America oggi
America oggi (1993) di Robert Altman è uno spaccato sugli Usa che assomiglia pericolosamente e in maniera sinistra alla società moderna di uno qualsiasi dei paesi industrializzati, non necessariamente occidentali.
Un film cinico e crudele e allo stesso tempo asettico come una sala operatoria, cattivo al punto giusto e didascalico, con storie intrecciate legate fra loro da sottilissimi fili a con protagonista un’umanità disorientata e a tratti amorale, maleducata e sfrontata, rissosa e priva di orientamento.
Altman utilizza 9 racconti e 1 poesia di Raymond Carver, lo scrittore di Clatskanie morto 23 anni addietro all’età di 50 anni e li trasforma in potenti immagini cinematografiche usando un linguaggio crudo ed essenziale, un pò come sono le vite dei vari protagonisti del film.
L’America pre 11 settembre appare desolante, chiusa in egoismi personali, in cui i rapporti umani appaiono mediati solo dall’interesse o dall’ego dei vari soggetti, pronti ad aggredire e a plagiare le vite altrui.
Gli altri però fanno lo stesso, così alla fine guardiamo amareggiati un gatto che si morde la coda, riflettendo però su quanto siamo simili noi a quella gente che ci appariva distante anni luce.
Si, perchè nel frattempo il film di Altman si è attualizzato, così che un italiano piuttosto che un inglese o un francese possono riconoscere buona parte dei propri difetti in una pellicola che non risparmia niente.
Il senso desolante di deja vu nella vita quotidiana si fa così pressante e per fortuna il grande regista americano si limita ad una fredda esposizione di storie e situazioni, senza accennare ad alcun biasimo morale o senza prendere posizione.
Il film dura 188 minuti, un’enormità.
Le storie che seguiamo sullo schermo, intimamente collegate fra loro si incrociano, si dividono.
I protagonisti litigano, fanno cose tremende sotto i nostri occhi; lo spettatore finisce per chiedersi se dentro di se non aleggi malignamente lo spettro evocato sullo schermo, se quel personaggio in fondo in qualche modo non gli somigli.
Dal volo degli elicotteri iniziale, quasi un Apocalipse now in versione metropolitana al terremoto finale, non potentissimo ma che sembra presagire lo spettro del temutissimo Big one, il terremoto che raderebbe al suolo buona parte dei totem della civiltà americana, è un susseguirsi di storie tragiche nella loro banalità.
Così come in fondo è banale l’esistenza dell’uomo qualunque descritta nel film, fatta di birra e sesso ma anche di malignità, rivalità e gelosie.
La donna sposata con due figli, che lavora come voce erotica e che cambia il pannolino alla figlia mentre sussurra parole a luce rossa al telefono, sotto lo sguardo quasi assente di un marito frustrato è una delle immagini più spietate del film. E’ un “lavoro” semplice, il suo; in fondo parlare di sesso orale mentre tuo figlio segue la tv o tua figlia ti sputa in faccia l’omogeinizzato è sempre meglio che alzarsi presto per andare in fabbrica.
Cosa c’è di meglio che ripetere oscenità stando semplicemente seduta a casa o impegnata nelle faccende domestiche?
E’ questa l’America oggi di Altman.
E’ quella dei pescatori in libera uscita che mentre pescano sulle rive di un torrente rinvengono un corpo nudo di ragazza e decidono di non privarsi del divertimento, ignorandolo e continuando a pescare; “Perchè pisci nell’acqua?“, chiede uno dei pescatori, “Mi piace il rumore che fà” è la risposta di colui che scopre il cadavere della ragazza che giace poco sotto il pelo dell’acqua.
The show must go on, il divertimento deve andare avanti perchè è il personale che conta, non l’altro.
Così i pescatori sono l’emblema di un americano medio ormai narcotizzato a tal punto da considerare la morte degli altri un intralcio, una limitazione al proprio piacere.
C’è l’americano crudele e menefreghista, rappresentato dal telegiornalista che in ospedale sta seguendo un avvenimento drammatico, la morte del figlio mentre suo padre con il quale non è più in contatto da tanti anni si disinteressa della sorte del nipote, recandosi a far visita ad un giovane nella stanza accanto, con il quale non ha nessun legame di sangue e che non ha mai visto prima: è la disgregazione della famiglia?
In un certo senso si, perchè la famiglia tradizionale ormai è un dinosauro estinto da tempo, consumato dall’egoismo personale e dalla mancanza di valori, che ormai resiste solo nel ricordo come qualcosa che c’era e non c’è più, che non richiede nemmeno il rimpianto.
America oggi è la coppia mal assortita con lui ubriacone e alcolizzato e lei cameriera, che si riavvicinano dopo un incidente durante il quale la donna travolge e uccide il figlio dei vicini.
Tutte le storie sono legate fra loro, come dicevo all’inizio ma in realtà possono essere considerate come vite parallele di universi paralleli, distanti e destinati a non incontrasi se non per puro caso, a incrociare le vite non volutamente ma per quella causalità che è poi una delle caratteristiche specifiche della vita.
Questi i tanti pregi del film.
Che venne giustamente omaggiato alla Mostra del cinema di Venezia con il Leone d’oro.
Tuttavia un difetto di base c’è ed è grande come una casa.
Tre ore e passa di film sono davvero tante per un film che in pratica dedica oltre 20 minuti in media ad ogni singolo episodio pur inquadrabile in un quadro di fondo omogeneo; la tendenza di Altman ad essere principalmente didascalico e a basare gran parte del film sui dialoghi può ingenerare insofferenza nello spettatore.
Generalmente film così lunghi appartengono alla tradizione dei film d’avventura o alle epopee alla Dottor Zivago o ad affreschi (grandiosi) come i film di Leone.
Altman osa l’inosabile arrivando a mostrare 180 minuti di vita vera in cui però ad un certo punto ci si smarrisce proprio per l’estenuante concatenarsi delle storie e delle vicende dei vari protagonisti; un difetto non da poco.
Quando Altman gira America oggi è reduce dal gran successo di I protagonisti, girato l’anno precedente che ottenne la Palma d’oro a Cannes; è quindi un periodo fecondo, quello del gran regista americano, reduce da anni di lavoro quasi oscuro segnato da produzioni low budget e da sperimentazioni.
Per questo film ingaggia un gruppo di attori emergenti o già affermati, inserendo anche la star Jack Lemmon; nel cast troviamo Andie MacDowell e Julianne Moore, Tim Robbins e Madeleine Stowe, Jennifer Jason Leight, Tom Waits… insomma un cast che alla fine risulta omogeneo nonostante le diverse scuole di recitazione dalla quale provengono gli attori, che si muovono all’unisono sullo sfondo asettico della città degli angeli.
A fare da collante al film, una colonna sonora classica fino al midollo.
Si spazia (in senso letterale strettissimo,perchè la mente vola sulle note) da Bach a Dvorak con il suo cello, da Igor Stravinsky a Mark Isham; una musica che ci trasmette il senso apocalittico del film.
L’apocalisse di Altman, la rivelazione in senso letterale non è quella biblica, ma è quella metropolitana, la disperata solitudine dei gesti e delle parole, di tutti i protagonisti messi di fronte alla loro realtà quotidiana che rappresenta il passato, il presente e probabilmente anche il futuro.
Noi sappiamo che al momento non è ancora accaduto quanto lasciato presagire da Altman; ma l’America oggi del 1993 non è l’America post 11 settembre, quella per intenderci che ha scoperto di essere vulnerabile e non più invincibile, il grande mito dell’epopea storica americana.
E’ una nazione piena di contraddizioni che si sono acuite e che Altman in qualche modo aveva presagito.
Qesto forse è il gran merito di America oggi, l’aver posto delle domande senza retorica, l’aver mostrato un mondo in crisi già vent’anni addietro.
Una crisi che è allo stesso tempo strutturale,individuale, sociale, collettiva, di sistema e di ideologia.
Tanta carne al fuoco cucinata benissimo da uno dei grandi maestri della cinematografia.
America oggi
Un film di Robert Altman. Con Anne Archer, Jack Lemmon, Madeleine Stowe, Lily Tomlin, Tim Robbins,Matthew Modine, Tom Waits, Buck Henry, Andie MacDowell, Fred Ward, Peter Gallagher, Bruce Davison, Julianne Moore, Chris Penn, Jennifer Jason Leigh, Robert Downey Jr., Frances McDormand, Lori Singer, Lyle Lovett, Huey Lewis
Titolo originale Short Cuts. Drammatico, durata 188 min. – USA 1993.
Andie MacDowell: Ann Finnigan
Bruce Davison: Howard Finnigan
Jack Lemmon: Paul Finnigan
Julianne Moore: Marian Wyman
Matthew Modine: Dr. Ralph Wyman
Tim Robbins: Gene Shepard
Madeleine Stowe: Sherri Shepard
Anne Archer: Claire Kane
Fred Ward: Stuart Kane
Jennifer Jason Leigh: Lois Kaiser
Chris Penn: Jerry Kaiser
Lili Taylor: Honey Bush
Robert Downey Jr.: Bill Bush
Tom Waits: Earl Piggot
Lily Tomlin: Doreen Piggot
Frances McDormand: Betty Weathers
Peter Gallagher: Stormy Weathers
Annie Ross: Tess Trainer
Lori Singer: Zoe Trainer
Lyle Lovett: Andy Bitkower
Buck Henry: Gordon Johnson
Huey Lewis: Vern Miller
Regia Robert Altman
Sceneggiatura Robert Altman, Frank Barhydt
Fotografia Walt Lloyd
Montaggio Suzy Elmiger Geraldine Peroni
Musiche Johann Sebastian Bach Antonín Dvorák Gavin Friday Victor Herbert Mark Isham Doc Pomus Igor Stravinsky


Capolavoro di uno dei più grandi registi americani contemporanei: con questo film (cui devono molto Magnolia di Anderson e Crash di Paul Haggis), Altman conferma la sua abilità nel raccontare storie; la sceneggiatura è quasi perfetta e la durata del film (pur non indifferente) non pesa sullo spettatore grazie alle ottime performance di un grande gruppo di attori (tra i migliori del cinema americano) tra i quali spiccano Jack Lemmon e Julianne Moore.
Un capolavoro. Il graffio beffardo e amaro del grande Altman colpisce ancora con un affresco di storie meschine e disperate di una grande metropoli sull’orlo del baratro: il terremoto fisico, pronto a sancire apocalitticamente la fine di un mondo che ha perso l’orizzonte dell’etica e dell’umanità. Straordinaria la capacità di raccontare “banalmente” le micro-storie “banali” dei diversi personaggi “banali” che si intrecciano più o meno casualmente, trasformando tutto in una catastrofe antropologica. Epocale.
Tratto da un libro di racconti di Carver, un gran film corale griffato Altman che si conferma il regista più capace nel girare pellicole di questo tipo. Tante storie che si intrecciano molto bene tra loro con denominatore comune lo sguardo impietoso e pessimista nei confronti del popolo americano. La durata fiume (tre ore piene) non impedisce un ottimo controllo del materiale narrativo e dell’incastro tra i vari pezzi. Inoltre tutti gli attori del ricchissimo cast sono diretti, al solito, molto bene e fanno la loro parte.
Alcuni giorni nelle vite di abitanti di LA, fatterelli, amori, liti, drammi. Ispirato ai racconti di Raymond Carver, il film è il capostipite di un filone i cui epigoni non sono riusciti ad avvicinarsi al modello, forse proprio per la mancanza di una solida base di scrittura. La cruda prosa minimal di Carver finisce sullo schermo disegnando storie comuni che ci costringono a guardare, o almeno a sbirciare anche dentro di noi. Straziante l’episodio (quasi letteralmente preso dal racconto) della torta di compleanno. Non per tutti, ma bellissimo.
America oggi sta agli anni 90 come Nashville stava agli anni 70. Assoluto capolavoro Altmaniano, forse il suo film testamento, una summa di tutto il suo cinema. Gli elicotteri all’inizio che sovrastano Los Angeles fanno venire alla mente il Coppoliano Apocalypse now, Jennifer Jason Leigh che fa sesso telefonico mentre è affacendata in lavori domestici, un cadavere di donna che galleggia nelle fogne, Chris Penn che dà improvvisamente di matto ed esplode in una violenza feroce e inaspettata con l’arrivo del terremoto… Capolavoro.
Episodi drammatici come la perdita di un figlio, ordinari come mariti e mogli con amanti vari, surreali come una madre che alleva i propri figli mentre lavora al telefono per una hot-line: è questo il quadro bizzarro che Altman riesce a cucire insieme realizzando un film di oltre 3 ore che non pesano assolutamente. Lo spettatore si diverte a riconoscere dai piccoli curatissimi particolari le peculiarità di ogni personaggio. Un cast eccezionale mantiene alto il livello recitativo.
Ennesimo grande film per l’indiscusso Maestro del cinema corale USA. Uno sguardo approfondito, veritiero ma distaccato nelle vite di una serie di personaggi che vivono nella realtà e che vivono la vita come tutti noi, ognuno con i propri problemi, ognuno con i propri ostacoli da superare. Altman dirige l’intricata matassa splendidamente, con lo sguardo analitico e lucido di chi vuole lasciare allo spettatore la possibilità di giudizio. Ma i toni disperati e impietosi non lasciano scampo… anche ai non americani, ovvio. Egregiamente interpretato.
Uno splendido manifesto core. Le storie di nove o più famiglie si intrecciano, si collegano tra loro in un modo o nell’altro, anche solo per uno sguardo o una situazione. Uno scontro continuo che scivola in un vortice di tensione, culminante con un avvenimento/metafora finale. Ed è in questo modo che possiamo seguire le vite e le vicissitudini di alcuni personaggi dell’America anni ’90 allo sbando. Altman si “limita”, in maniera eccellente, a raccontare gli avvenimenti con grande lucidità e partecipazione, lasciando a noi la libertà di giudicare.
America oggi è un’appropriata traduzione italiana di ciò che il film vuole mostrare: una nazione quanto più malata e disastrata anche nei ceti medi (-alti). Le tre ore di durata certo non facilitano la gestione del ritmo ed infatti si notano alcuni cali sopratutto nella parte centrale, che pur non essendo gravi si fanno sentire. Comunque bilanciato è il cast, composto da molti volti noti. Ottima la regia di Altman.
Interessante sguardo realista dell’America (di ormai 20 anni fa), il film è l’intreccio di vite di molti personaggi a Los Angeles; più che altro si sofferma sui problemi delle giovani coppie, i tradimenti, le insicurezze e i rapporti genitore/figlio. Un film vero e drammatico che raccoglie qualche giorno di quotidiana vita intrecciata in un meccanismo perfetto di incontri/scontri.
Bagdad Cafè
Una coppia di coniugi tedeschi si ferma in una zona solitaria e inizia una furiosa lite.
La donna, dalla massiccia corporatura, raccoglie una valigia e messasi sulla testa il caratteristico copricapo bavarese si incammina sulla strada solitaria.
La scena si sposta all’interno del Bagdad Cafè, una struttura fatiscente e sporca che funziona da pompa di benzina, bar e motel ed è diretta da Brenda, una energica donna di colore con un marito fannullone e stranito e con tre figli oltre ad un nipotino in fasce.
Brenda litiga furiosamente con il marito che decide di andarsene, poi si lascia andare ad una crisi di sconforto; dei tre figli infatti nessuno sembra voler collaborare con la donna e l’unico dipendente della struttura, il barista, sembra essersi adeguato al clima di lassismo che impera nel Bagdad Cafè.
Mentre Brenda è seduta fuori dal bar, sconsolata per le responsabilità che deve affrontare, vede spuntare dalla statale che attraversa il deserto del Mojave la sagoma ingombrante della turista tedesca, ansimante e sudata sotto un sole implacabile.

L’arrivo della sudatissima Jasmin al Bagdad Cafe
La donna, Jasmin, chiede una stanza e la perplessa Brenda le affitta una stamberga sporca e malsana.
Da quel momento le cose iniziano lentamente a cambiare; Jasmin, silenziosa ed efficace, approfitta dell’assenza di Brenda andata in città per rifornimenti per ripulire la sua stanza e successivamente l’ufficio di Brenda e poco alla volta il bar e gli altri locali dell’impianto.
I pochi avventori abituali del motel, fra i quali c’è l’ex pittore di fondali di Hollywood Rudi Cox e una ragazza silenziosa che fa tatuaggi si abituano a quella presenza silenziosa ed efficiente; Cox, incuriosito dalla donna, cerca subito la sua amicizia che la donna gli concede.
Al ritorno Brenda, sorpresa, trova i cambiamenti apportati da Jasmin ma non ne è affatto contenta e si scontra con la donna, arrivando a chiamare lo sceriffo per capire se la donna ha qualcosa da nascondere.
L’inizio del rapporto tra le due donne è quindi tempestoso, ma è destinato a modificarsi con il tempo.
Jasmin infatti ha un carattere solare, anche se estremamente riservato e si fa amare per la sua capacità di saper cogliere in ognuno dei presenti al Bagdad Cafè il meglio delle loro personalità.
Incoraggia Salomon (il figlio di Brenda),che è un bravo musicista a suonare la musica classica, che ama; riesce a dialogare con la giovane Phyllis che vive immersa nella musica diffusa dal suo walkman, diventa modella di Cox che la ritrae in numerosi dipinti.
Poco alla volta anche Brende si scioglie.
Accade infatti che Jasmin, che è scappata portando via per errore la valigia del marito, abbia trovato all’interno di essa una scatola che insegna i rudimenti della magia; la donna con molta applicazione diventa una brava illusionista e propone i suoi spettacolini ai rari avventori del locale, che da quel momento iniziano ad aumentare, attratti dalla novità e sopratutto dalla pulizia e dall’ordine che adesso regnano al Bagdad Cafè.

Il titolo originale del film, Out of Rosenheim
Poco alla volta il successo arride al locale, che diventa la meta preferita di giovani e camionisti, che si passano parola con i loro barracchini.
Jasmin diventa così un’amica, una confidente e un’attrazione del locale, un punto fermo assolutamente imprescindibile per la piccola comunità che gravita attorno al locale.
Purtroppo è in arrivo un colpo di scena.

Jack Palance, bravissimo, è Rudi Cox
Lo sceriffo comunica a Jasmin che il suo permesso di soggiorno è scaduto e che quindi la donna deve ritornare in patria, nella sua città natale di Rosenheim.
La partenza di Jasmin che lascia a malincuore il suo gruppo di amici getta nella costernazione la comunità che poco alla volta si lascia andare, ritornando alla piatta vita precedente.
Ma un giorno, mentre Brenda è fuori in cortile immersa nei suoi pensieri, vede in lontananza l’inconfondibile sagoma di Jasmin, questa volta vestita di tutto punto, fresca e sorridente essendo arrivata in taxi.
Le due donne, ormai amiche, si abbracciano.
E’ l’inizio di una nuova vita, per il Bagdad cafè;Brenda partecipa anch’essa agli spettacolini organizzati da Jasmin e si riprende in casa il marito, tornato con la coda tra le gambe.
Il locale ha sempre più successo e alla fine Jasmin decide di restare per sempre in quel posto dove è amata e rispettata e accetta anche la corte di Cox, che la chiede in sposa.

Marianne Sägebrecht è Jasmin Muenchgstettner
Il film termina con la battuta di Jasmin, che di fronte alla richiesta di Cox, risponde sorridendo maliziosamente “devo chiederlo a Brenda”
Bagdad cafè è una commedia dei buoni sentimenti, strutturata quasi come una favola con il gran pregio di non risultare mai melensa o sciropposa.
Giocata sul forte contrasto tra i due personaggi principali, l’enigmatica e seria signora Jasmin, teutonica ed efficace in tutte le sue azioni e l’afro americana Brenda, anch’essa efficiente ma costretta dalle circostanze a dover affrontare un nugolo di problemi completamente da sola, la pellicola vive di dialoghi stringati, di caratterizzazioni di personaggi, di descrizioni ambientali in senso di atmosfera.
Il piccolo cosmo che ruota attorno al Bagdad cafè trova nella signora Jasmin un punto di riferimento imprescindibile; dai figli di Brenda, al barista passando per il buon Cox, tutti sono affascinati, ammaliati da quel personaggio silenzioso che irrompe con delicatezza nelle loro vite, grazie all’enorme pregio di saper ascoltare e confortare senza usare parole vane.
Il personaggio di Jasmin così finisce per diventare assolutamente indispensabile a tutti; i clienti, il giovane Eric che si è accampato accanto al Bagdad Cafè e che passa il suo tempo lanciando il boomerang e riprendendolo hanno bisogno di lei, che ha sempre una parola di incoraggiamento per tutti.
E che porta il Cafè dall’essere una topaia all’essere il punto di ritrovo del circondario, desolato e selvaggio come solo i deserti sanno essere.
Percorso dalla straordinaria colonna sonora di Jevetta Steele, quella Calling you che in seguito sarà ripresa da artisti del calibro di Tracy Chapman, Barbra Streisand, George Michael, Jeff Buckley, Céline Dion, il film si rivela una commedia intensa e a tratti toccante, che mostra come il dialogo tra genti e culture diverse possa essere basato sul rispetto reciproco, sulla comprensione delle diverse abitudini e stili di vita.
Straordinarie le due attrici protagoniste.
Marianne Sägebrecht che interpreta la teutonica Jasmin da corpo ad un personaggio ricchissimo di sfaccettature quanto enigmatico e solare ma allo stesso tempo comunicativo, grazie sopratutto alla straordinaria mimica facciale dell’attrice.
Stesso discorso per Carol Christine Hilaria Pounder, conosciuta come CCH Pounder, di origini guyanesi, che interpreta Brenda caratterizzandola al meglio con un’interpretazione da Oscar; il suo personaggio, umanamente simpatico aldilà di certi risvolti burberi è una delle cose migliori del film.
Ottimo anche Jack Palance, a suo agio nei panni insoliti di un gentiluomo americano di campagna che si innamora della dolce Jasmin.
Sia la Sägebrecht che la Hilaria Pounder sono agli antipodi dal prototipo della diva vamp americana; sono le donne di tutti i giorni, quelle che combattono la dura realtà del quotidiano; hanno corpi da massaia, come vedremo nel caso di Jasmin che poserà a seno nudo per Cox, fanno i gesti della casalinga sempre monotonamente uguali. Ma lo fanno con quella forza che le rende straordinarie.
Bagdad Cafè è un gran bel film, che insegna il rispetto per la diversità,la tolleranza, la multi razzialità.
Un pregio, insomma.

L’abbraccio tra le due amiche ricongiunte
Ed è e diretto da un bravo regista come Percy Adlon, capace di essere allo stesso tempo regista e sceneggiatore, produttore e direttore della fotografia; la sua regia è agile e asciutta, capace di cogliere aspetti generalmente tralasciati come la caratterizzazione profonda dei personaggi.
Da vedere assolutamente per passare due ore in compagnia di un gran cinema.
Bagdad Café,un film di Percy Adlon. Con Jack Palance, Marianne Sägebrecht, CCH Pounder,James Gammon Titolo originale Out of Rosenheim. Commedia, durata 112 min. – Germania 1987

Lo spettacolo di magia organizzato da Brenda e Jasmin

Le due amiche litigano scherzosamente

Uno dei tanti quadri realizzati da Rudi Cox

Jasmin, una buffa ma irresistibile signora tedesca
Marianne Sägebrecht: Jasmin Muenchgstettner
CCH Pounder: Brenda
Jack Palance: Rudi Cox
Christine Kaufmann: Debby
Monica Calhoun: Phyllis
Darron Flagg: Salomo
George Aguilar: Cahuenga
G.Smokey Campbell: Sal
Hans Stadlbauer: Muenchgstettner
Alan S. Craig: Eric
Apesanahkwat: Arnie (lo sceriffo)
Ronald Lee Jarvis: Ron
Mark Daneri: Mark
Ray Young: Ray
Gary Lee Davis: Gary
Regia Percy Adlon
Soggetto Percy Adlon
Sceneggiatura Eleonore Adlon, Percy Adlon, Christopher Doherty
Produttore Eleonore Adlon, Percy Adlon, Dietrich von Watzdorf
Fotografia Bernd Heinl
Montaggio Norbert Herzner
Musiche Bob Telson, Johann Sebastian Bach
Scenografia Bernt Amadeus Capra
Costumi Regine Bätz, Elizabeth Warner
Trucco Lizbeth Williamson

Le due protagoniste del film scherzano durante le riprese

CCH Pounder e Jasmin Muenchgstettner
1 Bavarian Film Awards: migliore sceneggiatura (1988)
1 Ernst Lubitsch Awards: miglior regia (1988)
2 German Film Awards: migliore attrice, miglior forma di lungometraggio (1988)
1 Seattle International Film Festival: miglior film (1988)
1 Casting Society of America: miglior casting (1989)
2 Premi César 1989: miglior film straniero, miglior film dell’Unione europea
1 French Syndicate of Cinema Critics: miglior film straniero (insieme a The Dead – Gente di Dublino di John Huston) (1989)
1 Guild of German Art House Cinemas: miglior film tedesco (1989)
1 Guldbagge Awards: miglior film straniero (1989)
1 Premio Robert: miglior film straniero (1989)
1 Amanda Awards: miglior lungometraggio straniero (1989)
Mondo candido
Mondo candido è un film del quale si può omettere la trama.
Perchè non ha una trama vera e propria o quantomeno non ha nulla che possa essere raccontato con un filo logico coerente.
Difatti nell’opera di Gualtiero Jacopetti e Franco E. Prosperi c’è una sequenza lunghissima e scoordinata di immagini che sembrano a se stanti, sequenze intere che assomigliano ad un caleidoscopio surrealista gettate quà e là senza una soluzione di continuità, un’opera che ricorda per certi versi il surrealismo di Alejandro Jodorowski e in modo molto lato la pittura di Dali, omaggiato verso la fine del film.
Il Candido protagonista del film ha un eponimo celebre nel mondo letterario, quel Candido che Voltaire dipinge letterariamente come un giovane ottimista, felice di essere nato nel castello di un Barone e che considera una gran fortuna degna d’invidia l’essere figlio dello stesso Barone o marito della bella Cunegonda sua figlia.
Come il Candido di Moliere, il Candido di Jacopetti e Prosperi segue inizialmente la stessa via e lo stesso percorso di vita, fino a quando per aver osato baciare Cunegonda( e provocato un orgasmo) non viene cacciato a pedate nel sedere dal barone.
I due Candido iniziano così un percorso nel mondo che divergono immediatamente, trasformandosi nel caso del film in una affabulazione visiva che porta il giovane Candido a spasso per il mondo e per il tempo.
Vediamo difatti Candido spaziare attraverso periodi storici disparati e senza alcun ordine temporale e storico; il giovane si ritrova nella Francia Napoleonica o nel periodo dell’inquisizione spagnola (un evidente anacronismo), così come anacronistici sono i militari che sparano addosso all’esercito napoleonico con modernissimi mitra.
In alcuni luoghi Candido si imbatte in Pangloss, filosofo a corte del Barone, propugnatore della teoria metafisico-teologo-cosmolostoltologia ovvero dell’adeguamento alla vita esistente, l’unica meritevole di essere vissuta in cui ogni cosa ha una logica precisa ed è la migliore che esista. Il buon Pangloss finirà impiccato davanti a Candido e Cunegonda, colpevole secondo il boia di “non aver creduto al peccato originale“.
Il film prosegue su questa falsariga, alternando momenti non sense (i chitarristi rock alla corte di Cunegonda) ad altri con un minimo di logica narrativa.
Ma quest’ultima latita parecchio, nel film.
I due registi sovrappongono immagini e colori, suoni e discorsi non-sense, brandelli di filosofia spicciola e storie assolutamente scollate fra loro; probabilmente si divertono anche a collocare quà e là piccoli frammenti ironici, come la sequenza dell’uomo di colore che ha derubato Candido e che si salva solo per intercessione di quest’ultimo.
Nella sequenza in oggetto, fà una certa impressione il doppiaggio fatto con la voce di Robert De Niro che stona terribilmente ed è in forte contrasto con il personaggio interpretato proprio dall’uomo di colore.

Primo piano della bellissima Sonia Viviani, raffigurata nel secondo fotogramma…

… come personaggio femminile dell’evidente tributo al Dejeuner sur l’erbe di Manet
Scorrendo il film, ci si imbatte anche in sequenze di difficilissima decifrazione, come quella in cui il povero Candido completamente nudo si aggira in un castello dove finalmente ritrova la sua Cunegonda; mentre ciò accade, attorno a lui si scatenano i satanassi (mutuati dagli Hell’s Angels con tanto di rombanti motociclette), che stuprano e devastano incitati da un redivivo Pangloss (un altro evidente anacronismo) che recita “Si bravi, bisogna distruggere per ricostruire”
Le cose proseguono praticamente nello stesso modo per tutto il film, frastornando e disorientando lo spettatore che si ritrova coinvolto in un tourbillon frenetico, assordante e visivamente eccessivo.
Nel caso della sequenza girata a New York si raggiunge il massimo della confusione visiva; il solito Pangloss diventa uno speaker radio televisivo che racconta ad uno stupefatto Candido come “tutto vada bene,tutto vada benissimo”
“Pensa a come tutto è concatenato nel migliore dei modi“, dice Pangloss, “se il mondo nuovo non fosse mai stato scoperto, il vecchio non sarebbe mai esistito,e se il vecchio mondo non fosse esistito non avremmo mai avuto Cristoforo Colombo, gli spaghetti…”
Questo è il tenore dei dialoghi, in cui alla rinfusa ci sono citazioni e non sense, aforismi e altri brani e spezzoni di dialoghi stessi assolutamente folli.
Il Mondo Candido di Jacopetti e Prosperi è essenzialmente questo e lo spettatore è chiamato all’impossibile compito di riunire i tasselli di un puzzle che sembra essere più un divertissement che una forma compiuta e raccontata per immagini di una serie di allucinazioni mescolata a parti reali.
La parte ambientata a New York è ancor più criptica se possibile.
Candido si aggira con il suo mentore Pangloss in scenari da incubo e di guerriglia urbana, tra quartieri devastati e chiese distrutte.
In una di queste dopo aver visto la mummia di un vescovo riprendere vita per poi spirare, Candido assiste all’apparizione della Vergine con le fattezze di Cunegonda e alla contemporanea rabbia di un prete che cerca di togliere i chiodi ad un Gesu Cristo in croce. Il monologo dell’ex prete rasenta spesso la blasfemia ed è la parte sicuramente più discutibile dell’intero film.
In ultimo, vediamo Candido aggirarsi in Medio Oriente, fra fedayn ed ebrei che si combattono con la convinzione di essere dalla parte della ragione.
In una scena, vediamo un palestinese morire falciato da una raffica di mitra in un campo di papaveri, un’immagine che porta dritto dritto alla celebre canzone di Fabrizio De Andrè.
Dopo altre brevi sequenze, vediamo Candido ritornare ai suoi tempi e correre felice verso il castello del Barone.
Vi sembra tutto scoordinato?
In realtà si può riassumere tutto con poche parole; Candido è un’anima pura, semplice, un inguaribile ottimista che si muove in un mondo che se è il migliore possibile è anche infestato da mali e cattiveria. Gli stessi personaggi che si muovono nel film non sono certo esempi memorabili, come la volubile e bugiarda Cunegonda che racconta a Candido di essere stata violentata e che invece ha assunto l’iniziativa con un “satanasso”, come Pangloss che appare come un filosofo che predica bene ma che razzola malissimo, cinico e opportunista, un grillo parlante più vicino ad un camaleonte come personalità.
Il film è finito ed effettivamente ci si pone una domanda pregnante: ma a cosa abbiamo assistito?
La risposta non è univoca, anzi.
Ognuno di noi si è annoiato o divertito, spazientito o è rimasto affascinato, si è sentito preso per i fondelli oppure ha pensato di aver colto per un attimo l’ineffabile essenza del film e del suo protagonista.
Poichè non c’è una risposta, ognuno può scegliere il suo status umorale.
Qualche appunto sul cast, che recita ad un livello più che soddisfacente; bravo Christopher Brown che delinea con padronanza di mezzi tecnici la figura di Candido, bene tutti gli altri protagonisti fra i quali spiccano un giovane Alessandro Haber, Gianfranco D’Angelo e l’affascinante Sonia Viviani. Molto belle le musiche di Riz Ortolani.

Battaglia in un campo di papaveri…
In ultimo un accenno a Prosperi e Jacopetti,che intitolano il film Mondo Candido, probabilmente con una buona dose di malizia; i precursori dei mondo movie forse in questo modo speravano di attirare qualche spettatore in più nelle sale.
Accolto freddamente dalla critica, Mondo candido ha finito per dividere il pubblico quasi equamente fra sostenitori e detrattori del film stesso.
Chi vi scrive trova una cosa degna di menzione nel film: il coraggio di osare l’inosabile, ovvero trasporre in linguaggio cinematografico un helzapoppin in stile felliniano assolutamente inadatto al grande pubblico.
Chi mai oserebbe tentare, oggi, un’avventura del genere?
Diamo quindi atto del coraggio anche commerciale mostrato dal duo di registi
Mondo candido
Un film di Franco Prosperi, Gualtiero Jacopetti. Con Christopher Brown,José Quaglio, Jacques Herlin, Michelle Miller, Steffen Zacharias, Lorenzo Piani, Alessandro Haber, Giancarlo Badessi, Carla Mancini, Gianfranco D’Angelo, Sonia Viviani
Commedia, durata 110 min. – Italia 1975.

Un evidente tributo al surrealismo di Salvador Dali
Christopher Brown … Candido
Michele Miller … Cunegonda
Jacques Herlin … Panglos
José Quaglio … L’inquisitore
Steffen Zacharias … Il saggio
Gianfranco D’Angelo … Il Barone
Salvatore Baccaro … L’ Orco
Alessandro Haber … Amante di Cunegonda
Regia Gualtiero Jacopetti, Franco Prosperi
Soggetto Gualtiero Jacopetti, Franco Prosperi, Claudio Quarantotto
Sceneggiatura Gualtiero Jacopetti, Franco Prosperi, Claudio Quarantotto
Produttore Camillo Teti
Casa di produzione Perugia Cinematografica
Fotografia Giuseppe Ruzzolini
Montaggio Franco Letti
Effetti speciali Giovanni Corridori
Musiche Riz Ortolani
Scenografia Franco Vanorio
Costumi Franco Carretti
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Curiosissimo film, col quale Jacopetti e Prosperi abbandonano il documentario e si lanciano nel grottesco interpretando ‘Candido’ di Voltaire. L’inizio è formidabile, quasi felliniano, poi il film procede con sbalzi disomogenei, regalando immagini interessanti, talora vividissime, ma anche momenti in cui il grottesco finisce in overdose. Lo stesso Autera, che criticò il film in chiave politica, giudicò ottime le interpretazioni, la musica (Ortolani) e la fotografia (Ruzzolini). Per me è il migliore di Jacopetti ed è l’unico che non sia del genere “Mondo”. Da vedere: **½
Che un film sia ben fatto, interpretato e diretto non significa, sulla base dell’effetto intrattenimento in particolare, granché. E quindi, visto lo stile prettamente felliniano ed il fatto che, in sostanza, non ci si capisce nulla della trama (con tutto il rispetto per l’autorevole fonte che ne sta alla base, ovvero Voltaire) il film si candida (gioco di parole inevitabile) ad essere incoronato come cinema alto, colto e autoriale. Non c’entrano nulla i film del filone “Mondo”, ma è bene ricordarli nel titolo, dato che tanta fortuna hanno portato nelle tasche degli scaltri registi.

La splendida soundtrack di Riz Ortolani
Che sia sovraccarico, sbilanciato, troppo lungo è innegabile. Che il trash sia in agguato a ogni angolo, vuoi per il cast, vuoi per le imbarazzantissime sequenze “d’amore” che, fra flou e sdilinquimenti di Ortolani, ci precipitano in pieno Mondaini-Vianello, pure. Tuttavia il film ha una sua follia visionaria, una certa incoscienza, una sua singolarità, che ne fanno un UFO non solo dell’epoca. Premio al tentativo.
Film modesto e probabilmente pretenzioso, visto che il regista scimmiotta lo stile felliniano. Considerato che quel genere mi annoia parecchio (scusate la puerilità), posso dire che Jacopetti lo imita piuttosto bene, ma se nei film di Fellini c’era una drammaturgia di fondo inossidabile, e spesso nobili pensieri celati, qui si scade spesso nel pecoreccio, creando dunque la reale differenza. Atroce (ma comprensibile, visto il nome del regista) il titolo, che richiama ai “mondo-movies”, ma ormai è cosa nota a tutti che non c’entri nulla.
Anarcoide film che lambisce il grottesco, la satira, intenzioni autoriali e quant’altro (viene da dire) avesse in mente Jacopetti. Non privo di fascino, di una bella fotografia e di buone interpretazioni, è un tipo di cinema che a mio avviso era (paradossalmente) concepibile solo nei ’70, pieno di eccessi ma con quella carica visionaria ed eversiva figlia di quei tempi. C’è un po’ disomogeneità che alterna sequenze notevoli a momenti di trash puro ma, a mio avviso, film così sono da ammirare per l’intento.
La sposina
Chiara è una bella e disinibita ragazza che lavora in uno store di dischi come commessa; un giorno nel negozio capita Massimo Raimondi, appassionato cultore di musica classica e scrittore in erba.
Il giovane è alla ricerca di un editore che pubblichi il suo primo libro e nell’attesa vivacchia alla giornata.
L’incontro con Chiara si rivela per lui ma anche per la ragazza come il classico colpo di fulmine.
I due così convolano a giuste nozze ma è durante la luna di miele che Chiara scopre che Massimo è praticamente impotente.
Riccardo Garrone
Antiniska Nemour e Tiberio Murgia
Decisa a eliminare l’ostacolo che mina la felicità della coppia, Chiara cerca conforto in libri che parlano di sessuologia, senza peraltro ottenere risultati.
Nel frattempo la coppia versa in cattive condizioni economiche così Chiara suo malgrado è costretta ad accettare le avances del proprietario del negozio di dischi presso il quale lavora.
Nonostante la ragazza ceda, viene licenziata aggravando ancor più la situazione economica della famiglia, visto che Massimo non riesce nonostante gli sforzi a pubblicare il suo libro.
Sarà Chiara a risolvere il tutto, andando a letto con l’editore Ansaldi, che le promette la pubblicazione del libro.
L’uomo mantiene la parola data e il libro viene pubblicato, ottenendo anche un notevole successo.
Nel campo del rapporto di coppia tuttavia le cose non cambiano e alla fine Chiara decide di accettare la corte di suo cognato prima, poi di un amico di lunga data oltre quella dell’Arnaldi.
Sarà questa la mossa vincente perchè Massimo……

Nella foto: Riccardo Garrone e Antiniska Nemour
Sull’asse gelosia – corna usate come dimostrazione di un teorema un tantino strampalato Sergio Bergonzelli costruisce questo La sposina, filmetto a marcato sfondo erotico attorno ad una sceneggiatura vista e rivista; il regista piemontese (morto nel 2002) autore di una trentina di film di genere i cui titoli dicono tutto come Io Cristiana, studentessa degli scandali, Il compromesso… erotico,Taxi love, servizio per signora, La trombata – quattro ladroni a caccia di milioni ecc. usa l’erotismo come una clava senza economizzare in nudi e situazioni scabrose.
Magda Konopka
Ne vien fuori un film di scarsissimo valore in cui cercare qualcosa degno di nota è assolutamente compito proibitivo; forse le uniche attrattive del film vanno cercate nelle grazie della bella Antiniska Nemour che molti spettatori dell’epoca conoscevano come centralinista della trasmissione di Enzo Tortora Portobello.
Sempre a proposito del cast, da rimarcare la presenza di Riccardo Garrone che appare un extraterrestre nei confronti degli altri scialbi intepreti del film, come Carlo De Mejo (che interpreta Massimo) o come i restanti caratteristi assemblati alla men peggio.
C’è anche l’ex “satanika” Magda Konopka con qualche chilo di troppo, mentre la location è Pescara; il capoluogo abruzzese esce mortificato da un accostamento sacrilego tra questo film e le sue bellezze naturali.
Purtroppo La sposina, uscito nel 1976, mostra come negli anni successivi alla seconda metà degli anni settanta la tendenza del cinema italiano fosse quella di privilegiare ad ogni costo l’incasso, senza tener conto minimamente di un decoro dovuto sia al rispetto verso il pubblico pagante sia alla credibilità del cinema stesso.
Fioccavano produzioni assemblate nell’arco di una notte, con cast raccogliticci e sceneggiature pagate un tanto al quintale.
Produzioni prive anche di un minimo valore artistico, a meno che non si vogliano considerare artistiche le esposizioni generosissime di seni e natiche femminili unite ad amplessi che ripetuti migliaia di volte ingeneravano più un principio di sonnolenza che solletichi al basso ventre.
In La sposina c’è abbondanza di nudi e per fortuna la Nemour è un bel vedere, mentre in molti altri casi venivano scelte attricette raccattate sui sofà dei produttori; a voler fare un paragone largo, un pò come i vari cast dei bolliti odierni che popolano i realtiy tanto amati da parte del pubblico televisivo.
Se amate il cinema, evitate questo filmaccio.
La sposina
Un film di Sergio Bergonzelli. Con Carlo De Mejo, Riccardo Garrone, Magda Konopka, Antiniska Nemour,Tiberio Murgia
Erotico, durata 90 min. – Italia 1976
Antiniska Nemour … Chiara,
Carlo De Mejo … Massimo Raimondi
Tiberio Murgia … ‘Ninuzzo’ Mancuso
Magda Konopka … Margot
Riccardo Garrone … L’editore Arnaldi
Alfredo D’Ippolito … Adolfo ‘Cicillino’
Aldo Massasso … Stefano
Regia: Sergio Bergonzelli
Sceneggiatura:Sergio Bergonzelli, Leandro Lucchetti
Produzione: Carlo Pescino
Musiche: Nico Fidenco
Editing: Luciano Cavalieri
Fotografia: Claudio Morabito
L’invasione delle api regine
In una località degli States in California (non nominata) le autorità locali assistono preoccupate ad uno strano fenomeno.
Alcuni uomini della zona muoiono improvvisamente con i sintomi dell’infarto, che (come appurato dalle autopsie) è procurato da un’overdose di piacere provato in seguito a rapporti sessuali.
Per cercare di capire di più dello strano fenomeno, viene inviato sul posto un agente sotto copertura, Neil Agar, che inizia ad indagare in maniera discreta.
Mentre le morti continuano, Agar appunta i suoi sospetti sul laboratorio scientifico della dottoressa Susan Harris e vedrà confermate tutte le

Una delle tecniche di adescamento delle api regine
sue peggiori supposizioni quando scoprirà che nel laboratorio la dottoressa conduce incredibili esperimenti sui corpi di alcune donne trasformandole in api regine dagli insaziabili appetiti.
Per liberare la sua amica Julie Zorn, ultima vittima designata della folle dottoressa Harris, Agar si recherà nel laboratorio e sparando contro le apparecchiature che compiono la metamorfosi sui corpi delle donne otterrà la fine della dottoressa e dei suoi diabolici esperimenti.
Un pò di horror, un tantino di giallo e sopratutto molto sci.fi. in questo film datato 1973 diretto da Denis Sanders, regista assolutamente sconosciuto nel nostro paese.
L’invasione delle api regine è un curioso miscuglio di generi con abbondante uso dell’erotismo usato però non come mera descrizione di rapporti sessuali bensi come collante della storia.
Le api regine del film infatti uccidono gli uomini durante amplessi furiosi (mostrati con misura e mai espliciti visivamente) e vengono viste principalmente come vittime della follia di Susan Harris che nel film è vista quasi come una proto femminista intenta a creare una razza di donne dominanti sull’universo maschile.
Non potendo contare su un budget all’altezza, Denis Sanders usa più l’immaginazione e il ritmo, supplendo così alla mancanza di scene splatter e a metamorfosi visive che impressionino lo spettatore.
Le api regine infatti si trasformano in pratica solo negli occhi, e questo è un bene; molti prodotti sci. fi infatti risentono spesso della necessità di stupire il pubblico con l’uso della tecnologia del momento in cui è girato il film. Così vediamo le bellissime e voraci api nascondere gli effetti della trasformazione sotto degli occhialoni scuri, che contribuiscono peraltro ad aumentare esponenzialmente il loro già notevole sex appeal.
Sanders guarda a prodotti del recente passato come l’Esperimento del Dr. K innestando la componente erotica che in precedenza non poteva essere usata per motivi legati alla censura; lo fa utilizzando delle splendide attrici come Anitra Ford e Victoria Vetri che oltre ad essere delle splendide donne sono in possesso di doti di recitazione accettabili.
Così il film scivola via senza grossi intoppi e si fa seguire con piacere pur nei limiti di una sceneggiatura un po ingenua e sopratutto poco credibile; ma quest’ultima componente non è poi necessaria ad un prodotto dichiaratamente fantasy, per cui appaiono assolutamente irrilevanti le critiche mosse dai critici puristi nei confronti del film.
Il regista infatti non disdegna a tratti un approfondimento delle tematiche legate alle paure o alle fobie della società contemporanea, usando una palese allegoria alle paure dell’uomo legate al suo ruolo dominante nella società, al suo uso smodato della virilità come simbolo del potere.
Se la critica questi comportamenti rimane ovviamente una componente poco approfondita del film lo si deve alla natura stessa della pellicola, un esempio di cinema d’evasione per altro ben calibrato e con un suo sottile fascino.
L’invasione delle api regine è un film da rivedere, sempre con l’ottica del prodotto d’epoca; quanto meno si potrà paragonare il tipo di cinema artigianale fatto con tante idee e pochi soldi degli anni sessanta e settanta con i prodotti a ricco budget ma senza idee degli ultimi due decenni.
L’invasione delle api regine
Un film di Denis Sanders. Con William Smith, Anitra Ford, Victoria Vetri, Cliff Osmond, Ben Hammer.
Titolo originale Invasion of the Bee Girls. Sci-fi, durata 85 min. – USA 1973
William Smith … Neil Agar
Anitra Ford … Dottoressa Susan Harris
Victoria Vetri … Julie Zorn
Cliff Osmond … Capitano Peters
Wright King … Dottor Murger
Ben Hammer … Herb Kline
Anna Aries … Nora Kline
Andre Philippe … Aldo Ferrara
Sid Kaiser … Stan Williams
Katie Saylor … Gretchen Grubowsky
Beverly Powers … Harriet Williams
Tom Pittman … Harv
William Keller … Joe
Cliff Emmich … L’anatomo patologo
Al Bordighi … Herm
Regia: Denis Sanders
Sceneggiatura: Nicholas Meyer
Musiche: Charles Bernstein
Casting: Steven R. Stevens
Costumi: Ann McCarthy
Effetti speciali: Joe Lombardi
La città gioca d’azzardo
Un giocatore professionista di poker, nonchè abile baro di nome Luca Altieri sbanca un tavolo al Club 72 di proprietà di un boss soprannominato Il Presidente.
Quest’ ultimo, pur consapevole del fatto che Luca ha vinto usando trucchi, decide di tirarselo dalla sua parte e di ingaggiarlo per spennare gli incauti giocatori che frequentano il suo club.
Luca accetta, ma dopo poco finisce per entrare in contrasto con il crudele figlio del Presidente, Corrado, per la sua donna ovvero la bella Maria Luisa che ha accettato la corte di Corrado per paura e sopratutto perchè quest’ultimo le fa fare la bella vita.
Tra i due ben presto inizia una relazione che finisce per arrivare sotto gli occhi di Corrado, che decide di punire in maniera esemplare Luca; dopo averlo fatto pestare a sangue, gli fa rompere le mani.
Nel frattempo Corrado ha provveduto a sbarazzarsi del padre, simulando un incidente domestico in cui l’uomo, che viveva su una sedia a rotelle, precipitando dalla lunga scala di casa per un presunto guasto al meccanismo di sollevamento della sedia finisce per rompersi il collo.
Corrado però non ha la stoffa del padre e gli altri boss che controllano sia il gioco d’azzardo che il traffico di droga decidono di allontanarlo dal loro giro, sopratutto quando Corrado attira su di se gli occhi della polizia.
Il giovane imprudentemente ha fatto uccidere un commissario di polizia corrotto per non dovergli pagare la tangente; nel frattempo Luca, che si è nascosto con Maria Luisa, riprende faticosamente l’uso delle mani ma è costretto a fuggire in Francia per evitare di essere raggiunto dagli sgherri di Corrado.
Qui riprende la vita di un tempo, sognando il colpo grosso che gli permetta di cambiare vita.
La lunga mano di Corrado però lo insegue e grazie al tradimento del nuovo socio di Luca anche il nascondiglio francese viene individuato.
Duante un rocambolesco inseguimento sulla costa francese, Luca riesce a far precipitare l’auto con a bordo Corrado e i suoi uomini giù per una scarpata.
Ma è una vittoria che pagherà a duro prezzo, perchè Maria Luisa che era con lui sulla moto viene colpita a morte.
La corsa in ospedale non serve e la donna muore assieme al bambino che portava in grembo.
La città gioca d’azzardo è un rarissimo caso di noir italiano, genere molto più diffuso nella sua patria d’origine, la Francia.
Visto l’esito finale, è davvero un peccato che altri registi non abbiano seguito la strada intrapresa da Sergio Martino, regista del film girato nel 1975, ultimo degli anni d’oro del cinema italiano.
Il film ha una trama scorrevole, sorretta da una sceneggiatura non particolarmente originale ma ben equilibrata; lo stasso Martino, con la collaborazione di Ernesto Gastaldi bada al sodo, prediligendo la scorrevolezza della pellicola alla complessità dei temi che potevano essere ampliati in fase di trattazione.
Nel film infatti si fa accenno al traffico di droga nelle metropoli, accostandolo al gioco d’azzardo, ovvero due dei problemi più gravi che incombevano sulla società italiana degli anni settanta e che contribuivano a rendere ancor più opprimente l’atmosfera che si respirava, vista anche la concomitante ascesa del fenomeno del terrorismo politico.

La punizione di Maria Luisa (Dayle Haddon)
Inevitabilmente Martino è costretto a scegliere un raggio d’azione che non appesantisca il film e il regista decide così di puntare più sulla dinamicità che sulla profondità dei temi trattati; vien fuori alla fine un film non particolarmente violento, come invece stigmatizzato incredibilmente da molti recensori in cui la storia d’amore tra Luca e Maria Luisa assume preponderanza specifica sullo sfondo di una città violenta e preda di bande contrapposte tese al controllo delle attività criminali.

“Non lo devi toccare, è un ordine”, intima il Presidente e Corrado
La cosa appare però, come già detto, più in sfondo che in primo piano; il vero fulcro diventa la lotta all’ultimo sangue tra il crudele Corrado e Luca, una lotta originata un po dalla rivalità tra i due e sopratutto per il “possesso” dell’affascinante Maria Luisa.
Nella prima mezz’ora giganteggia la figura del Presidente, un vero capo d’organizzazione astuto e intelligente, che predilige l’uso del cervello in luogo della forza bruta caratteristica viceversa dell’inetto Corrado.
Che infatti verrà allontanato dall’organizzazione criminale che faceva capo al padre, vera mente degli affari loschi che gravitavano nella città.
Le temtiche del film quindi diventano molteplici e ci fanno seguire questo contrasto tra padre e figlio e contmporaneamente lo sviluppo della storia d’amore tra Luca e Maria Luisa, prima del cruento finale e della resa dei conti tra i due rivali in affari e in amore.

Luca e Maria Luisa sfuggono ai sicari di Corrado
Come dicevo prima, il film non è particolarmente violento come altri che più o meno raccontavano di fatti di sangue o gesta criminali a sfondo sociale, come lo splendido Cani arrabbiati di Bava in cu davvero si assiste ad un’esplosione di violenza sporca e sudata, ad una violenza psicologica intollerabile o come a tanti altri film inquadrabili nel genere poliziottesco.
La città gioca d’azzardo finisce per ritagliarsi un ruolo specifico che alla fine risulta vincente.
Scorrendo il cast, troviamo i due interpreti migliori in Corrado Pani, quasi diabolico nella sua caratterizzazione di Corrado, il figlio del boss tenuto da questi in disparte perchè considerato troppo violento e comunque inadatto alla gestione del complesso equilibrio del crimine, che richiede intelligenza e astuzia in par dose.

La morte del commissario corrotto
L’altro grande è Enrico Maria Salerno, Il Presidente, che dirige l’organizzazione con sagacia, pagando tangenti e usando l’intelligenza invece delle armi; l’attore milanese è protagonista di una recitazione asciutta e convincente che da dignità ad un personaggio che nel film, ad onta del ruolo criminale che riveste, alla fine suscita anche simpatia.
Luc Merenda è Luca, un simpatico gaglioffo che vorrebbe vivere ai margini di quella società del crimine che in fondo disprezza e che frequenta solo perchè, come dice nel film, “ha imparato a usare le carte fin dalla culla”; l’ex fotomodello Merenda fa il suo, pur nei limiti delle sue capacità artistiche, limitate fortemente in carriera dalla scarsa flessibilità facciale e mimica.

La fine di Corrado e dei suoi uomini
Decisamente opaca la pur bella Dayle Haddon, che ebbe una carriera sicuramente agevolata dalla gran bellezza posseduta non sorretta però da altrettanto spiccate doti di recitazione.
Menzioni infine per Vittorio Fantoni , Fulvio Mingozzi e Lino Troisi.
Buona la fotografia e buone le musiche di Michelini.
La città gioca d’azzardo
Un film di Sergio Martino. Con Enrico Maria Salerno, Luc Merenda, Corrado Pani, Piero Palermini, Carlo Gaddi, Dayle Haddon, Lino Troisi, Giovanni Javarone, Salvatore Puntillo- Drammatico, durata 98 min. – Italia 1974

Corrado Pani è il crudele Corrado

L’abilità di Luca con le carte

La drammatica morte del Presidente

Colpita a morte durante l’inseguimento

Maria Luisa in sala operatoria
Luc Merenda: Luca Altieri
Dayle Haddon: Maria Luisa
Corrado Pani: Corrado
Lino Troisi: baro complice di Corrado
Giovanni Javarone: Lisander
Salvatore Puntillo: cameriere della bisca
Carlo Alighiero: commissario di polizia
Enrico Maria Salerno: il Presidente
Piero Palermini: direttore della bisca
Carlo Gaddi: boss
Vittorio Fanfoni: scagnozzo di Corrado
Riccardo Petrazzi: scagnozzo di Corrado (non accreditato)
Loris Perera Lopez: medico
Giuseppe Terranova:
Bruno Arié: guardia del corpo del Presidente
Artemio Antonini: Guardia del corpo del Presidente (non accreditato)
Regia Sergio Martino
Soggetto Ernesto Gastaldi
Sceneggiatura Ernesto Gastaldi, Sergio Martino
Produttore Luciano Martino
Casa di produzione Dania Film, Medusa Distribuzione
Fotografia Giancarlo Ferrando
Montaggio Eugenio Alabiso
Musiche Luciano Michelini
Scenografia Giorgio Bertolini
Costumi Renato Ventura
Trucco Stefano Trani
Enigma rosso
Il commissario Gianni Di Salvo è convocato dal suo superiore Luigi Roccaglio presso il bacino antistante una diga; li è stato rinvenuto il corpo di una ragazza orrendamente uccisa con un oggetto che le ha violato le parti intime e che si scoprirà essere un grosso fallo di gomma dura.
Il cadavere viene identificato : è Angela Russo, una ragazza che frequentava l’esclusivo collegio femminile Santa Teresa D’Avila.
Recatosi nell’istituto, Di Salvo apprende che la ragazza formava un gruppo chiuso con altre tre sue amiche, Virginia,Franca, Paola.
Il legame tra le ragazze era così forte che il gruppetto era stato soprannominato “le inseparabili”.
Al fiuto del commissario non sfugge la strana atmosfera che si respira all’interno del Collegio, che appare esternamente come un luogo morigerato ma che in realtà sembra nascondere qualche oscuro segreto.
I sospetti di Di Salvo dapprima si rivolgono sul giovane olandese Max, che però viene ucciso.
A dare una svolta alle indagini arriva un colpo di fortuna: la sorellina minore di Angela, Emilia, una ragazzina intelligente e sospettosa, fornisce al commissario l’agenda personale della ragazza, nella quale si nomina ripetutamente l’atelier diretto da Michele Parravicini.
Nel frattempo però il misterioso assassino di Angela uccide ancora, eliminando Paola una del terzetto rimanente che costituiva il gruppo delle inseparabili.
Le cose sembrano però non tornare, al commissario Di Salvo; l’assassino è sempre un passo avanti a lui e nel frattempo anche le due ragazze restanti subiscono strani attentati.
A Franca qualcuno spara un dardo mentre sta cavalcando, con il risultato di far imbizzarrire il cavallo che la scaraventa per terra mentre Virginia, che ha appena avuto un aborto in una insospettabile clinica rischia di morire precipitando da una scala del collegio sulla quale una mano misteriosa ha messo delle biglie di vetro.
Di Salvo risale al vero movente delle morti, grazie anche alla drammatica confessione di Parravicini, estorta dal solerte commissario durante una incredibile “passeggiata” sulle montagne russe:
le ragazze erano coinvolte in uno sporco giro di prostituzione. Così, collegando gli elementi in suo possesso, Di Salvo arriva alla soluzione dell’enigma, che lo porta a scoprire la mano insospettabile e la regia occulta sia delle morti che del losco giro di prostituzione.
Ma chi ha attentato alla vita delle ragazze rimanenti?
Enigma rosso nasce nel 1976 dalla sceneggiatura di Massimo Dallamano, che avrebbe dovuto curarne la regia e concludere così la trilogia “studentesco/liceale” iniziata con Cosa avete fatto a Solange? (1972) e proseguita poi con La polizia chiede aiuto (1974).
Ma il fatale incidente automobilistico di cui fu vittima il regista, avvenuto a Roma il 14 novembre 1976 pose fine al progetto che venne riesumato due anni più tardi, nel 1978 e affidato al regista Alberto Negrin, specializzato in serial tv e che non aveva mai diretto una pellicola destinata al cinema.
Il regista nato a Casablanca infatti anche dopo l’esperienza di questo film continuerà a lavorare solo per la tv; sue sono infatti le fiction Il segreto del Sahara,Viaggio nel terrore: l’ Achille Lauro, Perlasca: Un eroe italiano, L’ultimo dei Corleonesi solo per citare alcune tra le sue opere più conosciute.

Helga Linè, la piccola Fausta Avelli e Fabio Testi
Negrin non ha il ritmo, il senso del racconto stringato di Dallamano e difatti l’opera appare piuttosto incerta, pur riuscendo alla fine a centrare la sufficienza.
Se la sceneggiatura ha un suo fascino, va anche detto che mostra diverse incongruenze e lacune; quanto ciò sia imputabile a errori di regia di Negrin non è dato sapere, così come manca la riprova che il film, affidato a Dallamano, avrebbe avuto un risultato finale migliore.
Tuttavia un minimo di tensione c’è, anche se è quasi totalmente assente lo splatter, sostituito da scene di nudo diffuse almeno in alcune parti del film, come la doccia del gruppo delle collegiali mentre non mancano momenti felici.
Basti pensare alla bella sequenza in cui Di Salvo estorce le notizie di cui ha bisogno e relativa confessione all’ambiguo Parravicini durante un giro mozzafiato sulle montagne russe oppure a quella dell’attentato a Virginia che precipita giù dalle scale del college tirandosi dietro una statua della Vergine per colpa di una serie di biglie.
Quindi un film onesto, in cui la recitazione si adegua ai ritmi impressi da Negrin; Fabio Testi che interpreta il solerte commissario Di Salvo è però stranamente appannato, quasi a disagio mentre ben più interessante era stata la prova fornita nel citato Cosa avete fatto a Solange?
Brava la giovanissima Fausta Avelli, che avevamo già notato in Cassandra Crossing e che delinea benissimo il ruolo della piccola Emilia.
In quello della madre della sfortunata Angela c’è Helga Linè, che alla fine non comparirà nemmeno tra i crediti, mentre il superiore di Di Salvo, ovvero Roccaglio è interpretato da Ivan Desny.
Fotografia in linea, discrete le musiche di Riz Ortolani.

Cosa nasconde la piccola Emilia?
Enigma rosso
Un film di Alberto Negrin. Con Fabio Testi, Ivan Desny, Jack Taylor, Christine Kaufmann,Bruno Alessandro, Fausta Avelli Poliziesco, durata 92 min. – Italia, Spagna, Germania 1978.
Fabio Testi … Commissario Gianni Di Salvo
Christine Kaufmann … Christina
Ivan Desny … Commissario capo Luigi Roccaglio
Jack Taylor … Michele Parravicini
Fausta Avelli … Emilia Russo
Bruno Alessandro …Collaboratore di Di Salvo
Carolin Ohrner … Paola
Silvia Aguilar … Virginia Nardini
Taida Urruzola … Franca
María Asquerino … Miss Graham
Tony Isbert … Max van der Weyden
Helga Liné … La signora Russo
Brigitte Wagner … Virginia
Regia: Alberto Negrin
Sceneggiatura: Peter Berling,Marcello Coscia,Massimo Dallamano,Franco Ferrini,Alberto Negrin,Stefano Ubezio
Produzione: Artur Brauner,Leo Pescarolo, Antonio Tagliaferri
Musiche: Riz Ortolani
Editing: Paolo Boccio
Il dio chiamato Dorian
Due mani tremanti, sporche di sangue sotto un rubinetto che porta via in lunghi rivoli il segno di quello che resta di un omicidio.
Non sappiamo di chi sono, perchè pochi istanti dopo siamo proiettati nella swinging London che ci appare in tutta la sua decadente bellezza nel periodo a cavallo fra il finire degli anni sessanta e l’inizio degli anni settanta.
Troviamo Dorian Gray, un giovane bellissimo, in uno dei tanti night che popolavano la vita notturna della capitale londinese e di la lo seguiamo mentre osserva stupito lo splendido ritratto che il suo amico pittore Basil gli ha fatto a sua insaputa. Nella casa di Basil, in cui c’è anche il gallerista Henry Wotton, Dorian sembra quasi ipnotizzato dal dipinto; una volta in suo possesso, gli si rivolge quasi fosse una cosa viva, chiedendogli se fosse possibile mantenere sul suo corpo quella selvaggia bellezza.
Esaudito da qualcosa di misterioso, ritroviamo Dorian, bellezza sfolgorante, approfittare delle sue doti fisiche per circuire dapprima la giovane Sybyl, che si ucciderà per lui e poi, in una lunghissima e allucinata caduta verso l’abiezione più estrema lo vediamo corrompere donne mature, giovani e infine avere rapporti anche con il maturo Henry Wotton.
Ma questa discesa senza freni nell’abisso della lussuria e dell’amoralità non resterà senza conseguenze.
Un giorno infatti Dorian scopre con orrore che il dipinto invecchia a vista d’occhio mostrando su quello che era il suo bellissimo volto ritratto, i segni delle turpitudini commesse.
Dopo aver litigato con Basil, che ritiene in qualche modo responsabile della cosa, Dorian lo uccide.
E’ l’atto finale, perchè il volto del ritratto diventa mostruoso.
Dorian, impugnato un coltello, si uccide davanti al ritratto che improvvisamente torna a mostrare le fattezze originali mentre il corpo di Dorian subisce un’orrenda metamorfosi.
Il dio chiamato Dorian, per la regia di Massimo Dallamano esce nel 1970 e subisce la sorte del precedente Le malizie di Venere ovvero pesanti censure e tagli, nonostante il regista faccia l’impossibile per rendere poco visibili le situazioni erotiche in cui il suo Dorian Gray viene a trovarsi.
Un’atmosfera ben diversa da quella in cui era immerso il romanzo Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde, che uscì in una Londra profondamente diversa nel 1890, in piena epoca vittoriana e con lo scrittore costretto ad affrontare un processo per omosessualità che lo devastò.

L’inizio della relazione con Sybil
Dallamano tenta un’operazione ardita se non impossibile; ridurre un romanzo basato sulla sottile esaltazione dell’estetismo wildiano, una corrente in forte ascesa nell’epoca vittoriana, una celebrazione della bellezza e della giovinezza opposta al rigore puritano e bacchettone della stessa atmosfera vittoriana in un film che coniughi la necessità di mostare azione con la lentezza dei dialoghi dello scrittore, impegnato in un’opera di difficile equilibrismo.
Il film si discosta ovviamente dal romanzo, prima di tutto perchè ambientato in epoca contemporanea poi per la scelta specifica di Dallamano di privilegiare la parte erotico/dissoluta del protagonista.
Il Dorian di Wilde all’inizio del romanzo è giovane ed innocente, mentre quello di Dallamano lo vediamo subito impegnato a seguire lo spettacolo osè di un travestito in un locale notturno.
Entrambi però cambiano il loro modo di essere subito dopo l’arcana trasformazione che avviene nel loro fisico: sono giovani e belli probabilmente per tutto il corso della loro vita, mentre ad invecchiare è il ritratto bellissimo creato da Basil.
Il Dorian di Dallamano però si immerge voluttuosamente in una spirale di depravazione: lo vediamo circuire e sedurre la bella Sybil che morirà per lui, lo seguiamo mentre allaccia una relazione torbida e sensuale con la splendida Gwendolyn che ha la sua stessa morale elastica, fino alle fugaci relazioni per volgar denaro intrecciate con la matura signora Ruxton o con la signora Clouston.Il film si immerge volutamente in un’atmosfera malata, alla deriva tra personaggi moralmente discutibili e socialmente elevati, quasi esistesse una correlazione precisa tra le due cose.
Che è poi l’humus nel quale sguazza il romanzo di Wilde, ma le similitudini terminano quà.
Dallamano è molto formale, si barcamena tra un erotismo di facciata e una blandissima fustigazione alla società corrotta nella quale naviga il suo Dorian; che ci appare bellissimo e dannato, sempre con lo splendido corpo ostentato e ripreso da ogni angolazione.

Beryl Cunningham è la fotografa Adrienne
La fotografia accuratissima da al film un’aura particolare, quasi estraneando il film stesso dall’epoca storica in cui è girato, ma è solo un dettaglio perchè nonostante questo, nonostante la presenza del bello e dannato Helmut Berger, nonostante il cast faccia il suo lavoro con scrupolo non ci si allontana più di tanto da un bel esercizio di stile.
Colpa di una trama conosciuta a memoria, con la sola variante minima del finale, colpa anche di una pigra indolenza della pellicola che scorre senza grandi guizzi verso il fatidico The end.
Però va detto che il film in fondo è gradevole e si lascia guardare con piacere.

Una delle tante amanti di Dorian
Il regista milanese cambia il dettaglio finale della morte di Dorian, trasformandola da un evento sovrannaturale ad un suicidio indotto dalla visione, attraverso il quadro, delle scelleratezze commesse che compaiono in un veloce flash back nei momenti finali, ricordando a Dorian l’omicidio di Basil, la morte di Sybil ecc.
Scrive Wilde nel suo romanzo:
“Si guardò intorno e vide il coltello che aveva ucciso Basil Hallward. Era stato ripulito più volte, finché non c’era rimasta la più piccola macchia; era lucido e brillava. Come aveva ucciso il pittore, così avrebbe ucciso l’opera del pittore e tutto quello che essa significava. Avrebbe ucciso il passato; morto questo, sarebbe stato libero. Avrebbe ucciso quella mostruosa vita dell’anima e senza le orrende ammonizioni di questa sarebbe stato in pace. Afferrò l’arma e colpì il ritratto.

Helmut Berger interpreta Dorian Gray; il giovane assiste stupefatto al capolavoro dell’amico Basil…

Basil mostra il ritratto all’amico Dorian
Si sentì un grido e un fracasso: un grido così orribilmente straziante che i servi spaventati si svegliarono e uscirono dalle loro camere. Due signori che passavano di sotto sulla piazza si fermarono a guardare la grande casa, poi ripresero il cammino finché incontrarono un agente e lo portarono indietro. L’agente suonò più volte il campanello ma nessuno rispose. La casa era tutta al buio, eccetto una luce a una finestra dell’ultimo piano.Dopo un po’ si allontanò, fermandosi in un portico vicino a sorvegliare la casa.
– Di chi è questa casa? – chiese il più anziano dei due signori.
– Del signor Dorian Gray – rispose la guardia.
Si guardarono l’un l’altro con un sorrisetto e si allontanarono.
Uno dei due era lo zio di Sir Henry Ashton.
Dentro, nel quartiere della servitù, i domestici mezzo vestiti si parlavano tra di loro bisbigliando; la vecchia signora Leaf piangeva e si torceva le mani; Francis era pallido come un morto.
Dopo un quarto d’ora circa, prese con sé il cocchiere e uno dei lacchè e salì le scale. Bussarono, ma nessuno rispondeva; gridarono, ma tutto taceva. Finalmente, dopo un vano tentativo di forzare la porta, salirono sul tetto e si calarono sul balcone. Le finestre cedettero con facilità; i serramenti erano vecchi.
Entrando, trovarono, appeso al muro, uno splendido ritratto del loro padrone, come lo avevano visto l’ultima volta, mirabile di gioventù e di bellezza eccezionali. Steso sul pavimento c’era il cadavere di un uomo in abito da sera, con un coltello nel cuore.
Aveva il viso avvizzito, rugoso, repellente. Solo dopo aver esaminato gli anelli poterono identificarlo.”
Massimo Dallamano tronca il suo film proprio sul volto ormai mostruoso di Dorian mentre il ritratto ritorna alla bellezza originaria; il film è finito, in fondo non è stato tempo speso male.

L’arcana metamorfosi del ritratto è completa

L’orrenda metamorfosi di Dorian Gray
Il Dio chiamato Dorian
Un film di Massimo Dallamano. Con Margaret Lee, Herbert Lom, Helmut Berger, Beryl Cunningham,Eleonora Rossi Drago, Isa Miranda, Renzo Marignano, Stefano Oppedisano, Richard Todd, Renato Romano, Maria Rohm
Drammatico, durata 104 min. – Italia 1970.
Helmut Berger … Dorian Gray
Richard Todd … Basil Hallward
Herbert Lom … Henry Wotton
Marie Liljedahl … Sybil Vane
Margaret Lee … Gwendolyn
Maria Rohm … Alice Campbell
Beryl Cunningham … Adrienne
Isa Miranda … La signora Ruxton
Eleonora Rossi Drago …La signora Clouston
Renato Romano … Alan
Stewart Black … James Vane
Francesco Tensi … Il signor Clouston
Regia: Massimo Dallamano
Sceneggiatura: Marcello Coscia, Massimo Dallamano,Günter Ebert
Produzione: Samuel Z. Arkoff, Harry Alan Towers
Musiche: Carlos Pes, Peppino De Luca
Editing: Leo Jahn,Nicholas Wentworth

Helmut Berger e Marie Liljedhal in una foto pubblicitaria
Unfacebook
Unfacebook è il nuovo lavoro di Stefano Simone, giovanissimo regista di Manfredonia classe 1986 tratto da un romanzo breve di Gordiano Lupi; si ricostituisce quindi la coppia che aveva dato origine al lavoro precedente di Simone, il lungometraggio Cappuccetto rosso che ho recensito sul mio blog l’anno scorso.
Va detto subito che Unfacebook segna un salto di qualità importante per il giovane regista.
Non tanto per l’eccellente livello tecnico raggiunto, quanto piuttosto per la maturità mostrata grazie anche alla maggiore disponibilità di mezzi di cui ha goduto il regista, che gli ha permesso di utilizzare per esempio attori sicuramente più credibili e sopratutto maggiori mezzi tecnici a disposizione.
Guardare Unfacebook significa immergersi in un lavoro per molti versi affascinante, per altri coinvolgente.
il plot della storia è solido, e questa non è certo una novità.
Lupi, autore del romanzo breve, da profondo conoscitore di cinema sa come creare racconti semplici ed essenziali, sui quali poi è facile strutturare delle sceneggiature cinematografiche.
Lo scrittore di Piombino non usa una prosa piena di fronzoli e non allunga mai il brodo oltre il necessario; Stefano Simone ha semplicemente rispettato la regola basilare di una sceneggiatura rispettabile, ovvero non stravolgere il racconto cercando di essere fedele ad esso.
Ma, al tempo stesso, il regista lavora in maniera autonoma, utilizzando il suo estro per trasportare in imagini quello che è un racconto moderno a tutti gli effetti, che prende spunto dal fenomeno in vertiginosa crescita dei social network, nello specifico quel Facebook che oggi è in grado di coinvolgere centinaia di milioni di persone, che funziona da cassa di risonanza di avvenimenti locali e che li amplifica in modo esponenziale, come dimostrano le recenti rivoluzioni in Egitto e Tunisia, nate quasi casualmente proprio sul social network più diffuso.
Stefano Simone quindi trasporta nel modo più fedele possibile l’atmosfera ombrosa e da autentico mistery del romanzo breve Il prete in un linguaggio visivo privo di fronzoli e orpelli, badando decisamente al sodo e costruendo un’atmosfera particolarmente claustrofobica nonostante il film sia girato essenzialmente all’aperto.
I punti di forza di Unfacebook sono diversi e mostrano l’evidente tributo del regista ai maestri del thriller made in Italy (ma non solo) dei quali si è nutrito per la sua formazione artistica; Fulci, D’Amato e Bava per esempio, così come le atmosfere da primo Argento.
Simone si stacca però dai canoni tradizionali scegliendo di colorare il film con i simboli del social network facebook, il bianco e l’azzurro, che uniti alla solarità della location, abbacinante e tersa come solo i paesaggi pugliesi sanno esserlo, donano al film quell’aria vagamente country che trasportano la fantasia verso i piccoli centri di una nazione che potrebbe benissimo non essere più l’Italia, ma un qualsiasi paese africano per esempio.
Il film è strutturato con una logica impeccabile: personaggio principale, secondario, storia sobria e accennata, soluzione dell’enigma, finale aperto.
In mezzo, un paesaggio quasi lunare, perchè animato solo dai personaggi principali della storia, alcuni dei quali si muovono quasi come automi, dei fantasmi che si muovono in un paese/città dai quartieri periferici assolati e deserti, simbolo di un’alienazione che non è solo paesaggistica ma anche umana.
Lo spettatore prova un senso di disagio nel muoversi attraverso la MDP del regista che indugia su cumuli di detriti o su edifici in rovina o costruiti e abbandonati, tra vie deserte che testimoniano l’esistenza di vita solo attraverso i feticci della civiltà, le automobili e le case, le antenne satellitari e i negozi.
Questa l’atmosfera, quindi.
Nella quale si muovono come ombre i due protagonisti principali della storia, il sacerdote Don Carlo che Lupi descrive nelle parti iniziali del suo romanzo mentre legge attonito il quotidiano Il Tirreno che racconta la scarcerazione di un pluriomicida e il commissario Mario Saltutti, impenetrabile ed enigmatico come le vittime degli omicidi che costellano il romanzo stesso.
Simone sceglie invece un inizio diverso, mostrandoci la feroce esecuzione di una probabile vittima della camorra (lo intuiamo dai gesti e dalle modalità dell’esecuzione stessa) alla quale assite, non visto, un ragazzino.
Il terribile rumore dello sparo squarcia e buca la pellicola, come il sangue che schizza sul muro.
Ecco, ancora quel senso di estraneazione che coglie lo spettatore, quel senso di gelo davanti ad una scena che viene descritta con quotidiana frequenza dai telegiornali e che ci vede ormai testimoni assuefatti proprio dalla ripetitività delle azioni stesse.
Da quel momento seguiamo le vicende parallele di Don Carlo, nauseato da quei peccatori che è costretto ad assolvere nel confessionale e quelle dell’impenetrabile e impassibile commissario, che si troverà immerso in un’atmosfera degna dei quartieri ghetto di una città come New York, disumani e freddi, nei quali la vita umana e il suo rispetto sono ormai un semplice e trascurabile dettaglio.
Il giovane prete utilizza le sue conoscenze informatiche e i moderni sistemi tecnologici per iniziare una sua personale guerra al male, combattendo la violenza e il male stesso con la violenza e il crimine.
Che differenza c’è tra lui e le sue vittime, qual’è il confine tra la richiesta di giustizia e l’utilizzo di un sistema violento che porta all’eliminazione fisica del male attraverso la violenza stessa?
Non lo sappiamo, perchè la MDp di Simone si limita giustamente a mostrare i fatti nella loro crudezza, senza tentare improbabili se non impossibili disquisizioni socio/culturali.
Così i morti ammazzati passano sullo schermo senza soluzione di continuità; vediamo morire per suicidio un pedofilo che si evira, un’adultera che si squarcia la gola e poi uno dietro l’altro un altro suicida e i morti ammazzati per ordine di Don Carlo.
Che, utilizzando un libro sull’ipnosi e la chat Unfacebook si crea un piccolo esercito di giustizieri fedelissimi e ciechi ad ogni remora morale.
Sarà il commissario a dipanare il mistero prima del finale che spiazza.
Unfacebook è un film con tante luci e poche ombre, ombre che paradossalmente appartengono più al romanzo che al film stesso.
Opinabile è quanto scrive il buon Gordiano Lupi a proposito dei Cavalieri Templari visti come zombie obbedienti e privi di volontà autonoma, ma qui entriamo in un campo dove rischiano di predominare i sofismi.
Simone si allontana in modo autonomo dal racconto descrivendo in maniera differente i suicidi, sostituendo la location originale, la toscana Piombino, con quella più degradata, per certi versi di Manfredonia; la conoscenza del territorio e la scelta della periferia della cittadina sono alla fine un’arma vincente per il film.
Così come ben riuscita è la scelta di inserire brevi sequenze in bianco e nero in perfetto stile fumetto che interagiscono con la pellicola, accompagnata dalla angosciante musica di Luca Auriemma, che contribuisce a rendere ancora più claustrofobica ed estraneante la pellicola.
Un film da vedere che coinvolgerà lo spettatore, attraverso il percorso di vita di Don Carlo e quello del Commissario Saltutti, assolutamente antitetici; il primo si arroga il diritto di decidere in nome di Dio, ergendosi a suo braccio armato e decidendo di interpretare la sua volontà in un supremo atto di folle egoismo.
Il secondo muovendosi come un’ombra senza un sorriso, un segno di vitalità che non siano le scarne parole che rivolge al suo superiore o all’agente che collabora con lui.
In mezzo, i moderni giustizieri di Don Carlo, loro si veri zombie creati elettronicamente e tecnologicamente attraverso quello che sembra essere il futuro sociale di buona parte dell’umanità, il mondo tenebroso e affascinante di Internet.
Ecco, Simone ha il merito di aver mostrato questo in un film thriller, ovvero i rischi della tecnologia come supporto ad una storia di morti ammazzati.
Che spirano in modo orribile, sia che muoiano con la gola squarciata con il rumore netto del coltello che taglia e accappona la pelle, sia che muoiano colpiti da pallottole o piuttosto da coltellacci da cucina.
Unfacebook è quindi un film da assaporare, che non lascerà assolutamente indifferenti.
Così come possiamo già immaginare il 25 enne regista dauno alle prese con il suo prossimo film, che speriamo trovi finalmente un produttore davvero all’altezza, in modo da permettere al regista l’utilizzo di attori professionisti e location più articolate.
Perchè a Simone il talento non manca davvero, perchè per certi versi appare come crudele e insensata la decisione di finanziare vanzinate e non film affascinanti e controversi come questo Unfacebook.
Unfacebook, un film di Stefano Simone, con Paolo Carati, Giuseppe La Torre, Tonino pesante, Fabio Valente, Tonino Potito,Filippo Totaro, Sabrina Caterino, Pia Conoscitore, Mimmo Nenna, Ivano Latronica Thriller, Italia 2011
Regia: Stefano Simone
Sceneggiatura: Pia Conoscitore, Dargys Ciberio, Antonio Universi
Dal racconto Il prete di Gordiano Lupi
Fotografia e montaggio: Stefano Simone
Musiche: Luca Auriemma
Effetti speciali: Lorenzo Giovenga, Giuliano Giacomelli
Operatore: Marco La Torre
Produzione: Jaws entertainment
Il regista di Unfacebook, Stefano Simone

Lo scrittore Gordiano Lupi, autore del romanzo breve Il prete dal quale è tratto il film
















































































































































































































































