskop Film, Artémis Film, Hallelujah Film, GGB-14, Argos Films, Jadran Film, Film Polski
Fotografia Igor Luther
Montaggio Suzanne Baron
Effetti speciali Georges Jaconelli
Musiche Maurice Jarre
Costumi Dagmar Niefind, Inge Heer, Yoshy Yabara
Trucco Rino Carboni, Alfredo Tiberi

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giugno 9, 2010 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , , | 1 commento

La ragazza dal pigiama giallo

La ragazza dal pigiama giallo locandina

La vicenda inizia in Australia, sulla spiaggia cittadina di Sidney.
Sul bagnasciuga viene rinvenuto il cadavere di una ragazza, spaventosamente sfigurato dal fuoco.
Il corpo è quasi irriconoscibile, fatto salvo il particolare che indossa un pigiama giallo.
Le indagini di rito vengono affidate agli ispettori Ramsey e Morris, i quali devono accettare, loro malgrado, l’interesse dell’ispettore Thompson, ormai in pensione che si affianca ai due non richiesto.
Mentre Ramsey sceglie una pista sbagliata, facendo arrestare un ubriacone innocente, Thompson indaga su alcuni immigrati, fra i quali Antonio, un cameriere italiano.

La ragazza dal pigiama giallo 16
Il corpo della sconosciuta

La ragazza dal pigiama giallo 1

Attraverso alcuni sbalzi temporali, apprendiamo la storia della sua relazione con la splendida e conturbante Glenda, una donna dal passato turbolento.
Antonio sposa la ragazza, che però mantiene relazioni proibite con il professor Douglas, un eminente e ricco uomo d’affari di Sidney e contemporaneamente con Roy che è un operaio irlandese amico proprio di Antonio.
Le cose sono destinate a diventare ancor più complicate quando Glenda scopre di essere rimasta incinta.

La ragazza dal pigiama giallo 2
Dalila Di Lazzaro è Glenda

Dopo aver tentato un impossibile riavvicinamento con Antonio e sopratutto dopo aver perso il bambino che aspettava, Glenda entra in crisi.
Tenta di riconquistare il ricco Douglas che però deluso dalla donna la respinge.
Nel frattempo Thompson, con le sue indagini, è arrivato ad un passo dalla verità; ma è destino che non possa godersi il frutto del suo lavoro, perchè viene ucciso.

La ragazza dal pigiama giallo 3

La ragazza dal pigiama giallo 10

L’uomo però ha lasciato scritto tutto ciò che ha scoperto, così la polizia risolve comunque il caso.
Glenda era fuggita da casa di Douglas decisa a lasciare tutti, ma nella sua fuga era stata raggiunta da suo marito Antonio e dall’altro suo amante, Roy, che durante un furibondo litigio l’aveva ferita mortalmente colpendola con un crick.Appartiene dunque a lei il corpo rinvenuto sulla spiaggia, ed è stato proprio Roy a bruciarlo.
Antonio, deciso a piegare la genesi dell’omicidio, si rivolge all’ispettore Ramsey, ma spaventato dall’arrivo delle auto della polizia, scappa per finire tragicamente investito e ucciso.

La ragazza dal pigiama giallo 13

La ragazza dal pigiama giallo, film del 1977 diretto da Flavio Mogherini è un buon prodotto che si eleva di parecchio su molti film simili girati negli anni settanta.
Anche perchè non è propriamente un thriller, quanto un film che mescola diversi generi, caratterizzandosi anche per il buon uso degli sfalsamenti temporali.
Buona l’idea, per esempio, di raccontare la storia dalla fine, senza arrivare a palesare da subito l’identità della misteriosa ragazza dal pigiama giallo.
Certo, appare chiaro che l’identità della donna coincide con quella della turbolenta Glenda, ma per lo spettatore il tutto resta un’ipotesi.
Mentre il film si dipana con una certa eleganza, assistiamo alle indagini di Thompson, vediamo la vita disordinata di Glenda, conosciamo suo marito e i suoi amanti.
Il ritmo non è frenetico, c’è molta attenzione ai dialoghi, per una volta.
E se manca la tensione, ci si consola con la sapiente scelta di mescolare passato e presente.
Il film ha diversi difetti, consistenti sopratutto nella lentezza del film stesso e in una recitazione non sempre convincente, ma tutto sommato riesce a catturare l’attenzione dello spettatore, intriso com’è di una malinconia di fondo che generalmente non è presente nei film gialli.

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Tra le scene da segnalare, quella curiosa in cui il corpo di Glenda viene esposto nudo per permettere alla gente di vederlo e identificarlo.
Anche se La ragazza dal pigiama giallo non è un noir vero e proprio, ha dalla sua una location finalmente lontana dalle sponde italiche e un cast che assicura al film una certa dignità.
Discrete le prove di Ray Milland che interpreta il caparbio ispettore Thompson, che pagherà con la vita la sua ostinazione, così come una garanzia è Michele Placido  a suo agio nel ruolo di Antonio Attolini; anche Howard Ross, che interpreta Roy è una garanzia, mentre la Di Lazzaro, pur affascinante come sempre, risulta alla fine la meno convincente del gruppo, con una recitazione che spesso eccede la drammaticità del suo ruolo, che andava interpretato con più malizia e mistero.

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Michele Placido è Antonio

Nel cast compare anche Mel Ferrer, il maturo prof. Henry Douglas, amante di Glenda.
Un film che non piacque moltissimo quando uscì, forse perchè dopo la metà degli anni settanta il giallo non aveva molti seguaci; colpa anche della realtà quotidiana, che presentava storie e vicende sociali drammatiche, degne davvero di un film thriller.

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La ragazza dal pigiama giallo, un film di Flavio Mogherini. Con Michele Placido, Dalila Di Lazzaro, Ray Milland, Mel Ferrer, Howard Ross, Eugene Walter, Rod Mullinar
Giallo, durata 105 min. – Italia 1977.

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La ragazza dal pigiama giallo banner personaggi

Ray Milland     …     Ispettore Thompson
Dalila Di Lazzaro    …     Glenda Blythe
Michele Placido    …     Antonio Attolini
Mel Ferrer    …     Professor Henry Douglas
Howard Ross    …     Roy Conner
Ramiro Oliveros    …     Ispettore Ramsey
Rod Mullinar    …     Ispettore Morris
Giacomo Assandri    …     Quint
Eugene Walter    …     Dorsey
Fernando Fernán Gómez
Antonio Ferrandis    …     Nottingham
Vanessa Vitale    …     Evelina
Mónica Rey    …     Patricia Clark Dorsey


“Già scopritore sullo schermo di Renato Pozzetto e iniziatore di una vena calligrafica della commedia all’italiana, l’architetto Flavio Moghemi cambia genere e continente. Sfruttando in Australia un’insolita cornice ambientale e i servizi di una cinematografia in ascesa, si affida a un thrilling articolato con abilità su due binari: l’inchiesta della polizia intorno a una ragazza dal pigiama giallo trovata semicarbonizzata sulla spiaggia, e le disavventure di una bella emigrata olandese mal maritata con un cameriere italiano e divisa fra molti uomini. I due motivi si fondono, sulla dirittura finale, in maniera da riservare al pubblico una piccola sorpresa. Ma se Mogherini sa inquadrare e tagliare come i registi americani, scegliendo fra l’altro interni ed esterni con gusto avvertito, anche stavolta non riesce a scandire la qualità formale su autentici ritmi di racconto. Se all’autore interessava rappresentare l’ambiente degli emigranti, come la drammatica scena finale di Placido nel cimitero marino farebbe supporre, bisogna constatare che se n’è dimenticato per la strada; e anche l’approccio ai personaggi rimane freddo, distaccato e spesso decorativo. Con tanto nitore contrasta la deliberata volgarità di certe battute e situazioni, che attestano un cinico proposito dl mercificare il film. Perfino un gentiluomo come Ray Milland si abbassa al livello delle parolacce e dei gesti osceni.
Da Tullio Kezich, Il nuovissimo Mille film. Cinque anni al cinema 1977-1982, Oscar Mondadori”


Non male questo lavoro, più noir che giallo, di un regista più a suo agio con la commedia. L’ambientazione estera e la tematica della solitudine e lo spaesamento ricorda Blue nude (molto piu bello). Il montaggio alternato tra la vicenda e le indagini della polizia crea un po’ di confusione e la sceneggiatura ha diversi buchi, ma l’atmosfera molto triste è resa con efficacia. La Di Lazzaro è stupenda e anche piuttosto brava.

Se fosse solo un giallo, come recita il genere scritto nella locandina, probabilmente sarebbe un ottimo giallo e basta. Invece c’è molto altro. In primo luogo una tragedia umana di forte impatto sociale, fatta di povertà e di stenti, in secondo un’impostazione dei tempi narrativi che, ancora prima di incidere positivamente sul versante tecnico, risulta essere emotivamente coinvolgente. Complici sono indubbiamente le atmosfere, i silenzi usati per sconfinare nell’indicibile, un cast a prima vista quasi inconciliabile, ma in verità di gran lunga indovinato.

La bravura di Ray Milland e i concetti investigativi da lui rappresentati sono veramente sopra le righe e il vero piatto forte del film. Geniale il regista nel parallelismo dell’antefatto con la diretta. Io lo vidi quando uscì e ne rimasi molto toccato. Oggi gli riconosco anche il merito di aver saputo estrarre le migliori qualità di allora della Di Lazzaro e di Amanda Lear nella colonna sonora, allora al massimo del successo. Quasi odioso Michele Placido, che rappresenta gli emigrati italiani come una massa di zoticoni, analfabeti e terroni…

Terribile esempio di cinema, nel senso peggiore del termine: mal diretto, mal interpretato, mal montato, sceneggiatura inesistente, più o meno siamo ai livelli di Rose rosse per una squillo. Squallido nel suo presunto erotismo. Resta solo la bellezza della Di Lazzaro, che da sola non risolleva minimamente le sorti del film. Penoso.

Bizzarro melodramma erotico tinto di giallo: operazione curiosa ma dai risultati mediocri. C’è un colpo di scena che per quanto leggermente prevedibile possiede una certa originalità, ma la storia, per quanto ben strutturata, scorre un po’ troppo lentamente. Non manca qualche scena di sesso (di cui una piuttosto squallida) ma non viene mostrato nulla di che. Ottimo il cast ma mediocri le musiche di Ortolani, fatta eccezione per l’azzeccatissima canzone (cantata da Amanda Lear) che accompagna molte scene del film (come quella iniziale).

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La ragazza dal pigiama giallo locandina 1

giugno 3, 2010 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , | 1 commento

Nenè

Nenè locandina

Il piccolo Ju è un bambino di età indefinibile, tra gli otto e i dieci anni; vive con la sua famiglia in una casa malmessa in campagna, afflitto da una sorellina impicciona e traditrice, da un padre frustrato nelle sue ambizioni e nel lavoro, e da una madre ancor più frustrata, che non smette mai di rinfacciare al marito i suoi fallimenti.
Ju è in un’età delicata.

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Leonora Fani è Nenè

Avverte i primi fremiti della carne, confusamente, che diventeranno ancor più confusi quando a casa dei suoi arriva Nenè, un’adolescente che i suoi genitori accolgono perchè rimasta orfana.

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Ju spia il mondo dei grandi, i suoi genitori

Tra Nenè, confusa e smarrita dalla nuova situazione, anche lei presa da fremiti ormonali e il piccolo Ju si stabilisce subito una buona intesa.
I due diventano confidenti, così Ju si trova a vivere una situazione differente da quella in cui dovrebbe vivere alla sua età.
E’ circondato da donne, ognuna differente quanto possono esserlo fra loro persone appartenenti a età diverse e situazioni diverse; la madre accetta rapporti al limite del masochismo con il tanto disprezzato marito, la maestra di ripetizioni di Ju, che vede sfiorire la sua bellezza, parla al ragazzino delle disillusioni della sua vita, mentre Nenè è l’unica che lo tratta quasi come un compagno di giochi.
Siamo nel 1948, qualche giorno prima delle elezioni politiche che avrebbero dovuto significare lo spostamento a sinistra del paese, con l’avanzata del fronte popolare.
Una speranza di tanti italiani, venuti fuori dalle rovine della guerra, ansiosi di vedere un paese nuovo e una classe politica vicina alle esigenze della classe lavoratrice.

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Compagni di gioco….

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… e compagni di confidenze

Su questo sfondo si muovono i vari personaggi, quasi tutti perdenti, dai due coniugi, frustrati nelle loro ambizioni al barbiere del paese, comunista sfegatato che per il giorno delle elezioni organizza un banchetto con musica, salvo rimanere crudelmente deluso dall’esito delle elezioni.
Anche Nenè è una perdente, perchè oltre ad aver perso i riferimenti abituali di un’adolescente, il padre e la madre, si innamorerà di un giovane mulatto, Rodi, che lega subito anche con Ju, salvo essere sorpresa dal padre del bambino mentre è in atteggiamenti affettuosi con il giovane.

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Ju osserva con curiosità Nenè

La ragazza verrà frustata a sangue dall’uomo, che in qualche modo sfoga le sue delusioni (la vita provvisoria senza soddisfazioni, la sconfitta politica, un matrimonio noioso e cupo) su Nenè, provocando la reazione del piccolo Ju, che griderà verso il nulla “non voglio crescere più”, deluso da quel mondo adulto così incomprensibile per lui, assolutamente in sintonia con i suoi problemi, perchè anche il paese stesso non riesce a crescere.
Nenè girato nel 1977 da Salvatore Samperi è il film che non ti aspetti dal regista padovano.

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Reduce dai fasti principalmente commerciali di Malizia, rinverditi da film di cassetta come Peccato veniale, Scandalo e Strumtruppen, Samperi adatta per lo schermo il romanzo omonimo di Cesare Lanza, con risultati sorprendenti.
Lungi dall’accentuare la parte erotica del romanzo, che in qualche modo tende a mostare i primi pruriginosi problemi del giovane protagonista Ju, Samperi guarda con sguardo sapiente e intelligente alle storie che circondano proprio il protagonista principale, raccontando con tono dimesso i fallimenti dei vari componenti del film, in parallelo con i fallimenti degli ideali di quanti speravano in un esito politico diverso delle elezioni del 48.

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Lezioni di vita della maestra di Ju

La storia si muove quindi sui binari paralleli dell’iniziazione sessuale di Ju, che rimane comunque abbastanza estraneo a turbamenti che percepisce ma dei quali non sembra preoccupato, su quelli di Nenè, ben più importanti perchè presenti in una adolescente in piena tempesta ormonale e affettiva, fino al binario meno illustrato con le immagini, ovvero quello politico/sociale.
Facendo attenzione a non andare mai sul terreno minato dello scabroso e del sensazionalismo, il regista riesce a dare una visione lucida e pulita del delicato tema della sessualità nei bambini e negli adolescenti, attraverso una storia che regge bene dall’inizio, ben fotografata e sopratutto ben recitata, grazie al cast che fa miracoli.
Bene il piccolo e sdentato Sven Valsecchi, che interpreta Ju, il bambino curioso, ma non più di tanto, alle prese con l’affascinante e inesplorato mondo femminile, che esprime candore e malizia in maniera perfetta; bene Leonora Fani, forse nella sua interpretazione migliore, anche lei alle prese con un personaggio difficile.
Sorprendente Paola Senatore, in un ruolo non principale, ma importante come quello della madre di Ju; una donna dalle ambizioni frustrate, che sfoga sul marito le sue voglie inespresse e incompiute di una vita diversa.

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Molto bravo Tito Schirinzi, il papà di Ju, uomo nel guado, uscito a pezzi dalla guerra, mortificato nell’animo dall’impossibilità di dare decoro alla sua famiglia e sopratutto asfissiato da una moglie nevrotica, che gli imputa i fallimenti di cui lui ha colpa molto relativa.
E infine da segnalare il personaggio dell’insegnante di Ju, interpretata benissimo da Rita Savagnone, anch’essa una donna avviata sul viale del tramonto malinconicamente, senza soddisfazioni e il personaggio del barbiere, piccolo cameo del solito eccezionale Tognazzi.

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Un film da gustare, privo di volgarità; basti pensare alla delicatezza di una delle scene cruciali del film, quando Nenè e Ju sono nello stesso letto.
Alla richiesta del bambino di praticargli una fellatio, Nenè acconsente e subito dopo chiede al bimbo ” ma ti è piaciuto?” . E lui, seraficamente risponde “insomma”; il tutto chiaramente senza alcuna immagine disturbante, come accade invece nel film Maladolescenza, dove il tema della sessualità adolescenziale è esplicitato con immagini di dubbio gusto.
Un Samperi ad alto livello, in un film che personalmente ritengo il suo migliore.
In ultimo segnalazioni per la sceneggiatura di Alessandro Parenzo , la fotografia davvero sontuosa di Pasqualino De Santis e le musiche di Francesco Guccini.

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Nené, un film di Salvatore Samperi. Con Leonora Fani, Paola Senatore, Rita Savagnone, Tino Schirinzi, Ugo Tognazzi, Sven Valsecchi
Drammatico, durata 97 min. – Italia 1977.

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Il barbiere, Ugo Tognazzi, festeggia una vittoria che non ci sarà

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Sven Valsecchi: Ju
Leonora Fani: Nené
Alberto Cancemi: Rodi, il mulatto
Rita Savagnone: maestra di Ju
Vittoria Valsecchi: Pa
Tino Schirinzi: padre di Ju e Pa
Paola Senatore: madre di Ju e Pa
Ugo Tognazzi: “Baffo”, il barbiere


Regia:     Salvatore Samperi
Soggetto:     Cesare Lanza (romanzo)
Sceneggiatura:     Salvatore Samperi e Alessandro Parenzo
Produttore:     Giovanni Bertolucci
Casa di produzione:     San Francisco Film
Fotografia:     Pasqualino De Santis
Montaggio:     Sergio Montanari
Musiche:     Francesco Guccini
Scenografia:     Ezio Altieri
Costumi:     Ezio Altieri

 

 

“Tutti sono delusi, in Nenè. E Samperi ce ne dà conto con un narrare tranquillo, senza improvvidi slanci, quasi una cronaca sommessa venata di pulsioni che sboccano nella violenza finale e subito rientrano nell’ombra triste dell’epilogo. Giovandosi della fotografia suggestiva di Pasqualino De Santis, delle musiche di Francesco Guccini, d’una interpretazione almeno in un caso sorprendente. Pensiamo a Tino Schirinzi, che accanto a Paola Senatore e a Rita Savagnone (la maestra) dà al film una forte impennata: bravissimo nei panni d’un padre che forse la guerra ha reso cattivo, e ormai spera soltanto di vincere alla Sisal, ma continua a proibire. Se Schirinzi, all’esordio sul grande schermo dopo teatro e Tv, è un apporto prezioso per il nostro cinema, forse per la prima volta non s’ha da dir male nemmeno di Leonora Fani: a lungo usata come lolita dei cinema di serie C (a ventitré anni ha già fatto quattordici film), e qui finalmente redenta in una Nenè graziosa e fresca. Il piccolo Ju è Sven Valsecchi, per niente lezioso. È il barbiere chi è? Sorpresa, è Tognazzi, che dà un tocco sanguigno e un rintocco accorato a un film di sconfitti: qualcosa di molto diverso dal racconto morboso promesso ai voyeurs.”
Giovanni Grazzini

“Interessante. Samperi dirige con proprietà pure i bambini (Sven e Vittoria Valsecchi), che non cadono quasi mai nel lezio. È aiutato da attori notevoli, perché Schirinzi e la Savagnone sono bravissimi, la Fani è perfettissima per la parte, la Senatore se la cava bene in un ruolo nel quale prevale il dramma. Inoltre ci presenta (non accreditato!) Ugo Tognazzi (barbiere “rosso” nel marzo-aprile del 1948), il cui figlio è aiuto-regista. Un filino sotto il “buono”, ma decisamente è da vedere.

Drammatico e distorto avvio alla scoperta delle prime “tensioni” sessuali per il piccolo Ju (il bravissimo Sven Valsecchi). A fare da guida, verso l’iniziazione delle pulsioni erotiche, dei primi turbamenti e della gelosia, nientemeno che la cuginetta (di poco più grande) Nenè (Leonora Fani). Ambientato in un dopoguerra quasi glaciale, tormentato da estremismi politici e false rivoluzioni (eccezionale il breve, ma pregnante, ruolo di Tognazzi, comunista incallito e deluso) il film di Samperi affronta con spregiudicata naturalezza un tema ostico, pur divertente ma anche doloroso e sconveniente.

L’iniziazione al sesso è sempre stata nelle corde di Samperi, ma in questo caso è sviluppata in un modo assai interessante, più giocoso che morboso e più attento ai risvolti psicologici ed esistenziali. La fotografia è molto curata e gli attori bravissimi: il candore infantile di Valsecchi, l’irrequietezza della Fani, il violento isterismo del padre-padrone Schirinzi. Sullo sfondo, l’Italia post-bellica e il rovente clima pre-elettorale del 1948, vissuto dalla figura del barbiere comunista Tognazzi, in un indimenticabile cameo.

Buon film di Samperi, perfettamente a suo agio nel raccontare con notevole delicatezza la storia di questi ragazzini di provincia nel dopoguerra, tra problemi di tutti i giorni e curiosità sessuali. Meno riuscita è la parte con Tognazzi, molto “teorica” e che non si integra a dovere col resto del film… In ogni caso nel complesso è un’opera interessante e la Fani è a dir poco spettacolare.”

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Maggio 28, 2010 Pubblicato da: | Drammatico | , , | 2 commenti

Schiave bianche: violenza in Amazzonia

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Katherine Miles è una bella e bionda ragazzona americana; una studentessa, che finiti gli studi raggiunge i genitori in Brasile.
La ragazza, che ha appena compiuto 18 anni, accetta l’invito dei genitori per fare una breve vacanza sul fiume Orinoco.
Durante il viaggio su una house boat però la famiglia viene attaccata da ferocissimi tagliatori di teste; la madre di Katherine viene uccisa con una freccia che le trapassa un’orbita, mentre il padre cade trafitto da molti dardi e successivamente i due vengono decapitati.

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La ragazza si salva solo per la sua bellezza e per i capelli biondi; viene quindi trasportata nel villaggio degli indios Guanirà, dove, dopo esser stata curata dalle ferite riportate durante l’assalto all’imbarcazione sulla quale navigava, viene venduta all’asta durante una rituale radunata degli indios.

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La ragazza sperimenta così un modo di vivere molto differente da quello a cui era abituata; valori come la verginità, la parità uomo/donna, presso i Guanirà non esistono, così la ragazza verra stuprata artificialmente, come avviene a tutte le componenti femminili della tribù a partire dai quattro anni di età.
Aiutata da Umukai, un giovane Guanirà un tantino tonto ma valente guerriero, la donna riesce in qualche modo ad abituarsi alle dure condizioni di vita della tribù.
Che un giorno viene completamente sterminata da un gruppo di cacciatori di taglie che vive uccidendo i nativi e intascando i soldi messi sulle loro teste.
Sopravissuta miracolosamente all’eccidio con il fido Umukai, del quale un pò è innamorata, Katherine apprende che ad uccidere i suoi genitori in realtà non erano stati gli indios, ma i cacciatori bianchi, assoldati da una coppia di zii ansiosi di mettere le mani sulle terre dei genitori di Katherine.

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La ragazza decide di vendicarsi, e con l’aiuto di Umukai raggiunge gli zii, che uccide facendoli letteralmente a pezzi.
La ragazza si costituisce e racconta la sua odissea durante il processo.
Liberata dopo anni, torna ad una vita quasi normale, senza voler più raccontare la sua storia.
Diretto da Mario Gaiazzo Schiave Bianche: Violenza In Amazzonia venne girato nel 1984, quando ormai il genere cannibalistico/ avventuroso/ orrorifico era da tempo scomparso senza lasciare particolari rimpianti presso il pubblico.
Il film più che brutto è assolutamente incolore, per una serie di motivi;

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la sceneggiatura è lacunosa e per larga parte non fa altro che ricalcare gli stereotipi del genere, mostrando as usual gli indios come crudeli e spietati assassini, prima di virare verso il solito atteggiamento politicamente corretto della rivalutazione del loro stile di vita, feroce ma rispettoso della natura.
I bianchi sono cattivi, anzi cattivissimi, sono spietati e assassini, la ragazza impara che gli indios viceversa non sono poi così crudeli, così assistiamo alla solita forzata convivenza tra culture distanti anni luce, con il finale violento e gore in cui la ragazza fa a pezzi, letteralmente, i veri responsabili della morte dei suoi genitori.

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Il film non è nemmeno aiutato da una fotografia all’altezza; la location non è affatto affascinante, e la storia si trascina molto stancamente, fatta eccezione per l’unica novità rappresentata dalla ragazza che racconta alla corte che la sta giudicando le sue vicissitudini.
Molto forzata la storia d’amore, aldilà delle differenze culturali tra i due protagonisti; passi per l’attrazione fisica da parte di Katherine per il bello e muscoloso Umukai, ma la sceneggiatura dipinge il giovane come un tonto degno di un trono in un reality della De Filippi, e questo degrada ancor di più la storia.

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Qualche scena abbastanza forte, come l’uccisione e la decapitazione dei genitori della ragazza, ma realizzata in maniera molto artigianale.
Pensare che il film doveva girarlo Deodato, che per fortuna si dedicò a L’inferno in diretta, di ben altro interesse per lo spettatore.
Un film di poche pretese, in definitiva, dipinto come un cannibal movie per motivi pubblicitari e che del filone cannibalistico non ha assolutamente nulla, se non l’ambientazione.
La recitazione è da cinema amatoriale, con la Audray che esprime il meglio di se stessa quando è senza vestiti, ovvero quasi sempre; il che è tutto dire.

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Schiave Bianche: Violenza In Amazzonia, un film di Mario Gaiazzo, con Elvire Audray, Andrea Coppola, Neal Berger, James Boyle, Jessica Bridges, Dick Campbell, Mark Cannon, Sara Fleszer, Will Gonzales
Italia 1985

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Schiave bianche violenza in Amazzonia banner protagonisti

Elvire Audray     …     Katherine Miles
Will Gonzales    …     Umukai
Dick Campbell
Andrea Coppola    …     La zia di Katherine
Dick Marshall
Alma Vernon
Grace Williams
Sara Fleszer
Mark Cannon
James Boyle
Peter Robyns
Jessica Bridges
Stephanie Walters
Neal Berger
Deborah Savage

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Regia Mario Gariazzo
Soggetto Francesco Prosperi
Sceneggiatura Francesco Prosperi
Fotografia Silvano Ippoliti
Montaggio Gianfranco Amicucci
Musiche Franco Campanino

Maggio 10, 2010 Pubblicato da: | Drammatico | , | 5 commenti

America 1929 sterminateli senza pietà-Boxcar Bertha

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Siamo in America, nel 1929, all’epoca della grande depressione.
Bertha è una ragazza diciottenne, che ha perso il padre e perciò si è data ad una vita errabonda, senza meta.
Durante il suo vagabondare, conosce Bic Bill Shelly, un sindacalista, con il quale ha una breve incontro sessuale, al termine del quale l’uomo la abbandona.
In seguito, la ragazza conosce un uomo di colore, un baro, del quale la ragazza diviene la spalla.

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Barbara Hershey  è ‘Boxcar’ Bertha Thompson

Ritrovato Bill, che è prigioniero in un bagno penale, la donna riesce a liberarlo, assieme ad un suo amico. Con l’aggiunta di un uomo di colore, la ragazza compone con loro un quartetto  che, influenzato dalle idee di libertà di Bill, decide di attaccare il padrone di una compagnia ferroviaria, reo agli occhi del quartetto di essere uno schiavista.
Una serie di fortunate rapine permette per qualche tempo al gruppo di sognare la vittoria, ma l’Fbi è sulle loro tracce……

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America 1929, sterminateli senza pietà, intitolato negli States Boxcar Bertha, è il secondo film di Martin Scorsese, diretto nel 1972 , film che precede Mean Streets, la sua prima opera di grande successo.
Si tratta di un film nel quale il regista mette già in mostra il suo straordinario talento, attraverso una visione lucida e resa visivamente senza mediazioni del periodo della grande depressione, seguita al crollo della borsa di Wall Street e che determinò anche il crollo della media borghesia americana, che vide di colpo annientate piccole e medie fortune, con conseguenze catastrofiche sopratutto fra la classe lavoratrice.

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Scorsese adattò per lo schermo il romanzo autobiografico di Bertha Thompson, Autobiografia di una vagabonda americana, raccontando non solo la crisi economica, ma anche la vita degli hobos, dei senza tetto e senza reddito, attraverso una visione ad ampio spettro di altri problemi sociali come il razzismo e l’emarginazione.
La storia di Bertha, che diviene ben presto un’odissea, attraverso la quale la ragazza passa dallo stato adolescenziale alla vita da adulta, diviene un paradigma di tante storie americane, vite vissute nell’illusione pre crollo di Wall Street attraverso il periodo della grande depressione fino al New deal, che trasformerà nuovamente l’America in una terra promessa.

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Bertha diviene immediatamente adulta, perchè alla morte del padre è costretta a fare i conti con i problemi sociali, che le impediscono di avere una vita normale; si prostituisce, quindi immediatamente entra nel mondo dei grandi, in cui alle favole si sostituiscono i problemi esistenziali, come il dover sopravvivere.
Il tutto dopo aver conosciuto Bill, che la rende adulta, uno strano tipo di sognatore che decide con lei di attaccare il potere, rappresentato dal cinico e spietato Sartoris, copia carbone dei tanti profittatori che uscirono dalla grande crisi ancora più ricchi di prima.

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Scorsese racconta le loro vite, quella di Bertha, di Bill, di Rake, il baro che nasconde la sua provenienza per paura di mostrare le sue origini, di Von Morton, il nero che rappresenta la parte più discriminata d’America, ovvero la gente di colore diprezzata solo per l’appartenenza al ceppo etnico che pure tanto collaborò alla nascita della grande nazione.
Storie che si intrecciano, con destini quasi simili, comuni a quelli di tanti, troppi americani costretti a fare i conti con il grande sogno americano infrantosi davanti alle logiche del potere e del profitto.

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Storie che si chiudono con personali sconfitte, come del resto diventa una sconfitta il sogno di vedere una società più giusta, in cui le pari opportunità diventino davvero realtà e non solo parole scritte sulla costituzione della più grande democrazia del mondo.
Ecco, Scorsese fa proprio questo; puntare il dito sulla differenza sostanziale tra la teoria dell’uguaglianza e la pratica della stessa, assolutamente divergente quando deve essere applicata.
Lo fa usando un linguaggio scenografico molto forte, non privo di pecche, ma duro e diretto.

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Un sistema che andrà sempre più perfezionando, riuscendo a diventare in seguito uno dei registi più attenti a cogliere le contraddizioni della società americana; America 1929 è proprio l’anticamera di questo modo di vedere la storia americana, attraverso vite di emarginati, di disillusi, di coloro che vivono vite spesso disperate ai margini della società dell’opulenza.
Se questo film ha dei punti deboli, e non poteva essere altrimenti, vanno ricercati nel sacro furore che Scorsese mette nella descrizione della società e delle vite dei protagonisti, usando sia un linguaggio molto aggressivo, sia una virulenza di immagini che spiazzano lo spettatore, costretto a confrontarsi con una storia cruda e drammatica in cui i perdenti lo sono davvero, in cui l’attacco frontale del regista si manifesta in una serie finale di sequenze molto crude con qualche limite di comprensibilità sopratutto nelle varie sequenze temporali.

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Il film, prodotto da Roger Corman, ha come protagonisti Barbara Herhsey e David Carradine, rispettivamente Bertha e Bill; i due attori si integrano alla perfezione, dando vita ad una coppia di personaggi di notevole spessore interpretativo.
La Hershey, che all’epoca del film aveva 24 anni, si cala perfettamente nel ruolo scomodo di Bertha, riuscendo a dare al suo personaggio un candore misto a disillusione di qualità elevatissima, come del resto fa David Carradine, alle prese con un personaggio romantico, sognatore ma allo stesso tempo cinico come quello di Bill.
L’uscita del film suscitò scalpore, per il realismo e la crudezza delle immagini; in Italia Tullio Kezich, all’epoca critico di punta del Corriere, definì Scorsese come uno dei “quattro giovani registi più promettenti del cinema americano d’oggi “. Una lungimiranza condivisa da quanti restarono affascinati dal nuovo modo imposto da Scorsese di raccontare la quotidianità, le vite comuni, il sociale di quel pianeta dalle molteplici facce che sono gli Usa.

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America 1929 – Sterminateli senza pietà,un film di Martin Scorsese. Con Barbara Hershey, John Carradine, David Carradine, Barry Primus,Bernie Casey
Titolo originale Boxcar Bertha. Drammatico, durata 97 min. – USA 1972.

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Barbara Hershey     …     ‘Boxcar’ Bertha Thompson
David Carradine    …     ‘Big’ Bill Shelly
Barry Primus    …     Rake Brown
Bernie Casey    …     Von Morton
John Carradine    …     H. Buckram Sartoris
Victor Argo    …     McIver 1
David Osterhout    …     McIver 2
Grahame Pratt    …     Emeric Pressburger
‘Chicken’ Holleman    …     M. Powell
Harry Northup    …      Sceriffo Harvey Hall
Ann Morell    …     Tillie Parr
Marianne Dole    …     Signora  Mailler
Joe Reynolds    …     Joe Cox

America 1929 banner cast

Regia: Martin Scorsese
Soggetto:    Joyce Hooper Corrington e John William Corrington
Sceneggiatura:     Martin Scorsese
Fotografia:    John M. Stephens
Montaggio:     Buzz Feitshans
Musiche:     Gib Guilbeau e Thad Maxwell
Scenografia:     Walter Starkey

Un Robin Hood americano: Bill, un sindacalista perspicace che ruba ai ricchi per aiutare i poveri, futuro martire di una società prevenuta ed ancora conservatrice per alcune sue maniere. Altri tre ragazzi l’accompagnano (come se fossero i dodici apostoli con Gesù), e sono: la sua ragazza “puttana” interpretata dalla brava Barbara Hershey, un “negro” e da un “vigliacco” giocatore di poker. Martin Scorsese già dimostra di essere un grande come regista e Corman (produttore) c’azzecca sempre, non c’é niente da fare…

Sullo sfondo polemico di un periodo di crisi dell’America, questa storia trasmette ironia, ribellioni, riflessioni e tragedie. Opera intelligente del giovane Scorsese che sfrutta bene l’occasione di “raccomandazione” offertagli da Roger Corman. Filone politico di un ambientalismo ostile alla razza nera e a quella “rossa”. Ottimi risvolti che denotano un film sopra le righe anche grazie ad un cast all’altezza. Nel finale si intravedono le capacità di uno dei registi che sarà destinato a rimanere parte della storia del cinema.

Mi ha sorpreso. Credevo di assistere ad un film di genere gang scontato e noioso. Invece ho assistito ad una bellissima storia, che tocca tematiche importanti e ci fa notare coma gli Usa di quei tempi fossero il contrario della democrazia. Ci finiscono tutti, sotto i colpi della polizia intollerante: comunisti, neri ed ebrei. Bravi gli attori, soprattutto la Hershey. Scorsese si dimostra un cineasta superbo.

Secondo lungometraggio di Scorsese, che con i soldi di Roger Corman e della AIP gira in economia seguendo la più consolidata formula del maestro della serie B. Un gangster movie secco e molto violento con protagonista la bravissima e bellissima Barbara Hershey nella parte di Boxcar Bertha, che rimasta orfana dopo la morte del padre si dà alla vita da fuorilegge insieme ad un sindacalista (David Carradine che recita insieme al padre John) e ad un giocatore d’azzardo (Primus). Tante le sparatorie e molto sangue fino allo straziante finale del treno.

La seconda opera di Scorsese mostra già le grandi capacità di questo regista che esplora le tematiche tipiche dei suoi film, una su tutte la violenza insita nella società americana (ma non solo) e tratteggia una galleria di perdenti che resta nella memoria. Bello, avvincente e soprattutto intenso. Sconosciuto ai più, va decisamente recuperato.

Dal romanzo autobiografico di Bertha Thompson, un truce affresco degli USA negli anni della Grande Depressione e il suo portato di povertà, sospetto, odio xenofobo, sindacalismo sovversivo e violente reazioni padronali. Spinti dalla saldissima regia di Scorsese, Hershey e Carradine jr. entrano a buon diritto nella lunga galleria di antieroi romantici del cinema americano; Carradine sr. concede un aristocratico cameo. Si scorgono analogie con Il clan dei Barker di Corman che, non a caso, lavora qui in veste di produttore.

 

aprile 24, 2010 Pubblicato da: | Drammatico | | Lascia un commento

Incontro d’amore-Bali

Incontro d'amore Bali locandina

Strano destino quello di questo film: girato da Ugo Liberatore nel 1970 con il titolo emblematico di Bali, nel 1972 uscì nei cinema con il titolo di Incontro d’amore e ancora successivamente come Incontro d’amore a Bali.
Della stesura originale del 1971 restava l’impianto generale, ma al film vennero aggiunte sequenze iniziali dirette da Paolo Heusch, che in teoria dovevano servire per completare la trama, ma in realtà aggiunsero ben poco al film, se non l’elemento torbido rappresentato dalla presenza di alcune scene di nudo girate da Ilona Staller, con lo pseudonimo di Elena Mercury.

Incontro d'amore Bali 5
Laura Antonelli

Incontro d'amore Bali 16
Scena presente solo nella seconda versione; Ilona Staller

La Staller in pratica prese il posto della Antonelli, che nella prima versione era la protagonista principale del film.
Il montaggio definitivo pur non snaturando il film, non aggiunse gran che al senso generale del film, limitandosi a proporre delle sequenze in cui viene in qualche modo esplicato il rapporto tra i due coniugi protagonisti del film.
La vicenda parte, nella versione definitiva, con l’omicidio da parte di Carlo di sua moglie Daria e il successivo arrivo della polizia; al commissario che chiede il perchè dell’assassinio, Carlo racconta la sua storia.

Incontro d'amore Bali 11

Lui e Glenn, scrittori, partono per l’isola di Bali dove Carlo si diletta in fotografia e con l’amico partecipa alla stesura di un libro.
Glenn, in profonda crisi spirituale, trova in un bramino conforto per la sua anima, nonostante le benevole prese in giro dell’amico.
Sull’isola arriva Daria, la splendida moglie di Carlo, che ben presto inizia a provare simpatia e qualcos’altro per il giovane tormentato. arrivando alla fine ad offrirsi fisicamente pur di distoglierlo dagli strani pensieri che il giovane ha.
Tutto inutile, perchè alla fine, con la morte del bramino, anche Glenn subirà la stessa sorte.
Ritornato a casa,Carlo ucciderà la moglie, sopraffatto dalla gelosia e si ucciderà davanti agli occhi esterrefatti del commissario tagliandosi la gola con un frammento di vetro.

Incontro d'amore Bali 3

John Steiner è Glenn

Incontro d’amore è un film che ha nell’ambientazione la sua parte migliore; lo splendido scenario dell’isola di Bali supplisce in qualche modo alla storia, francamente scontata e alla banalità dei dialoghi; il film è monotono, a tratti davvero noioso, non fosse per gli scenari intriganti che accompagnano la vicenda.
Così tra templi indù, lunghe pause e scenari esotici, si dipana la vicenda, fino al finale che ovviamente conosciamo tranne che per la parte che riguarda il suicidio di Carlo;

Incontro d'amore Bali 2

Incontro d'amore Bali 12

chi ha avuto modo di vedere la prima stesura del film, non resta ovviamente disorientato dal passaggio del personaggio di Daria dall’interpretazione della Staller a quella della Antonelli. Viceversa immagino cosa abbia provato lo spettatore non al corrente dello stratagemma.
Gli attori svolgono diligentemente il loro ruolo; assolutamente ingiudicabile la Staller, che resta in scena pochi minuti, ripresa in volto per pochi fotogrammi, bene la Antonelli, assolutamente splendida, mentre Steiner che interpreta Glenn cerca di dare una profondità spirituale al suo personaggio con alterne fortune. Viceversa Umberto Orsini se la cava dignitosamente.Il commissario è interpretato da un sobrio Ettore Manni, mentre le musiche sono ben costruite da Giorgio Gaslini.

Incontro d'amore Bali 4

Incontro d'amore Bali 6

Un film non memorabile di Ugo Liberatore, che veniva dal grande successo dell’altrettanto esotico Bora Bora; in questo caso, il fiasco al botteghino, si trasformò in una battuta d’arresto che vedrà la sua carriera in declino, con la parziale eccezione di Nero veneziano.

La pellicola è disponibile in un’ottima versione digitale di circa 700 mega,in italiano, ai seguenti link:

https://ultramegabit.com/file/details/lfDMOpDWeuI/Incont.part1.rar
https://ultramegabit.com/file/details/X6z591Nj0Y0/Incont.part2.rar
https://ultramegabit.com/file/details/vnDnYGBEe2U/Incont.part3.rar

Incontro d'amore Bali 7

Incontro d’amore – Bali un film di Ugo Liberatore, Paolo Heusch. Con Ettore Manni, Umberto Orsini, John Steiner, Laura Antonelli, Ilona Staller, Carla Mancini, Petra Pauly
Drammatico, durata 95 min. – Italia 1970.

Incontro d'amore banner gallery

Incontro d'amore Bali 8

Incontro d'amore Bali 9

Incontro d'amore Bali 10

Incontro d'amore Bali 13

Incontro d'amore Bali 14

Incontro d'amore Bali 15

Incontro d'amore banner protagonisti

John Steiner … Glenn
Laura Antonelli … Daria
Umberto Orsini … Carlo
Petra Pauly … Brigitte
Johannes Schaaf … Bradford
Ettore Manni … Commissario di polizia
Lydiawati … Tillem

Incontro d'amore banner cast

Regia:Paolo Heusch, Ugo Liberatore
Sceneggiatura:Fulvio Gicca Palli,Pier Giuseppe Murgia,Ottavio Alessi,Ugo Liberatore
Produzione:Eliseo Boschi,Luggi Waldleitner
Musiche:Giorgio Gaslini
Montaggio:Giancarlo Cappelli,Lisbeth Neumann
Fotografia:Roberto D’Ettorre Piazzoli,Angelo Lotti
Production Design :Marilù Carteny,Andrea Crisanti,Gianni Scolari

L’opinione di mm40 dal sito http://www.filmtv.it

Dopo aver girato lavori come Bora Bora (ambientato nell’oceano Pacifico) o Il sesso degli angeli (trama: tre belle ragazze su una barca nel mare – fine), non esattamente grandi successi di pubblico nè di critica, Ugo Liberatore insiste con i suoi scenari prediletti in questo Bali, noto anche come Incontro d’amore: bastava il primo titolo. Il secondo è melenso e fuorviante, perchè la parte romantica della trama è blanda e neppure troppo importante ai fini della storia, che di partenza vorrebbe essere un dramma, ma ben presto finisce per divenire una cartolina esotica abbastanza patinata con accenni di erotismo a base di personaggi dalle vaghissime velleità intellettuali. Il fatto che in pratica si stia parlando di due film, comunque, cambia poco la materia del discorso; due film, sì: uno è quello effettivamente diretto da Liberatore, l’altro è costituito dagli inserti posizionati qua e là da Paolo Heusch e girati in Italia, su richiesta della produzione pesantemente insoddisfatta dalla pellicola licenziata dal primo. Heusch conferisce così alla trama un tocco di poliziesco che a ben guardare non guasta; il problema è però che la sceneggiatura di Ottavio Alessi (unico accreditato sui titoli di testa) fa in ogni caso acqua da tutte le parti. Anche gli interpreti, pur non disprezzabili in sè, non convincono granchè, forse non convinti della bontà del prodotto loro per primi; si parla di John Steiner, Umberto Orsini, Laura Antonelli (strasplendida, poco da aggiungere) ed Ettore Manni; la cosa senza dubbio migliore nel complesso è l’ariosa colonna sonora firmata da Giorgio Gaslini. Liberatore girerà un altro paio di pellicole prima di desistere e tornare a ciò che sapeva meglio fare, cioè le sceneggiature

L’opinione del sito http://www.cinetecadicaino.blogspot.com

Incontro d’amore (Bali) si ricorda per un’ambientazione perfetta e una suggestiva fotografia, non certo per una sceneggiatura sfilacciata e zeppa di buchi, per una storia che presenta molte incongruenze, giustificate con grande fatica da Ottavio Alessi. La stupenda scenografia balinese supplisce alla pochezza del soggetto, monotono, montato con compassata lentezza, tra lunghi silenzi, scenari esotici, templi indù, riti magici, inutili passeggiate tra giungla e oceano. Tecnica di regia indonesiana molto suggestiva, a metà strada tra il reportage naturalistico e la fiction, grande uso dello zoom con particolari degli occhi in primissimo piano, come se fossimo in un western di Sergio Leone. Parte romana più anonima, a parte una bella panoramica della città eterna che scorre sui titoli di testa e le sequenze truci dopo le brevi parti erotiche. Il genere passa dal mondo movie all’esotico – erotico, senza soluzione di continuità, ma grazie alla parte romana contamina persino il thriller con elementi di horror metropolitano e suggestioni magiche.

Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com

Undying

Titolo ripescato dal dimenticatoio verso il 2000, sottoforma di VHS, dalla infaticabile Shendene & Moizzi (della quale i cultori del cinema italiano sentono la mancanza). In effetti, pur essendo fascinosa l’ambientazione esotica e piacevole la presenza di attori scafati (nonché aggraziati), si fa fatica a sopportare – per intero – lo sviluppo di un plot drammatico che sfiora, in più contesti, la noia generata dalla banalità di situazioni (e dialoghi) e da una trama confusa e poco chiara. Solo per appassionati del cinema “segreto” italiano.
Il Gobbo

Liberatore, dopo Bora Bora tenta il bis esotico-erotico, ma poco erotico e più mistico-intellettuale: fiasco. Allora il produttore Bini fa girare a Paolo Heusch un prologo e un epilogo, con Cicciolina a “controfigurare” (le virgolette hanno un perché non svelabile) la Antonelli, e rimonta il film di Liberatore. Insomma, caos totale, fra locations notevoli, pretenziosità, ma poco pelo: questa è la versione che circola, il director’s cut appare verosimilmente palloso, ma forse più intrigante… Citato in Io sono un autarchico!
Homesick

Esotico, mistico e piuttosto fiacco. Spiccano comunque la bellezza ancora pudica della Antonelli e quella più selvaggia della Pauly, oltre ad una bellissima Elena Mercury-Ilona Staller nelle scene aggiunte da Paolo Heusch. Orsini è sempre molto professionale e Steiner incarna con convinzione la figura dell’occidentale in crisi mistico-esistenziale. Sensualmente avvolgenti le musiche di Gaslini; suggestiva la cornice balinese.
Daidae

Stupenda ambientazione esotica e ottime scene erotiche (anche se è palese l’uso della controfigura nelle scene più spinte). Film non eccezionale ma che si può digerire benissimo (non aspettatevi però chissà cosa). Ripescato dopo anni di oblio e passato anche in tv regionale.

Incontro d’amore-Bali foto 1

Incontro d'amore locandina 1

aprile 19, 2010 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , , , | Lascia un commento

La notte dell’alta marea

La notte dell'alta marea locandina 1

Richard Butler è un maturo e affascinante direttore di un’agenzia pubblicitaria; don Giovanni impenitente, vive separato da sua moglie.
Un giorno casualmente incontra l’androgina Diana, enigmatica ragazza alla ricerca di un lavoro.
Richard, colpito dalla personalità magnetica della ragazza, le offre un lavoro, e contemporaneamente cerca di sedurla.
Ha inizio così un gioco delle parti, in cui il cacciatore, Richard, vede la sua preda sfuggirgli con ogni sotterfugio.
La ragazza inizia a fare il classico gioco del gatto con il topo, così Richard ormai preso nella trappola, si scopre attratto in maniera fatale dalla donna.

La notte dell'alta marea 13

La notte dell'alta marea 12

A sistemare il tutto arriverà una salutare trasferta in un’isola, dove i due separeranno le loro vite per sempre; Richard avrà alla fine una notte d’amore con la bella Diana, mentre la stessa convolerà a giuste nozze con un giovane.
Luigi Scattini elabora un romanzo di Todisco, Il corpo, e lo trasforma in un film, La Notte dell’Alta Marea, che purtroppo ha pochi pregi e tanti difetti.
Il principale è la scelta dei protagonisti, Anthony Steel e Annie Belle; come racconta il regista nel suo blog, luigiscattini.wordpress.com, i protagonisti principali dovevano essere Marcello Mastroianni e Dalila Di Lazzaro.
Venuti a mancare loro, per una serie di problemi, Scattini dovette accontentarsi di Steel e Annie Belle, con conseguenze irreparabili.

La notte dell'alta marea 15

Se Steel appiattisce il personaggio di Richard attraverso una recitazione monocorde e a tratti irritante, la Belle fa di peggio, rendendo il personaggio di Diana gelido come un ghiacciolo consumato al Polo Nord.
Così, venuti a mancare i presupposti principali, ovvero la capacità degli attori di trasmettere un minimo di emozione, il film scorre senza alcun sussulto fino alla fine, appiattendosi in maniera totale.

La notte dell'alta marea 11

Annie Belle

La notte dell'alta marea 14

E a nulla valgono i tentativi del bravo Scattini di recuperare le cose attraverso la sua indubbia abilità nel presentare i paesaggi, che dovrebbero fare da contorno ad una storia di per se già vita e francamente poco attraente.
Così i paesaggi magici della Martinica, quelli splendidi del Canada, finiscono per essere l’unica attrattiva del film; a parte la colonna sonora di Timmy Thomas, autore della hit Why can’t we live together, scritturato per armonizzare il film e dargli un sottofondo esotico, non si riesce a trovare altro pregio nel film.

La notte dell'alta marea 10

Pam Grier

Che, ripeto, naufraga per colpe non imputabili al regista, che fa del suo meglio; ma Steel è davvero impresentabile e la Belle, che non ha mai avuto nella recitazione il suo punto di forza, riesce ad essere attraente solo quando si spoglia.
Bene invece Pam Grier, all’epoca poco conosciuta e bene anche Giacomo Rossi Stuart, sempre professionale e inappuntabile.
Per questa storia ci sarebbe stato bisogno di un’attrice con una personalità magnetica, capace di sedurre e attrarre lo spettatore; viceversa la platinata attrice francese appare talmente monocorde da indurre la sonnolenza piuttosto che un risveglio dei sensi.

La notte dell'alta marea 9

Scattini, che veniva dal controverso Blue nude e dal grande successo dei due film con la splendida Zeudi Araya, Il corpo e La ragazza dalla pelle di luna, chiude così in maniera anonima una carriera sicuramente dignitosa, in cui aveva messo in mostra qualità di rilievo.
La stessa Annie Belle si riciclerà in seguito nel cinema regionale, anche se non mancherà di apparire in alcune buone produzioni; Anthony Steel viceversa troverà un filone fertile nella tv, per la quale girerà delle fiction, fino alla sua morte avvenuta nel 2001 a Londra.

La notte dell'alta marea 8

In definitiva un’occasione sprecata, visto che il tema trattato, affidato ad un cast di ben altro tipo, avrebbe ottenuto il risultato di attirare lo spettatore su una storia deja vu, certo, ma non priva di fascino.
La notte dell’alta marea, un film di Luigi Scattini. Con Anthony Steel, Annie Belle, Pam Grier, Hugo Pratt, Giacomo Rossi Stuart, Gerardo Amato
Drammatico, durata 90 min. – Italia, Canada 1977.

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La notte dell'alta marea 7

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La notte dell'alta marea 2

La notte dell'alta marea 1

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Anthony Steel     …     Richard Butler
Annie Belle    …     Diana
Hugo Pratt    …     Pierre
Pam Grier    …     Sandra
Giacomo Rossi-Stuart    …     Guida
Alain Montpetit    …     Fotografo
Gerardo Amato    …     Philip

La notte dell'alta marea locandina 2

aprile 17, 2010 Pubblicato da: | Drammatico | , , , | Lascia un commento

Inferno in diretta

Inferno in diretta Locandina

Frances, una giovane reporter televisiva, gira con l’aiuto di Mark, operatore anche lui alle dipendenze di una emittente Tv, un reportage sui trafficanti di eroina; i due arrivano in un appartamento pochi minuti dopo che un gruppo di narco trafficanti è stato orrendamente massacrato da qualcuno che non è il solito trafficante rivale.
Frances e Mark così vengono incaricati di seguire una traccia, che porta al colonnello Horn, impegnato in una personale guerra al narcotraffico; i due, per poter intervistare il colonnello devono però recarsi in Amazzonia, dove l’uomo ha la sua base.

Inferno in diretta 1
Il massacro dei narcos…

Inferno in diretta 13
…nel villaggio indios in Amazzonia

La coppia arriva così in un campo gestito proprio dai narcos, nel quale c’è il figlio del proprietario della emittente televisiva per la quale i due lavorano, Tommy; il giovane, smanioso di nuove avventure, è arrivato casualmente nel campo con una sua compagna, Ana, che è costretta dai narcos ad avere rapporti con alcuni di loro.
Il campo viene assaltato dagli uomini di Horn, che massacrano tutti i presenti, con l’eccezione di Tommy e Ana, che si aggregano a Frances e Mark, arrivati sul posto poco dopo il compimento del dramma.
Inizia così una pericolosa fuga attraverso la foresta, piena di insidie; dagli animali selvaggi ai narcos dagli uomini di Horn ai selvaggi, tutto nasconde pericoli mortali.

Inferno in diretta 2
Il campo base per lo smercio della droga

Durante la traversata, Ana viene uccisa orrendamente dagli indios, mentre Mark e Frances girano in diretta tutto quello che accade, grazie anche ad un’apparecchiatura satellitare; così, all’emittente televisiva, arrivano le drammatiche immagini di quanto accade, oltre alla buona notizia del salvataggio di Tommy.
Ma alla fine la lunga corsa dei tre giovani si conclude presso il campo base di Horn; il quale incredibilmente, accetta di farsi intervistare in diretta. Durante le riprese, il colonnello si fa uccidere ritualmente da uno degli indios, che lo decapita. Pochi minuti dopo i tre giovani, che sono riusciti a trovare ricovero presso un idrovolante che era il nascondiglio di Horn, vengono raggiunti da uomini assoldati dal padre di Tommy e liberati.

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Valentina Forte è Ana

Inferno in diretta 3

Inferno in diretta è un film diretto nel 1985 da Ruggero Deodato, che due anni prima aveva girato il poco convincente I predatori di Atlantide, a sua volta preceduto dal buon La casa sperduta nel parco e dal ferocissimo Cannibal holocaust.
Per questo film Deodato decide di usare immagini scioccanti, come ormai sua abitudine;la scena del massacro iniziale in cui periscono i narcos, tra i quali c’è Rita una corriere della droga interpretata dalla affascinante Barbara Marzano, non risparmia dettagli cruenti al limite dello splatter, così come sono moltissime le scene forti presenti nel film, dal massacro degli indios e dei bianchi presenti in un campo di raccolta, in cui si vedono scene di amputazione e violenza carnale, alle scene dei massacri operati dagli uomini di Horn ai danni dei narcos, per finire alla scena cruenta della decapitazione rituale dello stesso colonnello.

Inferno in diretta 4
Karen Black

Il film ha dei buoni momenti, ed ha decisamente un buon ritmo, pur essendo abbastanza incredibile nel finale, con la incomprensibile scelta del colonnello di farsi decapitare, scena che sembra mutuata da Apocalypse now; gli attori se la cavano con dignità, sopratutto Leonard Mann, Micahel Berryman, John Steiner e Gabriele Tinti, mentre c’è anche un piccolo cameo per Karen Black, che interpreta la direttrice del net work televisivo.
Molto curata l’ambientazione, mentre la parte girata negli Usa è sicuramente debole e decisamente fuori contesto.

Inferno in diretta 5

Inferno in diretta 10

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Inferno in diretta, un film di Ruggero Deodato. Con Leonard Mann, Lisa Blount, Willie Aames, Barbara Magnolfi, Gabriele Tinti,John Steiner, Luca Barbareschi, Karen Black, Richard Lynch, Richard Bright, Michael Berryman Avventura, durata 93 min. – Italia 1985.

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Inferno in diretta 7
Inferno in diretta 8

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Inferno in diretta 12
Inferno in diretta 14

Inferno in diretta 15

Inferno in diretta banner personaggi

Lisa Blount     …     Fran Hudson
Leonard Mann    …     Mark Ludman
Willie Aames    …     Tommy Allo
Richard Lynch    …     Colonel Brian Horne
Richard Bright    …     Bob Allo
Michael Berryman    …     Quecho
Eriq La Salle    …     Fargas
Gabriele Tinti    …     Manuel
Valentina Forte    …     Ana
John Steiner    …     Vlado
Karen Black    …     Karin
Barbara Magnolfi    …     Rita
Luca Barbareschi    …     Bud, il pilota d’elicottero
Penny Brown    …     Lucy
Carlos de Carvalho    …     Tony Martina

aprile 13, 2010 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , , | Lascia un commento